Volume 3 — LIBRO SECONDO (continued 5)
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I Medici incominciano ora ad essere potenti davvero, ed egli sembra perciò rivolgere più che può lo sguardo dai fatti interni di Firenze, per fermarsi invece a parlare lungamente delle guerre esterne, che aveva finora sempre trascurate. Ne parla però solo per avere occasione a dir male dei capitani di ventura, a notare la funesta azione che esse ebbero sui partiti in Firenze, ponendo in luce l'arte infinita con cui i Medici seppero cavarne profitto. Prende dal Cavalcanti il racconto d'alcune di esse, e lo colorisce a suo modo; ne lascia però da parte altre non poche, seguendo il suo autore nella narrazione che egli ci lasciò dei fatti interni. Il Cavalcanti fa su di essi anche le sue considerazioni, esponendole in lunghissimi, eterni discorsi, che pone in bocca de' suoi personaggi. Questi discorsi sono retorici, gonfi, penosissimi a leggersi; ma hanno il pregio di contenere i ragionamenti che si facevano allora in Firenze. Ed il Machiavelli li imita, qualche volta li copia addirittura. Se non che, quelle retoriche cicalate, per la magica forza della sua penna, diventano eloquentissime, come anche le lunghe, monotone narrazioni del Cavalcanti diventano, spesso con pochi accorti mutamenti, rapide, efficaci, vivacissime. E se a ciò s'aggiunge la connessione logica de' fatti, che egli vi pone sempre di suo, capiremo come questo quarto libro delle Storie possa avere un proprio e non piccolo valore, nonostante la continua imitazione, la quale è tale davvero, che niuno può farsene un'idea chiara, senza paragonare fra loro i due autori. E dal paragone apparisce ancora con quanto poco un uomo di genio possa mutare un pessimo scritto in uno eccellente.
Dopo una breve introduzione sui pericoli che corre la libertà, se le buone leggi non frenano gli eccessi dei nobili, che spingono alla oppressione, e quelli del popolo, che spingono alla licenza, il Machiavelli osserva come queste buone leggi le ebbero gli antichi, non le repubbliche italiane del Medio Evo, che perciò finiron tutte coll'aver bisogno d'essere da qualcuno comandate. «Un esempio manifesto ne dette Firenze, dove le parti nate per la discordia degli Albizzi e dei Ricci, e da messer Salvestro de' Medici con tanto scandalo risuscitate, mai non si spensero. Grandi furono certo i meriti degli Albizzi verso la patria; ma essi divennero subito insolenti, e si lacerarono per invidia fra di loro, il che dette modo ai Medici di riprendere sempre maggiore autorità sul popolo. Così Giovanni arrivò finalmente al primo magistrato, con grande allegrezza dell'universale. Ed invano i più savî, massime Niccolò da Uzzano, avvertirono che già si era al principio della tirannide.»[351]
Di qui si vien subito alla guerra contro Filippo Maria Visconti, che aspirava al dominio d'Italia. E gli Albizzi furono di nuovo a capo del governo, di nuovo conducendo con molta energia la guerra, che finì nel 1424 con la rotta di Zagonara.[352] Il Cavalcanti dice che la battaglia «incominciò grandissima e mortale;» ma che i Fiorentini furono per imperizia dei capitani circondati e messi in fuga. Il generale supremo fu fatto prigioniero; Lodovico degli Obizzi, uno dei capitani, fu morto; un terzo affogò nell'acqua.[353] Secondo l'Ammirato furono inoltre disarmati dal nemico 3200 cavalieri.[354] Tutto questo fa credere che, oltre i capitani, morissero anche parecchi soldati. Ma al Machiavelli, che pure ha dinanzi a sè la narrazione del Cavalcanti, non par vero di trovare una prima occasione ad esprimere il disprezzo che aveva per le armi mercenarie, e senza parlare d'alcuna resistenza, conclude dicendo, che «in tanta rotta per tutta Italia celebrata, non morì altri che Ludovico degli Obizzi, insieme con due altri dei suoi, i quali cascati da cavallo, affogarono nel fango.»[355] Vedremo che lo stesso presso a poco egli ripete anche di altre guerre fatte allora, nelle quali la resistenza fu assai maggiore ed il numero dei morti meglio conosciuto.
La rotta di Zagonara ebbe per sua immediata conseguenza, la disfatta in Firenze delle Arti Maggiori e degli Albizzi. In tutte le piazze si gridava contro la loro ambizione. «Ora hanno creato costoro i Dieci per dar terrore al nimico? Ora hanno eglino soccorso Forlì e trattolo dalle mani del Duca? Ecco che si sono scoperti i consigli loro, ed a qual fine camminavano: non per difendere la libertà, la quale è loro inimica, ma per accrescere la potenza propria, la quale Iddio ha giustamente diminuita. Nè hanno solo con questa impresa aggravata la Città, ma con molte, perchè simile a questa fu quella contro al re Ladislao. A chi ricorreranno eglino ora per aiuto? A papa Martino, stato a contemplazione di Braccio straziato da loro? Alla reina Giovanna, che per abbandonarla l'hanno fatta gettare in grembo al re di Aragona?»[356] Chi mai crederebbe che questo discorso è addirittura calcato sopra quello già scritto dal Cavalcanti? E pure è così certamente.[357] Vennero allora creati venti cittadini, per mettere nuove imposte, e pagar le spese della guerra. Essi però aggravarono principalmente i popolani grassi; e questi si radunarono in Santo Stefano, dove Rinaldo degli Albizzi tenne loro un discorso, che il Cavalcanti ci dà in quindici pagine, diluendo in un mare di frasi le proposte che furono fatte, e che il Machiavelli raccoglie, con grande evidenza, in poche parole. Bisognava rendere, disse l'Albizzi, lo Stato ai potenti, e torre autorità alle Arti Minori, riducendole da quattordici a sette.[358] Seguono ancora altri discorsi, che son sempre imitati dal Cavalcanti. E finalmente l'Albizzi riceve dai suoi incarico di guadagnare alla parte Giovanni dei Medici. Ma questi gli rispose dichiarandosi avverso alle novità, amico del popolo,[359] il che gli accrebbe subito favore grandissimo nella Città. E qui il Cavalcanti continua, in venticinque capitoli, a parlare delle guerre esterne, che il Machiavelli tralascia quasi del tutto, ricordandone appena qualche aneddoto.
Seguìta la pace, rinacquero al solito le discordie, e Giovanni dei Medici favorì la legge del Catasto, la quale, dando modo di mettere le imposte secondo i redditi accertati, e non più ad arbitrio, era dal popolo grasso avversata, dal minuto desiderata, e fu vinta coll'aiuto di Giovanni,[360] che poco dopo morì (1429). La descrizione della sua morte, il discorso ai figli, e perfino il suo elogio son presi sempre dalla stessa sorgente, migliorandola con la solita arte.[361] Corre poi il Machiavelli rapidissimamente sopra altri fatti, ed arriva alla guerra contro Lucca, che riuscì in fine tutta a favore dei Medici. Deliberata, per opera d'Astorre Gianni e di Rinaldo degli Albizzi, i quali andarono commissari al campo, essa fu ben presto causa della loro rovina. Astorre Gianni si condusse con grande crudeltà contro Seravezza che pur si era già spontaneamente arresa. E però alcuni di quei cittadini vennero in Firenze, dicendo: «Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che la presenza, nè di Fiorentino altro che il nome: una peste mortifera, una fiera crudele, un mostro orrendo, quanto mai da «alcuno scrittore fosse figurato.»[362] Astorre allora fu richiamato, e l'Albizzi, pieno di sdegno perchè lo accusavano di aver mercanteggiato sugli approvvigionamenti dell'esercito e sulle prede di guerra, abbandonò il campo e rinunziò l'ufficio.[363] Dopo di che la guerra andò di male in peggio, ed i Fiorentini vennero disfatti presso il Serchio.
Il Machiavelli, ricordate in breve queste fazioni, che il Cavalcanti narra a lungo, introduce finalmente sulla scena Cosimo de' Medici, che da gran tempo aspettava l'occasione ormai vicina. Ne fa il ritratto, lodandone i modi, la prudenza singolare, la liberalità grandissima verso gli amici, della quale si valeva a divenir sempre più potente. Egli aveva prima favorito la guerra contro Lucca, ed ora che, condotta dall'Albizzi, era riuscita così male, taceva o ne faceva cadere su questo tutta la colpa. Il Barbadori che s'era avvisto dell'arte finissima, invano andò da Niccolò da Uzzano,[364] per indurlo ad unirsi coll'Albizzi, e cacciare dalla Città Cosimo. Nel farci questo racconto, seguendo le tracce del Cavalcanti, il Machiavelli tralascia il discorso che questi pone in bocca del Barbadori; ma copia, modificandolo nella forma, quello dell'Uzzano, aggiungendovi di suo appena qualche riflessione. «E' si farebbe per te, per la tua casa e per la nostra Repubblica, che tu e gli altri che ti seguono in questa opinione, avessero la barba piuttosto d'ariento che d'oro, perchè i loro consigli, procedendo da capo canuto e pieno di esperienza, sarebbero più savî e più utili a ciascheduno.»[365] «Questa nostra parte voi la chiamate dei nobili; ma se così è, io ti ricordo che i nobili furono sempre in Firenze vinti dalla plebe. Ed ora si aggiunge, che noi siamo divisi e gli avversari sono uniti.[366] Cosimo ha poi in mille modi beneficato il popolo.» «Adunque converrebbe addurre le cagioni del cacciarlo, perchè egli è pietoso, officioso, liberale e amato da ciascuno. Dimmi un poco qual legge è quella che proibisca o che biasimi e danni negli uomini la pietà, la liberalità, lo amore?[367] E benchè siano modi tutti che tirino gli uomini volando al principato, nondimeno e' non sono creduti così, e noi non siamo sufficienti a dargli ad intendere, perchè i modi nostri ci hanno tolta la fede.» «Certo, sebbene e' sia molto difficile il cacciare Cosimo, pure, avendo una Signoria amica, si potrebbe riuscirvi. Ben presto però egli tornerebbe,» «e ne avreste guadagnato questo, che voi l'avreste cacciato buono, e tornerebbeci cattivo, perchè la natura sua sarebbe corrotta da quelli che lo revocassero, a' quali sendo obbligato, non si potrebbe opporre.»[368] Fu quello che in fatti seguì; e di quest'ultima osservazione venne data gran lode al Machiavelli; ma essa, come quasi tutto il discorso, si trovava già nel Cavalcanti.
Niccolò da Uzzano morì, e restarono a contendersi Rinaldo degli Albizzi e Cosimo de' Medici, che coi loro seguaci tenevano da capo divisa la Città. «Qualunque volta,» così scrive il Machiavelli, seguendo sempre il suo modello, «si creava un magistrato, si diceva pubblicamente quanti dell'una e quanti dell'altra parte vi sedevano, e nella tratta de' Signori stava tutta la Città sollevata. Ogni caso che veniva davanti ai magistrati, ancora che minimo, si riduceva fra loro in gara; i segreti si pubblicavano; così il bene come il male si favoriva e disfavoriva; i buoni come i cattivi ugualmente erano lacerati; niuno magistrato faceva l'ufficio suo.»[369] E quando stava per essere eletto gonfaloniere Bernardo Guadagni, amico dell'Albizzi, questi, ad evitare che la elezione fosse annullata, gli dette il danaro necessario per soddisfare alle imposte da lui non ancora potute pagare,[370] chiedendogli che si adoperasse nel nuovo ufficio a cacciar dalla città Cosimo de' Medici, divenuto sempre più potente. Anche nel riferire questo discorso, il Machiavelli ci dà un sunto fedele di quello che si legge nel Cavalcanti. «Gli ricordò che se messer Salvestro dei Medici aveva potuto ingiustamente frenare la grandezza de' Guelfi, ai quali spettava il governo della Città, a cagione del sangue dai loro antenati per essa versato, ben poteva egli giustamente fare contro un solo, quello che ingiustamente era stato fatto dagli altri contro tanti.[371] Confortollo a non temere, perchè gli amici lo avrebbero aiutato colle armi, e Cosimo dalla plebe, che ora sembrava adorarlo, non trarrebbe altri favori che si facesse già messer Giorgio Scali; nè v'era da dubitare delle ricchezze di lui, perchè, quando fosse preso dai Signori, anderebbero anch'esse nelle loro mani. Questo renderebbe finalmente la Repubblica sicura ed unita, e lui glorioso.»[372]
Dal Cavalcanti è preso tutto il racconto della prigionia, dell'esilio e del ritorno trionfale di Cosimo, non solo nelle linee generali, ma anche nei minuti particolari e nei discorsi.[373] Molti incidenti si trovano nel suo libro che non sono in quello del Machiavelli, ma nessuno quasi è nel secondo, che non sia nel primo. Ed anche le parole di rimprovero, che nella fine di questo libro, l'Albizzi, costretto ad esulare, dice a papa Eugenio IV, sono prese dalla stessa fonte.[374] Il Machiavelli però, come sempre, aggiunge col nuovo stile anche la connessione e la profonda intelligenza dei fatti. Egli in vero fu il primo che fece vedere, come la guerra portò al potere gli Albizzi con le Arti Maggiori, e la pace vi portò invece le Minori, dietro le quali stavano come in continuo agguato i Medici, che ottennero il favore della plebe, facendo mostra di favorirla, per poi opprimere tutti. Così potè trasformare in una storia originale e nuova, che poneva in luce l'arte più segreta dei Medici, la narrazione lunga e noiosa del Cavalcanti, scritta pessimamente, nella quale i fatti più gravi e gl'incidenti più insignificanti sono messi gli uni accanto agli altri, senza legame, senza ordine o distinzione di sorta, perdendo il loro significato, il loro proprio valore. Il paragone fra le due opere riesce quindi assai utile, ed è perciò che noi abbiamo creduto opportuno di fermarci a discorrerne così a lungo.
CAPITOLO XIV.
Le Istorie fiorentine. — I libri V e VI, il trionfo dei Medici e le guerre d'Italia. — I libri VII e VIII, Lorenzo dei Medici e le congiure. — I Frammenti storici. — Gli Estratti di lettere ai Dieci di Balìa. — La prima bozza delle Istorie.
I quattro libri che seguono, costituiscono la terza ed ultima parte delle Storie, e procedono assai meno ordinati. Il Machiavelli avrebbe qui dovuto parlare del dispotismo dei Medici, e dei modi con cui distrussero la libertà. Ma era un argomento assai difficile per lui. Anche lodando le loro buone qualità, avrebbe dovuto biasimare aspramente la loro condotta politica, e non poteva farlo con la necessaria libertà, in un'opera dedicata a Clemente VII, che gliene aveva fatto avere la commissione. Il 30 agosto 1524 egli scriveva al Guicciardini: «Attendo in villa all'istoria, e pagherei dieci soldi, non voglio dire di più, per consultarvi; giacchè sono venuto a un punto, che avrei bisogno d'intendere da voi, se offendo troppo con l'esaltare o abbassare. Pure m'ingegnerò di fare in modo che, dicendo il vero, nessuno si possa dolere.»[375] Nel quinto e sesto libro perciò egli si ferma lungamente a parlare delle guerre fiorentine, anzi delle italiane in generale, per sempre più condannare i capitani di ventura, dimostrando di nuovo che essi furon causa della rovina d'Italia. Solo di tanto in tanto ritorna ai fatti interni di Firenze, pei quali continua a valersi del Cavalcanti; ma poi subito ne rifugge, per discorrer nuovamente delle guerre, nel raccontar le quali si vale di Flavio Biondo, di Gino Capponi e del Simonetta, che ne furono spesso testimoni oculari.
Dopo avere adunque accennato alle sue ben note idee sul crescere e decadere degli Stati, osserva che nelle umane società prima sorgono i capitani e le armi, poi la filosofia e le lettere. «Le armi portano vittoria, la vittoria quiete, nè si può la fortezza degli animi con il più onesto modo, che con quello delle lettere corrompere. L'Italia percorse anch'essa queste vicende, riuscendo con gli Etruschi ed i Romani ad essere ora felice, ora misera. E sebbene, dopo la rovina dell'Impero, non si fece nulla che riuscisse a redimerla, riunendola sotto un virtuoso principe che sapesse farla gloriosamente operare, pure essa potè per qualche tempo avere la virtù necessaria a difendersi dai barbari. Ma si venne poi a tempi i quali non furono per la pace quieti, nè per la guerra pericolosi. I principi e gli Stati, è vero, si assaltavano l'un l'altro; ma non si possono chiamare guerre quelle in cui gli uomini non si ammazzano, le città non si saccheggiano, i principati non si distruggono. Esse si cominciavano senza paura, trattavansi senza pericolo, finivansi senza danno. E così quella virtù militare, che altrove fu spenta dalla lunga pace, venne fra di noi spenta da tali guerre, come si vedrà per ciò che diremo dal 1434 al 1494, quando fu di nuovo aperta la via ai barbari, e rimessa l'Italia nella loro servitù.» «E se nel descrivere le cose seguite in questo basso mondo, non si narrerà o fortezza di soldati o virtù di capitani o amore verso la patria di cittadino, si vedrà con quali inganni, con quali astuzie ed arti i principi, i soldati e capi delle repubbliche, per mantenersi quella reputazione che non avevano meritata, si governavano.»[376] Questa è la introduzione al quinto libro.
Comincia poi il Machiavelli a parlar delle due scuole della milizia italiana, capitanate l'una da Francesco Sforza, l'altra da Niccolò Fortebracci e da Niccolò Piccinini. Narra rapidamente, incompiutamente, con assai poca esattezza le loro imprese nello Stato della Chiesa dopo l'anno 1433,[377] sempre col solo scopo di far conoscere la triste natura di quelle guerre, le grandi rovine che portarono alla libertà ed all'Italia. E tutto ciò, ora venendo bruscamente ai fatti interni di Firenze, ora allontanandosene di nuovo non meno bruscamente. Il ritorno trionfale di Cosimo, e le persecuzioni che subito ne seguirono, conducono l'autore a fare alcune osservazioni, le quali rivelano che cosa egli veramente pensasse di quei fatti, e perchè rifuggisse dal narrarli. «Ai cittadini allora non solo l'umore delle parti nuoceva; ma le ricchezze, i parenti, le inimicizie private. E se questa proscrizione fosse stata dal sangue accompagnata, avrebbe a quella d'Ottaviano e di Silla renduto similitudine, ancora che in qualche parte nel sangue s'intingesse; essendo stati decapitati Bernardo Guadagni ed altri cittadini.»[378] Non furono mutati i magistrati, ma alterate le loro attribuzioni, diminuita la loro importanza politica. Si trovò con le Balìe il modo d'assicurare in favore dei Medici le nuove elezioni, anzi questa fu poi sempre la loro arte di governo.[379] Poco altro ci dice della storia interna di Firenze il quinto libro, che torna ora a parlar delle principali guerre italiane, sulle quali assai più lungamente si ferma.[380]
Da Firenze si salta in fatti alla morte di Giovanna II di Napoli, alla venuta di Alfonso d'Aragona ed alla guerra da lui sostenuta contro i Genovesi, che lo fecero prigioniero insieme con due suoi fratelli, e li condussero al duca Filippo M. Visconti, per ordine del quale avevano combattuto. Qui il Cavalcanti immagina uno strano e assurdo discorso del Duca, dopo del quale esso avrebbe senz'altro liberato i prigionieri, colmandoli di cortesie, con parole sempre retoriche, ampollose e vuote.[381] Il Machiavelli compone invece un discorso, mediante il quale Alfonso d'Aragona avrebbe, con assai accorte ragioni, persuaso il Duca a lasciarlo libero. Questo discorso non ha certo nulla di storico; ma espone quali furono le vere ragioni che, secondo il Machiavelli, dovettero decidere il Duca a liberare i prigionieri. «A lui più che ad altri era pericoloso,» così gli avrebbe detto il Re, «col tener prigionieri gli Aragonesi, far trionfare in Napoli gli Angioini. Milano avrebbe allora avuto i Francesi a settentrione ed a mezzogiorno, rimanendo così in loro balìa. A nessuno quindi più che a lui importava il trionfo degli Aragonesi in Napoli, se già ei non volesse soddisfare ad un suo appetito, piuttosto che assicurarsi lo Stato.»[382]
Segue, in conseguenza di ciò, la rivoluzione dei Genovesi, sdegnati d'aver combattuto invano, vedendosi costretti a ricondurre liberi sulle proprie navi i prigionieri che avevano presi. Di qui la loro alleanza con Firenze e Venezia contro Milano, che fu difesa dalle armi di Niccolò Piccinini.[383] Ed ora il Machiavelli incomincia a valersi dei Commentarî di Neri Capponi, giovandosene anche nel narrare le guerre tra lo Sforza ed il Piccinini.[384] Va d'un tratto alle vicende del celebre e fiero cardinal Vitelleschi, che raccoglie da Flavio Biondo.[385] E si ferma poi a narrare la battaglia d'Anghiari, vinta dai Fiorentini con le loro armi mercenarie, contro l'esercito del Piccinini, il quale combatteva pel Visconti. Qui si lascia trascinar nuovamente dalla voglia di parlar male dei soldati di ventura. Avendo dinanzi a sè scrittori autorevoli, che davano narrazioni minute e fedeli della battaglia, se ne allontana per esagerar contro il vero, in modo appena credibile. Dopo aver detto che il Piccinini fu disfatto pienamente, aggiunge che «in tanta rotta, in sì lunga zuffa, che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì altri che un uomo, il quale non di ferite o altro virtuoso colpo, ma, caduto da cavallo e calpesto, espirò.» «I capitani non vollero inseguire il nemico, ma contro il volere dei commissari fiorentini, contro ogni buono ordine di guerra, andarono in Arezzo a deporre la preda fatta, liberando gli uomini d'arme che avevano presi al nemico. Onde è da meravigliarsi solamente, che si fosse trovata in questo tanta viltà da lasciarsi vincere da un esercito siffatto.»[386] Eppure nulla di tutto ciò dicono gli scrittori del tempo. Il Capponi, che era commissario al campo, si duole molto dell'esercito; ma afferma che il nemico venne inseguito sino ai fossi degli alloggiamenti, e che furono fatti 1540 prigionieri. Parlando poi della cura che i Fiorentini dovettero prendere dei loro feriti, ci fa chiaramente capire che la battaglia non era stata senza sangue, come affermò poi il Machiavelli.[387] Flavio Biondo, che per questi tempi è anch'esso molto autorevole, parla di sessanta morti e quattrocento feriti tra i ducheschi, di dugento feriti e dieci morti tra i Fiorentini, oltre seicento cavalli d'ambo le parti, distesi sul suolo dalle artiglierie. E aggiunge che il capitano Astorre Manfredi fu fatto prigioniero dopo essere stato ferito.[388] Il Bracciolini dice che vi furono quaranta morti e molti feriti da parte del nemico.[389]
Dopo avere narrata la presa del Casentino, per opera del commissario Capponi,[390] e la morte di Rinaldo degli Albizzi, il Machiavelli finisce il quinto ed incomincia il sesto libro, tornando nella introduzione di esso a deplorare il modo con cui allora si facevano le guerre. Narra le fazioni di Lombardia tra il Piccinini, che era ai servigi del Duca, e lo Sforza, che combattè prima pei Veneziani e pei Fiorentini; poi, mutato padrone, pel Duca contro il Piccinini, che ora aveva mutato anch'egli. E qui l'autore torna bruscamente ai fatti di Firenze, dicendo come Cosimo era vissuto in gelosia grandissima verso Neri Capponi e Baldaccio d'Anghiari, il quale venne poi ucciso a tradimento e gettato dalle finestre di palazzo.[391] Di questo ultimo fatto il Cavalcanti ed il Machiavelli[392] danno tutta la colpa agli amici di Cosimo; ma il Guicciardini, forse con maggior verità, afferma invece che primo ordinatore dell'assassinio fu Cosimo stesso, il quale seppe operare in maniera da disfarsi d'uno dei due nemici, indebolendo anche l'altro, senza potere essere accusato da alcuno.[393]
E da capo, giacchè questo libro, al pari del precedente, manca d'ogni unità, si ripiglia la narrazione delle guerre di Lombardia fino a che muore il Duca senza eredi, come da tanto tempo aspettava lo Sforza, suo capitano e suo rivale. Il Machiavelli si ferma qui a narrare la storia della repubblica ambrosiana, che commise l'errore di scegliere a suo capitano lo Sforza, il quale iniquamente la tradì, rivolgendo contro di essa quelle armi che erano a lui pagate per difenderla. Ma sebbene avesse dinanzi a sè la narrazione dello storico Simonetta,[394] pure, essendo egli avversissimo allo Sforza, perchè capitano di ventura e distruttore di una repubblica, colorisce a suo capriccio la brutta storia,[395] senza voler rendere giustizia neppure all'ingegno politico e militare di lui. E rende anche più singolare il suo racconto, ponendo in bocca dei rappresentanti della tradita città, un discorso, che certo essi non avrebbero mai osato di fare allo Sforza; ma che esprime invece, in modo assai chiaro ed eloquente, il giudizio che il Machiavelli faceva della condotta di lui. Venuti adunque al campo del vittorioso traditore, essi così avrebbero parlato: «Noi non possiamo adoperare nè prieghi, nè premi, nè minacce, perchè negli uomini potenti e crudeli non hanno forza. Conoscendo ora la crudeltà ed ambizione tua, vogliamo solo ricordarti i benefizî che hai ricevuti dai Milanesi, per dimostrarti così la tua ingratitudine, e gustare qualche piacere nel rimproverarteli. Noi ti pigliammo al nostro soldo, quando eri da tutti abbandonato, e tu subito incominciasti a tradirci. Chè non differisti insino ad ora a dimostrarci l'iniquo animo tuo; ma ne desti segno, quando fosti appena padrone delle nostre armi, ricevendo in tuo proprio nome Pavia. Oh! infelici quelle città che sono, colle armi mercenarie ed infedeli come le tue, necessitate a difendersi. Noi certo non dovevamo porre speranza in colui che aveva tante volte tradito; ma se la nostra poca prudenza accusa noi, non scusa perciò la perfidia tua, e tu stesso dovrai giudicarti degno della pena dei parricidi.»[396]
Queste guerre dello Sforza sono, può dirsi, l'argomento principale del quinto e del sesto libro. In mezzo al disordine apparente con cui esse procedono, il Machiavelli vede ed espone assai chiaro il loro scopo costante, che ne determina l'unità. La vita di quel capitano, i mezzi con cui arrivò all'ambita signoria di Milano, scalzando prima la potenza del Duca, e tradendo poi perfidamente la repubblica ambrosiana, riescono il più chiaro esempio d'una pertinace e sleale ambizione, dando un'altra prova manifesta della nessuna fede che si poteva avere negli eserciti di ventura, ed in coloro che li comandavano. Dopo di che il Machiavelli narra altre guerre, ed arriva alla fine del sesto libro, conchiudendolo con le vicende seguìte nel reame di Napoli sino alla morte d'Alfonso d'Aragona, ed all'avvenimento di Ferrante al trono.
Incomincia poi il settimo libro collo scusarsi d'avere troppo divagato nella storia generale d'Italia; ma ciò gli parve necessario a far meglio intendere quella di Firenze, alla quale ora ritorna per poco, premettendo alcune nuove riflessioni sui modi con cui i Medici, in mezzo alle divisioni, si fecero strada al potere assoluto. «Le divisioni sono in tutte le città inevitabili; ma i capi di parte possono divenire autorevoli e potenti per vie pubbliche o per vie private. Quando si compie lodevolmente una guerra o un'ambasceria, quando si danno utili consigli alla repubblica, allora si sale per vie pubbliche, giovando alla patria, e si trovano amici e aderenti. Quando si rendono benefizî o favori ai privati, e si gratificano con danari o con ufficî; quando si trattiene il popolo con giuochi e feste pubbliche, allora si sale per vie private, e si fanno partigiani che danno origine alle sètte, le quali sono sempre nocive. Queste deve un savio legislatore cercare di spegnere, non potendo mai evitare del tutto le divisioni. Neri Capponi era salito solamente per vie pubbliche; Cosimo de' Medici, per vie pubbliche e private, onde ebbe non solo amici, ma anche partigiani, che formarono una sètta. Essa si tenne più o meno unita dal 1434 al 1455, e potè quindi in ventun anno, per mezzo delle Balìe, riassumere sei volte il governo. Ma dopo la morte del Capponi (1455) i partigiani de' Medici si divisero, volendo alcuni da capo la Balìa, altri le elezioni a sorte. Vinsero i primi, e la sètta divenne allora più potente e audace che mai. Fu questo governo che durò otto anni, insopportabile e violento, perchè Cosimo, vecchio e stanco, lasciò fare ai suoi, che restarono senza freno, e Luca Pitti, suo amico, pensò solo a costruire il proprio palazzo ricevendo donativi da ognuno.»[397]
Segue nel 1464 la morte di Cosimo, ed il Machiavelli deve fermarsi a farne l'elogio. Dice adunque che egli fu esempio unico di potere acquistato in città libera, senza le armi, solo con la prudenza e l'astuzia. Seppe per trentun anno tenere lo Stato, rivolgendo così le divisioni interne della Città come le guerre esterne a proprio vantaggio, perchè conosceva i mali discosto e preparava i rimedî a tempo. Accenna alla protezione data da Cosimo alle lettere ed alle arti; ma neppure in questo luogo trova modo di parlare alquanto largamente della nuova cultura che fu allora iniziata a Firenze, e nella quale i Medici ebbero così gran parte. Non volendo o non potendo dir tutto quello che pensava del carattere politico di Cosimo, conclude ricordandone alcuni detti, che abbastanza chiaramente lo dipingono anche nelle sue parti meno lodevoli. — Gli Stati non si governano coi paternostri. — Meglio città guasta che perduta. — Con due canne di panno rosate si fa un uomo dabbene.[398] — Con queste ultime parole Cosimo rispondeva a coloro che lo accusavano di fare entrare nel Palazzo e negli ufficî uomini di poco conto. Basta, egli voleva dire, che si dia loro il panno rosso per farsi il lucco, che saranno cittadini rispettabili come gli altri.
Qui la storia del Machiavelli entra in un nuovo argomento, che forma il soggetto principalissimo dei due ultimi libri. La società italiana s'andava sempre più corrompendo; il dispotismo trionfava per tutto; le guerre erano condotte in modo sempre più vergognoso: unica protesta, unico segno d'energia e d'amore alla libertà erano le congiure, che in questi anni furono molte. E però esse e le arti con cui i tiranni cercavano difendersi contro i proprî sudditi, sono ora il soggetto principale della narrazione. I fatti che il Machiavelli deve da qui innanzi esporre, si trovavano ricordati in molti scrittori contemporanei, ed erano allora freschi nella memoria di tutti. Una ricerca ed uno studio delle fonti è quindi inutile. Egli narrava quello che tutti sapevano e ripetevano; cercava qualche volta le altrui narrazioni ed anche i documenti autentici, qualche altra s'affidava alla memoria. Ciò che ora sopra tutto l'occupa è l'analisi delle passioni e dei sentimenti che animavano i congiurati, le cui imprese egli descrive, rappresenta con una eloquenza, con una potenza tale che alcune di queste pagine sono fra le più belle della sua storia. Ma anche qui, a meglio ottenere il suo intento, più d'una volta non ha scrupolo d'aggiustare i fatti, e comporre i discorsi a suo arbitrio.
Incomincia col narrare la fine di Iacopo Piccinini, il quale da Milano, incoraggiato dallo Sforza, andò a Napoli, dove fu proditoriamente ucciso da Ferrante d'Aragona. Il Machiavelli non esita punto a vedere in ciò l'accordo ed il tradimento dei due principi italiani, i quali, come tutti i tiranni, «quella virtù che non era in loro, temevano negli altri, e la spensero in modo da non poterla più ritrovare in alcuno, il che fu poi causa della rovina comune.»[399] Il Guicciardini invece è più cauto, ed osserva che se pure vi fu l'accordo, sempre sdegnosamente negato dallo Sforza, non era possibile averne certezza, perchè i due sovrani non lo avrebbero mai concluso in modo da farlo conoscere agli altri.[400]
Segue la congiura tramata a Firenze contro Piero dei Medici, uomo debole d'animo e di corpo, ma che pure, in questa occasione, riuscì superiore all'aspettativa. Il Machiavelli nondimeno colorisce il fatto in modo da far risaltare anche più del giusto la prudenza e prontezza dimostrate allora da Piero. Questi ricevette da Ercole Bentivoglio una lettera, con cui venne avvertito che i suoi nemici avevano raccolto genti, le quali già erano in via per Firenze. Allora, sebbene fosse ammalato in villa, scrisse subito, dando ordini per avere armati in sua difesa e, accompagnato da essi, si fece in lettiga portare nella Città, dove la sua inaspettata prontezza gli fece trovar modo di aggiustar le cose. Ma di tutto ciò il Machiavelli non si contenta, e per descrivere Piero anche più astuto che non fu realmente, afferma che egli, accortosi delle trame contro di lui ordite, finse d'aver ricevuto la lettera dal Bentivoglio, perchè gli servisse di pretesto ad armarsi improvvisamente. Questa infedeltà storica da esso ideata a favore del Medici, non gl'impedisce però di biasimare la condotta tenuta da lui e dagli amici nel perseguitare gli avversarî, in modo «che pareva che Iddio avesse loro dato quella Città in preda.»[401] Nè si può supporre che simili errori siano sempre involontarî, perchè vi sono spesso prove del contrario. Un esempio ne abbiamo poco dopo, quando gli esuli che volevano tornare a Firenze, si rivolsero a Piero. Gli scrisse fra gli altri Angelo Acciaiuoli, chiedendo grazia con un linguaggio alquanto ironico, e quasi offensivo, cui egli rispose negando la grazia, in modo però abbastanza cortese e dignitoso. Sono a stampa le due lettere, che il Machiavelli certo vide, perchè ne riporta fedelmente alcune frasi, alterandone però il resto in maniera da fare apparire l'Acciaiuoli più rimesso, e Piero più duro e cinico che non fu.[402] Dominato dalle sue teorie, e qualche volta anche eccentrico, egli obbediva spesso al solo capriccio della sua fantasia.
Non fu quindi senza ragione se l'Ammirato, giunto a questi medesimi tempi nelle sue Storie fiorentine, perdè la pazienza, e dopo avere notato in quelle del Machiavelli diversi errori, affermò che esso «scambia i nomi e gli anni, aggiunge, toglie, diminuisce, e, quello che è più, non sempre per solo errore, ma anche a disegno e per rendere la sua narrazione più eloquente.»[403] Ed in vero poco più oltre, nel descrivere la battaglia seguìta l'anno 1466 alla Molinella, tra i Veneziani e i Fiorentini, egli finisce al solito con queste parole: «Vennero a una ordinata zuffa, la quale durò mezzo un giorno, senza che niuna delle parti inclinasse. Nondimeno non vi morì alcuno; solo vi furono alcuni cavalli feriti, e certi prigionieri da ogni parte presi.»[404] Anche qui, l'Ammirato giustamente osserva, v'è grandissima esagerazione,[405] perchè gli scrittori del tempo parlano tutti più o meno di parecchie centinaia di morti, ed il Guicciardini dice addirittura, che quello fu «un bel fatto d'armi.»[406]
Ed ora si torna alle congiure. Bernardo Nardi, esule fiorentino, messosi d'accordo con Diotisalvi Neroni, andò a Prato per sollevare quella terra contro Firenze e contro Lorenzo e Giuliano dei Medici, che erano allora successi a Piero. Nel narrare questo fatto, il Machiavelli ci descrive una scena ignorata dagli altri scrittori, ma assai poco credibile. Il Nardi, secondo lui, s'impadronì del Podestà, ed era per impiccarlo alle finestre del Palazzo, quando questi, trovandosi col capestro al collo, gli fece un discorso così ben ragionato, con tali e tante promesse, che lo persuase a lasciarlo andar via libero.[407] Allora il Podestà fu di nuovo padrone della terra, la congiura andò a monte, ed il Nardi venne decapitato. Il vero è invece che l'impresa fallì, perchè il popolo non si mosse, ed al rappresentante del governo fiorentino non fu quindi difficile vincere subito i ribelli e punirli.
Dopo la rivoluzione, la sottomissione ed il sacco crudelissimo di Volterra, il Machiavelli arriva all'episodio principale del settimo libro, alla congiura, cioè, scoppiata contro Galeazzo Sforza duca di Milano nel 1476. Lo stile qui si rialza con un vigore che va crescendo sino alla tragica fine del sanguinoso dramma. L'autore descrive con la penna di Tacito i vizî del Duca, che tutti offendeva, tutti insultava, pubblicamente vantandosi delle donne che disonorava, e l'odio feroce che negli offesi animi sorgeva perciò contro queste iniquità. Nel comporre la sua narrazione egli di certo aveva letto la coraggiosa confessione dell'Olgiati, che fu poi pubblicata dal Corio, e però con molta verità, con singolare eloquenza ci pone sotto gli occhi l'animo esaltato di quel giovane e de' suoi due compagni, continuamente riaccesi a cospirare, con la lettura dei classici latini, dal loro maestro Niccola Montano. I discorsi e preparativi che essi facevano, i continui esercizî a ferirsi impetuosamente colle guaine dei pugnali, e sopra tutto la strana mescolanza d'odio pagano contro la tirannide, e di sentimento cristiano, col quale volevano santificare quell'odio, sono descritti, rappresentati con tale evidenza, che noi abbiamo una visione tanto chiara e precisa del modo di sentire e di pensare in quei tempi, quale non si trova nè forse si troverà mai più in nessun altro scrittore antico e moderno. Il Machiavelli supera veramente sè stesso, quando, narrata che ha l'uccisione del Duca nella Chiesa, ci descrive la fine eroica dell'Olgiati, il solo dei congiurati che scampò al primo impeto del furor popolare. Sottomesso alla tortura, egli, come apparisce anche dal suo processo, invocava la Vergine e componeva distici latini, esaltando la libertà, ed affrontando impavido la morte.[408] La prosa italiana difficilmente può presentarci esempî d'uno stile più vigoroso ed eloquente di quello del Machiavelli in questo luogo.
Pure seppe innalzarsi ancora più alto. L'ottavo libro continua il settimo, trattando lo stesso argomento. E perchè le considerazioni generali sulle congiure furono già esposte nei Discorsi, l'autore non fa su di esse nuovi preamboli, ma incomincia subito con quella dei Pazzi, scoppiata a Firenze l'anno 1478. Questa può dirsi il punto culminante della tenebrosa serie dei fatti sanguinosi, ricordati nei due ultimi libri delle Storie. Il Poliziano ed altri testimoni oculari l'avevano narrata, essa era quindi notissima a tutti in Firenze. Il Machiavelli aveva di certo parlato con più d'uno di coloro che vi si erano trovati presenti, ed aveva letto la confessione del Montesecco,[409] uno dei congiurati, la quale venne divulgata quattro mesi dopo l'accaduto, ed è ricordata anche dal Guicciardini.[410] La narrazione d'una tale congiura non poteva quindi permettere capricciose alterazioni; ed essa riuscì non solo esatta e fedele, ma anche un vero capolavoro di stile. La propria eloquenza trascina solo una o due volte l'autore, facendogli aggiungere di fantasia qualche particolare assai secondario, che senza mutar la natura dei fatti, serve a più vivamente colorirli. Di tanto in tanto il racconto, sempre vivace, sempre efficace, è interrotto da brevi considerazioni, esposte rapidamente come di passaggio, in modo da aggiungere, non da togliere forza.
Il Montesecco, sebbene fosse un soldato di ventura, ricusò di prender parte alla esecuzione della congiura, quando seppe che Lorenzo e Giuliano dovevano essere pugnalati in Duomo, nel momento della elevazione dell'ostia. Non volle unire il sacrilegio al tradimento. Vennero quindi scelti in fretta due altri, uno dei quali era prete, e si credeva perciò che, avendo con le cose sacre maggiore familiarità, dovesse avere minori scrupoli. Ma questo fu invece causa della rovina dell'impresa, «perchè se mai in alcuna faccenda si ricerca l'animo grande e fermo, e nella vita e nella morte per molte esperienze risoluto, è necessario averlo in questa, dove si è assai volte veduto agli uomini nell'arme esperti e nel sangue intrisi l'animo mancare.»[411] Il Machiavelli è insuperabile, quando descrive i congiurati che, per esser sicuri di colpire a un tratto le due vittime predestinate, cercarono Giuliano e lo condussero in chiesa. «È cosa veramente degna di memoria, che tanto odio, tanto pensiero di tanto eccesso si potesse, con tanto cuore e tanta ostinazione d'animo, da Francesco (dei Pazzi) e da Bernardo (Bandini) ricoprire. Perchè condottolo nel tempio, e per la via e nella chiesa con motteggi e giovanili ragionamenti l'intrattennero. Nè mancò Francesco, sotto colore di carezzarlo, con le mani e con le braccia strignerlo, per vedere se lo trovava di corazza o d'altra simile difesa munito.»[412] Di poi, nel momento fissato, gittatoglisi sopra, «lo empiè di ferite, e con tanto studio lo percosse, che, acciecato da quel furore che lo portava, sè medesimo in una gamba gravemente offese.» Lorenzo era scampato al pugnale degli assassini, ed il Bandini, vistolo ancora vivo dopo che Giuliano era morto, invano gli si scagliò contro con grandissimo impeto, ammazzando un altro che gli si parò allora dinanzi, perchè Lorenzo fu in tempo a salvarsi nella sagrestia.[413] Il tumulto divenne tale «che pareva il tempio rovinasse.»[414] La tremenda confusione di uomini, di grida, di ferite e di sangue è qui viva dinanzi a noi, nè meno vivamente sono descritte le stragi che nei giorni seguenti furono commesse dal popolo adirato, sempre più eccitato all'odio ed alla vendetta contro i congiurati dallo sdegno irrefrenabile di Lorenzo dei Medici. Francesco dei Pazzi venne con altri impiccato alle finestre del Palazzo; il suo vecchio parente, Iacopo, invano chiamò in aiuto il popolo, invano gridò il nome della libertà. «L'uno era dalla fortuna e liberalità dei Medici fatto sordo, l'altra in Firenze non era conosciuta.... Le membra dei morti o sopra la punta delle armi fitte o per la Città trascinate si vedevano.»[415] Iacopo fu preso, mentre fuggiva su pei monti vicini, nè i montanari gli dettero ascolto, quando pregò che per pietà l'ammazzassero. Condannato a morte e sepolto nella tomba de' suoi, ne venne tirato fuori perchè scomunicato, e fu sotterrato lungo le mura. Poi di nuovo lo disseppellirono, trascinandolo per le vie della Città, collo stesso capestro col quale lo avevano impiccato. Finalmente il cadavere venne gittato in Arno, dove galleggiò lungo tempo, spettacolo orrendo agli occhi di tutti.[416]
Dopo questo episodio principalissimo, l'ottavo ed ultimo libro continua con la narrazione di altre guerre e congiure italiane, arrivando sino alla morte di Lorenzo dei Medici nel 1492, con la quale finisce. Il Machiavelli si ferma qui a descriverne il carattere ed a tesserne l'elogio. Lo dice potente e fortunato in tutto, salvo nelle cose del commercio, che andarono a lui tanto male, quanto erano andate bene a Cosimo. Accenna, in termini assai generali, alle opere pubbliche da lui compiute, alla protezione data alle arti ed alle lettere, alla grande reputazione acquistata fra tutti i principi. «La quale riputazione ciascun giorno per la prudenza sua cresceva, perchè era nel discorrere le cose eloquente ed arguto, nel risolvere savio, nell'eseguirle presto ed animoso. Nè di quello si possono addurre vizî che maculassero tante sue virtù, ancora che fosse nelle cose veneree maravigliosamente involto, e che si dilettasse d'uomini faceti e mordaci, e di giuochi puerili più che a un tanto uomo non pareva si convenisse.»[417] Questi elogi, sebbene in gran parte meritati, e da tutti universalmente ripetuti, sono pure espressi in forma alquanto vaga e generica, perchè il Machiavelli non sapeva senza riserve, esplicite o sottintese, ammirare colui che aveva con tanta astuzia finito di distruggere la libertà di Firenze, e s'era dato a proteggere letterati ed artisti, quando invece vi sarebbe stato bisogno di formare soldati. Il Guicciardini, invece, che non ebbe mai troppo ardenti entusiasmi repubblicani, e scrisse la Storia fiorentina nella sua gioventù, quando i Medici erano in esilio, e non si prevedeva ancora che potessero tornare, si trovò, nel parlare di Lorenzo, in una condizione d'animo più libera ed indipendente. Ce ne lasciò quindi un ritratto assai fedele, un giudizio più sicuro e determinato. Lo dichiara un tiranno, ma il più amabile che si potesse avere. Ne riconosce e ne esalta l'ingegno vario, elegante, originale. Come uomo politico lo crede inferiore a Cosimo, che in condizioni assai più difficili corse minori pericoli, e fondò uno Stato che Lorenzo fu spesso in procinto di perdere. Questi ebbe una superbia grande, governò col sospetto e collo spionaggio, esaltò gli uomini di poco conto, abbassò i più autorevoli e reputati, promosse la corruzione. E tutto ciò il Guicciardini dice colla massima calma, senza mai esaltarsi nè in favore, nè contro la libertà o i Medici.[418]
Seguono ora i Frammenti storici,[419] che son brani staccati, i quali dovevano formar parte dei libri seguenti, che non furono mai compiuti. Se diamo ad essi un'occhiata, vedremo facilmente come furono compilati dal Machiavelli, ed apprenderemo anche il modo da lui tenuto nel comporre il più recente periodo delle sue Storie. Questi Frammenti vanno dal 1494 al 1499, e sono divisi in due parti, la seconda delle quali, ancora più informe, è intitolata: Estratto di lettere ai Dieci di Balìa. I Dieci ricevevano, com'è noto, le lettere dei commissarî di guerra e degli ambasciatori. Da esse il Machiavelli ricavò i suoi Estratti, che sono semplici appunti, con i quali compose poi i Frammenti, che sono già brani staccati da far parte delle Storie, generalmente narrazioni di guerre della Repubblica. La forma dei Frammenti e degli Estratti è molto varia, qualche volta quasi finita e limata, qualche altra invece allo stato di primissimo abbozzo. In alcuni punti vi si trovano perfino le frasi stesse delle lettere su cui furono composti. Spesso infatti vi leggiamo: le vostre genti, i vostri ambasciatori fecero, dissero questo o quest'altro. Qualche volta vi si trovano semplici richiami per memoria dello scrittore: «domanda di questa risposta mess. Francesco Pepi.»[420] Una tal forma informe apparisce anche più visibile verso la fine. Tutto vi è dall'autore accennato appena, per doverlo poi meglio studiare: «A dì otto di aprile 1498 morì il re Carlo di apoplessia, e quel medesimo dì seguì il caso del Frate, del quale si vuole dire appunto.»[421] Spesso rimanda ad altre ricerche da farsi nelle lettere e nei documenti d'archivio: «Tutta la pratica si vede per una lettera che è in filza. — Sono in filza molte lettere, dalle quali si caverà ordine, come e quando le genti inimiche venissero a Marradi.»[422]
Un tal modo di comporre le storie contemporanee era allora assai generale. Il Diario del Buonaccorsi è compilato colle lettere ai Dieci ed ai Signori; i Diarî di Marin Sanuto non son quasi altro che una gigantesca collezione di lettere e relazioni d'ambasciatori, cui ne furono aggiunte moltissime altre di privati. Il Machiavelli però che, come il Guicciardini, scriveva una storia, non un diario, raccolto che aveva i suoi materiali, doveva ordinare i fatti e dar grande importanza allo stile. Dopo quindi d'aver messo sulla carta i suoi estratti, componeva con gran cura alcuni brani della narrazione; poi collegava tutto, secondo un disegno generale, scrivendo e riscrivendo da capo. Anche le sue Nature di uomini fiorentini non sono altro che quattro ritratti scritti e corretti, per esser poi messi nelle Storie, come chiaro apparisce dalla loro forma,[423] e dall'essere qualcuno di essi già entrato a far parte dei Frammenti.
Abbiamo poi mille altre prove della grandissima cura che il Machiavelli poneva nello stile. Trovasi fra i suoi manoscritti parte non piccola d'una bozza, a quanto pare, già qualche volta corretta, delle Storie. Essa fu recentemente pubblicata, e se la paragoniamo con le stampe che ci danno lo stesso lavoro di nuovo riveduto dall'autore, potremo osservare che le ultime correzioni furono quasi tutte di sola forma, e avremo un'idea del modo, del criterio con cui furono fatte. Certo anche il Machiavelli si lascia di tanto in tanto vincere dal desiderio, allora comune fra i letterati, d'usar frasi e parole ricercate, di dare maggiore dignità al periodo, rendendolo più latino che non veniva alla prima. Ma tutto ciò faceva meno assai de' suoi contemporanei. Correggendo, egli mirava sopra tutto a rendere lo stile sempre più semplice e chiaro, ad aumentarne con la maggiore naturalezza il vigore e l'efficacia.[424] Il linguaggio parlato, con tutta la sua nativa spontaneità, qualche volta anche coi suoi idiotismi, non iscomparisce mai affatto neppur dalle Storie, sebbene in esse più che altrove il Machiavelli cercasse, con uno studio continuo dei classici latini, di raggiungere una maggiore solennità. In ogni modo, qui come altrove, la maravigliosa potenza del suo stile nasce principalmente dalla sua semplicità: più egli si esalta, più semplice, più spontaneo diviene. Ma il suo vigore, il suo calore, non bisogna dimenticarlo, risultano solo in parte dalle doti proprio dell'ingegno, dalle qualità del pensatore, giacchè in parte non piccola risultano anche dall'entusiasmo che sempre anima il cittadino per la patria e per la libertà. Qui è sopra tutto, come vedemmo, la sorgente principale de' suoi pregi e difetti così nelle Storie, come nelle opere politiche del Machiavelli, il che sarà più evidente, se le paragoniamo con quelle del Guicciardini.
Questi non ha teorie da dimostrare, non entusiasmi che lo trasportino mai; è sempre sereno, tranquillo, impassibile. Qualche volta si lascia vincere dal desiderio di lodare un po' troppo sè stesso, e troppo deprimere i suoi avversarî politici; ma trionfa poi subito il bisogno irresistibile di ritrarre la realtà vera dei fatti, le loro cause e conseguenze prossime, perchè questa è la natura del suo ingegno. Nei Ricordi autobiografici egli mette in luce le proprie debolezze, i difetti, i vizî de' suoi antenati, con una franchezza che pare cinismo, ed è invece bisogno di descrivere gli uomini quali sono. Nell'immensa moltitudine di fatti che espone nella sua Storia d'Italia, non riesce, è vero, a trovare un ordine razionale, anzi non lo cerca neppure; ma non li riunisce mai in un ordine artificiale e forzato. S'attiene ancora un po' troppo alla forma di annali, abbandonata affatto dal Machiavelli, ed è costretto perciò ad interrompere continuamente il filo della narrazione, per riprenderla da capo nell'anno successivo. Ciò la rende spesso intralciata e faticosa. Di certo la storia d'Italia è ben più varia, più multiforme di quella di Firenze, trattata dal Machiavelli, ed è così piena d'avvenimenti fra di loro oscuramente connessi, che neppur noi oggi riusciamo a darle ordine logico ed unità razionale. Ma lo spazio di tempo che il Guicciardini abbraccia è anche assai più ristretto. Egli si occupa solo di fatti contemporanei, in molti dei quali ebbe grandissima parte; e però di essi e degli uomini che li compierono, sempre vasta, profonda è la sua conoscenza. Non v'ha luogo ad ipotesi, a teorie, e neppure a cercare le grandi leggi della storia o le cause remote degli avvenimenti. Ciò che sopra tutto occorre è solo un esame severo, accurato della realtà. Ed in questo appunto il Guicciardini riesce inarrivabile davvero.
Molte furono le sue accurate ricerche anche nei documenti,[425] grande la sua esperienza; nessuno conobbe e ritrasse al pari di lui il carattere degli uomini di Stato, e i più oscuri intrighi diplomatici del suo tempo. Nato, educato in Firenze, che era allora il più gran centro di attività, di accortezza e di coltura politica, andò assai giovane alla corte di Ferdinando il Cattolico, dove imparò a conoscere gli affari d'Europa. Tornato in Italia, venne adoperato a servizio dei papi, in altissimi uffici. Tenne il governo di vaste provincie in tempi assai difficili; ebbe una parte notevolissima nei grandi avvenimenti che allora seguivano in Italia, e si mostrò sempre un vero uomo di Stato. Questa esperienza, queste qualità si ritrovano nella sua grande opera. Gl'Italiani avevano da un pezzo imparato a scrivere ammirabili storie municipali; il Guicciardini fu il primo che scrisse con egual pregio una storia generale. All'acuta penetrazione dei Fiorentini egli aggiunse la pratica della grande politica in Italia ed in Europa, una indipendenza e larghezza di giudizio, che non si lasciava mai vincere da pregiudizî locali, nè si spingeva mai a speculazioni troppo audaci. Tutto ciò si vede così nella narrazione, come anche nei discorsi di cui la sua storia è piena. Se quelli del Machiavelli partono spesso da un concetto generale e mirano a dimostrarlo, quelli del Guicciardini cercano invece di mettere in luce la natura dei fatti e il loro legame, dimostrandone le cause e le conseguenze più prossime; dicono ciò che nel momento determinato, nell'ora che fugge, è necessario ed è possibile fare. Altri ideali, intellettuali o morali, egli non ne ha mai; quasi ne rifugge come da vane illusioni.
L'adagio, così spesso ripetuto, che lo stile è l'uomo, trova anche qui una singolare conferma. La Storia fiorentina del Guicciardini, tutte le altre sue Opere inedite, scritte nella prima gioventù, o più tardi in mezzo agli affari, senza ambizione letteraria di sorta, hanno una tale evidenza, una così spontanea eleganza, che il suo stile si confonderebbe con quello del Machiavelli, se non fosse il calore dell'entusiasmo che anima sempre il secondo, e non riesce mai ad alterare la impassibile serenità del primo. Quando invece questi si pose a scrivere la Storia d'Italia, e volle mirare a maggiore solennità, a maggiore dignità di forma, raggiunse certo una eloquenza più grandiosa; ma perdette subito la primitiva e spontanea semplicità. La sua frase troppo studiata, il suo periodo troppo ciceroniano stancano affannosamente il lettore. Nè è vero, come si disse, che ciò gli avvenne perchè non ebbe il tempo necessario a rivedere e correggere. Fu anzi la lima, fu l'artificio studiato e cercato quello che alterò e sciupò il suo stile. Se ne ha prova chiarissima nel manoscritto originale, corretto, ricopiato un gran numero di volte.[426] Le sue lettere, le sue legazioni, buttate giù alla prima, sono sempre semplicissime ed eleganti. Quando volle innalzare le sue idee, rivestirle di forme solenni, grandiose, sentiva come un bisogno di allontanarle da sè, e diveniva artificioso. Sublime invece pareva al Machiavelli ciò che più profondamente sentiva; ciò che era più vicino, più intimo al suo spirito. Ogni volta che dinanzi a lui balenavano i suoi ideali, egli si sollevava al di sopra di sè stesso, ed acquistava una forza, una evidenza, una spontanea naturalezza, nella quale superò tutti nel suo secolo. In lui ardeva più viva e pura la fiamma del patriottismo; fu più grande scrittore, perchè migliore assai era il suo animo, nonostante le calunnie de' suoi detrattori. Divenne perciò il nostro più grande prosatore, come Dante era stato il nostro più grande poeta.
CAPITOLO XV.
Morte di Adriano VI. — Elezione di Clemente VII. Battaglia di Pavia. — Congiura del Morone.
Mentre il Machiavelli lavorava ancora a compiere le Storie avvennero fatti che interruppero per sempre i suoi lavori letterari. Improvvise e grandi complicazioni politiche lo ricondussero agli affari, negli ultimi anni della sua vita, che furono assai infelici, perchè dovette assistere alla rovina della patria, senza che i suoi sforzi valessero in modo alcuno a lenirne i dolori.
Il 14 settembre 1523 moriva Adriano VI. La prossima elezione aveva una grandissima importanza, combattendosi nel Conclave le tendenze rivali della Spagna e della Francia, che fuori si disputavano il dominio d'Italia. Il nuovo Papa poteva facilmente far pendere la bilancia da un lato o dall'altro. La gara s'accese perciò vivissima. I cardinali arrivavano da ogni parte; giunse fra gli altri anche il Soderini sempre potentissimo, sebbene allora liberato appena dalla prigionia, in cui Adriano VI lo aveva tenuto. Quando egli s'avvide che Giulio dei Medici, aiutato dalla Spagna, guadagnava rapidamente terreno, s'unì ai fautori di lui, che così fu sicuro del trionfo. Nella notte del 18 al 19 novembre questi venne eletto, e prese subito il nome di Clemente VII. Tutti sapevano che era un bastardo, quantunque si facesse ogni opera per nasconderlo. Si dice che la fortuna arride ai bastardi; ma essa fu invece a lui tanto nemica, quanto in ogni cosa era stata amica a Leone X. A questo in fatti riuscivano bene anche le cose peggio pensate, a Clemente VII riuscivano male anche i partiti più lungamente ponderati. Il suo pontificato fu non meno funesto a lui, che a Firenze, all'Italia ed alla Chiesa.
Assunse la tiara con la reputazione di buoni costumi, di uomo religioso, accortissimo, instancabile al lavoro, conoscitore degli affari e delle umane passioni. Tutti avevano creduto che egli fosse stato la guida di Leone X, e assai più di lui atto a governare. Ma Leone X, quantunque amasse i piaceri e non volesse durare fatica, aveva pure un certo istinto politico, che gli faceva prendere le più grandi risoluzioni senza molto esitare. Del cardinale Giulio s'era valso solamente per avere le notizie che gli occorrevano, a compiere gli studî necessarî alla piena conoscenza degli affari, per eseguire le proprie deliberazioni. Questi era in fatti un attivissimo strumento, e pareva quindi che guidasse colui che invece serviva. «Così,» osserva il Guicciardini, «le faccende messe in mano di due nature tanto diverse, mostravano quanto qualche volta convenga bene la mistura di due contrari.»[427]
Non appena però Clemente VII si trovò solo a reggere gli affari della Chiesa, si vide subito che a lui mancava assolutamente quella facoltà che costituisce il genio pratico dell'uomo di Stato, la quale, facendogli quasi istintivamente calcolare l'impreveduto, lo spinge a decidere ed operare, senza pericolosi indugi. Timido e irresoluto, il nuovo Papa rifuggiva invece da ogni grande responsabilità, e questa debolezza di carattere, che gli fu sempre funesta, veniva accresciuta dalla natura del suo ingegno, il quale, nei più di facili momenti, si perdeva a bilanciare lungamente il pro ed il contra d'ogni partito da prendere. E come se tutto ciò fosse poco, egli prese a suoi consiglieri due uomini di carattere e d'intendimenti opposti: un Italiano, Giovan Battista Giberti, ed un Tedesco, Niccolò Schömberg. Questi, vestitosi frate al tempo del Savonarola, e fatto poi arcivescovo di Capua, era accorto, tenace, impetuoso, e favoriva con ardore la politica spagnuola, dominando il Papa, da cui si faceva quasi temere. Quegli, il Giberti, si faceva invece amare, ed era uomo più d'impeto e di passione che di ragione, tanto che dopo essere stato grande avversario della Francia, n'era divenuto poi non meno caldo fautore. È facile capire come dovesse essere assai pericoloso il veder salire al pontificato un uomo in balìa di tante incertezze, di così opposti consigli, quando s'avvicinava un gigantesco conflitto, il cui esito poteva da un momento all'altro dipendere dalla sua condotta politica.[428]
Primi a sperimentare le conseguenze dall'incerto carattere del Papa furono i Fiorentini. Sebbene egli da lungo tempo li conoscesse, pure cominciò subito a consultare ognuno sul modo in cui doveva farli governare, e da chi. I più gli rispondevano quello appunto che egli voleva, cioè: mandasse nella Città il cardinale di Cortona, Silvio Passerini, con i due giovani bastardi, Ippolito ed Alessandro de' Medici, perchè in loro nome la reggesse. Se non che, il Passerini, durissimo di modi, era affatto incapace. Ippolito de' Medici, che passava per figlio di una Pesarese e di Giuliano, aveva appena sedici anni. Ed anche più giovane era Alessandro, figlio di Lorenzo e d'una schiava mora o mulatta, da cui aveva ereditato la pelle scura, le labbra grosse, i capelli crespi. Questi due giovani erano l'ultimo avanzo del ramo principale dei Medici. Restava anche Giovanni, allora già noto, e ben presto notissimo come capitano delle Bande Nere; ma esso apparteneva ad un ramo collaterale della famiglia, nè fu mai nelle buone grazie del Papa. Alcuni Fiorentini assai autorevoli, quali Iacopo Salviati, Francesco Vettori e Roberto Acciaiuoli, apertamente disapprovarono l'idea di far governare Firenze dal cardinale di Cortona, e dicevano al Papa con pari franchezza, che Ippolito ed Alessandro era meglio mandarli ora a scuola, per vedere se sarebbero poi riusciti uomini di governo. Lasciasse che, sotto la sua protezione, i cittadini si reggessero da sè; aprisse la sala del Consiglio come tante volte aveva fatto sperare. Ma Clemente VII preferì l'avviso di coloro che lo adulavano, e dicendo di volersi attenere al parere dei più, mandò a Firenze i due bastardi col Cardinale. La conseguenza naturale fu che questi si fece ben presto odiare, e l'odio si rivolse poi contro i Medici, crescendo sempre fino a che scoppiò più tardi in aperta ribellione.[429]
Ma assai più gravi erano gli eventi che s'apparecchiavano altrove. La grande lotta tra Francesi e Spagnuoli doveva ora decidersi col ferro. I primi si ritiravano dalla Lombardia, i secondi s'avanzavano pieni di baldanza. Questi erano comandati da valorosi capitani, perchè Carlo V non li nominava, come troppo spesso seguiva in Francia, per lusinghe di donne o intrighi di cortigiani. V'erano Antonio de Leyva ed il marchese di Pescara napoletano di nascita, ma spagnuolo d'origine, ambedue valorosissimi; v'era il celebre Conestabile di Borbone, che aveva clamorosamente disertato la Francia ed il suo re; v'era il vicerè di Napoli, visconte di Lannoy, fiammingo. Francesco I, essendosi deciso a farla una volta finita, passò ben presto le Alpi con un esercito di 50,000 uomini; ed il 21 ottobre 1524 entrò in Milano. Andò poi subito a Pavia, dove Antonio de Leyva s'era chiuso con 4,000 fanti, e colà doveva quindi decidersi ora la gran lite. Gli Spagnuoli facevano di tutto per tirare dalla loro parte il Papa; ma questi al solito esitava. Non poteva desiderare la loro vittoria nè quella dei Francesi, perchè sarebbe in ambedue i casi rimasto a discrezione del vincitore, divenuto arbitro delle sorti d'Italia. L'interesse dello Stato della Chiesa era perciò immedesimato ora con la indipendenza nazionale, e ciò poteva dare alla politica del Papa una grande importanza. Ma nè Leone X, nè Clemente VII osarono mai di sollevarsi all'altezza cui pareva che gli eventi per forza li chiamassero. E sebbene i migliori statisti italiani, fra cui il Machiavelli, li avessero in mille modi eccitati, spronati per questa via, non seppero far altro mai che tergiversare.
Francesco I s'era intanto fortemente trincerato nel suo campo, quando nuovi Tedeschi scendevano ad ingrossare il nemico. Il suo esercito era sempre assai numeroso; ma egli aveva dovuto mandare nel mezzogiorno d'Italia il duca d'Albany con 3,000 fanti e 2,000 cavalli; i suoi Grigioni erano partiti per difendere il castello di Chiavenna, e le nuove genti mandate di Francia in suo aiuto, erano state sbaragliate per via. Gli stava di fronte il grosso del nemico, ed alle spalle, in Pavia, era Antonio de Leyva, che aveva già fatto fortunate sortite, in una delle quali il valoroso Giovanni dei Medici era stato gravemente ferito, e messo così per qualche tempo fuori di combattimento. Nella città cominciavano a mancare i viveri, nel campo imperiale mancavano i danari; e tutto consigliava perciò il Re ad aspettare, a non dare battaglia. Ma il Pescara, cui il tempo stringeva, lo provocava ogni giorno con abilissime scaramucce, ed a lui parve finalmente viltà non accettare. In sul mattino del 24 febbraio 1525 il capitano spagnuolo penetrò nel campo dei nemici, per una breccia aperta la notte, nel muro del parco, in cui essi alloggiavano, e nello stesso tempo il de Leyva uscì da Pavia. I Francesi, che erano già pronti, s'avanzarono schierati in battaglia. Dapprima pareva che la vittoria loro arridesse; ma poi il Pescara, alla testa de' suoi archibusieri, mise in rotta i loro uomini d'arme, ed il Frundsberg diede prova d'ugual valore coi suoi lanzichenecchi. Il de Leyva s'era unito agli altri nel dar l'assalto ai Francesi. Gli Svizzeri, che già a Marignano avevano cominciato a perdere la loro reputazione d'invincibili, si misero in rotta, e così ben presto la vittoria fu degl'imperiali. Caddero quel giorno i migliori capitani di Francia; il suo valoroso esercito fu disfatto, e diecimila cadaveri rimasero sparsi sulla strada che da Pavia conduce alla Certosa.[430] Ma il peggio di tutto fu che venne fatto prigioniero lo stesso Francesco I, il quale scrisse allora a Luisa di Savoia sua madre: «Tutto è perduto fuorchè l'onore e la vita, che è salva.»[431] Il Pescara, il de Leyva e il Frundsberg furono gli eroi di questa battaglia, la più decisiva di quante se n'erano da secoli combattute,[432] perchè essa rese Carlo V il più potente fra tutti i sovrani d'Europa, arbitro dell'Italia, che ormai aveva perduto la sua indipendenza.
Poco dopo la battaglia di Pavia avvenne un fatto stranissimo, che fu molto diversamente interpretato e narrato dagli storici. Esso è, fra le altre cose, una prova assai chiara che gl'Italiani non solo vedevano la disperata condizione in cui si trovavano, ma volevano uscirne, e che le aspirazioni, le speranze espresse dal Machiavelli nella esortazione del suo Principe, eran pure, sebbene assai vagamente e fiaccamente, sentite da moltissimi. Mancava però la virtù necessaria a metterle in atto. Diffidavano tutti gli uni degli altri, e anche per rendersi indipendenti cercavano, speravano aiuto solo dagli stranieri. Non v'era uomo capace d'assumere la direzione della grande impresa: meno d'ogni altro poteva poi quest'uomo essere Clemente VII, che il fato sembrava, quasi per ironia, ostinarsi a fare apparire come il rappresentante delle più nobili aspirazioni nazionali.
Il dì 1º aprile 1525 gl'imperiali che, sebbene vittoriosi, si trovavano senza danaro, vennero ad un accordo, mediante il quale si obbligavano a garantire Milano da ogni assalto nemico. Lo Stato della Chiesa, Firenze, i Medici restavano sotto la protezione dell'Imperatore, al cui esercito, ed era questo il punto essenziale dell'accordo, si dovevano pagare 100,000 ducati. L'insolenza del vincitore, i saccheggi e le continue taglie non cessarono per ciò, anzi crescevano ogni giorno. Gl'Italiani erano quindi sempre più scontenti ed irritati di dover passare, come un branco di pecore, da uno ad un altro padrone, tanto più ora che gl'imperiali, già signori del Napoletano, erano riusciti a farsi padroni della Lombardia. Ma questo scontento, sebbene assai generale, sembrava impotente. I soli che si trovavano in condizione da fare qualche resistenza, erano i Veneziani ed il Papa. Ma i primi pensavano ai loro commerci, alle loro colonie; il secondo non osava e non risolveva mai nulla.
In Francia invece il governo era subito venuto in mano della reggente Luisa di Savoia, ai cui cenni obbediva unanime la nazione, pronta a ripigliare la guerra per vendicare e liberare dalla prigionìa il suo Re. Questo generale ardore di vendetta, questo desiderio di rivincita dava speranza agl'Italiani. E la Reggente, che lo sapeva, fece dire al duca di Milano, e subito dopo anche ai Veneziani, che essa era pronta ad aiutare in Italia un movimento generale per liberarla dal dominio imperiale, rinunziando per parte della Francia ad ogni pretesa sul reame di Napoli, lasciando la Lombardia al Duca. La medesima proposta venne fatta al Papa, che l'accolse subito, e con più ardore degli altri. A lui pareva finalmente di vedere la possibilità di quella guerra nazionale d'indipendenza, che già tante volte gli era stata suggerita, e che i fatti stessi, nell'interesse della Chiesa, ora consigliavano. Essa, così gli avevano detto e con maggiore insistenza molti ripetevano adesso, avrebbe a lui salvato lo Stato, facendogli acquistare quella gloria immortale di liberare l'Italia, che Giulio II aveva un momento sperata, e che lo stesso Leone X aveva più volte invano desiderata.[433] Il datario Giovan Matteo Giberti era quello che più di tutti lo sospingeva e spronava per questa via. Egli s'era in verità cosiffattamente acceso nell'idea d'una guerra nazionale, che incominciò, per mezzo delle sue lettere ai nunzi e messi straordinari del Papa, a riscaldare l'animo di tutti i potentati italiani, perchè non perdessero «l'occasione, che non potria essere al mondo più bella, di liberarsi e acquistar gloria eterna.»[434] Così scriveva il dì 1º luglio 1525 ad Ennio Filonardi nunzio nella Svizzera, e il 10 dello stesso mese scriveva all'auditore Girolamo Ghinucci: «Mi par di vedere rinnovare il mondo, e da una estrema miseria Italia cominciare a tornare in grandissima felicità.»[435] E così a tutti. In nome del Giberti e del Papa, Domenico Sauli genovese, andò a Milano per fare addirittura la proposta d'una lega italiana colla Francia, a fine di liberare la patria comune.[436] Poco dopo partirono le proposte definitive del Papa alla Francia. E queste erano: Milano resterebbe al Duca, cui gli Svizzeri darebbero aiuto; Napoli e Sicilia verrebbero libere in mano del Papa, che potrebbe disporne. La Francia darebbe 50,000 ducati al mese sino a guerra finita, anticipando subito due mesi, e manderebbe a sue spese 600 lance, 6,000 fanti, con la necessaria artiglieria, e 10 galee o più, secondo gli eventi. Per maggior prova di sicurtà e leale amicizia, una principessa francese andrebbe sposa al duca di Milano. Così si sarebbe fermata un'alleanza perpetua tra la Francia e l'Italia, la quale, appena liberata dagl'imperiali, avrebbe dovuto mandare a sue spese 1,000 lance e 12,000 fanti, per liberare il Re, ed essere in ogni caso pronta a difesa della Francia, che prometteva da parte sua uguale aiuto. Tutto sarebbe stato pronto a cominciare la guerra di qua dalle Alpi, quando la Reggente avesse inviato i primi danari, e dato alle sue genti ordine di mettersi in cammino.[437] Il Giberti, che più di tutti s'era acceso, sollecitava con ogni opera queste trattative, ma faceva nello stesso tempo vive premure ai potentati italiani, perchè, senza neppure aspettare gli aiuti francesi, si desse cominciamento all'impresa.
Intanto la Francia, che a tutta possa spingeva l'Italia, non dava in conclusione altro che parole. Essa trattava con la Spagna per liberare il Re, e quindi la sua politica poteva da un momento all'altro mutarsi. Gl'Italiani poi, non solo diffidavano dei Francesi, ma diffidavano anche di loro stessi, nessuno eccettuato, e però ciascuno voleva tenersi aperta un'uscita pel caso, che gli altri si tirassero indietro. E quindi la maggior parte di loro cercaron subito dare un qualche cenno più o meno indiretto della trama a Carlo V o ai suoi rappresentanti, per potere all'occorrenza dichiarare d'essergli stati sempre amici fedeli. Continuavano tuttavia con ardore le pratiche iniziate per l'impresa, deliberati a profittarne, quando le cose riuscissero, come allora si diceva, ad votum. Tale era pur troppo la politica del tempo. Carlo V e i suoi si conducevano, come vedremo, con la stessa mala fede. I Veneziani approvavano l'impresa, ma dicevano di rimettersene a ciò che farebbe il Papa. Questi, che aveva primo cominciato a stringere i segreti accordi, faceva in pari tempo dire all'Imperatore, che stesse attento ai suoi capitani in Italia.[438] Il duca di Milano, che aveva accolto con favore i suggerimenti della Francia, ne rendeva, per mezzo del suo segretario Morone, consapevole il Vicerè, che consigliava di continuare la pratica, per vedere dove la fosse per condurre.[439] Intanto lo stesso Morone continuava a trattare per ottener dall'Imperatore l'investitura del Ducato allo Sforza.
E finalmente arrivò il genovese Domenico Sauli, portando da Roma la proposta concreta della lega italiana contro gl'imperiali. L'occasione pareva allora singolarmente propizia. Francesco I aveva chiesto d'essere mandato nella Spagna, per parlare con Carlo V, ed il Vicerè ve lo aveva condotto all'insaputa del Borbone e del Pescara, che s'erano vivamente opposti, perchè volevano invece tenerlo in Italia, e cavarne profitto. Il Pescara sopra tutti n'era rimasto irritato contro il Vicerè, e nell'ira lo accusava d'essersi mostrato vile a Pavia, avendo più volte gridato: Noi siamo perduti! Aggiungeva d'esser pronto a provarglielo con la spada in mano.[440] E pareva che fosse irritato anche contro l'Imperatore, che si diceva avesse consentito al Vicerè. Per queste ragioni il Sauli trovò grande ascolto, quando fece al Morone la proposta della lega, ed espose, in nome del Papa e del Datario, l'idea d'offrire al Pescara, che sapevano irritato e scontento, il regno di Napoli, se entrava deliberatamente nell'impresa, assumendone la direzione militare.[441] Il segretario dello Sforza parve subito come invasato dalla proposta, e da quel momento fu il maneggiatore principale della congiura, il grande agitatore della politica italiana, senza per questo smetter di sollecitare dall'Imperatore l'investitura del Ducato pel suo signore. Anch'egli, anzi egli più di ogni altro, cercò di tenersi sempre aperta una via alla ritirata, la quale poteva da un momento all'altro divenire necessaria. E lo fece in un modo affatto proprio del suo strano carattere, del suo singolare ingegno, della sua audacia, di quella mala fede, che era grande in lui ed in tutti i politici del secolo. Così ne nacque una specie di tenebroso dramma, che restò per lungo tempo inesplicabile, ed anche oggi, dopo tante nuove ricerche e documenti venuti alla luce, non riesce interamente chiaro.
Il Morone era nato solo un anno dopo del Machiavelli; aveva studiato le lettere latine, le lettere greche e la giurisprudenza. Entrato poi negli uffici politici ed amministrativi, servì come segretario, cancelliere o simili, molti e diversi padroni. E fece per questa via rapido cammino, perchè all'ingegno s'aggiungeva in lui, non solo una singolare audacia ed intraprendenza, ma anche una grandissima accortezza nei raggiri diplomatici, talchè fu subito tenuto una delle prime teste politiche d'Italia. Nel 1499, quando Lodovico Sforza fuggì nel Tirolo, il Morone, che era suo segretario, formulò i patti della resa, e sebbene non venissero accettati dai Francesi invasori della Lombardia, noi lo troviamo subito dopo al loro servigio. Più tardi fu promotore della scelta di Massimiliano, figlio di Lodovico, a duca di Milano, servendolo fedelmente e con coraggio, fino a che quel giovane principe, stanco delle molte traversie, accettò l'esilio perpetuo in Francia. E dopo aver corso altre non poche vicende, quando in Italia risorse la fortuna degl'imperiali, s'adoperò moltissimo a far proclamare duca di Milano, il secondo figlio di Lodovico, Francesco Sforza. Di questo era adesso segretario, e nel nome di lui aveva trattato per la investitura del Ducato, che fu dall'imperatore offerta prima a condizioni inaccettabili, modificate poi ed accettate. Nello stesso tempo pigliava il Morone parte attivissima alla congiura, adoperandosi col Papa per la lega italo-francese contro l'Impero. Assunse sopra di sè il carico di guadagnare il Pescara, iniziando tutte le pratiche con tanto ardore, mostrandosi talmente persuaso di poter riuscire, e continuando con una così febbrile attività, da essere lungamente tenuto come il vero autore d'un disegno, che era stato invece concepito a Roma.
Il Pescara, giudicato allora il primo capitano d'Europa, era uomo ambiziosissimo e senza scrupoli, al che si aggiungeva ora, come dicemmo, l'essere egli irritato per la partenza di Francesco I, e per credersi non apprezzato abbastanza dall'Imperatore. Sebbene di origine spagnuola, e nemico del nome italiano, era pur nato in Italia: non pareva quindi che potesse essere addirittura indifferente alle sorti della sua patria. E la promessa d'un gran regno sembrava certo tal cosa da poter guadagnare l'animo di un uomo siffatto. Il Morone che aveva una fede grandissima nella sua propria capacità, nella propria eloquenza, non dubitava perciò di dover riuscire a fargli assumere un'impresa che gli offriva il modo di vendicare sè stesso, liberando la terra ove era nato, facendo la sua fortuna, acquistando gloria immortale. Si presentò dunque a lui, e dopo aver chiesta ed ottenuta la parola di soldato d'onore, che in ogni caso avrebbe serbato il segreto, gli rivelò il disegno dei collegati, e gli fece la grande offerta. Gli ricordò lo scontento universale e l'oppressione dell'Italia, che invocava un liberatore; gli dipinse con vivaci colori la gloria dell'impresa, la felicità di un regno, la santità di una guerra desiderata dal popolo, aiutata dalla Francia, benedetta dal Papa. Ricorse agli esempî della storia antica e della moderna.[442] Con altra forma, dovettero essere le idee stesse che si trovavano già nella esortazione del Principe.
Ma chi lo ascoltava era un soldato, su cui non potevano nulla l'eloquenza e le ricordanze storiche o patriottiche, il quale guardava solo al presente, al reale, al suo interesse personale. Il Pescara sapeva che valore avevano le armi imperiali, e quanto deboli erano quelle degl'Italiani, sempre discordi, sempre diffidenti gli uni degli altri, e sapeva anco qual certezza c'era da avere negli aiuti promessi dalla Francia, che per liberare il suo Re, poteva da un momento all'altro mutare politica, piegandosi ad ogni patto. Oltre di ciò, egli era già ammalato d'una malattia, che doveva in breve condurlo alla tomba. Non poteva quindi accettar cambiali a lunga scadenza. Ma non era neppure uomo da respingere senz'altro le troppo lusinghiere proposte, che il Morone gli faceva, in nome del Papa e degli altri potentati. In sostanza, o l'impresa diveniva veramente tale da poter riuscire, ed egli allora avrebbe di certo accettato l'offerta, o in nessun modo sarebbe apparso sperabile il condurla a buon termine, ed anche in questo caso a lui sarebbe convenuto far mostra per ora di entrar nella trama, se non altro per conoscerla e trarne sicuro vantaggio, rivelandola all'Imperatore. Intanto poteva dagli alleati cavar danari, che era la cosa di cui più urgentemente aveva bisogno pel suo esercito privo di tutto. Giurato adunque il segreto, e saputo di che si trattava, non accettò nè ricusò d'assumere la direzione dell'impresa; ma ne dimostrò subito le gravi difficoltà, e dichiarò che voleva prima esser sicuro di non violare le leggi cui era tenuto, come soldato d'onore, come vassallo dell'Imperatore. Avrebbe fatto studiare il caso da persone competenti, lo stesso facessero lo Sforza ed il Papa, in termini generali ben inteso, senza nomi di persone, perchè non trasparisse ad anima viva il geloso segreto. Le risposte del Papa e dello Sforza non si fecero molto aspettare, quantunque la troppo ingenua domanda avesse tutta l'apparenza d'un pretesto. Legami verso la patria i generali d'allora non ne avevano, e meno di tutti poteva averli verso la Spagna o l'Impero il Pescara, che era nato a Napoli. Non restavano quindi che i doveri di vassallo, ai quali solamente egli aveva accennato. Ma gli fu subito osservato, che il Napoletano era feudo della Chiesa, e che ai possessi nella Spagna egli poteva, volendo, rinunziare fin d'ora per l'acquisto d'un regno. A lui non si proponeva in fatti nulla di straordinariamente insolito, secondo le idee di quel tempo. Non era il Borbone passato dalla Francia a servizio dell'Impero? Non aveva fatto lo stesso il principe d'Orange, e non era Pietro Navarro passato per dispetto dalla Spagna alla Francia? Se costoro furono dai posteri chiamati traditori della patria, essi continuavano allora ad esser tenuti fra i capitani più stimati e più rispettati, meritevoli di biasimo solamente per avere abbandonato il proprio signore.[443] Il Pescara non era certo uomo da pretendere d'esser più scrupoloso degli altri, e quando avesse voluto mutar bandiera, non gli sarebbero mancate ragioni o pretesti, massime poi essendo istigato dal Papa.
Le trattative andarono perciò innanzi attivissime; ma la Francia prometteva sempre, senza mai muoversi.[444] Il Pescara faceva con insistenza continue domande di danari, che bisognava dargli, e intanto, con generale maraviglia, si sentiva che scendevano dalle Alpi altri Lanzichenecchi. Da per tutto si andava inoltre ripetendo che l'Imperatore era già consapevole della congiura. In fatti d'ogni cosa lo aveva con lettere continue ragguagliato il Pescara, sollecitandolo a conchiudere subito accordi con la Francia, perchè in Italia tutti gli erano nemici, tutti desideravano cacciarne l'esercito imperiale: il nome tedesco e spagnuolo era universalmente odiato.[445] Dalle lettere del Giberti si vede in fatti assai chiaro, come a Roma già si sapesse che la congiura non era più un segreto per nessuno, e si sospettasse che non solo il Pescara, ma anche il Morone tradisse.[446] Questi, appena saputo che si era gravemente ammalato il suo Duca, dichiarò al Pescara, che avrebbe dato il Ducato in balìa dell'Imperatore, piuttosto che vedervi tornare Massimiliano Sforza, mostratosi inettissimo a governare. E non solo lo aveva detto; ma, sebbene i Veneziani ed il Papa, coi quali allora cospirava, si fossero dichiarati contrarissimi, aveva subito apparecchiato ogni cosa, per porre in atto il suo pensiero, quando fosse veramente seguìta la morte del Duca.[447] Ma nessuno aveva mai fatto assegnamento sulla buona fede del Pescara o del Morone; s'era calcolato solo sul loro egoismo, sulla loro ambizione. Si riteneva che, quando la congiura fosse stata per riuscire, vi avevano ambedue troppo da guadagnare, per volerla abbandonare; si era anche convintissimi che avrebbero tradito, e si sarebbero subito rivolti all'Imperatore, quando appena quella probabilità fosse cominciata a venir meno. E quindi ciò che metteva adesso pensiero e sconfortava grandemente era l'arrivo dei Lanzichenecchi, la mancanza di ogni aiuto dalla Francia, la nessuna vicina speranza di averne.
Non mancavano neppure diffidenze tra il Pescara ed il Morone. Questi sapeva d'essere odiatissimo dagli Spagnuoli, e sopra tutti dal de Leyva, che aveva minacciato d'ucciderlo, quando lo avesse avuto nelle mani. Conosceva poi assai bene il Pescara, e aveva detto al Guicciardini: «Non essere uomo in Italia nè di maggior malignità, nè di minor fede.»[448] E da ogni lato lo avvertivano ora, che stesse in guardia, altrimenti avrebbe fatto una misera fine nelle mani di quel tristo. Al quale egli stesso riferì le voci che correvano, aggiungendo però: «Io ho fede in V. S. come in Dio.»[449] In fatti il Pescara stesso, nelle lettere che scriveva a Carlo V, rivelando la congiura, le offerte, i discorsi fattigli dal Morone, aggiungeva di tenersi ben sicuro di poterlo «condurre dove voleva.»[450] Il vero è che giocavano ambedue un doppio giuoco, e n'erano consapevoli del pari. Il capitano imperiale aveva lasciato capire, che non avrebbe esitato a fare davvero, quando avesse potuto esser sicuro della corona promessagli; ma non s'era mai illuso fino a credere che questa sicurezza vi potesse esser davvero. Il Morone invece, come succede spesso ai più furbi, s'era molto illuso, non però quanto s'è voluto supporre da alcuni scrittori. Egli non era affatto cieco alle difficoltà cui s'andava incontro, e sapeva bene che avrebbe messo a rischio la propria testa, se troppo scopriva il Pescara. Pure gli dava qualche sicurtà il sapere quali ambiziosi desideri nel fondo del suo animo questi nascondesse. E da un altro lato gli aveva pure fatto ben capire che, quando l'impresa fosse stata per fallire, anch'egli sarebbe stato pronto a gettarsi con tutte le sue forze a servizio dell'Imperatore. Per tutte queste ragioni adunque, invitato dal Pescara ad andare a conferire con lui, che si trovava ammalato nel castello di Novara, v'andò col de Leyva, sebbene tutti lo avvertissero che correva alla sua estrema rovina.[451]
Il 13 ottobre ebbe un primo abboccamento, il 15 un secondo,[452] uscendo dal quale fu fatto prigioniero e menato nel castello di Pavia, dove il 24 venne il Pescara col de Leyva e l'abate di Nazaria ad esaminarlo. C'era poco da chiedere e poco da rispondere, perchè il Pescara già sapeva tutto, e lo sapeva dal Morone stesso. Questi, non ostante, scrisse di sua mano la propria confessione. Ed in essa, dopo aver protestato contro la ingiusta violenza che subiva, contro la fede tradita, diceva al generale di Carlo V, che non poteva rivelar nulla, che già non gli avesse detto e ripetuto più volte. Esponeva tuttavia la storia della congiura, ricordando l'offerta del regno di Napoli, le trattative per la investitura di Milano allo Sforza, che aveva dichiarato d'accettarla, continuando nel tempo stesso gli accordi per la guerra nazionale contro l'Imperatore.[453] Quest'ultima dichiarazione fu il pretesto, di cui il Pescara si valse per andar subito a Milano, ed impadronirsi della Lombardia.
Ognuno s'aspettava ora di sentire da un momento all'altro già messo a morte il Morone, quando, con maraviglia universale, il Pescara pubblicò un decreto del 27 ottobre, col quale dichiarava di volerlo tenere presso di sè prigioniero, ed ordinava che non si toccassero punto le proprietà di lui, lasciandole per adesso alla moglie ed ai figli, usando loro ogni riguardo.[454] Sentendosi poi vicino alla morte, che lo colpì in fatti il 3 dicembre 1525, nella età di soli trentasei anni, fece testamento, raccomandando all'Imperatore, non solo la vita, ma anche la libertà del Morone, ed ogni benefizio che gli si potesse fare, «perchè altrimenti mi riputerei essere caricato.»[455] L'abate di Nazaria ed il marchese del Vasto, dimostrando anch'essi una singolare premura, scrissero subito al prigioniero, per avvertirlo che il Pescara lo aveva raccomandato a Carlo V, ed aggiungevano assicurazioni della loro buona disposizione. Lo stesso de Leyva, che non gli era stato mai benevolo, scriveva da Milano il 25 marzo 1526: «Si farà maniera che V. S. resterà contenta. Sicchè de novo la torno a pregare, che stia de bon animo, che farò per lei tanto quanto vorrei si facesse per me stesso, e me li raccomando.»[456] Il Morone tuttavia restò per ora in carcere, a disposizione del conestabile di Borbone, che assunse il comando dell'esercito imperiale, e lo tenne come ostaggio, a fin di cavarne danari, dei quali era anch'egli in una estrema necessità. Ma dopo avere avuto da lui parecchie migliaia di ducati, con promessa di altri fino a 20,000, firmò il dì 1º gennaio 1527 un decreto col quale, pure rimproverandogli la congiura, ed accusandolo di pecunia indebitamente estorta in suo privato vantaggio, n'esaltava l'ingegno, il coraggio, l'esperienza, i servigi altra volta resi all'Imperatore. E concludeva poi che, per questi suoi meriti, pei danari recentemente dati in momenti di estremo bisogno, per la volontà dichiarata di volersi di nuovo rendere utile all'Impero, lo liberava e gli faceva grazia generale di tutte le sue colpe.[457] Ma, quello che è ancora più, lo nominava poco dopo commissario generale nell'esercito. Ed in questo ufficio noi lo troviamo sotto le mura di Roma, quando il Borbone morì. Seguìto che fu poi il sacco della Città eterna, e trovandosi Clemente VII chiuso in Castel Sant'Angelo, il Morone ebbe parte principalissima nelle trattative allora fatte per liberarlo. Aiutato dal suo ingegno, dalla sua attività, dalla sua grande esperienza, salì sempre a maggior grado; fu come la mente che dirigeva gl'imperiali nello strazio che fecero dell'Italia, ed era presso l'esercito che assediava Firenze, il giorno 15 dicembre 1529, che fu l'ultimo della sua vita.[458]
Tutto questo finì, com'era naturale, col lasciare mille dubbî, mille incertezze sul suo carattere e sul vero significato della congiura; incertezze e dubbî che crebbero assai più, quando si cominciò a voler vedere un gran patriotta in un uomo che aveva mirato solo e sempre a farsi strada nel mondo, che aveva mutato parte ogni volta che lo richiedeva il proprio interesse, cui solo obbediva. Facendone un patriotta, rimangono assolutamente inesplicabili la sua condotta e quella anche del Pescara, del de Leyva, del Borbone. In fatti, come mai il Morone, avvertito da tanti, sapendo con certezza che il Pescara era ormai in perfetto accordo coll'Imperatore, si sarebbe andato a mettere nelle mani di lui? Ed il Pescara, perchè lo avrebbe salvato e raccomandato? Ammettere in questo scrupoli di coscienza sarebbe assurdo. Non ne ebbe mai, e non c'era ragione d'averne allora, se non ne aveva avuti prima. Anche più impossibile sarebbe immaginare scrupoli o altro simile sentimento, per ispiegare la condotta del de Leyva, del Borbone, dello stesso Carlo V, i quali non avevano promesso nulla, e non dovevano usare riguardi ad un cospiratore. Al patriottismo del Morone non credettero mai i contemporanei che lo conobbero, neppure quelli stessi che lo avevano inviato alla congiura. Il Guicciardini, nella sua Storia d'Italia, dichiara di non aver capito la cecità con cui esso s'era andato a mettere nelle mani del Pescara, del quale conosceva bene la crudeltà e la mala fede. Nelle sue Legazioni, però, appena che lo seppe in prigione, scrisse a Roma: «Io temo che con le sue girandole riuscirà presto a consigliare ed a dirigere gl'imperiali a danno degli alleati.»[459] E così fu.
Ma se i contemporanei dovevano giudicar solo dalla conoscenza che avevano del Morone, i documenti pubblicati ai nostri giorni ci pongono in grado di vedere anche meglio come le cose veramente andarono. Il Morone, che aveva servito molti padroni ed era prontissimo a servirne altri, pensava a farsi sempre più potente, servendo il duca di Milano, quando venne da Roma l'idea della lega e l'offerta del regno di Napoli al Pescara. La lega e la guerra corrispondevano ad un vero interesse nazionale, ad un bisogno che, se non era fortemente sentito, era pure assai generalmente inteso dagl'Italiani. Se il Pescara si faceva davvero promotore dell'impresa, si poteva sperare di riuscire a buon fine, e, riuscendo, egli ed il Morone sarebbero divenuti potentissimi. La proposta fu dunque fatta ed accettata con la intesa tacita e vicendevole, che non potendosi riuscire al fine voluto, si sarebbero ambedue rivolti a favorire l'Imperatore. Di ciò, come abbiam visto, il Morone dette prova coi fatti, quando pareva che il suo Duca morisse. Il Pescara, che si era pure avventurato abbastanza, si pose anche subito al sicuro, rivelando ogni cosa all'Imperatore. Aveva continuato ad avere od a fingere d'aver parte nella trama, cavando intanto dai collegati i danari che gli occorrevano a sostenere l'esercito, e così andando innanzi, s'era sempre più persuaso che il Morone poteva, nelle mani sue e degl'imperiali, riuscire un ottimo strumento a conquistare l'Italia, appena che la vanità della congiura fosse apparsa evidente anche a lui. Questi, in ogni caso, era anche, come si vide poi col fatto, l'uomo più adatto ad indicare le persone da cui si potevano in Italia estorcere danari, dei quali gl'imperiali avevano un bisogno così grande ed urgente, che la mancanza di essi li pose più di una volta sul punto di vedere sbandati i loro eserciti. Era poi egli stesso così ricco da poter dare anche del suo, come fece più tardi col Borbone. Così fu che, quando il Pescara lo ebbe nelle mani, iniziò il processo più per forma e per cavarne danaro, per avere un qualunque pretesto ad impadronirsi della Lombardia, che per la speranza di poter nulla apprendere di nuovo. La benignità inaspettata e le raccomandazioni insolite furono certo promosse dal desiderio che si adoperasse a profitto degli imperiali un uomo il quale si era dichiarato pronto a servirli, e poteva veramente riuscir loro di grande utilità.
Questa congiura, che fu detta del Morone, prova che l'idea di rendere l'Italia indipendente colle proprie forze, era allora nel pensiero di molti, e poteva anche essere effettuata, quando vi fosse stata sincera unione fra gl'Italiani, ed un uomo valoroso e grande l'avesse deliberatamente sostenuta colle armi. Se l'Italia, in fatti, era debole, i suoi nemici erano spesso in guerra fra di loro, e disordinati per modo che più d'una volta si trovarono sul punto d'andare a rovina, senza quasi essere combattuti da altri. Ma l'uomo necessario non sorgeva, e quando si veniva alla prova dei fatti, ognuno voleva operare a suo vantaggio esclusivo: così tutto andava a rifascio. Questo concetto d'indipendenza nazionale, di cui pur tanto si parlò dai tempi di Giulio II in poi, era allora vagheggiato dagl'Italiani più per entusiasmo letterario, e per sostenere interessi locali o personali, che per bisogno generale e fortemente sentito d'una patria comune. Non si poteva quindi, in nessun caso, arrivare a grandi e durevoli resultati. Lo stesso Machiavelli, fino a che restò segretario della Repubblica fiorentina, non riuscì mai a vederlo chiaramente, dimostrandosi anch'esso pronto a sacrificar tutto agl'interessi del suo piccolo Comune. Uscito però d'ufficio, egli fu ben presto il solo che comprendesse e sentisse fortemente l'idea nazionale, esponendola senza incertezze o secondi fini, con sublime eloquenza cercando convincerne gli altri. Ma perciò appunto dovette d'allora in poi passar la sua vita d'illusione in illusione, di speranza in speranza, vedendo un dopo l'altro svanire i sogni dai quali era sempre dominato. Nulla però fa credere che egli si fosse un momento solo illuso sulla condotta del Morone, quantunque la congiura si direbbe qualche volta ispirata dal Principe e dai Discorsi. A lui dovette apparir chiaro, che nessuno di coloro i quali vi presero parte, aveva pur l'ombra di quel forte e sincero patriottismo, che egli sapeva essere più di ogni altra cosa necessario a porre in atto la grande idea.
CAPITOLO XVI.
L'esercito imperiale s'avanza in Lombardia. — Il Guicciardini Presidente della Romagna, poi Luogotenente al campo. — Il Machiavelli rientra negli affari. — Sua gita a Roma. — È inviato presso il Guicciardini a Faenza. — Sua gita a Venezia. — Corrispondenza col Guicciardini. — È nominato Cancelliere dei Procuratori delle Mura. — Attende ai lavori per le fortificazioni della Città.
L'esercito imperiale, padrone ormai del ducato di Milano, comandato dal conestabile di Borbone, che aveva con sè il Morone, s'apparecchiava baldanzoso ad andare oltre, e nuovi avvenimenti sempre più funesti all'Italia erano inevitabili. A questi era rivolta adesso l'attenzione dei politici italiani, che tutti in un modo o nell'altro vi pigliavano parte. Anche il Machiavelli fu ricondotto ora in mezzo agli affari, e più volte mandato al campo degli alleati, dove trovò il Guicciardini luogotenente generale del Papa. Ambedue fecero prova di tutta la loro energia, di tutto il loro ingegno, dimostrando invano le migliori qualità del loro carattere. Il Machiavelli però era già innanzi cogli anni e vicino alla morte, in condizione sempre subordinata, a servizio d'uno Stato dipendente dall'autorità del Papa; poteva quindi far poco altro che mostrare la sua buona volontà, il suo ardente patriottismo, il suo dolore per le sorti infelici della patria. Il Guicciardini era invece nel vigore delle forze, investito sempre di altissimi uffici, e questo fu anzi il periodo più importante della sua vita politica. Egli aveva in Roma un suo rappresentante nella persona di messer Cesare Colombo, cui scriveva lettere continue, perchè ne riferisse al Papa ed ai cardinali. Esse ci danno un ritratto fedele degli avvenimenti del tempo, e sono una sicura testimonianza della sua grande intelligenza politica, delle sue qualità di vero uomo di Stato.
Mandato governatore nell'Emilia, s'era fatto molto lodare per la energia e prontezza dimostrate durante la guerra. Nel 1524 fu perciò nominato Presidente della Romagna, con incarico di pacificare quel paese lacerato dalle fazioni, insanguinato da continui delitti. E voleva subito usare severità contro i colpevoli, per venir poi alla clemenza. Ma quando ebbe a Forlì fatta eseguire la prima condanna capitale, pronunziata contro uno «imbrattato nelle ribalderie insino agli occhi,» dovette avvedersi d'andare incontro a difficoltà più gravi assai che non pensava.[460] I ribaldi ricorrevano al Papa per protezione, si facevano raccomandare, ed ottenevano salvocondotti. Ciò faceva subito crescere i delitti, e indeboliva l'autorità del Presidente, che ne restava irritato e sgomento.[461] Un Bastiano Orsello, che aveva ammazzato l'avo, ed era accusato d'aver commesso in un tumulto sedici o diciotto omicidi, oltre infinite rapine, trovava anch'esso protezione in Giovanni dei Medici e nel Papa.[462] E mentre il Guicciardini si lamentava d'uno, facevasi grazia ad un altro, tanto che egli esclamava sdegnato: «Meglio far grazia a tutti gli assassini, invitandoli a far peggio! È stato per Dio! un bel ghiribizzo. Si sono visti girare liberamente omicidi, che nelle piazze di Forlì avevano giocato alla palla colle teste degli uccisi!»[463] Pure egli, profittando delle più gravi cure che assediavano il Papa, andò innanzi per modo, che alla fine dell'anno potè annunziare di aver pacificato la Romagna.[464]
Ed allora la sua attenzione si rivolse agli avvenimenti che seguivano fuori di quella provincia, dando giudizi e consigli così giusti, così pratici, che paiono qualche volta addirittura profetici. Poco prima della battaglia di Pavia, egli scriveva che, a suo giudizio, vincevano gl'imperiali.[465]
E quando la previsione s'era avverata, aggiungeva: «Ormai tutto riuscirà a nostro svantaggio. Gl'Italiani non hanno forze per resistere, ed il capitolare sarà la nostra servitù.[466] Questo sarebbe il tempo di audaci disegni, e io loderei chi pigliasse un partito nel quale la speranza fosse uguale al pericolo.[467] È vano sperare nei Francesi, che non pensano mai al domani, e saranno pronti a tutto per liberare il loro Re. Capisco che ora ogni buon cervello si smarrisce; ma chi si avvede che stando fermo gli viene addosso la rovina, deve preferire i più gravi pericoli alla morte sicura.»[468] E quando venne notizia della cattura del Morone, nel quale egli non ebbe mai fiducia, scriveva: «Ormai gl'imperiali non aspettano più. Forse vorranno subito rendersi padroni del Milanese, il che può loro riuscire per la debolezza del Duca, e per qualche nuova girandola del Morone. Noi non abbiamo nulla da sperare, perchè essi si spingeranno ancora più innanzi ad occupare le terre della Chiesa, o a mutare lo Stato di Firenze, o a qualche cosa anche peggiore, quando ne vedessino l'occasione. Cesare vuol farsi signore d'Italia, e non potrà mai essere amico di chi deve opporglisi. È vano sperare in un accordo colla Francia, che ora è prostrata, perchè esso sarebbe sempre a nostro danno. Nessun accordo riuscirebbe stabile, senza la liberazione del Re, il quale poi non osserverebbe i patti che fossero a suo carico. Il vero è che Cesare farà i fatti suoi, mentre gli altri stanno addormentati, e così prevarrà contro tutti, non per maggior forza, ma fatali omnium ignavia.»[469] Queste parole sembrano preveder chiaramente l'avanzarsi degl'imperiali fino al sacco di Roma ed all'assedio di Firenze. Nè dalla sua opinione si rimosse il Guicciardini, quando seppe che un messo dell'Imperatore faceva proposte d'accordo, e che il Papa trattava. «L'Imperatore,» egli scriveva, «vuole abbattere la Francia e i Veneziani, deve quindi assicurarsi prima del Papa, e lo farà appena ultimata la faccenda di Milano. Egli sarà in ogni caso l'arbitro d'Italia. Il Papa avrà di principe solamente il nome, e verrà per ora tenuto a bada con proposte che finiranno in sogni.[470] Ma pur troppo io temo che si appiglierà al partito più da poco. A chi ha paura della guerra bisogna mostrare i pericoli della pace. La troppa prudenza è ora imprudenza, nè si possono più prendere imprese misurate. È necessario correre alle armi, per fuggire una pace che ci rende schiavi.»[471] Ed anche questo s'avverò. La guerra divenne inevitabile, ed il Guicciardini fu chiamato a Roma, per essere prima consultato e poi mandato al campo come Luogotenente generale. Egli allora affidò il governo della Romagna a suo fratello Iacopo, cui lasciò scritte lunge e minute istruzioni, le quali sono un'altra prova della sua attitudine a governare.[472]
È questo il tempo in cui finalmente ricomparisce sulla scena politica il Machiavelli. Noi lo troviamo col suo solito carattere, combattuto sempre dalla fortuna, in uffici modestissimi, esaltato da un vivo entusiasmo a favore della patria italiana, che invano cerca salvare, dominato, trascinato da' suoi eterni ideali. Questi ideali, che assai spesso lo fecero apparire visionario e fantastico ai suoi contemporanei, paiono a noi poco meno che sublimi e profetici, perchè sono più vicini al nostro che al suo tempo, e dimostrano più una profonda visione dell'avvenire, che una conoscenza pratica del presente. La quale conoscenza era invece la dote principale del Guicciardini, che perciò ebbe maggiore fortuna e potenza. Più freddo ed impassibile calcolatore, sembra qualche volta ripetere al suo grande contemporaneo le parole di Dante a Farinata degli Uberti:
E' par che voi veggiate, se ben odo, Dinanzi quel che il tempo seco adduce, E nel presente tenete altro modo,[473]
Il Machiavelli stesso più di una volta si accorse della contradizione in cui si trovava, quando voleva a forza supporre i suoi contemporanei, il suo paese, de' quali pur vedeva i difetti, troppo migliori che non erano, e capaci di grandi, eroiche risoluzioni. Allora scoraggiato s'abbandonava un tratto al suo spirito satirico, mordace, cinico, che scoppiava improvviso, irresistibile. Ma poi tornava da capo a' suoi ideali, nei quali ebbe fino alla morte una fede incrollabile.
Ai primi del 1525, quando non era anche ingrossata la marea delle nuove calamità, egli meditava dolorosamente sugli avvenimenti che seguivano alla giornata, e finiva l'ottavo libro delle sue Storie, che arriva alla morte di Lorenzo il Magnifico. Voleva egli stesso presentarle al Papa, cui le aveva dedicate, e cercare così di ricevere qualche nuovo sussidio a continuarle. Ne tenne per lettera parola al Vettori, che lo incoraggiò sempre assai poco. Pure il dì 8 marzo gli scrisse da Roma, che il Papa gli aveva chiesto notizia delle Storie, e che egli aveva risposto d'averne letto una parte, e giudicarle tali da soddisfare; sconsigliava però il Machiavelli dall'andare in persona a presentarle, non parendogli opportuno, rispetto ai tempi che correvano. Ma il Papa invece aveva soggiunto: doveva venire, e sono certo che i suoi libri debbono piacere ed essere letti volentieri. Pure il Vettori, sempre freddo, concludeva la sua lettera col dire: è necessario tuttavia non illudersi, perchè, venendo, c'è sempre il caso di restare colle mani vuote, tali sono ora i tempi.[474] Il Machiavelli, dopo aver molto esitato, decise d'andare, e trovò non solo il Papa ben disposto, ma anche Filippo Strozzi e Iacopo Salviati pronti ad aiutarlo assai più efficacemente del Vettori, sempre largo di sole parole. Il Salviati s'era già prima adoperato a fargli avere qualche incarico; ma non era riuscito, perchè al Papa non piacque la proposta.[475] Filippo Strozzi fu invece più fortunato. Per mezzo di Francesco del Vero potè far sapere al Machiavelli già ripartito da Roma, che Sua Santità era pronta a concedergli un nuovo sussidio, per fargli continuare le Storie.[476] Il sussidio in fatti venne poi concesso, e fu di altri cento ducati.[477]