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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09

CAPITOLO XLIX. (continued 2)

Davide Bertolotti translation

Gl'Imperatori d'Occidente continuavano ad ingerirsi nell'elezione dei Papi, come già facevano prima arbitrariamente i principi Goti e gl'Imperatori greci; e il valore di questa prerogativa crebbe coi dominii temporali, e colla giurisdizione spirituale della Chiesa romana. Secondo la costituzione aristocratica del clero, i suoi membri primari formavano un Senato che cooperava all'amministrazione de' suoi Consigli e nominava al vescovado, quand'era vacante. Ventotto erano le parrocchie in Roma, ed ognuna era governata da un Cardinale prete o presbitero, titolo modesto nella sua origine, ma che poi volle uguagliarsi alla porpora dei Re. Il numero dei membri di questo Consiglio venne crescendo coll'associazione dei sette Diaconi degli spedali più considerevoli, dei sette giudici del palazzo di Laterano, e di alcuni dignitari della Chiesa. Questo Senato era diretto da sette Cardinali vescovi della Provincia romana, i quali non attendeano tanto alle lor diocesi d'Ostia, di Porto, di Velletri, di Tuscolo, di Preneste, di Tivoli, e del paese de' Sabini, situati, può dirsi, ne' sobborghi di Roma, quanto al servigio settimanale nella Corte del Papa, e alla premura d'ottenere una maggior parte degli onori e dell'autorità della Sede apostolica. Morto il Papa, questi Vescovi indicavano al Collegio de' Cardinali quello che doveano eleggere per successore[335]; e dagli applausi o dagli schiamazzi del popolo romano era approvata o rigettata la scelta. Ma dopo il suffragio del popolo era ancor imperfetta l'elezione; e per consecrar legalmente il Pontefice era d'uopo che l'Imperatore, come avvocato della Chiesa, avesse data l'approvazione e l'assenso. Il Commissario imperiale esaminava sul luogo la forma e la libertà dell'elezione, e solamente dopo aver ben disaminate le qualificazioni degli Elettori, ricevea il giuramento di fedeltà, e confermava le donazioni che aveano successivamente arricchito il Patrimonio di San Pietro. Se sopravveniva uno Scisma, e di frequente ne accadevano, si sottometteva il tutto al giudizio dell'Imperatore, il quale in mezzo a un Sinodo di Vescovi osò giudicare, condannare e punire un Pontefice delinquente. Si obbligarono il senato ed il popolo, in un trattato con Ottone I, di eleggere quel candidato che più a sua maestà fosse aggradevole[336]: i suoi successori anticiparono o prevennero i loro suffragi: diedero al proprio Cancelliere il Vescovado di Roma, non che quelli di Colonia e di Bamberga; e qualunque pur fosse il merito d'un Francese o d'un Sassone, prova il suo nome abbastanza l'intromissione d'una Potenza straniera. I disordini d'un'elezion popolare erano per questi atti autorevoli una scusa assai speciosa. Il competitore, escluso dai Cardinali, si appellava alle passioni o alle venalità della plebe: il Vaticano e il Palazzo di Laterano furono imbrattati d'assassinii, e i senatori più potenti, i Marchesi di Toscana e i conti di Tuscolo tennero in lungo servaggio la Sede apostolica. I Papi del nono e decimo secolo, furono insultati, incarcerati, assassinati dai lor tiranni; e quando erano spogliati dei demanii dipendenti dalla loro Chiesa, tant'era la lor indigenza, che non potevano sostenere la condizione d'un principe non solo, ma neppure esercitare la carità d'un sacerdote[337]. La riputazione ch'ebbero allora due sorelle prostitute, Marozia e Teodora, era fondata su le ricchezze e l'avvenenza loro, sui loro raggiri amorosi o politici; la mitra romana era il guiderdone dei più instancabili dei loro amanti, e il loro regno[338] ha potuto[339] nei secoli d'ignoranza dar origine alla favola[340] d'una Papessa[341]. Un bastardo di Marozia, un suo nipote e un pronipote, discendenti dal bastardo (genealogia veramente singolare!) salirono la Cattedra di San Pietro, ed aveva l'età di diciannov'anni il secondo degli anzidetti, quando divenne Capo della Chiesa latina. Giunto alla maturità degli anni corrispose all'aspettazione che avea dovuto dare di sè in gioventù; e la folla de' pellegrini che concorrevano a Roma poteva attestar la verità delle accuse fattegli in un Sinodo romano, e alla presenza d'Ottone il Grande. Dopo avere rinunciato all'abito e al decoro della sua dignità, potea Papa Giovanni XI, nella sua qualità di soldato, non avere taccia per gli eccessi nel bere, per gli omicidii, per gl'incendii, per la smodata passione del giuoco e della caccia: poteano i suoi Atti pubblici di simonìa essere una conseguenza della sua ristrettezza; e supposto che abbia invocato, come è fama, Giove e Venere, potea essere questa una facezia; ma noi veggiamo con istupore questo degno nipote di Marozia vivere pubblicamente in adulterio colle Matrone romane; il palazzo Lateranense trasformato in un postribolo, e lo svergognato Papa, tiranno del pudore delle vergini e delle vedove, il quale impediva così alle donne di andare in pellegrinaggio al sepolcro di San Pietro, ov'elle avrebbero corso rischio, in quell'atto di divozione, d'essere violate[342] da quel successor dell'apostolo[343]. Hanno insistito con maligno diletto i protestanti su questi segni di somiglianza coll'anticristo; ma agli occhi d'un filosofo son men pericolosi i vizi del clero che le virtù del medesimo. Dopo lunghi scandoli fu purificata e rialzata la Sede apostolica dall'austerità e dallo zelo di Gregorio VII. Questo frate ambizioso[344] passò tutta la sua vita meditando, e regolando l'esecuzione de' suoi gran disegni, il primo de' quali era fissare nel Collegio de' Cardinali la libertà e l'independenza della elezione del Papa, e per sempre togliervi l'intervento, o legittimo o usurpato, degl'Imperatori, e del popolo romano; il secondo di dare e riprendere l'Impero d'Occidente come un feudo, o benefizio[345] della Chiesa, e a stendere il suo dominio temporale sopra i re, e sopra i reami della terra. Dopo cinquant'anni di combattimenti, la prima di queste operazioni fu condotta ad effetto mercè dell'Ordine ecclesiastico, la libertà del quale andava congiunta a quella del Capo; ma la seconda, non ostante qualche buon esito apparente o parziale, trovò nella potestà civile una gran resistenza, e fu impedita da' progressi dell'umana ragione.

Quando risorse l'Impero di Roma, nè il suo Vescovo nè il popolo poteano dare a Carlomagno o ad Ottone le province, perdute per la sorte dell'armi come erano state acquistate; ma i Romani aveano la facoltà d'eleggersi un padrone, e l'autorità delegata al patrizio fu irrevocabilmente conferita agl'Imperatori francesi e sassoni. Gli annali imperfetti di que' tempi[346] ci serbarono qualche memoria del palazzo, della moneta, del tribunale, degli editti di que' principi, e della giustizia esecutiva, che sin al decimo-terzo secolo era dal Prefetto di Roma esercitata in virtù de' poteri conferitigli da' Cesari[347]; ma infine per gli artificii de' Papi e per la violenza del popolo, questa sovranità degl'Imperatori fu soppressa. I successori di Carlomagno, paghi de' titoli d'Imperatore e d'Augusto, non posero cura nel mantenere quella giurisdizione locale; ne' tempi prosperi, era l'ambizione loro pasciuta d'idee più lusinghiere, e nella decadenza e division dell'Impero i lor pensieri furono del tutto assorti da quello di difendere le province ereditarie. In mezzo a' disordini dell'Italia, la famosa Marozia indusse uno degli usurpatori a sposarla, e la sua fazione guidò Ugo, re di Borgogna, entro la Mole d'Adriano, ossia Castello Sant'Angelo, che domina il ponte principale, ed uno degli ingressi di Roma. Suo figlio Alberico, ch'ella ebbe da uno de' suoi primi mariti, fu astretto a servire al banchetto nuziale; il suo suocero sdegnato della ripugnanza manifesta con cui quegli adempieva tale ufficio gli diede una percossa. Questa originò una rivoluzione. «Romani, gridò il giovanetto, voi eravate un tempo i signori del Mondo, e questi Borgognoni erano allora i più abietti fra i vostri schiavi. Ed oggi regnano, que' selvaggi voraci e brutali, e l'oltraggio ch'io ricevetti è il principio della vostra servitù[348]». Sonarono le campane a stormo; corse il popolo all'armi da tutti i quartieri della città, e i Borgognoni fuggirono a precipizio svergognati e atterriti. Il vincitore Alberico cacciò in un carcere sua madre Marozia, e ridusse suo fratello, Papa Giovanni XI, all'esercizio del suo ministero spirituale. Governò Roma per più di vent'anni col titolo di principe, e dicesi che per assecondare i pregiudizi del popolo, rinnovò l'officio, o almeno il nome de' Consoli, e de' Tribuni. Ottaviano, suo figlio ed erede, prese col Pontificato il nome di Giovanni XII: tribolato come il suo predecessore da' principi Lombardi cercò un difensore che potesse liberare la Chiesa e la Repubblica, e quindi la dignità imperiale divenne il guiderdone de' servigi d'Ottone; ma il Sassone era prepotente, e intolleranti i Romani. La festa dell'incoronazione fu turbata dalle secrete dispute suscitate per una parte dalla gelosia del potere, per l'altra dal desiderio di libertà. Temendo Ottone d'essere assalito, e assassinato al piè dell'altare, ordinò al suo Porta-spada di non iscostarsi dalla sua persona[349]. Prima di ripassare le Alpi, l'Imperatore punì la rivolta del popolo, e l'ingratitudine di Giovanni XII. Il Papa fu deposto dalla Sede in un Sinodo; il Prefetto a cavallo d'un asino fu frustato per tutti i quartieri della città, poi cacciato nel fondo d'un carcere; tredici cittadini de' più colpevoli spirarono su le forche, altri furono mutilati e sbanditi, e servirono le antiche leggi di Teodosio e di Giustiniano a giustificare tanta severità di gastighi. Ottone II dalla voce pubblica fu accusato d'avere con una atrocità pari alla perfidia fatto trucidare alcuni Senatori, da lui invitati a pranzo, sotto le sembianze d'ospitalità e d'amicizia[350]. Durante la minorità di Ottone III, suo figlio, Roma tentò con vigoroso sforzo di scuotere il giogo de' Sassoni, e il console Crescenzio fu il Bruto della repubblica. Dalla condizione di suddito e d'esule giunse due volte al comando della città; perseguitò, cacciò, creò i Papi, e tramò una cospirazione per ristabilire l'autorità degl'Imperatori greci. Sostenne un assedio ostinato in castel Sant'Angelo; ma sedotto da una promessa d'impunità, fu appiccato, e s'espose il suo capo su i merli della Fortezza. Per un rovescio di sorte avvenne poi che Ottone, avendo diviso qua e là il suo esercito, fu assediato per tre giorni nel suo palazzo, ove difettava di vittovaglie; e solamente con una vergognosa fuga potè sottrarsi alla giustizia o al furor de' Romani. Il senatore Tolomeo guidava il popolo, e la vedova del console Crescenzio ebbe la consolazione di vendicare il marito dando il veleno all'Imperatore divenuto suo amante: almeno se ne dà il vanto a lei. Era intendimento di Ottone III abbandonare le aspre contrade del Settentrione per collocare il suo trono in Italia, e far rivivere le instituzioni della monarchia romana; ma i successori di lui non comparvero che una volta in tutta la lor vita sulle sponde del Tevere per ricevere la corona nel Vaticano[351]. La loro assenza li esponea al disprezzo, e la loro presenza era odiosa e formidabile. Discendeano dalle Alpi co' loro Barbari, stranieri all'Italia, ove giungevano coll'armi in mano, e le loro passaggere comparse non offerivano che scene di tumulto e di strage[352]. I Romani, sempre tormentati da una debole memoria dei loro antenati, vedeano con pio sdegno quella serie di Sassoni, di Francesi, di principi di Svevia e di Boemia usurpare la porpora e le prerogative de' Cesari.

A. D. 774-1250

Non v'ha forse nulla di più contrario alla natura e alla ragione, che il tenere sotto il giogo paesi lontani e straniere nazioni contro lor voglia, e contro il loro interesse. Può un torrente di Barbari passare sopra la terra; ma per mantenere un vasto Impero, si richiede un sistema profondo di politica e d'oppressione. Vi dev'essere al centro un potere assoluto pronto all'atto e ricco di espedienti; è necessario poter comunicare facilmente e rapidamente dall'una estremità all'altra; fan d'uopo Fortezze per reprimere i primi assalti dei ribelli; un'amministrazione regolare atta a proteggere e a punire, e un esercito ben disciplinato che possa infondere timore senz'eccitare l'odio e la disperazione. Ben diversa era la situazione de' Cesari della Germania, allorchè divisarono d'assoggettare a sè il regno d'Italia. Le loro terre patrimoniali s'estendevano lunghesso il Reno, od erano sparse qua e là nelle loro varie province; ma l'imprudenza o la miseria di molti principi aveva alienato questo ricco retaggio, e la rendita, che traevano da un esercizio minuto e gravoso delle loro prerogative, bastava appena alle spese della lor casa. Erano i loro eserciti fondati soltanto sopra il servizio, legale o volontario, dei loro diversi feudatarii che valicavano le Alpi con ripugnanza, si permetteano ogni sorta di rapine e di eccessi, e sovente disertavano avanti la fine della campagna. Il clima dell'Italia ne distruggeva eserciti intieri; quelli che sfuggivano alla sua mortifera influenza riportavano in patria le ossa dei principi e Nobili loro[353]; imputavano talvolta l'effetto della loro intemperanza alla perfidia e malizia degl'Italiani, che rallegravansi almeno dei mali dei Barbari. Questa tirannia irregolare combattea con armi uguali contro la potenza de' piccioli tiranni del paese: l'esito della disputa non interessava molto il popolo, e dee oggi interessar poco il lettore. Ma ne' secoli undecimo e duodecimo riaccesero i Lombardi la fiaccola dell'industria e della libertà, e le repubbliche della Toscana imitarono finalmente quel generoso esempio. Avevano le città d'Italia conservata mai sempre una specie di governo municipale; e i loro primi privilegi furono un dono della politica degl'Imperatori, che voleano fare servire i plebei a raffrenare l'independenza della Nobiltà. Ma i rapidi progressi di queste Comunità, e l'estensione ch'esse davano ogni giorno al loro potere, non ebbero altra cagione che il numero e l'energia dei loro Membri[354]. La giurisdizione di ciascuna città abbracciava tutta l'ampiezza d'una diocesi o d'un distretto; quella de' Vescovi, de' marchesi e dei conti fu annichilata, e i più orgogliosi de' Nobili si lasciarono persuadere, o furono costretti, d'abbandonare i loro castelli solitari e d'assumere la qualità più onorevole di cittadini e di magistrati. L'autorità legislativa apparteneva all'Assemblea generale; ma il potere esecutivo era nelle mani de' tre consoli che s'estraevano annualmente dar tre Ordini de' quali componevasi la repubblica, cioè: i capitani, i valvassori[355] e i comuni sotto la protezione d'una legislazion uguale per tutti. L'agricoltura e il commercio si ravvivarono a poco a poco; la presenza del pericolo sosteneva il carattere guerriero de' Lombardi, ed al suono della campana, o al ventilare del vessillo[356], sboccava dalle porte della città una schiera numerosa ed intrepida, il cui zelo patriottico si lasciò ben tosto guidare dalla scienza della guerra, e dalle regole della disciplina. L'orgoglio de' Cesari ruppe contro questi baluardi popolari, e l'invincibile Genio della libertà trionfò dei due Federici, i due più gran principi del medio evo: il primo forse più grande per le geste militari, ma il secondo dotato senza dubbio di maggiori lumi e di virtù più grandi che convengono alla pace.

Vago di ravvivare tutto lo sfarzo della porpora, invase Federico I le repubbliche della Lombardia coll'arte d'un politico, col valore d'un soldato, e colla crudeltà d'un tiranno. Aveva la recente scoperta delle Pandette rinnovata una scienza molto favorevole al dispotismo; e alcuni giureconsulti venali dichiararono che l'Imperatore era assoluto padrone della vita e delle proprietà dei sudditi. La Dieta di Roncaglia riconobbe la regia prerogativa in un senso meno odioso; a sessantamila marchi d'argento[357] fu portata la rendita dell'Italia, ma ad infinita ampiezza la estesero colle estorsioni gli officiali del fisco. Col terrore e colla forza dell'armi furono ridotte al dovere le città più pertinaci; i prigioni furono consegnati al carnefice, o fatti perire sotto i dardi scagliati dalle macchine guerresche: dopo l'assedio e la resa di Milano, Federico fece radere gli edifici di quella magnifica capitale; ne levò trecento statici cui spedì in Alemagna, e disperse in quattro villaggi gli abitanti messi sotto il giogo dall'inflessibile vincitore[358]. Non tardò Milano a risorgere dalle sue ceneri: la sventura formò la lega di Lombardia; Venezia, il Papa, Alessandro III, e l'Imperator greco ne difesero gl'interessi; l'edificio del dispotismo fu atterrato in un giorno, e nel trattato di Costanza Federico sottoscrisse, con qualche riserva, la libertà di ventiquattro città. Aveano queste acquistato tutto il vigore e la maturità, quando entrarono in lotta contro il suo nipote; ma questi, Federico II, era dotato di qualità personali, e singolari che lo segnalavano[359]. Per la nascita e per la educazione era raccomandato agli Italiani, e durante l'implacabil discordia della fazione de' Ghibellini e de' Guelfi, aderirono i primi all'Imperatore, mentre i secondi inalberarono il vessillo della libertà e della Chiesa. La Corte romana, in un momento di sonno, avea permesso ad Enrico VI di congiungere all'Impero i regni di Napoli e di Sicilia; e Federico II, suo figlio, ricavò da quegli Stati ereditarii grandi sussidii in soldati e in denari. Fu non di meno oppresso in fine dalle armi lombarde e dai fulmini del Vaticano; ne fu dato il reame ad uno straniero, e l'ultimo della sua razza fu pubblicamente decapitato sul palco nella città di Napoli. Per uno spazio di sessant'anni non si vide più un Imperator in Italia, e appena fu ricordato questo nome per la vendita ignominiosa degli ultimi rimasugli della sovranità.

814-1250 ec.

Piaceva ai Barbari, vincitori dell'Occidente, il dare al lor Capo il titolo d'Imperatore, senz'aver però l'intenzione di conferirgli il dispotismo di Costantino e di Giustiniano. La persona dei Germani era libera, come loro proprii i conquisti, e l'energia del loro carattere nazionale aveva a schifo la servil giurisprudenza dell'antica e della nuova Roma. Sarebbe stata impresa di gran rischio ed inutile il voler imporre il giogo monarchico a cittadini armati, che mal poteano sopportare in pace un magistrato, ad uomini ardimentosi che non voleano obbedire, e ad uomini potenti che voleano comandare. I duchi delle nazioni o delle province, i conti dei piccioli distretti, i margravii delle Marche, o frontiere, si partirono fra loro l'Impero di Carlomagno e d'Ottone, e riunirono l'autorità civile e militare tal quale era stata delegata ai luogotenenti dei primi Cesari. I governatori romani, per lo più soldati di ventura, sedussero le loro legioni mercenarie, e preser la porpora imperiale, con buono o cattivo successo, nella lor rivolta senza nuocere al potere e all'unità del governo. Se meno audaci furono nelle pretensioni i duchi, i margravii e i conti dell'Alemagna, più durevoli furono, e più funesti allo Stato gli effetti dei loro vantaggi. Invece d'aspirare alla dignità suprema, attesero in segreto a fermare l'independenza sul territorio che occupavano. I lor disegni ambiziosi furon favoreggiati dal numero dei dominii loro e dei vassalli, dall'esempio e dal soccorso che si prestavano vicendevolmente; dall'interesse comune dei Nobili subordinati, dal cangiamento dei principi e delle famiglie, dalla minorità d'Ottone III e da quella d'Enrico IV, dall'ambizione dei Papi, e dalla vana perseveranza con cui gl'Imperatori correan dietro alle fuggiasche corone dell'Italia e di Roma. A poco a poco i comandanti delle province usurparono tutti gli attributi della giurisdizione regia e territoriale; i dritti di pace e di guerra, di vita e di morte, quello di batter moneta, di mettere imposizioni, di contrar alleanze coll'estero, e d'amministrare l'interno. Tutte le usurpazioni della violenza furono dall'Imperatore ratificate sia che il facesse di buona voglia, sia per forza di necessità, e questa conferma divenne il prezzo d'un suffragio dubbio, o d'un servigio volontario; quel che avea conceduto all'uno non potea da lui ricusarsi senz'ingiustizia al successore o all'eguale di quello; così da questi differenti atti di dominio passaggero o locale s'è formato a grado a grado la costituzione del Corpo germanico. Il duca o conte d'ogni provincia era il Capo visibile collocato fra il trono e la Nobiltà; i sudditi della legge diveniano i vassalli d'un Capo particolare, che spesso levava contro il sovrano lo stendardo che ne avea ricevuto. La potenza temporale del clero fu secondata ed accresciuta dalla superstizione, o dai fini politici delle dinastie Carlovingia e Sassone, le quali ciecamente confidavano nella sua moderazione e fedeltà: i vescovadi d'Alemagna acquistarono l'estensione e i privilegi dei più vasti demanii dell'Ordine militare, e in ricchezze e in popolazione li superarono. Per quanto tempo poterono gl'Imperatori conservare la prerogativa di nominare i benefici ecclesiastici e laici, la gratitudine o l'ambizione dei loro amici e favoriti seguì le parti della Corte; ma nata la disputa delle investiture, perdettero ogni ingerenza sui Capitoli episcopali; le elezioni tornarono libere, e per una specie di beffa solenne, fu ridotto il sovrano alle sue prime preghiere, cioè al diritto di raccomandare una volta sola, durante il suo regno, un soggetto per una prebenda di ogni Chiesa. Anzi che obbedire ad un superiore, non poterono i governatori secolari essere dimessi dalla carica che per sentenza dei lor pari. Nella prima età della monarchia, la nomina d'un figlio al ducato o alla contea del padre era domandata come un favore; a poco a poco divenne un'usanza, e in fine fu pretesa come un diritto. Sovente la successione in retta linea si estese ai rami collaterali o femminili; gli Stati dell'Impero, denominazione popolare da principio, poi divenuta legale, furono divisi e alienati con testamenti e con trattati di vendita; ed ogn'idea d'un deposito pubblico si confuse in quella d'una eredità particolare e trasmissibile in perpetuo. Non potea nemmeno l'Imperatore arricchirsi colle confische e colla estinzione di qualche linea; non avea che un anno per disporre del feudo vacante, e nell'eleggere il candidato dovea consultare la Dieta generale o quella della provincia.

A. D. 1250

Morto Federico II parea l'Alemagna un mostro di cento teste. Una moltitudine di principi e di prelati si contendeano i frantumi dell'Impero: innumerabili castella aveano padroni più inclinati ad imitare i lor superiori che ad obbedirli, e, secondo la misura delle forze di ciascheduno, alle continue loro ostilità si dava il nome di conquisto o di ladroneccio. Cotale anarchia era conseguenza inevitabile delle leggi e de' costumi europei, e lo stesso turbine aveva messo in brani i regni della Francia e dell'Italia; ma le città italiche e i vassalli francesi, discordi fra loro, si lasciarono distruggere, mentre l'unione degli Alemanni ha prodotto sotto nome d'Impero un gran sistema di confederazione. Le Diete, da prima frequenti e poi perpetue, hanno serbato vivo lo spirito nazionale, e la legislazione generale dello Stato è rimasa nei tre rami, o Collegi, degli Elettori, de' principi e delle città libere ed imperiali. I. A sette dei più potenti feudatarii fu permesso d'esercitare con un nome e un grado speciale il privilegio esclusivo di eleggere un Imperatore romano, e questi elettori furono il re di Boemia, il duca di Sassonia, il margravio di Brandeburgo, il conte palatino del Reno e i tre arcivescovi di Magonza, di Treveri e di Colonia. II. Il Collegio dei principi e de' prelati si liberò da una moltitudine accozzata confusamente; ridussero a quattro voti rappresentativi la lunga lista dei Nobili independenti, ed esclusero i Nobili, o membri dell'ordine equestre, che nel campo dell'elezione, del pari che in Polonia, s'erano veduti in numero di sessantamila a cavallo. III. Non ostante l'orgoglio della nascita o del potere, non ostante quello che inspirano la spada o la mitra, si ebbe la prudenza di porre nei Comuni il terzo ramo del poter legislativo, e i progressi della civiltà, quasi nell'istess'epoca, fecero altrettanto nelle assemblee nazionali della Francia, d'Inghilterra e dell'Alemagna. La lega anseatica padroneggiava il commercio e la navigazione del Settentrione; i confederati del Reno manteneano la pace e la comunicazione interna nell'Alemagna: le città han conservato una certa influenza proporzionata alle ricchezze e alla politica loro, e la lor negativa annulla ancora le risoluzioni dei due Collegi superiori, cioè di quello degli Elettori e dell'altro dei principi[360].

A. D. 1347-1378

Nel quattordicesimo secolo precipuamente fa stupore la contraddizione che si trova fra il nome e lo Stato dell'Impero romano di Alemagna, il quale, eccetto sulle rive del Reno e del Danubio, non possedeva una sola provincia di quelle di Traiano e di Costantino. Questi principi aveano per indegni successori[361] i conti d'Absburgo, di Nassau, di Lussemburgo e di Schwartzenburgo: l'Imperator Enrico VII ottenne pel figlio la corona di Boemia, e suo nipote, Carlo IV, ebbe la culla presso un popolo che gli stessi Alemanni trattavano da forestiero, da Barbaro[362]. Dopo avere scomunicato Luigi di Baviera, i Papi che, quantunque esuli o prigionieri nella contea di Avignone, affettavano di disporre dei reami della Terra, gli diedero o gli promisero l'Impero allora vacante. La morte dei competitori gli procurò i voti del Collegio elettorale, e fu dagli unanimi suffragi riconosciuto Re de' romani e futuro Imperatore, titolo che veniva prostituito ai Cesari della Germania e a quei della Grecia. Altro non era l'Imperator d'Alemagna che il magistrato elettivo, e senza autorità, d'un'aristocrazia di principi che non gli aveano lasciato un solo villaggio di cui potesse dirsi padrone. La sua più bella prerogativa era il diritto di presedere il senato della nazione, convocato per le sue lettere, e di proporvi le cose su cui deliberare; e il suo regno di Boemia, meno opulento della città di Norimberga posta in quel dintorno, era il fondamento più saldo del suo potere e la fonte più ricca delle sue rendite. Non più di trecento guerrieri componeano l'esercito con cui varcò le Alpi. Fu coronato nella cattedrale di S. Ambrogio colla corona di ferro attribuita dalla tradizione alla monarchia Lombarda; ma non se gli permise che un picciol seguito; gli furon chiuse alle spalle le porte della città, e le armi de' Visconti tennero prigioniero il re d'Italia, che fu obbligato di confermarli nel possesso di Milano. Una seconda volta, fu coronato nel Vaticano colla corona d'oro dell'Impero; ma per adattarsi ad un articolo d'un trattato segreto, l'Imperatore romano si ritirò senza passare neppure una notte nel ricinto di Roma. L'eloquente Petrarca[363], il quale trasportato dalla sua immaginazione vedea di già risorgere la gloria del Campidoglio, deplora ed accusa la fuga ignominiosa del principe Boemo; e gli autori contemporanei osservano, che la vendita lucrosa de' privilegi e de' titoli fu il solo atto d'autorità che esercitò l'Imperatore nel suo passaggio. L'oro dell'Italia assicurò l'elezion di suo figlio; ma tanta era la vergognosa povertà di questo Imperator romano, che fu fermato sulla strada di Worms da un beccaio, e ritenuto in un'osteria per cauzione, o per ostaggio delle spese che avea fatto.

A. D. 1356

Da questo spettacolo d'avvilimento volgiamo lo sguardo all'apparente maestà che Carlo IV portò nelle Diete dell'Impero. La Bolla d'oro che fissò la costituzione germanica è scritta in tuono di sovrano e di legislatore. Cento principi s'incurvavano ai piedi del suo soglio, e sublimavano la propria dignità cogli omaggi volontarii, che concedeano al lor Capo o al lor ministro. I sette Elettori suoi grandi officiali ereditari, che per grado e per titoli pareggiavano i re, servivano alla tavola imperiale. Gli Arcivescovi di Magonza, di Treveri e di Colonia, arcicancellieri perpetui dell'Alemagna, dell'Italia e della provincia di Arles portavano in gran pompa i suggelli del triplice reame. Il gran Maresciallo, montato sur un palafreno, per segno di sue incombenze, tenea in mano un moggio d'argento pieno d'avena, ch'egli spandea per terra, indi scendea da cavallo per regolare l'ordinanza de' convitati. Il gran Siniscalco, il conte palatino del Reno, recava i piatti in tavola. Dopo il banchetto il margravio di Brandeburgo, gran Ciamberlano, si presentava colla brocca e il bacino d'oro, e gli dava da lavar le mani; il re di Boemia era raffigurato, come gran Coppiere dal fratello dell'Imperatore duca di Lussemburgo e del Brabante; e la cerimonia era terminata dai grandi officiali della caccia, i quali con un frastuono di corni e di cani introduceano un cervo ed un cignale[364]. Nè alla sola Alemagna era ristretta la supremazia dell'Imperatore; i monarchi ereditari dell'altre contrade dell'Europa confessavano la preeminenza sua di grado e di dignità: era egli il primo dei principi cristiani, e il Capo temporale della gran repubblica d'Occidente[365]: già da gran tempo assumeva il titolo di maestà, e contrastava al Papa l'eminente diritto di creare i re, e di convocare i Concilii. L'oracolo delle leggi civili, il dotto Bartolo, riceveva una pensione da Carlo IV, e la sua scuola risonava di questa sentenza, che il romano Imperatore era il sovrano legittimo della Terra, cominciando dai luoghi ove si leva il Sole sino a quelli dove tramonta. La contraria opinione fu condannata non come un errore, ma come eresia, in vigor di quelle parole dell'Evangelo: «E un decreto di Cesare Augusto dichiarò che tutto il Mondo dovesse pagare l'imposizione»[366].

Se attraverso lo spazio dei tempi o de' luoghi, noi raffrontiamo Augusto con Carlo, i due Cesari ci presenteranno un contrapposto ben forte. Carlo nascondea la sua debolezza sotto la maschera dell'ostentazione, e il primo velava la sua forza coi colori della modestia. Augusto, capitanando le sue vittoriose legioni, dando leggi alla terra e al mare, dal Nilo e dall'Eufrate sino all'Oceano Atlantico, si dicea servitor dello Stato e l'uguale a' suoi concittadini. Il trionfator di Roma e delle province si sottomettea alle formalità volute dagli offici legali e popolari di censore, di console e di tribuno. La sua volontà era la legge del Mondo; ma per pubblicar questa legge prendeva in prestito la voce del senato e del popolo; da essi il padrone riceveva le nomine rinnovate delle cariche temporanee già conferitegli per amministrar la repubblica. Negli abiti, nell'interno della casa[367], nei titoli, in tutte le azioni della vita sociale serbò Augusto le maniere d'un semplice privato, e da' suoi scaltri adulatori fu rispettato il segreto della sua assoluta e perpetua monarchia.

FINE DEL VOLUME NONO.

Notes in this chapter

Note 1 · Si trova l'origine e i progressi del titolo di Cardinale nel Tomassino (Discipline de l'Eglise, t. I. p. 1261-1298), nel Muratori (AntiquitaNote 2 · Firmiter jurantes, numquam se papam electuros aut ordinaturos, praeter consensum et electionem Othonis et filii sui. (Luitprando, l. VI, c. Note 3 · La storia e la legazion di Luitprando (Vedi p. 440, 450, 471-476, 479, ec.) dipingono con forza l'oppressione ed i vizi del clero di Roma neNote 4 · L'epoca a cui si riporta la papessa Giovanna (papissa Johanna) è un po' anteriore a quella di Teodora e di Marozia; e i due anni del suo papNote 5 · Gli autori che sostengono esservi stata una papessa Giovanna citano centocinquanta testimoni, o piuttosto centocinquanta eco del quattordiceNote 6 · Questa storia debbe aversi per falsa, ma non però incredibile. Supponiamo che il famoso cavalier Francese (La D'Eon), che ai nostri giorni fNote 7 · Sino alla riforma fu ripetuta e creduta questa novella senza che facesse ribrezzo a veruno; e la statua della papessa Giovanna stette lungo Note 8 · Si poteva, omettere questo sarcasmo intorno per altro a' fatti veri, e riferire in vece semplicemente le parole dell'ingenuo storico CardinaNote 9 · Lateranense palatium.... prostibulum meretricum.... Testis omnium gentium, præter quam Romanorum, absentia mulierum, quæ sanctorum apostolorNote 10 · Bisognava dire questo monaco zelante. È necessario per altro convenire, in mezzo al conflitto di tanti scrittori partigiani, o avversarii, dNote 11 · Si può citare per un nuovo esempio de' mali originati dall'equivoco, il beneficium (Ducange, t. 1, p. 617, etc.) che il Papa concedette all'Note 12 · Vedi su la Storia degl'Imperatori, in ciò che concerne Roma e l'Italia, il Sigonio (de Regno Italiae Opp. t. II, colle note del Saxius) e glNote 13 · Vedi la dissertazione del Le Blanc in fine del suo trattato delle Monete di Francia, ove dà contezza di alcune monete romane d'Imperatori frNote 14 · Romanorum aliquando servi, scilicet Burgundiones, Romanis imperent?..... Romanæ urbis dignitas ad tantam est stultitiam ducta, ut meretricumNote 15 · Vedi Ditmar, pag. 354; apud Schmidt, t. III, p. 439.Note 16 · Questo sanguinario banchetto è descritto in versi leonini nel Panteon di Goffredo da Viterbo (Scriptor. Ital., t. VII, p. 436, 437) che vissNote 17 · Si trovano alcune particolarità dell'incoronazione dell'Imperatore, e di qualche cerimonia del decimo secolo nel Panegirico di Berenger (ScrNote 18 · In occasione d'una controversia sorta quando fu incoronato Corrado II, Muratori prende la libertà di notare che: Dovevano ben essere allora Note 19 · Dopo averli fatti bollire. I vasi destinati a tal effetto erano compresi nel numero degli utensili indispensabili al viaggio; e un Germano cNote 20 · Ottone, vescovo di Freysingen, ci lasciò un passo rilevante sopra le città d'Italia (l. 1, c. 13, in Script. Ital., t. VI, p. 707-710), e MuNote 21 · Vedi sopra questi titoli, Selden (Titles of Honour, vol. III, part. I, p. 488), Ducange (Glossar. latin., t. II, p. 140; t. VI, p. 776) e SaNote 22 · I Lombardi inventarono il carocium, stendardo sopra un carro tirato da buoi. (Ducange, t. II, p. 194, 195; Muratori, Antiquit., t. II, DisseNote 23 · Guntero Ligurino, l. VIII, p. 584 e segu; apud Schmidt, t. III, p. 399.Note 24 · Solus imperator faciem suam firmavit ut petram. (Burcard., De excidio Mediolani, Script. Ital., t. VI, p. 917). Questo tomo di Muratori contNote 25 · Vedi, sull'istoria di Federico II e sulla Casa di Svevia a Napoli, Giannone, Istoria civile, t. II, l. XIV-XIX.Note 26 · Nell'immenso labirinto del Diritto pubblico d'Alemagna, debbo citare un autor solo, o citarne mille; ed io amo piuttosto attenermi a una solNote 27 · Qui poi l'Autore è in errore preciso quanto alla Casa de' Conti d'Absbourg autori della regnante eccelsa Casa d'Austria; poichè Rodolfo I d'Note 28 · Carlo IV per altro non dee, per la sua persona, essere considerato come un Barbaro. Dopo aver avuto l'educazione in Parigi, ripigliò l'uso dNote 29 · Oltre le particolarità che sulla spedizion di Carlo IV si trovano negli storici d'Alemagna e d'Italia, vien essa dipinta in una foggia vivacNote 30 · Vedi la descrizione di questa cerimonia nello Struvio p. 629.Note 31 · La repubblica dell'Europa col Papa e coll'Imperatore per Capi non fu mai rappresentata con più dignità, quanto nel Concilio di Costanza. VedNote 32 · Gravina, Origines Juris Civilis p. 108.Note 33 · Furon trovate seimila urne che servivano per gli schiavi e pei liberti d'Augusto e di Livia. Tanta era la moltiplicità degl'impieghi, che un
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