CAPITOLO CV.
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Lega di Cambrai, battaglia di Vailate o di Agnadello, conquista di tutto lo stato di terra ferma dei Veneziani.
1508 = 1509.
La lega conclusa a Cambrai tra le grandi potenze dell'Europa per attaccare e spogliare i Veneziani, fu, dopo le crociate, la prima intrapresa eseguita di concerto, con uno scopo comune da tutti gli stati inciviliti. Per la prima volta i padroni delle nazioni convennero di dividere fra di loro uno stato indipendente; per la prima volta fecero essi rivivere col sussidio d'una pedantesca erudizione inveterate pretese; finalmente per la prima volta riclamarono gl'imprescrittibili diritti della loro legittimità. Le crociate avevano mostrato un'unione europea fondata sullo zelo e sull'entusiasmo religioso; nella lega di Cambrai si vide un nuovo accordo europeo, che altro principio non aveva fuorchè il personale momentaneo interesse dei forti che spogliavano il debole, non altra sanzione che le pretese da gran tempo abbandonate di coloro che risguardavano i loro titoli come non caduchi. Pure gli è a questo avvenimento che può attribuirsi l'origine del diritto pubblico, che da tre secoli e fino ai nostri giorni ha governata l'Europa. Questo diritto cominciò colla più clamorosa ingiustizia; e la scienza diplomatica, che in qualche modo si vide nascere nel sedicesimo secolo, fu dopo tal epoca adoperata il più delle volte a somministrare pretesti alla rapacità ed alla mala fede.
Non è questa l'idea che abbiamo costume di formarci del diritto pubblico o internazionale: l'umana società avrebbe bisogno di un'altra guarenzia; avrebbe bisogno di una legislazione che regolasse le nazioni nelle relazioni fra di loro, in quel modo che il diritto civile regge i cittadini in una stessa nazione. I nostri desiderj ci persuadono agevolmente che abbia esistito ciò che noi desideriamo. Qualunque volta proviamo grandi abusi di potere, confrontiamo avidamente i presenti tempi, in cui trionfa l'ingiustizia, con quel passato, che ci dipinge l'immaginazione, in cui non si ricorreva alla guerra che per dare esecuzione a diritti di già stabiliti dai trattati e in cui la conquista medesima non somministrava pretese al possesso ove non fosse sanzionata da legittimi titoli. Ma noi cerchiamo invano nella storia quell'epoca in cui la giustizia prendeva il luogo della forza, ed in cui la potenza dei trattati o degli imprescrittibili diritti incatenava la stessa violenza.
Tre basi assolutamente diverse sono date al diritto pubblico; i loro principj sono direttamente contraddittorj, e fino a tanto che la scelta fra questi principj venga fissata di concerto da tutte le nazioni, ciaschedun sovrano troverà sempre il modo d'accomodar la propria causa all'uno o all'altro sistema, ed egli sarà ancor sempre impossibile, com'è stato finora, d'intendersi sopra alcun fatto o sopra alcuna conseguenza. Queste tre basi sono la legittimità imprescrittibile, il diritto dei trattati, e le convenienze nazionali. Per la prima volta, all'occasione della lega di Cambrai, questi tre principj furono messi in opposizione. L'imperatore ed il re di Francia annunziarono che prendevano le armi per ricuperare i loro diritti imprescrittibili, l'uno sulle terre dell'impero della Venezia, e l'altro sul ducato di Milano. I Veneziani difendendosi invocavano il diritto pubblico dei trattati che loro guarentivano tutti i loro possedimenti di terra ferma. Il papa, dopo avere egli medesimo ricuperato ciò che pretendeva essere di suo imprescrittibile diritto, più non fece valere nel secondo anno della guerra che le convenienze nazionali, l'indipendenza dell'Italia, dalla quale voleva scacciare i Barbari; la sovranità di un popolo sul proprio territorio, ed il vantaggio di una nazione che non può essere vincolata dal primitivo contratto forse favoloso co' suoi sovrani, nè dai trattati impostile dalla forza.
Ciascheduno di questi sistemi politici è in sè stesso difettoso, e nella sua applicazione soggetto a grandi difficoltà: ma quanto non lo diventano ancora di più, allorchè confondonsi l'uno coll'altro; allorchè, dopo avere riclamato a favor suo diritti imprescrittibili, si pretende poi di limitare quelli degli altri coi trattati, o di spiegarli dietro l'interesse dei popoli. Pure niuna potenza non si è mai fedelmente attenuta all'una o all'altra di queste ruinose basi, e non ha confessate tutte le conseguenze che discendevano dal primo principio: perciò la scienza del diritto pubblico altro mai non è stata che un vano studio di sofismi; col suo ajuto sonosi risvegliate le passioni dei popoli onde secondassero l'ambizione dei loro governi, e col mezzo di questi si è dissimulata agli occhi dei primi l'ingiustizia dei pretesi diritti.
Lodovico XII, quando aveva voluto togliere a Lodovico Sforza il ducato di Milano, aveva egli medesimo cercato l'assistenza dei Veneziani, ai quali per ricompensa aveva anticipatamente accordato Cremona e la Ghiara d'Adda, che effettivamente rimasero in potere della repubblica allorchè i Francesi furono padroni del Milanese. Pure Lodovico XII, oramai riconosciuto quale legittimo successore di Valentina Visconti, desiderava quelle province che pretendeva inalienabili, credendo di conservare imprescrittibili diritti sopra possedimenti da lui medesimo ceduti. Ma ciò non basta, i Visconti, de' quali egli aveva raccolta l'eredità, avevano essi medesimi, in occasione delle loro guerre coi Veneziani, perdute Brescia e Bergamo, che prima si risguardavano come parte del ducato di Milano; e sebbene queste città colle loro province fossero incorporate alla repubblica di Venezia fino dal 1426, e che gli stessi Visconti non le avessero possedute così lungamente quanto i Veneziani, Lodovico XII le risguardava come comprese nella sua inalienabile eredità, pretendendo conservare sopra di loro tali diritti, che niun tempo, niun trattato, niuni prestati servigj, potevano distruggere.
Dal canto suo Massimiliano si risguardava come il legittimo successore non solo de' più potenti monarchi germanici, ma ancora degli imperatori romani: perciò credevasi autorizzato ad attivare tutti i diritti che avevano esercitati Federico Barbarossa ed Ottone il Grande, e lo stesso Trajano ed Augusto. Parevagli che la repubblica di Venezia si fosse innalzata sulle ruine dell'impero, e credevasi chiamato a spogliarla di queste antiche usurpazioni. A' suoi occhi, Treviso, Padova, Verona e Vicenza erano sempre terre dell'impero, e questa opinione, spalleggiata dall'autorità degli antiquarj, era in allora generalmente ricevuta, e niuno storico del tempo dubitò de' diritti di Massimiliano. Pure questi diritti non erano fondati che sopra un'antica conquista. I monarchi tedeschi non avevano potuto mantenere più di cento cinquant'anni un dominio dubbioso e spesso interrotto: in appresso, pel corso di tre secoli, alcune repubbliche ed i principi di Carrara e della Scala avevano colle armi difesa la loro sovranità; loro era finalmente succeduta da circa un secolo la repubblica di Venezia; ma in questo sistema i potenti non possono mai perdere i loro diritti, ed i deboli mai non possono acquistarne.
Tuttavolta è difficile il farsi illusione sull'assurdità di questo sistema d'imprescrittibile legittimità, che verun trattato, veruna convenzione tra gl'interessati, veruna umana autorità non può cambiare. Fermando ogni movimento nelle cose di questo mondo, respingendo tutti i progressi, tutte le innovazioni, cotale sistema riconduce gli uomini ad uno stato primitivo, e perciò sconosciuto; ad uno stato, che avendo preceduto lo sviluppo delle società ed i loro nuovi interessi, non potrebbe essere mantenuto senza rendere stazionarj, l'incivilimento, la popolazione, le cognizioni e lo stesso ordine politico. I diritti che Massimiliano e Lodovico XII pretendevano di attivare contro i Veneziani, erano stati prescritti da un tranquillo possesso, che rispetto ad alcune province contava due e tre secoli. Ma se niuna durata di possesso, nè veruna specie di trattati potevano fondare i diritti de' Veneziani, gli antichi sovrani rappresentati da Massimiliano e da Lodovico XII non avevano potuto acquistarne di più cogli stessi mezzi. Converrebbe provare che la legittimità non abbia mai cominciato, onde concluderne che non deve giammai aver fine; altrimenti le medesime cause che avevano dato origine ai diritti degli imperatori e dei re di Francia, potevano altresì dare origine ai diritti dei loro successori. D'uopo è inoltre convenire che il principio della legittimità o non esiste per chicchessia, o esiste egualmente in tutte le linee della sovranità. L'espropriazione del più piccolo principe non ferisce meno questo principio che quella del più grande monarca. Venezia, che si presentava come il più antico stato della cristianità, come la sola legittima figlia della repubblica romana, poteva allegare diritti anteriori a quelli di tutti i sovrani. Le famiglie de' principi di Padova e Verona, cui era succeduta, non erano meno legittime che quelle dei re di Francia e di Germania. O tutti dovevano essere ristabiliti ne' loro antichi diritti, o niuno poteva pretenderlo.
Il sistema del diritto dei trattati è certamente assai meno assurdo che quello della legittimità. Non avendo le nazioni giudici al disopra di loro, nè altra autorità che decida tra di loro, tranne la forza, le loro reciproche convenzioni possono soltanto mettere fine alle loro contese. Esse medesime devono avere la facoltà di obbligarsi, o di rinunciare ai loro diritti; che se non fosse niuno l'avrebbe per loro, e le guerre sarebbero eterne. La violenza loro fatta non potrebbe annullare i loro contratti senza annullare nello stesso tempo tutti i possibili trattati; imperciocchè ogni trattato è opera della forza o della minaccia, ogni trattato è stato fatto per terminare la guerra o per evitarla, ogni trattato è una concessione che il più debole fa al più forte, sagrificando una parte de' suoi diritti per salvare il rimanente, ogni trattato è una concessione di questo rimanente che il più forte fa al più debole in ragione de' suoi mezzi di resistenza.
Ma se il diritto de' trattati non è che una conseguenza del diritto del più forte, è difficile che lungamente si conservi obbligatorio dopo che la bilancia delle forze avrà cambiato. Una nuova lotta, il di cui risultamento sarà diverso, darà luogo ad un nuovo trattato non meno legittimo del precedente: e per tal modo si distruggerebbe ogni idea del giusto e dell'ingiusto, e diventerebbe impolitica ogni moderazione del vincitore, poichè tutte le forze che col favore di un trattato lascerebbe al suo nemico, potrebbero in breve rivolgersi contro di lui.
La terza base del pubblico diritto, l'interesse dei popoli, è la sola che sostener possa una profonda disamina, e che possa nello stesso tempo ammettere alcune parti degli altri due sistemi. Richiede l'interesse de' popoli la conservazione del loro riposo; e per guarentire questo riposo ammette la legittimità non come un diritto, ma come una presunzione della volontà nazionale. Ammette ancora la prescrizione non come un diritto, ma come una presunzione della vicendevole soddisfazione delle parti. Ammette i trattati, siccome l'unico mezzo di disarmare gli odj popolari, e di salvare il vinto dalla rabbia del vincitore. Ammette ancora la violazione di questi medesimi trattati, come unico e necessario rimedio, quando condizioni crudeli o disonoranti furono imposte dall'abuso della forza. Questa violazione può allora diventare giusta, perciocchè nè il governo che ha stipulato aveva il diritto di legare la nazione ad una cosa vergognosa o ruinosa, nè l'attuale generazione aveva il diritto, pel suo proprio vantaggio, di legare la posterità. L'interesse nazionale, che lascia una speranza ai vinti cui viene imposto un disonorevole trattato, insegna ai vincitori pel loro proprio vantaggio a non abusare della vittoria.
Fu in nome di questo nazionale interesse che Giulio II pretese nel corso della presente guerra, che veruna linea legittima, veruna successione, nè verun trattato avesse potuto trasferire una parte della sovranità dell'Italia ai barbari; che ogni convenzione era nulla, quando così essenzialmente derogava all'interesse ed all'onore dei popoli; che qualunque linea di legittimità doveva essere riguardata come interrotta, quando dava per capi alle nazioni dei re, che avevano interesse non già alla loro grandezza ma all'abbassamento ed alla ruina loro. Pure i governi che abbracciarono questo sistema ne temettero sempre le applicazioni contro di loro medesimi, e sono caduti in contraddizioni inestricabili, perchè non si potesse loro domandar conto poscia dell'interesse e dell'onore dei proprj loro popoli.
Del resto per quanto fallaci fossero gli argomenti con cui i potentati colorivano le loro pretese, la cupidigia, la gelosia, ed il timore di umilianti paragoni, erano i veri motivi che loro ponevano le armi in mano. Le grandi potenze non potevano vedere senza invidia la ricchezza, la prudenza ed i prosperi costanti successi della repubblica di Venezia. Con meno di tre milioni di sudditi sopra un'estensione di territorio minore della decima parte della Francia, della Spagna o della Germania, Venezia si era innalzata al livello de' più grandi imperj; aveva sostenuti a vicenda gli attacchi de' Musulmani, de' Francesi, degli Spagnuoli e de' Tedeschi, senza dar segni di debolezza; il più vivo commercio animava la capitale, numerose manifatture fiorivano in tutte le città suddite, le campagne prosperavano mercè un'industre agricoltura, vaste opere erano state terminate per l'irrigazione di un suolo che coprivasi di ricche messi, ed i contadini erano felici. I sudditi de' vicini monarchi, paragonando la loro miseria con tanta forza, tanta opulenza e sicurezza, potevano essere tentati di chiedere da che procedesse tale diversità, e rispondere a sè medesimi: che non vedevansi in Venezia, nè lo stolido lusso di una corte voluttuosa, nè le ruberie dei ministri e de' loro subalterni, nè la petulante ignoranza e i ruinosi intrighi di giovani favoriti. Senza voler dare ammaestramenti, senza avvicinarsi alla perfezione, Venezia era una viva satira degli altri governi, i quali per istinto e senza rendersi conto de' loro motivi, da gran tempo desideravano di distruggerla.
Fino dall'anno 1504, Lodovico XII, Massimiliano e Giulio II, avevano progettata la divisione degli stati di Venezia, piantandone i fondamenti nel trattato di Blois del 22 di settembre; ma la versatilità di Massimiliano, la diffidenza di Giulio II, la gelosia di Ferdinando, avevano a quell'epoca sottratta la repubblica alla congiura contro di lei formata. Il violento risentimento di Massimiliano, dopo le sconfitte avute in principio del 1508, lo persuase a rinnovare le stesse negoziazioni, ed a ricercare l'alleanza de' Francesi, da lui detestati, per vendicarsi coll'ajuto loro della repubblica che lo aveva umiliato[444].
La tregua di tre anni, che il re de' Romani aveva di fresco conchiusa colla repubblica di Venezia e co' suoi alleati, non comprendeva il duca di Gueldria allora in guerra con lui e con suo nipote. Era questo duca protetto dalla Francia, e sotto pretesto di fare la sua pace particolare, si aprirono delle conferenze a Cambrai tra il cardinale d'Amboise, ministro e confidente di Lodovico XII, e Margarita d'Austria, figlia dell'imperatore Massimiliano e vedova del duca di Savoja. Il cardinale e la principessa avevano l'intera confidenza de' loro committenti. L'una aggiugneva tutta la forza di spirito di un uomo a tutta l'accortezza di femmina; l'altro conservava odio contro Venezia, fin dall'epoca dei due conclavi in tempo de' quali erasi trovato in Roma, e nel consiglio del re non aveva voluto ascoltare Stefano Poucher, vescovo di Sens, il quale rappresentava quanto la conservazione di Venezia fosse necessaria alla difesa del Milanese; quanto la Francia si era pochi anni prima pentita di aver chiamato un potentato straniero a dividere il regno di Napoli, e quanto doveva temersi che la progettata divisione della Lombardia la precipitasse tutta intera sotto il dominio della casa d'Austria[445].
Il cardinale d'Amboise e Margarita d'Austria, essendosi uniti a Cambrai sotto colore di trattarvi gli affari di Gueldria, non ammisero alle loro conferenze gli ambasciatori di Ferdinando il cattolico, sebbene Lodovico XII avesse comunicati a questo monarca i suoi disegni sopra Venezia nell'abboccamento di Savona, e gli avesse offerto come prezzo della sua cooperazione le città marittime della Puglia, che i Veneziani tenevano in pegno del danaro somministrato alla casa d'Arragona: non ammisero nemmeno il nunzio del papa, sebbene Giulio II, per ricuperare le sue città di romagna, fosse stato il primo a suggerire l'idea di questa associazione. Il cardinale e la principessa deliberarono soli e senza assistenti, e le loro negoziazioni diedero luogo a così vivi alterchi, che Margarita scriveva, poco mancò che il signor legato ed io non ci prendessimo pei capelli; ma queste negoziazioni furono tosto terminate da due trattati sottoscritti il 10 di dicembre del 1508. Col primo le vertenze del duca di Gueldria coll'arciduca Carlo vennero conciliate, siccome ancora quelle intorno all'eredità dei feudi dei Paesi Bassi dipendenti dalla corona di Francia; ed in conseguenza Massimiliano si obbligò di dare a Lodovico XII una nuova investitura del ducato di Milano[446]. Col secondo fu stipulata la lega dell'Europa contro Venezia, tenendosi per certi i due plenipotenziarj di ottenere la ratifica degli altri sovrani, sebbene il nunzio del papa, interpellato, rifiutasse la sua per mancanza di formale istruzione.
Questo secondo trattato, che viene propriamente indicato dal nome di Lega di Cambrai, portava: che, avendo l'imperatore ed il re di Francia determinato, dietro le istanze di Giulio II, di fare un'alleanza per portare la guerra contro i Turchi, avevano essi preventivamente convenuto: «di far cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni, che i Veneziani hanno apportato non solo alla santa sede apostolica, ma al santo romano impero, alla casa d'Austria, ai duchi di Milano, ai re di Napoli ed a molti altri principi, occupando e tirannicamente usurpando i loro beni, i loro possedimenti, le loro città e castella, come se cospirato avessero per il male di tutti.» Per tutte queste ragioni, aggiungono i monarchi: «noi abbiamo trovato non solo utile ed onorevole, ma ancora necessario, di chiamar tutti ad una giusta vendetta per ispegnere, come un incendio comune, la insaziabile cupidigia dei Veneziani e la loro sete di dominare[447].»
Dopo questo preambolo, il trattato porta: che i confederati agiranno di comune accordo per costringere i Veneziani a rendere alla santa sede, Ravenna, Cervia, Faenza, Rimini, Imola e Cesena. I plenipotenziarj negoziarono con tanta inavvertenza o ignoranza, che non rimarcarono neppure che Imola e Cesena erano già da lungo tempo state cedute al papa. Il trattato aggiugne: che i Veneziani renderebbero all'impero, Padova, Vicenza e Verona, ed alla casa d'Austria, Roveredo, Treviso ed il Friuli; che i Veneziani verrebbero obbligati di cedere al re di Francia, Brescia, Bergamo, Crema, Cremona, la Ghiara d'Adda e tutte le dipendenze del ducato di Milano; al re di Spagna e di Napoli, Trani, Brindisi, Otranto, Gallipoli, Mola e Polignano con tutte le città che avevano ricevute in pegno da Ferdinando II; al re d'Ungheria, se entrasse in quest'alleanza, tutte le città della Dalmazia e della Schiavonia, che avevano già un tempo appartenuto alla di lui corona; al duca di Savoja, il regno di Cipro; alle case d'Este e di Gonzaga, i possessi che la repubblica aveva conquistati sui loro antenati; e rispetto alle potenze che non avevano niente a pretendere sulle spoglie di Venezia, come l'Inghilterra, potrebbero ancora quelle essere ammesse a questa alleanza, se lo domandassero avanti che fosse spirato il termine di tre mesi[448].
Quanto ai modi d'esecuzione, era convenuto con questo trattato: che il re di Francia attaccherebbe in persona i Veneziani, il primo giorno d'aprile; che nello stesso tempo il papa fulminerebbe contro loro tutte le censure ecclesiastiche, e che dimanderebbe l'assistenza dell'imperatore come avvocato della chiesa. Questa domanda doveva sciogliere Massimiliano dagli impegni che aveva contratti pochi mesi avanti, e dargli motivo per attaccare i Veneziani, ciò ch'egli prometteva di fare in persona entro quaranta giorni dopo l'attacco del re di Francia. Nello stesso tempo Ferdinando e gli altri alleati dovevano, ciascuno per parte sua, impadronirsi delle province loro assegnate. Ognuno de' confederati doveva agire per conto proprio, e tener dietro alle proprie conquiste senz'obbligo di assecondare i suoi associati.
I coalizzati non si limitavano a promettersi la divisione di uno stato col quale erano legati da solenni trattati; per compiere con maggior sicurezza quest'atto d'iniquità bisognava sorprendere i Veneziani, e togliere loro la notizia del trattato che avevano sottoscritto. Contribuì a coprire lo scopo de' confederati la convenzione fatta nello stesso tempo col duca di Gueldria: i plenipotenziarj si affrettarono di partire da Cambrai, per non richiamar troppo sopra di loro l'attenzione dell'Europa; e l'ambasciatore veneziano, avendo avuto qualche sospetto del turbine che lo minacciava, Lodovico XII gli protestò che nulla erasi conchiuso a Cambrai che potesse riuscire svantaggioso alla sua repubblica, e che egli non prenderebbe mai parte in tuttociò che potesse nuocere a così antichi alleati[449].
Lodovico XII aveva senza esitanza ratificato il trattato di Cambrai. Alberto Pio, signore di Carpi, ed il vescovo di Parigi, deputati di Massimiliano, ottennero altresì immediatamente la sua ratifica; nè più lungo tempo si fece desiderare quella di Ferdinando il cattolico, che, sebbene temesse la potenza degli stranieri in Italia, e diffidasse egualmente di Massimiliano e de' Francesi, non sentendosi però abbastanza forte per difendere i Veneziani, preferì di cominciare ad ingrandirsi a spese loro[450].
L'odio che Giulio II aveva concepito contro i Veneziani veniva accresciuto da due nuove offese: essi avevano accordato ai Bentivoglio un asilo negli stati della repubblica dopo la loro espulsione dal Milanese, e il loro senato aveva rifiutato di ammettere al vescovado di Vicenza il nuovo cardinale di san Pietro ad Vincula, nipote del papa, e da lui recentemente nominato[451]. Pure Giulio II esitava più che gli altri confederati a ratificare il trattato di Cambrai. Sentiva che questa lega accrescerebbe la potenza degli oltremontani in Italia, mentre che l'oggetto de' suoi più ardenti desiderj tendeva a purgarla da coloro ch'egli chiamava barbari. La sua diffidenza verso i Francesi veniva inoltre accresciuta dal suo odio contro il cardinale d'Amboise, ch'egli risguardava come colui che aspirava a succedergli, e di cui temeva le trame contro la propria sua vita. Aveva di fresco provato, in occasione del tumulto di Genova, quanto poco lo rispettassero i Francesi, e non poteva senza timore accrescere ancora la loro preponderanza. Massimiliano non era meno formidabile alla santa sede, sia per le pretese che l'impero aveva sempre avute sopra l'Italia, sia perchè il di lui erede essendo nello stesso tempo quello di Ferdinando, poteva di già temersi di vedere il nipote di questi due sovrani riunire le due monarchie in allora rivali; e se desso aggiugneva il regno di Napoli e la Marca veronese a tanti altri estesissimi stati, la santa sede, chiusa da ogni banda, più sperar non poteva di conservare la propria indipendenza, ed inutili diventavano tutti gli sforzi fatti da Giulio II per riunire le province staccate della Chiesa.
L'Epirota, Costantino Cominates, trovavasi in allora in Roma, ambasciatore di Massimiliano, che lo aveva in grandissimo favore. Era questi colui che in altri tempi ebbe la tutela dei giovani marchesi di Monferrato, e che in appresso, cacciato dai Francesi da quel principato, aveva contro di loro concepito grandissimo odio. Dopo di aver conferito con Giulio II, fu da lui incaricato di parlare segretamente al ministro della repubblica in Roma, Giovanni Badoero. Andò a trovarlo di notte; gli comunicò il trattato di Cambrai, di cui la repubblica non aveva ancora avuta contezza; e nello stesso tempo gli dichiarò che, se il senato voleva restituire al papa Faenza e Rimini, questi si staccherebbe dalla lega; che il senato potrebbe ancora disgustare Massimiliano colla Francia, assecondando i progetti dell'imperatore sul Milanese. Queste aperture furono immediatamente comunicate al consiglio dei dieci, che verso lo stesso tempo aveva da Milano avuto sentore del trattato[452].
Il consiglio dei dieci, prima di trattare col papa, volle tentare se infatti potrebbe staccarsi l'imperatore dall'alleanza della Francia. Gli mandò Giovan Pietro Stella, segretario del senato, colle più vantaggiose proposizioni. Ma quest'inviato non seppe conservare un impenetrabile segreto; l'ambasciatore francese, informato della sua venuta, impedì che fosse ricevuto: fu egualmente rimandato un altro negoziatore. Una conciliatrice proposizione che lo stesso Giulio II fece a Giorgio Pisani, secondo ambasciatore della repubblica a Roma, fu sdegnata da quest'uomo acre e di un carattere contraddicente, che neppure la comunicò ai suoi capi[453]. Finalmente la signoria, dopo avere deliberato intorno ai mezzi di staccare il papa dalla lega contro di lei formata, trovò, dietro il consiglio di Domenico Trevisani, che col cedere alla Chiesa, senza combattere, ciò che questa a stento potrebbe ottenere colle armi, si veniva ad acquistare a carissimo prezzo la neutralità di così debole nemico, e si dava in principio della guerra una troppo pericolosa prova di pusillanimità. Il papa, che aveva protratta fino all'ultimo giorno la ratifica del trattato, finalmente vi acconsentì; ma sotto l'espressa condizione ch'egli non agirebbe scopertamente contro i Veneziani, che quando i Francesi avrebbero di già cominciate le ostilità[454].
Vero è che il loro attacco non doveva più lungamente differirsi; Lodovico XII si era recato a Lione per affrettare la marcia delle sue truppe verso l'Italia; ii cardinale d'Amboise, che avidamente cercava un pretesto per rompere l'antica alleanza, aveva, in presenza di tutto il consiglio, fatti sanguinosi rimproveri all'ambasciatore veneziano, perchè i di lui padroni facevano afforzare l'abbadia di Cerreto, nello stato di Crema, contro il tenore di un trattato conchiuso dalla repubblica con Francesco Sforza il 29 aprile del 1454[455]. Lodovico XII nello stesso tempo si faceva dare, per questa guerra, vascelli dai Genovesi, danaro dai Fiorentini, danaro e soldati dai Milanesi, ai quali stavano sul cuore le province del loro stato cedute dalla Francia alla repubblica di Venezia. Finalmente in sul cadere di gennajo la corte di Francia si cavò la maschera; richiamò da Venezia il suo ambasciatore, rimandò quello de' Veneziani, come pure il segretario della repubblica residente in Milano, e pubblicò il suo manifesto. Per lo contrario Ferdinando il cattolico, seguendo la sua astuta politica, fece dichiarare alla repubblica: ch'egli era entrato nella lega sottoscritta a Cambrai contro i Turchi, ma non in quella contro Venezia; che gli erano ignoti i motivi di Lodovico XII per attaccare la signoria, ma che le offriva tutti i buoni ufficj ch'ella aveva diritto di ripromettersi dal suo affetto e dalla sua ricchezza[456].
Le ostilità erano già cominciate in riva all'Adda tra alcune truppe leggeri francesi e veneziane, allorchè l'araldo d'armi di Francia, introdotto in senato, denunciò la guerra a Leonardo Loredano, doge di Venezia, ed a tutti i cittadini di quella città, qualificandoli come uomini infedeli, che ingiustamente ritenevano le città del sommo pontefice e dei re dopo averle occupate colla violenza. Rispose il Loredano: che la repubblica non aveva mancato di fede a chicchessia, e che se ella non avesse troppo scrupolosamente osservati i suoi impegni verso la Francia medesima, Lodovico XII non avrebbe in Italia tanto terreno da poter riporre il piede. Dopo queste solenni proteste da ambedue le parti, ad altro non si pensò che alla guerra[457].
I Veneziani, sebbene abbandonati agli attacchi di quasi tutta l'Europa, e senza alleati, non disperavano della salute pubblica. Purchè non soggiacessero alla prima aggressione, essi non dubitavano che la lega non si sciogliesse entro pochi mesi: gli alleati erano posti in movimento da troppo discordi interessi, ed il carattere del papa e di Massimiliano promettevano troppo poca costanza per poter credere che lungo tempo persistessero in un'intrapresa tanto contraria ad ogni sana politica. I Veneziani pensarono adunque a porsi in sulle difese; le loro ricchezze, che ancora erano intatte, e la prosperità del commercio, non ancora scemato dai progressi de' Portoghesi nelle Indie, mettevano a loro disposizione tutti i condottieri, e loro permettevano di ragunare sotto lo stendardo di san Marco la più bell'armata che avesse fino allora combattuto nelle guerre d'Italia. Ma queste ricchezze, che formavano tutta la loro forza, furono successivamente disperse da fortuiti accidenti, come se il cielo medesimo si fosse unito alla lega di tanti nemici della repubblica. Il magazzino della polvere dell'arsenale di Venezia scoppiò con orribile fracasso, mentre che il consiglio stava adunato, e quest'incendio coprì l'intera città di ceneri e di brage. La fortezza di Brescia fu colpita da un fulmine, che spaccò le sue mura; una barca, che portava a Ravenna dieci mila ducati per pagare le truppe, affondò. Finalmente gli archivj della repubblica, che contenevano tutte le più preziose carte, furono preda del fuoco: e queste replicate disgrazie non erano tanto dannose per sè medesime, quanto per la funesta influenza che avevano sul coraggio del popolo, il quale le risguardava come altrettanti funesti presagj[458].
I Veneziani avevano preso al loro soldo molti condottieri nati negli stati della chiesa, fra gli altri Giulio e Renzo Orsini, signori di Ceri, di cui portavano il nome, e Troilo Savelli. Questi dovevano condur loro cinquecento uomini d'arme e tre mila fanti, ed essi avevano già ricevuto a conto quindici mila ducati. Ma il papa ordinò loro sotto le più severe pene ecclesiastiche e temporali di rompere il contratto, e nello stesso tempo di non restituire il danaro. I condottieri ubbidirono a quest'ordine del loro sovrano abituale[459]. Malgrado la loro assenza i Veneziani avevano non pertanto presso di Ponte Vico sull'Olio due mila cento lance intere, locchè suppone per ogni lancia quattro ed anche sei cavalli, mille cinquecento cavaleggieri italiani, mille ottocento Stradioti, diciotto mila fanti di linea, e dodici mila uomini di milizie[460]. Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, aveva il titolo di capitano generale di quest'armata, e Bartolommeo d'Alviano, della medesima famiglia, quello di governatore. Stavano presso all'armata a nome della signoria i due provveditori, Giorgio Cornaro ed Andrea Gritti, i quali si erano acquistata grandissima riputazione nelle negoziazioni e nelle armate. Uno era stato nel precedente anno contro Massimiliano nel Friuli, l'altro a Roveredo; ed in quella campagna si erano coperti di gloria[461].
Il re di Francia era in sul punto di attaccare la repubblica, mentre che gli altri confederati erano determinati a non muoversi che dopo aver giudicato dai primi avvenimenti della sorte della guerra. Perciò i Veneziani, destinando tutte le loro forze contro i Francesi, le avevano adunate sull'Olio. Colà due piani di guerra affatto contrarj vennero proposti dai due capi dell'armata. L'Alviano, che si era sempre distinto coll'ardimento de' suoi disegni, e colla prontezza della loro esecuzione, voleva portare la guerra nel paese nemico prima che Lodovico XII avesse potuto ragunare tutte le sue forze; faceva conto di giovarsi del malcontento, che il governo francese aveva destato in tutta l'Italia, per ribellar il ducato di Milano, appropriarsi tutti i mezzi di uomini e di danaro, che aveva la Lombardia, invece di lasciarli a disposizione del nemico; indi attaccare i diversi corpi francesi, di mano in mano che scenderebbero dalle Alpi, prima che potessero mettersi in linea. Per lo contrario il Pitigliano, prudente generale, che niente lasciava alla sorte, ma che l'Alviano accusava d'aggiugnere la timidità di un'età avanzata a quella del suo proprio carattere, avrebbe voluto che non si pensasse pure a difendere le terre della Ghiara d'Adda, che non erano di grande importanza; che si lasciasse che l'impeto francese si smorzasse negli assedj, facendo che l'armata si tenesse nel campo trincerato degli Orci, di cui Francesco Carmagnola e Giacomo Piccinino avevano conosciuta l'importanza nelle precedenti guerre: l'armata colà difesa dall'Olio e dal Serchio, minaccerebbe le truppe che volessero assediare Cremona o Crema, Bergamo o Brescia, travagliandole colla cavalleria leggiere, e avvicinandosi ancora alle medesime per toglier loro le vettovaglie, ma senza giammai abbandonare i luoghi fortificati[462].
Questi due piani di campagna potevano presentare grandi vantaggi; ma, come quasi sempre accade quando le operazioni militari dipendono dalle decisioni de' consiglj civili, i due partiti estremi, che potevano essere egualmente buoni, furono rigettati per prenderne uno di mezzo necessariamente cattivo. Coloro che consigliano intorno a materie che non conoscono, credono, secondo il detto di Necker, di porre il loro consiglio in sicuro, quando si tengono ad eguale distanza dalle opinioni estreme di due uomini dell'arte; e questo calcolo d'amor proprio riuscì fatale a molti stati. Il senato rigettò il consiglio dell'Alviano, come troppo audace, e quello del Pitigliano, come troppo timido; ma ordinò ai generali di condurre l'armata presso l'Adda per difendere la Ghiara d'Adda, loro prescrivendo nello stesso tempo di non venire a battaglia, quando non vi fossero forzati da urgente necessità, o che loro non si presentasse una favorevolissima occasione[463].
Il re di Francia avvicinavasi con più bellicose disposizioni; egli voleva venire a battaglia il più presto che fosse possibile, e sebbene tutte le sue truppe non fossero ancora in sulla linea, si affrettò di cominciare le ostilità, perchè il termine dei quaranta giorni, dopo il quale il papa e l'imperatore dovevano secondarlo, cominciasse a decorrere. Di suo ordine il signore di Chaumont passò l'Adda presso Cassano, il 15 aprile del 1509, con tre mila cavalli, sei mila fanti e poca artiglieria, dirigendosi sopra Treviglio distante tre miglia. L'armata veneziana non aveva ancora lasciato Pontevico; ma Giustiniano Morosini, provveditore degli Stradioti, trovavasi a Treviglio con Vitelli di città di Castello e Vincenzo Naldi, che comandava la buona infanteria dei Brisighella, assoldata in Romagna nel castello di questo nome[464]. Questi capi, credendo di non aver a fare che con un piccolo corpo di cavalleria leggiere, mandarono dugento fanti ed alcuni Stradioti per respingerli. Ma questi furono bentosto incalzati fino alle porte di Treviglio, ed i Francesi, che li caricavano con ardore, impostarono subito alcuni pezzi d'artiglieria contro le mura. Lo spavento sottentrò bentosto ad una imprudente confidenza, e gli abitanti di Treviglio forzarono la guarnigione ad arrendersi. Il provveditore Giustiniano, Vitelli e Naldi, furono fatti prigionieri con circa cento cavaleggieri e mille fanti. Solamente dugento Stradioti si salvarono colla fuga. Lo stesso giorno i Francesi attaccarono ancora i confini veneziani su quattro diversi punti, dai monti di Brianza fino alle vicinanze di Piacenza; ma dopo di avere in tal modo cominciata la guerra, tutti questi corpi si ritirarono, e lo stesso Chaumont tornò a Milano per aspettarvi il re[465].
Non giunse appena a Roma la notizia di queste prime ostilità che il papa pubblicò il 27 di aprile la bolla di scomunica, che aveva tenuta in serbo, contro il doge, i pregadi, il consiglio generale ed i cittadini di Venezia. Rinfacciava in questa alla repubblica di avere usurpate tutte le terre che possedeva in Romagna, e dichiarava, che, fino dall'epoca dell'acquisto di Cervia, l'anno 1468, si trovava colpita dalle scomuniche annuali della bolla in coena domini. Inoltre la repubblica aveva ne' suoi stati turbata l'ecclesiastica giurisdizione, vietando e perfino castigando gli appelli alla santa sede, assoggettando le persone ecclesiastiche ad un foro laico, ed attribuendosi contro la disposizione de' canoni la collazione de' beneficj. In disprezzo delle scomuniche pronunciate contro i Bentivoglio la repubblica aveva dato asilo ne' suoi stati a que' nemici della santa sede, e loro aveva inoltre permesso di stare nelle città più vicine ai confini per favoreggiare le loro pratiche in Bologna. Per tutte queste cagioni, conchiudeva Giulio II, la santa sede avrebbe potuto immediatamente trattare i Veneziani come infedeli, come pagani, come membra infette della chiesa, che conviene distruggere prima che corrompano le altre. Pure il pontefice per un effetto della sua estrema indulgenza voleva ancora denunciar loro le pene nelle quali erano caduti, accordando un termine perentorio di ventiquattro giorni per ravvedersi e restituire alla chiesa tuttociò che possedevano nel suo territorio, purchè gli rimettessero ancora tutti i frutti che avevano percetti in tutti gli anni della loro usurpazione[466].
Se poi i Veneziani differivano oltre il prescritto termine a ravvedersi e a dar prove del loro pentimento, il papa colla stessa bolla assoggettava agli interdetti non solo Venezia, ma tutte le terre del suo dominio, e tutte quelle che darebbero asilo a qualunque veneziano. Dichiarava i cittadini di Venezia colpevoli di lesa divina maestà e perpetui nemici del nome cristiano, permettendo a chiunque di attaccarli, d'impadronirsi de' loro beni e delle loro persone e di venderli come schiavi: tanto è vero che la chiesa romana ha poco meritato l'encomio spesso accordatole d'avere abolita la schiavitù[467].
Frattanto l'armata veneziana trovandosi adunata, si avanzò da Ponte Vico a Fontanella, grossa terra lontana sei miglia da Lodi, dal qual luogo poteva facilmente soccorrere Cremona, Crema, Caravaggio e Bergamo. Colà seppero i suoi generali che il signore di Chaumont aveva ripassata l'Adda, ed in conseguenza credettero venuta l'opportunità di ricuperare Treviglio. Il solo Alviano si oppose a questa risoluzione, rappresentando che non conveniva avvicinarsi al nemico che quando si volesse attaccare, e che era un seguire contemporaneamente due progetti contraddittorj lo avanzarsi contro di lui e il volere stare in sulla difensiva. Ma non essendosi dato orecchio a queste obbiezioni, l'armata veneziana occupò prima Rivolta sulle sponde dell'Adda, ed in appresso attaccò Treviglio, ove il signore di Chaumont aveva lasciate cinquanta lance e mille fanti sotto gli ordini dei capitani Imbauld e Fontrailles. Avendo subito l'artiglieria aperta una breccia dalla banda di Cassano, la guarnigione capitolò; gli ufficiali rimasero prigionieri, ed i soldati si ritirarono disarmati. Per disgrazia i Francesi non capitolarono l'amnistia per gli abitanti, i quali sollevandosi avevano fatto cedere la piazza; onde i generali veneziani per gastigare questa insubordinazione, abbandonarono Treviglio al saccheggio[468].
Ma lo stesso giorno 8 di maggio in cui Treviglio aveva capitolato, Lodovico XII giunse sull'opposta sponda dell'Adda, e nel susseguente giorno fece gettare tre ponti su questo fiume al dissotto di Cassano, senza che i Veneziani, che n'erano lontani alcune miglia, ed intenti al sacco di Treviglio si opponessero alla loro costruzione. La sponda di Cassano è più alta che non la sponda opposta, e la difesa del fiume sarebbe sempre riuscita difficile; pure i Francesi non avevano mai potuto aspettarsi che non si tentasse di farlo; e quando Gian Giacopo Trivulzio vide Lodovico XII con tutta la sua armata sulla riva sinistra dell'Adda, gli disse, «Sire, oggi voi avete vinti i Veneziani[469].» L'Alviano, senza essere informato del passaggio dei Francesi, sentiva la necessità di condurre la sua armata sulle rive del fiume, e non potendo in altro modo strappare i suoi soldati dal saccheggio, fece appiccare il fuoco a Treviglio per iscacciarli; ma a malgrado di questa crudele esecuzione, arrivò troppo tardi; e le due armate più non essendo separate da verun ostacolo, i Veneziani rientrarono nel loro campo intorno a Treviglio, che era situato vantaggiosissimamente, ed i Francesi si accamparono in distanza di un miglio.
Avendo Lodovico XII riconosciuta la posizione de' Veneziani, e giudicando troppo pericolosa cosa l'attaccarli, dopo essere rimasto un giorno in loro presenza, nel susseguente piegò dalla banda di mezzogiorno e discese lungo il fiume fino a Rivolta, di cui s'impadronì. Dopo esservi rimasto un giorno, bruciò quel villaggio, e continuò ad avanzarsi per quella strada onde giugnere a Pandino o a Vailate, e separare in tal modo l'armata veneziana dai magazzini che aveva a Crema ed a Cremona. Mentre che il re camminava lungo le tortuose rive dell'Adda, i Veneziani avrebbero potuto, seguendo la corda dell'arco che descriveva Lodovico XII, giugnere per più breve via ad una seconda posizione più vicina a Crema e non meno buona di quella che occupavano. Il Pitigliano voleva eseguire questo viaggio soltanto all'indomani, e l'Alviano insisteva di porsi subito in cammino onde sopravanzare il nemico. Infatti fu dato l'ordine di partire. Gli alti cespugli, ond'è coperto il paese, nascondevano affatto l'armata veneziana, che teneva la strada a destra, alla vista de' Francesi, che seguivano la manca; e la linea di quella essendo più diretta, essa si trovò bentosto avvantaggiata. Ma precisamente in questo luogo le due strade si ravvicinavano, e l'Alviano, che aveva il comando della retroguardia, ebbe contezza che Carlo d'Amboise e Gian Giacopo Trivulzio, che comandavano l'avanguardia francese, si trovavano a lui vicinissimi[470].
Contavansi nell'armata di Lodovico XII due mila lance, mille svizzeri e dodici mila fanti guasconi o italiani con un bel parco d'artiglieria[471]. L'avanguardia d'Amboise aveva cinquecento lance ed alcuni svizzeri; nella retroguardia dell'Alviano trovavansi ottocento uomini d'armi ed il fiore della fanteria italiana. La battaglia tra queste due divisioni non era disuguale; ma la marcia degli altri corpi allontanava sempre più il Pitigliano dall'Alviano, e per l'opposto ravvicinava sempre più Lodovico XII a Carlo d'Amboise. Non potendo l'Alviano schivar la battaglia mandò subito a dire al suo collega ch'egli era alle mani, e lo invitava nello stesso tempo a fermare la sua colonna ed a soccorrerlo. Il Pitigliano fin dal principio della campagna aveva dovuto lottare contro l'impetuosità dell'Alviano; l'aveva sempre veduto cercare que' pericoli ch'egli credevasi in dovere di evitare, onde, supponendo che in questa occasione l'Alviano volesse costringerlo suo malgrado a combattere, gli fece dire di continuare la sua ritirata in buon ordine, poichè era volontà del senato di non venire a battaglia[472].
Frattanto l'Alviano si era apparecchiato a combattere: aveva collocati i suoi fanti con sei pezzi d'artiglieria sopra un argine destinato a tener a freno le acque di un torrente che in quel momento era secco, ed aveva vigorosamente attaccata la cavalleria francese in un suolo imbarazzato da vigne, ove non poteva liberamente muoversi. L'Alviano approfittò di questo vantaggio, la respinse e la inseguì fino ad un luogo più aperto. Nello stesso tempo giugneva il re col corpo di battaglia e la retroguardia dell'Alviano, che aveva di già ottenuto un notabile vantaggio, trovavasi addosso tutta l'armata nemica. Il valore del generale si era comunicato ai soldati e l'ottenuto vantaggio sosteneva il loro ardore, di modo che continuarono la battaglia tre ore colla più grande intrepidezza. Una dirotta pioggia sopraggiunta in tempo della battaglia faceva pei pedoni sdrucciolevole il terreno; la speranza di veder giugnere il Pitigliano, nei di cui soccorsi era riposta ogni fiducia, cominciava a mancare; ma la fanteria italiana di Brisighella, che era distinta dalle sue casacche mezzo bianche e mezzo rosse, si rese degna della sua nuova riputazione; perciocchè, sebbene costretta a ripiegare fino in un aperto piano, ed ivi esposta agli attacchi della cavalleria, mai non ruppe le sue linee. Circondati, serrati, oppressi, questi fanti romagnoli si fecero quasi tutti uccidere, dopo avere a caro prezzo venduta la loro vita. Avevano costoro ricevuto da Naldo di Brisighella in valle di Lamone il loro nome e la loro organizzazione, e tutta la fanteria di linea dei Veneziani aveva in appresso adottati i loro colori e la loro ordinanza. Questa fanteria lasciò sei mila morti sul campo di battaglia, il doppio press'a poco di ciò che perduto avevano i Francesi. Gli uomini d'armi veneziani non soffrirono molto; ma Bartolommeo d'Alviano, ferito in volto, fu fatto prigioniero, e condotto al padiglione del re. Caddero in potere de' Francesi venti pezzi d'artiglieria: il restante dell'armata veneziana continuò a ritirarsi senza essere inseguito[473].
Questa battaglia, chiamata di Vailate o di Agnadello, nella Ghiara d'Adda, si diede il 14 maggio del 1509. Con questa cominciò un nuovo sistema di guerra distinto da maggior ferocia nella mischia e da sconfitte più sanguinose. Da quindici anni gli oltramontani avevano portate le loro armi in Italia; pure non si era ancora veduto un campo di battaglia coperto da tanti morti, nè l'infanteria avere una parte così importante nell'azione. Ma quanto più le guerre si prolungano, tanto più diventano nazionali; quanto più i patimenti de' vinti rendonsi intollerabili, tanto più ognuno sente essere meglio il difendersi fino all'estremo, che il lasciarsi opprimere senza combattere. Finalmente giugne l'istante in cui i popoli pongono nella lotta la totalità delle loro forze ed in cui la vittoria più non sembra potersi ottenere che coll'esterminio de' vinti: e quanto più gli agressori hanno accresciuto il loro numero ed i loro mezzi di attacco, tanto più ruinosa diventa la loro consumazione ed insoffribile il loro giogo. La resistenza si accresce coll'oppressione. Dopo sanguinose battaglie la medesima ferocia vien portata nell'assedio delle città e nel trattamento de' paesi conquistati. Dall'epoca di questa prima battaglia, ogni anno fu insignito da maggior furore e da più grande effusione di sangue, fino all'istante in cui un generale spossamento costrinse finalmente alla pace le nazioni ed i loro capi, perchè la generazione atta alle armi era quasi affatto distrutta, e perchè non potevansi mettere a numero le armate coi vecchi e coi fanciulli.
Lodovico XII approfittò della sua vittoria con una rapidità, che fece più onore ai suoi militari talenti, che non l'esito medesimo della battaglia. Nel susseguente giorno si presentò sotto Caravaggio, che aprì subito le sue porte; e la rocca, attaccata dall'artiglieria, capitolò il giorno dopo. Bergamo gli mandò le chiavi il giorno 17, ed il re la fece occupare da cinquanta lance e da mille fanti: la rocca non si sostenne che due o tre giorni. In ogni capitolazione Lodovico XII richiedeva sempre che i gentiluomini veneziani che si trovavano nelle città restassero suoi prigionieri. Egli voleva costringerli a pagargli così grosse taglie da rovinare le loro famiglie e porli nell'assoluta impossibilità di soccorrere colle private loro sostanze il pubblico erario. Intanto egli si avvicinava a Brescia, tenendo dietro all'armata veneziana che si era ritirata verso quella città, ed era assai diminuita dalla diserzione. I due provveditori, Giorgio Cornaro ed Andrea Gritti, avevano in vano pregati i Bresciani di riceverli entro le loro mura; il conte Giovan Francesco Gambara, capo della fazione Ghibellina, nel momento in cui aveva avuto avviso della sconfitta di Vailate si era co' suoi partigiani impadronito delle porte, ricusò d'aprire alle truppe venete, ed il ventiquattro di maggio le diede ai Francesi. Il Pitigliano, non si trovando sicuro in vicinanza di una città ribellata, si ritirò a Peschiera coi resti della sua armata[474].
Le calamità si succedevano a danno dei Veneziani con una così spaventosa rapidità, che nè il senato di cui si era tanto vantata la costanza e la fermezza, nè il popolo da cui speravansi atti di patriottismo, non trovavano in loro medesimi abbastanza di forza per resistere. Prodigiosi sforzi erano stati fatti per raccogliere danaro prima dell'apertura della campagna. A tal fine la repubblica aveva adottati espedienti contrarj a tutte le sue costumanze; aveva preso a prestito da qualunque persona; ottenuti doni patriottici da tutti i nobili e da tutte le città suddite; aveva levata la metà dei soldi a tutti i pubblici funzionarj[475], e di già tutti questi tesori erano consumati; e l'armata raccolta a sì gran prezzo era distrutta o dispersa. Omai non trattavasi soltanto di rimontarla, conveniva pensare ancora alla flotta, poichè i Francesi ne armavano una in Genova la quale non avrebbe tardato ad infestare le rive dell'Adriatico. Infatti il senato ordinò di equipaggiare cinquanta galere sotto gli ordini di Angelo Trevisani, ed in pari tempo mandò ordine in tutti i suoi possedimenti marittimi di trasportare a Venezia tutti i grani disponibili, onde mettere almeno la capitale in istato di sostenere un lungo assedio[476].
Subito dopo la sommissione di Brescia, Crema aprì le sue porte al re ad istigazione di Soncino Benzoni, discendente dagli antichi tiranni di quella città; Cremona e la fortezza di Pizzighettone avevano pure capitolato. La sola fortezza di Cremona continuava a difendersi, perchè Lodovico XII aveva preteso che tutti i gentiluomini veneziani che vi si trovavano fossero suoi prigionieri; e Zaccaria Contarini, di cui erano note le grandi ricchezze, vi si era chiuso con molti altri signori, che i Francesi volevano ruinare con esorbitanti taglie. Il conte di Pitigliano aveva abbandonata anche Peschiera per ripiegarsi sopra Verona; ma aveva lasciato in guardia di questa fortezza Andrea di Riva e suo figlio, gentiluomini veneziani, con quattrocento fanti; essendosi lusingato che questi, approfittando della forza della piazza e dei vantaggi della sua situazione, ritarderebbero i Francesi tanto tempo quanto gliene abbisognava per rifare la sua armata.
Il successo non corrispose alle speranze del Pitigliano: non appena l'artiglieria ebbe fatta una stretta breccia nelle mura di Peschiera, che gli Svizzeri ed i Guasconi corsero all'assalto e presero la fortezza. La guarnigione fu tutta passata a fil di spada, e Lodovico XII fece appiccare Andrea di Riva e suo figlio, non per altro motivo che per incutere terrore a coloro che tenterebbero di difendersi. Nello stesso modo aveva fatto pochi giorni prima appiccare quei valorosi che difendevano Caravaggio. Gli uomini deboli sono quasi sempre crudeli; ed i re, che seguono le armate senza essere generali, sono più che gli altri inclinati a crudeltà, perchè risguardano ogni resistenza alla loro volontà, come una personale offesa, che gli assolve dalle leggi della guerra[477].
Erano appena passati quindici giorni dopo la vittoria di Vailate, che Lodovico XII aveva di già conquistata tutta quella parte del territorio veneziano che gli dava il trattato di Cambrai; e la sola cittadella di Cremona, che ancora resisteva, non tenne più di quindici giorni. Le province che aveva occupate accrescevano di più di dugento mila ducati le reali entrate del ducato di Milano. Gli altri alleati, che appena avevano lasciato conoscere la loro nimicizia, finchè Venezia conservava tutta la sua potenza, attaccarono su tutti i punti i confini veneziani quand'ebbero avviso della sconfitta di Vailate. Il papa aveva dato il comando della sua armata a suo nipote, Francesco Maria della Rovere, che nel precedente anno era succeduto nel ducato di Urbino a Guid'Ubaldo da Montefeltro, suo padre adottivo. Contava quest'armata quattrocento uomini d'armi, quattrocento cavaleggieri, e pochi giorni dopo venne pure ingrossata da tre mila Svizzeri assoldati dal pontefice. Dopo aver guastato il territorio di Cervia prese Solarolo, tra Faenza ed Imola, e andò ad attaccare Brisighella, principal luogo della bellicosa provincia di val di Lamone. Giovan Paolo Manfrone era incaricato di difendere questa terra con ottocento fanti ed alcuni cavalli; aveva tentata una sortita senza ben conoscere la forza degli assalitori; ma venne così vigorosamente respinto, che i nemici entrarono coi fuggitivi nella terra. La loro ferocia non era minore di quella degli oltremontani, e tutti gli sgraziati abitanti di Brisighella caddero sotto le loro spade[478].
L'armata pontificia si accostò a Ravenna, ma fu dieci giorni trattenuta dalla fortezza di Russi, posta tra Faenza e Ravenna: Giovanni Greco, comandante degli Stradioti veneziani, fu fatto prigioniero da Giovanni Vitelli; Russi capitolò, e sebbene i generali pontificj non avessero talenti, e non agissero d'accordo, pure tanto scarso era il numero delle truppe veneziane in Romagna, e così grande lo scoraggiamento ed il terrore, che Faenza, Rimini, Ravenna e Cervia capitolarono, promettendo di aprire le loro porte se non venivano soccorse entro un determinato tempo[479].
Anche Alfonso d'Este, duca di Ferrara, era entrato nella lega di Cambrai, ed il diecinove d'aprile fu dal papa nominato gonfaloniere della chiesa romana. Pure egli aveva aspettata la rotta di Vailate per cominciare le ostilità. Allora congedò il Vismodino, che in Ferrara teneva ragione pei Veneziani; richiamò il suo ambasciatore, ed il diecinove di maggio mandò trentadue pezzi di cannone al campo della Chiesa che attaccava la rocca di Ravenna. Il trenta di maggio entrò in campagna, occupando senza trovar resistenza il Polesine di Rovigo, Este, Montagnana e Monselice, antico patrimonio della sua casa[480].
Il marchese di Mantova non fu meno sollecito ad approfittare della sconfitta de' suoi antichi vicini: s'impadronì d'Asola e di Lunato, che Filippo Maria Visconti aveva conquistati ai tempi del suo bisavo, e che in appresso erano stati ceduti alla repubblica. Avrebbe dovuto avere anche Peschiera; ma questa fortezza conveniva troppo al re di Francia, perchè il marchese ardisse di rifiutargliela; e si accontentò della promessa di essere altrove indennizzato[481].
L'ambasciatore di Spagna, che si era trattenuto in Venezia fin dopo la rotta di Vailate, senza cessar mai di protestare l'attaccamento del suo padrone a Venezia, colse altresì questo istante per domandare la sua udienza di congedo. Ferdinando aveva mandati due mila fanti spagnuoli a Napoli, che, uniti a tre mila fanti napolitani, si erano in sul finire di maggio avvicinati a Trani per formarne l'assedio. Una flotta francese, unita alla siciliana, si era presentata in faccia al porto della stessa città; pure, così persuaso da Fabrizio Colonna, il vicerè di Napoli aveva proceduto a questa spedizione con molta lentezza. I Veneziani, che di già pensavano a staccare Ferdinando dalla lega formata contro di loro, colsero quest'occasione per offrirgli la restituzione di tuttociò che possedevano nel regno di Napoli; richiamarono tutti i comandanti, ordinando loro di consegnare agli Spagnuoli le città che abbandonavano[482].
L'armata di Massimiliano non compariva ancora in verun luogo; ma i suoi vassalli e governatori delle limitrofe province, approfittavano del terrore in cui tutto era immerso lo stato di Venezia per attaccarlo contemporaneamente sopra varj punti. Nell'Istria, Cristoforo Frangipani s'impadronì di Pisino e di Duino; il duca di Brunswik entrò nel Friuli con due mila uomini e prese Feltre e Belluno. Nello stesso tempo Trieste, Fiume e le altre città conquistate in principio del precedente anno rialzarono le insegne di Casa d'Austria; il conte di Lodrone soggiogò alcuni castelli in vicinanza del Lago di Garda; per ultimo il vescovo di Trento occupò Riva di Trento ed Agresto[483]. L'intera repubblica pareva cadere in dissoluzione, ed anche nell'interno di Venezia il senato più non tenevasi sicuro, nè di quella infinita moltitudine di forastieri che vi aveva raccolti il commercio, nè di que' plebei che la costituzione escludeva dalle funzioni governative, e che riclamavano contro un'usurpazione che più non era legittimata dalla prosperità, esterno segno della saviezza de' consiglj[484].
La diserzione aveva ridotta l'armata veneziana in uno stato deplorabile. Abbandonando tutta la terra ferma, allontanandosi da tutte le città che successivamente avevano ricusato di riceverla, si era rifugiata a Mestre in riva alla Laguna, ove più non conservava nè disciplina nè ubbidienza verso i suoi superiori. Il senato non risparmiò nè attività, nè tesori per formare una nuova armata; fece offrire a Prospero Colonna, che allora trovavasi ai confini del regno di Napoli, il comando di tutte le sue truppe, ed un annuo soldo di sessanta mila ducati, purchè il Colonna conducesse subito alla repubblica mille e due cento cavalli[485]. Le guarnigioni ritirate dalle città di Romagna e dell'Adriatico, e le truppe leggeri, che stavano nella Grecia e nell'Illiria, avrebbero potuto riparare le perdite dell'armata; ma la più funesta conseguenza di una sconfitta non è già la morte di alcune migliaia d'uomini, bensì la distruzione della confidenza e della fedeltà del soldato.
In questa universale sciagura i Veneziani non pensarono nemmeno a placare il re di Francia: la mala fede con cui aveva dissimulato il suo odio, la perfidia delle sue trame contro di loro mentre combattevano per lui medesimo, l'accanimento con cui approfittava de' presenti vantaggi, e la sua crudeltà verso i prigionieri ed i vinti, inspiravano per lui un invincibile allontanamento. Non eravi verun altro nemico con cui i Veneziani non desiderassero di riconciliarsi piuttosto che con lui; non eravene alcuno cui non preferissero di cedere quelle piazze che più non isperavano di poter difendere. Avevano di già consegnate a Ferdinando tutte le città della Puglia da questo monarca pretese; cercarono di appagare cogli stessi mezzi l'ambizione del papa e dell'imperatore, onde staccarli dalla Francia. Avevano più volte cercato di mandare deputati in Germania; ma il vescovo di Trento non aveva voluto permetter loro di entrare nel suo paese, perchè erano scomunicati. Finalmente Antonio Giustiniani, nominato ambasciatore presso Massimiliano, potè giugnere alla sua corte; gli chiese grazia con tanta umiltà, con tanto avvilimento della repubblica che avrebbe dovuto ispirare piuttosto il disprezzo, che la compassione, se la stessa pedanteria della sua arringa latina, che ci fu conservata, non avesse fatto conoscere che, secondo il costume dei retori, il Giustiniani esagerava i sentimenti che era incaricato di esprimere e loro dare non sapeva alcuna misura[486].
Ma l'istruzione che aveva quest'oratore era ancora più esplicita che la sua arringa. Egli dichiarò all'imperatore essere la repubblica apparecchiata a consegnargli tutti i suoi stati di terra ferma, ed avere richiamate le sue guarnigioni da tutte le terre dell'impero, che consegnerebbe agli ufficiali di Massimiliano, tosto che si presentassero per riceverle. Tanta sommissione ed umiltà non sortirono verun effetto: il re de' Romani non volle ascoltare verun trattato senza partecipazione del re di Francia. Nello stesso tempo il senato aveva pure spedito in Romagna un segretario di stato con ordine di consegnare al papa la rocca di Ravenna e tutto ciò che ancora restava in quella provincia sotto gli ordini di Venezia, altro non si riservando che l'artiglieria delle piazze di guerra, e la libertà di tutti i prigionieri fatti dall'armata pontificia. In appresso i cardinali veneziani supplicarono il papa d'accordare l'assoluzione alla loro patria a motivo che conformemente al suo monitorio Venezia aveva ubbidito prima che spirassero i ventiquattro giorni che egli le aveva assegnati. Ma il papa dichiarò che questa ubbidienza invece d'essere intera era stata condizionale, che inoltre la repubblica non aveva restituiti i frutti percetti durante la sua usurpazione, e che perciò non poteva assolverla[487]. Per altro il pontefice sospettoso cominciava ad essere spaventato dalla preponderanza che gli oltramontani acquistavano in Italia; il suo orgoglio era lusingato dalla sommissione di una repubblica temuta da' suoi predecessori, e quando gli fu annunziato che un'ambasceria composta di sei dei più distinti membri del senato offriva di venire a Roma a chiedere grazia, non oppose ulteriori ostacoli; ed a dispetto delle rimostranze di Lodovico e di Massimiliano, promise che all'arrivo di questi ambasciadori leverebbe la scomunica e l'interdetto[488].
Intanto le città veneziane di terra ferma non erano più difese da veruna guarnigione, e, vedendo al loro confini la formidabile armata de' Francesi, si disponevano ad aprirle le porte. Quando i Veronesi ebbero notizia della presa di Peschiera, spedirono deputati a Lodovico XII per consegnargli le chiavi della loro città; ma il re di Francia le rifiutò, indirizzandoli agli ambasciatori di Massimiliano che si trovavano nel suo campo. Egli non era intenzionato di spingere più in là le sue conquiste; le sue finanze erano di già probabilmente esauste, ed egli era impaziente di licenziare l'armata e di tornare in Francia. La rocca di Cremona aveva finalmente capitolato; la guerra rispetto a lui era terminata: egli non aveva più che pretendere, ed i Veneziani non sembravano la istato di resistere a coloro che volevano terminare la divisione delle loro province.
Prima di abbandonare l'Italia, Lodovico XII desiderava di vedere Massimiliano. Il cardinal d'Amboise andò a trovarlo a Trento il 13 di giugno, e concertò, che i due monarchi avrebbero un abboccamento a Garda, in sui confini dei due territorj che avevano allora conquistati. Lodovico XII partì per trovarsi colà nel determinato giorno, e Massimiliano si avanzò ancor esso fino a Riva di Garda; ma ossia che si trovasse troppo male accompagnato per la sua sicurezza o per la sua dignità, o pure che abbia avuto qualche altra ragione di cui faceva un segreto, come di tutti i motivi della sua condotta, ripartì dopo due ore da Riva, dichiarando di essere chiamato altrove dalle notizie ricevute dal Friuli. Mandò al re il nuovo vescovo di Gurck, Matteo Langen, suo segretario, per pregarlo di aspettarlo a Cremona. Lodovico XII, offeso senza dubbio da questa mancanza di riguardi, e sapendo quanto si dovesse dar poca fede alle promesse di Massimiliano, prese la strada di Milano, e pochi giorni dopo tornò in Francia[489].
In questa guerra Massimiliano si era condotto come in tutte le altre. Dopo la sottoscrizione del trattato di Cambrai, erasi trattenuto alcun tempo in Fiandra per ottenere i sussidj di que' popoli; ma non appena li ricevette che tutti li dissipò. Il papa desiderava di affrettare la sua spedizione, affinchè l'armata dei Francesi non si trovasse sola in Italia e padrona di tutto il paese; a tale oggetto gli aveva accordato di prendere cento mila ducati sui fondi di riserva della crociata che si era levata in Germania, ma che non poteva convertirsi in usi profani senza l'autorità pontificia. Poco dopo gli aveva ancora mandato Costantino Cominates con cinquanta mila ducati; Lodovico XII gli aveva pagati cento mila ducati per la seconda investitura del ducato di Milano, che aveva ricevuta recentemente: gli stati ereditarj dell'Austria e quelli dell'impero gli avevano accordati dei sussidj. Ma tanti fondi ammassati per la guerra erano di già consumati senza che avesse in verun luogo adunato un'armata imperiale[490]. Massimiliano protestava che la sua riconciliazione con Lodovico XII era senza riserva. Nel suo passaggio da Spira aveva bruciato un libro nel quale erano notate tutte le ingiurie che l'impero aveva ricevuto dai Francesi, dichiarando di non volerne più conservare memoria. Aveva scritto da Trento a Lodovico XII, ringraziandolo d'avergli fatto ricuperare tutte le terre che i Veneziani avevano usurpate sopra di lui e de' suoi antenati. Il tredici di giugno aveva convenuto col cardinale d'Amboise che il re gli presterebbe cinquecento lance francesi per terminare la guerra[491], e non pertanto niente ancora si effettuava. Massimiliano non trovavasi nemmeno a portata di accettare le capitolazioni delle città dello stato veneto che chiedevano di arrendersi.
Finalmente il vescovo di Trento scese in Lombardia con un piccolo corpo di truppe tedesche, e ricevette la sommissione di Verona e di Vicenza. Il 4 di giugno Leonardo Trissino, emigrato vicentino, si presentò a Padova con soli trecento fanti tedeschi ed un araldo d'armi dell'imperatore. Le porte della città gli furono subito aperte.
Treviso aveva ancor essa mandati deputati per sottomettersi a Massimiliano, ma quando il popolo di quella città vide lo stesso Trissino alle sue porte, senza forze, senza armi e senza veruna decorazione, che potesse servire di guarenzia della protezione imperiale, non dissimulò il suo rincrescimento di cambiare il dominio di un senato italiano contro quello dei Tedeschi. Un calzolajo, chiamato Marco Caligaro[492], riprodusse agli occhi del popolaccio lo stendardo della repubblica e riunì i suoi concittadini, gridando viva san Marco! I nobili, che per salvare i loro beni si erano affrettati di arrendersi, videro i loro palazzi abbandonati al saccheggio. Leonardo Trissino e la sua piccola scorta tedesca furono scacciati; si chiamarono dal campo di Mestre settecento fanti italiani, che vennero introdotti in città; e questo primo felice avvenimento, dopo tanti disastri, rincorò i Veneziani siccome presagio di migliore avvenire. La prima città degli stati di terra ferma che si attaccava alla sorte della repubblica quando il senato risguardava il continente come affatto perduto, fu di nuovo accolta con trasporti di riconoscenza. La signoria accordò agli abitanti di Treviso l'esenzione delle imposte per quindici anni. I ruoli de' contribuenti furono bruciati sulla pubblica piazza, ed il campo veneziano che fino allora non aveva fatto che rinculare, si avanzò nuovamente per prendere una forte posizione tra Marghera e Mestre[493].
FINE DEL TOMO XIII.
TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO XIII.
Capitolo XCIX. Negoziazioni di Lodovico XII in Italia. — Continuazione della guerra di Pisa; questa città abbandonata dai Veneziani continua a difendersi. — I Francesi conquistano il ducato di Milano. — Lodovico Sforza vi rientra dopo cinque mesi, ma per tradimento degli Svizzeri è fatto prigioniere a Novara. 1498-1500 pag. 3
1498 7 aprile. Morte di Carlo VIII nello stesso giorno destinato alla prova del fuoco del Savonarola 3
Successione di Lodovico d'Orleans sotto il nome di Lodovico XII 4
Pretese di Lodovico XII sul ducato di Milano 6
Cerca e facilmente trova in Italia alleati per farle valere 7
I Veneziani irritati contro Lodovico il Moro per la guerra di Pisa 8
Il papa vuole ingrandire suo figlio, Cesare Borgia, coll'ajuto della Francia 9
Lodovico XII consuma il primo anno in apparecchi e negoziazioni 10
Ottiene la sanzione del papa pel suo divorzio, e ricompensa Cesare Borgia col ducato del Valentinese 11
Maggio. Varj vantaggi ottenuti dai Pisani sui Fiorentini 11
1498 6 giugno. I Fiorentini affidano il comando della loro armata a Paolo Vitelli di Città di Castello 14
Il duca di Milano chiude il passaggio ai soccorsi mandati dai Veneziani a Pisa 15
I Veneziani tentano di penetrare in Toscana dalla banda della Romagna 15
I Medici si uniscono all'armata veneziana comandata da Carlo Orsini e da Bartolommeo d'Alviano 17
Ottobre. Bartolommeo d'Alviano si apre la strada nel Casentino, ed occupa Bibbiena 18
Viene trattenuto sotto Poppi da Antonio Giacomini 20
Paolo Vitelli mandato nel Casentino per fargli testa 21
L'armata veneziana è assediata in Bibbiena 22
1499 Niccolò, conte di Pitigliano, conduce fino ad Elci un'altr'armata veneta 23
Le due repubbliche affrettano invano i loro generali a venire a battaglia 24
Lodovico XII ed il duca di Milano cercano ambidue di riconciliarli 25
Chiamano arbitro il duca Ercole di Ferrara 27
6 aprile. Sentenza del duca tra i Veneziani ed i Fiorentini sul conto di Pisa 27
I Veneziani ritirano le loro truppe senza accettare l'arbitramento; ed i Pisani ricusano di assoggettarvisi 29
I Fiorentini mandano di nuovo sotto Pisa Paolo Vitelli 31
1499 25 giugno. Il Vitelli attacca e prende Cascina 31
1.º agosto. Si accampa sotto le mura di Pisa alla sinistra dell'Arno 31
Apre larghe brecce nelle mura che i Pisani valorosamente difendono 32
10 agosto. Prende d'assalto la torre di Stampace, ma non approfitta del suo vantaggio quando poteva prendere la città 34
I Fiorentini sospettano il Vitelli di protrarre la guerra per i suoi fini 36
23 agosto. Un assalto ordinato viene differito a cagione delle malattie dell'armata fiorentina 37
15 settembre. Il Vitelli abbandona l'assedio di Pisa e si ritira a Cascina 37
Cade in sospetto di tradimento e d'intelligenza coi Medici 38
Fine di settembre. È arrestato a Cascina e condotto a Firenze 40
1.º ottobre. È condannato alla morte e viene decapitato 41
Risentimento de' suoi fratelli e del re di Francia per la morte di Paolo Vitelli 42
15 aprile. Trattato di Blois tra Lodovico XII e la repubblica Veneta per dividere il Milanese 42
Lodovico il Moro cerca di assicurarsi i soccorsi di Massimiliano re de' Romani 44
Massimiliano, entrato in guerra cogli Svizzeri, abbandona il Moro 45
Negoziazioni del Moro con Bajazette II perchè faccia una diversione attaccando i Veneziani 46
1499 Ottobre. Scander Bassà di Bosnia saccheggia il Friuli 47
I re di Spagna abbandonano Lodovico il Moro 47
Negoziazione di Lodovico il Moro col papa che non ha verun effetto 48
Lodovico il Moro non può ottenere soccorso da Federico di Napoli e dal duca di Ferrara 49
Dà il comando delle sue armate ai Fratelli Sanseverino 49
Agosto. L'armata francese passa le Alpi 51
13 agosto. Attacca Arezzo poscia Annone 52
Tutto il paese d'oltre Po si assoggetta ai Francesi 52
Il popolo di Milano fermenta. Lodovico il Moro aduna i principali cittadini per giustificare la sua condotta 53
Agosto. I Veneziani attaccano il Milanese nello stesso tempo che i Francesi, ed occupano Caravaggio 55
20 agosto. Galeazzo di San Severino abbandona la sua armata che si disperde 55
Lo Sforza fa partire i suoi figli ed i suoi tesori per la Germania 57
2 settembre. Parte egli stesso da Milano lasciando guarnigione nel Castello 58
I Francesi sono ricevuti a Milano ed in tutte le città del Milanese 59
Lodovico XII fa il suo ingresso in Milano, e viene ricevuto con grande entusiasmo 60
1499 Trattato di Lodovico XII col marchese di Mantova, col duca di Ferrara, col signore di Bologna 61
Trattato di alleanza e di protezione coi Fiorentini 62
Lodovico XII sceglie Gian Giacomo Trivulzio per suo luogotenente nel ducato di Milano 63
I Milanesi sono scontenti di lui e della Francia 64
Lodovico il Moro chiede soccorsi a Massimiliano re de' Romani 65
Leva a proprie spese un'armata per rientrare ne' suoi stati 65
1500 Febbrajo. Lodovico il Moro è ricevuto a Como con trasporti di giubilo 66
5 febbrajo. I Francesi evacuano Milano e vi rientra il Moro 67
Gli si sottomettono Parma e Pavia 68
Aduna un'armata colla quale prende Vigevano ed assedia Novara 70
I soli Svizzeri formano l'infanteria della sua armata e di quella de' Francesi 71
Un corpo di Svizzeri abbandona l'armata francese e passa a quella dello Sforza 72
Aprile. La Tremouille conduce l'armata francese tra Novara e Milano 73
Gli Svizzeri di Lodovico il Moro si sollevano sotto pretesto di chiedere il loro soldo 74
10 aprile. Gli Svizzeri schierati in battaglia ricusano di combattere, e rimangono in Novara 75
1500 Danno in mano ai Francesi il Moro, che si era nascosto nelle loro file 76
Occupano Bellinzona 76
Il cardinale Ascanio Sforza arrestato dai Veneziani 77
Viene consegnato a Lodovico XII, che condanna a perpetua prigionia il duca di Milano, e tutti i discendenti del grande Sforza che tiene in suo potere 78
Capitolo C. Conquista della Romagna ed invasione della Toscana fatta da Cesare Borgia. — Alleanza di Lodovico XII con Ferdinando il Cattolico contro don Federico di Arragona. Si dividono il regno di Napoli. 1499-1501 82
1499 Profonda immoralità di Papa Alessandro VI 82
Depravazione dei popoli subordinati alla sede di Roma 83
Anarchia cagionata nel patrimonio di san Pietro e nella campagna di Roma dalla discordia degli Orsini e dei Colonna 84
Tutti i signori delle rocche erano condottieri 84
Desolazione del territorio da loro dipendente 85
La mina di una terra murata forzava ad abbandonare la coltura del suo distretto 85
Alessandro VI perseguita a vicenda ora i Colonna ora gli Orsini 87
Ancona, Assisi, Spoleto ed alcune altre città conservavano un'amministrazione repubblicana 88
1499 Vicarj pontificj; i Varani a Camerino, Fogliani a Fermo, Rovere a Sinigaglia e Montefeltro ad Urbino 89
In Toscana; i Baglioni a Perugia, ed i Vitelli a Città di Castello 89
In Romagna; gli Sforza a Pesaro, i Malatesta a Rimini, i Riario a Forlì ed Imola, i Manfredi a Faenza 90
Ravenna e Cervia ai Veneziani; i Bentivoglio signoreggiano Bologna, i duchi d'Este Ferrara 91
Oppressivo governo di tutti questi piccoli principi 93
Frequenti esempi di atroci delitti dati dalle famiglie sovrane 94
Carattere comunicato al popolo da un tale governo 95
Cesare Borgia progetta di occupare tutti gli stati de' vicarj pontificj 96
Lodovico XII gli accorda Ivone d'Allegre per servirlo in tale intrapresa 97
9 dicembre. Presa d'Imola 97
Presa di Forlì. Cattarina Sforza rimane prigioniera 98
1500 Si rende più intima l'alleanza tra Cesare Borgia e Lodovico XII 99
I Veneziani, il duca di Ferrara ed i Fiorentini abbandonano i principi della Romagna 100
I Malatesta e Sforza fuggono. Astorre III Manfredi resiste in Faenza 101
1501 22 aprile. Faenza si arrende per capitolazione 103
Cesare Borgia viola la capitolazione e fa perire Astorre Manfredi 104
1501 Il papa accorda l'investitura del ducato di Romagna a suo figlio Cesare Borgia 105
Crudele governo in Romagna di Ramiro d'Orco, luogotenente dei Borgia 105
1502 23 dicembre. Supplicio di Ramiro d'Orco 106
Cesare Borgia rivolge gli ambiziosi suoi pensieri verso la Toscana; stato di quella provincia 107
1500 19 luglio. Pandolfo Petrucci fa uccidere suo suocero per innalzarsi alla tirannide 108
Apparente moderazione di Petrucci giunto al supremo potere 109
Spossamento delle due repubbliche di Firenze e di Pisa 110
Trattato di sussidj di Firenze colla Francia, che promette di ajutarla a ricuperare Pisa 111
I Fiorentini domandano che Ugo di Belmonte comandi l'armata ausiliaria francese 112
I Francesi al soldo de' Fiorentini fanno la guerra per conto loro in Lombardia 113
29 giugno. L'armata francese giugne sotto Pisa, ed apre la trincea 114
Si abbandona all'antica sua parzialità pei Pisani 115
I Pisani invocano la generosità de' cavalieri francesi 116
Indisciplina nel campo de' Francesi che più non vogliono combattere 118
18 di luglio. Ugo di Belmonte leva l'assedio di Pisa e si ritira in Lombardia 119
Debolezza de' Fiorentini dopo la ritirata dell'armata francese 119
1501 25 febbrajo. Sollevazione e guerra civile a Pistoja 121
Deplorabile stato in cui si trova la repubblica fiorentina 121
Cesare Borgia cerca di farle carico a cagione di un condottiere dalla medesima rimandato 123
Il Borgia sforza Giovanni Bentivoglio ad essergli tributario 123
Cesare Borgia si concerta con Giuliano de' Medici per attaccare Firenze 125
Maggio. Entra in Toscana, e vuole dettar leggi alla repubblica fiorentina 126
Guasta le campagne, sempre protestando di volersi conservare amico della repubblica 128
Fomenta una congiura in favore de' Medici 129
Tratta coi Fiorentini e da loro ottiene un sussidio 129
4 giugno. Entra colla sua armata nel territorio di Piombino 130
28 giugno. Lascia che i suoi luogotenenti continuino l'assedio di Piombino 131
5 settembre. Piombino si arrende ai suoi luogotenenti, mentre ch'egli segue la spedizione di Napoli 131
Ambizione di Lodovico XII, e suoi progetti sopra Napoli 132
Lodovico teme di essere attraversato dal re di Spagna 133
1501 Rifiuta le offerte di Federico, ed accetta quelle di Ferdinando 134
Progetto di divisione della monarchia di Napoli tra Lodovico XII e Ferdinando 135
1500 11 di novembre. Trattato di Granata che regola questa divisione 135
Ferdinando aduna un'armata in Sicilia sotto pretesto di muovere guerra ai Turchi 136
1501 Giugno. Lodovico XII fa innoltrare la sua armata sotto gli ordini di d'Aubignì 137
Apparecchi di difesa di don Federico, e sua fiducia in Gonsalvo di Cordova 138
6 giugno. Gli ambasciatori di Francia e di Spagna annunciano al papa il trattato di divisione 139
26 giugno. Alessandro VI pronuncia una sentenza contro don Federico per privarlo del regno di Napoli 139
Gonsalvo di Cordova, durante il suo cammino, continua ad ingannare Federico 140
Cattivo stato di Federico ridotto a chiudere ne' forti le sue truppe 141
24 luglio. Presa e sacco di Capoa fatto dall'armata di d'Aubignì 142
Crudeltà de' Francesi e di Cesare Borgia a Capoa 143
19 agosto. I Francesi entrano in Napoli e Gaeta senza trovare opposizione 144
25 agosto. Don Ferdinando consegna le fortezze di Napoli al d'Aubignì, e si ritira ad Ischia 145
1501 Passa in Francia e riceve dal re il ducato d'Angiò 146
Gonsalvo di Cordova s'impadronisce lentamente della Puglia e della Calabria 147
Assedio e lunga resistenza di Taranto, dov'erasi ritirato don Ferdinando, duca di Calabria, primogenito di Federico 148
Il duca di Calabria, ingannato da falsi giuramenti, viene mandato prigioniere in Ispagna 149
1504 9 settembre. Morte di don Federico in Angiò ed estinzione della casa arragonese di Napoli 150
Capitolo CI. Guerra nel regno di Napoli tra Lodovico XII e Ferdinando il cattolico; rivoluzione d'Arezzo; conquiste di Cesare Borgia; carnificina di Sinigaglia; battaglia di Cerignole; i Francesi scacciati dal regno di Napoli. 1501-1503 152
1501 Pregiudizj degli oltramontani sul conto della finezza e della furberia italiana 152
Mala fede di Massimiliano 153
Degli Svizzeri, de' Francesi, dei Borgia Spagnuoli, di Ferdinando, e di Gonsalvo di Cordova 154
Perfidia del trattato di Granata, e guerra che ne risulta 156
La Capitanata e la Basilicata rivendicate dalle due potenze condividenti 157
Cominciamento delle ostilità ad Atripalda 157
Sono sospese, e la controversia viene rimessa ai due re 158
1502 19 giugno. Il duca di Nemours intima la guerra a Gonsalvo di Cordova, che si ritira a Barletta 159
Rinnovazione dei partiti d'Angiò e d'Arragona 159
I Francesi pendono dubbiosi tra l'assedio di Bari e di Barletta 160
Il duca di Nemours si ristringe a bloccare Barletta 162
Il d'Aubignì con un terzo dell'armata scaccia gli Spagnuoli dalla Calabria 162
Il Nemours attacca le città vicine a Barletta 163
Duello in campo chiuso tra undici Francesi ed undici Spagnuoli 163
Duello in campo chiuso di Bajardo e di Sotomayor 165
Miseria di Gonsalvo e della sua armata in Barletta 166
I Francesi offrono battaglia a Gonsalvo, che non l'accetta; ma mentre si ritirano, la loro retroguardia viene da lui disfatta 168
Disprezzo manifestato da un prigioniere francese per gli uomini d'armi italiani 169
Duello in campo chiuso, presso Barletta, fra tredici Francesi ed altrettanti Italiani 170
1503 13 febbrajo. Vittoria dei 13 Italiani 170
1501 Negoziazioni di Lodovico XII con Massimiliano per l'investitura del ducato di Milano 173
30 ottobre. Conferenza di Trento tra il card. d'Amboise e Massimiliano 174
1501 Non possono sottoscrivere un trattato di pace, ma la tregua viene prolungata 175
1502 21 febbrajo. Due ambasciatori, spediti da Massimiliano agli stati d'Italia, giungono a Firenze 175
16 aprile. Nuovo trattato di protezione de' Fiorentini con Lodovico XII 176
1501 4 settembre. Matrimonio di Lucrezia Borgia con Alfonso, figlio primogenito del duca di Ferrara 177
Sorte dei tre precedenti sposi di Lucrezia Borgia; uccisione dell'ultimo, ordinata da Cesare Borgia 178
1502 13 giugno. Cesare Borgia parte da Roma, minacciando la Toscana e le Marche 180
Occupa per tradimento il ducato di Urbino 181
La repubblica di S. Marino si pone sotto la sua protezione 182
4 giugno. Vitellozzo Vitelli fa ribellare Arezzo contro i Fiorentini 183
18 giugno. La rocca d'Arezzo si arrende ai Vitelli, Orsini e Medici 184
Il re di Francia vieta a Cesare Borgia di attaccare Firenze 184
Cesare Borgia prende Camerino, e fa strozzare il principe e due suoi figliuoli 185
Conquiste di Vitellozzo in Val di Chiana e nel Casentino prima che gli giungano i soccorsi di Francia 185
1 agosto. Vitellozzo, vedendosi abbandonato da Cesare Borgia, rende le sue conquiste al generale francese mandato da Lodovico XII ai Fiorentini 187
1502 Querele di tutti i nemici del Borgia presso Lodovico XII, venuto ad Asti per regolare le cose d'Italia 188
Il cardinale d'Amboise favorisce i Borgia 189
3 agosto. Cesare Borgia parte da Roma per recarsi a Milano presso Lodovico XII, che lo accoglie favorevolmente 190
Agosto. Lodovico XII sovviene trecento lance a Cesare Borgia per proseguire le conquiste a danno degli amici della Francia 190
Terrore de' Fiorentini, vedendo Cesare Borgia apertamente secondato dal re 191
Inquietudine che loro cagiona l'instabilità del proprio governo a cagione del troppo frequente rinnovamento della magistratura 193
16 agosto. Legge che dà un gonfaloniere a vita alla repubblica 194
22 settembre. Piero Soderini nominato gonfaloniere a vita 195
Tutti i vicarj pontificj, che avevano servito nelle armate di Cesare Borgia, si credono da lui minacciati 197
Dieta alla Magione, e confederazione degli Orsini, Vitelli, Baglioni, Petrucci e Bentivoglio per muovere guerra a Cesare Borgia 198
Perfidia d'Oliverotto da Fermo, uno de' confederati della Magione 199
I confederati non possono persuadere i Fiorentini ad entrare nella loro lega 200
1502 I Veneziani affrettano Lodovico XII ad abbandonare il Borgia, e questo re loro risponde colle minacce 200
Ottobre. Il duca d'Urbino ristabilito ne' suoi stati dai confederati 201
Cesare Borgia richiama ad Imola i suoi capitani che sono battuti 202
Pericolo cui trovasi esposto in Imola Cesare Borgia. Tratta per guadagnare tempo 203
Apparente lealtà di Cesare Borgia, sue negoziazioni col Macchiavelli, segretario della Repubblica fiorentina 204
Cospirazioni negli stati del Borgia, che intanto va sordamente ragunando un'armata 206
Conferenze del Borgia con Paolo Orsini 207
28 ottobre. Trattato di pace coll'Orsini, Vitelli ed Oliverotto 208
2 dicembre. Altro trattato di pace del Borgia col Bentivoglio 210
8 dicembre. Il duca d'Urbino si ritira dai suoi stati, che di nuovo si assoggettono al Borgia 210
19 dicembre. Il Borgia attraversa la Romagna colla sua armata 211
22 dicembre. Licenzia le truppe francesi che aveva seco condotte 213
Cesare Borgia, volendo attaccare Sinigaglia, il comandante dichiara di non voler consegnare che a lui solo la rocca 213
31 dicembre. Il Borgia entra in Sinigaglia dove i confederati della Magione lo stavano aspettando 214
1502 Fa arrestare e strozzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto di Fermo, Paolo Orsini ed il duca di Gravina 214
1503 4 gennajo. Accoglie la sommissione di Città di Castello 217
5 gennajo. Riceve la sommissione di Perugia evacuata da G. P. Baglioni 218
Vuole egualmente scacciare Pandolfo Petrucci da Siena 219
28 gennajo. Pandolfo Petrucci consente di evacuare Siena, ma senza che si faccia mutazione di governo 220
1.º febbraio. Il papa fa arrestare il cardinale e tutti i prelati della casa Orsini 221
22 febbrajo. Fa perire di veleno il cardinale Orsini 222
Il re di Francia ed i Veneziani si fanno a proteggere Gian Girolamo Orsini ed il conte di Pitigliano 223
29 marzo. Il re di Francia ristabilisce a Siena Pandolfo Petrucci 224
Continuazione della guerra tra Firenze e Pisa, che impedisce la proposta lega dei comuni di Toscana 225
16 e 18 giugno. I Fiorentini occupano Vico Pisano e Verrucola 226
Il Valentino cessa di deferire agli ordini della Francia dopo le sconfitte avute da questa nel regno di Napoli 228
Gonsalvo di Cordova rifattosi a Barletta per effetto dell'avarizia de' generali francesi 228
1505 Conquiste del duca di Nemours nella terra di Bari ed in quella d'Otranto 230
Ribellione di Castellaneta, sorpresa e prigionia di La Palisse a Robio 231
Arrivo e primi successi di Ugo di Cardona in Calabria 232
Ugo di Cardona battuto a Terranuova dal d'Aubignì 233
Arrivo in Calabria di una nuova armata spagnuola sotto gli ordini di Porto Carrero 234
11 aprile. Trattato di Locarno tra Lodovico XII ed i cantoni Svizzeri, col quale loro cede Bellinzona in piena sovranità 235
5 aprile. Trattato di Lione negoziato dall'arciduca Filippo d'Austria per assicurare il regno di Napoli a suo figlio Carlo 236
Ferdinando e Gonsalvo ricusano di ratificarlo 238
21 aprile. Seconda battaglia di Seminara; il d'Aubignì totalmente disfatto da Ferdinando d'Andrades 239
Gonsalvo di Cordova riceve un rinforzo di due mila tedeschi, e risolve di entrare in campagna 240
Andrea Matteo Acquaviva fatto prigioniero da Pietro Navarro 241
28 aprile. Gonsalvo di Cordova si reca da Barletta alla Cerignole 242
Il duca di Nemours giugne ancor egli alla Cerignole 243
28 aprile. Il Nemours contro il proprio parere attacca gli Spagnuoli a Cerignole mezz'ora prima di sera 243
1503 Il Nemours è ucciso, sconfitta dell'armata francese 245
Ivone d'Allegre inseguito da don Pietro de Paz fin dietro il Garigliano 246
Gli Abruzzi, la Puglia e la Calabria si assoggettano agli Spagnuoli, ed il d'Aubignì loro si dà prigioniere ad Angitula 248
14 maggio. Gonsalvo di Cordova entra in Napoli 249
11 giugno. Castel Nuovo preso da don Pietro di Navarra dopo lo scoppio di una mina 249
2 luglio. Castel dell'Uovo preso nella stessa maniera, ed i Francesi scacciati da tutto il regno di Napoli 250
Capitolo CII. Guerra dei Veneziani coi Turchi. — Morte di Alessandro VI. — Elezione di Pio III e di Giulio II. — Disastri del Valentino, sconfitta dei Francesi al Garigliano. — Tregua tra la Francia e la Spagna. 1499-1504 252
La repubblica di Venezia non aveva preso parte nelle guerre di Lombardia e di Napoli 252
1499-1505 Trovavasi in allora in guerra coi Turchi 253
Pacifico regno di Bajazette II, che per altro non dissipa il terrore impresso all'Europa dalle armi dei Turchi 254
1449 Motivi della guerra, incursioni de' Turchi ai confini 255
Trama dei Turchi per sorprendere Corfù 257
1499 Niccolò Pesaro cola a fondo una galera turca 258
Bajazette sottoscrive un trattato in latino con intenzione di violarlo 258
Attacca improvvisamente Zara, e così comincia la guerra 259
Il comando della flotta veneziana dato ad Antonio Grimani; inaudita prosperità di quest'uomo 259
Agosto. La flotta del Grimani incontra quella dei Turchi presso Modone 261
12 agosto. Battaglia di due galere veneziane con un vascello turco; tutti e tre periscono incendiati 262
Il Grimani schiva la battaglia, e disgusta colla sua timidità i Francesi che si erano a lui uniti 264
Il Grimani arrestato e tradotto in giudizio a Venezia 265
Viene relegato nelle Isole del Quarnero 266
29 settembre. I Turchi passano l'Isonzo e guastano il Friuli 267
1500 Gennajo. Proposizioni di pace dei Veneziani rigettate dai Turchi 268
I Turchi assediano Modone 269
9 agosto. Girolamo Contarini tenta di soccorrere Modone 269
Modone viene preso e bruciato dai Turchi 270
Pilos e Corone si arrendono ai Turchi; Napoli di Malvasia fa resistenza 271
Prosperi successi di Benedetto Pesaro nuovo ammiraglio Veneziano 273
1.º novembre. Presa di Cefalonia fatta da Pesaro e da Gonsalvo di Cordova 273
1501 Vantaggi ottenuti dal Pesaro alla Prevesa e ad Alessio 274
Soccorsi mandati ai Veneziani dal Papa, dai Francesi e dai Portoghesi 275
Diversione fatta da Uladislao re d'Ungheria e di Boemia 276
1502 Bajazette II attaccato da Ismaele Sofì, re di Persia 277
Proposizioni di pace fatte ai Veneziani 278
1503 Trattato di pace tra la Porta e Venezia sottoscritto da Andrea Gritti 279
Il trattato di pace permette ai Veneziani di riprendere una parte attiva negli affari d'Italia 279
Lodovico XII si apparecchia ad attaccare Ferdinando il Cattolico in Ispagna ed in Italia 280
Potente armata condotta in Italia da La Tremouille 281
Negoziazioni di La Tremouille con Alessandro VI e con Cesare Borgia 282
18 agosto. Subita morte di Alessandro VI e malattia di Cesare 283
Vantaggi pecuniarj che trovava il papa in occasione della morte dei cardinali 284
Comune opinione intorno alla morte di Alessandro VI, cagionata dal veleno ch'egli aveva apparecchiato per il cardinale di Corneto 285
Dubbj insorti intorno a tale diceria, e mezzo di conciliare le due narrazioni 286
Le disposizioni di Alessandro VI in materia ecclesiastica sono sempre in vigore 287
1503 La censura de' libri fu da lui istituita 288
La malattia di Cesare Borgia, nel momento in cui morì suo padre, guastò tutti i suoi divisamenti 288
Si mantiene in Vaticano e tratta coi Colonna 290
I nemici del Borgia rientrano armati in Roma 290
Rivoluzioni contro il Borgia negli stati della Chiesa 291
La Romagna soddisfatta del suo governo si conserva fedele 292
Il marchese di Mantova succede a La Tremouille nel comando dell'armata francese 293
Quest'armata è ritenuta vicino a Roma per favoreggiare le pretensioni del cardinale d'Amboise al papato 294
1.º settembre. Nuovo trattato tra il Borgia e la Francia 294
I cardinali vogliono essere indipendenti da Borgia e dai Francesi 295
22 settembre. Elezione di Francesco Piccolomini, che prende il nome di Pio III 297
Dopo l'elezione del papa i soldati di ogni partito rientrano in Roma 297
Gli Orsini, lasciando il servigio della Francia, passano a quello della Spagna 298
Riconciliazione degli Orsini coi Colonna 299
Mettono in fuga l'armata del Borgia, e costringono lui medesimo a salvarsi in Castel sant'Angelo 299
18 ottobre. Morte di Pio III 300
1503 I suffragj si riuniscono in favore di Giuliano della Rovere. Amboise gli dà quelli del partito francese 301
Ascanio Sforza gli dà quelli degl'Italiani, e Cesare Borgia quelli degli Spagnuoli 302
31 ottobre. Egli viene eletto sotto nome di Giulio II 303
Insurrezione delle città di Romagna contro il Valentino 303
Le rocche di quelle città si mantengono fedeli al Borgia 304
I Veneziani portano la loro ambizione sulla Romagna 305
Essi attaccano Cesena e Faenza, e si fanno cedere Forlimpopoli e Rimini 305
Giulio II tenta colle rimostranze di stornare i Veneziani dalla loro intrapresa sulla Romagna 307
I Veneziani offrono per le città di Romagna lo stesso censo che avevano pagato i precedenti vicarj alla camera apostolica 308
19 novembre. Faenza loro si arrende per capitolazione. Quadro del regno di Manfredi 309
3 novembre. Cesare Borgia viene dal papa alloggiato in Vaticano 311
Vasti progetti di Cesare Borgia sproporzionati alla sua fortuna 311
Dopo aver date tante prove di mala fede, non insospettisce della fede degli altri 312
Giulio II vede con piacere il Borgia abbandonato dagli antichi suoi amici 313
1503 19 novembre. Il Borgia parte alla volta di Ostia con intenzione d'imbarcarsi per la Spezia 313
22 novembre. Giulio II gli fa domandare le rocche della Romagna, e perchè le rifiuta lo fa arrestare 314
L'armata del Valentino viene attaccata e dispersa dai Perugini e dai Fiorentini 315
2 dicembre. Il Valentino, ricondotto al Vaticano, sottoscrive un ordine per consegnare al papa le sue fortezze 316
La guerra tra la Francia e la Spagna, fuori d'Italia, viene illustrata da pochi avvenimenti 317
Dopo l'elezione di Giulio II, l'armata francese, sotto gli ordini del marchese di Mantova, si avanza verso Napoli 318
Indisciplina dell'armata, e fatali conseguenze della sua lunga dimora presso Roma 319
I Francesi, avanzandosi dalla banda di Ponte Corvo, non possono forzare il passaggio di S. Germano 320
Prendono la via di Fondi, e si trattengono al passaggio del Garigliano 320
5 novembre. Gettano un ponte sul Garigliano in onta a Gonsalvo di Cordova 321
6 novembre. Gli Spagnuoli attaccano il ponte de' Francesi, e gli forzano a coprirsi con una testa di ponte 322
Patimenti delle due armate in tempo delle continue piogge 323
1503 Motivi ch'ebbe il marchese di Mantova di aspettare senza fare verun movimento il fine delle piogge 324
I Francesi incolpano il loro generale di tutti i mali che soffrono 325
1.º dicembre. Il marchese di Mantova lascia il comando dell'armata e si ritira ne' suoi stati 326
Scemano le forze dei Francesi mentre ingrossano quelle di Gonsalvo 326
27 dicembre. Gonsalvo fa passare il Garigliano alla sua armata, ed attacca il campo francese 327
Il marchese di Saluzzo taglia il ponte del Garigliano ed abbandona i suoi quartieri per ritirarsi a Gaeta 328
I Francesi si ritirano in buon ordine fino a Molo di Gaeta 329
Si danno poi alla fuga e vengono rotti del tutto 329
Piero de' Medici si annega nel Garigliano 330
1504 1.º gennajo. I Francesi chiusi in Gaeta capitolano e consegnano quella città al Gonsalvo 331
Prodigiosa mortalità tra coloro che si erano salvati dalla sconfitta del Garigliano 332
Il Gonsalvo, trattenuto dalla mancanza del danaro, si accontenta di forzare Lodovico d'Ars ad uscire dal regno 333
Giulio II schiva di compromettersi cogli Spagnuoli 334
Affida Cesare Borgia al cardinale Carvajale con ordine di lasciarlo libero, fatta la consegna delle fortezze della Romagna 335
1504 19 aprile. Cesare Borgia, posto in libertà, passa a Napoli, dov'è ben accolto 336
26 maggio. Gonsalvo lo fa arrestare, lo manda prigioniero in spagna nella fortezza di Medina del Campo 337
11 febbrajo, 31 marzo. Tregua di tre anni tra la Spagna e la Francia 337
Capitolo CIII. Riposo e servitù dell'Italia; piccole guerre in Romagna ed in Toscana. Giulio II sottomette alla Chiesa Perugia e Bologna. 1504-1506 339
1504 La pace, sebbene umiliante, accolta con gioja in Italia 339
Rinascono lentamente gli abusi che fanno nuovamente desiderare la guerra 340
Malcontento che eccitano in Milano ed in Napoli il giogo francese e spagnuolo 341
Gelosia degli altri stati d'Italia contro la repubblica di Venezia, che non avea partecipato alle comuni calamità 342
Progressi di Giulio II nel suo disegno di sottomettere la Romagna 343
10 di maggio. Obbliga l'ultimo dei Montefeltro ad adottare Guidubaldo della Rovere, cui assicura il ducato d'Urbino 344
Sommissione di Forlì al papa. Si spegne la famiglia degli Ordelaffi di Forlì: prospetto cronologico del loro regno 345
Il papa minaccia i Veneziani per forzarli a rendergli Faenza e Rimini 349
1504 Si continua la guerra tra Firenze e Pisa, non avvi guerra fuori d'Italia 350
I Fiorentini cercano d'assicurarsi la neutralità di Gonsalvo di Cordova 351
25 maggio. Essi saccheggiano la pianura di Pisa, e prendono Librafratta 352
Agosto. Ricominciano i loro guasti col distruggere il grano turco 352
Vogliono divertire l'Arno di Pisa, ma non possono riuscirvi 353
I Pisani vogliono darsi ai Genovesi ed a Lodovico XII, che non gli accettano 354
Negoziazioni per la pace tra Lodovico XII e Ferdinando 355
Esse vengono interrotte d'altre negoziazioni con Massimiliano 357
22 settembre. Tre trattati, sottoscritti a Blois, tra Lodovico XII, Massimiliano e Filippo 357
9 settembre. Morte di Federico d'Arragona, re destituito di Napoli 358
26 novembre. Morte d'Elisabetta di Castiglia 358
1505 25 gennajo. Morte d'Ercole d'Este, duca di Ferrara; successione d'Alfonso I 359
Riavvicinamento di Ferdinando il Cattolico e di Luigi XII 360
4 aprile. Ratifica de' trattati di Blois a Haguenau 361
12 ottobre. Trattato di Blois tra Lodovico XII e Ferdinando 362
25 marzo. Continuazione della guerra di Pisa; sconfitta di Lucca Savelli al ponte Capellese 363
1505 8 aprile. I Fiorentini nel momento di bisogno abbandonati da Giovan Paolo Baglioni 365
Congiura de' piccoli tiranni vicini di Firenze, per ristabilire i Medici in questa città 366
Progetti di Gonsalvo di Cordova d'approfittare d'una malattia di Lodovico XII per iscacciare i Francesi dalla Lombardia 366
Le truppe, riunite per quest'oggetto da Gonsalvo, e condotte da Bartolomeo d'Alviano, attaccano il partito ghibellino negli stati della Chiesa 367
Dopo la guarigione di Lodovico XII, Bartolomeo d'Alviano le conduce in Toscana 368
L'Alviano perde i suoi vantaggi per l'irrisoluzione o la dissimulazione de' suoi alleati 369
17 agosto. Egli viene attaccato alla torre di san Vincenzo dall'armata fiorentina 371
Egli è completamente battuto 372
I Fiorentini esitano fra l'attacco di Siena e quello di Pisa 373
La loro armata vittoriosa si determina d'attaccar Pisa 373
8 settembre. Le milizie fiorentine non osano dar l'assalto a breccia aperta 374
13 settembre. Esse rifiutano di nuovo di montare all'assalto, quantunque la breccia sia molto più allargata 375
14 settembre. Alcune truppe spagnuole entrano in Pisa, ed i Fiorentini levano l'assedio 376
1505 Il cardinal Ippolito d'Este fa cavar gli occhi a suo fratello naturale don Giulio 377
Congiura di don Giulio e don Ferdinando d'Este contro i loro fratelli, il duca Alfonso ed il cardinal Ippolito 378
1506 Luglio. La congiura è scoperta, i due principi rinchiusi per sempre, ed i loro complici condannati a morte 379
Questi avvenimenti, dissimulati dagli storici e dai poeti cortigiani 380
Tutta l'attenzione dell'Italia era diretta sopra i principi forestieri che se la dividevano 381
27 giugno. Trattato di Filippo, re di Castiglia, arrivato nella Spagna, con Ferdinando, che gli rimette l'amministrazione del suo regno 383
4 settembre. Ferdinando s'imbarca a Barcellona per passare a Napoli, dov'egli paventava forte il nome di Gonsalvo di Cordova 383
Massimiliano annunzia agli stati d'Italia il suo viaggio a Roma, per prendervi la corona imperiale 384
Lodovico XII cerca di sventare questo progetto, a cui Massimiliano rinunzia per quest'anno 385
Giulio II si prepara coll'economia all'esecuzione de' progetti ch'egli aveva annunziati 386
Egli cerca di riunire i sovrani di Francia, di Germania e della Spagna contro Venezia 387
Egli progetta un attacco contro Perugia e Bologna ed obbliga la Francia e Venezia a darvi mano 388
1506 Lodovico XII aveva preso l'impegno di proteggere Giovanni Bentivoglio, e vedeva di mal occhio la spedizione contro Bologna 389
Non pertanto egli aveva promesso al papa d'assisterlo contro Bentivoglio 390
27 agosto. Giulio II parte per la sua spedizione contro Perugia 390
8 settembre. Gio. Paolo Baglioni viene ad Orvieto per sottomettersi al papa che l'accoglie graziosamente 392
13 settembre. Il papa entra con tutta la sua corte in Perugia, e si confida a Baglioni, che non lo tradisce 393
Egli ristabilisce a Perugia un'amministrazione repubblicana 394
La sua irritazione contro Bentivoglio, e tirannia di questo 395
Bentivoglio abbandonato da tutti i suoi vicini e suoi alleati 396
M. de Chaumont è spedito da Lodovico XII contro Bentivoglio 396
10 ottobre. Giulio II pubblica una bolla di scomunica contro Bentivoglio e suoi aderenti 397
20 ottobre. Giulio II si trova ad Imola alla testa d'una considerabile armata 397
25 ottobre. M. de Chaumont fa intimare a Bentivoglio d'abbandonare il supremo potere 398
2 novembre. Bentivoglio si rifugge al campo francese per implorare la protezione di M. de Chaumont 400
I Bolognesi obbligano i Francesi ad allontanarsi, inondando il loro accampamento 401
11 novembre. Giulio II fa la sua entrata in Bologna, e ne riforma il governo. Egli fonda l'oligarchia de' Quaranta 402
I Fiorentini schivano qualunque ostilità coi Pisani, e fanno una tregua di tre anni coi Sanesi 403
Settembre. Arrivo di Ferdinando il Cattolico in Italia 404
25 settembre. Morte di Filippo I a Burgos 404
1.º novembre. Entrata di Ferdinando il Cattolico in Napoli 405
Egli ricolma d'onori Gonsalvo di Cordova, ma gli fa lasciar Napoli per la Spagna 406
Capitolo CIV. Sollevazione di Genova, ed il suo gastigo da Lodovico XII; abboccamento di questo monarca con Ferdinando il Cattolico; Massimiliano minaccia la Francia; egli attacca i Veneziani, quindi fa la pace con loro; miseria di Pisa, e la sua sommissione ai Fiorentini. 1506-1509 408
1506 Tranquillità di Genova durante l'ultimo periodo 408
Favore accordato dal governo francese alla nobiltà di Genova contro il popolo 409
Insolenza de' nobili genovesi contro il popolo 410
1504 I nobili genovesi rifiutano Pisa che si rende a loro, mentre che i cittadini volevano accettarla 411
1504 Potenza di Giovanni Luigi de' Fieschi, capo del partito de' nobili 411
1506 Gelosia e risentimento delle prime famiglie dell'ordine popolare, che si credevano eguali ai nobili per nascita 412
Il popolo domanda i due terzi degli onori pubblici, lasciandone il terzo ai nobili 414
Visconti Doria ucciso in una contesa con un uomo del popolo 414
Legge, emanata in seguito ad una sollevazione, per accordare all'ordine del popolo i due terzi degli onori pubblici 415
Nuova sommossa popolare, e fuga dei nobili in Asti 416
Filippo de Ravenstein fa la sua entrata in Genova; e vi permette la creazione de' tribuni del popolo 417
Lodovico XII approva il decreto che riserva al popolo i due terzi degli onori pubblici 418
Ma egli esige per condizione che G. L. de' Fieschi sia ristabilito nella sua patria e ne' suoi feudi 418
I tribuni non vogliono consentire alla restituzione dei feudi di G. L. de' Fieschi 418
Settembre. Essi attaccano Monaco, fortezza de' Grimaldi, che serviva d'asilo ai pirati 419
1506 25 ottobre. Ravenstein lascia Genova, che riguarda come in istato di ribellione 422
1507 Il comandante del castello di Genova attacca la città, ed abbrucia alcuni vascelli nel porto senza dichiarazione di guerra 423
Intercessione di Giulio II a favore de' Genovesi, e la sua irritazione contro la Francia 424
Massimiliano dichiara ch'egli accorderà la sua protezione ai Genovesi; ed offre la sua mediazione 425
I Genovesi nominano Paolo de Novi per Doge 426
Primi successi de' Genovesi contro i Fieschi, nella riviera di Levante 427
Aprile. Lodovico XII s'avanza verso Genova con una fortissima armata 428
Le milizie genovesi, colpite da un panico terrore, abbandonano le gole delle montagne 429
Terrore in Genova; vani sforzi di Paolo di Novi, affin di provvedere alla sua difesa 429