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Scritti editi e postumi

Note 3 — PRIMA PARTE. SCRITTI ORIGINALI. (continued 2)

Reading edition

Qualche distrazione pur valse talvolta ad alleggerire il peso della noia sì vivamente sentita e dipinta dall'Autore. Il suo spirito si effondeva vivace, e poteva eccitare il sorriso anche nelle angustie del carcere, poichè gli era concesso di conversare scrivendo co' suoi concaptivi. E lo provano alcuni Capitoli, diretti ad uno fra loro, de' quali crediamo sufficiente offrire ai Lettori alcuni frammenti. Non mancano in essi la purezza, l'abbondanza, la vivacità dello stile, ond'ebbero vanto di Classici alcuni Scrittori italiani, specialmente del Secolo XVI, per siffatto genere di componimenti. E se questo non è avuto in pregio e consentito egualmente ai tempi nostri, giova rammentare come nascessero, e dove, i versi che seguono.

A MESSER AGNOLO

CARCERATO CONTENTO.

Agnolo, ho in capo il ticchio della rima, Nè mi occorre argomento altro, che il vostro; Segno chiaro d'amore, o almen di stima. Che fareste altramente in questo chiostro, Se non scriveste? E a me non manca nulla; Ho pagato la carta, e ancor l'inchiostro. E poi la Musa mia è una fanciulla Di garbo, e non ha odio a chicchessia, Ma tratto tratto salta e si trastulla; E canta una canzone in melodia Festosa, e alfin si cheta, come un vento Lieve, che agita un fiore, e poi va via. Ma torniamo di botto all'argomento, Non divaghiamo, – che se no, si sfuma Il mio vapore, e il fuoco si fa spento. Che debbo dir di voi? chi il sa? la piuma Dell'ingegno è già cionca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ma non levate a Dio vostre querele, Agnol, chè potria dirvi: olà, tacete; Pei vostri falli questo è un pan di miele. Chi sa, che avete fatto? Io, se non siete, Pur vi credo un buon uom; ma Dio ci vede Anche nel buio, ed oltre la parete. A vedervi in prigion non ci si crede, Avete l'aria dell'Angelus Domini, Siete il ritratto della buona fede. Nondimeno alle volte son quegli uomini Appunto come voi, che fanno un sette Apparir per un cinque; – e se predomini In cotestoro il vizio, o se le rette Arti della virtude, ella è una cosa, Che di subito in chiaro non si mette. Se devo dir per me, siete una rosa Candida, e ve lo dico con tal cuore Che il mio parlar non ha mestier di chiosa. Voi siete un pan di zucchero, un amore Senz'ali e senza freccie, ma con gli occhi; Voi siete un Santo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ― Che serve esser Santo, e le faville Mandar celesti dall'accesa faccia, S'Ei non sa scivolar come le anguille Dai Birri? ― E voi pur deste in quella caccia, Agnolo mio! e via San Giovannino Che disse il dì che più l'amata traccia Del vostro piè non vide? ― O mio vicino, – Disse la strada, – sei forse in un forno? Dove ti celi? sei forse in un tino? Mostrati, – il Sole è quasi a mezzogiorno; Vedi il villan coi polli, e col canestro. Che fiuta il tuo consiglio, e gira intorno. Ratto corri allo studio, ed il maestro Tuo bel labro di nuovo oda la gente; Scrivi col pugno sinistro e col destro. Accarezza la gola del cliente; Dàgli una presa di tabacco, e poi Accompagnalo all'uscio umanamente. ― Sì disse: ma poichè seppe che voi Eravate in prigion, non si sa come, Mandò per tutta Pisa un oi oi. Trecento volte vi chiamò per nome Quella povera strada, e senza modo Si graffiò il viso e si stracciò le chiome. Non lo dico da burla, ma sul sodo, Un tegolo perfino si commosse E venne giù a sapere il quando e il modo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ma voi ci state come stare a letto In prigione, ed è cosa, a dire il vero, Che mi ha messo nel capo del sospetto. Svelatevi, parlatemi sincero; Io vi credo un buon uomo, ed io vi credo Un uomo bianco ancor che siate nero; Ma quando sì rassegnato vi vedo, E intendo il vostro placido discorso, Voi mi fareste rinnegare il Credo. E dico: – egli è una prova del rimorso Quello star quatto quatto, e se di colpa Non fosse reo, darebbe un qualche morso Almeno al ciel, che gl'innocenti spolpa Così del poco ben che regna in terra, E non ne dà ragion, nè si discolpa. – Agnol, sentite: io vi farò la guerra, Se non mutate stil, se non cessate Di viver come un morto sotto terra. Voglio sentirvi taroccar, le ingrate Stelle accusar voglio sentirvi, e un suono Vo' sentir misto d'urli, e di pedate Contro la porta; e tanto sia il frastuono E il nabissare e il baccano, che ognuno Più non vi adori come un Santo buono. Ira e dolor manifestate, e il bruno Mettete al fiasco, ma non lo rompete, Che non vi è dato regger quel digiuno. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Agnolo mio dabbene, Agnol gentile, Andate sulle furie, io ve ne prego, E la mia prece non abbiate a vile. Se non v'imbiestalite, io me la lego Al dito, ed ho memoria sì vivace, Che sull'offese non dà mai di frego. Se al mio comando siete contumace, Vi farò guerra sino al finimondo, E non varrà che dimandiate pace. Star contento in prigione, e far giocondo Viso ai rabuffi di sì rea fortuna? Io nol so concepire, e mi confondo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . E quanto al ber, ci vuol discrezïone; Farlo in presenza a tanta ribaldaglia È un affogare la riputazione. È ver che avete di sì buona maglia Fatto il cervello, che puote una brocca Di vin, come potrebbe un fil di paglia; Ma bussar tratto tratto alla bicocca Di Rebecca, e ordinarle un boccaletto, E farvelo di più mescere in bocca, È una tal cosa che a un uom provetto Sconviene, e giudicare a voi la lascio; Una mano mettetevi sul petto. Voi mi risponderete, ch'io vi accascio Sotto questo Capitolo, e che in fine Smetter dovrei, dovrei legare il fascio. Datemi la ragione, e le terzine Cesseranno, e se no, tenete in cuore Che ancor v'inseguirò colle quartine. Per or finisco; e in segno del mio amore Voglio, che vostre laudi non sien mute: Avvocato, Poeta, e Bevitore, Trinità formidabile, salute!

A MESSER AGNOLO

BEVITORE NON PLUS ULTRA

E soprattutto nel buon vino ha fede, E crede che sia salvo chi ci crede. Morgante maggiore.

Agnol, voi siete vivo, e mi rallegra Sì la notizia, che già sorge in alto L'anima, che giacca chinata ed egra. Agnol, dall'allegrezza ho fatto un salto; Agnol, dall'allegrezza ho fatto un trillo, E l'ho cantato in chiave di contralto. Se voi vedeste come in viso i' brillo Al sentirvi sì gaio e impertinente, E vispo più che a primavera un grillo; Voi mi dareste un bacio di repente, E mi direste: – Dio ti salvi, o Carlo, Dio ti salvi con ogni tuo parente. – Pace per questo non darovvi, e il farlo Non è nel poter mio, sono un tormento Per voi, sono il demonio, il vostro tarlo. Vi sono un pruno dentro un occhio, un vento, Che vi soffia tra mezzo alle lenzuola; Sono per consumarvi un fuoco lento. Nè lascerò di batter la mazzuola, Finchè non oda dimandar perdono Dai vostri labri color di viola. Vedrete s'io ci sono, o non ci sono, E sentirete se il mio verso pela; Dapprima aveste il lampo, or viene il tuono. Strugger vi voglio, come una candela; Voi mi avete sfidato; ebbene, accetto: L'arbor drizzate, e sciogliete la vela. Ma che fareste senza Musa in petto? Sperate forse, che vi voli attorno Come una mosca, o come un altro insetto? Siete, è vero, un bell'uomo, un uomo adorno, Un cicisbeo galante, un mugherino, Un cavaliere fatto proprio al torno; Ma bevete un po' troppo, e intorno a un tino La Musa non ci vien, – non è decoro; L'avete presa per un moscherino? Chiunque ne conviene, – è cosa d'oro Il bere, è cosa buona, è cosa degna, E le taverne meritan l'alloro, E lo portan di fatti per insegna: Ma un limite ci vuole; e quando il fuoco È bene acceso, bastano le legna; E non far come voi, che con un roco Accento ognor gridate: – mesci, mesci; – E quand'anche trabocca, dite: – è poco. Ma che volete il vino giù a rovesci? Ma dite, il vin v'ha fatto la malia, Che ci stareste come in mare i pesci? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Voi per il vino anderete dannato, Non c'è rimedio; – voi fareste tutto Col vino, ci fareste anche il bucato. In una chiesa un dì parata a lutto Entraste a sentir Messa, e dalla fè Sembravate compunto, anzi distrutto, Ma quando il Prete ritto su due piè Alzò il calice in aria voi gridaste: – Don Girolamo, lasci bere a me, – Agnolo mio gentil, voi m'ingannaste Una volta nel dir, che tre sirene Vi regnavano in cuor leggiadre e caste; Eran tre damigiane piene piene. – . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Agnol, voi siete il vino in corpo umano, E voi sarete il vino sotto terra, E chi il negasse negherebbe invano. Voi mi diceste un dì: – se vien la guerra Vo' portare una pevera per casco, E far con una botte il serra serra. – Diceste ancora: – s'io morto non casco, Giuro sull'uva bianca, gialla, e nera, Che mi farò una casa come un fiasco. – Voi siete per il vino una bufera, Una tromba marina, e un vostro dito Alza un barile come altri una pera. Bevete in ogni lingua e in ogni rito, In istil di tragedia, e in stil di farsa; Or bevete arrabiato, ora contrito. A definirvi la parola è scarsa, Voi siete tutto sopra questa scena; Non pensate, non siete una comparsa. Bevete all'aria torba e alla serena, E il vostro bere è tutta una bevuta Da colezione fino a dopo cena. Voi bevereste infino la cicuta Mescolata col vino, e il vetriolo Tinto in rosso berreste all'insaputa. Anche l'aceto, il so, vi va a fagiuolo, Perchè è parente del vino; e, se matto Diventate, credendovi un orciuolo Ammattirete; e, questo è un detto e un fatto: Non v'ho sentito io spesso in voce chioccia D'un'estasi esclamare nello scatto: – Com'è vaga la forma della boccia! E se piovesse invece d'acqua vino, Bramerei convertirmi in una doccia. – Agnol terrestre, e Poeta divino, E Avvocato Pisano in un'essenza, Voi siete un bevitore uno e trino. Siete del ber la pratica e la scienza, Un'osteria colle mani e co' piedi, In genere di fiasco una potenza. O sommo Giove, è ben che ci provvedi, Non tinger più le nuvole di rosso; Se no, cose vedrai che tu non credi. Quest'Agnolo terren vedrai, che, scosso Il suo carco mortal, si leva a volo, E le nuvole rosse a più non posso T'inghiottisce dall'uno a l'altro polo; E se mai tu facessi il mar rossiccio, In un attimo sol ti beve un molo. Non ti venisse mai, Giove, il capriccio Di scender giù di porpora coperto; Ti vedrei, sommo Giove, in un impiccio. Giove, non ci venir, sii bene esperto, Beve ogni rosso quest'Agnol terreno, Nè mette distinzion fra merto e merto. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Or torno, Agnolo, a voi col mio pensiere, Quando son vosco l'animo mi gode..... Ma che vedo? bevete anche il bicchiere? Agnolo, non lo fate, il vetro rode; S'intende bere! ma bere anche il vetro! Basta! bisogna dir: – voi siete un prode; Un uomo tal, che puote in questo metro Insegnare a chiunque, un corridore Che ancora il vento si lascia di retro. – Moderate un tal poco il vostro ardore, Ci son degli altri che pure hanno sete, Voi stabilite il regno del terrore. Lasciate un po' di vino se potete; Ci son degli altri: e se non siete sazio, Sorbite, quando vengon, le comete. Capisco ben che avete letto Orazio, Ma costui loda il vino, e non comanda Che se ne faccia poi cotanto strazio. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Voi gli volete proprio troppo bene, Il troppo stroppia, e qui voi siete tristo. Del resto siete un uom come conviene, Un uomo che vorranno celebrare Le nove Muse in nove cantilene. E se in Duomo volesse battezzare La vendemmia, dipoi che ha partorito, Chiamerebbe voi solo per compare, S'ella non vi sapesse tanto ardito Da bevervi la madre col figlioccio, Senza lasciargli dare un sol vagito. E a dirvi queste cose io non vi noccio, Nè vi calunnio, chè in questa materia Siete un grand'uomo, e non siete un fantoccio. Siete un poema epico, una seria Cosa davvero, voi siete un abisso Senza fondo, non siete una miseria. E per non esser più troppo prolisso Vo' dirvi cosa che non è una ciancia; Sentite quel che nella mente ho fisso: Il dì che al mondo mostrerò la guancia Di nuovo, in segno di una lieta cosa, Vi metterò un cannello nella pancia, E al popolo darò da bere a iosa.

PANEGIRICO

DI MESSER AGNOLO.

Agnol di nome, e babau di sembianza, Chi dice mal di voi non vi ha veduto, Non vi ha sentito, non vi ha conosciuto, Non ha senno nè in forma, nè in sostanza. Voi non siete un mortal, ma una fragranza Del ciel, che Dio con sè non ha voluto; Un vaso d'elezione giù piovuto, Pieno di vino e di buona creanza. Chi dice mal di voi non ha giudizio, Io lo ripeto, o parla per invidia Della vostra eccellenza; e questo è un vizio, Che vela l'intelletto, una perfidia: Voi non siete un mortal, ma un precipizio Di belle cose; e se vedeva Fidia Quel volto ove s'annidia Tanto raggio di cielo, incontanente Si disperava, e non facea più niente. Voi siete un accidente Nell'ordin naturale, un uomo nuovo, Nato non come noi, ma dentro un uovo. Parole io non ritrovo Per dir di voi chè lo stupor m'imbriglia: Non siete voi l'ottava maraviglia, Un caos, un parapiglia? Voi non avete d'uopo d'un cartello, Nè di chi gridi: – vengano a vedello. – Voi siete un filunguello Quando cantate, e a lode ve lo reco, Se di paura fate morir l'eco. Convenitene meco, Vi fe' Natura, e si grattò l'orecchio, E disse: – questa è seta, e non capecchio. – La testa come un secchio Vi fece, destinandola a capire Un capitale che non può fallire. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Io canterò, nè bramo Mercè: conosco il merito, e l'adoro; Ravviso in faccia vostra il secol d'oro. Vergini Muse, in coro Cantate, come l'Agnol mio gentile Nascesse in Pisa in un bel dì d'Aprile. La Stella del Barile Balenò su quell'alma pur mo nata E l'ebbe de' suoi influssi battezzata. Canta, Musa garbata, Come apprese il Garzone ogni sapere, Si fe' dottore, e diventò bracciere Con sue dolci maniere Di Madama giustizia, che gli vuole Un ben, che non si narra con parole. – E tu mi sembri un Sole, – A lui dice Madama; ed ei sospira, E gli occhi a guisa di lanterne gira. E la voglia mi tira Di seguitare a dir; ma come fare A metter la mia barca in tanto mare? Io mi sento gelare; Nelle vostre virtù mai non si approda, Voi non avete nè capo, nè coda. La lingua invan si snoda A nuovo canto; immenso è l'argomento: Voi siete un astro, io sono un lume spento.

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