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Pataffio - Tesoretto

TESORETTO DI MESSER BRUNETTO LATINI.

Reading edition

I.

Al valente Signore[3] Di cui non so migliore Su la terra trovare; Che non avete pare Nè 'n pace ned in guerra; Sì ch'a voi tutta terra, Che 'l sol gira lo giorno E 'l mar batte d'intorno, San fallia si convene. Ponendo mente al bene Che faite per usaggio, Ed all'alto lignaggio Donde voi sete nato; E poi dall'altro lato Potem tanto vedere In voi senno e savere Ad ogne condizione, Ch'un altro Salamone Pare 'n voi rivenuto, E bene avem veduto In duro convenente, Dov'ogn'altro servente, Che voi, par megliorare, E tutt'or affinare; E 'l vostro cor valente Poggia sì altamente In ogne beninanza, Che tutta la sembianza D'Alessandro tenete; Che per neente avete Terra oro ed argento. Sì alto 'ntendimento Avete d'ogne canto, Che voi corona e manto Portate di franchezza, E di fina prodezza: Sì ch'Achille lo prode Ch'acquistò tanta lode, E 'l buono Ettor Troiano, Lancellotto, e Tristano Non valse me' di voe, Quando bisogno fue. Che voi parole dite, E poi quando venite In consiglio, o 'n aringa, Par ch'abbiate la lingua Del buon Tullio Romano Che fue 'n dir sovrano; Sì buon cominciamento E mezzo e finimento Sapete ognora fare, E parole accordare Secondo la matera, Ciascuna in sua manera. Appresso tutta fiata Avete compagnata L'adorna costumanza, Che 'n voi fa per usanza Sì ricco portamento, E sì bel reggimento; Ch'avanzate a ragione E Seneca, e Catone. E posso dire 'n somma Che 'n voi signor s'assomma, E compie ogni bontade; E 'n voi solo assembiate Son sì compitamente, Che non falla neente, Se non com'auro fino. Io Brunetto Latino, Che vostro in ogni guisa Mi son sanza divisa; A voi mi raccomando. Poi vi presento e mando Questo ricco Tesoro, Che vale argento ed oro: Sì ch'io non ho trovato Uomo di carne nato, Che sia degno d'avere, Nè quasi di vedere Lo scritto ch'i' vi mostro In lettere d'inchiostro. Ad ogne altro lo nego, Ed a voi faccio prego Che lo tegniate caro, E che ne siate avaro. Ch'i' ho visto sovente Vil tenere alla gente Molte valenti cose: E pietre preziose Son già cadute 'n loco, Che son gradite poco. Ben conosco che 'l bene Assai val men ch'il tene Del tutto in se celato, Di quel ch'è palesato: Sì come la candela Luce men chi la cela. Ma io ho già trovato In prosa ed in rimato Cose di grand'affetto, Che poi per gran segreto L'ho date a caro amico: Poi (con dolor lo dico) Le vidi 'n man de' fanti, E rassemplati tanti, Che si ruppe la bolla E rimase per nulla. S'avem così di questo, Sì dico che sia presto; E di carta 'n quaderno Sia gittata 'n inferno.

II.

Lo Tesoro comenza. Intanto che Fiorenza Fioriva e fece frutto, Sì ch'ell'era del tutto La donna di Toscana; Ancora che lontana Ne fosse l'una parte, Rimossa in altra parte Quella de' Ghibellini Per guerra de' vicini: Esso Comune saggio Mi fece suo messaggio All'alto Re di Spagna, Ch'era Re d'Alemagna; E la corona attende Che Dio non la contende. Che già sotto la luna Non si trova persona, Che per gentil legnaggio Nè per alto barnaggio Tanto degno ne fusse Com'esto Re Nanfusse. Ed io presi campagna, E andai in Ispagna; E feci l'ambasciata, Che mi fu comandata. E poi senza soggiorno Ripresi mio ritorno: Tanto che nel paese Di terra Navarrese Venendo per la calle Del pian di Roncisvalle, Incontra' uno scolaio Sor un muletto baio, Che venia da Bologna; E senza dir menzogna Molt'era savio e prode. Ma lascio star le lode, Che sarebbero assai. Io gli pur dimandai Novelle di Toscana. In dolce lingua e piana Elli cortesemente Mi disse mantenente, Ch'i Guelfi di Fiorenza Per mala provedenza, E per forza di guerra Eran fuor della terra; E 'l dannaggio era forte Di prigione, e di morte Ed io ponendo cura, Tornai alla natura, Ch'audivi dir che tene Ogni uom ch'al mondo vene: Che nasce primamente Al padre ed al parente, E poi al suo comuno. Ond'io non so neuno, Che volesse vedere La sua cittade avere Del tutto alla sua guisa, Nè che fosse divisa: Ma tutti per comune Tirassero una fune Di pace, e di ben fare: Che già non può scampare Terra rotta di parte. Certo lo cor mi parte Di cotanto dolore, Pensando 'l grand'onore E la ricca potenza Che suole aver Fiorenza Quasi nel mondo tutto. Ond'io in tal corrotto Pensando a capo chino, Perdei 'l gran camino, E tenni alla traversa D'vna selva diversa.

III.

Ma tornando alla mente, Mi volsi e posi mente Intorno alla montagna; E vidi turba magna Di diversi animali Ch'i' non so ben dir quali: Ma uomini, e muliere, Bestie, serpenti, e fiere, E pesci a grandi schiere; E di tutte maniere Uccelli voladori, Ed erba e frutti e fiori, E pietre e margherite, Che son molto gradite; Ed altre cose tante Che null'uomo parlante Le poria nominare, Ne 'n parte divisare. Ma tanto ne so dire, Ch'i' le vidi obedire; Finire e cominciare, Morire e generare; E prender lor natura, Sì com'una figura, ch'i' vidi, comandava. Ed ella mi sembiava Come fosse 'ncarnata, Talora sfigurata; Talor toccava 'l cielo Sì che parea suo velo: E talor lo mutava, E talor lo turbava. E tal suo mandamento Movea 'l fermamento: E talor si spandea, Sì che 'l mondo parea Tutto nelle sue braccia. Or le ride la faccia, Un'ora cruccia e dole, Poi torna come sole. Ed io ponendo mente All'alto convenente, Ed alla gran potenza Ch'avea, e la licenza; Vscii di reo pensero Ch'i' aveva 'n primero. Ed ei proponimento Di fare un ardimento, Per gire 'n sua presenza Con degna reverenza: In guisa che vedere La potessi, e savere Certanza di suo stato. E poi ch'i' l'ei pensato N'andai davanti lei, E drizzai gli occhi miei A mirar suo cor saggio. E tanto vi diraggio Che troppo par gran festa, Il capel della testa: Sì ch'io credea che 'l crine Fusse d'un oro fine Partito senza trezze; E l'altre sue bellezze, Ch'al volto son congionte Sotto la bianca fronte. Li belli occhi e le ciglia, E le labbra vermiglia, E lo naso affilato, E lo dente argentato, La gola biancicante; E l'altre beltà tante Composte ed assettate, E 'n suo loco ordinate, Lascio che non le dica Non certo per fatica, Nè per altra paura: Ma lingua nè scrittura Non saria sufficiente A dir compitamente Le bellezze ch'avea; Nè quant'ella potea E 'n aera e 'n terra e 'n mare, E 'nfare ed in disfare, E 'n generar di novo O di concetto o d'uovo, O d'altra conincianza; Ciascuna a sua sembianza, E vidi 'n sua fattura, Ched ogne creatura Ch'avea cominciamento, Veniva a finimento.

IV.

Ma poi ch'ella mi vide, La sua cera che ride In ver di me si volse; E poi a se m'accolse Molto bonariamente. E disse mantenente: I' sono la Natura, E sono la fattura Del sovrano fattore; Elli è mio creatore; I' son da lui creata, E fui 'ncominciata: Ma la sua gran possanza Fue senza comincianza. El non fina nè muore; Ma tutto mio labore, Quanto ch'esso l'allumi, Conven che si consumi, Ess'è onnipotente, Io non posso neente, Se non quant'ei concede. Esso tutto prevede, Ed è in ogne fato; E sa ciò ch'è passato, E 'l futuro e 'l presente: Ma i' non son saccente, Se non di quel ch'e' vuole. Mostrami come sole Quello che vuol ch'i' faccia, E che vuol ch'i' disfaccia Ond'io son sua ovrera Di ciò ch'esso m'impera. Così 'n terra ed in aria: Ond'io son sua vicaria Esso dispone 'l mondo. Ed io poscia secondo Lo suo ordinamento I' guido a suo talento.

V.

A Te dico che m'odi, Che quattro son li modi Che colui che governa Lo secolo ineterna. Mise operamento Allo componimento. Ma tutte quante cose Son palese ed ascose. L'una ch'eternalmente Fue 'n divina mente Imagine e figura Di tutta sua fattura; E fue questa semblanza Lo mondo 'n similianza. Dipoi al suo parvente Si creò di niente Una grossa matera, Che non avea manera; Ma si fue di tal norma Nè figura nè forma, Ch'inde potea ritrare Ciò che volse formare. Poi lo suo 'ntendimento Mettendo a compimento, Sì lo produsse in fatto; Ma nol fece sì ratto, Nè non ci fue sì pronto. Che in un solo punto, Com'ell'avea podere, Lo volesse compiere; Ma sei giorni durao, E 'l settimo posao.

VI.

Appresso il quarto modo È questo d'ond'io godo: E ad ogni creatura Dispose per misura Secondo 'l convenente Suo corso e sua semente. E 'n questa quarta parte Ha loco la mia arte: Sì che cosa che sia Non ha nulla balia Di far nè più nè meno, Se non a questo freno. Ben dico veramente Che Dio onnipotente Quello ch'è capo e fine, Per gran forze divine Puote 'n ogne figura Alterar la natura; E far suo movimento Di tutt'ordinamento. Sì come dei savere Quando degnò venere La maestà sovrana A prender carne umana Nella virgo Maria: Che 'ncontro l'arte mia Fu 'l suo 'ngeneramento, E lo suo nascimento; Che davanti e dopoi, Sì come savem noi, Fue netta e casta tutta, Vergene non corrutta. Poi volse Dio morire Per voi gente guarire, E per vostro soccorso. Allor tutto mio corso Mutò per tutto 'l mondo Dal ciel fin lo profondo: Che lo sole scurao E la terra tremao. Tutto questo avvenia Che 'l mio Signor patia. E perciò col mio dire I' lo voglio chiarire; Sì ch'io non dica motto, Che tu non sacci 'n tutto La verace ragione, E la condizione. Farò mio ditto piano, Che pur un solo grano Non fia che tu non sacci. Ma vo' che tanto facci Che lo mio dire apprendi; Sì che tutto lo 'ntendi. E s'i' parlassi scuro, Ben ti faccio securo Dicerloti 'n aperto; Sì che ne sii ben certo. Ma perciò che la rima Si stringe ad una lima Di concordar parole, Come la rima vole: Sì che molte fiate Le parole rimate Ascondon la sentenzia E mutan la 'ntendenzia; Quando vorrò trattare Di cose che rimare Tenesse oscuritade, Con bella brevitade Ti parlerò per prosa: E disporrò la cosa, Parlandoti 'n volgare, Che tu 'ntenda ed appare.

VII.

Omai a ciò ritorno, Che Dio fece lo giorno, E la luce gioconda, E cielo e terra ed onda; E l'aere creao E li angeli formao, Ciascun partitamente; E tutto di neente. Poi la seconda dia Per la sua gran balia Stabilì 'l fermamento E 'l suo ordinamento. Il terzo (ciò mi pare) Specificò lo mare, E la terra divise; E 'n ella fece e mise Ogne cosa barbata, Ch'è 'n terra radicata. Al quarto die presente Fece compitamente Tutte le luminarie, Stelle diverse e varie. Nella quinta giornata Sì fùe da lui creata Ciascuna creatura, Che nuota in acqua pura. Lo stesso die fu tale, Che fece ogne animale; E fece Adam ed Eua, Che poi rupper la tregua Del suo comandamento. Per quel trapassamento Mantenente fu miso Fora del paradiso; Dov'era ogne diletto Senza niuno eccetto Di freddo o di calore, D'ira nè di dolore. E per quello peccato Lo loco fue vietato Mai sempre a tutta gente: Così fu l'uom perdente. D'esto peccato tale Divenne l'uom mortale; Ed ha lo male e danno, E lo gravoso affanno Qui e nell'altro mondo. Di questo grave pondo Son li uomini gravati, E venuti 'n peccati: Perchè 'l serpente antico Ched è nostro nemico, Sedusse a ria manera Quella prima muliera. Ma per lo mio sermone Intendi la cagione, Perchè fu ella fatta, E della costa tratta. Perch'ella l'uomo atasse; Poichè moltiplicasse: E ciascun si guardasse, Con altra non fallasse. Se mai 'l cominciamento E 'l primo nascimento Di tutte creature Ch'ho detto senne cure: Ma sacci che 'n due guise Lo fattor le divise; Che tutte veramente Son fatte di niente. Ciò son l'anime, e 'l mondo, E li angeli secondo. Ma tutte l'altre cose, Quantunque dicer ose, Son d'alcuna manera Fatte per lor matera.

VIII.

E poich'ell'ebbe detto, Davante al suo cospetto Mi parve ch'i' vedesse, Che gente s'accogliesse Di tutte le nature: Sì come le figure Son tutte divisate E diversificate. Per domandar ad essa A ciascun sia permessa Sua domanda compiere. Ella che n'ha 'l potere Ad ogne una rendea Ciò ched ella sapea, Che suo stato rechiede. Così 'n tutto provede, Ed io sol per mirare Lo suo nobile affare, Quasi tutto smarrio. Ma tant'era 'l disio, Ch'i' avea di sapere Tutte le cose vere Di ciò ch'ella dicea; Ch'ogne ora mi parea Maggior che tutto 'l giorno: Sì ch'io non volsi torno, Anzi m'inginocchiava; E mercè le chiamava, Per Dio che le piacesse Ched'ella mi compiesse Tutta la grande storia, Dond'ella fa memoria. E va, diss'essa, via Amico: ben vorria, Che ciò che vuoli 'ntendere Tu lo potessi apprendere E lo sottile 'ngegno, E tanto buon ritegno Avessi, che certanza D'ogne una sottiglianza Ch'i' volesse ritrare Tu potessi apparare; E ritenere a mente A tutto 'l tuo vivente. E cominciò di prima Al sommo ed alla cima Delle cose create Di ragione 'nformate; D'angelica sustanza Che Dio a sua sembianza Criò alla primiera. Di sì ritta maniera Li fece 'n tutte guise, Che non li furo affise Tutte le buone cose Valenti e preziose; E tutte le virtute, Ed eterna salute, E diede lor bellezza Di membra e di clarezza: Sì ch'ogni cosa avanza Beltade e beninanza. E fece lor vantaggio Tal com'i' ti diraggio, Che non posson morire Nè unque mai finire. E quando Lucifero Si vide così crero, Ed in sì grande stato Gradito ed onorato; Di ciò s'insuperbio: E contr'al vero Dio, Quelli che l'avea fatto, Pensato di mal tratto; Credendosi esser pare. Così volle locare Sua sedia in aquilone: Ma la sua pensagione Li venne sì falluta, Che fue tutta abbattuta Sua folle sconcordanza In sì gran malenanza. Che s'i' voglio ver dire, Chi lo volse seguire O tenersi con esso, Del regno fuor fu messo; E piovvero 'n inferno In fuoco sempiterno. Appresso primamente In loco di serpente Ingannò con lo ramo Ed Eva e poi Adamo. E chi che nieghi o dica Tutta la gran fatica, La doglia e 'l marrimento, Lo danno e 'l pensamento, E l'angoscia e le pene, Che la gente sostene? Lo giorno 'l mese e l'anno Venne di quello 'nganno. E 'l laido 'ngenerare, E lo grave portare; E lo parto doglioso, E 'l nudrir faticoso Che voi ci sofferete, Tutto perciò l'avete. E 'l lavorio di terra, Invidia e astio e guerra; Omicidio e peccato Di ciò fu generato. Che 'nnanti questo, tutto Facea la terra frutto Senza nulla semente, O briga d'uom vivente. Ma sta sottilitate Tocca a Divinitate: Ed i' non mi trametto Di punto così stretto; E non aggio talento A sì gran fondamento Trattar con uomo nato. Ma quello che m'è dato I' lo faccio sovente: Che se tu poni mente, Ben vedi li animali Ch'i' non li faccio iguali Nè d'una concordanza In vista nè 'n sembianza. E d'erbe e fiori e frutti, Così l'alberi tutti, Vedi che son divisi Le nature e li visi. A ciò ch'i' t'ho contato Che l'uomo fu plasmato, Poi ogne creatura; Se ci ponesti cura, Vedrai palesemente Che Dio onnipotente Volle tutto labore Finir nello migliore: Ch'a chi ben incomenza Audivi per sentenza, Che ha ben mezzo fatto. Ma guardi poi lo tratto: Che di reo compimento Avem dibassamento Di tutto 'l convenente. Ma chi oratamente Fina suo cominciato, Dalla gente è lodato: Sì come dice un motto La fine loda tutto. E tutto ciò che face, O pensa o parla o tace, In tutte guise 'ntende Alla fine ch'attende. Donqua è più graziosa La fine d'ogne cosa, Che tutto l'altro fatto. Però ad ogne patto Dee uomo antivedere Ciò che porrà seguire Di quello che comenza, Che ha bell'apparenza. Che l'uom, se Dio mi vaglia, Creato fu san faglia La più nobile cosa E degna e preziosa Di tutte creature: Così quel ch'è 'n alture, Li diede signoria D'ogne cosa che fia, In terra figurata, Ver è ch'è viziata Dello primo peccato, Donde 'l mondo è turbato. Vedi ch'ogni animale Per forza naturale La testa e 'l viso bassa Verso la terra bassa, Per far significanza Della grande bassanza Di lor condizione, Che son senza ragione; E seguon lor volere Senza misura avere. Ma l'uomo ad altra guisa Sua natura divisa Per vantaggio d'onore; Che 'n alto a tutte l'ore Mira per dimostrare Lo suo nobile affare: Ch'egli ha per conoscenza E ragione e scienza. Dell'anima dell'uomo Io ti diraggio como È tanto degna e cara, E nobile e preclara, Che puote a compimento Aver conoscimento Di ciò ch'è ordinato; Sol se non fu servato Vo divina potenza. Però senza fallenza Fu l'anima locata, E messa consolata Nello più degno loco, Ancor che paia poco; Ed è chiamato core. Ma 'l capo n'è signore, Che molt'è degno membro: E s'io ben vi rimembro, Ess'è lume e corona Di tutta la persona. Ben è vero che 'l nome È divisato; come La forza e la scienza, Che l'anima 'mpotenza, Si divide e si parte; Ed aura in plusor parte. Che se tu poni cura, Quando la creatura Vedem vivificata; È l'anima chiamata. Ma la voglia e l'ardire, Usa la gente dire: Quest'è l'animo mio; Questo voglio e desio. E l'uom savio e saccente Dicon ch'ha buona mente. E chi sa giudicare, E per certo ritrare Lo falso e lo deritto; Ragion è 'n nome ditto. E chi saputamente Un grave punto sente In fatto e 'n ditto e 'n cenno; Quell'è chiamato senno. E quando l'uomo spira, La lena manda e tira; È spirito chiamato. Così t'aggio contato, Che 'n queste sei partute Si parte la virtute; Che l'anima fu data, E così nominata. Nel capo son tre celle: Ed io dirò di quelle. Davanti è lo ricetto Di tutto lo 'ntelletto; E la forza d'apprendere quello che puote 'ntendere. In mezzo è la ragione, E la discrezione, Che scerne bene e male; E lo terno è l'iguale. Di retro sta con gloria La valente memoria, Che ricorda e ritene Quello che 'n essa vene. Così se tu ripensi Son fatti cinque i sensi, Li qua' ti voglio dire: Lo vedere, e l'udire; L'odorare, e 'l gustare; E appresso lo toccare. Questi hanno per offizio, Che l'olfato e lo vizio, Li fatti e le favelle Riportano alle celle, Ch'i' v'aggio nominate: E loco son posate.

IX.

Ancor son quattro umori Di diversi colori, Che per la lor cagione Fanno la complessione D'ogne cosa formare, E sovente mutare: Sì come l'uomo avanza Le altre 'n sua possanza. Che l'un è signoria Della malenconia; La quale è fredda e secca: Certo è di larga tecca. Un altro n'è 'n podere Di sangue, al mio parere, Ch'è caldo ed umoroso, E fresco e gioioso. E flemma 'n alto monta, Ch'umido e freddo pronta; E par che sia pesante: Quell'uomo è più pensante. Poi la collera vene, Che caldo e foco tene; Che fa l'uomo leggiero, E presto e talor fiero. E queste quattro cose Così contrariose, E tanto disiguali In tutti l'animali Si convene accordare; E di lor temperare, E refrenar ciascuno: Sì ch'i' li rechi ad uno, Sì ch'ogne corpo nato Ne sia complessionato. E sacci ch'altramente Non sen faria niente.

X.

Altresì tutto 'l mondo Dal ciel fin al profondo È di quattro elemente Fatto ordinatamente: D'aria, d'acqua, e di foco; E dentro in suo loco, Che per fermarlo bene Sottilmente convene Lo freddo per calore, E 'l secco per umore, E tutti per ciascuno Sì refrenare ad uno, Che la lor discordanza Ritorni 'n aguaglianza, Ch'è ciascuno contraro All'altro ch'è disvaro: Ogni uomo ha sua natura E divisa figura; E son tuttor dispare. Ma i' li faccio pare; E tutta lor discordia Ritorno alla concordia: Che io per lor ritegno Lo mondo, e lo sostegno; Salva la volontade Della Divinitade. Ben dico veramente, Che Dio onnipotente Fece sette pianete, Ciascuna 'n sua parete; E dodici segnali: I' ti dirò ben quali. E fu lo suo volere Di donar lor podere In tutte creature, Secondo lor nature. Ma senza fallimento Sotto mio reggimento È tutta la lor arte: Sì che nessun si parte Dal corso ch'i' ho dato, A ciascun misurato. E dicendo lo vero Cotal è lor mistero, Che metton forza e cura In dar freddo e calura; E piova e neve e vento, Sereno e turbamento. E s'altra provedenza Fu messa 'n lor potenza, Non ne farò menzione: Che piccola cagione Ti poria far errare: Che tu de' pur pensare, Che le cose future, E l'aperte e le scure La somma maestade Ritenne 'n potestade. Ma se da Astorlomia Vorrai saper la via Della luna e del sole, (Come saper si vuole) E di tutte pianete; Qua 'nnanzi 'l troverete Andando 'n quelle parti, Ove son le sette arti. Ben so che lungamente Intorno al convenente Abboti ragionato; Sì ch'i' t'abbo contato Una lunga matera, Certo 'n breve manera. E se m'hai bene inteso, Nel mio dir ho compreso Tutto 'l cominciamento, E 'l primo movimento D'ogne cosa mondana, E della gente umana: Ed hotti detto un poco, Come s'avvene loco, Della Divinitate: Ed holle tralasciate, Sì come quella cosa Ch'è sì preziosa; E sì alta e sì degna, Che non par che s'avvegna Chi mette 'ntendimento In sì gran fondamento. Ma tu semplicemente Credi veracemente Ciò che la Chiesa santa Ne predica e ne canta. Appresso t'ho contato Del ciel com'è stellato, Ma quando fie stagione, Udirai la ragione Del ciel com'è ritondo, E del sito del mondo; Ma non sarà per rima, Come questo di prima; Ma per piano volgare Ti fia detto l'affare, E dimostrato aperto, Come sarai più certo.

XI.

Ond'i' ti prego omai Per la fede che m'hai, Che ti piaccia partire: Ch'a me conviene gire Per lo mondo d'intorno; E di notte e di giorno Avere studio e cura In ogne creatura, Ch'è sotto mio mistero. E faccio a Dio preghiero, Che ti conduca e guidi In tutte parti fidi. Appress'esta parola Voltò 'l viso e la gola; E fattami sembianza Che senza dimoranza Volesse visitare E li fiumi e lo mare. E senza dir fallenza, Ben ell'ha gran potenza: Che s'io vo dir lo vero Il suo alto mistero È una maraviglia, Ch'in un'ora compiglia E cielo e terra e mare, Compiendo suo affare. Che così poco stando, Al suo breve comando I' vidi apertamente, Come fosse presente. Li fiumi principali Che son quattro; li quali Secondo lo mio avviso Muovon di Paradiso: Ciò son Tigris, Fison, Eufrates, e Geon. L'un se ne passa a destra, L'altro ver la sinestra; Lo terzo corre 'n quae, Lo quarto va in lae: Sì ch'Eufrates passa Ver Babilone cassa In Messopotamia; E mena tuttavia Le pietre preziose, E gemme dignitose Di troppo gran valore Per forza e per colore. Geon va 'n Etiopia, E per la grande copia D'acqua che 'n esso abbonda, Bagna della sua onda Tutta terra d'Egitto; E fa meglio a deritto Una volta per anno; E ristora lo danno Che l'Egitto sostene, Che mai piova non vene. Così serva suo filo, Ed è chiamato Nilo: D'un suo ramo si dice, Ch'è chiamato Calice. Tigris tien altra via, Che corre ver Soria Sì smisuratamente Che non è uom vivente, Che dica che vedesse Cosa che sì corresse. Fison va più lontano; Ed è da noi sì strano, Che quando ne ragiono I' non trovo nessuno Che l'abbia navigato, O 'n quelle parti usato. Ed in poca dimora Provede per misura Le parti di Levante: Là dove sono tante Gemme di gran vertute, E di molta salute; E sono 'n quello giro Balsamo ed ambra e tiro, E lo pepe e lo legno Aloè ch'è sì degno; E spigo e cardamomo, Gengiove e cinamomo; Ed altre molte spezie Ciascheduna 'n sua spezie; E meglio oro, e più fina E sana medicina. Appresso 'n questo poco Misero a retto loco Le tigri e li grifoni, Allifanti e leoni, Cammelli e dragumene E badalischi e gene, E pantere e castoro; Le formiche dell'oro, E tant'altri animali, Ch'i' non so ben dir quali: Che son sì divisati, E sì dissimigliati Di corpo e di fazione; Di sì fera ragione, E di sì strana taglia, Che non credo san faglia Ch'alcun uomo vivente Potesse veramente Per lingua o per scritture Recitar le figure Delle bestie e d'uccelli: Tanti son, laidi e belli. E vidi mantenente La regina possente, Che stendeva la mano Verso 'l mare Oceano: Quel che cinge la terra, E che la cerchia e serra; Ed ha una natura Ch'a veder ben è dura, Ch'un'ora cresce molto E fa grande tomolto, Poi torna in dibassanza. Così fa per usanza; Or prende terra, or lassa Or monta ed or dibassa; E la gente per motto Dice ch'ha nome fiotto. Ed io ponendo mente Là oltre nel Ponente Appress'a questo mare, E vidi ritte stare Gran colonne; le quali Ci mise per segnali Ercules il potente Per mostrare alla gente, Che loco sia finata La terra e terminata: Ch'elli per forte guerra Avea vinta la terra Per tutto l'Occidente, E non trovò più gente. Ma dopo la sua morte Si son genti raccorte, E sono oltre passati; Sì che sono abitati Di là in bel paese, E ricco per le spese, Di questo mar ch'i' dico. Vidi per uso antico Nella profonda Spagna Partire una rigagna Di questo nostro mare Che cerca (ciò mi pare) Quasi lo mondo tutto: Sì che per suo condutto Ben può chi sa dell'arte Navigar tutte parte. E' gitta 'n questa guisa Da Spagna fino a Pisa; La Grecia, e la Toscana, In terra Ciciliana; E nel Levante dritto, Ed in terra d'Egitto. Ver è che 'n Oriente Lo mar volta presente Lo Sottentrione Per una regione, Dove lo mar non piglia Terra che sia sei miglia. Poi ritorna 'n ampiezza, E poi 'n tale strettezza, Ch'i' non credo che passi Che cinquecento passi. Di questo mar si parte Lo mar che noi disparte Là nella regione Di Vinegia e d'Ancone. Così ogne altro mare Che per la terra pare, Di traverso o d'intorno Si muove, e fa ritorno In questo mar Pisano, Ov'è 'l mare Oceano. Ed io che mi sforzava Di ciò ched io mirava Saper lo certo stato; Tant'andai d'ogni lato Per saper la natura D'ognuna creatura; Ch'i' vidi apertamente Davanti al mio vedente Di ciascuno animale E lo bene e lo male; E la condizione, E la generazione, E lo lor nascimento, Lo lor cominciamento; E tutta lor usanza, La vista e la sembianza. Ond'i' aggio talento Nel mio parlamento Tener ciò ch'i' ne vidi, Non dico ch'i' m'affidi Di contarle per rima Dal piè fin alla cima; Ma bel volgare e puro, Tal che non fia oscuro, Vi dicerà per prosa Quasi tutta la cosa Qua 'nnanzi dalla fine, Perchè paia più fine.

XII.

Da poi ch'alla Natura Parve che fosse l'ora Del mio dipartimento, Con gaio parlamento Mi cominciò a dire Parole da partire. Con grazia e con amore Facendomi onore, Disse: fi' di Latino Guarda che 'l gran camino Non trovi esta semmana. Ma questa selva piana Che tu vedi a senestra, Cavalcherai a destra. Non ti paia travaglia, Che tu vedrai san faglia Tutte le gran sentenze E le dure credenze. E poi dall'altra via Vedrai Filosofia, E tutte sue sorelle. Poi udirai novelle Delle quattro vertuti; E se quindi ti muti, Troverai la Ventura A cui si pone cura, Che non ha certa via. Vedrai Baratteria, Che 'n sua corte si tene Di dire e 'l male e 'l bene E se non hai timore, Vedrai lo Dio d'amore; E vedrai molta gente Che servono umilmente; E vedrai le saette Che fuor dell'arco mette. Ma perchè tu non cassi In quelli duri passi, Ti porta questa 'nsegna Che nel mio nome regna. E se tu fussi giunto D'alcun gravoso punto; Tosto la mostra fuore: Nè fia sì duro core, Che per la mia temenza Non t'abbia reverenza. Ed io gecchitamente Ricevetti presente La 'nsegna che mi diede. Poi le baciai lo piede, E mercè le chiamai; Ch'ella m'avesse omai Per suo accomandato. E quando fui girato Già più non la rividi. Or conven ch'i' mi guidi Ver là dove mi disse, Anzi che si partisse.

XIII.

Or va mastro Brunetto Per un sentiero stretto, Cercando di vedere, E toccare e sapere Ciò che gli è destinato. E non fu' guari andato Ch'i' fui nella diserta: Sì ch'io non trovai certa Nè strada nè sentiero. Deh che paese fiero Trovai 'n quella parte! Che s'i' sapesse d'arte, Quivi mi bisognava: Che quanto più mirava Più mi parea selvaggio. Quivi non ha viaggio, Quivi non ha persone, Quivi non ha magione; Non bestia non uccello, Non fiume non ruscello, Non formica non moscha, Non cosa ch'i' conosca. Ed io pensando forte Dottai ben della morte. E non è maraviglia: Che ben trecento miglia Durava d'ogni lato Quel paese smagato. Ma si m'assicurai Quando mi ricordai Del sicuro signale, Che contra tutto male Mi dà sicuramento. Ed i' presi andamento Quasi per avventura Per una valle scura; Tanto ch'al terzo giorno I' mi trovai d'intorno Un gran piano giocondo, Lo più gaio del mondo E lo più degnetoso. Ma recordar non oso Ciò ch'i' trovai e vidi. Se Dio mi porti e guidi, I' non sarei creduto Di ciò ch'i' ho veduto: Ch'i' vidi Imperadori, E Re e gran signori, E mastri di scienze Che dettavan sentenze; E vidi tante cose Che già 'n rime nè 'n prose. Non le poria ritrare. Ma sopra tutti stare Vidi un'imperadrice, Di cui la gente dice Che ha nome Vertute; Ed è capo e salute Di tutta costumanza, E della buona usanza, E di buoni reggimenti, Che vivono le genti. E vidi alli occhi miei Esser nate da lei Quattro regine figlie. E strane maraviglie Vidi di ciascheduna, Ch'or mi parea tutt'una, Or mi parean divise E 'n quattro parti mise: Sì ch'ogne uno per sene Tenea sue proprie mene; Ed avea suo legnaggio, Suo corso e suo viaggio; E 'n sua propria magione Tenea corte e ragione: Ma non già di paraggio Che l'un è troppo maggio; E poi di grado 'n grado Ciascuna va più rado.

XIV.

Ed i' ch'avea volere Di più certo savere La natura del fatto, Mi mossi senza patto Di domandar fidanza; E trassemi all'avanza Della corte maggiore, Che v'è scritto 'l tenore D'una cotal sentenza: Qui dimora Prudenza; Cui la gente 'n volgare Suole senno chiamare. E vidi nella corte Là dentro dalle porte Quattro donne reali, Con corti principali Tenean ragione ed uso. Poi mi tornai là giuso Ad un altro palaggio; E vidi 'n bello staggio Scritto per sottiglianza: Qui sta la Temperanza; Cui la gente tal'ora Suole chiamar misura E vidi là d'intorno Dimorare a soggiorno Cinque gran principesse; E vidi ch'elle stesse Tenean gran parlamento Di ricco 'nsegnamento. Poi nell'altra magione Vidi 'n un gran petrone Scritto per sottigliezza: Qui dimora Fortezza; Cui tal'or per usaggio Valenza di coraggio La chiama alcuna gente. Poi vidi immantenente Quattro ricche contesse, E genti rade e spesse Che stavano ad udire Ciò ch'elle voglion dire. E partendomi un poco, I' vidi 'n altro loco La donna 'ncoronata, Per una camminata Che menava gran festa, E tal'or gran tempesta. E vidi che lo scritto Ch'era di sopra scritto In lettera dorata Diceva: Io son chiamata Iustizia in ogne parte. Vidi dall'altra parte Quattro maestri grandi; Ed alli lor comandi Stavano obbidienti Quasi tutte le genti. Così s'i' non mi sconto, Eran venti per conto Queste donne reali, Che delle principali Son nate per legnaggio, Sì come detto v'aggio.

XV.

E s'io contar volesse Ciò ch'i' ben vidi d'esse Insieme ed in divise; Non credo 'n mille guise Che 'n scrittura capesse, Nè che lingua potesse Divisar lor grandore Nel bene e nel malore. Però più non vi dico: Ma sì pensai con meco Che quattro van con loro, Cui credo ed adoro Assai più coralmente: Perchè lor convenente Mi par più grazioso, E della gente in uso: Cortesia, e Larghezza, Lealtà, e Prodezza. Di tutte quattro queste Il puro sanza veste Dirò 'n questo libretto. Dell'altre non prometto Di dir, nè di rimare: Ma chi le vuol trovare Cerchi nel gran Tesoro, Ch'è fatto per coloro Ch'hanno lo cor più alto. Là farò grande salto Per dirle più distese Nella lingua Franzese. Ond'i' ritorno omai Per dir com'i' trovai Le altre a gran letizia In casa di Giustizia: Che son sue discendenti, E nate di sue genti. Ed i' n'andai da canto E dimoravi tanto, Ched io vidi Larghezza Mostrar con gran pianezza Ad un bel cavaliero Come nel suo mestiero Si dovesse portare. E dicea, ciò mi pare: Se tu vuoli esser mio Di tanto t'addisio, Che nullo tempo mai Di me mal non avrai: Anzi farai tutt'ore In grandezza e 'n riccore; Che mai uom per Larghezza Non venne 'n poverezza. Ver è ch'assai persone Dicon ch'a mia cagione Hanno l'aver perduto; E ch'è lor divenuto, Perchè son larghi stati. Ma molto sono errati: Che com'è largo quelli Che par che s'accapelli Per una poca cosa, Ov'onor ha gran posa? Ed un altro a bruttezza Farà sì gran larghezza, Che sia smisuranza. Ma tu sappi 'n certanza, Che null'ora che sia Venir non ti poria La tua ricchezza meno, Se t'attieni al mio freno Nel modo ch'i' diraggio. Che quelli è largo e saggio, Che spende lo danaro Per salvar l'agostaro. Però in ogne lato Rimembri di tuo stato; E spendi allegramente. E non vo che sgomente, Se più che sia ragione Dispendi alla stagione: Anzi è di mio volere, Che tu di non vedere T'infingi alle fiate. De' denari o derrate Che vanno per onore, Pensa che sia 'l migliore. E se cosa addivenga Che spender ti convenga; Guarda che sia 'ntento, Sì che non paie lento; Che dare tostamente È donar doppiamente; E dar come sforzato Perde lo dono e 'l grato: Che molto più risplende Lo poco chi lo spende Tosto e con larga mano, Che quel che di lontano Dispendi con larghezza. . . . . . . . . . .

XVI.

Ma tuttavia ti guarda D'una cosa, che 'mbarda La gente più che 'l grado; Cioè giuoco di dado. Che non è di mia parte Chi si gitta 'n tal'arte: Ch'egli è disviamento, E grande struggimento. Ma tanto dico bene, Se talor si convene Giuocar per far onore Ad amico o signore; Che tu giuochi al più grosso; E non dire: I' non posso. Non abbi 'n ciò vilezza, Ma lieta gagliardezza: E se tu perdi posta, Paia che non ti costa; Non dicer villania, Nè mal motto che sia. Ancor chi s'abbandona Per astio di persona; O per sua vana gloria Esce dalla memoria A spender malamente, Non m'aggrada neente. E molto m'è rubello Chi dispende 'n bordello; E va perdendo 'l giorno In femine d'intorno. Ma chi di suo buon cuore Amasse per amore Una donna valente, Se tal'or largamente Dispendesse o donasse Non sì che folleasse; Ben lo si puote fare: Ma nol voglio approvare. E tengo a grande scherna Chi dispende 'n taverna; O chi in ghiottornia Si gitta, o 'n beveria: Ed è peggio ch'uom morto, E 'l suo distrugge a torto. Ed ho visto persone Ch'a comperar cappone, Perdice e grosso pesce, Lo spender non incresce: Come vuole, sian cari, Pur trovinsi danari; Si paga immantenente: E credon che la gente Gli le ponga a larghezza. Ma ben è gran vilezza Ingollar tanta cosa. Chi già fare non osa Conviti, nè presenti; Ma con li propri denti Mangia e divora tutto, Seco ha costume brutto. Ma s'io m'avvedesse, Ch'egli altro ben facesse; Unque di ben mangiare Nol dovria biasimare. Ma chi 'l nasconde e fugge, E consuma e distrugge; Solo chi ben si pasce, Certo 'n mal punto nasce. Acci gente di corte, Che sono usate a corte A sollazzar la gente: Domandonti sovente Danari e vestimenti. Certo se tu ti senti Lo poder di donare, Ben dei corteseggiare: Guardando d'ogne lato Di ciascun luogo e stato. Mangia, non ebriare: Se tu poi megliorare Lo dono in alto loco, Non ti vinca per giuoco Lusinga di buffone. Guarda loco e stagione Secondo che s'avvene: Che 'l presentar ritene Amore ed onoranza, Compagnia ed usanza. E sai ch'i' molto lodo, Che tu ad ogni modo Abbi di belli arnesi E privati e palesi: Sì che 'n casa e di fuore Si paia 'l tuo onore. E se tu fai convito, O corredo bandito; Fa 'l provedutamente Che non falli neente. Di tutto 'nnanzi pensa: E quando siedi a mensa, Non fare un laido piglio; Non chiamare a consiglio Seniscalco e sargente: Che da tutta la gente Sarai scarso tenuto, O non ben proveduto. Omai t'ho detto assai: Però ti partirai, E dritto per la via Ne va a Cortesia. Pregala da mia parte, Che ti mostri su' arte: Ch'i' già non veggio lume Senza suo buon costume.

XVII.

Lo cavalier valente Si mosse snellamente; E gìo senza dimora Loco dove dimora Cortesia graziosa, In cui ogne ora posa Pregio di valimento: E con bei gecchimento La pregò che 'nsegnare Li dovesse e mostrare Tutta la maestria Di fina cortesia. Ed ella immantenente Con bel viso piacente Disse 'n questa manera Lo fatto e la matera. Sie certo che Larghezza È 'l capo e la larghezza Di tutto mio mistero: Sì ch'i' non vaglio guero; E s'ella non m'aita Poco sarà gradita. Ell'è mio fondamento, E io suo adornamento, E colore e vernice. E chi lo ben ver dice, Se noi due nomi avemo, Quasi una cosa semo. Ma a te bell'amico, Primamente ti dico, Che nel tuo parlamento Abbie provedimento. Non sie troppo parlante; E pensati davante Quello che dir vorrai: Che non ritorna mai La parola ch'è detta; Sì come la saetta Che va e non ritorna, Chi ha la lingua adorna, Poco senno li basta, Se per follia nol guasta. Il detto sia soave; E guarda e' non sie grave In dir ne' reggimenti: Che non puoi alle genti Far più gravosa noia. Consiglio, che si muoia Chi pare per gravezza Che mai non se ne svezza. E chi non ha misura, Se fa 'l ben, sì lo fura. Non sie inizzatore; Nè sie ridicitore Di quel ch'altra persona Davanti a te ragiona. E non usar rampogna; Non dire altrui vergogna, Nè villania d'alcuno: Che già non è nessuno, Che non possa di botto Dicere un laido motto. Nè non sie sì sicuro, Che pur un motto duro Ch'altra persona tocca, T'esca fuor della bocca: Che troppa sicuranza Fa contro buona usanza. E chi sta lungo via, Guardi non dir follia. Ma sai che ti comando, Ed impongo a gran bando? Che l'amico da bene Innore quanto dene A piede ed a cavallo. Nè già per poco fallo Non prender grosso core. Per te non fa l'amore: Ed abbi sempre a mente D'usar con buona gente; E dalla ria ti parti: Che sì come dall'arti Qualche vizio n'apprendi, Sì ch'anzi che t'amendi, N'avrai danno e disnore. Però a tutte l'ore Ti tieni a buon'usanza: Perciocch'ella t'avanza In pregio ed in onore, E fatti esser migliore; Ed a bella figura (Ch'ell'è buona ventura) Ti rischiara e pulisce Se 'l buono uso seguisce. Ma guarda tutta via, Se quella compagnia Ti paresse gravoso; Di gir non sie più oso: Ma d'altri si procaccia, A cui 'l tuo fatto piaccia. Amico, guarda bene: Con più ricco di tene Non ti caglia d'usare; Che starai per giullare, O spenderai quant'essi: Che se tu nol facessi, Sarebbe villania. E pensa tutta via Ch'a larga 'ncomincianza Si vuol perseveranza. Dunque dei provedere, Se 'l porta 'l tuo podere, Che 'l facci apertamente. Se no, si poni mente Di non far tanta spesa, Che poscia sia ripresa: Ma prendi usanza tale Che sia con teco uguale. E s'avanzasse un poco, Non ti partir da loco; Ma spendi di paraggio: Non prender avvantaggio. E pensa ogni fiata, Se nella tua brigata Ha uomo al tuo parere Non potente d'avere; Per Dio non lo sforzare Più che non possa fare. Che se per tuo conforto Il suo distrugge a torto, E torna a basso stato; Tu ne sarai biasmato. E ben ci son persone D'altra condizione, Che si chiaman gentili: Tutt'altri tengon vili Per cotal gentilezza; Ed a questa baldezza Tal chiama mercenaio, Che più tost'uno staio Spenderia di fiorini, Ch'esso de' picciolini: Benchè li lor podere Fossero d'un valere. E chi gentil si tene Senza far altro bene, Se non di quella boce; Credesi far la croce: Ma el ti fa la fica. Chi non dura fatica, Sì che possa valere; Non si creda capere Tra li uomini valenti Perchè sian di gran genti. Ch'io gentil tegno quegli Che par ch'il mondo pigli Di grande valimento, E di bel nudrimento: Sì ch'oltre suo legnaggio Fa cose d'avvantaggio, E vive onratamente Sì che piace alla gente. Ben dico se a ben fare Sia l'uno e l'altro pare; Quello ch'è meglio nato È tenuto più a grato: Non per mia maestranza, Ma pare che sia usanza, La qual vinca ed abbatti Gran parte de' miei fatti, Sì ch'altro non dir posso Ch'esto mondo è sì grosso, Che ben per poco ditto Si giudica 'l diritto: Che lo grande e 'l minore Che vivano a romore. Per ciò ne sie avveduto Di star tra lor sì muto, Che non ne faccian risa. Passati alla lor guisa: Che 'nnanzi ti comporto Che tu segui lor torto, Che se pur ben facessi, E tu lor non piacessi, Nulla cosa ti vale Il dire bene e male. Però non dir novella, Che non sia buona e bella A ciascun che la 'ntende: Che tal te ne riprende, Ed aggiunge bugia Quando se' ito via; Che ti de' ben volere. Però dei tu sapere In cotal compagnia Giocar di maestria: Cioè che sappi dire Quel che deggia piacere. E lo ben se 'l saprai, Con altri li dirai, Dove sia conosciuto, E ben caro tenuto. E molti sconoscenti Troverai tra le genti, Che metton maggior cura D'udire una laidura, Ch'una cosa che vaglia: Trapassa, e non ti caglia. E chi bene ha pensato, Ch'uomo molto pregiato Alcuna volta faccia Cosa che non s'aggiaccia; In piazza ned in templo, Non ne pigliare esemplo: Perciocchè non ha scusa Chi alli altri mal s'ausa. E guarda non errassi, Se tu stessi od andassi Con donna o con signore, O con altro maggiore; E benchè sia tuo pare, Che gli sappia innorare Ciascun per lo suo stato. Siene tu sì appensato E del più e del meno, Che tu non perdi freno. Ma già a tuo minore Non rendere più onore, Che a lui sì ne convegna, Sì ch'a vil te ne tegna. Però s'elli è più basso Va sempre 'nnanzi un passo. E se vai a cavallo, Guarda di non far fallo. E se vai per cittade, Consiglioti che vade Molto cortesemente. Cavalca bellamente Un poco a capo chino: Ch'andar così indifreno Par gran salvatichezza. E non guardar l'altezza D'ogni cosa che trove. Guarda che non ti muove, Com'uom che sia di villa. Non guizzar com'anguilla: Ma va sicuramente Per via e tra la gente. Chi ti chiede 'n prestanza, Non far addimoranza: Se tu vuoli prestare, Nol far tanto penare Che 'l grado sia perduto, Anzi che sia renduto. E quando sei 'n brigata, Seguisci ogni fiata Lor via e lor piacere: Che tu non dei volere Pure alla tua guisa, Nè far da lor divisa. E guardati ad ogni ora, Che laida guardatura Non facci a donna, nata In casa od in istrata. Però chi fa 'l sembiante E dice che è amante, È un briccon venuto. Ed io ho già veduto Solo d'una canzone Peggiorar condizione: Che già a questo paese Non piace loro arnese. E guarda 'n tutte parti, Ch'amor già per su' arti Non t'infiammi lo core: Con ben grave dolore, Consumerai tua vita; Nè già di mia partita Non ti poria tenere, Se fossi in suo podere. Or ti torna a magione, Ch'omai è la stagione; E sie largo e cortese, Sì che 'n ogne paese Tutto tuo convenente Sia tenuto piacente. Per così bel commiato Andò dall'altro lato Lo cavalier gaioso: E molto confortoso Per sembianti parea Di ciò ch'udito avea. E 'n questa beninanza Se n'andò a Leanza: E lei si fece acconto; Poi le disse suo conto, Sì come parve a lui. E certo io che lì fui, Lodo ben sua manera, Lo costume e la cera: E vidi Lealtade, Che pur di veritade Tenea suo parlamento. Con bell'accoglimento Sì disse: Ora m'intendi, E ciò ch'i' dico apprendi.

XVIII.

Amico primamente Consiglio che non mente. In qualche parte sia, Tu non osar bugia: Ch'uom dice che menzogna Ritorna 'n gran vergogna, Perciocchè ha breve corso. E quando vi se' scorso, Se tu alle fiate Dicessi veritate; Non ti saria creduta. Ma se tu hai saputa La verità d'un fatto, E poi per dilla ratto, Grave briga nascesse; Certo se la tacesse, Se ne fossi ripreso, Saria da me difeso. E se tu hai parente, O altro ben vogliente, Cui la gente riprenda D'una laida vicenda; Tu dei essere accorto A diritto ed a torto In dicer ben di lui: E per fare a colui Discerner ciò che dice. E poi quando ti lice, L'amico tuo gastiga Del fatto onde s'imbriga. Cosa che tu prometti, Non voglio che l'ommetti: Comando che s'attenga, Pur che mal non t'avvenga. Ben dicon buoni e rei: Se tu fai ciò che dei, N'avvenga ciò che puote. Sai poi chi ti riscuote, S'un grande mal n'avvene? Foll'è chi teco tene. Ch'i' tegno ben leale Chi per un picciol male Sa schifare un maggiore; Se 'l fa per lo migliore, Sì che lo peggio resta. E chi ti manifesta Alcuna sua credenza, Abbine ritenenza; E la lingua sì lenta, Ch'un altro non la senta Senza la sua parola: Ch'i' già per vista sola Vidi manifestato Un fatto ben celato. E chi ti dà prestanza Sua roba ad iserbanza; Rendila sì a punto, Che non sia 'n fallo giunto: E chi di te si fida Sempre lo guarda e guida. Nè già di tradimento Non ti venga talento. E vo' ch'al tuo Comune, Rimossa ogni cagione, Sie diritto e leale: E già per nullo male Che ne possa avvenire, Non lo lasciar perire. E quando sei 'n conseglio Sempre ti poni al meglio: Nè prego nè temenza . . . . . . . . .

XIX.

Se fai testimonianza, Sia piena di leanza. E se giudichi altrui, Guarda sì ambedui, Che già dall'una parte Non falli 'n nulla parte. Ancor ti prego e dico, Quand'hai lo bono amico, O sì leal parente; Amalo coralmente. Non sia sì grave fallo, Che tu li faccie fallo. E voglio ch'a me crede Santa Chiesa e la Fede; E solo intra la gente Innora lealmente Gesù Cristo e li Santi: Sì ch'i vecchi e li fanti Abbian di te speranza, E prendin buona usanza. E va che ben ti pigli, E che Dio ti consigli: Che per esser leale Si cuopre molto male. Allor lo cavaliero, Che 'n sì alto mistero Avea la mente mesa, Si partì a distesa, E andossene a Prodezza. Quivi con gran pianezza, E con bel piacimento Le disse suo talento. Allor vid'io Prodezza Con viso di baldezza Sicuro e senza risa Parlare a questa guisa.

XX.

Dicoti apertamente, Che tu non sie corrente In far nè dir follia: Che per la fede mia Non ha per sè mia arte Chi segue folle parte. E chi briga mattezza Non sia di tal'altezza, Che non rovini a fondo: Non ha grazia nel mondo. E guardati ad ogne ora, Che tu non facci ingiura, Nè forza ad uom vivente. Quanto se' poi potente, Cotanto più ti guarda: Che la gente non tarda Di portar mala boce Ad uom che sempre nuoce. Di tanto ti conforto: Che se t'è fatto torto, Arditamente e bene La tua ragion mantene. Ben ti consiglio questo: Che se con lo leggisto Atar te ne potessi, Vorria che lo facessi: Ch'egli è maggior prodezza Rifrenar la mattezza Con dolci motti e piani, Che venir alle mani. E non mi piace grido: Pur con senno mi guido. Ma se 'l senno non vale, Metti mal contro a male; Nè già per suo romore Non bassar tuo onore. Ma s'è di te più forte, Fai senno se 'l comporte; E dà lato alla mischia: Che foll'è chi s'arrischia, Quando non è potente. Però cortesemente Ti parti da romore. Ma se per suo furore Non ti lascia partire, Volendoti fedire; Consiglioti e comando Che non ne vad'a bando. Abbi le mani accorte, Non temer della morte: Che tu sai per lo fermo, Che già di nullo schermo Si puote l'uom coprire, Che non deggia morire Quando lo punto vene. Però fa grande bene Chi s'arrischia a morire, Anzi che sofferire Vergogna nè grav'onta. Che 'l maestro ne conta, Che l'uom teme sovente Tal cosa, che neente Li farà nocimento. Nè non mostrar pavento Ad uom ch'è molto folle: Che se ti trova molle, Piglieranne baldanza. Ma tu abbie membranza Di farli un mal riguardo: Sì sarà più codardo. Se tu hai fatta offesa Altrui, che sia ripresa In grave nimistanza; Si abbie per usanza Di guardarti da esso: Ed abbi sempre appresso Ed arme e compagnia A casa e per la via. E se tu vai attorno, Sì va per alto giorno Mirando d'ogne parte: Che non ci ha miglior'arte Per far guardia sicura, Che buona guardatura. L'occhio ti guidi e porti, E lo cor ti conforti. Ed ancora ti dico, Se questo tuo nimico Fosse di basso affare, Non ci ti assicurare. Perchè sie più gentile, Non lo tenere a vile: Ch'ogni uom ha qualche aiuto; E tu hai già veduto Ben fare una vengianza, Che quasi rimembranza Non n'era fra la gente. Però cortesemente Del nemico ti porta: Ed abbie usanza accorta, Se 'l trovi 'n alcun lato, Paie l'abbie trovato. Se 'l trovi 'n alcun loco, Per ira nè per giuoco Non li mostrare asprezza, Nè villana fermezza. Dalli tutta la via: Però che maestria Affina più l'ardire, Che non sa pur ferire. Chi fiede ben ardito Può ben esser ferito: E se tu hai coltello, Altri l'ha buono e bello. Ma maestria conchiude La forza e la vertude; E fa 'ndugiar vendetta, E fa allungar la fretta; E mettere 'n obria, Ed affuta follia. E tu sie ben atteso: Che se tu fossi offeso Di parole o di detto, Non aizzar lo tuo petto; Nè non sie più corrente, Che porti 'l convenente. Al postutto non voglio, Ch'alcun per suo orgoglio Dica nè faccia tanto, Che 'l giuoco torni 'n pianto; Nè che già per parola Si tagli mano o gola, Ed i' ho già veduto Uomo che par seduto; Non facendo mostranza, Far ben dura vengianza. S'ha offeso te di fatto, Dicoti ad ogne patto Che tu non sie musorno: Ma di notte e di giorno Pensa della vendetta: E non aver tal fretta, Che tu ne peggiori onta. Che 'l maestro ne conta, Che fretta porta 'nganno; E indugia par di danno. La cosa lenta o ratta, Sia la vendetta fatta. E se 'l tuo buono amico Ha guerra di nemico; Tu ne fa quanto puoi. E guardati da poi Non metter tal burbanza, Ched elli a tua baldanza Cominciasse tal cosa, Che mai non abbia posa. E ancora non ti caglia D'oste nè di battaglia; Nè non fie trovatore Di guerra e di romore. Ma se par avvenesse Che 'l tuo Comun facesse Oste ne cavalcata; Voglio che 'n quell'andata Ti porti con barnaggio: E dimostrati maggio Che non porta tuo stato. E dei 'n ogne lato Mostrar viva franchezza, E far buona prodezza. Non sie lento nè tardo: Che già uomo codardo Non conquistò onore, Nè divenne maggiore. E tu per nulla sorte Non dubitar di morte: Ch'assai è più piacente Morir onratamente, Ch'esser vituperato, Vivendo, in ogne lato. Or torna 'n tuo paese, E sie prode e cortese: Non sie lanier nè molle, Nè corrente nè folle. Così noi due stranieri Ci ritornammo a Tieri. Colui n'andò 'n sua terra Ben appreso di guerra; Ed i' presi carriera Per andar là dov'era Tutto mio 'ntendimento, E 'l final pensamento; Per esser veditore Di Ventura e d'Amore.

XXI.

Or se ne va 'l maestro Per lo camino a destro; Pensando drittamente Intorno al convenente Delle cose vedute: E son maggiore essute, Che non so divitare. E ben si de' pensare, Chi ha la mente sana Od ha sale 'n dogana, Che 'l fatto è ismutato: E troppo gran peccato Sarebbe a raccontare. Or voglio 'ntralasciare Tanto senno e savere, Quanto fui a vedere; Per contar mio viaggio: Come 'n calen di maggio Passati e valli e monti, E boschi e selve e ponti, I' giunsi 'n un bel prato Fiorito d'ogne lato, Lo più ricco del mondo. Ma or mi parea tondo, Or avìa quadratura; Or avìa l'aria scura, Or è chiara e lucente; Or veggio molta gente, Or non veggio persone; Or veggio padiglione, Or veggio casa e torre: L'un giace e l'altro corre, L'un fugge e l'altro caccia; Chi sta e chi procaccia; L'un gode e l'altro 'mpazza; Chi piange e chi sollazza. Così da ogne canto Vedea sollazzo e pianto. Però s'i' dubitai, E mi maravigliai; Ben lo de' uom savere Que' che stanno a vedere. Ma trovai quel suggello, Che da ogne rubello Mi fida e m'assicura, Così sanza paura Mi trassi più avanti; E trovai quattro fanti Ch'andavan trabattendo. Ed i' ch'ogne ora attendo A saper veritate Delle cose passate, Pregai per cortesia Che sostasser la via, Per dirne 'l convenente Del luogo e della gente. E l'un ch'era più saggio E d'ogne cosa maggio, Mi disse 'n breve detto; Sappie mastro Brunetto Che qui sta monsignore, Cioè Iddio d'Amore. E se tu non mi credi, Pass'oltre e sì 'l ti vedi: E più non mi toccare, Ch'i' non posso parlare. Così fur dispartiti Ed in un poco giti; Ch'i' non so dove e come, Nè la 'nsegna nè 'l nome. Ma i' m'assicurai, E tanto 'nnanzi andai, Che io vidi al postutto E parte e mezzo e tutto: E vidi molte genti Chi liete e chi dolenti. E davanti al signore Parea che gran romore Facesse un'altra schiera, Ed una gran carriera. I' vidi ritto stante Ignudo un fresco fante, Ch'avea l'arco e li strali, Ed avea penne ed ali. Ma neente vedea; E sovente traea Gran colpi di saette; E là dove le mette, Conven che fora paia Chi che pericol n'aia. E questi al buon ver dire Avea nome Piacere. E quando presso fui, I' vidi presso a lui Quattro donne valenti Tener sopra le genti Tutta la signoria. E della lor balia I' vidi quanto e come; E sovvi dir lo nome: È Amore, e Speranza, Paura, e Disianza. E ciascuna 'n disparte Adopera sua arte, E la forza e 'l savere, Quant'ella può valere. Che Disianza punge La mente; e la compunge, E forza malamente D'aver presentemente La cosa disiata: Ed è sì disviata, Che non cura d'onore, Nè morte nè romore, Nè pericol d'avvegna, Nè cosa che sostegna. Se non che la paura La tira ciascun'ora Sì che non osa gire, Nè solo un motto dire, Nè fare pur sembiante: Però che 'l fine amante Ritene a dismiura. Ben ha la vita dura Chi così si bilanza Tra tema e disianza. Ma fine amor sollena Nel gran disio che mena; E fa dolce parere, E lieve a sostenere Lo travaglio e l'affanno, E la doglia e lo danno. D'altra parte speranza Adduce gran fidanza Incontro alla paura; E tuttor l'assicura D'aver lo compimento Del suo 'nnamoramento; E questi quattro stati, Che son di piacer nati Con esso sì congiunti, Che già ore nè punti Non potresti trovare Tra 'l loro 'ngenerare. Che quand'uomo 'nnamora, I' dico che quell'ora Desia ed ha timore, E speranza ed amore Di persona piaciuta; Che la saetta acuta Che muove di piacere, Lo sforza, e fa volere Diletto corporale: Tant'è l'amor corale.

XXII.

Poi mi trassi da canto: Ed in un ricco manto Vidi Ovidio maggiore, Che li atti dell'amore, Che son così diversi, Rassembra e mette 'n versi. Ed i' mi trassi appresso, E dimandai lui stesso, Ched elli apertamente Mi dica 'mmantenente E lo bene e lo male Dello fante e dell'ale, Delli strali e dell'arco; E donde tale 'ncarco Li vene che non vede. Ed elli 'n buona fede Mi rispose in volgare: Della forza d'amare Non sa chi non lo prova. Perciò s'a te ne giova, Cercati fra lo petto Del bene e del diletto, Del male e dell'errore, Che nasce per amore. Assai mi volsi 'ntorno E la notte e lo giorno; Credendomi fuggire Dal fante che ferire Lo cor non mi potesse. E s'io questo tacesse, Fare' maggior savere Ch'io fui messo 'n potere Ed in forza d'amore. Però caro signore, S'i' fallo nel dettare; Voi dovete pensare, Che l'uomo innamorato Sovente muta stato: E così stando un poco I' mi mutai di loco, Credendomi campare. Ma non potetti andare, Ch'io v'era sì 'nvescato, Che già da nullo lato Potea mover lo passo. Così fui giunto lasso; E messo 'n mala parte. Ma Ovidio per arte Mi diede maestria; Sì ch'io trovai la via, Ond'i' mi trafugai. Così l'alpe passai, E venni alla pianura. Ma troppo gran paura, Ed affanno e dolore Di persona e di core M'avvenne 'n quel viaggio. Ond'io pensato m'aggio, Anzi ch'i' passi avanti A Dio ed alli Santi Tornar divotamente; E molto umilemente Confessar i peccati A' preti ed alli frati. E questo mio libretto Con ogni altro mio detto, Ched io trovato avesse; S'alcun vizio tenesse, Commetto ogne stagione A loro correzione Per far l'opera piana Con la fede cristiana. E voi caro signore, Prego di tutto core Che non vi sia gravoso, S'i' alquanto mi riposo; Finchè di penitenza Per fina conoscenza Mi possa consigliare: Ch'ho uomo che mi pare Ver me intero amico; A cui sovente dico E mostro mie credenze, E tengo sue sentenze.

XXIII.[4]

Al fino amico caro, A cui molto contraro D'allegrezza e d'affanno Pare venuto ogne anno; Io Brunetto Latino Che nessun giorno fino D'avere gioia e pena, Come ventura mena La rota a falsa parte; Ti mando 'n queste carte Salute e intero amore. Ch'i' non trovo migliore Amico che mi guidi, Ed a cui più mi fidi Di dir le mie credenzie: Che troppo ben sentenzie, Quando chero consiglio Intra 'l bene e 'l periglio. Or m'è venuta cosa Ch'i' non poria nascosa Tener, ch'io non ti dica: Pur non ti sia fatica D'udire 'nfino al fine. Amico, tutte han fine Mie parole mondane, Ch'i' dissi ogne ora vane. Per Dio mercè ti mova La ragione e la prova: Che ciò che dir ti voglio, Da buona parte accoglio. Non sai tu che 'l mondo Si poria dir nonmondo; Considerando quanto Ci hanno 'mmondezza e pianto Che trovi tu che vaglia? Non vedi tu san faglia, Ch'ogni cosa terrena Porta peccato e pena? Nè cosa ci ha sì clera, Che non fallisca e pera? E prendi un animale Più forte e che più vale; Dico che 'n poco punto È disfatto e disgiunto. Ahi uom perchè ti vante, Vecchio, mezzano, e fante? Di che vai tu cenando? Già non sai l'ora o quando Vien quella che ti porta; Quella che non comporta Officio o dignitate. A Dio quante fiate Ne porta le Corone, Come basse persone! Giulio Cesar maggiore, Lo primo Imperadore, Già non campò di morte; Nè Sanson lo più forte Non visse lungamente. Alessandro valente Che conquistò lo mondo, Giace morto 'n profondo. Ansalon per bellezze, Ettor per arditezze, Salamon per savere, Attavian per avere Già non campò un giorno Fuori del suo ritorno.

XXIV.

Ahi uom dunque che fai, Già torni tutto 'n guai? La mannaia non vedi Ch'hai tutt'ora alli piedi? Or guarda 'l mondo tutto: E fiori e foglie e frutto, Uccelli bestie e pesce Di morte fuor non esce. Dunque ben per ragione Provao Salamone, Ch'ogne cosa mondana È vanitate vana. Amico muovi guerra, E va per ogne terra, E va ventando 'l mare; Dona robe e mangiare, Guadagna argento ed oro, Ammassa gran tesoro: Tutto questo che monta? Ira fatica ed onta Hai messo 'n acquistare; E non sai tanto fare, Che non perdi 'n un motto Te e l'acquisto tutto. Ond'io a ciò pensando, E fra me ragionando Quant'i' aggio falluto, E come sono essuto Uomo reo peccatore; Sì ch'al mio creatore Non ebbi provedenza; Nè nulla reverenza Portai a santa Chiesa; Anzi l'ho pur offesa Di parole e di fatto: Ora mi tengo matto, Ch'i' veggio ed ho saputo, Ch'i' son dal mal partuto. E poi ch'io veggio e sento Ch'io vado a perdimento; Saria ben fuor di senso, S'io non proveggio e penso Com'io per lo ben campi Sì che 'l mal non m'avvampi.

XXV.

Così tutto pensoso Un giorno di nascoso, Intrai 'n Monpusolieri: E con questi pensieri Me n'andai alli frati; E tutt'i mie' peccati Contai di motto a motto. Ahi lasso, che corrotto Feci quand'ebbi 'nteso Com'i' era compreso Di smisurati mali. Oltre che criminali! Ch'io pensava tal cosa Che non fosse gravosa, Ch'era peccato forte Più quasi che di morte. Ond'io tutto a scoverto Al frate mi converto, Che m'ha penitenziato. E poi ch'i' son mutato, Ragione è che tu muti: Che sai che sem tenuti Un poco mondanetti. Pero vo' che t'affretti Di gire a frati santi. E pensati d'avanti, Se per modo d'orgoglio Enfiasti unque lo scoglio, Sì che 'l tuo creatore Non amassi a buon core; E non fussi ubbidenti A' suoi comandamenti: E se ti se' vantato Di ciò ch'hai operato In bene od in follia; O per ipocrisia Mostrave di ben fare, Quando volei fallare: E se tra le persone Vai movendo tenzone Di fatto od in minacce, Tanto ch'oltraggio facce; O se t'insuperbisti, Od in greco salisti Per caldo di ricchezza, O per tua gentilezza, O per grandi parenti, O perchè dalle genti Ti pare esser lodato: E se ti se' sforzato Di parer per le vie Miglior che tu non sie; O s'hai tenuto a schifo La gente a torto grifo Per tua gran matteria; O se per leggiadria Ti se' solo seduto, Quando non hai veduto Compagno che ti piaccia; O s'hai mostrato faccia Crucciata per superba; E la parola acerba, Vedendo altrui fallare, A te stesso peccare; O se ti se' vantato O detto in alcun lato D'aver ciò che non hai, O saver che non sai. Amico ben ti membra, Se tu per belle membra, O per bel vestimento Hai preso orgogliamento. Queste cose contate Son di superbia nate; Di cui il savio dice, Ched è capo e radice Del male e del peccato. Il frate m'ha contato, S'io bene mi rammento, Che per orgogliamento Fallio l'Angiol matto; Ed Eva ruppe 'l patto. E la morte d'Abel; La torre di Babel; E la guerra di Troia. Così conven che muoia Soperchio per soperchio, Che spezza ogne coperchio, Amico or ti provedi; Che tu conosci e vedi, Che d'orgogliose prove Invidia nasce e move, Ch'è fuoco della mente. Vedi se se' dolente Dell'altrui beninanza: E s'avesti allegranza Dell'altrui turbamento; O per tuo trattamento Hai ordinata cosa, Che sia altrui gravosa: E se sotto mantello Hai orlato 'l cappello Ad alcun tuo vicino Per metterlo al dichino; O se lo 'ncolpi a torto; E se tu dai conforto Di male a' suoi guerreri. E quando se * dir ieri * Ne parle laido male; Ben mostri che ti cale Di metterlo 'n mal nome. Ma tu non pensi come Lo pregio ch'hai levato Si possa esser levato; Nè pur se mai s'ammorta Lo biasmo. Chi comporta Che tal lo mal dir t'ode, Che poi non lo disode? Invidia è gran peccato; Ed ho scritto trovato, Che prima coce e dole A colui che la vuole. E certo chi ben mira D'invidia nasce l'ira. Che quando tu non puoi Diservire a colui, Nè metterlo al di sotto; Lo cor s'imbrascia tutto D'ira e di mal talento; E tutto 'l pensamento Si gira di mal fare, E di villan parlare: Sì che batte e percuote E fa 'l peggio che puote. Perciò amico pensa, Se a tanta malvolenza Ver Cristo ti crucciasti; O se lo biastemmasti: O se battesti padre, Od offendesti madre, O cherico sagrato, O signore o prelato. Cui l'ira dà di piglio, Perde senno e consiglio, In ira nasce e posa Accidia neghittosa. Chi non può in * tetta * Fornir la sua vendetta, Nè difender chi vuole; L'odio fa come suole: Che sempre monta e cresce, Nè di mente non li esce. Ed è 'n tanto tormento Che non ha pensamento Di neun ben che sia; O tanto si disvia Che non sa megliorare, Nè già ben cominciare; Ma croio e neghittoso È ver Dio glorioso. Questi non va a messa, Nè sa quel che sia essa; Nè dice pater nostro In chiesa ned in chiostro. Che sì per mal'usanza Si gitta 'n disperanza Del peccato ch'ha fatto; Ed è sì stolto e matto Che di suo mal non crede Trovar in Dio mercede; O per falsa cagione S'appiglia a presunzione, Che 'l mette in mala via Di non creder che sia Per ben nè per peccato Uom salvo nè dannato. E dice a tutte l'ore Che già giusto signore Non l'avrebbe creato, Perchè fosse dannato, Ed un altro prosciolto. Questi si scosta molto Dalla verace fede. Forse che non s'avvede Che 'l misericordioso, Tutto che sia piatoso, Sentenzia per giustizia Intra 'l bene e le vizia; E dà merito e pene Secondo che s'avvene?

XXVI.

Or pensa amico mio, Se tu al vero Dio Rendesti o grazia o grato Del ben che t'ha donato: Che troppo pecca forte, Ed è degno di morte Chi non conosce 'l bene Di là dove gli vene. E guarda s'hai speranza Di trovar perdonanza; S'hai alcun mal commesso, E non ne se' confesso; Peccato hai malamente Ver l'alto Re potente Di negghienza: ma avvisa Che nasce di voi * tisa: * Che quando per negghienza Non si trova potenza Di fornir sua dispensa . . . . . . . . . . Come potesse avere Sì dell'altrui avere, Che fornica suo porto A diritto ed a torto. Ma colui ch'ha dovizia, Sì cade in avarizia Che là ve dee non spende: Nè già l'altrui non rende; Anzi ha paura forte Ch'anzi che venga a morte L'aver li venga meno: E pure stringe 'l freno. Così rapisce e fura, E dà falsa misura, E peso frodolente, E novero fallente; E non teme peccato Di * * suo mercato; Nè di commetter frode. Anzi il si tiene 'n lode Di nasconder lo sole; E per bianche parole Inganna altrui sovente; E molto largamente Promette di donare Quando non crede fare. Un altro per impiezza Alla zara s'avvezza, E giuoca con inganno; E per far altrui danno Sovente pinge 'l dado, E non vi guarda guado; E ben presta * auzino E mette mal fiorino. E se perdesse un poco Ben udiresti loco Bestemmiar Dio e Santi, E que' che son davanti.

XXVII.

Un altro che non cura Di Dio nè di natura, Si diventa usuriere; Ed in ogne maniere Ravvolge suoi danari, Che li son molto cari. Non guarda dì nè festa; Nè per pasqua non resta: Che non par che li 'ncresca Pur che moneta cresca. Altri per simonia Si getta 'n mala via, E Dio e Santi offende; E vende le prebende, E santi sacramenti: E metton fra le genti Esemplo di mal fare. Ma questi lascio stare; Che tocca a ta' persone, Che non è mia ragione Di dirne lungamente. Ma dico apertamente, Che l'uom ch'è troppo scarso Credo ch'ha 'l cuor tutt'arso; Che 'n povere persone, Nè in uom che sia prigione, Non ha nulla pietade; E tutto 'nfermo cade Per iscarsezza sola. Vien peccato di gola, Ch'uom chiama ghiottornia: Che quando l'uom si svia Sì che monti 'n ricchezza; La gola sì s'avvezza Alle dolci vivande, E far cucine grande, E mangiar anzi l'ora; E molto ben divora, Che mangia più sovente, Che non fa l'altra gente. E talor mangia tanto, Che pur da qualche canto Li duole corpo e fianco; E stanne lasso e stanco. Ed innebria di vino; Sì ch'ogne suo vicino Si ne ride d'intorno E mettelo in iscorno. Vene tenuto matto Chi fa del corpo sacco; E mette tant'in epa Che talora ne crepa.

XXVIII.

Certo per ghiottornia S'apparecchia la via Di commetter lussuria Chi mangia a dismisura. La lussuria s'accende, Che altro non n'intende Se non a quel peccato: E cerca da ogne lato Come possa compiere Quel suo laido volere. E vecchio che s'impaccia Di così laida taccia, Fa ben doppio peccato; Ed è troppo biasmato. È ben gran vituperio Commetter avolterio Con donne o con donzelle, Quanto che pajan belle. Ma chi 'l fa con parente Pecca più laidamente. Ma tra questi peccati Son via più condannati Que' che son sodomiti. Deh come son periti Que' che contro natura Brigan con tal lussuria.

XXIX.

Or vedi caro amico, E 'ntendi ciò ch'i' dico; Vedi quanti peccati Io t'aggio contati: E tutti son mortali. E sai che c'è di tali, Che ne curan ben poco. Vedi che non è giuoco Di cadere 'n peccato: E però dal buon lato Consiglio, che ti guardi Che 'l mondo non t'imbardi. Or a Dio t'accomando: Ch'i' non so dove e quando Ti debbia ritrovare. I' credo pur tornare La via, ch'i' m'era messo: Che ciò m'era permesso Di veder le sett'arti, Ed altre molte parti. I' le vo' pur vedere, E cercare e savere, Dopoi che del peccato Mi son penitenziato; E sonne ben confesso, E prosciolto e dimesso. I' metto poco cura D'andare alla Ventura. Così un dì di festa Tornai alla foresta; E tanto cavalcai, Ched io mi ritrovai Una doman per tempo In su 'l monte * dell'Empo Di sopra 'n su la cima. E qui lascio la rima Per dir più chiaramente Ciò ch'i' vidi presente. Ch'i' vidi tutto 'l mondo, Sì com'egli è rotondo, E tutta terra e mare, E 'l foco sopra l'aire. Ciò son quattro alimenti, Che son sostenimenti Di tutte le creature, Secondo lor nature. Or mi volsi di canto, E vidi un bianco manto, Così dalla finestra Da una gran ginestra; Ed i' guardai più fiso, E vidi un bianco viso Con una barba grande, Che su 'l petto si spande; Ond'i' m'assicurai E 'nnanzi lui andai, E feci uno saluto; E fui ben ricevuto. Ed i' presi baldanza, E con dolce accontanza Li domandai del nome; E chi egli era, e come Si stava sì soletto Senza niun ricetto. E tanto 'l domandai . . . . . . . . . Colà dove fue nato Fu Tolomeo chiamato, Mastro di strolomia, E di filosofia: Ed a Dio è piaciuto Che sia tanto vivuto. Qual che sia la cagione, Io 'l misi a ragione Di que' quattro alimenti; E de' lor fondamenti; E come son formati, Ed insieme legati, Ed ei con bella risa Rispose in questa guisa.

XXX.[5]

Forse lo spron ti move Che discritte ti prove Di far difesa e scudo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ma sei del tutto sicuro, Che tue difensione . . . . . . . . . E fallati drittura. Una propria natura Ha dritta benvoglienza; Che riceve increscenza D'amare ogne fiata, E lunga dimorata: Nè paese lontano Di monte nè di piano non mette oscuritade, In verace amistade. Dunqua pecca e disvia Chi buon amico oblia. E tra li buoni amici Sono li dritti offici Volere e non volere: Ciascun è da tenere Quello che l'altro vuole In fatto ed in parole. Quest'amistà è certa. Ma della sua coverta Va alcuno ammantato, Come rame 'ndorato. Così in molte guise Son l'amistà divise, Perchè la gente invizia La verace amicizia. S'amico ch'è maggiore Vuol esser a tutt'ore Per te come leone; Amor bassa e dispone; Perchè in fina amanza Non cape maggioranza. Dunque riceve 'nganno Non certo sanza danno Amico (ciò mi pare) Ch'è di minor affare, Ch'ama veracemente E serve lungamente: Donde si membra rado Quelli, ch'è 'n alto grado. Ben sono amici tali, Che saettano strali; E danno grande lode Quando l'amico l'ode: Ma null'altro piacere Si può di loro avere. Così fa l'usignuolo, Che serve al verso solo: Ma già d'altro mistero Sai che non vale guero.

XXXI.

In amici i' m'abbatto, Che m'amon pur a patto; E serve buonamente, Se vede apertamente, Com'i' riserva lui D'altrettanto o di pui. Altrettal ti ridico Dello ritroso amico, Che dalla 'ncomincianza Mostra grand'abbondanza; Po' a poco a poco allenta, Tanto ch'anneenta; E di detto e di fatto Già non osserva patto. Così ha posto cura Ch'amico di ventura, Come rota si gira, Che lo pur guarda e mira Come ventura corre. E se mi vede porre In glorioso stato, Servemi di buon grato: Ma se cado 'n angosce Già non mi riconosce. Così face l'augello, Ch'al tempo dolce e bello Con noi gaio dimora; E canta a ciascun'ora: Ma quando vien la ghiaccia, Che par che non li piaccia, Da noi fugge e diparte. Ond'io ne prendo un'arte, Che come la fornace Prova l'oro verace, E la nave lo mare; Così le cose amare Mostrami veramente Chi ama lealmente. Certo l'amico avaro È com' lo giocolaro; Mi loda grandemente, Quando di me ben sente: Ma quando non li dono Portami laido suono. Questi davante m'unge, E di dietro mi punge: E come l'ape, in seno Mi dà mele e veleno. E l'amico di vetro L'amor gitta di dietro Per poco offendimento; E pur per pensamento E' rompe e parte tutto, Come lo vetro rotto. Ma l'amico di ferro Mai non dice diserro, In fin che può trapare; Ma e' non vorria dare Di molt'erbe una cima: Natura della lima. Ma l'amico di fatto È teco ad ogne patto; E persona ed avere Può tutto tuo tenere; E nel bene e nel male Lo troverai leale. E se fallir ti vede Unque non si ne ride: Ma te spesso riprende E d'altrui ti difende. Se fai cosa valente, La spande fra la gente; E 'l tuo pregio raddoppia; Cotal'è buona coppia. E amico di parole Mi serve quanto vuole; E non ha fermamento, Se non come lo vento.

XXXII.

Ora ch'i' penso e dico, A te mi torno, amico Rustico di Filippo, Di cui faccio mio cippo. Se teco mi ragiono, Non ti chero perdono: Che non credo potere A te mai dispiacere. Che la gran canoscenza, Che 'n te fa risidenza Fermata a lunga usanza, Mi dona sicuranza; Com'i' ti possa dire Per detto proferire: E ciò che scritto mando È cagione e dimando Che ti piaccia dittare, E me scritto mandare Del tuo trovato adesso, Che 'l buon Palamidesso Dice, ed hol creduto . . . . . . . . . * che se in cima . . . . . . . . . Ond'io me n'allegrai. Qui ti saluto omai; E quel tuo di Latino Tien per amico fino A tutte le carate, Che voi oro pesate.

Fine del Tesoretto.

Notes in this chapter

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