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Saggio di ricerche sulla satira contro il villano

APPENDICE

Reading edition

1. LA VITA DE LI INFIDELI, PESSIMI E RUSTICI VILANI

[Museo Civico e Raccolta Correr di Venezia. Catal. Cicogna, n. 1248. Cod. cart. del sec. XV contenente un trattato di medicina; a f. 89t si legge questa satira contro i villani, di cui noi diamo qui la parte più importante per il nostro studio[258]].

Rustici vilani, Che in tanti affani Semper estis, Et uestra vestis De marzo bixello, 5 Dentro del uostro bursello Non habetis numos, Inter dumos Cum li piedi discalçi, E cum li falzi 10 Inciditis herbas Inter merdas De le uostre uache Cum chali e rache In corpore toto. 15 E di choto Mille volte al sole Ayo e cepole Cum l'aqua pura. Ex mestura 20 Mangiati el pane[259]. In le capane Fumo refertis; Parum differtis De li uostri animali, 25 In boschi e ualle Semper statis, Et a soldatis I primi robati. Vui siti pelati 30 Ex omni parte; Ogni arte Ognuomo vi refuda, O zente cruda, Peior hebreis, 35 Et in deis Nulla fede. . . . . . . . A la roxata El dì e la note; E sono remote 40 De uui le piume. . . . . . . . Rare uolte Vuy pagate le colte. . . . . . . . El vj conuiene mangiare Radices et herbas 45 Multas acerbas, Cum aqua de pessina; E la mattina Ad laborandum Et stentandum 50 Semper per altruy. Chi fa bene a vuy Stulti putant Non arbitrant, Che dio habia per male, 55 Zente bestiale Vbicumque sitis; Et quando venitis A la citade, Per le strade 60 Pueri clamant[260] . . . . . . . Et quando intratis In la barbaria, El maestro ve pia Cum blandiciis 65 Et cum deliciis, Vi mette a sedere, E cum più sapere Facies lauat; Et prima cauat 70 L'aqua de la ramina, E cum l'orina Eam dissoluit, Et uos inuoluit In qualche pexa rota, 75 E la ballota Ex merda pura Aspra e dura Come uno muro; E cum uno rasoro 80 Dentato e grosso Che ve rompe la faza Ognomo solaza. Homines rident Quando vident 85 Li uostri dañi. Pezo dei cani Vos infestant, Et molestant Ogni uostro bene. 90 E spesso vi uene In carceribus Cum pedibus In feris Similes feris, 95 Ben ferati E poi ligati Toxi raxi e neti Sine pane. Le uostre lane 100 Sono molto grosse, Hauete dure le osse Per tanto stentare. . . . . . . . Perchè in vuy regna Ogni malizia 105 E ogni tristitia E siti ignoranti Tuti quanti, Mendatori Robatori, 110 Li uostri errori Si purgano cusì Como vedeti Che siti tractati, Perchè non vi leuati 115 Troppo in alteça. La uostra aspreça Ve fa stentare El dì e la nocte . . . . . . . Non haueti mai bene: 120 Nati in pene Serui seruorum Asini asinorum Maledicat uos deus, In secula seculorum 125 Amen. Ab insidiis diaboli et signoria de villano et a furore rusticorum libera nos domine.

Questa Satira contro i Villani si può far rientrare, specialmente per la chiusa parodica, in quel gruppo di componimenti parte in volgare e parte in latino, chiamati «farsiti» in Francia, e in Italia «disposti,» di cui ha parlato il Novati[261] studiando la Parodia sacra nelle Letterature moderne. In quanto alla lingua possiamo ricordare quanto fu detto dal Mussafia intorno ai Monumenti antichi di dialetti italiani[262], dal Raina sulla Storia di Stefano[263], e da altri; e per quanto riguarda la prosodia, come osservava il Biondelli[264], questi componimenti poetici informi dei primi secoli sono da ritenersi come prose rimate, quantunque molte volte non si abbiano nemmeno delle rime, ma delle semplici assonanze.

2. CAPITOLO SATIRICO

Il seguente Capitolo satirico contro i Villani è contenuto in un volumetto miscellaneo della Trivulziana, segnato [47, 1] in-4º, car. got. mm. 160 × 110, fol. 11, s. l. n. d. probabilmente della fine del secolo XV o del principio del XVI[265]; nel titolo stampato sulla custodia moderna, il Capitolo che si legge nel fol. 9 r. e t. e quello che noi ripublichiamo, che occupa i fogli 10 e 11, sono attribuiti a Cecco d'Ascoli. Il primo Capitolo è una delle solite serie di proverbi tanto frequenti nella fine del sec. XV, ed è per noi importante soltanto per l'attribuzione che vi leggiamo negli ultimi versi:

e quisti versi sono provati cecho d'asculi fo l'autore Finita la frotola al vostro honore.

Ci limiteremo a parlare del secondo. Tutti i poemetti popolari italiani della preziosa collezione trivulziana hanno nel primo foglio una nota manoscritta dell'abate Carlo (1715-1780) che aveva l'abitudine di fare delle annotazioni sopra ogni opera che acquistava, e di riportare, per le opere anonime, le supposizioni che correvano in quel tempo tra i bibliografi. Non abbiamo alcun dato, eccetto quello fornitoci dagli ultimi versi del primo Capitolo, per poter accertare la verità di questa attribuzione del secondo Capitolo satirico allo Stabili. Il Novati, pubblicando alcune lettere giocose attribuite all'Ascoli[266], nelle quali è fatta con molto umorismo l'apologia della potenza sovrumana del denaro, osservava che, a meno di non voler ammettere che nel secolo XV esistesse un oscuro poeta collo stesso nome dell'autore dell'Acerba, esse andavano certo in quel tempo sotto il nome dello Stabili, ma il Castelli le ritiene apocrife[267]; molto probabilmente anche questo Capitolo, in cui, prima della Sferza, erano raccolte tutte le accuse che si scagliavano in quel tempo contro i villani, se non uscì dalla penna dell'infelice astrologo di Carlo duca di Calabria, era attribuito certamente a quello spirito bizzarro. Possiamo vedere qualche accenno, per quanto vago, di satira contro i villani, anche nelle lettere giocose attribuite dal Novati allo Stabili; così nella prima, l. 5: «Villani, rustici, et vani vos (denarii et floreni) habentes, sapientes et nobiles reputantur, tenentur et amantur......» e nella seconda, l. 13: «Ubi nos sumus (denarii) ibi superbia invenitur, facimus natos de stercore nobiles nuncupari.......» Nella seconda specialmente, come è facile vedere, l'anonimo autore raccoglie la nota storiella della vilissima origine del villano che abbiamo incontrato per la prima volta nella satira del Matazone, e colpisce l'alterigia dei villani arricchiti a cui già aveva accennato nella prima, e che doveva essere in quel tempo uno dei temi prediletti di satira[268].

Nel riprodurre dalla rara stampa della Trivulziana questo Capitolo attribuito allo Stabili[269], non abbiamo aggiunto che la punteggiatura e fatte poche correzioni, essendo persuasi che in questi documenti che hanno scarsissimo valore letterario e sono importanti soltanto per lo studio dei rapporti fra le diverse classi sociali di quel tempo, sia inutile fatica il cercare di correggere i versi ipermetri o mancanti di qualche piede. Molto probabilmente questa satira contro i villani, come quella che abbiamo riprodotto nel Capitolo primo, doveva formar parte del repertorio dei Cantastorie, e in questo caso nel canto si compensavano le differenze prosodiche. Notiamo l'accenno ai versi 53-54 del favore accordato dai villani ai giullari che cantavano sulle piazze le avventure dei Paladini; il pubblico che stava a sentirli era certamente composto per la maggior parte da gente di campagna che accorreva alla città nei giorni di mercato.

O malvaso rio villano da un rabioso cano tu fusti ingenerato; inimico de l'alto dio tu sei maluasio e rio, 5 in corpo a la tua madre comenciasti a biastemare il sancto paradiso. Tu porti in dosso il biso[270] dentro la magagna, 10 per tore una castagna destrugeresti il mondo. E gategia a tondo a tondo e impie la sua testa, ma non ama festa, 15 inimico al degiunare. El villano è traditore le giudeze e doctore, in ogni catiuanza[271] balla e mena (a) danza[272]. 20 L'eretico in la fede Da i cuppi in su non crede. In prima chel uada a mesa, la boca sua s'apresta l'impe il suo botazo,[273] 25 dopo tole il suo botazo el mena e batte l'ale chel par un ocastrello, el fumo i ua al ceruello. E comencia a cingliatare, 30 delle correge il sa ben trare. Dopo tol la chiauarina[274] e quale la stambechina[275] e tira via corrando chel par che l'habia bando. 35 E non po stare poco in chiesa, la panza sua gli pesa el se la frega con le man e poi dixe col piouan: El serìa hora hauer beuto; 40 el mal villan cornuto giamai no po aspetare chel prete se parta da l'altare e che torni in sagrestia. El villan non sa l'aue maria 45 nè alcuna oratione; per sua diuotione el fa gl'incantamenti. El di di san Zoanne vano a trovar la festa, 50 e dicen che moria non po esser di questo anno. Se glie chi canta d'Orlando stan diuotamente: De dio nè di sancti 55 non vol udire niente. El nascere o il morire fano a guisa d'un porcello: mai non s'empe el suo budelo. Son malvagi e mal nasciuti 60 l'uno e l'altro si fan cornuti. Robanse le moglie in villa fra le foglie, e le mandragole fano, e fuori per li piani 65 s'amaciano como cani[276]. Fanno la recolta ogni cosa menan in volta, e consumano el paese; le forche del paese, 70 non li pono castigare. S'el to terren vo' far arare, volen la prestanza. Sempre inganar ti vole, le dopio di parole. 75 El gode a le tue spese. A casa tua è cortese ven con raxon fatta, (h)a sempre qualche natta; ven per traparte 80 e ben sa tutta l'arte. Le gran catiuo e tristo, dopo chel tarà visto venne a casa toa tirato e sempre accompagnato, 85 e castagna apresso al foco e netta le soe ciauate. Dice cha formazo e late e chel ge par un bel piacere. Quando ven po al partire 90 el te dà di cinque luno e mal dice di ciascuno. El mal villan ingrato el to bosco ta tagliato e se lo porta a casa sua. 95 De la gallina che coua non te dà mai pullixino, la le man fatte a uncino. El non teme una frulla[277], perchè la testa i brulla; 100 e se gli uolta il ceruello, a lato porta el cortello, sempre il te menaza cum una malvagie faza, e non uole odire rason, 105 le becho e de monton e come non se vede dauer fioli si crede[278]. El vilan mai pensa ben el tuo bestiame ten, 110 mangiasi il capret(t)o la piegora e l'agneletto e dice chel lupo è stato. El tuo bo ta scortegato, e dice che le morto; 115 per darte alcun conforto, el te porta a cha la pelle, e con sue stracia gonelle par che sia malenconioxo. El mal vilan doloroso 120 dapo' il se na ride, dice al compagno: vide che gli la ho calata[279], e poi de brigata deuentano soldati, 125 e con sue falsitade le dano scaco mato, da poi van difato a casa de suoi villani e si dano sagramenti. 130 A tutti caua gli denti ogni cosa mena a fasso, se questo non mel credi domandane a Pietro Tasso. Se dal vilan dei hauere, 135 mai non te vol pagare se pur tu el fai grauare; rompe la testa al messo, poi gli dà un capon lesso nel suo carniero 140 e poi gli mostra il sentiero. E senza alcun dinaro, el vilan si sta al pagliero. Se ben hauesse desinato el mangia un altra volta, 145 e via fa la ricolta chel par un tamburino; e goza d'acqua in lo vino el mal vilan non vole. Il se adormenta in su le tole 150 el comenzia a sornacchiare[280]; adagio tul poi chiamare, el te responde a bombardele[281], el caga il sangue e le budele, cum l'asino il se alenato, 155 quel porco auinato. Il comenza a sperzurare, biastema dio e la matre, e tole in man la spada, e qui convien che vada, 160 al pezo che po andare; el vilan non sa fare alcun atto honesto, non sa lege ne testo ne alcun comandamento 165 pur che l'habia l'argento, sempre del tuo restella. Sel te mena castela ovasela sei passa per lo canale el comenzia a misurare, 170 e tole via l'usolo e se l'impe con lo parolo el te fa bona misura; senza prete la bateza. Non sia niuno chi creza 175 ch'el vilan dica mai vero, de ogni ben le ligiero. Se tu havessi mille carte il te le mette in bisquizo, per ch'el trota con lo mizo 180 el suo visin l'accusa; el vilan mena la musa e dice che non è uero; ancor non si contenta la tua vigna ha uendemiato 185 e poi dice le tempestato, il ti chiama po a uedere ma el ver non poi sapere. Il vilan vene in citade con le legne sul mercato; 190 in megio gli ha piantato legne di salese o di noxe. Dice chen seche e stasonate, e che di marzo son tagliate; e stassi così apogiato 195 che loyca ha studiato, ch'el par un bel castrone. Lo re d'ogni giottone, le mal bategiato el ta segato il prato, 200 e po acusa el tuo vicino. L'ingrossa di mal fare; el spirito suo crudele a Cristo de del ferro siando in croce posto[282]. 205 A caxa toa vien tosto, e sempre si lamenta e dice: la somenta non credo sia questo anno. El par che sia d'afanno 210 triste e tribulato, ch'el par madonna Honesta[283] ch'el se mente per la gola, el to ricolto inuola et impe il suo granaro, 215 e po cerca comperare, e così rico douenta, perchè le della somenta del traditor Cain. El ceso con lo lin, 220 faxoli cum le roveglie, e tutte l'altre maraveglie il suo terren sa fare. El vilan ta domandato che uol esser tuo compare, 225 e giura su l'altare che non farà mai bene del ben del tuo vicino; la nocte col matino el te roba e va in striazo 230 se in villa tu voi stare per darte alcun piacere, el vilan non te vol vedere. De quel del tuo misere l'ingana ogni daciere 235 e fa d'ogni car doi, e pur a li amisi soi; e questo bon pato fano, s'el vilan te vol salutare el te giura la moria, ceruellari e pomonceli 240 e si dissen vilania . . . . . . . . . . . Chal profondo sian andati A ciò che la somente 245 Del vilan mai non si trovi.

3. CONTRO IL VILLANO

In un cod. miscell. della Biblioteca Comunale di Udine[284], contenente rime dei sec. XIII, XIV e XV e finito di scrivere nell'anno 1469, a fol. 173 si legge, dopo la satira del Pucci contro i villani già più volte da noi ricordata, un sonetto satirico, adespoto, inedito, che noi riproduciamo integralmente[285]. Il sonetto non deve risalire oltre il sec. XV; fu scritto certo ad imitazione del sonetto pucciano, che nel cod. è intitolato: Contro la perfidia del villano.

Contro il villano. Empio, crudele, di umiltà nemico, Villan, ragano[286], pien d'ogni magagna, Nato d'un qualche sterpo di castagna Di tuo padre figliol, più non ti dico. Ritroso fuor d'umanità, rustico Privato d'ogni ben, figliol di cagna Cuor fuora di pietà, che mai non stagna Povro di senno e di virtù mendico. Che zentileza, che costume è il tuo Che pregandoti altrui per tempo o tardo Non fai risposta alcuna al parlar suo? Ben par a me veder quando ti guardo Proprio il vero nemico di Ragione, Et a cui ben ti fa non li sai grado. E già non fu bugiardo Colui che disse: chi serve a villano Meglio seria che si c....... in mano.

4. LA SFERZA DEI VILLANI

Tra le numerose satire che nella seconda metà del secolo decimoquinto furono composte contro i villani, spetta indubbiamente il primo posto alla Sferza contro i Villani; essa deve aver goduto di una grande popolarità, perchè sintetizza tutte le accuse che abbiamo visto lanciate fino a questo tempo contro i contadini, e tra il numero grandissimo di poemetti popolari che uscirono verso la fine di quel secolo e il primo quarto del susseguente deve essere stato certamente uno tra i più diffusi. Il Doni la ricorda nella Libreria[287], e nei Marmi[288] fa dire a Tofano di Razzolina: «Io mi ricordo haver letto anch'io nella Sferza de' Villani, o nel Sonaglio delle donne, se ben ho memoria, che i Romani quando volevan dir villania a uno, che si lasciasse menar per il naso dalla sua donna, dicevano: Colui starebbe bene in Achaia.» La stampa più antica che noi conosciamo di questo poemetto, posseduta dalla Biblioteca Casanatense di Roma[289], differisce notevolmente dalle ristampe che di esso furono fatte nella seconda metà del secolo decimosesto. In primo luogo porta un titolo diverso, cioè Malitie de' villani; questo titolo probabilmente gli venne per analogia dagli altri poemetti popolari satirici di quel tempo da noi più addietro ricordati, cioè Le Malitie delle Arti, Le Malitie delle Donne[290] ecc. che formarono la delizia e il repertorio del popolino in quel tempo, e che, barbaramente raffazzonati, continuano ad essere stampati anche ai giorni nostri. Inoltre si differenzia dalle edizioni posteriori anche per il numero delle ottave e per le silografie; crediamo opportuno descrivere le edizioni della Sferza che abbiamo avuto sottocchio, e quelle ricordate in Cataloghi bibliografici.

I. — L'opuscolo della Casanatense che contiene le sopradette Malitie de' villani della fine del secolo XV si può ritenere, tra le edizioni della Sferza che ci sono pervenute, la più vicina all'originale, se pure non è la prima. Nel primo foglio, dopo il titolo, vi è una bella silografia che appartiene al periodo classico fiorentino[291] rappresentante un pastore nudo, o per meglio dire, mal coperto da una veste svolazzante, che sta seduto ai piedi di un albero, e suona il violino, mentre dinanzi a lui scherzano nell'erba un cane e due pecore; poi le tre prime ottave. Inc. Per far una leggiadra mia vendetta, etc., fogli 4, doppia colonna, ottave 73, in-4º, car. got., senza segnatura nè numero di pagina, s. l. e a., mm. 213 × 139; tienti quest'opra per un buon ricordo || finisce la Malitia dei villani.

II. — Biblioteca Trivulziana. Miscellanea storica, volume III, nº 13, Scaffale 48.

La Sferza dei Villani. Poi una silografia rappresentante cinque villani, uno dei quali viene frustato; indi le tre prime ottave. Inc. Per far una leggiadra mia vendetta, ecc.; e tienti questo per un buon ricordo || Il Fine | In-4º, car. rom., fogli 6, con segn., A, A₁, A₂, A₃, senza numero di pag., s. l. e a., 96 ottave, doppia colonna, mm. 200 × 150.

III. — Biblioteca Trivulziana. Scaffale VI, 3.

La Sferza de | Villani. — Poi una silografia come nel nº II, indi le tre prime ottave. In-4º, car. rom., senza segn. nè numero di pagina, s. l., e a., mm. 210 × 150, doppia colonna, 96 ottave; in fine un'altra silografia rappresentante tre pastori con pecore. Questa edizione ha tre postille di Rosso Martini, Accademico della Crusca.

Queste sono le edizioni che noi abbiamo avuto sotto occhio; della Sferza sono menzionate le altre seguenti:

IV. — La Sferza de' villani, (in ottava rima). Firenze, 1553, in-4º de 6 ff. à 2 colon., fig. en bois, mar. r. tr. d. Vedi: Catalogue de la Bibliothèque de M. Libri, Paris, 1847, pag. 217, nº 1360.

V. — Il dott. G. Milchsack nella Descrizione ragionata del Volume miscellaneo della Biblioteca di Wolfenbüttel contenente Poemetti popolari italiani, con aggiunte di A. D'Ancona[292], pag. 233, nº LVIII, dà la descrizione bibliografica di un'edizione della Sferza, stampata in Firenze nel 1568, in-4º, car. rom., 6 fogli, 96 ottave, colle due silografie da noi ricordate al nº III.

VI. — Nella Bibliotheca Manzoniana, Catalogue des livres composant la Bibliothèque de feu M. Le Comte Jacques Manzoni, Città di Castello, Lapi, 1892, Iere partie, pag. 403, nº 2997, è ricordata la seguente edizione della Sferza: Firenze, G. Baleni, 1588, in-4º, di 6 ff., con due silografie; la prima di queste, cioè quella rappresentante i cinque villani, uno dei quali viene frustato, è riprodotta in questo Catalogo.

VII. — La Sferza de' Villani. — Vicenza, per gli Eredi di Perin Libraro, 1602. È ricordata dal Guerrini, op. cit., pag. 395, nº 105 del Saggio bibliografico delle opere del Croce.

VIII. — Nel Catalogue de la Bibliothèque de M. Libri, nº 1361, è fatta menzione di un'altra edizione della Sferza, stampata in Firenze nel secolo decimosettimo.

Nulla sappiamo dell'autore di questo poemetto satirico; sulla custodia dell'edizione trivulziana da noi descritta al nº II si legge un'annotazione manoscritta, forse di mano dell'abate Carlo, che, come abbiamo detto più addietro, era solito annotare i libri che veniva acquistando: «ottave molto belle e di ottima Lingua. Si vogliono del Giambullari, ma, dice l'abate Tiraboschi, dell'Autore nulla si sa fuori di quello che nella Storia de' Poeti Italiani piacque allo Zilioli di porre senza alcuna prova.» Confessiamo di non aver trovato questo passo nel Tiraboschi, e il conte Soranzo, alla cui ben nota cortesia noi ci eravamo rivolti per sapere se nelle due copie manoscritte della Storia de' Poeti Italiani dello Zilioli che esistono nella Marciana fosse fatta menzione dell'autore della Sferza, rispondeva che le sue diligenti ricerche erano rimaste infruttuose. Bernardo Giambullari, padre dello storico Pier Francesco, visse nella seconda metà del secolo XV e nel primo quarto del XVI; Giulio Negri[293] dice di lui: «Viveva dopo Luca Pulci: scrisse la storia di S. Zanobi Vescovo con due Laudi nel fine in ottava rima, e terminò il Ciriffo Calvaneo di Luca Pulci: scrisse inoltre molti Canti Carnascialeschi ed altre poesie amenissime tutte stampate;» ricorda quindi alcuni scrittori che parlano di lui con lode. Il Giambullari occupa certo un posto distinto in quella accolta di ingegni colti e geniali di cui amava circondarsi Lorenzo il Magnifico, ad imitazione del quale compose i più svariati componimenti, dalla Lauda al Canto Carnascialesco, dalla Novella ai Poemetti satirici. In questi ultimi anni si sono pubblicati parecchi componimenti di questo scrittore, e probabilmente molti altri giaceranno inediti nelle Biblioteche in qualche raccolta di poesia popolareggiante. Ignorato quasi dagli storici della nostra letteratura, siamo certi che l'importanza e il valore del Giambullari andranno sempre più aumentando, quanto più sarà fatta oggetto di studio quella mirabile fioritura poetica popolareggiante della seconda metà del secolo XV che ebbe in Toscana tanti geniali cultori. Sotto il nome di «Biagio del Capperone» fu per lungo tempo creduto appartenente alla Congrega dei Rozzi di Siena, come autore di Sonetti «in stile rusticale;» ma fu dimostrato dal Mazzi che questi appartengono al Giambullari, come si legge in una rarissima stampa del Museo Britannico. A pag. 2 di detta stampa, di cui il Mazzi potè avere copia, si legge: «Sonetti Rusticani Composti per Bernardo Giambullari. Mandati al mio carissimo Giannozzo di Bernardo Salviati Ciptadino Fiorentino. L'anno 1515» a pag. 3: «Sonecti di Biagio del Chapperone rusticani, fatti a Roma a Papa Leone X et altri», dalle quali parole apprendiamo che il Giambullari fu scrittore di poesie rusticali, (il che può rendere più ammissibile la nostra attribuzione della Sferza), che fu a Roma chiamatovi, come i Rozzi, da Leone X, figlio di quel Lorenzo di cui il Giambullari fu uno dei più geniali e imitatori. Se egli non appartenne ai Rozzi, ad essi però è strettamente collegato, perchè può considerarsi come il trait-d'union tra la poesia rusticale del Magnifico e la drammatica dei Rozzi. Al Giambullari appartengono pure: Il Sonaglio delle Donne[294], il Tractato del Diavolo co' Monaci[295], una novella intitolata Una resia che un Demonio volle mettere in un monastero di Monaci, la Contentione di Mona Costanza e di Biagio[296], il Trattato della Superbia e della Morte di Senso, pubblicato ultimamente dal D'Ancona[297], una raccolta di Canti Carnascialeschi[298], molte Canzoni ed è pure ricordato come autore di Laudi dal Gaspary. Se noi confrontiamo la Sferza dei Villani con questi poemetti satirici, troviamo grande affinità sia nello stile, come nella vena satirica e nel fine umorismo; vedremo inoltre come vi siano tra questi e quella delle frasi comuni. Questo complesso di analogie, come pure la forma spigliata e la vivacità festevole della Sferza militano in favore di questa attribuzione della satira all'autore dei sopradetti componimenti. La Sferza incomincia parafrasando il primo verso del secondo sonetto del Petrarca:

Per far una leggiadra mia vendetta.

Anche l'ottava IX delle Malitie delle Donne che potrebbero forse essere dello stesso autore della Sferza, incomincia col noto verso dantesco:

È di natura sì malvagia et ria.

Questi ricordi classici attestano la coltura dello scrittore di questi poemetti popolari. Anche il fatto di vedere nel passo citato dei Marmi del Doni ricordati insieme la Sferza ed il Sonaglio delle Donne può servire ad avvalorare la nostra supposizione, che, cioè, i due poemetti siano dovuti allo stesso scrittore. Diremo ora del metodo da noi seguito nel curare la ristampa della Sferza dei Villani. Abbiamo tenuto per base l'esemplare Casanatense, valendoci delle due ristampe trivulziane per le correzioni più ovvie, ed aggiungendo l'interpunzione e le altre particolarità grafiche dove ci parve opportuno. Così pure abbiamo aggiunte alla Sferza Casanatense le ottave che si leggono nelle edizioni posteriori, perchè dall'esame di esse ci parve indubitato che appartengono al medesimo autore; segneremo tuttavia con un asterisco le ottave in più delle ultime edizioni. In quanto al titolo, abbiamo adottato quello di Sferza de' Villani sotto il cui nome, come abbiamo visto, è sempre ricordata, essendo evidente che il titolo primitivo di Malitie de' Villani fu nelle ristampe posteriori, che erano state sensibilmente aumentate, cambiato in quello di Sferza, forse anche in questo caso per analogia con altri poemetti satirici di quel tempo dello stesso nome.[299]

La Sferza dei Villani.

I. Per fare una leggiadra mia vendetta, disposto son di cavarmi lo stecco, di compilare in versi un'operetta,[300] che suoni Nanni e Tonio e Nencio e Checco,[301] perchè sono una razza maladetta; 5 e per invocation vo' chiamar Ecco habitator delle selve, e de' boschi, dove stanno i crudel' rustichi foschi. II. E come d'Ecco la voce rimbomba in ville in valle, dov'altri lo chiama, 10 Eco faccia i miei versi eguali a tromba, che risuoni per tutto la lor fama,[302] de' rustichi crudeli in ogni tomba, e mettagli in disgratia di chi gli ama: perchè ogni piacere e cortesia 15 che si fa lor tutto è gittato via. III. Non fe' natura un animal più strano, nè più vitiato, nè manco virile sopra alla terra, quanto fu il villano, e quel che non diventa mai umile, 20 se non quando ti porge un po' la mano che necistà lo caccia del suo ovile,[303] se non ti può rubar mercè ti chiede poi dice mal di te se non ti vede. IV. Io ho veduto tanta esperienza 25 già tante e tante volte in vari modi di questa rusticana e ria semenza, che par proprio che un verme il cor mi rodi[304] sì ch'io non posso avere più patienza, et una Sferza fo' con aspri nodi, 30 che sonerà la rusticana setta: la Sferza lor sarà quest'operetta. V. La qual darà manifesta notizia, generalmente dei villan cattivi, benchè interamente lor tristizia 35 non si può dir di quei superlativi, de' quali è da schifar loro amicizia, nè da voler che in casa tua n'arrivi; chè son come il carbon che cuoce o tinge[305], quel villan che par buon, par perchè finge. 40 VI. La prima volta che il villan ti parla, ne viene a te con sì benigna vista, che tu non puoi nella mente assettarla, se non d'avere udito un Vangelista:[306] guardati da quel che sì dolce ciarla, 45 che la sua intenzion drento è pur trista,[307] e viene a te con sì dolce maniera per porti il colpo suo nella visiera. VII. Se ti parlasse superbo et altiero, sa ben che non avrebbe teco accordo: 50 ma egli ha fatto prima suo pensiero, d'esser lui la civetta e tu sia il tordo, le sue parole il vischio a tal mestiero, e simulare il semplice e il balordo; e mentre che ti parla, spesso ghigna, 55 e così ti conduce nella vigna.[308] VIII. E quando t'ha dove volea condotto, e' comincia a scoprire un canestruccio che t'ha recato; tenevalo sotto perchè tu non andassi a santo alluccio[309] 60 credendo che tu sia come lui ghiotto ed aspetti al presente dare il succio;[310] sarà poi un canestro come un nicchio e fiavi drento un quattrin di radicchio. IX. Io ho già visto a' villani comperare 65 più e più volte un quattrin d'insalata o dua, e portar quella a presentare all'oste, ol balio, e sono una brigata;[311] non per amore, ma voglionsi sfamare alle sua spese con quella derrata; 70 se le son donne, tre o quattro rocche porteranno e faran cinque o sei bocche. X. E viene sempre col disegno fatto il rustico fellon di far lo scotto alle tua spese: stu lo inviti un tratto 75 terrà lo invito tuo con questo motto, che per farti piacere ad ogni patto vorrà ber teco, e comincia di botto; e fa lo scotto suo da vetturale, a tuo dispetto se tu l'hai per male. 80 XI. Par che il diavol gli sia nella mascella, et è da ogni man ritto e mancino, e bada a maciullare e non favella, e poco o rare volte annacqua il vino; stu gli ponessi innanzi una camella,[312] 85 non ne fare' rilievo il paterino, mentre che v'è del pan l'altre vivande le schifa come fa il porco le ghiande.[313] XII. Non fia sì tosto poi uscito fuori, che dirà mal di te con chi che sia: 90 e che tu scanni e' tua lavoratori e ognor fai loro qualche villania, e ponti mille falsi e mille errori, e giura per far creder la bugia; se lui ti avrà giuntato se ne vanta, 95 chè gli pare aver fatto un'opra santa. XIII. Quell'altro ch'è cattivo al par di questo, commenda la tristizia che gli ha fatta, e pargli darsi un vanto molto onesto d'un furto fatto, e contalo per natta, 100 dicendo: guarda s'io colsi l'agresto[314] avale al balio, ella mi venne adatta; in mentre che beevo, o la fu bella, gli tolsi una forchetta e poi vendella. XIV. Guarda se questa è di quelle del sacco, 105 e se son gente da far loro onore, aspetta ch'io ho messo più d'un bracco, che mi daran de' lor vizi sentore; parratti che io sia Ercole che Cacco faccia della sua tana sbucar fore, 110 comincio appunto adesso a tor la penna la qual so che non fia di vizi menna.[315] XV. Dico di questa rusticana gregge che non si può fidar di lor col pegno, senza timor di Dio, fede, nè legge,[316] 115 non prezzan nulla e cerca in ogni regno, non so come la terra se gli regge; ma il ciel dimostra ben d'averli a sdegno, che le tante tempeste e gran furori, di venti e d'acque, son per loro errori. 120 XVI. Nessun si può lamentar del Signore, lui ci apparecchia le ricolte grande, Cerere e Bacco ogni anno viene in fiore copiosamente, e molte altre vivande; ma il seme rustican tanto fetore 125 ne spira al ciel, che il ciel poi giù ne spande, grandine, e pioggie, e pessime influenze che Bacco affligge e le buone semenze. XVII. Questo è proprio l'origine del danno, e il giusto pate la pena del reo 130 per le ingiurie che al ciel fan tutto l'anno, quest'asin battezzato Tonio e Meo, che credo certo che all'inferno vanno di lor per ogniun cento del Giudeo, perchè non hanno nè timor nè fede 135 esperienza ognora se ne vede. XVIII. Quanti villan si trova per migliaio che i precetti di Dio s'abbino a mente, certo non credo che ne sia un paio, e non fu mai la più astuta gente; 140 sa ben quanti covon è in un pagliaio, come lo vede o giugnevi rasente, ma non sa già che cosa si sia fede, et a fatica crede quel che vede. XIX. Credo che pochi tra molti ne sia, 145 che abbino della fede cognizione, nè sappin pur ben dir l'Avemaria, nè il Paternostro, o altra orazione, e il Credo parre' loro una pazzia, perchè non hanno niuna divozione; 150 odon la messa poche volte l'anno e quelle per pappar quando vi vanno.[317] XX. Come ch'è la mattina d'Ognisanti, vi vanno perchè il prete dà lor bere, e del pane impepato a tutti quanti, 155 e per la Pasqua come dei sapere,[318] che dà dell'erbolato a donne e a fanti; e i ghiotti, più che l'orso delle pere vannovi tutti, insino a' pecorai, piccoli e grandi che non mancan mai. 160 XXI. Non che vi vadin già per devozione, nè per rimorso d'esserne obbligati, ancor vi vanno con intenzione d'essersi l'un con l'altro ritrovati, chi per chiarire una contenzione, 165 chi per concluder qualche lor mercati, di porci, o buoi, o pecore, o castroni; queste alla chiesa son loro orazioni. XXII. E fanno in chiesa cerchi e capannelle, come fanno a' mercati e in su la piazza; 170 mentre che dicon quelle lor novelle, chi picchia in terra il piede, e chi la mazza, e il prete non può dir messa cavelle, pel cicalio di quella gente pazza, se gli riprende e' ne pigliano il broncio, 175 poi non ti dico come il prete è concio. XXIII. E fanno peggio ancor que' di più anni che que' lor fanciullacci, e quei garzoni; questi paiono in chiesa barbagianni, ovvero allocchi, sempre per cantoni 180 a vagheggiare, e vagheggiano i panni di quelle lor mattote, e' bighelloni,[319] ch'elle son sì di biacca imbrodolate che paion proprio tinche infarinate[320]. XXIV. Quest'è la divozion, questo el timore, 185 quest'è la fede de nostri villani, ignoti e ingrati verso il Creatore,[321] tua perfidi nimici, crudi e strani; e tanta è la stoltizia e il loro errore, ne' domestici luoghi e ne' silvani, 190 che non conoscon mai grazia, nè dono, che ricevin da Dio, sì ingrati sono. XXV. Quanti ne son che faccin conscienza di torre e di voler restituire, ma con tutta l'industria e lor potenza 195 s'ingegnan sempre di poter rapire perchè non temon alla gran sentenza in die iudicij dover comparire, ma quel che ruban più chiaro lo veggio che ne vanno ogni dì di male in peggio. 200 XXVI. Se tu vuoi stare a veder la ricolta in villa, al tempo della battitura tu perdi il tempo, sia o poca o molta, qui giuoca solo aver buona ventura, che se te la vuol fare egli avrà colta 205 la rosa a tempo, che non val tua cura; se el gran battuto el dì resta nell'aia, la notte scemerà parecchie staia. XXVII. Il villan finge di starlo a guardare la notte sotto il monte della paglia, 210 e manda l'oste in casa a riposare, coglie l'agresto e insacca e non lo vaglia, ma del fondo del monte usa cavare perchè vi è poca pula, e poi ragguaglia il monte in modo tal che non si paia, 215 el cane al suo padron mai non abbaia. XXVIII. Ed ogni notte lui coglie l'agresto, et in più vari modi pur che voglia, e mai non pensa di farla pel resto questa tristizia ancora se la moglia, 220 e non ti torrà mai il quinto ol sesto per poco che del tuo dover ti toglia, ma trattandoti bene al suo parere, ti darà la metà del tuo dovere. XXIX. Deh, odi come un rustico toglieva 225 ogni anno el gran sull'aia d'ogni bica, fatte le biche il padron le vedeva e poi non se ne dava altra fatica, el rustico di poi le disfaceva e rifaceva: odi tristizia antica, 230 nel disfarle e rifarle tanto ammacca il gran, che ne trarrà parecchie sacca. XXX. Se il tuo podere è di frutte copioso, non creder che a te tocchin le più belle che te le ruba e vende di nascoso 235 poi dice che gli furon tolte quelle, e mostrasene a te molto cruccioso con dir che non vi può campar cavelle e simulando cuopre sue magagne poi drieto ti farà sette castagne.[322] 240 XXXI. Alla vendemmia quel che egli usan fare non è da dire dell'uva e del mosto, se v'è niun buon vignazzo da mangiare[323] innanzi al tempo l'ha colto, e riposto, dico per sè, e stu ne vuoi serbare 245 e' dice che è al tuo voler disposto, e che ne basta a lui una bigoncia, che è quella che la sua tristizia acconcia. XXXII. E ti si mostra piacevole e largo e che te ne vuol dar per una dua, 250 ma nota ben lettor, quel che qui spargo, auzza se tu sai la mente tua, chè non ti basterebbon gli occhi d'Argo, a veder l'arte e la tristizia sua; quella bigoncia che ripon palese 255 ne vende più di quattro alle tue spese. XXXIII. E se fa il vino e che tu non vi stia, quante mezzine e bigoncie n'attigne mentre che bolle, e' ne bee tuttavia, e poi, allo svinare e' te la cigne; 260 il primo sempre mai vuol che il suo sia poi ti ragguaglia con quel che gli strigne, ma come l'altre cose te lo ammezza, e nel canale o nel tin te 'l battezza. XXXIV. Vientene poi al Dicembre o al Gennaio, 265 al far dell'olio e' ti vuol ristorare, e del grano e del vino il buon massaio che fa sì bene il tuo usufruttare; sempre dell'olio si toglie il primaio che olio vergine si usa di chiamare, 270 che è più dolce e più chiaro che il secondo e non fa mai posatura nel fondo. XXXV. E dice poi: cotanto ve n'è stato; ma non ti dice il rustico fellone che s'ha tolto il miglior et ha lasciato 275 a te l'olio ristretto del sansone, et hallo tutto insieme mescolato, e se egli è sapiente e' dà cagione, che l'ulive eran troppo state in caldo: forse che manca mai scusa al ribaldo? 280 XXXVI. Vientene al tempo della potatura d'ulivi, e viti, e così d'altri frutti, per te fa col pennato, e con la scura taglia per sè i rami grossi tutti, et arde tutto il verno alla sicura 285 alle tue spese, e stan caldi et asciutti; le legne che gli avanzan le divide e fa le parte, e piglia, e poi ne ride. XXXVII. Prima al seccar de' fichi, chi gli coglie al fico, sempre scelgono e' più passi, 290 sia qual si vuole, el marito o la moglie, non creder quelli all'oste si portassi; poi quando alla fornace gli raccoglie, con diligenza un'altra cerca fassi; e finalmente e' più grassi e più belli 295 non creda l'oste aver nessun di quelli. XXXVIII. Chè il rustico quei bei vuol davantaggio, che delle dotte sue si vuol pagare, e serba quelli alle rose di Maggio et a quel tempo gli vuol maritare, 300 e dice: se d'un fico a terra caggio un tratto, chi me n'ha a ristorare? s'io tolgo questi, e' son ben guadagnati, e non gli pare avertegli rubbati. XXXIX. Se tu gli dai a far qualche lavoro 305 di velti o fosse a cotanto la canna, o vuoi insomma strazi il tuo tesoro, come tu non vi se' il villan t'inganna, che massi non trarrà del luogo loro, nè aprirà la fossa a una spanna, 310 nè affonda un braccio che te la riempie senza fognare, e pelati le tempie. XL. Se tu darai alcun bosco a tagliare, in somma, o a cotanto la catasta, in ogni modo e' ti vuole ingannare, 315 guarda pur di non metter mano in pasta; la toglie in somma e la vuole spacciare per l'util suo, e il tuo disegno guasta, e guasta le ceppaie, e in modo taglia lungo, nè poi con la scura ragguaglia. 320 XLI*. Non creder tu che molte ne rifenda, nè ritondi le teste con la scura, perchè in queste due cose è la faccenda, e falle giuste di buona misura, la qual cosa non fa per chi le venda, 325 ma di questo il villan poco si cura fatte le legne adesso, e noi e' frasconi, et empie le fastella di bronconi, XLII*. che sarebbono a schegge sufficienti e lui l'addossa per vicine presto; 330 ma se facessi le legne altrimenti, non farebbe per lui di farti questo, che e' taglierebbe infin ceppi rasenti, poi le rifenderebbe, in quarto, e in sesto, e d'ogni stecco ne farebbe due, 335 per far più somma alle cataste tue. XLIII*. Se a cataste gl'ha a essere pagato, e' te la cigne nell'accatastare; mette pezzi bistorti in più d'un lato, e fagli come ponti ritti stare, 340 e le scheggio rifesse avrà voltato, la scorza con scorza, che fa stare e' pezzi sollevati, e poi ritura con fruscoli le buche e ponvi cura. XLIV*. Et ha tutte le teste capovolte 345 da ogni lato, e mostran bella faccia alle cataste, e più serrate e folte paion le scheggie, e così te la schiaccia; le poche legne fan cataste molte per questo modo, ma questa bonaccia 350 torna in tristizia del comperatore, et inganna te e lui quel traditore. XLV*. Se a tanto la soma fa e' frasconi, farà e' fastelli come covoncini, et empiele di sterpi, di bronconi 355 per farne più, e toccar più quattrini, et non gli serra troppo per cagioni, che non ti pain come son piccini, e se fa in somma quel rustico fello vorria metter il bosco in un fastello. 360 XLVI. Se tu da' un podere ad un villano che lavori altre terre che la tua, poi dir d'avergli dato il sacco in mano perchè ti rubi a tutta voglia sua, di frutte, vino, e olio, e legne, e grano 365 nè vorrà più di te per ogniun dua; se tu ti duoli che ti tolga il tuo, dice che quello ha ricolto nel suo. XLVII*. Se tu dai terre a fitto a niun villano, non far pensiero d'aver mai l'intero 370 dal patto della scritta di sua mano, che ti dimostrerà per bianco nero, dirà che il temporal sia strano per lui, e mai non ti dirà un vero, quando gli fia nociuto il secco, o 'l molle, 375 e così t'avrà giunto dov'ei volle. XLVIII*. Così con la bugia ti fa un resto con buon pensier d'averti strapagato; se tu gli hai dato vigna intendi questo, che 'l tempo non t'avrà mai osservato, 380 quando avrà colto a suo modo l'agresto tirandogli gli orecchi col pennato,[324] o non ti paga, o qualche scusa ha dare che ti convien la vigna ripigliare. XLIX. Se tu gli hai dato sodi da pastura 385 in piano o in piaggia, o prati da far fieno, sempre ti conterà qualche sciaura, o che le bestie altrui state vi sieno, ovver che per la sua disavventura che tutto il giorno le nebbie vi stieno, 390 o veramente che il vento rovaio gli abbia abbruciati che par di gennaio. L*. E sempre mai ti conta qualche indozza[325] per non ti dar l'intero del tuo fitto ch'egli abbi auto, e mente per la strozza 395 il malvagio, crudel, pessimo, ghiotto, ma e' si vorrebbe aver la lingua rozza a mille il giorno senza alcun risquitto, perchè e' son pur come dà lor natura, tutti d'un pelo, e d'una cornatura. 400 LI*. Se tu dai al villan bestiame a soccio, credi che a te tocca a dargli le spese; quando dirà che si sia morto un boccio, quando che il lupo un bel temporal prese, o ch'è in peculio indozzato, e sta chioccio, 405 per la mala vernata sì l'offese che le son piene di rogna e di scabbia, e crede poca lana e trista s'abbia, LII*. per poter coglier ben l'agresto a quella, e d'un toson ne saperà far dua, 410 e sceglier la più fine e la più bella per vestir sè e la brigata sua; almeno un capperone, o la gonnella ti torrà spesso della parte tua, la qual fia piena di croste di lappole, 415 e per rubarti lui fa mille trappole. LIII. Al divider del cacio fa pensiero d'averne men che mezza la tua parte, chè vende le ricotte, il latte, il siero, e poi nel far del cacio egli usa un'arte, 420 che farà il tuo in un certo bicchiero minor che il suo e tien questo in disparte, e farà il tuo come una spugna vano e il suo serrato, e incolpane la mano. LIV*. Se la tua donna dà qualche gallina 425 a mezzo a la tua lavoratore, fa tuo pensier che poi la Mecherina gli chiede da beccare a tutte l'ore, e qualche volta pur quattr'uovolina, gli recherà pur sempre le minore, 430 che ragguagliando l'uova col beccare tu vien la coppia un grosso a comperare. LV*. Se la gli dà galletti a far capponi, ovvero una chiocciata di pulcini, credo n'assaggerai pochi bocconi, 435 che nibio, o volpe, o lor mani a uncini te gli aran tolti, dicono i felloni; se tu nol credi sappil da' vicini, ch'ognor senton gridar: ai, ai, e troia, ah, Mecherina mia, tu sei pur gioia! 440 LVI. Se t'ha dar l'anno due paia di capponi, o qualche serqua d'uova ch'è ne' patti, daratti almen che sia tre gallioni et un cappone infermo che dà i tratti; l'uova piccine serbano i felloni 445 per l'oste, e l'altre vendon questi gatti, che quelle grosse ti farebbon male, e logoran più cacio, legne e sale. LVII*. E' polli e l'uova, fatto berlingaccio, s'indugiano a portarli tutti quanti, 450 che se te gli recassino più avaccio, conosceresti que' galli a' lor canti, ma comunque son giunti tu gli spacci perchè sien triti, a tutti il collo schianti, così dell'uova non vi si pon cura, 455 che se ne rompe una intriditura. LVIII*. Se tu hai aver lin pon qui l'orecchio; di patto fatto quando il poder tolle, daratti qualche lin fradicio e vecchio, di fuor lisciato, e dentro fia capecchio 460 et anco molto ben umido e molle, a te lo dà nel tempo autunnale, e poi le pioggie incolpa e il temporale. LIX. Se la tua donna di state, o il Gennaio dà a far bucato alla Nencia o la Checca, 465 le pare a lei non le costi danaio, ma tanto la crudel ne pappa e lecca, che sare' meglio dargli al curandino, e non ti sare' fatto la cilecca di qualche zaccarella che vi manca, 470 sempre quando il villan panni t'imbianca. LX. Come sarebbe una o dua camiciuole, qualche tovagliolino o tovagliola che la Bartola ha tolte, e se le vuole in casa sua per la sua famigliuola; 475 se la tua donna del danno si duole il rustico mentendo per la gola si scusa e finge averne grande affanno, stringesi nelle spalle e tu t'ha il danno. LXI. Se tu lo servi o prestigli danari 480 senza testimonianza o senza pegno, al far del conto poi perchè tu impari li niega, stu non dai buon contrassegno, sicchè chi ha a imparar è buon che impari alle spese d'altrui in ogni regno; 485 ma prima impareresti ogni scienza, che del villan la vera conoscenza. LXII. Stu gli fidi le chiavi di tua casa, per la cantina, o per la colombaia, si faria più per te, sendo rimasa 490 sola, a mandarvi il fante o la massaia, che l'olio e il vin ti ruba, e poi le vasa riempie d'acqua perchè non si paia; e in colombaia da sera e mattina l'agresto coglie e incolpa la faina. 495 LXIII. E caverà della coltrice tua qualche sacco di penna il rustichetto, che sia sì piena che gli par la sua rispetto a quella vota nel suo letto; e così fa d'una coltrice dua, 500 e poi per ricoprir questo difetto, ha in più d'un luogo la tua cincischiata, poi dice: e' topi l'hanno rosicchiata. LXIV*. E se tu lasci vendere al villano, sia che cosa si vuole, o tanto, o quanto, 505 legumi, frutte, biade, vino o grano od olio, non potrai mai darti il vanto che il vero prezzo ti rassegni in mano, se fusse bene il dì di Vener Santo, sempre ti ruba con mille bugie, 510 e se nulla t'ha compro l'attessie.[326] LXV. E per non esser tristo poi tenuto dal prete per le sue operazione, se si confessa mai il villano astuto, cerca d'un che non ha sua cognizione 515 e quanto può di non esser veduto, da chi potesse darne relazione; e qui d'ogni sua ladroncelleria, è assoluto per la simonia. LXVI. Poi se ne va quel rustico fellone 520 al popol suo, et risciacqua il bucato, e fassi coscienza d'un mellone che nell'orto dell'oste avrà imbolato; e finge aver nel cuore uno steccone cioè lo stimol di questo peccato, 525 ma che vuol pel mellon dargli una zucca, così inganna il prete, e te pilucca. LXVII. Questo crudel con sua simulazione, inganna il prete, ed è tenuto buono; così gli venga per sua punizione 530 la folgore di Giove col gran tuono, benchè egli avran l'eterna dannazione poi che fien desti all'angelico suono, della città di Dite e' contadini faransi allora eterni cittadini. 535 LXVIII. Per la lor trista et insaziabil sete che gli hanno di rubare al cittadino, andranno tutti a bere all'onde Lete come promette il giudizio divino, che di quel che si semina si miete 540 ne' Campi Elisi il frutto per destino celeste, e fia renduto giusto merito a ciaschedun del suo tempo preterito. LXIX. E se egli avvien che il rustico fellone abbia a uscire del tuo contra sua voglia 545 o di sua volontà, egli è sì strano e tristo che convien che lui ti toglia, se vi avrà posto nulla di sua mano, qualche bel nesto o cosa che ti doglia, e vende al tempo, e vorrebbe potere 550 portarne seco la casa e il podere. LXX. E se nessun servigio t'ha mai fatto o preso qualche po' di scioperio, te gli ricorda e vuolne esser rifatto, e non pensa il crudel, malvagio e rio 555 alle cose che t'ha di casa tratto, in soddisfarlo: e per l'amor di Dio senza le zaccherelle che t'ha tolte, che s'è pagato a doppio cento volte. LXXI. Et oltre a quelle cose che ti toglie, 560 quel che vi lascia cerca di guastare giusta a sua possa il marito e la moglie tutto quel verno a rompere e tagliare; e quando vien che l'ulive ricoglie guasta gli ulivi e finge di potare, 565 quelle belle vermene che ne fanno le taglia o fiacca per farti più danno. LXXII. Se vuoi saper lor ladroncellerie, di' che tu voglia il podere allogare: qualche crudele a te viene ognidie 570 a chiederlo: e comincia a biasimare[327] quel che v'è drento, e mostrati le vie le quali ha usate a poterti rubare, che sono tante e tali che t'attoscano; gli artefici l'un l'altro si conoscano. 575 LXXIII. E dice mal di quel perchè tu il cacci se fusse bene un suo carnal fratello, e mostra di saper perchè tu facci la voglia sua, e fassi il buono e il bello, e quanto è più cattivo par più tracci 580 d'entrarvi: poi ti fa peggio che quello, che ti farà tutte quelle magagne, che pose all'altro e delle più taccagne. LXXIV. E così tutti quanti han per natura di biasimar l'un l'altro, e fansi scorgere 585 viziati e tristi ad ogni creatura, e noi non ci possiam del tutto accorgere perchè e' non ruban mai con la misura, ma sempre a vista, e fannosela porgere la cosa tolta, e son tutti d'accordo 590 a questo, e sanno fare il cieco e il sordo. LXXV. Se tu metti dell'opere e tu stia appresso a loro a veder lavorare, odi sempre dir mal di chicchessia, dell'oste, o di vicini, o di comare; 595 ognun di qualche ladroncelleria si vanta d'aver fatto, e sannol fare, di furti, d'adulteri, o false pruove e senti tutto il dì tristizie nuove. LXXVI. Se tu hai qualche serva, schiava, o fante,[328] 600 in casa di villan non la mandare, che le fanno cattive tutte quante, massime della gola, e del rubare; se v'è niun pollastron si fa suo amante e le promette volerla sposare, 605 ella sel crede, e poi mena il rastrello a ciò ch'ella può in casa e porge a quello. LXXVII. Non ti fidar d'alcun, che ogniun t'inganna giusta sua possa; e poi ti dà la berta, e par lor che dal ciel venga la manna 610 quando e' ti tolgon la cosa coperta; quando e' ti viene intorno e che si affanna in tuo aiuto vuolsi stare all'erta, che le carezze che i villan ti fanno son tutte per loro utile e tuo danno. 615 LXXVIII. Se pure alcun discreto e costumato ne trovi, benchè pochi ce ne sia, non creder che di rustico sia nato, ma che di seme mescolato sia di qualche gentilotto che avrà dato 620 la pace di Marcon per qualche via[329] alla madre di quello in giovanezza; però tien quel villan di gentilezza. LXXIX. Non può la vera linea rusticana partecipar d'alcuna gentilezza, 625 ma perfida, crudele, iniqua e strana, nè onore, nè virtù ama, nè prezza, ma tutti son d'una sardesca lana[330] che mai si può ammorbidar sua asprezza, ma la divina giustizia gli doma, 630 come bestie che son portan la soma, LXXX*. di schegge, di steccon, colonne e brace e così doma il ciel la lor superbia, e sol del vitto in tanta contumace che si pascon com'asini dell'erba; 635 la crusca loro par manna verace, a chi ne può avere, o vita acerba che fanno universal, pe' lor peccati oggi questi crudel' villan sfacciati! LXXXI. Se io volessi in tutto satisfare 640 a molti degni, e nobil cittadini, che m'han pregato ch'io debbi narrare le gran tristizie d'assai contadini, se fosse inchiostro tutto quanto il mare, la terra carta, e tutti gli uccellini[331] 645 avessin tutti lor penne da scrivere, i' non potrei avendo sempre a vivere. LXXXII. È tanto natural la lor tristizia, ch'ognor si fanno tra lor mille inganni, e benchè gli abbin le cose a dovizia 650 si fanno l'uno all'altro di gran danni, vicino, o parentado, o amicizia non riguardan, nè più Nencio che Nanni; sia qual si voglia, o amico, o parente ogni tristizia tra lor si consente. 655 LXXXIII. Quanti ne sono che hanno già venduto, una soma di legna, o paglia, o brace, tu l'hai pagata, e sì t'avrai creduto, che te la porti a casa, e ti stai in pace, e la vende ad un altro il gatto astuto 660 e pur se ve la porta è sì fallace che si farà pagare un'altra volta alla tua donna se la può aver colta. LXXXIV. Stu compri dal villan una bigoncia di mele, o pere, o qual frutte si sieno, 665 credi che l'ha di sotto in modo acconcia con paglia, strame, felce, frasche o fieno, che non ritornerà la libbra un'oncia benchè per buon mercato te la dieno; di sopra fien parecchie belle e grosse, 670 poi, mescolate, piccole e percosse. LXXXV*. Stu comperi in mercato delle frutte susine, o fichi, mandorle o baccelli, usano un'arte nel contarle tutte che il conto non ti torna mai da quelli, 675 sien che frutte si vuole, o belle o brutte, mostronne quattro e tre te ne dà egli; stu paghi prima che tu l'abbi tolte, lo niega e ti convien pagar due volte. LXXXVI*. Se tu dai a balia, come tu l'hai dato, 680 in capo d'otto dì torna il villano, e dice che il bambino è raddoppiato, ma vien per trarti un ducato di mano; ma non vien mai a dir che il latte sia mancato, o che la balia è pregna, o sia mal sano 685 il tuo figlio, ma mentre che dà i tratti, appunto allor tel dicon questi gatti. LXXXVII. Nota, lettore, una tristizia atroce, che ti parrà che a l'altre porti el maio; un villan tolse un sacco pien di noce 690 all'oste, e si le misse nel pagliaio verso levante, che da quella foce era molto percosso dal rovaio, e quivi tanto le tenne nascose, che i topi tutte quante l'ebbon rose. 695 LXXXVIII. Odi quest'altra d'un ch'aveva un pero carico ben di pere carovelle; l'oste d'averle tutte fe' pensiero e d'accordo pagò il villan di quelle, el gatto ch'era pratico al mestiero 700 prese il danaio e colse le più belle, vendelle ad un treccon qui di mercato, l'oste lo giunse e via l'ebbe cacciato. LXXXIX*. Odi quest'altra, se colgon le dotte a far tutte lor' opere cattive: 705 intesi d'un che già s'ebbe condotte sotto il suo letto un'anfranta d'ulive, ed avendo il fattoio, le fe' di notte quando dormiva ognun per quelle rive, l'oste non seppe mai nulla di questo, 710 forse che un dì gli sarà manifesto. XC*. Un bel fico sampiero era in un orto, carco di fichi come citriuoli; l'oste a guardarlo molto stava accorto dal villan, dalla moglie, e da figliuoli, 715 ma il perfido villan gli fe' gran torto, al furto destro più che i capriuoli, scaricò il fico, e poi quando ne scese, in prova e' più bei rami egli scosese. XCI*. E poi se ne vantò pel vicinato, 720 pur con suoi pari come i tristi fanno, che fanno il male, e nol tengon celato tra loro anche si ridon dell'inganno; gli ebbe quel fico in modo fracassato che si seccò prima che fusse l'anno 725 così fosser a lui secchi le braccia, anco la lingua, e gli occhi nella faccia. XCII*. Deh! odi questa d'un villano ingrato, qual era preso in forza di comune et era già a morte sentenziato, 730 e trito come un pollo dalla fune, l'oste fe' tanto che l'ebbe scampato; così ne fusser sue voglie digiune! odi se quel villan gli fe' gran vezzi, rubollo e volle poi tagliarlo a pezzi. 735 XCIII*. Odi quest'altra, se l'è pur di quelli che ti voglion rubare a tutti i patti: un villan quattro, o cinque, o sei agnelli rubava ogni anno a l'oste de' più fatti; dico più grassi, naturali e belli, 740 e si gli nascondevan tra lor gatti, poi si scusava, e mentia per la strozza, che gl'eran tutti morti d'una indozza. XCIV. Quando egli avvien, siccome i fatti danno, che fortuna ti ponga d'alto in basso, 745 guardati da' Villan, che ti porranno per darti il tuffo in su le spalle un masso, e primi sono e' tua che a saccomanno metton il tuo e ingrassan del tuo grasso; se vuoi che in un verso il ver conchiuda, 750 in tre e Chersi sia, e Cacco e Giuda. XCV. Perchè tu intenda, discreto auditore, la chiosa della Sferza dei villani, cioè della perfidia del lor core, e' furon quei che di lor proprie mani 755 presono, e flagellorno il tuo Signore, e crocifissol, que' perfidi cani; se furo a lui tanto ingrati e crudeli come vuo' tu che sieno a te fedeli. XCVI. E però fa con tutto il tuo potere 760 che tu schifi la lor conversazione, stu gli fai lavorar, fagli il dovere ma che non entri in tua abitazione, e non fare a nessun mai un piacere, sia qual si vuol di tal generazione; fa ch'io non abbi, auditor detto a sordo[332] e tienti questo per un buon ricordo.

5. SATIRA CONTRO I VILLANI[333]

La satira che noi pubblichiamo si trova in un codice Marciano [It. IX, 453], ed è la prima di parecchie satire anonime che si leggono nel fascicolo terzo, che noi faremmo risalire non oltre la fine del secolo XVI; appartiene a quel genere di Capitoli satirici che ebbero tanta voga in quel secolo per parte degli imitatori del Berni. Abbiamo riferito del Capitolo soltanto la parte caratteristica ed importante per il nostro studio, degna di nota specialmente per l'odio atroce da cui è informata, che contrasta sensibilmente colla forma di esercizio accademico con cui la satira incomincia.

Ora e con...[334] questo caldo insano, Signor Antonio mio Pruzzacarino, Vogliovi ragionar dello villano. Non voglio già chiamarlo contadino Perchè sarebbe troppo alto cognome, Come a uno sgherro il dire paladino. Io vo dall'opre registrando il nome, Perchè villano ogni difetto include[335] . . . . . . . . . . . . . . . . Fur ben le sorti nostre et aspre et crude Quando a Natura, empia matrigna, piacque Al mondo dar bestie di pietà ignude. . . . . . . . . . . . . . . . . Tra l'altre bestie diede a noi mortali Questa villana bestia assai più ria Dell'altre vieppiù crude e micidiali, Di carità, di amor priva che, Arpia Ingorda sendo ognora al ben rubella, Da ogni costume buon sempre travia. Come nasce col puro ognor l'Agnella, Il Lupo col vorace e con l'inganno, La Tigre col crudel, con l'alma fella, Così nasce il villan con l'odio, a danno Nostro pronto, et ognor si vede in fatti Quant'egli possa porne in doglia e affanno. . . . . . . . . . . . . . . . . Sempre con rabbia, sdegno, e con rancore Vede, ode il Cittadino, e mali pensa Fargli, e quando non può sente dolore. Se in casa l'hai con caritade immensa, Ciò che ti può rubar ti ruba e brava Et have a rubar sempre l'alma accensa. Se t'è lavorator ti tol la fava, Il miglio, il vino, e quel che puoti tutto, E quanto che più può del tuo ne cava. . . . . . . . . . . . . . . . . D'ogni delitto rio, d'ogni empia colpa Il villan fassi reo, vedi che sorte, Dove e se può 'l ladron ne snerva e spolpa. . . . . . . . . . . . . . . . . Tu puoi ben dir ch'adopri egli la schiena In cavar fossi, in terrazzar, che astuto Dice: farò, nè al fin suo detto mena. . . . . . . . . . . . . . . . . Se ti bisogna a qualche tempo, et ora Un'opra dal villan, carezze e preghi Voglionvi sì che il cor rabbia divora. Onde convien che il Cittadin rinneghi Talvolta la sua fede, o incrudelisca Contro sta schiatta ria e lasci ch'anneghi. . . . . . . . . . . . . . . . . Sbasisca il traditor villano e cada Che non face pietade ad alcun mai Che abbia veduto a che rio gioco vada. Pregando tu 'l villan nulla farai Perchè più s'inasprisce, empio diventa, Ti serve meglio se al villano dai. . . . . . . . . . . . . . . . . Questa deve esser sempre l'orazione Che al villan si dee far, che altro piacere Non sa il villan che il gusto del bastone. . . . . . . . . . . . . . . . . Presta al villan danari in ginocchione Mentre piangendo te ne fa richiesta Che al render poi farà, tristo, il buffone. . . . . . . . . . . . . . . . . Se tu offendi il villan, per caso poi Se un dì può più di te, mai non si lassa Se non t'uccide o squarcia come i buoi Ma se non può, non di legger la passa, Ma la serba nel cor, fin che gli viensi Occasione di porti in una cassa. . . . . . . . . . . . . . . . . Se in casa il villan lasci praticare, Cerca torti l'onor, sta sull'avviso Di farti mal, pur che lo possa fare. . . . . . . . . . . . . . . . . Ha poi nel core il rio villan radice Di virtù, che non cura e non tien conto Se è becco e alcun sul viso glielo dice. Tutti i peccati ancor che grandi e gravi Ha in sè il villan, nè trovo in lui ragione Che una lagrima mandi onde quei lavi. Non crede nello Credo, e confessione Fa il villan tutta alla rovescia, e i passi Non sa di fede, o di convinzione. Non sa che creder debba, e in dubbio stassi, Il battesimo nega il villan empio . . . . . . . . . . . . . . . . Rubaria con conscientia e Cristo e il Tempio. Chi chiedesse al villan, certo udiria Mille crudel' consigli; al parer mio Sarebbe uccider quei gran cortesia. Se vuoi merito avere appresso a Dio Scortica tu 'l villan, bastonal sempre, Struscia 'l villan, sì ch'egli paghi il fio. Martoreggia 'l villan, pungil, tai tempre Non mutar mai, perchè fia a Cristo grato Ch'una natura tal fiera si stempre. Tieni pure il villan crudel stentato, Tormentalo tu pure in ogni guisa Che il cielo avrai, dove sarai beato Se serbi fino a morte sta divisa.

6. ALFABETO CONTRO I VILLANI

È tratto dal codice I, 3, 32 della Biblioteca Bertoliana di Vicenza, fol. 15 e seg., sec. XVII[336]. Di Alfabeti contro i Villani abbiamo già più volte avuto occasione di ricordare quello del secolo XVI contenuto nella Misc. Marc. 2213, 5 che sarà ripubblicato dal Novati; un altro, del nostro secolo, fu pubblicato dal Meyer[337], ed esiste pure, con varianti poco notevoli, in un codice del Museo Correr[338].

Alfabeto sopra li Villani. a A lavorar è sempre destinato Il perfido villan, malvagio, ingrato, b Bontà non regna in lui, nè cortesia Sol rabbia, invidia, odio, e rubbaria. c Cattivi sono, e pieni d'ogni vitio Come si puol veder per ogni inditio. d Da Cain derivò questa natione Che da Dio ebbe la maleditione. e Esorto ognun fuggir dalle sue mani, Che non se puol dir peggio, di Villani. f Fali pur tu del ben quanto sai fare Alfin per Dio, chè ti vuol ingannare. g Giotti, e maligni sono a tutta botta Ma guardati da lor co' sono in frotta. i Ingrati sono a chi li fa servitio, Questo è [sol] causa che vanno in precipitio. l Ladri sono, golosi, e marioli, Insieme con la moglie e' lor figlioli. m Ma ve' per caso tu ne trovi un bon Di' che è bastardo o fiolo del paron. n Non vi fidate mai di questa gente, Che resterete coglionati sempre. o Oh! chi vedesse del Villano il core, Che per patron non vorrebbe il Signore! p Poltroni sono, e pieni di fetore Colmi di terra e pieni di sudore. q Quando per seminar non trova grano Allora vien con il capel in mano. r Ramega come il Bue il Villan poltrone Quando mangia la robba del patrone. s Se vuoi tener il Villan con timore Dalli pur poca robba e manco onore. t Tutta la festa salta, balla, e giocca Che a cena poi si segnano la bocca. v Volgarmente si dice che il Villano, A spese d'altri vive tutto l'anno. x Cristo non darà mai di gloria il Regno Al Villan che dell'opre sue è indegno. z Zello al culto divin niente non hanno Vada dunque tal setta col malanno.

Questo Alfabeto satirico contro i Villani della Bertoliana di Vicenza non è che un raffazzonamento, con varianti di poco conto, di quell'Alfabeto contro i Villani che si legge nel cod. H, XI, 5, fog. 202t-203 della Comunale di Siena, ricordato dal Mazzi[339], e di cui il gentile Bibliotecario di quella città, Dr F. Donati, ci mandò una copia diligente. Questo Alfabeto, opera di un anonimo della Congrega dei Rozzi della seconda metà del secolo XVII, ci prova come le composizioni di quella Congrega si diffondessero in tutta Italia; probabilmente esso deve considerarsi come fonte non solo dell'Alfabeto vicentino, ma anche di quello esistente nel Museo Correr e di quello pubblicato dal Meyer. Crediamo opportuno riferirlo qui per intero:

Alfabeto contro i Villani. A A lavorare sempre è destinato Il Villano maligno et ostinato. B Bontà non regna in lor, nè cortesia Ma sol malignità, invidia e gelosia. C Cattivi sono e pieni d'ogni vitio, E questo il può veder chi ha giuditio. D Deriva da Cain questa natione, Et hebben dal ciel la maladitione. E E se [tu] vuoi veder ben la profesia, Dal Villan deriva la scortesia. F Falli pur bene, assai se li sai fare, Che loro al fin ti vogliono ingannare. G Giotti, maligni sono, a tutta botta, Guardati dai Villan se son in frotta. H A lor non si vuol haver [altra] compassione, Se non come hanno loro [alla robba] del Padrone, I Ingrati [sono] a quelli che li fan servitio E questo puol veder chi ha giuditio. K Karità fra Villan mai non si trova, Ma la superbia in lor sempre rinnova. L La robba del Villan forza è [sforza] che cada, Perchè come la vien, convien che vada. M Mille volte il dì fanno giuramento, Sol per haver un solo suo contento. N Non si vuole haver altra ragione, Se non la penna, l'inchiostro, e il bastone. O Oh chi veder potesse il suo secreto! Volentieri tirar faria [a noi] il giogetto. P Però come hanno bisogno [d'un sacco] di grano, Vengon da Voi con il cappello in mano. Q Quando poi viene il tempo di pagare, Ne van fuggendo per non [voler] sodisfare. R Rare volte il Villan paga il Padrone, Se non gli manda [a casa] la real segutione. S Se tu vuoi ch'il Villano stia in timore, Lassal pover di robba, e men d'onore. T Tutte le [sante] feste passano a giocare, E poi al fin si vanno ad imbriacare, V Volendo [poi] far rumor con tutto il mondo E questo è causa che van nel profondo. X Christiani sono che non hanno fede, Mal va per quel che nulla gli concede. Y Fisa si trova nella vecchia scrittura, Che sempre sian bugiardi di natura. Z Zeta si trova alli notar del malefitio, Che li fanno purgar tutto l'inditio. & Et se per sorte ne trovaste un buono, Cercha la fin, ch'è figliol del Padrone. Come vuoi tu conoscer un Villan deluscato, Miralo nella schena che glie scuadrato. Rimanete con Dio et l'autore, [Che] Dio vi guardi di man di traditore.

Illustration from Saggio di ricerche sulla satira contro il villano
Illustration from Saggio di ricerche sulla satira contro il villano

Abbiamo riprodotto questo Alfabeto nella sua integrità, cercando di correggere, fin dove ci fu possibile, i versi ipermetri che vi si incontrano; essi costituiscono l'impronta più evidente del carattere popolare di queste produzioni. Per le tre lettere: Et, Con, Rum che seguivano alla Z negli antichi Alfabeti, si veda quanto dice il Novati nello studio più volte citato[340]. Per quanto riguarda la chiusa dell'Alfabeto ricorderemo un raro opuscolo[341] del secolo XVI, in cui i villani sono annoverati tra i pericoli da cui un galantuomo deve guardarsi:

Seren de inverno nembo de instà archimista povero e medico amalà. . . . . . . . . . Vecchio lussurioso e signoria de vilan . . . . . . . . . Furia de cani e furia de villani . . . . . . . . . Trotto de asino e promesse de vilan . . . . . . . . . Da carezze de cani e zanze de villani.

Il Piovano Arlotto[342], ad un tale che gli domandava quale fosse la migliore orazione da dirsi appena levato, rispondeva: «Quando tu ti rizzi su segnati e divotamente recita un paternostro e un'avemaria, e poi aggiungi queste parole: Signor mio Gesù Cristo, guardami da furia e da mani di villani, coscienza di preti, guazzabuglio di medici, eccetere di notai, da chi ode due messe per mattina e da chi giura sulla coscienza propria.»

Notes in this chapter

Note 1 · Dobbiamo la notizia di questa satira al prof. Vittorio Rossi.Note 2 · Confronta l'Alphabeto delli Villani già ricordato: . . . . . . . . . . nu martoregi, Con un po' de sorgo se fazon del pan, Galli, galline,Note 3 · Il Lasca nel Canto Carnascialesco dei Maestri di far Razzi dice pure: Vedete questi che pe' contadini e per la goffa gente Son fatti solamNote 4 · F. Novati, Studi critici e letterari, Torino, 1889, pag. 175.Note 5 · Sitzungsberichte der Philosophisch-Historichen Classe der K. Akad. der Wissenschaften, 1864, Wien, vol. XLVI, pag. 119.Note 6 · Romania, VII, p. 44.Note 7 · B. Biondelli, Poesie Lombarde inedite del sec. XIII, Milano, Bernardoni, 1856, pag. 11 e segg.Note 8 · C. Lozzi, De' segni distintivi delle antiche Edizioni e Stampe (Il Bibliofilo, II, 33).Note 9 · Giornale Storico della Lett. It., vol. I, pag. 62.Note 10 · G. Castelli, La vita e le opere di Cecco d'Ascoli, Bologna, Zanichelli, 1892, pag. 51; V. Rossi in Giorn. St., XXI, pag. 385.Note 11 · Nelle Rime genovesi della fine del sec. XIII e del principio del XIV pubblicate dal Lagomaggiore in Arch, glott. it., vol. II, pag. 161, ricNote 12 · A proposito del perdurare nella tradizione della credenza che lo Stabili fosse iniziato ai segreti dell'arte magica, accusa che l'aveva condNote 13 · bisso = panno lino nobilissimo (Adriano Politi, Dittionario Toscano, Venetia, 1665).Note 14 · cattivanza = tristitia (Politi, Op. cit.).Note 15 · menar la danza = significa anche: esser primo in un negozio.Note 16 · Tifi Odasi dice di Paolo nella nota Maccheronea: Ad stringam semper poteris catare botazum.Note 17 · chiavarina = spetie d'arme in asta (Politi, Op. cit.).Note 18 · stambechina = L'Odasi descrivendo l'armatura di Guiotto, dice: Tunc stambachinam multo labore tiratam Se ponit a retro.Note 19 · Nell'Alphabeto delli Villani già ricordato, è detto: Odio se porton tutti in la coragia, E se mostron amisi al parlamento, Po' se magnasseNote 20 · frulla e frullo = niente (Politi, Op. cit.).Note 21 · Nell'Alphabeto delli Villani alla lettera Y: Fygiol che ge nasse dentro al sieue, Ge faom le spese e se i tegnom in cha, No saom si gie nuNote 22 · Il testo: gli lo a calata. Calarla a uno = accoccargliela (Politi, Op. cit.).Note 23 · sornacare = ronfare (Politi, Op. cit.).Note 24 · L'Odasi dice a proposito delle cento saette che stavano nella faretra di Guiotto: Tu bombardellas poteris pensare ruentes.Note 25 · È la solita accusa che abbiamo visto lanciata contro i villani.Note 26 · Pico Luri di Vassano (Ludovico Passerini), Modi di dire proverbiali e motti popolari italiani spiegati e commentati, Roma, 1875, pag. 480, nNote 27 · G. Mazzatinti, Inventari dei Manoscritti delle Biblioteche d'Italia, vol. III, pag. 179; Novati, Carmina m. e., pag. 30.Note 28 · Ne dobbiamo la copia alla cortesia del Bibl. Dr Vincenzo Joppi della Comunale di Udine.Note 29 · L'autore di questo sonetto doveva appartenere al territorio padovano, perchè troviamo questo epiteto ingiurioso tra quelli enumerati dal RuzNote 30 · La Libraria del Doni Fiorentino nella quale sono scritti tutti gli autori vulgari con cento discorsi sopra quelli... In Vinegia, 1550, parteNote 31 · Doni, I Marmi, Venetia, 1609, lib. I, Rag. IV, pag. 18; nella ed. Fanfani, Firenze, Barbèra, 1863, pag. 65.Note 32 · Segnato: O. II, 28, nº 1546.Note 33 · Oltre le Malitie delle Donne di cui abbiamo più addietro parlato, un poemetto con questo titolo figura nella raccolta di Hermann Varnhagen, Note 34 · Vedi intorno alle particolarità delle Silografie di questo periodo, il Varnhagen, Op. cit., pag. 2 e segg. e il Duc de Rivoli, BibliographieNote 35 · Scelta di curiosità letterarie, Romagnoli, Bologna, 1882, dispensa CLXXXVII.Note 36 · Istoria degli Scrittori fiorentini, Ferrara, 1722, pag. 103.Note 37 · Vedine la descrizione bibliografica nel Milchsack, Op. cit., nº XC, e nell'opera del Varnhagen; il Passano ne ricorda una edizione senese deNote 38 · Il Trattato e la novella furono ristampati nella dispensa LXX della Scelta di Curiosità lett. del Romagnoli, Bologna, 1866. La novella ha moNote 39 · Fu ristampata nella dispensa XCVI della Scelta suddetta; il D'Ancona la ricorda come un Contrasto che si avvicina alla Farsa (Origini del TeNote 40 · Poemetti popolari italiani, Bologna, Zanichelli, 1889, pag. 181.Note 41 · S. Ferrari, Bibliot. di Lett. pop. it., anno I, vol. I, pag. 20-53.Note 42 · Avvertiamo che segneremo con A il testo Casanatense, con B e C i due esemplari trivulziani, nº II e nº III, e che terremo conto soltanto delNote 43 · B, compitare.Note 44 · B, togno, nencio e checo C, Vanni... Checco.Note 45 · A, risuonin.Note 46 · B, necessità.Note 47 · B, e mi par certo un verme.Note 48 · Nella Ruffiana già ricordata, atto III, scena VIII, M. Anselmo dice: «..... perchè sapendo che le p...... sono come il carbone che o coce o Note 49 · B, Salomista.Note 50 · B, drieto.Note 51 · A, riconduce.Note 52 · B, da ser Puccio.Note 53 · dare il succio = sopportare di mala voglia (Fanfani, Voc. dell'uso toscano).Note 54 · oste = il padrone.Note 55 · C, il Martini in una postilla spiega: camella = agna.Note 56 · Nelle Nozze di Maca di F. Mariani, atto II, scena III, il villano innamorato dice alla sua bella: «Ch'io vengo a te come il porco alla ghianNote 57 · coglier l'agresto = rubare.Note 58 · C, il Martini spiega: menno = da minuere.Note 59 · Nel sonetto contro i Villani pubblicato dal Mazzoni è detto: O turba renegata, senza legie, biastemata da lo eterno dio, perchè chiascun dNote 60 · A, apparer.Note 61 · B, dee.Note 62 · C manzotte.Note 63 · Nell'ottava XIX delle Malizie delle donne (Varnhagen, Op. cit., nº III); è pure ricordato l'uso delle contadine di imbiancarsi il volto collNote 64 · C, il Martini nota: ignoti = sconoscenti.Note 65 · Il Passerini, Op. cit., pag. 464, nº 984, spiega: Fare le castagne ad uno «si fa premendo i polpastrelli dei due diti pollice e medio, e facNote 66 · A, vizato.Note 67 · pennato = strumento per potar le viti.Note 68 · indozza = malore.Note 69 · attassare = tartassare.Note 70 · Nella Frottola di due contadini, Beco e Nanni, questi dice al compagno che vuole fargli avere a mezzadria un certo podere: L'oste è mio amicNote 71 · Abbiamo qui, come nella Cassaria dell'Ariosto, e nei Morti vivi, commedia di Sforza d'Oddi, Vinegia, 1597, atto I, scena III, una attestazioNote 72 · Il Passarini, Op. cit., pag. 265, nº 563, spiega questo modo di dire, così: «La pace non cementata dall'affetto e dal pentimento sincero è lNote 73 · Luciano Banchi, Statuti Senesi scritti in volgare nei secoli XIII e XIV, Bologna, Romagnoli, 1871, vol. II, pag. 200, spiega: lana sardesca Note 74 · Confronta la strofa LXXXVIII dei Proverbia que dicuntur super natura feminarum, editi dal Tobler in Zeitschrift für Rom. Phil., IX, pag. 287Note 75 · Nella Contentione di Mona Costanza e di Biagio di B. Giambullari, ottava XXXVIII, è detto pure: Ma fate ch'i' non abbi detto al sordo.Note 76 · Ci fu comunicata dal Prof. Vitt. Rossi.Note 77 · Nel Ms. a questo punto vi è una sigla indecifrabile.Note 78 · Il Novati (Carm. med. aevi, pag. 28) ha riprodotto da un Cod. Marc, la seguente declinazione del nome «Rusticus»: Singulariter. N. hic villaNote 79 · G. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti della Bibl. d'Ital., vol. II, pag. 7, nº 24.Note 80 · Romania, XII.Note 81 · Novati, Le serie alfabetiche, ecc., in Giorn. St., XV, pag. 337.Note 82 · Mazzi, Op. cit., II, 271.Note 83 · Giorn. St., XV, pag. 337.Note 84 · Proverbii attiladi novi et belli, quali l'uom non se ne debbe mai fidare... In Venetia, 1580. Scelta di cur. lett., nº XCI, Bologna, RomagnoNote 85 · G. Baccini, Le Facezie del Piovano Arlotto, Firenze, Salani, 1884, pag. 316.
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