LIBRO SESTO (continued 2)
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Il congresso decretò in onore di Riccardo Montgommery, uomo presso gli Americani di laudatissima memoria, si procacciasse da Parigi, o da qualche altro luogo della Francia un monumento con una accomodata inscrizione tramandatrice a' posteri delle virtù e dell'eroiche doti dell'animo suo. Così il congresso coll'esempio di quella dei morti stimolava la virtù dei vivi; e generalmente si può dire, che, siccome per l'ordinario gli autori delle rivoluzioni dei popoli più volentieri e più spesso adoperano i tristi, che i buoni, sia perchè, quelli sono i primi a far maggior rombazzo, o sia perchè, lasciandosi essi solamente guidare all'interesse proprio, più pieghevoli e più arrendevoli sono, che non gli altri alle voglie di coloro che governano, così il congresso americano, la via tutta contraria seguendo, più adoperava e più onorava i buoni che i tristi. Che poi questi ultimi ai tempi della rivoluzione in America più che altrove fossero radi, e gli altri più copiosi, noi non ardiremmo di affermare. Bene ci pare, che, se non mancarono presso gli Americani di quei tempi i vizj procedenti dalla cupidigia del guadagno in sul mercatare, non abbondaron però quelli, che hanno la origine loro nel lusso, nella lussuria e nell'ambizione di soprastare. Nè era ancora appo i medesimi venuta meno l'autorità della religione, o si era la medesima corrotta; nè giunto l'annuale di lodar a scandalo i vizj, o di burlarsi della virtù. Nè a minor ammirazione alle virtù di Montgommery si levarono le menti inglesi, che le americane. Nel Parlamento stesso i più acconci oratori tanto di bene e di lode ne dissero, che gli scrittori delle antiche storie non fecero di vantaggio verso i più riputati uomini dell'antichità. In ciò andarono a gara il colonnello Baré, che con parole orrevoli e molto dogliose lamentò la sua morte; Burke e Fox, il quale giovanissimo, com'egli era, dava saggio già fin d'allora di quell'uomo, ch'egli era, e che poi fu. Lord North gli riprendeva agramente, dicendo: che non era da comportarsi, che tante lodi date fossero ad un ribelle. Concedeva egli, essere stato Montgommery prode, capace, umano, generoso; ma contuttociò stato essere un prode, capace, umano, e generoso ribelle. Citò poscia quel verso dell'Addisson nel Catone, che significa: Maledette le sue virtù, che soggiogato hanno la sua patria! Al che rispose con bellissimo porgere Fox; che poco si curava egli di purgare l'eccellente personaggio dalla nota di ribelle testè datagli; perciocchè non era essa un certo segno di disonore. I grandi stabilitori della libertà, continuava, i salvatori della patria loro, i benefattori dell'umano genere sono stati in tutte le età chiamati ribelli; e che quella costituzione stessa, per la quale avevan essi la facoltà di potere in quella Camera sedere, da una ribellione si doveva riconoscere. Aggiunse quei versi del principe dei poeti latini: Sunt hic etiam sua proemia laudi, Sunt lacrimae rerum, et mentem mortalia tangunt.
Ma ritornando ora, dove ci richiama l'ordine della storia, le disgrazie del Canadà furon compensate dai prosperi successi ottenuti sotto le mura di Charlestown nella Carolina Meridionale. Avevano i ministri determinato di fare un grande sforzo contro le colonie meridionali; perciocchè si erano dati a credere, e non senza ragione, che in quelle più che nelle settentrionali fossero frequenti gli amici all'Inghilterra, i quali non avrebbero tralasciato di mostrarsi vivi, tostochè l'esercito del Re fosse comparso gagliardo su quelle coste, o fatto si fosse padrone di qualche posto d'importanza. Speravano allora coll'aiuto dei leali, e colle proprie forze di potere il pristino ordine di cose ristabilire in queste province; e che dalle medesime sarebbero corsi da fianco a danno di quelle del miluogo e delle settentrionali, le quali assalite da un grosso esercito alle spalle dalla parte del Canadà, e da un altro egualmente forte da fronte verso la marina, non avrebbero potuto far resistenza, e sarebbe convenuto agli Americani stare a posa, ritornando all'antica obbedienza. Intendevano, che si facesse impeto primamente, siccome più debole dell'altre, nella Carolina del Nort, e quindi voltare le armi contro la Carolina Meridionale e contro la Virginia secondo l'inclinazione delle cose. Quindi è, che l'armata che doveva trasportar le soldatesche destinate a questa fazione, era partita dai porti d'Inghilterra e d'Irlanda prima dell'altre, e che il generale Clinton, il quale con un'altra buona mano di genti doveva dalla Nuova-Jork venire a congiungersi coi nuovi ajuti, era già arrivato al capo Fear dopo di aver tentato invano la Virginia. Ma dall'un canto l'impazienza dei leali della Carolina Settentrionale nell'aver voluto sorgere prima del tempo aveva guasto l'impresa e prodotto la rovina loro. Dall'altro i venti contrari e le burrasche avevano contro ogni aspettazione tanto ritardato il corso dell'armata, la quale sotto gli ordini dell'ammiraglio Peter-Parker veleggiava alla volta del capo Fear, che non potette arrivarvi, se non molto spazio dopo il convenuto e sperato tempo, ed allorquando i leali erano già stati oppressi, e quando gli abitanti dell'una e dell'altra Carolina stavano non solo avvisati, ma già avevano fatto tutti i provvedimenti alla resistenza. Certa cosa è, che, se i leali della Carolina del Nort avessero qualche tempo indugiato prima di prorompere, o che il mare fosse stato più propizio agl'Inglesi, le cose del congresso avrebbero portato verso ostro grandissimo pericolo. Arrivarono verso il finire d'aprile od il cominciar di maggio al capo Fear le navi di Peter-Parker con molte genti da sbarcare, e coi generali Cornwallis, Vaughan ed alcuni altri, dove si congiunsero col Clinton, il quale, siccome anziano, ebbe il governo di tutta l'impresa. Per la ostinata resistenza dei Virginiani, e per le disgrazie che testè afflitto avevano i Caroliniani del Nort volti a favor dell'Inghilterra, non si poteva sperar di far frutto alcuno in queste due province, e non vi rimaneva altro buon partito fuori di quello di voltarsi contro la Carolina Meridionale. Nel che si aveva anche questo vantaggio, che una volta superata e presa la città di Charlestown si avrebbe avuto agevolmente l'entrata aperta all'acquisto di tutta la provincia, impauriti i popoli dalla perdita della capitale, ed essendo piana ed esposta alle correrie di un nemico attivo e disciplinato. Nè si poteva credere, che l'impadronirsi di Charlestown fosse opera molto difficile, essendo questa città posta sulla costiera. Fatta la risoluzione, si apparecchiarono gl'Inglesi ad eseguirla. Ma i Caroliniani non erano stati oziosi nel procurar le difese, tanto per tutta la provincia, quanto particolarmente per la città. Avevano i Capi del popolo, siccome abbiam già notato, molto affortificato l'isola di Sullivan, lontana a sei miglia da quella punta di terra, che vien formata dalla congiunzion dei due fiumi Ashley e Cooper, sulla quale siede la città di Charlestown. Quest'isola è sì vicina al canale pel quale si va a Charlestown, che da essa coi tiri delle artiglierie si possono danneggiar le navi, che tentassero di passare. Il Forte Moultrie stato era armato con trentasei pezzi di grossa artiglieria e ventisei di minore. Il Forte stesso poi era costrutto con una sorta di legno del paese, che gli abitanti chiamano palmetto, ed è sì spugnoso e sollo, che l'impeto delle palle vi si rompe dentro, e se fan buca, non fan rovina. Si chiamarono con grandissima sollecitudine le milizie da tutta la provincia alla difesa della città. Nello spazio di pochi giorni il presidio sommava a seimila soldati, se non disciplinati, certo molto ardenti. Il reggimento stanziale della Carolina Meridionale fu mandato a presidiar il Forte Johnson, situato sull'isola James, distante a tre miglia da Charlestown, dal quale si poteva trarre a gittata nel canale. Il secondo e terzo reggimento occupavano l'isola di Sullivan, il secondo, di cui era colonnello Guglielmo Moultrie, il Forte, il quale poi dall'onorata difesa ch'ei vi fece, fu chiamato col suo nome. Le altre genti pigliarono i posti più opportuni; le contrade prossimane alle acque abbarrate, i fondachi sulla riviera atterrati, e nuove trincee construtte a riva. Nissuno vi era, che non avesse dato di mano o all'armi, o alla pala, o alla marra. I Neri, che si eran fatti venire dalla campagna, secondavano mirabilmente i Bianchi nell'affortificar la città. Il generale Lee, nel quale i popoli avevano grandissima fidanza, era capitano generale di tutte le genti; e se gli altri erano ardenti, nissuno dubiti ch'ei nol fosse molto più. La rabbia, che da lungo tempo aveva concetto contro il governo inglese, l'amor della gloria ed il voler riuscire all'aspettazione universale attizzavano continuamente quell'animo già di per sè stesso smisurato. Rutledge, uomo di grandissima dependenza nella provincia, si affaticava anch'esso moltissimo per animare i popoli alla difesa. Il suo esempio e le esortazioni sue facevano mirabili effetti. Ognuno stava con grand'animo e con non minore speranza ad aspettar l'assalto. Intanto arrivava la flotta britannica, e sorgeva in sull'ancore a tramontana dell'isola Sullivan. Le navi armate in guerra erano il Bristol e lo Sperimento di cinquanta cannoni, quattro fregate, l'Attiva, l'Atteone, il Solebay, e la Sirena di 28, la Sfinge di 20, l'Amicizia di 22, e due altri legni minori da otto, tra i quali una detta il Fulmine, nave da bombarde. Cosa di somma difficoltà era il valicare lo scanno per entrar nel canale di Charlestown, massimamente pei vascelli più grossi. E non fu senza gran fatica, che gl'Inglesi riuscirono a far entrare il Bristol e lo Sperimento, quantunque alleggeriti gli avessero col tor via le artiglierie e le altre cose da carico. Diedero nonostante nelle secche, e fecero vista di rompersi; ma la perizia degli uffiziali inglesi la perseveranza dei marinari gli preservarono. Si apparecchiavano gl'Inglesi a dar la batteria al Forte Moultrie, per poter, superato quello, andar sopra la città sicuramente. Quivi il generale Clinton mandò fuori un cartello o bando, il quale per mezzo di un trombetto introdusse nella città, e col quale rammemorando il sovvertimento di ogni ordine civile, che nella Carolina esisteva, e la tirannide stabilita nelle mani dei congressi, delle congregazioni e simili altri maestrati insoliti e contrari alla britannica costituzione, ammoniva, prima di procedere alle estremità, e scongiurava i Caroliniani, ritornassero all'antica obbedienza, e con pacifici modi la vendetta di una nazione irritata e potente allontanassero. Offeriva nello stesso tempo il perdono a tutti quelli, che, poste giù le armi, si sottomettessero. Questo bando riuscì del tutto inutile. I generali inglesi per impadronirsi del Forte di Moultrie avevan disegnato di operar in tal modo, che mentre le navi lo assalivano da fronte colle artiglierie, una grossa banda di soldati inglesi, i quali a questo fine si erano sbarcati nell'Isola Lunga, situata a levante di quella di Sullivan, avrebbe traversato lo stretto braccio di mare, che l'una dall'altra divide, e che si credeva facilmente guadoso, e venuta sull'ultima avrebbe assalito il Forte alle spalle per la parte di terra, dove le difese erano molto deboli. Tanta era l'opportunità di questo disegno, che l'istesso Lee, dubitando dell'esito, opinava, si votasse il Forte, e si attendesse solamente alla difesa della città. Ma gli uomini di Charlestown, i quali temevano fuori di misura le bombe, si risolvettero a voler tentare ad ogni modo la difesa del Forte. Essendo ogni cosa in pronto dall'una parte e dall'altra, la mattina dei 28 giugno la nave il Fulmine, protetta da un altro legno armato, andò a pigliar posto, e cominciò a gettar bombe dentro il Forte, mentre la restante armata si faceva avanti. Verso le undici il Bristol, lo Sperimento, l'Attivo ed il Solebay attelatisi di fronte incominciarono a trarre furiosamente contro il Forte. La Sfinge, l'Atteone, e la Sirena andarono a fermarsi verso ponente tra la punta dell'isola Sullivan, e la città, parte per poter colle artiglierie strisciar all'indentro le fortificazioni, e parte per impedir la comunicazione tra l'isola e la terraferma; la quale cosa avrebbe dall'un canto impedito la ritirata alla guernigione, e dall'altro i soccorsi di uomini e di munizioni, che le si sarebbero potuti mandare. In questo modo si proibiva ancora ai Caroliniani di potere con brulotti ed altri ingegni militari disturbar l'assalto. Ma questo disegno per l'imperizia dei piloti riuscì vano. Le tre navi diedero nelle secche su d'un renaio chiamato Middle-Grounds, e quantunque per l'incredibile industria dei marinari, e non senza grave danno, due ne fossero di nuovo tratte a galla, ciò non di meno non potettero eseguire l'intento dei capitani, sia perchè l'ora era divenuta tarda, sia perchè pel danno ricevuto non potettero convenientemente ritirarsi. L'Atteone arenò, e l'indomane fu arso. In questo mezzo la battaglia si era sboglientata orribilmente tra le altre quattro navi ed il Forte, il Fulmine dopo di aver gettato meglio di sessanta bombe, si trovò talmente danneggiato, che cessò il trarre. Ma le altre continuavano; e se gagliardo fu l'assalto, non fu meno forte la difesa. Gli Inglesi stessi ebbero ad ammirare l'americano valore in quest'ostinato conflitto. La guernigione, che consisteva solamente in pochi soldati di ordinanza e alcuni di milizia con incredibile audacia insisteva, cosa, che non si sarebbe potuta credere così facilmente in quelle genti, pressochè nuove sui cannoni, nonostante l'assalto terribile degl'Inglesi. Traevano gli Americani di proposito deliberato, ed imberciavano i nemici a sesta. Le navi inglesi ne ricevettero infinito danno, e molti valorosi soldati ne furono uccisi. Il Bristol più di tutti, essendovisi rotte le stacche del cavo, fu esposto per qualche tempo alle palle nemiche talmente, che ne fu vicino ad esser rotto e fracassato del tutto. Il capitano Morris, che lo padroneggiava, toccate molte ferite, e morti quasi tutti i suoi, che si trovavano sul ponte, rimasto pressochè solo non voleva consentire lo portassero sotto, finchè una palla gli levò una gamba, ed allora fu tolto via senza speranza di vita. L'Ammiraglio stesso Peter-Parker rilevò una contusione. Lord Campbell, quegli stesso, ch'era stato governatore della colonia toccò una ferita, della quale qualche tempo dopo morì. La perdita del presidio fu di niun rilievo. Intanto si rallentò prima, e poscia cessò affatto il trarre degli Americani; perciocchè eran venute loro meno le munizioni; la qual cosa diè per un tempo agl'Inglesi la speranza della vittoria. Ma, ricevutone altre, rinfrescaron la battaglia colla medesima furia che prima. Durò essa sino alle sette della sera, allorquando, accorgendosi gl'Inglesi che facevan poco frutto, avendo le navi loro guaste e sconquassate, e non vedendo comparire i loro dalla parte dell'Isola Lunga, dopo d'aver fatto l'estremo di lor possa, si risolvettero ad abbandonar l'impresa. Avrebbero voluto i generali Clinton e Cornwallis traversare il braccio, che le due isole Sullivan, e Lunga tra di loro disgiunge, e venuti sopra la prima, assalire il Forte Moultrie alle spalle, come era stato il disegno. Ma le acque, siccome fu scritto, si trovarono contro ogni aspettazione sì profonde, che non fu fattibile il valicarle. E da un'altra parte, quando anche quest'intento loro avessero ottenuto, avrebbero probabilmente incontrato sulle rive dell'Isola Lunga sì duro intoppo, che rimasti non ne sarebbero in capitale. Conciossiacosachè il colonnello Thompson con trecento dei primi feritori del suo reggimento, il colonnello Clarke con dugento regolari della Carolina Settentrionale, ed il colonnello Horry con dugento uomini delle bande paesane della Carolina Meridionale, e la compagnia dei corridori di Racoon con alcune bocche da fuoco avevan pigliati tutti i posti sull'estremità a levante, e diligentemente gli guardavano. E' pare, che piuttosto le difese apparecchiate dagli Americani, che la difficoltà del guado, abbia impedito i generali inglesi dal tentare il passo; poichè ei non si può credere, che uffiziali esperti, come questi erano, si siano rimasti per ben nove giorni nell'Isola Lunga, senza sperimentare, qual fosse la profondità dell'acque, ed accertarsi, se esse erano guadose, o no, molto tempo prima della battaglia. Nè meglio si può restar capace, come sia addivenuto, che, veduto gl'Inglesi, che o le acque dello stretto non si potevano valicare, o che gli Americani sull'isola Sullivan erano talmente forti ed affortificati, che non si poteva sperare di sloggiarli, si siano rimasti tuttavia nell'Isola Lunga, e non abbiano fatto la risoluzione di trasportare sulle barche, che avevano in pronto, le genti loro, ed in qualche altra parte dell'isola Sullivan isbarcarle. Certo sonvi nati in questo fatto molti accidenti, dei quali non si può chiaramente conoscere la ragione. Checchè di questo pensar si debba, gl'Inglesi, fattosi notte, si ritirarono, e la mattina del domane le navi loro tutte eran già lontane a due miglia dall'isola. Alcuni giorni poi, rimbarcate le genti, si avviarono alla Nuova-Jork, dove si aspettava anche con tutto l'esercito, ingrossato dai freschi aiuti venuti d'Inghilterra, il generale Howe. In cotal modo si terminò l'assalto dato dagli Inglesi al Forte Moultrie, e le cose della Carolina furono poste per allora in sicuro stato. Il Forte fu poco danneggiato, sia perchè le palle volarono troppo alte, sia perchè la spugnosità delle legna, colle quali era costrutto, aveva diminuito l'effetto loro. In questa battaglia furon notati alcuni fatti da parte degli Americani, che dimostrarono una grandissima ostinazione, e non sono soliti a manifestarsi, se non se ai tempi delle rivoluzioni politiche degli Stati, allorquando gli animi sono a molto ardore concitati. Si ricordò, che un Jasper, sergente in una compagnia di granatieri essendo stata rotta l'asta dello stendardo americano, il quale sventolava in sul Forte, e questo caduto a terra, saltasse giù, e presolo ed attaccatolo al frugatoio d'un cannone, e tenendolo in mano montasse di nuovo sul parapetto, e nel suo luogo il ricollocasse, quantunque attorno di lui molto frullassero le palle del nemico, che contro gli traeva a pruova. All'indomani il presidente Rutledge lo presentò con una spada, commendandolo molto, e pubblicamente. Il sergente Macdonald ferito mortalmente, e già essendo vicino al fine della sua vita, non cessava di gridar ai suoi, combattessero, stessero fermi nella difesa della patria e della libertà. Questi esempj si ricordavano con molta lode, e con ornate parole nei diarj, che si stampavano, e nelle brigate sì private che pubbliche. Per questi prosperi successi i pensieri, ed i desiderj degli Americani si accendevano maggiormente. Avendo i Caroliniani conosciuto per pruova, di quanta utilità fosse riuscito il Forte Moultrie, e da un'altra parte di quanta difficoltà fosse il mandarvi rinforzi per causa del mare, risolvettero di congiungere con un ponte l'isola Sullivan colla terraferma. Questa insigne e difficile opera fu condotta a buon fine dal generale Gadsden, zelatore grandissimo della libertà, ed uno degli uomini più riputati della provincia. Il congresso rendette con solenne decreto pubbliche grazie al maggior generale Lee, al colonnello Moultrie, al colonnello Thompson, ed a tutti gli uffiziali e soldati, che avevano combattuto con sì mirabile coraggio, e con tanto amore della patria loro in quell'ostinata battaglia.
A questo tempo si trovava l'America in una strana, e non mai più veduta condizione costituita. La guerra, che durava già fin più d'un anno, e che con tanta rabbia si esercitava, era contro un Re diretta, al quale si protestava tuttora di voler prestare obbedienza; e quegli stessi, i quali tutti quegli atti commettevano, che alla ribellione si appartengono, non volevano esser chiamati ribelli. Nei tribunali si amministrava la giustizia in nome del Re, e nelle chiese si pregava per la conservazione e prosperità di quel Principe, l'autorità del quale non solamente era cessata del tutto, ma ancora contro la quale si combatteva con incredibile ostinazione. Si andava dichiarando, che si voleva ritornare all'antica obbedienza, ed alla primiera forma del governo regio, mentrechè in fatti già da lungo tempo i popoli vi si reggevano a repubblica. Si diceva di voler arrivare ad un fine, quando tutti quei mezzi si usavano, che ad un altro tutto contrario la cosa pubblica avviavano; nè mai in alcun'altra occasione di rivolgimenti di Stati si era osservata tanta discordanza tra le parole ed i fatti, come in questa. Questo stato di cose non era tale, che potesse lungamente durare; e se il volgare si persuadeva, che la vittoria potesse far piegar il governo alla condescendenza, ed alla passata concordia condurre l'America coll'Inghilterra, i più savj, ed i più prudenti cittadini si accorgevano benissimo, che la ferita era diventata insanabile; e che invano si sperava di poterne agli antichi termini ritornare. Imperciocchè sapevano bene, che l'orgoglio induceva nel governo inglese una grande ostinazione, e le vittorie, che gli Americani avrebbero in tutto il corso della guerra potuto acquistare, per la natura stessa delle cose non potevano esser tali, che fossero abili a far nascere in quel governo un timor lontano, non che vicino circa la propria esistenza; la qual cosa sola lo avrebbe potuto far calar agli accordi. Esercitavano di necessità gli Americani la guerra difensiva, e presupposto anche, avessero la vittoria compiuta contro gli eserciti britannici, avrebbe nonostante la Gran-Brettagna potuto rinnovare un'altra volta la guerra. Nè la perdita sola del commercio poteva il governo indurre a concedere ai coloni le condizioni, che domandavano, esercitandosi esso con tanta frequenza in tutte le altre parti del mondo. Oltrechè si sa da tutti, che le grosse armate producendo negli uomini la sicurezza, sono le vere sorgenti, e le guide del commercio; e che quella nazione, che è più delle altre forte in sull'armi navali, avrà sempre più di tutte il commercio ricco e fiorente. Nè si dee tralasciar di dire, che quantunque in nome si combattesse tra la monarchia meno temperata, e la monarchia più larga, infatti però era venuta la contesa tra la monarchia, e la repubblica; nel qual caso non potevano altro sperar gli Americani, che una intiera independenza e libertà, od una intiera dependenza e servitù. E giacchè a tali termini eran ridotte le cose, nissuno, che avesse fior d'ingegno o pratica delle cose del mondo, non vedeva, che il levarsi la maschera dal viso, ed il discoprirsi, dichiarando apertamente qual fosse il fine, al quale intendevano gli Americani di arrivare, era per essi diventato un partito non solo utile, ma necessario. Stantechè per questo non si accrescevano i pericoli, nè si peggioravano le condizioni; ma per lo contrario si ottenevano presentemente molti vantaggi, e se ne potevano sperare maggiori per l'avvenire. I consiglj loro ne sarebbero diventati più risoluti; della qual cosa nissuna è più utile per la felicità dell'imprese; ed i soccorsi esterni si sarebbero più facilmente potuti ottenere. Poichè ognuno vedeva, che, chiarita l'independenza, e protestatosi una volta dagli Americani, che non mai, nè sotto qualsivoglia condizione ritornati sarebbero all'obbedienza verso l'Inghilterra, sarebbersi fatti più ostinati nelle difese. E perciò essendovi minor pericolo che si accordassero, i principi esterni avrebbero più facilmente la causa loro abbracciata. E forsechè l'Inghilterra stessa per l'orgoglio ed alterigia sua avrebbe avuto minor ripugnanza, nel caso che gli eserciti suoi avessero fatto la guerra infelicemente, a trattar cogli Americani, come con una nazione franca ed independente, che al conceder loro quelle condizioni, le quali erano appunto la prima cagione ed il soggetto della discordia; conciossiachè il più amaro fine di una guerra, quello sia di dover rimettere al nemico quell'oggetto stesso, ch'era venuto in contesa. Per tutte queste cagioni la via, che dovevan gli Americani tener per arrivare a buon fine, non era a niun modo dubbia, nè il congresso l'ignorava. Ma, se utile cosa era stimata, non era meno opportuna, e tutti i circostanti accidenti parevan dar favore alla presente deliberazione. Le armi felicemente usate nel Massacciusset, nella Virginia e nella Carolina Meridionale, province tanto principali, la prosperità delle prime fazioni loro sul mare, e l'abbondanza delle prede fatte sul nemico dai corsali loro davano più che probabile speranza, che gli Americani avrebbero seguitato tutto ciò, che il congresso avesse deliberato. Il terrore delle armi inglesi per quei primi prosperi fatti era negli animi loro scemato maravigliosamente, la confidenza nelle proprie molto accresciuta, il consenso dei popoli confermato; e l'infelicità dei primi tentativi dei leali aveva questi sbigottiti, ed indotto nei libertini la opinione, ch'essi capaci non fossero a tentar alcun moto d'importanza. Ma, se erano impotenti i leali ad ingenerar temenza dell'armi loro, andavano però in questo medesimo tempo facendo congiure, le quali inasprivano grandemente i libertini, ed a maggior odio gli concitavano contro di quel governo, che non contento ad usar la forza, prezzolava ancora, come si credeva, gl'incendiarj e gli omicidi, perchè contro di quelle innocenti città, e contro i cittadini virtuosissimi le orribili arti loro esercitassero. Alcuni leali della Nuova-Jork prezzolati, e messi su, come si divulgò, dal governator Tryon, si erano congiurati ad arrestare, e fors'anche ammazzare il generale Washington e gli altri principali uffiziali, appiccare il fuoco ai magazzini, e pigliare i passi alla città nel momento, in cui le armate britanniche, come si aspettava, sarebbero venute sopra quella. Scoperta la cosa, molte persone, che si erano mescolate nella congiura, furon sostenute, tra le quali due guardie del generale, e lo stesso suo fattore. Alcuni furono giustiziati. L'aver voluto incendiar una sì nobil città, e por le mani nel sangue d'un uomo, al quale portavano i popoli tanta reverenza e tanto amore, eccitò a grandissima rabbia i libertini, sicchè vennero in maggior desiderio di separarsi da quel governo, che secondo l'opinione che avevano, dava le paghe a questi scelerati sicarj. L'Inghilterra stessa colle sue pubbliche risoluzioni aveva dato grand'incentivo a sì fatta determinazione. La concione dal Re fatta in cospetto del Parlamento aveva persuaso agli Americani, che nulla si voleva rimettere del rigore concetto contro di loro, e che formidabili apparecchiamenti di guerra fare si dovevano. Le discussioni poi e le risoluzioni del Parlamento gli fecero accorgere, quanto fosse debole l'autorità di coloro, che in questo la parte degli Americani difendevano. Ma per la risoluzione dei quindici maggio, colla quale si davano in preda le proprietà americane, sì pubbliche che private, a tutti coloro, ai quali il destro sarebbe venuto di pigliarle, erano venuti gli Americani in credenza, che non solo si volessero contro di sè medesimi usare gli estremi dell'ostilità, ma ancora, che non si volesse con elli fare a buona guerra; che s'intendesse, dovessero cessare a riguardo loro tutte quelle leggi, che in mezzo alle nazioni europee scemano, per quanto possibile sia, i mali della guerra, ed inducono qualche sembianza di civiltà per fino in mezzo alle stragi ed alle rapine. Credettero che contro di essi volesse il governo inglese esercitare non che la guerra, la piratica ed il ladroneccio. La qual cosa se non si poteva aspettare da una nazione esterna, che nemica fosse, molto meno comportare lo potevano nei proprj concittadini; e se gl'Inglesi con questo inusitato modo di procedere erano diventati agli occhi loro più che nemici, così volevano gli Americani diventare ai medesimi meno che concittadini. La benevolenza prodotta dalla congiunzion del sangue, e l'unione dello Stato non possono più continuarsi là, dove non solo sono cessate le leggi e gli usi, che corrono fra le nazioni amiche, ma perfino quelli, che durano tuttavia in mezzo alle più crudeli discordie tra le civili nazioni; e se all'uso dei Barbari intendeva la Gran-Brettagna di esercitar la guerra contro l'America, questa doveva di necessità adoperare, come se fosse una nazione esterna. L'aver poi l'Inghilterra condotto a' soldi suoi, e mandati ai danni dell'America i soldati mercenarj della Germania, i quali si rappresentavano agli occhi dei coloni, come gente da ogni umanità lontana, aveva in questi una incredibile alterazione prodotta. Credevano, non potersi più tenere in luogo di padri coloro, che contro i proprj figliuoli sì crudeli esecutori delle volontà loro inviavano. Questi sono, dicevano, i commissarj, i forieri della pace, che manda all'America l'Inghilterra, gli Essiani, i Brunswicchesi, ed i Waldecchesi (imperciocchè un altro trattato di sussidj avevano i ministri concluso col principe di Waldech). Gli ammazzamenti, le rapine e le implacabili ire di questi prezzolati Tedeschi, come pure anche quelle dei crudeli Indiani sono gl'istrumenti, coi quali spera il governo inglese di vincere la costanza nostra, e sottometterci di bel nuovo al giogo suo. Poichè gl'Inglesi i forestieri spingono ai danni nostri, e noi contro di essi combattiamo, come se forestieri fossero. E poichè ancora dopo un'ingiustissima guerra hanno colle crudeli risoluzioni, e coi barbari soldati rotta e spenta, non solo l'antica congiunzione, ma perfino l'ultima speranza della medesima, così noi nella giustissima causa nostra accettiamo la proposta, la quale, se ci sarebbe orribile e pregiudiziale parata ai passati dì, ci deve parere ora indifferente, e non che utile, necessaria. Egli è certo che le raccontate determinazioni dei ministri, colle quali si erano proposto d'intimorir gli Americani, e fargli calare agli accordi, gli misero per lo contrario più in sull'ostinarsi, e diedero occasione al congresso, ed a tutti coloro, che miravano all'independenza, di mandar sicuramente ad effetto l'intento loro. Che anzi molti di coloro, i quali desideravano di ritornare all'antica dependenza, ne pigliarono tanto sdegno, che si accostarono alle parti dei primi, o molto almeno rimettettero dello zelo a difendere gl'interessi britannici; onde accadde, che i nemici antichi, più forti diventarono per la comune opinione cresciuta in favor loro, e per la congiunzione dei nuovi, e gli antichi amici diminuirono di numero e d'ardore. Il che dee servir d'esempio a quelli, i quali nella concitazion loro si persuadono, che le risoluzioni che atte sono a dividere gli uomini tra di loro, e gli uni spingere contro gli altri, quando essi hanno gli animi raffreddi, lo siano del pari, quando sono da qualche gagliarda passione commossi; perocchè in quest'ultimo caso quello, che mitigar dovrebbe, irrita; quello, che intimorire, incora; quello, che dividere, collega e congiunge. A grado a grado il desiderio dell'independenza s'insinuava vieppiù nelle menti americane. Ad altro oggetto non si pensava, che a questo, ne d'altro si favellava, sì pubblicamente che privatamente, che di questo medesimo. Gli animi eran sollevati universalmente, ed in grandissima aspettazione. Stando le cose in questi termini uscì alla luce un libretto, al quale stavano sottoscritte le parole comun senso; ma era opera di Tommaso Paine, uomo nato in Inghilterra, ed arrivato poco tempo innanzi in America, al quale forse più, che ad alcun altro scrittore il cielo aveva concesso, sapere con istile e con pensieri accomodati muovere e volgere a suo talento gli animi della moltitudine. Certamente si può affermare, che il libro del Comun senso sia stato uno degl'istrumenti più efficaci dell'independenza americana. L'autore si sforzò di provare, e con argomenti molto probabili, che la ricongiunzione coll'Inghilterra era impraticabile per la diversità, anzi per la contrarietà delle parti, e per l'orgoglio britannico, siccome pure infedele pel rancore e pel desiderio della vendetta. Da un altro canto discorreva assai acconciamente della necessità, dell'utilità e della possibilità dell'independenza. Aggiungeva certi sprazzi in sulla monarchia molto accomodati a renderla odiosa nella mente dei popoli, e preponeva a quella il governo dei più. Della costituzione inglese, l'eccellenza della quale niuno, o pochi avevano in quei tempi recata in dubbio, parlò molto alla libera, per quanto spetta alla parte della monarchia; con lode degli altri ordini. Riandò i mali e le calamità pubbliche, alle quali, malgrado la lodata bontà della costituzione sua, era andata l'Inghilterra soggetta, e massimamente dopo il ristoramento della monarchia; e quindi argomentava, che qualche vizio essenziale doveva trovarsi in quella, pel quale era insufficiente a procurar la felicità dei popoli; e questi vizj, questo male segreto affermava esser la Realtà. Da questa ripeteva le discordie intestine, e la frequenza delle guerre esterne. Si rallegrava in fine coi popoli americani, che il cielo e la fortuna avessero loro fatto abilità di poter creare quegli ordini pubblici, nei quali fossero raccolte tutte le eccellenze della britannica costituzione, esclusi i suoi difetti, vale a dire, secondo la mente sua, la Realtà. Non si potrebbe facilmente dire, con quanto consentimento dei popoli sia stata ricevuta questa scrittura del Paine. Chi diventava da ardente arrabbiato, chi da tiepido infervorato, e per fino vi furono di quelli, che da leali diventaron libertini. Ognuno voleva l'independenza.
Il congresso determinò di usar l'occasione. Ma per procedere prudentemente, e perchè non gli cadesse, come dice il volgo, il presente in sull'uscio, volle prima tentar il guado, e fece una risoluzione, la quale, se non era l'independenza stessa, certo molto se le avvicinava. Intendeva di starsene ad osservar gli effetti, per poter quindi procedere più oltre sicuramente. Decretò, che, siccome il Re britannico, in congiunzione coi Pari e coi Comuni della Gran-Brettagna, aveva esclusi per gli ultimi atti del Parlamento gli abitanti delle colonie unite dalla protezione della sua Corona, e siccome nissuna risposta era stata, o sarebbe probabilmente data alle umili petizioni delle medesime per ottener la rivocazione delle offenditrici leggi, e la riconciliazione colla Gran-Brettagna; che per lo contrario tutta la forza di quel reame, aiutata anche da mercenarj forestieri, doveva nella distruzione di quel buon popolo adoperarsi; e finalmente, siccome sono cose che grandemente ripugnano alla ragione ed alla buona coscienza di quei popoli il pigliar più oltre i giuramenti, ed il far le promesse necessarie nel prendere, o nell'esercitar i maestrati sotto la Corona della Gran-Brettagna; e ch'egli è necessario, che l'esercizio di ogni autorità qualsivoglia dalla detta Corona procedente sia totalmente annullato, e tutte le potestà del governo esercitate sotto l'autorità del buon popolo delle colonie; e ciò per mantenervi l'interna pace, la virtù ed il buon ordine, siccome pure per difendere le vite, le libertà e le proprietà dai nimichevoli assalti, e dai crudeli rapimenti dei nemici loro, così era raccomandato alle rispettive assemblee e conventi delle colonie unite, nelle quali nissun governo sufficiente all'esigenza degli affari stato fosse fino a quel dì costituito, ordinassero quel tale, che secondo l'opinione dei rappresentanti del popolo fosse meglio conducevole alla felicità ed alla sicurezza dei mandatori loro particolarmente, e dell'America generalmente. Questa risoluzione, mandata speditamente nelle rispettive colonie, ebbe in questa ed in quella diverso incontro. Alcune avevano già di per sè stesse preoccupato il passo, e, recatosi in mano l'autorità del governo, avevano creato ordini pubblici independenti dall'autorità reale, e questi non più temporali come prima, ma durevoli, senza niuna restrizione o di tempo o di condizione. Così adoperato avevano la Virginia e la Carolina Meridionale. Il Connecticut e l'Isola di Rodi non ebbero che cambiare; poichè già fin dagli antichi tempi ogni autorità vi procedeva dal popolo, e da questo si eleggevano tutti i maestrati, sì quelli, ai quali è commessa la cura di far le leggi, come quelli, il cui carico è di mandarle ad esecuzione. La Marilandia, la Pensilvania, e la Nuova-Jork fluttuarono. Ma vinte finalmente dall'insuperabil temporale, vi si accomodarono. Adunque in ogni luogo erano intenti i popoli delle colonie a creare nuove costituzioni, nelle quali, tratte quelle parti, che all'ordinamento dell'autorità regia si appartengono, tutte quelle forme conservarono, che sono della costituzione inglese proprie e private. Generalmente si vollero diligentemente distinguere le tre potestà, legislativa, esecutiva e giudiziale; e specialmente molta gelosia si dimostrò intorno all'esecutiva. La legislativa fu divisa in alcune colonie in due parti; in altre costituita fu in una sola, e da tutte ebbero divieto tutti coloro, che maestrati tenevano, o uffizj dall'esecutiva. I giudici si pagavano o dalla legislativa, o dalla esecutiva. In alcune tenevano il magistrato a tempo, in altre durante la buona condotta. Il governatore poi, secondo la maggiore o minor gelosia dei popoli, si eleggeva a dovere star in uffizio per più breve, o per più lungo tempo. In alcune colonie otteneva la facoltà del divieto, ed in altre no. In queste ei doveva stare per ogni fatto suo; in quelle per nissuno, perciocchè un Consiglio esecutivo, creato a posta, lo doveva rivedere. In tutte queste disquisizioni, le quali tanto importavano alla futura felicità delle colonie unite, non si sentirono, nè minacce, nè corrucci, nè discordie malaugurose, e pareva, che ognuno, posta in disparte l'ambizione, altro non agognasse, che la prosperità e la libertà della patria; memorabile esempio di prudenza, di temperanza e di benevolenza civile, nel quale se risguarderanno gli altri popoli, non potranno non vergognarsi, seppure la corruzion dei costumi non dispoglia anche i cuori smani dell'abilità del vergognarsi, di essersi in tutti i tempi dimostrati dall'americano così diversi e lontani; imperciocchè essi altro non sepper fare, che correre dai dispareri alla discordia, e dalla discordia al sangue.
Trovato il congresso nelle colonie buona corrispondenza alla sua risoluzione, e volendo dare alla incominciata opera compimento, rimaneva, che venisse da quelle autorizzato a dichiarare l'independenza. Questa bisogna fu con tanta prudenza governata, e di già erano i popoli tanto inclinati al disegno, che la maggior parte delle assemblee provinciali inviarono ai delegati loro al congresso il mandato libero per consentire all'independenza. Alcune di vantaggio fecero loro abilità di far leanze coi principi forestieri. Sole la Pensilvania e la Marilandia si opponevano.
Adunque stando le cose in questi termini, nella tornata del congresso degli otto giugno Riccardo Enrico Lee, uno dei deputati della Virginia, posto il partito della independenza, parlò, dicesi, stando tutti intentissimi ad ascoltarlo, nella seguente sentenza:
«Io non so, prudentissimi uomini e cittadini virtuosissimi, se delle faccende nate dalle civili discordie, delle quali sino a questo dì ci hanno gli scrittori delle storie tramandato la memoria, e le quali originarono o il desiderio della libertà nei popoli, o l'ambizione dei principi, alcuna se ne trovi, che più di quella, della quale ora a trattare abbiamo, grave ed importante si fosse, o sia che si risguardi il futuro destino di questo libero ed innocentissimo popolo, ovvero quello stesso dei nemici nostri, i quali, mal grado la crudel guerra e la tirannide nuova, sono pure i nostri fratelli, e dello stesso sangue nati, che noi siamo, ovvero infine quello di tutte le altre nazioni del mondo, le quali attente si sono rizzate in piè per rimirare il grande spettacolo, e presagiscono a sè stesse nella vittoria nostra maggior larghezza di vivere, o nella perdita più stretti vincoli, ed un più duro morso aspettano. Conciossiacosachè qui non si tratti di acquistare il dominio di qualche terra o territorio, o di volere ad alcuno con scelerata cupidigia soprastare; ma sibbene di conservare, o di perder per sempre quella libertà, che abbiamo dai maggiori nostri eredata, e che abbiamo a traverso i mari sterminati, in mezzo alle furiose burrasche cercata, ed in queste terre contro i barbari uomini, contro le crudeli fiere, e contro un pestilente cielo tante volte mantenuta e difesa. E se tante, e sì cospicue lodi date si sono, e tuttora si danno a quei generosi difenditori della greca e della romana libertà, che si dirà di noi, i quali quella, che non sulle voglie di una tumultuaria moltitudine, ma sugl'immutabili statuti, e sulle tutelari leggi sta fondata, difendiamo; non quella che il privilegio era di pochi patrizj, ma quella, che è la proprietà di tutti; nè quella infine la quale cogl'iniqui ostracismi, e collo spaventevole decimar degli eserciti era macchiata; ma sibbene quella, che tutta pura è, e dolce e gentile, e conforme ai civili e miti costumi d'oggidì? Or su dunque, che più s'indugia, o quali dimoranze son queste? Si dia fine alla bene incominciata impresa; e giacchè nella congiunzion coll'Inghilterra non possiamo più oltre sperare quella libertà, e quella felicità trovare, che tanto ci dilettano, si sciolga del tutto il nodo, e si ponga mano a quello, di che già di fatto godiamo, voglio dire all'intiera ed assoluta independenza. Nè voglio nell'ingresso medesimo del mio discorso tralasciar di dire, che se a queste fatali strette condotti siam noi, se a questo passo pervenuti, oltre il quale non potrà più altro tra l'America e l'Inghilterra intervenire, che quella pace, o quella guerra, che tra le forestiere genti esercitar si sogliono, ciò dalle insaziabili voglie, dai tirannici procedimenti, dai replicati, e più che decennali oltraggi dei ministri britannici dovrà solo, ed unicamente riconoscersi. Per noi non istette, che non fossero l'antica pace ed armonia ristorate. Chi non udì le nostre preghiere, e le supplicazioni nostre a chi non son note? Stancarono esse il mondo intiero. Solo l'Inghilterra non volle a quella misericordia verso di noi piegarsi, della quale si mostrarono tutte le altre nazioni liberali. E siccome la sopportazione prima, e poscia la resistenza non bastarono, che le preghiere inutili furono, siccome il sangue novellamente sparso, così dobbiamo noi procedere più oltre, e por mano alla independenza. Nè si creda da taluno, che questo sia un partito, ch'evitar si possa. Tempo verrà fuori di dubbio, si voglia o no, che la fatale separazione dovrà avvenire; perchè così portano la natura stessa delle cose, la popolazione nostra ognor crescente, la ubertà delle nostre terre, la larghezza del nostro territorio, l'industria dei concittadini, gli sterminati mari frapposti, la longinquità dei regni. E se questo è vero, come egli è verissimo, non è nissuno, che non conosca, che il più presto è il meglio, e che sarebbe non dico imprudenza, ma stoltizia il non pigliar la presente occasione, in cui l'ingiustizia britannica gonfiato ha i cuori di sdegno, spirato agli animi il coraggio, indotto nelle menti la concordia, riempiti gl'intelletti di persuasione, e fatto correre le mani alle difenditrici armi. E fino a quando dovrem noi valicare tremila miglia di un tempestoso mare, per andar a chiedere presso uomini altieri ed insolenti, o consiglio, od ordini ai nostri domestici affari? E non si confà ottimamente ad una nazione grande, ricca e potente, come siamo noi, ch'ella abbia in casa propria, e non in quella d'altrui il governo delle cose sue? E come potrà un ministro di uomini forestieri acconciamente delle cose nostre giudicare, delle quali cognizione non ha, e nelle quali non ha interesse? La varcata giustizia dei britannici ministri ci deve accorti fare dell'avvenire, se di nuovo potessero nei nostri corpi i duri artigli loro piantare. Giacchè così è piaciuto alla crudeltà dei nostri nemici di porci avanti gli occhi l'alternativa, o della servitù, o dell'independenza, qual è quel uomo generoso ed amante della patria sua, il quale stia in pendente per la elezione? Con questi uomini infedeli nissuna promessa è sicura, nissuna fede è santa. Pogniamo, il che il ciel non voglia, la soggiogazione, pogniam l'accordo. Chi ci assicura della mansuetudine britannica nell'usar la vittoria, o della fede nell'osservar i patti? Forse l'avere assoldato e spinto ai danni nostri gli spietati Indiani e gl'inesorabili Tedeschi? Forse la fede data, e rotta già tante volte nella presente querela? Forse la britannica fede della punica stessa più infedele riputata? Che anzi dobbiamo noi stimare, che, poichè venuti saremmo nudi, ed inermi nelle mani loro, abbiano contro di noi a disfogare il conceputo sdegno, ad esercitar la minacciata vendetta, a legarci, ed a strignerci con istrette catene per torci non solo la forza, ma anche la speranza di poter un'altra volta prorompere. Ma poniamo, nel caso nostro avvenga ciò, che mai avvenuto non è in alcun altro, cioè sia il governo britannico per dimenticar le offese, e per osservare i patti, crediamo noi, che dopo una sì lunga discordia, dopo tante ferite, tante morti, e tanto sangue possa la riconciliazione, che seguirebbe, esser durevole, e che di nuovo, e ad ogni piè sospinto, in mezzo a tanti odj, a tanti rancori, non nascano nuovi motivi di scandalo? Già son separate d'animo e d'interessi le due nazioni; l'una è consapevole dell'antica forza; l'altra diventata è della nuova; l'una vuol reggere senza freno; l'altra non vuol obbedir nemmeno colla libertà. Qual pace, qual concordia possonsi in tali termini sperare? Amici fedeli posson diventar bene gli Americani agl'Inglesi, sudditi non mai. E quand'anche credere si volesse, che la riunione fosse per riuscir senza rancori, non sarebbe ella senza pericoli. La potenza stessa, la ricchezza della Gran-Brettagna dovrebbero gli uomini preveggenti di timore riempire in sulle cose future. Essendo ella a tanta grandezza pervenuta, che poco o nulla a temere abbia dei potentati esterni, in mezzo alla sicura pace si ammolliranno gli animi, si corromperanno i costumi, invizierà la crescente gioventù, e, venute meno le forti braccia ed i generosi petti, diventerà preda l'Inghilterra di un nemico forestiero, o di un ambizioso cittadino. Se noi saremo tuttavia a quella congiunti, verremo a parte della corruttela e della sventura, tanto più da detestarsi, quanto più sarebbe irreparabile. Separati da quella, e tali quali siamo noi, non avremo a temere nè la sicura pace, nè la pericolosa guerra. E dichiarando la franchezza nostra, il pericolo non sarebbe maggiore, ma bene più pronti gli animi, e più chiara la vittoria. E' bisogna, che noi ci strighiamo da quest'incerti consiglj, e che usciam fuori da questi avviluppati andirivieni. Abbiamo noi la sovranità assunta, e non osiam confessarla; noi disubbidiamo ad un Re, e ci riconosciam per suoi sudditi; noi esercitiamo la guerra contro una nazione, dalla quale protestiamo ognora di voler dipendere. In mezzo a queste incertezze stanno dubbiosi gli animi; le ardite risoluzioni si impediscono; la via da tenersi non è spedita; i capitani nostri nè rispettati, nè obbediti; i soldati nè zelanti, nè confidenti; deboli noi di dentro, e vilipesi al di fuori; nè i forestieri principi potranno o stimare, o soccorrere sì timida, sì dubitamentosa gente. Ma bandita una volta l'independenza, e scoperto il fine, al quale si tende, diventeran ad un tratto più certi, e più risoluti i consiglj; e per la grandezza del proposito s'ingrandiranno gli animi; i maestrati civili di nuovo zelo si vestiranno, i generali di nuovo ardire, i soldati di nuovo coraggio, i cittadini tutti di più costanza, e con maggior prontezza attenderanno tutti alla bella, all'alta, alla generosa impresa. Temono alcuni del pericolo della presente risoluzione. Ma combatteranne forse l'Inghilterra contro di noi con più vigore o rabbia, di quanto abbia ella finora combattuto? Certo no. Chiama ella ribellione la resistenza all'opressione, del pari che l'independenza. E dove sono queste formidabili soldatesche, che abbiano a fare star gli Americani? Non hanno potuto le Inglesi, e potranno le Tedesche? Son queste forse più valorose, più disciplinate di quelle? Certo mai no. Senza di che, se è il numero dei nemici cresciuto, non è altrimenti il nostro diminuito; e l'uso dell'armi e l'esperienza della guerra ne' duri conflitti del presente anno acquistato abbiamo. E chi dubita poi, che l'independenza non ci guidi alle alleanze? Imperciocchè tutte le nazioni siano disiose di venir a parte del commercio nelle nostre ubertose terre, e nei nostri ricchissimi porti, che l'avara Inghilterra chiuso ha col monopolio sino a questi tempi. Nè meno son vaghe di veder una volta alfine l'odiata potenza britannica abbassata; che a tutti puzza questo barbaro dominio; tutti desiderano veder fiaccate quelle corna, e tutti renderanno colle parole e cogli aiuti immortali grazie ai valorosi Americani, per aver essi alla umanissima impresa dato cominciamento. Non altro aspettano i principi per iscoprirsi, che l'impossibilità degli accordi. Che se la risoluzione è utile, non è essa meno alla dignità nostra confacente. Pervenuta è l'America a quella grandezza, per la quale debb'ella fra le independenti nazioni esser annoverata. Di sì alto grado siam noi altrettanto degni, quanto gl'Inglesi medesimi. Perciocchè, se eglino son ricchi, ed anche noi lo siamo; se essi son valorosi, e noi pure così siamo; se essi son più numerosi, e noi per l'incredibile fecondità delle nostre caste spose crescerem tosto in frequenza di popolo, quanto essi cresciuti sono; se essi hanno celebrati personaggi in pace e in guerra, e noi pur ne abbiamo; e questi rivolgimenti politici son soliti a produrre i grandi, i forti, i generosi spiriti. Da quel che già si è da noi in questi primi principj fatto, facilmente arguir si può a ciò, che sarem per fare; poichè la sperienza è la madre degli ottimi consiglj, e la libertà quella degli uomini eccellenti. Già il nemico fu cacciato da Lexington da trentamila armati raccolti in un dì; già i famosi capitani loro dato han luogo in Boston alla perizia dei nostri; già le ciurme loro vanno vagando sulle ributtate navi pei mari immensi, morte di fame. Si accetti il favorevole augurio, e si combatta, non già per sapere con quali condizioni siam noi per servire all'Inghilterra, ma sì per poter fra di noi ordinare un viver libero, fondar un giusto, un independente governo. Combattettero i Greci contro l'innumerevol esercito dei Persiani prosperamente; poichè la libertà gl'ispirava. Afflissero con memorabili rotte la potenza dell'Austria, e sè stessi a libertà rivendicarono gli Svizzeri e gli Olandesi; perciocchè l'amor dell'independenza gli animava. Eppure anche questo Sole americano risplende sulle teste degli uomini valorosi; le nostre armi tagliano pure anch'esse; anche qui si sa, che cosa sia coraggio; anche qui si vede un universale consenso; anche qui si è imparato ad andar, non che animosamente, volentieri incontro alla morte per acquistare alla patria la libertà. Orsù adunque, che più s'indugia, perchè stiamo tuttavia a soprastare? Sorga, sì, sorga in questo faustissimo giorno l'americana repubblica. Sorga ella, non iscorrucciata, non conquistatrice, non fera; ma composta, ma pacifica, ma dolce. L'Europa ha gli occhi fissi in noi. Ella da noi chiede un esempio vivo di libertà, che contrastar possa per la felicità dei cittadini colla ognora crescente tirannide in su quei contaminati lidi. Ella ricerca da noi una gradita sede, dove possano gl'infelici trovar conforto, i perseguitati riposo. Ella ci prega, che noi apparecchiamo un propizio e ben coltivato campo, dove allignar possa, e crescere, e moltiplicare la sua bella e salutevol ombra abbondevolissimamente quella generosa pianta, la quale nata prima, e cresciuta in Inghilterra, ma ora dalle uggie malefiche della scozzese tirannide grama e stremenzita fatta, e dalla sua diletta stanza sbarbata, non trova in tutte quelle orientali terre una, che l'accolga, ed il vitale umore presti alle sitibonde, inferme ed illanguidite sue radici. Questo è il fine, a cui tendono tanti presi augurj; questo vogliono significare queste prime vittorie; questo mostrano il presente ardore, ed il consenso universale, questo presagiscono la fuga di Guglielmo Howe, e la pestilenza nata in mezzo alle genti del Dunmore; questo pronosticano i venti, che soffiarono insolitamente contrarj alle armate, ed alle inviate vettovaglie; questo istesso confermano le portentose burrasche, che sommersero le settecento navi in sulle coste di Terranuova. E se oggidì noi non manchiamo del debito nostro verso la patria, i nomi dei legislatori americani saranno nella mente dei posteri in quel luogo stesso posti, in cui son quelli di Teseo, di Licurgo di Romolo, di Numa, dei tre Guglielmi, e di tutti coloro, la memoria dei quali è stata fin qui, e sarà per l'avvenire cara agli uomini diritti, ed ai dabben cittadini.
Finito ch'ebbe Lee di parlare, si manifestarono da ogni parte fra gli ascoltanti non dubbj segni di approvazione. Ma non essendovi presenti i deputati delle province della Pensilvania e della Marilandia, e volendo anche il congresso con un po' d'indugio mostrare più maturità, aggiornò la cosa sino al dì delle calende di luglio. Intanto i libertini si travagliavano gagliardamente per ottenere, che si vincesse l'independenza anche nelle due province discordanti, e nei discorsi loro molto efficacemente intendevano alle persuasioni, aggiungendovi anche le minacce, che le altre colonie non solo le avrebbero dalla lega escluse, ma ancora corse sarebbero immediatamente ai danni loro. L'assemblea provinciale della Pensilvania non si lasciava svolgere. Fu convocato finalmente il popolo pensilvanese a parlamento, nel quale le disputazioni e le contese in proposito dell'independenza furono, e molte, e grandi. Giovanni Dickinson, uno de' deputati della provincia al congresso generale, uomo d'ingegno pronto, e di grande autorità, e che stato era, ed era tuttavia uno dei difensori più vivi dell'americana libertà, purchè però si consistesse nei termini della congiunzione coll'Inghilterra, orò nel seguente modo, siccome è fama, contro l'independenza.
«Sogliono per lo più gli uomini parziali, umanissimi e cortesissimi cittadini, meglio all'apparenza delle cose, e quasi alla corteccia di fuori nei discorsi loro risguardare, che alla ragione od alla giustizia; perciocchè il fine loro non sia di quetar i tumulti, ma sibbene d'incitargli; non di calmar le sfrenate passioni, ma d'infiammarle; non di compor le feroci discordie, ma di vieppiù inasprirle ed invelenirle. Nel che fare si propongon'essi, o di piacere ai potenti, od alla propria ambizione soddisfare, e ad ogni modo, andando a versi alla moltitudine, il favore suo accattare. Quindi è, che nelle popolari commozioni la più sana e la miglior parte, ed il diritto ed il giusto si trovan per l'ordinario coi meno, ed i contrarj coi più, ed in somiglianti casi i partiti, se pur si vuole, che non siano dalla ragione scompagnati, andar vinti dovrebbero per avventura, non col maggiore, ma piuttosto col minor numero dei suffragj. Le quali cose essendo così, da un buon principio debbe origine avere il mio ragionamento, siccome quello, che se non all'opinione dei più, certo a quella dei più modesti, dei più costanti e dei più indifferenti cittadini si rassomiglia, i quali questo tumultuario procedere detestano, questo voler far forza alle volontà, ed agl'intelletti condannano, questa tanta pressa in una cosa di tanto momento con gravissime parole biasimano, e grandissimamente abborriscono. Ma venendo a quello, ch'è il soggetto della presente controversia, dico, che gli uomini prudenti non abbandonano quelle cose, che certe sono, per correr dietro a quelle, che sono incerte. Che certa cosa fosse poi, che acconciamente ed utilmente potesse l'America governata essere alle leggi inglesi sotto il medesimo Re, e collo stesso Parlamento lo dimostrano chiaramente, e la durata felicità di ben dugento anni, e la presente prosperità, le quali il frutto sono di quelle venerande leggi, e dell'antica congiunzione. Non come soli, ma come congiunti ad altri, non colle americane, ma colle britanniche leggi, non come independenti, ma come sudditi, non come repubblica, ma come monarchia siamo noi a questa grandezza, ed a questa potenza saliti. E che cosa vogliono significare queste nuove fole immaginate ai dì della discordia e della guerra? Adunque gli abbagliamenti dell'ira avran più forza in noi, che l'esperienza dei secoli? O s'avrà tutto ad un tratto, ed in un momento di concetta collera a guastar la provata opera dell'antichità? So, che a tutti è caro il nome della libertà, ed io volentieri il concederò. Ma di questa abbiam noi goduto lungamente sotto la superiorità della monarchia inglese. Il che certo è; e vorremmo poi noi, lasciata questa in disparte, andarla a cercare, in non so qual forma di repubblica, la quale tosto si convertirebbe in licenza cittadina ed in popolare tirannide? E temo io bene, che, siccome nell'uomo il capo regge e sostiene tutte le altre membra, e con mirabile armonia le muove e governa, e tutti i moti loro con unità di consiglio allo stesso fine, ch'è la salute e la felicità sua, gl'indirizza, così ancora quel capo del nostro governo, che nel Re, e nel Parlamento è posto, quello sia, che solo possa le discordanti membra di questo, testè fortunato Impero, unite mantenere, ed i mali procedenti, o dalla varietà delle opinioni, o dalla diversità degl'interessi allontanando, la popolare anarchia, e la cittadina guerra impedire. E tanto son io in questo pensiero persuaso, ch'io credo, che la più crudele guerra, che far ci potrebbe l'Inghilterra, quella sarebbe di non farcene nissuna; ed il mezzo più sicuro per farci alla sua obbedienza ritornare, quello sarebbe di non usarne nissuno. Imperciocchè, cessato il pericolo dell'armi inglesi, le province sorgerebbero contro le province, le città contro le città, gli uomini contro gli uomini, e noi contro noi stessi quelle armi, colle quali il nemico combattiamo, rivolgeremmo. Tratti allora da un'insuperabile necessità, costretti saremmo a ricorrer di nuovo a quella tutelare autorità, che avevamo lungi gittata da noi, la quale forse non più nella condizione di cittadini liberi, ma sibbene a patti di servitù ci riceverebbe. Che pruova abbiamo fatto noi inesperti, e quasi fanciulli che siamo, di saper colle proprie gambe camminare, ed ai proprj consiglj reggerci? Nissuna; che anzi, se si dee delle future dalle preterite cose giudicare, la concordia nostra tanto basterà, quanto il pericolo, e non più; che già fin d'allora quando la possente mano dell'Inghilterra ci sostentava, per ignobili motivi di limitazioni di territorj, o di lontane giurisdizioni corsi siamo all'ire, alla discordia, e qualche volta perfino alle ferite. E che si dovrà pensare adesso, che i sangui sono riscaldati, ingrossati gli animi, le ambizioni svegliate, usate le armi? Abbenchè, se la congiunzione coll'Inghilterra tanta utilità ci presta per la pace interna mantenere, non è poi meno necessaria per procurarci presso le forestiere genti quella condescendenza e quel rispetto, che alla prosperità del commercio, alla dignità nostra ed al compimento di ogni nostra faccenda tanto sono richiesti. Finora nel nostro traffico colle altre nazioni la mano potente dell'Inghilterra, e la salutevole ombra delle armi sue ci difendevano e proteggevano; non come Americani, piccola e debol gente, ma come Inglesi nei ricchi porti, e nelle ragguardevoli città dall'occidente all'oriente, da tramontana al mezzodì ci appresentavamo; e con questo nome inglese addosso ogni porta ci era aperta, ogni via piana, ogni domanda con favore udita. Ma pongasi la separazione, ogni cosa si volgerà in contrario. Diventerà uso presso le nazioni, che noi ne siamo tenuti a vile; e perfino i pirati dell'Africa e dell'Europa correranno contro le nostre navi, e gli nostri uomini o uccideranno, o meneranno in crudele e perpetua schiavitù. Havvi in questo strano, oscuro, ed inesplicabile umano genere una evidente inclinazione ad opprimere ed a manomettere i deboli del pari, che a piaggiare ed a contentare i potenti; e più in esso opera il timore, che la ragione, più la superbia, che la moderazione, più la crudeltà, che la misericordia. So, che presso gli uomini è caro, e lodato il nome dell'independenza. Ma dico bene, e mantengo, che nella presente controversia gli amici dell'independenza sono gli autori della congiunzione, ed i fautori della servitù e della dependenza, i promovitori della separazione; se pure l'essere independenti vuol significare comandare e non obbedire agli altri, e l'esser dependenti obbedire e non comandare. Se l'esser independenti dall'Inghilterra, posto che ciò sia possibil cosa ad ottenersi, il che io niego, ci rendesse anche da tutte le altre nazioni independenti, si potrebbe abbracciar la proposta; ma cambiar la signoria inglese colla servitù mondiale è partito da stolti. Se voi bramate di essere a quella condizione ridotti, nella quale dovrete obbedire in tutto agli ordini della superba Francia, che ora sta facendo fuoco sotto, abbracciate pure la independenza. Se meglio amate la franchezza olandese, o veneziana, o genovese, o ragusea, ed alla britannica la anteponete, decretate pure la independenza. Ma se non vogliam cambiare la significazione delle parole, conserviam pure, e gelosamente mantegniamo, quella dependenza, che è stata fin qui il principio e la sorgente di questa prosperità, della libertà nostra, della sicura independenza. Ma qui parmi taluno guardarmi in viso, e dirmi, che nissuno niega, stata essere la congiunzion della America coll'Inghilterra cagione alla prima di molta utilità; ma che i nuovi ed insoliti consiglj dei ministri hanno tutto guasto e contaminato. Se io negassi, che il governo inglese dato abbia da dodici anni in qua un pessimo indirizzo alle americane faccende, e che i suoi nuovi consiglj non sappiano di tirannide, io negherei non solo quello che verissimo è, ma eziandio quello, che io stesso ho tante volte predicato e mantenuto. Ma crediamo noi, che non glien incresca, e non ne senta già buon tratto penitenza al cuore? Queste armi ch'egli apparecchia, e questi soldati ch'ei manda, non sono già per istabilire la tirannide in questi americani lidi; ma sibbene perchè, abbandonati i pericolosi consiglj, e vinta l'ostinazione nostra, consentiamo agli accordi. Nè giova il dire, che il governo quelle precauzioni userebbe, che atte sarebbero ad assicurarsi ad ogni modo di noi, e tentar poscia impunitamente sui popoli disarmati ogni maniera della più cruda superiorità. Conciossiachè il ridurci del tutto alla impossibilità della resistenza nei casi di oppressione non è cosa, che si possa fra le possibili annoverare. La lontananza della sede del governo, l'immensità dei frapposti mari, la popolazione nostra già grande, e ogni dì grandeggiante, l'animo bellicoso, la sperienza dell'armi; questi laghi stessi così larghi e così spessi, questi fiumi così frequenti e così grossi, questo sì vasto territorio, queste profonde selve, questi difficili e forti passi, queste sicure strette, ogni cosa atta alla resistenza, ogni cosa propizia alle difese, ogni luogo accomodato alle insidie faranno sempre in modo, che l'Inghilterra trovi un più sicuro imperio nella condiscendenza sua, e nella libertà di questi popoli, che non nel rigore e nell'oppressione. Oltrechè, la soprastanza continua delle nostre armi, e la costanza della vittoria sole potrebbero sforzar l'Inghilterra a riconoscere la franchezza americana; le quali se possiam noi sperare, chiunque che l'instabilità della fortuna conosca, potrà a giusta ragione giudicare. E se noi combattemmo felicemente a Lexington ed a Boston, siam pur perdenti stati sotto le mura di Quebec, ed in tutto il corso della canadese guerra. Nè nissuno non vede, che, se agli occhi di tutti è evidente la convenienza di ostare agl'insoliti tentativi dei ministri, la necessità di combattere per arrivare alla independenza non è egualmente manifesta a tutti. Si dee temere, che, cambiando il fine della guerra, si turbi eziandio il consenso, o si raffreddi l'ardor dei popoli nell'esercitarla, e che si scoprano in molti luoghi male soddisfazioni del nuovo stato. Se all'annullazione delle abborrite leggi la totale separazione dall'antica madre si sostituisse, starebbe la ragione dal canto dei ministri; noi meriteremmo l'infame nota di ribelli, e tutta la britannica nazione con gran consenso, e coll'estremo sforzo suo correrebbe contro coloro, i quali, da sudditi offesi e ricorrenti, diventati sarebbero di propria volontà esterni ed irreconciliabili nemici. Amavano gl'Inglesi il nome della libertà, che difendemmo; amavano la generosità e l'altezza dell'americana impresa; ma e biasimeranno, e detesteranno la proposta dell'independenza, e con animi concordi contro di noi combatteranno. Abbenchè io odo dire da questi propagatori di nuove dottrine, che i forestieri principi per gelosia contro l'Inghilterra non ci saranno dei soccorsi loro avari; come se pei principi assoluti far potesse l'esempio della ribellione; come se non avessero in questa stessa America colonie, nelle quali importa loro di mantenere l'ordine e la dependenza. E posto ancora, che più in quelli possano la gelosia, o l'ambizione, o il desiderio della vendetta, che il timore delle ribellioni, crediamo noi, che non sian per venderci ad assai caro prezzo quegli aiuti, che noi ne speriamo? Chi non conosce, a chi non dolse della perfidia e della cupidigia europea? Aonesteranno eglino con belle parole l'avarizia loro, e molto garbatamente, e con grandissima creanza, di ciò non dubito, dei nostri territorj ci spoglieranno, le nostre pescagioni e le nostre navigazioni impediranno, le nostre franchigie, ed i nostri privilegj intraprenderanno; e noi proverem con nostro danno, ma senza speranza di ristoro, quanto improvvido consiglio sia il credere a queste lusingherìe europee, ed il collocare negl'inveterati nemici quella fede, che negli antichi e sperimentati amici si aveva. Molti ancora per arrivar ai fini loro assai esaltano la repubblica sopra la monarchia. Io non sono in questo luogo per disputare, quale fra queste due qualità di governo debba l'uomo l'una all'altra preporre. So bene, che molte nazioni, e particolarmente la inglese, le quali fatto hanno pruova dell'una e dell'altra maniera di reggimento, trovato non hanno la pace ed il riposo, che nella monarchia. So bene ancora, che nelle repubbliche stesse popolari, tanta è nell'umana società la necessità della monarchia, i maestrati monarchici più o meno larghi, o stretti sonsi instituiti, e chiamati coi nomi di arconti, di consoli, di gonfalonieri, di dogi, e perfino di re. Nè voglio qui tralasciar di dire una cosa, la quale mi par molto vera, e questa è, ch'egli pare, che la costituzione inglese sia come quasi il frutto di tutti gli sperimenti da tanti secoli fatti in materia del civile reggimento dei popoli, nella quale sì fattamente si temperò la monarchia, che le malsane voglie del voler senza freno signoreggiare sono nel monarca rattenute, e si ordinò in sì fatta guisa l'autorità popolare, che l'anarchia ne è sbandita. Egli è perciò da temersi, che, tolto via il contrappeso della monarchia prevalga l'autorità popolare, e tutto tragga in iscompiglio e rovina; e che allora sorga qualche ambizioso cittadino, il quale occupi lo Stato, e spenga del tutto la libertà; poichè questa è la solita conversione degli Stati popolari mal temperati, che prima si volgono in anarchia, e poscia in dispotismo. Queste sono, cittadini e signori miei amantissimi, nella presente controversia le opinioni mie, le quali, se poste avanti gli occhi vostri non ho con ornate e veementi parole, certo almeno le ho candidamente e sinceramente, quanto per me si è saputo e potuto, donate ed offerite. E voglia il cielo, che i miei sinistri presagi non riescan veri un dì; e che voi in questo solenne concorso di popolo più non crediate alle gonfiezze, alle esagerazioni ed alle concitazioni degli uomini presontuosi e stemperati, che alle pacifiche esortazioni dei buoni e prudenti cittadini; conciossiachè la prudenza e la circospezione fondano e conservano gl'Imperj; la temerità e l'inconsiderazione gli fan rovinare».
Fu Dickinson con grandissima attenzione ascoltato; ma non essendo il temporale favorevole, ed operando in molti più il timore, che la opinione, non ottenne. Raccolto il partito, i più si trovarono in favore dell'independenza. Si fece adunque abilità ai deputati della Pensilvania di ritornar al congresso, e quivi consentire, che le colonie unite si dichiarassero liberi ed independenti Stati. Dickinson, essendosi tanto gagliardamente opposto, ne fu escluso. L'istesse cose si facevano nella Marilandia; e questa provincia debole in sè stessa, e situata nel mezzo delle altre, autorizzò anch'essa i suoi delegati a ritornar al congresso, e l'independenza approvare.
Adunque addì quattro luglio del presente anno riferendo Tommaso Jefferson, Giovanni Adams, Beniamino Franklin, Ruggiero Shermann e Filippo Livingston, le tredici colonie unite, rotta ogni leanza loro verso la Corona della Gran-Brettagna, si dichiararono Stati liberi ed independenti, ed assunsero il nome dei tredici Stati Uniti d'America. Il manifesto, che il congresso fe' pubblicare, per giustificare in cospetto di tutto il mondo la presente sua deliberazione, ed il quale si credette, fosse opera particolarmente di Jefferson, fu con molta concinnità di stile e di argomenti composto. Esso fu dagli scrittori di quei tempi grandemente celebrato, e fu il principio dell'independenza di una ricca e possente nazione. Incominciava con queste parole.
«Allor quando nel corso degli umani avvenimenti e' divien necessario ad un popolo di disciogliere quei vincoli politici, i quali ad un altro lo congiungevano, e di pigliar in mezzo ai potentati della Terra quella separata ed eguale stanza, alla quale le leggi della natura e di Dio gli danno diritto, egli si confà molto bene a quel rispetto, che alle opinioni dell'uman genere portar si debbe, il dichiarar le cagioni, che alla separazione spinto lo hanno.
«Noi crediamo, esser di per sè stesse evidenti queste verità, che tutti gli uomini creati sono eguali; che dotati sono dal Creatore loro con certi inalienabili diritti; che tra questi sono la vita, la libertà, ed il proseguimento della felicità; che per questi diritti sicurare si sono fra gli uomini instituiti i governi derivanti le legittime potestà loro dal consenso dei governati; che ogni qualvolta che alcuna forma di governo divien distruggitiva di questi fini, ha il popolo il diritto di alterarla, o di abolirla, e di un nuovo governo instituire in su tali principj fondato, e sì fattamente ordinato, che più probabilmente a lui appaia la sua sicurezza e felicità procurare. Egli è ben vero però, che la prudenza ci esorta, che non si debbono i governi da lunga pezza stabiliti di leggieri, nè per cause transitorie cangiare. Ed in fatti la sperienza ha dimostrato, che gli uomini più disposti sono a soffrire, quando i mali loro sono sofferevoli, che all'usar i diritti loro coll'abolir quegli ordini, ai quali sono eglino avvezzati. Ma quando una lunga serie di abusi e di usurpazioni invariabilmente allo stesso fine tendenti dimostra il disegno di volergli sotto l'assoluto dispotismo ridurre, egli è il diritto loro, egli è il dovere di levarsi dal collo un tal governo, e nuovi guardiani provvedere alla futura sicurezza loro. Tale è stata la presente sofferenza di queste colonie, e tale è ora la necessità, che le costringe ad alterare i primieri ordini del governo».
Fatta quindi una diligente enumerazione dei torti ricevuti e delle sofferte oppressioni, conclusero con dire, che un principe, (intendendo del Re d'Inghilterra) il quale stato è l'autore di tanti atti di tirannide, era inabile diventato ad essere il reggitore di un popolo libero. Raccontate poscia le pubbliche appellazioni ai popoli inglesi fatte, aggiunsero, che non avevano questi voluto dar udienza alle voci della giustizia e della consanguinità.
«Noi pertanto, proseguirono, essendoci di necessità fermi nella separazione, dichiariamo, che gli terremo, come il restante genere umano, nemici in guerra, in pace amici.
«Noi adunque rappresentanti degli Stati Uniti di America in generale congresso convenuti, appellandone al supremo Giudice del mondo della rettitudine delle nostre intenzioni, in nome e per l'autorità del buon popolo di queste colonie, solennemente pubblichiamo e dichiariamo, che queste unite colonie sono, e di diritto esser debbono liberi ed independenti Stati: che assolute sono da ogni leanza verso la Corona britannica; e che ogni politica congiunzione tra queste e lo Stato della Gran-Brettagna è, ed esser dee totalmente disciolta; e che, siccome liberi ed independenti Stati, hanno elleno piena potestà di romper la guerra e di concluder la pace, di far le alleanze, di stabilire il commercio, e di tutti quegli atti, e cose fare, che agl'independenti Stati di diritto appartengono. E per l'eseguimento di questa dichiarazione, ponendo tutta la nostra speranza e fede nella protezione della divina Provvidenza, noi scambievolmente impegniamo l'uno all'altro, e l'altro all'uno le nostre vite, le nostre sostanze ed il nostro onore[1]».
Tale è stata la dichiarazione dell'independenza degli Stati Uniti d'America, la quale se era, come pare, necessaria, non era però senza pericolo. Imperciocchè sebbene le cose erano a tal condizione ridotte, che la maggior parte degli Americani o la desideravano, o non la contrastavano, ciò nondimeno molti o apertamente la disapprovavano, o nell'animo loro la detestavano. E ciò che riusciva di maggior pericolo, si era, che gli avversarj massimamente in quelle province abbondavano, nelle quali si sapeva, che gli Inglesi avrebbero fatto una gagliarda impressione. Gli eserciti americani erano deboli, l'erario povero, gli ajuti esterni incerti; e che l'ardore dei popoli avesse a continuarsi, molto era da dubitare. Si sapeva da un altro canto, che l'Inghilterra si era ferma ad ogni modo a voler usar tutta la forza sua per ridur le colonie all'obbedienza, innanzi che esse vieppiù sì confermassero nella resistenza, od entrassero nelle alleanze coi principi forestieri. Nè non era da temersi, che, se le armi americane, siccome più probabile pareva, fossero state perdenti in su quei primi principj i popoli ne avrebbero accusata l'independenza; ed isbigottiti essendo, sarebbero, come soglion fare, coi desiderj loro molto più indietro tornati, che prima voluto non avrebbero. Quando s'incomincia a disperare, non si fa fine alle concessioni. Ma giacchè la guerra era inevitabile, e che ogni accordo era impossibile per l'ostinazione delle due parti, si trovava il congresso nella necessità di risolversi; non che credesse, che a qualunque partito si appigliasse, non vi fosse pericolo; ma amò meglio abbracciar quello, ch'era più risoluto, che non l'altro di continuar nella pretensione della rivocazione delle leggi, ch'era pieno di incertezza. Poichè quali fossero appunto le leggi da rivocarsi, non era ben chiaro. Alcuni volevano, si annullassero tutte le leggi fatte dal 1763 in poi; alcuni non tutte quelle, ma solamente una parte; chi questa e chi quell'altra; e finalmente vi erano di quelli, che non istavano contenti nemmeno alla totale rivocazione, ma volevano, se ne rivocassero alcune più antiche. Altri poi nel corso della querela avevano mosso alcune cose del tutto impossibili ad ottenersi dalla Gran-Brettagna. Nè si può negare, che la dichiarazione dell'independenza non fosse alla natura stessa delle cose conforme; poichè i tempi non avrebbero lungamente comportato, che un popolo numeroso, ricco, armigero ed avvezzo alla libertà da un altro assai lontano, e non troppo più grande dipendesse. Ogni cosa già si volgeva all'independenza; e questa è stata forse la più secreta cagione, per la quale i ministri inglesi si erano determinati a voler porre un più duro freno in bocca agli Americani. Egli è vero ancora, che i principi forestieri non avrebbero consentito a fornir gli ajuti, ed a far lega con coloro, i quali tuttavia si confessassero sudditi di un altro regno; mentrechè si poteva sperare, che fossero per praticare, e per concludere con quelli, che ad ogni patto si eran risoluti a voler diventare una nazione franca ed independente. Nel primo caso nemmeno la vittoria, nell'ultimo non che la vittoria, ma solamente la difesa, ed il bilicar coll'armi la fortuna avrebbe procurato le leghe.
Quale di questo sia la verità, egli è certo, che la dichiarazione fu ricevuta da quei popoli con grandissimi segni di allegrezza. Nè si trascurarono tutte quelle pubbliche dimostrazioni, che sono in somiglianti casi solite a farsi dai governi per procurar presso i popoli favore e grazie alle determinazioni loro. Fu bandita con molta solennità a Filadelfia gli otto di luglio. Vi si fecero i fuochi, si spararono le artiglierie; ed il popolo, come se impazzato fosse, era dappertutto in gran galloria. Agli undici fu pubblicata nella Nuova-Jork, e con molto apparato letta a ciascuna brigata dell'esercito americano, il quale allora si trovava raccolto in quelle vicinanze. Fu udita con acclamazioni ed applausi senza fine. La sera la statua del Re Giorgio terzo, ch'era stata rizzata nel 1770, fu abbassata, e tratta pel fango dai figliuoli della libertà. Deliberarono, che col piombo, col quale era stata gittata, si facessero palle. Le quali cose, se si facevano contro ogni civiltà, come è veramente, non si facevano però contro la ragione di Stato; imperciocchè aizzavano i popoli, e gli facevan correre a quel fine, che si desiderava. A Baltimore, essendovi l'independenza stata bandita in presenza dei bombardieri e delle milizie, il popolo non capiva in sè stesso dalla allegrezza. Si fecero molte salve, e le acclamazioni ferivano l'aria, pregando tutti felicità ai liberi ed uniti Stati d'America. La sera l'effigie del Re fu condotta a trastullo di popolo per tutta la città, ed arsa poscia in un fuoco acceso a questa bisogna. In Boston poi le dimostrazioni furono grandissime. Vi fu bandita la independenza dal balcone del Palazzo in presenza di tutti i maestrati civili e militari, ed al cospetto di un innumerabile popolo, che vi era concorso sì dalla città stessa, che dal contado. Il presidio stava affilato nella contrada del Re, che fu poi chiamata col nome di contrada degli Stati, e diviso in tredici schiere per denotare i tredici Stati uniti. Fatta a mezzodì la pubblicazione, seguirono gli evviva popolari con un romore incredibile; e ad un dato segnale fu fatta dal Fort-hill una salva di tredici colpi di artiglieria, alla quale risposero a muta pure con tredici colpi quelle del castello, dell'istmo, di Nantasket e della punta d'Alderton, siccome anche il presidio stesso con una salva di moschettate, andando in giro l'una dopo l'altra le tredici schiere. Convennero poscia i maestrati e molti gentiluomini a banchettare nella sala del Consiglio, dove invitandosi l'un l'altro fecero brindisi alla prosperità e perpetuità degli Stati uniti d'America; al congresso americano; al generale Washington; al prospero successo dell'armi degli Stati uniti; alla caduta dei tiranni e della tirannide; alla propagazione della civile e della religiosa libertà; agli amici degli Stati uniti in tutte le parti del mondo. Suonavano intanto le campane a gloria; l'allegrezza era universale, ed i festeggiamenti senza fine. La sera furono abbassate tutte le insegne del Re, o marzocchi, o scettri, o corone, che si fossero, e furon tutte spezzate od arse nella contrada degli Stati. Ma nella Virginia i rallegramenti che vi furono, non si potrebbero con sufficienti parole descrivere. Il convento virginiano decretava, che nelle pubbliche preci si omettesse di pregare pel Re. Ordinava, che nel gran sigillo della repubblica di Virginia si raffigurasse la virtù, siccome Genio della repubblica, vestita alla foggia delle Amazzoni, la quale si appoggiasse con una mano su d'una lancia, e coll'altra tenesse una spada, e col piè calpestasse la tirannide rappresentata da un uomo prostrato, accanto la corona cadutagli di testa con una catena rotta nella manca, ed un flagello nella diritta. Nell'esergo si leggeva la parola Virginia, ed all'intorno dell'immagine della virtù quest'altre: sic semper tyrannis. Sul rovescio si vedeva un gruppo di figure. Quella di mezzo rappresentava la libertà colla sua bacchetta e col pileo. Dall'un de' lati stava Cerere colla sua cornucopia in questa mano, ed in quella una spica di frumento, dall'altro l'eternità col globo, e colla fenice. Nell'esergo si trovavano scolpite queste parole: Deus nobis haec otia fecit.
In somma tra mezzo a queste esultazioni nulla si lasciò indietro di quello, che poteva indurre nei popoli favore e desiderio del nuovo stato, ed odio e nimistà non solo contro la tirannide, ma ancora contro la monarchia; sforzandosi i libertini di fare in modo, che non che l'una coll'altra si confondesse nella mente dei popoli, ma vi nascesse inoltre la opinione, ch'esse non possano scompagnarsi. In questo modo dall'un canto i Capi dei libertini americani prima colle segrete mene, poi con aperti andari, e finalmente con una molto opportuna e molto ardita risoluzione; e dall'altro i ministri britannici, prima con avare ed insolite provvisioni, poi coll'incertezza dei consiglj, quindi con inumane ed esacerbanti leggi, e finalmente colla debolezza dell'armi diedero origine ad un avvenimento, il quale produsse in ultimo un totale sceveramento di un glorioso e possente Impero. Tanto sono gli uomini o costanti nella libertà, od ostinati nell'ambizione, o timidi nei consiglj, o più pronti ad avvertire il nemico colle minacce, che ad opprimerlo coi fatti. Certo è, che mancarono nei ministri britannici l'ingegno per prevedere, o la forza per provvedere; sicchè i tumulti d'America e nacquero inosservati, e crebbero senza ostacoli, e tanto ingrossarono, che come un fiume gonfiato dalle insolite piogge i non sufficienti argini, ed i tardi impedimenti sopravanzarono tutti, e strabocchevolmente superarono.
NOTA
Nuovo-Hampshire. — Josia Bartlett, Guglielmo Whipple, Matteo Thornton.
Massacciusset. — Samuele Adams, Giovanni Adams, Roberto Treat-Paine, Elbrigo Gerry.
Isola di Rodi. — Stefano Hopkins, Guglielmo Ellery.
Connecticut. — Ruggiero Shermann, Samuele Huntington, Guglielmo Williams, Oliviero Wolcott.
Nuova-Jork. — Guglielmo Floyd, Filippo Livingston, Francesco Lewis, Luigi Morris.
Nuova-Cesarea. — Riccardo Stockton, Giovanni Witherspoon, Francesco Hopkinson, Giovanni Hart, Abramo Clark.
Pensilvania — Roberto Morris, Beniamino Rush, Beniamino Franklin, Giovanni Morton, Giorgio Clymer, Jacopo Smith, Giorgio Taylor, Jacopo Wilson, Giorgio Ross.
Delawara. — Cesare Rodney, Giorgio Read.
Marilandia. — Samuele Chase, Guglielmo Paca, Tommaso Stone, Carlo Caroll di Carollton.
Virginia. — Giorgio Ughte, Riccardo Enrico Lee, Tommaso Jefferson, Beniamino Hamson, Tommaso Nelson minore, Francesco Lightfoot Lee, Cartero Braxton.
Carolina Settentrionale. — Guglielmo Hooper, Giuseppe Hewes, Giovanni Pena.
Carolina Meridionale. — Edoardo Rutledge, Tommaso Heyward minore, Tommaso Lynch minore, Arturo Middleton.
Giorgia. — Button Gwinnet, Limano Hall, Giorgio Walton.
FINE DEL LIBRO SESTO