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Scritti editi e postumi

PRIMA PARTE. SCRITTI ORIGINALI. (continued 3)

Reading edition

LORENZO STERNE ― 1829[11] ―

Natura il fece, e poi ruppe la stampa.

Ariosto.

Dall'amore dell'arti liberali emerge la vaghezza d'intendere i casi dell'ingegno felice, che a noi rese visibili queste figlie di un pensiere divino: ma perchè Lorenzo Sterne stette nel creato più che altro a sembianza di spirito, nè degli eventi suoi tu potresti narrare, che il nascimento, la vita, e la morte, e perchè di questi a qualunque vento ti volga vedi composta la massa degli uomini, nè l'umiltà delle doti comuni vuol diritto di storia, – però noi convertiremo l'animo a più degno subbietto, favellando con breve discorso della Mente di Sterne.

Se la mollezza del cielo italiano, e la melodia dei suoni, e l'esultanza del paese gentile, che in ogni sua forma svela il concetto del sorriso, sono maravigliose e principali espressioni della bellezza; se i figli d'Italia sortivano tempre armonizzate al solenne linguaggio, qual di noi non vorrà di lieve consentire espressione della Bellezza le opere tutte di Sterne? E l'Irlandese le creava così belle alla nostra maniera, che tu immaginando diresti il suo pensiere educato nell'aure dei nostri sereni, e che al sangue gli corresse mista una fiamma dell'italico Sole. E l'anime che vivono all'anelito di quanto è ispirazione d'una idea immortale, fra quelli scritti segnatamente piegano il desio al Viaggio sentimentale, ai Sermoni, e alla Vita ed Opinioni di Tristano Shandy gentiluomo. Ugo Foscolo, indegno singolare dei nostri tempi, e fresca memoria di pianto ai generosi, si piacque vestir di tal veste il Viaggio sentimentale, che rari sapranno arrivare a quel segno: – e perchè i Sermoni mirano a istituti e articoli di fede in parte diversi dai nostri, forse, traducendoli, non avrebbero convenienza universale. Rimane il Tristano Shandy, bellissimo libro, e più che altri a principio non crederebbe, – e fu meditato nella quiete d'un'anima intatta d'ambizione, di raggiro, d'invidia, e degli altri peccati soliti a visitare la gente di Lettere; per lo che riuscì specchio sincero delle nostre umanità, e traverso il riso, e le lacrime, mostra più lume di tanti, che in tutt'altro modo ritraggono la Natura. Gl'Italiani, per quanto io mi sappia, non hanno del libro bellissimo versione nè buona, nè cattiva. L'hanno i Francesi; – ma come? Chi non vuol credere, tocchi; – e lui infelice, se dipoi non si accuora dello strazio impudente. Sgradiranno gl'Italiani un lieve esperimento del libro bellissimo? E noi non vogliamo dar loro questo saggio[12] a guisa di norma, o come pegno che un dì venga compita l'impresa, – ma perchè si levi uno spirito gentile, cui toccò in sorte profonda la sensazione dell'amore, della pietà, e del sorriso, e renda per quanto è dato immagine schietta del libro bellissimo. Nè io so dipartirmi da questo attributo, e le ragioni le ho tanto solcate nell'anima, che malamente tenterei manifestarle per via di favella; se non che l'arte impenetrabile, onde i valorosi d'ingegno sollevano il velo delle passioni agitanti la vita, accoglie vigore siffatto, che, per quanto tu abbia l'animo restio, ti doma alla maraviglia; – e se tu hai viscere d'uomo, e leggi la storia di Le Fever, o di Maria, o la morte di Yorick, senza lasciarti andare al sospiro d'una mestissima voluttà, che giace misteriosa negli umani precordi, – ma a pochi sommi è dato di suscitare, – allora piangi della anima tua. La sacra scintilla aborrì la tua polvere, e si rimase nei cieli; – tu ereditavi più larga parte di affanni. Chi dirà l'angoscia ineffabile del cuore assiderato? L'alito delle belle passioni non vi sovverte, che sterili sabbie, incapaci a nutrire neppure il desio d'un affetto: – a che gli fu data la vita? come un freno da rodere. – Nè lo coglie un istante di sublime, onde spezzi quel freno; – e gli anni a lui numerati passano muti d'ogni vicenda, e solamente per piegarlo alla terra, che lo richiama: – il cuore assiderato è il silenzio di una solitudine, donde grida la verità della sentenza, che sopra tutti decretava infelice chi mai non cesse al pianto, e alla gioia. – Si levi adunque uno spirito gentile, che abbia il sentire a dovizia, e sufficiente ingegno, e sappia bene le lingue ambedue, – ma senza intervento di gramatica, – e tenti l'impresa, sperando, che le venture gli correranno propizie, e tutta Italia, e tutti i cortesi gli daranno plauso, e merito conveniente; ma dove questo effetto non séguiti, perchè sulle prime la malignità e l'ignoranza danno tre quarti dei voti nello squittino, allora tenti l'impresa per obbligo di coscienza, e chiuda l'adito a quei molti, i quali, sforniti di verecondia e di mente, ci fanno tal dono di traduzioni, che geme di grave offesa il sacro ufficio delle Lettere, e l'onor nostro, e quello dei forestieri. Sono le traduzioni, o per me credo che sieno, al corpo delle Lettere umori maligni; ma sia necessità naturale, o legge di costume, oggimai ne fanno elemento; e però sarà buon consiglio provvedere, che il male inevitabile ci venga da mani generose. Chiunque finora ha tradotto, e in qual modo tu voglia, ha presentato sempre un'immagine più o meno velata. I pensieri d'uno scrittore trapassando nell'anima nostra tengono assai del moto, e dei colori di quella, e diventano in certa maniera nostra essenza, perchè non si possono ritrarre se non come si concepiscono: – ora una legge arcana ha disposto, che ogni vivente concepisca in un modo, e per la forma, e per la idea, in varie parti diverso dagli altri. Ma gli scrittori originali in tutto il significato non si lasciano svolgere nè per forza, nè per amore. Quei concetti profondamente segnati dell'interna stampa dipendono troppo da chi li creava, e tolti da quella maniera d'esistenza, in che appena usciti della mente si giacquero eterni, non serbano più sembianza della prima natura. Voi tradurrete con qualche grado di agevolezza uno scrittore mediocre, perchè il mediocre è conseguenza piuttosto delle forme, che dello spirito, e le forme essendo una convenzione hanno moltissimi punti di contatto comune. Ma dov'è il magisterio, che vi presti il vigore da muover l'ala dell'anima immensa? – Quel vigore era la stessa anima immensa. – Dov'è il magisterio, che vi insegni a tradurre la soavità del fiore, il raggio del sole, l'afflato divino che distingue dalla morte la vita? Quella potenza d'intelletto indefinita, solitaria, indipendente, che si nomina Genio, è parte immobile del suo cielo natio, e a pochissimi prediletti è concesso fare a quel santuario pellegrinaggio di spirito. Dovranno i più rimanersi nel desiderio di tanta bellezza? Eterno dolore è il desiderio, – e se la sventura chiede la lacrima del mortale, siatene liberali a quei miseri su cui la sventura di soverchio si aggrava; – e pur troppo son tali gl'innumerevoli cui fu negata la facoltà di sentire, e cogliere un'aura di quanto spira di bello e di sublime nelle cose universe. Tuttavia la compassione non muterà d'un capello la legge onnipotente, che nel creato frammischiava la fiacchezza alla forza, la luce alle tenebre, il disordine all'armonia; – e se a te mancano i mezzi da conseguire la vista della Grandezza, non è mestieri che io ceda alla viltà del dispregio; – adora la memoria del Grande, e per sicurezza di giudizio affidati al testimonio dei secoli. Austero è il testimonio dei secoli, ma incorruttibile, nè giura sul nome d'altro Dio, che del Vero. Ma perchè, se tu sai, ne devi il merito alla tua buona o cattiva Fortuna, e, se non sai, non puoi sapere, così meglio di qualunque avvertimento conferisce al bene della traduzione la consonanza dell'indole, prima causa onde il Foscolo ebbe tanta felicità d'impresa; – e ci giovi convalidare lo asserto coll'esempio d'un altro illustre. Vittorio Alfieri dava all'idioma d'Italia, spontanea, e calda di vita, la storia severa di Sallustio romano, e al tempo stesso incrudiva la mollezza della poesia virgiliana, e oscurava que' suoi vaghi colori, che forse non sono il minimo pregio del poeta latino. E il fatto avveniva, perchè l'Alfieri dappertutto spirava dall'anima quel suo fare da Michelangiolo, – e i casi, che posero vicino al suo niente la romana grandezza, e lo stile onde i casi vennero espressi, sono veracemente grandi, e terribili: ma Virgilio fu cortigiano, e l'indole avea temperata a subbietti, dirò quasi innocenti; – e la gente di Lettere ha giurato, che fu nelle Georgiche dove si mostrò potentissimo dell'ingegno.

Gli umani interessi ebbero sempre a lodarsi poco dell'esame troppo minuto; – ed hanno osservato, che grande elemento dell'obbietto, o buono, o bello, o felice, o di quanti altri mai ne somministri il creato a conforto dell'anima, sia la lontananza donde scorgi l'obbietto; – e più ti avvicini, e più si dirada il vapore, finchè in ultimo ti apparisce quell'aspetto aridissimo che per solito chiamano Verità, nudezza inamabile della cosa tanto, che il mortale di rado non ebbe ragione da maledire allo scambio. Altrimenti è di Sterne; – e più che a sviscerarlo ogni vigore dell'interno pensiere si adoperi, e più sempre ti balzano innanzi forme vive di novella leggiadria; – nè persona di cuor gentile vien mai che lasci di leggerlo, senza che nel profondo non le rimanga un desiderio come d'amore. Lorenzo Sterne scrisse singolarmente, e non a guisa di professione; e sebbene avesse consumato anch'egli la giovanezza alle scuole, e sapesse quant'altri mai delle opinioni stampate, perchè era sapiente non millantava dottrina, nè si faceva largo nel mondo, nè pretendeva titolo e riverenza di maestro, dando in cambio citazioni greche, e latine; – nè volle mai brighe di vanità, nè sappiamo, che venisse aggregato mai a nessun Convento della gente di Lettere. Ma perchè non temeva, nè sperava degli uomini, amò d'intemerata passione la Gloria, e la Verità; – e queste gli arrisero, – e, benchè persuaso di spender male la sua moneta, amò ben anche la specie cui la ventura lo volle annodato. E perchè il suo Genio lo piegava all'arti ingenue del pensiere, offerse loro culto di religione inviolata, nè mai le profanava, vestendosi il manto di tanta bellezza per onestare le varie viltà, che invadono largo numero dei dottori di ogni popolo. Non fu mercatante della volontà, e dell'ingegno; ma spirito assoluto esplorava acremente le cose, nè sulla carta segnava altro moto, che quello dell'anima; e stimò meno di cosa che non sia il patrocinio, e le libidini del potente; – quindi nell'inviare che fece al Ministro Pitt il Tristano Shandy non gli chiedea nè favore, nè protezione, nè niente. ― Il libro deve proteggersi da sè, – gli dice in mezzo alla lettera, ― e ve lo mando come sollievo d'un momento agli affanni, e perchè vi faccia ridere, stimando che il sorriso aggiunga un filo alla trama brevissima della vita. – Ora se tu ami sapere qual grado ti assegnavano i fati sulla lunga scala degli animali, leggi Lorenzo Sterne, candido scrittore, e d'indole aperta, nè forse altrove esiste così verace storia dell'uomo come nell'opere sue. E se ti venisse fatto, o speri di temperar le tue grosse passioni, leggi quelle pagine di frequente. La morale di quei libri è drammatica, e sgorga diretta dalle situazioni dell'anima umana, immaginate con mirabile accordo dell'ingegno, e del vero: – è la morale del fatto, e d'ogni specie; e se gli atti di gloria, o d'altra bellezza, furono mai frutto d'insegnamento, certo fu sempre maestro l'esempio. Leggi Lorenzo Sterne, perchè con vario governo esercitando le leggi eterne del cuore non consente all'umano le superbie del sistema, ma sì lo stringe a piangere, e a ridere, destino solenne cui lo chiamò la Natura; e col motteggio, che sa molto d'amaro, ma d'amaro che medica, lo contiene nel cerchio delle sue umanità, perchè non cresca una ragione al severo, che veglia allo sprezzo della schiatta di Adamo. Ma la bellezza di Sterne sarà baleno agli occhi di tutti? Dio faccia di sì, – da che la metà degli uomini nasceva per non vedere; – molta parte dei rimanenti non vuole. Simbolo di profondo consiglio era la nudità delle Grazie, e per me credo a quella immaginazione; – ma benchè nude, nè sdegnose dell'umano consorzio, rari è fama che le vedessero. E se nelle menti mortali da poco tempo il caso non operava qualche rivoluzione, di che non ci sia giunta novella, io vado convinto, che al grosso numero Lorenzo Sterne non piacerà; – e buon per lui, che le venture non lo portassero a scriver drammi, – così almeno andrà salvo dai fischi. E qui prego coloro che fanno professione di filantropia a non volersi attristare di troppo, se la nostra Natura pecchi di sconvenienza adoperando a manifestare un affetto la maniera testè mentovata: – io torrei pure a buon patto, per onor mio, e del prossimo, che quando l'uomo è commosso da una passione più turpe del solito si ristringesse a gittar via la parola, che lo distingue dai bruti, e fischiasse a sua possa, ma non andasse più oltre nell'usurpare le bestiali proprietà. Se adunque Sterne camperà dalla prefata disgrazia, a ogni modo verrà taglieggiato nei crocchi; – e perchè ci hanno detto, che l'umor della bestia si può bensì torcere più che mai, ma non dirizzare, per cortesia daremo luogo onde chi vuol correre abbia sgombro l'arringo, e tocchi la meta. Ma più che il grosso della plebe, la quale ha finalmente pro domo sua l'Ignoranza, che se monta in bigoncia sa recitare una lunga intemerata al pari di tutt'altro professore, diranno male di Sterne le loro Gravità Letterarie, quei sacerdoti d'idoli smessi, che si fanno ragione colla parrucca, e col fascio degli anni sul dosso, e colla tradizione delle opinioni passate. Io di buon grado lor farei riverenza, se la parrucca facesse parte della testa, e se non mi fossi accorto, che gli anni spossavano l'ingegno, dove era ingegno, e intristivano le belle passioni fremevano, nè altro effetto costante producevano sulla testa tranne i capelli bianchi. E quanto alle passate opinioni? Oh! se la faccia del Vero degnasse mostrarsi alla terra, la sua forma sarebbe unica, universale, perenne; – ma perchè inesorabile una sentenza lo vieta, ne tengono le opinioni la vece, le opinioni, che sono la sembianza scolpita d'un'epoca sociale. Spezzata l'arpa, cessano i suoni; – caduto il complesso delle razze destinate a significare un'epoca distinta di società, ogni efficacia delle sue opinioni si sperde; – quindi immediata necessità che la mente prediletta concordi le opere e gl'istituti al secolo, e alla razza che le fa corona. Quando cesserà il malignar dei pedanti, e l'insanire della plebe? quando la parola del Genio sarà scorta a chi peregrina la vita? quando spegneremo del tutto quell'avanzo della primitiva indole di fiera, che stette indomito contro la forza del tempo, e l'influsso delle più sante istituzioni? quando scioglieremo il voto eterno dell'anima di stringersi tutti in una famiglia di fratelli?

Fra coloro che si aggiudicavano esclusivamente la proprietà di filosofi e le chiavi del cuore, pende tuttavia la contesa se la razza meriti più il riso, o il compianto. Io, guardando al passato, le concedo la compassione, e gemo su quante generazioni disparvero, e sulle presenti; nè dissuado l'amore, supremo degli affetti, e bisogno dell'anime singolari, ma gemo, perchè l'amore fu sempre argomento gravissimo di cordoglio agli amanti. Qual saranno le future condizioni dell'uomo? Soffochiamo il presagio, e riposiamoci sulle lusinghe del tempo. Il tempo genera la vita e la morte, l'oltraggio e la vendetta, la schiavitù e l'ora solenne del riscatto..... Possa generare il vincolo dell'eterna concordia, possano le nostre ceneri risponder commosse al gioir dei nipoti lontani! Ma come adempievano i destini dell'esistenza le schiatte defunte? Tanto fervore di migliorarci di per sè stesso lo dice. Interroga i secoli e quell'antica sapienza di dolore risponderà. Noi mutammo da quando a quando l'impronta, ma la materia durò sempre la stessa. Tratto tratto un magnanimo imprendeva a tramutare in buona la nostra natura, e santificava l'impresa coll'amore colla sapienza, e col sangue; ma se l'ira, o lo sconforto, non mi traviano, mi è sembrato vedere gli sforzi generosi fin qui miseramente perdersi tutti nel vano; solo di tanta ruina avanzava l'ardore del desiderio, ma il desiderio non è che la profonda espressione della mancanza assoluta. Il magnanimo inquietato da uno spirito creatore gridava un grido di risorgimento ai giacenti; – spirava il vento, – non si moveva una fronda; – ineccitabile è il silenzio dell'anime create a tacere; e, per quanto lo scorra poderosa una voce, non odi ripetere un eco. E allora per lo spirito atterrito si commosse un sentimento, e parlava. – Forse l'onnipotenza dei fati segnò la razza d'un segno indelebile per la mano dell'uomo. Chi la curvò sulla polvere, quando gli piaccia, potrà sollevarla. – Cedeva il magnanimo uno spazio degli anni alla speranza, – chè la speranza è pure un affetto, – è il più gaio colore onde va lieto il fior della giovanezza, – ma il suo verde non è perenne, e il tempo vi soffia di un alito, che in fine gli è forza appassire. Chi è che giunto in fondo alla vita si levasse a dire: – io non piegai sotto il dolore del disinganno? – E però per le allegate ragioni, e per altre infinite, roderanno sempre i pedanti, perchè non sanno che rodere, e sempre spacceranno ricette le quali t'insegnano a fare, se tu sai fare da te, e ti profferiranno la misura di ciò che non ha misura, o almeno determinata, come sarebbe la potenza volubilissima della mente; e con mal piglio daranno lo sfratto ai concetti di Sterne, perchè non trovano posto tra i numeri delle aritmetiche loro. E però per le allegate ragioni, e per altre infinite, la plebe sempre maledirà: – e qui, dicendo plebe, io non intendo un insulto a quei miseri, cui le colpe degli avi non acquistavano censo, e fasto di nome, e che il senno della Fortuna costringe tutto giorno a sudarsi un alimento al dolore; – ma sì quel gregge immenso dell'anime, che non hanno in proprio fiato di volontà, e di potenza, – e giacerebbero inerti come la terra donde sporsero in fuori, se un impulso esterno non le movesse; – e, o così voglia l'affinità delle tempre, o altra cagione più ascosa, di rado avviene, che non accolgano unicamente il moto dei tristi; – quindi troverai plebe sotto qualunque panno, e in qualunque scompartimento si divida la radunanza sociale; – quindi le belle memorie, benchè liete d'un raggio del cielo, a quelle masse splendono tacite, e meste di luce funerea. Ma la Natura pensava un'ammenda agli oltraggi dell'ingegno felice, suscitando nel cuore dei generosi altri palpiti oltre quello della vita. E i generosi animati al piacere, e al dolore spirituale, nell'esultanza d'ogni bel sentimento salutano il Genio di Sterne, e desiano alla terra, che sovente si rallegri d'un'orma simiglievole alla sua, e serbano in petto la sua dolce memoria come segno di riposo allo spirito affannato dal viaggio mortale; perchè mente ebbe così benigna, che in essa non si levò pensiere che non fosse gentile, – e tanto ardore d'immaginazione, che nel deserto creò la fragranza della rosa, e durerà cara passione dell'anime elette finchè rimanga alla gioia un sorriso, un gemito alla pietà, un sospiro all'amore.

LORD BYRON ― 1830[13] ―

.... Quel Signor dell'altissimo canto Che sovra gli altri, com'aquila, vola. Dante, Inferno.

Se il Byron, come tanti fecero, e faranno, avesse scritto soltanto nienti vestiti di metro e di rime, io mai non avrei posto mente a volgerlo nella lingua nostra, lasciando volentieri ai maestri miei l'impresa di stringere un'ombra, e di tradurre il sussurro del vento; perchè reputo ufficio del cittadino non offerir nulla alla sua nazione, piuttosto che assuefarla ad oziose fatiche, per le quali mai non fa passo nella via del sapere, nè altro consegue fuorchè una millanteria strepitosa della sua nudità. Ma tolgano i cieli, che si abbia così a favellare del Byron; e per altrettante ragioni affatto contrarie a quelle già esposte ci piacque mostrarne tradotto un poema agl'Italiani nostri. E gli Italiani nostri non facciano conto di ravvisare sincere le sembianze del Byron nella mia traduzione; mainò davvero, e io non torrei a farlo credere coll'aiuto di tutti i giuramenti antichi e moderni. Il Genio è più fiero, che il cavallo del Magno Alessandro, e a trattarlo stimo non bastare un eroe. Io vi presento le figure di un quadro maraviglioso; e se non vi ho reso la magia del colorito, date parte del difetto al mio poco valore, e parte alla natura delle cose impossibili all'uomo. Nondimeno agli spiriti gentili amabile è sempre la creazione del fiore, benchè andasse dispersa metà della sua fragranza. Ad ogni modo il poeta, che visse nella sapienza della sventura, che sentì, e fece sentire le universe passioni, che nell'umana materia risvegliano un'anima; il pensiere, che tutti trascorse gli eventi mortali, e poi si affisse nel profondo dei cieli, tentando rapire il velame alla notte del mistero, è troppo grande, perchè non abbia da compensare largamente anche chi lo legga tradotto. La fiamma nodrita di eterni alimenti eterno manda e lontano il calore.

Della molta bellezza, ond'è lieto il presente Poema[14], io non mi farò notomista: primamente, perchè l'alta poesia sfugge l'esame, e va del tutto soggetta al sentimento; poi perchè parmi ben fatto lasciare a ciascuno l'indipendenza delle opinioni. Finora le stelle non mi hanno impresso nel sangue bastante influsso di critico, nè il mondo mi dà per anche del chiarissimo, perchè io mi creda di avere in appalto il giudizio, e gridi ai miei fratelli di umanità: ― non guardate, ho veduto io. ― E questo è generalmente il raziocinio di quanti scrissero, e scriveranno riviste di lettere; e dietro a siffatta norma potrei scomporre ad una ad una le parti di un bel corpo, che io non ebbi il magisterio di creare, e così potrei regalarvi l'estratto o il parere; ma il frutto? Chi ha vivo il cuore e l'ingegno, sa fare a meno di certi soccorsi, perchè si aiuta più acconciamente da sè; e chi venne diseredato di quelle due facoltà, sa farne a meno più che mai, per la cagione solenne dell'impotenza. Cento matematici potrebbero dimostrare ben anche le frazioni impercettibili del Bello; ma i calcoli tornerebbero a zero; e però, benchè la pazzia faccia elemento di equilibrio nella fabbrica dell'uomo, chi sarà mai tanto pazzo, che doni gli occhiali al cieco, perchè veda una maraviglia? E se chi professa filantropia sclamasse all'ingiustizia, perchè gran parte del genere umano sia venuta, più che al fatto, alle pretensioni del sentimento e della ragione, io non saprei dargli torto; ma non vedo altro rimedio, che la pazienza; o altrimenti come potrò io debole, io servo di mille ignoranze, di mille bisogni, e della morte, sommettere la forza, che abita le tenebre, che mai non si mosse dai suoi decreti pei nostri schiamazzi, e che nell'ordine degli enti medesimi volle, o dovè, porre il savio e lo stolto, l'animoso e il codardo, il giusto e l'iniquo? Dunque pazienza; e coloro, che hanno anima fresca di gioventù, e agilità di spirito, leggano nel Byron, e vado sicuro, che proveranno un moto onnipotente alla vita; e se talvolta vien meno l'effetto della consueta sua prepotenza, non mormorate un'accento di biasimo a quell'immenso; – il peccato è della mia traduzione; io son l'ombra, che mi attraverso alla luce.

Nella prefazione alle Novelle del Cesari, stampate in Genova anno Domini 1829, sta scritto, che il Byron, Gualtieri Scott, e somiglianti ingegni così gagliardi a mo' di palloni, si levano sulle nubi, sino a che ad un soffio di aura nemica vuoti e vizzi ricaggiano al suolo. E, seguitando di questa maniera, vien confortata l'Italia a spregiare i più rei d'oltramare, e d'oltramonte, accettando invece un pugno di baie a guidare la gioventù per quella via, fuor della quale non sono, che greppi e balzi romantici. Dio perdoni l'impudente che scrisse siffatte miserie, perchè io non posso. Nè già questo dico a difesa del Grande, perchè più non abbisogna d'insulto o di lode. Il grido consentito d'Europa oggimai l'ha salutato potentissimo fra gli intelletti del secolo; e badate, che il Sole si spense a mezzogiorno, perocchè Giorgio Byron sfortunatamente morisse sugli anni 36. Ma ciò che mi muove è l'oltraggio gittato sopra un'intera nazione; e la ragione è sul vivo oltraggiata, allorchè un falso profeta con sue parabole la persuade a maledire il Genio, e a rinnegare il Pensiere, offerendole, in cambio dei sublimi dettati, Novelle povere tanto d'invenzione, e di subbietto, da farne torto a un cervello di donna. – Evvi sfoggiato lo bello stile, – dirà taluno, se pure è merito quello di assalire Messer Giovanni Boccaccio, e svaligiarlo in modo da non lasciargli neppure il farsetto. Così va da gran tempo la bisogna in questa mal capitata Italia, nè il fabbro della citata prefazione ha operato secondo nuovo costume. La forza si è divisa dai nostri destini, – il pensiere si è diviso dalla parola, e questa è diventata cimento degl'ingegni. E quando un libro apparisce, gl'inquisitori di Lettere non giudicano della sua bontà al concetto magnanimo, alla larghezza delle opinioni, alle utilità dello scopo; anzi, se per avventura sia corredato di queste doti, il libro sarà manomesso, perchè i giustizieri delle Lettere portano per impresa: ― Parlate senza pensare; ― ed hanno il cuore malato di soverchia strettezza, e li contrista la luce, e il moto gli affanna. Basta che il libro sia disteso in aurea favella, vale a dire limosinata a frusto a frusto dalle buone anime morte cinque secoli addietro, e avrà tutti i suffragi; non avvertendo, che l'aurea favella mal soddisfa ai nostri bisogni, quando vien trasferita dal passato al presente senza accorgimento d'arte, senza richiamo di vita, senza piegarsi in fine alle tante modificazioni che l'onnipotenza del tempo imprime sulle cose universe. Basta l'aurea favella, – e se il libro è vuoto non importa; i pedanti respirano meglio. E guai, se ti vien fatto di significare liberamente gl'impulsi della tua fantasia; guai, se ti diparti un passo dalle opinioni di patto comune! ti chiamano tosto tartaro, ottentotto, luterano, e peggio. E fanno di notte una guerra sorda di tradimenti, e nelle reti del sospetto avviluppano il potente, cosicchè egli si muova, ed aggiunga un peso alle oppressioni delle avverse fortune. Quindi nelle nostre provincie la fama crescente del giovane vilipesa, e intercetta; quindi molti nobili ingegni sprofondano nella energia e muoiono senza balenare scintilla; i pochi nati alla forza dell'animo resistono, è vero, ma dietro si traggono sconfortata tanto la vita, che io non so se di loro più si abbia ad ammirare la costanza, o a compiangere la durissima sorte. O maestri miei! veniamo agli accordi, e vi daremo pace con tutti gli onori militari, purchè non vogliate più abbarbicarvi al Genio; – voi potete starne lontani, perchè non avete con lui nessun grado di parentela, se non fosse quello che hanno le spine colla rosa. O maestri miei! perchè mai foste aggregati alla gran famiglia degli animali parlanti? O maestri miei! sgombrate il sentiero della scienza: parvi onesto di fare in questo mondo la parte dell'inciampo? Ma la Provvidenza aveva predestinato, che in hac lacrymarum valle non vi fosse strada, dove la polvere non salisse sulle vesti, e non facesse la guerra agli occhi. Dunque pazienza, e adoriamo. Forse taluno mi darà nota di vana acrimonia, dicendo; – le tue son ciance, perchè il pedante è pedante per obbligo della propria costituzione: e' son leggi di natura, nè vuolsi sperare che muteranno, finchè ella non ristampi il suo codice; – ma di questo dubito forte, chè troppo parmi si mostri contenta di ciò che opera, in bene, e in male. È ella questa la stagione in che i detti dell'Italiano debbono suonare lusinghe? E se io parlo agramente, nol faccio per gare parziali, almeno ch'io mi sappia; e se un galantuomo mi convincesse, che i miei sensi hanno aspetto d'invidia, o d'intrigo, o d'altre bassezze di umanità letteraria, io non porrei tempo in mezzo a tacermi. Ma se parlo agramente, è pel desiderio che le arti liberali abbiano sotto questo cielo felice una patria, e riti intemerati; è pel desiderio che la nazione si rivendichi in libertà d'intelletto, e si faccia viva, e forte, nè più giuri sul nome de' suoi maestri, che sempre la tratteranno a novelle.

La nuda parola, come io dissi, è dunque misura di giudizio ai dottori, cagione onde va così piena di fronde la nostra Letteratura; e chi non crede, veda le Raccolte dei Classici. Usare la purezza del linguaggio è savio consiglio, e nessuno lo nega: anzi chi ben guarda addentro le cose, conosce come la proprietà dell'idioma sia elemento nazionale; perchè in un popolo quando manca la proprietà dell'idioma, quel popolo non ha più la passione della patria, e si avvicina alla sua caduta. Ma la Lingua non è tutto: il massimo studio va convertito a pensare. Solo il Pensiere è padre delle maraviglie, che di quando in quando fecero immaginare nell'uomo un alito di natura divina: non è data all'uomo altra tavola per sorreggersi nelle burrasche della vita: – l'uomo non ha trovata altra ragione per sollevarsi sull'altre bestie. I maestri levano rumore, perchè logorando una dovizia di anni fecero grave il sopracciglio, e magra l'anima, sullo studio delle parole. Che la terra presto vi sia lieve sull'ossa! qual bene mai venne alle Lettere, e alla Italia, delle vostre discordie di tre secoli? Voi avete aggiunto un anello alla catena delle nostre vergogne. Senza di voi forse non era la Lingua? Prima che Lionardo Salviati, e compagni, angustiassero uno spirito immortale, e lasciassero un legato di lacci a chi veniva dopo di loro, – prima che la Crusca stampasse il vocabolario, – Dante, il Petrarca, il Boccaccio, il Machiavelli, l'Ariosto, e il Tasso, davano consistenza e splendore all'idioma nostro. Da questi Grandi soltanto, che ebbero arguta la mente, e caldo il cuore di generose passioni, potrà il popolo apprendere la favella, e il pensiere. L'anima loro vive sempre nei monumenti di grandezza che ci hanno lasciati, monumenti, che ci serviranno di conforto e di lume, finchè offriamo loro un culto di amore perenne, come il culto che gli antichi offersero al fuoco di Vesta. Ma i pedanti non sanno che ringhiare: e che giova se un popolo impari a ringhiare? Abbastanza l'indole nostra è rissosa; e i fatti passati, e i fatti anche del momento che passa ora, lo affermano. Dunque ogni studio va convertito a pensare, ed è massima, che mai non sarà predicata a sufficienza in Italia. Troppo evidente è il divario, che corse fra la nuda parola e l'utilità immediata del pensiere, anche quand'è scompagnato dalle forme eleganti. Il Filangieri, e il Beccaria, scrittori di profonda ragione, non distesero per avventura i loro trattati con quella convenienza di favella, che si vorrebbe, e in questo non meritano lode; ma chi sarà tanto ingiusto, e di senno così poco Italiano, che ponga nella medesima lance quei due divini, e la bisbetica razza dei professori de' vocaboli? Il nome di quei due è di fasto alla patria, perchè furono amici degli uomini, e illuminarono di luce immortale la nazione, e nessuno di quanti dottori fabbricano gabbie all'intelletto meritò mai d'esser nominato ― Benemerito della Umanità, ― come avvenne al celebrato scrittore dei Delitti e delle Pene.

Ma il desio di finire un più lieto argomento mi chiama. Venerata è nel mondo la memoria di Byron, perchè la riverenza del Genio è la più santa delle umane religioni: ma gl'Italiani presenti e futuri hanno un debito d'amore a quel Grande, che non vorranno negare, finchè duri in essi fiato di magnanimi sensi. Ei non discendeva sulla terra gentile a spendere il suo diritto di superbia e d'insulto; diritto, che la sapienza delle vicende a mano a mano toglie e concede alle diverse nazioni del globo. L'anima sua era troppo piena di Grandezza, nè vi trovò luogo l'ingiuria. Ei vagheggiò sempre l'Italia, come l'immagine più cara del suo desiderio, e cercò il nostro Sole per averne incremento allo spirito, e confuse il suo genio severo nei riposi del nostro cielo; quindi i suoi canti si fecero più divini, perchè il cielo d'Italia è sublime poesia; quindi l'amò come la patria del suo ingegno, e vestì del suo pensiero le gesta dei padri nostri, le sorti e le speranze di noi, e pianse sulle nostre sciagure la più bella lagrima, che ad occhio mortale fosse dato versare.

OSSERVAZIONI SOPRA UNO SCRITTO DI MELCHIOR MISSIRINI INSERITO NEL N.º 37 DELL'INDICATORE LIVORNESE ― 1829[15] ―

Nè in tante lodi chieggo altro che modo.

Quando la Natura formò la bizzarra famiglia del genere umano, decise che la più parte di noi saremmo maligni, e in questo ci saranno le sue profonde ragioni, perchè ella è savia, e si muove ad operare pensatamente, non come facciamo noi, che il più delle volte ci moviamo, perchè il muoversi è oramai destino delle gambe. E l'uomo usa della sua natural dote di malignanza, come di vela buona per ogni vento, perchè maledisce a torto, e a diritto; però quantunque volte in questo mondo sotto la luna si produce opera, sia pur bella e innocente, non mancano mai le migliaia a morderla da tutti i lati, nè alla giustizia è dato il passo, finchè la provvidenza della noia o della morte alle migliaia non imponga silenzio. Ora, essendo così ordinato dalla sacra Necessità, non resta che darsi pace; e quando un amico gentile piega spontaneo, e senza mire d'interesse, a favorire onoratamente le cose tue, conviene ringraziare la Fortuna del miracolo, e l'animo gentile rimunerare con quella liberalità maggiore, che il cuore ti detta. Già a chi pretende il nome di galantuomo è necessario pagare i suoi debiti; a un debito poi di cortesia vuolsi nel modo più acconcio soddisfare, poichè l'è merce carissima, e mala pena trovi chi sappia fidartene dramma. Quindi intendiamo noi, nè più nè meno, mostrarci riconoscenti a Melchior Missirini, perocchè gli piacesse dare alla città nostra un pensiere e una parola di lode. Non mica, che noi crediamo di essere in cima o in fondo, perchè questi o quegli venga a recarcerne la novella; – no davvero: – il parere dell'individuo non tramuta l'indole delle cose; i fatti danno sentenza, nè a questi puoi contradire, per quanto tu meni in giro la lingua. Noi attestiamo gratitudine soltanto all'espressione della benevolenza, perchè un intimo sentimento ti sforza ad amare chi ti ama, e ci rallegra assai a veder l'uomo rompere per un momento il patto di guerra che ha coll'altr'uomo, e drizzargli voci di conforto, e di amore.

Ma noi sopra ogni altra cosa amiamo la Verità; però al Missirini non giunga discaro, che gli si notino alcuni punti del suo discorso; dove egli trasmodò per soverchio di spirito ben disposto, o perchè agio non ebbe a sapere precisamente le cose come stanno. I professori di prudenza ci hanno sovente dissuasi da questo studio del vero, sforzandosi a dimostrarci come di rado o mai ci si trovi guadagno, e ci hanno per lungo e per largo chiosata la scienza del vivere in pace con tutti. Ognuno fa i conti secondo i suoi numeri; e costoro, come prudenti, forse dicono bene; ma io per ora voglio starmi alla mia fede, e dire il vero, o quanto mi parrà che sia vero, finchè i Casuisti mi concederanno libero arbitrio; se in séguito alcuna delle tante cause dominatrici della mente avverrà che mi travolga, peggio per me; ed io allora andrò in punta di piedi a pesare le opinioni sulla bilancia della paura!

Alla legge solenne, che i popoli spinge ora in alto, ora in basso, potenza mortale non può resistere; e il Genio stesso, suprema delle forze create, può modificare, ma non impedire, o volgere altrove quel moto. Oggimai un progresso d'incivilimento è manifesto nelle nazioni d'Europa; quindi la città nostra anch'essa ai tempi consente, perchè alle spinte in qualche modo bisogna rispondere. Gli uomini vecchi, sospirando i giorni del buon tempo antico, dicono invece che la città sia declinata di male in peggio; ma i ricordi del passato, confrontati coll'evidenza del presente, senza rispetto danno la mentita agli uomini vecchi. Non v'è che dire: le condizioni hanno cominciato a migliorare, specialmente perchè adesso è la volta di salire; nondimeno gran parte della via rimane da corrersi, nè io credo, che mai basteranno l'alacrità dell'animo, l'intensità del desiderio; e taluno vorrebbe, che quei tanti nodi d'unione fossero stretti meglio che ora non sono. Per altro a lasciare senza onore di lode i pochi istituti, base alla nostra rigenerazione futura, sarebbe invidia fuor di luogo, perchè il vero a lungo andare rivendica il suo diritto, e a chi si spetta l'infamia non manca. Lodare le azioni buone, e vituperare le triste, io credo che sia sapienza; non dipingere tutto di nero, o di color di rosa, come è il costume di molti; perchè la Natura eternamente si gira sopra questi due perni, il bene ed il male, e l'intemperanza dell'amore o dell'odio traversa la strada al giudizio. Adunque favellò sanamente il Missirini della Scuola di Mutuo Insegnamento, istituzione, che non sarà tenuta mai cara quanto si merita; non foss'altro per tanta impostura di antichi metodi manomessa; e i forestieri sempre hanno fatto plauso, affermando, che è scuola da reggere il paragone con altre, le quali io non voglio rammentare. E a buon diritto fu commendata eziandio la Scuola di Architettura; e il Cittadino liberale[16], che le dà vita dell'uniche sue sostanze, accolga, se vuole, anche il voto della nostra stima verace. La Società Medica, non so per quali ragioni, e se non altro per l'incostanza decretata alle cose umane, stette presso a disciogliersi; poi, mediante alcuni provvedimenti usati per tempo, si strinse di nuovo, ed ora procede con più vigore di prima, ond'è che le va il doppio di lode. La Scuola poi di Disegno figurativo non è sovvenuta, come dice il Missirini; bensì doveva essere; e la generosità municipale aveva già destinato il soccorso, ma un altro consiglio dispose altrimenti, e bisognò non farne nulla. Tuttavia quei Signori hanno dimostrata buona intenzione, e ogni volta che si presenti da fare del bene è da sperarsi che andranno avanti, a meno che taluno non venga a dir loro, che tornino indietro.

Che dirò io dell'illustre Accademia Labronica, intesa allo studio della lingua, allo esercizio del Genio, e all'acquisto del sapere?

Imprese belle son queste, ma gli accademici presentemente, forse per avere altro che fare, non ci hanno gran cosa badato; nonostante promettono di farlo quanto prima; e già da mattina a sera pensano a diventare il rovescio di quel che furono, e tu li potresti vedere tutti in faccende a costituire un corpo di leggi, perchè l'Accademia si trasformi in adunanza di gente che pensa, e non di gente che fa rumore; e so di certo, che hanno fatto giuramento di lasciare a casa i sonetti, e quante altre mai cianciafruscole in prosa e in rima inventò l'ozio, e la povertà del cervello; ma invece si affibbieranno la giornea a ragionare sul sodo; e quando non avranno da ragionare sul sodo, piuttosto staranno cheti, perchè, se l'uomo parla a motivo che le parole non costano nulla, il silenzio costa anche meno[17]. Questo hanno promesso di fare gli Accademici, ed io quasi quasi malleverei, che non vorranno mancare per cosa al mondo, sapendo essi meglio di noi, che la promessa

Agli animi gentili è sacramento;

per dirla così di passaggio con Lodovico Ariosto. E al primo congresso potrebbero quei valentuomini proporre un quesito: – Perchè la verità ami la solitudine, e sia tanto ritrosa di convenire laddove è gran frequenza di mondo; e se ella ebbe mai il breve di accademica, e quante volte in capo a cent'anni lesse la sua diceria? ―

Ora è il tempo di venire alla emulazione liberalissima che hanno i Livornesi di regalare le private librerie ad una Biblioteca pubblica. Forse ho la vista corta, ma io della gara ardentissima non vedo nulla; anzi si tace così profondamente di questo progetto, che io dubito forte se ci abbiano mai pensato una volta. Dell'utile ed ornamento che alla città ne verrebbero, io non ho pazienza di trattare, perchè mi par mill'anni di finirla con questo discorso di rimbecco, ma i discreti sel possono vedere senz'altro bisogno. Così radunando in un luogo il sapere dei morti e dei vivi, chi volesse saggiarne tanto o quanto, andrebbe, e con pochi passi sarebbe contento; – oggi ci vogliono invece ricerche lunghe, e scudi, e tante volte non serve. E quì fate pausa, di grazia, un momento, e considerate quanto mai gioverebbero i libri pubblici agli uomini d'ingegno; – certo gioverebbero immensamente, perchè fino alle ricerche gli uomini d'ingegno possono spendere, ma, quanto agli scudi, qui giace nocco; e pare che la Natura gittasse una tal quale antipatia fra l'ingegno e gli scudi, onde avviene, che mai non li trovi insieme, o raramente davvero. Io non so se il dire faccia frutto, perchè allora durerei anche un anno a dire: – statuite la Biblioteca del pubblico; – pure, benchè non mi abbandoni il braccio della speranza, non mi pento di aver mandato fuori queste poche voci senza proposito, attesochè la nostra mente sia predestinata a dipendere ben anche dal minimo soffio. Nondimeno conforto chi sa ragionare per filo e per segno a sviscerare questo argomento secondo il merito, e presentarlo palpabile ai miei concittadini, affinchè si muovano all'opera[18]; e dove si cominciasse una volta, io stesso volentieri darei subito via i pochissimi libri miei, soprattutto perchè, a dirla schietta, non ho gran fede nè in me, nè in loro. Alle volte odo mormorare, che alcuni padroni di molti libri li vorranno lasciare in punto di morte. Già i savi mi hanno rivelato come questa non sia cosa da andarne tronfio, perchè in punto di morte non ci sono altre strade da prendere, se non quella di lasciar tutto, cominciando dall'anima. E questi tali a parer mio non patiscono abbondanza di senno, e mai non meriteranno il bell'elogio, fatto non so quando ad un ricco generoso. Sentite come dice: Tu non aspettasti a spogliare la tua veste in pro del bisognoso, quando la Natura ti copriva di una veste che non deve lasciarti più mai. Così cantava Aboutthayp Ahemed Ben-Alhosain Alucotennabby, poeta Arabo, in una elegia per la morte di un Fatik Egiziano. E, perchè io non voglio farmi bello delle penne altrui, sappiate, che la citazione l'ho tolta in prestito da un amico mio dolce.

Che diremo di un Giornale diretto a far rivivere, ec.

Quì la fantasia ha vinto la mano all'onesto Missirini; la dose è troppa carica, e noi non l'accettiamo, per timore che i fumi non ci salgano al capo. L'Indicatore Livornese non è l'effetto di menti combinate a dargli un disegno, una tendenza, un alimento continuo, come si converrebbe; è un povero foglio bianco, annerito da pochi giovani qua e là dispersi, i quali alla meglio si schermiscono, e cercano mantenergli la vita; ma poco è il numero, poco l'ingegno, poco la dottrina; – hanno la buona volontà, ma questa così sola non è cibo, che lusinghi il palato di molti. E qui cadrebbe in acconcio, che la crescente gioventù, animata di poetica inspirazione, adoprasse l'estro un po' meglio, e desse spinta alla barca: altrimenti ho gran paura non si rimanga in secco. Questo povero foglio non cerca frasche d'alloro; chiede solo compatimento, e gli uomini di giudizio son certo che gliel daranno. Ma gli uomini di giudizio tu li puoi contare, e gran mercè se per ogni paese oltrepassi contando le dieci dita. La turba ride del povero foglio, e a ridere ci vuol poco; e cominciando dalle femmine, e terminando nei pazzi, tutto il mondo sa ridere. Ma questo dileggio, sia pur meritato, non invoglia punto a pensar bene dell'umana natura, segnatamente quando egli si parte da persone obbligate a fare il contrario, non foss'altro, perchè il cielo medesimo ci ha veduto nascere. Che se poi l'uomo vuole il freno libero alle sue matte libidini, bene sta; ma allora non faccia mal viso, se gli austeri intelletti si levano sul creato a maledire; e non occorre che egli venga fuori a giurare, che l'anima sua è un raggio delle stelle; nè come il saltimbanco s'empia la bocca delle magnifiche parolone – lumi, civiltà, filantropia; – no, non è maschera, che basti all'infamia; invece si rassegni, e confessi d'essere iniquo e ignorante, come erano i padri suoi. Ma ritorniamo a noi. Questo povero foglio non può competer con tanti altri giornali, che vanno per la maggiore: in quelli scrive il popolone dei letterati a tre code, e per lo meno vincono col numero delle pagine. È un povero foglio, che merita la scomunica, perchè non ha detto agl'Italiani: – rimanetevi fermi sul solco, che avete segnato finora. – No, non ha parlato così agl'Italiani, avvisando, che a starsi per terra non bisognino nè maestri, nè scienze. È un povero foglio, che merita la scomunica, perchè finora non ha messo il dente nella lama di nessuno, nè sa di cortigiano, o di troppo devoto ai patriarchi in materia di Lettere, e qualche volta ha gridato agl'Italiani: ― Sorgete all'onore, amate una patria, e siate finalmente fratelli, e forti dell'anima. ― È un povero foglio, ve lo ripeto; compatitelo, se potete.

ESEMPIO DI CARITÀ ― 1829[19] ―

Hic pietatis honos.

Virgilius.

Nè sempre curva sulla sua polvere la razza nostra, come tacito armento, si travolge nella morte. E vi sono momenti, nei quali la ventura assente benigna, che l'umana famiglia armonizzi tutta d'amore, e l'anima allora veste forme d'insolita vaghezza, e il pensiere concede a stimarla splendida parte del cielo. Ma in un popolo caduto, dove l'educazione e l'esempio non ammaestrano a verecondo costume e a sentimento generoso, quando la compassione e l'amore fanno che l'uomo armonizzi coll'uomo, il caso tien del prodigio, e tu respiri largamente l'aure della speranza, e una voce segreta ti annunzia, che pure un giorno quegli uomini saranno uomini secondo il decreto della Natura, non già come gli stringe ad essere la violenza di maligne vicende. E segnare sulla memoria i momenti, nei quali l'anima scintillò del suo raggio più bello, è argomento di decoro allo spirito umano; – e laddove le Lettere sono sentiero di civiltà, ed immagine solenne del moto sociale, non lasciano perdere avvenimento, che di un fiato accresca lo scarso patrimonio della nostre virtù; – ed è caro a chi medita sugli eventi mortali sottrarre una pagina alla severa necessità del delitto e della sventura; – e così danno alla Morale ben altra consistenza, che non è quella delle nude massime; e così anche la capanna del povero suonò spesso di una lode divina, ricompensa alla maggior dote di affanni, che dalla Provvidenza gli venne in retaggio. Ma i Letterati Italiani, tranne ben pochi, finora scrivevano devoti all'Egoismo, come se non avessero una patria, dove tutte spendere le potenze dell'ingegno. E sì che una patria sospinta in fondo chiedeva loro la parola della sapienza, e del vero, e sapevano come la fama dell'individuo mal si regga senza i voti del popolo, e come i voti del popolo mal si conseguano senza consacrargli la mente. – Mancavano i fatti? – No, perchè viveva una gente, e la gente d'Italia ebbe sempre fibra sensibile, e velocissimo corso di sangue, e ardore di passioni; nè da altre sorgenti scende mai l'atto turpe o magnanimo.

Io dunque racconto un fatto che non vorrà levar grido, ma è buono. Se questa poi fosse tal condizione da non raccomandarlo abbastanza, peggio per chi mena gran vanto d'essere un uomo. Coloro che sono gentili non disdegnino l'apparente umiltà del subbietto: – educheremo noi allora soltanto alla forza, che fa piangere?

Molti giorni non sono passati che nel contado della città nostra occorsero di vari incendi, e donde il fuoco partisse rimane peranche ignoto, e le cause vengono annoverate diverse, secondo l'indole di chi ne discorre. Altri ne addebita la vendetta, altri una malignità senza scopo, e taluno mormora che il fuoco fosse appiccato per commissione di tali, che assicurano dal fuoco, onde maggior importanza prendesse quella nuova speculazione di guadagno. Un vecchio mi diceva una volta: ― a pensar bene ci è sempre tempo, e a pensar male ci s'indovina. ― L'avviso forse era vero, ma poco umano. Certo ogni testa è capace di portare un delitto, ma quando non puoi sapere sopra qual testa il delitto si posi, tu non hai ragione da far l'indovino, e carità comanda che del prossimo allora non si pensi nè bene, nè male. E noi per trarci d'intrigo questa volta diamone al caso la taccia. Il caso non teme offesa di riputazione, o rigore di giudice; e al pari della vendetta, della stolta malignanza, e dell'interesse, comprende la ragione sufficiente di un incendio. Ora, per dire appunto la cosa come l'andò, vo' farvi sapere come da prima bruciassero in due o tre fiate diverse cataste di legno all'uomo ricco, e il popolo sempre correva prontissimo a spegnere; ma null'altro seguiva che spegnere; voglio dire, che belle passioni non si mossero a far memorabili, come sovente avviene, siffatte venture. E tante volte vivono uomini, che non meritano nè anche la pochezza del compianto, e all'occasione si vede; ma poi bisogna pur dire, che la disgrazia dell'uomo ricco è indifferente al povero, o grata forse, perchè l'ineguaglianza genera invidia; e io, ravvolgendomi in questi casi tra le umili turbe, spesso ho inteso celebrare il senno della Fortuna, quasi che, affliggendo ella d'improvviso il felice, in certa guisa renda loro giustizia. Se poi da queste, e da altre simili esposizioni, torto venga o diritto alla nostra natura, io nol saprei così su due piedi diffinire; nè vorrei farmi così di fretta ministro di lode o di biasimo, finchè non avessi per ogni parte saputo se le nostre umanità sieno l'effetto del volere o della forza. Ma tutto questo sia per non detto, – e, seguitando, sappiate che non andò gran tempo, e una sera incendiavano l'unico pagliaio di un tal Canaccini. Questi era povero assai, e manteneva colle fatiche la vita. E la gente corse affannata, e faceva di tutto per impedire l'incendio, ma il fuoco aveva ormai preso in maniera, che più non curava gli argomenti dì chi cercasse sopirlo, tanto che finalmente del pagliaio non avanzavano che le ceneri. E il Canaccini piangeva, perchè era povero assai, e nel pagliaio consumato svaniva il frutto degli stenti di un anno. E gli mancava la speranza, e il suo dolore era grande, perchè accoglieva anche il dolore di una famiglia desolata. Era vicino del Canaccini un uomo nominato il Pannocchia, uno di quei pochi che si rallegrano alla tua allegrezza, e si contristano al tuo gemito, e il mondo tutto vorrebbero felice, perchè hanno la bontà nel sangue, e benedicono il sereno e la tempesta, nè un pensier nero passerebbe loro per l'anima, neppure a cacciarvelo a spinte. Era il Pannocchia accorso coll'altra gente a spegnere il fuoco, ma, come sapete, fu invano. Gli astanti consolavano di buone parole il Canaccini, ma il conforto della voce non accheta il bisogno. E il Pannocchia vide piangere un uomo, e le sue viscere più non potevano chiudere la soverchia pietà, e disse al Canaccini: – datti pace: io vo' riparare alla tua cattiva fortuna, e avrai da capo un altro pagliaio. – E il Canaccini allora piangeva di un altro pianto: – erano le lacrime della riconoscenza, e ringraziavano con più amore, che i detti non avrebbero fatto. E gli astanti acclamavano benedicendo all'onesto Pannocchia, e pregandogli riposati i giorni della vecchiaia, ed eterno il premio dell'altra vita. E il Pannocchia tornossene a casa ringiovanito nella gioia dell'opera buona. Le cose nostre riandavano sul passo di prima, e la gente cominciava a dimenticare il passato, perchè da parecchi giorni niente di nuovo turbava la sua quiete ordinaria, allorchè nel mezzo di una notte i quattro pagliai del Pannocchia andarono in fiamme. E bisognò lasciar fare alle fiamme, perchè ogni studio del volerle spegnere tornò inutile. Ora all'uomo dabbene non rimaneva che la provvidenza di Dio, e non chiedeva nulla a nessuno. Ma gl'innocenti e giocondi suoi costumi avevano un luogo nell'amore di chiunque il conosceva, e l'azione, che ebbe fatta di fresco, aveva risuscitato più vivo quell'amore. Per lo che alla mattina dipoi ebbe invito da molti, perchè andasse da loro a provvedersi di paglia conforme gli bisognava, e molti gliene recavano a casa le carra piene. E il Pannocchia vinto dal prorompere di tanto comune affetto, guardava il cielo, e gli amici, e non diceva di più. E quei ben nati contadini compievano con sì bella gara la carità, che al Pannocchia venne rifatto ogni danno, ed essi trovarono un rimerito nell'interno riposo del cuore, che altrove avrebbero indarno sperato. E coloro che ebbero in sorte di non nascere al ribrezzo dell'invidia, nè si addolorano a sapere, che l'anima talvolta balena nella beltà di un sorriso divino, quando intesero del fatto, restarono compunti di tenerezza.

Non mancherà di certo chi volga in riso l'avvenimento, e il mal garbo onde io l'ho narrato. Quanto al mal garbo hanno ragione, e ridano pure a mio conto, ma per altro non è così del rimanente. Niuna specie di fatti merita tenersi a vile: ogni fatto è una linea dell'anima umana, e ritrarli tutti candidamente è ottimo consiglio, ed unico mezzo a conoscere la natura dell'uomo. Tacere le nequizie sarebbe stoltezza, perchè ci sono, e fanno il fondo del quadro; tacere le poche bontà sarebbe stoltezza e mal talento, perchè ci sono, e consolano di qualche raggio la tenebra, e per loro avviene, che l'umana creazione non sorge da ogni lato spregevole dinnanzi al pensiere. Chi si muove al bene per istinto è rarissimo; quindi va tentato ogni modo di eccitamento. Io non so se il mondo debbe andare come va; ad ogni patto nè la speranza, nè la prova di migliorarci, vanno lasciate; e quantunque il male sia congiunto come un bisogno al sistema dell'universo nondimeno converrebbe dimostrare il bene come interesse, da che nel male godono pochi astuti, e le masse gemono. Adunque ogni modo di eccitamento va tentato; e però onorare di pubblica lode le domestiche virtù è opera di sapienza civile, perchè l'onore è potente lusinga, e splende in maniera, che pochi vivono senza mandare un desiderio alla sua luce.

NECROLOGIE

TACITO MARTINI ― 1839[20] ―

A TACITO MARTINI CHE MORÌ LACRIMATO E BENEDETTO DA TUTTI PERCHÈ VISSE GIUSTO E BENEFICO CITTADINO I SUOI AMICI.

Le coeur est tout.

Rousseau.

Dopo avere confortata l'agonia dell'amico che muore, dopo averlo pianto, e accompagnato alla fossa, è conveniente dire alcune parole di lui, onde la ricordanza delle sue bontà giovi in qualche modo ai superstiti, o almeno sia soddisfatto un debito di giustizia verso l'estinto.

Nascere in alto, o in mezzo agli agi della fortuna, è un getto di dadi, e non dipende da noi. Ma rilevarsi dal fondo, e collocarsi in un certo grado senza battere le scorciatoie, senza farsi scalino del prossimo per salire, acquistandosi invece la stima, e la benevolenza d'ognuno, è merito intrinseco e raro dell'uomo. Toccare però questo segno è arduo più, che altri non crede; bisogna prima lungamente combattere; bisogna esercitare, fortificare la volontà, metterla in armonia coi calcoli di una giusta ragione, coi moti generosi del cuore; bisogna spesso violare l'istinto, e ridurre l'uomo morale a sistema rigido e completo.

Tutto questo conviene per ogni verso a Tacito Martini. La sua vita è stata corta, e composta di poche linee, ma tutte linee rette, e convergenti ad un centro, tutte connesse ad un principio d'alta moralità, che diede forma e sostanza ad ogni sua azione.

Non appena fu entrato nell'adolescenza, quando il raziocinio e il sentimento svolgendosi più rapidi cominciano a ricevere più immediato l'attrito delle cose del mondo, che, giovanetto com'era, sentì d'intorno a sè l'aere meno che tepido; e convertendo subito l'animo suo alle sorti poco felici della famiglia, si destò in lui una certa alterezza, un certo sdegno dello stato abietto, e immeritato, un desiderio, un bisogno potentissimo di mutare il destino suo, e quello de' suoi, e fermò nella mente il disegno di farlo, e lo fece, logorandovi tutte le sue potenze, e anticipandosi forse la morte. Avvertito però da un intimo senso, che l'uomo, segnatamente sui principii, non ha in chi fidare, e deve aiutarsi da sè, si volse a scoprire le forze, che in lui aveva riposte la natura, per eccitarle ed accrescerle, per dar loro forma, ed applicazione sociale, e farsene istrumento a ciò che meditava di conseguire.

In questo concetto agitandosi, e crescendo in lui più sempre l'impulso che lo inchinava alle scienze mediche, e soprattutto alla chirurgia, dispose secondarlo fermamente e con ogni mezzo, e non compiuti peranche i 13 anni prese a frequentare ogni giorno lo Spedale, dove cominciò le pratiche chirurgiche con tanta diligenza e amore dell'arte, che prima ancora di recarsi a Pisa si trovò in atto di fare operazioni più che mediocri.

A 18 anni si condusse in Pisa agli Studi, e là le dure esperienze della vita lo provarono in guisa, che valsero in breve a compiere e determinare immutabile la sua morale fisonomia. Visse i primi due anni con forse una Lira il giorno; e al terzo anno ottenuto un posto del Sardi, sgravò subito i suoi della tenue moneta che gli assegnavano, pensò a mantenersi in tutto e per tutto, a comprarsi libri, a supplire le spese degli esami, e d'ogni altro occorrevole; fece risparmi, e questi rimesse via via alla famiglia. – Ora chi si faccia a considerare come la gioventù penda naturalmente all'ozio, alle mollezze, e ai diporti; come in quell'età il sangue e le passioni fremano procellose, e come l'errore abbia prestigi, e seduzioni potenti più del dovere, bisognerà che ammiri per forza il giovane Tacito, se rimase sobrio, intemerato e studioso, in mezzo a tante e siffatte tentazioni. E quando si consideri che l'alito impuro del bisogno non l'attinse nelle parti più nobili dell'anima, e che il cuore serbò fresco e generoso fino all'estremo palpito, comprenderemo di che salda tempra fosse composta l'indole sua. Perchè il bisogno è nemico capitale dei buoni pensieri, e delle buone opere, e patito nei primordi della vita generalmente squaglia il carattere umano, o lo petrifica.

Se noi volessimo spiegare intera la breve, ma ricca trama dell'esistenza di Tacito, ci sarebbe agevole percorrere per esteso le dimensioni d'un elogio, o d'una biografia; ma favellando di lui fu nostro proposito, e ci sembrò che bastasse, accennare soltanto, come egli fosse buono ed utile cittadino per virtù propria, e come il mezzo e il fine corrispondessero perfettamente al principio da lui stabilito nelle più difficili condizioni; per la qual cosa aggiungeremo più pochi tratti, parendoci, che il dilungarci troppo di soverchio avrebbe aria di fasto, e offenderebbe di certo quello spirito gentile, che gelosamente studiò di coprire col silenzio quanto di lodevole usciva da lui.

Conseguite il Martini nell'epoche consuete la laurea, e la matricola in Medicina e in Chirurgia, tornò in patria, e subito diede opera a farsi conoscere. E tanto gli valsero lo studio indefesso, i modi schietti e soavi, e l'onesto desiderio, che l'agitava ardentissimo, che di lì a poco acquistò credito, fiducia, e favore universale. Venne in séguito creato Chirurgo dei Lazzeretti, e primo Chirurgo di turno negli Spedali; ebbe clientela vastissima d'ogni maniera di persone, e i guadagni gli crebbero fra mano, maggiori forse che non aveva sperato. Quindi potè ristorare la fortuna abbattuta della famiglia, quindi potè scorrere a suo talento quella larga vena di carità, che i cieli gli avevano infusa nel cuore.

Praticò l'arte con plauso, e con decoro, e segnatamente in Chirurgia ebbe lode frequente di operatore felice. Ma il medico in lui non aveva cancellato l'uomo; l'abitudine di veder soffrire e morire non aveva spenta in lui la mobilissima sensibilità di una natura squisitamente pietosa. Al letto dell'infermo era medico, ed uomo; finchè occorreva, apprestava alacremente i soccorsi dell'arte; ma quando la Scienza si fermava impotente davanti alla furia del male, che precipitava al suo fine, Tacito adoprava i soccorsi della parola e dello spirito, circondava di cure delicate e di sante consolazioni il malato, l'animava, l'aiutava al terribile varco. Ufficio sacro e gravissimo del medico è questo, porgere all'estrema miseria l'unico rimedio che resta, il conforto.

Non fu nè avido, nè avaro; eccedeva invece nelle qualità contrarie. Chiamato appena, visitava prontissimo il povero, con amore lo curava, lo sovveniva di consiglio, e, meglio ancora, gli lasciava la moneta perchè supplisse al bisogno. Dagli amici non voleva mercede delle sue fatiche, ed ostinatamente rifiutò il legato d'un piano di casa, che un suo cliente presso al morire voleva ad ogni patto lasciargli.

Ma le opere di beneficenza furono la sua voluttà suprema, il respiro dell'anima sua. Beneficò nobilmente e senza ambizione, con quel pudore, che impedisce o medica l'offesa, che suole spesso recare il benefizio. Aperse al profugo la casa, all'indigente la borsa, e dava volontieri, senza farsi ripetere la richiesta. Giovava con ogni sorta d'uffici l'amico, e chiunque potendo. Assisteva molti dei suoi parenti largamente, continuamente; e mortagli una sorella, accoglieva nella propria famiglia il marito, e cinque figliuoli. Per uno di questi spendeva 80 Lire il mese solo a farlo educare. Senza essersi creato una famiglia sua propria, aveva viscere e istinto di padre.

Nè gli mancarono i disinganni, come avviene a chi vive praticamente tra gli uomini; ma intento sempre ad un segno non torse mai un momento dalla traccia segnata ab antico; la fede non gli venne mai meno, perchè sapeva distinguere tra l'umanità, e l'individuo, tra il principio eterno universale, e il fatto transitorio e parziale.

Amò gli uomini, e la Patria Italiana, e fu caldissimo di quanto riferivasi all'onore e alla gloria di lei. Amò singolarmente la città dove nacque, e non sorse in essa uomo che promettesse bene di sè, cui non cercasse diventare amico, cui non cercasse all'uopo giovare coi mezzi suoi, e con quelli d'altrui, adoperando quella felice influenza che sapeva esercitare sugli animi. Partecipò agli istituti, a tutte le cose utili ed onorevoli, che nacquero tra noi, e non fu per lui se maggiormente non prosperarono.

Fu in quanto a sè modestissimo, e quando faceva il bene non voleva lode, o ringraziamento. Gli piaceva esser buono, le apparenze fastidiva. Ebbe coraggio, e indipendenza d'opinione, qualità, che non gli fecero nemici, perchè sapevasi valere in lui l'amore sincero della verità, non i secondi fini. Rigidissimo nei principi cardinali sui quali posa veramente la morale, fu tollerante, e facile nel resto. Modi ebbe aperti e soavi, onesta ilarità di volto e di spirito, e dal complesso della sua persona partivano getti di vivissima simpatia. Non patì d'invidia, o d'ipocrisia, nè gli furono notati vizi, o difetti capitali. Difetti avrà avuto senz'altro, perchè il carattere umano consiste d'ombre e di lumi, ma leggerissimi, ma tali, che nel consorzio sociale non apparivano infesti, e male di certo non ne venne a nessuno. Fatto è che morì lodato dai buoni, e lodato dai cattivi, e i morti come sapete non si adulano, specialmente quando non si lasciano dietro lo splendore della gloria, o la famiglia potente. Ma questo è pregio veramente mirabile della bontà, svellere il plauso anche dalla bocca dei tristi.

E la bontà di Tacito faceva forza nella mente di chiunque la contemplava. Non era quella bontà facile, passiva, o volgare, che invade i confini della stupidezza, – più che altro necessità di organismo. Era la bontà intelligente e operosa, la bontà del libero arbitrio, perchè Tacito aveva anima, passioni, ed energia di temperamento, aveva strumenti da volgere al bene, o al male volendo.

La malattia, che da ultimo lo spense, gli si ordiva da gran tempo lentissima nelle viscere. E quando i sintomi di quella si rivelarono insistenti, e innegabili, non si trattenne in vane lusinghe, misurò la grandezza del pericolo, comprese che i suoi giorni erano numerati, e lo disse imperterrito a tutti, e a sè stesso. Accettò il calice amaro della passione, e lo bevve pacatamente fino all'ultima stilla, raccogliendo l'animo invece, e facendolo più grande alla minacciante sciagura. E consecrandosi più che mai a quell'idea che l'aveva sempre predominato, non ricusò fatica nè occasione, andava fuori visibilmente malato, non curava riposo, non cercava aggiungere un filo alla trama della sua povera esistenza; una furia, un impeto lo portava; faceva sforzi che mal si potrebbero spiegare, dove non sapessimo che la volontà umana eccitata da un alto proponimento può far miracoli. Ma se lo spirito era pronto, la carne era inferma; e le forze più e più sempre prostrandosi gli convenne in fine mettersi a letto, e morire.

Gli ultimi giorni di Tacito furono solenni, e quieti della pace del giusto. Disposte con senno ed equità le cose sue, aspettava placidamente la morte e l'invocava talvolta più che altro per togliere alla famiglia desolata uno spettacolo d'immenso dolore. Era, come da sano, affabile e cortese con gli amici, che lo circondavano numerosi; era provido, discreto, e amoroso co' suoi, che gli trepidarono attorno; dissimulava gli spasimi atrocissimi, e ratteneva lo sfogo della soffrente natura, perchè non si attristassero maggiormente. Cosa mesta e dignitosa era a vederlo così morire senza orgoglio, e senza viltà. Non si smentì un istante, parlò sempre parole gravi e affettuose, riconciliò antichi dissapori, pensò a tutto, e a tutti; – in quegli estremi la sua anima fiammeggiava più lucida che mai. E poichè l'ostinata agonia pervenne al suo termine fatale, morì virilmente rassegnato, sicuro della sua buona coscienza, affidato d'una speranza immortale.

Così fu conchiusa troppo per tempo una vita utile ed onorata. Povero Tacito! quando noi rammentiamo la tua presenza, e il tuo spirito cortese, e vediamo il rammarico, che lasciasti di te universale, e pensiamo all'angoscia ineffabile della madre tua destinata di 72 anni a sotterrare il figlio a lei più diletto, una profonda pietà ci stringe del caso miserevole; ma se pensiamo poi alle ambagi tormentose del secolo, e alle illusioni che di giorno in giorno spariscono, e alle cure che più e più sempre si addensano, e alla vecchiezza, che si avanza fredda, squallida, e inutile, noi non osiamo più mormorare, se a Dio piacque recidere il fiore prima che appassisse. Riposa in pace. A quest'ora nessuno saprebbe dove venire a piangere sulle tue ceneri, perchè tu non volesti distinzione di sepoltura, e le tue ossa giacciono nel Camposanto comune, confuse con quelle del popolo dal quale nascesti. La fama non farà suonare il tuo nome, perchè il mondo non ha storia per le virtù tranquille e innocenti del cittadino da bene. Ma se la tua vita di continuo sacrifizio fu semplice, e inavvertita quasi agli occhi del mondo, speriamo sarà comparsa splendida e meritoria agli occhi dell'Eterno. E quanti schiettamente ti amarono, e ti ebbero in pregio, daranno a te sovente un pensiero e una lacrima, e ridiranno ai figli come vivesti, e come moristi, e la tua memoria resterà, giova crederlo, santa ed onorata tradizione domestica.

GUGLIELMO AVENAS ― 1842[21] ―

La vita al fine, e il dì loda la sera.

Petrarca.

Galantuomo e PERSONA DI GARBO sono vocaboli di origine aristocratica, ma in principio non ebbero valore morale, e furono tra i tanti segni, che distinguevano la razza fine dalla ignobile. A quei tempi il vassallo e il popolano non potevano chiamarsi galantuomini, nè persone di garbo; e non è molto riscontrai questo fatto. Un Duca Napoletano narrandomi come in certo luogo fosse stato trattato con leggerissima differenza, e forse al livello degli altri, che non erano Duchi, chiudeva il discorso così: in quel luogo il galantuomo non è rispettato. Io feci atto al Duca come per dirgli: pur troppo! e pensai tra me, che, come uomo di secolo XIX, il Duca era almeno 200 anni addietro, e parlava una lingua morta; ma come Duca de la vieille souche era nel suo elemento, e aveva ragione.

Galantuomo in séguito trasmigrando dall'uso privilegiato di una casta all'uso comune vestì senso diverso, ma sempre assai limitato, e significò, e significa ancora l'Uomo puntuale a pagare.

Oggi però il vocabolo ha fatto la più grande ascensione possibile, e galantuomo s'intende propriamente colui, che senza fasto nè seconde intenzioni adempie tutti i doveri dell'Uomo, e del Cittadino.

Il ritratto d'un galantuomo è più difficile forse d'ogni altro. Voi non avete quasi mai la statura grandiosa, il portamento solenne, le parti angolose, il colorito avventato, ed i contrasti da scuotere i sensi, e la fibra di chi guarda. Invece avete una estrema regolarità di contorni, castigatezza di forme, colori tranquilli, conseguíti per via di gradazioni infinite, e tutte soavi; avete un perfetto equilibrio di quantità, e di qualità; avete ogni cosa al suo posto, avete l'ordine morale nella sua più semplice e più giusta espressione.

In somma voi non potete farne una figura di spolvero. – Già un galantuomo non trova mai il vento fresco della fortuna, che lo porti per aria, e fornisce a piedi il suo terrestre pellegrinaggio; e così non avendo un cocchiere, che gridi in pubblico – bada alla vita, – nessuno si volta a vederlo, nessuno conosce il suo nome, nè dove stia di casa. È provato, che una pariglia di buoni cavalli si fa largo, e attira gli sguardi meglio di una pariglia di buone azioni.

Un galantuomo non può mai ferir dritto allo scopo, perchè ha sempre delle distrazioni col pudore, e colla coscienza. – Un galantuomo generalmente ha disgrazia al giuoco, e in amore.

Un galantuomo facendo e dicendo cose, che i più non fanno, e non dicono, offende la moda, e la moda lo consegna al braccio del ridicolo.

Quindi a fare il galantuomo ci vuol coraggio, e pazienza. Ma la maggiore difficoltà per farne il ritratto è che se ne vede di rado l'Originale, e così, mancando l'occasione frequente di copiare dal vero, non è dato acquistare quella franchezza e valentia, che l'eccellenza dell'Arte richiede.

Noi pertanto atterriti da tanti ostacoli disegneremo alla meglio un profilo.

Dovendo fare l'inventario delle parti, che compongono un galantuomo, la prima di tutte a presentarsi è la fisonomia, parte essenziale, che merita studio e considerazione. La fisonomia, è il prodotto dell'uomo interiore, – lo spirito modella la materia. Scrutate chiunque con occhio diligente e inflessibile, e dopo più o meno prove avrete resultati quasi infallibili, penetrerete la maschera la più ingegnosa, la meglio incarnata e immedesimata col volto umano. Questa scienza, che val quanto un'altra, perchè consiste tutta di osservazioni e di confronti, è stata chiamata vana e temeraria come l'astrologia. Ma gli uomini talvolta sanno pur troppo quel che si dicono; – gli uomini la più parte hanno interesse a non essere indagati.

Quì nel caso nostro la facciata era di buono stile.

Dopo avere attentamente esaminata quella testa di parti larghe e virili, l'effetto dell'insieme era un senso di conforto, come quello che tu provi incontrando una giornata tepida e luminosa nel verno. A veder quella testa uno si sentiva invitato a metter giù le armi, che l'uomo è solito portare viaggio facendo in questo mondo; uno sentiva le dolcezze inconsuete della sicurezza, dell'abbandono e del riposo.

La facciata era di buono stile, e l'interno corrispondeva in ogni sua proporzione; e per amore di brevità dirò, che i molti e svariati lineamenti dell'animo suo si riassumevano finalmente in due tratti, o potenze, che sporgevano eminenti, e gli davano espressione distinta. Egli ebbe queste due potenze dalla Natura, e le corresse e ritemprò alla scuola dell'esperienza, la quale i buoni rende migliori, e i cattivi maggiormente intristisce.

Una era la potenza di sopportare, e l'altra quella di compatire; due virtù uniche forse ad aver titolo legittimo a tanto nome, e certamente indispensabili nel consorzio sociale; poichè sopportare in sè stesso con dignità le traversie e le amarezze, onde si riempie la vita, è segno di forza; e compatire, non in senso sterile e inerte, ma in senso attivo e benefico, compatire gli errori, le colpe, e le sventure nel prossimo, è segno di amore, e ambedue sono i cardini sui quali gira l'umana bontà.

In somma a veder quella testa non si poteva sbagliare, e quella fronte pensierosa, ma di pensieri sereni, non gridava – addietro, – come quasi tutte gridano, ma portava scritto a caratteri scintillanti – entrate. –

Chi ha sofferto veramente di cuore, e ha provato come il mondo abbia le mani troppo ruvide, anche quando intende di medicare, colui solo sa quanto faccia buono trovare un asilo siffatto, quando l'anima è smarrita dal dubbio, o lacerata dal dolore, o assiderata dal bisogno.

E il dubbio, e il dolore, e il bisogno, trovarono in Lui onesta accoglienza, e sollievo pronto, e cordiale.

Il povero segnatamente andava a colpo sicuro, nè riportava indietro il – non ne ho spiccioli, o l' – andate a lavorare, – monete di conio moderno, ma di lega inferiore assai all'antico – Dio vi consoli, – perchè questo almeno conteneva un'ombra d'affetto, e se non dava nulla alla bocca, dava qualche cosa al cuore, e il cuore anch'esso ha bisogno di qualche cosa.

Ma prendiamo il punto di luce più giusto, – vediamo l'uomo in azione.

Egli fu Negoziante. La parola Negoziante tiene un piccolo spazio, ma in quello spazio entra una folla di cose infinite a ridirsi. Negoziante è colui che traffica la roba sua, e l'altrui, ma più spesso quest'ultima sola. Passare per la roba degli altri è uno stretto pericoloso, e non farvi naufragio o avaria è un bel fare. Se tutti nascessimo fasciati d'un bel patrimonio, la parte di galantuomo sarebbe facile, ma non avrebbe merito. Il merito sta nel combattere e vincere, specialmente quando i mezzi della difesa non sono proporzionati a quelli dell'offesa. Già il sistema di proprietà non è passato finora nella mente degli uomini a stato di convinzione, e il tuo e il mio sono così complicati, e confusi tra loro, che spesso ti avviene, anche non volendo, di prendere in iscambio l'uno per l'altro. Oltre di che voi avete dalla vostra la coscienza sola, la quale non istà sempre bene di voce, ma come può bada a suggerirvi – non rubate, – mentre dalla parte avversa avete il bisogno, l'istinto, l'occasione, e le mani. Il bisogno è bestia, che non intende ragione; l'istinto disgraziatamente porta per in giù; quello che faccia l'occasione, ve lo dica il proverbio, che corre per la bocca d'ognuno; e le mani, guardate la struttura delle mani, e le vedrete flessibilissime configurarsi a gancio ogni momento, e le vedrete create destinate apposta a prendere tutte le cose, inclusive il fuoco.

Facciamo alto un minuto, o Signori. Un Negoziante che per 76 anni è rimasto fermo sul suo è una parentesi nella storia del Commercio, – è il re dei galantuomini, – e merita una corona di punti ammirativi.

E torniamo a vedere l'uomo in azione. Un padre e una madre morivano, e lasciavano a Lui, all'Amico, quattro figli di tenerissima età, destinandolo tutore. Oggimai il progresso e le leggi hanno provveduto in guisa, che se un pupillo ha qualche cosa nell'uscire di minorità la ritrova, e un tutore di garbo oggi, basta volerlo, si trova dappertutto, e subito; – è un vestito bell'e fatto.

Ma quarant'anni addietro il tutore nasceva sotto il pianeta di Saturno; e un tutore che non divorasse i suoi pupilli era una cosa inaudita, un mostro, una cosa da farsi vedere.

Egli amministrava pertanto severamente, e restituiva ai pupilli un patrimonio accresciuto.

Ma la bontà profonda dell'indole sua operò in Lui quello, che la Natura non può consentire se non per miracolo; quello, che un padre e una madre morendo non osavano, nè potevano sperare, cioè, che l'amico e il tutore si convertissero sostanzialmente in Padre affettuoso, e continuo. E fatto Padre non pensò solamente alla roba, e alla educazione ordinaria degli orfani, ma accolse questi figli dell'anima sua, e li difese, e li diresse a princìpi sani, e a vita onorata, ammaestrandoli coll'insegnamento efficacissimo dell'esempio, e diffuse sulla loro giovane esistenza le cure, e il tepore, che i padri e le madri diffondono sulla prole. E così quegli Orfani non sentirono l'aria fredda dell'indifferenza, ed Egli provò le gioie e gli affanni della paternità.

Io l'ho veduto non è gran tempo questo vecchio venerabile nella morte d'uno dei suoi pupilli, – ho veduto il suo dolore, dolore senza lacrime, e senza parole, – che di quando in quando alzava gli occhi al cielo, – unico appello e refugio delle anime afflitte profondamente.

E cosa merita un uomo siffatto? l'uomo, che per i figli non suoi ha saputo sublimare il cuore, e crearvi dentro l'intelligenza, l'amore, e il dolore di padre? – Il premio vero della virtù è in un mondo migliore, e intanto un uomo siffatto tra noi merita una corona dei più bei fiori, che germoglino sulla terra, – una corona di benedizioni.

Egli ebbe nome GUGLIELMO AVENAS. Nacque in Nizza, e visse lungamente in Livorno, dove morì il 21 Gennaio 1842. Morì come muoiono i giusti, senza terrori, e senza rammarichi, colla coscienza sicura del fatto suo, e coll'anima verso Dio.

I Fratelli Pachò mossero queste poche parole per onorare la memoria del tutore dilettissimo, e soddisfare in parte all'amore, alla riconoscenza, e al desiderio, che di sè ha lasciato vivissimo quest'uomo dabbene.

Voi tutti poi pregate per lui, onde egli preghi per noi in quel luogo dov'è un Giudice solo, una legge sola, e una verità sola, dove non è anticamera, che trattenga, o disperda le suppliche dei poveri mortali.

ISCRIZIONI E POESIA

I.

LA SERA DEL IV GENNAIO MDCCCXXXVIII ELENA BISCARDI ADDORMENTANDOSI NEL SIGNORE COMPIEVA IL DESTINO ASSEGNATO A CHI NASCE CON TROPPO CUORE DI AMARE SOFFRIRE E MORIRE IMMATURAMENTE.

BENEDITE LA SUA MEMORIA E QUELL'ANIMA SOAVISSIMA INTERCEDA DA DIO ALMENO LA PAZIENZA AL DOLORE DISPERATO DEI SUOI.

II.

MORTA LA NOTTE DEL IX DECEMBRE MDCCCXXXVIII QUI FINALMENTE RIPOSA ADELE PERFETTI NATA DEWIT.

EBBE INDOLE SCHIETTA AFFETTUOSA CUORE GENTILE MELANCONICO VITA BREVE INFELICE E SPIRÒ GEMENDO DI ABBANDONARE APPENA NATA LA SUA FIGLIUOLETTA.

IL MARITO I FRATELLI E LA MADRE QUASI MORIENTE CON MOLTE LACRIME QUESTA MEMORIA DI AMORE E DI DOLORE PONEVANO.

III.

INGEGNO ARGUTO MOLTIPLICE BONTÀ SINCERA DI CUORE POTENZA GENEROSA DI AFFETTI MODI GRATI SOAVI E IL SORRISO DELLA FORTUNA TUTTO FU POLVERE LA NOTTE DEL XX GENNAIO MDCCCXXXIX MENTRE PIÙ BELLI GLI GERMOGLIAVANO I FIORI DELLA VITA E DELLA SPERANZA. GIOVANNI PALLI ERA IL NOME E NON COMPIÈ VENTOTTO ANNI.

UN PENSIERE E UNA LAGRIMA DATE AL SEPOLCRO DELL'UOMO CHE MORENDO LASCIAVA AI PARENTI AGLI AMICI UNA SANTA EREDITÀ DI AMORE E DI DOLORE.

IV.

QUI GIACE UNA POVERA MADRE DOROTEA PALLI CHE PIANGENDO SEMPRE IL SUO PERDUTO EUGENIO E PER VENTURA IGNORANDO LA MORTE DELL'ALTRO SUO DILETTO GIOVANNI SPIRATO UN MESE PRIMA DI LEI MORIVA IL XX FEBBRAIO MDCCCXXXIX CONSUMATA LENTAMENTE DA UN DOLOR SOLO CHE DURÒ TRE ANNI.

COMMISERANDO IL CASO FATALE CHE IN SÌ BREVE TEMPO RICONGIUNSE IN QUESTO LUOGO LE OSSA DELLA MADRE E DEI FIGLI BENEDITE ALLA LORO MEMORIA E PREGATE PACE.

L'ANNIVERSARIO DELLA NASCITA ― 1833 ―

Un altr'anno di vita è già spento, E tremando lo conta il pensiero; Del passato non resta un momento, Il futuro è velato di nero; Il passato è un romore trascorso, Un ricordo dolente, un rimorso. Come nudo sepolcro s'innalza Nella mente deserta il passato, Dove il meglio dell'anima incalza Ogni giorno la spinta del Fato, Dove tacita giace e sepolta La Virtù, che fioriva una volta. O miei giovani giorni, che invano Mi passaste sul capo, tornate Al desio, che vi tende la mano; La speranza con voi riportate; La Speranza per l'anima è il Sole, Quando l'alma caduta si duole. O miei giovani giorni, leggieri Ritornate sull'orme già fatte; Rinfrescate coi primi pensieri Queste rughe, che il cuore ha contratte; Ritornate, o miei giorni ridenti, E al partirvi movete più lenti. Io non vissi, – in un soffio la curva Divorai della vita dell'alma; Un destino, un demonio m'incurva Anzi tempo alla stupida calma Della tomba; – potente è la voce, Che una morte m'impone precoce. O miei giovani giorni, io dispersi Un tesoro che Dio non ridona, Che non può ridonare; – io sommersi Della vita la gaia corona Nell'oblio; – questo serto, ch'or piango, Sparpagliai neghittoso nel fango. Io non vissi, e son vecchio: – e qual orma Nel sentier d'una grande passione Ho stampato? E di gloria qual forma Mi sorrise? – e la santa missione Adempia, che Natura ci grida, Che il dolore di un secolo affida? E il dolore, che cuopre con l'ale Tutto un secol, me pure percosse; E il dolore fa grande il mortale; E se un'alma dal fango si scosse, Le convenne di farsi più pura Nel battesimo della sventura. E il dolor mi fe' grande? – Mi geme Da gran tempo un lamento nel petto, Ma è una tacita stilla; e non freme, Non prorompe in faville d'affetto, Non risuona in terribili accenti Come tromba che scuota i giacenti. Ma qual ira fatale riarse La freschezza dell'alma sì presto? Perchè il riso sì ratto scomparse? E perchè sulla fronte un sì mesto Velo stese la cura sì amara, Come il manto che cuopre la bara? Fanciulletto alla scuola del mondo Venni; – e il mondo una coppa funesta Mi accostava alle labbra; – un profondo Sorso bevvi, – e una morte fu questa: – Ahi! letale del mondo è la scienza! È la morte del cuor l'esperienza! L'avvoltoio del dubbio mi rose Ogni fibra vitale, ogni forza; Mi recise le candide rose Della speme, e il suo fiato, che ammorza Ogni tinta più vaga e serena, Come sangue mi corse ogni vena. Io ricinsi d'un funebre velo, Vel tramato a tristissima scuola, La magnifica faccia del cielo Che allo spirito è sì calda parola, Quando vive lo spirito immerso Nel calor di un amore universo. Io non vidi nel mondo, che un moto Alternato di vita e di morte; Un destino di ferro, che ignoto Tutto stringe in ignote ritorte; Esclamai: – muore l'alma! – e al desire Chiusi l'ale, e negai l'avvenire. E guatando la Storia, – un volume Dove scrive col sangue il Delitto, Dove scorre qual onda in un fiume Delle schiatte il veloce tragitto, – Uno spazio guatai di dolore, Dove geme chi nasce e chi muore. E la gloria un'immagine muta A me parve, – una stella cadente, – Una voce fra breve perduta Nell'immenso silenzio del niente: – A che muoversi? – io dissi; e mi tacqui, E in un ozio codardo mi giacqui. E rimasi nel vuoto; – e la vita Mi pesò come un grave martiro; E se amai, fu passione smarrita Nel deserto, – un solingo sospiro Fu l'amor; – nelle tenebre incerto Brancolai bestemmiando il deserto. Ho voluto il deserto, – e di pietra Mi son fatto un guanciale, – e la fossa Ho scavato al mio cuor; – nè s'arretra L'alma omai dal cammin dove ha mossa L'orma; – indarno la innalzo alle sfere, Nelle tenebre è morto il pensiere. E la Patria? – Una Patria mi resta, Ma prostrata così, che non spira Altra vita nel cor della mesta Che un dolor muto, cupo; – e rimira, Nuova Niobe impietrita dal duolo, Ogn'istante cadere un figliuolo. Perchè vivi tu dunque? Un acciaro, Un veleno non hai? Perchè tremi A spezzare quel calice amaro? Che ti fai del letargo in che gemi? Perchè vivi? Un incanto t'ha vinto? – Io nol so; – forse vivo d'istinto. – La mia pallida pallida stella È al tramonto d'un triste viaggio; Chi le infonde una vita novella? Chi le rende l'allegro suo raggio? A quest'anima morta chi dice: – Su, rinasci, novella Fenice? – O miei giovani giorni, potete Rimontar la corrente? – Venite, Anche nudi di gioia, – adducete Solo il pianto; – è una gioia più mite; E se il cielo un'ammenda ha pensato Al dolore, la lacrima ha dato. Ma un altr'anno di vita è già spento, E tremando lo conta il pensiero; Del passato non torna un momento, Il futuro è velato di nero; Il passato è un rumore trascorso. Un ricordo dolente, un rimorso. Qual fragranza dal fiore degli anni Ho spremuto? – Il mio cielo natio L'agitava con tepidi vanni, Gli vestiva dell'iride il brio, Lo drizzava gentile all'amore, Educava alla Patria quel fiore. Ma quel fiore mal crebbe; e le foglie, E l'umor gli corrose un veleno; Dissipate le pallide spoglie Son fuggite dei venti nel seno; La rugiada d'un placido cielo Più non bagna che un arido stelo.

L'IMMORTALITA' ― 1842 ―

È il pensier della morte uno sgomento, Dove lo spirto s'inabissa, e il cuore; Il cielo empie d'un funebre lamento, Oscura il Sole, e inaridisce il fiore. Lo sguardo informa, e suona nell'accento, Uccide ogni speranza, ed ogni amore; Misura unico il tempo, e in un momento Un secolo concentra di dolore. E l'agonia dell'anima immortale, Finchè strascica inerte la catena Del mortal fango tra le torte vie. Ma s'illumina, e sorge, e batte l'ale, Angiol di Dio, se in lui penetra appena Uno spiraglio dell'eterno die.

NAPOLEONE FRAMMENTI[22] ― 18...? ―

E tu cadesti, o re; ma sul tuo fato Il silenzio non giace, onde l'umana Plebe è coperta; E la storia del tuo nome solenne Coi secoli si muove. Eri di donna Nato, e spirto caduco in te si chiuse Come nel volgo dei mortali, o l'alta Armonia delle sfere alla tua creta Trasfuse alito eterno? Sento, che il mondo ancor geme dell'orma Delle tue piante; – ahi! dunque in sulla terra Non ti guidò l'amore . . . . . . Chi misurarti Col pensiere vorrà, se il tuo fantasma Ratto venne, e disparve, alle atterrite Genti mostrando Mille faccie di tenebre e di luce? Quand'io mi sporgo sulla tua grandezza, Mi coglie la vertigine. Chi sei, O crëatura del mistero? Il mondo Forse nol saprà mai. Nume, o demonio, Ti chiameranno incerti; – e il tuo concetto Forse l'inferno racchiudeva, e il cielo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il fiore Della vita per te crebbe solingo E nero, ed aura nol nodria feconda, E amor non lo guardò. Nell'ora Dei mesti sensi, – quando cade il Sole, E sopra la natura si diffonde Addolorato come il guardo estremo D'un amico, che muor, – piangesti mai? Il vïator, che tenta le tempeste Dell'antico Oceáno, andrà tremante All'Isola romita, ove il tuo Genio Impotente si giacque, o sventurato. E la mente commossa andrà cercando Per l'ombre della morte il tuo fantasma, Che scongiurato apparirà. Funesta Luce balenerà sulle tremende Sorti dell'uomo, e gemerà . . . . E se mai le ridenti illusïoni Ti rinfrescavan di fiori la fronte, Il dolor li appassiva; E la tua fronte, pallida, atterrita, Trono severo d'un pensier di morte, Cadeva a terra. L'Aquila gloriosa, Del cenno tuo terribile ministra, Che tra gli artigli un dì portava il mondo, Or s'è conversa in avvoltoio, e nido Fa nel tuo cuore. Lungo le deserte Rive dell'Oceáno il mio pensiere Scorge l'anima tua, che insegue l'ombra D'una potenza, che passò. Delirio Supremo d'una mente imperatrice È il tuo delirio. A che nel dì fatale Non ti ascondesti nel sepolcro? Nei silenzi della notte, quando La vision dello spirito è più chiara, Gemi profondo, e chiudi gli occhi, e d'ambe Le man serri gli orecchi. Oh! che intendesti? O minacciosi vedesti agitarsi I milioni delle anime sprecate Nelle tue cento inutili vittorie? Fulminato è il Titano; una ruina Vasta cuopre un impero, e l'atterrito Sguardo delle nazioni al ciel dimanda E alla terra dov'è la man, che tanta Forza prostrò. – Non fu mano creata: Dio ti percosse . . . . . Quanta passione ti salì nel cuore Il dì che la Fortuna ti gridava: – Non sei più re, Napoleon? – quel grido Ti corse tutta l'anima eccitando Le note più solenni del dolore. E fu dolor, che un'anima infinita Appena conteneva, – e a tanto peso Non so come reggesti; – e la Follia Forse dell'ala ti strisciò la mente, Ma tu nascesti forte, e la superba Testa portò il dolor come portava Un giorno la corona. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il Guerriero morì, nè il capo stanco Morendo abbandonò sopra gli allori, Nè il sospiro mischiò dell'agonia Col sospiro dei forti. Entro al silenzio Della natura si disperse il Grande. E solingo spirava ai giorni antichi Catone, allor che un fato iniquo E una virtù, che il mondo oggi sconosce, Di terra in terra travolgean ramingo L'ultimo dei Romani. Sulle arene di Libia inospitali Venne traendo l'anima indomata; E poichè fremer si sentì da tergo Di Cesare il delitto e la fortuna, Chiamò la morte, e intemerato un ferro Si ascose nelle viscere. Libertà d'un santo Amplesso a lui cinse lo spirto, e insieme Nei cieli si confusero. E la Sventura Parte scontò del tuo delitto, o forte, E velò d'una lacrima il soverchio Raggio della tua gloria: – e forse un giorno Pellegrini verremo alla tua tomba, Dove or siede custode la vendetta Dei regi che tremarono, e un sospiro Alle deserte ceneri contende. E la Sventura eterna ha sulla terra Una religïone, – e nel sepolcro L'uomo non va, se prima non l'adora. E la Dea più tremendo sacrificio A te chiese, che agli altri; – il pianto chiese E il servaggio dei popoli, – e tu desti La servitù col pianto; – ed eri allora Sacerdote e non vittima, e calcasti La crëatura come pavimento; E confitta per sempre la fortuna Credesti aver sotto le piante, – e forte Eri fra tutti i forti, e la tua spada Simile al raggio del Pianeta eterno Girò sull'universo. Ancor la terra Lo scalpito rammenta del cavallo Che ti portava alle vittorie, – e vinti Fur tutti, – anche la patria. Più non avesti freno Dacchè vedesti i popoli agitati Giuoco della tua destra; – e un riso amaro Dei mortali ti prese, – e il firmamento Forse afferravi col pensier profondo, Pensier, dove fremea l'onnipotenza. A mezzo il corso Cadesti; e quando il tuo pensiero anelo Si affacciava al futuro, era un'immensa Di tenebre pianura l'avvenire. Un'eterna Religïone adunque ha la Sventura Dai mortali adorata, – e un sacrificio Più che agli altri tremendo a te chiedea, E ti rapì la folgore di mano Onde al suo truce simulacro un mondo Immolavi, e la forza ti fugava Dal braccio onde squassasti un dì la vita Delle nazioni. Uomo tornasti, e tutta Sentisti l'umiltà di nostre sorti.

IL DÌ DE' MORTI[23] ― 18...? ―

Era il dì dei morti, e i sacerdoti e pochi vecchi piamente pregavano a Dio la pace dei Defunti, – e la brigata delle donzelle e dei garzoni lasciviando si dava alla gioia; ma non era la gioia, – sapea più di baccano, e moveva da crassezza di sentire; ed io maravigliava come le anime nostre fossero sorde alla voce sempre solenne della morte. – Ma di chi suona la solinga preghiera della carità? – Era una giovanetta nel tempo dell'amore, che pregava in disparte, e dalle vereconde sue forme spirava un sorriso di dolore, a quella guisa che si dee sorridere in Paradiso, ed essa guatava sentitamente le fosse dei nostri padri con una mestizia dolce, e sicura, affidata di certo della sua innocenza. Io la fissai, – e il raggio della bellezza e del pudore mi acquetò per un istante la tempesta dell'anima; e pel momento che la vidi spuntò un fiorello tra le spine della mia vita. La bellezza mi parlò al core poeticamente, ed io sentiva in quel punto di esser poeta. Ah sì! la poesia debb'esser la favella dei beati, poichè per parlarla bisogna disciogliersi dal viluppo dell'umanità. – Chi toglie il velo delle lusinghe alla vita scuopre la morte. Ed io rivestii di care lusinghe la vita, e più non vidi la morte.

IN UN ALBUM ― 1839 ―

Noi ci siamo veduti una volta sola, o Signora, ma senza occasioni d'intimità, senza poterci conoscere ed intendere a vicenda. Pure voi non mi uscirete più mai dalla mente, perchè il suono della vostra voce sollevò dentro di me un tumulto di memorie potenti. Voi mi riportaste a Genova, dove la Virtù Italiana non è spenta affatto, dove ho vissuto cogli affetti i più begli anni della mia esistenza, dove sono stato fratello d'anima a molti generosi,...... Io vi ringrazio, o Signora, perchè senza saperlo voi mi avete fatto un gran bene; perchè voi, sottraendomi per un tratto ai dolori abietti del presente, mi avete fatto rivivere nel passato, mi avete rinverdita la speranza, rinvigorita la fede nell'avvenire. Voi m'avete fatto sentire più intenso il desiderio d'un vostro concittadino, del quale ho letto pochi versi in questo Album. Serbate con reverenza quei versi, perchè sono un brano palpitante d'una grand'anima, che il mondo non ha per anche compreso. Teneteli cari come una santa reminiscenza, – o non foss'altro come un'ammenda onorevole alle scortesie, o alle freddure, che altri per avventura abbia potuto scrivere in questo libro. ― Accogliete queste mie parole non come un'arida formula di convenienza, ma come un'effusione di vivissima simpatia.

UN SOGNO ― 1839 ―

Il 5 Marzo 1830 ad alta notte mi addormentai, e feci questo sogno.

La serva entrò in camera mia, e disse: – signor padrone, sono accecata. Due persone hanno picchiato all'uscio, ed hanno dimandato di Lei; io appena le ho guardate in faccia son diventata subito cieca: – A queste parole feci un atto, ed una esclamazione di maraviglia, e intanto le due persone entrarono. Erano Giovanni P.*** e sua Madre, ambidue morti di fresco. Conservavano la figura e le sembianze naturali, come quando erano vivi, se non che negli occhi e nel sorriso traluceva loro un non so che d'immortale. Al vederli io restai reverente e commosso. Giovanni mi abbracciò e mi baciò; sua Madre mi strinse cordialmente la mano, e disse; – veniamo a ringraziarvi di quello che avete fatto per noi, e specialmente per il mio Giovanni. Partecipate i nostri ringraziamenti anche agli altri vostri amici. – Allora io dissi: – Signora, tra questi miei amici ve ne sono tanti dei poveri; sapreste darmi tre numeri al lotto? – La donna con atto amoroso mi diede un leggiero schiaffo, e disse: – così rispondono gl'immortali a certe dimande. – Io restai un certo tempo umiliato e compunto, e poi ripresi: – vedete, voi siete venuti da me, ma io sono un povero diavolo, ho la stanza vuota e disadorna; non ho tampoco da offrirvi da sedere; e quei due spiriti risposero sorridendo: – noi non siamo mai stanchi. ― Non ho neppure, – soggiunsi, – da farvi un poco di rinfresco, – e rimasi come mortificato. Allora Giovanni si levò di seno un vasetto di forma insolita, ma elegantissima, di una materia preziosa, bellissima, che rifletteva tutti i colori dell'iride, e facendomelo odorare esclamò: – senti, questa è l'ambrosia, il nudrimento degl'immortali: – Odorai, e caddi assorto in un'estasi dolcissima, ineffabile, nella quale mi parve di giacere lo spazio almeno di quattro secoli. Alla fine mi riscossi, e rividi quei due, e dissi: – ma io ho dormito almeno 400 anni? ― Neppure un minuto secondo, – rispose Giovanni, – questo è un lampo della vita immortale. – Io stetti un poco sopra di me, e poi dissi: – ma dunque, o Giovanni, c'è veramente un altro mondo? – Ed egli rispose: – c'è Dio, e c'è un altro mondo. – Queste parole mi scossero tutto, e mi fecero pensar profondamente per un tratto di tempo; poi dimandai: – e chi ci viene nell'altro mondo? ― Ci vengono quelli che soffrono, – mi fu risposto. Io curvai la testa sul petto, come per raccogliere le idee; stetti qualche tempo in quell'atto. A un tratto rialzando la fronte, preso da un impeto subitaneo, interrogai: – ma Elena? – Giovanni allora disse: – Elena è santa fra tutte le Sante, è un inno di fuoco; è la più bella e solenne nota d'amore, che canti dinanzi all'eterno. Ella vede e sente il dolore di sua Madre; e si strugge per lei, e vorrebbe venire da lei; ma quando fa l'atto di partirsi, Dio l'afferra, e se la chiude nel cuore.

Notes in this chapter

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