Volume 5 — IL CANTO DELLA PIETÀ
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Essa diceva il suo dolor. La voce Scaturiva dal cor come un gorgoglio D'acque interrotte, che fan specchio al piede D'una pallida Niobe di marmo. Anch'essa nata era di carne viva La bella donna e quel suo cuor di sasso Avea pur gorgheggiato entro la festa Degli usignoli, quando april dischiude L'anima ai fiori ed escono i profumi Dalle selve com'onda pia d'incenso Verso un gran dio.
È allor che si diffonde La giovinezza per il mondo e voce La natura non ha che non diventi Armonia sulle corde d'un pensiero Innamorato. Il cor, come rosata Conchiglia tolta ai ceruli misteri Dell'onda, emana un mistico frastuono, Che vien da un'invisibile e ritorna A una sponda invisibile, tra cui Non anco rugge la tempesta umana. E mi dicea come morì travolta Dalla sterile vita in un'angoscia D'oltraggiate speranze, invan stringendo Nella man l'ombra dei fuggenti sogni Fatti quasi rimorsi. E non bagnava Il suo mesto parlar stilla di pianto, Ch'è pur sì dolce a chi racconta i mali: Ma gli occhi aperti e cristallini tutta Rinfrangean la mestizia del deserto, Ove più non ritorna ombra di bella Cosa passata e sol vi regna il nulla Che ripensa sè stesso.
Allor si ruppe La pietà del mio cor: e col mio pianto Lei piangendo e le gelide di marmo Piccole mani accarezzando, e tutta Spirando su di lei l'anima accesa: —Ch'io senta, dissi, oh ch'io per te ritrovi Il tuo dolor, oh ch'io per te la piena Versi del pianto mio sulle tue mani A riscaldarle: e la mia mano ardente Ti cerchi il cor fatto di pietra e un fiato Passi della pietà che mi distrugge Per le rigide labbra. A desolate Rovine è vita il pio pensier dell'uomo, Che le penetra spesso, onde par quasi Ch'escan le storie più lontane e torni La voce delle cose. Io so che a qualche Simulacro sepolto la carezza D'un amoroso artefice ha potuto La bellezza ridar d'una divina Luce scomparsa e l'immortal sorriso Che fu delizia già del mondo. O estinta Ove scenda la mia che ti carezzi Spiritual pietà, di fibra in fibra Trascorrerà la vita, delle spine Risentirai la punta e colar sangue Vedrò dalle tue carni e gli occhi pregni Farsi di pianto e trasalir le membra Entro i soavi spasimi—soavi Se ci fan questa vita anche una volta Ritrovar sul cammin della speranza. —Nulla può—mi rispose—a un corpo morto Pietrificato in un dolor eterno Dar vita e forza, non s'altri lo ponga Nelle fiamme del sol. In me già spenta È la memoria d'ogni antico sogno E giace il desiderio in un oscuro Angolo come spada irrugginita: Lascia ch'io posi qui sul mio sepolcro Statua dolente di me stessa morta, In fin che il tempo colla lenta ingiuria poco a poco il mio nome cancelli Dalla pietra e la gialla edera stringa Del mio destin la bruna urna caduta.
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Così dicendo, aprì gli occhi solenni, Che parver vuoti d'ogni idea e fece Infine al fondo a me tutta palese L'infinita tristezza. Un senso oscuro Quasi di morte allor mi assalse e curvo Sopra i ginocchi, al suo rigido corpo Appoggiato, intonai l'inno del pianto, A cui dal sen delle dolenti cose Mille voci risposero piangendo. Un fremito mandò scossa la selva Pei rami infranti e dei rapiti fiori Si querelò sul margine il cespuglio Delle rose di maggio. In un lamento Singhiozzando la tortora proruppe Dall'alto nido e raccontò l'angoscia Dei rotti amori. E fin dentro le grotte Del cavo tufo risonò la lenta Storia d'oscure lagrime stillanti, Di cui le ortiche pasconsi e s'imbeve L'orrida spina. Dai meandri, in cui S'appiatta il verme, un susurrìo di duoli
Venne a narrar come si soffra indarno Di vita fin nell'ultime radici Poi che una legge di dolor governa I sostegni del mondo e sol si pasce Di sè stessa natura. Ecco non una In braccio al vento trema arida foglia Senza dolor, non sfiorasi una siepe, Ma quando autunno misero sparpaglia Per le fredde campagne quasi un sciame D'anime stanche, stridono i viali Che le vedon fuggir e lunghe stendono A lor le braccia gli alberi morenti Sopra i bianchi crepuscoli.
Più triste Sarìa di quest'uman gregge la sorte Nella valle del duol ove non fosse Della pietà la lagrimosa fonte A ristorar le forze inaridite. Forse a rimedio d'immutabil sorte E d'inconsulto error questa nel coro Ci pose un dio di lagrime sorgente, Che sovra i mali ampia trabocca e spegne Di molti mali il furibondo orgoglio. Sgorga la fonte e qual si apre al ristoro Della rugiada un fior consunto, un fiore Torna così di pallida speranza Sulla tomba dell'anima e diffonde Il non morto profumo. Essa è divina E vien da noi questa bontà del pianto, Che benedice alle morenti cose E le morte consacra. Ai colpi acerbi Della forza che strugge, una gentile Forza che sana contrappone e tragge Dall'ingiuria l'amor. Ove non fosse, Nido di serpi il mondo ed esecrata Sorte sarìa la vita e combattuta Ragion l'amor come tra i ciechi armenti; Ma la pietà che stilla e che ti avvolge Di lagrime in un tiepido lavacro Ti fa più bella pensierosa e santa, Alta ti posa sull'altar del duolo Quasi raggiante, e in te fissarsi è luce Al lontan pellegrin ch'erra smarrito Per la sassosa valle e che già teme D'essere morto o faticosamente Conduce il peso dell'inutil vita.
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Un vermiglio color corse le guancie, La man che ghiaccia resistea si sciolse In un tiepor di calde rose al sole; Si schiusero le labbra e fatto indarno Argine all'onda che le gonfia il petto, Proruppe il pianto vincitor dei mali.
SOLITUDINE (Chiaravalle Milanese)
Qui si apre in mezzo ai pioppi, nel profumo Del buon fieno, che a mucchi odora al sole, Il mio regno, Tacete! ogni rancore Di voce è spento e va lento per l'aria La fatica degli uomini nel lento Fumo dei campi. Oh quanto egli è soave L'errar su l'orme di sè stessi, ignoti Agli occhi dei saccenti! oh come il filo Dolce si snoda dei pensieri all'ombra Coperta d'una siepe! ecco ti sfugge Di mano il libro che portasti grave Di logorati sillogismi e stai A leggere te stesso.
Erra a mancina Una garrula allodola: si stende Un vol di corvi a destra, che fan lunga Macchia nel ciel; là svolgasi nel mezzo Una gloria di nuvoli d'argento. Piena di rotte immagini.
Se l'ora Poi tramonta col sol dietro la rete D'una boscaglia che s'incendia, o suona Un cinguettìo di passeri raccolti, Senti, amico, vibrar come d'un'ala Di farfalla la morbida carezza Sulla carne del cuor. Tu nel languente Crepuscolo t'immergi e ti par quasi Di spegnerti nell'ora che si spegne.
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Ma se porgi l'orecchio, è nel tramonto Di quest'ora che parlano le oscure Cose del mondo a chi timido veglia Al lume d'una fede. Odi, son mille E mille voci ch'escono dal campi Ottenebrati, come se uno spirito Pulsasse da ciascun filo dell'erba: E nel passare fremon non so quanti Altri spiriti spessi entro la chioma Delle molli robinie: e luci e stridi Corron per l'aria nera, in cui susurrano Ignoti stillicidî di piangenti Anime che ti chiaman….
Son le vostre Anime antiche già passate a stormi, Lavoratori della terra, stanchi Di seminare il pan duro nel duro Seno della natura. Or che disciolta È la prigion del corpo e giace in polve La struttura dell'ossa entro il recinto, Che biancheggia laggiù dietro i cipressi, Al morire del dì tornati le voglie Dei buoni spirti a folleggiar tra i solchi, E guizzando ti toccano, o vibrante Anima mia. Mi parlano e rispondo Un pensiero che sdegna il rauco suono Della parola e non sarà mai scritto. Che se per vago error non sbaglia il senso Arcano che mi fa non istraniera Questa tristezza, anch'io fui già del volgo Forse altra volta o cadde alcun dei miei Ne' rotti solchi. O forse in una sola Anima ondeggia il mar delle tristezze E in me percote, mormorando, il flutto D'antichissimi pianti….
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Ancor non era Nata in quei giorni, o verde Chiaravalle, Nel dolente pensier d'un cenobita Quest'abbazia, che in mezzo ai prati erompe Gotica mole e par fatto di pietra Malinconico sogno.
O Chiaravalle, Quante migrar dalle tue chiostre al cielo Consolate colombe e quante ancora Vorrian fermar nelle tue nicchie brune Una pace che fugge! A stento il nido Nelle rovine tue nasconde il picchio, A cui lacera il cor spesso il rimbombo Del cacciator malvagio; e l'ombre stesse Del padri incappucciati (s'egli è vero Che si adunino a notte in mezzo al coro, Quando la luna luccica inquieta A turbare il gran sonno degli avelli) L'ombre dei padri esterefatte balzano Al reo fischiar della macchina nera, Che solca l'orto del convento e versa Bave di foco ed aliti d'inferno Sulla mesta Certosa. O Chiaravalle, Alle tue mura già scende l'insulto Della vita che rugge e che trascina Gli stridenti bisogni. Indarno all'urto Potran dei vivi reggere le antiche Mal sorrette dai santi absidi tue All'incalzar del tempo. Alla cresciuta Prole d'Adamo è scarsa aiola il mondo, Sì che ogni valle ne trabocca e ingombra È d'ogni solitudine l'asilo.
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Questi pochi che ancor restano a noi Viottoli deserti assai più cari Ci sian, fratelli, e per le ombrose vôlte Andiam recando i desideri e i sogni Cari agli dei, che il grosso volgo ignora.