ATTO SECONDO
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SCENA I.
Una taverna in via della Suburra. Un desco e rozze panche di legno da un lato della scena. Notte. Una lampada pende dalla vôlta. Mucrone taverniere ed una Schiava d’Etiopia.
MUCRONE (sull’uscio della taverna, guardando verso il cielo)
Eccola là l’orribile cometa; La sanguinosa coda occupa quasi Metà del firmamento. Che gli Dei Ci scampino! La fame già sovrasta Alla città... Brutto mestiere è quello Del taverniere quando manca il pane.—
(rientra nella taverna)
E tu che fai lì ritta come mummia Del tuo paese?—Piglia un lume, scendi Nel sotterraneo, e l’ànfore disponi Ch’oggi colmai di limpido Falerno, E sii cauta a non romperne qualcuna. Meglio sarebbe che nella parete Rompessi la tua nera fronte.
(La schiava prende il lume ch’arde sul tavolo ed esce)
E un passo D’uomo non s’ode per la via... Che tutta Roma sia morta?...—Giocherò coi dadi; Giocando solo, avrò benigna almeno La meretrice ch’ànno fatta Iddia Chiamandola fortuna.
(Siede avanti al desco, e giuoca da sè coi dadi)
SCENA II.
Entrano Petronio gladiatore, Nevio pantomimo, ed Eulogio mercante di schiavi.
PETRONIO
Taverniere, Vino!
NEVIO
E sia quel di Cècubo.
MUCRONE (alzandosi e correndo incontro ai nuovi arrivati)
Salute Ai cari ospiti!
EULOGIO
A te non la rimando. Quella tua faccia rubiconda e lieta Me ne dispensa.
MUCRONE (chiamando da un lato della scena)
Schiava, il mio migliore Cècubo.
NEVIO
E che scintilli nel bicchiere Come un’occhiata d’Egloge, la vaga Saltatrice rubata da Nerone Alle mie pantomime.
EULOGIO
Ei può rubare L’imperatore—è tempo suo.—Ier l’altro Certi ladroni entrarono nel tempio Di Marte Ultore e gli tolsero l’elmo.
PETRONIO
Viva l’Ultore!
MUCRONE (dopo aver preso dalle mani della schiava una grossa anfora, e presentandola)
Viva questa sacra Anfora che ricorda almeno il tempo Di dieci consolati!
(La schiava distribuisce le tazze; tutti bevono)
PETRONIO
È prezioso Nettare.
NEVIO
Degno di Giove, fra i Numi Massimo bevitore.
EULOGIO (alla schiava)
E tu ricolma La mia tazza, sebben cotesto uffizio Lo adempiresti meglio dove alberga Pluto, il padrone tuo.
MUCRONE (al mercante di schiavi)
Pure è tua merce.
EULOGIO
Nè la pagasti più di ciò che vale.
MUCRONE (a Nevio)
E de’ Questori cosa avvenne?
NEVIO
Ridono Anch’essi sulla fame della plebe.— Udite questa: all’ora del tramonto Oltre il ponte Sublicio io me ne giva Lungo la via del Tevere, e là dove Si calano le merci dalle navi Veggo una turba immensa che s’affolla Sulla riva, gridando: benedetto Sia Nerone!—Eran donne con i loro Bambini fra le braccia, eran fanciulli, Ed uomini dipinti dal pallore Della fame. Quel grido era speranza Che in una nave, giunta poco prima Dall’Egitto, il frumento s’accogliesse Tanto desiderato.—Ahimè, ben presto Quella speranza si mutò in feroce Urlo d’imprecazione e di minaccia: La nave Alessandrina andava carca Di certa polve destinata all’uso De’ gladiatori imperïali!
PETRONIO
Credo Che non sia giusto l’imprecar del volgo. Vecchio qual sono, io l’ascoltai sovente Gridare dietro ai Cesari: Vogliamo Pane e i giochi del circo. Or bene, manca Il pane di frumento? se ne faccia Uno di quella polve; mille volte Per sollazzarlo noi l’abbiamo aspersa Con le nostre ferite.
MUCRONE
L’argomento Mi sembra troppo acerbo—eppur non posso Rispondervi.
PETRONIO (presentando la tazza vuota)
Rispondi a me, versando Cècubo fino all’orlo.
EULOGIO (tutti ribevono)
Alla salute Del vecchio gladiatore!—Avete mai Visto in una campagna abbandonata Un rudere di tomba o d’una casa, Tacito avanzo di perdute istorie? È tale, amici, questa calva testa, Rudere umano, avanzo dei cruenti Giochi di quattro imperatori.
NEVIO
Il nostro Petronio vide ben molte nefande Cose.—Oh gli antichi tempi! O venerata Età de’ padri nostri!
EULOGIO (sorridendo, a Petronio)
Il mimo ha letto Qualche vecchio poema, ed inspirato Dalla memoria degli eroici versi In cor vagheggia quel divino Curio Che andava dietro i buoi—nel capo ancora Cinto dei lauri che fugaron Pirro!
(volgendosi a Nevio)
Ma questi son rettorici sospiri, Amico mio; nel secolo moderno Solo i bifolchi van dietro all’aratro.
NEVIO
Ed io con quanta voce ò nella gola Ed ira in petto maledico a questo Secol moderno, secolo di vili Che genuflessi incensano il tiranno, Secolo di bastarde anime!—Voi Di me ridete, il so;—povero mimo Avvezzo sulla scena a mutar faccia Come la veste, io mi son venduto Al capriccio e alle risa della plebe; Ma questo mimo, in mezzo a così vasta Dimenticanza, degli eroi sepolti Legge ne’ monumenti, impara i nomi, E quando i successori di que’ Padri Che rimaser seduti incontro a Brenno Decretaron corone al matricida Imperatore, questo mimo seppe Nascondere il suo volto per vergogna, E ringraziò gl’Iddii che in tanto reo Avvilimento del patrizio nome Serbaron desta nel suo sangue oscuro Una scintilla dell’orgoglio antico.
EULOGIO (battendo con enfasi le mani)
Sublimemente! Roscio non avrebbe Detto meglio di te. Ma fammi grazia D’allontanarti; odori di carnefice Lontano un miglio.
NEVIO
E voi mandate puzzo Di codardìa.
PETRONIO
L’ingiuria che scagliasti Non può toccarmi.
EULOGIO
Ed io la prendo intera Nè m’offendo, poichè sono di quelli (E conto i più) ch’aman lasciare il mondo Come l’ànno trovato—e per natura Pacifica ed in forza del mestiere Odio la novità.—Già tra i miei schiavi Udii parlar di carità e di dritti Che loro accorda una novella legge Trovata da un giudeo, che affisso in croce Morì sotto Tiberio.—Or io dimando Che avverrebbe di noi se, mentre in sogno Rifabbrichiamo il vecchio Campidoglio, Questi schiavi s’accorgono che sono Uomini veri e non roba da merce?
NEVIO
Ciò che di voi sarebbe, non predico; Ma so che questa umanità soffrente Otterrebbe vendetta.
PETRONIO
E allor potresti Chiuder la tua bottega, o venditore Di carne umana!
EULOGIO (inquietandosi)
E contro me tu pure Bruto!—Non parlo più.
(Va a sedere solo avanti al tavolo)
SCENA III.
Mucrone, Eulogio, Nevio, Petronio, ed Icelo centurione.
ICELO (entrando)
Salute a voi, Cittadini!
NEVIO (correndo verso Icelo)
Giungesti finalmente: Ebbene?
ICELO
Reco splendide speranze.
NEVIO
Le narra.
(seguono a parlare fra loro sommessamente)
EULOGIO
Invito ai dadi.
MUCRONE
Accetto.
PETRONIO
Io pure.
MUCRONE
Dichiaro i patti: io non arrischio al gioco Che il Cècubo bevuto.
EULOGIO (mettendo alcune monete sulla tavola)
Eccone il prezzo.
PETRONIO
Ed ecco il mio.
MUCRONE
Che Venere mi salvi!
(giuocano fra loro)
NEVIO
E creder posso?
ICELO
La novella è certa, E l’udii susurrare fra i soldati Nel campo pretoriano: al ribellato Esercito di Gallia omai s’aggiunse L’altro di Spagna, e d’adoprarsi è tempo Per la caduta del tiranno. Avvezza A mutare padroni ed affamata, La plebe insorgerà, nè v’à legione Che mova sì gagliarda alla battaglia Come un popol ch’à fame.
NEVIO
E i pretoriani?
ICELO
Non piglian soldo da tre mesi.
NEVIO
Nostri Saranno.—Oh! per gli Dei torni una volta Quella che tanto amâr Catone e Bruto Divina libertà.—Che ci lasciarono Questi eredi di Cesare? vergogna, Ozio, catene. Conculcato giace Ogni dritto—la scure dei littori Troncar vorrebbe a mezzo anche il pensiero! E là nel campo del romano Marte Ove co’ plebisciti glorïosi Il nostro popol-re parlava al mondo, Or sta silenzio—quel vile silenzio Che i vivi agguaglia ai morti, ed in sepolcri Converte le città.—Tentiamo, o amico; È sublime l’impresa e a noi seguaci Non mancheranno. Se contraria avremo Fortuna, avremo gloria, e un bel morire Anteporremo a brutta vita.
EULOGIO
Fermi! Venere! Ò il punto vincitore.
MUCRONE (scagliando via i dadi)
E sempre Così con questi dadi maledetti!
EULOGIO
Taverniere, il tuo Cècubo è pagato.
(Ripiglia le sue monete)
SCENA IV.
I sopradetti personaggi, e Varonilla Longina
VARONILLA (entrando spaventata nella taverna)
Al soccorso!—m’inseguono!
NEVIO
Che avvenne?
ICELO
Una patrizia!
PETRONIO
In ora così tarda!
MUCRONE
E in tale strada!
NEVIO (andando verso Varonilla)
Càlmati;—qui stai Fra cittadini, e sicura.
PETRONIO (a Mucrone)
Scommetto Che l’insegue il marito.
MUCRONE
Od un amante Sciocco a tal segno d’esserne geloso.
VARONILLA
Io son la figlia di Cassio Longino Che fu dannato a morte, perchè buono, Sotto un governo tristo; i suoi poderi Li confiscò la legge, e debbo solo A carità di amici se una tomba Accolse il sacro cenere. Il mio loco È da più giorni là presso quell’urna, E dianzi men tornava accompagnata Da fida ancella, quando nella via Che conduce al Velabro da due schiavi Mi si vieta il cammino e con minaccie... Ahi! m’inseguono ancora... Eccoli...
SCENA V.
I sopradetti personaggi, Nerone, Menecrate in veste da schiavi
NERONE (accennando sulla porta della taverna a Menecrate Varonilla Longina)
Pura Colomba, ella conosce il proprio nido.
MENECRATE
E sceglie una taverna.
VARONILLA
Un tale insulto!...
ICELO
Io saprò vendicarlo.—E voi chi siete, Malnati schiavi?
NEVIO
Non è questa notte Di saturnali.
EULOGIO
Son giudei: alla croce Come il loro profeta!
ICELO (a Nerone)
Non rispondi? E come osavi alzar la mano infame Su cittadina libera?
MENECRATE
Credendo Che in questa Roma non vivesse alcuno Libero cittadino.
NEVIO (avanzandosi)
Tu mentisci. Io son quell’uno.
MENECRATE
O me più fortunato Di Diogene! ò trovato un cittadino!
EULOGIO (afferrando per il collo Menecrate che invano si dibatte)
E in prova ti sequestro il vile corpo In cui la legge non vede la testa.
ICELO (avanzandosi di più verso Nerone)
Ed io sequestro il tuo.
NERONE (scostandosi e levando di sotto la veste un corto coltello)
Va—non toccarmi, O ch’io...
VARONILLA.
Brandisce un’arma!
PETRONIO
A me la lotta Con costui.
(Nerone, udite le parole di Petronio, getta il coltello e si scaglia contro il gladiatore)
MENECRATE
Maledetto tafferuglio!
NERONE (dopo una breve lotta cadendo a terra)
Per gli Dei dell’averno!
PETRONIO
Ecco atterrato Il grande atleta.
SCENA VI.
I sopradetti personaggi, Atte, Vinicio prefetto del Pretorio, soldati pretoriani.
ATTE (accorrendo)
Entrate, pretoriani, Salvate il vostro imperatore.
MUCRONE
Quello L’imperatore?
GLI ALTRI PERSONAGGI
Nerone!...
MENECRATE (dando un largo sospiro)
Era tempo.—
NERONE (balza in piedi rapidamente; tutti si scostano pieni di spavento)
Sì, Nerone son io;—nè tal sorpresa È per voi molto grata, s’argomento Dalla paura che v’imbianca il viso— Ed è paura giusta.—È chiaro come Luce meridïana che voi tutti Al mio cospetto vi sentite rei Di lesa maestà.
(Sbigottimento nei personaggi e silenzio)
Difenditore Qual sono delle leggi dovrei quindi Consegnarvi ai littori.
(Altro silenzio)
Ma compagna Abbiamo nell’imperio la clemenza, E assai volenterosi perdoniamo!
(Ad un cenno di Nerone Vinicio e i pretoriani escono dalla taverna)
MENECRATE
E a’ malcontenti piace d’inventare Che Nerone è crudele!
NERONE (a Petronio)
A te, felice Vecchio, per lode basti la memoria Di avermi vinto!
PETRONIO
S’io sapea che meco Lottava il divo imperatore, avrei Rinnegato i miei polsi.
NEVIO (avanzandosi)
Io per contrario Usato avrei della vittoria.
MENECRATE
Udiamo Il cittadino!
NEVIO (piantandosi fieramente incontro a Nerone)
Avvezzo alle servili Compiacenze tu sei;—nova ed ardita Ti parrà dunque la parola mia, E ignoro se darai grazie al tuo fato Che qui ti spinse ad ascoltarla.—Assiso Sul gran fastigio del potere umano, Prendi a gioco, o Nerone, uomini e Dei, E resti ai lutti altrui sordo ed immoto Come quel simulacro che inalzavi Avanti alla tua casa, monumento Fiero dell’arte e della tua superbia.— Rammentati Trasèa, l’illustre vecchio Che a morir condannasti. Il centurione Ch’apportava il decreto del Senato Lo rinvenne tranquillo ascoltatore Di Demetrio filosofo.—All’iniquo Annunzio eruppe il grido de’ congiunti E dei servi—io là stavo in mezzo ad essi: Il vecchio solo tacque, e parve lieto; E poi ch’ebbe abbracciata la sua figlia, Si fece aprir le vene, e poche accolte Stille di sangue nella man tremante, Ne sparse il suolo, offerendole a Giove Liberatore—indi si volse a noi Meravigliati, e disse: Addio! voi lascio In prava età; vi giovi affrancar l’animo Con forti esempi.—Tu, Nerone, or senti Se que’ detti imparai.—Cotali infamie Operi tu nelle poche famiglie Che restan de’ patrizi; e potrei dirti Quelle infinite che nel nome tuo Fanno i tuoi sgherri tra i plebei?—E non tremi? Ma il pianto che si versa nei tuguri Dell’oppresso diventa odio, e dall’odio Poi nasce il giorno del final gastigo.
NERONE (dopo averlo ascoltato attentamente, rivolgendosi a Menecrate)
È un artista costui—declama bene E à bella voce.
(Avanzandosi verso Nevio)
T’apro la mia casa Come a compagno; anch’io sono un artista, E conversando insieme, chi sa forse? Noi giungeremo a divenire amici.— Ma dove è mai la bella fuggitiva? Perchè t’ascondi? via, lascia il timore, Più non sono uno schiavo.
VARONILLA
T’allontana.— Tu grondi sangue!
MENECRATE
E questo è falso: usciva Pur or dal bagno.
VARONILLA
Sì, tu grondi il sangue Del padre mio, Cassio Longino!
NERONE
Oh vedi Fatalità!
MENECRATE
Proprio sua figlia!
NERONE
Intendo Il tuo dolore, o giovinetta; eppure Non spesi verbo ad accusar quel vecchio Perchè non lo conobbi. Fu lo zelo Del nostro buon Senato, zelo atroce Spesso—ma necessario.
(Volgendosi a Nevio)
Non è vero, O amico artista?—
(Indi a Varonilla)
Ma in parlarti sono Assalito nel cor da furïosi Impeti di clemenza, e a te concedo I beni confiscati.
MENECRATE (tutto spaventato corre all’orecchio dell’imperatore)
E la mia villa?
NERONE
Ricerca un altro Bruto.
MENECRATE
Ove trovarlo?
NERONE
Basta che sia di pietra.—
(Volgendosi agli altri personaggi)
È omai profonda L’umida notte, come dice il nostro Immortale Virgilio—e vi consiglio, Buoni Quiriti, a ricercare il sonno Entro alle vostre case.
ICELO (nell’uscire, a Varonilla)
A te, fanciulla, Io sarò guardia nella via.
EULOGIO
Salute A Cesare Divino!
NERONE
E tu chi sei?
EULOGIO
Un mercante di schiavi.
MENECRATE (sommessamente a Nerone)
Egli t’aiuta A sostener l’imperio.
NERONE
Va—disgombra Tu pure.
MENECRATE
Aspetterò lungo la strada.
(Varonilla, Icelo, Eulogio, Petronio, Nevio escono)
SCENA VII.
Mucrone, Nerone, Atte.
NERONE (guardando Mucrone)
In quel tuo pingue corpo riconosco Il taverniere; ài ricca la cantina?
MUCRONE
Divo Nerone, per te conservai Falerno Opimïano di cent’anni.
NERONE
Recalo dunque.
(Mucrone esce)
Io son prostrato!
(Siede sopra una panca)
Corsi Come briaco per le vie di Roma, E in quelle oscurità quanti terrori Lasciai dietro i miei passi e quanto sdegno Ne’ mariti gelosi!—Intanto pensa Lo stoico, vigilando arcigno e chiuso Nella sua stanza. Ed a che pensa?—Io rido.— Cosa sarebbe priva d’ogni errore Questa noia che i più nomano vita?
MUCRONE (rientrando con un’anfora)
Ecco il Falerno.
NERONE
Versa—e poscia bevi.
MUCRONE
Un tale onore!...
NERONE
Ciò che stimi onore Nel tuo cervello—altro nome à nel mio.
MUCRONE
E lo chiami?
NERONE
Prudenza.
(Mucrone versa il liquore nella tazza e ne beve un sorso—Dopo una pausa guardando il taverniere che comincia ad impaurirsi)
Ài tu tranquillo Il sonno tuo?
MUCRONE
Fatica lo prepara; Dormo tranquillo.
NERONE (con un grido d’ira)
Ah! tu dormi, o furfante, E dài ricetto nella tua taverna Ai nemici del principe?...
MUCRONE (balbettando)
Che pensi?... Giuro sopra il tuo capo...
NERONE (ridendo)
Basta.—Posa L’anfora ed esci.—
(Il taverniere posa sul desco l’anfora ed esce)
SCENA VIII.
Nerone, Atte
NERONE
Che da questo nappo, Come dai labbri d’una cara donna, Mi sia dato di suggere l’obblio D’ogni uman fastidio!... Il nappo pieno È il maggior dei poeti—e dagli acuti Effluvi della magica bevanda Si crea nell’aria il sogno dilettoso Ch’inebria la mente e ingiovanita L’eleva al regno della poesia!— Mi piace la taverna; quando ride Il mio pensiero, anch’essa mi risplende Come il triclinio imperïale.
(Volgendosi, e vedendo Atte ch’è rimasta sempre silenziosa in fondo della scena)
E stai Lì muta?
ATTE
Ascolto.
NERONE
E non mi lodi?
ATTE (avanzandosi)
Io piango Su te, Nerone!
NERONE
Non ti pigli l’estro Di darmi lezïone di morale Filosofia; da Seneca già n’ebbi Troppe, sebben lo stoico traesse Non conforme la vita ai fieri scritti; Pur morì fieramente. Oh l’opportuna Morte che gli mandai! Quell’ostinato Declamator mi deve la sua fama.—
(Porgendola ad Atte)
Io t’offro questa tazza: un inno al Dio Del piacere!
ATTE (ricusa la tazza; Nerone alza le spalle e la tracanna)
Insensato, il Dio che invochi È il tuo peggior nemico.—Io vo’ parlarti, Unir dovessi la parola estrema All’estremo sospiro; e s’ascoltavi Pur or codardamente le rampogne Del primo ch’incontrasti nella via, Ascolterai me pure.—E sei tu forse Il successor dei Cesari?—Gli oppressi Popoli di Germania, ancor non vinti, Fasciano i corpi sanguinosi, e nuove Nel fondo dei lor boschi impenetrati Preparano battaglie: alla congiura Tendon gli orecchi gli altri confinanti, E l’odio stesso del romano nome Unisce i Galli che ne son vicini Ai remoti Brittanni.—A tanti esterni Nemici dell’imperio aggiungi i tuoi Eserciti, rissosi, malcontenti, E questa plebe che ti sta d’intorno Piena d’odio e di fame. E tu, Nerone, Che fai? Come provvedi alla ruina Che ti minaccia? Tu canti; e allorquando È d’uopo di mostrarsi eroe sul campo Ti piace meglio il plauso tributato All’eroe della scena. Oh, per gli Dei Tutelari di Roma e dell’imperio, Vergognati, Nerone! Esci di questo Ozio una volta, e non per prodigate Vane magnificenze ma per grido Di fatti generosi in te risorga La maestà del popolo di Roma.
NERONE (dando in uno scoppio di riso)
La maestà di Roma! Io ne conosco Una soltanto, e si dimostra al guardo Dai teatri ch’ò alzato e dalle terme; Solida maestà, tormento ai ferri De’ barbari venturi.—In me pur troppo Finisce il sangue della casa Giulia, Ma non degenerai.—Taccio d’Augusto, L’istrïone più abile che mai Recitasse una parte imperïale Sulla scena del mondo; a lui successe Tiberio—un furbo che gittò sugli altri I suoi delitti, e si nascose in Capri Beffatore di Roma e de’ Quiriti. Che dire di Caligola? Volea, Endimïone novo, innamorare La luna, e poi fe’ console un cavallo, E il Senato approvò—forse credendo Che in mezzo a tante bestie consolari Stesse bene un quadrupede.—Mio zio Claudio è un proverbio: istorico e filosofo, Spinse la vista fra gli antichi Etruschi, Ma non seppe gli affari di sua casa. Lui vivo, la sua moglie si sposava Ad un altro, e poichè l’ebbe ammazzata Stupidamente l’aspettava a cena.—
(Riempie un’altra tazza e beve)
Ecco i miei quattro antecessori!
ATTE
L’ombra Degli altri giovi al tuo splendore; puoi Aver gloria immortale, e ti procuri L’infamia?
NERONE
Ignori cosa sïano i morti? Fantasmi ciechi e sordi.—È ver, nel vecchio Mondo abitava la virtù; lo giurano Gli storici, ma quel povero mondo, Com’è destino delle vecchie cose, Più non si trova, e il suo maggior campione A Filippi si dolse amaramente Di morir virtuoso.—In quanto a’ boschi Impenetrati di Germania, abbiamo Aquile da mandare a farvi il nido, E punirem l’ingiuria onde fu reo L’esercito di Gallia. La minuta Plebe, lo so, soffre la fame e impreca, Ma con vôte parole; essa nel core M’ama perchè conosce che non sono Io ch’ò bruciato i campi di Sicilia E dell’Egitto; negherà gl’incensi A Giove Pluvio.—Oh, ancora un altro nappo, Ò sete.—
ATTE
Bevi—inebriati, fanciullo,— E uguale al pazzo esulta della casa Che ti crolla sul capo!—Vuoi vedere L’imperio tuo? lo guarda ne’ frantumi Di questa tazza.
(Piglia dalle mani di Nerone la tazza e la getta per terra)
Fate saturnali Sopra tutta la terra, o genti schiave, E alzate l’inno della gran vendetta. La terribile via del Campidoglio, Che i vostri re salivano in catene, È divenuta via d’una taverna, E la spada di Cesare cadeva Di mano all’ubbriaco successore!
NERONE (tentando di alzarsi e traballando)
Dunque raccogli quella spada; al fianco La cingerò domani, ora m’abbaglia Il lampo suo.—Cacciato ò fuor di sella La brutta cura, che il poeta Orazio Fa galoppar compagna al cavaliero, E mille fantasie tutte gioconde Mi scherzano d’intorno. Atte, va, scegli Le più candide rose, e d’odorata Corona adorna le mie tempie; i fiori Nascondono le rughe, e in questa notte Qual mi chiamasti vo’ parer fanciullo Ed un fanciullo pazzo e innamorato: Spirante voluttà dai cari sguardi, E stanca di sue danze, ella m’aspetta... Egloge!...
ATTE
Di te, pubblico istrïone, Degna è la saltatrice! I baci tuoi Li raccogli dal fango.
NERONE
È così bella Egloge...
ATTE
Bella!
NERONE
E tu, Atte, mi sei In ogni giorno più odïosa.
ATTE
E ardisci Di dirlo a me?
NERONE
Perchè stupirne? il vero Emerge dalle spume del Falerno, Come Venere un tempo uscì da quelle Del mare... Ma non farne grave conto; Benchè odïosa, eserciti dominio Sulla mia volontà.—Tu ridi?—Ancora Non ò potuto ucciderti!
ATTE (andando con impeto d’ira verso Nerone)
Malnato, Ed ài fidanza che non sorga alcuno Che possa uccider te?
NERONE (retrocede spaventato)
Quale maniera D’argomentare è questa?... Ed io son solo, Per Ercole! e potresti... Olà, soldati!... È strano, mi si muove sotto i piedi La terra... E niuno m’ode...—I pretoriani... Menecrate!...
ATTE
Codardo!...
SCENA IX.
Menecrate, Atte, Nerone
MENECRATE (entra e va verso Nerone)
Ò provveduto. Feci condurre una lettiga.
NERONE (abbandonandosi su lui)
O dolce Menecrate, sostieni col tuo braccio L’imperatore... Uccider me!... chi mai L’oserebbe?
MENECRATE (sostenendolo)
Fu sempre un’ardua cosa L’andar diritto e solo quando s’esce D’una taverna.
ATTE
E l’àn chiamato un Dio!
MENECRATE (con un sogghigno, volgendosi ad Atte)
In altri tempi... adesso è men che un uomo.—
(Escono dalla taverna)
Fine dell’atto secondo
