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Un matrimonio eccentrico

PARTE SECONDA. (continued 2)

Reading edition

Talvolta anche, Massimo passeggiava solitario. Un giorno che seguiva un sentiero attraversante i campi, vide dinanzi a sè, a una grande distanza, un uomo la cui apparenza lo fece impallidire, perchè credette riconoscere colui al quale pensava troppo spesso. Ad onta della sua vista eccellente non poteva esser certo di nulla. Affrettò il passo e vide l’individuo entrare in una cascina di contadini, circondata da un campicello, alla quale il sentiero conduceva. Passò davanti alla casa completamente chiusa, ebbe la tentazione di entrarvi, ma riflesse che sarebbe forse imprudente, e ch’era meglio ritornare all’indomani. Ritornò infatti, e ritornò tutti i giorni durante una settimana senza poter scoprire nulla, non osando credere alla testimonianza incerta dei suoi occhi, ma spaventato dai presentimenti del suo cuore. Durante questo tempo egli osservava Elisa sempre più, e credeva intravedere in lei un cambiamento più visibile ognora, un imbarazzo angoscioso, ch’ella studiava invano di celare. S’imaginava di scorgerla scuotersi a un rumore qualunque o impallidire senza motivo. Ostentò di star fuori a lungo, di andare come alla ricerca di qualcosa per i campi, e gli sembrava ch’ella si turbasse, quando le raccontava i suoi passeggi. E lui, eccitato dall’orribile desiderio di sapere la verità, qualunque fosse, soffriva senza quasi averne più coscienza, e si mostrava calmissimo.

Finalmente, avendo la febbre, non potendo più sopportare un tal dubbio, decise che scoprirebbe tutto. Stanco di passare ore ed ore in ricerche infruttuose, andò ad appiattarsi vicino alla casa sospetta, nascosto da un gruppo d’alberi, e vi stette una intera giornata. Quando venne la sera, senza che avesse veduto cosa alcuna, si avvicinò sulla punta de’ piedi e penetrando nel recinto come un ladro, scavalcando la siepe, andò a guardare attraverso ai vetri. Vide una famiglia di contadini; stavano seduti intorno alla tavola, aspettando la cena che una vecchia finiva di apparecchiare. A momenti l’uomo antico risorgeva in lui, e rideva di sè stesso, ma molto amaramente. Restò lì a lungo, con una pazienza ostinata, ma dovette finalmente abbandonare il suo posto di osservazione senza aver nulla scoperto.

Tre giorni dopo, all’istante in cui meno se lo aspettava, e quando aveva rinunciato a sapere la verità, vide Giulio Bardi in persona, ch’entrava in un piccolo albergo vicino alla stazione. Questa volta nessun dubbio era possibile. Massimo lo vide senza esser visto; ebbe un sussulto interno come se avesse ricevuto una palla nel petto. Rimase durante alcuni minuti pallido ed immobile, senza pensiero. Tutte le sue idee erano smarrite; aveva solo coscienza di una irreparabile sventura. Trovò, per caso, Elisa in numerosa compagnia; delle visite da Livorno, la marchesa Celori con tutto il suo codazzo. Massimo seppe mostrarsi cortese, e nessuno si accorse di nulla. Chiacchierò, e fece dello spirito.

Ma quale tumulto di insopportabili pensieri lo assalse poco dopo, ritrovandosi solo e rientrato in pieno possesso di sè! Dunque Bardi era forse sempre stato nascosto lì vicino, mentre lo si credeva a Londra! Era dunque già ritornato, oppure non era mai partito, e codesta falsa partenza era stata imaginata per stornare i sospetti. E com’era possibile supporre ch’Elisa non lo sapesse? che tra di loro non vi fosse complicità? Corrispondevano dunque? Con quali mezzi?

Tuttavia, riflettendo, gli pareva impossibile che avessero potuto vedersi durante quel tempo. Continuò a sorvegliare tutto; qualche giorno dopo credette indovinare che Bardi era partito, ma senza averne certezza alcuna. Ed ora che i suoi dubbi si erano avverati, affranto, gli fu tuttavia più facile il dissimulare, poichè egli era un uomo d’azione, ed ora si poteva agire; vi era un punto di partenza. Si stupiva lui stesso della propria calma in faccia ad Elisa, e certo ella non lo poteva credere in guardia.

Era stato stabilito, fino dal principio del loro soggiorno in Viareggio, ch’Elisa, prima di tornarsene a casa, sarebbe andata a fare finalmente una visita ad una sua amica d’infanzia, che non aveva mai riveduto, promessa da moltissimo tempo. Codesta amica, figlia di un fabbricatore di porcellane abbastanza ricco, aveva sposato per amore un povero impiegatuccio per nome Vegezzi, il quale, costantemente maltrattato dalla sorte ed infelice, aveva finito con l’accettare un misero posto di segretario, senza nessuna speranza di promozione nella piccola città di G..., quasi un villaggio, dove sarebbe probabilmente costretto a rimanere sempre. La signora Vegezzi scriveva di tratto in tratto alla marchesa d’Astorre, la quale, naturalmente, non aveva voluto dimenticarla. Ma ogni anno Elisa prometteva alla umile amica d’andare a farle una visita, a lei ed a’ suoi figli (ne aveva sette) e sempre qualche ostacolo sorgeva all’ultimo momento. Questa volta, appena giunta a Viareggio, Elisa aveva dichiarato a Massimo che non ritornerebbe a Firenze senza essere andata a G.... e Massimo le aveva risposto:

— Hai ragione; non devi più mancare, assolutamente. Ma mi scuserai se non ti accompagnerò. Confesso che, proprio, non mi divertirebbe punto.

Ma alla vigilia della partenza, Massimo disse d’improvviso a colazione:

— Dopo tutto, ho pensato bene.... È meglio che ti accompagni a G....

Guardava fisso sua moglie, ciò dicendo, e credette scorgere in lei un lieve turbamento, subito represso.

— Sì, è meglio. Sarai forse costretta di passarvi la notte....

— È assai probabile, ma che monta? La cameriera mi accompagna, e basta. Sarebbe un troppo grande sacrificio per te il venire, e non lo posso permettere. Ti annoieresti orribilmente. E cosa fareste tutto il giorno mentre io starei a cicalare con la mia amica?

— Eppure credo che sarebbe meglio.

— Ma no, ti dico; dopo mi rimprovereresti per certo di averti lasciato venire....

— Ebbene, sarà come vuoi.

Un terribile sospetto gli aveva attraversato la mente, e tutto quanto osservò d’Elisa non abbandonandola mai in quel giorno, non fece che confermare la sua idea. E allora il suo piano fu subito tracciato.

Al momento di partire egli chiese a Elisa se la signora Vegezzi era informata del suo arrivo.

— No, — rispose, — le voglio fare una sorpresa. D’altronde, la vita di quella poveretta è talmente monotona, che si è sempre sicuri di trovarla. Me lo ha scritto tante volte!

Massimo accompagnò sua moglie alla stazione. Le disse che partiva un’ora dopo per Livorno, dove si fermerebbe fino a sera, e prenderebbe poi l’ultimo treno per Firenze.

Andò infatti a Livorno, ma non vi rimase un minuto. Ebbe appena il tempo di saltare in un vagone di un treno che gli fu indicato dietro sua domanda, senza nemmeno prendere il biglietto, e un’ora e mezza dopo sua moglie, scese alla piccola stazione di G.... La giornata era nebbiosa e triste. Massimo rialzò il bavero del leggiero soprabito che portava, e andò diritto all’albergo. Non si poteva sbagliare, essendovene uno solo di possibile: l’Albergo della Stella.

V’era molta gente, essendo giorno di mercato, e fu data a Massimo una camera abbastanza pulita al secondo piano, dove salì rapidamente. Si mise alla finestra e guardò per qualche tempo la folla variopinta, composta di contadini che spingevano le loro bestie, di mercanti vagabondi seduti vicino alla loro merce in mostra, di campagnuole le cui croci d’oro ed i grossi pendenti pesantemente lavorati brillavano sulle vesti a grandi fiorami. Parlando tutti ad una volta, gridando e gesticolando, tutta codesta gente si pigiava nella via angusta e tortuosa. Una pioggierella cominciava a cadere, e sopra quella platea di cappelli di feltro grigi o neri s’aprivano qua e là certi enormi ombrelli rossi. A destra, la via svoltava bruscamente; a sinistra s’apriva una piazzetta dove risplendeva l’insegna dorata di un caffè elegante, che doveva essere evidentemente il caffè, poichè varii ufficiali stavano seduti ai tavolini che invadevano il marciapiede.

Massimo guardava tutto ciò, come in un sogno, e già chiedeva a sè stesso cosa fosse venuto a fare. Aveva ceduto ad un irresistibile impulso; ma come un tal fatto mostrava bene il mutamento profondo successo in lui! Rammentava i suoi motteggi d’una volta contro altri che avevano compite tali imprese, e si ricordava le sue teorie d’indifferenza, e quanto si credeva allora sicuro di restar sempre lo stesso! E rideva amaramente.

Si bussò all’uscio; era il cameriere.

— Vengo a chiedere a che ora il signor marchese desidera pranzare?

Stupito d’essere conosciuto. Massimo guardò il cameriere, ch’era proprio il cameriere d’albergo di provincia, alto, svelto, servile ed impertinente ad un tempo, sporco e pieno di pretesa nel vestire.

— Mi conosci? — domandò.

— Perfettamente, — rispose l’altro. E continuò con sicurezza: — Il signore è il marchese Ferraris. Mio fratello maggiore ha servito, anticamente, il vecchio marchese a Parma. Mi ricordo ancora le feste magnifiche ch’egli dava. Ma il signore non c’era mai; preferiva divertirsi a Milano....

— Ah! davvero! m’hai riconosciuto subito.... — disse Massimo, che felice d’esser preso per un altro, si guardò bene dal disingannare il cameriere. — Ebbene, mi porterai da pranzo fra un’ora, qui.

— Il signore ha ragione. Abbasso c’è troppa gente oggi. Conta partire col treno di questa sera?

— Non so. Può darsi.

Massimo era sorpreso lui stesso della sua propria calma.

Pranzò, assaggiando macchinalmente un po’ degli otto piatti che gli vennero serviti e facendo discorrere il cameriere, il quale subito lo mise al corrente di tutti i pettegolezzi della piccola città.

— Conosci il signor Vegezzi?

— Credo bene che lo conosco. Ma non sta più qui.

Massimo si sentì impallidire.

— Da quando?

— Ma.... da circa un mese.

— Ed è partito.... con la famiglia?

— Sì, signor marchese, con tutta la famiglia, da un mese e più. Lei è forse venuto per parlargli?

— No; ma l’ho conosciuto altre volte. E avete dunque gran concorso di gente, oggi?

— Come sempre al martedì. Ma oggi non abbiamo solamente dei mercanti di buoi. C’è una duchessa ch’è pure arrivata questa mattina e che ha preso il numero 7.

— Una vera duchessa?

— Per Dio! Si vede subito. Aveva un sacchetto in mano, con la cifra E. A. in oro, e la corona. Una bellissima donna! Ha insieme la cameriera.

D’un tratto Massimo ebbe un vago terrore di saperne troppo, e cambiò discorso. Ma presto il cameriere ricominciò a parlare della “duchessa„; raccontò che appena giunta, era uscita, ma per ritornare presto, e che dopo non aveva più messo piede fuori dalla camera. Che poi aveva chiesto a che ora partisse il treno per Prato, e che avendo saputo che non ve n’era più fino all’indomani alle sei e mezzo, aveva comandato che la si risvegliasse alle cinque. Era dal cameriere del primo piano ch’egli aveva avuto tutti questi particolari.

Massimo rimase assai perplesso di codesta partenza per Prato.

Quando, finito di pranzare, rimase solo, camminò a lungo intorno alla vasta camera, grande e quasi senza mobili, fumando e riflettendo.

— In fondo, — pensava di nuovo, — che son venuto a fare? È assurdo. Come ho potuto immaginare.... e accorrere qui, per un semplice dubbio senza la minima prova, mentre anzi al contrario, riflettendo, è quasi impossibile.... Eppure, questi Vegezzi che non vi sono più!... Come poteva lei ignorarlo? Ma fa lo stesso, è assurdo, ed io sono pazzo. E poi, se avessi anche ragione ne’ miei sospetti, che cosa posso scoprire, ed in qual modo? Bella situazione! Sono stupido. Ho la febbre. Come avrei riso sul muso, cinque anni fa, a chi m’avesse detto che verrei incognito in una stanza d’albergo per far la spia alla mia propria moglie, come un marito da teatro.

Si riaffacciò alla finestra: nella via quasi deserta adesso, non pioveva più, ed il cielo rischiarato s’imporporava sotto gli ultimi raggi del sole che tramontava.

Una ragazza bella assai si appoggiò al balcone della casa in faccia. La guardò macchinalmente. Lei si ritirò; allora egli guardò ancora la strada. Vide un forestiero che parlava, sulla porta, col cameriere. Il forestiero fece un gesto, e Massimo riconobbe Giulio Bardi. Due minuti dopo lo vide entrare nell’albergo.

Un’ora più tardi, a notte fatta, Massimo andò a girare cautamente per i corridoi. Era il vero albergo italiano all’antica, con qualche timida pretesa di comodi moderni. Il cortile era zeppo di carrozze di tutte le specie, di barroccini polverosi, di cavalli appena staccati, e in mezzo a tutti codesti impedimenti stavano dei curiosi in folla; contadini, mercanti girovaghi e borghesucci, alcuni che disputavano tuttora il prezzo di una vendita, altri che ridevano, mentre in un angolo scoppiava una lite fragorosa. A ciascuno dei due piani della casa, un balcone esterno, girava tutt’all’intorno del cortile e dava accesso alle camere, di cui si potevano leggere i numeri dal basso. Due scale, l’una a destra, l’altra a sinistra. Abbasso c’era la sala comune, la cui porta semiaperta lasciava passare una lunga striscia di luce ed il rumorìo confuso delle conversazioni avvinazzate. Esattamente al di sopra la sala da pranzo destinata ai forestieri distinti. Massimo vi entrò e la trovò vuota. Due finestre si aprivano sopra un terrazzo coperto che dominava da una grande altezza una vallata profonda, che pareva un precipizio, in fondo alla quale biancheggiavano, semi-rischiarate dalla luna velata, le pietre di un torrente a secco. Dal lato opposto del burrone s’innalzava una lunga catena di colline verdeggianti, rallegrate da gruppi di case e di ville che s’intravedevano appena. A destra si stendeva la città.

Avventurandosi pei corritoi, Massimo aveva scoperto che il numero 7 si trovava a lato della sala da pranzo, ma più elevato della metà di un piano da alcuni gradini, come succede spesso in quel genere di case di costruzione irregolare. Aveva resistito alle tentazioni di aprire l’uscio e d’entrare bruscamente. Aveva prestato l’orecchio e non aveva udito nulla. Poi aveva provato d’aprire uno delli usci delle camere vicine, ma erano chiuse. Allora era ritornato sul terrazzo. Restò alcuni minuti a guardare il paesaggio, appoggiato al parapetto. Una immensa nube s’avanzava rapidamente; ben presto coprì la luna; non fu più possibile di vedere le ondulazioni delle colline, nè il profilo esatto della città; solo perdendosi a picco nella profondità, lo sguardo distingueva come un nastro bianchiccio formato dal letto del torrente. Il terrazzo coperto era appoggiato da una parte al corpo di casa principale, dove un lungo balcone si distendeva. Dal terrazzo si poteva quasi toccarlo. S’indovinava facilmente che la prima finestra prospiciente su quel balcone doveva essere quella della stanza numero 7.

Massimo era pallidissimo. I dolori articolari di cui da qualche tempo soffriva lo avevano ripreso, ed a momenti il cuore gli batteva quasi dovesse spezzarsi, poi sembrava si dovesse arrestare. Come sempre, la sofferenza morale si confondeva col dolore fisico. I pensieri orribili che cozzavano nella sua mente lo spaventavano, e in mezzo ai suoi tormenti sentiva in fondo alla coscienza come una voce schernitrice che insultava alla sua miseria. Mille cose del passato, alcune delle quali non avevano più il minimo rapporto con la situazione presente, sorgevano davanti a lui; e in modo irregolare ed illogico tutta la sua vita gli apparve innanzi alli occhi. Ed ecco dov’era giunto! Ch’era diventata la fredda superiorità per la quale era sempre stato padrone delle sue passioni? In qual modo aveva perduto quella cinica indulgenza per tutte le colpe delle donne, fosse anche per quelle di una donna amata, la quale gli avrebbe fatto altre volte considerare la gelosia come una debolezza indegna d’un uomo conscio del proprio merito, come una malattia antiquata, condannata al ridicolo nella nostra società moderna? Disceso adesso al livello di coloro dei quali si era maggiormente burlato, aveva perduto tutta la sua scettica bontà; si sentiva brutale, capace di tutto, quasi bramoso di scandalo. Si attaccava borghesemente a’ suoi diritti di marito e sentiva nello stesso tempo ribollire in tutto l’essere suo le ire di un amante ingannato. Le leggi sociali, di cui aveva spesso biasimato ridendo la ingiusta severità, gli sembrarono molli ed insufficienti. Non si riconosceva più.

Un sentimento affatto nuovo si mutava in dolore e lo morsicava nelle più intime fibre — l’odio — e della forza di quest’odio misurò a qual punto amava quella donna che certo lo ingannava. Gli parve ad un tratto sentire il suo amore ingrandirsi come per fargli scoppiare il cuore; amava al punto d’uccidere e di morire. Cattive passioni ignote fino allora si destavano in lui, un spaventoso desiderio di vendetta lo opprimeva. Poi un intenerimento s’impadroniva di lui, dei minuti nei quali tutta la disperazione d’una vita era contenuta.

Si ricordava le differenti fasi della sua esistenza dacchè aveva conosciuto Elisa, e sognava, considerando dove il suo bizzarro matrimonio lo aveva condotto. Quale seducente e originale punto di partenza, e quale volgare caduta!

Ma non dominava più sè stesso. Il sacro ricordo di sua sorella che gli attraversò lo spirito, non valse neppur quello a calmarlo.

I pensieri calunniatori contro sua moglie che adesso lo tenevano in loro balìa risalivano indietro fino al giorno in cui aveva incontrato Elisa Valenti. Credendo Bardi ammogliato, era stata felice di sposarlo lui, Massimo, invece di Gorletti; ma forse era sempre rimasta in corrispondenza col suo antico amante. Dimenticava che ciò gli sarebbe stato indifferente, altre volte.

Ma la sua rabbia, l’odio suo, nascondevano un terribile dolore. Non ne aveva forse coscienza, ma domandava vendetta meno per la cosa in sè, che nella speranza di trovarvi un qualche sollievo alla sua insopportabile tortura. Con l’occhio fisso al balcone, pensava che certo lui doveva essere là, dietro quel muro, solo con lei. E allora le più dolci ore della Villa del Giglio gli ritornavano alla memoria, e rammentava le lunghe sere d’estate nella gran sala silenziosa, quando la luna delle belle notti posava l’incanto del suo bagliore sui capelli sciolti d’Elisa.... E rammentava i suoi dubbi rinascenti e da lei dissipati con tanta bontà.... Mentiva dunque volgarmente essa pure! Ah! oramai non v’era più da dubitare. Ella lo ingannava, lui, a chi doveva tutto. Perchè non aveva almeno avuto la pietà di lasciarlo fuggire lontano, quando lo aveva voluto? Non gli restava più adesso che da rendere il male per il male, e dopo, da sperare che la fine di codesta brutta commedia che si chiama la vita non si facesse molto aspettare. E il suo dolore era nobile e volgare ad un tempo; soffriva nel più profondo dell’animo suo, e insieme — lui tanto superiore alle piccole vanità — si sentiva, per la prima volta, ferito nel suo amor proprio.

Guardava sempre il balcone, misurava l’altezza che ne lo separava. Evidentemente non v’era altro mezzo. Fece il giro del terrazzo; non trovò alcuno.

Allora gettò un ultimo colpo d’occhio intorno, poi salì sul parapetto di pietra, abbrancandosi prima con una mano, poi con l’altra, alle sbarre del balcone superiore, si lasciò andare e fu librato nello spazio, sull’abisso nero. Il ferro gli tagliava le dita, ma con la tensione de’ suoi muscoli esercitati, salì lentamente. D’un tratto una di quelle orribili fitte cui era soggetto talvolta, gli attraversò il cuore. Ebbe un áttimo di debolezza. Ma dopo quel secondo di suprema angoscia, s’irrigidì, e con uno sforzo violento, continuò e giunse ad aiutarsi coi ginocchi e coi piedi. Finalmente, dopo un minuto di un secolo, scavalcò il balcone che si stendeva innanzi a lui in tutta la sua lunghezza. Si avvicinò alla finestra con le maggiori precauzioni. L’idea gli era passata rapida per la mente che tutto sarebbe inutile se le imposte erano chiuse. Non lo erano. Perfino i vetri stavano aperti. Gl’interstizi delle persiane chiuse erano abbastanza larghi perchè si potesse vedere tutto quanto succedeva nell’interno ed udire tutto.

Elisa, sola, con un libro in mano, seduta sopra una poltrona vicina a un tavolino dove ardevano due candele, leggeva tranquillamente. Massimo restò con gli occhi fissi su di lei.

In quell’istesso punto si bussò all’uscio. Elisa posò il libro, e prestò l’orecchio. Si bussò un po’ più forte.

— Avanti! — disse lei con una voce un po’ timida.

E Giulio Bardi entrò.

V.

Elisa si alzò di soprassalto, e riconoscendo Giulio al chiarore malfermo delle candele, divenne bianca. La sua bocca si aprì come per emettere un grido che non venne fuori, e, tutta tremante, si appoggiò con le due mani al tavolino. Ella aveva sul viso qualcosa dello stupore che si prova alla vista d’un fantasma.

Giulio, assai commosso, si era fermato contro l’uscio, richiudendolo senza rumore dietro di sè. Restarono senza poter parlare. Elisa era non solo senza parole, ma senza idee; ella non viveva che dalli occhi. Una realtà, rassomigliante ad un sogno, l’affascinava. Balbettarono insieme qualche parola senza comprendersi.

— Voi? Voi qui? — disse lei finalmente con la sua voce appena ricuperata.

— Sì, sono io.... perdonate.... — ma non proseguì subito, dimenticandosi a guardarla.

Lei tremava sempre.

— Come siete venuto? Perchè siete qui? — ripetè con tuono esaltato.

— Ve ne supplico, non siate tanto turbata. Permettetemi di parlarvi; è necessario.

Elisa ricadde sulla poltrona e si nascose la testa fra le mani.

— No, partite, non vi voglio ascoltare! Che mai possiamo dirci?

Ella sentì le proprie mani scostate dal suo viso da quelle di Giulio, poi se lo vide seduto in faccia e tenendo sempre una delle sue mani nelle sue, ch’ella tentava di ritrarre. Rivide quel volto dolce e serio che da sì lungo tempo non aveva più contemplato che nei suoi sogni, e uno sguardo non mai scordato si sprofondò nel suo.

— Lasciatemi, — mormorò, — lasciatemi!

Ma egli non si muoveva e riteneva sempre la mano di lei che stringeva febbrilmente. Il suo sguardo doloroso non implorava altro che pietà.

— Se sapeste tutto ciò che ho fatto per giungere fino a voi, non parlereste di scacciarmi.

— Come siete venuto? — ripetè lei.

— Non lo so.... non ho tempo adesso di raccontarvelo. Scusate, — riprese dopo una pausa e lasciando andare la mano di lei. — Bisogna perdonarmi. Era necessario. Ho saputo ch’eravate qui (in qual modo non preme), ch’eravate qui sola, e vi ho seguita, poichè mi riesciva impossibile di esiliarmi come me lo avete comandato, senza vedervi un’ultima volta. Calmatevi, ve ne supplico. Vi faccio dunque paura!... Mio zio m’ha detto tutto ciò di cui l’avete incaricato per me. Ad onta delle vostre buone parole, ho dapprima trovato la vostra sentenza crudele, nel mentre stesso che vi comprendevo....

— Ebbene? Com’è che siete venuto allora?

— È soltanto adesso, dinanzi a voi, che sento nella mia emozione profonda, che avete veramente ragione. E vi obbedirò senza mormorare. M’ingannavo me stesso pensando ad altro. Partirò, e non vi rivedrò forse mai più. Vi ero già deciso, e lo sono ancora, ve lo giuro.... Ma, lo ripeto, partire senza avervi parlato una volta ancora, mi sarebbe stato impossibile. Ecco perchè sono venuto.... Tremate?... Di che potete temere? Ho forse neppure tentato d’andare da voi dopo che me lo avete proibito?... Pensate: sono ritornato da Londra apposta per vedervi, non fosse che per un istante.... in istrada.... senza mostrarmi. Eravate in campagna. Ciò che mio zio mi ha detto, non mi ha desolato quanto potreste crederlo. Sapere da voi stessa che siete felice.... voi almeno! è stata quasi una consolazione per me. Avevo fatto un ultimo sogno.... impossibile! me ne accorgo adesso, aveva sperato poter diventare vostro amico e vedervi di tempo in tempo.... Sentendo il vostro rifiuto, ho ubbidito senza lagnarmi. Sono ripartito. Ma un pensiero mi perseguitava, doloroso, orribile. Dicevo a me stesso che lasciavo l’Italia senza neppure avervi veduto.... e che ogni giorno, ogni ora, allargherebbe ancora lo spazio che ne divide. La mia ultima probabilità era perduta. Era al disopra delle mie forze; tornai a Firenze di nascosto, quasi come un ladro. Mentii a mio zio, e a insaputa di lui, ritornai solo, senza nessuno per sostenermi nelle mie buone risoluzioni, per farmi arrossire di me stesso, se non seguivo la via che mi ero prescritta come un dovere. Ho vissuto celato, facendo spiare le vostre mosse con un mezzo senza pericolo che ho trovato. È stato in tal modo che sono giunto a vedervi, alla stazione, frammezzo alla folla, il giorno della vostra partenza per Viareggio. Quando mi sono trovato davanti a voi, ho creduto svenire, io che avevo resistito a tutto! Non mi avete visto....

— V’ingannate. Vi ho visto.... Ma, mio Dio! perchè m’avete inseguita fin qui?... Mi fate orribilmente soffrire!...

— Davvero?... M’avevate visto?... L’ho creduto per un minuto, poi mi sono detto: No! sei troppo pazzo! Lo speravo e lo temevo.... Ma, dopo quel momento, la mia forza mi abbandonò. Nel tempo stesso che mi rimproveravo la mia mancanza di logica, la mia imprudenza, partii all’indomani per Viareggio; partii senza scopo, senza motivo, spinto da un desiderio irresistibile... semplicemente per vedervi ancora. E davvero, alla stazione, mi riconosceste?...

— Subito.... Eppure....

— Sono mutato, non è vero? assai mutato. Pensate agli anni che trascorsero da quando ci lasciammo, e pensate a tutto quanto ho sofferto. Non ne parliamo più. Adesso permettete che vi guardi. Questa è un’ora che non tornerà più. Sì, vi ho seguita, e a Viareggio, nascosto, ho passato dei giorni quasi felici nella solitudine di una stanza d’osteria, pensando che non eravate lontana, e che di tempo in tempo, potevo scorgervi un istante di sfuggita. Vi ho intravista solo quattro volte in quindici giorni, ma mi è bastato per farmi sopportare quasi allegramente la mia prigionia volontaria. Intanto però un desiderio di parlarvi, non fosse che per un’ora, senza testimoni, si è bentosto impadronito di me con una violenza tale, che non fui più capace di lottare. Le mie giornate furono passate a cercare di scoprire un momento favorevole. Ma il rischio era troppo grande, avevo paura per voi. Finalmente, quando non speravo più, codesto caso inatteso e imprevedibile del vostro viaggio qui, del quale ho potuto aver contezza facendo interrogare abilmente la vostra padrona di casa, mi ha offerto la possibilità di un ultimo tentativo. Ho saputo che verreste sola. Benchè fossi sicuro di dispiacervi, di spaventarvi, come avrei potuto resistere alla tentazione?

— Lo avreste dovuto però.... Sarebbe stato meglio.

La voce d’Elisa era ridiventata più ferma, ma parlava a stento.

— Perdonate la durezza delle mie parole. Ma a che serve il rivederci? Io non mi appartengo più, sono legata irrevocabilmente ad un altro.... che devo amare.... che amo. Avevo detto a vostro zio che dovevate partire, e non conservare di me che un incancellabile ricordo, come io lo conservo in fondo all’anima mia.... E a quale condizione, gli dissi che ad onta di tutto, non vi potevo dimenticare? Alla condizione che mi obbedireste e non cerchereste di rivedermi. Ho aggiunto che il mio più ardente desiderio era di sapervi meno infelice, trovando un po’ di serenità nella vostra vita tanto triste per colpa mia, tutta di dovere e di sacrificio.... E voi....

— Non parlatemi di cose impossibili. Potete rimproverarmi d’aver disubbidito e d’essere qui. Ma non potete comandare ai miei sentimenti. Il mio amore per voi è eterno, perchè è al di sopra della vita umana e della nostra sorte passaggera. È mio diritto d’essere infelice per voi. Voi, avete potuto esser felice; vi approvo sinceramente, ma non sapreste esigere lo stesso da me. Vi giuro, Elisa, che in queste mie parole non v’è nemmeno l’ombra di un rimprovero. I nostri destini sono stati diversi; abbiamo fatto ciascuno il nostro dovere. Ingannata da me, ed una tale menzogna era necessaria, sciolta da tutte le nostre promesse, credendomi debole, dimentico, colpevole forse, mentre fui solo imprudente, d’una imprudenza che scontai con la disgrazia di tutta la mia vita, voi mi avete ancora atteso, voi avete lottato, oh! lo so ed indovino! vi siete ostinata a lungo, poi infine, il tempo ha fatto l’opera sua, la vita ha avuto la sua influenza, un sentimento nuovo ha trovato posto nel vostro cuore, ed avete accettato la felicità. Avete fatto bene. Ma io, che non avevo nulla da rimproverare fuorchè a me stesso, io, che sapevo tutta la forza del vostro carattere e tutta la infinita bontà dell’anima vostra, io, ch’ero sicuro che se non avessi mentito per dovere, sarei stato da voi aspettato sempre, io, che dovevo desiderare la vostra felicità per mezzo di un altro, poichè io stesso vi ci avevo spinto, e la profonda approvazione della mia coscienza ha appena compensato l’immensità del sacrificio! potevo io esser felice avendovi perduta, potevo io vivere d’altro che di memorie? L’avvenire, possibile e necessario per voi, non esisteva per me. Ed intanto ho tutto rinchiuso dentro di me. Credete voi che si sappia veramente come ho vissuto? Ho obbedito, per quanto lo potevo, alle leggi sociali; ho potuto trovare la rassegnazione apparente per quelli cui volevo bene; ho lavorato e mi sono reso utile alli altri ed a me, ma che non mi si chieda di più! Nessuno ne ha il diritto.

— Se sapeste quanto mi fate soffrire! Vedete bene la mia emozione, non mi provo a celarla. Un brivido mi ha presa dal momento che apriste quell’uscio, e tremo ancora.... Risparmiatemi!...

Egli la guardò con una espressione nuova sul viso; poi ripigliò con un tono amaro:

— Ah! capisco!... Nella vostra esistenza calma, il mio ricordo è rimasto come un’eco lontana della vostra prima giovinezza.... ma vivete in piena vita reale, come una signora della società che siete; avete cercato e trovato la pace; le vostre giornate, tutte uguali nella loro amabile varietà, si seguono senza scosse; voi vi adagiate, fiorite nella vita tranquilla e opulenta dei felici di quaggiù, e la vostra malinconia, seducente alli occhi altrui, si è raddolcita anche per voi, e bruscamente io sorgo qui simile allo spettro brutale del passato, e vengo, io che il mondo non seppe mai deridere, tanto seppi sempre tacere! vengo a far pompa dinnanzi a voi dei miei dolori che non potete nemmeno più comprendere!

Si alzò e camminò fino in fondo alla camera, lentamente, a testa bassa. Quando rialzò li occhi, vide Elisa che lo guardava fissamente, con la faccia contratta, e quando i loro occhi s’incontrarono, egli scorse delle grosse lagrime, ch’ella non potè trattenere che le colavano per le guancie; e dopo un istante di lotta vana, ella nascose il viso sul braccio appoggiato al tavolino, e scoppiò a piangere.

Giulio rimase un minuto immobile, come pietrificato, a contemplarla. Poi cadde a’ suoi piedi, e prendendole la testa nelle sue due mani, la costrinse a volgere verso di lui il viso bagnato di pianto. Guardò quelli occhi rossi, quelle labbra convulse dai singulti, sentì presso di sè il soffio ansante del seno di lei, ed il fiato di lei sulla sua bocca, e si rigettò all’indietro, poi si piegò sopra quelle mani bianche diventate inerti che coperse di baci.... Vi fu un silenzio. Restò immobile, con la faccia quasi sui ginocchi d’Elisa.

Lei rivide quella testa, quel collo, che aveva altre volte veduti tanto spesso così, e durante un áttimo, dieci anni della sua vita sparirono.

Il passato risorgeva davanti a lei, nella sua antica e imperitura bellezza. Rivedeva la casa del lago di Como, i sentieri dove i piedi s’imbarazzavano nei cespugli e dove lo sguardo si riempiva delli azzurri dell’acqua e del cielo, l’albero sotto al quale essi avevano pianto alla loro prima separazione, e la piccola sala dei ritrovi notturni all’epoca del ritorno inatteso di Giulio, quei rapidi giorni di febbrile felicità ch’erano rimasti come la nota la più acuta e sonora della sua vita. I ricordi dalle care tinte impallidite ridiventavano dei ricordi d’ieri; essa rivedeva ogni pietra, ogni cespuglio della strada di Torno, di quella strada che aveva tante volte percorso andando alla posta, col cuore pieno di speranza, per ritornarsene in preda a una tristezza mortale; rivedeva il piccolo cannotto nel quale si erano talvolta arrischiati sul lago, lo svolto della strada dove penavano tanto a lasciarsi dopo le loro lunghe passeggiate, la sua camera dove sempre i suoi pensieri si rivolgevano a lui, attraverso l’oceano, dopo ch’era partito. Poi la notte profonda dell’anima sua, quando aveva finalmente perduta ogni speranza, le angoscio della lotta dalla quale era uscita rassegnata, i desideri insopportabili e pazzi di vederlo una volta ancora e morire.

Ed ora egli era lì, chino sopra di lei, a’ suoi piedi; ella sentiva le mani di lui che toccavano le sue, vedeva quella testa appoggiata sulle sue ginocchia. Ed ella contemplava, assorta in un’estasi inconsciente, in un completo oblìo del presente.

D’un tratto, ella osservò che quei capelli tanto noti, quei capelli da ragazzo morbidi ed ondulati, erano brizzolati di fili bianchi. E con la sensazione di una orribile stretta al cuore, essa si svincolò finalmente.

Ma svegliandosi, si ritrovò tuttora in un sogno. Perchè trovavasi, con lui, in codesta camera banale, con le sue pareti dipinte a quadretti gialli e rossi, i suoi mobili volgari e scompagnati, la sua alcova a tende scolorate?

Allora, mentre ascoltava come in sogno ciò che Giulio continuava a dirle, il suo pensiero ritornò ai giorni più recenti, al nuovo cambiamento nella sua vita, al tempo ch’era già trascorso, rapido e penoso, dopo la visita di Orlandi, dal momento in cui era venuto a turbarla annunciandole l’arrivo di suo nipote a Firenze fino all’ultimo giorno di sofferenze segrete a Viareggio, dove notava con paura l’attitudine incomprensibile di Massimo. Mutato per lei, senza ch’ella sapesse indovinare perchè, era diventato aspro, freddo e distratto all’istante in cui avrebbe avuto il maggior bisogno d’essere sostenuta e incoraggiata. Avrebbe voluto abbrancarsi a lui, e Massimo sembrava allontanarsi. Doveva avere del sospetti ch’ella indovinava; ma quali precisamente? Paurosa, non ardiva interrogarlo, nè scandagliarlo in nessun modo. Che sapeva? Che pensava? Lei aveva creduto che Giulio fosse ritornato a Londra, e sulle prime ne aveva provato una specie di sollievo. Ma, a poco a poco, nella tristezza della solitudine, davanti a suo marito che non riconosceva più, un rimpianto sorse nel suo cuore. Durante le sue lunghe giornate solitarie, nel salotto soffocante del suo quartiere ammobiliato, illanguidita del caldo opprimente, l’occhio fisso sul vasto mare che pareva assopito sotto i raggi di un sole torrido, una idea s’impadroniva di lei che tentava invano di scacciare. Avendo riveduto Giulio per un minuto, una brama la riempiva di rivederlo ancora. La parola giammai si disegnava davanti a’ suoi occhi in lettere di fuoco. Avendolo riveduto, — e come dimenticare la scossa di quel minuto secondo? — le sembrava impossibile di dover dire a sè stessa: morrò senza aver sentito una volta ancora il suono della sua voce, senza potergli dire una parola.

Ed ora egli era lì, davanti a lei.

Le parlava con una voce dolce, che pareva venisse da lontano, e che infatti s’innalzava per lei in un mormorio, come dal fondo delli anni spariti. Le domandava sempre perdono d’essere venuto e l’assicurava, con un così triste sguardo! che non cercherebbe mai più di rivederla. Non voleva che un ultimo sorriso e che una mano indulgente nella sua. E, senz’ordine, interrompendosi, le raccontava la propria vita, gli avvenimenti di tutto quel tempo che li aveva separati, le proprie disperazioni, ed in quel racconto le parole non erano nulla. Lei lo ascoltava macchinalmente, leggendo nelle pupille di lui tutti i segreti dei suoi dolori, tutte le lotte della sua coscienza, e la terribile vittoria sopra sè stesso. Le parlò della sua lunga assenza, della sua sventura, della menzogna alla quale aveva dovuto acconsentire, poi del suo ritorno, e di quello che aveva sentito alla notizia ch’ella era maritata col marchese d’Astorre.

Parlando, Giulio era stato sincero. Davvero, venendo, ad onta di tutti i rischi, fino in quell’albergo per rivederla, nessun pensiero era nato nella sua mente ch’egli avesse a rimproverarsi. Per nulla al mondo, egli avrebbe voluto turbare la pace, la felicità di colei che adorava d’un amore santificato da tanto soffrire. Era entrato la sera in quella camera, dove nessuno poteva sospettare la sua presenza, perfettamente sicuro di sè. E non aveva dubitato di uscirne, forse un po’ consolato, forse più affranto di prima, ma senza che la sua coscienza avesse nulla da rinfacciargli. Una carrozza stava pronta, che doveva condurlo a una stazione, donde ripartirebbe per non più ritornare. Sapeva bene che rivedendo Elisa, parlandole, proverebbe la più forte emozione della sua vita, e che forse, attraverso il suo amore purificato, tutte le violenze della passione si ridesterebbero in lui, ma sapeva pure che adesso Elisa apparteneva volontariamente ad un altro, ch’ella lo amava, che gli doveva la felicità, e sentiva ch’egli non mancherebbe al proprio dovere, e che si mostrerebbe a lei come gl’incombeva di essere.

Ma non si era aspettato a trovarla quale essa gli appariva allora. “Certo sarà commossa assai rivedendomi„ erasi detto, ma non avrebbe mai creduto di vedere quelle lagrime ardenti smentire le fredde parole ch’ella aveva tentato di rivolgergli, nè di sentire la mano di lei febbrile quanto la sua propria, nè di leggere in quelli occhi la rivelazione involontaria di tutto l’antico amore risorto. Un sospetto gli attraversò la mente, che lo rese come pazzo e gli fece tutto dimenticare: ella forse aveva mentito ad Orlandi, si provava a mentire ancora, ma tutto quanto diceva era falso, ed ella lo amava come prima!

Allora sentì tutte le sue risoluzioni squagliarsi e gli sembrò che un abisso si aprisse sotto ai suoi piedi, pieno di disperazione e di gioia. Tacque d’improvviso, e fissò negli occhi di Elisa uno sguardo che voleva penetrare fino all’anima.

— Continuate, — disse. — Giacchè siete qui, parlate. E parlate presto, perchè il tempo incalza.

— No, nulla ne incalza, — rispose con voce cupa.

Poi serrandosi le tempie nella mano destra, esclamò con tono mutato:

— Dio mio! pensare che se fossi ritornato qualche mese prima, allora, non apparterreste ad un altro! Ironia insultante della sorte! Voi, Elisa, la mia Elisa, vi guardo e non ne ho il diritto, prendo le vostre mani nelle mie, e per questo sono costretto a nascondermi! Non siete più la mia Elisa, siete la marchesa d’Astorre. Ma pensate dunque, dopo tutto, mi avete lungamente e pazientemente aspettato, povera fanciulla mia, mio angelo adorato.... e più che non avreste dovuto; ma perchè Dio ha permesso che, ad onta del vostro coraggio, io arrivassi troppo tardi? E come lo avevo altre volte predetto, ritorno ricco, considerato.... ed avrei potuto avervi! No, è troppo! Perchè non sono morto in mare, ritornando!...

— In nome del cielo, calmatevi! Perchè vi esaltate così, perchè questo mutamento!

— Perchè? Perchè leggo nei vostri occhi; perchè le vostre parole hanno mentito ed i vostri sguardi sono sinceri.... perchè mi ami ancora! Elisa, perchè ci amiamo sempre!

E, debole com’essa era, egli se la prese tra le braccia.

— Vieni, — le disse, — partiamo! Vedi bene che sono io! Ti ritrovo! Il tuo corpo freme tra le mie mani.... come posso credere alle tue parole? Ti giuro che tu mi ami! Dimentico tutto. Se ci amiamo, tutto il resto è falso. Oh! dimmi, Elisa, non senti l’eternità del nostro amore? Come vuoi che di un tale passato non rimanga nulla?... Come? tutto dovrebb’esser vano? e inutili i nostri dolori? Avremmo dunque mentito, allora, ci saremmo ingannati? Quelli che negano l’amore avrebbero dunque ragione, e noi avremmo scambiato un lampo con la luce immortale?... Ti ricordi le nostre promesse?... Non senti tu che i vincoli che ci univano non sono spezzati? Mettete sopra un piatto della bilancia tutte le leggi sociali, tutti i doveri mondani, tutte le catene della vita, e sull’altro un sentimento d’origine divina.... da qual lato piegherà? Tu fosti mia; lo sei ancora. Farò tutto quello che vorrai. Fuggiamo lontano da tutti, che nessuno più ci veda!...

— Tacete!

E con uno sforzo violento, Elisa si svincolò.

Essa si volse verso la finestra, e Massimo che udiva tutto, vide rivolto verso di lui il viso di sua moglie, e su quel viso una espressione ch’egli non potrebbe mai più dimenticare. Vide i suoi occhi alzati al cielo, i suoi lineamenti contratti da una lotta ultima, un’angoscia suprema che agitava tutto il suo corpo.

Giulio volle seguirla all’altra estremità della stanza.

— Restate, — gli disse. — Non saprete mai a che punto soffro. Per pietà, Giulio! (egli trasalì sentendola chiamarlo per nome), calmatevi! Non mi avvicinate più!

Rimase qualche tempo accasciata, incapace di parlare. Il silenzio era strano in quella camera. Poi finalmente ella disse a voce bassissima, con uno sforzo:

— Se sapeste come amo veramente mio marito, e quanto e perchè lo amo, non mi parlereste come fate.

— Ciò è falso. Voi non lo amate, poichè amate me. L’ho veduto, l’ho vedo ancora. Non posso credere alle vostre parole. Nient’altro è vero tranne il tremito della vostra mano nella mia. Il vostro, Elisa, è un carattere sincero e retto; non avete mai saputo mentire. Ma io non vi accuso; anzi vi stimo e vi ammiro sempre più. Si capisce tutto, quando si ama come amo io. La vostra menzogna è sublime. Imponete silenzio all’anima vostra per compiere ciò che credete il vostro dovere. Ma io, in questo momento supremo, vedo al di là delle considerazioni umane. Guardate: adesso sono calmo. Ascoltatemi. Io pure ho provato che so tutto sagrificare all’idea del dovere. È per fare ciò che dovevo, che mi condannai io stesso a mentire, che ho frantumato il mio proprio cuore. Posso dunque giudicare. Ebbene! ve lo dico in tutta sincerità, il vostro dovere non può consistere nell’amare quell’uomo. Ad onta delle leggi e della morale passeggiera di questo mondo, quali sono i suoi diritti paragonati ai miei? Io, ebbi la vostra prima parola d’amore, e vedo che mi amate ancora; io, vi ho tutto dato e tutto sagrificato, e sarei pronto a sagrificare tutto ancora, se veramente lo amate, vostro marito. Ma come lo fareste credere? Che ha fatto, lui? Oh! credetelo! ho ragione. Vorrei che vostro marito fosse qui e mi sentisse.

— Giulio, è me che dovete ascoltare, — disse Elisa lentamente. — Non parlate così; non dite nulla di cui potreste pentirvi più tardi. In nome del passato, che resta sacro nella mia memoria, ve ne supplico!

V’era qualcosa di così decisivo, di così solenne nella sua voce, che Giulio ne fu colpito in mezzo al suo esaltamento, e che tacque mentre Elisa sembrava riflettere....

— Sapete quali furono per me gli anni che seguirono la vostra partenza? — continuò finalmente, e come se parlasse tra sè. — V’immaginate il lutto che si distese per me sulla natura, la disperazione che cadde sul mio cuore? Nessun vecchio, disingannato di tutto e stanco della sua lunga giornata, sentì mai il peso dell’esistenza troppo gravosa per le sue forze, come lo sentii io allora, al principio della vita, giovinetta cui sorrideva il mondo. Ed io, non avevo nemmeno il lavoro, un cómpito per distrarmi. Non avevo che la mia solitudine e i miei pensieri, e non me li permettevano. Mi era proibito di soffrire, e di giorno in giorno, i miei spiavano l’istante in cui dovesse cessare il mio dolore eterno. Mentre desideravo morire, si pensava a maritarmi. Rifiutavo sempre, lottavo. Ma finalmente si decise, mio malgrado, il mio matrimonio.... e sapete con chi? con quell’uomo che voi pure detestavate e che veniva tanto spesso da voi.... Gorletti. Codesto matrimonio era una necessità assoluta; la miseria sorgeva davanti a noi, ed io dovevo salvare la mia famiglia. Tutti mi consigliarono di cedere, perfino le persone migliori, le più intelligenti. Non sapevo resistere alle minaccie di mia madre, alle preghiere desolate di mio padre, all’opinione universale. Come avrei voluto morire! ma lo potevo ancor meno. Il sacrificio era deciso; ad onta della mia ripugnanza, del mio orrore, avevo dovuto acconsentire.... Sola, non potevo lottare contro tutti e contro la sorte. Mi si compiangeva, ma nessuno ebbe l’idea di venirmi in aiuto. E, d’improvviso, all’ultimo momento, un uomo giunse, che lo fece. Come un angelo salvatore s’intromise tra me ed il destino, e con mano possente, arrestò sull’orlo del precipizio quella che i suoi amici vedevano cadere con vani rimpianti e nulla più. E quest’uomo mi conosceva appena; non ero per lui che una conoscenza banale, indifferente. Ma egli comprese e volle salvarmi. E per ciò fare, mi sposò; mi diede il suo nome, il suo appoggio, la sua fortuna e non mi chiese nulla in cambio. Potevo rifiutare? Avevo la scelta?

— Non lo amavate, dunque?

— No, non lo amavo allora. Ma già mi sentivo irrevocabilmente legata a lui da una riconoscenza della quale non mi potevo sdebitare. Mi aveva resa ad una vita possibile. Voi, vi credevo perduto per sempre, sposato con un’altra; vivevate sempre nell’anima mia, ma solo per la memoria. Il tempo scorreva per me, calmo; ero triste, ma esistevo come in sogno. D’Astorre, invece, attivo, errante, proseguendo sempre qualche progetto da me ignorato, viveva in un modo bizzarro, disordinato, che io non capivo. Per me, egli non era, come dal primo giorno, che un amico sicuro e sincero.

A poco a poco egli cambiò. Tutte le cose esterne cessarono d’interessarlo; si attaccò sempre più a me ed alla casa; cessò di assentarsi. Mi chiese se io volevo essere tutto per lui. Raddoppiò di cure, di delicatezza. Seppe guadagnare tutta la mia fiducia, lui che talvolta m’intimidiva; si corresse di tutti i suoi difetti. — E dal giorno ch’egli mi amò in tal modo, credetti mio dovere di amarlo, e l’amai veramente. Ebbene, non comprendete che adesso devo morire prima d’ingannarlo? Ah! Giulio! la felicità ideale che altre volte sperammo è svanita per sempre, e nulla la può risuscitare quaggiù. Voi avete vissuto come io avevo l’intenzione di vivere, cioè rinunciando alla vita; io ho dovuto cominciare una nuova esistenza e vi ho trovato la pace ed un benessere calmo che per me è il dovere. Il ricordo del passato non può spegnersi in me, e mio marito lo sa; poichè non ho voluto nulla nascondergli, ma la mia vita gli appartiene adesso. Ho sofferto quanto voi; ho forse pensato ancora di più. Riflettete, e sarete costretto di darmi ragione. Nelle mie lunghe meditazioni ho tutto previsto, perfino quest’ora. Sono debole, è vero, e la commozione che ho provato vedendovi apparire al momento in cui meno me lo aspettavo, mi ha fortemente scossa.... Ma ho tanto pensato, che non posso fallire....

— È perchè il ricordo in voi è meno vivo che in me.

— No, v’ingannate ancora; se vi parlo così, non è perchè dimentico, ma perchè rammento. Confrontate ciò che fu il nostro amore a quello che sarebbe ora! Invece dell’abbagliante splendore, dell’ebbrezza santa che abbiamo conosciuto, che cosa avremmo? Una passione colpevole e sconvolta, una felicità cattiva, avvelenata di rimorsi. Il nostro passato, così bello nei nostri ricordi, e che, separati, non potremo mai dimenticare, sarebbe esso pure guastato da un presente colpevole, e che sembrerebbe la parodia di quanto abbiamo sognato. Tutta la mia vita s’interpone tra di noi.

Giulio non osava più interromperla. Ascoltava, con la testa china, quelle parole tanto vere che risuonavano stranamente in quella camera, guardando talvolta le due candele già per metà consumate, talvolta rivolgendosi verso Elisa con un gesto di violenta negazione ch’ella reprimeva subito.

— Tutto quanto mi dite è vero a un certo punto di vista, — disse lui finalmente con gran tristezza, dopo una lunga pausa; — tutto è d’una verità crudele. Ve lo ripeto, avete ragione, e vi stimo altamente di parlare in tal modo, sebbene mi spezziate il cuore. Il nostro amore sarebbe adesso colpevole; è vero. Il dovere ne lo proibisce; ma, credetelo, il dovere soltanto. Vedete, sono calmo. Sarò anche forte; avrò l’orribile coraggio di obbedirvi. Una vostra parola mi è sacra. Ma a quest’ora suprema, Elisa, confessate la verità. È il dovere che ne separa ancora, inesorabile, null’altro che il dovere. Ma voi mi amate, mi amate come sempre, mi amate come io vi amo. Datemi questa consolazione terribilmente amara di confessarmelo, e partirò.

— Non sarebbe una conclusione. Mentre invece se mi poteste comprendere, se poteste intravedere la verità tal qual’è, e tale che ve la voglio dire tutta intera, vi trovereste un sollievo vero, e la forza di rassegnarvi alle tristi leggi della vita che non possiamo discutere. Dicendo che v’è nel nostro passato qualche cosa di eterno che non può morire, e che le nostre anime sono unite da un vincolo indissolubile, dite il vero.... Ma v’ingannate credendo che io possa amarvi come una volta. Allora potevo darmi a voi tutta intera, consacrarvi tutte le ore del mio tempo, tutti i miei pensieri e tutte le mie sensazioni; adesso invece appartengo ad un altro e da alcuni anni egli ha la mia vita di tutti i giorni.... e come avrei potuto diventar sua, senza nulla dargli del mio cuore? Perchè volete che dicendovi che lo amo, non lo dica che per farvi ancora più crudelmente soffrire? Oh! no, Giulio, non si tratta del dovere solamente, del dovere sociale, come vi ostinate a crederlo.... Se avessi potuto continuare ad essere tutta vostra, allora, non avrei forse calpestato tutti i doveri? Ma perchè vorreste che ci rendessimo ora infelici, cercando una felicità impossibile che non potremmo trovare se non al prezzo della pace della nostra coscienza?

Elisa gli disse che aveva lungamente riflettuto nelle ore della sua solitudine. Gli spiegò che la vita è molteplice e che quando i nostri voti non sono aiutati da circostanze eccezionali, l’ideale è presto soffocato dalla realtà e non può più esistere che nel segreto del nostro cuore. Se non ne viene concesso d’isolarci dal mondo, siamo ben presto ravvolti dalla mischia, siamo costretti ad abbandonare i grandi spazi puri dove la nostra immaginazione vagava, e di camminare nell’erba, sull’orlo della strada.

Elisa, mentre ripeteva tutto ciò, era pallida quanto Giulio.

Lui aveva abbassato il capo; era vinto. Vedeva chiaro finalmente quanto ella avesse ragione. Con un brusco movimento, si alzò quasi per partire.

Elisa trasalì, e allora, lei che aveva saputo parlare con tanta calma e con tanta verità, affranta dalla intensa emozione e dalla tensione dello sforzo, si mise a piangere.

— Per pietà, Elisa, se volete che abbia la forza di fare ciò che devo, non piangete! Vedete, vi ho compresa, sono ridiventato me stesso. E siete debole voi, adesso, ve ne supplico.... Eppure grazie! grazie per queste lagrime!

Ella gli stese le mani, oramai, asciugandosi gli occhi.

— Ho ben ragione, non è vero? Dunque, giurate di obbedirmi?

— Lo giuro.

— Restate ancora un poco, allora. Che io possa avere la dolcezza di parlarvi liberamente, adesso che sono altrettanto sicura di voi che di me, che io possa tenere senza paura per pochi istanti la vostra mano nella mia! Se sapeste quanto, io pure, desideravo parlarvi ancora una volta, quanto l’ho sopratutto desiderato il giorno che vi ho rivisto! Sì, oso dirvelo, ad onta dell’imprudenza, ad onta del pericolo, ad onta di tutto, non posso biasimarvi di essere venuto. È una felicità insperata e che nessuno può rimproverarmi, e sarò più forte, d’ora in poi. Siete buono e grande, Giulio, come lo foste sempre. Oh! senza fallire, senz’aver nulla da rinfacciarmi, potervi parlare sinceramente questa volta ancora! Oh! se potessi sperare, che voi pure sarete meno infelice per avermi veduta! Ma tutto è così triste....

Giulio guardò il suo orologio.

— Ho ancora un’ora da rimanere. Lasciate che vi guardi.

Intanto, Massimo, di fuori, su quel balcone, dove, quando Bardi era entrato nella camera, aveva dovuto abbrancarsi alla sbarra per non fare irruzione, avendo sul capo la serenità del cielo stellato, sotto i piedi l’abisso aperto, e davanti agli occhi, tra gli interstizi delle persiane, la scena che abbiamo descritto, — aveva vissuto altrettanti anni quanti erano i minuti passati, tutta una vita, se si considera il tumulto delle passioni diverse, cambianti ad ogni nuova fase del dialogo, e la dolorosa varietà de’ suoi pensieri e delle mosse dell’animo suo. Dinanzi a quella scena, dove il suo avvenire era in giuoco, una di quelle trasformazioni aveva dovuto compiersi in lui; che, troppo bruscamente subìte per scosse violente, possono uccidere un uomo, specialmente nel suo stato. Ma una così intensa curiosità lo aveva inchiodato al suo posto ch’era passato dallo spavento e dall’orrore all’ammirazione, quasi senza sentirlo. Tremò dai piedi alla testa senza che l’occhio suo s’abbassasse per un secondo, senza che le sue mani potessero muoversi. Rimase sino alla fine, atterrato, affranto, consolato tutt’insieme e di volta in volta. Aveva tutto sospettato, tutto, tranne ciò che vedeva ed udiva. Dal primo momento in cui si era sentito come trafitto dalla certezza acuta che tutto era perduto, egli aveva temuto, sperato, dubitato, pronto a maledire o a piangere, sino alla fine; e tutto lo aveva sorpreso, strappato dalla logica della sua esperienza per aprire alle sue riflessioni degli orizzonti inesplorati.

A un certo momento aveva alzato gli occhi alla gran vòlta oscura e splendida, e si sarebbe potuto crederlo sul punto di cadere in ginocchio come se una preghiera riconoscente gli salisse alle labbra.

Ma non si sentì felice quand’ebbe tutto veduto. Una disperazione nuova si aumentava lentamente in lui. Tutta la sua passione brutale, i suoi desideri di vendetta, ed i suoi furori pieni di angoscia, si dissipavano, e non sentiva più che la vergogna di sè stesso, l’ammirazione e la pietà. Egli moralmente scompariva davanti a quei due ch’egli aveva considerato come colpevoli, e che ora contemplava simili ad esseri superiori. Qualcosa contorcevasi morendo dentro di lui, e un sentimento affatto nuovo vi nasceva. Al posto del suo amore turbato, che avrebbe potuto condurlo fino al delitto, sorgeva una infinita tenerezza che aveva quasi sete dell’amara voluttà del sacrificio.

Aveva visto adesso l’amore nella sua estrinsecazione la più alta, ed a momenti, era stato costretto di dimenticare che lui stesso amava quella donna, a piedi della quale stava un altro.

Aveva compreso codesto amore, del quale da un pezzo conosceva la prima parte, ed alla fine del quale egli aveva così stranamente assistito. Che diventavano i suoi sentimenti, confrontati coi sentimenti dei quali aveva ascoltato la involontaria eloquenza? Aveva sentito la sua gelosia umiliata, intravedendo le segrete profondità di quelle due anime, sentendo più che non dicessero le parole, credendo leggere sui loro lineamenti confessioni non espresse.

Il suo sguardo si perdeva in giù, al basso, e vedendo le pietre del torrente biancheggiare sempre nell’orrore delle tenebre, ebbe per un istante la vertigine della profondità, del silenzio dell’abisso dove tutto si oblia, e lui, che due ore prima, voleva vivere per vendicarsi e punire, pensò allora che sarebbe stato meglio — soccombendo al dolore che lo aveva assalito durante la sua pericolosa ascesa al balcone — cadere nel precipizio e trovarvi la morte, che sarebbe stata la pace per lui e la felicità per gli altri.

VI.

Nella sua camera rosa, in quello stesso letto dove aveva dormito per la prima volta giungendo dalla Lombardia alla Villa del Giglio, Elisa stava coricata. Un bel raggio di sole ancora caldo penetrava dalla finestra semi-aperta, illuminava la tinta rosa delle tende, faceva brillare la doratura di una cornice, e pareva volesse ridonare il colore alle guancie pallide della convalescente.

Elisa aveva abortito, e durante alcuni giorni, era stata male assai. I suoi genitori erano venuti. La speranza tardi concepita e di nuovo perduta di vedere presto un bambino rallegrare la casa, aveva afflitto tutti, ma la signora Valenti specialmente piangeva a calde lagrime il piccolo erede svanito. Elisa, la quale ad onta de’ suoi sforzi per reprimere un tal sentimento, era stata penosamente turbata dall’arrivo di sua madre, dopo d’averla vista seduta al suo capezzale, aveva finito col rispondere ad uno dei suoi abbracci esaltati con un bacio silenzioso, ch’era, senza che nessuno lo sapesse, un bacio di perdono, e più che mai, dopo quanto era passato, le aveva fatto bene la presenza di suo padre, tanto buono a malgrado delle sue debolezze.

La signora Valenti era appena uscita dalla camera. Massimo stava seduto a’ piedi del letto, sulla gran poltrona, dove, pur malato egli stesso, era rimasto cinque notti a vegliare. In nessun posto, d’altronde, avrebbe potuto dormire. Aveva passato là delle ore interminabili, nella penombra vagamente rosea della stanza appena rischiarata dal dolce bagliore di un lume da notte, facendo talvolta, mezzo svegliato com’era, i più strani sogni, talvolta invece rivedendo gli avvenimenti recenti disegnarsi, con nettezza straordinaria sul fondo di pallide tenebre dove si perdeva il suo sguardo. Sempre rivedeva la scena che aveva prodotto in lui una nuova trasformazione, sempre pensava al modo con cui era partito, aprendo macchinalmente, dal balcone, la porta-finestra mal chiusa della camera attigua a quella occupata da sua moglie; come si era trovato, più tardi, alla stazione, quasi senza saperlo, e com’era ritornato alla villa, e vi aveva trovato un telegramma di Elisa che lo avvertiva di non poter tornare prima dell’indomani. Era giunta infatti, e gli aveva raccontato che non aveva trovato la signora Vegezzi a G..., poichè suo marito era stato trasferito a Prato, due mesi prima, e che allora si era decisa ad andarvi, il che aveva prodotto un ritardo di un giorno, che i Vegezzi stavano bene loro, ed i loro sette figli, e ch’erano rimasti assai felici e lusingati della sua visita.

Durante le ore passate a G..., Massimo era stato balestrato tra gli estremi dell’amore, dalla passione tormentosa e violenta alla tenerezza senza limiti, da tutti i furori dell’egoismo esasperato alla completa rinunzia di sè stesso.

Ora si rifaceva l’equilibrio. Sentiva quanto il suo amore per Elisa fosse pieno di disinteresse, ma — sebbene l’idea di sagrificarsi lo tentasse — comprendeva di non esserne capace. Tutto si confondeva nella sua testa stanca. Il pensiero si era in lui mescolato al sogno, nel corso di quelle lunghe notti insonni. Vergognoso della sua gelosia passata, dopo d’aver udito le nobili parole di sua moglie, giudicava amaramente la situazione come avrebbe potuto giudicarla un terzo disinteressato, ma in ciò fare, un dolore tanto acuto lo riempiva che non mancava di una certa orribile voluttà.

Diceva a sè stesso: una volta, per caso, è accaduto che nella nostra società triste e depravata, due esseri si amassero realmente, del raro e vero e imperituro amore. Furono divisi; ma essi si sentirono uniti ad onta della distanza, dalle loro anime, come se le loro mani non si fossero sciolte. Il giovane aveva potuto ritornare in Europa, — avendo prima dovuto mentire perchè la sua fidanzata fosse libera, — e l’aveva trovata moglie di un altro che l’aveva sposata per salvarla, spinto a codesta facile buona azione dalla bontà leggiera che sta in fondo ai cuori corrotti. E questo marito, il quale poi aveva amato sua moglie per capriccio, deve rendere per sempre impossibile la felicità tra due esseri che sembravano creati apposta per amarsi!

E, esaltato, esagerando perfino ciò che gli sembrava la verità, egli si persuadeva d’aver fatto l’infelicità di Elisa. Adesso sarebbe felice, se non lo avesse incontrato allora sul suo cammino. E che cosa meritava lui, non avendole portato che un amore tardivo, dopo una vita sregolata, un amore al quale lei non poteva corrispondere che per un’idea di dovere? Se, realmente, egli sentiva per Elisa un affetto profondo, se veramente egli voleva fare qualcosa per la sua felicità, perchè non lo farebbe sagrificandosi, come prima lo aveva fatto senza merito; perchè avendo voluto una volta salvarla da Gorletti, non la salverebbe adesso da sè medesimo?

Ma sentiva di non poterlo. Ancora rimpiangeva talvolta di non essere piombato in fondo al precipizio, sul quale era rimasto per un istante sospeso nella indimenticabile serata a G...; ma adesso, ad onta di tutto, le mollezze dell’amore lo riprendevano, contemplando Elisa addormentata, pallida, sul candore dei guanciali.

Ed Elisa pure, con gli occhi semi-chiusi, guardava suo marito a lungo, senza ch’egli se ne accorgesse. Nella letargia della malattia, tutte le sue idee si erano come velate, e gli avvenimenti che l’avevano tanto scossa, le parevano già lontani. Ma Massimo le ispirava sempre una penosa paura. Lo vedeva devoto, attento a’ suoi minimi desideri, ma sempre triste ed inquieto, ed aspettava invano da lui una parola che rompesse il ghiaccio, che attenuasse la sensazione d’un qualcosa di straordinariamente teso fra di loro.

La sua vita era mutata. I giorni penosi di Viareggio non erano stati che una lenta preparazione ad una crisi che lei presentiva. Ed, infatti, la presenza inattesa di Giulio a G..., e le ore passate con lui, avevano marcato un punto d’arresto nella sua esistenza. E bisognava voltare una nuova pagina, adesso. Bisognava che la vita interrotta fosse ripresa, e resa possibile. Lo desiderava ardentemente, di tutto cuore, ma perciò era necessario che Massimo la incoraggiasse, trovasse la parola che doveva tutto dissipare. Benchè non si sentisse colpevole, avrebbe però voluto dir tutto, ma una invincibile ripugnanza l’arrestava, e avrebbe voluto sentire da lui, prima, almeno una sola parola pronunciata come le altre volte.

La casa sembrava più silenziosa che mai, ad onta della presenza dei Valenti. I servitori con l’istinto loro, fiutavano nell’aria un cambiamento, del quale tentavano invano di precisare le cause. Le vaste sale del pianterreno sempre vuote, sembravano pure aspettare qualcosa che non doveva giungere mai. Si restava negli appartamenti del primo piano, vicini alla camera di Elisa. Quando vi erano riuniti, provavano tutti un lieve imbarazzo indescrivibile, ciascuno a modo suo.

Massimo errava solo nel giardino dove aveva tante volte passeggiato con Elisa, e le memorie che sorgevano ad ogni passo, come spiranti dagli alti alberi, come susurrate dalle ultime foglie cui già la brezza autunnale scuoteva, gli sembravano memorie di cose morte, per sempre sepolte nel passato lontano, e che nulla più potrebbe far rivivere. Gli pareva certo che codesto silenzio pesante sopra ogni cosa non potrebbe venire interrotto mai più. I soavi parlari, le tranquille gaiezze che gli rendevano una nuova gioventù, la delizia dello sentire dimenticato il mondo nelle dolcezze di un egoismo in due, tutto ciò era volato via per sempre. Se guardava all’ora del tramonto le valanghe di porpora e d’oro spegnersi lentamente all’orizzonte, e l’ombra invadere a poco a poco i contorni lontani di Firenze, diceva a sè stesso che quel poema celeste, variato tutti i giorni e costantemente sublime, non darebbe più le ali alla sua imaginazione, poichè egli non troverebbe più in sè stesso le mille tinte cangianti di un imperituro amore, armonizzantesi col cielo.

Giungeva a pensare che sua moglie ingannava sè stessa credendo di amarlo, e che resterebbe sempre tra di loro un terribile segreto a separarli. Quante volte, dacchè lei era convalescente, egli aveva voluto parlare, e quante volte aveva sentito la impossibilità di articolare le parole!

Finalmente, quel giorno, senza ch’egli sapesse dove trovava un tale coraggio, prese la mano d’Elisa che tenne lungamente nella sua, e le chiese di ascoltarlo, deciso a dir tutto.

Ma lei trasalì, e divenuta seria, si sollevò a sedere nel letto, esclamando:

— Sono io che devo parlarvi!

E allora, a poco a poco, fermandosi spesso, in preda a una sofferenza visibile, ma ben risoluta a fare ciò che meditava da un pezzo, e allo stesso tempo come consolata ad ogni parola che le usciva dal labbro, gli raccontò tutto quanto s’era passato a G....

Massimo si arrestò di botto, e si guardò bene dall’interromperla. Pallido, attento, non perdeva una sillaba, e talvolta, un sorriso commosso gl’illuminava gli occhi. Lei raccontò tutto, senza volere nulla nascondere nè attenuare, con la sincerità assoluta d’una donna cui la dissimulazione aveva già costato quanto una menzogna. Nulla al mondo avrebbe più potuto commuovere Massimo, di questo racconto, del quale ogni parola fiammeggiava dinanzi a lui. Padrone di sè, seppe ascoltare sino alla fine quella nobile confessione, umilmente detta. Elisa parlava lentamente, sentendo la mano di suo marito stringere sempre più forte la sua.

Ma non resistette più appena ella ebbe finito, e precipitandosi in ginocchio contro il letto, disse:

— Sapevo tutto!

E con grande stupore d’Elisa le narrò a sua volta in qual modo e con quali sentimenti era stato testimonio di tutta la scena.

Elisa, affranta dall’emozione, sentì allora che vi era qualcosa di provvidenziale in questo fatto che l’ingiusto sospetto per il quale suo marito era stato spinto a farle la spia, aveva servito a mostrargli tutta la verità, nella sua evidenza, con una certezza che niente altro al mondo avrebbe potuto dargli. Mentre Massimo parlava, i ricordi indimenticabili del suo colloquio con Giulio le apparivano adesso sotto una luce nuova: sentiva d’essere stata come ispirata da una potenza superiore a pronunciare quanto aveva saputo dire in quel momento supremo. Ad ogni frase del racconto di suo marito, ad ogni parola che talvolta veniva fuori penosamente, ella vedeva tutto quello ch’egli aveva dovuto soffrire in quel giorno, tutto le mostrava la nobiltà celata nel fondo di quell’anima, che nè le corruzioni del mondo, nè lo scetticismo della sua vita, avevano potuto soffocare.

Dopo una tale confessione, si sentirono entrambi sollevati, ma ciò non bastò ancora a togliere la barriera che sembrava separarli, nè a dissipare l’ombra stendentesi sopra la villa.

Elisa guarì presto, ma le si raccomandarono le maggiori cure, consigliandole allo stesso tempo di distrarsi. Massimo continuò ad occuparsi esclusivamente di lei, ma senza poter ritrovare nè la sua forza di carattere, nè il suo coraggio morale, dicendo a sè stesso che la sorte non avendo concesso la formazione di un nuovo vincolo tra di loro, per mezzo di un bambino, egli non poteva più sperare nell’avvenire.

Massimo propose a Elisa di stabilirsi per tre mesi a Firenze, e di andarvi prima dell’epoca fissata per accompagnarvi la signora Valenti, la quale desiderava passarvi alcuni giorni prima di tornare a Milano. La sua villa, da lui tanto prediletta poco prima, non gli piaceva più, e pensò che un cambiamento sarebbe forse salutare.

Egli contava sulle distrazioni forzate. Per di più, pur troppo! la solitudine completa con Elisa gli sembrava cattiva per entrambi.

Nei primi giorni passati al palazzo d’Astorre, accadde infatti che le cure necessarie, le visite da ricevere e da restituire, certi affari stati un poco negletti e dei quali bisognava occuparsi, la compagnia della contessa Goffredi e di qualche altra amica intima, presero buona parte del loro tempo. Di comune accordo tacito, accettarono, in una certa misura, tutte le banalità della vita cittadina, e si crearono delle piccole occupazioni coi doveri trascurati prima con tanta felicità. Cedevano talora pigramente a ogni specie di voglie barocche che passavano per il capo della signora Valenti; e Elisa accompagnava spesso suo padre nei suoi interminabili vagabondaggi per le vie, ascoltando il suo cicaleggio un po’ vuoto, ma affettuoso, e sentendogli ripetere, quasi con una specie di piacere, tutte le storielle della sua gioventù, che lei sapeva a mente, e che gli aveva sempre udito recitare con la stessa espressione di fatuità stanca.

A Firenze si trovò Massimo mutato. Non era meno elegante; il pallore del suo viso un po’ smagrito, gli dava anzi una seduzione nuova al suo volto, che non era alterato, ma più serio. Solamente, parlava poco e sembrava preoccupato. Il suo sguardo, più profondo, non si fissava più sulle persone con quella rapida fissità di osservazione che turbava ed affascinava altre volte; era divenuto distratto e pensoso. Aveva perduto quella prontezza alla risposta che lo aveva reso celebre; la freccia, lanciata qualche volta ancora per abitudine, scoccava lenta e come in ritardo, ed egli la vedeva cadere a terra, noncurante.

Lo si diceva ammalato, più seriamente ch’egli non lo credesse, poichè ne parlava ridendo. La verità era che le forti scosse morali avevano alterato la sua salute e un poco scossa quella costituzione di ferro che aveva resistito a tutto il resto. Il suo medico, della sincerità del quale egli era sicuro, lo aveva rassicurato, pure raccomandandogli di evitare le emozioni, e di fare una vita regolare; ma talvolta lui sentiva dei tristi presentimenti.

Ma non era di ciò che si preoccupava. Ciò che voleva era riconquistare la felicità perduta, trovare in sè la forza che vincerebbe il destino, rivivere ancora un poco come aveva vissuto durante tre anni, ma assaporando assai meglio, ora, la sua felicità. — Tuttavia, nelle sue ore di scoraggiamento, quando non osava più sperare, gli accadeva di augurarsi di andarsene presto, bruscamente, senza soffrire. Poichè, ad onta di tutti i ragionamenti che si ripeteva nei suoi momenti lucidi, era assai scorato. Uno sforzo era necessario, lo sentiva, e gli mancava la forza. La molla sembrava spezzata in lui. Il desiderio immenso che lo riempiva, che lo faceva soffrire e sperare, che solo lo aiutava a vivere, codesto desiderio era infinito, ma impotente. A momenti non provava più nulla, tranne un gran bisogno di riposo. Sentivasi ancora un animo fiero e dei muscoli d’atleta, ma non sapeva più servirsene e aveva perduto ogni fiducia. Diventava talvolta indifferente e cascava a poco a poco in quell’apatia che ne addormenta per delle giornate intere, e dalla quale il colpo acuto del dolore bruscamente ritornato, simile a un dolore fisico, ne risveglia ad un tratto.

In società lo si guardava assai con una curiosità nuova; per molto tempo non se ne accorse. Delle nubi erano dunque venute ad oscurare quella luna di miele che pareva dover splendere sempre, si diceva. Una sera che Massimo se ne stava silenzioso in un angolo della sala, lady Thompson emise questa sentenza profonda:

— Pare che anche la felicità non renda felici.

Ma, un’altra sera, che Massimo assisteva a una partita, nella sala da giuoco, e che lo si credeva attento alle varie peripezie, mentre in realtà non vedeva nemmeno le carte, udì alcuni giovani che parlavano di lui. Lo si compativa.

Egli eccitava dunque la pietà, adesso! La ferita, che risentì di colpo il suo amor proprio, fu per lui come una puntura di sprone. Alzò la testa e tutta la persona. Vedendosi in uno specchio ch’era davanti, constatò che non era più lo stesso, che bisognava ridiventarlo, e che a quel prezzo solo potrebbe forse ancora riacquistare la felicità. Si guardò intorno simile ad un uomo che si ridesta, e la sua energia gli ritornò. Fu come una trasformazione. Con un violento sforzo di volontà, egli si mutò. Ritornò nella sala grande, dove lady Thompson pure parlava di lui a voce bassa, circondata dai suoi intimi, e fu come se Massimo d’Astorre facesse il suo ingresso dopo una lunga assenza. Mentre parlava, col suo brio ritrovato, vedeva attraverso il grande uscio aperto, nella sala vicina, Elisa, che in mezzo a un gruppo di donne pretenziosamente vestite, dominava per la sua stessa semplicità e per lo splendore calmo della sua bellezza. Mai gli era sembrata tanto seducente. L’amò in quel momento al punto da dimenticare i suoi recenti dolori. Vedendolo discorrere, ella gli sorrise, e da quel solo sorriso egli si sentì riempire di un orgoglio senza limiti. Si trovò subitamente in eccellenti disposizioni, sul proprio terreno, ed ebbe un vero godimento nella ripresa di possesso di sè medesimo.

Da questo momento, Massimo ebbe bensì ancora qualche ora di debolezza, ma ricominciò a lottare. Si applaudì d’essere venuto a Firenze, poichè lì solamente aveva potuto uscire a poco a poco dallo stato di marasmo in cui era caduto. Ridivenne per Elisa quello ch’era stato nei primi giorni del loro amore. Contemplò rifiorire la sua bellezza dopo la convalescenza circondandola di cure discrete, con tutte le delicatezze della sua natura. Seppe ritrovare le seduzioni ispirate dalla passione, ed erano più affascinanti, velate dalla tristezza ch’egli non le nascondeva, a lei. Eppure, egli non s’imponeva, comprendendo che bisognava lasciare agire il tempo; la spingeva a distrarsi un poco, cercando tutto quanto le potesse piacere di più. E non le mostrava più le sue paure, i suoi turbamenti; si celava nelle ore cattive. Ancora infelice assai, passava però in mezzo alla folla, superbo di vedersi invidiato. Riuniva tutta la forza rimastagli, e di gioventù e di spirito, in un grande sforzo. Per il momento sentiva ch’essi erano più riavvicinati in mezzo al mondo, che soli. Studiava ogni gesto, ogni atteggiamento d’Elisa, cercava di vederle passare sulla fronte i pensieri, d’interpretare le parole, di leggere nelli occhi, e uno sguardo triste bastava ad agghiacciarlo per un momento, mentre una stretta di mano aveva il potere di rendergli intero il suo coraggio.

Per un tacito accordo non parlavano di quanto era passato. La pace che stavano ritrovando poteva essere facilmente turbata, lo sentivano, e un vago imbarazzo esisteva tuttora fra di loro. Comprendevano che il silenzio era buono ed aiutava il tempo. Per il momento, si celavano a loro stessi i loro propri segreti.

Massimo d’altronde usciva molto, la lasciava coi suoi parenti, e sua madre, ignara di tutto, era soddisfatta delle buone disposizioni di suo genero per lei, e ne approfittava per prolungare il suo soggiorno in Toscana, ben contenta di mostrarsi alle Cascine nel magnifico equipaggio della figlia.

V’era ressa intorno ad Elisa, e molti le facevano la corte, rispettosamente. Quelli che si ostinavano a non amarla erano ora contradetti risolutamente. Lady Thompson affermava che la marchesa d’Astorre stava perdendo il suo solo difetto, quello d’essere un poco ritrosa, e non ne parlava più che come della sua migliore amica, pretendendo perfino di essere gelosa della contessa Goffredi, la quale, sola, indovinava che doveva essere accaduto qualcosa d’insolito alla Villa del Giglio. Pure non poteva nulla comprendere di positivo, e rimpiangeva assai che Paolo fosse assente, poichè lui forse avrebbe scoperta in parte la verità. Ma Paolo era in Oriente, per un lungo viaggio.

Intanto Elisa, ritrovandosi in società, si rendeva conto di molte cose che prima le riuscivano oscure. La luce si faceva ancora una volta, e certe abitudini strane le apparivano ora quasi naturali. Meno ritrosa, sentiva che la distrazione può talvolta essere necessaria, e subiva volentieri l’influenza delle cose esterne, del rumore che la vita mondana metteva intorno a lei, e che poneva la sordina ai suoi incessanti pensieri, al suoi ricordi ancora troppo vivi.

E comprese meglio Massimo. Indovinò quanto negli uomini il carattere, la condotta, tutto, è subordinato alle circostanze, alla posizione sociale, al primo passo dell’adolescenza, all’esempio altrui, alla vanità eccitata, ad una curiosità insaziabile, non trattenuta da alcun principio.

Riesciva ad essere buona ed affettuosa, a mostrare che nulla era mutato in lei. Ma talora, quando si trovavano soli, lo sguardo fisso di Massimo che cercava di penetrare fino in fondo all’anima sua, la scoraggiava, e sentiva un turbamento pieno di paura, quando, dopo un subito abbraccio pazzamente appassionato, egli si svincolava di botto, e indietreggiava, con una espressione di sofferenza, e come se avesse sulle labbra una domanda che non poteva formulare. E lei non sapeva certo indovinare cosa egli pensava allora.

Egli pensava che una condanna incombeva sopra di lui, e che avendo imparato così tardi ad amare, non poteva essere completamente amato. La sorte gli rifiutava le gioie misconosciute altre volte, adesso che le intendeva, ed a lui che aveva solo veduto il lato plastico dell’amore, erano rifiutate per sempre le supreme delizie dell’unione assoluta del sentimenti. Quando vedeva Elisa sorridergli, quando se la stringeva al cuore, egli però sentiva di non possederla tutta. Cosa non avrebbe dato per averla incontrata pel primo, per regnare su quell’anima qual signore unico, per essere solo al mondo ad adorarla, perchè lei non avesse il minimo pensiero segreto, il minimo ricordo che non gli appartenesse! Lui, tanto orgoglioso e tenero della sua libertà, una volta, si sentiva ora superbo di appartenere tutto intiero e per sempre a una donna, e disprezzava il suo passato così pieno e così vuoto ad un tempo, ma avrebbe voluto accontentare tutte l’esigenze della possessione; comprendeva che il desiderio umano è sempre incompleto, ma che deve almeno essere soddisfatto per tutto quanto le leggi terrene permettono. Pensava che in quella solitudine dell’amore che mette il deserto fra noi ed il mondo, egli non possedeva tutta l’anima di Elisa, neppure quando la rinchiudeva nella rete della sua tenerezza, della quale non si poteva disfare una sola maglia. E si sentiva invadere allora da un immenso sconforto che lo rendeva debole come un fanciullo.

Pensava spesso a Giulio Bardi, troppo spesso. Dal giorno in cui aveva veduto e compreso quell’uomo, qualcosa di nuovo gli era stato rivelato. Aveva incominciato ad odiarlo di un odio intenso, poi lo aveva ammirato, anzi allo stesso tempo. Adesso rifletteva senza posa a quel rivale per sempre allontanato, ma che restava sempre presente alla sua memoria.

Pensava che quell’uomo, consacrato al lavoro fino dalla sua prima giovinezza, era stato condannato all’esilio e ad una fatica incessante, quasi materiale e certo inferiore alla sua intelligenza, e che, in codesta vita tutta di dovere, l’amore era stato il solo punto luminoso, un amore sublime e forte, che giungeva fino al sagrificio completo. Lui, Massimo, al contrario, nato tra i felici del mondo, possessore di un gran nome e di una sostanza colossale, avendo conosciuto tutti i piaceri, tutti i godimenti, e perfino le emozioni che sono le più rare nelle classi privilegiate — lui, ammirato, lusingato, gustato, eccitato in tutte le sue vanità, non aveva pensato mai che a sè stesso, e aveva sdegnato i sentimenti più nobili. E adesso, convertito, aspirante alle voluttà più alte, dopo d’essersi avvolto nelle più basse, stanco di tutto, annoiato, rivolto verso la verità per un ultimo capriccio, e non comprendendo la curiosità della passione ideale, completa, che dopo d’aver avuto tutte le altre — era venuto, lui che aveva tutto, a rubare l’amore di tutta la sua vita a quell’altro che non aveva nulla!

Ma, ad onta di tali pensieri — che certo ben pochi avrebbero compreso — egli voleva vincere.

VII.

Fu d’uopo tuttavia pur finire col ritornare alla villa. Un giorno, Elisa, indovinando il desiderio che suo marito non osava esprimere, glielo aveva chiesto per la prima. Ed infatti, Massimo aveva subitamente sentito il bisogno di rivedere la casa da lui amata, il giardino dove gli alberi gli erano sembrati altre volte più verdi che in qualunque altro luogo, più susurrante la brezza, e più rosee le rose, l’orizzonte verso il quale avevano preso il volo i suoi sogni più felici. Temeva allo stesso tempo di ritornarvi, e quando finalmente partirono, sembrava che cedesse alla volontà di sua moglie.

E davvero, un indistinto sentimento di paura s’impadronì di lui quando la carrozza si fermò all’ingresso.

Ma, subito dai primi giorni, tutto andò bene abbastanza. La situazione non si era nè peggiorata nè migliorata. I Valenti li avevano lasciati, ma invitarono alcuni amici a venirli a trovare, e per qualche tempo, non rimasero sovente soli.

A poco a poco Massimo si accorse che aveva avuto torto di temere; il silenzio, la pace della campagna gli fecero bene, lo calmarono. Giunse a non esser più turbato dall’idea della solitudine, a desiderarla quasi ancora. Le antiche abitudini s’impadronirono nuovamente di lui, e vi si abbandonò.

Ma soffriva sempre in segreto, col sorriso sulle labbra, la testa alta; recitando la sua parte con tutte le sue forze riunite in una continua tensione della volontà, studiando Elisa incessantemente, amandola con le precauzioni suggerite dalla speranza non rassicurata.

Quasi a loro insaputa, per la china naturale delle cose, la solitudine si rifece lentamente intorno a loro.

Il lusso da cui erano circondati, e che prima sarebbe sembrato seducente ad un artista, formando un simpatico contrasto, per la sua pesantezza e la sua inutilità, col semplice colloquio di due amanti, aumentava ora la malinconia della villa, e sembrava il contorno naturale di quella coppia diventata seria. Poichè vedendoli si sarebbe difficilmente indovinato la lotta nascosta che li divideva loro malgrado, e per la loro attitudine e la loro maniera d’essere, li si avrebbe realmente scambiati per due persone unite dai legami del matrimonio, dalla stima e da una fredda reciproca affezione, che, ritrovandosi soli, dissimulano correttamente la loro aristocratica noia.

E, in realtà, succedeva loro spesso d’interrompere un lungo silenzio per riprendere una conversazione banale, che non impediva loro di essere assorti nei loro soliti pensieri. D’ora in ora diventava loro più difficile il parlare, e allo stesso tempo più doloroso il tacere. E tutto camminava con precisione intorno ad essi; i numerosi servitori in piccola livrea compivano i loro doveri senz’alcun rumore, con la solennità di una funzione, ogni cosa giungendo puntualmente all’ora stabilita. Massimo si occupava adesso della regolarità del servizio, e nessun capriccio turbava la sontuosa eleganza della tavola. Adesso il cocchiere inglese osava importunare i padroni, per venire, con la cera seria sulla sua alta cravatta, a sottoporre qualche grave questione al signore; poichè Elisa non montava più a cavallo, ma ogni giorno una carrozza, perfetta, si presentava davanti al terrazzo verso le quattro, e si andava a fare un giro.

Alla fine d’una giornata particolarmente bella, essendo l’aria dolce e profumata, Massimo propose di andare a prendere il caffè sul terrazzo del giardino. Il pranzo era stato assai silenzioso, e nella vasta sala sonora non si udiva che il leggiero rumore inerente al servizio il meglio fatto.

Elisa accettò, ed attraversando il giardino, andarono a sedere sulle poltrone di legno, coperte di cuscini, che sul vasto terrazzo sembravano aspettassero perpetuamente qualcuno. Sopra il basso e largo parapetto di marmo, certi vasi enormi dai quali sorgeva una pianta rara, mettevano un tocco verdeggiante a distanze eguali. Appoggiandosi e guardando in giù, si vedeva un alto muro dritto, al piedi del quale il disordine intricato di grossi cespugli, dal verde assai cupo, nascondeva una stretta viuzza dove non risuonava che di raro il passo di qualche fanciullo. Poi lo sguardo scorreva sulle cupole oscure fatte dagli alberi, e si perdeva poscia nella pianura, dalla vegetazione povera, il cui colore terreo prendeva delle tinte dorate sotto gli ultimi raggi del sole. Più in là si distingueva appena, nella bruma calda, l’ondulazione molle delle colline, e nella polverosa lontananza non si poteva precisare la linea dell’orizzonte. Nella vasta distesa dove vagava lo sguardo, i sogni indistinti che s’alzano in noi nelle ultime ore del giorno, potevano incontrarne altri sparsi nei mille colori di una tal scena che mutava sempre, confondersi, ed intangibili perdersi nello spazio.

Non una foglia si muoveva; non soffiava alcuna brezza. Nel giardino, sul terrazzo, nella vastissima distesa di paesaggio, tutto era immobile. La varietà stupenda delle tinte del cielo, dove il poema del tramonto si svolgeva in quella sera con una ricchezza speciale, contrastava col silenzio profondo e l’assenza di ogni movimento. Non si sentiva nulla, e l’occhio vedeva delle esplosioni di colore, delli echi perduti di tinte, che sembravano sonorità visibili. Un velo vaporoso d’una diafaneità ideale si stendeva dovunque. I più lievi rumori prendevano una importanza insolita.

Sopra un tavolino rustico, un vassoio d’argento era stato posto, e le tazze, la caffettiera, la zuccheriera, su cui la luce cadente accendeva del fuggitivi bagliori, tutto prendeva quell’aspetto d’inusitata eleganza che acquistano all’aria aperta gli oggetti fatti per l’interno. Un piccolo servitore, un page, fresco come una rosa, tutto vestito di panno verde cupo, il corpo sottile, stretto nell’attillata giacchetta a tre file di bottoni di metallo, i capelli rigidamente pettinati, se ne stava dritto, aspettando. Sopra un altro tavolino, a fianco di Massimo, erano delle scatole di sigarette, dei giornali, un libro tra i fogli del quale splendeva un tagliacarte smaltato.

Lui, quasi coricato nella poltrona, rovesciato all’indietro, guardava nel vuoto. L’atteggiamento stanco del corpo robusto, dava l’idea della forza al riposo, ed il cuscino bruno attaccato allo schienale faceva risaltare il pallore del suo viso. Sembrava riflettere, e talvolta il suo sguardo si fissava su di Elisa, senza che paresse vederla. Lei guardava il paesaggio, appoggiata alla balaustra; il suo lungo e stretto vestito chiaro serpeggiando intorno al sedile. Una mossa ch’ella fece attirò l’attenzione di Massimo sulla sua mano fina coperta di anelli, ed egli ruppe il silenzio con un’osservazione banale.

Quelle tre persone su quel terrazzo, davanti a quel tramonto, formavano un quadro bell’e fatto per un pittore di high-life.

Ma un osservatore avrebbe difficilmente indovinato il senso nascosto nell’attitudine del marito e della moglie, nei loro pigri discorsi. Avrebbe soltanto notato una specie di stanchezza che pesava su di loro, una noia malinconica, dei sintomi di malattia morale, il contrasto tra la bellezza e l’eleganza di quella coppia e la serietà delle loro fisonomie. Gli sarebbero apparsi siccome una nuova prova della mancanza possibile della felicità in mezzo ai raffinamenti nell’opulenza. La loro solitudine dorata sembrava greve per loro in quel momento, e si vedeva che nè la ricchezza delle cose materiali, nè le magnificenze della natura avevano potenza di distrarli. Eppure tra di loro aleggiava l’amore.

Rimasti soli, tentarono di parlare indifferentemente di questo e di quello, con naturalezza, come oramai avevano imparato a farlo; ma in quel giorno i loro discorsi cadevano ad ogni momento, ed il silenzio riusciva a loro più penoso che mai. Ciascuno si sentiva il cuore grosso di tutto quanto non dicevano, ma le parole si agghiacciavano loro in bocca. Elisa sorrideva a suo marito; ma lui le guardava gli occhi e non vedeva il sorriso.

Preso il caffè, e qualche frase insignificante ancora scambiata, il silenzio era ridiventato profondo. Ma Massimo stava per parlare. L’ora era giunta. Forse solo sentiva l’influenza, come la sentiamo sempre, di trovarsi in un luogo dove da un pezzo non aveva più l’abitudine di rimanere: su quel terrazzo, all’aria aperta. D’un tratto pronunciò qualche parola, ma con una voce così gutturale, così soffocata, ch’Elisa le udì male, non osando indovinarle, non credendo alle proprie orecchie.

— Elisa, pensate spesso a lui?

Le sillabe, chiare questa volta, risuonarono stranamente, e la loro vibrazione nell’aria immobile, spaventò quasi colui che le aveva pronunciate. Avrebbe forse voluto dire tutt’altro, ma la sua idea fissa, in quel momento speciale, si era a sua insaputa formulata. Elisa non comprese la domanda che dopo alcuni secondi. Un minuto interminabile passò. Ma l’ostacolo era varcato, rotta la diga, ed ora bisognava parlare.

Il cielo si oscurava a poco a poco; scendeva la sera in un lungo crepuscolo.

Massimo si avvicinò a sua moglie, sedette sui cuscini che stavano ai piedi di lei, e la guardò negli occhi.

— Sei sorpresa, — gli disse, — e taci; ma bisogna che io parli, e bisogna che tu mi risponda. Questo momento doveva giungere; se non ne approfittiamo, non ritornerà forse mai più, e saremmo per sempre infelici. Noi non rassomigliamo agli altri; ci siamo conosciuti ed abbiamo vissuto in un modo così diverso, che dobbiamo dirci tutto, anche ciò che non si dice. Ho troppo sofferto in questi ultimi giorni. Se devo continuare a vivere, bisogna che ritrovi la felicità perduta, che non ci sia più tra di noi due quel qualcosa che non possiamo nominare, e che ne divide. Lo vuoi? Mi puoi amare ancora?

— Lo sai bene, — rispose lei finalmente con dolcezza. — Ho un solo desiderio: è di vederti più felice, ma non osavo sperarlo. Eppure ti ho ben provato che ti amo. Tu pensi sempre al passato; ma di me tu sai tutto, mi vedi come sono, e devi ben comprendere che voglio dedicarmi a te.

— Elisa, non è così che ti vorrei sentir parlare. D’altronde non hai risposto alla mia domanda. Ebbene, non rispondere. Posso bene indovinare. Sono io che ho troppo pensato a lui, che non posso impedirmelo. Dal giorno in cui l’ho veduto, in cui l’ho compreso, nuovi orizzonti si sono aperti dinanzi a me; ho riconosciuto molte verità che avevo invano cercato di negare altre volte. Ho lungamente pensato; ho fatto sopratutto dei confronti. L’amore che mi puoi dare non può essere, lo so, che il frutto di uno sforzo, d’un oblio volontario da parte tua, e che il risultato del mio amore che t’avviluppa sempre. So bene che, avendolo riveduto, hai potuto separarti da lui, ma non hai potuto dimenticarlo. Eppure, poichè sei qui, poichè la sorte ti ha data a me, vorrei ritrovare tutta la felicità perduta, e renderla maggiore. Ma che vi sia tra di noi una fiducia assoluta!

— Oh! quanto mi fanno bene le tue parole, Massimo! L’indifferenza apparente ch’era fra di noi, mi pesava quanto a te. Ma non osavo dir nulla. Devi però sapere che sono sincerissima, e che non avremo mai nulla di nascosto l’uno per l’altro. Io pure soffrivo. Bisognerà che siamo il più felici possibile. Vedrai quanto saprò esser buona. Voglio fare dei progetti. Prima staremo qui finchè vorrai, poi andremo a viaggiare.

— Sì, ma per ritornare qui.

— Oh! io non domando di meglio. Adoro questa casa.

— Grazie, mia cara. Vorrei poterti far conoscere tutta la mia vita, tutti i miei pensieri, tutto quello che ho visto e che ho conosciuto.... e tutto quello che sento adesso, perchè tu possa comprendere in qual modo speciale ti amo. Noi altri, di cui la vita è stata irregolare, abbandonata a tutti i capricci d’una imaginazione alla quale nessuna necessità poneva dei limiti, quando finalmente l’amore vero si rivela a noi, amiamo con delle gioie e dei dolori particolari, difficilmente compresi, e per noi, che non la meritiamo, la felicità è ben più squisita che per coloro cui è dovuta, essa ha il fáscino immeritato del frutto proibito, del tesoro trovato. Per possederla, non fosse che brevemente, impieghiamo tutte le nostre forze, tutta la nostra esperienza e combattiamo con accanimento in una lotta suprema contro il destino che ci siamo fabbricati noi stessi.

Elisa ascoltava le parole di Massimo, che le rivelavano delle cose da lei in parte indovinate da un pezzo, e che in quel momento vedeva chiaro. Lui continuava a parlare seduto a’ suoi piedi, stringendosi contro lei, trovando degli accenti di passione diversi da quelli ch’ella conosceva. Era commossa assai, e nell’ombra crescente, in mezzo ai fiori esalanti i loro ultimi profumi, ella si abbandonava tutta intera al turbamento da cui era invasa, l’onda dei pensieri confusi nella sua testa neutralizzandosi in una specie di sensazione in cui il sogno dominava.

A un certo punto Massimo si alzò e andò ad appoggiarsi al parapetto del terrazzo, guardando davanti a sè come se interrogasse l’orizzonte. Elisa lo seguì con gli occhi, e bentosto lo richiamò. Egli venne di nuovo a sedersi riavvicinandosi a lei e la osservò ancora fissamente, il suo viso avendo nuovamente mutato di espressione. Elisa china verso di lui, tutta vibrante di ciò che aveva udito, commossa dalla solennità tenera dell’ora, dal silenzio delle cose, dallo sguardo luminoso che rischiarava il pallore di Massimo, ricominciò a parlargli a voce bassa, adagio.

Ma sembrò non udirla, e interrompendola, disse alfine:

— Bisogna che ti sveli tutto il mio pensiero, che ti dica qualcosa che poi non ripeterò più. Sei giovane ancora, Elisa, e alla tua età si crede la vita più breve che non lo sia davvero. Sovente, in una esistenza, ricominciamo la vita parecchie volte. Ebbene! tu potrai forse ricominciarla un giorno, e un tal giorno forse non è molto lontano.

— Non comprendo.

— È semplicissimo. È raro che nella mia famiglia si viva lungamente, ed io sono ammalato....

— Massimo! — gridò lei, prendendogli le mani, — ti proibisco di parlare così!

— Mi ascolterai invece tranquillamente fino in fondo. Non v’è nulla di tanto terribile in ciò che ho a dirti. Lo ripeto, te ne devo parlare una volta, poi sarà finito. Sai che detesto tutto ciò che ha un’apparenza lugubre. Del resto non c’è niente da farci, e tutto avrà luogo come Dio vorrà. Il mio presentimento mi può ingannare, ma devo dirtelo.

— Ma io non voglio!

Le impose silenzio con un gesto e con un sorriso.

— Sì, Elisa, ora mi sento bene, non soffro; può darsi che m’inganni, ma può anche darsi che il male esista. Del resto, tu non sai tutto. Un giorno, abbastanza recente, ho desiderato morire. Mi è sembrato che, scomparendo, avrei quasi fatto il mio dovere. Io, che dimentico facilmente ciò che ho letto, mi sono rammentato di un romanzo che m’impressionò fortemente a diciott’anni, di un romanzo dove il protagonista si uccide per lasciare sua moglie libera, e ciò combinando il suicidio in modo che lo si creda vittima di una disgrazia. Ma sono un uomo soltanto, e non ho codeste sublimi virtù del sagrificio che possono trasformare un contadino in un eroe. No, sentii che il mio immenso amore è però egoista, che ti volevo ancora, che, vivo, non potevo cederti ad alcuno! No, vedi, voglio tutta intera la mia parte di bene; sia pur corta! Dopo, ricomincierai la vita; ma, frattanto, adesso, Elisa mia, bisogna molto amarmi, bisogna amarmi quanto ti amo!...

Queste parole pronunciate con una gran calma, contrastante con l’atteggiamento ed i gesti appassionati, caddero tutte calde nel silenzio della notte serena. E prima ancora ch’egli avesse finito, Elisa stava nelle sue braccia, con gli occhi velati di lagrime, abbandonandosi, con uno slancio e una passione nuova, la testa china sul petto di lui.

Massimo se la strinse in un abbraccio pazzo, volendo ancora parlare, ma non potendolo più. Il suo sguardo si volse al cielo stellato per poi ritornare a posare su quella testa amorosa, e si sentì in quel punto siffattamente felice, che comprese di non aver più nulla da temere nella vita, nè da rimpiangere nella morte.

Era il primo trionfo del marchese d’Astorre. Quella sera egli aveva vinto.

Fine.

DEL MEDESIMO AUTORE:

Costanza Girardi L. 1 —

La gran rivale 1 —

Decadenza. 2.ª edizione 1 —

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