PARTE SECONDA.
Reading edition
I.
La vita del marchese e della marchesa d’Astorre cambiò poco nei due anni che seguirono. Massimo non si pentì mai di ciò che aveva fatto, d’essersi ammogliato in apparenza, alli occhi del mondo. Salvato da qualunque tentazione di matrimonio, e sempre completamente libero, divertendosi della curiosità ch’eccitava, contento di sapere Elisa tranquilla e di vederla invidiata, lusingato nel suo amor proprio e nel suo permanente desiderio di stupire la folla, aveva al tempo stesso la coscienza di aver compito una bella e buona azione, rarissima. Anche da lontano, godeva della felicità materiale d’Elisa, ch’era opera sua, di lui; e l’affetto che le aveva dedicato gli procurava una intima soddisfazione. Era un’amicizia che gli avrebbe permesso di restare dieci anni senza vederla, ma per la quale egli non la poteva dimenticare, una intimità che si rinnovellava sempre dopo ogni lunga assenza, e che lo spingeva a parlarle con l’abbandono che si prova con un vecchio compagno. Sì, benchè l’amicizia sia pur possibile tra un uomo e una donna, Elisa era per lui ancor più un amico che un’amica. Come sarebbero rimasti stupefatti se avessero potuto sapere la verità, quelli che lo credevano innamorato di sua moglie! S’egli per caso si ricordava ch’Elisa era una donna, il suo “amico„ si trasformava allora in una sorella, ed ecco tutto.
Massimo rimase assente a lungo, a Parigi e a Londra; poi fece parte di una missione straordinaria diplomatica in Svezia; come sempre, fu assai osservato dappertutto, seducendo i conoscitori col gusto raffinato del suo lusso, divertendo tutti con la sua conversazione scintillante e con i suoi atti talora più paradossali ancora dei suoi discorsi, con la sua animazione e con la sua freddezza, con la sicurezza delle sue mosse e con il suo atteggiamento noncurante. Ebbe con una giovane ereditiera inglese un romanzetto di cui si ciarlò assai, e che aveva un lato drammatico e un lato comico. Due volte si guastò con la Kautzler e rifece la pace. Guadagnò ora moltissimo al giuoco — lui che altre volte aveva tanto perduto — come inseguito da una fortuna insolente.
Tuttavia egli si annoiava spesso. La monotonia derivava per lui dalla varietà stessa della sua esistenza, ed i mezzi ch’egli così largamente possedeva per appagarsi tutti i capricci, gli facevano più fortemente sentire la vanità della loro realizzazione. Si possono acquistare tutti i godimenti, ma è impossibile procurarsi un solo desiderio. Pensava spesso che si deve ritrovare molto più vera varietà, molto più colore in una vita apparentemente uniforme, nella quale ciascun particolare acquista un’importanza vitale, che in una vita come la sua; che forse l’interesse esiste solo nel proseguimento di uno scopo unico. Le sue antiche idee di ambizione gli tornavano allora, sentiva il peso della sua intelligenza infruttuosa ed era ripreso dalla tentazione di trarne partito e di cercare qualche parte importante da recitare.
Nel terzo anno del suo matrimonio, Massimo rimase per molti mesi senza mai farsi vedere a Firenze; mai non era stato così a lungo assente. Quando vi ritornò nello stato d’animo che si è descritto ora, giunse pieno di progetti d’ogni specie, ancora non definiti.
Durante tutto quel tempo, Elisa, dal canto suo, si era piegata sempre un poco più alle realtà della vita, mentre la società si era un poco abituata a lei. Fu amata senza speranza, fu corteggiata invano; si continuò a dire di lei il maggior bene e il maggior male; ella non si fidò mai che delle rare amicizie esperimentate e sincere. Aveva continuato a vivere in una solitudine relativa, mostrandosi assai benefica, riconoscente e rassegnata, occupata e tranquilla, ed aveva anche un pochino viaggiato. Si era un tantino mutata; al morale, aveva trovato l’equilibrio ed una quasi serenità che non aveva mai sperato poter raggiungere; al fisico, si era singolarmente abbellita. Le donne hanno talvolta come una fioritura inattesa. Trovò nelli esercizi raccomandati dai medici un tale benessere e una tal pace, una così sana e vera distrazione dai suoi pensieri, che vi si dedicò con anima. Sovente, alla mattina, montava a cavallo, e cullata dai movimenti cadenzati del nobile animale, respirando a pieni polmoni l’aria fresca che le accarezzava il viso, sentendo i suoi occhi riempirsi di luce e ammirando senza riflessione la bellezza delli alberi verdi sull’azzurro del cielo, ella si sentiva possentemente vivere, di quella buona esistenza quasi vegetale ch’è il migliore controveleno dei sentimenti morbosi. Fortificata da codesta vita regolare, igienica e facile, il suo corpo erasi magnificamente maturato, il suo colorito aveva acquistato una trasparenza e una freschezza affatto nuova, e l’espressione indelebilmente malinconica della sua fisionomia rendeva più seducente la fioritura della sua persona; il contorno rotondo del suo viso contrastava col suo sorriso rassegnato, la purezza dei suoi occhi col loro sguardo profondo.
Massimo osservò questo mutamento. Occupatissimo nei primi giorni, non ebbe tempo di pensarvi, e vide poco Elisa. Un dubbio gli attraversò la mente, però. Quale poteva essere la causa di un tale nuovo rigoglio di bellezza? Forse che una vita nuova era sorta in lei? Amava forse qualcuno? — E qui bisogna che abbiamo il coraggio di dirlo, a rischio di scandalizzare: scettico e fraterno insieme, Massimo non era geloso. E nemmeno aveva sul così detto onore coniugale le idee generalmente ammesse. E non amando Elisa, e non volendo occuparsi di lei che come amico, non era mai stato geloso in nessun modo; aveva allontanato il musicista Wurtz, solo per la paura che attristasse Elisa e forse la compromettesse senza volerlo; e la scena che termina la prima parte di questo volume, se non è stata male interpretata, avrà mostrato a qual punto egli sarebbe stato indulgente — e perfino cinico — riguardo a Elisa.
La osservò tuttavia per curiosità, e si convinse ben presto della falsità del suo dubbio. Ma guardandola non poteva persuadersi di avere davanti alli occhi la stessa donna di prima. L’aveva sempre trovata simpaticissima; ora, quasi inconsapevole, l’ammirava.
Del resto, la vedeva di rado, costretto ad andare un poco dappertutto, era ricercato assai dopo la sua lunga assenza. Vari affari lo reclamavano, e si occupava di diversi progetti ancora non ben definiti. Talvolta lo si voleva convincere a rientrare in diplomazia, e non sempre vi si mostrava mal disposto; allora gli si dimostrava che poteva aspirare a tutto.
Tale era la situazione, quando, semplicemente e senza scossa, quasi per caso, le cose cambiarono ad un tratto.
Vi fu un ballo da un vecchio diplomatico austriaco in ritiro, ma la cui influenza politica era ancora grande, una festa magnifica, avente al tempo stesso un carattere ufficiale. Un’ora del mattino scoccava già, quando Massimo — sempre in ritardo come d’abitudine — salì lo scalone tutto coperto di fiori del sontuoso palazzo dove il barone di K. aveva da poco preso la sua dimora. Elisa, rimasta tutto il giorno nella incertezza, aveva finito col dichiarare che non sarebbe andata. Come al solito, molti sguardi si voltarono verso l’uscio per il quale d’Astorre fece il suo ingresso, nel bel mezzo dell’animazione della sala da ballo. Ad onta della sua estrema amabilità e della modestia voluta del suo atteggiamento, egli imponeva. Avanzava frammezzo ai gruppi, lentamente, portando molto elegantemente i numerosi ordini che coprivano il suo abito, sorridendo e cercando di farsi strada per giungere fino al padrone di casa che lo aveva visto e gli veniva incontro. Il barone discorse abbastanza lungamente con lui, poi furono separati dalla formazione di una contradanza. Massimo continuò il suo giro dell’appartamento fermato ad ogni istante, costretto talvolta a ritornare sul suoi passi, sempre osservato e avendo sempre l’aria di non accorgersene punto. Nella sala del buffet, si sentì toccare il braccio; era lady Thompson che volle assolutamente presentarlo, al passaggio, ad una napoletana, bellissima, arrivata di fresco, e della quale già si parlava assai.
— Come la trovate? — gli chiese un giovinotto che aspettava per parlargli il momento in cui lascerebbe quelle signore. — È la bellezza del momento.
— Mediocre, mio caro; non c’è una sola vera donna, qui, stasera. Me ne vado a fumare.
Ma, mentre si avviava verso l’estremità dell’appartamento, attraversando una sala quasi vuota, dovette fermarsi. Una donna che non riconobbe, vedendole solo la schiena, attirò la sua attenzione. Si voltò due volte per ammirare la sua grazia, la sua sveltezza unita alla imponenza, le sue magnifiche spalle, e l’acconciatura caratteristica.
La sala da fumare era piena di gente e vi si cicalava rumorosamente. Massimo n’ebbe subito abbastanza; gettò la sigaretta e ritornò nella sala da ballo. Entrandovi incontrò la contessa Goffredi che gli disse ch’Elisa lo cercava.
— Ma come! È qui?
— Già; l’ho decisa io verso le undici, e siamo venute insieme. Ma, eccola, la vedete, là, che entra a braccio del generale.
— Dove?
— Là in fondo. Andate ad incontrarla.
La marchesa d’Astorre s’avanzava lentamente, dando il braccio ad un vecchio in uniforme e per lei succedeva una specie di ondulazione nella folla, poichè tutti si spingevano per vederla o si scostavano con ammirazione per lasciarla passare. Mai il cambiamento accaduto in lei era apparso così visibile, mai il nuovo carattere della sua bellezza si era tanto accentuato. Il suo aspetto eccitava la curiosità, poichè, per uno di quei casi che succedono talvolta alle donne le più oneste, aveva combinato quasi inconsciamente una di quelle toilettes provocanti che obbligano, in un ballo, gli uomini a parlarsi piano, all’orecchio, mentre le donne, con un sorriso maligno, lanciano le loro osservazioni le più acerbe e le meno sincere. In Italia la moda delle vesti collantes cominciava appena appena in quel momento, e mentre le altre sfoggiavano ancora delle sottane un po’ rigonfie di stoffe leggiere coperte di nodi e di cianciafruscole, Elisa, un po’ vergognosa del troppo grande successo della sua toilette parigina, era serrata come in un fodero semplice di un raso rosa pallidissimo, con una corazza assai lunga e stretta, e di cui solo la coda era ricoperta d’una massa di trine e di fiori. Dalla sua vita sottilissima, s’allargava un busto maestoso che pareva affatto nuovo e fatto per l’occasione, e delle spalle meravigliosamente rotonde e candide e un collo d’una rara purezza di linee, senza nessuna gemma. L’acconciatura della testa ne mostrava la forma, e da una folta massa di capelli serrati sulla nuca, folleggiava qualche piccola ciocca. In un atteggiamento modesto e lievemente imbarazzato, ma camminando sicura, ella s’avanzava sempre, gettando talvolta, nel passare davanti ad uno specchio, uno sguardo lungo de’ suoi occhi azzurri, come per ben riconoscere sè stessa. D’un pallore sano, il suo viso si armonizzava singolarmente con la tinta del vestito, il cui taglio ardito contrastava invece con la serietà della sua fisonomia e con la mestizia del suo sorriso. Uno scultore non avrebbe forse troppo ammirato quel genere di vestito, che affilando ed allungando troppo la vita, marcando troppo le forme, sembra voler correggere l’esemplare della donna dato da Dio, ma avrebbe certo lodato le braccia alle quali i lunghi guanti nulla toglievano della loro classica bellezza. V’era folla intorno al quadrato dove stava Elisa, e il suo cavaliere non le poteva quasi parlare, perchè ad ogni momento qualcuno si avvicinava per mormorarle una frase. Evidentemente non si vedeva che lei, e mai era stata tanto circondata. Massimo comprendeva ciò più che non si sarebbe creduto, poichè, chi avrebbe indovinato ch’era d’improvviso, lui pure, sotto il fàscino?
Alla fine della quadriglia, Elisa lo vide, e venne a sedersi presso a lui, raccontandogli come lo avesse cercato inutilmente fino allora. Mentr’essa parlava, Massimo, con gli occhi bassi, ascoltava invece ciò che gli diceva una breve scarpina di seta rosa che oltrepassava l’orlo della veste. Poi rialzò il capo, e ammirando Elisa da vicino e in ogni particolare, non poteva rimettersi del tutto dalla prima sorpresa che gli aveva cagionata l’apparizione di lei.
— Non mi piace questo vestito, — soggiunse lei. — Mi si guarda troppo. E voi, come mi trovate?
— Tanto bella che non vi ho riconosciuta.
— Grazie per il complimento, — rispose ridendo.
Ma lui non sorrideva nemmeno. La guardava serio, con uno sguardo freddo, fissamente e in un modo che la seccava un poco. Parlarono ancora di cose indifferenti; poi vi fu un silenzio. Il viso di Massimo si oscurava. Silenzioso, non sembrava volesse muoversi. Lei non ardiva alzarsi. L’orchestra attaccò un valzer. Essi stavano vicinissimi all’uscio per il quale passavano le coppie. Elisa lasciò ancora cadere una parola di tempo in tempo, alla quale Massimo non rispondeva più; era ingolfato in una meditazione piena di sogni dalla quale non fu risvegliato che dal silenzio dell’orchestra, quando il valzer cessò. Girando gli occhi intorno, non si sentì come al solito. Gli pareva che lo si osservasse, e che si osservasse Elisa vicina a lui. Pensando che si doveva trovar strano di vederlo così, presso “sua moglie„, lasciò sfuggire un lieve scoppio di riso, e come Elisa gliene chiedeva il perchè, le rispose un po’ brutalmente per la prima volta. Elisa che si sentiva nervosa in quel momento, ne fu assai sorpresa, e un po’ offesa, più che non lo sarebbe stata in qualunque altra occasione. Era lei che adesso osservava lui; e sempre non osava alzarsi. Massimo, punto di mira di molti sguardi, si sentiva leggermente ridicolo.
— Ebbene, — disse alfine, — non vi muovete dunque più? non ballate? non andate al buffet?
Ella rispose molto dolcemente:
— Avevo promesso alla contessa che sarei andata a cena con lei e i suoi amici. Ma sono un poco stanca e non ne ho voglia; la carrozza è già venuta.... preferirei quasi andarmene a casa.
— Andiamo allora! Ne ho abbastanza anch’io di questo ballo. Vi accompagnerò.
Elisa si alzò senza nulla aggiungere.
— Venite da questa parte. Conosco l’appartamento. Di qua è più corto.
E, attraversando una serra deserta, infilarono un corridoio di disimpegno, e si trovarono subito in anticamera. Ma dalla prima sala d’ingresso, molte persone allungarono il collo per vedere la marchesa d’Astorre a braccio di suo marito.
Elisa, un po’ attristata, chinava il capo, mentre Massimo respirava il profumo speciale che emanava da lei, e sentiva la rotondità del suo braccio sul suo.
L’aiutò a ben coprirsi, e discesero soli lo scalone. A metà v’era un grandissimo specchio incorniciato da alti arbusti. Vi si videro insieme. Era una bella coppia che si rifletteva in quello specchio.
Abbasso, il guardaporta fece avanzare il coupé. Elisa vi salì, e Massimo rimase un minuto con un piede già nella carrozza, mentre il servitore vi arrampicava a cassetto. Ma d’un tratto cambiando idea, si ritirò, chiuse, sbattendola violentemente, la portiera e fece cenno al cocchiere di partire.
Poi accese un sigaro e se ne andò a piedi.
Tre giorni passarono senza ch’Elisa rivedesse Massimo. Durante codesto tempo riflesse molto sulla strana condotta di lui. Poi lo ritrovò tal quale lo aveva sempre conosciuto. Solamente egli la osservava come lei lo studiava.
L’impressione che la festa da ballo del diplomatico austriaco lasciò nello spirito di Massimo fu più forte e durò più a lungo di quello ch’egli avrebbe creduto. Elisa si era rivelata a lui sotto una luce nuova, e codesto viveur aveva sentito bruscamente sorgere in lui per quella donna, che alli occhi di tutti era sua moglie, uno di quei violenti capricci d’uomo annoiato che possono condurre assai lontano. Per un caso che sembrava una malizia della sorte, la nuova bellezza d’Elisa era precisamente la bellezza che Massimo gustava a quel preciso momento della sua vita. Di più, credette accorgersi che la conosceva male, e che molti lati di codesta donna, senza alcun dubbio superiore, gli erano tuttora nascosti; ed allora, alla sua nuova ammirazione, si unì una viva curiosità. Gli pareva che vi fossero ora due donne in lei: l’antica ch’egli amava ancora d’una affettuosa amicizia, e la nuova che lo turbava. Per questa non aveva che un capriccio, al quale, a momenti, soffriva di dover resistere; ma quando vedeva solo l’altra non poteva considerarla che come una sorella adottiva. Tuttavia scompariva ciò che v’era stato fino allora di paterno nei suoi sentimenti. Aveva sempre considerato Elisa come una persona differente assai da lui; moralmente superiore, ma inferiore sotto altri aspetti; l’aveva trattata un po’ come si tratta un ragazzo; e ciò era naturale, dacchè sulle prime era stato spinto verso di lei da un istinto di protezione.... Adesso, ciò non gli era più possibile. La sentiva sua eguale.
Il marchese d’Astorre divenne timido. Un desiderio lo ringiovaniva, e per la prima volta in vita sua, scorgeva ostacoli insormontabili al compimento del suo desiderio. Si sarà già compreso ch’egli aveva una probità sua particolare, codesto uomo senza principii che disprezzava tante idee ammesse; e secondo le sue idee speciali, la situazione era estremamente delicata. Se si avesse potuto leggere i suoi pensieri, si sarebbe rimasti assai sorpresi, e forse alcuni lo avrebbero trovato ridicolo. Perchè non gli era stata accordata la fortuna d’aver un capriccio per qualunque altra donna?
Fosse stata una regina, egli si sarebbe gettato con gioia, a capo fitto, nell’avventura, attraverso tutte le difficoltà e tutti i pericoli; mentre invece davanti ad Elisa pensava piuttosto a fuggire. Esaminava però freddamente la propria posizione, con la sicurezza di vendetta che non gli mancava mai.
Riflesse al passato ed al presente d’Elisa, come non lo aveva mai fatto fino allora. E una mattina ch’egli l’accompagnava a cavallo, ammirando la sua bellezza completata, il suo profilo che faceva sognare, la profondità azzurra de’ suoi grandi occhi distratti, tutto il fascino spirituale del suo viso e la squisita eleganza delle mosse, pensò tutt’ad un tratto all’avvenire di lei; pensò che forse quella donna giovine s’ingannava credendo la propria vita finita, e per qualche istante si sentì geloso di un futuro improbabile. Era una mattina deliziosamente fresca e primaverile; tutto un concerto di uccelli nascosti scoppiava in note perlate nella tenera verdura delli alberi; le zampe dei cavalli risuonavano piacevolmente sul suolo appena umido; ci si sentiva invasi da qualcosa di sanamente voluttuoso che impediva di parlare, e Massimo osservava talvolta qualche passeggiatore mattutino che gettava loro uno sguardo d’invidia.
— Sapete Elisa, — disse bruscamente, mettendo il suo cavallo al passo, — che mi è stato offerto il posto di ministro a Washington?
— Davvero! Ma certo non accettereste d’andar tanto lontano!
— Confesso che sono indeciso.
Lo guardò assai stupita.
— Sì, sono indeciso. Da un lato, penso che dovrei interrompere tutte le mie abitudini, cominciare una vita nuova, e dico a me stesso che non ne vale la pena. Ma, da un altro lato penso che mi annoio, che molte cose non m’interessano più, non mi divertono; che un cambiamento mi farà bene, che voi non avete bisogno di me, poichè, naturalmente, non mi è mai venuta l’idea che mi accompagnereste laggiù, e non lo vorrei, e che.... E poi, vedete, sono forse ambizioso! Questa offerta è lusinghiera assai.... Pensate un po’, ho lasciato la carriera essendo solo segretario, ed ecco che d’un tratto verrei nominato ministro. Poi mi si assicura che non rimarrei un pezzo in America, e che dopo potrei scegliermi un posto di ambasciatore in Europa. Confessate che la tentazione c’è.
— Lo dite con un accento che smentisce le parole, e temo poco la vostra partenza. Se ardissi, aggiungerei anche che non credo troppo alla vostra ambizione.
Massimo la guardava. Aveva pronunciate quelle parole gaiamente abbastanza, ma osservò un certo lievissimo turbamento nella fisionomia di lei. Elisa comprendeva. Ad onta del suo fare sicuro, si sentiva a disagio. L’imbarazzo ch’ella aveva sempre provato davanti a Massimo, diventava diverso e più penoso, sebbene sapesse meglio celarlo.
Senza tradirsi altrimenti che con alcune gentilezze previdenti, Massimo passava ora tutto il tempo che poteva presso Elisa. Restava per lunghe ore a discorrere con lei, perdendosi talvolta in certe dissertazioni a perdita di vista, come non lo aveva mai fatto prima. Ma gli accadeva di fermarsi di botto, accorgendosi di non poter continuare. Non sapeva più parlare di certe cose sulle quali prima si esprimeva anche troppo liberamente. Dopo d’averla per tanto tempo trattata en garçon, si sentiva preso da insoliti pudori, e temeva ad ogni istante di scandalizzarla, di offenderla nelle sue delicatezze femminili. La purezza che riflettevano gli occhi di lei lo imbarazzava. Ed allo stesso tempo ella lo sorprendeva con la giustezza di certe sue opinioni, con qualche parola inattesa e profonda. La intelligenza di lei doveva essersi singolarmente maturata col resto, nelle meditazioni della sua vita tranquillizzata.
E come mai aveva saputo perfezionare il suo gusto al punto di renderlo impeccabile, e porre in tutto quanto portava ed in tutto ciò che la circondava una nota di originalità, tanto più difficile a imitarsi ch’essa pareva più di discreto? Aveva acquistato un vantaggio immenso su tutte le donne, quello di non rassomigliare ad alcuna. Forse n’era la causa la sua posizione tanto diversa da tutte le altre.
Massimo pensava talvolta seriamente davvero ad allontanarsi, accettando il posto che gli si offriva. Ad onta dei mutamenti esteriori, della nuova bellezza d’Elisa, egli la sapeva irremissibilmente fedele al passato. Per di più non poteva avere per lui, in ogni modo, che dei sentimenti di stima e di riconoscenza, egli se ne avvedeva bene. Non le ispirava nessuna confidenza sorta dal cuore, la simpatia d’Elisa per lui era una simpatia di ragione e non d’istinto, l’imbarazzo, la tema ed il vago malessere che sempre aveva provato davanti a lui, esistevano tuttora ed aumenterebbero certo s’egli cambiasse di attitudine in faccia a lei. Ella aveva saputo ricambiare con una franca affezione la generosa amicizia di lui; non potrebbe avere dell’odio per il suo amore?
Ed egli non s’ingannava del tutto. Quando Elisa ebbe tutto indovinato, un fremito la colse da capo a piedi. L’avvenire che fino allora si stendeva alli occhi suoi simile ad un lungo viale fresco ed uniforme, le apparve pieno di pericoli. Molte volte aveva pensato ai rischi inerenti alla sua posizione stessa; mai non aveva previsto quanto accadeva.
Massimo diceva a sè stesso che codesto capriccio per sua “moglie„ sebbene assai forte, rassomigliava a vari altri capricci, che avevano poco durato e che svanirebbe esso pure. Decise dunque che sarebbe assurdo l’abbandonarvisi; tuttavia, mentre tutto ciò che ancora pochi giorni prima lo interessava a Firenze, non gli offriva più la minima distrazione, non poteva a meno di rimanere vicino ad Elisa.
Gli sembrava ch’ella lo sfuggisse un poco; trovava dei pretesti per uscire quando egli mostrava di non voler andarsene. Nei loro lunghi tête-à-tête ella dirigeva la conversazione con molta abilità e non senza una certa quale fatica appena visibile. Evidentemente temeva i silenzi.
Il posto di Washington non poteva essere ufficialmente offerto a d’Astorre che fra tre mesi. Non si sentì capace di rimaner fino a quell’epoca. Una sera decise ch’era meglio partire subito. Lasciò intendere che probabilmente finirebbe con l’accettare d’andare in America, e che intanto doveva andare a Milano e forse ritornare a Parigi. Quando annunciò codesta risoluzione ad Elisa, essa sembrò, come al solito, trovare la sua partenza naturalissima. Egli ne fu un tantino ferito, lui, che poche settimane prima, sarebbe stato stupito dalla più piccola osservazione da parte di lei. Tuttavia, mentre le chiese ancora una volta il suo parere riguardo a Washington, ella ne lo sconsigliò. Sebbene un poco imbarazzata, fu con lui affettuosa come lo era sempre, mentre lui, la sua decisione una volta presa, ritrovò tutta la sua sicurezza, e si mostrò tal quale voleva essere fino all’ultimo mattino che passò con lei.
Avevano fatto colazione insieme discorrendo di cose indifferenti. Si avvertì Massimo che la carrozza era pronta. Si alzò e dicendo addio ad Elisa seppe baciarla in fronte fraternamente, con la sua serenità abituale.
La freddezza stessa, la sua forza di volontà di lui, turbarono Elisa. Si sentì a disagio. Vi fu un lungo minuto di silenzio imbarazzante; uno di quei silenzi specialmente profondi durante i quali ne sembra quasi di vedere le parole che non pronunciamo ondeggiare indistintamente per l’aria. D’improvviso Massimo, con l’uscio già in mano, si rivolse e disse tranquillamente:
— Credo che ho ragione di partire. C’intendiamo, non è vero? Non posso precisare la durata della mia assenza, ma spero che non sarà troppo lunga. Durante questo tempo rifletterò e prenderò una decisione riguardo a Washington. Ch’essa sia negativa o affermativa, ci rivedremo. Sì, è meglio così; lo sentite voi pure. Insomma, addio, e arrivederci. — E partì, lasciando Elisa turbata.
Una specie di rimorso la colse, che credette passeggiero, e che invece andò crescendo nei suoi primi giorni di solitudine, giacchè fece in modo di vedere pochissima gente, sentendo un gran bisogno di raccogliersi. Qualcosa le gridava che aveva avuto torto, e le sembrava che le cose esterne, il cielo, lo spettacolo della vita, tutto si associasse a codesta voce. S’ella avesse chiesto l’avviso di chiunque, era sicura che si sarebbe dato ragione ad un tale sentimento, nuovo ed ancora oscuro, che si elevava, dal fondo della sua coscienza, contro tutti i motivi trovati dal suo cuore per fare come le piaceva. Diceva a sè stessa che la situazione tanto eccezionale creata dal suo apparente matrimonio con d’Astorre, era rimasta possibile tra di loro fino a quel giorno a causa del loro rispettivo modo di vivere; ma che cessava d’esserlo dal momento che uno dei due, per qualunque motivo fosse, cambiava; che la sua fedeltà eterna ed assoluta ad un assente perduto per sempre, vera al punto di vista di un’alta realtà poetica, inattaccabile secondo il suo cuore, era falsa al punto di vista pratico della vita sociale. Dal giorno in cui Massimo, a modo suo, l’amerebbe davvero, dal giorno ch’essa potrebbe diventar utile alla felicità di lui, il suo dovere non sarebbe forse di sagrificare il suo culto del passato all’uomo che aveva fatto tanto per lei, di tentare di rendergli tutto intero il nuovo affetto ch’egli le dedicava? Lui l’aveva salvata, restituita ad una vita possibile; aveva compito per lei ciò che nessuno avrebbe potuto nè saputo compiere; doveva ella adesso rifiutarsi al solo mezzo che le veniva offerto di mostrargli degnamente la sua gratitudine?
E tuttavia, appena pensava all’esistenza che dovrebbe intraprendere, se davvero Massimo lo volesse, e ch’ella credesse doversi confondere al suo volere, una tristezza affatto nuova le serrava il cuore. Sentiva qualcosa che moriva dentro all’anima sua. A certi momenti, con la forza della ragione, ciò le pareva facile; poi tutto l’essere suo si ribellava, e vedeva dinanzi a sè, non più il partito migliore cui coraggiosamente appigliarsi, ma un penoso dovere da compiere soffrendo e nascondendosi di soffrire.
Massimo scrisse semplicemente, dando sue nuove ed informandosi affettuosamente di Elisa, press’a poco nel modo solito. Ciò la tranquillizzò ed ella cominciò a sperare che nulla verrebbe mutato nella sua vita. Ma una mattina, ricevette la lettera seguente:
“Cara Elisa, non ve lo posso nascondere più a lungo; mi annoio a morte. Ho creduto passeggiero il mutamento che da qualche tempo già s’è prodotto in me, ed ora mi pare invece che debba essere definitivo. Bisogna che la mia vita prenda un altro indirizzo. Dirvi ciò che sapete già mi sembra inutile. Nella vostra qualità di donna e di donna intelligente, dovete avermi compreso assai meglio ch’io non comprenda me stesso. E lo confesso, ho sovente dei momenti in cui non comprendo affatto. Non posso più continuare a mandarvi poche frasi banali. Bisogna che io sia sincero, e che prenda una qualche decisione; ma codesta decisione la dovete prendere voi per me. Il meglio di tutto sarebbe che accettassi il posto di Washington? Se lo credete, ditemelo; poichè ho fretta di conoscere la mia sorte, e se tale è il vostro consiglio, scriverò subito al ministero. Se no, ditemi di ritornare presso di voi, ed accorrerò. Ma, — lo sapete, non è vero? senza che ve lo apprenda? — sarebbe ora per non lasciarvi. La situazione è nuova e piccante, conveniamone, poichè mi si prende per un uomo di spirito, e mi si crede vostro marito; per di più ho la riputazione di un gran furbo, ed io, antico diplomatico ed ex-viveur, non so altro che indirizzarvi scioccamente la frase seguente: Marchesa, mi permettereste di farvi la corte?
Che direbbero i miei amici se potessero rubare questa lettera alla posta? che ne penserebbe persino l’impiegato indiscreto che l’aprisse per zelo? Che ne penso io stesso scrivendola? Non lo so bene; ma ciò che so, ciò che mi stupisce, mi affascina e mi addolora nello stesso tempo è che cercando d’indovinare ciò che ne penserete, voi, il mio cuore batte come quello di uno studente di vent’anni, del tempo quando ve n’erano ancora. Sì, vi vedo da qui aprire questa lettera credendo di trovarvi le “mie notizie„, vedo il vostro occhio scorrere distrattamente le prime righe, poi restare come attaccato ad una parola; vi vedo ricominciare a leggere, incerta di aver ben compreso. Pur troppo! avete perfettamente compreso ed è la pura verità. Ma siete poi veramente sorpresa? No, nevvero? Avevate indovinato da un pezzo. Sì, mi sembra vedervi di profilo, con la vostra dolcezza serena, e cerco d’intravedere per disotto l’occhio vostro azzurro fisso sulla carta. È un sorriso che spunta all’angolo del vostro labbro? Ma forse m’inganno, ed invece impallidite.... In nome del cielo, siate sincera! che nessuna idea, nessuna paura, nessun scrupolo vi impediscano di dirmi la verità. Per non influenzarvi, ripeto che non so io stesso, che ignoro se non sia meglio ch’io parta. Meditate queste parole. Siate franca.
Se sapeste da quanto tempo desidero dirvi tutto ciò senza potermi decidere! Ho ragione di dirle finalmente? Ne dubito tuttora. Mi ero allontanato per non parlare, e non avrei forse fatto meglio serbando sempre il silenzio, che da lontano mi pesa più ancora che vicino a voi? No; questa lettera partirà ora e la leggerete presto. Ma, ancora una volta, ve ne supplico, dite la verità. Rispondete presto. Riflettete bene, ma non troppo a lungo. Lasciate parlare l’istinto; sono convinto che in questo caso le premier mouvement sarà il buono, il più vero almeno.„
················
Quando Elisa ricevette codesta lettera era nel suo gabinetto con la contessa Goffredi e il cognato di questa. Impallidì infatti leggendola. Poi, padroneggiando la sua emozione, riprese il discorso interrotto, non sapendo troppo quello che diceva, e pensò un istante a confidar loro ogni cosa e chiedere un loro consiglio. Come tutte le persone che non hanno mai parlato delle loro pene ad anima viva, provava, ad un tratto, giunta a tal punto, un imperioso bisogno di espansione. Ma non ne fece nulla, poichè nello stesso tempo che bramava parlare, ne sentiva l’impossibilità, e lasciò partire i suoi amici senza essersi tradita.
Il momento decisivo era giunto; bisognava rispondere senza ritardo. Ma il ritardo ci fu. Venti volte prese la penna, e la posò. Le ore sembravano passare con una velocità spaventosa. S’era dapprima accordata la notte per meditare, ed infatti non dormì, ma nulla era fissato nella sua mente quando fu giorno. All’indomani mattina uscì a cavallo; ma sotto alla frescura delli alberi, sussurrante all’aria aperta, ogni pensiero si arrestava nel suo cervello, e la vista dell’orizzonte la riempiva di una specie di sogno vago così ondeggiante che non poteva associare due idee.
Si rinchiuse nel suo gabinetto e là non ebbe che tristezza. Sentiva bene di non avere il diritto d’essere indecisa, e che bisognava fare ciò che credeva fosse il suo dovere. Dopo d’esserselo detto tante volte e l’averlo compreso da tanto tempo, come esitava ancora? Eppure Massimo non la pregava forse di rispondere tutta la verità? Qual’era la verità? Si accorgeva che il suo pensiero celava un sofisma. “Lo devo dunque ingannare?„ ripeteva a sè stessa, rileggendo la lettera di lui per la ventesima volta. — No, bisogna che ciò che tu devi rispondere diventi la verità, le rispondeva la coscienza.
Intanto il tempo scorreva. Tre giorni passarono. Risoluta finalmente adesso, voleva scrivere — ma non lo poteva. Diventava quasi un incubo. Pensava all’impazienza di Massimo, a tutto ciò ch’egli doveva supporre e si faceva amari rimproveri. Da tutta una giornata già egli avrebbe dovuto avere la risposta. Ella non usciva più dal suo gabinetto, non voleva vedere alcuno, provava una sofferenza affatto nuova; si diceva ammalata — e lo era.
Finalmente alla sera uscì, e rientrò quasi subito, affranta e sollevata ad un tempo. Aveva spedito un dispaccio con una sola parola: “Venite.„
II.
Era una mattina deliziosa; il mese di maggio incominciava. Alla Villa del Giglio la primavera risplendeva. Faceva fresco ancora, ma il cielo era già d’un azzurro intenso; all’orizzonte soltanto alcune sottili e lunghe nuvole bianche si stendevano, orlate al di sotto da una linea rosea. Il verde nuovissimo delli alberi appena fronzuti diventava cupo nello spessore dei boschetti. Una luce dolce ed uguale faceva risaltare i più minuti particolari dell’ammirevole paesaggio fiorentino dove lo sguardo non trovava che bellezza e non trovava limiti. Nel giardino tutto fioriva, ed il prato davanti alla casa, che terminava un vasto terrazzo di marmo, era pieno di rose.
Dalle finestre del primo piano, Massimo, nascosto dietro una persiana socchiusa, guardava un viale laterale dove Elisa passeggiava pensierosa.
Egli la osservava. Era pallido e si sarebbe potuto scorgere sul suo viso quelle contrazioni involontarie che produce la sofferenza repressa in fondo al cuore. Studiava la fisonomia di sua moglie, che vedeva benissimo in volto, e quanto l’andatura di lei poteva tradire, con la fissità di sguardo dello scienziato che vuol strappare un segreto alla natura. Era lì da un’ora, inconscio dello scorrer del tempo.
Dal canto suo Elisa non sapeva d’essere osservata. Sul suo viso leggevasi l’espressione d’una di quelle tristezze alle quali vi si abbandona nella solitudine con una voluttà amara, ma che non si mostrano ad alcuno. La sua posa languente, il camminare lento ed incerto, un gesto che le sfuggiva talvolta, tutto dimostrava ch’essa si credeva solissima.
Tre volte di seguito Massimo fece una mossa come per lasciare la finestra e scendere nel giardino, ma tre volte mutò avviso e riprese la sua immobilità.
Rifletteva e sognava. Pensava a tutto quanto era successo dopo il suo ritorno, alla conquista di sua moglie, che la vigilia ancora credeva del tutto compita, e di cui adesso dubitava di nuovo, senza che nessun avvenimento importante fosse accaduto per far cambiare le cose, nè scemare le sue speranze di un felice avvenire, le quali erano quasi svanite davanti ad uno sguardo involontario d’Elisa, e solo per quello.
Da un mese la luna di miele era sorta per lui all’orizzonte, dopo tre anni di matrimonio apparente. Incredulo dapprima alla propria felicità, nel mentre stesso che l’assaporava, aveva poi dovuto convincersene; di giorno in giorno aveva sentito tale felicità farsi più vera, più possibile; d’ora in ora il sorriso di Elisa gli era sembrato più sincero. Frattanto però aveva conosciuto il crudele alternarsi del dubbio e della sicurezza, e dal giorno prima, tutti i sospetti già antichi avevano saputo più che mai penetrargli nel cuore per roderlo. Che cosa era dunque successo? Quasi nulla.
Il giorno innanzi era andato a Firenze per affari, molto seccato di dovervi rimanere quarant’otto ore. Giammai Elisa gli era apparsa più adorabile che nel lasciarla, e in città la rivedeva sempre, in piedi sul terrazzo, vestita di chiaro, appoggiando una mano alla massiccia balaustra, e con l’altra mandandogli un bacio, mentre la carrozza s’allontanava. Per un concorso non sperato di circostanze, potè in poche ore vedere tutte le persone di cui abbisognava, e sbrigare ogni cosa. Allegro al pari di uno scolaro che trova la scuola chiusa, era ritornato la sera stessa alla villa; ma per la strada, certi importuni presentimenti che lo avevano agitato nella giornata, lo tormentarono e divennero insopportabili. Vari particolari gli ritornavano alla mente per turbarlo: un motto, un atteggiamento d’Elisa, uno sguardo sorpreso; una risposta, di certo innocente, ma dalla quale era stato offeso, la momentanea freddezza di lei, le sue rinascenti malinconie — ed il demonio del dubbio s’era impossessato di lui. Tutte le paure che lo avevano assalito nei giorni precedenti fecero di lui la loro preda. Diventato nervoso all’eccesso, come lo si è sempre quando si entra in una nuova fase della vita, la sua imaginazione si accendeva facilmente, volendo negare a sè stesso il proprio soffrire, ma essendo in realtà in uno de’ suoi peggiori momenti, fu in una pessima disposizione di spirito e in uno stato quasi morboso, che senza essere annunciato, entrò sulla punta dei piedi nel gabinetto dalla tappezzeria chinese nel quale Elisa stava spesso alla sera. Vi era infatti, sola, immobile, disoccupata, seduta sopra una sedia davanti a un gran tavolo al quale appoggiava i gomiti, con le due mani sostenendosi il mento e guardando fissamente i disegni del paralume posto sulla lucerna.
Massimo, invece di andare fin presso a lei senza far rumore, per sorprenderla, come ne aveva l’intenzione, si era fermato sulla soglia, non osando più avanzare. Ciò che i suoi occhi, troppo abituati a leggere sulla fronte delle donne, trovarono sul viso d’Elisa tanto tristamente assorta nella solitudine, gli cagionò un acuto dolore. La sua memoria evocò il ricordo dell’atteggiamento disperato di lei quando l’aveva sorpresa piangente nel salottino di fondo, alla villa Arombelli. Essa non piangeva più, adesso, ma il suo sguardo era ancora quello d’allora, e la rigidità della sua posa poteva rivelare uno sforzo altrettanto penoso quanto l’angoscia l’aveva altre volte, allora, prostrata singhiozzante su quel canapè dove s’era buttata, stremata di forze. Questa volta, ora, non si muoveva più che se fosse stata di marmo, e per uno spazio di tempo del quale Massimo non avrebbe saputo precisare la durata, egli rimase, trattenendo il respiro, a guardarla. E gli sembrò sentire tutti i suoi presentimenti verificarsi, e gli apparve chiaro d’essersi illuso credendosi amato; tutte le diffidenze che aveva prima vinte, ritornarono in lui, e nervosamente scosso, si sentì invadere da un dolore quasi fisico e dalla certezza che sarebbe infelice per sempre.
Ecco tutto. Bisognava che Massimo fosse assai cambiato, per lasciarsi tanto fortemente turbare da così poco. Ma bisogna rammentarsi ch’egli aveva realizzato il suo sogno senza poter quasi credere alla sua felicità, e che il più lieve avvenimento bastava per ripiombarlo nello scetticismo. Sapeva d’altronde che nessuna parola può essere tanto sincera quanto lo sguardo di una persona che si crede sola e non sa d’esser vista. Il capriccio violento che d’improvviso aveva risentito per Elisa, quel capriccio nato in una notte di ballo e al quale aveva inutilmente tentato di resistere, si era a poco a poco trasformato in amore. Quando si era assentato prima di scrivere la lettera che aveva tanto turbato Elisa, aveva confusamente sentito che al desiderio che lo spingeva verso di colei che da tanto tempo era chiamata sua moglie, si mescolava un sentimento più profondo. Non bisogna stupirsene. Poichè non si deve dimenticarlo, a questa donna di cui la nuova bellezza lo aveva abbagliato, e quando non se lo aspettava punto, egli voleva già bene, fraternamente, prima, e di codesta mescolanza della brama inconsciente e d’una sincera amicizia, che cosa poteva nascere, se non l’amore, ch’è la tenerezza dell’anima unita al tumulto dei sensi?
Quella timidezza che s’era impadronita di lui davanti ad Elisa, vista sotto al nuovo aspetto, persisteva tuttora. Quando, richiamato, era giunto alla Villa del Giglio, dove, dietro sua preghiera, Elisa era andata ad aspettarlo, egli affettava una sicurezza calma che non possedeva più. Tuttavia ritrovò tutta la sua forza. Sentì che una sola mossa sbagliata, che il minimo fallo poteva far perdere la partita, e ritrovò la certezza del suo colpo d’occhio, tutta la sua scienza e tutto il suo fascino.
Se, per conquistare a poco a poco il cuore di una donna, per accendere in lei una fiamma che non possa spegnersi che per colpa nostra, e per conservarla sempre viva, non basta la bellezza e l’intelligenza, se bisogna perciò sapere tutto quanto non si può imparare in nessun libro, se in una parola l’amore è un’arte; Massimo fu artista quanto è possibile di esserlo. Aveva molta esperienza, ma ebbe abbastanza genio per comprendere subito che non bisognava servirsene, che la sua esperienza gli farebbe perdere la partita o lo svierebbe, e fu abile e forte al punto di dimenticare tutto ciò che sapeva e d’indovinare tutto ciò che ignorava. Elisa non rassomigliava ad alcuna delle donne ch’egli aveva conosciuto; là era la seduzione sua; là pure stava l’ostacolo. Cominciò col farle quasi timidamente la corte, con tutte le delicatezze che il suo tatto gli suggeriva, ma fu perfetto, non solo a motivo del suo squisito istinto e della sua innata eleganza, ma anche, bisogna dirlo, per prudenza. Avanzava con mille cautele, a guisa di un esploratore in paese sconosciuto, sorpreso lui stesso della sua timidità da scolaro e dei suoi dubbi da vecchio. Lo sguardo suo diceva ciò ch’egli voleva fargli dire, il suo volto sembrava di marmo animato, ma un tormento si nascondeva in fondo a lui.
Conosceva le donne — ne aveva per lo meno conosciute un gran numero. Era giunto, non già a non credere più a nulla, ma a credere a tutto — il che vuol dire che le sapeva capaci di tutte le nequizie, di tutti i vizi, di tutte le abbiezioni, ma anche delle devozioni più complete e dei maggiori sacrifici. Aveva intraveduto codesta verità, che quasi tutte hanno nella loro vita un giorno di disinteresse assoluto, nel quale si danno senza sottintesi e dimenticando ogni cosa, mentre un uomo calcola quasi sempre, anche in piena passione. Tuttavia, mentre le stimava capaci di tutto indovinare per mezzo delle sensazioni, le credeva intellettualmente inferiori e non suscettibili di comprendere mai una idea astratta. Aveva conosciuto delle donne virtuose per principio, per religione, o per orgoglio solamente e per un alto sentimento del dovere; delle grandi signore, in altissima posizione, sagrificanti tutto ad un uomo indegno; delle fanciulle ch’erano morte senza confidare il segreto del loro cuore; delle artiste appassionate per l’arte loro e che vi avevano rinunciato per amore; delle cortigiane, che dopo d’essersi immerse nel fango di tutte le turpitudini, avevano avuto il loro giorno di eroismo. Sempre aveva incontrato delle nature imperfette, illogiche, impetuose nel bene e nel male, cedenti il più delle volte ad un impulso inconsciente; in tutte aveva trovato un lato misterioso; e là si era fermato, troppo incurante per tentare di approfondire.
Ma, per lui, le donne si dividevano innanzi tutto in due grandi categorie: le savie e le pazze. L’innocenza di alcune vere fanciulle gli era talora sembrata incantevole, e spesso si era sentito pieno di rispetto davanti ad alcune donne di cui era stato costretto ad ammirare la virtù. Le altre, le appassionate, le cercatrici, le corrotte, le aveva tutte amate a modo suo. Della sua relazione con lady Jane S., ch’egli aveva rapita nel modo che raccontammo, aveva conservato lungamente il ricordo; poichè essa era talmente donna, che v’era in lei un po’ di tutte le donne, sebbene fosse allo stesso tempo unica nel suo genere. E si ricordava la duchessa di Monteverde — una vera italiana, nel senso che i forestieri attribuiscono a questa parola — e della quale meglio di alcun altro egli aveva potuto apprezzare la meravigliosa bellezza, poichè, per il primo, domò quella indomita, e venti altre, di cui l’amore differiva quanto le figure, e le cui capigliature brune, bionde o fulve, e li sguardi ardenti o profondi, narravano per ciascuna una storia diversa.
Ma non aveva mai incontrato una donna che come Elisa avesse amato veramente e semplicemente, e che incapace di oblio, fosse restata senza sforzo fedele ad un assente perduto per sempre; una donna dotata allo stesso tempo d’un supremo buon senso, d’una giustezza di vedute sorprendente, d’una facoltà rara divinatrice di quanto non poteva comprendere, virtuosa, naturalmente anzichè per principii, che camminava sempre sulla linea che si era tracciata, non avendo però alcun pregiudizio; inflessibile senza rigidezza e senza che nè l’orgoglio, nè una fede profonda, nè le paure del mondo, fossero la causa della sua virtù, incapace di fallire ed indulgente per gli altri; una donna pura senza essere innocente, non credendo a nessuna convenzionalità e avente però dubitato delle leggi sociali, ma che andava sempre dove la sua coscienza la conduceva, intelligente, senza che la testa potesse mai smentire il cuore.
Ed il dubbio gli era venuto allora di non saper forse nulla in fatto di donne, ed assai poco in fatto di amore. E felice, sedotto e quasi pauroso del suo successo, vedeva Elisa mostrarsi più amante di quello che avesse osato sperarlo. Ma dopo d’averla sorpresa assorta in quella meditazione dolorosa del giorno innanzi e aver lungamente studiato la sua vera fisionomia senza essere visto, una luce s’era fatta in lui ad un tratto, e aveva compreso ch’ella lo amava per dovere, per riconoscenza, ma che, con l’amarlo, compiva un sagrificio.
Abbasso, nel giorno, Elisa pure s’inabissava nelle sue riflessioni. Aveva saputo che Massimo, ritornato la sera prima verso le dieci, si era ritirato senza lasciarsi vedere. Sebbene avvezza alle sue piccole eccentricità, si perdeva in congetture. La inquietudine persistente le faceva quasi dimenticare la sua triste meditazione del giorno prima, uno di quei ritorni verso il morto passato che, dopo il grande cambiamento sopravvenuto nella sua vita, l’avevano spesso assalita e ch’ella combatteva con tutte le sue forze. Durante i famosi tre giorni di lotta interna, dopo ricevuta la lettera di Massimo, aveva creduto d’aver dato gli ultimi pensieri al suo passato, ma dacchè era entrata in una vita nuova (avvenimento strano al quale era forza sottomettersi, ma che talvolta le sembrava ancora quasi incredibile), mentre sentiva che voleva amare Massimo e che vi riescirebbe, aveva però di tempo in tempo delle ribellioni che non poteva padroneggiare. E però, ad onta di tutto quanto, riflettendovi, si applaudiva della sua decisione, poichè vedeva che Massimo l’amava, e riconoscendo in lui delle qualità sconosciute, sentiva ch’ella si doveva a lui!
— È precisamente ciò che ammiro in lei, ch’è causa ch’ella non mi può amare. Appartiene tutta intera alle sue memorie, e non è mia che per dovere. Come posso sperare io, la cui vita sregolata è stata per lei motivo di scandalo, per il quale essa ha certo più affetto che stima, come posso io sperare di farle dimenticare l’amore di tutta la sua vita, giacchè il tempo non ha saputo darle l’oblio, nè il mondo distrarla?
Così dicevasi Massimo, ed attraverso la persiana socchiusa, i pensieri che credeva leggere sul viso di sua moglie, confermavano le sue paure.
Finalmente discese, e s’avvicinò a lei.
Elisa sorrise al vederlo, gli corse incontro e gli chiese, non senza un certo imbarazzo, perchè non s’era mostrato il giorno prima.
— Ero stanco, — rispose.
Ella si volse verso di lui, con un’aria incredula e disse dolcemente:
— M’è rincresciuto assai e ne sono stata un po’ inquieta; tanto meglio se la stanchezza n’era la sola ragione. Ma non lo credo. Ed avreste ben torto di non dirmi tutto.
Dopo un silenzio di qualche minuto, Massimo disse bruscamente:
— Volete proprio saperlo?
— Sì, lo voglio.
— Ebbene! è perchè vi ho osservata a vostra insaputa, ieri sera, e che, separati com’eravamo da una diecina di passi, i vostri pensieri erano tuttavia tanto lontani che io non avrei potuto attraversare la distanza per giungere sino a voi.
Lo guardò stupita, ma, subitamente, comprese tutto, nel modo stesso che in una notte buia il paesaggio si svela ai nostri occhi per un secondo, ai brillare d’un lampo.
— Ascoltate, Elisa, — continuò lui; — non ho dormito un istante dopo di avervi veduto ieri, e ho molto pensato. Ebbene, sapete, in una parola, il risultato delle mie riflessioni? È che ho avuto torto di ritornare e che avrei fatto meglio d’accettare il posto in America.
Elisa gli prese ambo le mani ed esclamò:
— Vi giuro che avete torto di pensarlo!
Egli baciò quelle mani ch’erano nelle sue, e le disse “Grazie!„ poi si arrestò, poichè l’accento col quale lei gli aveva detto quelle parole l’aveva commosso, e già turbato. Però riprese:
— Sì, lo so, volete amarmi; ma non è forse soltanto per un’idea di dovere? Non sareste stata più felice, più calma almeno, se avessi continuato a non avere per voi che una semplice amicizia? Non avrei fatto meglio nascondendovi i miei nuovi sentimenti? Come quando vi ho fatto la mia strana proposta di matrimonio, là da mia zia, non preferite ancora adesso la pace, la solitudine a tutto?
— Massimo....
— E per me, non sarebbe stato meglio se avessi ucciso il mio amore dentro di me prima che ingigantisse? Ora soffrirò atrocemente. Ma siamo ancora in tempo. Partirò. Ritornerò quando potrò di nuovo rivedervi come una sorella.
— Massimo, lasciatemi parlare. E prima, una sola domanda: non ho io il diritto di pretendere che mi crediate?
— Sì.
— Potete dubitare per un solo istante della mia sincerità? No, perchè sono sempre stata assolutamente sincera. Ebbene, credete forse che adesso, se partiste in quel modo, me ne potrei consolare? Voi che foste così buono, che comprendeste così bene le mie timidezze, rispettando perfino le mie puerilità, non capite che se ho voluto amarvi come dite, l’ho voluto per davvero; ed è ora che parli di partire, ora che comincio ad amarti....
Massimo, benchè ripetesse ancora a sè stesso tutto quanto si era detto nella notte, sentiva però già, ascoltando queste parole, le sue paure diminuire, fondere per così dire dentro di sè. Eppure alcuni particolari gli tornavano in mente, insignificanti, ma che lo facevano soffrire: si ricordava di averla ancora offesa o scandalizzata senza volerlo e di aver veduto i suoi occhi profondi fissare su di lui il loro sguardo sorpreso, a una frase che gli era sfuggita.
Oh! quanto rimpiangeva adesso di averla trattata dapprima en camarade; quanto avrebbe voluto ritirare le confidenze che le aveva fatto in alcuni momenti di allegria discorsiva, non averle raccontato troppi aneddoti della sua vita, che talvolta, dopo pranzo, aveva sciorinati come fosse stato a una tavola di amici.
Ebbero insieme una lunga spiegazione. E alla sera, in quella sala stessa di cui alla vigilia non aveva voluto varcare la soglia, Massimo sentì, sebbene mescolato ancora a qualche dubbio vago che sarebbe presto dissipato, quella calma speciale che segue le dure prove finite e che rassomiglia alla languida voluttà della convalescenza. Oh! se talora non era ancora del tutto sicuro che aveva ragione di non pensar più a partire, sentiva però anche che non lo potrebbe. E come avrebbe saputo resistere al sorriso di Elisa, dove vedeva sorgere tutto quanto non aveva osato sperare? Come non sarebbe stato commosso da quella voce piena di una soavità nuova? Come non si sarebbe abbandonato senza forza alla seduzione di quella intimità, nella quale le minime parole prendevano un valore enorme come se fossero pronunciate per la prima volta, dove i silenzi erano così dolci? Egli la contemplava, sdraiata sopra un sofà basso coperto di una stoffa a disegni smaglianti, sulla quale spiccava la stretta sua veste d’un grigio pallido, quasi argentato; guardava talvolta vicino a lui quei piccoli piedi, raffinatamente calzati, poi l’occhio suo seguiva le linee pure che il vestito disegnava, per fermarsi a quel viso tanto conosciuto e tanto nuovo, dove incontrava due occhi azzurri, il cui sguardo profondo s’incontrava col suo.... e vi trovava una infinita malinconia, ma anche una luce insolita. Dalla finestra aperta si vedevano i cespugli profilati in nero nel chiaro di luna, ed il cielo tutto tempestato di stelle.
Si è voluto raccontare questo episodio, perchè fu l’ultimo di tal genere. Elisa, durante la scena in giardino, aveva subito sentito di aver recitato male la sua parte, non solo, ma anche di non aver fatto uno sforzo abbastanza sincero per compiere quanto si era promessa, per ricacciare le sue tristezze nel più profondo del suo cuore, e per amare suo marito. E come s’è visto, aveva saputo rassicurarlo con poche parole ispiratele dal pericolo. Poi, d’ora in ora, fece meglio, e riuscì. Ella vedeva il cambiamento che accadeva in lui, commossa dalli sforzi ch’egli faceva per piacerle, per indovinarla, per modificarsi. I lati più nobili della natura di Massimo si schiarivano ora alli occhi di lei. Egli aveva saputo a poco a poco guadagnare la sua fiducia, far scomparire tutte le vecchie prevenzioni. Ella lo amava già un poco e si sentiva vicina ad amarlo più ancora, non già di quell’amore che non si può risentire che una volta sola e ch’essa non ritroverebbe più, no; altrimenti; ma sinceramente. Nuovi aspetti della vita le si rivelavano ancora, ed era felice della contentezza della sua coscienza.
In codesta nuova esistenza, Massimo trovava una calma sconosciuta fino allora. Non si curava in nessun modo di quanto potesse succedere fuori della Villa del Giglio. D’un tratto aveva perduto tutte le sue antiche abitudini; non trovava più nessun fáscino nella vita mossa, non era più giuocatore.
Codesta solitudine in due, raramente interrotta da qualche breve visita d’amici, gli sembrava la sola possibile. Paolo Goffredi e la contessa soli venivano abbastanza regolarmente. Lady Thompson stessa, spinta dalla sua insaziabile curiosità, giunse una volta coi suoi intimi; erano diciotto in tre carrozze fra cui uno stage-coach con quattro superbi cavalli, e una gran pompa di vesti primaverili.
L’estate s’inoltrava. Da Firenze e dalle ville vicine, tutti se ne andavano al mare, in Svizzera, o altrove. I d’Astorre non si mossero, con gran sorpresa dei curiosi. Faceva un caldo torrido; nel giardino l’erba dei prati, quasi bruciata, ingialliva, e un polverio luminoso avvolgeva il passaggio, mentre che il cielo, infuocato fino ad essere bianco, era rigato qua e là da grandi strisce dorate. Ma tanto più si gustava la frescura interna, fin dal vestibolo, dove un alto zampillo d’acqua si sparpagliava in una gran vasca in forma di conchiglia; la penombra delle sale, dove le persiane chiuse e le tende abbassate mantenevano una frescura conosciuta soltanto nei paesi caldi. Sui grandi divani ricoperti di cuoio nero le vesti di mússola di Elisa mettevano una nota chiara, e Massimo a suo lato intento a rinfrescarla con un grande ventaglio, trovava ch’era perfettamente inutile, non solo di partire, ma nemmeno di cambiar posto. Pensava talvolta che in quello stesso momento le camere d’albergo strette ed incomode, erano tutte occupate, che gli ambiziosi continuavano ad inseguire lo scopo della loro ambizione, che v’erano delli uomini che pedinavano delle donne per le vie, che nei teatri si applaudivano delle ballerine visibilmente morenti per il caldo, che nei clubs ci si sedeva intorno ad un tappeto verde, e tutto ciò lo stupiva assai.
In settembre dovettero però fare una breve assenza, poichè da molto tempo, Elisa aveva promesso una visita a’ suoi genitori, ed un’altra alla marchesa Arombelli, e non era più possibile il differirle. Fu con una emozione differente che rividero la villa Arombelli, e la loro buona zia, tanto felice di constatare il mutamento avvenuto in suo nipote e di rivedere la sua diletta Elisa, diventata così bella e che più di qualunque altra meritava la sua felicità. I Valenti vennero pure a raggiungerli alla villa; il padre, ad onta della sua leggerezza, amando sempre la figlia teneramente, e la madre adorando “la sua cara marchesa„.
Riaccompagnarono la loro figlia in Toscana e passarono tre settimane alla Villa del Giglio. Massimo scelse quell’epoca per avere un po’ di gente, ma gl’invitati ripartirono allo stesso tempo che i Valenti, e di nuovo la solitudine in due ricominciò.
A Firenze si accusava ormai Massimo di misantropia. I servitori stessi, alla villa, si stupivano del cambiamento sopravvenuto nella vita del padroni e della persistenza del marchese nel rimanere in campagna; ne cicalavano lungamente nel tinello. Ciò li annoiava; numerosi, disoccupati, trovavano che se si continuava così il posto non varrebbe più nulla. Il lusso della casa pareva infatti un po’ fuori di luogo per codesta luna di miele in ritardo e prolungata. In scuderia i cavalli ingrassavano; perchè lavoravano troppo poco ed i cocchieri non si curavano abbastanza di farli muovere, in quel paese senza osterie, se non era per spingersi fino in città. La cameriera non aveva più da preparare le acconciature complicate per la sera; i servitori in mezza livrea, sdraiati su delle sedie in anticamera, non erano più svegliati dal campanello, e il piccolo paggio inglese, un bel birichino di diciott’anni che ne dimostrava nove, era ridotto a corteggiare le due grosse contadine che aiutavano in cucina. In quanto ad Antonio, il cameriere fedele del marchese, non gli si affidava più nessuna commissione delicata da compiere, e nessun biglietto da portare. Solamente qualche volta il marchese e la marchesa uscivano a cavallo. Non volevano il groom, e se ne andavano al passo, lungo la strada polverosa che presto abbandonavano per internarsi in certe stradicciuole anguste dove i due cavalli stentavano talora a camminare di fronte. Gli alberi troppo rari non facevano ombra abbastanza, ma a quell’ora mattutina, il sole di autunno dava un calore aggradevole. Poi si attraversava qualche gruppo di case dove i bambini seminudi si rotolavano nella polvere, dove le galline spaventate fuggivano dinanzi al trotto dei cavalli. Sulla porta delle loro povere case, i paesani venivano a veder passare “i signori„ e ammiravano il portamento svelto d’Elisa, lo spessore della massa di capelli sotto la sua piccola tuba d’uomo, la finezza de’ suoi lineamenti ammorbiditi dal velo; osservavano come il marchese montava bene, e calcolavano il prezzo probabile delle due magnifiche bestie. Raramente assai vedevasi luccicare un lampo d’invidia nell’occhio di quella brava gente, ed il saluto che indirizzavano ai “padroni„ era rispettoso, ma insieme amichevole, poichè il popolo, in Italia, non ha odio nel cuore; disdegna sovente, ma non conosce quasi mai quella invidia viziosa che conduce all’esecrazione. Quei visi stanchi, astuti e rassegnati ad un tempo, esprimevano sopratutto la pazienza.
Massimo chiacchierava molto ed era felice delle pronte risposte d’Elisa, che poi ad un tratto non ascoltava più, assorto nel contemplare la sua bellezza. Poi tacevano, sognando ciascuno per proprio conto; ed i loro sguardi si smarrivano allora in quel vasto cielo che si stendeva dinanzi a loro, d’un azzurro pallidissimo, e però caldo, fino ai contorni indistinti delle montagne immense all’orizzonte in una bruma tiepida, meridionale, speciale. Cento vaghi rumori animavano il paesaggio; certe campane lontane ma di cui non si perdeva una sola vibrazione attraverso l’aria purissima; dei grandi carri che si udivano rotolare pesantemente, assai prima di vederli apparire, col loro cavallo ornato di fiocchi rossi, guidato da un contadino col cappello di paglia calato sulla faccia color di mógano, e che sdraiato boccone sul fondo, dormicchiava a metà, cantarellando uno stornello. Da una parte, le colline si riunivano in dolci pendii, e un po’ più lontano, si scorgeva per il lungo la bella città ridente nel suo giardino verdeggiante e fiorito, la linea elegante de’ lungarni, ed il profilo fiero e famigliare di Palazzo Vecchio.
Rientravano per la colazione; nella sala da pranzo vasta ed allegra, la tavola era pronta, con tutto ciò che si può imaginare di più delicato, con frutte straordinarie miste a fiori entro grandi piatti. La giornata passava sempre con una rapidità della quale erano attoniti essi medesimi. Massimo trovava difficilmente il tempo per occuparsi un poco de’ suoi affari, — che pure adesso pretendeva dirigere, — ed era seccatissimo quando non poteva proprio a meno di assentarsi.
Elisa leggeva ancora, ma meno assai d’una volta, e ad onta di ciò non aveva se non ben di rado di quelle lunghe meditazioni che fanno scorrere le ore inavvertite, ma penose. Soltanto suo marito la preoccupava talvolta ancora. Non lo comprendeva che a metà. Per esempio, come spiegare quel cambiamento radicale? E perchè si era innamorato di lei, improvvisamente, a quel ballo del barone di K.? Perchè, fino a quella sera memorabile, l’aveva sempre guardata con una completa indifferenza, ad onta dell’affetto che sentiva per lei, e come potevasi spiegare che da un capriccio (cosa incomprensibile per lei), nascesse un amore tanto profondo? Che cosa poteva ammirare in lei a tal punto, di un tratto? Quanto doveva esser stato strano il passato di un tal uomo! quanti pensieri, che essa ignorerebbe sempre, avevano dovuto sorgere in quella testa! e, a malgrado di tutto, quante differenze intime ed essenziali fra loro due! E qual mutamento nella sua vita di donna! chi avrebbe mai potuto prevederlo due giorni prima di quella notte in cui Massimo era stato impressionato da lei, a quel ballo? La sua sola certezza era che aveva ragione di fare tutto il suo possibile per amarlo, che in ciò stava il suo dovere e lo scopo necessario della sua esistenza. La vita, ch’ella credeva terminata, ricominciava di nuovo. L’Elisa d’altre volte, che viveva cupamente all’insaputa della gente, che la credeva tanto diversa, era morta ora in un certo senso, ed invece la marchesa d’Astorre, diventata una persona vera, era la moglie di Massimo, doveva amarlo, lo amava già!
Passarono l’inverno a Firenze, dove Massimo si divertì a ristaurare il vecchio palazzo con un gusto squisito, consultando spesso sua moglie. Ricevettero un poco, ma andarono il meno possibile dalli altri. Nessuno pensò più a far la corte alla marchesa d’Astorre, e si cercò invano di dirne del male. La salute di Massimo non essendo perfetta, per la prima volta in vita sua, ed i medici avendo detto che nell’estate bisognerebbe pensare ad una cura, ne approfittarono per ritornare alla Villa del Giglio, appena finito l’inverno.
III.
Elisa stava sola nel suo angolo prediletto della sala, vicino alla finestra, chiusa per la pioggia che incominciava a cadere. La mattina era stata soffocante; ora faceva quasi freddo. Non una nuvola nel cielo uniformemente grigio, non un soffio che agitasse una sola foglia dei grandi alberi, nè staccasse il pétalo d’un fiore. Massimo era andato in città, donde doveva ritornare all’indomani con due o tre amici. Ella pensava a lui, mentre lavorava ad un ricamo che gli era destinato. “È però noioso„ diceva a sè stessa, “ch’egli non possa ritornare questa sera. Pranzerò sola, ed oggi ciò mi annoia....„ Poi, rammentando d’improvviso che doveva scrivere una lettera, dimenticata già da un pezzo, lasciò il lavoro e sedette davanti ad una piccola scrivania. Aveva appena tracciato le parole: 8 aprile al sommo del foglio, quando suonò la campana annunciante una visita. Ascoltò, stupita, con l’occhio fisso all’uscio. Si era già alzata quando un servitore entrò, portando sopra un piatto d’argento un biglietto da visita ed una lettera:
— C’è di là un signore che chiede se la signora marchesa lo vuol ricevere.
Elisa lesse sul biglietto: Carlo Orlandi e un tal nome non le ricordò nulla. La lettera era della contessa Goffredi, solo due righe di raccomandazione, che percorse rapidamente d’un’occhiata.
— Fate entrare quel signore.
Il servitore uscì e rientrò pochi istanti dopo annunciando il forestiere, il quale, dalla soglia, fece un profondo saluto. Era un vecchio personaggio d’apparenza gioviale, la cui figura nel suo insieme non mancava di un lato comico, mentre la faccia — una buona faccia larga e rossa incorniciata di favoriti bianchi — esprimeva una gaiezza tranquilla, una grande indulgenza per tutti e una certa soddisfazione di sè. La sua bocca era disegnata largamente sotto un naso un po’ schiacciato; de’ sopracigli molto folti proteggevano due occhietti grigi pieni di bonomia e di malizia insieme; una foresta di capelli tagliati a spazzola, d’un bianco argenteo, copriva la sua grossa testa. Piccolo e tarchiato, portava un paio di calzoni grigio-perla, un abito nero e un panciotto di velluto marrone a fiorellini rossi, sul quale pompeggiava una pesante catena d’oro, con molti sigilli che battevano sul suo ventre rispettabile. Nella destra teneva il cappello, i guanti e un bastoncino.
— Signora marchesa, — disse, con il respiro un po’ corto, — mi scusi se mi presento con così poca cerimonia. La contessa che ha avuto la bontà di darmi quella lettera, mi ha anche incaricato di portarle codesto....
E offrì a Elisa un piccolo involto suggellato.
Era un gioiello ch’ella attendeva infatti. Lo guardò per un istante, lo pose sopra un tavolino, dicendo:
— La prego di sedere.... Lei è molto gentile di aver voluto disturbarsi per così poco.
E intanto osservava il suo interlocutore, la di cui visita le sembrava strana e inutile sopratutto, e che, dal canto suo, continuava a sbuffare un poco. Sedette pesantemente sopra una poltrona, che cambiò di posto per non avere la luce nelli occhi, e quando ebbe ripreso fiato, rispose:
— Oh! signora, felicissimo!... La contessa Goffredi è... è sempre... è sempre stata buonissima per me.
— La conosce da molto tempo?
— Oh! sì! signora marchesa, l’ho conosciuta bambina! L’ho vista ieri. Sono andato da lei espressamente per domandarle una parola di scritto allo scopo di presentarmi qui. Scusi il mio ardire, di cui sono confuso io stesso.... La contessa m’ha detto di dirle tante e tante cose. È tanto graziosa, e in fede mia!... tanto bella anche! — soggiunse ridendo ad un tratto.
Era visibilmente imbarazzato, ma dopo una pausa, continuò:
— Si figuri, signora marchesa, che io sono a Firenze da alcuni giorni. Avevo assolutamente bisogno di vederla, lei, signora, proprio lei!... Ma non avevo l’onore di conoscerla.... Come farmi presentare? La difficoltà mi sembrò tanto maggiore quando seppi ch’ella viveva, piuttosto ritirata, in campagna. E ciò che v’è di più bizzarro, è che avevo già veduto varie volte la contessa, senza pensare d’indirizzarmi a lei. Fu lei, che per caso nominò la signora marchesa. “La conosce?„ chiesi io. “È la mia migliore amica„, mi rispose.
— È vero, e sono riconoscente che lo dica altamente. Raccomandato dalla mia amica, lei non poteva dubitare d’esser ben ricevuto.
Il vecchio signore continuò a discorrere, imbrogliandosi un poco; non sapendo, visibilmente, come venire al fatto, parlando molto, come chi non ha fretta. Intanto Elisa accorgendosi di aver a fare con un brav’uomo, un po’ originale, ma non dispiacente, lo ascoltava domandando a sè stessa: “Cosa vuol conchiudere?„ un po’ seccata ancora d’esser stata disturbata nella sua solitudine, un po’ divertita dai modi e dalle verbosità dello sconosciuto.
Si capiva subito che doveva essere un uomo assai ricco, e del resto, non lasciava per un pezzo tale circostanza in dubbio, poichè parlava volentieri della sua fortuna. Intrattenne Elisa di vari acquisti fatti il giorno innanzi da un antiquario, tra le altre cose, di una coppa cesellata attribuita a Benvenuto, che gli costava cinquantamila franchi; giunse fino a raccontarle di certi due cavalli sauri che volevano vendergli per forza, aggiungendo che diffidava non essendo conoscitore.
Poi si fermò e vi fu un silenzio. Elisa, un poco imbarazzata, a sua volta, cercava un soggetto di conversazione, ma al momento in cui stava per indirizzargli una domanda qualunque a proposito della contessa Goffredi, egli disse bruscamente, tentando di farlo con aria disinvolta:
— Scusi, signora marchesa, si ricorda lei ancora di un suo amico d’infanzia.... che si chiamava Giulio Bardi?
Elisa sentì tutto il sangue che le affluiva al cuore. Diventò pallida orribilmente....
Mai come in quel minuto aveva avuto bisogno di tutta la sua forza, di tutta la scienza di dissimulazione acquistata. Seppe arrestare il trémito che s’impadroniva di tutto il suo corpo, e fu con voce quasi ferma che rispose dopo un poco:
— Certo, me ne ricordo! Lei lo conosce?...
— Sono suo zio.
Un lampo improvviso illuminò la mente di Elisa: rammentò ad un tratto quel nome dimenticato di Orlandi, che aveva altre volte sentito pronunciare — un secolo fa — laggiù nella casetta in riva al lago. Ora avvolse il suo interlocutore in uno sguardo pieno di una curiosità intensa. Mentre lui continuava a parlare nel suo modo prolisso, lei non era più capace di stare attenta; e talora le sfuggivano delle frasi intiere. Contemplò, per qualche minuto, fissamente, la catena d’oro del vecchio, ed i fiorellini rossi del suo panciotto. D’un lungo discorso ch’egli fece in cui mescolò il racconto del suo viaggio con la storia d’un processo che aveva dovuto iniziare a Londra contro un mercante di quadri, e la contessa Goffredi a suo nipote, lei non udì che queste parole: “Giulio è arrivato con me a Firenze„, e le udiva sempre, anche quando il signor Orlandi era entrato in un nuovo argomento.
Ella finì però col prestare tutta la sua attenzione.
— Sì, signora marchesa, — diceva Orlandi, — se lei me lo permette, le narrerò la semplice storia delli anni ch’egli passò con noi a Bombay. E, innanzi tutto, creda che tutto il bene che potrei dire di lui non sarebbe mai che una metà di quello che merita. Non è soltanto un bravo ragazzo, e un uomo raro, come non se ne trovano. Si potrà credermi acciecato da un affetto quasi paterno. No, signora, glielo assicuro; lo amo, è vero, come se fosse mio figlio, ma non sarebbe neppure mio nipote, che non ne parlerei altrimenti. D’altronde, tutti quelli che lo conoscono mi darebbero ragione. Ah! perchè bisogna ch’egli non sia felice, lui che meriterebbe tanto di esserlo!... Senta, signora, io avrei molte cose da dirle se osassi parlarle in confidenza. E se dovessi andarmene senza averlo fatto, lo rimpiangerei certo amaramente, essendo venuto apposta perciò, lo confesso; ma non ne avrò mai il coraggio se lei non mi dice che me lo permette, se lei non m’incoraggia un poco.
— Dica tutto, la prego, parli liberamente, e sia certo che m’interesserà.
— Grazie. Ebbene, innanzi tutto, mi lasci dirle che io la stimo altamente e che l’approvo di aver saputo trovare la felicità, di non aver sagrificato tutta la sua vita a un sogno irrealizzabile, come l’ha fatto stupidamente mio nipote, che io adoro, ma che in ciò è un pazzo. Ora prendo coraggio, perchè, mi permetta di dichiararlo, lei m’ispira una grande simpatia, e mi sembra che la conosco da un pezzo. (E ciò è anche vero, in un certo senso). Sì, piglio coraggio, giacchè vedo che lei è buona veramente come mi è stato detto. Se lei sapesse quanto Giulio ha valorosamente lottato, attraverso ogni ostacolo, ed a qual prezzo ha conquistato la bella posizione che occupa adesso, e che pure gli dà così poca soddisfazione! Se lei sapesse a che punto egli ha allora, sul principio, lavorato per... per ritornare in Europa, e con quale forza di carattere ha continuato a lavorare anche quando lo scopo era scomparso, e ch’egli continuava il suo cómpito solo per sopportare virilmente il suo dolore!
Elisa ora non era più pallida, ma respirava con difficoltà. Fece una domanda, a voce bassissima:
— E come accadde il suo matrimonio?
— Quale matrimonio? Ah sì! capisco.... la voce che s’è fatta correre del suo matrimonio con la bella lady Harris, la vedova del generale! È falso.
— Impossibile! Gliene parlai io stessa nelle mie lettere e non mi ha mai contraddetta; non mi ha più risposto.
— Vuole che le dica tutta la verità?
— Sì.
— È la signora Valenti, di lei madre, che lo ha imposto assolutamente a mio nipote!
— Ma chi ha potuto forzarlo a mentire?
— Non ha mentito, signora marchesa, ma acconsentì a non smentire. Forse ebbe torto. Ma, lo confesso, fu anche per mio consiglio ch’egli agì in tal modo. E non doveva sembrar giusto? Poteva egli permettere che lei lo aspettasse tutta la vita? Senza codesta bugia, codesto silenzio, lei avrebbe pure voluto mantenere le sue promesse, sebbene inutilmente, e forse non si sarebbe mai risolta ad essere felice come lo è ora.
Parlando di suo nipote, il signor Orlandi trovava un linguaggio più chiaro, più preciso, e poteva diventare quasi eloquente. Continuò senza che Elisa pensasse più ad interromperlo. Raccontò in che modo Giulio, a Bombay, s’era messo al suo cómpito con coraggio e perseveranza, lavorando da mattina a sera, pieno d’una speranza che traspariva sotto alla sua abituale malinconia, amato da tutti, adorato in famiglia, stimato dalli operai. Mentre non mancava mai ad alcuno dei suoi doveri, trovava tempo per studiare senza posa, e fu presto capace di occupare nella fabbrica un posto assai elevato. Non s’era mai veduto un giovane mostrare tanta forza di volontà. Suo zio gli accordò allora ciò che aveva già accordato ai propri quattro figli, i quali erano tutti impiegati nei suoi ufficî: lo associò cioè alli utili, aumentandogli allo stesso tempo la paga. Giulio era preso da una vera febbre di lavoro, poichè andava diritto dinanzi a sè, risolutamente, non permettendo alli ostacoli di rallentare il suo cammino, con l’occhio fisso allo scopo luminoso che gl’impediva di sentire la stanchezza.
Ma una tentazione gli si presentò, alla quale non seppe resistere. Uno dei suoi compagni di ufficio gli offerse di associarlo ad una speculazione un po’ arrischiata, ma che in caso di riuscita, quintuplicava i loro modesti capitali. Già l’amico di Giulio aveva realizzato qualche beneficio. Giulio sulle prime capì che non aveva il diritto di tutto impegnare così sopra un colpo di dadi, ma a poco a poco il pensiero che potrebbe forse, in un mese, por fine alla sua incertezza, a tutte le sue angoscie, all’esilio, ritornare in Italia e sposare colei che amava, lo sedusse talmente, che finì col cedere alle istanze e alli argomenti dell’amico. Imaginarsi la sua disperazione quando quindici giorni dopo, arrivarono cattive notizie! Credette d’impazzire, poichè al suo dolore si unì il rimorso: tutto era perduto, e perduto per colpa sua! Oh! come maledisse la impazienza nostalgica che lo aveva spinto a tanta imprudenza, come si pentì di aver prestato orecchio alla voce tentatrice della superstiziosa speranza che gli gridava: tu riescirai! Giammai Giulio diede prova di tanto coraggio come quando ricuperò virilmente la forza necessaria per rimettersi al lavoro dopo il terribile colpo che lo aveva colpito, nulla lo sosteneva più. Fu allora che le sue lettere ad Elisa diventate già meno frequenti durante l’eccitazione della speranza, cessarono del tutto. Che poteva scrivere? Sentiva bene che doveva compiere il proprio dovere e dirle la verità, e che non avendo ora più certezza alcuna di poter mai ritornare in Europa, doveva liberarla da ogni promessa, pregarla anzi di dimenticarlo e di non sagrificare la sua vita ad un ricordo, ma il farlo era al disopra delle proprie forze. Finalmente si decise a scrivere al signor Valenti. Fu la signora Valenti che rispose, dicendogli, molto duramente, che il suo dovere di uomo onesto era di togliere ogni illusione ad Elisa, per guarirla dell’“assurda follia„ e della ostinazione nella quale persisteva e ch’egli non doveva più indugiare. Egli fece quanto gli si chiedeva, con la morte nell’anima, e continuò a lavorare come un sonnambulo.
Poco dopo, lady Harris, vedova d’un generale inglese, ucciso in una delle rivoluzioni indiane, venne a dimorare presso gli Orlandi che la conoscevano da un pezzo. Bellissima, originale assai, e, a quanto dicevasi, molto ricca, suo marito avendole lasciato una grossa fortuna, parve sulle prime accasciata dal dolore; ma presto si consolò, e mostrò a Giulio una così marcata simpatia che tutti ne parlarono. Doveva stare tre settimane in casa Orlandi; vi restò sei mesi, e partì con tanto rimpianto, che era facile vedere che non avrebbe domandato di meglio che di rimanervi sempre. Sulle prime Giulio eccitò l’invidia; poi si finì col ridere di lui. Nella famiglia tutti si sforzarono, in tutti i modi possibili, a persuaderlo di sposare la bella vedova. Come rifiutare la felicità accompagnata da una sì grande fortuna? Qual colpo di sorte inatteso! Egli però rimase fermo; nulla potè farlo piegare. Senza che si giungesse mai a sapere in qual modo, la signora Valenti seppe quanto accadeva, e raccontando le cose a suo capriccio, cominciò col dire che Giulio era l’amante d’una inglese eccentrica, la quale dimorava nella casa stessa dello zio di lui. Lo ripeteva, lo si ricorda, a sua figlia, da mattina a sera, e finì col dare la notizia positiva che Giulio aveva sposato la “bella avventuriera„ come ella si permetteva di chiamarla. Poi scrisse a Giulio dicendogli che l’ultima sua lettera non avendo bastato a vincer la pazza tenacità di Elisa, lei le aveva dato la notizia del matrimonio di lui, consigliandogli d’altronde di farlo se non era già fatto, e pregandolo in tutti i casi, di annunciarlo lui stesso ad Elisa; “poichè„ diceva “è il solo mezzo di deciderla a dimenticarvi ed a maritarsi, com’è suo dovere„. Giulio, disperato, trovò tuttavia che aveva ragione, e senza nulla affermare, non negò, e lasciò credere a Elisa d’essersi ammogliato.
— Il mio furbo d’un nipote, — continuò il signor Orlandi, — non volendo sentirsi perennemente rimproverare la sua fedeltà ad una promessa dalla quale lei, signora, lo aveva sciolto, e che non poteva sperare di realizzare mai più oppose una sola ragione a tutte le nostre preghiere, dicendo ch’era troppo orgoglioso per sposare una donna tanto ricca quanto lo era lady Harris. Non disse la verità che a me solo, assicurandomi che non prenderebbe mai moglie, che tutto gli era indifferente dal momento che egli aveva perduto lei, che non amerebbe mai altri che lei, e che non aspettava più nulla dalla vita. Aggiunse che l’idea del suicidio non gli era mai venuta, solo perchè non credeva teoricamente che l’uomo abbia il diritto di por fine alla propria esistenza, e che, dovendo vivere, continuerebbe a lavorare senza lagnarsi.... ma ch’era tutto quanto poteva fare per me.
Intanto che il vecchio signore parlava, Elisa lo ascoltava avidamente, tenendo però la testa rivolta contro alla luce per nascondere l’emozione che provava. Durante un silenzio, e avendo ritrovato il suo potere su sè stessa, si voltò, e attraverso i vetri chiusi, vide il giardino, gli alberi ancora tutti bagnati e l’orizzonte che si rischiarava. Guardò i viali, la lunga balaustra del terrazzo, le macchie dei fiori, e le sembrò non riconoscere più quel luogo tanto famigliare a’ suoi occhi.
— Quando la notizia del di lei matrimonio col marchese d’Astorre ne giunse, osservai bene mio nipote; compresi ch’era un colpo terribile per lui, benchè avesse rinunciato ad ogni speranza. Si padroneggiò, tuttavia, e dopo pochi giorni, non mi sembrò più triste che al solito. Mi disse anche che approvava lei per la decisione presa, e che faceva i voti più sinceri perchè ai vantaggi d’una così bella posizione si unisse la felicità. Lasciammo l’India sul finire dell’anno scorso. Ho ceduto il mio stabilimento a mio figlio maggiore e mi sono stabilito a Londra, dove ho una casa di banca. Giulio, che rimarrà con me, ne sarà il direttore capo, ed io vivrò pressochè ritirato dalli affari. Ho lavorato abbastanza per conto mio.
— E lei rimarrà ancora qualche tempo a Firenze?
— Partiamo fra tre o quattro giorni. Non ho più nulla che mi vi trattenga. Ho visto i miei corrispondenti, ho stretto la mano a pochi vecchi amici, e giacchè lei ha avuto la bontà di lasciarmi tutto dire, quando mi accomiaterò, signora marchesa, la mia missione sarà terminata; poichè, — aggiunse abbassando un poco la voce, — è lui che mi ha pregato di vederla e di parlarle.
Elisa ebbe una lieve scossa.
— Ed ora.... ciò che mi rimane da dire è il più difficile.
Esitava e sembrava più imbarazzato che mai.
Elisa lo guardava. Non poteva più considerare quell’uomo come un estraneo; egli le ispirava la confidenza che ispira un vecchio amico; e sentì ch’ella doveva parlare liberamente. Per di più, colpita da quanto aveva udito, riuscendo solo con uno sforzo violento e continuo a non mostrare il tumulto che quelle brusche rivelazioni suscitavano in lei, e il disordine de’ suoi sentimenti, voleva però saper tutto; bisognava dunque incoraggiarlo.
— Scusi il mio turbamento. Lei ha evocato dinanzi a me tutti i ricordi della mia vita, tutto un passato che non ho mai posto in oblìo, che non dimenticherò mai, ma che è chiuso in fondo al mio cuore e del quale credevo di non dover mai più sentire a parlare.... ancora meno parlare io stessa. Capirà facilmente a che punto ciò mi riesce difficile. Inoltre, lei mi ha ora svelato cose che ignoravo, ed è assai naturale che tutto ciò mi turbi profondamente. Nulla può cambiare nella mia vita, signor Orlandi, nè nei miei sentimenti, e le scoperte dolorose che potrei fare circa le circostanze che mi guidarono allora, possono commuovermi, ma non possono avere influenza alcuna su di me. Non saranno, anzi, che inutilmente penosi. Non importa, bisogna che io sappia tutto.
Ella si fermò un istante, poi soggiunse, stupita lei stessa di poter pronunciare tali parole con tanta calma:
— Lei mi ha svelato tutto quanto io avrei dovuto ignorare per sempre: che sono stata ingannata.... e ingannata da mia madre! Forse ha creduto far bene, mia madre, e gli altri hanno creduto di compire un dovere, aiutandola a persuadermi di quella menzogna. Può imaginare a che punto mi turba tutto ciò che ella mi ha raccontato d’improvviso, al momento che non mi vi aspettavo affatto, dopo tanto tempo che mi sforzo a non pensare al passato. Ma ora esigo che lei mi dica tutto ciò che mi deve dire. È necessario. Vede che le parlo con tutta sincerità, dandole l’esempio. La nostra conversazione, signor Orlandi, è eccezionalissima. Ma adesso sembra anche a me di conoscerla da un pezzo. Parli dunque senza paura.
— Grazie, marchesa; lei mi rende il cómpito meno difficile, e per mostrarle che obbedisco mi permetterò di indirizzarle una domanda assai indiscreta. Mi dica.... mi dica se è realmente felice? Scusi, so che lo è, tutti lo dicono e tutto lo prova. Ma mi piacerebbe sentirlo dalla sua propria bocca.
— Sì, sono felice; felice quanto è possibile di esserlo.
— N’ero certo; e son ben contento di sentirmelo confermare da lei. È anche troppo che vi sia un solo infelice. Ma vi sono di quelli che sono nati per esser tristi; si direbbe che ciò li diverte. Mio nipote è di costoro. L’amo quanto i miei figli, lei lo sa; ma a quel punto di vista, è un idiota. È quasi ricco adesso, e siccome lavora sempre (credo che sarebbe morto senza di ciò) lo sarà ancora di più. Ma non vivrà mai che nel passato. Ho sperato a lungo un cambiamento; adesso non spero più nulla. Forse che un nuovo soggiorno, a Londra, gli farà bene; ecco tutto. Ora, se ha voluto venire a Firenze, è unicamente perchè non cessa mai dal pensare a lei. Già, nei primi tempi del suo matrimonio, aveva trovato modo di avere sue nuove e perfino delle informazioni sul marchese. Lei mi permette di dir tutto, non è vero!
— Sì, glielo ripeto.
— Ebbene, gli avevano detto molto male del marchese d’Astorre. Per molto tempo egli l’ha creduta infelice, signora. Più tardi ha saputo la verità. Gli è stato provato che il di lei matrimonio era stato, d’ambo i lati, un matrimonio d’amore, e che se suo marito aveva forse avuto qualche torto sul principio, si conduceva ora in un modo esemplare; e che lei lo ama, e che, veramente, ella ha vinto il primo premio nella lotteria della vita, avendo tutto: la fortuna, gli onori e la vera felicità per di più. Marchesa, non si sa quanta bontà e abnegazione contiene il cuore di Giulio!... È stato lieto di scoprire tutto ciò, poichè, dal giorno in cui l’ha irrevocabilmente perduta, non ha mai augurato altro che la sua felicità. Si è assicurato a Firenze della verità di quanto gli era stato detto; ha veduto il marchese per le vie, ed ha capito tutto. Ciò che già sapeva gli è stato confermato, e in fondo è per questo solo motivo che ha voluto venire.... Ma non proprio solo per questo.... Vi era anche un altro desiderio che lo spingeva: quello di rivederla una volta.
— A che gioverebbe? — disse tristamente Elisa.
— Mi lasci finire. Voleva vederla, lo voleva assolutamente. Sperava almeno di scorgerla, di poterla guardare da lontano senza che lei lo sapesse, al passeggio, in teatro. Gli fu detto che lei si trovava in campagna per un pezzo. E allora ha pregato me di riuscire a venir qui, a farmi presentare a lei, e insomma di ottenere il colloquio confidenziale che nella sua bontà ora mi accorda. Ha voluto che almeno io la vedessi, e sentissi dalla sua propria bocca che lei.... che lei è felice. Mi ha supplicato di tutto osservare, di descrivergli la villa da lei abitata, di rammentarmi le minime sue parole.
Elisa accennò di voler parlare, ma si fermò.
— Non è ancora tutto, — continuò il signor Orlandi. — Egli mi ha incaricato di rivelarle finalmente la verità sul passato. L’ho fatto. Mi ha detto di esprimerle i voti sinceri e ferventi che sempre le ha inviati col pensiero.... Di più, signora marchesa, mi ha fatto promettere di dirle anche che la sua vita tutta intiera le appartiene, ch’egli dipende da lei, e che vi obbedirebbe in tutto.
— No, non posso ammettere ciò!... E in che cosa mi vuole obbedire?
— Nel decidere ciò che deve fare. Deve restare o deve partire?
— Ma lei m’ha detto già che la decisione di suo nipote è presa di ritornare a Londra.
— Egli vi è dispostissimo; ma vuole che sia lei a decidere. Senta; io sono ben lontano dalle idee romantiche; basta guardarmi per esserne convinto. Ma lo assicuro che in fatto di abnegazione io credo mio nipote capace di tutto. Vede, quel ragazzo lì è il sagrificio personificato. La sua è una natura eccezionale, e dopo quanto fece, si può fidarsi di lui completamente. Mi ha dunque detto, quel povero Giulio, che avendo ben osservato le cose come si trovano nelle circostanze attuali, vi sono per lui due strade ben distinte da prendere: l’una, di allontanarsi del tutto e di accontentarsi di vigilare su di lei da lontano; l’altra, di rimanere a Firenze, e di diventare semplicemente e nobilmente suo amico. Se lei crede che la presenza di lui possa esserle utile in un modo qualunque, se la sincera amicizia di lui, offerta sinceramente e senza sottintesi, può non esserle disaggradevole, egli resterà. Non le parlerà mai del passato; egli si accontenterà di un posto fra gli amici poco numerosi che la circondano, felice se potrà talvolta renderle il più piccolo servizio. Ma egli pretende che sta a lei e non a lui il giudicare se un tale progetto è chimerico o possibile. Se lei decide che val meglio non vederlo e che deve partire, egli le obbedirà ciecamente.
Il signor Orlandi fu interrotto da un servitore che portava una lettera. Era un biglietto di Massimo, che annunciava con grande suo rincrescimento essere costretto a rimanere ancora a Firenze fino al dopo domani. Elisa, ora, fu quasi contenta di pensare che, dopo partito il signor Orlandi, avrebbe ancora delle lunghe ore di solitudine davanti a lei. Si alzò, uscì un istante e ritornò dopo due minuti.
Sedette, seria, calma e un poco pallida.
— Scusi, — disse finalmente. — Non m’aspettavo certo a quanto ella m’ha detto ora. È dunque lui che lo ha pregato di venire?
— Sì signora. Ma, la supplico, non risponda che dopo d’aver ben riflettuto.
— Ho riflettuto. Egli deve partire.
— È una decisione irrevocabile?
— Assolutamente. Vediamo; lei stesso, signor Orlandi, non trova forse che ho ragione? Francamente. Sì, non è vero?
Egli soggiunse, dopo un istante:
— Che gli devo dire?
— Le dirà che sono profondamente commossa da tutto ciò che ho saputo adesso, e riconoscente verso di lui. E, s’egli mi obbedisce, come lo ha promesso a lei, s’egll parte, come lo esigo.... in questo caso gli dirà anche che dal canto mio non ho mai scordato il passato, ma ch’è sepolto in fondo a me.
Si fermò, con gli occhi bassi.
— Egli comprenderà che ho ragione, che deve partire. Non credo che dopo d’esser stati, per tanto tempo... promessi l’uno all’altra, si possa diventare buoni amici. È un sogno falso e impossibile. Poichè, glielo dica bene, io sono perfettamente felice. Amo mio marito, al quale devo tutto, e tutto il mio avvenire appartiene a lui. Dica anche a suo nipote che mi affligge di saperlo tanto triste sempre, e che faccio dal fondo del cuore, i migliori voti perchè trovi ancora un po’ di felicità. Vorrei che non mi sacrificasse tutta la sua vita. Non debbo forse parlare così, e non ho ragione?
— A chi lo dice, signora marchesa!
Chiacchierarono ancora per qualche tempo. Il sole era sbucato fuori dalle nubi e mandava la sua luce nella sala, posandosi anche sui capelli bianchi e sulla buona grossa faccia dell’Orlandi, e rischiarando il pallore d’Elisa; ma il suo corpo che rabbrividiva, non si riscaldava sotto i raggi che rallegravano le tende rosso-scure delle finestre, e le belle pitture della vôlta.
Elisa accompagnò il suo visitatore fino al giardino, dove la sua carrozza lo aspettava da un pezzo. Aveva rifiutato di rimanere a pranzo, rispondendo: “Giulio mi aspetta.„ Strinse calorosamente ed a più riprese la mano alla marchesa, e partì.
Ella seguì con lo sguardo la carrozza fino allo svoltare del viale, rispose un’ultima volta con un cenno del capo al saluto del signor Orlandi, e rientrò in casa. Sedette di nuovo al suo solito posto, con lo sguardo fisso talora al giardino, festoso sotto gli ultimi raggi del sole, talora inchiodato alla poltrona ch’era stata avvicinata alla sua. Vi restò immobile, lungamente, col corpo appoggiato all’indietro e la testa china, immersa profondamente nel suoi pensieri.
Finalmente si alzò, e passeggiò lentamente nella sala in lungo e in largo. Dopo d’averlo fatto una diecina di volte, si fermò dinanzi al suo piccolo scrittoio, e là, gettando un’occhiata alla lettera incominciata quella mattina, il suo sguardo s’inchiodò su queste parole: 8 aprile.
IV.
Elisa commise un errore. Quando suo marito ritornò, non gli soffiò verbo della visita avuta. Non che avesse formato il progetto di celargliela; tutt’altro, aveva al contrario deciso di parlarne, ma Massimo giunse di buonissimo umore e raccontando una quantità di storielle, di modo che durante tutto il giorno, ella cercò invano un’occasione per entrare in argomento. Dopo un silenzio di tutta una giornata le parve ancor più difficile il farlo, non sapendo quale scusa dare per aver tanto aspettato. E se ne avesse parlato di sfuggita e come senza attaccarvi importanza alcuna — l’attenzione di Massimo una volta risvegliata — non sarebbe forse costretta a rispondere a varie domande imbarazzanti? Continuò dunque a tacere, mentre se lo rimproverava, finchè sentì l’impossibilità assoluta di parlare, e finì col volersi convincere ch’era meglio così.
Eppure ella soffriva intanto. Nulla era cambiato in apparenza, ma ciò non bastava; essa avrebbe voluto essere ancora la stessa in realtà, interiormente; e invece il suo cómpito, che stava diventando quasi facile prima della visita tanto inattesa del signor Orlandi, le pareva ora al di sopra delle sue forze, benchè talora tentasse di negarlo. Alli antichi pensieri dolorosi si aggiungeva quel rimpianto specialissimo e terribile che forma il fondo innominato di quasi tutte le vite infrante, il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere. L’idea di rivedere sua madre la faceva tremare. Per mostrarsi sempre la stessa in faccia a suo marito bisognava ora spesso recitare un’atroce commedia. Faceva sforzi inauditi per dimenticare, per non sapere quello che sapeva, per riacquistare la pace ottenuta prima con tanta perseveranza.
E bisognava celare le pene mai confessate, recitare la parte sorridendo, e dissimulando sempre, poichè la sua sola consolazione stava nell’idea che Massimo non ne sospettava nulla.
Ma s’ingannava. A Massimo era nota la visita dello zio; egli aveva tutto compreso e indovinato. Soffriva lui pure, e peggio ancora, dubitava. Una sera, al teatro, Giulio Bardi gli era stato mostrato, e durante tutto lo spettacolo, non aveva fatto altro che osservarlo. Aveva dovuto ammirare un volto espressivo, impallidito dalle sofferenze e dall’ostinato lavoro, delli occhi, una fronte, dei lineamenti di una bellezza forse inapprezzabile dal volgo, ma che certo una donna non poteva dimenticare; qualcosa di fermo e di doloroso nelle sinuosità della bocca, appena nascosta dai baffi leggieri, un mento ben disegnato e un po’ forte, segno di volontà tenace. Vide un uomo che dai piedi alla testa differiva da lui quanto è possibile imaginarlo, un uomo che a prima vista gelosamente stimava, ma che gli sarebbe stato impossibile di amare, anche se avesse ignorato il suo nome. Sentendo parlare della fortuna che Bardi aveva lentamente guadagnato e della considerazione di cui godeva, vedendo la tristezza rassegnata del suo sguardo, di cui lui solo, Massimo, fra tutta quella gente, sapeva la causa, egli indovinò da cima a fondo tutta la coraggiosa vita di quell’uomo. Lui, il gran signore scettico, che dalla sua facile filosofia era stato soltanto spinto al piacere, lui il gaudente intelligentissimo, d’uno spirito tanto fino e d’una coltura tanto raffinata, si sentì — ora che un amore vero aveva illuminato l’anima sua — si sentì per la prima volta umiliato nella sua eleganza, e pieno d’invidia per quel lavoratore, invidiandogli la dura vita oscuramente consacrata al dovere, i dolori sani, i sentimenti inalterabili, la umile grandezza. Per di più, l’orribile gelosia del passato — sconosciuta fino a quell’istante — si scatenò ad un tratto ferocemente in tutto l’esser suo, e sentì che sarebbe stato orgoglioso di stringere la mano di quell’uomo, e felice di ucciderlo.
Egli aveva indovinato, o press’a poco, tutto quanto poteva significare la visita dell’Orlandi a sua moglie. E la sua allegria, il suo buon umore al ritorno, non erano stati che un tranello nel quale Elisa si era lasciata cadere. D’ora in ora egli aveva febbrilmente atteso ch’ella gli parlasse della visita ricevuta, ed il di lei silenzio gli parve colpevole e confermò i suoi sospetti. La gelosia imparte a chiunque una imaginazione sfrenata; nel cervello di Massimo essa risvegliò delle idee talmente eccessive, che a momenti si credeva quasi pazzo. Egli spiò scioccamente sua moglie con l’astuzia di un Vidocq sorvegliante l’autore di un delitto. Ogni attitudine, ogni parola d’Elisa — che stava solo per metà in guardia — erano per lui oggetto di commento e d’analisi.
Codesto paradiso della Villa del Giglio, dove il scenario della felicità sussisteva ognora, dove nulla era cambiato, dove la vita rimaneva la stessa, diventò un inferno. Vi si recitava ad ogni ora una terribile commedia a due personaggi, sotto la quale covava un dramma.
Giunta l’estate andarono insieme a Viareggio, poichè era stata consigliata l’aria di mare a Massimo. Presero una casa assai comoda sulla spiaggia, ma ad una certa distanza dalla piccola ed affollata città. Là, Massimo continuò ad essere amabile e di eccellente umore, in apparenza, mentre spiava Elisa ad ogni momento. S’egli avesse potuto vedersi, non si sarebbe riconosciuto. Fece una corsa a Firenze, per sapere se Bardi era partito, e gli fu detto ch’era a Londra da un pezzo. Ciò non lo tranquillizzò che per metà, e perduto ogni pudore, prese l’abitudine di leggere le lettere indirizzate a sua moglie.
Tre settimane trascorsero senza il minimo avvenimento. Si conduceva la vita la più tranquilla; e lady Thompson che venne un giorno da Livorno a vedere i d’Astorre, dichiarò loro che bisognava esser pazzi per preferire quella spiaggia antipatica al bel paesaggio affollato dell’Ardenza, dove ci si distrae tanto bene dalla vita invernale, vedendo tutti i giorni le stesse persone che si vedono a Firenze, e compiendo esattamente le stesse evoluzioni alle ore stesse.
Quali lunghe ore terribili Massimo passava solo nella sua camera, seduto a un tavolino vicino alla finestra, fingendo d’essere occupato a scrivere, con lo sguardo smarrito sulla immensità del mare! Sentendo spesso un gran bisogno di solitudine, aveva inventato un lavoro storico — imaginario — al quale era cosa intesa ch’egli si dedicava quando stava ritirato nel suo quartiere. Eppure non aveva scoperto nulla; ma l’atteggiamento d’Elisa era tale da non dissipare i suoi dubbi, e si tormentava senza posa. Cercava sempre, ma invano, di dimostrare a sè stesso la stoltezza e la malvagità de’ suoi sospetti. Come alcuni piccoli fatti, che certo sarebbero sembrati insignificanti a molti altri, erano bastati a distruggere quella felicità di cui aveva cominciato a godere, e che non aveva apprezzato quanto lo faceva adesso mentre crudelmente dubitava di tutto! E quanto rimpiangeva la noncuranza di quella felicità sparita!
Aveva saputo che Giulio Bardi non era mai stato ammogliato. Elisa era stata vittima di una menzogna, o aveva voluto ingannarlo, lui, Massimo? Poi, pensando alle condizioni del suo proprio matrimonio siffattamente eccezionale, vedeva quanto fosse assurda una tale idea. Ma appena, per caso, aveva scoperto che Bardi era celibe, appena lo aveva veduto, ed aveva saputo la visita del signor Orlandi ad Elisa, aveva indovinato tutto il resto: la sublime fedeltà inutile del Bardi, la ragione del suo arrivo a Firenze, in circa, ed il motivo della apparizione dello zio alla Villa del Giglio. In teatro, il suo sguardo si era incrociato una sola volta con quello di Giulio, ma quanto c’era in quella rapida occhiata!