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Sotto il velame

LE ROVINE E IL GRAN VEGLIO (continued 2)

Reading edition

Nel limbo Dante vede la “scuola di quel signor dell'altissimo canto„; ha dai grandi poeti, dopo che essi hanno un po' ragionato con Virgilio, un salutevol cenno; è fatto della loro schiera, parla con loro di cose[538]

che il tacere è bello sì com'era il parlar colà dov'era.

Avanti la tomba di Farinata egli apprende il proprio esilio,[539] e la vanità del tentativo di ritorno. Gloria e dolore, connessi insieme, connettono il nobile castello e il cimitero. E del resto anche qui si parla di altezza d'ingegno.[540] E come là si ragiona di fede, qui si parla di Beatrice:[541]

La mente tua conservi quel ch'udito hai contra te: mi comandò quel saggio: ed ora attendi qui! E drizzò il dito. Quando sarai dinanzi al dolce raggio di quella, il cui bell'occhio tutto vede, da lei saprai di tua vita il viaggio.

A me basti osservare che qui come nel primo cerchio, si ricorda una sapienza massima; e che quel cerchio è il luogo tristo di tenebre, e che queste arche hanno un barlume che si ha a spegnere nel giorno dell'ira. E qui Virgilio dà al discepolo un consiglio di prudenza: ricordarsi ciò che ha udito quivi ma aspettar lume da Beatrice. E qui Virgilio prudentemente fa sostar Dante[542]

sì che s'ausi prima un poco il senso al tristo fiato;

e qui l'ammaestra intorno ai peccati e alle pene, e gli ricorda i suoi studi, la sua Etica, la sua Fisica, e lo rimprovera dolcemente delle sue dimenticanze. C'è per i dannati, in questo cerchio, l'ignoranza, e per Dante la prudenza.

E si scende nel cerchietto dai tre gironi, dove è punita la malizia con forza o violenza. Nel primo girone, contro gli uomini; nel secondo, contro sè e contro le cose sue; nel terzo, contro Dio, la natura e l'arte. Per scendere c'è una rovina guardata da un'“ira bestiale„. Virgilio dice di averla spenta.[543] Come la spense? Il savio grida ver lui, lo chiama bestia, gli ricorda la sua morte sotto la mazza di Teseo, gli ricorda lo scorno della sua sorella, gli ricorda le sue e altrui pene. Egli come toro ferito e non finito, non sa più gire; saltella qua e là, sì che mentre è in furia, Dante può scendere. L'ira quando è portata al sommo grado, rende impotente l'uomo.

Si direbbe che il Minotauro potrebbe rappresentare il vizio di Filippo Argenti, che volge i denti contro sè medesimo. Potrebbe; se Dante non avesse saputo di che cibo si pasceva quella bestia uccisa dal duca di Atene. Il Minotauro sta a rappresentare un altro effetto della passione ira: una cieca cupidigia e ira folle; diciamo, una “violenza„ per la quale alcuno “noccia„.[544] Diciamo in fine, la passione dell'ira che genera la “matta bestialità„. Chè questo è altro nome di quella che si chiama malizia con forza e violenza. Così omettendo il cerchio sesto degli eresiarche, il quale per tante ragioni dette e da dirsi, sta a parte, Enea, il nobilissimo ha, per la sua temperanza disceso i cerchi della concupiscenza, per la fortezza ha passato a piedi asciutti la palude dei due vizi contrari a fortezza; per la giustizia ha disserrata la porta dell'ingiustizia; per la virtù eroica ha dischiuso il cammino a ciò che della virtù eroica è l'opposto: alla bestialità.

Ma la violenza è proprio bestialità? Invero nell'Etica Nicomachea il concetto di bestialità sembra differire da quello di Dante, se Dante chiama bestialità la violenza. Pure anche lì,[545] con i cannibali e altri depravati, sono messi quelli che violano la natura ne' loro piaceri; e tra altri dementi e morbosi è ricordato Falari, il cui bue Dante conosceva. Or nel primo girone sono i tiranni e nel terzo i sodomiti. Ma con un'altra opera Aristotele può aver suggerito al Poeta non solo che violenza, ossia la prima specie della malizia o ingiustizia, è bestialità; ma che la bestialità tipica è quella appunto dei tiranni, che primi Dante vede nella riviera di sangue. E troviamo in quel passo il leone, che può benissimo essere il nesso che nel pensiero di Dante collegò la vis Ciceroniana con la bestialità Aristotelica. A proposito di questa il filosofo osserva: “chi ha fatto più mali, tra un leone e Dionisio o Falari e Clearco e simili malvagi uomini?„[546] Dove è da osservare che dopo Alessandro, nell'enumerazione che fa il Poeta, dei tiranni, è Dionisio fero: fero, cioè bestiale; chè feritas trovava egli per bestialità a ogni tratto.[547] Or quando si pensi che la violenza è la prima specie dell'ingiustizia, si troverà che certamente egli la chiama ancora bestialità, da chi consideri queste parole: “Il nome di sevizia e ferità si intende dalla somiglianza delle fiere che si dicono ancora saevae. Chè siffatti animali nocciono agli uomini, per pascersi de' loro corpi, non per alcuna causa di giustizia, la cui considerazione pertiene alla ragion sola. E perciò, a parlar propriamente, ferità o sevizia si dice secondo che alcuno, nel punire, non considera la colpa di colui che è punito, ma solamente questo, ch'e' si diletta nel tormentare gli uomini. E così è palese che è una specie di bestialità; chè tale diletto non è umano, ma bestiale„.[548] E s'aggiunge, che questa ferità o sevizia non si oppone a clemenza, ma a quella sopraeccellente virtù che il filosofo chiama eroica e divina. Bestialità è dunque la prima specie d'ingiustizia; e perciò i tiranni e i masnadieri che scannarono e taglieggiarono non solo sono i primi che si vedano, ma sono in Flegetonte. Questo è il fiume che corrisponde alla rovina guardato dalla “ira bestiale„. Or negli altri due fiumi del peccato attuale, sono puniti i rei della sorta più rea della disposizione. Lo Stige nel suo fango invischia gl'incontinenti d'irascibile, il Cocito nel suo ghiaccio serra i fraudolenti in chi si fida. Abbiamo visto che degl'incontinenti i peggio trattati sono appunto quelli del pantano; vedremo quelli di Cocito. Ora perchè il Flegetonte non bolle nel suo sangue i più rei, sì i meno? Certo Dante trovò più appropriato il bollor dell'onda rossa a quelli che dieder di piglio nel sangue; forse Dante era ispirato dalla fossa piena di sangue cui Annibale disse bello spettacolo;[549] sì che trovò giusto fare che le anime non possano svellersi più dalla vista che al loro “ciglio„ fu sì gradita.[550] Vero o probabile che ciò sia, Dante mostra per chiari indizi che egli diverge dalla sua norma, qui; poichè avendo stabilito che il fiume sia d'una pena e d'un peccato l'un estremo come la rovina è l'altro, qui finge che esso riconosca Flegetonte solo all'ultimo, quando egli è nell'ultimo girone che punisce la colpa più grave, ossia la violenza contro Dio, mentre la riviera rossa e' l'ha veduta nel primo.[551]

Maestro, ove si trova Flegetonte?

Ma egli attese, oltre che a tutto il resto, anche a dichiarare che la violenza o malizia con forza o bestialità era un peccato contro la giustizia; e ciò non poteva meglio dimostrare che immergendo nel bollor vermiglio quelli dei violenti che in esercitar la giustizia non avevano servato ordine. La giustizia; o la vendetta, che sono sovente la stessa cosa e hanno, sì presso Dante e sì presso i dottori, lo stesso nome. Ora noi dobbiamo ricordare che avendo il Poeta accolto (come ormai ha da essere poco dubbio) la teorica delle quattro ferite, qui sarebbe la ferita a cui è contraria la giustizia: la ferita della malizia in genere. Ed esso pur dovendo, per gli altri suoi concetti morali e poetici, qui collocare un peccato in cui non è intelletto e c'è solo, di ciò che è peculiare agli uomini, la volontà; sa pure seguire l'altra norma facendo della violenza o bestialità l'ingiustizia tipica. E ciò non solo, ponendo così in vista, a bella prima, i tiranni e i loro imitatori, ma con altre chiare parole. Pier della Vigna riassume e dichiara la sua colpa così:[552]

l'animo... ingiusto fece me contro me giusto.

Lo fece dunque peccar d'ingiustizia contro sè. Ed ecco la sanzione eterna:[553]

chè non è giusto aver ciò ch'uom si toglie.

Un altro di quei peccatori esclama:[554]

Io fei giubbetto a me delle mie case:

il che è quanto dire (giubbetto è gibet) feci di me una giustizia ingiusta. Quando il Poeta è per trattare del terzo girone, dice subito:[555]

dove si vede di giustizia orribil arte;

e di lì a poco grida:[556]

O vendetta di Dio, quanto tu dei esser temuta da ciascun che legge ciò che fu manifesto agli occhi miei!

Nè è senza perchè la menzione della “diversa legge„ posta a questi infelici, rei di peccato contro la giustizia. E c'è di essi uno che la giusta pena non pare che senta; e invece Virgilio dichiara che nella sua contumacia è la sua pena maggiore:[557]

O Capaneo, in ciò che non s'ammorza la tua superbia, se' tu più punito.

E qui, in questo girone, Virgilio spiega l'uffizio dei fiumi infernali, ministri dell'eterna giustizia, che vengono da Creta dove con Saturno regnò la giustizia e donde l'inferno ha il suo giudice: dove è il gran veglio che con la sua posizione da oriente a occidente mostra qual sarebbe per la natura umana lo stato di giustizia, e col piede di terra cotta, lo stato d'ingiustizia o malizia presente. E non si deve dimenticare il discorso di Brunetto, in cui la parola “malizia„ sembra riassumere quei tre peccati della gente fiorentina che è “avara, invidiosa e superba„;[558] e non si deve dimenticare la risposta di Dante alle tre ombre:[559]

La gente nuova e i subiti guadagni orgoglio e dismisura han generata:

chè orgoglio e dismisura, ponendo che siano il peccato punito nello Stige, o i due puniti l'un nello Stige e l'altro nel quarto cerchio, sono il fomite dell'ingiustizia; poichè l'avarizia è da sè un po' ingiusta e dà origine al peggio, e l'orgoglio con la timidità è al piede dell'ingiustizia della città roggia. Infine gli usurieri, finitimi, per così dire, alla frode, e assomigliati, per non essere quasi conoscibili e nominabili, e perchè con loro i ragionamenti hanno a essere corti, gli avari,[560] per l'una e per l'altra ragione sono ben dichiarati ingiusti.

Il concetto di giustizia domina dunque in tutto questo cerchietto; sì che le parole di Virgilio con le quali dice d'avere spento[561] l'ira bestiale del Minotauro, hanno nella nostra mente un'eco, e a un tratto, distinta. Quelle parole significano un ammonimento per ciò che il Poeta dice altrove:[562] “Quanto all'abito, la giustizia ha contrasto alcuna volta nel velle; chè, quando il volere non è sincero da ogni cupidigia, sebbene la giustizia ci sia, non tuttavolta c'è nel fulgore della sua purezza; come quella che ha in qualche modo una pur menoma resistenza nel suo subbietto; per il che bene sono respinti quelli che tentano passionare il giudice„. L'ira bestiale non raffigura certo un minimo, sì un massimo di cupidigia che appassiona i giudici, siano essi d'altrui, siano di sè e di Dio; è la passione chiamata di lì a poco “cieca cupidigia e ira folle„; la quale deve essere spenta in ogni nostro giudicare.

È una passione e ha sede, perchè tale, nell'animo o nell'appetito; in quell'animo che fece ingiusto Pier della Vigna; in quel core che ha tanta parte nel peccato di Capaneo;[563] in quell'appetito sensitivo dove stagna la tristizia di chi[564]

piange là dove esser dee giocondo.

E perciò questa violenza, che è pur l'ingiustizia tipica, è una cotale incontinenza; è media tra l'incontinenza e la malizia. E in ciò si ha la riprova ch'ella sia dal Poeta chiamata ancora bestialità; chè la bestialità è per Aristotele[565] “un'incontinenza per metafora e non assolutamente„. Il che ci dà finalmente l'ultima ragione dell'aver Dante in questo cerchietto posto una rovina, difficile bensì a scendersi e per le mobili pietre e per la guardia bestiale, ma tale che Dante ne scende, come per la prima dell'incontinenza, e non vi risale, come per l'ultima della malizia.

E vediamo ora la pietà. Nel regno proprio dell'incontinenza, Dante mostra pietà più o meno viva, ma viva, per i peccatori vinti dall'appetito; e più o meno morta per quelli ch'ebbero un principio di ingiustizia. Comincia col lagrimare e finisce col disprezzare quelli che non ebbero la giustizia originale; ha il cuore quasi compunto nel vedere la ridda degli avari e poi si appaga del non poterne conoscere alcuno; disprezza e respinge il loro pianto e si diletta a vedere attuffare quelli dello Stige che non ebbero la fortezza necessaria alla giustizia. Nel primo cerchietto dell'ingiustizia tipica, ma che tale è per un'incontinenza d'ira bestiale, mostra pietà più o meno viva per quelli in cui l'incontinenza predominò; più o meno severità per quelli in cui predominò l'ingiustizia. Nessun cenno di pietà per gli omicide e predoni: essi sono i rei più significativi di mala giustizia e d'inordinata vendetta. Grande pietà per il suicida fatto ingiusto dall'animo. Carità, ma del natio loco più che di lui stesso, per colui che fe' giubbetto a sè delle sue case. Nel terzo girone Capaneo è aspramente rimbrottato, gli usurieri sono pienamente spregiati. Ma riverenza, pietà, amore mostra il Poeta della rettitudine per quelli che sono tra Capaneo e gli usurieri; sebbene lerci d'un brutto peccato. Dunque nel peccato di Brunetto e delle tre ombre vede predominare l'incontinenza, in quello degli altri l'ingiustizia.

Ma come? Due volte, nell'esporre il peccato dei violenti contro Dio, Virgilio dice “col core„, cioè con l'appetito.[566] Egli dice “col core„: dunque, per incontinenza, vuol dire. E dunque l'incontinenza deve in questo peccato predominare e meritargli pietà. Sì; ma questo peccato è pur detto di malizia, di malizia con forza, cioè d'ingiustizia violenta. Dunque l'aggiunta “col core„ non significa un attenuamento d'esso rispetto ai peccati d'incontinenza, la quale men Dio offende che la malizia; sì un attenuamento rispetto al genere a cui appartiene; attenuamento dichiarato ancora con ciò che la forza non è, come la frode, dell'uom proprio male. È ingiustizia, sì, dice Virgilio, ma è col core solo, non con l'intelletto. Or come nel concetto d'ingiustizia è implicita la volontà, Virgilio dice: col core e con la volontà, non con l'intelletto. Non c'è nel Poema sacro cosa più certa. Dunque la violenza offende più Dio che l'incontinenza; ed è più lieve che la frode, perchè solo col core è consumata. Ma perchè dire “col core, col core„ solo di questa violenza contro Dio, che è la più grave delle tre? O chi non vede ch'esso è un ammonimento a non scambiare questo peccato che è pur contro Dio, col massimo dei peccati, che è quello che a Dio direttamente si oppone? col peccato di Lucifero? Peccato contro Dio: dice Virgilio; ma bada, discepol mio: col core! Non è quello pessimo, sebbene, per quest'essere contro Dio, assomigli. Ma non è. E tuttavia Virgilio poi a Capaneo rimprovera appunto quello, di peccati: la superbia. E Dante la superbia ravvisa in quel ladro, che cerca di darsi per un Capaneo anch'esso.[567] Come? come? Mi basti qui osservare che a capo della disposizione di violenza è quella cupidigia che è anche ira: passioni: la qual cupidigia è in cima come la superbia in fondo[568]; e che, in questo senso, come nè cupidigia, così non superbia è peccato speciale; ma principio di peccato, ma peccato generale. Dunque la superbia reale di Capaneo e apparente di Vanni Fucci, è quel non volersi sottomettere a Dio,[569] che si trova certo nel peccato di Lucifero, ma non è quel peccato e tutto quel peccato. Se io dicessi che codesta superbia di Capaneo si chiama aversio? che è precipua in tutti i peccati di malizia? che è l'altro aspetto, il rovescio, della cupidità, alla quale perciò equivale; come una moneta è la stessa, tanto se è veduta dalla lettera, quanto se dalla testa? e che questo nome di superbia è data all'aversio o alla cupidigia o all'ira bestiale, solo a proposito di questi peccatori, perchè questi sono più manifestamente aversi? ma che di essi il peccato non è la superbia di Lucifero, perchè nella superbia peccato di Lucifero è sì la superbia passione; ma c'è altro che nel peccato di cotestoro non c'è? che la superbia di Lucifero è così poco bestiale e così poco simile a quella di Capaneo e di Vanni Fucci bestia; che Lucifero è pura intelligenza e non ha l'appetito o animo, o core, se non metaphorice?

Se Dante non mostra pietà per Capaneo, è segno che nel suo peccato predomina l'ingiustizia. L'incontinenza c'è, e in buon dato, ma non riesce ad attenuare il peccato che è di malizia con forza contro Dio stesso; che è tanto grave da somigliare al gravissimo. E quello di Brunetto e delle tre ombre? Quello è tale in cui l'incontinenza vi potè più che l'ingiustizia. La quale consisteva in ciò che nella loro reità era proposito d'impedire la generazione. E l'incontinenza era d'irascibile o di concupiscibile? Vediamo che i sodomiti nel purgatorio sono nella cornice della lussuria. Dunque l'incontinenza di Brunetto e degli altri era di concupiscibile. Ma come mai il loro peccato, che è di violenza contro una cosa di Dio, ha pure a capo quell'ira bestiale o cupidigia cieca o aversio o superbia, se dir si vuole; che non appartiene al concupiscibile, sì all'irascibile, anzi è l'irascibile stesso, l'ira stessa? La risposta è facile per chi consideri il verso:[570]

e piange là dov'esser dee giocondo.

Con questo verso si dice che nei violenti contro sè e la sua facultade è quella tristizia dello Stige, che è come l'avanzo della concupiscenza, al modo che lo Stige è lo scolaticcio del fiume che non visto se non all'ultimo, passa per i cerchi dell'incontinenza carnale; al modo che la dolce sirena è nel tempo stesso la femmina balba; al modo che contro la lonza leggiera e presta molto è dato come rimedio l'aer dolce che è rimedio ai tristi. Ebbene, se in altri mai, quella tristizia aveva a essere nei violenti contro natura. Dalla concupiscenza passarono alla tristizia, dalla tristizia all'ira bestiale, dall'ira bestiale alla violenza contro Dio. Jacopo Rusticucci afferma:[571]

e certo la fiera moglie più ch'altro mi nuoce.

Parole non ci appulcro.

E concludo, che avanti l'arche, nel cimitero di color che hanno mala luce, Dante ha esercitato la virtù di quel lume che si chiama la prudenza; e che nel cerchietto della prima specie d'ingiustizia, ha esercitato la virtù di giustizia; e che là fu riverente e pio sebbene non senza alcuno sdegno, mentre qua si mostra combattuto dalla pietà dove l'incontinenza predomina, e tratto a sdegno dove predomina l'ingiustizia. Di che darò la riprova nel capitolo seguente. E infine ripeto che in questo cerchietto s'è spenta l'ira, l'ira bestiale, che è tanto nemica alla giustizia, quanto le è amica e propugnatrice l'ira di zelo, che disserrò le porte dell'ingiustizia, dopo aver varcata senza scorta i cerchi della concupiscenza e passata a piedi asciutti la palude della non fortezza o dismisura nell'irascibile.

X.

E siamo di nuovo alla quarta ferita; di nuovo all'ignoranza o alla depravazione dell'intelletto. La trovammo, questa ignoranza, due volte, nel limbo e nel cimitero. Lasciamo la prima, che è il lume che è tenebra: l'ignoranza originale: l'ignoranza di Aristotele e di Plato. La ignoranza attuale la trovammo un'altra volta. O, a dir meglio, la trovarono un'altra volta Virgilio e Dante. Virgilio guidava.[572]

E poi ch'alla man destra si fu volto, passammo tra i martiri e gli alti spaldi.

I due viatori prendono sempre a sinistra; quella volta presero a destra. Perchè? Si può dire che quello fu come un deviare, un uscir dal solito cammino. Ma il deviare accade una altra volta: appunto nella circostanza dello scendere a trovare quell'altra ignoranza. Gerione è venuto a proda; e sta sull'orlo. Sul dosso di quella fiera hanno a scendere.[573]

Lo duca disse: Or convien che si torca la nostra via un poco infino a quella bestia malvagia che colà si corca. Però scendemmo alla destra mammella, e dieci passi femmo in su lo stremo...

Ho io bisogno d'aggiunger verbo? Il rivolgersi a destra per andare alle arche e per venire a Gerione non è per ciò che hanno di comune la froda e l'eresia? E questo non è la depravazione dell'intelletto? La quale non è nell'incontinenza assoluta e nell'incontinenza complicata col mal volere.

Invero se nell'inferno Dante volge quasi sempre a sinistra e nel purgatorio a destra, egli obbedisce al concetto comune che alla destra di Dio sono quelli che a lui si convertono e alla sinistra quelli che da lui si ritorsero; a destra gli agnelli, a sinistra i capretti.[574] Il qual concetto ritrovava poi nell'ypsilon di Pitagora, nella qual lettera la parte sinistra è la via del vizio e la destra quella della virtù.[575] Dante per il suo cammino nell'inferno va a Lucifero. Il cammino è a sinistra. Lucifero, come si dice comunemente del diavolo, che è alla nostra sinistra al modo che l'angelo è alla destra, è dunque sulla man manca. E qual faccia di lui vedrà prima il viatore? La nera; ossia la ignoranza, la depravazione dell'intelletto, l'intelletto volto al male. Due volte però torce a destra. Dunque si torce dal diavolo. E chi incontra a destra? Dio. Quale (si parla misticamente), quale delle sue faccie o persone? Quella che siede a destra. Ed è? La Sapienza. Chè il Cristo siede alla destra del Padre, sebbene questa sessione non si abbia a prendere materialmente.[576] E, appunto, come s'ha a prendere? In questo modo: che la destra significa la potestà nuova di quell'uomo suscetto da Dio; il qual uomo venne prima ad esser giudicato per venir poi a giudicare.[577] È la potestà di giudicare, insomma che è dimostrata da questo essere alla destra; la potestà giudiziaria perchè “il Padre non giudica alcuno, sì diede ogni giudizio al Figlio„.[578] Chi non troverà un cenno a questa potestà nel discorso, che si fa tra Dante e Farinata, sulle leggi e sui decreti degli uomini?[579] e più che un cenno, nell'esposizione della terribile pena, inflitta da Dio, in cui è così esatto contrappasso?[580] Chi fece l'anima morta col corpo abbia anima e corpo sepolti in una tomba eterna, dopo che l'uomo Dio avrà giudicato: chi vide lontano e non vicino e non in sè, veda ora lontano e non vicino, e poi non veda più, dopo il gran giudizio. Ma, sopratutto, chi non affermerà presente allo spirito di Dante questo concetto nell'esclamazione:[581]

O somma Sapienza, quanta è l'arte che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo e quanto giusto tua virtù comparte;

esclamazione che prorompe avanti il supplizio dei simoniaci? Chi non dirà che Dante abbia voluto riconoscere un'arte, dirò così, speciale della somma Sapienza nella giustizia che si fa di quelli che corruppero l'intelletto, o solo o con le altre potenze dell'anima?

Chè un elemento nuovo si scorge in questi peccatori ultimi: la vergogna. Già in Farinata e Cavalcante si può osservare una sollecitudine per i vivi; per i suoi sbandati, in Farinata, per il figlio, alto d'ingegno, in Cavalcante; che è infinitamente tormentosa per chi giace in tal letto ed è chiuso in tal sepolcro. Non è l'intelletto, il quale nonostante la sua umana eccellenza fu così vano nel dolce mondo; e che ora li tormenta laggiù? Ed è certo l'intelletto che da Malebolge al fondo del basso inferno, aumenta il cruccio dei dannati; come enunzia Virgilio con quel verso che pare ad alcuni un riempitivo:[582]

La frode ond'ogni coscienza è morsa;

e invece echeggia all'altro “frode è dell'uom proprio male„, come effetto a causa. Nella reità degli altri peccatori è la pervicacia stolida, come in Capaneo; l'incoscienza animalesca prodotta da un abito che più non si depone, come nei fangosi, e negli avari, e anche nei rei della colpa della gola; il dolore acuto di chi vinto da un punto, smarrì la ragione, come in Francesca: nei fraudolenti è la vergogna. E qui devo notare, tornando un passo addietro, una particolarità dei bestiali del primo cerchietto. Sono essi tra l'incontinenza e l'ingiustizia, partecipi dell'una e dell'altra in varia misura. Quelli in cui l'incontinenza predominò, è ragionevole supporre che Dante li rappresenti, per questo rispetto del dolersi nel luogo della pena, come i peccatori d'incontinenza. Vediamo invero che ai violenti contro Dio è posta “diversa legge„.[583]

Supin giaceva in terra alcuna gente, alcuna si sedea tutta raccolta, ed altra andava continuamente.

Quelli che vanno, sono i sodomiti. E vien subito in mente la rapina dei lussuriosi. Ma c'è altro. L'andare continuamente ha un senso mistico; significa essere agitato dallo stimolo della coscienza.[584] “Non siede, non giace, ma cammina (deambulat) colui che è inquietato dal rimorso della sua coscienza„. In vero Capaneo che giace non è maturato dal fuoco, e colui del sacchetto bianco, che siede, distorce la bocca e trae fuori la lingua, come soleva. Ora quelli che camminano, riconoscono, il loro fallo, sì per bocca di Brunetto che chiama “lerci„ i pari suoi, sì per quella di Iacopo Rusticucci che parla del “dispetto„ che può ispirare la loro miseria e il “tinto aspetto e brollo„.[585] E di più, con altra voce e altro cuore, costui apporta una scusa del suo peccato, come Francesca. Amore fu, dice l'una; la fiera moglie mi nuoce, dice l'altro.[586] Il che è segno come d'un vano risveglio dopo un oscuramento della propria ragione vinta dai sensi. Si trova quindi che il rimorso è nei dannati, in cui la ragione fu sopraffatta dal talento, e in quelli, in cui l'intelletto ebbe parte, dirò così, attiva nel peccato.

Ed è in effetto al tutto diverso e contrario; chè nei primi è senza vergogna e senza orror della fama e con un'invocazione alla pietà del vivo e dei vivi; e con la vergogna e con l'orror della fama e col dispetto per il vivo e per i vivi si manifesta nei secondi. Là è l'intelletto sano, come era in Brunetto Latini, che insegnava come l'uom si eterna; come era nelle tre ombre, a cui si voleva esser cortese;[587] l'intelletto sano che, troppo tardi, emerge dalla tristizia del senso: qua l'intelletto depravato che ricorda d'essere stato volto a raggiungere il male. Ma è l'intelletto in questi e in quelli che genera il vario e a ognun più convenevole rimorso.

Quello dei fraudolenti è vergogna. Subito nella prima bolgia è Venedico Caccianimico:[588]

E quel frustato celar si credette celando il viso.

E “mal volentier„ confessa il suo fallo. Nell'altra bolgia uno sgrida:[589]

Perchè se' tu sì ingordo, di riguardar più me, che gli altri brutti?

E anch'egli confessa le sue lusinghe, dopo che Dante ha detto il nome di lui. Nella terza è papa Niccolò che dice il suo fallo, dopo avere accusato Bonifazio e non senza accusar poi altri predecessori; e il nome suo lo accenna, non lo dice: fui figliuol dell'orsa; e dopo l'invettiva di Dante springava coi piedi,[590]

o ira o coscienza che il mordesse.

Non sembra mostrar vergogna lo sciagurato della bolgia quinta, il quale dice il suo essere, se non il suo nome; ma era, quando parlava, col ronciglio tra le chiome![591] Nè vergogna mostrano i due frati godenti; ma nel cauto discorso di Catalano si vede chiara l'intenzione di nascondere la loro reità:[592]

frati godenti fummo e bolognesi; io Catalano e questi Loderingo nomati, e da tua terra insieme presi, come suole esser tolto un uom solingo per conservar sua pace, e fummo tali, ch'ancor si pare intorno dal Gardingo.

Poveretti! sì che Dante comincia col volerli rimbeccare, gl'innocenti uomini solinghi:[593]

O frati, i vostri mali...

Ma Caifas si distorce e soffia “nella barba co' sospiri„.[594] Non vuol essere veduto, Caifas. Nella settima bolgia è poi manifesto il pensiero di Dante intorno alla vergogna dei dannati. Vanni Fucci dice la sua patria, la sua condizione, la sua reità e il suo nome:[595]

Io piovvi di Toscana, poco tempo è, in questa gola fera. Vita bestial mi piacque, e non umana, sì come a mul ch'io fui: son Vanni Fucci bestia, e Pistoia mi fu degna tana.

O dunque? codesta vergogna propria di quella disposizione di cui è proprio l'intelletto, dov'è? È qui. Dante dice: “Aspetti un poco questo vantatore. Come è quaggiù sì basso, se non era che un uomo di sangue e di crucci? Ci ha a essere altro, ch'egli non confessa„.[596]

E il peccator, che intese, non s'infinse, ma drizzò verso me l'animo e il volto e di trista vergogna si dipinse; poi disse: “Più mi duol che tu m'hai colto nella miseria dove tu mi vedi che quando fui dell'altra vita tolto. Io non posso negar quel che tu chiedi; in giù son messo tanto, perch'io fui ladro . . . .

Vanni non si vergogna fin che si tratta di dire della sua vita bestiale e d'uom di sangue: si vergogna per la giunta. E confessa, sì, senza infingersi, questa giunta; ma perchè “non può negare„; e tuttavia vuol mostrare la sua orribile audacia, e drizza “l'anima e il volto„; ma

di trista vergogna si dipinse.

Vanni è reo anche con l'intelletto; e tuttavia non dice la bugia affermando d'essere stato, e d'essere perciò, anche bestiale; della bestialità di Capaneo che non è maturo, com'esso è acerbo; e tuttavia vuol ingannare. Non dice tutta la verità sulle prime; e quando è costretto dal fato comune dei dannati di Dante a non infingersi, allora si sparge nel suo volto di bestia la vergogna dell'uomo. Non dice la bugia affermando d'essere bestiale. Si può supporre con certezza che molti di questi ladri sono coi predoni della riviera rossa nella relazione in cui Caco è coi centauri che là saettano. Hanno una inordinazione di più, quella dell'intelletto, come il centauro dell'Aventino ha in più che gli altri un draco “che affoca qualunque s'intoppa„.[597]

Nell'ottava bolgia non è la vergogna così forte come nelle altre. Sono eroi e guerrieri per cui la frode fu arte. E del resto sono coperti nella fiamma; e Ulisse e Diomede ubbidiscono a questo scongiuro:[598]

non vi movete, ma l'un di voi dica dove per lui perduto a morir gissi.

Che mi pare valga: Non v'interrogherò intorno alle vostre colpe, sicchè non ha luogo il “mucciare„. Così Dante per Vanni Fucci, come Virgilio per i due eroi sembrano temere che fuggano per non essere costretti a rivelarsi. E alcuni invero fuggono “chiusi„, pur non tanto che il Poeta non li riconosca.[599] E Guido di Montefeltro non dice il suo peccato se non perchè crede di parlare a un morto:[600]

s'io credessi che mia risposta fosse a persona che mai tornasse al mondo, questa fiamma staria senza più scosse.

Non ha “tema d'infamia„ e pure il suo nome non dice. E il rimorso di costoro è significato anche dall'errar continuo, come lucciole nella vallea.

Nella nona bolgia gli autori di scandoli e di scismi si nomano: il primo d'essi, però, Maometto, perchè crede Dante dannato; e Pier di Medicina, per predire malanno ad altri. E questi e il Mosca e Beltram del Bornio mostrano pure desiderio che di loro vadano novelle nel mondo.[601] Nel che credo si debba vedere speranza, più di nuovi scandoli e scismi, che di fama. Il fatto di Geri del Bello è quel di tutti; e Dante così suol parlare, una volta per tutte.[602] Geri del Bello vorrebbe che la discordia continuasse e che il suo sangue rifermentasse. E anche i falsificatori si governano in vario modo ed o con sè nomano altri o si dichiarano rei di altra colpa di quella che fu loro apposta, e questa colpa, come l'alchimia, è tale da ammettere alcun vanto.[603] C'è, insomma, più o meno vergogna in tutti i dannati di Malebolge; e in alcuni, se volete, punta; ma tutta la trattazione di questa specie di peccatori si conclude (e per me non è caso) con un suggello suo proprio; che è un grande vergognare di Dante. Al quale Virgilio (e non è caso nemmeno questo) parla con ira.[604] Non è caso. Dante non racconta una passeggiata delle nostre solite, in cui avvengono tante cose e si dicono tante parole, come vien viene. Gli accidenti, i conversari, il caso, per dir tutto in una parola, è, in questo viaggio oltremondano, invenzione del Poeta. E ha quindi il suo perchè anche quello che sembra caso. Il fatto è che qui risorge l'ira che Virgilio mostrò contro l'Argenti e contro Capaneo; e che qui si descrive un vergognar di Dante, che anche il duca trova eccessivo:[605]

Quand'io senti' a me parlar con ira, volsimi verso lui con tal vergogna, ch'ancor per la memoria mi si gira: e qual è quei che suo dannaggio sogna, che sognando desidera sognare, sì che quel ch'è, come non fosse, agogna; tal mi fec'io, non potendo parlare, che desiava scusarmi, e scusava me tuttavia, e nol mi credea fare.

Dante qui insegna, come sempre. Insegna qui che in vita abbiamo, per non cadere in certi falli o per risorgerne poi, questa vergogna, testimonio della coscienza; vergogna che se non abbiamo da vivi, con frutto, avremo da morti in vano.

XI.

E l'ira? Virgilio in questo cerchietto s'è rissato un'altra volta davvero col suo discepolo. Gli ha detto:[606]

Ancor se' tu degli altri sciocchi? Qui vive la pietà quando è ben morta: chi è più scellerato che colui che al giudicio divin compassion porta? Drizza la testa, drizza...

E qui come nelle altre bolgie è Virgilio stesso che invita Dante a guardare e a compiacersi della vendetta di Dio; mentre all'ultimo lo rimprovera d'una “bassa voglia„ nell'udire i due in quel piato volgare. Al duca Dante piace, quando e' canta quelle note al papa simoniaco.[607] Dopo avergli fatto vedere Iason che ritiene ancora aspetto reale e avergli raccontato di lui il bene e il male (l'esserci di lui il bene, oltre il male, ammorza il disprezzo), il duca vuole che osservi ancora la sozza scapigliata fante;[608] e si offre a lui per interrogar questi e consiglia a lui di domandar quelli, con particolar cura, che diremmo quasi crudele. Quella volta, nella quarta bolgia, Dante vedendo gli indovini così difformi, piangeva.[609]

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto di tua lezione, or pensa per te stesso com'io potea tener lo viso asciutto, quando la nostra imagine da presso vidi sì torta, che il pianto degli occhi le natiche bagnava per lo fesso. Certo i' piangea...

E così la sua scorta lo rimbrotta. La pietà qui vive col morire.

Abbiamo veduto che la pietà diminuisce via via e s'annulla, rispetto ai peccatori d'incontinenza a mano a mano che l'incontinenza offende, quasi inconsapevolmente, la giustizia, o alla giustizia, per la rea inerzia, non basta; e che, rispetto ai peccatori di violenza o bestialità, è più o men viva, secondo che nel peccato predomina la incontinenza o la malizia. Qui abbiamo la conferma del pensiero di Dante. La pietà deve essere morta avanti quelli la cui malizia fu aiutata anche dall'intelletto, e fu proprio mal dell'uomo. Deve essere morta; eppur non sempre è morta; e anche qui è più o men viva: viva, per esempio avanti gl'indovini, morta e ben morta avanti, per esempio, i simoniaci. Così la vergogna in quali è grande, in quali è minore, in quali, poniamo, nulla. C'è un filo che ci conduca?

Il fatto è che nell'altro cerchietto della frode la pietà scema ancora e la vergogna cresce. I traditori tengono il viso basso.[610] Subito uno di Caina,[611]

pur col viso in giue disse: Perchè cotanto in noi ti specchi?

Non vorrebbe esser veduto; ma pur conta degli altri, e finisce col dir di sè:

sappi ch'io fui il Camicion de' Pazzi ed aspetto Carlin che mi scagioni.

Dante s'avanza nella seconda circuizione e qui narra:[612]

Se voler fu o destino o fortuna non so; ma passeggiando tra le teste forte percossi il pie' nel viso ad una.

Fu volere forse: a ogni modo, fosse pure stato destino o fortuna, a Dante non increbbe. E vuol sapere il nome del traditore e lo prende per la cuticagna; fin che un altro dice quel nome; e il Poeta allora esclama, che “alla sua onta„ porterà nel mondo notizie di lui. E questi allora rivela quanti più può compagni di pena e d'ignominia: quel da Duera, quel di Beccheria, Gianni del Soldaniero, Ganellone, Tebaldello. Si vede finora ben chiaro che i traditori non amano essere veduti e nomati. Pure è una differenza tra il Camicione e Bocca: quello dice il suo nome, questo no. Ora anche tra i giganti, che certo significano, colà ritti, qualche cosa, è una differenza. C'è tra loro uno “che parla ed è disciolto„:[613] gli altri, no; e a quel di loro, la cui ribellione a Dio fu, diremo noi, con più d'intelligenza, a Nembrotto, Virgilio dice: Anima sciocca! anima confusa! Sono essi raffigurati come enormi bestioni legati, chè non hanno più linguaggio e non hanno più umanità alcuna. Eppure sì dell'uomo avevano. Chè Virgilio pronunzia:[614]

Natura certo, quando lasciò l'arte di sì fatti animali, assai fe' bene... . . . . . . . . . . . . . chè dove l'argomento della mente s'aggiunge al mal volere ed alla possa, nessun riparo vi può far la gente...

Or l'argomento della mente non hanno più; salvo Anteo che parla, salvo Anteo che non è considerato un bestione, poichè è disciolto. Perchè? Perchè non “contra il sommo Giove„ esercitò la mente e il mal volere e la possa, non essendo stato “all'alta guerra de' suoi fratelli„;[615] sì contro Ercole lottò. Perciò muove ancora le braccia che non menò contro il Dio direttamente, e può distendere le mani che strinsero il figlio del Dio; e parla, e di più è sensibile allo scongiuro della fama.[616] La quale “qui si brama„ dice Virgilio; eppure Dante da Bocca sente dirsi poi:[617]

Del contrario ho io brama; levati quindi e non mi dar più lagna, che mal sai lusingar per questa lama.

E Bocca non vuol dire nè dice il suo nome, che, in vero, non può nel mondo che sonare onta. E il Camicione, sì, lo dice. Non è esso un Anteo rispetto a Nembrotto o qualunque altro dei giganti legati e muti? Tanto più che nella pena assomigliano i giganti e i dannati della ghiaccia: il gelo di Cocito serra questi, come le catene quelli. E chi non vede ora la ragione della pena stessa? I giganti avevano possa, mal volere e mente. Ebbene or non possono più, che sono incatenati, sebbene vogliano il male ancora, chè Nembrotto grida e vorrebbe disfogar l'ira o altra passione,[618] e Fialte si scuote come torre per tremuoto rubesto. Il mal volere resta in loro; ma le catene impediscono la gran possa, e una confusione totale oscura la loro mente, sì che Nembrotto non sa trovare il corno sul gran petto, e parla un linguaggio che non s'intende, e non intende alcun linguaggio che gli si parli. Questo difetto del linguaggio non ha Anteo, il quale ama, nel tempo stesso, la lode. È chiaro dunque che anche i dannati che sono al piede dei giganti, il non parlare e il non amar fama l'hanno per castigo o per contrasto a ciò che nel loro peccato fu inordinazione della mente. Il che s'è veduto in Vanni Fucci, che si dipinse di trista vergogna perchè anche con la mente peccò, e non con solo l'animo e la volontà. Possiamo dunque conchiudere che maggiore fu nei peccati l'inordinazione nella mente, e più grave è, in Malebolge e nella Ghiaccia, la vergogna del fallo e l'orror per la fama. Dico la vergogna del fallo: in vero Ulisse risponde a Virgilio, perchè questi ha dichiarato prima, che lo interrogherà su tutt'altro; e Guido risponde anche sul fallo suo proprio, perchè crede che chi lo interroga, sia morto. E così il Conte Ugolino si sente chiedere non la sua pecca, ma quella del traditore che rode;[619] e perciò risponde, e dice subito il suo nome, che è necessario dire se si vuol procacciare infamia all'altro. Nel che è da osservare che il non essere i pessimi dà a questi dannati coraggio di palesarsi; come è il fatto di Camicion de' Pazzi e di tanti di Malebolge.

Più grande è dunque l'inordinazione dell'intelletto, più grave è la vergogna e l'ostinazione a nascondersi. Bene: ma perchè Farinata e Cavalcante non mostrano vergogna? In tanto posso dire, che il loro nome non dicono essi; sì, dell'uno, Virgilio lo proclama, dell'altro, Dante lo legge.[620] C'è, senza dubbio, una gradazione con quelli del limbo; dei quali pur nessuno si noma da sè, e Virgilio stesso sul primo apparire a Dante il suo nome non dice, sebbene l'esser suo dichiari; ed anche a Sordello comincia con l'indicarsi per la patria, sebbene poi dica anche il nome, che a Stazio è detto da Dante e non da lui. Ma lasciamo questo, sebbene non sia assurdo pensare oltre che alla modestia del virgineo, anche a una peritanza consimile a quel turbamento, da cui il dolce poeta fu preso una volta.[621] Certo è che l'inordinazione dell'intelletto si ha da intendere a quel modo che Dante insegna per bocca di Virgilio:[622]

dove l'argomento della mente s'aggiunge al mal volere ed alla possa;

si deve, dunque, dire che la vergogna è maggiore dove è maggiore l'inordinazione della mente posta al servigio del mal volere. E si può così definire quest'inordinazione, considerando in che consista la frode e che parte vi abbia l'intelletto. Frode è dell'uom proprio male, cioè con la mente. Per questo essere con la mente, rimorde la coscienza, perchè la mente vede chiaramente il male che fa o aiuta a fare. Si usa in colui che si fida e in chi non si fida. Il primo de' due modi uccide l'amor naturale e lo speciale; il secondo, solo quel primo vincolo dell'amore che ci lega a tutte le creature. Ora, secondo il Poeta, la mente, in tali peccatori, è inordinata per ciò che sa e vede l'un vincolo e l'altro, e pur l'oblìa e l'uccide.[623] È inordinata, non accecata. Se cieca fosse e come non fosse, Lucifero sarebbe Capaneo, e Fucci sarebbe nella riviera di sangue. Chè il vincolo che fa natura, lo spezzarono gli omicidi e i predoni; eppure non sono rei di ciò che rimorde ogni coscienza. L'argomento della mente fa peggiore la reità non perchè i fraudolenti usino arti sottili, ma perchè essi sono coscienti del vincolo che li stringe a quelli, contro cui le usano. In vero questo uso medesimo mostra in loro che c'è la mente; e perciò la coscienza. Il che Dante dice nel suo solito modo così evidente e così non veduto. I viatori sono nella sesta bolgia, dove è la rovina. C'è un crocifisso in terra con tre pali: Caifas, il consigliere della morte di Gesù. Perchè non è esso tra i rei direttamente contro Dio? Perchè[624]

consigliò i farisei che convenia porre un uom per lo popolo ai martiri.

Caifas in Gesù vedeva l'uomo e non il Dio. C'era in lui dunque tanto di mente, da vedere che egli infrangeva il vincolo di natura, non tanto da vedere che obliava anche l'altro “di che la fede spezial si cria„.

Sicchè tanto è dire che il rimorso de' fraudolenti e la loro vergogna è in proporzione della loro mente, quanto, che in proporzione della loro coscienza. Quindi è minimo in Vanni Fucci e massimo in Caifas e nel papa simoniaco, in Malebolge; minimo nel conte Ugolino, di cui si vede laggiù un “bestial segno„;[625] e massimo in Bocca e in Bruto. Il quale si storce tra le mascelle di Lucifero, come soffia nella barba Caifas.

Ora la pietà in questo regno della frode vive ancora, un poco, nel secondo dei tre cerchietti; è spenta nel terzo, dove non si esercita se non una volta; e per i figli di Ugolino, non per lui, per il quale è quasi ammessa la crudel pena[626] che ebbe a soffrire. Ma nel secondo va ancora in volta. Dante piange, quando Virgilio gl'intima, che la pietà lì vive quando è morta.[627] Il momento è solenne e significativo. Dante si rivolge al lettore, che prenda frutto di sua lezione; come a lui si rivolge Virgilio, poichè la sua visione gli frutti. I dannati della bolgia hanno il volto tornato dalle reni. È lor tolto il veder dinanzi. Chi vede dinanzi è prudens, cioè porro videns.[628] Assomigliano essi a quelli che hanno mala luce, e vedono ciò che è lontano, e ciò che è presso non vedono.[629] Qui Virgilio, oltre l'ammonimento ch'esso fa a Dante e Dante fa al lettore, espone a lui l'origine di Mantova lungamente, e conclude:[630]

la verità nulla menzogna frodi:

la verità che è il bene dell'intelletto. E ricorda “l'alta sua tragedia„ e ricorda che il suo discepolo “la sa tutta quanta„.[631] E infine, con uno splendore che illumina tutti i miei poveri argomenti e tutte le mie umili giravolte dietro il viatore del mistero raggia “la luna tonda„ che significa la prudenza.[632]

Dante ha sanata la ferita della concupiscenza nel secondo cerchio, venendo meno di pietà avanti Francesca; quella dell'infermità passando lo Stige e respingendo Filippo Argenti; quella della malizia attraversando il primo cerchietto; quella dell'ignoranza, per sè, nel cimitero degli eresiarche; quella dell'ignoranza complicata con la ingiuria, nei due ultimi cerchietti. La libertà e la prudenza innate ha riacquistate nel vestibolo e nel passo d'Acheronte e nel limbo; la temperanza e la fortezza passando lo Stige; la giustizia passando Flegetonte: la prudenza avanti i mal veggenti delle arche e avanti i dietro veggenti della bolgia quarta.

La pietà della quale vien meno al principio, qui all'ultimo deve essere morta, come morta ha da essere la viltà sul proprio entrare dell'inferno.

XII.

È una guerra, questa di Dante: quella guerra che è ad ogni tratto inculcata, contro i vizi. “Non si comanda sui vizi senza conflitto„[633] dice S. Agostino: il quale trova tale guerra raffigurata nello sterminio che Moisè ingiunse, degli adoratori dell'aureo vitello.[634] E soggiunge: “Contro i vizi ci comanda d'infierire il salmo (4, 5) quando dice, Irascimini et nolite peccare. Contro i vizi ci comanda d'infierire l'Apostolo (Col. 3, 5) quando dice, Mortificate le vostre membra che sono sopra la terra etc.„ Questa guerra il medesimo Padre ci dice con quali armi si combatta. Ce lo dice in un luogo, che è impossibile non fosse noto a Dante; luogo che conferma tutta l'interpretazione che sin qui diedi del Poema Sacro. Eccolo.[635] “Dio diede all'anima umana la mente, in cui la ragione e l'intelligenza, finchè l'uomo è infante, è in cotal modo assopita, come non ci sia„. Dante pone il suo smarrimento avanti che l'età sua fosse piena; e ho dimostrato che quello smarrimento non era che difetto di prudenza, la quale non è nei pargoli; e pargoli sono gli uomini per ben più tempo che non duri la pargolezza! Ho detto che tale stato, di chi difetti di prudenza, è simile a quello di chi non abbia avuto il battesimo; è simile a quello di chi nasce col peccato originale, di chi nasce (e poi ancor vive), secondo le parole di S. Agostino medesimo, “con la cechità dell'ignoranza e con i tormenti della difficoltà„; sì che “prima erriamo non sapendo che dobbiam fare„.[636] Occorre ricordare la pièta della selva, e la sua asprezza e fortezza? Occorre ricordare gli analoghi cruciatus che fanno guaire gli sciaurati, e sono pure mosconi e vespe? Occorre ricordare che la selva era oscura? che il limbo è, analogamente, pieno di tenebra? Occorre soggiungere che Dante esprime la condizione sua dalla quale si partì, col chiamarla di “servo„, ossia di mancante di libero arbitrio, e con chiamarla “di cieco„, ossia di mancante di lume, senza cui non è libertà?[637]

Il Padre continua:[638] “E questa mente ha da svegliarsi e trarsi fuora, col crescere dell'età (aetatis accessu)„. Quando l'età sia piena, dice Dante: almeno allora, sembra dire.[639] E continua: “E si deve far capace di scienza e dottrina, e abile a percepire la verità e l'amor del bene, sì che ella attinga la sapienza e si orni di virtù, con le quali prudenter, fortiter, temperanter et iuste, combatta contro gli errori e i vizi, e vinca...„ Le quattro virtù (ho dimostrato) Dante esercita o vede esercitare e riacquista nel suo scendere agli abissi. Ma ascoltiamo dallo stesso Padre come queste quattro virtù conducano a bene il guerriero e il viatore; chè guerra e viaggio sono le imagini che si presentano a lui in tale trattazione.[640] Con la temperanza l'anima “si leva dall'amore della inferior bellezza, debellando e uccidendo la sua consuetudine che milita contro lui„, la consuetudine che si chiama, nelle divine scritture, carne.[641] La fortezza è “quell'affezione per la quale nessuna avversità nè morte teme l'anima„; quelle avversità e quella morte che la minacciano, mentre “in codesto cammino s'avanza„. E la giustizia è “quell'ordinazione per la quale ella non serve che a Dio solo, a nessuno desidera essere agguagliata che alle anime più pure, su nessuno dominare che sulla natura bestiale e corporea„.[642] E la prudenza è ciò “per cui l'anima s'intende dove ell'ha da quetarsi; al che ella s'inalza mediante la temperanza, ossia, conversione dell'amore in Dio, che si dice carità, e aversione da questo secolo; la quale la fortezza e la giustizia ancora accompagnano„.[643] Con queste armi, dunque, la guerra; con questa scorta, la via: la guerra contro il peccato; la via verso Dio.

Chè in Dio è la pace, alla quale il Poeta aspira.[644] E a Dio egli va, risalendo per i peli di Lucifero e mettendo il capo dove il diavolo ha le gambe. La via a Dio è per il contrario di quella del peccato. Il che il mistico Ugo di San Vittore dichiarò in un luogo che mi par certo che Dante conoscesse.[645] “Il diavolo è alla nostra destra, quando colui che cadde dal cielo, assoggettandoci nel consentimento al peccato, sale su noi. Quando noi cadiamo, il diavolo sta ritto (erigitur); quando noi sorgiamo egli è abbattuto„. E così Lucifero sta eretto per i peccatori:[646]

Lo 'mperador del doloroso regno da mezzo il petto uscia fuor della ghiaccia;

ma Dante, di lì a poco, lo vede “le gambe in su tenere„.[647] Dante ha trionfato di lui. E nello scendere di grado in grado, ha sempre avuto lui alla sinistra; al contrario dunque che l'avrebbe avuto, se fosse stato peccatore; e in ciò è un continuo contrasto, un continuo battagliare col principio del male; che è alla destra di chi pecca, e alla sinistra di chi si converte. Ma non in solo ciò s'ha a vedere il segno di questa guerra. Come Dante finisce col salir sul diavolo e vederlo arrovesciato sotto sè, il che è il trionfo ultimo, così passa i fiumi inguadabili, e mediante il parlare ornato di Virgilio, si fa lasciare il passo dai demoni, e cavalca i mostri dell'abisso.

Solo una volta fa di mestieri, avanti la porta chiusa dell'ingiustizia, la virtù eroica del supremamente forte e giusto. Ma, fuor di quella volta, Minos ascolta, senza contrapporre nulla, il decreto dell'onnipossente;[648] Cerbero si racqueta col pasto di terra che gli si getta;[649] il maledetto Pluto è fatto tacere col ricordo delle vendette celesti;[650] Flegias è, senz'altro domato a far la volontà di Virgilio,[651] il Minotauro è eccitato a furia tale, che gli impedisca d'impedire il passo;[652] Chiron centauro intende le ragioni di Virgilio e dà un de' suoi che porti Dante in su la groppa;[653] Gerione è fatto salir su con un inganno[654] e indotto poi a concedere i suoi omeri forti;[655] i diavoli sono in questo e quel modo schivati ed asserviti; Lucifero, consenta o no, a lui non si parla; e dei suoi peli i due si fanno scala a convertirsi ver Dio.

Sono questi, ed altri ancora, ostacoli alla via che Virgilio supera da sè, col suo figliuolo in compagnia. Ora a me pare che essi assomiglino in qualche modo ai “fantasmi„ che S. Agostino dice che ci convien cancellar dalla memoria per aver perfetta la santificazione e la vivificazione;[656] chè i fantasmi sono le traccie lasciate nella memoria dai movimenti che contrastano l'anima.[657] Ma siano o non siano codesti fantasmi, nemici sono al certo. E sono di tre specie: unicorpori, bicorpori, tergemini o tricipiti. Gli unicorpori sono fino a Dite, i bicorpori nel primo cerchietto della malizia, i tergimini e tricipiti nel secondo e terzo di questi cerchietti. E il loro significato è manifestamente palese dal fatto di Caco centauro.[658] Esso

sotto il sasso di monte Aventino di sangue fece spesse volte laco.

Dovrebbe essere dunque non tanto a guardare la riviera di sangue, quanto a bollirvi dentro: chè diè “nel sangue e nell'aver di piglio„. Ma no.

Non va co' suoi fratei per un cammino, per lo furar frodolente ch'ei fece.

Ora Caco non ha sole “le due nature consorti„[659] de' suoi fratelli, ma anche[660]

sopra le spalle, dietro dalla coppa, con l'ale aperte... un draco, e quello affoca qualunque s'intoppa.

Questo draco raffigurerà, dunque, indubitabilmente ciò in cui Caco differisce dagli altri centauri. E questo è appunto il furar frodolente. E appunto questo è un male in più sull'altro male. E così il draco è una natura in più sulle altre due nature. E il furar frodolente, la frode, ha detto Virgilio, è “dell'uom proprio male„; e questo è, perchè con l'intelletto la frode si consuma, e l'intelletto è ciò che più propriamente distingue l'uomo dalle bestie. Dunque il draco raffigura l'intelletto; e dunque le altre due nature raffigurano l'appetito e la volontà: intelletto, appetito, volontà inordinati.

Questi elementi subbiettivi riconosce Dante nel peccato. Leggiamo in vero:[661]

l'argomento della mente s'aggiunge al mal volere ed alla possa.

La possa è del corpo gigantesco; e l'appetito è il più vicino al moto dal nostro corpo. Anche:[662]

giunse quel mal voler, che pur mal chiede, con l'intelletto, e mosse il fumo e il vento per la virtù che sua natura diede.

Questa virtù della sua natura (si parla del diavolo) è sempre quella, per cui, ad esempio, un uomo può eseguire il male voluto dalla volontà e aiutato dall'intelletto: la possa: ciò che nella Trinità è detto sì potestà, sì virtù.[663] Dai due luoghi apprendiamo se ce n'è bisogno, che il mal volere è, per così dire, il fondo della malizia. E così comprendiamo quest'altro luogo:[664]

Se l'ira sovra'l mal voler s'aggueffa;

il che vuol dire: se ciò che nell'uomo è l'appetito irascibile s'aggomitola a quel fondo di malizia. Sempre quella possa o virtù.

Ora i fantasmi che sono nei cerchi dove si puniscono gl'incontinenti, sono unicorpori: Caron, Minos, Cerbero... Ma Minos ha la coda! Ma Cerbero ha tre teste! Checchè si dica, Dante ha concepite queste figure come une e semplici. Altro fatto è delle tre teste mitiche di Cerbero, altro delle tre mistiche di Lucifero. Il Poeta ha interpretato l'essere trifauce di Cerbero, come di chi abbia molta “gola„. E la coda non fa se non determinare l'essere di “demonio„ di codeste figure; non di mezz'uomo e mezza bestia. Anzi di demoni “bestie„. Tuttavia è un ricordo che la gola fu il primo peccato degli uomini, e in ciò Cerbero assomiglia a Lucifero che quel peccato suggerì. Minos, per quanto giudice (giudice caudato), “ringhia„, Cerbero è quale un cane e una fiera canina e un “gran vermo„, Pluto è un “lupo„.[665] Sono in ciò simili ai peccatori cui vedon da presso, scuoiano, presiedono; i quali sono come stornelli, come gru, come colombe; come cani; tali che abbaiano; ancora cani, e come porci.[666] Sono, in due parole, peccatori che seguirono “come bestie, l'appetito„.[667] Le bestie non hanno volontà nè intelletto. Nel peccato di costoro non è intelletto nè volontà: queste potenze erano sommesse al talento. Perciò fantasmi, con l'unica natura di demoni bestie, raffigurano il loro peccato.

Flegias è come il Caron di Dite; e rappresenta l'incontinenza d'ira che conduce all'ingiustizia. La ragione principale del suo uffizio è in quelle parole ch'egli pronunzia vagolando nell'inferno Virgiliano:[668]

Discite iustitiam moniti et non temnere divos.

E anche il suo vagolare Dante interpretava facilmente per rimorso[669]; e quel gridare alle ombre, quell'ammonire di cosa che imparare era omai vano, lo faceva acconcio barcaiuolo dell'eternità. Ma, insomma, egli esce, per questo suo uffizio, dalla norma comune; al modo di Caronte.

Nel primo cerchietto della malizia sono fantasmi di due nature: Minotauro, Centauri, Arpie, cagne... Anche le cagne? Ecco: le cagne che lacerano i dissipatori,[670] sono d'origine antica, credo. Nella selva sono anche le Arpie. Ebbene le Arpie, nell'Eneide, sono sì nelle Strofadi e sì nell'Averno. Onde Servio annota:[671] “Intendi che già fossero uccise (al. morte) o che, secondo Platone ed altri, fossero là simulacri delle Arpie vive.[672] I loro simulacri bene si pongono nell'inferno; le quali (al. perchè) si dice siano anche Furie„. Invero Servio crede che “la più grande delle Furie„[673] sia l'Arpia stessa che annunzia nelle Strofadi il futuro danno ai Troiani.[674] Or dunque Dante poteva con Servio e anche con Virgilio, credere che le Arpie fossero Furie. Ed ecco che Servio afferma che le cagne ululanti al sopravenir di Proserpina[675] sono Furie; e più chiaramente,[676] che le Arpie sono Furie e perciò cagne, “di che si dice ancora che rapiscon via le mense, il che è uffizio delle Furie: di che ancora si finge che gli avari (in Dante non gli avari, ma i dissipatori, che sono molto simili ai prodighi e perciò molto affini agli avari; e non è inutile avvertire che le mense sono molta parte nella reità del sanese Lano), che gli avari soffrano delle Furie.... E che le Furie si chiamino cagne attesta pur Lucano....[677] Invero negl'inferi si chiamano Furie e cagne; presso gli Dei, dirae e uccelli; in terra (in medio) Arpie. Sì che duplice effigie si trova di loro„. Mi pare che queste cagne, le quali sono nere e hanno furioso corso e si trovano nella selva stessa in cui si annidano le Arpie, Dante le abbia, in suo pensiero, fatte equivalenti alle Arpie stesse.

E forse egli pensava anche alle “Scille biformi„[678] che sono nello stesso verso coi Centauri. Chè Servio lo rimandava ai “bucolici carmi„, e là trovava che Scilla[679] “lacerava coi cani marini gli spauriti navichieri„. Le nere sue cagne, nel fatto, “dilacerano„ a brano a brano; e quelli che esse inseguono, fuggono forte avanti loro e s'appiattano.[680] Timidi sono, per certo. E anche così sarebbero, codeste cagne, “biformi„.

Sicchè le nere cagne non contradicono alla legge che possiamo scorgere, per la quale i mostri del cerchietto dei violenti sono bicorpori o bimembri o biformi. Perchè, se non per ciò che il peccato ivi punito ha, oltre l'incontinenza, ossia il predominio dell'appetito, anche il mal volere? Dal quale accoppiamento si forma un qualche cosa che non è più di bestia a dirittura e pur nemmeno d'uomo; un qualche cosa che non poteva essere meglio significato che dai Centauri e dalle Arpie; i quali e le quali hanno umana una parte del loro corpo, eppure sono fiere ed uccelli. E si può vedere che le nere cagne Dante non le ha meglio descritte perchè, in fine, una parte umana difficilmente poteva lor concedere.

Ed ecco sull'orlo una faccia d'uomo giusto. Si vedono però due branche pilose al suo busto. “Le dure setole per le braccia fanno mostra di animo atroce„, dice Giovenale.[681] E le branche non sono d'uomo, ma di bestia. A veder quella faccia e quelle branche, si direbbe subito che quel mostro non differisce in nulla, per esempio, dalle Arpie che hanno ale e visi umani;[682] se non in questo, che l'uno è più atroce e le altre più volastre. Sicchè, per quel che si vede, il mostro ha depravata la volontà e lo appetito; la volontà che è solo dell'uomo, l'appetito, che è anche delle bestie, e che nell'uomo è come di bestia, se non è sommesso alla ragione. Ma già Virgilio ha gridato a Dante:

ecco la fiera con la coda aguzza!

Quell'uom giusto, che ha quelle branche pilose, ha inoltre la coda, e questa coda ha una punta velenosa: l'intelletto. Invero è la froda, raffigurata come un serpente con la testa umana e con le branche bestiali. Come il serpente tentatore.[683] In vero, per limitarmi, riferisco questo luogo di Ugo di S. Vittore:[684] “Perchè con la violenza non potè nuocere, si volse (il diavolo) alla frode... Perchè la sua frode non fosse a dirittura nulla, se troppo fosse palese, non dovè venire nella sua propria forma, per non essere riconosciuto chiaramente... E nel tempo stesso, perchè non fosse troppo violenta la sua frode, se al tutto s'occultasse... gli fu permesso di venire in forma non sua e pur tale che la sua malizia non ascondesse del tutto... Venne dunque all'uomo l'astuto nemico in forma di serpente„. Non c'è qui oltre il ravvicinamento di frode a serpe, anche la ragione propria dell'essere il Gerione Dantesco con la faccia di uomo giusto, eppure d'essere subito riconosciuto per frode che ha la coda aguzza, sebbene la coda non mostri? Dante vuol insegnare, che la prima frode fu bensì frode; ma non tale da non essere riconosciuta; sì che rei furono, a ogni modo, i pur sedotti primi nostri parenti. Posso anche aggiungere da un altro mistico, molto noto al Poeta, che così dal vizio dell'invidia la mente cade nel vizio di fraudolenza:[685] “La mente invida e superba... si volge ad argomenti astuti, mentre cerca con sommo studio e sollecitudine, in che modo possa o allargare la sua gloria od offuscare l'altrui. Comincia pertanto d'allora a fingere santità e mediante l'ipocrisia darsi a ogni fraudolenza„. C'è bisogno d'altro? L'ipocrisia è il primo peccato tra i dieci di Malebolge; e la faccia d'uom giusto è proprio quest'ipocrisia, questa maschera di bontà. Ma ci sono altre ragioni. Il serpente si rivolse prima alla donna;[686] e la sedusse. La sedusse con parole di persuasione e con promesse. Ebbene, il primo peccato, per ordine di luogo, che sia sotto la dizione, per così dire, di questa bestia malvagia, è quello di Venedico e di Giasone: di Giasone che ingannò “con segni e con parole ornate„; di Venedico, che ingannò per avarizia. E il mistico nel peccato d'Eva trova l'avarizia.[687] E suggelliamo il tutto con queste parole d'un contemplante:[688] “Il serpente, che non si fidò della violenza (violentia), assalì l'uomo piuttosto con la frode (fraude)„. Come non è il serpente tentator d'Eva questa serpentina imagine di froda, che s'affaccia dall'orlo del cerchietto dove è la violenza?

Ma perchè, se è il serpente tentatore, ha questo nome di Gerione? Il fatto è che non escluso Lucifero, che si chiama Dite, tutti gli altri fantasmi hanno un nome pagano. Ci dovremmo meravigliare che Lucifero sia Dite, più di ciò che il serpe infernale sia Gerione. Ma perchè Gerione? Perchè nel suo Vangelo pagano Dante leggeva scritto:[689]

Centauri in foribus stabulant Scyllaeque biformes Gorgones Harpyiaeque et forma tricorporis umbrae.

Quest'ombra tricorpore, così vicina agli altri mostri che Dante aveva trasportati nel suo inferno, con quella designazione misteriosa di ombra e con quella precisa determinazione di tricorpore, era singolarmente acconcia a figurare il simbolo che doveva succedere ai centauri e alle arpie e alle cagne, e avere una natura in più sulle due di quelle. È lo stesso processo logico che osservammo in Caco, a cui il poeta aggiunge il serpente, trasportandolo dal primo al secondo cerchietto.[690] Ma Gerione, che egli trovava vicino alle arpie e ai centauri, tre corpi o tre nature le aveva da sè, senza bisogno di altra giunta. E d'altra parte era uno de' vinti da Ercole, come Cerbero e come Caco: da Ercole, che è fatto in più luoghi ombra pagana della sola ed eterna potestà.[691]

E le furie col Gorgon? Le tre formano, col Gorgon in comune, un essere solo triplice o trigemino, e raffigurano certo i tre peccati dei tre cerchietti: malizia con forza, malizia con frode, malizia con tradimento. Il Gorgon è l'indurimento e accecamento che segue ai peggiori peccati; sì che la conversione da essi a Dio è pur così difficile, come Dante mostra con la difficoltà di risalir la rovina della sesta bolgia e di arrampicarsi per i peli di Lucifero, e con la legge, che chi trade come Giuda, cade subito in inferno come Lucifero[692] e ricetta, come Giuda, un diavolo nel suo corpo. Or le tre furie equivalgono al leone e alla lupa, se il leone figura la violenza e la lupa la frode; od alla lupa sola, se è vero che la lupa comprende anche il leone. E mirabilmente equivalgono; perchè nella vista delle due fiere, e specialmente dell'ultima, è un Gorgon che fa disperare. E la lupa respinge l'uomo nel basso loco e nella notte.[693]

Resta Lucifero o Dite, l'antidio, il quale ha tre faccie che rappresentano, quella di mezzo l'amor del male o cupidità che equivale a volontà iniqua, la destra la potestà o possa o virtù o appetito sensitivo, come è, sebben metaphorice, nei diavoli, e la sinistra la sapienza del male, ossia l'intelletto depravato, ossia l'ignoranza. Il che è intuitivo a chi consideri la disposizione della Trinità, quando nel mezzo è l'amore (cioè lo Spirito santo) come nesso.[694] E si conferma con più ragioni. Prima: Cassio è detto membruto. Ragionevole, che la bocca in cui si trova, sia quella della “possa„. Cassio era, come dice il Laneo, “lascivo e incontinente per la quale impotenzia si lassò vincere al peccato, e cadde in tal difetto„. Ragionevole che la faccia, nella cui bocca egli è, sia “della incontinenza„. E invero “quegli è lussurioso che ha colore intra giallo e bianco„;[695] e bianca e gialla è quella faccia. Seconda: Bruto è filosofo; e Dante sa, con fare che si storca e taccia, che è filosofo stoico. Ragionevole che la bocca in cui è, raffiguri l'intelletto volto al male. Terza: a destra si dice sedere il Figlio, perchè la destra significa “la potestà„ di giudice. Per quanto qui si sprofondi in pieno mistero, pur s'intende che la destra è sempre del Padre ed è la potestà, e pur si dice che il Figlio siede alla destra, perchè ha ricevuto quella potestà di giudicante.[696]

Sotto i piedi di Dante è questo principio del male, travolto. Dante ha vinto. Ha vinto la lupa. Dal basso loco e di dove il sol tace egli sale a veder le stelle. Il freddo mortale di Cocito è pur simile alla paura che provò là nella deserta piaggia! La vista di Lucifero che lo rende “gelato e fioco„, è pur simile alla vista di quella bestia, malvagia come Gerione![697] E così ha prima attraversato il Flegetonte che è fervido come il leone, ed è guardato da centauri, come il leone, pronti al male. E prima ancora ha passato lo Stige, che è tristo, come trista ne' suoi effetti è la lonza. Ha passato questi tre fiumi, asservendo all'uffizio di passatori i fantasmi stessi del male. E come è riuscito ad asservirli? Così: il passaggio dell'Acheronte gli dava il diritto di passare gli altri fiumi che non sono se non l'Acheronte con nome e aspetto e uffizio mutati. E come è giunto all'Acheronte? Dalla porta cui spalancò il Redentore. E come agli altri fiumi? Da due rovine, prodotte dalla morte del Redentore. E la terza? Per essa è risalito, come è risalito per il corpo stesso del Lucifero.

È stata una guerra:[698]

la guerra sì del cammino e sì della pietate.

Egli si è configurato al Cristo. A sera, vespere, comincia la sua guerra. Ora il Cristo stette nel sepolcro un giorno e due notti: “dal vespro della sepoltura all'alba della risurrezione sono trenta sei ore„.[699] Vadano i miei lettori a un profondo libro di Vaccheri e Bertacchi[700] e leggano che Dante nell'inferno trascorse ore trentasei. E tralascio tutto quel che si può dire e si è detto intorno a questo “configurarsi„. Dante muore spiritualmente al peccato, ad esempio del Salvatore.[701] Egli fa e sostiene, come esso, un'actio e una passio. Noi dobbiamo travagliarci nell'agire e nel patire;[702] com'esso che assunse appunto la carne perchè fosse “strumento della divinità, per il quale le sue passioni e azioni operarono nella virtù divina a espellere il peccato„.[703] L'actio di Dante è il cammino per le rovine, attraverso i fiumi, sulla barca di Flegias, sulla groppa de' centauri, sulle spallacce del serpente, per i peli di Lucifero. La passio è quella pietà, che è gran duolo nel limbo, e deve essere morta già nel secondo dei tre cerchietti. Alla pietà deve sottentrare l'ira: passione a passione. L'avvicendarsi di queste due è ciò che Dante patì. Muor di pietà nel secondo cerchio; poi la pietà diminuisce, finchè è sostituita dall'ira, animatrice della fortezza, nel passo dello Stige; e poi ritorna nel secondo limbo, cioè nel cimitero; e poi s'alterna con l'ira nel settimo cerchio; e nell'ottavo dovrebbe esser morta e non è del tutto morta; morta è nel nono; e avanti Lucifero Virgilio ammonisce Dante ch'esso è all'ultimo della sua passione:[704]

Ecco Dite... ed ecco il loco ove convien che di fortezza t'armi:

di fortezza o d'ira, che torna lo stesso. E così qui muore la terza volta, e se l'azione continua, la passione è finita. E Dante per risorgere non ha, se non cammino da fare. Per un cammino malvagio, entra in un cammino ascoso, si trova a piè d'un monte. Deve arrampicarsi per quello; e agire ancora e patire; ma soave è qui la pietà, e la fatica a mano a mano più lieve, finchè cessa. Non resta che attraversare un fuoco purificatore; poi rivedrà Beatrice e giungerà a Dio.

Così Gesù Cristo fu “viatore„. Il “viatore„ è chi muove al fine della beatudine. Ma Gesù era anche “comprenditore„, chè aveva la beatitudine propria dell'anima.[705] Dante comprenderà anch'esso, quando vedrà Beatrice; e d'allora in poi avrà finito il suo cammino e quieterà nel suo fine. Non sarà più viatore chi sale di spera in spera contemplando.

In tanto è viatore e guerriero. Ma per quanto egli stesso ci dica che la sua guerra fu del cammino e della pietà, non sola pietà e ira noi troviamo nella sua passione; non soli codesta ira e il molle affetto che “la censura del giudizio possono precipitare o snervare„.[706] Invero di pietà muore nel cerchio dei peccatori carnali, di timore od orrore egli nè morì nè rimase vivo avanti Lucifero. Il timore è da aggiungersi alla pietà e all'ira; all'ira animatrice della fortezza. E queste tre passioni hanno nel viaggio di Dante una parte, dirò così, mutuamente simmetrica. La viltà deve essere morta sull'ingresso; l'ira bestiale è spenta nell'entrare al primo cerchietto della malizia o ingiustizia; la pietà deve essere morta nel secondo cerchietto o Malebolge. Di pietà muore Dante nel cerchio primo dell'incontinenza; di fortezza deve armarsi prima di morire misticamente la terza volta nel fondo della Ghiaccia. Tutto ciò non è a caso; e noi ripetendo queste tre parole, fortezza, pietà, timore, ci accorgiamo che sono tre doni dello Spirito.[707]

Notes in this chapter

Note 1 · Inf. IV 94 segg.Note 2 · Inf. X 79 segg.Note 3 · ib. 59.Note 4 · ib. 127 segg.Note 5 · Inf. XII 32 seg.Note 6 · Inf. XII 46 seg.Note 7 · ib. 48.Note 8 · Eth. VII, 5, 3 e 7Note 9 · Magn. Mor. II 7, 33.Note 10 · Per es. Summa 2a 2ae 159, 2. E vedremo in Seneca.Note 11 · Summa 2a 2ae 159, 2.Note 12 · Seneca, de ira II 5: dove è haec non est ira, feritas est, e l'altro esempio di Voleso che, passeggiando tra i cadaveri de' suoi giustiziatiNote 13 · Inf. XII 103.Note 14 · Inf. XIV 130 seg.Note 15 · Inf. XIII 70 segg.Note 16 · ib. 105.Note 17 · ib. 151.Note 18 · Inf. XIV 5 seg.Note 19 · ib. 16 segg.Note 20 · Inf. XIV 63 segg.Note 21 · Inf. XV 78, 68.Note 22 · Inf. XVI 73 seg.Note 23 · Inf. XVII 40.Note 24 · Inf. XII 33.Note 25 · De Mon. I 13.Note 26 · Inf. XI 47, 51.Note 27 · ib. 45.Note 28 · Eth. VII, 6, 9.Note 29 · Vedi in «La selva oscura» p. 26. Inf. XI 47, 51.Note 30 · Inf. XIV 64, XXV 14.Note 31 · Vedi a pag. 160.Note 32 · Vedi per es. Summa 1a 2ae 84, 1: donde si raccoglie che superbia si dice in tre modi; peccato speciale, cioè amore inordinato della propria Note 33 · Inf. XI 45.Note 34 · Inf. XVI 44 seg.Note 35 · Inf. IX 132.Note 36 · Inf. XVII 28 segg. Nel limbo, Dante non dice se entrò piegando a destra o a sinistra. Tuttavia la sua non fu la solita via; quindi forse fu Note 37 · Ev. sec. Matth. XXV 33; Zach. 14, 5; Apoc. 20, 11-13; Rom. 14, 10; Ez. 34, 17.Note 38 · Serv. ad Aen. VI 136; cfr. p. 3 n. 1.Note 39 · Per es. Aur. Aug. De symbolo I 16.Note 40 · Id. ib.Note 41 · Per es. Aur. Aug. Serm. ad cat. II 7, Hugo de S. Vict. In epist. ad Eph. Q. VII. Ev. sec. Ioan. V.Note 42 · Inf. X 79 segg. 83 seg.Note 43 · Inf. IX 125 segg. X 10 segg. 15, 78, 100 segg.Note 44 · Inf. XIX 10 segg.Note 45 · Inf. XI 52, 25. Per es. il Tommaseo spiega: «Intendi, o che la frode è tal vizio che le coscienze più dure n'hanno rimorso, o che Virgilio vNote 46 · Inf. XIV 21 segg.Note 47 · Rich. de S. Victore, De erud. hom. inter. 39: Ille ergo deambulet, quem conscientiae stimulus undique exagitat.Note 48 · Inf. XV 108, XVI 29 seg.Note 49 · Inf. V 100 segg., XVI 45.Note 50 · Inf. XV 85, XVI 15.Note 51 · Inf. XVIII 46 segg.Note 52 · ib. 118 segg.Note 53 · Inf. XIX 119.Note 54 · Inf. XXII 31 segg.Note 55 · Inf. XXIII 103 segg.Note 56 · ib. 109.Note 57 · ib. 112 segg.Note 58 · Inf. XXIV 122 segg.Note 59 · ib. 130 segg.Note 60 · Inf. XXV 22 segg. Di ciò, vedi la Minerva Oscura, e più avanti.Note 61 · Inf. XXVI 83 seg. XXIV 127.Note 62 · Inf. XXV 147 segg.Note 63 · Inf. XXVII 61 segg. 66 e segg.Note 64 · Inf. XXVIII passim.Note 65 · Inf. XXIX 18.Note 66 · Inf. XXIX e XXX passim.Note 67 · Inf. XXX 133 segg.Note 68 · ib. 133 segg.Note 69 · Inf. XX 27 segg.Note 70 · Inf. XVIII 121 segg.Note 71 · ib. 85 segg. 127 segg.Note 72 · Inf. XX 19 segg.Note 73 · Inf. XXXII 37.Note 74 · ib. 53 seg.Note 75 · ib. 74 segg.Note 76 · Inf. XXXI 101.Note 77 · ib. 49 segg.Note 78 · Inf. XXXI 92, 119 seg.Note 79 · ib. 96, 115 segg.Note 80 · Inf. XXXII 94.Note 81 · Inf. XXXI 67 segg. 71 seg.Note 82 · Inf. XXXII 137.Note 83 · Inf. X 32, 65.Note 84 · Purg. III 45.Note 85 · Inf. XXXI 55 seg.Note 86 · Inf. XI 25, 52 segg.Note 87 · Inf. XXIII 116 seg.Note 88 · Inf. XXXII 133. Per il conte Ugolino, rimando alla «Minerva oscura». Non posso che confermare quanto di lui ho scritto. Posso aggiungere cheNote 89 · Inf. XXXIII 85 seg.Note 90 · Inf. XX 25.Note 91 · Vedi più su a pag. 30.Note 92 · Infatti l'an. fior. comenta: «Et ancora si può qui moralizzare questo loro andare piccino ch'è per opposito del trascorrere ch'egliono fecioNote 93 · Inf. XX 99.Note 94 · Inf. XX 114.Note 95 · Vedi più su a pag. 41. La prudenza è significata dal «carbonchio che allumina la notte». Brunetto, Tesoro, Vol. III prologo.Note 96 · De civ. D. XIX 26.Note 97 · Contra Faustum XXII 92.Note 98 · De civ. D. XXII 24, 3.Note 99 · De lib. arb. III, 19, 53. Continua dicendo: «E quando ci si cominciano a manifestare i precetti di giustizia (dalla prudenza ci si manifestaNote 100 · Purg. XXVI 58: Quinci su vo per non esser più cieco. Si ricordi «cechità di discrezione» in Conv. I 11, dove la discrezione è detta «occhio»Note 101 · De civ. D. XXII 24.Note 102 · Inf. XV 49 segg.Note 103 · De mus. VI 15, 50: anima... debellans atque interficiens... cum in hoc itinere proficit.Note 104 · ib. 11, 33.Note 105 · Non è inutile osservare che qui è una «bestialità» in contrasto con la giustizia.Note 106 · ib. 16, 51. Cfr. 13, 37.Note 107 · Sulla pace di chi serve a Dio, la quale si ottiene dopo la guerra contro i vizi, vedi, tra altro moltissimo, de civ. D. XIX 27.Note 108 · Hugo de S. V. Vol. II Miscellanea II 14. Diabolus vi è interpretato (come però da altri sovente) deorsum fluens; e Dante dice «dal ciel piovNote 109 · Inf. XXXIV 28 seg.Note 110 · ib. 90.Note 111 · Inf. V 21.Note 112 · Inf. VI 25. L'idea di gettar terra nella gola di Cerbero è, mi pare, tratta dal comento di Servio (Aen. VI 395): «Cerbero è la terra, cioè, Note 113 · Inf. VII 8 segg.Note 114 · Inf. VIII 19 segg.Note 115 · Inf. XII 16 segg.Note 116 · ib. 83 segg.Note 117 · Inf. XVI 106 segg.Note 118 · Inf. XVII 40 segg.Note 119 · De mus. VI 16, 51.Note 120 · ib. II, 32 e 33.Note 121 · Inf. XXV 26 segg.Note 122 · Inf. XII 84.Note 123 · Inf. XXV 22 segg.Note 124 · Inf. XXXI 56 seg.Note 125 · Purg. V 112 segg.Note 126 · Inf. III 5. E vedi a pag. 177, nota 2.Note 127 · Inf. XXIII 16.Note 128 · Inf. V 4, VI 28, 14, 13, 22, VII 8.Note 129 · Inf. V 40, 46, 82, VI 19, VII 43, VIII 42.Note 130 · Purg. XXVI 84. Pasife che si imbestiò, è come il segnacolo, come di questi, così di tutti.Note 131 · Aen. VI 620.Note 132 · Vedi più su a pag. 268, nota 2.Note 133 · Inf. III 124 segg.Note 134 · Aen. VI 289. Da notare che non solo da questo libro, ma da questo verso ha certo Dante derivato molto: «Gorgoni, Arpie e il fantasma tricorpNote 135 · Qui Dante trovava la conferma del concetto Agostiniano. Del resto i mostri di Virgilio sono concepiti a quel modo.Note 136 · Aen. VI 605.Note 137 · Aen. III 252.Note 138 · Aen. VI 257.Note 139 · Aen. III 209.Note 140 · Phars. VI 733.Note 141 · Aen. VI 286.Note 142 · Ecl. VI 77.Note 143 · Inf. XIII 128, 116, 127.Note 144 · Inf. XVII 10 segg. Dante lo leggeva nel Moralium dogma, questo verso.Note 145 · Inf. XIII 13.Note 146 · Domenico Tumiati, gentile poeta e genialissimo critico d'arte, mi assicura che in miniature antiche il serpente che tentò Eva, è figurato coNote 147 · Vol. II De Sacr. Libri I pars septima, 2.Note 148 · Rich. de S. Victore de erud. hominis interioris, 10. Mentre il lettore può già vedere da questo luogo che invidia è frode, pur deve sapere cNote 149 · Aur. Aug. De civ. D. XIV 11, 2. Hugo de S. Victore, l. c.Note 150 · Hugo de S. Victore, l. c. 6: nimius vero appetitus habendi vel possidendi avaritia. L'avarizia nel peccato di Venedico è accennata nel versoNote 151 · D. Bern. In ann. B. Virg. Sermo I.Note 152 · Aen. VI 286, 289.Note 153 · Che quell'ombra tricorpore fosse Gerione, Dante o sapeva da Servio o supponeva da sè, comparando il 202 dell'VIII, dove è Gerione tergemino,Note 154 · Inf. IX 98 e XXVI 108, XXXI 123, oltre che in XXV 32.Note 155 · Inf. XXXIII 121 segg.Note 156 · Vedi Minerva oscura.Note 157 · Summa 1a 37, 1.Note 158 · Dalla Fisiognomia pubblicata da E. Teza. Bologna 1864. Devo la citazione al bravo Capelli. Quanto al «membruto», si vuole che Dante avesse iNote 159 · Aur. Aug. Sermo ad cath. II 7 e altrove.Note 160 · Inf. I 97, XVII 30.Note 161 · Inf. II 4 seg.Note 162 · Summa 3a, 51, 4. Il passo è di S. Agostino.Note 163 · Cosmografia della Divina Commedia, Torino 1881. Pag. 234.Note 164 · Summa 3a, 50, 1.Note 165 · L'espressione è di Aur. Aug. contra Faustum XXII 53.Note 166 · Summa 3a 49, 1.Note 167 · Inf. XXXIV 20 seg.Note 168 · Summa 3a 15, 10.Note 169 · D. Bern. De cons. II.Note 170 · Isaia XI.
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