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Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III

Volume 3 — LIBRO SECONDO (continued 4)

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Di un altro scritto, che è intitolato la Descrizione della Peste di Firenze dell'anno 1527,[268] ed ha forma di epistola, è messa, con assai maggior ragione, in dubbio l'autenticità, sebbene in favore di esso militi il fatto, che ne abbiamo una copia senza dubbio di mano del Machiavelli. In questo autografo sono però giunte e correzioni fatte da Lorenzo di Filippo Strozzi, al quale, in più parti del manoscritto stesso, è da altra mano antica attribuita tutta la Descrizione.[269] Ciò fa credere che il Machiavelli, come nello stesso codice aveva copiato la Commedia in versi, che non si può creder sua, così copiasse ancora uno scritto dell'amico Lorenzo Strozzi, che poi lo rivide e corresse di sua mano, il che non avrebbe osato fare con una composizione del suo amico, tanto a lui superiore. Ogni dubbio scomparisce poi, quando appena si comincia a leggere questa Descrizione, che non sarà mai attribuita al Machiavelli da nessuno che ne abbia con attenzione letto le opere.

Lasciamo pure da parte, che l'anno 1527 fu quello in cui il Machiavelli morì, e non è certo credibile che, fra i tanti gravissimi pensieri che lo assediavano allora, egli avesse trovato il tempo per mettersi a fare una descrizione della peste. Questa era cominciata alcuni anni prima, e la data potrebbe perciò essere inesatta. Ma si può egli supporre che, nel 1527 o qualche anno prima, il Machiavelli parlasse d'un suo nuovo matrimonio, come fa nella Descrizione, quando si sa che a lui sopravvisse la Marietta, la sola moglie che egli ebbe? E chi vorrà mai crederlo autore d'uno scritto che incomincia con un periodo contorto e pedantesco come questo: «Non ardisco in sul foglio porre la timida mano, per ordire sì noioso principio, anzi quanto più le tante miserie per la mente mi rivolgo, più l'orrenda descrizione mi spaventa; e sebbene il tutto ho visto, mi rinnuova il raccontarlo doloroso pianto; nè so anche da che parte tale cominciamento fare mi deggia, e se lecito mi fosse, da tale proponimento mi ritrarrei.»[270] E continua sempre allo stesso modo. Ecco in fatti come descrive la bellezza d'una donna: «Candido avorio sembravano le fresche sue e delicate carni, e sì gentili e morbide da riserbare d'ogni quantunque leggiero toccamento forma, non meno che di un verde prato la tenera rugiadosa erbetta i sospesi vestigi dei leggieri animaletti faccia.... Ma che dirò io della melliflua e delicata bocca tra due piagge di rose vestite e di ligustri posta, la quale in tanta mestizia parea, che di un celeste riso non so come splendesse?... Le rosate labbra sopra gli eburnei e candidi denti accesi rubini parieno, e perle orientali insieme miste. Aveva da Giunone del soavemente esteso naso la forma tolta, così come da Venere delle candide e distese guance, ecc.»[271] Se vuol dire d'uno che sedeva sul pancone degli Spini, incomincia: «E sopra il solitario in questi tempi pancone degli Spini, ecc., ecc.»[272] Il verbo non viene, se non dopo tre o quattro versi ancora. Ha quindi pienissima ragione il Macaulay, quando afferma che nessuna prova esterna potrebbe indurlo mai a credere il Machiavelli colpevole d'uno scritto così detestabile, che si potrebbe appena tollerare in uno sciocco scolare di retorica.[273]

Il Dialogo dell'ira e dei modi di curarla, dettato anch'esso in uno stile assai contorto, fu da tutti, salvo il Poggiali e qualche altro, giudicato tale da non potersi in nessun modo attribuire al Machiavelli. È una traduzione dell'opuscolo di Plutarco, Del non adirarsi, come già dicemmo più sopra.[274] Ed anche qui noi crediamo che basti citarne qualche periodo, a convalidare senz'altro l'opinione che si può dire universalmente accettata, che esso cioè non sia un lavoro del Machiavelli. Ecco il principio: «Rettamente a me pare, Cosimo carissimo, che faccian quei prudenti pittori, li quali avanti che del tutto finischin l'opere loro, se le tolgono dalla vista per qualche tempo; acciocchè l'occhio, per quello intervallo, perdendo l'assidua consuetudine del vedere quella pittura, e dipoi, tornando nuovamente a rivederla, meglio e più dirittamente ne giudichi, ed in essa conosca i difetti, i quali forse gli avrebbe celati la continua familiarità.»[275] Chi vorrà supporre che un periodo come questo, che è pure uno dei più semplici e dei meno contorti in tutto il Dialogo, possa mai attribuirsi al Machiavelli?

La ben nota Novella di Belfagor arcidiavolo fu senza dubbio scritta da lui. Essa non ha grande intreccio, nè vera analisi di caratteri; può dirsi uno scherzo, un capriccio grazioso, di cui molti esempi troviamo nei nostri novellieri. Plutone, osservando come tutti coloro i quali venivano nell'Inferno, si lamentavano sempre delle mogli, a cui attribuivano la cagione della loro condanna, riunì i suoi a consiglio, e deliberarono d'indagare la verità del fatto. A questo fine venne mandato sulla terra l'arcidiavolo Belfagor, sotto forma d'uomo, con 100,000 ducati, a prender moglie. Egli sposò in Firenze una tale Onesta, figlia d'Amerigo Donati; e subito la superbia, lo spendere, i modi, i parenti di lei lo ridussero alla disperazione ed alla miseria. Perfino alcuni diavoli, che in forma di serventi aveva seco menati, preferirono tornarsene a stare nel fuoco all'Inferno. I creditori lo assediarono in modo, che finalmente si dovè dare alla fuga, per evitare la prigionia. Inseguito da essi, dai magistrati, dal popolo, fu nascosto e salvato da un contadino, al quale promise, per gratitudine, d'arricchirlo. Gli disse in fatti, che quando avesse sentito parlare di qualche donna spiritata, indemoniata, fosse pur venuto a trarlo fuori, che esso, per dargli occasione di grosso guadagno, se ne sarebbe andato via. E così per ben due volte s'avverò il caso, con grande fortuna del contadino. La seconda volta però il diavolo, che era entrato nella figlia del re di Napoli, gli disse: Bada che questa sia l'ultima volta, che tu vieni a cavarmi di dove sono, perchè, se tu ritorni ancora, avrai a pentirtene amaramente. Ed il contadino, che allora ricevette da quel re la somma di 50,000 ducati, contento ormai dei guadagni fatti, voleva tornarsene a casa, a vivere tranquillo. Ma invece la fama del suo misterioso potere s'era diffusa per tutto, in guisa che trovandosi indemoniata la figlia del re di Francia, Luigi VII, questi ricorse a lui, e non accettò scuse. Il contadino dovè adunque provare la terza volta. Ma non s'era appena accostato alla figlia del Re, che il diavolo ricordandogli di quanto aveva già detto, minacciava di farlo pentire, se non andava subito via. E da un altro lato il Re, non volendo sentire ragione, lo minacciava nel capo. Messo così fra l'incudine ed il martello, il contadino ricorse all'astuzia. Ordinò che fosse nella piazza di Nostra Donna costruito un gran palco di legno, su cui dovevano sedere tutti i grandi baroni e prelati del Regno, e in mezzo della piazza un altare, su cui doveva prima celebrarsi la messa, poi esservi condotta la figlia del Re. In un canto dovevano trovarsi venti persone almeno, con trombe, corni, tamburi, cornamuse ed ogni altra sorta dei più romorosi strumenti, con ordine di sonare e correre verso l'altare, non appena il contadino avesse fatto un cenno, levando in aria il cappello. Tutto finalmente era pronto: i dignitari al loro posto, la piazza piena di popolo, la messa celebrata, la figlia del Re all'altare. Ma il diavolo minacciava sempre il contadino, e da capo lo avvertiva che, se non s'allontanava subito, qualche cosa di ben triste gli sarebbe seguìta. Questi allora fece il segno convenuto, levando il cappello, e senza indugio i sonatori s'avanzarono, facendo strepito grandissimo cogli strumenti. All'inaspettato romore, il diavolo, stupito, domandò al contadino: Che cosa è mai seguìto? Ohimè! gli rispose l'altro, è la moglie tua che viene a ritrovarti. A questo annunzio, senz'altro chiedere, il diavolo si dette a precipitosa fuga, tornandosene per sempre all'Inferno, a far fede dei pericoli e dei guai del matrimonio.[276]

Si pretese da alcuni, che con la sua piacevole novella il Machiavelli avesse voluto alludere ai tormenti che egli ebbe dalla sua Marietta; ma i fatti più noti e i documenti più accertati dimostrano chiara la insussistenza della pretesa allusione. La Marietta, come abbiam visto, fu sempre una buona moglie, e, se mai, poteva piuttosto fare rimproveri al marito, che meritarne da lui.[277] Vi fu ancora chi pretese, che della novella non fosse autore il Machiavelli, perchè un'altra compilazione, non molto diversa, ne venne alla luce col nome di monsignor Giovanni Brevio, nel 1545. I Giunti però la pubblicarono nel 1549, nella sua forma primitiva, col nome del Machiavelli, dichiarando di volerla così restituire «come cosa propria al fattor suo, essendo stata usurpata da persona che ama farsi onore degli altrui sudori.»[278] L'autografo di essa fu poi trovato nella Biblioteca Nazionale di Firenze,[279] il che pose termine alle dispute, giacchè le prove intriseche, cavate dallo stile e dalla lingua, erano già tutte in favore del Machiavelli. Egli non fu certo l'inventore del soggetto, che si trova già nei Quaranta Visiri, libro turco, derivato da fonte araba, e questa da indiana.[280] Il racconto venne dunque, per tradizione orale, se non scritta, dall'Oriente in Italia, e fu dal Machiavelli narrato nella sua novella, imitata poi dal Brevio, da Doni, dal Sansovino, da G. B. Fagiuoli e da altri. Fra di essi è da citarsi anche il La Fontaine, che riuscì in questa imitazione meglio assai che nel racconto imitato dalla Mandragola. Una novella molto simile è oggi popolare anche fra gli Slavi del Sud.[281]

Ricorderemo ora solamente il titolo d'alcuni altri brevissimi scritti del Machiavelli, che hanno poca o nessuna importanza. I Capitoli per una bizzarra compagnia[282] non sono che uno scherzo da ridere. L'Allocuzione fatta da un magistrato nell'ingresso dell'ufficio[283] non contiene altro che alcune considerazioni generali sulla giustizia, pel benessere degli Stati, con una lunga citazione dalla Divina Commedia sullo stesso argomento. Sembra il principio d'un qualche esercizio letterario, appena abbozzato. Nè molto diverso è il Discorso morale,[284] che pare scritto per essere letto in una delle tante confraternite religiose che v'erano allora a Firenze, ed espone, con una devota unzione, non scevra di certa velata ironia, l'obbligo ed i benefizî della carità verso il prossimo, della obbedienza verso Dio. Nè occorre fermarsi oltre su di ciò.

CAPITOLO XII.

Le Istorie fiorentine. — Il primo libro o la introduzione generale.

Quando il Machiavelli si pose a scrivere le Storie, vi erano in Firenze due scuole di storici, quella, cioè, di coloro che continuavano sempre nella via tenuta dal Villani, e gli eruditi, che avevano preso una direzione affatto diversa. Cronache, Annali, Prioristi, Diarî, che registravano giorno per giorno i fatti seguìti, se ne scrivevano allora molti, e l'uso n'è rimasto in Toscana fino anche ai nostri giorni, presso alcune famiglie. Nessuno di questi lavori però riusciva più, nel tempo di cui discorriamo, ad avere una reputazione letteraria. Il Tumulto dei Ciompi di Gino Capponi, le Istorie di Giovanni Cambi, quelle dello Stefani, il Diario di Biagio Buonaccorsi e molti altri simili scritti sono dicerto sorgente preziosa di notizie, ma come opere d'arte valgono assai poco. Da un pezzo quindi primeggiavano già gli eruditi, che avevano messo nell'ombra i cronisti, e, seguendo una via nuova, trovarono imitatori in tutta Italia. Ormai solo gl'ingegni minori, e quelli che non facevano professione di lettere, osavano seguire la vecchia strada. I principali rappresentanti fra gli storici eruditi erano stati a Firenze Leonardo Aretino e Poggio Bracciolini, che godevano ancora una grandissima fama. Essi, come abbiam visto altrove,[285] scrivevano in latino ciceroniano; non si contentavano più di registrare giorno per giorno i fatti seguìti; volevano aggrupparli con arte, alla maniera di Tito Livio, che pigliavano a modello. Sprezzavano la cronica, perchè miravano alla dignità classica della storia; ma la facevano consistere nel dare ai fatti che narravano, grandi proporzioni; nel trasformare le più piccole scaramucce dei Fiorentini in battaglie strepitose. I loro personaggi vestivano la toga romana e, per sempre più imitar gli antichi, pronunziavano solenni discorsi che riuscivano retorici. Tale era il carattere generale di questi scrittori. Leonardo Aretino però faceva, pel suo raro ingegno critico, in non piccola parte, eccezione. È ben vero che egli dice d'essersi messo a scrivere, «perchè le gloriose opere del popolo fiorentino meritano d'essere tramandate ai posteri, e la guerra da essi sostenuta contro Pisa può essere paragonata a quella dei Romani contro Cartagine. Sgomenta però la difficoltà dell'impresa, e soprattutto la rozzezza dei nomi moderni, che sono restii ad ogni eleganza.»[286] E con tali parole sembrerebbe voler seguire la via di quasi tutti gli altri storici eruditi. Ma così non era, a causa appunto della originalità del suo ingegno.

Agli storici eruditi in generale mancava ogni spontaneità e vivacità, ogni colorito. E sotto questo aspetto riuscivano inferiori ai cronisti del Trecento ed anche a coloro che, nello stesso Quattrocento, per mancanza di cultura classica li imitavano. Chi, per esempio, legge le storie del Bracciolini, non si avvedrebbe che egli era stato segretario della Repubblica fiorentina. Giammai un aneddoto, un ritratto copiato dal vero, una descrizione di uomini o di luoghi personalmente veduti. E questo può dirsi un carattere generale degli eruditi. Essi però abbandonarono la via tenuta dai cronisti, i quali narravano cronologicamente i fatti, senza punto coordinarli fra loro. Gli eruditi invece, anche in ciò imitando gli antichi, li aggruppavano, li collegavano. Era però un collegamento più letterario e formale che logico. Ma questa unità letteraria e formale aprì la via alla unità intrinseca e logica.

Quelli che primi entrarono per questa via, iniziando così la critica storica, furono il Biondo e più specialmente l'Aretino. Essi vennero spinti a ciò dalla natura del loro ingegno, ed anche del soggetto che avevano impreso a trattare, perchè non si limitarono solo alla storia contemporanea; ma si occuparono molto di storia generale del Medio Evo. E questo doveva di necessità spingerli alla critica delle fonti.

Noi avemmo già occasione di notare che Flavio Biondo fu uno di coloro che iniziarono la critica storica nel tempo stesso che altri iniziavano la filologica e la filosofica. Egli in fatti non solo esamina la diversa credibilità degli autori; ma anche quando narra avvenimenti contemporanei dei quali ha avuto notizia da testimoni oculari, discute se questi erano in condizione da conoscere il vero e da volerlo fedelmente esporre. Qualche volta, perfino dall'esame di una frase popolare, sa cavare la prova della credibilità di alcuni avvenimenti storici.[287] Leggendo i suoi scritti si vede, come fu già osservato da altri, che la critica era allora nell'aria stessa che si respirava. Essa pareva qualche volta che nascesse spontaneamente prima quasi, che gli scrittori che la promovevano ne fossero del tutto consapevoli.

L'Aretino però che precedette il Biondo aveva maggiore ingegno ed originalità, più vasta dottrina e non minore spirito critico. Egli scrive che vuole non solamente narrare, ma anche esporre «le cagioni dei partiti presi e rendere giudizio delle cose accadute.»[288] Certo non sempre riesce nel suo intento; ma più di una volta apparisce come un precursore del Machiavelli, quasi un anello di congiunzione fra gli storici del secolo XV e quello del XVI. Dopo avere accennato agli Etruschi ed ai Romani, incomincia col dare uno sguardo alla storia generale del Medio Evo. Suo scopo è qui, egli lo dice chiaramente, di ricercare le origini storiche della città di Firenze, abbandonando le volgari e favolose opinioni (vulgaribus fabulosisque opinionibus rejectis).[289] Senza dubbio fu il primo (e gli fa grande onore) che abbandonò tutte quante le favolose e spesso puerili leggende, sulle origini della Città, leggende di cui le cronache, a cominciare dal Villani, sono piene. Si ferma invece a parlar di Firenze colonia romana. Così pure lascia da parte il racconto favoloso di Firenze distrutta da Totila e ricostruita da Carlo Magno, più di una volta correggendo il Villani, che è pure, nei primi libri la sua fonte principale. A differenza dal Bracciolini, egli non è contento di narrar solamente le guerre esterne, fermandosi spesso a parlare anche dei fatti interni di Firenze. E, quello che è anche più notevole, in questi casi non si contenta dei soli cronisti, ma ricorre anche ai documenti d'archivio, di che la sua opera dà spesso prove sicure. La storia speciale di Firenze incomincia col secondo libro e nei nove successivi è condotta fino al principio del secolo XV. Non ostante i suoi molti pregi, questa storia non riesce però, come abbiam già notato, a liberarsi da molti difetti degli umanisti, specialmente nei discorsi qualche volta interminabili che pone in bocca dei personaggi.[290]

Questi difetti sono assai più visibili nel Bracciolini, il quale, dopo avere accennato, in sei o sette pagine, gli avvenimenti seguìti fino al 1350, comincia a procedere più lento, fermandosi però sempre alla sola narrazione magniloquente delle guerre, che nella sua storia paion tutte guerre degli antichi Romani.[291] Egli scrive con assai minore critica dell'Aretino e con più fretta, ma con maggiore vivacità e spontaneità di forma latina. Questo bastò, perchè il suo libro avesse allora gran fama.

Ma la storia erudita decadeva al tempo del Machiavelli; l'Aretino ed il Bracciolini, che le avevano dato rinomanza, appartenevano ad un'altra generazione. La lingua italiana che era tornata in onore, il grande e continuo studio che degli avvenimenti politici avevano cominciato a fare gli ambasciatori e gli uomini di Stato italiani, rendevano necessario un altro modo di trattarla. Si voleva una storia scritta in italiano, che fosse ad un tempo eloquente, vivace e fondata sullo studio della realtà, sulla conoscenza dell'uomo e delle vere cagioni dei fatti, che dovevano essere fra loro logicamente connessi. La forma moderna, quella stessa a cui anche oggi tutti miriamo, doveva finalmente nascere. Per questa ragione, quando gli amici del Machiavelli trovarono nella sua Vita di Castruccio Castracani il nuovo stile storico, gli furono prodighi di lodi, e lo incoraggiarono a trattare anche questo genere.

Non dobbiamo però dimenticare, che allora il Guicciardini aveva già scritto la sua Storia fiorentina, della quale abbiamo altrove parlato.[292] E sebbene essa non sia che un lavoro giovanile, fino ai nostri giorni restato inedito in casa de' suoi eredi, e quindi ignoto a tutti, pure vi si ritrovano già i caratteri sostanziali di quel genere storico, che è una delle creazioni più originali degli Italiani del Rinascimento. Il circoscriversi, com'egli fece, alla narrazione d'avvenimenti che si possono dire contemporanei, ed il non avere del tutto abbandonato la divisione per anni, dimostrano, è vero, che nel suo scritto resta ancora qualche debole legame con la forma della cronica e degli annali. L'evidenza però e la precisione della narrazione sono maravigliose; grande è l'accuratezza delle indagini fatte anche su documenti originali. La connessione intrinseca degli avvenimenti, l'analisi del carattere degli uomini politici, l'esatta descrizione dei partiti e delle ambizioni personali, sopra tutto dell'azione esercitata dai principi, dai capi di parte e dalle passioni popolari sugli avvenimenti, danno a quest'opera giovanile un altissimo valore.

Il Machiavelli spezzò finalmente ogni legame colla cronica. Egli non conosceva l'opera del Guicciardini, a cui l'autore stesso, già troppo occupato negli affari, dava poca importanza: si direbbe quasi che la tenesse celata. Ricevuta, per favore del cardinale de' Medici, la commissione di scrivere le storie di Firenze, voleva incominciarla dal 1431. In quest'anno Cosimo il Vecchio era tornato potentissimo dall'esilio, e l'autorità dei Medici s'era potuta finalmente consolidare. Gli avvenimenti dei tempi anteriori erano stati già trattati dall'Aretino e dal Bracciolini, «duoi eccellentissimi istorici.»[293] Si dovette però ben presto accorgere, che essi «avevano parlato solo delle guerre esterne; ma delle civili discordie, delle intrinseche inimicizie e degli effetti che da quelle erano nati, avevano o taciuto o ragionato appena fugacemente. Ed in ciò essi errarono, perchè nessuna lezione è utile a coloro che governano, quanto quella che dimostra le cagioni degli odî e delle divisioni, massime in una città come Firenze, in cui le divisioni furono per numero infinite; portarono esili, morti, devastazioni, e pure non poterono impedire la prosperità della Repubblica, anzi pareva che l'aumentassero.» Come apparisce da ciò che abbiam detto più sopra non è esatto il dire che delle cose interne l'Aretino non si sia occupato. Di esse in ogni modo il Machiavelli si propose d'occuparsi; e questo costituisce il pensiero che informa e dirige i primi libri delle sue Istorie Fiorentine (a cominciare dal secondo), ne determina il carattere e la grande originalità, facendo di lui il vero fondatore della storia civile e politica. Non bisogna però credere che egli proceda sistematicamente, tutto sottoponendo ad un solo e medesimo concetto. La sua storia, scritta in più anni, ha carattere, nei suoi varî libri, diverso e mutabile. Spesso anche l'autore si lascia trascinare da simpatie o antipatie personali, che egli ha per alcuni uomini o fatti sui quali si ferma più lungamente.[294]

La sua opera è divisa in otto libri, che formano tre parti assai ben distinte fra di loro. Il primo è una introduzione generale sulla storia del Medio Evo, per cercare in esso le origini del Comune, e farsi un'idea chiara della nuova società formatasi dopo la caduta dell'Impero Romano. Questo libro, incominciando dalle invasioni barbariche, si distende fino ai primi del secolo XV, e si può esaminare come un lavoro a parte. I tre successivi narrano la storia civile, interna di Firenze, dalle origini fino al ritorno di Cosimo nel 1434. Gli ultimi quattro trattano gli avvenimenti seguiti dopo, fino al 1492, anno in cui morì Lorenzo il Magnifico. Ed in questi l'autore cambia nuovamente il suo metodo, giacchè sembra non avere più voglia di fermarsi ai fatti interni della Repubblica, i quali lo avrebbero obbligato ad esporre minutamente come fu dai Medici distrutta la libertà. Scrivendo per commissione del cardinal Giulio, al quale, quando fu papa, dedicò poi la sua opera, il Machiavelli doveva naturalmente rifuggire da un argomento, che non avrebbe potuto nè voluto trattare con la fredda impassibilità, di cui diè prova il Guicciardini nella sua Storia fiorentina. Si fermò quindi lungamente a parlare, invece, delle guerre esterne, che in quegli anni furono condotte da capitani di ventura, dei quali potè far conoscere tutta la malvagità, insieme con la inutilità delle loro armi, con i pericoli che da esse venivano agli Stati italiani. Seguono i Frammenti storici, che dovevano formare il libro nono, non mai compiuto.

Il primo libro è stato dai critici assai lodato, anzi esaltato. Si è voluto in esso vedere un concetto nuovo, originale, il primo tentativo di narrare, per sommi capi, la storia generale del Medio Evo; si è voluto anche trovarvi una grande erudizione, un ordine ammirabile, una esatta e nuova distribuzione, che pone in luce i fatti principali, trascurando sempre tutto ciò che è secondario, tale in sostanza che fu necessario, a chi trattò lo stesso soggetto, d'imitarla sempre.[295] Ma per mettere le cose a posto, bisogna innanzi tutto ricordarsi, che l'idea d'una storia generale del Medio Evo non era nuova. Una tale storia l'aveva già scritta in grandi proporzioni Flavio Biondo, ed anche Leonardo Aretino se ne era occupato nel suo primo libro, come dopo di lui fece ampiamente e di proposito il Machiavelli. E quanto alla erudizione, è pur forza riconoscere che dal Biondo egli la prese tutta, assai spesso compendiandolo, qualche volta anche traducendolo.[296] Molti errori di fatto sono dal primo senz'altro passati nel secondo, che dallo stesso originale imitò ancora quella che è la parte migliore nella distribuzione generale della materia, la quale più volte, invece, per sola sua colpa, disordinò a capriccio. Trattandosi però di raccogliere in sessanta pagine in ottavo tutto ciò che era contenuto in un grosso volume in foglio, l'imitazione non poteva mai oltrepassare certi confini. Nel Machiavelli v'è inoltre un nuovo concetto politico, generale, a cui il Biondo non avrebbe saputo mai sollevarsi, e che informa tutto questo primo libro, dandogli, come vedremo, un nuovo e grande valore. Ma discorriamo prima delle imitazioni.

Dette alcune brevi parole sulle invasioni dei barbari in generale, il Machiavelli narra che, dopo i Cimbri respinti da Mario, i primi invasori furono i Visigoti, i quali vennero da Teodosio disfatti per modo che si ridussero alla sua obbedienza, e sotto di lui militarono. Ma quando egli morì, lasciando eredi dell'Impero i figli Arcadio ed Onorio, Stilicone consigliò loro che negassero lo stipendio ai Visigoti; laonde questi, per vendicarsi, elessero a loro re Alarico, e saccheggiarono Roma. Tutto il racconto è qui imitato dal Biondo, da cui l'ultima parte è quasi tradotta.[297] E così si continua. Imitata dal Biondo è la narrazione del passaggio dei Vandali in Africa, chiamati colà da Bonifazio, che vi governava in nome dell'Impero. Dalla stessa fonte sono prese le strane ed erronee notizie che il Machiavelli ci dà sull'Inghilterra. Non è imitato il ritratto che fa di Teodorico; ma più di una frase dimostra chiaro che, nel disegnarlo, egli non aveva abbandonato del tutto il suo originale. E vi torna subito assai più da vicino quando arriva ai Longobardi, compendiandolo addirittura nel discorrere dei Greci, specialmente di Narsete e di Longino. Là dove poi il Biondo, uomo religiosissimo, si ferma a parlar lungamente dei papi e della loro storia, il Machiavelli lo abbandona, per accennar solo pochi fatti, e fermarsi invece a far molte osservazioni sue proprie. Anche quando arriva ai Comuni, ritroviamo nuovamente le tracce del suo originale. E così può dirsi ogni volta che si narrano fatti, e non si espongono considerazioni, le quali il Machiavelli non copiava, nè imitava mai da nessuno. Perfino la narrazione delle origini di Venezia, di cui fu tanto lodata, esaltata l'eloquenza, e che ha veramente lo stile proprio di lui, apparisce in più parti imitata dallo stesso modello. Basta paragonare i due autori, per convincersi di quanto abbiam detto.[298]

E neppure può dirsi meritata l'altra lode, che il Machiavelli cioè abbia saputo ordinare logicamente i fatti, e distinguere i principali dai secondari, fermandosi su quelli, per sorvolare appena su questi. Egli invece li ordina non già obbiettivamente, ma secondo alcuni suoi concetti generali, ai quali qualche volta artificiosamente costringe i fatti a servire. È assai evidente, che egli si ferma più a lungo, non su quelli che hanno una maggiore importanza propria, ma su quelli che valgono meglio a mettere in luce il suo pensiero dominante, trascurando spesso, in modo singolarissimo, ogni cosa che a tal fine non può servire. Da questi concetti adunque derivano così i pregi come i difetti dello scritto che ora esaminiamo. Quali siano poi questi concetti non occorrono molte parole a dimostrarlo. Essi si presentano da sè stessi, appena incominciamo la rapida e sommaria esposizione del libro.

Dopo avere accennato alle prime invasioni germaniche, alle cause ed origini di esse, il Machiavelli prosegue ricordando sommariamente la presa ed il sacco di Roma pei Visigoti di Alarico, le irruzioni degli Unni di Attila, dei Vandali di Genserico, per venire poi a quella di Odoacre re degli Eruli, che, «partitosi dalle sedi che teneva sul Danubio, prese il titolo di re di Roma, e fu il primo dei capi dei popoli, che scorrevano allora il mondo, e che si posasse ad abitare in Italia.»[299] Su tutto ciò cammina rapidissimamente. La prima figura che egli si fermi davvero a contemplare e descrivere con particolare amore, alla quale dà un grande rilievo, facendola giganteggiare nel principio della sua narrazione, è quella di Teodorico re degli Ostrogoti, che, dopo avere combattuto e vinto Odoacre, gli successe col titolo, egli dice, di re d'Italia, e cercò riordinarla, rispettando e ripristinando le istituzioni romane. Qui il Machiavelli si esalta, e non può passar oltre con la solita fretta, incontrandosi, come a dire, sulla soglia della sua storia, con una immagine vera e reale di quel Principe riformatore, da lui, in tutta la sua vita, vagheggiato. Ne resta perciò come affascinato. Ha sempre dinanzi a sè l'opera del Biondo; ma per meglio far corrispondere al suo ideale il personaggio reale che descrive, omette o attenua alcuni particolari, i quali ricordano troppo chiaramente che si tratta sempre d'un barbaro conquistatore, non di un liberatore. Dove il Biondo dice, che Teodorico non solo impedì ai Romani ed agl'italiani tutti di formar parte dell'esercito, ma anche di avere armi proprie, il Machiavelli dice: «accrebbe Ravenna, instaurò Roma, ed eccettochè la disciplina militare, rendè ai Romani ogni altro onore.»[300] E conchiude che, se le tante virtù, le quali esso ebbe nella pace e nella guerra, non fossero state, in sul fine della vita, macchiate da alcune crudeltà, come la morte di Boezio e di Simmaco, sarebbe la sua memoria in ogni parte degna di onore grandissimo. «Mediante la virtù e la bontà sua, non solamente Roma e Italia, ma tutte le altre parti dell'occidentale Imperio, libere dalle continue battiture che, per tanti anni, da tante inondazioni di barbari, avevano sopportate, si sollevarono, ed in buon ordine ed assai felice stato si ridussero.»[301]

Per far poi anche meglio grandeggiare e risplendere la figura del suo eroe, si ferma a descrivere con eloquenza i dolori e le calamità che prima di lui, cioè sotto Arcadio ed Onorio, l'Italia aveva sopportate. «Erano mutate,» egli dice, «le leggi, le lingue, i costumi; v'erano state la rovina ed il nascimento di molte città,» «le quali cose, ciascuna per sè, non che tutte insieme, fariano, pensandole, non che vedendole e sopportandole, ogni fermo e costante animo spaventare.... In tra tante variazioni non fu di minor momento il variare della religione, perchè, combattendo la consuetudine dell'antica fede coi miracoli della nuova, si generarono tumulti e discordie gravissime in tra gli uomini.» «Nè solo combatteva l'antica colla nuova religione, ma la cristiana, divisa e suddivisa in varie sètte e Chiese, era internamente lacerata.» «Vivendo adunque gli uomini intra tante persecuzioni, portavano descritto negli occhi lo spavento dell'animo loro, perchè oltre agl'infiniti mali ch'e' sopportavano, mancava a buona parte di loro di poter rifuggire all'aiuto di Dio, nel quale tutti i miseri sogliono sperare, perchè, sendo la maggior parte di loro incerti a quale Dio dovessero ricorrere, mancando di ogni aiuto e di ogni speranza, miseramente morivano. Meritò pertanto Teodorico non mediocre lode, sendo stato il primo che facesse quietare tanti mali, talchè per trentotto anni che regnò in Italia, la ridusse in tanta grandezza, che le antiche battiture più in lei non si riconoscevano.»[302] La cresciuta eloquenza dello stile rivela qui il grande entusiasmo dello scrittore.

Dopo la morte di Teodorico segue il dominio dei Greci, per opera di Belisario e di Narsete. Questi, sdegnato contro l'Imperatore greco, chiamò i Longobardi, che furono padroni d'Italia. Essi non la unirono, ma la divisero fra trenta duchi; e così non solo non riuscirono mai a dominarla tutta, ma dettero modo ai papi di farsi ogni giorno più vivi, mantenendola sempre divisa, per comandarvi a lor modo. In fatti, appena videro che, non ostante le loro arti, si trovavano alla mercè dei Longobardi, e non potevano sperare più aiuto dall'Imperatore greco, che era divenuto debolissimo, chiamarono i Franchi. «Dimodochè tutte le guerre che a questi tempi furono dai barbari fatte in Italia, furono in maggior parte dai pontefici causate, e tutti i barbari che quella inondarono, furono il più delle volte da quelli chiamati. Il qual modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi, il che ha tenuto e tiene l'Italia disunita ed inferma. Pertanto, nel descrivere le cose seguite da questi tempi ai nostri, non si dimostrerà più la rovina dell'Impero, che è tutto in terra; ma l'augumento dei pontefici e di quelli altri principati, che dipoi l'Italia infino alla venuta di Carlo VIII governarono. E vedrassi come i papi prima colle censure, dipoi con quelle e con le armi insieme, mescolate con le indulgenze, erano terribili e venerandi; e come, per avere usato male l'uno e l'altro, l'uno hanno al tutto perduto, e dell'altro stanno a discrezione d'altri.»[303] E questo è il secondo concetto che domina costantemente nel primo libro delle Storie. Da un lato il Principe riformatore, che tenta riunire l'Italia, sollevarla dai dolori e dalla miseria, renderla felice; da un altro i papi che, per mantenersi potenti, la tengono divisa, la risospingono nella sventura, e però sono dal Machiavelli abominati. Tutto ciò egli dice e ripete con eloquenza, con enfasi, in un libro scritto per commissione d'un papa, al quale lo dedica. Tale era veramente colui, che ci fu dipinto come astuto, finto, falso. Invece egli non seppe, non volle mai nascondere nè velare le sue convinzioni scientifiche o politiche, in nessun tempo, a chiunque rivolgesse la sua parola, per quanto potessero riuscire ingrate a chi lo ascoltava, ed anche pericolose a sè stesso, che del Papa aveva bisogno a poter continuare la sua opera, la quale per commissione di lui aveva cominciata. Fortunatamente anche la consuetudine dei tempi lo secondava, lasciando essa in tali materie ampia libertà di pensare e di parlare. Clemente VII infatti non si offese punto d'un così libero e severo linguaggio.

In ogni modo, il Machiavelli continuava inesorabile la sua narrazione, esponendo come i Franchi, chiamati che furono in Italia, vennero e fecero le ben note donazioni, che dettero origine al dominio temporale dei successori di S. Pietro. Carlo Magno fu coronato imperatore dal Papa, al quale egli aveva dato nuovo potere sulla terra. Alla sua morte, l'Impero, diviso prima tra i figli, passò in Germania, e l'Italia cadde in un periodo di grandissimo disordine, durante il quale si fecero varî tentativi per la creazione d'un re nazionale, tentativi che, non solo riuscirono vani, ma finirono col farla cadere sotto l'impero degli Ottoni, durante i quali cominciarono più tardi a sorgere i Comuni. Ed in questo mezzo i papi, fedeli sempre alle loro tradizioni, avidi sempre d'autorità, e di potere, tolsero al popolo romano prima il diritto di acclamare l'imperatore, poi quello di eleggere il capo della Chiesa, per dare finalmente essi l'esempio di deporre un imperatore. Ed allora alcuni presero le parti dell'Impero, altri del Papato, «il che fu seme degli umori guelfi e ghibellini, acciocchè l'Italia, mancate le inondazioni barbare, fosse dalle guerre intestine lacerata.»[304]

Nel parlare della grande contesa tra il Papato e l'Impero, cominciata con Arrigo II imperatore ed Alessandro II papa, continuata sotto Gregorio VII, il Machiavelli si ferma poco o punto ai particolari, non ricorda neppure il nome di questo grande pontefice; ma accenna in generale alla superbia, alla pertinacia e fortuna dei papi, alla umiliazione da essi inflitta in Canossa all'Imperatore, dopo di che trovarono nuovi aiuti nei Normanni, che avevano fondato il reame di Napoli, ed erano molto ossequenti alla Chiesa. Tutto questo però, egli dice, non bastò loro, perchè i papi meditavano sempre cose nuove. Urbano II, che era in Roma odiato, non gli parendo essere abbastanza sicuro fra le divisioni d'Italia, si volse ad una generosa impresa. Andò in Francia a predicare la Crociata contro gl'infedeli, e tanto accese gli animi, che fu deliberata la guerra contro i Saraceni in Asia, «dove molti re e molti popoli concorsero con danari, e molti privati senza alcuna mercede militarono. Tanto poteva allora negli animi degli uomini la religione, mossi dall'esempio di quelli che ne erano capi.»[305] E se questa volontà del Papa è la sola causa delle Crociate, le conseguenze generali e molteplici del grande avvenimento riduconsi, secondo il Machiavelli, alla istituzione dell'ordine dei Templari, di quello dei Cavalieri Gerosolimitani, e ad alcune conquiste in Oriente. «Seguirono in vari tempi vari accidenti, dove molte nazioni e particolari uomini furono celebrati.»[306] Ecco tutto.

E qui si presenta a noi un'altra considerazione. Non solamente le Crociate, ma tutti quanti i più grandi avvenimenti storici hanno pel Machiavelli una causa individuale, personale. I Visigoti vengono in Italia sotto Alarico, per tradimento di Stilicone; i Vandali vanno di Spagna in Africa, perchè chiamati da Bonifazio, di cui Ezio aveva provocato la destituzione; e vengono in Italia chiamati da Eudossia, che voleva vendicarsi; i Longobardi vengono, perchè Narsete persuade Alboino loro re a fare la nuova impresa; e così le Crociate sono provocate, cominciate quasi per capriccio d'Urbano II. Le cagioni e le conseguenze generali, impersonali di tutti questi fatti scompaiono sempre nelle Storie del Machiavelli. Perchè egli si occupi della religione, bisogna che essa diventi una istituzione, una Chiesa, o si personifichi in un papa; perchè si occupi della civiltà, bisogna che assuma la forma di legge, di Stato, di governo o di un grande personaggio politico. E come nel Principe e nei Discorsi egli dà al suo legislatore una potenza illimitata, rendendolo capace di fondare a suo arbitrio o distruggere una repubblica, una monarchia, un governo qualunque, per dar luogo ad un altro, così nelle Storie la volontà, l'energia e l'intelligenza individuale sono per lui la causa unica di tutti i più notevoli avvenimenti. E i grandi uomini che ne son gli autori, non vengono educati, formati, ispirati dal popolo; non ricevono da questo la propria forza; ma sono essi, invece, che gl'impongono la loro volontà, gl'infondono il loro pensiero, gli dànno quasi la propria forma. Qui è la chiave che ci schiude ad un tempo il segreto del suo sistema storico e del suo sistema politico. Di certo la leggenda medioevale aveva già prima immaginato queste spiegazioni personali dei fatti storici anche più generali. Ma pel Medio Evo l'uomo era sempre un cieco strumento nella mano della Provvidenza, che guidava popoli, capitani, imperatori e papi, e con essa tutto si spiegava. Per gli eruditi del secolo XV la Provvidenza, invece, era scomparsa del tutto dalla storia, e la leggenda si trasformò in spiegazioni affatto personali. Di esse abbonda già l'opera del Biondo, che il Machiavelli aveva dinanzi; ma egli le riunì facendone addirittura il suo sistema storico, su cui fondò il suo sistema politico. L'uno e l'altro derivano dalla medesima sorgente, da uno stesso modo di concepire l'uomo e la società; sono quasi le due facce sotto cui ci apparisce il suo concetto fondamentale. La sua storia inoltre, anche in ciò simile alla sua politica, poco o punto si occupa di lettere, di arti, di commercio, d'industria, di religione, di questioni sociali. Si occupa solo di chi vince e di chi perde, sia nella guerra, che nella lotta dei partiti; si occupa dei mezzi con cui la vittoria si ottiene, delle cause che producono la disfatta; ma soprattutto dello Stato e di coloro che lo fondano, lo modificano o lo distruggono. Gli altri problemi, le altre attività dell'uomo e della società, le altre considerazioni gli sono quasi del tutto indifferenti.

Continuando la sua narrazione, il Machiavelli accenna assai brevemente alla lotta dei Comuni contro Federigo Barbarossa, ed all'aiuto che essi ricevettero allora dal Papa. Si ferma invece più a lungo a parlare del giudizio, al quale papa Alessandro III sottopose il re Arrigo d'Inghilterra, «giudizio cui un uomo privato si vergognerebbe oggi sottomettersi.»[307] E poi torna al solito a parlare delle arti e della politica dei papi, narrando come, estinta la famiglia dei Normanni di Napoli, non potendo essi prendere per sè il Reame, lo fecero occupare dagli Hohenstaufen. E dopo avere accennato a Federigo II, senza dir nulla della parte grandissima che egli ebbe nel promuovere la cultura, si ferma invece a narrare come i papi, sempre inquieti e gelosi, chiamarono contro i discendenti di lui Carlo d'Angiò, cui dettero l'investitura del Reame. E quando l'Angioino, che fu colle sue armi vittorioso, divenne anche Senatore di Roma, e parve perciò ad essi troppo potente, subito gli chiamarono contro Rodolfo imperatore. «Così i pontefici ora per causa della religione, ora per loro propria ambizione, non restavano di chiamare in Italia umori nuovi, e suscitare nuove guerre; e poichè eglino avevano fatto potente un principe, se ne pentivano e cercavano la sua rovina, nè permettevano che quella provincia, la quale per loro debolezza non potevano possedere, altri la possedesse. E i principi tremavano, perchè sempre, o combattendo o fuggendo, quelli vincevano.»[308] E così i papi, per la loro smodata ambizione, fecero sempre più peggiorare le cose d'Italia. Niccolò III (1277-81) fu poi il primo che iniziò il nepotismo, e subito dopo i suoi successori passarono anche in ciò ogni confine. «Laonde, come da questi tempi indietro non s'è mai fatta menzione di nipoti o di parenti di alcuno pontefice, così per l'avvenire ne fia piena l'istoria, tanto che noi ci condurremo ai figliuoli, nè manca altro a tentare ai pontefici, se non che, come eglino hanno disegnato insino ai tempi nostri di lasciarli principi, così per l'avvenire pensino di lasciare loro il papato ereditario.»[309] E procederono tanto oltre nella loro ambizione, che Bonifazio VIII volse contro i Colonnesi, suoi nemici, le armi spirituali insieme con le temporali. «Il che, sebbene offese alquanto loro, offese assai più la Chiesa, perchè quelle armi, le quali per carità della fede avevano virtuosamente adoperate, come si volsero per propria ambizione ai Cristiani, cominciarono a non tagliare. E così il troppo desiderio di sfogare il loro appetito, faceva che i pontefici a poco a poco si disarmavano.»[310]

Gli altri avvenimenti politici, anche se di grandissima importanza, come ad esempio i Vespri Siciliani, le discordie dei Guelfi e dei Ghibellini, le vicende nel Napoletano, sono appena accennati, per parlar sempre di quei fatti che in qualche modo potevano valere a giustificare le simpatie o antipatie politiche dell'autore, a confermare le sue teorie. Così sempre più chiaro apparisce, che egli non mirava punto ad un ordinamento obbiettivo dei fatti, secondo il loro intrinseco valore, nè quindi poteva riuscirvi. Il suo scopo, invece, è costantemente quello di ritrovare nella storia la conferma del suo concetto politico, il che non gli era difficile, avendolo da essa la prima volta cavato, nè essendo egli molto scrupoloso nella esattezza dei minuti particolari. Assai rapidamente parla ancora del viaggio d'Arrigo VII in Italia, e delle molte conseguenze che ne derivarono; e si ferma invece lungamente a descriverci le arti, le astuzie, le perfidie con cui i Visconti, specialmente Matteo, s'impadronirono di Milano, cacciandone i della Torre. E colorisce a suo modo questi fatti, nei quali ritrova da capo le arti del Principe nuovo, argomento di cui, direttamente o indirettamente, non si stanca mai di parlare. Più innanzi, dopo aver narrato altri avvenimenti, il Machiavelli dà, non si sa come nè perchè, un gran passo indietro, per raccontarci le origini di Venezia. E poi da capo incontra un personaggio che lo induce a fermarsi, e questi è il tribuno Cola di Rienzo, che se avesse finito come aveva cominciato, sarebbe stato un altro degli uomini da lui più ammirati. Ed infatti comincia subito a parlarne con entusiasmo, per poi abbandonarlo con disprezzo, appena lo vede, senza ragione, disertare la bene iniziata impresa di ricostituire la repubblica romana.[311] Continua descrivendo i disordini d'Italia; lo scisma della Chiesa; il trasferimento della sede in Avignone ed il suo ritorno a Roma; i Concilî di Pisa e di Costanza; le ambiziose mire dei Visconti, massime di Giovanni Galeazzo; le strane vicende di Giovanna II di Napoli; le imprese militari dello Sforza, di Braccio di Montone e degli altri condottieri italiani, i quali egli, fin da questo momento, ci dice che furono la rovina della patria e delle sue armi.

E finalmente, dopo avere enumerato i principi e gli Stati, che nel secolo XV tenevano divisa l'Italia, il Machiavelli conchiude: «Tutti questi principali potentati erano di proprie armi disarmati. Il duca Filippo,[312] stando rinchiuso per le camere, e non si lasciando vedere, per i suoi commissarî le sue guerre governava. I Veneziani, come e' si volsero alla terra, si trassero di dosso quelle armi, che in mare gli avevano fatti gloriosi, e seguitando il costume degli altri Italiani, sotto l'altrui governo amministravano gli eserciti loro. Il Papa, per non gli star bene le armi in dosso, sendo religioso, e la regina Giovanna di Napoli, per essere femmina, facevano per necessità quello che gli altri, per mala elezione, fatto avevano. I Fiorentini ancora alle medesime necessità ubbidivano, perchè, avendo per le spesse divisioni spenta la nobiltà, e restando quella repubblica nelle mani della mercanzia, seguitavano gli ordini e la fortuna degli altri.» «Erano adunque le armi d'Italia divenute mercenarie, in mano di condottieri che ne facevano mestiere, e che, alleatisi per comune interesse, avevano ridotto la guerra a un'arte in cui nessuno vinceva. Finalmente» «la ridussero in tanta viltà, che ogni mediocre capitano, nel quale fosse alcuna ombra dell'antica virtù rinata, gli avrebbe con ammirazione di tutta Italia, la quale, per sua poca prudenza gli onorava, vituperati. Di questi adunque oziosi principi e di queste vilissime armi sarà piena la mia istoria, alla quale prima che io discenda, mi è necessario, secondo che nel principio promisi, tornare a raccontare dell'origine di Firenze.»[313] E di qui infatti comincia il secondo libro, che è veramente il primo della storia fiorentina.

Riepilogando, adunque, l'Italia, invasa dai barbari, dei quali fu preda per la decadenza dell'Impero, e per colpa di alcuni generali romani, che, mossi da gelosie e da odî privati, li chiamarono, godette un momento di pace e di felicità quando Teodorico, principe accorto, seppe unirla, formandone uno Stato solo. Ma dopo la sua morte riuscirono vani tutti gli sforzi fatti per mantenerla unita, e ciò principalmente a cagione dei papi, i quali, per aumentare sempre più il proprio potere, la vollero divisa, invitando sempre nuovi barbari e nuovi stranieri, che in fatti vennero di continuo a lacerarla ed a conculcarla. Vani del pari riuscirono gli sforzi dei Comuni a renderla sicuramente libera, perchè nè essi nè altri seppero tenerla unita. Tutti caddero finalmente in balìa degli eserciti mercenarî, che furono l'ultima rovina d'Italia, la quale si trovò così esposta ai colpi di chiunque volle assaltarla; e con la venuta di Carlo VIII ricominciò la serie delle invasioni e delle calamità. Ecco quale è dunque il concetto fondamentale del primo libro delle Storie. Da esso ne resulta naturalmente un altro, che è veramente il pensiero dominante del Machiavelli: unico rimedio a tanti mali che travagliarono l'Italia, era la istituzione delle armi nazionali, comandate da un principe che sapesse con esse difenderla, costituendo fortemente lo Stato, emancipandolo dalla Chiesa e dall'aristocrazia feudale, assicurandone con buone leggi la libertà per l'avvenire. Chi vorrà e saprà fare tutto ciò, sarà veramente degno di salire in cielo, per sedere accanto agli Dei.

Ed ora dobbiamo esaminare che cosa dice il Machiavelli della storia interna di Firenze, nei tre libri che seguono.

NOTA AL CAPITOLO XII. (Pag. 208 e seg.)

Alcuni brani del libro I delle Storie del Machiavelli, messi a confronto con altri delle Decadi di Flavio Biondo.[314]

Erano da Teodosio preposti alle tre parti dell'Imperio tre governatori, Ruffino alla orientale, alla occidentale Stilicone, e Gildone all'affricana; i quali tutti, dopo la morte del principe, pensarono non di governarle, ma come principi possederle; de' quali Gildone e Ruffino ne' primi loro principii furono oppressi. Ma Stilicone, sapendo meglio celare l'animo suo, cercò d'acquistarsi fede coi nuovi imperatori, e dall'altra parte turbare loro in modo lo Stato, che gli fosse più facile dipoi l'occuparlo. E per fare loro nemici i Visigoti, gli consigliò non dessero più loro la consueta provvisione. Oltre a questo, non gli parendo che a turbare l'Imperio questi nemici bastassero, ordinò che i Burgundi, Franchi, Vandali ed Alani, popoli medesimamente settentrionali, e già mossi per cercare nuove terre, assalissero le provincie romane. Privati adunque i Visigoti delle provvisioni loro, per essere meglio ordinati a vendicarsi della ingiuria, crearono Alarico loro re, ed assalito l'Imperio, dopo molti accidenti guastarono l'Italia, e presero e saccheggiarono Roma (Machiavelli, Istorie fiorentine, Lib. I, p. 2-3).

Commiserat Theodosius in Imperio florens, tres potissimas Imperii partes tribus ducibus gubernandas, Buffino orientalem, occidentalem Stiliconi, et africanam Gildoni. Hic primus de morte Imperatoris compertum habens, parvique faciens in puerorum manibus Imperii vires, Africam sibi retinere conatus est.... Eodem vero in tempore Ruffinus Orienti praefectus, dum barbaris ad rebellionem concitatis, Imperium sibi parare contenderet, Archadio curante, interfectus est. Tertius ducum Stillico, genere Vandalicus, summam erat post Theodosii mortem apud novos principes gratiam consecutus.... Fuit vero et ipse impiissimus, sed suam perfidiam maximis tegens simulationibus, nihil apertum contra rempublicam est molitus, quin potius affectatum Eucherio filio Imperium, non prius invadere constituit, quam imperatores maximis calamitatibus involvisset. Itaque primum omnium immanes Svevorum, Burgundionum, Alanorum et Vandalorum suorum gentes, propriis excitas sedibus concitavit ad romani Imperii Galliarum provincias invadendas. Exinde Visigothos, gentem ut noverat ferocissimam, curavit stipendiis privari ab imperatoribus.... cuius machinationis haec ratio fuit, quod ipsos Visigothos, rerum necessariarum indigentia compulsos, optabat in Italiam se conferre (Blondi, Historiarum, ab Inclinatione Romanorum libri XXXI, ed. cit., Dec. I, lib. I, pag. 7-8).

Nè fu l'isola di Brettagna, la quale oggi si chiama Inghilterra, sicura da tanta rovina, perchè temendo i Brettoni di quei popoli che avevano occupata la Francia, e non vedendo come l'imperatore potesse difenderli, chiamarono in loro aiuto gli Angli, popoli di Germania. Presero gli Angli sotto Votigerio loro re l'impresa, e prima gli difesero, dipoi gli cacciarono dall'isola, e vi rimasero loro ad abitare, e dal nome loro la chiamarono Anglia. Ma gli abitatori di quella, sendo spogliati della patria loro, diventarono per la necessità feroci, e pensarono, ancora che non avessero potuto difendere il paese loro, di poter occupare quello d'altri. Passarono pertanto colle famiglie loro il mare, ed occuparono quei luoghi che più propinqui alla marina trovavano, e dal nome loro chiamarono quel paese Brettagna (pag. 4-5).

Itaque romani cives, qui Britanniam frequentes diversis respectibus inhabitabant, et ipsi simul Britanni, salutis desperatione animos faciente, arma ceperunt, et tunc quidem Scotos Albienses, Pictosque, a quibus agitabantur, praelio superarunt, ac in ulteriorem insulae partem recedere compulerunt. Sed paulo post, cum Britanni sese a Scotis Pictisque diutius tueri diffiderent, Anglicos Saxones, datis in stipendium pecuniis, ex proximis Germaniae littoribus conduxerunt praesidio affuturos. Qui quidem Saxones cognomine Anglici, duce Vortigerio eorum rege, insulam ingressi, Scotos atque Pictos represserunt praelio superatos. Sed et ipsi postea mercenarii Saxones, ambitione ducti, magis Britonibus quam Picti et Scoti hostes nocuerunt, romanos enim cives et Britannorum primores, maiori ex parte vario mortis genere interfecerunt, ex eoque tempore cooperunt Saxones Anglici Britanniae dominari (Dec. I, lib. II, pagine 20-21).

Campeggiando Attila re degli Unni Aquileia, gli abitatori di quella, poichè si furono difesi molto tempo, disperati della salute loro, come meglio poterono, con le loro cose mobili sopra molti scogli, i quali erano nella punta del mare Adriatico disabitati, si rifuggirono. I Padovani ancora, veggendosi il fuoco propinquo, e temendo che, vinta Aquileia, Attila non venisse a trovarli, tutte le loro cose mobili di più valore portarono dentro al medesimo mare, in un luogo detto Rivo Alto, dove mandarono ancora le donne, i fanciulli ed i vecchi loro, e la gioventù riserbarono in Padova, per difenderla. Oltre a questi, quelli di Monselice con gli abitatori dei colli intorno, spinti dal medesimo terrore, sopra gli scogli del medesimo mare ne andarono. Ma presa Aquileia, ed avendo Attila guasta Padova, Monselice, Vicenza e Verona, quelli di Padova, ed i più potenti, si rimasero ad abitare le paludi che erano intorno a Rivo Alto; medesimamente tutti i popoli all'intorno di quella provincia, che anticamente si chiamava Venezia, cacciati dai medesimi accidenti, in quelle paludi si ritrassero. Così, costretti da necessità, lasciarono luoghi amenissimi e fertili, ed in sterili, deformi e privi di ogni comodità abitarono. E per essere assai popoli in un tratto ridotti insieme, in brevissimo tempo furono quelli luoghi non solo abitabili, ma dilettevoli, e costituite fra loro leggi ed ordini, fra tante ruine d'Italia, sicuri si godevano, ed in breve tempo crebbero in riputazione e forze (p. 45-46).

Et prima inter omnes mirabili non magis modo quam loco condi coepit veneta urbs, origo cujus in hunc modum fuisse videtur. Athila Hunnorum rege Aquileiam obsidente, Aquileienses, sicut ostendimus, Gradum Concordienses, Caprulas et Altinates Torcellum, Maiorbum, Burianum, Amorianum, Costantianum et Aimanum populariter commigrarunt. Patavini autem, ea Aquileiae obsidione durante, sacra et supellectilem preciosam cum imbelli multitudine, in Rivumaltum comportarunt, iuventute tutandis a potenti hoste moenibus retenta. Montesilicenses vero Adeustinique et Euganeorum collium incolae, Metamaucum et Albiolam, Pelestrinam Clodiamque confugientes, Athilae terrorem declinavere.... Patavini quidem plures potentioresque ditionis suae paludes, in quas sua miserant, frequentavere, et aquis elevatiora apud Rivumaltum Dorsumque, cui duro a soliditate fuit cognomen, tenuere. Sic et caeteri Venetiae provinciae populi, premente metu, ubicumque potuerunt eisdem in paludibus consederunt. Eam vero provinciam Abdua, Pado, lacu Benaco, Alpibus et Adriatico mari constat terminari. Per hunc modum populi amoenissimis et uberrimis omnium Italiae soli in regionibus nutriti, patriam avitosque lares commutavere, informem in uliginem, stagnaque omni vel puri littoris sterilitati, si libera sit per securitatem electio, postponendam, ut nequaquam dubitandum sit, illos Dei munere coactos, cepisse loca brevi futura optima, quae tranquillis securisque rebus nulla prudentia elegisset (Dec. I, lib. III, p. 31).

Giustiniano morì, e rimase suo successore Giustino suo figliuolo, il quale per il consiglio di Sofia sua moglie revocò Narsete d'Italia, e gli mandò Longino suo successore. Seguitò Longino l'ordine degli altri di abitare in Ravenna, ed oltre a questo dette all'Italia nuova forma, perchè non costituì i governatori di provincie come avevano fatto i Goti, ma fece in tutte le città e terre di qualche momento capi, i quali chiamò duchi. Nè in tale distribuzione onorò più Roma che le altre terre, perchè tolto via i consoli e il Senato, i quali nomi infino a quel tempo vi si erano mantenuti, la ridusse sotto un duca, il quale ciascun anno da Ravenna vi si mandava, e chiamavasi il Ducato Romano, ed a quello che per l'Imperatore stava a Ravenna e governava tutta Italia, pose nome esarco. Questa divisione fece più facile la rovina d'Italia, e con più celerità dette occasione ai Longobardi di occuparla (p. 13).

Coeperunt autem tunc urbs Roma et Italia novam habere gubernationis, formam, ex qua dignitatem, gloriam et apud orbem terrarum timorem magis amiserunt quam omnibus, ex illis calamitatibus, quae eas centum et sexaginta annos attriverant, atque aliquando Romam fecerant relinqui feris et obscenis avibus habitandam. Longinus namque novum in Italiam adduxit magistratus nomen Exarchatus Italiae, qui interpetrabatur summus Italiae magistratus. Et Ravennae se continens, nunquam ivit ad urbem Romam vel qualis esset inspiciendam. In administratione vero Italiae et urbium, quae in Iustini imperatoris partibus cum Roma et Ravenna duraverant, hunc primus servavit morem, ut non provinciae aut regioni praeesset praeses sive quispiam magistratus, sed singulae urbes, singula oppida a singulis custodirentur, regerenturque magistratibus, quos appellavit duces. Parem itaque faciens urbem Romam aliis Italiae vel urbibus vel oppidis, hac una in re illam honoravit, quod impositum tunc magistratum praesidem appellavit, sed qui successerunt sunt appellati duces, ut postea per multos annos sic romanus appellaretur Ducatus, sicut Narniensis Spoletanusque est dictus. Neque post Basilium, qui cum Narsete consul fuit, vel consules Roma habuit, vel Senatum legitime coactum, sed a duce graeculo homine, quem exarchus ex Ravenna mittebat, res romana per multa tempora administrata est (Dec. I, lib. VIII, p. 101-102).

Era Narsete sdegnato forte contro l'Imperatore per essergli stato tolto il governo di quella provincia (l'Italia), che con la sua virtù e con il suo sangue aveva acquistato, perchè a Sofia non bastò ingiuriarlo rivocandolo, che ella vi aggiunse ancora parole piene di vituperio, dicendo che lo voleva far tornare a filare con gli altri eunuchi; tantochè Narsete ripieno di sdegno persuase Alboino re dei Longobardi, che allora regnava in Pannonia, di venire a occupare l'Italia (p. 13).

Nec satis fuit praestantissimum ducem, et optime de republica meritum privare, quod ille pro sua modestia videtur optasse, nisi et convicia procax infaustaque romanis rebus mulier addidisset: illi enim comminata est futurum, ut posthac non solum degeret privatus, sed quod eunuchum deceat dispartiendis inter ancillas pensis a se deputetur. Qua indignitate non commoveri non potuit vir ingentis spiritus Narses, cui rerum a se gestarum magnitudinem et pietatis integritatisque conscientiam, cum tanta ingratitudine atque nequitia, mente et animo metienti ita incensi sunt animi, ut continere nequiverit quin adversus virum et uxorem eo indignos imperio suam ulcisceretur iniuriam. Quamprimum itaque Longinum in Italiam venturum intellexit, secessit Neapolim, urbem optime de se meritam. Ea in urbe cum aliquot fuisset menses, ad Alboinum regem Longobardorum sibi amicissimum misit, qui suaderent, ut Pannoniam, quod usu antea compertum erat, semper novis barbarorum incursibus expositam, linquens, gentem longobardam traduceret in Italiam, terram omnium orbis terrarum primariam, et cuius possessio illos, etiam nolentes, ab orbis imperium sublimaret (Dec. I, lib. VII, p. 98-99).

Erano stati i Longobardi 232 anni in Italia, e di già non ritenevano di forestieri altro che il nome (p. 20).

Quantum vero attinet ad Longobardos, ea gens, ducentis iam triginta et pene duobos annis maiori Italiae portione potita, nihil iam externi praeter nomen retinebat (Dec. II, lib. I, p. 163, che per errore è nella stampa 167).

E così veniva l'Italia in questi tempi ad essere maravigliosamente afflitta, sendo combattuta di verso le Alpi dagli Unni, di verso Napoli da Saracini. Stette l'Italia in questi travagli molti anni, e sotto tre Berengari che successero l'uno all'altro (p. 22).

Ut confidenter affirmemus sex sive imperatores sive reges Italia oriundos, tres scilicet Berengarios, Guidonem, Lotharium et Albertum, inter quos Rodulphus Burgundus et Ugo Arelatensis regnarunt, per eos quinquagintaquinque annos Italiam motibus agitasse. Sed ad rem. Dum Sararceni quos Ioannes decimus pontifex et Albericus marchio superaverant, ex Gargano monte unam, et Hungari aliam Italiae partem saepe infestant, etc. (Dec. II, lib. II, p. 180).

CAPITOLO XIII.

Le Istorie Fiorentine. I libri II, III e IV, o la Storia interna di Firenze sino al trionfo dei Medici.

Il secondo libro comincia dalle origini di Firenze, delle quali dice appena alcune parole, per saltar subito all'anno 1215, narrando il fatto del Buondelmonti, cui si attribuisce la prima divisione della Città in Guelfi e Ghibellini. Dal 1215 si salta di nuovo a piè pari fino al 1250, da cui il Machiavelli, come fa anche l'Aretino, incomincia veramente la narrazione non interrotta della storia di Firenze, che in questo secondo libro conduce sino al 1348. Così in ottanta pagine abbraccia tutto il vastissimo periodo, che forma il soggetto della lunga cronica di Giovanni Villani. E di questo autore si vale ora continuamente, una sola volta ricordandone il nome insieme con quello di Dante Alighieri.[315] Se ne vale però assai diversamente che non fece della storia di Flavio Biondo. Lascia da un lato tutte le tradizioni favolose, che il Villani ricorda sulle origini di Firenze; tutti i moltissimi capitoli che narrano la storia generale d'Europa, ed ancora quelli che trattano di guerre esterne della Repubblica. Raccoglie invece le notizie sulle divisioni, le rivoluzioni interne, le riforme politiche, e le ordina a suo modo. Si paragonino le narrazioni che i due scrittori ci danno del fatto del Buondelmonti,[316] delle rivoluzioni e riforme del 1250,[317] del 1267,[318] del 1280,[319] di Giano della Bella e degli Ordinamenti di Giustizia,[320] e si vedrà subito che il Machiavelli non abbandona mai il suo originale. Ciò è più d'una volta confermato dagli errori stessi in cui cade, ora per colpa del Villani, ora per non averlo saputo fedelmente interpretare. Dominato com'era da un suo nuovo concetto, e quindi dal bisogno di dare con esso un proprio ordinamento a tutta la storia di Firenze, egli procede con qualche fretta, senza essere troppo scrupoloso intorno alla esattezza dei minuti particolari, fermandosi sugli avvenimenti che giovano al suo scopo, trascurando invece gli altri, anche se più importanti. Raccogliendo poi in poche pagine molti capitoli della Cronica, gli accade spesso di riunire in un solo anno fatti seguiti in tempi assai diversi, ed anche di determinar male il carattere delle varie istituzioni, il numero dei Consigli della Repubblica, massime quando il Villani adopera un linguaggio politico, di cui nel secolo XVI s'era cominciato a perdere il significato preciso.

Dopo alcune considerazioni generali sulle colonie, il Machiavelli ci dice che Firenze discese da Fiesole città etrusca, i cui mercanti lasciarono il monte e si stabilirono presso il fiume Arno, dove le colonie romane ingrossarono la nascente città, che poi sottomise quella da cui era nata. Ciò detto, arriva subito al 1215, narrando il fatto del Buondelmonti, al quale, come dicemmo, attribuisce l'origine dei Guelfi e dei Ghibellini in Firenze. E non s'avvede che lo stesso Villani aveva, nei precedenti capitoli, narrato una serie di guerre del Comune fiorentino contro i baroni del contado, che furono sottomessi ed obbligati a vivere in città, il che, per opera principalmente degli Uberti, dette origine alla guerra civile prima assai del 1215. Ma quando, dopo un nuovo salto fino al 1250, incomincia la narrazione di avvenimenti meno remoti e meno oscuri, il Machiavelli fa subito due osservazioni, che gettano una luce inaspettata sulla storia delle interne rivoluzioni di Firenze. Egli qui si avvede, che i Ghibellini non sono solamente il partito dell'Impero, ma anche dei nobili feudali; ed i Guelfi, sebbene abbiano anch'essi fra di loro dei nobili, sono il partito della Chiesa e dei popolani. Le divisioni e rivoluzioni di Firenze vengono perciò determinate e regolate da due ordini di cause e di fatti diversi, alcuni cioè interni, altri esterni: le vicende dell'Impero, della Chiesa, degli Svevi e degli Angioini di Napoli[321] da una parte, e dall'altra gli odî naturali nelle città fra grandi e popolani. Il crescere dell'industria e del commercio dava sempre nuova forza ai popolani; l'allontanarsi o indebolirsi dell'autorità dell'Impero in Italia, ne toglieva invece ai grandi destinati perciò a sparire. Queste sono le cause che cagionano le divisioni ed i partiti in Firenze, e ne determinano la storia. In fatti cresce la potenza Federigo II, e subito esso favorisce gli Uberti, capi dei Ghibellini, ed i Guelfi sono cacciati. Muore Federigo II (1250), e gli uomini di mezzo, che erano guelfi, sono padroni della Città, che prende forma nuova e più democratica, con quella che si chiamò la Costituzione del Primo Popolo.

Il Machiavelli si ferma qui a descrivere minutamente questa costituzione popolare, ma cade, nel descriverla, in molti e gravi errori. La crede fatta in conseguenza dell'accordo tra i Guelfi ed i Ghibellini, quando invece fu fatta dai primi a danno dei secondi, massime dei nobili. Crede che sia la prima costituzione libera di Firenze, dicendo che ai Fiorentini allora «parve tempo di pigliar forma di vivere libero,» e non ricorda la costituzione precedente dei Consoli, nè la istituzione del Podestà, seguìta nel 1207, secondo i cronisti, ed anche prima, secondo i documenti del tempo. Ma v'è di più, egli pone nel 1250 la creazione così del Capitano del popolo come del Podestà, chiamandoli senz'altro due giudici forestieri per le cause civili e le criminali. Invece solo il Capitano del popolo fu creato in quest'anno, a difesa degl'interessi popolari, in opposizione del Podestà, di più antica origine e cavaliere, che pigliava la parte dei nobili. Tanto l'uno che l'altro non erano semplici giudici, ma avevano anche attribuzioni politiche e militari; erano circondati da due Consigli; comandavano in campo gli eserciti del Popolo e del Comune. E per raccoglier tutto in uno, il Machiavelli pone nel medesimo anno anche la istituzione del Carroccio fiorentino, che è assai più antica.[322] Con questa costituzione, egli continua, fu ordinata la libertà, armato il popolo, e la Repubblica estese il suo territorio.[323] Ma il sorgere di Manfredi, dopo la morte di Federigo II, restituì animo e forza ai Ghibellini, che si sollevarono, e dopo una prima disfatta in Città, vinsero i Guelfi a Montaperti (1260), donde tornati vittoriosi, s'impadronirono del governo, che fu così di nuovo tolto ai popolani e dato ai nobili.

Fin qui gli avvenimenti generali d'Italia sono quelli che principalmente hanno determinato la storia dei partiti in Firenze; ma ora incominciano a prevalere le cagioni interne, ed il Machiavelli è, fra tutti gli storici, il primo che se ne avveda, e che si fermi a notare come sia già cominciata, sebbene ancora poco visibile, una grande trasformazione della società fiorentina. Il partito ghibellino andava divenendo sempre più il partito dell'aristocrazia feudale; ma perdeva di numero e di forza innanzi al rapido crescere del popolo, che ingrossava i Guelfi. La gravità di questo fatto non poteva sfuggire ai nobili, che cercarono perciò di transigere, il che affrettò la loro rovina, e più tardi mutò del tutto le parti in Firenze. Essi, adunque, sebbene fossero sempre padroni del Governo, pure, a fine di guadagnare il favore del popolo, e così assicurarsi l'avvenire, secondarono la costituzione delle Arti Maggiori e delle Minori. Ma tutto ciò non valse a nulla. La lontananza dell'Imperatore, la decadenza del suo potere in Italia, il trionfo degli Angioini nel Reame finirono col far cadere di nuovo la Città interamente nelle mani dei popolani, che posero alla testa del Governo i Priori delle Arti (1282). Il Villani, cui sembra sfuggire qui il vero significato ed il valore della nuova magistratura, ricorda solo che il nome di essa fu preso dal Vangelo, là dove Cristo dice agli Apostoli: Vos estis priores. Ma il Machiavelli, che guardava più alla sostanza, senza disputare sull'origine del nome, osserva invece assai giustamente: «Questo magistrato fu cagione, come con il tempo si vide, della rovina dei nobili, perchè ne furono dal popolo per vari accidenti esclusi, e dipoi senza alcuno rispetto battuti.»[324]

Dopo essersi con due parole sbrigato della battaglia di Campaldino (1289), come aveva fatto con quella di Montaperti, ritorna alle rivoluzioni interne, che spianarono la via a quella del 1293, che ne fu l'ultima e necessaria conseguenza. Sebbene i Ghibellini fossero stati a poco a poco superati dal popolo in modo, che quasi scomparvero del tutto, pure «restarono sempre accesi quegli umori, che sono in tutte le città fra i potenti, che vogliono comandare, ed i popolani, che vogliono vivere secondo le leggi. Queste nuove divisioni non si scopersero fino a che i Ghibellini facevano ancora paura; ma come prima essi furono domi, incominciarono quelle a mostrare subito la loro forza. Ogni giorno qualche popolano era offeso dai Grandi, e le leggi non bastavano a vendicarlo, perchè essi con i parenti e gli amici dalla forza dei Priori e del Capitano si difendevano.»[325] Così crebbero i mali umori fino a che non si venne per opera di Giano Della Bella agli Ordinamenti di Giustizia (1293), coi quali i Grandi, come già i Ghibellini, furono del tutto esclusi dalla Signoria, e disfatti. «Il popolo allora trionfò pienamente, e la Città fu molto felice, sendo di uomini, di ricchezze e di riputazione ripiena.»[326] Così i nobili Ghibellini, divenuti potenti coll'aiuto dell'Impero, furono disfatti dai Guelfi, che si divisero in Grandi e Popolani, e questi poi vinsero e distrussero quelli. Tutta la storia di Firenze adunque, non è fin qui altro che un lento e continuo cammino verso la democrazia, la quale finalmente trionfa.

Ma le divisioni non cessano per questo, che anzi adesso appunto incomincia un periodo transitorio di capi di parte, di ambizioni personali e di nuove discordie intestine, le quali conducono alla tirannide del Duca d'Atene. E questo episodio, che è di certo assai notevole nella storia di Firenze, diviene addirittura principalissimo nel secondo libro del Machiavelli, per la grande estensione che esso gli dà nel raccontarlo. Ci descrive prima il carattere ambizioso di Corso Donati, che turbò la Repubblica; poi le guerre contro Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani, le quali narra assai più fedelmente che non aveva fatto nella sua fantastica Vita di Castruccio; arriva finalmente alla venuta del Duca (1342), chiamato dai Fiorentini a governarli ed a guidarli nella guerra contro i Ghibellini di Toscana. I cittadini, egli dice, erano, per le loro continue discordie, giunti a tale, che «non sapevano mantenere la libertà, e non potevano tollerare la servitù.» Il Duca perciò fu subito un tiranno armato, un Principe nuovo, ed il Machiavelli, esaltandosi, si ferma lungamente a descrivere per minuto, drammatizzandola con eloquenza, la ben nota istoria. Egli prende i fatti dal Villani; ma v'aggiunge di suo considerazioni, descrizioni, episodî e discorsi. Dalla cresciuta forza e potenza dello stile ci accorgiamo subito, che l'argomento è di quelli che più vivamente lo attraggono. Dimentica perfino i limiti che le proporzioni generali del suo lavoro dovevano imporgli, e si lascia prender la mano dal desiderio di ribadire le sue ben note teorie, che ora pone in bocca dei personaggi del suo dramma.

Quando il Duca è finalmente divenuto sicuro padrone della Città, e si vede chiaro che è deciso a rendersi addirittura tiranno, appoggiandosi alla plebe, il Machiavelli fa venire i Signori a fargli un discorso eloquente e singolarissimo. «Voi cercate,» essi gli dicono, «far serva una città la quale è sempre vivuta libera.... Avete voi considerato quanto in una città simile a questa importi, e quanto sia gagliardo il nome della libertà, il quale forza alcuna non doma, tempo alcuno non consuma, e merito alcuno non contrappesa?... Negli universali odî non si trova mai sicurtà alcuna, perchè tu non sai donde ha a nascere il male, e chi teme di ogni uomo, non si può mai assicurare di persona. E se pure tenti di farlo, ti gravi nei pericoli, perchè quelli che rimangono si accendono più nell'odio, e sono più parati alla vendetta. Che il tempo a consumare i desiderî della libertà non basti è certissimo, perchè s'intende spesso quella essere in una città da coloro riassunta, che mai la gustarono; ma solo per la memoria che ne avevano lasciata i padri loro l'amano.... E quando mai i padri non l'avessero ricordata, i palazzi pubblici, i luoghi de' magistrati, le insegne dei liberi ordini la ricordano, le quali cose conviene che siano con massimo desiderio da' cittadini conosciute. Quali opere volete voi che siano le vostre, che contrappesino alla dolcezza del vivere libero, o che faccino mancare gli uomini del desiderio delle presenti condizioni? Non se voi aggiungessi a questo imperio tutta la Toscana, e se ogni giorno tornassi in questa città trionfante de' nimici nostri, perchè tutta quella gloria non sarebbe sua, ma vostra, e i cittadini non acquisterebbero sudditi, ma conservi, per i quali si vedrebbero nella servitù raggravare. E quando i costumi vostri fossero santi, i modi benigni, i giudizi retti, a farvi amare non basterebbero. E se voi credessi che bastassero, v'ingannereste, perchè a uno consueto a vivere sciolto ogni catena pesa, ed ogni legame lo stringe.»[327] In questo modo lo avvertono, che il suo desiderio della tirannide lo spinge a sicura rovina.

Il Machiavelli, com'è ben noto, non era il primo a porre questi lunghi discorsi nella sua storia. Gli eruditi, per imitare gli antichi, avevano già da un pezzo introdotto un tale uso, di cui assai spesso fecero anche abuso. Mentre però gli antichi storici, dandoci anch'essi discorsi solamente immaginarî, riuscivano eloquenti e veri, perchè facevano parlare i Greci ed i Romani nel modo in cui veramente sentivano; gli eruditi, volendo far parlare da Romani gl'Italiani del Medio Evo e del secolo XV, finivano col fare solo poveri esercizî di retorica. E lo stesso difetto si riscontra anche in molti storici del Cinquecento. Un valore ben diverso hanno però i discorsi del Guicciardini e del Machiavelli. Il primo qualche rara volta pone in bocca de' suoi personaggi quello che veramente dissero; quasi sempre fa da loro esporre le cause, le relazioni e le conseguenze reali dei fatti stessi. E così i suoi discorsi riescono ad avere un gran valore, sebbene di tanto in tanto non manchi in essi un po' di retorica. Quelli del Machiavelli, immaginarî anch'essi, espongono invece i sentimenti, le considerazioni proprie dell'autore intorno agli avvenimenti storici, e sono perciò sempre profondi, eloquentissimi, sebbene, se si guarda ai personaggi che parlano, l'anacronismo e la inverosimiglianza siano spesso assai visibili. Chi infatti può credere che i Signori di Firenze avrebbero mai osato parlare al Duca d'Atene, armato e già padrone della Città, con tanto ardire, manifestando un così profondo amore della libertà? Pure il loro discorso riesce eloquentissimo, perchè esprime quello che i fatti stessi dicevano ed ispiravano al Machiavelli, il quale, esaltato dalla sua propria narrazione, è quello veramente che parla, e parla con profonda convinzione.

Dopo di ciò, sempre colla scorta del Villani, egli prosegue la storia della tirannide del Duca, dell'odio che ne nacque nel popolo, delle tre congiure contemporaneamente ordite da tre ordini diversi di cittadini, e finalmente ci descrive con vivissimi colori lo scoppio feroce dell'ira popolare, che prima cacciò il tiranno, e poi si rivolse contro i più fidi seguaci e sostegni di lui, specialmente contro il conservatore Guglielmo d'Assisi ed il suo figlio di 18 anni.[328] «Appariscono gli sdegni maggiori e sono le ferite più gravi, quando si ricupera una libertà che quando si difende.... Furono messer Guglielmo e il figliuolo posti intra le migliaia de' nemici loro, e il figliuolo non aveva ancora diciotto anni. Nondimeno l'età, l'innocenza, la forma sua nol poterono dalla furia della moltitudine salvare; e quelli che non poterono ferirgli vivi, gli ferirono morti, nè saziati di straziarli col ferro, con le mani e con i denti gli laceravano. E perchè tutti i sensi si soddisfacessero nella vendetta, avendo prima udito le loro querele, veduto le loro ferite, tocco le lor carni lacere, volevano che ancora il gusto le assaporasse, acciocchè, come tutte le parti di fuori ne erano sazie, quelle di dentro ancora se ne saziassero.»[329] Anche questi ultimi particolari sono, con poche alterazioni, cavati dal Villani; ma lo stile è tale che solo il Machiavelli sapeva trovarlo, specialmente quando doveva manifestare odio alla tirannide, amore alla libertà.

Cacciato il Duca, spenti i suoi più fidi, dopo altre discordie e tumulti, furono richiamati in vigore gli Ordinamenti della Giustizia, e i Grandi vennero da capo esclusi affatto dal governo, che tornò nelle mani del popolo. Questa loro ultima disfatta fu tale, che cercarono, mutando nomi, di confondersi col popolo, contro il quale non osarono più di prendere le armi, «anzi continuamente più umani ed abietti divennero. Il che fu cagione che Firenze non solamente di armi, ma di ogni generosità si spogliasse.»[330] Qui è notevole che il Machiavelli, il quale tanto desiderava il trionfo della democrazia, e tanto odiava l'aristocrazia, pur vide e francamente dichiarò, che col cadere di questa, decaddero le armi dei Comuni italiani, i quali si gettarono poi in braccio ai capitani di ventura, che furono la rovina della libertà, della indipendenza e della forza nazionale, come egli dimostra nei libri seguenti.

Il secondo libro delle Istorie adunque ha grandi lacune, ha molte inesattezze, non parla dei fatti esterni della Repubblica, sopra alcuni fatti interni si ferma a lungo, sopra altri passa leggermente; compilato sulla Cronica del Villani, non ha ricerche originali d'alcuna sorta. Eppure, se anche mettiamo da parte l'episodio principale, cioè quello del Duca d'Atene, con così vigorosa e splendida eloquenza narrato, questo secondo libro rimane sempre un vero capolavoro nella nostra letteratura storica. In esso il Machiavelli, con uno sguardo di aquila, abbraccia nella sua unità la storia di più d'un secolo. I fatti che nel Villani sono narrati con evidenza, ma restano disgregati e come gettati a caso sulla carta; quella serie di rivoluzioni, di sempre nuovi disordini e sempre nuove costituzioni politiche, che, secondo tutti i cronisti ed anche secondo gli storici, sembrano in piena balìa del caso, conseguenza solo di odî brutali e di feroci passioni, si connettono a un tratto mirabilmente, logicamente fra loro, e per la prima volta divengono finalmente una vera storia. Il Machiavelli s'è avvisto che tutte queste rivoluzioni hanno una stessa cagione, un solo scopo, verso cui continuamente sospingono la Repubblica, fino a che essa non tocca la mèta predestinata. Si tratta di una lotta sanguinosa fra il popolo, in cui scorre il sangue latino, e l'aristocrazia feudale, che è di origine germanica, straniera all'Italia. La fine di questa lotta è la distruzione totale prima dei nobili feudali, poi dei Grandi, il che avviene nel 1293, e si compie anche meglio dopo la cacciata del Duca d'Atene. In questo modo tutte le rivoluzioni e costituzioni fiorentine non solo si connettono fra loro, ma si seguono come evoluzione d'una sola e medesima idea. E così, per opera dell'analisi critica del Machiavelli, la storia più intricata e confusa acquista ad un tratto l'evidenza d'una proposizione geometrica. Egli ha illuminato le tenebre con la luce vivissima della sua potente intelligenza, ed ha portato il più mirabile ordine nel caos che ci avevano lasciato i cronisti. Tutto il segreto della storia fiorentina è in questo secondo libro. E qui si può veramente affermare che nessuno è mai riuscito a far meglio, e che i molti i quali non seppero, anche dopo, seguire la via da lui aperta, deviarono sempre dalla mèta, ricaddero nel disordine e nella confusione.

Il terzo libro va dall'anno 1353 fino a poco dopo il 1414,[331] ed è compilato con tre diversi autori. Fino al 1378 il Machiavelli si vale dell'Istoria Fiorentina di Marchionne di Coppo Stefani, nel modo stesso che ha fatto del Villani, fermandosi cioè alle sole rubriche che parlano delle lotte interne della Repubblica, e delle sue riforme politiche. L'argomento proprio di questo libro è la esposizione del modo in cui i partiti, moltiplicandosi, decompongono lo Stato, corrompono la Città, e col distruggere la libertà, spianano la via alla tirannide. L'episodio principalissimo è quindi il tumulto dei Ciompi (1378), che cogli eccessi della plebe pone i germi della potenza futura dei Medici, i quali perciò appunto erano stati i segreti fautori e promotori del tumulto stesso. Nel raccontarlo il Machiavelli si vale della storia che ne scrisse il contemporaneo Gino Capponi. Siccome però questa non è compiuta, così egli deve, verso la fine, tornare di nuovo a Marchionne di Coppo Stefani. Più oltre, nello stesso libro, ricorre anche ad altri autori, ma è difficile determinarli tutti, perchè la narrazione procede qui assai rapida. Il Machiavelli è cautissimo nella scelta delle sue fonti; gli scrittori che preferisce sono sempre i più autorevoli e sicuri nella narrazione dei fatti pei quali se ne giova. Questo però non gl'impedisce di farne un uso affatto arbitrario, quando specialmente vuol dar forza a qualche suo concetto o teoria politica.

Ogni libro di questa storia incomincia con alcune considerazioni generali. Il primo, col ragionare brevemente delle emigrazioni ed invasioni dei popoli germanici, il secondo, col discorrer delle colonie. Dal terzo libro in poi abbiamo vere e proprie introduzioni, ciascuna delle quali pone in termini chiari e precisi un problema storico-politico, che dalla narrazione seguente viene dimostrato. Esse sono preziose, non solo per il loro intrinseco valore, ma perchè ci fanno vedere come col Machiavelli la storia s'andò trasformando in scienza politica. Questa trasformazione noi la vediamo seguire quasi sotto i nostri occhi. «Le nimicizie naturali,» così incomincia il terzo libro, «fra il popolo e i nobili sono quelle che dividono e perturbano le città. Esse tennero divise Roma e Firenze, ma in modo diverso; perchè a Roma si manifestavano disputando, e si sopivano con una legge fatta pel pubblico bene; a Firenze invece si cominciavano combattendo, si inasprivano con gli esilî e la morte de' cittadini, si finivano con una legge fatta a solo vantaggio dei vincitori. Quelle di Roma, avvicinando il popolo ai nobili, alimentarono la virtù militare; quelle di Firenze, distruggendo i Grandi, la spensero. Tutto ciò avvenne, perchè il popolo romano voleva dividere coi Patrizî il governo dello Stato; quello di Firenze voleva invece escluderne i Grandi, per esser solo a comandare. Il primo desiderio era giusto, e la nobiltà romana cedette; il secondo ingiusto, e la nobiltà fiorentina dovè resistere. Così si venne alle armi, agli esilî, al sangue, e le leggi furono ingiuste, parziali, crudeli. I nobili dovettero mutare nomi, insegne, costumi, e confondersi col popolo, tanto che quella virtù d'armi e generosità d'animo, che era nella nobiltà, si spense, e nel popolo dove la non era, non si potè riaccendere. Così Firenze sempre più umile e più abietta ne divenne.»[332]

Questo paragone, che si trova più volte ripetuto anche nei Discorsi, non è esatto. Il Machiavelli qui non osserva che l'aristocrazia fiorentina era feudale, di origine straniera, e quella di Roma, di origine nazionale; esagera assai quando dice che le lotte fra il popolo ed i Patrizî furono a Roma sempre pacifiche, e dimentica che anch'esse portarono ad una uguaglianza su cui si fondò poi il Cesarismo. In realtà egli paragona la storia di Firenze con una storia alquanto immaginaria di Roma, cui attribuisce le qualità tutte che egli vuol vedere nel suo concetto ideale delle lotte politiche. Quello che dice di Firenze è però verissimo, profondamente osservato; e le sue considerazioni, a questo proposito, hanno un gran valore intrinseco. Esse somigliano singolarmente a ciò che disse più tardi un grande scrittore moderno, paragonando la storia politica della Francia con quella dell'Inghilterra. L'aristocrazia inglese s'unì alla borghesia nel governare il paese, e ne ricevette sempre nuovo vigore e nuova vita; la francese si separò affatto dalla borghesia, dal popolo, e finì coll'essere distrutta dalla democrazia restata padrona. L'Inghilterra ebbe perciò un regolare progresso, un governo forte, ordinato e libero; la Francia ebbe invece continue rivoluzioni, ed arrivò ad una grande uguaglianza, in mezzo alla quale divennero possibili e si poterono sperimentare tutte le forme di governo. Nè molto diversamente il Machiavelli finisce la sua introduzione al terzo libro, quando dice che «Firenze a quel grado è pervenuta che facilmente da un savio dator di leggi potrebbe essere in qualunque forma di governo riordinata.»[333]

Il duca d'Atene aveva, per fondare la sua tirannide, sollevato la plebe, appoggiandosi sopra di essa. E così, dopo la sua cacciata, si vide apparire nella lotta dei partiti un nuovo ordine di cittadini, che divenne un nuovo germe di discordia. In fatti si videro ora lottare a Firenze il popolo grasso delle Arti Maggiori, il popolo minuto delle Arti Minori e la plebe. Le armi, per la distruzione della nobiltà, erano decadute; le guerre si facevano perciò colle Compagnie di ventura, e quindi col danaro. In tale stato di cose cominciarono a primeggiare la famiglia degli Albizzi ed altri popolani grassi, che prevalevano nella Città, non come facevano una volta i Grandi, con la forza e la violenza, ma per mezzo di quelli che si chiamavano allora i modi civili, o sia impadronendosi degli uffici politici, perseguitando, esiliando gli avversarî come Ghibellini, sebbene questo partito più non esistesse. Il disordine fu grande davvero, ed il Machiavelli, per meglio dipingerlo, per esporre di nuovo le sue considerazioni sulla storia dei partiti, esprimendo tutto il suo dolore dinanzi allo spettacolo della patria e della libertà pericolanti, fa venire dinanzi ai Signori alcuni cittadini, uno dei quali parla ad essi in questo modo: «Nelle città d'Italia tutto quello che può essere corrotto e che può corrompere altri, si raccozza. I giovani sono oziosi, i vecchi lascivi, e ogni sesso, ogni età è piena di brutti costumi, a che le leggi buone, per essere dalle cattive usanze guaste, non rimediano.... Di qui gli ordini e le leggi non per pubblica, ma per propria utilità si fanno. Di qui le guerre, le paci, le amicizie non per gloria comune, ma per soddisfazione di pochi si deliberano.» «E se alcuna città fu mai da queste divisioni lacerata, la nostra è certo più d'ogni altra.» «Onde ne nasce che sempre, cacciata una parte e spenta una divisione, ne sorge un'altra; perchè quella città che con le sètte più che con le leggi si vuol mantenere, come una sètta è rimasa in essa senza opposizione, di necessità conviene che intra sè medesima si divida.» «Si credeva in fatti che, distrutti i Ghibellini, resterebbero lungamente felici i Guelfi; ma essi si divisero invece in Bianchi ed in Neri. Vinti i Bianchi, si combattè per le divisioni fra popolo e Grandi. E per dare poi ad altri quello che per noi medesimi possedere non sapevamo, ora al re Roberto, ora al fratello, ora al figlio, ed in ultimo al Duca d'Atene la nostra libertà sottoponemmo. Ma perchè non fummo mai d'accordo a vivere liberi, nè d'essere servi ci contentammo, cacciammo il Duca d'Atene, il cui acerbo e tirannico animo non riuscì tuttavia a farci savî, ad insegnarci a vivere. Combattemmo infatti fra di noi più di prima, tanto che l'antica nobiltà fu vinta, e dovè rimettersi in balìa del popolo. Si credette così finita ogni cagione di scandalo, essendosi messo un freno a coloro che per superbia dividevano la Città. S'è visto, invece, quanto l'opinione degli uomini sia fallace, perchè la superbia e l'ambizione de' Grandi non si spensero, ma furono ereditate dai popolani, alcuni dei quali, secondo l'uso degli ambiziosi, cercano ottenere essi il primo grado nella Repubblica, e risuscitano il nome di Guelfi e di Ghibellini, che era già spento. Per carità della patria, spegnete ora quel male che ci ammorba, quella rabbia che ci consuma, quel veleno che ci uccide, ponendo freno all'ambizione di costoro, annullando gli ordini che sono delle sètte nutritori, e prendendo quelli che al vero vivere libero e civile sono conformi.»[334]

I Signori elessero allora cinquantasei cittadini per riformare la Repubblica; ma questi riuscirono solo a portare maggior confusione, perchè, come già molte volte il Machiavelli aveva osservato e qui ripete, «gli assai uomini sono più atti a conservare un ordine buono, che a saperlo per loro medesimi trovare.»[335] Così gli Albizzi ne uscirono più potenti di prima, e quando papa Gregorio XI mosse da Avignone guerra a Firenze, essi, alla testa del popolo grasso, presero tutti i provvedimenti necessarî alla difesa, e condussero la guerra con tanta energia, che non solamente furono respinte le forze del Papa, ma le città da lui dipendenti nel suo proprio Stato vennero sollevate in nome della libertà. E gli Otto della Guerra, sebbene avessero fatto poco conto delle censure, avessero spogliato le chiese dei loro beni, e forzato il clero a celebrare gli uffici divini, ebbero tutto il favore del popolo, e vennero chiamati Otto Santi, «tanto quei cittadini stimavano allora più la patria che l'anima.»[336]

La cagione del potere acquistato dagli Albizzi e dal popolo grasso stava nel fatto che solo i ricchi mercanti, i quali si trovavano alla direzione della grande industria e del grande commercio fiorentino, erano interessati a sostenere le guerre esterne della Repubblica, per aumentarne la potenza, e nello stesso tempo tutelare la libertà dei traffici, coi quali venivano accumulate le ricchezze loro e della Città. Essi erano perciò pronti sempre a tutti i sacrifizî necessarî. Aggravavano di tasse sè stessi e gli altri, nè avevano troppi scrupoli a restringere, occorrendo, le pubbliche libertà. Le Arti Minori, invece, che vivevano della piccola industria e del piccolo commercio interno, volevano la pace, il lusso necessario alla loro florida esistenza, minori gravezze e maggiori libertà; volevano avere anch'esse qualche parte nel governo. Così avveniva costantemente che il popolo grasso trionfava con la guerra, ed il popolo minuto con la pace. E così, non appena fu finita la guerra contro il Papa, cominciarono subito i lamenti per le spese fatte, per le gravezze sopportate. Gli Albizzi allora perderono favore; il popolo minuto invece guadagnò terreno, e si volse a cercare capi che lo guidassero. Ne trovò uno accortissimo in Salvestro de' Medici, il quale, sebbene fosse del popolo grasso, si fece sin d'allora sostenitore degl'interessi del popolo minuto, cominciando così con infinita avvedutezza a spianare la via del principato alla propria famiglia. Il Machiavelli è il primo che veda fin da questo momento, le origini remote della potenza medicea, e determini chiaramente il carattere della loro astutissima e fortunata politica.

Eletto Gonfaloniere nel 1378, Salvestro avversò gli Albizzi, favorì i loro nemici ed il popolo minuto, richiamò in vigore gli Ordini della Giustizia andati in disuso. Ma tutto ciò non si potè fare, senza che ne nascesse tumulto, e ne seguissero conseguenze inaspettate. «Non sia mai,» osserva qui il Machiavelli, «alcuno che muova un'alterazione in una città, per credere poi o fermarla a sua posta, o regolarla a suo modo.»[337] Questo fu in fatti il principio del tumulto dei Ciompi, che occupa una gran parte del terzo libro, e che il Machiavelli racconta minutamente con la scorta del Capponi, aggiungendovi di suo molti discorsi e considerazioni.[338] Il popolo e la plebe, avute le prime concessioni, cominciarono a sollevarsi, tumultuando, e facendo alla Signoria sempre nuove domande. Quando appena esse erano soddisfatte, ne aggiungevano subito altre più esagerate, e finalmente cominciarono anche a saccheggiare ed a bruciare le case dei cittadini. Laonde il gonfaloniere Luigi Guicciardini, radunati i capi delle Arti, diceva loro: «Noi abbiamo ceduto a tutte le vostre domande. Si è tolta autorità ai magistrati; si sono raffrenati di nuovo i Grandi; abbiamo mandato in esilio molti potenti cittadini, perdonato a coloro che bruciarono le case e spogliarono le chiese. Che fine avranno omai queste vostre domande? Non vedete che noi sopportiamo con più pazienza l'esser vinti, che voi la vittoria? A che condurranno queste vostre divisioni questa vostra città?»[339]

E dopo che il Machiavelli ha fatto in tal modo parlare il Gonfaloniere, pone in bocca d'un popolano un altro discorso, che ricorda qualche volta il linguaggio di Catilina in Sallustio, e ritrae con singolare eloquenza le passioni selvagge della plebe sfrenata di Firenze. V'è anche una strana mistura di paganesimo e di cristianesimo tutta propria del Rinascimento. «Quando noi dovessimo ora deliberare, se si avessero a pigliare le armi, ardere e rubare le case dei cittadini, forse anch'io consiglierei piuttosto una quieta povertà che un pericoloso guadagno. Ma perchè le armi sono prese e molti mali già fatti, bisogna ora non lasciar quelle, e de' mali commessi assicurarci. Quando altro non c'insegnasse, la necessità c'insegna. La Città è piena di odio contro di noi, e nuove forze contro le nostre teste si apparecchiano. Nè a farci perdonare gli errori vecchi c'è altro modo che farne dei nuovi, raddoppiando le arsioni e le ruberie, cercando di avere in esse molti compagni», «perchè dove molti errano, niuno si gastiga, ed i falli piccoli si puniscono, i grandi ed i gravi si premiano. E quando molti patiscono, pochi cercano di vendicarsi, perchè le ingiurie universali con più pazienza che le particolari si sopportano. Il moltiplicare adunque nei mali ci farà più facilmente trovar perdono.... Duolmi bene ch'io sento che molti di voi delle cose fatte per coscienza si pentono, e dalle nuove si vogliono astenere. E certamente s'egli è vero, voi non siete quelli uomini che io credeva che foste, perchè nè coscienza, nè infamia vi debbe sbigottire;[340] perchè coloro che vincono in qualunque modo vincono, mai non ne riportano vergogna. E della coscienza noi non dobbiamo tener conto, perchè dove è, come è in noi, la paura della fame e delle carceri, non può nè debbe quella dello Inferno capere.»[341]

Ed ora, in mezzo al tumulto, si presenta al Machiavelli la singolare figura di Michele di Landò, che scalzo e con poche vesti indosso, con tutta la turba dietro, salì sopra la scala del Palazzo, e fu dal popolo proclamato Gonfaloniere. Per mostrarci poi come questo popolano, che ormai ha già esaltato la sua immaginazione, era «sagace e prudente, e più alla natura che alla fortuna obbligato,» egli ci narra un aneddoto che in buona parte è sua invenzione. Dice adunque che Michele di Lando, vedendosi esaltato da un popolo, nell'ebbrezza della vittoria avido di sangue, voleva trovar modo di dominarlo, per impedirgli di trascendere a maggiori eccessi. Comandò quindi che si cercasse un tale ser Nuto, uomo odiatissimo, che era stato dagli avversari del popolo designato per bargello; e tutti allora s'avviarono, pieni d'ira, a cercarlo. Michele di Lando profittò subito del momento, per cominciare con giustizia quel governo che aveva acquistato con fortuna, e non solo ordinò che niuno osasse più di ardere le case, ma fece piantare le forche in Piazza, dimostrando così che era deciso a punir severamente chi non obbediva. In questo mezzo tornò la moltitudine, menando ser Nuto, che fu «a quelle forche per un piede impiccato, del quale avendone qualunque era intorno spiccato un pezzo, non rimase in un tratto di lui altro che il piede.» Secondo il Machiavelli, Michele di Lando non dette l'ordine esplicito d'ammazzare ser Nuto, perchè non ve n'era bisogno. Designando però la vittima odiata, che nessuno avrebbe potuto o voluto salvare, pensò con essa di saziare l'ira popolare. E così avrebbe trovato il modo di risparmiare la vita e le case di molti cittadini, di ristabilire subito l'ordine e la giustizia.[342]

Se non che, tutto ciò non è storicamente vero. Il Capponi, nel suo Tumulto dei Ciompi, non parla del fatto, perchè la sua narrazione si ferma prima d'arrivare a questo punto; ne parlano invece gli altri storici, a cui ora ricorre il Machiavelli, ma essi[343] l'attribuiscono ad uno scoppio feroce e spontaneo d'ira popolare, senza punto accennare che Michele di Lando vi avesse avuto parte alcuna. L'eccidio seguì di certo, e sembra ancora che, dopo averlo compiuto, il furor popolare si calmasse davvero. Ma l'ordine dato da Michele al popolo, e la intenzione con cui l'avrebbe dato, sono menzionati solo dal Machiavelli, e furono da lui inventati. Egli era talmente persuaso, che un uomo il quale, nelle rivoluzioni, nella politica, salga d'un tratto a grande altezza, deve di necessità avere nelle vene una qualche goccia del sangue di Cesare Borgia, che la vedeva anche là dove non ve n'era traccia.[344] Del semplice scardassiere, che godè di una brevissima popolarità, che fece in vero più bene che male, ed ebbe molti lodatori, ma non fu nulla di singolarmente grande, volle formare un accorto politico, un gran personaggio. Lo ammirò oltre misura, perchè lo vide difensore della libertà popolare, senza pensare a valersi mai della prospera fortuna, per tentare di farsi tiranno. Ed una volta cominciato a dipingere il suo quadro in proporzioni assai maggiori del vero, egli lo volle, perchè riuscisse anche più attraente, colorire colla propria immaginazione, la quale troppo spesso vedeva il Valentino per tutto. E continuò, con la stessa ammirazione, con la stessa fantasia, sino alla fine. Quando poi la plebe tornò ai disordini, passando ogni confine, e non valsero ragioni nè minacce a frenarla, Michele, secondo il Machiavelli, corse la Città con la spada in mano, seguito da molti armati, e domò colla forza i ribelli. Così finalmente si sarebbero posati i tumulti «solo per virtù del Gonfaloniere, il quale d'animo, di prudenza e di bontà superò in quel tempo qualunque cittadino, e merita d'essere annoverato in tra i pochi che abbino beneficato la patria loro, perchè la bontà sua non gli fece venir pensiero nell'animo che fosse al bene universale contrario.»[345] Ma tutto ciò è lavoro d'immaginazione. Michele di Lando fu invece un personaggio assai modesto, che spesso divenne involontario, inconscio strumento nelle mani di Salvestro de' Medici, ed in nessun caso avrebbe mai potuto, seriamente aspirare alla tirannide.[346]

Il Machiavelli torna qui a Marchionne Stefani,[347] e poco giovandosi dell'Aretino[348] o di altri, continua la sua narrazione fino al 1414. Esamina, innanzi tutto, le prime conseguenze del Tumulto dei Ciompi, le quali furono una reazione contro l'eccessivo potere della plebe, cacciata ora dal governo, ed un nuovo trionfo delle Arti. Le Minori prevalsero però sulle Maggiori, e salirono quindi in auge i nemici degli Albizzi, come Giorgio Scali e più specialmente ancora Salvestro de' Medici. Questi, che era stato sin da principio il segreto promotore e manipolatore del tumulto, seppe profittare a suo proprio vantaggio della reazione che ne seguì a danno della plebe e delle Arti Maggiori. Egli e non Michele di Lando fu veramente l'accorto politico, e ciò, secondo il Machiavelli stesso, il quale poi, non volendo lodare una condotta senza audacia e di soli sotterfugi, che mirava a distruggere la libertà, esaltò e idealizzò invece il modesto e ardito scardassiere, che non pensò mai ad abusare della fortuna, a danno del popolo ed a suo proprio vantaggio.

Quando incominciò più tardi la lunga guerra dei Fiorentini contro Giovan Galeazzo Visconti, chiamato il Conte di Virtù, signore di Milano, che voleva farsi padrone di tutta Italia, il governo di Firenze tornò di nuovo nelle mani delle Arti Maggiori e degli Albizzi, i quali condussero la guerra con energia e con mirabile patriottismo.[349] Ma essi dovettero aumentare le gravezze, e tener basso il popolo minuto, che ne restò naturalmente assai scontento. Laonde, quando appena cessarono i pericoli e si tornò alla pace, la moltitudine si sollevò subito, rivolgendosi a messer Vieri de' Medici, che divenne come il capo della Città, seguendo sempre la stessa accorta politica di aspettazione.

Il quarto libro descrive in qual modo i Medici arrivarono finalmente a toccare la mèta desiderata. S'incomincia dal 1420, facendo così un salto di parecchi anni, e si arriva fino al trionfo di Cosimo de' Medici, dopo il suo ritorno dall'esilio nel 1434. La ragione del salto non sta solamente nel non essere in quel mezzo seguiti fatti molto notevoli. Il Machiavelli si vale qui esclusivamente d'una nuova fonte, le Istorie Fiorentine di Giovanni Cavalcanti, e queste incominciano appunto dal 1420.[350] Il poco o nessun valore letterario dell'opera, la fece restar lungamente dimenticata; pure come narrazione di avvenimenti contemporanei, essa fu giudicata ed è veramente una guida sicura. Il Machiavelli ebbe quindi ragione di giovarsene moltissimo, più assai che non fece di tutte le altre sue fonti. Qualche volta, mutandone solamente lo stile, la copia addirittura.

Notes in this chapter

Note 1 · Opere, vol. V, pag. 36.Note 2 · Il Codice che contiene l'autografo, è quello più volte citato da noi, e descritto nell'opuscolo, Quarto Centenario, ecc., sotto il titolo: LNote 3 · Opere, vol. V, pag. 36. Questa è quasi tutta l'introduzione, quale trovasi nella Descrizione scritta di mano del Machiavelli. Più lunga e noNote 4 · Opere, vol. V, pag. 46-47. Il prof. L. A. Ferrai osservò che lo stile della Vita di Filippo Strozzi, scritta dal fratello Lorenzo, «ha qualcNote 5 · Opere, vol. V, pag. 45.Note 6 · «Of this last composition, the strongest external evidence would scarcely induce us to believe him guilty. Nothing was ever written more detNote 7 · In quest'opera, vol. I, pag. 303 n., e Appendice allo stesso volume, doc. V, pag. 533 e segg.; vol. II, Appendice, doc. XXII, pag. 575 e segNote 8 · Opere Minori: Firenze, Le Monnier, 1852, pag. 626.Note 9 · Opere, vol. V, pag. 22 e seg.Note 10 · Vedi, fra gli altri, Innocenzio Giampieri, Niccolò Machiavelli e Marietta Corsini, nel volume intitolato: Monumenti del Giardino Puccini, a Note 11 · Sopra una copia dell'edizione dei Giunti, il Magliabechi scrisse di sua mano: «Questa novella di Niccolò Machiavelli si trova fra quelle delNote 12 · Classe VII, n. 335.Note 13 · L'Artaud, Machiavelli, son génie et ses erreurs, vol. II, pag. 94, fu il primo, che io sappia, a notare che questa novella trovasi nei QuaraNote 14 · Prof. I. Macun, Niccolò Machiavelli als Dichter, Historiker und Staatsmann. È un discorso pubblicato in occasione del terzo centenario del GNote 15 · Opere, vol. V, pag. 51.Note 16 · Opere, vol. V, pag. 57.Note 17 · Ibidem, pag. 61.Note 18 · Ne abbiamo accennato qualche cosa nella Introduzione di quest'opera, vol. I, pag. 117 e segg.Note 19 · «Nominumepie denique asperitas, vix cuiuscumque elegantiae patiens.» Leonardo Aretino, Istoria fiorentina tradotta in volgare da Donato AcciNote 20 · V., oltre il Voigt, anche Flavio Biondo sein Leben und seine Werke. Inaugural Dissertation von Alfred Masius (Leipzig, Teubner, 1879); P. BuNote 21 · L. Aretino, Istoria, vol. I, pag. 52.Note 22 · L. Aretino, op. cit., vol. I, pag. 54.Note 23 · Di ciò non sembra esser persuaso il signor E. Santini, il cui pregevole lavoro (pubblicato nel vol. XXII degli Annali della Scuola normale sNote 24 · Perchè si abbia un'idea del modo in cui trascura i fatti interni, ecco come accenna alla rivoluzione importantissima, conosciuta col nome diNote 25 · Vol. II di quest'opera, pag. 49 e seg.Note 26 · Proemio alle Istorie Fiorentine. Opere, vol. I, pag. CLI.Note 27 · Su di ciò fa giuste osservazioni il comm. Fiorini nella sua edizione dei primi tre libri delle Istorie Fiorentine (Firenze, Sansoni, 1907). Note 28 · «Machiavelli hat in diesem ersten Abschnitte, der gleichsam eine Einleitung in die fiorentini sehe Specialgeschichte bildet, die Epochen derNote 29 · Blondi Flavii forlivensis, Historiarum ab inclinatione Romanorum libri XXXI: Basileae, ex officina Frobeniana, 1531. Quanto al nome di questNote 30 · Per non porre a piè di pagina note troppo lunghe, riportiamo, in fine del capitolo, alcuni brani del Machiavelli e del Biondo, che servono aNote 31 · Vedi i brani che riportiamo in fine del capitolo.Note 32 · Opere, vol. I, pag. 7. Qualche volta anche le più semplici frasi di questo primo libro ricordano il Biondo: «Sed iam ad barbarorum regem, quNote 33 · Il Biondo (pag. 34), dopo aver detto che Teodorico restaurò i monumenti e le istituzioni dei Romani, aggiunge: «Prohibuit autem edicto, et cNote 34 · Opere, vol. I, pag. 8-9.Note 35 · Opere, vol. I, pag. 9-11.Note 36 · Opere, vol. I, pag. 18.Note 37 · Opere, vol. I, pag. 25.Note 38 · Opere, vol. I, pag. 27-28.Note 39 · Ibidem, pag. 28.Note 40 · Opere, vol. I, pag. 31.Note 41 · Ibidem, pag. 37.Note 42 · Opere, vol. I, pag. 39.Note 43 · Ibidem, pag. 40.Note 44 · Opere, vol. I, pag. 49.Note 45 · Filippo Maria Visconti.Note 46 · Opere, vol. I, pag. 59-69.Note 47 · Delle opere del Biondo (Basilea, 1531) si trova la copia, di cui ci siamo valsi, nella biblioteca dell'Istituto di Studî Superiori in FirenzNote 48 · Opere, vol. I, pag. 63.Note 49 · Opere, vol. I, pag. 66-68; Villani, Cronica, lib. V, cap. 38 e 39. Qui è identico nei due scrittori ancora l'elenco delle famiglie guelfe e Note 50 · Opere, vol. I, pag. 69; Villani, Cronica, lib. VI, cap. 29.Note 51 · Opere, vol. I, pag. 76; Villani, Cronica, lib. VII, cap. 16 e 17.Note 52 · Opere, vol. I, pag. 77 e 78; Villani, Cronica, lib. VII, cap. 79.Note 53 · Opere, vol. I, pag. 79-86; Villani, Cronica, lib. VII, cap. 8, 12, 26, 38, 39.Note 54 · Abbandonando così il proposito, espresso nel Proemio, di fermarsi ai soli fatti interni della Città.Note 55 · Di ciò abbiamo parlato più a lungo nel nostro libro: I primi due secoli della Storia di Firenze, vol. due: Firenze, Sansoni, 1905. Vedi cap.Note 56 · Pare che, sebbene qui il Machiavelli avesse dinanzi a sè quasi unicamente il Villani, pure continuasse di tanto in tanto a gettar qualche sgNote 57 · Opere, vol. I, pag. 78.Note 58 · Opere, vol. I, pag. 79.Note 59 · Ibidem, pag. 84.Note 60 · Opere, vol. I, pag. 118-120.Note 61 · Opere, vol. I, pag. 121 e seg.; Villani, Cronica, vol. IV, lib. XII, cap. 15; 16, 17, 18.Note 62 · Opere, vol. I, pag. 129.Note 63 · Ibidem, pag. 137.Note 64 · Secondo ciò che dice nel Proemio, il secondo libro avrebbe dovuto arrivare invece fino al 1375.Note 65 · Per comprendere bene tutta questa introduzione, nella quale sono alcuni periodi alquanto oscuri, sarà opportuno paragonarla con ciò che il MNote 66 · Opere, vol. I, pag. 141.Note 67 · Opere, vol. I, pag. 146-151.Note 68 · Ibidem, pag. 151.Note 69 · Ibidem, pag. 153. Abbiamo già notato che queste parole, in altra occasione, ricordate anche dal Guicciardini, furono la prima volta adoperatNote 70 · Opere, vol. I, pag. 158.Note 71 · Tumulto dei Ciompi narrato da Gino Capponi, e pubblicato nelle Cronichette antiche di vari scrittori: Firenze, Domenico Maria Manni, 1733 (dNote 72 · Opere, vol. I, pag. 161-163.Note 73 · Il Tommasini (II, 524, nota 2) nega assolutamente che in questo discorso vi sia nulla di pagano, nulla che ricordi Sallustio. Non c'è, egli Note 74 · Opere, vol. I, pag. 165-7.Note 75 · Opere, vol. I, pag. 173-4.Note 76 · Ne parlano Marchionne di Coppo Stefani nella rubrica 795, e l'Aretino in principio del lib. IX. Per altre notizie intorno al Tumulto dei CioNote 77 · Il Tommasini (II, 255, e nota 3; 257 e nota 5) non approva ciò che io dico del ritratto che il Machiavelli ci ha lasciato di Michele di LandNote 78 · Opere, vol. I, pag. 177-8.Note 79 · Vedi a questo proposito ciò che di lui dice il Fossati Falletti nel lavoro più sopra citato.Note 80 · Abbiamo più sopra citato le rubriche.Note 81 · Vedi Machiavelli, pag. 180, e Aretino, edizione italiana, pag. 478; M., pag. 182, e A., pag. 484, 489 e 490; M., pag. 183, e A., pag. 490; MNote 82 · Opere, vol. I, pag. 191.Note 83 · Esse promettono d'arrivare fino al 1450, ma in realtà si fermano al 1440. Più tardi, in un altro lavoro, che l'editore chiama la Seconda Sto
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