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Scritti editi e postumi

PRIMA PARTE. SCRITTI ORIGINALI. (continued 2)

Reading edition

Io non vidi più nulla, e l'ebbi a caro. – Il soprastante era venuto a visitare la carcere, e non il carcerato; solamente avea portato seco un vaso d'acqua fresca, e l'avea deposto per terra.

― Dunque quel pover'uomo morrà di fame, – perchè d'acqua, o fresca o calda che sia, non si vive; mala pena si vive di pane... ―

No, no; rassicuratevi; questa volta non morrà di fame; un pane gli sarà dato. Ridete? – io vi comprendo, – sarà un pane dato come un colpo a un nemico; sarà un pane duro, duro davvero; – ma che vuol dire? – Ei l'ammolirà colle lacrime: – perchè no? – forse non è infelice? – la corda del pianto forse non è la prima corda del cuore, e non trema forse al soffio più lieve? – L'ammolirà colle lacrime, – non ne dubitate; – non v'ho io già detto, che sa piangere? e, se l'alterezza gli vietasse di piangere per sè, non ha i suoi figliuoli, non ha forse una madre, non ha un amore, una patria?

Io piango, – voi piangete, – tutti piangono. Questo è tal verbo, che ognuno sa e deve coniugare senza bisogno di gramatica. La sventura è qua maestra per tutti.

O Sventura!...................... Tu sei una pianta perenne, che non temi vicenda di stagione; il sereno e la procella egualmente ti alimentano. Il tempo, che coll'ala instancabile corre rovinando ciò che gli si para di fronte, quando giunge dinnanzi al tuo simulacro chiude l'ala, e oltrepassa adorando. – Il genio avvalorato dal grido delle plebi umane ha tentato sovente di atterrare il tuo Nume, ma indarno. La Fatalità ti protegge, – e i conati del Genio e delle moltitudini si sono spezzati contro di te, come la spuma contro la rupe..... – Il mondo è tuo retaggio assoluto; – e se il tuo spirito gode aggirarsi fra le rovine, – gode pure insinuarsi come il serpente fra l'erbe e i fiori. Tu puoi rivestire anche l'aspetto dell'allegrezza; – e non v'è una razza stranamente infelice, che ha sempre il sorriso sul volto, e il pianto eterno nel cuore? – questi son più d'ogni altro infelici, appunto perchè non sembrano. – La vita ti appartiene intera; – tuo è il primo vagito dell'infante, – tue le tradite speranze del giovane, – tuo il gemito estremo della vecchiaia..... Non v'è nessuno, che trapassi da questo pellegrinaggio ai riposi della tomba senza avere offerto nel tuo santuario il suo obolo, – senza averti dato almeno una lacrima, – una lacrima spremuta dal più puro sangue del cuore. Tu non ammetti privilegi, e stampi il tuo marchio rovente tanto sulla fronte alla virtù, come sulla fronte al delitto; – ogni condizione deve piegarsi sotto la tua verga, tanto il conquistatore, che stende la sua spada sui popoli come il raggio del Pianeta, quanto l'umile bifolco, che nasce e muore ignorato come l'eco della sua valle. Anche il povero matto, – che a spese della ragione si riparava in un mondo di larve, e d'illusioni, e credeva francarsi dalle leggi della comune esistenza, – anche il povero matto deve adorarti; – e quando la morte è vicina a rapirselo, tu gli doni un istante lucido d'intelletto, onde anch'egli senta la tua presenza, e ti paghi il suo tributo di dolore. O Sventura! tu non sei punto generosa, tu non hai coraggio di risparmiare nè anche il povero matto.

CAPITOLO XVII.

I primi primi giorni, che l'uomo passa in prigione, sono per l'anima sua come giorni nebbiosi: – l'anima non ha peranche fatto l'occhio a quel clima; – vede confusamente, talvolta non vede gli oggetti, talvolta li vede a doppio; – il suo palato non ha sapore; – un ronzio continuo gli alberga le orecchie; – lo spirito giace stordido, e non sa pensare; – il cuore sente di star sotto a un fascio enorme di sensazioni, ma non sa darne ragione. Se la mente non gli crolla, è una prova sodisfacente della sua buona tempra; – se il corpo non gli si ammala, è una prova sodisfacente, che il corpo fu tessuto comme il faut. Sia come vuolsi, però in cotesta alterazione dello stato normale dell'anima l'uomo ci guadagna qualche cosa; – la noia non trova luogo di abbarbicarsi così di leggieri; – il pensiere, che agisce eccentricamente, non è quell'avvoltoio insaziabile, come quando il senno si aggira sopra il suo pernio naturale; – e il dolore vibra il suo pungiglione sopra una carne mortificata. Questo stato di esaltazione, in cui tutte le nostre potenze superando il coperchio hanno dato di fuori, ha prodotto per legge di reazione una pace stanca, un sopore, un dormiveglia nell'anima nostra, che volentieri ella afferrerebbe di nuovo quando si desta, e la pienezza del giorno le mostra a diritto e a rovescio la sua posizione. Ma la natura vive d'eccezioni a controgenio, e quanto più presto può gradatamente rientra nel suo letto.

Una volta per altro, che il carcerato si è stropicciati gli occhi, e gli ha spalancati, ed è desto ben bene, e si accorge, e tocca con mano di essere in prigione, la prima cosa che sente è la sconvenienza di una simil dimora, e il primo pensiere che se gli affaccia è quello di andarsene. Io stesso, che sono un uomo tutto pace, che, se il vento mi porta via il cappello, aspetto che si fermi, e non gli corro dietro, io stesso, – Dio mel perdoni, e chi mi ci ha messo, – ho pensato, prima d'ogni altra cosa, di andarmene. E vi ho pensato così a lungo, e con tanta intensità, che mi maraviglio come questo pensiere nel chinarmi non mi sia caduto giù dal cervello in forma di lima.... E se questo mio cranio verrà in potere del sistema di Gall, e di Spurzheim, quei signori notino bene, e cerchino fra le tante protuberanze buone e cattive, chè troveranno uno scavo fatto dall'idea della fuga, una figura tale e quale come l'ho descritta qui sopra.

Pertanto noi siamo d'accordo; – il primo pensiere del carcerato è quello di andarsene. I mezzi poi per andarsene sono due: uno naturalissimo, e di riuscita infallibile, ed è quello di andarsene quando ti metteranno fuori; – l'altro naturale pur egli, ma non al grado del primo, ed è quello di fuggire. – Tu puoi fuggire con due metodi: – o fuggire da te col rompere la porta, o col segare i ferri della finestra; – o corrompendo a furia d'oro i custodi. Il primo metodo costa assai meno del secondo; il secondo assai più del primo. E tutto questo per tua regola e governo.

Io dopo molte considerazioni fatte colla coscienza, e non a caso, ho meco stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finchè un qualcheduno non venga e cavarmi. Già, figuratevi voi, mi hanno messo in un Forte munito di soldati, e di cannoni, e sotto chiave di un Profosso munito di 12 Articoli stabiliti contro di me, e contro di lui; il Forte poi l'hanno messo in un'isola. – Ora andate a fuggire, se vi riesce! – Io mi protesto da capo, che non ho voglia nè modo di andarmene; e quando anche conseguissi la fuga, sarei costretto a tornarmene indietro, perchè fuori è la stessa prigione; – avrei di più a pagare il fitto d'una stanza, mentre adesso me ne godo un paio, e di pigione non se ne discorre, a meno che non facessero all'ultimo tutto un conto. – Napoleone, è vero, fuggì, – ma voi sapete chi era costui; e se nol sapete voi, altri l'hanno saputo; – e poi, egli fuggiva per delle buone ragioni; – fuggiva per rimettersi in capo un berretto da imperatore, ed io non potrei mettermi in capo che un berretto da notte; – fuggiva per riafferrare la coda della Fortuna, che nuovamente gli capricciava dinnanzi, e gli faceva le smorfie da innamorata; – e poi, egli era padrone del Forte dove io son racchiuso, e il Forte non era padrone di lui. – Ma io, che sono una cosa con un nome, e con un casato, e niente di più, faccio sapere a tutti una volta per sempre, che ho meco stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finchè non mi diranno: – vattene. – Io sopporterò la mia prigione, come una escrescenza, che per un accidente mi sia venuta sulla persona, – come la paziente pizzuga sopporta quella casa d'osso, che la Natura gli ha collocata sul dorso.

V'è ancora un altro mezzo d'evasione, – ma io m'attento poco a proporvelo..............

(Mancano nel Manoscritto la fine di questo, e alcune parti del seguente Capitolo, il quale a differenza degli altri porta il titolo in fronte).

CAPITOLO XVIII. IL SUICIDIO.

........... Spendete meno massime, spendete più fatti: – allargate le vie della vita, sgombratele di tante spine, che vi seminò l'errore e l'ingiustizia. Con che titolo l'ozioso opulento verrà a filosofare aspramente sul corpo del suicida per miseria, – egli, che giornalmente in una bottiglia di Sciampagna beve almeno cinque giorni dell'esistenza di un povero?

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Discendendo poi dalle teoriche al fatto, osserviamo che più ordinariamente questo fenomeno si verifica o nell'estrema energia, o nell'estrema spossatezza dell'umana natura. Di rado tocca il grado intermedio; – di rado un uomo dotato di facoltà temperate mette le mani nel proprio sangue. Egli è buono a sopportare molti disastri, che fiaccano il debole; – egli in forza delle sue misurate facoltà non si trova mai avvilupato in quel nodo di eventi, che sforzano l'uomo superiore a sparire dalla scena del mondo celandosi in un sepolcro. L'uomo moderato può convenientemente transigere con una lunga serie di fatti. L'uomo debole vive a caso, – e se i fatti gli passano rasente senza urtarlo di fronte, può invecchiare pacificamente, e morir nel suo letto. Ma se un fatto lo prende di fronte, egli è perduto, egli non ha vigore bastante da sviarlo, e rimetterlo sul suo cammino. Una cosa lieve, un nonnulla, anche una risata, in un cervello così fatto diventa un'idea fissa; e allora la follia compie la paralisi delle sue forze morali, ed egli è costretto a morire senza poterne dar conto a chi glielo dimandasse. Io ho conosciuto un giovane leggiadro di forme, d'indole mite, ma vuoto di testa, che si fucilò, perchè i genitori, che l'amavano assai, non gli permisero di farsi dragone. – Ma l'anima atletica d'un eroe trascorre una scala lunghissima d'eventi, e nulla l'arresta; – la sua gagliardia rompe spesso la corrente, che strascinerebbe in rovina ogni altra forza fuorchè la sua; – poi ad un tratto si trova di faccia una combinazione intricata, profonda, dove freme l'onnipotenza del Destino. Allora il Genio si conosce perduto, – ma non cede sul subito; ei sviluppa una lotta da gigante a gigante, – e la lotta dura finchè le forze da una parte resistono: – finalmente il Genio soccombe, – il Destino supera, perchè il Destino è ciò che deve essere. Che deve fare allora l'eroe? – progredire è impossibile, perchè una barriera di adamante gli chiude i passi; – rovinare in fondo è impossibile, perchè la natura del Genio è di salire finchè può. Allora l'eroe decide di morire, non già perchè vuol morire, ma perchè non può più vivere. Non è il delirio, che spinge; è la coscienza, che sceglie. Il Genio si scava la fossa su quel gradino, dove la Fatalità gli ha reciso l'ale; – e si scava la fossa per insegnare che il sistema del Bene va portato innanzi finchè si può, e non va rinnegato colla codardia del tornare indietro. Certo, il suo concetto era di salire al sommo della scala, e piantarvi lo stendardo della vittoria. Dio non ha voluto, – egli è morto. Egli non poteva vivere sospeso fra il cielo e la terra.

Catone sta per la Repubblica, – e combatte all'usurpatore a palmo a palmo il terreno; ma questi, più felice di lui, lo incalza di provincia in provincia, – lo soffoga coll'alito ardente della vittoria. Catone finalmente è in Utica, chiuso in un circolo magico, donde gli sarà impossibile uscire come dalla tomba. – Già si sente fremere a tergo il delitto e la fortuna di Cesare. Ma i fati non sono per lui, – egli lo sa. Non v'è più scampo, – non v'è più spazio, – non v'è battaglia più da tentare; – la Virtù contro il Fato è un vetro contro una massa di ferro. Catone deve morire, e morrà. Poteva rendersi a Cesare, – ed ei l'avrebbe perdonato, – l'avrebbe anche onorato, – perchè Cesare era un tiranno, ma un tiranno di genio. Catone era come quei metalli, che si spezzano, ma non si piegano. Doveva morire per dimostrare, che la Virtù è un fatto sensibile, e non un nome vuoto; doveva morire, perchè la sua ragione gl'insegnava pacatamente la morte come un dovere, la vita come un tradimento. Se non fosse morto, nè i contemporanei nè i posteri avrebbero saputo in che più credere. La sua morte fu una protesta eloquente contro l'usurpazione felice, – una guarentigia del diritto, – un conforto, uno stimolo ai superstiti; e dal suo sangue usciva una voce, un insegnamento solenne a morire piuttosto che a disertare una causa santa.

E Bruto da quel sangue raccolse quella voce, e se la pose nel cuore. Quella voce gl'intimò primamente a non disperare della salute della patria, – a tentare la sorte incerta delle armi, e così fece; – poi quando a Filippi fu perduta l'ultima battaglia delle Libertà Latine, interrogò quella voce, e gli disse di morire. E Bruto moriva incontaminato, come devono morire le anime sublimi. – Comprese la santità della sua missione, – la grandezza dell'esempio, che andava a dare, – il frutto immenso di cui questo sarebbe stato fecondo nell'avvenire. Il suicidio in lui non fu il consiglio d'uno stretto egoismo, – fu un sacrifizio fatto alla dignità dell'umana morale. Se fosse vissuto, avrebbe commesso peggio, che una viltà; – avrebbe messo in dubbio i diritti dell'uomo; – avrebbe sanzionata la scelleraggine trionfante; – ne avrebbe in certo modo velate le vergogne: – così la lasciò nuda, – così col suo sangue si appellò pei diritti delle nazioni alla vendetta dei posteri rigenerati; – così piuttosto che concederla agli stupri della tirannide volle condur seco la Virtù vergine nella tomba. Bruto, anima esaltata, e inflessibile nell'amore del grande e del giusto, era portato al suicidio dalla necessità e dal dovere. Non gli rimaneva a fare più nulla nè di buono, nè di grande; – non gli rimaneva nè anche di sedersi sulle rovine della patria, e sciogliervi un canto funereo; – le rovine della patria erano ormai lo scanno dei Cesari. – Doveva fuggire? Il pensarlo solo è un sacrilegio; – ma e in qual parte di mondo fuggire? Il mondo era una Provincia Romana, e qualunque nazione avrebbe portato a gara la testa di Bruto in aggiunta ai consueti tributi. Doveva ricorrere alla clemenza di Augusto? Oh! l'ultimo dei Romani non poteva ricorrere al primo dei tiranni. La Fatalità aveva incatenato lui alla Repubblica, e la Repubblica a lui. Erano due in un destino solo; – dovevano esistere insieme, perire insieme, e perirono. E poi conoscete voi la clemenza d'Augusto? Ve lo dica Perugia. – Augusto non aveva, che talento e libidine d'imperio; – del resto, ineccitabile come una pietra; un alito di passione non aveva mai increspato quel mare morto dell'anima sua. Un giorno fece un conto e barattò la testa di Cicerone suo amico contro quella d'un uomo, che appena conosceva, come farebbe un fanciullo dei suoi balocchi; e sotto manto d'amore carezzava Cleopatra per menarsela a Roma in catene in un giorno di festa, e d'orgoglio. Augusto avrebbe messo la testa di suo padre per puntello a un piede del trono, se quel piede non avesse posato in piano.

Il suicidio di Catone, di Bruto e di mille martiri della Verità, è un eroismo, – un fatto di natura trascendentale, che sfugge al compasso di una volgare filosofia. È il punto culminante dell'umana grandezza, è il Sacrifizio. L'invidia sola può tentare d'impiccolire le proporzioni colossali d'un tanto fenomeno, ma la ragione sdegna l'analisi, e si contenta di venerare. Il suicidio è vero, che in questi casi stacca un fiore dalla corona della Virtù; ma la Gloria raccoglie tosto quel fiore, – ne fa una stella, e l'aggiugne al suo serto immortale.

CAPITOLO XIX.

Poffare Dio! ho scritto queste quattordici pagine tutte d'un fiato, e con tanto impeto, che me ne trovo stordito. Ho lasciato fare il più al sentimento, e alla penna; – al cervello è toccata la minima parte. Non so se sia bene; – comunque siasi, è andata così. Mi son voluto lasciare andare, dove il flutto voleva portarmi, – ho lasciato le vele in balìa del vento. Se invece di arrivare in porto ho dato in secco, non ve ne prema; – il danno è tutto mio. Quando me ne vada il peggio, vuol dire che non avrò ragionato. Benissimo; – è una cosa, che mi succede spesso, anche quando ho le più serie intenzioni di fare il contrario. – Per me è una baia. Quandoque bonus dormitat Homerus. Non lo dico per superbia di paragone, – lo dico così per citare, e per far vedere, che anch'io sono stato in collegio, dove in quattro anni m'insegnarono a non sapere il Latino. Non lo dico per superbia di paragone. Omero era cieco, e poeta; io invece ho due begli occhi, e non sono nè poeta, nè prosatore. Scrivo per capriccio, – per far diventar nero un foglio bianco. Scrivo perchè non ho da parlare con nessuno, chè se io potessi anche con una vecchia, anche con un bambino, non pensate, non toccherei la penna. Andate a leggere, se vi riesce, quello che ho scritto quando io non era in prigione! Certo potrei parlar meco stesso, – ma non voglio avvezzarmici, perchè uscendo di prigione con questo vizio, e portandolo meco in società, mi potrebbero prender per matto. Assai in fatto di giudizio non godo di un credito troppo esteso! – allora la storia sarebbe bella e finita. – D'altronde, quando io scrissi le suddette quattordici pagine, avevo il cuore pieno pieno, – non so di che, – ma veramente pieno, – e bisognava sfogarlo. Se fossi stato un romantico, avrei scritto una ballata malinconica, – se un classicista, avrei scritto un'elegia; – se un musico, avrei cantato qualche melodia del Bellini. Ma io non sono nulla di tutto questo, – non so che fischiare; – però lo faccio quando ho l'umor nero, o quando una coppia di grilli mi mettono in festa di ballo la fantasia. – Del resto, ve lo ripeto, ho scritto quel che io sentiva; – il calcolo ci è entrato per un momento, e poi fuori. L'anima ha qualche quarto d'ora, in cui se ne vuole star sola sola con le sue sensazioni, liete o dolorose che sieno, e guai se la mente vuol venirne a parte; – guasta tutto, come qualche viso antipatico spesso mette il freddo e il silenzio in un crocchio cordiale d'amici. D'altra parte è impossibile star sempre sopra una nota, – e quand'anche ti riuscisse, verresti noioso a tutti, e i casigliani ti caccerebbero del casamento. La vita, a voler che sia bella, a voler che sia gaia, a voler che sia vita, dev'essere un arcobaleno, – una tavolozza con tutti i colori, – un sabbato dove ballano tutte le streghe. Il sollazzo e la noia, il pianto e il riso, la ragione e il delirio, tutti devono avere un biglietto per questo festino. Che serve far della vita una riga diritta diritta, lunga lunga, sottile sottile, noiosa noiosa, e color della nebbia? È un volersi reggere sopra un piede solo, – è un mettere l'anima umana nella stessa situazione, in cui si pose lo Stilita, che stette quarant'anni in cima a una colonna. Vuol essere un'orchestra piena, e non un piffero solo; – varietà vuol essere. Viva la varietà! Per tutti questi motivi, io ho scritto quattordici pagine senza pensare, e non me ne pento. Giorgio Spugna mio dilettissimo amico mi ha ripetuto sovente queste notabili parole: «L'uomo che è sempre savio val poco più dell'uomo che è sempre pazzo; – est modus in rebus: – l'arte di pensare è un'arte, che va stimata e riverita; è una fatica concessa all'uomo, e negata alla bestia; – ma il farlo sempre si assomiglia all'avaro, che conta e riconta perpetuamente i suoi scudi; – qualche volta bisogna spendere; – il superchio rompe il coperchio; – qualche volta bisogna non pensare per riflessione; se no, all'ultimo, spesso invece di una scoperta psicologica ti trovi di aver pescato un'emicrania». Così mi diceva Giorgio Spugna, filosofo, che si è fatto da sè senza bisogno di libri, senza bisogno di Pisa, di Bologna, e di Padova. Non già che Giorgio Spugna sia ritroso al viaggiare, – anzi è questo un suo desiderio vivissimo, e giuoca sempre al lotto per vedere se un giorno o l'altro potesse mettersi in corso; e mi ha giurato più volte, che se ottiene il suo intento vuol fare il giro del globo, componendo un trattato di pratica comparata sui migliori vini dell'uno o dell'altro emisfero. Mi ha detto ancora, che giro facendo non avrebbe scrupolo di mettere in carta le sue osservazioni di qualunque altra maniera, dacchè egli pure possiede un cannocchiale fatto da sè, col quale guarda tutti gli atti di questa umana tragicommedia. – «Ma io nol farei», – soggiugneva Giorgio, – «giusto appunto perchè mi è venuto fatto di osservare, che le opinioni, anche buttate là colla stessa insouciance, colla quale soffio il fumo della mia pipa, possono cadere in frodo peggio del tabacco, e la multa non è lieve, ed è certa sempre la perdita della merce, e talvolta anche quella della persona; per questo io nol farei, e procurerei al summum di tenermele a mente per ridirtele poi testa testa nel giolito d'un simposio, nell'intervallo fra un bicchier e l'altro.» ― E credete, che Giorgio Spugna è più filosofo di quel che non pare, precisamente perchè non pare un filosofo. E ripeterò con lui: qualche volta bisogna spendere. Che direste d'un uomo, che stesse da mattina a sera a guardar l'orologio per far buon uso del tempo? Per lo meno perderebbe il tempo a vederlo passare. Mettetevi in tasca l'orologio, e fate le vostre faccende, l'orologio consultatelo di quando in quando secondo il bisogno. Bisogna fare a tutti la sua parte, e se coltivate una cosa sola, e l'altre trascurate, godete meno, e le altre vi vanno a male. Così è come io ve la dico, e vi esorto a crederci, o almeno potete fidar più sul mio senno quand'io discorro alla buona, e senza pretensioni, che quando mi metto in aria di ragionare. Sopratutto rammentatevi il nome e le opinioni di Giorgio Spugna. Ei se lo merita, ed a me farete cosa cara.

CAPITOLO XX.

Io ho detto nel capitolo XVII, che sono in prigione, e lo confermo nel Capitolo XX. Oggi finiscono trentaquattro giorni, e non isbaglio; in mancanza del lunario li ho contati due volte sulle dita.

A chi me l'avesse detto il 2 di settembre io avrei riso in faccia di un cotal riso da venirne al duello. Eppure io ci sono!

Benedetti i primi giorni della mia prigionia! – io era così sempre fresco del passato, che sovente mi riusciva d'illudermi. Sovente sopra pensiere chiamava ad alta voce la serva, perchè mi recasse una cosa o l'altra; e sentendo che nessuno mi rispondeva, io mi accertava allora della prigione; ma ci rideva sopra, e non era più altro. Sovente sopra pensiere in un batter d'occhio m'indossava la giubba, mi calcava in capo il cappello, e tutto infuriato andava per uscire; – ma giunto alla porta mi accorgeva, che il chiavistello stava per di fuori, – segno evidente della prigione; – ed io al solito ci rideva sopra, e non era più altro. Benedetti i primi giorni della mia prigionia!

Oggi però è ben diversa la cosa. Io son mesto e spossato dalla noia, – e così penetrato fino al midollo del convincimento di essere in prigione, che questo pensiere dinnanzi agli occhi e alla mente mi brulica in infinite forme, come uno sciame di atomi innumerevoli traverso un raggio di luce; e così mi si è dentro inchiodato, che nei primi tempi della mia nuova libertà per avventura, crederò sempre d'essere in prigione.

Io sono mesto, e spossato dalla noia. La noia tacitamente ha tramato per me una così gran tela, che io non vedo parte donde salvarmi. Io son la mosca di quella tela, e più che mi dibatto per uscirne, e più vi dò dentro.

Oh! la noia è una parola sola, – una parola breve, che non conta più di quattro lettere, – ma il provarla è tal volume, che uomo al mondo non sfoglierebbe così per tempo, nè così di leggieri. La noia è l'asma dell'anima, – è una ruggine che può consumare la meglio temperata lama, che si dia; – è una cosa, che dai capelli alle piante ti fascia la cute d'un senso umido, fastidioso, ti perverte l'occhio, e ti fa veder tutto in bigio; – toglie il sapore al gusto, la fragranza ai fiori, – la dolcezza all'armonia. Schiaccia l'acume dell'intelletto, e lo rende bestialmente stupido, – e insugherisce il cuore, mortificandone la squisita sensibilità, disseccandovi dentro la lacrima del piacere e del dolore. Oh! la noia è il più insopportabile dei nostri dolori, perchè è il dolore della stanchezza; perchè non eccita in noi una forza, che valga a combatterlo. Essa non è un vulcano, ma cuopre di freddissime ceneri il sorriso della Natura intera.

E le ho tentate tutte per medicarla, ma senza pro. Il leggere non mi giova; – sto mezz'ora sopra un filaro, – e poi gitto il libro. Non ho più coraggio nè anche di scrivere i miei ghiribizzi; – i miei grilli son morti d'inedia, – essi volevano l'erba fresca del prato, e l'alito dell'aria aperta. – Non mi giova il passeggiare; – vado in su e in giù per i dodici passi della mia prigione, e di lì a poco torno a sedermi colla vertigine. – Se mi affaccio, vedo, è vero, un bel cielo, ma le sbarre, che mi traversano l'occhio, me lo tingono di color di ferro; – vedo un cerchio di monti, e mi paion sepolcri; – vedo una mandra di soldati, che la disciplina militare ha saputo convertire in altrettanti arcolai. – Pallida mi apparisce la verdura degli orti, e dei vigneti, e il canto degli uccelli mi suona lamento.

Alas poor Yorick! Io mi curvo sotto un peso, che non posso più reggere, e ho fatto di tutto per sollevarmene. Ho contato le battute del mio polso, e ho dovuto smettere; – ho fatto la guerra agli insetti, che mi son compagni, e ho dovuto smettere, perchè son troppi; – ho contato i travicelli delle mie due camerette, e sono diciotto e mezzo; – i travi grossi, e son otto; – ho contato perfino i mattoni, e son trecento novantuno. Io non ho più pace, e non so come averne. Non posso più pensare nè al passato, nè all'avvenire, spazi così vasti, e così comodi per il diporto dello spirito. Son confinato nel presente, – e il presente di un carcerato non è già il Tempo coll'ali snelle velocissime, – è una figura di piombo sdraiata in un canto.

.... E come fare per il resto di tempo, che dovrò starmi in prigione? Avessero almeno detto: ― ci starai tre mesi, sei mesi, un anno, ― manco male; – ogni sera con un sospiro di sollievo esclamerei: – v'è un giorno di meno! – Se io potessi avere dell'oppio, forse sarei felice, e certamente tranquillo; – l'anima mia dolcemente assopita passerebbe le sue giornate in un mondo aereo, multiforme, – un mondo così dovizioso d'illusioni, e d'immagini, che la più alta fantasia dell'uomo desto può concepirne appena una frazione ben minima. Ma non posso sperare nell'oppio; – i miei custodi l'hanno in concetto di veleno, e non me lo farebbero vedere nè anche dipinto. E per questo io ho desiderato le mille volte una febbre acuta, che mi levasse fuori di me fino al giorno della mia scarcerazione. Ma la febbre anch'essa, che pur non dipenderebbe dai miei custodi, non vuol venire; – non vi è rimedio; è un calice, che bisogna bere....

Ecco qui; tutti i giorni sono i medesimi, misurati dalle medesime vicende. Alle otto la mattina il solito caffettiere colla solita colezione; – al tocco il solito pranzo portato dai due soliti selvaggi, che si son rubati il nome di camerieri. Il pranzo è composto sempre della solita zuppa, e di tre pietanze, che sembran tre morsi, presso a poco sempre uniformi, e di rado una di quelle variata in un uccello, strano, – una specie d'uccello, che avrà che fare coll'ornitologia, ma non so se abbia diritto all'ingresso d'una cucina; – una specie d'uccello che, a casa mia non ho mai veduto nè per aria, nè sullo spiedo. Io non so dove trovi quegli uccelli il trattore; – mi pare impossibile, che un cacciatore li trovi; e, se li trova, che abbia il coraggio di spendervi sopra una botta. Ma io ho veduto spesso il trattore sur un campanile, e di certo ei vi andava per quegli uccelli, e per noi.

E il Profosso? Mutassero almeno il Profosso una volta la settimana, come avevano cominciato dapprima! Ma dopo una volta non l'anno più fatto. Eccolo là, – è sempre il medesimo Profosso, – col medesimo viso, – col medesimo passo, – col medesimo vestito bianco mostreggiato di rosso, – colle medesime chiavi, – coi medesimi 12 Articoli, stabiliti contro di me, e contro di lui, – col medesimo suono di voce. Fin qui il Profosso non è ancora infreddato, per sentirgli fare almeno una voce diversa. L'unica mutazione, che segua in lui qualche volta, è quella da un casco a una berretta. È un uomo anche egli convinto della disciplina, – convinto dei suoi superiori, – persuaso, che le bastonate sieno un dovere a darle, e a riceverle, come voi siete persuaso a grattarvi in quella parte ove vuole il prurito. – Oh! le strane fantasie della noia! Quante volte non ho io desiderato, per non vedere sempre il medesimo Profosso, di vederlo un giorno con un occhio solo, un altro giorno con tre; un giorno con due nasi; un altro giorno con la bocca sulla fronte; una domenica, quando mi accompagna alla Messa, che camminasse colle mani e coi piedi; un lunedì di vedermelo vestito da donna; un giovedì colla testa voltata dalle spalle; un venerdì senza testa. Ma il Profosso non sì muta mai, – è inesorabile; e ogni giorno viene a menarmi fuori per prendere un'ora d'aria, com'egli dice, e spesso mi tocca invece un'ora d'acqua. E sul primo anche questo era un conforto, – ora non è più. È sempre il medesimo Forte..., – le medesime salite, – le medesime scese, – i medesimi sassi ribelli, e pronti ad offenderti, – i medesimi cannoni, – i medesimi soldati; – non si trova un uomo, o una donna, se tu li pagassi al peso dell'oro.

Il Profosso è una disperazione; – quando io gli chiedo, se ci è nessuna nuova del mondo, mi risponde sempre, che non vi è nulla di nuovo. Possibile mai! – bisognerebbe, che tutto il mondo fosse in prigione. – Eccolo là il Profosso! è inconvertibile. – Viene tre volte al giorno nella mia stanza, uguale uguale, senza pendere un capello da quello che era la vigilia; e mi dice se può entrare, quando è già entrato; e, allorchè se ne va, mi domanda se io voglio nulla. Egli lo fa per dovere, non ci mette ironia, – così voglio credere; – ma quella dimanda mi fa il sangue più agro. O Profosso! Profosso! Se tu sapessi quello che io voglio, certamente non me lo dimanderesti due volte. D'ogni tre volte due almeno io voglio, che tu vada al diavolo.

E la notte? – non me la rammentate, per l'amore che portate a voi stessi. La notte è per me l'eternità di un dannato. La notte con quel suo vasto silenzio, così propizia ai fantasmi poetici, al meditare profondo, per me non significa nulla; e mi scende sull'anima, fredda, piatta, e pesante come una lapide. Invoco il sonno coi nomi più lusinghieri, ma vanamente. Disteso sopra un letto nè cattivo nè buono, mi volto a destra, mi volto a sinistra, mi giaccio supino, mi giaccio bocconi, mando fuori un Gesù mio, mando fuori una parola a rovescio, ma il sonno non viene. La notte la noia non è sola; – chiama sull'armi le zanzare, e mi fanno una guerra mortale da fedeli alleate. Finalmente prendo un poco di sonno, – ma torpido, vuoto, senza balsamo di riposo, senza sogni. Potessi almeno farmi de' sogni! chè la mattina dipoi m'ingegnerei a farne la storia, e a metterli in bello stile.

Sul principio, quando veniva la notte io mi consolava standomi alla finestra a godermi lo spirare dei venticelli, e lo spettacolo solenne d'un bel Cielo Italiano. Ma, dopo quello che mi avvenne una sera, ora appena cade il crepuscolo io chiudo le imposte, e disperatamente mi caccio nel letto. Sentite quello che mi accadde una sera. Io me ne stava, come v'ho detto, immergendomi lo spirito nella considerazione d'una gloriosa Natura, assorto in uno di quei momenti d'estasi e d'oblìo, nei quali l'uomo non è più una povera creta, ma è pellegrino dell'Infinito; e guardando sospeso sopra di me quell'azzurro immenso, sereno, gioioso, magnifico di stelle e di misteri, mi sentiva sollevare, mi sentiva intenerire: – a un tratto mi venne fissato l'occhio sulla Luna, che spuntava in un lato del firmamento, pallida amabilmente, e modesta; – allora il mio sentimento cominciò a svilupparsi in una forma più precisa, più palpabile, ed io volli esprimerlo con un inno, e cominciai:

È mesto il raggio della Luna, e Dio Lo temprò in armonia colla Sventura.

Ma come fui a questo punto una fata leggiera leggiera, coll'ali color dell'iride, mi trasvolò dinanzi, mi fece un inchino, e mi diede la buona notte. – Era la Musa. – Io sul subito non me ne accôrsi, e non seppi interpretare in buona parte quel suo consiglio. Quindi, per non dirvi le bugie, avrò ripetuto almeno un cento di volte quei due versi in cadenza accademica, ma il terzo non venne mai. Alla fine ripensai più pacatameate alla figura veduta, e tra il dispetto e l'umiliazione mi coricai.

Io conosco a prova il martello della gelosia, – ma, faccia pure l'estremo di sua possa, non può arrivare alla noia.

O Torquato Tasso! io non ti chiedo nulla che valga; – non ti chiedo quella corona di stelle, onde tu cingesti in Palestina la Musa Italica; solo chiedo reverentemente, che tu mi dica come facesti, quando al Magnanimo Alfonso piacque decretarti pazzo, e chiuderti per lunghi anni in un ospedale, come facesti in quei lunghi anni a pensare alle sette giornate del Mondo Creato[2], mentre io in trentaquattro giorni, se qualche volta ho pensato al mondo, ho pensato di disfarlo, non già per istizza, ma perchè mi sembra mal fatto.

O Silvio Pellico! io non ti domando la tenera ispirazione, da cui sgorgava quella tua Francesca, che sarà un palpito del cuore finchè l'amore sarà una passione dell'uomo; ma ti domando soltanto d'insegnarmi donde traesti la tua decenne pazienza.....

N.B. – Questo Capitolo naturalmente è fuori della giurisdizione della Critica; egli non ha pretensioni; – è il Capitolo della Noia[3].

CAPITOLO XXI.

― E del mondo che n'è stato? ― Cosa volete, ch'io ne sappia, io che son qua nel Limbo? Io ho lasciato il mondo con un segno a traverso, come si fa d'un libro non finito di leggere. E chi sa, se all'uscire troverò più il segno? Chi sa cosa sia seguito del mondo? – potrebbe essere stato scosso da una seguenza di terremoti, – allagato da un nuovo diluvio, – potrebbe essere anche sparito, ed io non saperne nulla! Cosa volete sapere, o sentire, quassù nel Limbo, dove si sta un piano almeno sopra le nuvole?

Chi sa cosa possa esser seguito? Quando io lo lasciai, era una matassa arruffata davvero, – e tutti aguzzavano l'occhio a trovarne il bandolo; – e forse è il mio bene, che adesso io non ci sia dentro. Voi sapete come vanno le cose laggiù. Io non sono molto destro a girarmi, nè posso allungare il passo un'oncia più dell'usato; – e quando il mondo è in baruffa, credete, che una gamba lesta vale un diamante, e una testa leggiera si trasporta via più comodamente. Guardate Archimede, che viveva alla buona, pensando che gli uomini non fossero quello che sono; – che fidava nella sapienza, e non sapeva, quel vecchio dabbene, che due bestie son buone a mettere in prigione un filosofo, e a trattarlo anche peggio! Guardate Archimede, e specchiatevi in lui! Prendevano Siracusa d'assalto, ed ei non se ne accorgeva; – un soldato Romano gli entrava nella camera, ed ei non se ne accorgeva; il soldato Romano d'una testa gliene facea due, ed Archimede non ebbe tempo di accorgersene, perchè invece di vivere nel mondo coi lombi precinti, e col bastone in mano, viveva alla buona nella Geometria. Oh! il mondo è una mala cosa!

― Tanto peggiora più quanto più invetera:

― diceva il Sannazzaro, or son trecento e più anni. Figuratevi oggi!

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(Manca gran parte di questo Capitolo, e non resta che il fine del Capitolo successivo ed ultimo).

CAPITOLO XXII. CONCLUSIONE.

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Consultiamo la Natura nuda e vergine, com'ella si rivela alla mente del giusto, e saremo meno sventurati. Consultiamo la natura umana senza velo di disprezzo, di cupidigia, di prepotenza; – consultiamola anatomicamente nel suo stato originale, e osserveremo che si può spogliare del fango onde l'ha ricoperta un falso sistema sociale, e rivestirla d'una certa luce, – una luce, che non dobbiamo rapire al Sole come Prometeo, perchè ella ha sorgente nell'anima umana. E l'arte sta nel trovarla, e il Genio la sa trovare, ma noi abbiamo finora crocifisso il Genio invece d'incoronarlo. Intanto tolleriamoci, – v'è spazio per tutti, – e permettiamo, che ognuno vi si svolga a suo grado. Il Genio può trasfondere nei suoi quadri l'armonia e l'iride dell'universo; – la follia può ridere, e saltar per le piazze; – il forte può andare a caccia al cinghiale, – il debole può recitare il suo rosario, – e tutti pacificamente. La terra è larga abbastanza: ― L'UMANA SAPIENZA STA NEL TOLLERARE. ―

MIA MADRE

Indovinate chi amo più di tutti sulla terra? Io amo mia Madre; – io l'amo più della Patria, cui dono il mio sangue se lo vuole, – più della mia T.***, ch'io amo pur tanto. – Povera mia Madre! Se voi la conosceste, forse non ci capireste nulla. No, non è una donna elegante, – non sa di musica, – non sa il Francese, – non ha cerimonie; – è una donna quieta come un ciel sereno, una donna alla buona che crede in Dio, che va ogni giorno alla Messa, a pregare prima per me e poi per sè; è una donna alla buona, che crede in tutto; – crede, che l'olio versato porti sciagura; – crede, che il vino versato porti fortuna. È una povera donna, che ama il suo figliuolo come voi amate voi stessi. – Io mi confesso come davanti a Dio. Non amo tanto mio padre; – è un buon uomo, – ma la mia povera Madre è bene altra cosa. – Io non amo mia madre per il latte che mi ha dato, perchè del latte non me ne rammento; – ma quando mio padre talvolta mi sgridava, ella mi consolava, – mi asciugava le lacrime, – mi baciava – mi dava un trastullo, – mi riconduceva alla gioia. Quand'io andava a scuola, e mi era innamorato dei libri, mia Madre mi dava il danaro, onde comprarmeli. – Mia Madre mi ama come il suo cuore, – io sono il suo cuore. Mi guarda con una compiacenza, – s'inorgoglisce di me, come la giovane sposa della sua corona di rose nel dì delle nozze. – Ed io l'amo ugualmente. Io ho un sembiante duro, – e quando sento dentro non sono punto espansivo; – ma gli occhi mi parlano, – e mia Madre guidata dall'istinto mi guarda sempre negli occhi, e ne riman consolata. Povera mia Madre! ora tu non puoi più guardarmi, e chi sa per quanto! – Io aveva il vizio di addormentarmi col lume acceso, e mia Madre si levava di notte a levarlo, perchè temeva un pericolo. E alla mattina entrava nella mia stanza a vedermi, in punta di piedi, e rattenendo il respiro, per non rompermi il sonno. – E quando parlava di me alle vecchie sue conoscenti, diceva che io era un angiolo, – e io risapendolo rideva di cuore, pensando che il mondo mi chiamava un diavolo. – Povera mia Madre! Dio ti renda quella mercede, che merita il tuo tanto amore!

Una sera io fui ferito di tre stilettate[4]; – tutti credevano ch'io morissi, – anch'io lo credeva. Fui portato a casa agonizzante; – caddi in deliquio, e vi stetti più ore. Al risensarmi, chi trovai presso al letto? – Era mia Madre, e così vicina a me, che di certo intendeva col suo fiato caldo d'amore di vincere il gelo della morte. Mi parve l'Angiol custode. Mi ravvivai, – cominciai con lei un colloquio lungo, veloce, passionato, sublime; – mia Madre mi rispondeva interrottamente; – io nell'esaltazione non me ne accôrsi: mia Madre era convulsa; – ella non può piangere. Se io me ne fossi avveduto, forse sarei morto. Mia Madre dacchè mi hanno strappato al suo seno è stata vicina a morte[5]. O povera mia Madre! perdonami il tuo dolore! potessi avere almeno contato i tuoi palpiti per rammentarmene!

Qui finisce il Manoscritto di un Prigioniero; nella pagina interna della coperta si leggono questi due versi:

LA PRIGIONE È UNA LIMA SÌ SOTTILE CHE AGUZZANDO IL PENSIER NE FA UNO STILE.

ARTICOLI DI MORALE E LETTERATURA.

DELLA EDUCAZIONE ― 1829[6] ―

In primo luogo tu hai a sapere in generale, che tutto quello che è vera utilità degli spiriti dispiace agli uomini comunemente; onde ti guarderai come dal fuoco di profferire parole o fare opere, che dieno indizio che tu voglia beneficare l'intelletto, o il costume di quelli.

Gozzi, Osservatore.

Quei pochi eletti cui venne in sorte l'agilità del pensiere, concitati vivamente dal desiderio della scienza, investigarono sempre le occulte ragioni delle cose, ma non ebbero tutti il medesimo intendimento. – Alcuni più benigni, considerando funesto il dono della sapienza, dove non cospirasse al bene dei loro fratelli, palesavano quella parte del vero, che poteva renderli felici o meno sfortunati; e a quella parte, cui disvelata seguitava il gemito, e l'aridezza dello sgomento, surrogavano invece il conforto delle illusioni necessarie a mantenere una vita, che altrimenti non avremmo ragione di reggere. – Altri più severi, collo sguardo acuto dell'anima penetrando l'ombra dei secoli, videro e dimostrarono le razze umane peregrinare la terra gravi d'ignoranze, di sventure, e di colpe. E forse dissero bene: ma qual frutto ne colsero? – La scienza del dolore non aveva mestieri d'insegnamento, perchè nacque congiunta al cuore dell'uomo; le ignoranze, le sventure, e le colpe, stettero immobili, perchè sono elementi indivisibili della nostra umanità, e tutto il frutto si strinse alla compiacenza d'aver profferito poche massime amare di sconforto durissimo, che fecero piangere, e maledire. Ma se non merita grazie quel fiero spirito, che scende nei segreti del cuore e gli scompiglia, e gode delle ruine, crederanno di leggieri gli animi temperati a bei sensi, che molti bramino la nostra specie digradata più che i suoi fati non chiedono, nè altri le dieno potenza se non di far gregge, e di pascere, e le gridino incessanti il silenzio delle poche generose passioni, che uniche fanno corruscare quella sacra scintilla usa talvolta a scaldare la creta dell'uomo? Veramente l'uomo lasciato all'inerzia mostra profondo il segno d'una schiatta caduta e annodata alla polvere; ma se, per impulso proprio o d'altrui, muove l'interno pensiere e lo spande su l'universo, e, percosso da quello spettacolo immensamente vario e perenne, lo accende, e lo fa corrispondere, per quanto è dato, alle immagini quasi infinite, allora l'uomo disciogliesi in parte dalla terra, e risguarda i cieli, e vive in essi col desiderio dell'esule. – Ma per coloro, che la nostra bassezza vorrebbero curvare fin dove non piegasi, la fiamma non arde, la grandezza non ha spazio, e dappertutto veggono angustie, perchè altra dote non hanno che di affetti mediocri, nei quali alberga per anima la ruggine dell'invidia. – E perchè l'umiltà degli affetti mediocri non osa prorompere nella sua nudezza, velano gelosi le strettezze del cuore, e della mente, e danno al velo il nome della prudenza, – cara e santa virtù, allorchè corregge, ma non ferma l'impeto delle passioni magnanime, – non già quando ella consiste solo in andare adagio, e concentrandosi in un senso di paura, e d'interesse, ti si lega alla vita, nè va più oltre. E perchè i prudenti per amor proprio aborrono da ogni guisa di cimento, hanno alzato un tribunale donde predicano il dispregio dei tempi che sono, e dispensano moto e norma ai bisogni delle passioni vivissime presenti, attingendo moto e norma dal deserto degli anni che sparvero, senza avvertire che l'uomo è pur sempre unico figlio dei suoi tempi, e nel vano del passato non si perdono età distinte solamente dalla durata, ma tutte portano impressa l'orma di novelle virtù, e di novelli delitti, – e le prime, e i secondi, non meno del Sole, hanno fin qui misurato l'estensione del tempo umano. E perchè i prudenti hanno scorto che nell'anima nostra ferve continua una inquietudine, e vi sta come la principale espressione della vita, per quietarla ci vanno rammentando le glorie antiche, così dicendo ai nipoti che si contentino di vivere oscuri, perchè gli avi vissero illustri. – Bella è la gloria degli avi, e soave di conforto e di onore a cui le risponda cogli atti, ma non è retaggio, e sta nei secoli monumento solitario, che rappresenta eterna la vece del mortale che l'ha creata. Ma quanto costoro danneggino la sacra impresa di migliorare la specie, i discreti sel veggano, considerando gli uomini disposti naturalmente a giacersi, e a maledire sovente la mano che tenta di sollevarli, – se narrano il vero, che Socrate conseguisse il rimerito della cicuta, perchè osava trasfondere nei suoi concittadini la bellezza e l'amore della virtù, – e l'ardimento di Bacone, che imponeva la vita al pensiere per tanto corso di tempo assopito, fosse dai suoi contemporanei scambiato colla pazzia. E quei divini morivano senza una parola di rampogna consolandosi delle glorie future, perchè l'alto spirito, sorpassando il volo del tempo, fa sorgersi innanzi le generazioni increate. Ma in ogni petto non muovesi un cuore più che mortale per operare il bene senza riguardo di premio presente, fidandosi alla giustizia dell'avvenire. Quanti Italiani, sfiduciati dal sofisma degl'invidiosi, e dalla timidezza propria agli animi nostri, se manchi a suscitarli generosa una voce, percorrono l'esistenza chiusi nell'abbandono della viltà, persuasi che il nostro terreno sia rimasto sfruttato dal lungo numero delle anime grandi, e dalle sventure? Ma il lungo numero delle anime grandi ha da reputarsi piuttosto singolare felicità di cielo, che giusta ragione perchè debbano a un tratto cessare. L'argomento in qualche maniera terrebbe, laddove fosse proposito sempre delle medesime teste. Ma questo non consentì la Natura, che alternò con mirabile armonia la vita e la morte nelle sue creazioni, e in forza di questa vicenda stabilì la infinita varietà delle forme, la eternità delle sostanze, nè mostra di volere per lunghezza di tempo invecchiare, o per l'atto incessante del produrre esaurirsi, a meno che prima non si annientino le leggi per le quali ella è costante: e gli umani, soggetti allo stesso governo, via via cadono e sorgono in modo, che ad ogni breve misura di anni potresti dire che il mondo del pensiere rinasce vigoroso, e lieto dell'ardimento che infonde la giovinezza. Chi non sente che gl'Italiani non hanno peranche placata l'ira della Fortuna, quantunque le abbiano offerto in sacrificio secoli consumati nel pianto? Ma sapete voi, se a portare l'ale dell'ingegno valgano più le triste o le liete venture? I tempi tramandano infelici le memorie del Grande costretto a combattere l'odio, che vive immortale tra due nature contrarie; e se questa ineguaglianza generatrice di tanta discordia sia giustizia, o viceversa, non è l'ora da poterlo vedere: ma quando anche il Grande ebbe pace con gli uomini, la guerra gli venne dal sentimento d'una misteriosa afflizione, che gli gemeva eterna nel cuore. Dante cantava la novella poesia negli affanni dell'esilio, Ossian nell'amarezza della caduta potenza, il Byron nell'arcano d'una mestizia onde furon sempre velati i suoi giorni mortali. – Poichè la mente creatrice del bello e dell'immenso va sciolta di vincoli, la plebe umana non giunse a scoprire giammai la segreta potenza che animava alla vita quei canti, e li vide lontani come il raggio del Sole; ma come il raggio del Sole illumina e scalda le creazioni sottoposte, così que' canti, derivati dalle più ascose viscere del dolore, spirano all'anima un suono d'affetti onnipotenti, e tutta l'anima risponde a quel suono, mercè di colui che formando la nostra natura chiamò l'infortunio a costituirne la massima parte, e mandò la felicità così di rado e veloce a trasvolare la terra, che appena è concesso di vederne il baleno. Ma la sventura mantiene irritando l'ingegno, e i concetti dell'uomo sgorgano originali e profondi di altissimi sensi, perchè da lei muove una forza, che lo stringe a vivere nel suo pensiere, mentre dubitano molti che quel modo di esistere da noi chiamato felice non sia piuttosto conseguenza delle nostre facoltà intorpidite, nè più atte a ricevere in piena luce, ma per barlume, le sensazioni; e l'hanno veduto grave di fastidiose passioni, e sovente affratellato coll'ignoranza, e dicono che spunti l'acume del desiderio; e mancanza di desiderio accenna anima prostrata, e di volgo. – Oh perchè non ho io un altro mondo da conquistare! – sospirava Alessandro. E dove si ponga mente ai conforti di coloro che bramano la nostra bassezza, quanta differenza trovate voi tra gli uomini e i bruti. – Appena la nuda favella: e niuno consente che articolare soltanto la parola sia valevole differenza, se i concetti significati coll'opere non provino l'esistenza dell'interno pensiere. Nè la facoltà del pensiere ci fu data per nulla. – Se l'uomo fosse destinato solamente a nascere, cibarsi e morire, la Natura non ci avrebbe fatto quel dono, tristo o buono che sia, perchè hanno sperimentato la Natura non averci mai conceduto potenza, senza farci sentire la necessità dell'ufficio cui la destinava. E potremmo noi vegetare in quello stagno di vita, noi, cui non si offre immagine di quiete meno la morte? Potremmo noi distruggere l'atto di quelle poche anime immense, che afferrando il secolo in che son nate gli aggiungono il proprio moto, e il secolo concitato si affretta precipitando al suo fine? Rinnegheremo noi le passioni, che pur sempre ci agitano irrequiete al bene ed al male? Dove è la forza che valga a tanto? In Dio solo, perchè sono opera sua, e le ha poste nel cuore dell'uomo, cui vivono eterne, indivisibili, compagne della vita, e muoiono con esso. –

Poichè le passioni si spengono nell'ultimo sospiro, e queste, pur sempre agitandoci, al bene e al male ci spingono, ufficio degno d'un pensiere divino è quello di frenarle, e di escludere, per quanto è dato, la vicenda del male. L'argomento della ragione, e l'esperienza del passato, dimostrano unico mezzo a tanto conseguimento l'educazione; la quale, facendo conto delle passioni come della parte più viva dell'uomo, e capace di qualunque impressione, ne trarrà l'effetto migliore, o il men tristo, col dirizzarle, per quanto è possibile, a segno lodevole. E se molta parte di amore alla patria è dire il vero quando le giova, (e a dirlo ci vuole più grande animo che a sentirlo,) così chiunque abbia fiato di senno e di pudore confesserà primo bisogno dell'Italia nostra l'educazione, e vergognerà palpare l'ignoranza dei suoi, lo sconforto degl'invidiosi, e farà voti, e darà opera, perchè al male venga posto efficace e pronto il rimedio. – A questo fine verranno, laddove cospirino santità d'intenzione, e vicendevole aiuto di liberali ingegni, e sarà bella di bellezza italiana l'impresa di riedificare la mente colle ingenue dottrine della sapienza. – E perchè manifesto indizio di amore alla patria è il non disperare di lei nell'ora che gli avversi eventi la premono, così negli animi intemerati e gentili vive una forza che gli conduce a sperare. – Certamente gemono delle sue poco liete vicende, chè andrebbero beati a vederla fiorente per belle discipline, e ornata di cortese costume, e gloriosa; ma nel gemito vive una forza che li conduce a sperare. Indarno si affannano i prudenti a gridarci che la speranza schiviamo, essendo tale un inganno che accompagna l'uomo da mattina a sera; a noi ricorre eterno il bisogno di quell'affezione, onde si allegrino almeno d'un fiore le spine della vita, e il pensiere dell'illuso mortale ponga un sorriso ov'è pianto perpetuo. Ben è vero che ne' pochi giorni del nostro pellegrinaggio, aspirando noi nel fuoco del desiderio a uno stato felice, ci balenano all'anima mille illusioni di aspetto vaghissime, ma fugaci come il momento che le ha create; tuttavia nel cammino della vita stanno alcune speranze, che non sono al tutto illusioni, e rispondono al cuore, e alla mente, e lasciano in ambedue la traccia di un conforto che dura, e, dove le governi la sapienza, si convertono spesso in certezza. E porge speranza di sì fatta natura il giovanetto crescente negli anni. A questo bel fiore il cielo arride benigno, e lo chiama alla vita; se non che sventuratamente un verme lo rode, onde egli appassisce e muore sul cominciare del brevissimo giorno, che i fati gli concessero. Da cui muove la colpa, che la pianta non germogli e non cresca felice? La colpa è del nostro volere, perchè nell'educarla ci siamo sviati da quella traccia costante, che i fatti segnarono nelle vie del tempo. Leggete i documenti del tempo: chiudono una sapienza quasi infallibile, e a cui ben guarda il passato ministra le misure del presente. Le storie che raccontano la vita dei popoli non dimostrano fondamento di ogni bene ordinata società la pubblica e liberale educazione delle tenere menti? E narrano, che il giovane sorgesse prode nelle battaglie, savio nel consiglio, e onesto nella vita civile, e consolasse di onore e di gaudio l'ultima età dei padri cadenti. Ma le storie descrivendo le forme degl'istituti, pe' quali un popolo saliva in potenza, e in perfezione di civiltà, tra queste non annoverano mai – nè gramatiche, che consumano gli anni e i volumi a farti povero del primitivo ingegno, e cattabrighe, e per un fuscello d'alfabeto bestemmiatore della grandezza del Genio; – nè rettoriche, che gl'indefiniti movimenti dell'anima confinano in certe regole, le quali ti prescrivono di lavorare gli affetti come un fuoco d'artifizio, e soffocano in te quell'intimo senso di natura, che ritrae le immagini vergini e schiette come le cose, onde più non ti splende il vero, e il sentimento e l'intelletto pervertito piegano dinnanzi al simulacro di vane e codarde passioni; – nè mitologie, che una volta vissero colle nazioni; poi con esse giacquero spente e oggimai, coperte dalle tenebre di un tempo troppo lontano dalla memoria, affaticano senza frutto la mente, o non le presentano, che nudi fantasmi degli umani vaneggiamenti; – nè filosofie, che si smarriscono per entro ad infinite ricerche, e di rado trovano il vero, e più di sovente un nuovo lato dell'incertezza, per lo che fanno temere che alla mente non sia concesso nemmeno il riposo d'un delirio solo, ma che un destino la danni ad avvolgersi del continuo per l'errore, o a cedere alle larve del dubbio, che di tutti i dolori è il soverchio, perchè, avendo varietà di moti e di forme infinita, non subisce le leggi dell'abitudine, e dura perenne; – nè gente che fa professione di spegnere quel raggio d'intelligenza, che tutti più o meno dalla Natura sortimmo, e cava il fumo dalla luce, come disse argutamente un antico, e si arroga un nome venerato, e lo porta in pace. Chi ha tracciato l'orme della caduta di un popolo ha veduto la corruttela dei costumi, e l'annientarsi della potenza, andar di pari colle scuole dei retori e dei sofisti; chi ne ha seguito il volo nella grandezza ha veduto da più alte sorgenti derivarsi il pubblico bene, poichè in quella rara felicità di tempi le cattedre e le accademie non dettavano servitù di sistemi, imponendo allo spirito umano di vestire una forma sola e costretta, nè più muovere un passo; ma il savio, studiando i bisogni e l'indole del proprio secolo, a quelle norme conformava le patrie istituzioni. E l'Amore e la Sapienza guidavano la mente giovanile su l'universo, e quella ne ritornava assuefatta a vedere le cose di per sè stessa, e come sono, già come vogliono i libri, o i parziali interessi di chi ti ammaestra, e secondo la varietà delle tempre avvenire, che variamente giovassero allo stato sociale, perchè ognuno interrogando il suo genio a quello sacrificava. E l'Amore e la Sapienza, dandosi mano scambievole, imprimevano nei giovanetti l'esempio degli aurei costumi, e il moto delle larghe passioni, tra le quali sorvolava l'affezione del luogo, ove apersero gli occhi alla vita. Quindi vedevansi miracoli non d'individui, ma di nazioni intere, e i Romani educati nella spada e nell'amore della patria vincevano il mondo. –

Il sacro ufficio di separare il pensiere dalla polvere spetta a poche anime elette, incontaminate, che lo spirito di Dio volle suscitare per ammenda all'umana creazione. E le poche anime elette parlino ai giovani, e facciano loro sentire la virtù come bellezza e necessità dell'anima nostra, e gli spingano al desiderio di vivere oltre la morte; parlino ai giovani, ed essi risponderanno co' palpiti di un cuore caldissimo di vita e d'inquiete passioni, germi di gloria, o d'infamia, secondo il segno a che miri; e dieno meta lodevole all'inquiete passioni, concitando il fremito delle antiche memorie, non perchè dormano sulle lusinghe dell'ozio e dell'inganno, ma perchè ne traggano affetto d'onore, incitamento alle opere magnanime, e gara di vincere il grido dei tempi trascorsi. E noi liberali esercitando la mente, più non sarà che lo straniero peregrinando le belle contrade prorompa all'oltraggio, vedendo il pensiere indipendente da qualunque vicenda, e a buon diritto, chè forza alcuna nol può sottomettere, meno la nequizia del proprio volere. E noi liberali esercitando la mente, adonterà lo straniero di ridere su le miserie dei prostrati che gemono: poichè se l'un popolo sale, e l'altro discende, non sappiamo noi se debbasi riputare in tutto opera umana, o legge che si diparte dall'ordine di questo universo, o cieco moto di Fortuna; e, posto ancora che l'uomo sia nato alla guerra e alla morte dell'uomo, cessi l'insulto, e pianga invece questa necessità di guerra fraterna, da che alle immense sciagure non possiamo dare che il pianto; e tremando aspetti lo alternare delle sorti, da che non è stata nazione, per quanto si voglia potente, che nella sua giornata di secoli non abbia segnato l'occaso. E lo straniero peregrinando le belle contrade levi la fronte, e ammiri splendido pur sempre di bellezza immortale questo cielo italiano, dove un giorno nell'infanzia delle moderne società spuntava il Sole della scienza a salutare del suo raggio l'Europa; levi il pensiere, e ammiri come gli abitatori della bella Penisola tra le ruine del tempo e degli uomini si resero degni pur sempre cogli atti dell'aere felice che spirano. – Niuno pronunzia il nome d'Italia, senza che non gli sorga dinnanzi l'immagine d'innumerevoli glorie, e la rimembranza che in lei non è spanna di terra dove non abbia calcato l'orma un eterno: ma noi finora non fummo Italiani che per legge di suolo; in questo suolo molte generazioni sorsero, stettero, e caddero, ma silenziose, perchè nude di liberali istituti non lasciavansi dietro grido di fama, o durata di monumento che le attestasse ai futuri. La terra sola, poichè serba le ossa dei trapassati, potrebbe dirci come qui sieno vissuti degli uomini.

O nostri concittadini, sosterrete voi dunque, che dispersa erri la parola di pochi animosi, senza che neppur le risponda la voce d'un eco? Forse la solitudine dell'anima è muta eternamente, come quella della morte? Imprendete a rigenerarvi; e state forti al sublime proposito, nè vi smuova l'invidia, o l'ambage della falsa ragione: – a voi basta il volere, e il volere è massimo elemento della potenza; – innalzate gli spiriti a più splendidi obbietti; – accogliete e nudrite nell'anima generose illusioni, – nè cercate spregiarle, estimando per questo di tenervi alla parte del vero: – forse tutta la vita non s'intesse che di codarde e di generose illusioni!

CENNO SULLA LETTERATURA ― 1829[7] ―

Dant animum ad loquendum libere ultimæ miseriæ.

Livius.

Quando l'inevitabile avvicendarsi dei casi assegnò nei secoli uno spazio al delirio della potenza abusata, la notte giacque lunghissima sul genere umano, velando il sereno di quanta luce accolse la mente degli anni antichi. E allora la terra non sopportò, che l'insolenza del forte, e la viltà dei caduti; e le turbe abbandonate alla rabbia dei supremi bisogni, al gemito delle arcane paure, altro non seppero, che d'esser venute a soffrire, e morire. E allora, fugate le illusioni, la vita rimase senza perchè, e l'arido pensiere sarebbe corso al suo primo niente, se Dio nol frenava colla pazienza. Le passioni del forte si chiusero nel disprezzo, quelle del fiacco nell'odio; e allora il ministero dei sensi gentili più non fece tremare la povera creta del celeste suo brivido, e l'amore, ultimo, e quasi ombra, intervenne agli affetti, e la pietà, dolcissima tra le corde del cuore, tacque disarmonica. E quei tempi stanno come lacuna dell'intelletto, perchè l'uomo non visse, ma vegetò materia armonizzata nelle forme, e gran mercè se per sempre non ammutì nel silenzio delle fiere. Ma l'anima è così mobile, che i maligni mai non la fermeranno ad un termine, e forza di creatura non potrà sperderne il soffio, se prima a sè nol ritiri chi lo diffuse per l'eterno universo. Combattuta e stanca, un tempo l'anima cade; ma l'ala inquieta del desiderio la rileva, e compensa in velocità di movimento ciò che per lei stette perduto nella inerzia passata. L'anima sortì per essenza la necessità del progresso; e la necessità non ha legge, perchè è la suprema delle leggi; – però quando il suo cenno percosse i prostrati, e disse loro di sorgere, la gioia di un bel giorno vestì la faccia al creato, e la freschezza della vita nuova spirò sul deserto, e ogni atomo della polvere umana si converse in eroe, e dappertutto invase un impeto di gioventù, un'esistenza di spirito, un fremito di pensieri nati nell'Infinito.

Ma per risorgere dagli umili eventi, l'anima usò di un mezzo costante, e fu la sapienza. La mente è molla dell'ordine umano, e dove ella non sia cresce il pianto dei mortali. Ma perchè la sapienza è concento di occulte potenze, a mostrarsi l'è d'uopo una forma, nè altra più le conviene, che la bella Letteratura. I professori di scienze misurate scompagnano dalla sapienza le Lettere, estimandole a guisa di fronda leggiera, o come vaneggiamento d'infermo. Ma finchè saranno il linguaggio della bellezza, gli uomini non potranno averle così di lieve in dispetto. Un altro consiglio, stringendo in alleanza l'utile e il bello, confuse in una, e fece divine le arti della mente e del cuore. Sciogli quel vincolo, nè l'una, nè l'altra domeranno sole l'indole nostra. È verità, che posa in una tradizione coeva alle famiglie primordiali del mondo, poichè narra, che il savio dei tempi lontani, prendendo a condurre i suoi fratelli di carne dalla feroce esistenza animale a vita men disonesta, si accôrse ben tosto non bastargli all'impresa l'unico risguardo dell'utile; quindi meditò più profonda idea, e il savio invocò la Bellezza, e la Dea mite alla preghiera lo sovvenne del suo sorriso, e le razze umane amabilmente lusingate accolsero meno ritrose il dettame della sapienza. L'uomo è composto di poca ragione, e di molte passioni: però, se la visione del senno vuol essere umanamente applicabile, è mestieri che si renda sensibile coll'ardore degli affetti, e coll'evidenza delle immagini. Le passioni hanno ribrezzo dell'ignudo sillogismo; questo non fa buono che alla gente di toga, e forse nè anche a lei, ma non ha coraggio di dirlo. Le passioni, benchè sovente amare di grave sventura, sono il bisogno e il desiderio dell'uomo. L'uomo anela furiosamente alla vita; la vita non si sente, che per passioni, e va calcolata a misura della loro profondità. Lontana, e quasi spenta ti si affaccia l'esistenza in quei giorni, che non ti aggira il vortice degl'interni sentimenti. E allora ti vince lo spregio di te, e de' tuoi simili, e ti coglie il fastidio del bene e del male, e il pianto e il riso ti eccitano ai medesimi sensi, nè il pensiere sapendo dove chiuder l'ale, e posarsi, bestemmiando chiama dai cieli la distruzione. Talchè tu aborri per istinto il vuoto, e la noia della quiete, come pegno di morte anticipata, e ti affanni dietro all'alterno travaglio delle affezioni, e col desio rispondi al cenno di mille fantasmi ridenti, tanto che men tardi si sfiori la giovanezza dell'anima, e il tempo per meno aspra via ti conduca alla giornata dell'ultimo dolore. Ma la plebe mortale ha di per sè stessa perfetto il sentimento della vita descritta? Come murmure d'abisso nelle viscere umane freme rovente la passione, ma indistinta e compressa, perchè i più non hanno modo di svolgerla, e dirizzarla al segno cui tende; e quando prorompe non sa l'uscita, e si consuma nell'ansia, ma non ha subbietto. Stanno le passioni nel cuore, come gli elementi nel caos; aspettano la voce di Dio, che scenda a comporle in armonia d'universo. E scende la voce del Genio, e le interroga, le solleva, e le guida, e il cuore fruisce la pienezza della vita esercitata. E mal si trascurano, e sta all'alimento di che le nutri vederle scintillanti di gloria, o dense d'infamia, far che una gente benedica, o pianga. Se l'uomo abbia, o no, da lodar nessuno per questo dono, ci pensi chi vuol saperlo; intanto sono inevitabili; e tu potresti meglio dividerti da te stesso, che da loro. E quando l'ipocrisia degli Stoici tentò fermare nell'anima umana la foga di tanta corrente, la continua oscillazione della gioia e del dolore, le ricette non valsero, e quella impostura era troppo inumana, perchè trovasse terreno dove allignare. L'anima consiste sol nei suoi moti; la mente li può governare; e la buona Letteratura porge alla mente i mezzi di venire al suo fine.

― O Lettore, perchè io non amo gli scrupoli, odi la mia confessione. Quanto ho già scritto, e quanto sta per venire, se il lavoro non mi si muta fra mano, vorrei, che avesse cera di discorso. Se bianco o nero, tel dirà la coscienza: a me non istà bene dirne cosa nè pro, nè contra. Pur questo mio discorso, o bianco o nero, o un po' bianco e un po' nero, in fondo in fondo potrei giurare, che non sarà mio. – E non è molto, che vennemi voglia di leggere quanti scritti mi capitavano a mano di Niccolò Ugo Foscolo. E lessi attento secondo la mia capacità, e vorrei che il profitto corrispondesse al diletto provato leggendo. E i detti, i pensieri, e le immagini del singolare scrittore, mi fecero nel cervello stampa siffatta, che mi prese l'ispirazione della presente diceria; altrimenti non ci avrei pensato dalle mille miglia. Dunque, se ci trovi un filo di buono, non perder tempo, e dànne merito a quel Grande; ma se la cicalata merita l'anatema, serbalo intero per la mia testa, tanto più che essendo leggiera un peso le farà bene. Vedi, io non voglio ingannarti, e nol potrei volendo, perchè, se la Natura mi fece corto, potrei fare, e fare, e bene anche aiutarmi con quella striscia di volpe onde è listato il cuore dell'uomo, ma in somma rimarrei sempre corto; e gli uomini indipendenti mi scoprirebbero, e allora avrei per giunta l'impostore. Perchè io poi mi sia indotto a presentare così rattrappite le maestose figure del Foscolo, la ragione te la dirò un'altra volta. Anzi, se devo dirla, considerai, che nessuno fra gl'Italiani diffuse come il Foscolo luce e calore di sana filosofia sull'indole e sulle vicende delle Lettere nostre. E stimai, che mal non sarebbe a mettere in vista alla Italia, più che non sono, i dettati di quel valentuomo. Già delle opere sue non ci è corpo; ed è per tutti i conti un peccato; e per averne una strappata è forza fiutare a tutti i quattro venti, e di questo il perchè tel direi daddovero, se sapessi come trovargli un posto in queste carte; ma tali perchè son conformati in maniera, che non sanno tener fermo un momento, e dalle carte spariscono. E credo di più, che, oltre al disagio di procurarsi le mentovate scritture, fin qui la gente italiana non ci abbia badato gran fatto, essendo un bel pezzo che la gente italiana mette ogni suo pensiere nel non pensare a nulla, e questo fa per amore di chi gliel comanda. Platone e Aristotele si fecero largo tra di noi, sebbene fuor di stagione, mediante la coda lunghissima dei commenti. Io commenti non faccio, perchè non ho per anche commesso sì gravi peccati da scontarli con tal penitenza; ma dire un motto o due non mi spiace, se non altro per dimostrare, che sono anch'io fra gli animali parlanti: e che direste, se mediante un mio cenno, o di tal altro povero diavolo, il caso permettesse che le dottrine del Foscolo si facessero più popolari? E non ridete, chè in capo all'anno il caso ha per lo meno sei mesi di governo nella nostra famiglia. Chi pertanto potesse spiccarsi un istante dal suo interesse, e mandare un riflesso d'amore alle cose che gli stanno d'intorno, tenga prediletto il Foscolo. È il primo fra i rarissimi Italiani d'oggi che pensano a modo loro; ed ebbe spirito sottile d'indagine, e fiorente immaginazione, e concetto e stile originale, e gittò in Italia i primi semi della prosa poetica, e fu tanto amico a ciò che aveva sembianza di verità, che per farne professione più aperta abbandonò la terra materna, e lasciò l'ossa nel sepolcro degli stranieri; e se l'atto vaglia, o non vaglia, il dicano coloro, che seppero a prova di quanto affanno sia grave il sospiro lontano dell'esule. E chi vede un barlume del futuro, dica quando potremo riscattare quell'ossa, e far loro le feste funerali. ―

La possibile perfezione dell'umano incivilimento, ufficio solenne, ed inerente alla dignità dello spirito, è base in un popolo di verace Letteratura. Di questo incivilimento la opinione arde divisa fra due partiti, e dall'uno sta la speranza, e il moto larghissimo onde son concitate le moderne società; dall'altro gli argomenti del passato. Che ad ogni cimento di generoso disegno abbia a rispondersi colla parola impossibile, non mi riesce a crederlo. Ai fatti pur troppo va dato conto, perchè in essi giace la storia dell'uomo, e vorrei disperare delle sorti future, se ogni fatto fosse un destino; ma i più spettano alla stoltezza, o alla volontà maligna; e queste, se non si possono struggere, almeno si temprano. Nè da ogni fatto del mondo d'oggi parmi conséguiti lo sgomento, se pure è vero, che l'universo non è tutta una somma di mali; e chi si stringe singolarmente a piangere, o a ridere, ha la metà della ragione. I filosofi mal non farebbero a speculare più addentro la questione, – se la serie degli eventi passati possa del tutto dedursi in certezza di teoria, e farne immagine all'avvenire. Affermeremo noi, che quanto sappiamo del passato sarà l'andamento costante del genere umano? La terra ha sostenute molte e gravi rivoluzioni; numerose orme sociali andarono a celarsi per sempre nella mina dei secoli; e chi potrà giurare sulla natura delle cose immemorabili, dacchè nè larghezza di genio, nè infaticato desiderio di scienza, hanno saputo riconquistarle all'oblio? Nello spazio l'umanità certamente ha disegnato un gran quadro, – ma forse la memoria ne serba appena una linea, – e chi dei mortali griderà: – io ho misurato il possibile? – La natura dell'uomo è poi tanto indomita da concederla tutta all'impeto disperato del male? I dottori d'ogni setta consentono a dire, che l'abitudine è principale elemento dell'indole umana: or l'abitudine fece sempre dell'uomo il supremo, o il vilissimo degli animali, secondo il principio da cui si mosse. Cedere d'altronde a troppo larghe speranze non è buono, perchè poi la delusione fa gemere di soverchia amarezza; rigenerare i primitivi destini dell'uomo non è da noi, perchè sono un pensiere della eternità; stringere i mortali in una famiglia di fratelli, forse è un sogno dell'amore, perchè, se non esiste uguaglianza di condizioni, manca la pietra angolare dell'edifizio: e dov'è la mano potente a bilanciare le eminenti differenze, che hanno aspetto e titolo d'ingiustizie, e forse saranno? La Natura vuol reggersi a governo aristocratico, e la Natura vuol ciò che vuole: ond'ella tramò le sue fila in maniera, che a pochi dava la dote invidiata dell'intelletto, a pochi la bellezza, a pochi la fibra dello squisito sentire, e nelle ricchezze concentrate dell'uno segnava la povertà delle migliaia, e la potenza di un popolo espresse il niente d'un altro, nè tu spesso puoi ridere se un tuo fratello non piange. Tutto questo ha nome d'ordine; – una forza è di certo. Se la Natura abbia torto o diritto, altri ne giudichi, – io nol farò davvero; perchè l'hanno predicata gelosa dei suoi segreti, e quando si ostina a celarsi, nè preghi, nè torture, nè impronti, la scuoprono. I più tuttavia la dicono savia, e provvidente; ed io concorro alla fede, nè mi giova penetrare più addentro. È stile antico adorare ciò che non comprende la mente; e il dominio della curiosità affannò più anime immortali, che tu non pensi. Però la sventura non è in tutto decreto del caso; ella in qualche parte è pianta educata dalle mani dell'uomo, e spetta alla Morale distinguere i mali immutabili, e quelli provenienti dalle nostre pervertite potenze. Il desiderio aspira pressochè all'Infinito; pur molti de' suoi voti si possono sciogliere. Le leggi, donde tanta parte dipende del bene comune, sono capaci di generose riforme; molti diritti si possono conciliare col fatto; per altro bisogna farli profondamente sentire; e così sentiti si ottengono.

La virtù del sentire è di Natura; quindi si smarrisce, ma non si perde; e le buone Lettere la desteranno dove fu dalla forza e dall'errore sopita. Quando Dio spirò anima, gl'Italiani ne bevvero il primo fiato; però le buone Lettere faranno in essi mirabil prova, da che la fecero in altre nazioni secondo l'indole, e i casi. Ma perchè la civiltà metta salde radici, e doni alla terra gentile – ardimento, e vigore d'anima nuova, è mestieri che la Letteratura abbia spirito animoso, e pubblico intento, e spregio delle vane apparenze, e amore veemente di gloria. Dopo le spade giovano a maraviglia le generose Lettere esercitate. Il costume corrotto è geloso, e grida offeso di nulla; ma chi sente la virtù del pudore, e dell'ira, tenga lo strepito a vile, e percuota la corruttela di biasimo acerbo. Il biasimo non è una gioia, a meno che tu non sia corredato di quell'aurea imbecillità, onde per molti l'esistenza non ha nè spine, nè fiori; e per amor proprio, e del prossimo, contristati i cortesi discendono al biasimo; ma la lusinga o il silenzio danno baldanza alla colpa, e più largo le schiudono il campo; però chi non teme aprir l'animo suo, usi la dote rarissima, e scuota i pensieri trepidi della vita. La vita è infelicemente breve, e chiusa spesso dal vituperio; la posterità non è cortigiana; nè dalle adulate libidini vien premio, che basti alla infamia; e il suo rimorso è la febbre della vecchiezza. Le Lettere saranno utili e generose, finchè non abbiano barriera, e tengano all'indefinito universo. Però chi professa il pensiere guardi l'universo. Un potente l'ha fasciato di tenebre; ma l'arguta vista del Genio spiando in seno alla oscurità faccia tesoro di quante scintille la solcano, e sprezzi il cerchio misero dei sistemi. L'anima non è anima fuorchè nella libertà dello spazio, e i sistemi hanno l'angustia, e l'errore, perchè ognuno di essi leva stendardo pel sì, e pel no; e il sì, e il no, albergano con tanto equilibrio di forze la testa, che l'uno non vale a cacciar l'altro, e darle riposo. Le arti della mente son creature del cielo, donde scesero vergini consolatrici al mortale; quindi non piegano sdegnose a prepotenza, o a mercede, e quanti si accostavano contaminati a quelle ingenue gemendo si ravvidero di avere invece abbracciata una larva sozzissima. E chiedono sacrificio illibato, e, se a voi non incresce l'inclito esempio, ascoltate con quanta venerazione Niccolò Machiavelli si preparasse a nutrire l'intelligenza. – «Venuta la sera, mi ritorno a casa, ed entro nel mio scrittoio, ed in sull'uscio mi spoglio . . . . . . . . . . . . e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, chè solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, e domandare della ragione delle loro azioni, e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco in loro.» – E Niccolò Machiavelli scrisse argutamente di prudenza civile, e di storia, con dignità pari al subbietto. I suoi pensamenti talvolta sanno d'acre sapore; ma se potè più che altri conoscere da vicino la razza che ha nome d'umana, per compiacerle non dovea travedere; e se scôrse, che l'uomo vuole, o dev'essere eterno giuoco dell'astuto e del forte, la colpa non era sua. Scrisse come vide e sentì, senza badare al grido delle offese passioni, e riuscì modello di virile eloquenza, e di spregiudicata filosofia. Molti l'hanno maledetto senza leggere, molti l'hanno letto senza intendere, e gli uomini di peso l'hanno sentenziato maestro della tirannide. Sì, – ma intanto più volte sostenne i tormenti pel delitto di aver voluto reggere una patria cadente, nè patteggiò colla Fortuna, e il raggio di tanto senno si spense nell'abbandono, e sotto un povero tetto.

La mancanza di una patria Letteratura non è cosa di sì poco momento, come stimano molti. Le Lettere stanno agli eventi, e sono lo specchio delle sorti di un popolo. Nel trecento ebbero in Italia tanta grandezza di origine, e così largo moto, che se gli anni dipoi, corrispondevano a progresso adeguato, oggidì forse avremmo siffatta Letteratura, che le altre d'Europa vergognerebbero tentarne il confronto; e fu veramente secolo d'oro, non pel fracasso che mena il buratto della Crusca, ma perchè le passioni del tempo avevano movimento spontaneo, e lo scrittore, ispirandosi al genio dello stato sociale d'allora, esprimeva riti, costumi, e tendenze, con forme ingenite a quanti avevano anima italiana nel secolo decimoquarto; e riusciva simbolo profondamente morale del popolo, e della età. Le condizioni nel quattrocento duravano con poco divario propizie allo spirito; ma la scoperta dei codici antichi gli diè maschera greca, e latina, e il vivo incivilimento popolare si arrestò, se pur non rifece un passo alla barbarie. Le armi di Carlo V, e un groppo d'altre tirannidi, domavano il cinquecento; – alle menti era nume il terrore. Nel seicento il servaggio ingagliardì per abitudini, e per giunta la follia predò senza interregno quei cent'anni sul cervello dell'uomo. Finalmente l'ultimo settecento sveniva di languore. Certo, il Genio d'Italia ardeva quasi sempre nelle tele, e nei marmi, e nella magica combinazione dei suoni, e così rese care e divine quelle forme della bellezza, che ne sospira in eterno l'invidia degli altri popoli. Certo, nei due secoli a noi più vicini una mano di valorosi si spinse nelle scoperte delle scienze positive; ma pochi hanno modo o volontà di battere il sentiero delle speculative astrattezze, mentre nacquero tutti alla violenza del pianto e del riso, tutti hanno un cuore, che il Grande può commuovere d'immenso moto, perchè la parola del Genio chiude virtù operatrice. I tempi non erano scarsi d'ingegno, anzi da ogni parte sboccava; ma i tempi erano cupi, e sfiduciavano. Mancava il coraggio, e credo fermo, che l'ingegno e il coraggio continuati nel grado supremo della loro potenza formino il Genio, creazione tanto rara e miracolosa, che la Natura par ne rimanga spossata, e cerchi il riposo degli anni lunghissimi. Mancava il coraggio, e i meno corrotti non osando provocare, nè volendo prostrarsi, tacquero nel dispetto, mettendo appena in comune i bisogni, e lo sprezzo; i tristi affatto, ed erano i più, a scuola di Tiberio scambiando in calcolo il sentimento, aiutavano la viltà di un popolo, che ogni dì sempre cadeva in basso.

Quei dottori non seppero esistere per la società dell'epoca loro; quindi pensavano ai morti, quindi allagata l'Italia di erudizione di ogni specie; ma il popolo in mezzo a tanta copia stette digiuno; e quei dottori, spregiando scaldare della vita nuova gl'inanimati fantasmi del tempo antico, mostrarono come la Vanità al pari di ogni altro idolo possa avere sacerdoti, e sacrifizi, e lunghezza di religione. Restano ancora le migliaia dei volumi, e se la farragine fosse misura di scienza potremmo chiamarci contenti; ma una lucerna a mezzogiorno non troverebbe in essi il perchè abbiano veduta la luce, – il nodo che lega l'opera all'uomo. E tu li puoi leggere; – ma è tutt'uno, – non giovano nè ai malati, nè ai sani. I più vennero fino a noi parassiti di fama sotto lo scudo del bel dire, e in ciò sieno a bell'agio maestri; – ma non insegnano il pensiere; – e se il pensiere non raggiasse fra mezzo alla polvere sollevata dell'uomo, chi vorrebbe essere un uomo? – Scrissero oziose rime d'amore non sentito, e prose cortigiane; pugnarono per la barba di Aristotele e di Platone, e le orgie grammaticali assordarono sempre le orecchie; ma il Vero più non ebbe sacra la mente, le opinioni più non ebbero indipendenza, e alla lingua rimasero lascivie, e precetti di vuoto frasario, non eleganza, o vigoria di stile; perchè, se l'anima non dà moto alle parole, stile non viene. La poesia, aura spirata all'anima umana dal cielo più bello, fece dediche; ma non accolse in onore le ultime scintille della virtù cittadina, non santificò il sangue caduto nelle battaglie ultime della patria. Si svolsero poche delle tante pieghe, ond'è gaia la veste della Bellezza, nè fu composto dramma, e romanzo, o dettato di socratica filosofia, a nutrire di cibo soave la ragione, e il sentimento. Quantunque la Bruttezza si ammanti gelosa da capo ai piè, uno spiraglio rimane, e il tardo raggio degli anni vi penetra a illuminare le generazioni. Quei secoli ebbero anticamere di potenti, e letterati di mestiere in ogni via del sapere, e accademici Oziosi, Umidi, Oscuri, Apatisti, Cruscanti[8]; e il collegio degli Arcadi popolò de' suoi pecorili ogni cantone della bella Penisola, ma nè avidità di stipendio, nè romorio di ciancie avvicendate, nè nienti rappresentati in volumi, fecero mai la gloria di una nazione. E se pochi sovrastano immensi nella solitudine di quattro secoli, venerate la fiamma del Genio Italiano, che rompe caldissima traverso le guerre intestine dei mal divisi talenti, e le lunghe vendette della fortuna. Ma rammentate ancora come quei Grandi, perchè non vollero acquietarsi alla inerzia, o sentire tepidamente, assaggiassero la povertà, la calunnia, il pugnale; ed ogni secolo può vantare una vittima illustre data al deserto, o al patibolo.

Forse non è anche suonata l'ora da sollevare il velo, che la paura e l'ignoranza hanno tramato sulle molte cause, onde fu morto lo slancio della Italiana Letteratura; nè io ho spalle da tanta fatica. Pure alla nuova impresa non mancheranno, confido, uomini liberali, che dell'acume si valgano a scernere il bianco dal nero, e le Grazie chiamino a compagne del viaggio, perchè tratto tratto s'infiori l'aridità del cammino. Ma se dei tanti guai dovessi pur uno additarne, ultimo fra questi non conti l'Italia la Critica. È scienza, che ritornata legittima merita lode, e non biasimo; ma, come venne esercitata finora, fece danno più che non credi. E fu manto, che coperse la vanità di mille e mille nati al silenzio, e mai non ebbe consistenza di proprii elementi; stette dietro all'opera, e appartenne alla mente come al fuoco la cenere.

Arroganza ebbe sfrenata; e le sue spine crebbero sotto l'orma del Grande dovunque ei la mosse, senza avvertire, che le arti vanno in progresso, o in decadenza, per gli alterni destini, e per l'atto di chi le esercita, non già per chi ne discorre. Chi è potente sol di discorso sta a vedere, e gran che se gli riesce appieno osservare il moto dall'alto in basso, o viceversa, dello spirito umano; – ma l'atto è creatore di quel moto. Il Grande è sostanza libera, e trasvola per mondi invisibili; – il mortale ordinario legato alla sua poca terra non può gridargli in coscienza: – tieni a manca, o a dritta, – perchè la vista ha così corta, che i tetti le fanno inciampo. E allorchè il Grande evoca dall'anima profonda la maraviglia del suo concetto, e quella sorge immagine dei cieli, se un'ombra leggiera in qualche punto l'offusca, tu, o critico, non gridare malignando allo scandalo. – La malignità è missione disonesta, ed inutile, perchè in essa ognuno può levarsi a maestro; – guardatevi il cuore, e poi dite se non è vero. – Non gridare allo scandalo, e gemi, se hai tanta virtù, sull'indole umana; pensa, che il Genio del male ha posto un tributo su quanti si alzano alla vita; pensa, che il grande è franco in gran parte di quel debito, e tu per pagarlo forse non basti tutto. – I dottori millantano, ma non sanno rivelare il segreto della potenza, perchè l'arcana Natura non decretò positive e comuni le arti sublimi del pensiere, ma le volle a quando a quando rappresentate nell'ente singolare. L'interesse è il primo impulso delle nostre umanità; – se i dottori sapessero il segreto della potenza, mettendosi in petto la lena che lor manca, farebbero forti primamente sè stessi. Per altro non si convinceranno giammai, e va bene, chè se gittassero la presunzione rimarrebbero nudi, e la verecondia per loro è veste così leggiera, che patirebbero freddo. Quindi in ogni via dell'intelletto si è levato un sussurro d'anime sottomesse, giurando avere in mano i materiali da fabbricar l'uomo grande. I materiali son battezzati col nome di regole, e queste desunte da opere pertinenti a società sfumata nel nulla per dar luogo a nuove famiglie, a nuove tendenze di passioni. Una forza consumatrice ha disperso tutto da quel catechismo, tranne i forami del tarlo; ma pei dottori è tal merce, che senz'essa andrebber falliti. Le lanterne spente non fanno lume: – eppure uomini parlanti, cui dicesi fatta la parte della ragione, pretendono all'incontro. Le lanterne spente non fanno lume, e a dirlo oggi fa poco frutto, perchè noi non sappiamo scorgere il vero che nel passato; ma quando nuovi pregiudizi sottentreranno ai presenti, e apparirà snudato l'errore vecchio, Dio ci salvi dalle risa del mondo d'allora. I dottori non hanno avvertito, come la società ad ogni nuovo moto che faccia, trovi provvedimenti contemporanei, nè possa ricorrere ai secoli morti, tanto più che sovente il Diritto d'un tempo fa il Torto d'un altro. La società si muove per Natura, perchè nulla ha effetto contro Natura; e quando questa consente a mutare di aspetto, ministra i mezzi alla esistenza delle nuove forme. I dottori non hanno avvertito, che la mente concepisce in ragione soltanto delle proprie forze; però le regole tolte dall'opera altrui.....[9] è una emanazione purissima dell'anima, e un'anima non ha veramente legame coll'altra, pel magisterio inesplicabile onde ogni mortale è stampato da un'indole separata. Quindi si cercano indarno gli elementi della grandezza al di fuori del Grande; dipendono da lui come il frutto dalla pianta. Il Genio è un pensiere celeste, dotato di quell'immenso vigore, che basta a creare sè stesso. L'imitazione fa degli armenti, e non dei Grandi; la libertà è anima sola ed eterna dell'intelletto. La Ragione ha battuto sovente all'uscio delle officine rettoriche per venire agli accordi, tanto che scemassero le ostilità contro lo spirito umano; ma i retori non apersero mai; quindi in ogni età quel sussurro di anime sottomesse errando d'intorno alle calcagna dell'uomo grande ha gridato: – o uomo, posa le gambe, e va sulle nostre; – e perchè l'uomo per un certo suo natural dispetto, e a motivo delle distanze, non ascoltava il comando, per lui non v'ebbe più sollevazione. I pedanti mormorando il sospetto nelle camere del potente, e scorrendo i trivi e le piazze, bandivano addosso al Grande la croce. Amaro fu il calice, che gli offersero a bere, e la plebe umana, che dipende dalle spinte, persuasa dallo schiamazzo versò la sua parte di fiele in quel calice. Forse la moltitudine, tenendosi al naturale nell'estimare le cose, piegherebbe meno dei critici a sinistra; ma da che i giustizieri delle Lettere si fabbricarono la scanna delle sentenze, le turbe, fatalmente inchine a pigrizia di servitù, rinnegarono l'intelletto in mano ai dottori, e non giudicano mai secondo l'azione delle proprie facoltà, ma non danno parere di sorta, o si governano colla fama. E la fama anch'ella è matta, o savia, secondo da cui prende le mosse, e a prima giunta spesso s'imparenta agli affetti, e vagheggia la Fortuna, nè così per tempo si accorda colla Giustizia, la quale è conseguenza delle misure, od opera tarda degli anni. – La spanna del pedante non comprende che il pedante: – nè aspiri più alto; – il massimo non entra nel minimo. L'Alighieri, Michelangiolo, Galileo, sono espressioni vicine dell'infinito: i pedanti narrino il come, il giorno e l'anno, in che vennero a casa loro questi immensi a prendere in prestito quel non so che d'incomprensibile, onde tanto si fecer divisi da noi, che parsi non sarebbero umani, se la morte non gli avesse ricongiunti alla polvere originale. Il pedante è cocciuto, e non cede; ma chi ha la coscienza di un bel talento, e può di speranze e di fatti consolare una patria, invochi alle imprese una patria, e l'anima sua, nè guardi altro segno; e se la guerra degli uomini gli tira a terra il pensiere, ricordi qual pro facesse a Torquato Tasso la varia servitù. Al servaggio delle poetiche spettano i luoghi meno eletti del suo poema, alla gramatica spetta una parte della pazzia, che, ultima di tante sciagure, afflisse quell'illustre infelice.

Il modo letterario, che in tutto si confaccia agli esposti princìpi di libertà intellettuale, è il Romanticismo. Nol distinguiamo di tal nome per fine di setta, ma per significare una idea. L'arte romantica è il moto espresso dello spirito umano, e simile all'aquila dell'antica onnipotenza romana tiene il sublime dei cieli, e si alimenta dell'Infinito. È l'arte, che ti conduce innamorato del Vero a considerare gli effetti della Natura, e presentarli secondo le impressioni che soffersero le interne potenze, e nella guisa che più ti riesce propizia; è l'arte, che via via scuopre la sembianza più vitale della Bellezza. Eterno è il raggio della Bellezza, ma ogni secolo passando lo veste di un colore novello, e il savio l'adora sotto la forma in che splende. La bella scuola visse agl'Italiani nel sacro poema di Dante, nel canto sentimentale del Petrarca. Come dissi poc'anzi, le Lettere nel settecento erano di tanto sfinite, che pareva inevitabile il niente. Al caso piacque il risorgimento; e il Parini ridonò casta e gentil favella alle Muse, e Vittorio Alfieri ululava nel letargo dei dormienti la parola della vita, e il Foscolo accolse quella parola nel grembo dell'amore, e l'educò a magnanimo intento. E una schiera eletta d'ingegni intemerati tenne dietro alle grandi orme. E si vendicò dall'oltraggio, e dalla trascuranza dei corrotti, il pegno più sublime che abbiamo di patria Letteratura, la Divina Commedia. In essa trovarono consiglio e mezzo a purificare l'idioma, necessità di un popolo, che muova a riprendere fisonomia propria e distinta. Oggi la Divina Commedia è a noi tutti il palladio dei sensi generosi; è un eco al grido profondamente commosso nella impazienza delle nostre passioni. Corre un detto maligno, annunziando, che le cose andranno a finire col precipizio. I buoni attestano di no. Ma sia come vuolsi, da che l'uomo, o quanto viene dall'uomo, si leva per cadere. Aggiungeremo soltanto, che le ruine della grandezza son grandi, e i monumenti di una forza passata parlano eternità.

La mente degl'Italiani dorme un gran sonno, ma, perchè l'hanno mobile e suprema sugli altri, potranno far violenza, e redimere dagli eventi lo spirito. Agl'Italiani però conviene purgarsi di molti peccati, che scontano in avvilimento, fra i quali lieve non è l'avversione veramente fraterna a quanti fra loro sorgono ingegni felici. E sì che le arti del pensiere, modeste come sono, non desiano che lieta accoglienza; – d'altro premio si offendono. A noi par costi troppo cara perfino l'onestà di un plauso. E qualunque volta balenò il Genio su questa terra, non movemmo voci di saluto, o sorriso di gioia, al richiamo di quel raggio soave; ma tentammo velarlo delle tenebre nostre, e gemendo sulla rosa, che spuntava bellissima, l'avremmo dispersa, se non fioriva immortale, anzichè alimentarla nell'alito dell'amore, e pregarlo eterne le rugiade del cielo. E il Genio maledetto da una plebe cui soprastava, – nè il fallo era suo, – si consumò solitario, e non diremo con quanto dolore, perchè ineffabile. Ricorre a tutti mestissimo il pensiere dell'abbandono, e più che mai all'anima grande nata al bisogno d'invadere l'universo, dove abbia sfogo il moto perenne che l'affatica. E il Genio si consumò solitario: – sol quei pochi gentili, che vivono all'armonia riposata del Bello, nell'affanno del segreto desio lo seguivano fuggente per le tenebre umane, come stella caduta dal firmamento; e disperando di ogni altro sollievo invocavano allo stanco la pace della morte. E nella morte il Genio quietò l'ossa, e le mal dome passioni; ma l'odio de' suoi fratelli di carne si giacque con le sue ceneri, a contender loro una preghiera; – e tanto andò premio al cortese, che si curvò per sollevare la polvere! Vennero i posteri, e, ascoltando fremere d'infamia le ingiustizie paterne, per ammenda sacravano altari, e parole di lode alla memoria della offesa grandezza, – ma vanamente: il tempo aveva scritta la sua sentenza; – l'anima eterna aveva finito il suo gemito; – e la terra ritornata alla terra non si consola della lusinga, nè dell'insulto addolorasi. – Gl'Italiani possono essere sventurati, se tanto piace al destino, ma, volendo, non saranno nè vili, nè ciechi. Antica quanto la nostra caduta suona una rampogna allo straniero, che dal mare e dai monti si affaccia alla bella Penisola, perchè lo straniero, visitate le ruine, e riposati gli sguardi nel molle sereno a conforto dell'anima cruda, ritorna alle sue mute contrade narrando la gloria eterna del cielo, e dei sepolcri, – ma dei viventi non fa parola, o parola di scherno. È meritata, o codarda l'ingiuria? Se gli uomini non dovessero perdere in senno quanto guadagnano in prosperità, godrebbero modesti il favore della Fortuna, divinità, che il savio e lo stolto convennero a chiamar pazza. Tuttavia, se ben guardi, l'ingiuria prende eziandio qualità dalla maniera in che i miseri sopportano l'infortunio. Che se lo schiavo non vuol far moto della persona, per paura che il cigolio della catena gli giunga all'orecchio, e giace stupido tanto, che se la vita non fosse un peso avrebbe appena la coscienza di portare una vita, allora l'insulto lo sorprende meritato ed acerbo, perchè il cuore e la mente inviliti non gli danno nè un pensiere, nè una voce alla risposta. Ma se tu palpi le piaghe tue per sanarle, e non per piangere un vano lamento, ma se la giornata del dolore ti passò sul capo senza piegarlo, allora cade ogni protervia della soverchia felicità, e dalla sventura generosa il superbo apprende lezioni dì sapienza, e di tremore, pensando che la vendetta non fu mai spenta, perchè ha per sede l'anima, e, se il tempo sapeva spuntare una spada, da leggi inevitabili è stretto a ritemprarla più acuta. ― O Italiani, gran parte del vostro gemito stette, perchè amaste con poca intenzione una terra, che a voi si stringe nel vincolo della patria e delle sciagure. Un momento solenne sorgerà dallo spazio: ma se l'ingegno accorto non veglia ad afferrarlo, trascorre confuso coi giorni dell'umiltà. Italiani, amate attenti, e non millantate una patria. La terra vostra è sempre la terra delle memorie; e il Genio eterno agita sempre sovra essa una fiamma divina. La terra vostra è sempre la terra, che un dì tolse nome dalla stella più lieta del cielo[10], e sempre la sospira l'alito delle Grazie innamorate, e sempre è fresca della prima bellezza, perchè a Dio piacque suscitarla tra le forme create come l'iride del suo pensiere. Ma doni così liberali non fanno argomento di gloria allo spirito inerte; da che nè la fragranza dei fiori, nè l'amabile raggio del Sole, onorarono mai d'un sorriso il cadavere.

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