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Un matrimonio eccentrico

PARTE PRIMA. (continued 2)

Reading edition

Tre giorni dopo, la contessa cambiò bruscamente di manovra e divenne quasi fredda con lui; egli non si degnò di accorgersene, il che la mise in uno stato d’ira contenuta che si volse a benefizio momentaneo del cugino. Massimo non trovò per questo il suo soggiorno alla villa meno aggradevole. Lo amavano assai, e lo temevano un poco. Giacomo osservò che talvolta uno si sentiva benissimo in sua compagnia, e che poi subitamente intimidiva. Si diceva sempre un po’ male di lui, ogni volta se ne andava dalla sala, e lo si ascoltava sempre con delizia quando voleva chiacchierare.

Presto stanca di stare imbronciata, la contessa ritornò all’assalto. Massimo, per cattiva abitudine inveterata, si lasciò andare a farle un po’ la corte. Ciò rompeva la monotonia della villeggiatura, poichè amava e cercava il riposo, ma non lo poteva sopportare troppo completo. In quanto a Elisa, la povera fanciulla ch’egli aveva ritrovata così pallida ed infelice, essa gli faceva realmente pietà, quando pensava al sagrificio che si voleva esigere da lei, al brutto avvenire che l’aspettava. Si accusava sempre Massimo di non avere rispetto alcuno per le donne; i suoi modi ironici, il suo cinismo, la sua condotta lo provavano spesso, ma si sarebbe dovuto fare una distinzione, sottile, ma vera, ed era questa: che s’egli disprezzava le donne, stimava però altamente in cuor suo la donna. Forse il suo culto motivava il suo disprezzo. Elisa gli sembrava una donna, nel più alto significato della parola, cosa rara.

D’altronde, bisogna confessarlo, se Massimo rispettava la donna, se soprattutto la compiangeva, egli amava la cortigiana. Epicureo per natura e per abitudine, non avendo mai potuto intravedere l’amore che di sfuggita, comprendendo l’arte sotto tutte le sue forme più sensuali, indovinando tutta la scala delle voluttà, dalle più grossolane alle più spirituali, egli avrebbe forse trovato un suo ideale in una etaira greca risuscitata al secolo nostro. Avendo tutto provato egli si curava poco di tutto; ma, da un paio d’anni, aveva conosciuto un’attrice che lo aveva ammaliato. Artista appassionata, donna capricciosa, intelligenza libera e corrotta, la Kanzler era tipica; possedeva la bellezza pagana, sottomessa ed imperiosa ad un tempo. Una bontà inconscia e la scettica indulgenza moderna dei sentimenti s’univa in lei a una depravazione antica. Aveva le linee del marmo, ma non la serenità; le sue forme, i suoi atteggiamenti ricordavano la divinità del Rinascimento, ma l’anima sua conosceva tutte le tristi morbosità del nostro tempo.

Massimo aveva osservato il pallore eccezionale d’Elisa, quando era ridiscesa in sala all’ora del pranzo, il giorno dell’arrivo di sua madre. L’orribile consenso era forse stato strappato? All’indomani Gorletti era partito, richiamato in città da importanti affari. Pochi giorni dopo Valenti era arrivato, con la sua aria distinta e gentile, e affettando un’allegria continua che lo spingeva a dire talvolta delle cose un po’ ardite. Egli pure però sembrava preoccupato, ed ebbe lunghe conversazioni particolari con sua figlia. Annunciò alla marchesa che con grande suo rincrescimento non poteva fermarsi più di due giorni.

Nella sua qualità di viveur messo al verde, Massimo godeva della campagna come un collegiale in vacanza. Avendo potuto vincere, dal terzo giorno, l’abitudine di alzarsi solo per l’ora della colazione, gustò la sana voluttà di passeggiare assai presto la mattina attraverso il parco, nella frescura del risveglio delli alberi. Spiegò così bene alla contessa Lassardi quanto ciò riescisse aggradevole ed igienico, ch’ella si convertì a questa nuova teoria, di maniera che una bella mattina il cugino Giacomo li riconobbe dalla sua finestra, mentre camminavano insieme lentamente in un viale abbastanza lontano, vicino alla casetta del giardiniere, e prese il partito di farsi richiamare d’improvviso in città.

La stessa sera alcune visite vennero da una villa vicina, e si combinò una lunga escursione per il dopo domani. Si doveva partire all’alba e ritornare assai tardi per pranzo. Massimo dichiarò che non si poteva contare su di lui, dovendo egli quel giorno andare a trovare alcuni amici a Como.

— Giacomo è partito ben subitamente. Che cosa gli è successo, marchesa? — domandò Terzi.

— Non ci capisco nulla. Pretende aver ricevuto una lettera di premura. — Disse ciò con la massima sincerità, ed aggiunse: — Ma tornerà presto.

La conversazione divenne generale; ma, vicino al camino, d’Astorre e la contessa erano appartati. Lei, seduta in una poltrona, riscaldava le sue minuscole scarpette al fuoco fiammeggiante, le guancia fatte rosee, ad onta del ventaglio giapponese col quale si riparava e ch’ella sembrava guardar fisso, sorridendo. Lui, in piedi, un po’ chinato, con l’aria seria, le parlava senza troppo abbassare la voce e molto naturalmente.

— Come! — le diceva, — voi che pretendete essere indipendente, non avete nemmeno il coraggio di restare a casa, quando una escursione vi annoia? Scusatemi, contessa, ma dichiaro che, ad onta delle vostre bravate, siete la più timida fra le donne.

— Ma che cosa si dirà?

— Che volete mai che si dica? Ah! contessa, se nella vita vi lasciate sempre arrestare da questa domanda, siete una donna finita. E, sappiatelo bene, si tacerà sempre quando non si saprà nulla, e si dirà regolarmente tutto quanto si vorrà inventare, per quanto abbiate riguardi.

Lei tacque, pensierosa.

— Mi credete dunque molto pericoloso?

Ella alzò li occhi, lo guardò un istante senza rispondere, e mentre il suo sguardo affermava, rispose risolutamente:

— No. Affatto.

— Ebbene, allora? Nessuno lo saprà. Quando ritorneranno si crederà che io sia pure appena tornato. A voi, la vostra emicrania sarà passata, ma consulterete egualmente quel bravo dottore, che vi scriverà subito una ricetta.

— Me ne vado. Ci guardano. Bisogna che faccia un po’ la mia corte alla marchesa.

— Rispondete prima. Sì o no?

— Ebbene, no! È impossibile!

— Siete proprio certa di quel no?

— Quasi.

E si allontanò. Massimo accese una sigaretta e si mise a discorrere con donna Maria e con gli altri.

Al posdomani, a mezzogiorno, Massimo era di ritorno. Giunse a piedi, avendo congedato il vetturino al basso della salita conducente alla villa, dove il suo cameriere era venuto a raggiungerlo per prendere la sua roba, e entrò per la porticina del parco. Nessuno lo vide.

Attraversò le sale, penetrò in un piccolo gabinetto in fondo in fondo all’appartamento, e parve sorpreso di non trovarvi alcuno. Montò per una scaletta alla sua camera.

— Sono tutti partiti stamane? — chiese al suo cameriere.

— Sì, signore, tranne la signora contessa Lassardi, che ha fatto colazione sola qui a casa. Ma, un’ora fa circa, ha ricevuto un telegramma, ed ha dato ordine di attaccare, mentre facevano i suoi bauli. Saranno dieci minuti ch’è partita per arrivare in tempo al treno.

— Davvero? — disse Massimo con tono indifferente. — Vi sono lettere?

— Sì signore. Eccole lì sulla scrivania.

— Va bene; vattene pure.

Massimo prese le lettere. Due portavano i timbri postali; poi c’era un biglietto contenente poche parole scritte a matita:

“Ricevo un dispaccio che mi annuncia l’arrivo di mio marito a Milano, e che vi è subito caduto ammalato. Non v’è nulla di grave, ma io non posso a meno di partire senza frapporre nessun indugio. Lascio una lettera per la marchesa, e questo rigo per voi, in gran fretta. Ero rimasta; non lo posso negare. Il caso dispone altrimenti. Devo dire tanto meglio? Addio, arrivederci forse.„

Massimo provò un disappunto e, un poco stanco, si buttò sopra un canapè e vi dormì un poco. Poi si alzò e s’avvicinò alla finestra; vi restò a lungo, appoggiato al davanzale. Poi scese distrattamente, e si mise a passeggiare di lungo in largo per le sale, riflettendo. Un sorriso errava sul suo labbro. Si annoiava; ora, si trattava d’uccidere il tempo. Vicino al piccolo gabinetto del fondo dov’era già entrato arrivando, si fermò e tese l’orecchio, poichè gli pareva udire un po’ di rumore. Dopo un minuto d’attesa, si decise a entrare con precauzione.

Elisa Valenti, lungo distesa sopra un divano che occupava tutta una parete, con la testa nascosta fra le braccia incrociate, piangeva a calde lagrime, come impazzita di dolore. Pareva che fosse caduta colà, affranta, per non rialzarsi più. Si sarebbe potuto crederla morta se, di minuto in minuto, i singhiozzi non avessero scosso tutta la sua persona. Portava un costume di mattina assai elegante, e i suoi capelli tocchi da un raggio di sole, prendevano dei riflessi dorati. Con le mani si teneva il viso sprofondato nel cuscini.

Rimase Massimo per alcuni istanti, non visto, a contemplarla, e dimenticò la contessa. Si sentì risvegliare in lui l’interesse che la terribile situazione di codesta fanciulla aveva fatto nascere. Essa era lì, giovane, simpaticissima, e già il dolore, capace di rovinare tutta una vita, pareva metterla fra i vinti di questo mondo. Certo, quand’essa passava in carrozza, a fianco della marchesa, le contadine dovevano invidiarla dal fondo dell’anima. Aveva il suo posto fra i felici di convenzione; il lusso la circondava, l’eleganza del suo vestire si aggiungeva all’eleganza della persona, ma quanto avrebbe preferito il lavoro e la povertà alla miseria nascosta e reale della sua esistenza! E, ciò ch’era peggio ancora, la si amava, si simpatizzava con lei, la si compiangeva; ma chi pensava a soccorrerla? Le si prodigavano l’espressioni della più affettuosa devozione, la si accarezzava e adulava, ma l’idea non veniva neppure, ai suoi amici, di cospirare tutti insieme per strapparla all’orribile sorte che l’attendeva. Quanta egoistica impotenza in fondo a quell’amicizia così bella apparentemente, così sincera anche, ma pur così debole! Si accettava il suo sorriso artificiale, la maschera di freddezza che il suo coraggioso orgoglio le imponeva; si fingeva pigramente di credervi. Nessuno cercava di aiutarla. La marchesa, pur tanto buona, non osava adoperare la sua influenza. La si amava fino ad esserle utile, esclusivamente. Certo, era cosa molto difficile, quasi impossibile, bisognava ammetterlo; ma come non c’era proprio nessuno nemmeno per tentarlo?

Ella cessò finalmente di piangere, e, sollevandosi un poco sul gomiti, guardò diritto innanzi a sè, senza veder nulla, col volto impietrito. I suoi occhi ora erano asciutti; ma si scorgeva sulle guancie la traccia delle lagrime arrestate, mentre la bocca pareva contratta dallo spasimo interno. Massimo, celato a lei, la intravedeva di profilo.

Si ritirò adagio e andò in giardino. L’imagine di quella ragazza, piegata sotto il dolore, restava innanzi a lui simile a una visione; la tristezza della vita gli si palesava sotto un aspetto che gli era quasi sconosciuto. Irresistibilmente rientrò e si avvicinò di nuovo al gabinetto. E lui stesso che accusava gli altri, lui abituato a infrangere gli ostacoli, che poteva fare per lei? Nulla, proprio nulla. Ascoltò, e udì ancora il respiro affannoso della fanciulla. Era tentato di entrare, di farsi vedere, di chiederle se poteva esserle utile in qualche modo, di offrirle i suoi servigi, ma a che avrebbe giovato? Nulla dunque poteva sottrarla alla stretta delle mani rapaci di quell’odioso Gorletti? Massimo, sentì che l’antipatia ispiratagli fino dalla prima volta che lo aveva veduto, per quel brutto omiciattolo, ora si mutava in odio. Egli avrebbe voluto poter rendere la resistenza possibile alla signora Valenti, tanto per renderla felice quanto per far del male a Gorletti.

Poi le sue idee cambiarono direzione. “Essa non è del suo secolo la poveretta„ pensava. “Quante fanciulle si troverebbero felici a suo posto! Come darebbero volontieri la loro mano bianca a qualche mostro ancora più brutto di Gorletti, ma ricco quanto lui! Come saprebbero bene, nelle loro testoline dalla espressione ingenua, prepararsi un delizioso e comodo avvenire! Come lo scruterebbero, ne’ suoi più minuti particolari, codesto avvenire, mentre vedendole ad occhi bassi, appoggiate ad una sedia in una posa un poco pensosa, si ammirerebbe la modestia del loro atteggiamento e la loro seducente serietà.„

Sulla punta dei piedi, guardò di nuovo dall’uscio del gabinetto. Elisa stava sempre allo stesso posto. Per caso, voltò il capo, e lo vide. D’un salto si alzò, eccessivamente sorpresa, appoggiandosi allo schienale del canapè, mentre asciugava rapidamente col fazzoletto le traccie delle lagrime recenti.

Massimo le stese la mano, come faceva tutti i giorni, e lei stese la sua, macchinalmente.

Era senza voce. L’idea che d’Astorre, da lei creduto a Como, avesse potuto vederla nello stato di crisi in cui si trovava, la turbava e le faceva male.

— Come? Lei è già di ritorno? — gli disse alfine, con un grande sforzo, per essere calma, appena potè parlare.

— Sì. E non sapeva che lei fosse qui, altrimenti non mi sarei permesso d’entrare. Le chiedo perdono. Mi ritiro subito, se vuole.

— Ma no, non lo mando via, — rispose cercando di sorridere. — Sono io che dovrò andarmene fra un momento; ho tante lettere da scrivere. Mi annoia molto, tanto più che non mi sento bene; ho un mal di capo terribile. È perciò che sono rimasta sola a casa; il sagrificio non è stato grande, d’altronde; le lunghe escursioni non mi divertono troppo.

Parlava con fatica. La crisi non era finita. Massimo taceva e l’osservava. D’un tratto ella chiese:

— Lei era lì da un poco? mi ha veduta!

— Sì; ero qui, l’ho veduta.

— Devo sembrarle ben debole, se non ridicola. Eppure non sono avvezza a tali crisi nervose, e non piango facilmente.

Massimo la guardava con molta attenzione e come per leggerle nell’anima, ma non v’era nulla d’irrispettosamente curioso nel suo modo di osservarla.

— Senta, — le disse alfine; — lei è buona e intelligente insieme. Lo avevo sempre intraveduto, ora ne sono sicuro. Le sue qualità si accompagnano più spesso che non si creda. Ebbene, non devo neppur io farle l’effetto d’uno stupido; è dunque perchè mi crede cattivo, che mi parla in tal maniera? Sì, lei deve avere una pessima idea sul conto mio. Ciò è abbastanza naturale; lei crederà sinceramente alla fama di cui godo, oppure è il mio aspetto, sono i miei modi, le teorie che affetto talvolta, che l’avranno fatto giudicare da sè stessa sfavorevolmente di me. Ebbene, credo che lei sbaglia. Ho forse commesso dei delitti, ma in fondo sono altrettanto scioccamente buono quanto dev’esserlo un uomo di spirito. Mi guardi bene in faccia; forse si accorgerà che non mi ha mai visto. E se le facessi una domanda... Se mi permettessi di parlarle sinceramente, mi crederebbe spinto da una bassa curiosità o da un sincero interessamento?

Era vero; egli non aveva mai ispirato nessuna fiducia a Elisa, che lo giudicava un uomo freddo, cinico, pericoloso; le pareva ch’egli stesse a capo di quella schiera spensierata e dura dei “felici del mondo„ con la quale non poteva lei aver nulla di comune, i suoi difetti le facevano paura quanto le sue qualità. Ammirava talora il suo spirito, ma lo temeva, parendogli lui intelligente e perverso, e non poteva difendersi da una certa diffidenza istintiva.

Ora, forse a motivo dello stato dell’animo suo, egli le apparve subitamente tutt’altro. Vi era nella sua voce, nel suo accento, nel suo sguardo, in tutta la sua persona, qualcosa di sincero, di severo, di profondo ch’ella scopriva per la prima volta. Ella non lo avrebbe creduto capace di pronunciare le parole ch’egli ora le aveva rivolte, e che, nella sua sorpresa, ella intendeva appena. Lui, ch’era detto così leggiero ed orgoglioso, così scettico e freddo, era proprio lui che le aveva detto quelle parole con tanta bontà e quasi umilmente?

— Ci conosciamo da un gran pezzo, — seguitò, — benchè assai poco. Si ricorda di un giorno — alcuni anni fa — che l’ho incontrata sul battello del lago? Io era con i Stanley, mi sembra. Mi sono rammentato di quel giorno. Lei era silenziosa assai, e malinconica già della malinconia delle fanciulle. Io la osservavo. Lei sognava certo d’avvenire, guardava la vita e, apparentemente, non le pareva gaia. Allora la sua mestizia era piena di grazia. Io pensava: Che buona cosa poter esser triste in quel modo! Io, quel giorno, ero allegro assai, e l’invidiavo. Ho constatato un grande cambiamento, ritrovandola qui. Ora non la invidio più. Mi permette di parlarle così?

Elisa non poteva rispondere, poichè le lagrime ritornavano, ad onta dei suoi sforzi per trattenerle. Cedette di nuovo ad un tratto e nascose il viso tra le mani per un istante. Quando rialzò la testa, d’Astorre riprese:

— Non le faccio paura, spero? Pensi che ho novantanove anni.

Un lieve sorriso involontario passò sulle labbra della fanciulla.

— No, — disse finalmente, — non mi fa paura. Mi perdoni; certo mi deve trovare ben strana. Sento che lei è buono, la ringrazio; ma mi lasci. È inutile che finga, o che le racconti ciò ch’ella non ignora. La marchesa m’ha detto — me ne rammento ora — ch’ella aveva tutto indovinato da sè fin dal primo giorno. Lei sa perchè sono disperata, sebbene non lo possa comprendere completamente. Tutti lo sanno, d’altronde, oramai. E lei, che potrebbe dirmi?

— Non vorrei dir nulla, ma sarei felice di poter esserle utile in qualche maniera.

— È impossibile, — rispose lei sorridendo amaramente, e con tale un accento che Massimo rimase qualche minuto senza aggiungere una parola. Durante questo silenzio, la osservava. La perdita d’ogni speranza si leggeva tanto chiaramente in quello sguardo quasi vitreo, in quei lineamenti rigidi; il suo pallore contrastava talmente con la seduzione giovanile delle forme, mostrando in piena fioritura la giovinezza del corpo e già finita quella dell’anima, le traccie crudeli della vita erano già tanto visibili su quel viso dimagrato, ch’egli ne ebbe paura e che una specie di rispetto quasi religioso s’impadronì di lui davanti a una tale disperanza. E quella forza nel dolore, quell’abitudine di dissimulazione erano più penose da osservarsi in quella fanciulla che una esplosione di sofferenza. Per un effetto d’abitudine, si era irrigidita, aveva ripreso possesso di sè stessa, e si era rialzata diritta nella sua posa corretta e solita.

— Grazie per l’interesse che prende per me, — continuò rinfrancata. — Ne sono commossa, ma, lo ripeto, lei non può far nulla per me; nessuno lo può. Vede, sono calma. Credo stimarlo come merita, poichè non rimpiango più che lei abbia visto la mia vera fisonomia. Sarei desolata che chiunque altro fosse stato al suo posto. È forse una esagerazione di fierezza che mi dà questo eccessivo pudore dei sentimenti, ma che vuole? Sono così. Grazie ancora. Ora devo salire, è già troppo tardi....

Si era alzata, ma lui la trattenne.

— Resti ancora un poco, la prego. Senta: lei non può dunque farmi l’onore di accordarmi la sua amicizia?

Lo guardò stupita, e fece un cenno d’assentimento.

— Ebbene, lei ha la mia, l’ha completamente, come la do io quando l’offro, il che non mi succede spesso. Ed ora mi permetta dunque di dirle ciò che penso, di parlarle francamente: lei non deve sposare quell’uomo.

Elisa scosse tristamente il capo, con quel gesto che significa: a che vale parlare? Poi, d’un tratto, tornando a sedere:

— Sa che cosa m’ha detto mia madre? M’ha detto.... oh no! non le posso ripetere le sue parole. E mio padre.... il mio povero padre s’è messo in ginocchio davanti a me.... Capisce?-... Gorletti ha fatto tutto per noi. Due volte già ha salvato la mia famiglia con un’abilità straordinaria. Adesso la rovina ne minaccia ancora, la rovina completa, e che cosa si può sperare? Non può più far nulla, siamo alla fine di ogni espediente, non v’è più nulla da tentare. Egli ha chiesto la mia mano; un tale matrimonio accomoda tutto....

— E lei ha accettato!

— Sì, quasi. Ma ho detto che sono ammalata — il che è vero — e che mi si lasci ancora in riposo per qualche giorno. Il caso ha fatto che egli ha dovuto partire. È una breve tregua.... Ma ritornerà, e allora bisognerà.... Oh! senta, vorrei tanto morire!

Queste ultime parole furono pronunciate con un accento così raro di sincerità, che Massimo restò alcuni momenti senza potere articolare una sillaba.

— Non parli così, — disse infine.

— Sarei rassegnata se mi si lasciasse in pace. Non posso spiegarle il perchè, ma la mia vita è finita, ne sono certa. Non aspettando più nulla al mondo, potrei essere calma e buona se mi si accordasse il riposo. I miei avrebbero tutto il mio affetto; nasconderei loro le mie tristezze, troverei sempre un sorriso per mio padre. Ma preferirei entrare domani in un convento, piuttosto che piegarmi a ciò che si vuole.

— Ma in tal caso, resisti a oltranza. Che diavolo! È passato il tempo dei matrimoni per forza.

— Ed infatti nessuno impiega la forza. Non si esercita alcuna violenza. Ci si accontenta di dirmi, che, se rifiuto, sono un mostro di malvagità stupida, e che, per un inconcepibile capriccio, getto la mia famiglia nella miseria, nello strazio, nel disonore. Tutti mi danno torto. Sua zia stessa, la marchesa, così buona e intelligente, mi consigliò il sagrificio.

— E lei è ben certa che mia zia non abbia ragione? Ha riflettuto bene? Io, individualmente, sento ciò che sente lei, e non le dico questo adesso che a scarico di coscienza. Ma insomma, non potrebbe darsi che forse troverebbe almeno la calma in codesta vita nuova che le si propone? Tante altre sarebbero quasi felici a suo posto!

— No, io non troverei che l’orrore di tutti i minuti. Ma farò quanto si vuole che io faccia. Lei stesso, ora, non pare più che mi comprenda. Sì, rinuncierò a tutto, alle mie idee, ai miei sentimenti, alla mia dignità e alla mia libertà, e soffrirò quanto mi si vorrà far soffrire. Mai sagrificio sarà stato più completo, e nessuno potrà sapere quanto mi sarà costato. Dacchè mi si dice che lo devo, farò il mio dovere fino in fondo; ma non mi si può impedire di soffrire, e di pensare che il mio dovere è più arduo di quello degli altri, e ben pesante per le mie forze.

— Ebbene, se è così, lo ripeto, resista.

— Lei non ha dunque capito ch’è impossibile, che mio padre ne diventerebbe pazzo? Moralmente, ho ragione; ma dal punto di vista mondano, praticamente, ho torto. Il signor Gorletti non è soltanto un uomo ricco, onorato; è anche il migliore amico della mia famiglia. Non è forse cosa assurda da parte mia il risentire per lui un’antipatia irresistibile, di non poterlo nemmeno stimare? Ero piccina, che già veniva a casa, e già non lo potevo soffrire. Mi si raccomandava d’essere cortese con lui, e mi si sgridava perchè scappavo via appena lo vedevo. E poi.... e poi sarebbe lo stesso se si trattasse d’un altro. Vi sono anche altri motivi. Non mi voglio maritare. Perchè si vuole assolutamente che tutte le fanciulle si maritino?

— So, infatti, che lei ha già rifiutato vari matrimoni.

— Sì, e ad ogni volta mia madre s’è messa in furia. Quando il signor Gorletti, che non pareva pensasse punto a me, ha cominciato un bel giorno a farmi dei complimenti, sono rimasta talmente stupita da non credere a ciò che udivo. Allora mia madre m’ha gettato in viso tutti i miei rifiuti precedenti, dicendomi che questa volta bisognava vincere il mio “partito preso„ e che non potevo dir di no. Poi mio padre, che mi ama a modo suo, ha cercato di persuadermi. Mi ha parlato per delle ore, chiedendomi scusa d’insistere, dimostrandomi che era necessario, supplicandomi, facendo brillare a’ miei occhi i vantaggi che avrei accettando, e l’immenso servigio che gli avrei reso. La mia antipatia per Gorletti non ha fatto che aumentare. Tuttavia farò il mio dovere secondo il mondo, e se ne dovrò morire, tanto meglio. Mi perdoni di parlare così; sento bene che non lo dovrei, ma lei ha voluto conoscermi. Talvolta, vede, sono quasi rassegnata; sento solo un dolore stanco e un profondo disgusto. Poi, d’improvviso, mi rivolto di nuovo, e piango e mi contorco in un’altra crisi disperata. Nessuno mi vede, e ritrovo in pubblico la mia calma apparente. Lei mi ha sorpreso oggi in uno dei miei momenti di debolezza. Era venuta qui, credendomi sola in tutta la casa, poichè detesto la mia camera, quella camera dove l’altro giorno ho acconsentito alla mia rovina. Ma ora vi ritorno per scrivere. Adesso sono calma. È finito. Dimentichi, la prego, ciò che ha visto e ciò che le ho detto, e a questa sera. Vedrà che pranzerò come gli altri.

Si alzò di nuovo. Massimo la guardava attentamente. Il suo viso aveva preso un’espressione risoluta.

— Ebbene, no! — esclamò alzandosi lui pure e picchiando del pugno sul tavolo, — no, lo giuro, non sposerete quell’uomo! Piuttosto lo ammazzo.

Ella lo guardava.

— Non mi parli così. Pensi che mio padre gli deve tutto.

— No, non lo ammazzerò, benchè ciò avrebbe semplificato la questione. Ma lei non lo sposerà. La stupisco; non mi crede capace di avere un poco più di volontà delli altri? Mi domanderà con qual diritto vengo così ad offrirle il mio appoggio, quasi a suo malgrado? Col diritto che ha un uomo qualunque d’impedire, se lo può, che un’infamia si compia; di salvare uno che si perde, dovesse farlo anche contro la sua volontà. Sarebbe sul punto d’annegare, che potrei, suppongo, tirarla fuori dall’acqua, anche senza il suo permesso? Metterò dunque un ostacolo a questo matrimonio, non so ancora in qual modo, ma disfarò tutto. Nella mia vita ho posto sufficiente energia nel compiere delle cose che non ne valevano la spesa, perchè mi sia concesso di usarne una volta per impedire il male, quando non posso vederlo di sangue freddo. Sentite: io non vi amo; non sono nemmeno vostro amico che da un’ora; quando vi lascierò, non vi rivedrò forse mai più; ma dacchè mi trovo qui, farò tutto ciò ch’è in mio potere per togliervi dalla orribile situazione in cui vi trovate.

Elisa salì, e Massimo uscì per la porta-finestra del gabinetto. Un giardino all’italiana, a disegni regolari, a forme simmetriche, si stendeva davanti alla facciata della villa. Dietro, il terreno saliva in molli ondulazioni a un parco a bosco, assai vasto, dove regnava d’estate una frescura deliziosa. Massimo accese uno zigaro e fece rapidamente il giro del giardino, poi voltando intorno alla casa, s’internò nel bosco. Camminava assai presto, come per far moto, calpestando le foglie morte che già coprivano il suolo, mentre i rossi bagliori del tramonto si riflettevano nei viali, passando fra i rami alti già per metà spogliati. A poco a poco rallentò il passo. Rifletteva profondamente; certo chi l’avesse veduto in quell’istante avrebbe indovinato ch’egli era assorto in un lungo monologo. Talvolta, mordendo il suo zigaro, lasciava perfino sfuggire dalla sua bocca qualche parola scucita. Ritornò alle macchie di fiori già scolorate del giardino, e vi passeggiò ancora a lungo. La villa bianca e gaia, con le sue verande ornate di arrampicanti, occupava tutto il fondo del giardino, e sembrava bassa ad onta dei suoi due piani. Egli guardava, meditando, i vetri cui i raggi del sole cadente facevano risplendere. Dall’altra parte la vista dominava la pianura, che, tutta a colori, s’allargava fino all’orizzonte imporporato. Passeggiò a lungo. Non ci si vedeva più affatto ch’egli errava tuttora per i viali oscuri.

Quando rientrò, tutti erano tornati e stavano per mettersi a tavola. Si erano divertiti ed erano allegri assai. La marchesa dichiarò che non si sentiva punto stanca, e ch’era pronta, se volevano, a ricominciare all’indomani. In quanto alla subita partenza della contessa Lassardi, produsse un poco di stupore, ma non soverchio, sebbene il pittore tentasse di far notare la coincidenza della partenza di lei con quella di Giacomo. Tuttavia un telegramma che giunse dopo pranzo, annunziante che Lassardi stava un poco meglio, ma che la sua malattia era però d’una certa gravità, pose termine alle congetture.

Elisa sembrava esattamente la stessa delli altri giorni, ma non parlava. Gorletti aveva trovato modo di sederle vicino. La presenza dei suoi genitori sembrava pure renderla diversa. Il marchese sorprese anche varie volte il signor Valenti che guardava sua figlia di nascosto, assorto nel contemplarla con affetto. L’interesse possente che Massimo prendeva sempre più al dramma celato che si passava sotto a’ suoi occhi, non gl’impediva di conversare. Ma il suo spirito diventava mordente, incisivo; fece pompa, con espressioni seducenti e raffinate, di teorie eccessivamente ciniche, e si mostrò amaro, pessimista, quasi brutale. La marchesa ne fu scontenta, ma non lo lasciò vedere, sapendo per esperienza che, in codesti casi, le osservazioni non facevano che incoraggiare il suo elegante nipote a far peggio. Elisa, dopo l’inatteso dialogo successo tra di loro, lo guardava, stupefatta, e chiedeva a sè stessa quali fossero i veri sentimenti di quell’uomo. Finì col decidere che forse era stato sincerissimo in ciò che le aveva detto qualche ora prima, e che lo era ancora adesso. Un tale giudizio certo si avvicinava molto alla verità, poichè la natura di Massimo era multiforme.

La serata non fu allegra. L’assenza della contessa Lassardi si faceva sentire. Poi, un vago imbarazzo regnava nella sala. L’attitudine di Gorletti rivelava sempre più le sue attitudini matrimoniali. Il pittore, mancante spesso di tatto, si permise anzi una mezza allusione. Elisa era così pallida che dovette pretestare una indisposizione, il che porse il destro al dottore di far divergere le assiduità di Gorletti. La madre d’Elisa stancava tutti col suo cicaleggio incoerente e il suo buon umore fuori di posto, mentre il padre pareva ingolfato nella lettura dei giornali. Sola la padrona di casa non usciva dalla sua calma abituale, ma ella pure piegava talvolta la testa, in atto pensieroso, sul suo eterno ricamo. Gorletti essendosi alzato per un momento, Massimo attraversò bruscamente la sala e venne, senza complimenti, a prendere il posto di lui a lato di Elisa. Non le rivolse che di rado la parola, ma non si mosse più fino al momento in cui tutti si alzarono. Si trovò ciò un poco strano, e Gorletti guardò Massimo a più riprese; ma questi non ebbe l’aria di accorgersene.

Quando fu solo nella sua camera, Massimo fece i suoi piccoli preparativi, come qualcuno che non ha voglia di andare a letto. Accese tutte le candele dei candelabri, mise un costume da camera di stoffa orientale, e coi piedi nelle pantofole, si stese in una gran poltrona. Rimase un gran pezzo immobile; si sarebbe potuto scorgere, dall’espressione seria, preoccupata della sua fisionomia, che dei pensieri assai definiti gli si agitavano per il capo. Evidentemente riprendeva e continuava il soliloquio del giardino.

Prese una scatola di sigari, ne scelse uno con molta cura, e lo accese. Lesse alcune pagine d’un romanzo, scrisse due lettere, mise in ordine alcuni oggetti, alcune carte sparse, poi si avvicinò allo specchio e vi si guardò minuziosamente. Si ravviò la barba e i capelli con la spazzola, a lungo, con molta cura secondo la sua abitudine, ma allo stesso tempo in un modo così distratto e macchinale che non sembrava avesse piena coscienza di ciò che faceva. Cadde in un’apparente contemplazione interminabile di sè medesimo, ma di nuovo il pensiero si agitava attivamente sotto la sua fronte.

Sopra un mobiletto c’era un ritratto che non lo lasciava mai. La cornice era d’oro, d’un finissimo lavoro, sormontata da una corona marchionale, ed il ritratto rimaneva di solito nascosto da due piccole imposte chiudenti a chiave. Massimo lo apri e lo mirò lungamente. Era l’imagine di una donna nella prima gioventù, seducente piuttosto che bella, dall’aspetto dolce e un po’ malato, in grande toeletta, con il collo circondato da sette fila di grosse perle; il suo sguardo infantile e mesto allo stesso tempo, i suoi capelli bruni semplicemente acconciati, avevano qualcosa d’indefinibile e di commovente. Vedendo quella pittura di una straordinaria finitezza di tocco, e senza dubbio opera di un abilissimo artista, contemplando l’espressione serena e quasi inconsciente nella sua malinconia di quel giovane e pallido viso, si sarebbe facilmente indovinato ch’era l’imagine di una persona morta. Si spieghi come si può o si neghi un tale mistero, è però successo a tutti, vedendo un ritratto sconosciuto di dire a sè stessi: Questa persona non è più sulla terra. E si sentiva bene, guardando quella dolce figura, quella testa di donna e di bambina ad un tempo, che adesso quelle labbra dovevano essere scolorate, e quei grandi occhi chiusi per sempre.

Quel ritratto, come una reliquia, seguiva Massimo dappertutto nel cammino disordinato della sua vita. Contemplandolo, il suo volto prendeva una espressione di tristezza e di amore che non gli si vedeva mai. Chi era dunque quella donna?

Era una donna per la quale Massimo aveva risentito una profonda affezione, e la di cui perdita era stata il solo dolore sacro della sua vita; solo quando pensava a lei, quell’uomo forte e sdegnoso sentiva il suo cuore farsi debole, e nel suo petto oppresso rinascere un rimpianto eterno, quasi un rimorso. — Era sua sorella.

Mai non poteva egli dimenticare il gran dispiacere della sua infanzia, la sua prima separazione dalla sua piccola sorella adorata, la costante e gaia compagna di tutti i suoi giuochi, quando il tutore ebbe deciso di metterla in collegio. Rivedendola, durante le vacanze, ogni anno la trovava più alta, un po’ mutata, più gentile per tutti, e sempre gli si attaccava al collo nello stesso modo. Aveva sei anni più di lui, e mentr’egli non era ancora che un ragazzetto, lei diventò subitamente una donna.

Un giorno il tutore era giunto al collegio, e gli aveva dato una grande notizia: sua sorella stava per maritarsi. Sposava il marchese Ricaldi, un bel giovane, ricco assai, capitano di cavalleria e ufficiale d’ordinanza del re. Era un magnifico matrimonio. Massimo ne fu molto stupito; gli pareva impossibile che la sua piccola Lina potesse diventare una gran signora da un giorno all’altro; ma non se ne sentì rallegrato.

Non assistette al matrimonio ch’ebbe luogo a Firenze, e non rivide sua sorella che sei mesi dopo. Ella si appese al suo collo e lo abbracciò con l’antico abbandono, ma con un affetto ancora più tenero, e fu assai contenta di rivederlo. Fatta più alta e un poco smagrita, la trovò più seducente che mai. Alle domande se fosse felice, rispose: “Sì, e più ancora adesso che ti rivedo.„ In quanto a suo cognato, Massimo vide in lui un bell’ufficiale e un perfetto gentiluomo, ma non seppe difendersi da un certo sentimento di lieve ripulsione, che tentò invano di combattere, davanti al viso un po’ duro, alle maniere cortesi e compassate, alla conversazione precisa e pedante di lui.

Tre anni dopo, Massimo, nella gioia di aver lasciato il collegio per sempre, rivide sua sorella; la trovò pensierosa e più seria. Rispose alle sue domande dicendo, fra le altre cose, che disgraziatamente non si è sempre fanciulli.

Massimo cominciò la sua vita di piaceri e di avventure. Ma in mezzo a tutte le sue follie, precocemente maturo, il giovine freddo, noncurante, non dimenticò mai la sua diletta sorella che gli era sembrata meno felice di quanto ella diceva. Restò però assai lungamente assente.

Quando, ritornato in congedo, prima di andare a Pietroburgo, salì le scale del palazzo Ricaldi, si sentì commosso. Guardandola, mentre la teneva abbracciata, trovò Lina assai cambiata; poi, discorrendo, si accorse ch’era inquieta, nervosissima, preoccupata. Non rassomigliava più affatto alla sua capricciosa compagna d’altre volte. Le prese le mani, lo guardò a lungo nelli occhi e le rimproverò di non avere maggiore confidenza in lui. Rispose che non aveva nulla e scoppiò a piangere.

Il fatto è ch’era infelice assai, avendo sposato suo marito senza conoscerlo, senza sapere cosa faceva. Nei primi tempi, egli la spaventava e provava per lui una specie di allontanamento. Invano si era sforzata di vincersi. Lui, d’altronde, non l’aveva certo aiutata a ciò. Severo, minuzioso, altero e tirannico, la trattava come si tratta un bambino, talvolta come una nemica, ed esigeva da lei una sottomissione passiva, senza nulla far mai per ottenere il suo affetto, mentre viveva, dal lato proprio, perfettamente a suo capriccio. Lei non aveva un’amica; non andava in società, che ai grandi ricevimenti, dove si annoiava molto.

Massimo fece allora delle rimostranze a suo cognato, e questo le accettò quasi umilmente. “Ebbi torto in varie cose; me ne accorgo, e ti ringrazio di parlarmi franco. Tutto anderà meglio, vedrai.„ Così gli disse. In quanto a Lina, era tanto contenta di rivedere suo fratello, che la sua tristezza si dissipò fino al giorno in cui dovette ripartire.

Massimo se ne andò in Russia, più tranquillo. Oh! se avesse potuto prevedere come rivedrebbe la sua sorella adorata!

Fu solo due anni dopo. Massimo, del tutto libero, e continuando a camminare noncurante attraverso i suoi successi, era a Parigi. Spesso, in mezzo alla sua vita troppo riempita, pensava alla sorella. Nei suoi rari momenti di solitudine, rivedeva il gabinetto giallo dove le aveva detto addio; talvolta, nell’allegria rumorosa di una cena, la cara imagine di lei sorgeva improvvisa dinanzi a’ suoi occhi. Tuttavia era rassicurato sul suo conto. Mentre nel primi tempi dopo la loro ultima separazione, Lina scriveva solo raramente poche righe sempre improntate di mestizia, adesso invece riceveva da lei delle lunghe e buone lettere affettuose, nelle quali diceva sempre che tutto andava meglio, che suo marito era migliore per lei, e non la tormentava più. Soltanto, di tempo in tempo, ella si lagnava un poco della salute. Alla fine dell’estate, scrisse ch’era stata veramente ammalata; che ora si sentiva di nuovo bene, e più forte — i bagni di mare, a Livorno, avendole giovato assai.

Dopo queste lettere, Lina rimase a lungo senza scrivere. Finalmente Massimo seppe dal cognato ch’essa era stata di nuovo male, ma che ora si sentiva molto meglio. Ella stessa aggiungeva una parola, assicurandolo che non si doveva inquietare.

Decise però di andarla a trovare. Ma non gli fu possibile di partire tanto presto come avrebbe voluto. Sottili legami di ogni specie lo trattenevano. La sua partenza fu ritardata di settimana in settimana, di giorno in giorno. Una notte, rincasando, trovò un telegramma: “Lina gravemente ammalata.„ Partì subito.

In ferrovia, sentì bene, nella sua angoscia, che passava delle ore indimenticabili, ma le ore che trascorsero dal momento in cui entrò nel palazzo Ricaldi, finchè ne uscì di nuovo per non rimettervi mai più i piedi, gli restarono nella memoria come un orribile sogno fatto vero, dal quale non gli fu più possibile di svegliarsi completamente.

La casa tutta intera era piena di quei sordi rumori, di quel viavai, rapido e silenzioso, che annunciano la morte vicina. Vi si sentiva, dalla vigilia, un lieve odore d’incenso. I servitori, in un’attitudine di circostanza, con la faccia lunga, stavano immobili, oppure passavano come ombre attraverso le sale, guardando tutto con occhio curioso. Soffocati singhiozzi venivano da un angolo buio. Sembrava che la luce, entrante dalle vaste finestre attraverso le ricche cortine, fosse diversa dalli altri giorni, e si era ingenuamente sorpresi nel vedere li oggetti al loro posto solito, inanimati come sempre, in mezzo al fremito che sembrava turbasse l’aria.

Lina spirava. Massimo si precipitò nella camera, pallido come la morente, tutto il sangue essendogli rifluito al cuore. Ella lo guardò in faccia coi suoi grandi occhi aperti, senza vederlo. La vecchia Sofia, che aveva avuto cura della loro infanzia ad entrambi, in ginocchio sui talloni e accasciata per terra, piangeva in modo straziante. Il medico — attempato e severo — stava in piedi dall’altra parte del letto. Un uomo seduto in una poltrona si teneva la testa fra le mani, in modo che non lo si poteva vedere. I lineamenti di Lina, pur conservando la loro dolcezza, avevano già preso una rigidità terribile. Il dottore la toccò, e fece un cenno del capo alli assistenti. Alcuni istanti passarono. Erano tutti immobili come la morte. Di tanto in tanto un singulto turbava il silenzio solenne.

Un momento dopo si udì un rumore di passi e di voci alte nella stanza vicina. Istintivamente tutti si voltarono, e Massimo andò verso l’uscio. Mentre varcava la soglia sentì, dietro a sè, a prendergli le mani. Era il giovane di cui non aveva veduto il viso. Non lo conosceva. Durante un secondo guardò, sorpreso, codesto sconosciuto che lo guardava a sua volta dolorosamente. Ma scorgendo la profonda simpatia dipinta sulla sua faccia tutta bagnata di lagrime, Massimo non chiese nulla e strinse forte le mani che avevano stretto le sue. Le voci s’incrociavano nella stanza vicina. Era Ricaldi, che, tutto tremante, interrogava i servitori. Si era assentato, da due giorni, credendo a un falso miglioramento nello stato dell’ammalata, ed era giunto in quel momento. Massimo si avvicinò a lui, ma non potè parlare.

Il giovane era scomparso.

Perchè in quella notte insonne il ricordo della sua povera Lina gli ritornava in mente in un modo così straziante? Tutto si ripresentava alli occhi suoi in una chiara e dolorosa visione, e si rammentava dei particolari quasi dimenticati. Si ricordò del suo soggiorno in campagna in un’antica villa abbandonata, subito dopo i funerali, e di tutto ciò che la vecchia Sofia gli aveva narrato. A sentirla lei, la povera marchesa era sempre stata infelicissima; suo marito era cattivo con lei e la maltrattava, e lei non respirava che quando era via. Il dottore, nel quale Massimo aveva piena fiducia, non era del tutto del parere della buona donna, e non ammetteva come lei che i dispiaceri della marchesa avessero precipitato la sua fine.

“È morta disgraziatamente e semplicemente di etisia galoppante; aveva una lieve tendenza alla consunzione e non si è curata in tempo; quando mi hanno chiamato, era già troppo tardi. Non si muore tanto spesso come si crede di malattie morali.„

Massimo si sforzò di credere alle parole del vecchio medico, eppure la sua coscienza gli rimproverava molte cose. E perchè Lina, che, certo, non aveva avuto un’esistenza calma, si era ostinata nelli ultimi tempi a fargli credere l’opposto? E perchè l’aveva creduta, e perchè era restato tanto tempo senza venire? Intravedeva una grande abnegazione, una lotta interna, dei sentimenti nascosti e delle sofferenze segrete. La sua perspicacità aiutava a farlo soffrire. — Indovinava un romanzo. — Diceva bene a sè stesso che forse esagerava, e che, sopratutto, non avrebbe forse potuto far nulla; ma tuttavia, al rimpianto straziante di quel dolore del quale sentiva che non si sarebbe giammai consolato completamente, si aggiunse un vago rimorso.

Finalmente Massimo si coricò e dormì d’un sonno non tranquillo come al solito. Ma, nei suoi sogni, rivide ancora sua sorella, tanto amata e tanto soave; gli sembrava udirla mormorare indistinte parole, volgendo verso di lui il suo sguardo di donna e il suo sorriso infantile.

IV.

Di giorno in giorno la condotta di Massimo stupiva più vivamente tutti. Non celava punto l’interesse ch’Elisa Valenti destava in lui; troppo spesso le si metteva vicino, o la osservava da lontano. Essa sembrava imbarazzata dalla persistenza di lui ad avvicinarla, e non perciò diminuiva la sua tristezza. Però non era con lui esattamente come nei primi giorni. Massimo non sembrava farle la corte affatto, e meno ancora lei accettarla; ma v’era tra di loro qualcosa di nascosto. Più ancora delli altri, la padrona di casa era sorpresa di ciò che chiamava, fra sè, la mancanza di tatto di suo nipote.

D’Astorre non si dava più la pena di celare la sua profonda antipatia per Gorletti. E questi gliela restituiva cordialmente, benchè non lo mostrasse nei suoi modi.

La signora Valenti, sola, pareva non si accorgesse di nulla. Dal momento della partenza di suo marito (che aveva promesso di ritornare) era diventata più severa con sua figlia, sebbene, a modo suo, capricciosamente, avesse certi slanci di tenerezza improvvisa, esagerati, al punto di abbracciarla con passione in pubblico. Con d’Astorre posava sempre; a momenti fredda e cerimoniosa, poi di una eccessiva gentilezza, non esente da civetteria. Ella sapeva, del resto, ringiovanirsi a meraviglia e faceva sfoggio di acconciature, dalla marchesa dichiarate assurde.

Elisa stessa non comprendeva troppo l’attitudine di Massimo a suo riguardo. Sempre lo pregava di non tentar nulla in suo favore, di lasciare che il suo destino si compisse; egli rispondeva ridendo e continuava come prima. Volle esser tenuto al corrente di quanto succedeva tra lei e sua madre. Seppe da lei, una sera, che fra due giorni il matrimonio verrebbe ufficialmente annunziato. Subito dopo, Gorletti doveva partire; sua madre e lei rimarrebbero ancora una settimana alla villa, mentre colui aggiusterebbe i suoi affari, poi si ritroverebbero tutti a Milano, dove il matrimonio avrebbe luogo.

All’indomani, subito dopo la colazione, si partì per una lunga gita in carrozza. Come per caso Massimo prese posto a fianco della signora Valenti e fu assai assiduo presso di lei. Con un’abile manovra, aveva quasi costretto Gorletti a salire a cassetto vicino a Terzi che guidava, mentre Elisa aveva potuto mettersi in un’altra carrozza con la marchesa, il medico ed il pittore.

Una grotta naturale, profonda e buia, dove mormorava una sorgente il di cui sottile zampillo rigava perennemente la penombra, e di cui si andava a bere l’acqua freddissima e di una incomparabile purezza, era lo scopo della escursione. Vi si giunge per una stretta valle verdeggiante, che, d’improvviso a uno svolgere di strada, prende un carattere selvaggio ed alpestre. Sotto un’altra roccia a picco tutta umida, muscosa e nerastra, sta l’angusta apertura, buco nero spalancato nel quale è d’uopo avventurarsi. Il bello consiste in ciò: che uscendo da un’altra apertura dal lato opposto della montagna, si trova un paesaggio tutto diverso, ridente e appena mosso. Una terza uscita è praticata a mezza strada, nel fianco della roccia.

Massimo entrò per il primo. La signora Valenti prese il braccio di Gorletti. La marchesa ed Elisa penetrarono timidamente, scortate dalli altri. Non si parlava più. Di tanto in tanto, un grido, uno scoppio di riso soffocato, una rapida domanda, ed ecco tutto. Ognuno guardava ai propri piedi, benchè non ci si vedesse affatto, e pensava a sè. — Di qua, signore, — gridava l’artista, — non abbiano paura; sono solo i primi dieci passi che costano. Dopo la strada è facile. — Il medico cadde due volte. Elisa, preoccupala, camminava a stento senza troppo curare dove andasse. D’un tratto si trovò smarrita, cercò di orizzontarsi, e non vi riuscì. Tutti erano lontani già; non li vedeva più. Non volle domandare. Dopo un istante d’incertezza, udì un rumore di passi che ritornavano verso di lei.

— Di qui! — disse una voce.

— Da che parte?

— Mi dia la mano e non tema di nulla.

Riconobbe le voce di Massimo.

— Così, così.... Si lasci guidare, si lasci sempre guidare da me.

— Preferirei esser fuori.

— Ci saremo fra due minuti, ecco. Vede la luce?

Un momento dopo erano all’apertura laterale.

— E gli altri? — domandò lei.

— Hanno attraversato la grotta, come si vede, in tutta la sua lunghezza. Noi faremo il giro esternamente e li raggiungeremo in tre minuti. Ma si riposi, prima, un momento; dev’essere stanca.

E continuò dopo una breve pausa:

— Non si perda di coraggio. Io sono allegrissimo, invece. Tutto va bene; si rassicuri. A proposito, bisogna che approfitti di questo momento, per farvi una dichiarazione. Signora Elisa, io non vi amo; non vi amo affatto. Non lo dimenticate; e non abbiate dunque paura di nulla. Ma vi salverò.

Il loro arrivo all’altro ingresso della grotta fu accolto da una quantità di domande; ma la marchesa aveva l’aria un poco imbronciata, e Gorletti stava in disparte.

Massimo pareva divertirsi assai. Al ritorno, riprese il suo posto a lato della signora Valenti e la fece ridere pazzamente per tutta la strada. Talora interpellava Gorletti, sempre a cassetto, obbligandolo a voltarsi e volendo che ridesse lui pure.

Nell’altra carrozza, quasi non si parlava. Elisa contemplava il paesaggio oscurantesi nella porpora del tramonto. Cominciava a far freddo e una tinta grigia si stendeva sulla via, sulli alberi, come un mantello di malinconia invitante al sonno, mentre che nelle lontananze le tinte dell’orizzonte facevano sognare. Involontariamente ammirava, lasciando che i suoi pensieri indistinti e dolorosi si modificassero secondo i diversi aspetti del cielo.

Che voleva d’Astorre? pensava. Come s’imaginava di poterla salvare? Nessuna speranza era possibile. Il suo sagrificio poteva forse venir ritardato, ma non vi si poteva sottrarre. Eppure, più che mai ciò le sembrava impossibile e l’idea sorgeva in lei che qualcosa succederebbe forse. Ma che cosa? Le tenebre si facevano più fitte intorno a lei, gradatamente e sicuramente, come si vedevano a poco a poco distendersi sulle campagne. Quale scampo poteva esistere?

Dopo pranzo, la signora Valenti si avvicinò alla marchesa e le disse ch’era un poco inquieta sul conto d’Elisa, la quale non le sembrava stesse bene. E rivolgendosi a lei:

— Ragazza mia, sei pallida e non hai quasi mangiato, oggi. Sii savia e va a dormire. Prendendo delle precauzioni quando si è ancora in tempo, si evita talvolta una malattia. Va, mia cara, verrò a raggiungerti fra poco, chè sono stanca assai io pure.

Elisa non fu malcontenta d’ubbidire. Sua madre la seguì presto infatti, e si assise a’ piedi del letto. Là le tenne un discorso che la sorprese. Le disse che Gorletti era impaziente ed aveva vivo desiderio che si annunciasse il loro matrimonio prima di lasciare la villa della marchesa; poichè in ogni modo, certi affari urgenti lo chiamavano in città al posdomani.

— Ma, mia cara, giacchè si è aspettato così a lungo, e che la cosa è decisa, non è vero? tra di noi, non vedo perchè non si aspetterebbe ancora qualche giorno. Tu saresti meglio ristabilita in salute, e più forte per sopportare tutte le noie dei complimenti, delle visite, dei preparativi, ecc. (chè, veramente, la tua salute m’inquieta un poco e hai bene cattiva cera anche oggi); lui, dal canto suo, avrebbe terminato i suoi affari e si andrebbe in città tutti assieme, ciò che sarebbe pure forse meglio. Intanto, curati bene e cerca di riprendere i tuoi bei colori. Sai anzi cosa faresti, se volessi seguire del tutto i miei consigli? Staresti in camera tua per un giorno o due. Egli comprenderebbe allora che ho ragione, che tu hai davvero ancora bisogno di un po’ di riposo e che deve moderare la sua impazienza. E ti ritroverebbe migliorata in salute e più calma....

— Farò quanto vorrai, — rispose Elisa con una rassegnazione che le riusciva facile. E una vaga speranza penetrò nel suo cuore, suo malgrado.

La signora Valenti ebbe all’indomani una conversazione con il suo futuro genero, e al posdomani egli partì. Valenti giungendo secondo la sua promessa, fu un poco stupito di tale partenza. Elisa discese solo al terzo giorno, per la colazione. Il medico, ch’era salito per vederla e le aveva ordinato dei rimedi ch’ella non aveva preso, l’aveva anzi fatta rimanere a letto per ventiquattr’ore. Aveva anche veduto la marchesa più volte, ed il resto del tempo era rimasta abbandonata alle sue riflessioni.

Il non veder più lo sguardo di Gorletti fissato sopra di lei, attraverso la tavola, le fu di tanto sollievo, ch’ella sentì grave il peso terribile del sagrificio chiestole. Tutto il sangue le si gelava nelle vene all’idea di diventare la moglie di quell’uomo.

Un inesplicabile sorriso passò sulle labbra di Massimo quando seppe ciò ch’era successo tra lei e sua madre.

— Va bene, — disse, — ciò non mi riesce inaspettato.

E mentre si discorreva un po’ rumorosamente intorno a loro, egli aggiunse:

— Il medico non vi permette ancora di uscire di casa, non è vero?

— Già; non ne ho nessuna voglia, d’altronde.

— Tanto meglio. Vi devo parlare a lungo.

Quando, più tardi, si ritrovarono soli, nello stesso gabinetto dove per la prima volta Massimo l’aveva sorpresa in un accesso di disperazione, Elisa non potè impedirsi dal dirgli che, ad onta di quel nuovo ritardo, ella non aveva speranza alcuna.

— Avete torto. Vi rammentate che a questo stesso posto dove siamo, quando vi ho dichiarato che impedirei codesto matrimonio, mi avete assicurato ch’era impossibile nemmeno ottenere un ritardo? Vi faccio rispettosamente osservare che adesso sono venuti, invece, per così dire, a domandarvelo, un tale ritardo, e che il signor Gorletti non è più qui. Aveva anzi una strana figura nell’andarsene.

— Ritornerà. È invano che lei prova sempre di darmi una speranza. Pur troppo il matrimonio è ben deciso.

— No, un tale matrimonio non si farà. È rotto. Non ho che una parola da dire per ciò. Quell’uomo è partito per non più ritornare. La sua partenza, e tutto quanto è accaduto, avreste forse dovuto indovinarlo, è opera mia. Anderò fino in fondo. Lungamente ho cercato un mezzo per salvarvi, e, lo confesso, senz’alcun risultato. Ma, adesso, ho finalmente scoperto. È un mezzo assai semplice, benchè un po’ violento.

— E qual’è questo mezzo?

— Lo saprete subito. Ma prima lasciatemi ancora dirvi poche parole. Perdonatemi d’esser costretto a parlarvi di me stesso. Ma è necessario per spiegare le cose. Poi mi conoscete tuttora assai male, e, lo temo, vi faccio ancora paura, sebbene sentiate che vi sono amico. Ma siete intelligente, siete un vivente esempio di codesta verità troppo ignorata, che si può avere un’anima elevata, e, ad onta di ciò, indovinare tutto; di più, per la vostra età, avete visto molte cose; potrete dunque non offendervi di quanto vi voglio proporre.

— Nulla è possibile, vi dico.

— Non m’interrompete, e ascoltate, ve ne prego. Io sono solo al mondo, non ho più parenti vicini, e nessuno è più libero di me. Mi si conosce ovunque, conosco moltissima gente; vi sono molti che si dicono miei amici, e ne ho assai pochi. Pare anche che abbia dei nemici; ignoro assolutamente a cosa debbo un tale onore. Pieno di difetti, ho però osservato che quando ho ubbidito al mio primo impulso, ho sempre agito bene; il che prova che in me l’istinto è forse superiore al ragionamento. Conduco una vita molto irregolare, e che mi sarebbe difficile lo spiegarvi. Resisto difficilmente a’ miei capricci. Talvolta rimango a lungo nello stesso posto, senza che si sappia perchè; poi parto bruscamente; vado dove la sorte mi sospinge. Del resto, manco assolutamente di principii e credo a ben poche cose; vedete che non mi mostro migliore di quel che sono. Ora sapete a che sono ben deciso? da un pezzo? È, per mio conto, a non ammogliarmi mai. Ho per ciò le mie profonde ragioni. Poi detesto il matrimonio. Molte cose mi sono indifferenti, e rinuncierei volontieri a molti vantaggi; ma, a nessun prezzo, non abdicherò mai la mia indipendenza. E la stimo così altamente che mai, sotto alcun pretesto, assalirei la libertà d’un altro. Sarei dunque un pessimo marito, e stupido. Dunque, escludo, per me il matrimonio. Me ne infischio del mio nome che finirà forse con me, e della mia fortuna che passerà in mani straniere, se ne resterà. Le cose sociali mi toccano assai poco, e non mi commuovo molto per ciò che mi riguarda personalmente. Cerco di annoiarmi il meno possibile, anche se per giungere a questo scopo, devo interessarmi a delle assurdità; e in quanto a ciò che succede nel mondo, guardo tutto ciò come in teatro, dalla mia poltrona, che certo è una delle migliori. Se posso essere utile a qualcuno lo faccio con piacere. Do ben di rado la mia amicizia, sul serio, ma la do senza riserve. In quanto alla mia fortuna è assai considerevole; la fortuna di un lord inglese agiato, ricchezza grande in Italia. Non mi è stato possibile di rovinarmi, benchè vi abbia messo tutta la buona volontà; ora non mi ci provo più. Da questo lato mi sono posto in quiete. Diedi una smentita a quelli che pretendevano, all’epoca in cui spendevo sempre tre volte la mia rendita, che nessuna fortuna mi avrebbe mai bastato, mostrando loro che con solamente una ventina di milioni, o poco più, non faccio più debiti. Sono lieto di farvi sorridere....

— Sì, ma tutto ciò non mi dice....

— Aspettate. Ecco press’a poco chi sono io. Credete ancora che chi dice tanto male di me abbia ragione del tutto? Diffidate ancora di me?

— No, credo anzi che siete migliore di quello che sembrate....

— Non è così; sono esattamente come sembro a quelli che mi conoscono un poco. Ma veniamo al fatto. Forse a quest’ora può darsi che non rimaniate oltremodo stupita nel sentire il mezzo che ho trovato per salvarvi. D’altronde bisogna accettarlo per questa eccellente ragione che non ve ne sono altri.

— Ebbene! ditemelo finalmente....

— Io vi sposo.

Elisa lo guardò fisso, arrossì, si provò a sorridere e disse:

— Mi sembra che il momento sia scelto male per celiare. Del resto non sono scorsi tre minuti dacchè avete affermato la vostra risoluzione di non ammogliarvi mai.

— Ed è perciò appunto che vi posso offrire la mia mano.

Massimo non scherzava. Spiegò la sua idea a Elisa che lo ascoltava muta per lo stupore. Lui impegnava la sua parola di gentiluomo di non essere mai per lei che un amico; lei sarebbe del tutto libera e avrebbe sempre tutta la sua stima. Tutto si ridurrebbe a ciò, che avendo invano cercato un altro mezzo conveniente per impedire il matrimonio con Gorletti, aveva pensato che il meglio era d’offrire ad Elisa una posizione indipendente e tutta quella somma di benessere che può rendere nella vita l’assenza di felicità meno dura. Ma non poteva far ciò, secondo le leggi del mondo, senza aggiungervi il suo nome, e lo dava, non compiendo il minimo sacrificio; poichè in tal modo faceva uso eccellente di una cosa di cui era ben certo che non avrebbe mai sognato di servirsi altrimenti per sè. Si salveranno le apparenze per quanto possibile, senza però inquietarsene fuor di misura, e, appena che Elisa sarebbe stabilita nella sua nuova esistenza, lui riprenderebbe la sua vita solita. Un tale progetto lo seduceva; riconoscente se lei gli facesse l’onore di accettare, sarebbe felice di compiere un atto semplicissimo, del quale forse nessuno ancora aveva avuto l’idea prima di lui.

— Mi avete ripetuto più volte, senza dirmi precisamente il perchè, che non aspettate più nulla dalla vita, che cercate la pace soltanto; ebbene, vi offro un palazzo a Firenze, che sarà vostro, e dove starete meglio che in un convento; trovandovi la tranquillità assoluta e le distrazioni che vorrete scegliere, infine un matrimonio che non è un matrimonio, e la mia semplice amicizia. Se avete bisogno di un consiglio, saprò darvelo non più cattivo di quello che farebbe un altro. In un certo senso, e per questo scopo, è impossibile essere maggiormente adatto l’un all’altro di quanto siamo noi. Giacchè non vogliamo maritarci nè l’uno nè l’altro, ciascuno per i nostri motivi particolari, sposiamoci noi per il pubblico. Dal lato mio ci troverò pure dei vantaggi, non foss’altro che quello di por termine alfine a ciò che si venga a farmi delle proposte di matrimonio.

Elisa sorrise di nuovo. Poi, seriamente, rispose che ad onta della sua stranezza, l’offerta era nobilmente generosa, ma che lei non poteva acconsentire. Codesta proposta straordinaria non la scandalizzò, ma la trovò ineseguibile. Tuttavia si sentì profondamente commossa, sebbene non lo seppe esprimere.

Sorridendo, Massimo insisteva, talora in modo energico, talora giocoso.

— No, è impossibile. È impossibile in tutti i modi, — ripetè Elisa. — Finirete pure col comprenderlo. È mio dovere il rifiutare, dovessi anche parere scioccamente ingrata. Vi è ancora un motivo più serio di tutti gli altri, che dovrò avere il coraggio di confessare....

Furono interrotti dal brusco ingresso della signora Valenti.

— Ah! eccoli, — disse a sua figlia. — Ti ho cercato dappertutto. È donna Maria che mi ha detto ora ch’eri qui col marchese. Non sei dunque andata in carrozza con gli altri? Ebbene, hai ragione. Quelle trottate, alla lunga, stancano, e comincia a fare un freddo al ritorno!... trovo ch’è peggio che d’inverno.

Quella notte Elisa non potè chiuder occhio. La proposta stranissima ed inattesa d’Astorre, l’orizzonte affatto nuovo che si apriva innanzi a lei, le riempivano la testa di pensieri confusi. Non poteva dubitarne: Massimo parlava sul serio. Aveva trovato modo di mantenere la sua parola; le offriva di salvarla davvero! Gorletti, l’orribile incubo delli ultimi mesi, poteva essere allontanato per sempre! Poichè, n’era ben sicura, sua madre in un tal caso, non esiterebbe un momento a mancare di parola. Elisa aveva un sol cenno da fare per evitare il precipizio, che da tanto tempo s’apriva davanti a lei, inevitabile. Le si offriva onorevolmente una vita calma, tranquilla, indipendente, circondata da tutti i conforti del lusso, e, accettandola, avrebbe la felicità negativa alla quale poteva ancora aspirare, e ciò rendendo i suoi genitori pazzi di gioia! La tentazione era forte. Una soluzione bizzarra, magnifica, che l’imaginazione non avrebbe saputo inventare e di cui la speranza sarebbe stata assurda, si mostrava d’improvviso per risolvere il problema finora insolubile del suo destino.

Ma come poteva accettare una proposta tanto bizzarra, insolita e troppo generosa, tanto più lei, di cui il cuore non viveva solo di un ricordo indimenticabile, lei, la cui esistenza monotona era tutta riempita da un segreto amato e doloroso. Adesso Massimo non le ispirava più la più piccola diffidenza. Le pareva di aver compreso d’un tratto i lati più nobili di quell’uomo, la cui cattiva riputazione era l’opera di gente che probabilmente non lo valevano. Ma, essendo lei quello che era, poteva forse accettare, in condizioni così eccezionali, e non fosse pure che alli occhi del mondo, la mano di un uomo che ignorava il passato di lei? Il racconto della sua vita, la sua confessione completa, non basterebbero a fargli comprendere la necessità di un rifiuto? Essa lo credeva fermamente; sentì che lo doveva fare, poichè lui meritava la sua fiducia intera, codesto uomo elegante, stanco, cinico, che solo aveva saputo aiutarla, lui ch’era considerato come il più freddo tra gl’indifferenti.

Intanto, tutti si occupavano di Massimo e del suo modo di condursi con la signora Valenti. Non si parlava d’altro alla villa. La marchesa cominciava ad inquietarsene. Con minore malignità delli altri, ella pure si posava però la domanda: — Quale può essere il suo scopo? — In quanto a donna Maria non poteva contenersi. Si disseccava ne’ suoi sforzi per non parlare, poi parlava di colpo.

— Hai veduto? — diceva a suo marito. — Erano ancora insieme ieri nel gabinetto là in fondo. È una cosa che non ha nome. Chi l’avrebbe creduto di un uomo così blasé? Poichè infine, Elisa è una buonissima ragazza, ne convengo, e anche bellina, se si vuole, ma, dopo tutto, cosa può avere di tanto interessante! e sopratutto....

— Ah! donna Maria, — interrompeva il dottore, — l’amore non ragiona.

— Ma, insomma, è o non è innamorato, quel misterioso d’Astorre?

— Sapete cosa penso io? Tutto ciò finirà male assai; credete forse che vi sia nulla di sacro per quelli uomini lì?

— E ad onta di tutto. Elisa è sempre triste e taciturna, — osservò Terzi.

— Oh! in quanto a questo, capisci bene, quando si hanno avute le storie che ha avuto lei, si ha di che rifletterci e rimanere pensierosa per un bel pezzo.

All’indomani, Elisa ripetè a Massimo che gli sarebbe profondamente grata per sempre, ma che non poteva acconsentire.

— Se volessi, — disse Massimo, — potrei benissimo far senza della vostra accettazione. Basterebbe che parlassi con vostra madre. E allora per davvero non vi sarebbe più possibile rifiutare! Ma, se vi salvo, non voglio che ciò avvenga a vostro malgrado.

Infatti, la signora Valenti era in uno stato straordinario di tensione nervosa. Aveva la febbre addosso, non sapendo se poteva sperare, a momenti piena di paura, poi abbandonantesi a sogni inauditi che le sembravano vicino a farsi veri, e dai quali si risvegliava per dirsi che sognava. Eppure continuava, come aveva incominciato, a recitare la sua doppia parte con una estrema prudenza; ma se la si vedeva tranquilla e sorridente, non n’era meno agitata internamente. Cercava di sapere che si dicesse intorno a lei e d’indovinare dal contegno delli altri cosa pensassero sulla questione che l’appassionava; n’era turbata, dicendo a sè stessa con terrore che se un tale stato d’incertezza, tra gioie impreviste e difficoltà gravi si dovesse prolungare, ne impazzirebbe.

Massimo aveva dunque ben ragione di parlare in tal modo ad Elisa.

Ma questa s’armò alfine di tutto il suo coraggio, e gli disse:

— Bisogna che vi faccia la mia confessione. Giudicherete poi voi stesso. Vi devo raccontare tutta la mia vita.

E allora, lealmente e degnamente, in un modo semplice e breve, senza nulla omettere e senza nulla esagerare, senza volere nè accusarsi nè scusarsi, ella gli disse tutto quanto si è raccontato più sopra, la triste storia del suo passato; e gli confessò che quell’amore indimenticabile non uscirebbe mai dal suo cuore; che non amerebbe mai nessuno e nulla al mondo, e che resterebbe interamente fedele per sempre all’assente che non doveva più rivedere. Lui aveva mancato alla sua parola per necessità, ed ella trovava ciò così tristamente naturale, che non aveva bisogno di perdonargli; ma lei lo amerebbe sempre e rimarrebbe sempre la stessa. Lei lo amerebbe eternamente, pur avendo la certezza assoluta che nessuna speranza era possibile. L’ultima notizia di lui era la notizia del suo matrimonio e che si era definitivamente stabilito a Bombay. Ritornerebbe d’altronde, che lei non lo vorrebbe rivedere. Non sarebbe mai sua, ma il suo cuore gli apparterrebbe sempre.

Quando ebbe finito, Massimo le prese ambo le mani, le baciò e le disse:

— Elisa, quanto m’avete raccontato tanto francamente e nobilmente, aumenta la stima profonda ed il rispettoso affetto che sento per voi. Sono un peccatore indurito, e il mio cinismo nella vita vi spaventerebbe: il mondo mi ha reso scettico assai e credo facilmente al male e di rado al bene; ma le eccezioni provano la regola, e in questo mondo basso, volgare e malvagio, voi siete una splendida eccezione. Lo vedo, ed io non sbaglio. Il vostro racconto mi prova più che mai quanto ho ragione di compiere ciò che ho deciso di fare; lo desidero adesso cento volte più di prima. Lo farei quasi anche a vostro malgrado. Ma voi acconsentite, non è vero? Giacchè gli ostacoli che credevate insormontabili, riaffermano, al contrario, la mia risoluzione? Fra poco mi divertirò assai dello stupore generale, quando si sappia che vedranno una marchesa d’Astorre. Rideremo.

— Eppure, sentite....

— Cara ragazza, non una parola di più. È deciso.

Sarebbe troppo difficile il dipingere la gioia della signora Valenti quando seppe che le sue più folli e assurde speranze si sarebbero realizzate, e che sua figlia stava per acquistare una delle più alte posizioni cui fosse possibile ambire in Italia, sposando un uomo, che ad onta della sua condotta, era il sogno dorato e inaccessibile di tutte le donne. Durò grandissima fatica a non parlarne, giacchè si era deciso di tenere la cosa segreta per qualche tempo, prima dietro preghiera di Massimo e per evitare pettegolezzi, e poi per riguardo a Gorletti, sebbene la signora Valenti gli scrivesse per dargli congedo abbastanza brutalmente, protestando che non era stato possibile vincere l’ostinazione di sua figlia, e che lei non la voleva forzare! E come benediceva ora Elisa di aver tanto resistito! Come le sembrava superiore e intelligente! Quale fortuna che avesse sempre rifiutato tutti i partiti! Non poteva cessare dall’abbracciarla e l’accarezzava in un modo materno e servile, facendosi umile dinanzi a lei in anticipazione, mentre, piena del suo grande segreto, non poteva a meno di mostrarsi gaia ed orgogliosa con gli altri.

La marchesa fu eccessivamente stupita quando suo nipote le confidò la sua risoluzione, senza beninteso dirle l’esatta verità. Le confessò tuttavia che il suo scopo principale era quello di salvare Elisa, senza troppo negare (in risposta alle domande contorte della vecchia signora), ch’egli non contava abdicare alla propria indipendenza, e che su questo, lui ed Elisa erano perfettamente d’accordo. La marchesa intravide un poco la verità, ma non del tutto; e l’idea di questo matrimonio le sembrò, in fondo, una follia di Massimo, e le parve un poco scandalosa, diversa dalle altre; sebbene non ne fosse malcontenta da certi lati.

La curiosità di donna Maria e delli altri rimase insoddisfatta. Non seppero nulla di quanto succedeva, e certo, ad onta di tutte le loro congetture, non indovinarono affatto.

Ciò che li stupì più di tutto, fu la partenza di Massimo, più strana ancora del suo arrivo. Una bella mattina, dopo una serata delle solite, durante la quale si era soltanto osservato che pareva sempre più intimo con Elisa e con la signora Valenti, mentre pure si notava che non si parlava più del ritorno di Gorletti, la marchesa, a colazione, annunciò che suo nipote aveva dovuto partire, prestissimo, senza ch’ella stessa sapesse il perchè. La signora Valenti raggiava.

V.

Il matrimonio si fece due mesi dopo, senza alcun apparato e quasi segretamente, alla villa. Massimo era stato assente durante l’intervallo ed era solo arrivato alla vigilia. La marchesa, sempre stupita, e che aveva quasi rinunciato a comprendere, non pensò più che a mostrarsi amabile, e lo fu squisitamente. Seppe resistere alla tentazione fortissima di fare un po’ di predica al nipote, che non la intimidiva; e fu meglio. Ma, per davvero, non vi rimetteva della sua stupefazione.

La cerimonia ebbe luogo nella piccola cappella privata. Gli sposi partirono subito dopo.

Quando furono soli in un vagone-salone dell’espresso tra Milano e Firenze, Elisa sentì più intensamente ancora che nei giorni precedenti tutta la stranezza della sua situazione. Le sembrava essere ella stessa l’eroina di un romanzo che venisse raccontato, e recitare una parte, non sopra un teatro, ma per davvero, in una commedia che fosse la vita medesima. Stupita si guardava a giro, come ne accade nei sogni, attrice e spettatrice in uno. Massimo, di una cortesia fina e discreta, meno famigliare forse di prima, ma amichevole, taceva o discorreva con naturalezza, senza maggiore imbarazzo che se fosse stato nel tête-à-tête il più solito. Giacchè egli possedeva quella scienza tanto difficile dei modi, per la quale dovunque e sempre si trova la nota giusta. Ma Elisa lo ascoltava e rispondeva macchinalmente, distratta. Ella si trovava in una di quelle ore in cui il cervello lavora da sè e per suo conto e in cui le idee si agitano talmente che quasi si neutralizzano. È sopratutto in simili momenti che alla domanda: — A che pensate? — rispondiamo: — A nulla.

Le pareva aver perduto il senso della realtà delle cose, e la certezza della propria individualità. Mentre molti dubbi le attraversavano rapidi la mente, provava una tema indefinita di agir male e anche di risvegliarsi da quel sogno reale quale procurava già l’immenso sollievo di sentirsi in salvo, liberata dall’incubo del quale aveva tanto sofferto. Alfine poteva respirare liberamente, e ciò la stupiva. Qualcosa le mancava, e che? chiedeva a sè stessa, e si accorgeva ch’era il peso che le aveva oppresso il petto fino allora. Mentre tante imagini si svolgevano davanti alla sua mente, tutto il corpo suo si assopiva in un grande e nuovo benessere materiale. Si sentiva quasi in casa sua nel vagone ben chiuso cui la lampada rischiarava appena. Avvolta caldamente nel suo mantello, lontana dalle paure e dalle noie, immobile, sebbene trascinata a tutto vapore verso un posto sconosciuto, le sembrava d’essere sollevata e rapita a forza da una possanza irresistibile e buona, e nel letargo graduale di tutto l’essere suo un sentimento quasi involontario di cieca fiducia la riempiva, più forte de’ suoi pensieri. Abbandonandosi alle sue sensazioni, le sembrava fare ciò che doveva.

Massimo chiacchierava senz’ordine, ma in un modo interessante. Poi tacevano, come lo possono due amici che non sono imbarazzati dal silenzio. Ma, attraverso i suoi sogni svariati ed i discorsi del suo compagno di viaggio, Elisa ascoltava attenta il rumore regolare e cadenzato del treno, e in quel fragore monotono, l’orecchio suo scopriva ogni specie di musiche imaginarie che parevano una traduzione de’ suoi pensieri troppo vaghi in una ritmica favella ignota. La notte era fredda. Dai vetri ben chiusi non si vedeva che le tenebre, solcate talvolta da un improvviso luccicore all’avvicinarsi di una stazione. In quell’angusto spazio, la sua vita intera le sembrava rinserrata; che poteva ancora esserci al di fuori? e in quella specie di scatola comoda e calda, circondata da gelido buio e corrente attraverso lo spazio sopra una traccia di ferro dove nulla poteva sorgere, ella intravedeva un simbolo del suo nuovo destino.

— Mi permettete di fumare?

— Ma certo.

Egli accese un sigaro. I più insignificanti particolari: una portiera mal chiusa, l’impiegato venuto a rettificare un errore, un buffet inaccessibile, un altro treno che s’incrociava col loro, tutto gli porgeva il destro per raccontare qualche incidente di viaggio, divertente o strano, il comico della sua situazione, un giorno che per aver seguito un capriccio o per distrazione, si era trovato sopra una linea, mentre i suoi bagagli se ne andavano a gran velocità per un’altra. Elisa, quasi a suo malgrado, s’interessava a quanto egli diceva, per il modo che lo diceva, e fu sorpresa ella stessa di sentirsi discorrere, famigliarizzata, e narrò a sua volta alcune impressioni della sua vita un poco nomade e dei suoi ricordi di fanciullezza.

Poi Massimo le schizzò qualcuno de’ suoi progetti per lei. La villa, presso Firenze, dove come sapeva andrebbero ora, era stata completamente rifabbricata e ristaurata, ed era pronta. — (Ciò era stato fatto l’ultima volta ch’egli vi aveva dimorato, dopo la morte di sua sorella). — Questa villa, d’ora innanzi, le apparteneva. Egli aveva ora l’intenzione di passarvi alcune settimane. Di là, farebbe delle gite frequenti in città, e ne’ suoi altri possedimenti, per affari e per rivedere gli amici. Lei potrebbe visitare il vecchio palazzo di Firenze, ch’era pure a sua disposizione, e comandarvi le migliorie che crederebbe utili, benchè la consigliasse a cambiar poco, anche all’interno gli appartamenti avendo molto carattere. Aggiunse che l’aiuterebbe in tutto ciò, e che l’idea di occuparsi in tal modo lo divertiva infinitamente. Lei potrebbe, nella società fiorentina, scegliere le sue conoscenze, a meno che non preferisse veder nessuno. Se, volendo condurre una vita affatto di casa, temesse allo stesso tempo la solitudine, sarebbe facile — con un po’ di ricerca — il trovarle una dama di compagnia. Non avrebbe per caso un’amica che potesse invitare a venire per qualche mese con lei, o con la quale potesse viaggiare se una tale idea le sorridesse? Appena avrebbe, in un modo o nell’altro, stabilita la sua vita, lui contava ripartire, per Parigi probabilmente. Del resto, vicino o lontano, lei potrebbe sempre far calcolo sopra di lui.

Elisa si sentì assai confusa ascoltando codesti discorsi, e cercò di esprimergli la sua profonda riconoscenza, e assicurandolo che in pace e tranquilla non desidererebbe altro.

— Sono sicuro che non vi pentirete d’aver avuto fiducia in me. Ma è tardi per voi; ora aggiusterò ogni cosa perchè possiate provarvi a dormire. In quanto a me non sarà difficile, dormo in ferrovia e ovunque come nel mio letto.

Preparò tutto, tirò la tendina della lampada, poi le diede la buona notte e la lasciò perchè si coricasse, poi fumò una sigaretta e si stese a sua volta, per addormentarsi quasi subito.

Ma Elisa non potè pigliar sonno. Guardava talvolta Massimo disteso dall’altra parte, talvolta i vari oggetti sparsi. I suoi occhi si fissavano sulla serratura d’argento d’un sacco da viaggio dove la luce si rifletteva, o sul disegno complicato di una coperta, e contemplava queste cose lungamente. Dopo tutto, la presenza di quell’uomo sdraiato non lontano da lei, la stupiva. Coricato, egli pareva grandissimo, e quasi le faceva paura. Il suo pensiero errava, correva assai più rapido del treno, e non in una direzione sola; ma in ogni senso, ora non vedendo che l’attimo presente, poi perdendosi nell’avvenire; poscia, e più sovente, risospingendosi nel passato. Più che mai, in quella notte, l’imagine di colui ch’ella aveva per sempre perduto, sorgeva innanzi a lei per sedurla mestamente, e opprimerla senza posa. Quel nome “Giulio„ pareva si disegnasse continuamente davanti ai suoi occhi, invano chiusi.

Tutti i ricordi, i più soavi e i più dolorosi, ritornavano per morderle il cuore; ma pensava a quanto il cammino della sua vita aveva ora di meraviglioso. Rivedeva delle amiche da lungo tempo scomparse, delle compagne d’infanzia, conosciute nei suoi viaggi, e diceva a sè stessa che per certo la loro sorte non poteva rassomigliare alla sua. Pensava anche a sua madre, folle di gioia e d’orgoglio, a suo padre, vanitosamente felice lui pure — a Gorletti, furibondo e in collera con la sua famiglia, e che lei avrebbe probabilmente il piacere di non rivedere mai più — e una quantità di particolari le riempivano la memoria e si mescolavano ai ricordi imperituri del suo perduto amore.

A poco a poco, le sue idee si fecero confuse, udì sempre più indistintamente il rumore regolare del treno, che parve dolcemente cullarla, e si addormentò d’un sonno grave e ripieno d’imagini. Tra i suoi sogni incoerenti, vide più volte una donna di sorprendente bellezza, altissima, colossale, che la guardava con due grandi occhi neri e risplendenti, e che la riempiva di spavento, solo con l’allungare verso di lei la sua mano bianca coperta di anelli. La riconosceva senza averla mai vista; era la moglie di Giulio. Giunse a fuggire e si trovò in un salotto di eccezionale ricchezza, dove la marchesa Arombelli la teneva abbracciata, come proteggendola. Dalla finestra aperta scorgeva un paesaggio tropicale stendentesi a una distanza favolosa; si vedeva all’orizzonte il grandioso profilo vago d’una città con tempii dorati, mentre una schiera di elefanti bianchi s’avanzava sopra una strada polverosa. Allo stesso tempo le braccia che s’allacciavano la strinsero fino a farle male, e una paura istintiva s’impadronì di lei, che si mutò in terrore, quando s’accorse che al posto della marchesa era Gorletti che la teneva strettamente abbracciata, gridandole: “Ah! credevi di potermi sfuggire! No, m’appartieni, e piuttosto che lasciarti partire, ti schiaccierò!„ E sentiva che davvero la stritolava; le mancava il respiro. Un grido solo, lo sapeva, sarebbe bastato a liberarla, ma l’era impossibile di emetterlo, e si sentiva morire nella impotenza dei suoi sforzi.

L’angoscia stessa dell’incubo la svegliò. Albeggiava. Una pioggia furibonda batteva contro i vetri. Vide Massimo addormentato, e un senso di delizioso sollievo la riempì tutta; l’orrenda visione che l’era sembrata tanto reale non era che un sogno; mentre questo sogno di trovarsi sola col marchese d’Astorre, alle sei del mattino, in un vagone, e d’essersi sposata a lui, questo sogno che, anche desta, le pareva così bizzarro, era la semplice e vera realtà.

Si era oltrepassato gli Appennini ed il paese pigliava un carattere più decisamente italiano. La campagna si stendeva, d’una tinta calda e svariata, con pochi alberi; si vedevano del casini di villeggiatura dipinti a colori chiari, con i tetti piatti e un terrazzo. La pioggia fina, violenta, spinta obliquamente dal vento mattutino, rigava il cielo grigio. Le terre arate, i campi, le ville, i contadini conducenti le loro bestie, tutto era lavato da quella impetuosa pioggia autunnale. Nella fredda luce del mattino, quello scenario sempre moventesi, ma uniforme, assumeva una malinconia senza espressione, che, alla lunga, serrava il cuore e turbava il pensiero. Elisa, stanca, guardava inconsciamente le fini linee incessanti.

— Buongiorno, — fece una voce dietro a lei.

Fu con un sorriso un poco imbarazzato che ella stese la mano a Massimo.

— Ebbene, signora marchesa, come ha dormito?

— Abbastanza bene, grazie, — rispose arrossendo un poco.

Ricaddero nel silenzio e tacquero a lungo.

Entrambi sognavano diversamente. Quelle ultime ore parvero loro assai lunghe. Si arrivò alfine. Lasciarono i domestici alla stazione per occuparsi dei bagagli, e salirono in un landau che li aspettava.

I cavalli presero un buon trotto e dopo un po’ più di un’ora si fermarono alla Villa del Giglio, davanti al grande cancello di ferro ornato che s’aprì da sè. La carrozza girò sulla fina sabbia dei viali, e s’arrestò all’ingresso principale, dove scesero.

Quelli di casa guardavano Elisa con una intensa curiosità che si sforzavano di rendere rispettosa. Si servì la colazione in un salottino tappezzato di stoffe chinesi dove fiammeggiava un gran fuoco.

Più tardi, cessata la pioggia, Massimo guidò Elisa a visitare la villa e il giardino. Tutto le piacque. La casa, vecchia di tre secoli, vastissima, rettangolare con due ali proeminenti, massiccia e di buon stile, stava sopra una lieve altura, alla quale si giungeva per l’ampissimo giardino, salendo insensibilmente, e donde si godeva d’una incantevole veduta. La spianata stendentesi davanti alla facciata aveva un particolare carattere di gaiezza calma. Si scorgevano lontane le molli ondulazioni delle montagne; a destra, il simpatico profilo delle colline di Fiesole e la cupola di San Miniato. Il giardino non era nè abbandonato, nè molto ben tenuto; ma sui grandi terrazzi vicini alla casa, ci si sentiva dolcemente riscaldati dai raggi del sole di novembre, ch’era riapparso, mentre s’indovinava quanto doveva essere aggradevole, d’estate, la profonda frescura dei viali angusti, serpeggianti tra gli alti alberi frondosi.

Nell’interno, gli appartamenti erano stati abilmente ristaurati. Erano grandi sale chiare dalle volte ornate di affreschi d’un gusto violento e raffinato, nei quali si erano introdotte per quanto possibili le comodità moderne, conservando il carattere fiorentino delli stucchi, delle stoffe e del mobilio. Le stanze del primo piano, alle quali si accedeva per una larga scala di marmo, erano assai grandi ed i gabinetti per vestirsi avevano press’a poco le dimensioni di un salone francese.

Pranzarono a un tavolino, già tutto pronto, accanto al fuoco. Da molto tempo Elisa non aveva mangiato di così buon appetito. Massimo, allegro come un ragazzo, giunse a farla ridere. Stanca dal viaggio, si ritirò presto, non potè addormentarsi che assai tardi, ma si svegliò poi tardissimo. Dalle finestre i raggi di un sole smorto venivano a posarsi sulle tende rosa a grandi fiorami del suo letto.

Varie settimane passarono così. Di giorno in giorno le indistinte paure di Elisa si dissipavano, ed entrava con maggior confidenza in quella nuova e strana vita, che aveva l’apparenza della felicità e dove lei trovava una gran pace.

Nessuno sospettò la verità completa. Naturalmente in società il matrimonio del marchese d’Astorre preoccupò tutti assai. Lo stupore era enorme, e da un pezzo se ne parlava in tutte le case di Firenze. Nel vecchio nucleo toscano, riservato e un po’ pesante, nelle riunioni più brillanti e più varie della colonia forestiera, dalle duchesse e dalle cantanti, alle Cascine e al club, nei palchetti e nei salotti, non si discorreva d’altro. Le ipotesi le più assurde venivano formulate con un sangue freddo ammirabile, i giudizi più diversi s’incrociavano; si approvava, si biasimava, si sorrideva con malignità, si alzavano le spalle e si facevano perfino delle scommesse. I bene informati (ve ne sono sempre) raccontavano come le cose erano successe. Da un pezzo, senza dirne nulla e negandolo anzi, Massimo voleva prender moglie. La signorina Valenti, civetta di prima forza, aveva manovrato tanto bene che lui, l’uomo freddo e scettico, si era innamorato di lei come un ragazzo. Ma non si decideva. Allora i Valenti si erano serviti d’un vecchio ebreo arricchito, un certo Gosnelli, il quale aveva finto di domandare la ragazza in matrimonio, per “far saltare„ il marchese. Questi, pur comprendendo che commetteva una stoltezza, era caduto nel tranello come uno sciocco. E si conchiudeva che coloro i quali si credono più forti delli altri, finiscono sempre così. I Valenti poi, intriganti, — si sapeva — avevano giuocato la partita con una finezza!...

— Secondo le sue abitudini, quel pazzo di d’Astorre agirà, mi si è detto, come nessuno lo farebbe. Figuratevi che mi si assicura che ha deciso di non presentare la sposa a nessuno! Vedrete che ora ch’è ammogliato, vivrà come un orso.

Queste parole furono pronunciate una sera, verso la mezzanotte, da lady Thompson, nella sua sala piena di gente, una delle sale più eleganti e più frequentate della città.

— Ora stanno in campagna, in una solitudine completa. Cos’è l’amore! Ecco un uomo che cambierà di vita e di carattere da un giorno all’altro. E credete dunque, lady Thompson, che codesta luna di miele va a prolungarsi indefinitamente?....

— È ciò che si pretende. Ma badate bene ch’io non ne credo nulla. E più esagereranno le cose sul principio, più presto finirà.

— Che volete dire con quell’“esagerare le cose?„

— Pas de bêtises, barone, ve ne prego. Il fatto è che non credo che codesta bella marchesina, giacchè si dice ch’è bella, adesso, quella Valenti; quando la vidi altre volte l’ho trovata orrenda, uno scheletro, uno spettro, mia cara; ebbene, non credo che quella potrà mai essere un buon acquisto per Firenze.

— Per me, — disse uno dei signori, — Massimo è un uomo che si affoga, perduto per sempre. Quando il diavolo, invece di farsi eremita, prende moglie, e in quelle condizioni, è assai peggio, credete a me.

— Ma staranno qui o a Parigi?

— Chi lo sa? Si dice però ch’egli abbia comperato i cavalli di quel Russo ch’è scomparso d’improvviso.

— Quando si pensa al matrimonio che d’Astorre avrebbe potuto fare! — disse una signora.

L’inattesa notizia del suo matrimonio si sparse a poco a poco; fu uno stupore generale, in Italia e fuori. Le madri di figliuole da marito furono specialmente e dovunque senza pietà contro codesta “avventuriera„ che il marchese aveva sposato, senza che si capisse il perchè. Quante vaghe speranze fondate su nulla, eppur vivaci, tagliate nel fiore! Quante ire sorde, quante rabbie segrete di donne d’ogni specie, in tutte le società! Quanti sorrisi cattivi, quanti detti ironici, quanti progetti di vendetta o di lotta, quante lagrime nascoste forse! Più sovente se ne rideva forte, sicuri che Massimo non poteva udire. La curiosità di conoscere la marchesa d’Astorre era universale.

Ma a Firenze l’eccitamento prodotto da quel matrimonio fu tale, che non contenti di ciarlarne a ogni momento e di raccogliere e spargere tutti i pettegolezzi che si mormoravano sull’inesauribile soggetto, gli oziosi finirono ad appassionarvisi, come di qualcosa che li toccasse al cuore. Si finì lentamente d’accordo sopra un punto: che cioè era stato un matrimonio d’amore, e che innamorato di sua moglie non la mostrava a nessuno, essendo geloso, come lo diventavano spesso i cinici quando amano.

C’è da imaginarsi dunque lo stupore delli astanti quando una sera d’improvviso d’Astorre entrò al Club e si mise a giuocar tanto forte e con tanta persistenza, che all’otto del mattino era ancora allo stesso posto e pareva lontano le mille miglia dall’abbandonare la partita. Aveva fatto il suo ingresso con tanta naturalezza, era sembrato così serio e così calmo, talmente come al solito, e discorrendo subito come se fosse venuto sempre e che nulla fosse accaduto, che nessuno osò rivolgergli la minima domanda. L’argomento consueto di tutte le sere fu subitamente messo in disparte. Venti persone circondavano il tavolino da giuoco dov’era Massimo, e guardavano la partita con un interesse doppio, quello di seguirne le peripezie emozionanti per sè stesse, e quello di contemplare il giuocatore la cui presenza li sorprendeva tanto.

Nelle altre sale si parlava di lui sottovoce: si commentava la sua condotta. Gli scherzi grossolani non mancavano, accompagnati da gesti e occhiate significative. Quelli stessi che, il giorno prima, avevano parlato di Massimo come di un cavaliere travestito da pastorello, e nuotante in pieno idillio, dicevano ora: “Mi ci aspettavo. Di già; vedete? Ne ha abbastanza; cosa sarà fra sei mesi? L’ho sempre detto, d’altronde, non poteva finire diversamente.„ — “Vuoi dire incominciare„ replicò un altro. — “Sentite, signori miei„, disse un terzo, abbassando sempre più la voce, “propongo che Pierino faccia attaccare i quattro cavalli e che si vada tutti a trovare la marchesa.„ — “Ebbene?„ chiesero tutti a un giovane che veniva dalla sala di giuoco. “Sarà un marito sfortunato; vince sempre. Una vena incredibile!„

Fra poco l’interessamento si fece tanto forte che la sala da giuoco fu affollata. Si pigiavano alli usci. Quelli che cenavano posavano un momento la forchetta per andare a dare un’occhiatina, e ritornavano a portar notizie. Dei corrieri si erano improvvisati tra il club e la casa di lady Thompson.

All’alba, tutti si trovarono ancora lì, immobili. Si scorgeva una smorta linea di luce disegnarsi dietro le persiane. Le candele sul tavolino, quasi tutte consumate, gettavano una fiammella alta. L’attenzione era sempre intensa; i giuocatori apparivano stanchi. Un giovanissimo principe russo, invitato della vigilia, era pallido assai; aveva tutto perduto. Solo, Massimo sembrava fresco come al principio. Guadagnava ottantotto mila franchi.

— Mi accorderete, spero, la mia rivincita domani notte, — disse il forestiero.

— Subito anzi, principe, — rispose Massimo. — Perchè lasciare la partita? Stiamo benissimo qui, mi pare. Spero che questi signori non siano troppo stanchi. Domandiamo da mangiare, che per mio conto non mi ricordo più di aver cenato, riposiamo un’oretta, e ricominciamo. Coraggio, amici miei, la vita è breve!

— Ma sono le otto del mattino.

— Che monta! Che si portino dei lumi e che si chiudano bene le imposte! Non voglio sapere ch’è giorno. Il giorno è ignobile.

Così fu fatto. Massimo cominciò a perdere. Alle tre del pomeriggio aveva tutto riperso; poi riguadagnò. Tutti cadevano dal sonno, non potendone più, ma continuavano. Nella giornata gli spettatori ritornarono; si pranzò e si ripigliò a giuocare. Alle otto il principe pregò qualcuno di prender le carte in sua vece, e cadde d’un pezzo, addormentato, senza che lo si potesse smuovere. La rivincita l’aveva avuta; perdeva appena pochi luigi. Massimo aveva sviato la vena, e guadagnava cinque mila franchi soltanto.

— A che ora s’è terminata ieri la partita? — chiese lady Thompson a’ primi che si presentarono da lei quella sera.

— Non è terminata. Giuocano ancora.

Finalmente i giuocatori si alzarono e Massimo partì dal Club, lasciando il campo libero al commenti.

Ma la “partita„ che si giuocava allora al club lo interessava assai; prese l’abitudine di ritornarvi. Lo si vide nei teatri, da per tutto. Sembrava meno ammogliato che mai. Talvolta scompariva per un poco, ma poi tornava.

Costretti di tacere in sua presenza e abituati a poco a poco alle stranezze della sua condotta che, dopo tutto, non doveva troppo sorprenderli, i ciarlatori di società parlarono meno di lui dopo qualche tempo; ma una grande curiosità li riempiva riguardo alla marchesa d’Astorre, e si ricominciò a discorrere di lei quando giunse in città. Non fu tuttavia facile il vederla; usciva in carrozza spesso di buon’ora, ma sempre a ora fissa, e se ne andava a fare un giro alle Cascine, nei viali appartati e ancora deserti. In fondo, là dove incomincia la campagna, scendeva di carrozza e passeggiava all’aria aperta, sotto gli alberi dei rami nudi e neri, nettamente disegnati sul cielo azzurro, guardante l’Arno rigonfio, incessantemente fuggente in flutti giallastri di cui il sole dorava magicamente la sporcizia. Ma un giorno ella si attardò un poco, e al ritorno s’incrociò con tutta la fila delli equipaggi e dei passeggiatori. Fu una vera fortuna per tutti quelli occhi curiosi. Videro allora un equipaggio come da un pezzo non se n’era visto uno simile alle Cascine, d’uno stile inimitabile: una calèche deliziosa, un cocchiere magnifico! due cavalli bai splendidi, magistralmente attaccati, e aventi delle rose alle orecchie, particolare che contrastava con la sobria semplicità della tinta verde cupa della carrozza e delle livree severe, senza ornamenti, ma senza difetti; insomma un insieme che sarebbe stato approvato a Hyde Park. Alcuni tra i passanti, ad onta della loro curiosità, dimenticarono di guardar bene la signora, distratti dalle perfezioni dell’equipaggio. Quelli che la osservarono poterono soltanto intravedere rapidamente una signora vestita di nero, elegante e distinta, con un velo che le nascondeva il viso. Un’altra volta fu vista con Massimo, ma codesto equipaggio impareggiabile, ritornava sempre quando gli altri andavano.

Eppure si continuava a credere che Massimo amasse molto sua moglie, e ch’ella fosse innamoratissima di lui. La sua vita in disparte, un po’ misteriosa, e che la curiosità pubblica non giungeva a ben capire, doveva confermare una tale opinione. Vi fu dunque un grande stupore quando, Massimo essendo scomparso da quindici giorni, scomparsa che molti attribuivano all’impero sempre crescente di sua moglie su di lui, si seppe che invece era partito.

VI.

Con l’aiuto del tempo la società si abituò alla presenza tranquilla della marchesa d’Astorre. In verità, non dava noia ad alcuno. Solamente, siccome bisognava bene che ci si vendicasse della sua selvatichezza, della poca premura da lei dimostrata a conoscer gente, si sparse la voce ch’ell’era di una “povertà di spirito„ veramente notevole. La si fece creder stupida. Si disse che s’ella si nascondeva, era per paura di mostrare — nelle loro conversazioni! — il vuoto della sua testolina, e la sua ignoranza.

Intanto Elisa si sentiva ben sola nei grandi appartamenti sontuosi e severi del palazzo di Astorre. Uno strano silenzio regnava in quelle stanze dalle vôlte tanto alte, coperte d’oro annerito dal tempo; in quelle sale dalle ricche tappezzerie oscure e impallidite, dalle tende pesanti cascanti in pieghe superbe. I folti tappeti soffocavano perfino il lieve suono dei suoi passi. In un gran letto del cinquecento, a colonne, il cui baldacchino blasonato sembrava pesare sul suo capo, ella giungeva difficilmente ad addormentarsi.

I giorni scorrevano, lenti e tutti compagni, e le sembrava vivere in uno stato di mezzo sonnambulismo continuo, che toccasse un di mezzo tra la letargia ed il sogno. Pensando alle angoscie trascorse di recente, al terribile pericolo cui era così miracolosamente scampata, ella si rimproverava talvolta di non apprezzare abbastanza l’immenso benessere della sua nuova posizione. Lottò contro l’impigrirsi morboso di tutte le sue facoltà e cercò di crearsi una vita tranquilla e occupata. Due stanze del suo troppo vasto quartiere, le più piccole e le più comode, furono addobbate a suo talento, e vi passò le giornate, leggendo molto, avidamente. La lettura era sempre stata la sua occupazione prediletta; ora diventava un bisogno, quasi una mania; talvolta interessandosi a un libro al punto di dimenticare sè stessa e di mescolarsi all’esistenza fittizia dei personaggi; tal’altra leggendo per leggere e divorando pagine e pagine senza sempre curarsi di capirle tutte. Le dolci ed angosciose imagini del suo passato non sorgevano più allora dinanzi a lei, ma era invasa da una tristezza fisica, lentamente, fino a far tutta parte di lei stessa; penetrava nelle sue ossa e nella sua carne e circolava col suo sangue. Elisa giungeva a dimenticare i suoi pensieri così mestamente inutili; ma intanto che la sua mente s’interessava a cose estranee, l’incurabile malinconia che la opprimeva tutta la inchiodava per delle ore allo stesso posto, l’illanguidiva in una posa accasciata, spegneva il suo sguardo ed improntava tutto l’essere suo di quella immobilità e di quella lentezza piena di lassitudine che sono i segni dell’aver rinunciato a tutto.

La lotta era finita; più che mai sentiva il vuoto. E sopratutto fuggiva l’ozio materiale che permette il lavorio del pensiero. Nei primi tempi del suo strano matrimonio, la presenza di Massimo, che la rassicurava e l’intimidiva insieme, l’aveva costretta a pensare ad altro. Ma ora si trovava sola, circondata di lusso, caduta in un’esistenza imprevista e sontuosamente calma, in una pigrizia che abbisognava sempre combattere. E nel suo gabinetto tutto coperto di una gaia stoffa a grandi arabeschi, a metà sdraiata sopra una poltrona vicina al fuoco, essa leggeva un volume dopo l’altro; preferendo i romanzi dai quali è difficile staccarsi, pieni d’avventure perigliose e drammatiche, e il più possibile all’infuori della vita reale. Gli altri — i veri — le facevano troppo male. E spesso, col libro aperto sulle ginocchia, guardava attraverso i vetri l’oscuro palazzo sorgente di faccia, e sopra il tetto, una stretta striscia di cielo, d’un azzurro risplendente, e così si dimenticava a lungo, sognando a quanto aveva letto. Tuttavia, attraverso la fabbrica delle invenzioni romanzesche, qualcosa d’intangibile penetrava, un velo s’intrometteva, ed era il ricordo del passato ognor presente, anche a sua insaputa.

Qualcuna delle sue antiche amiche erano venute a farle visita; Elisa le aveva ricevute, e per caso, non ebbe a pentirsene, avendole trovate discrete e piene di tatto. Esse però le rimproverarono di rinchiudersi in una solitudine troppo completa, ed Elisa dovette convincersi che fino ad un certo punto avevano ragione. A poco a poco lasciò dunque che si allargasse la piccola cerchia delle sue conoscenze, pur vivendo in una solitudine relativa. Lentamente prese qualche interesse a quanto le accadeva d’intorno. Certe bellezze dell’esistenza, per sè stessa, all’infuori di qualsiasi idea di felicità, si rivelarono a’ suoi occhi. Ell’era, ad onta di tutto, assai attaccata alla vita; poichè quando una creatura è stata creata per vivere il più completamente e il più felicemente ch’è possibile quaggiù, il gusto della vita le rimane, qualunque siano le sventure che gli uomini le infliggono. Mai, nemmeno nei momenti di più vera disperazione, Elisa aveva desiderato di morire.

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