ATTO QUARTO
Reading edition
Il triclinio imperiale—Da un lato della scena una grande apertura chiusa da vetri speculari—Ricche lampade pendono dalla vôlta—Luce e profumi in ogni parte.—È notte—Nerone, Atte, Vinicio Prefetto del pretorio, Egloge, Cluvio Rufo, Menecrate stanno sdraiati sui letti coperti di porpora che circondano il desco sul quale risplendono vasi d’oro e d’argento. I convitati indossano la bianca veste del convito ed ànno la fronte coronata di rose—Schiave anch’esse coronate di fiori, recano le vivande. Suono di flauti e di cetre—Orgia.
SCENA I.
VINICIO
Viva Nerone!
MENECRATE
Il Dio nostro!
NERONE
Spargete Balsami e vino sopra il pavimento.— All’ebbrezza consacro questa notte Ed alla voluttà!
(Al cenno di Nerone alcune schiave recano vasi di vino e di balsamo e li spargono sul pavimento)
RUFO
Inni all’ebbrezza!
EGLOGE
Inni alla voluttà!
NERONE
Portate in giro La mia tazza murrina, e ognuno beva Alla salute d’Egloge.
MENECRATE
Sia fatta Regina del convito.
VINICIO
È facilmente Regina ovunque la bellezza.
NERONE (alzandosi)
L’estro Concitato scintilla poesia: Io sciolgo un inno epicureo.
MENECRATE
Frenate Le vostre lingue.
VINICIO
Canta il vincitore Di Catullo.
RUFO
Ascoltiamo il gran poeta.
NERONE (con tuono di voce e con la esaltazione dell’improvvisatore)
Il più gradito letto È quello del banchetto; Beviamo, amici—e sia la gioia viva, E sia vivo l’amore; Beviam! Presto si muore, Nè crescono le viti del Falerno Lungo la tetra riva Dei laghi dell’Averno. Laggiù più il nostro labbro non si posa Sulla bocca amorosa D’una bella fanciulla.— Amiam; ci aspetta dopo morte il nulla.— Venere santa, a noi co’ tuoi sereni Occhi, d’Olimpo vieni, Perla voluttüosa e meraviglia De la natal conchiglia; Ove non entra lume Di tua beltà, si discolora il mondo, È selvaggio il costume, E il tedio più profondo Si spiega sovra un popolo che dorme.— Ma dove appaion l’orme Del tuo piede divino Ànno vita le grazie, e l’armonia Di tutte l’arti—orgoglio Del popol latino. Sorridi, o bionda Iddia, Il genio mio prepara Alla dolcezza del tuo culto un’ara Sul fiero Campidoglio. Sorridi, o bionda Iddia; di noi più degno È il tuo feminëo regno, Tu sei nostra speranza.— Giove è omai troppo vecchio, e muti stanza.
(Torna a sdraiarsi abbracciando Egloge)
VINICIO
Delizïosi versi!
MENECRATE
Io do il mio voto Per l’esilio di Giove.
EGLOGE
Io bevo al culto Di Venere!
NERONE
Al tuo culto, o bella!
MENECRATE
Udite: Un distico mi scappa dal bicchiere.
RUFO
Un qualche zoppo esametro.
EGLOGE
Chiudete Le delicate orecchie, o dolci Muse!
MENECRATE (alzando la sua tazza)
I vizi e gli anni mi resero stracco; Lascio Venere in pace e inneggio a Bacco!
RUFO
Viva Bacco!
MENECRATE
Scommetto che il buon Rufo È un uom stracco.
NERONE
Prezïosa mirra S’infonda nelle tazze spumeggianti Di vino greco.
(Le schiave recano vasi di mirra e li distribuiscono ai convitati)
RUFO
Al Dio del vino il vino!
VINICIO
È il suo migliore incenso.
MENECRATE
Il vituperio Sulla legge Licinia!
NERONE
Legge degna D’una plebe mendica, e non dell’uomo Ch’è signore del mondo.—Ognun ritenga Come regalo mio la coppa d’oro Che gli sfavilla innanzi.
MENECRATE
E questa io chiamo Magnificenza imperïale.
VINICIO
Viva il padre della patria!
NERONE
Dite meglio: Viva l’artista!
RUFO
A te gli allori!
MENECRATE (presentando la tazza vuota)
Schiava, A me vino!
EGLOGE
E tu sola, Atte, rimani In quel silenzio disdegnoso?
ATTE (sorridendo tristamente)
Eppure Parlai!
NERONE
Niuno t’intese.
ATTE
È rumorosa Troppo quest’orgia.
MENECRATE
Troppo!
ATTE (alzandosi)
Ebbene, anch’io Aggiungerò l’inverecondo grido Ai vostri—anch’io son ebbra, e sento il sangue Che s’infiamma...—A me il tirso e la corona Di pàmpani...—Divenni una baccante.—
NERONE
Così mi piaci.
ATTE
Beviamo! L’allegra Spensieratezza sia nostra compagna Nella vita che fugge, e l’invocata Venere ne circondi di sue grazie E de’ suoi baci... Beviamo! La vita Fugge.—Vedete quella saltatrice, Già sospir delle plebi nel teatro, Poi di Nerone?...—Essa è bella, raggiante Di avvenire e di gioia... Un inno, o amica, Un inno alla tua cara giovinezza! Ahimè, declini mestamente il capo Sul seno del diletto imperatore... T’invito un’altra volta: un inno a’ tuoi Anni!... Non puoi? Che!... t’ingannava adunque La tua speranza?
(Egloge piega il capo sul seno dell’imperatore)
NERONE (abbracciandola)
Qual sospetto!... O mia Egloge!
RUFO
Di mortale pallidezza È coperto il suo volto.
MENECRATE (osservando il posto lasciato vuoto da Atte)
Il caso è strano, Atte si dileguò.
NERONE (con un grido)
Si riconduca A me d’innanzi o viva o morta... Udiste?
(Alcuni schiavi escono)
E tu rispondi, o amata mia fanciulla, Cosa t’avvenne mai?
EGLOGE (con voce sempre più debole)
Sento un atroce Dolore, e la favilla di mia vita S’estingue...
NERONE
Olà, correte...
VINICIO
Un qualche aiuto...
MENECRATE (dopo aver gittato uno sguardo su Egloge)
È inutile.
NERONE
Che dici?
MENECRATE
Medic’arte Nulla può contro quella di Locusta.
NERONE
Avvelenata!... Ciò non sia—non voglio Ch’ella muoia.
EGLOGE
Ma questo vuole il fato Che mi raggiunse.
VINICIO
Infelice!
EGLOGE
Io che tanto Ò amato il sole non avrò più intorno Che fredda oscurità... Povero sogno Della fervida mente!... Ahi, la mia cara Danza è finita!...
(Egloge muore)
NERONE (dopo averla scossa inutilmente)
Morta!... E ancor quell’Atte Non è qui?—Troverò tormenti novi Per lei che à spento la gioconda vita Di questa giovinetta...—Ogni allegrezza Esule vada dalla casa mia, Divellete dai capi le corone, Piangete tutti—io piango!
(I convitati si strappano dalla fronte le corone)
MENECRATE (gittando la sua)
Ed il convito Può dirsi omai Neronïano.
(Il cadavere della saltatrice è adagiato sopra uno dei letti del triclinio)
SCENA II.
I precedenti personaggi, Faonte, Epafrodito
EPAFRODITO
Accorri, O imperatore.
NERONE
E qual spavento è il vostro?
FAONTE
La plebe insorge contro te.
NERONE
La plebe!
MENECRATE
Ahi, razza ingrata!
NERONE (a Faonte)
Narra adunque...
FAONTE
Scorre La ribellione per le vie di Roma; L’ira ministra l’armi, rovesciate Son le tue statue, e ognun dà lodi al nome Di Galba.
NERONE
Maledetta sia per sempre Questa notte!
(Scompiglio.—Alcuni de’ convitati, i liberti e le schiave fuggono; i vasi del convito cadono rovesciati)
(correndo verso Rufo)
O mio buon Rufo, in pregio Io tengo la tua fede, e in tal periglio Non mi manchi...
RUFO
E che chiedi?
NERONE
Va—raduna Il Senato.
RUFO
A quest’ora!
NERONE (spingendolo fuori della scena)
Puoi salvarmi, E metti indugio?
(Rufo esce)
(correndo verso Vinicio)
E tu, Vinicio, irrompi Contro i ribelli con le tue coorti, Avranno l’oro che vorranno.—Intendi? Usa l’ali del fulmine.
VINICIO
Nerone E Roma mi conoscono.
(esce)
NERONE (al buffone che sogghigna guardandolo)
E tu ridi, Menecrate?
MENECRATE
Sorrido degli eventi Ciechi.
NERONE (abbracciandolo con affetto pauroso)
Ti prego, non lasciarmi solo.— Ò bisogno di te.
MENECRATE (scostandosi)
Fragile scudo È il petto d’un buffone.
NERONE
E che vuoi dirmi?
MENECRATE
Che la commedia nostra è terminata, E in mezzo ai fischi; e omai convien ch’io cerchi, Nerone mio, di recitarne un’altra Che porti un nuovo titolo.
NERONE (con un grido di rabbia)
Le scale Gemonie.
MENECRATE (tranquillamente)
E ciò può essere.—Frattanto Permetterai ch’io pigli l’aurea tazza Che m’ài donato.
(Prende sul desco una coppa d’oro e fugge)
NERONE (scagliandogli dietro la sua tazza murrina)
E piglia ancora questa, O parassita infame.
SCENA III.
Nerone, Epafrodito, Faonte
NERONE (ai due liberti)
Almeno voi Non mi tradite!
EPAFRODITO
Giuro che il mio sangue T’appartiene.
FAONTE
Ed il mio.
NERONE
Dunque volate, Percotete le porte di coloro (E sono tanti!) ch’io dalla miseria Ò sollevato a splendide ricchezze: Dite ch’armino i servi e i lor clienti, Io qui li aspetto.
(I liberti escono)
SCENA IV.
Nerone
Eccomi solo.—Ahi, parmi Questo silenzio pieno di spavento!
(Passeggia a grandi passi la scena come uomo che non sa a qual partito appigliarsi. Nel volgersi vede il cadavere di Egloge e le s’avvicina.—Un lontano rumore di tempesta)
Tu dormi intanto sopra il tuo guanciale, O misera fanciulla—ed il tuo sonno È lungo, tristo, senza visïoni. Sonno fatal che non aspetta l’alba...—
(Una lunga pausa)
Eppur sei vaga ancora, e mi sorridi; Brami, o diletta, ch’io pur teco dorma? La tua bellezza m’affanna... Ch’io copra Il tuo sorriso.
(Gitta il manto sul cadavere)
Ed io son solo!—Forse Vinicio giunse in tempo, e la plebaglia Ricacciò nei tuguri d’onde usciva Di stragi desiosa e di novello Imperatore.
(Andando verso la finestra ed aprendola)
Vediam.—Nella strada Tutto tace, e soltanto la tempesta Manda dal cielo lampi e rovinosa Acqua sopra la terra...
(Retrocedendo spaventato)
O me perduto! Le guardie pretoriane della casa La lasciavan deserta... E se fra poco La plebe irrompe qui?
(Un tuono; ripetuti colpi di vento spengono le lampade)
Ch’io mi nasconda! E dove?... Muterò la triclinaria Mia veste in quella sordida del reo, E inginocchiato avanti i miei nemici Implorerò misericordia... E cosa È quest’imperio? Come bella donna Di vil marito, omai l’imperio è merce Che l’avarizia de’ soldati vende A chi più paga. Mi lascin la vita, La prefettura dell’Egitto o d’altra Provincia, ed io saluto il fortunato Mio successore Galba... Galba!—E ad esso Vilmente cederò? Non mi rimane Salvezza alcuna?—Se con un mio cenno Io potessi di furto per le vie Spargere tutte le feroci belve Che stan chiuse nei circhi... Qual paura Nella città!... Che penso? E alcun non torna! Sì nova è dunque la sciagura mia Che più non mi concede nè un amico Nè un inimico?
SCENA V.
Atte, Nerone
ATTE (presentandosi dal fondo della scena)
Io t’offro e l’uno e l’altro; Scegli.
NERONE
E sei tu, perversa?
ATTE
Io.
NERONE
Nè paventi Di me?
ATTE
Non ò tremato quando Roma Paurosa ubbidiva al suo tiranno, E mi pretendi abbietta ora che ognuno Si leva e ti disprezza?
NERONE
Ebben, tu pure Gitta la pietra tua contro il ferito Leone—ma se son per gli altri inerme, Ò ancor per te gli artigli, e vendicarmi Saprò.
(Avventandosi con ira sopra Atte)
ATTE (presentandosi fieramente innanzi a Nerone)
Vediam se l’osi.—Ecco, t’arretri.
NERONE
Ò paura di te: sì, t’allontana, Implacabile donna, a me congiunta Da un avverso destino.—A goder vieni Dell’infortunio mio?
ATTE
Vengo a salvarti.
NERONE
A salvarmi!
ATTE
Io ciò posso.
NERONE
Tu m’illudi, Tu m’illudi, o maligna.
ATTE
Io dico il vero.
NERONE
Il vero!
ATTE
Ài tu coraggio?
NERONE
E ridonarmi Potrai l’imperio?...—Dillo: ai piedi tuoi Mi prostrerò.
ATTE
L’imperio è morto.
NERONE
E quale Salute m’offri?
ATTE (presentandogli una piccola ampolla)
Questa.
NERONE
Che?... un veleno!
ATTE
Lo ricusi?
NERONE
Un veleno! E non è quello Che adoperava il tuo perfido ingegno Contro la poveretta che là giace Senza vita?
ATTE
Nerone è diventato Un uomo pio!—Rammento un’altra notte Ed un altro convito. Andava in giro, Come nel nostro, oscena contentezza: duella degli ebbri. Un dolce giovinetto Ti scherzava dappresso, e tu ridendo A lui porgesti la tua tazza. Ei bevve E spirò. Quell’ucciso si nomava Brittannico.—La tazza racchiudea Veleno: questo.
NERONE
Taci, o maledetta Lingua! E che giova adesso di svegliarmi Intorno l’ombre de’ sepolti?
ATTE
Il fato Miserando degli altri almen ti sproni A sfidare con grande animo il tuo. La vita che menasti è vita piena Di vizi e di delitti, e non v’è d’uopo Di suggellarla con la brutta infamia Del non saper morire—infamia estrema, E non romana. Una sol volta pensa Di qual patria sei figlio, ai suicidi Eroici delle tue vittime, e in questa Ora di prova innalzati per poco Dalla bassezza tua.
NERONE
Che mi consigli?
ATTE
La virtù sola che ti resta: cadi Romanamente.
NERONE
Toglimi dal guardo Quella truce bevanda; mi dà noia Il morire... Ò trent’anni, e m’innamora La vita; quest’amor, se vuoi, lo chiama Codardia, non m’offendo. Io non mi tengo Scolaro degli stoici... Morire! E perchè lo dovrei? Perduto tutto Ancor non è... Perchè vieni a rubarmi Ogni speranza?
ATTE
E in che più speri? Il regno Del tristo è breve.—Se tu m’ascoltavi, Avresti con l’esempio e con le leggi Risuscitato alla grandezza antica Questa Roma bastarda, effeminata, Nell’ozio avvezza di sciupar la gloria Che i padri le lasciarono pugnando In tutti i campi che stan sotto il sole. Ma tu di ciò nulla tentavi, ed ora A chi ti volgi? forse a quel Senato Che rendesti un ignobile consesso D’adulatori e di vigliacchi, pronti A mutare il signor come la toga? Od ai patrizi di cui disertasti Le famiglie più illustri, regalando De’ loro averi le bugiarde spie? Od al minuto popolo che rise Di te, pugillatore nell’arena E guidator di carri?—Ecco—raccogli L’opra che seminasti.
NERONE
Eppure amai Il popolo!
ATTE
E perchè sei solo, e niuno Ti difende?
NERONE
Tel dico un’altra volta: Allontanati, o donna. Più funesta Di Galba e degli eserciti ribelli M’è la tua compagnia.
ATTE (allontanandosi)
Li aspetta dunque, Io ti lascio.
NERONE (correndo a lei preso dal più grande spavento)
Rimani.—Non ascolti Giù nella strada un suon di minacciose Grida?... Mi salva!
ATTE
Io non odo che il rombo De la procella.
NERONE (rasserenandosi)
Ah!... m’ingannai.
ATTE
Fui dunque Tanto infelice di riporre il mio Affetto in uom così codardo? E nota È a te la donna che dispregi?...—Io so Quando, spezzato il fren d’ogni nequizia, Mascherato ladrone andavi attorno Per la città, nè coi minori ladri Partir sdegnavi la mal tolta preda, Io sola, non richiesta e non veduta, Di guardie circondavo e di salvezza Le tue fughe notturne, ed a me devi, A me soltanto, se dalle congiure Che accerchiano la casa dei tiranni Alcuno non sorgea che ti togliesse Prima d’ora dal mondo.—E allor che vide La propria sorte nella tua fierezza Agrippina infelice, e stranamente Immaginò domar l’atroce belva Che nutrì col suo latte, io m’interposi A voi due, risparmiando atto più infame Del matricidio che adempisti poi. E qual mercede ài reso al grande affetto Di questa donna? Con crudel studio Le più tenere fibre del mio core Dilanïasti tutte ad una ad una, E dopo avermi fatto abbietto gioco Delle tue mogli adducesti in Senato D’uomini consolari il giuramento A confermare ch’io non nacqui schiava Ma da stirpe di regi, e ch’ero degna Di sederti dappresso imperatrice. Villano! E ciò ti parve ancora poco, E raccolta dal trivio una venduta E oscena saltatrice, anteponesti Baci volgari alla provata, ardente Onnipotenza dell’affetto mio! Eppure quel tuo cinico disprezzo Non colpiva soltanto, o smemorato, il cuore d’un’amante, ed in quest’ora Ch’àn preparata le tue colpe io sorgo A te d’incontro, io madre d’un tuo figlio.— M’è ignoto se gl’Iddii curan le cose Mortali, ma so ben che la tua druda È là senza la vita e che tu tremi Avanti a me senza l’imperio.
NERONE
Dammi Quel veleno... Alcun giunge... Ah, finalmente!...
SCENA VI.
Epafrodito, Faonte, Atte, Nerone
EPAFRODITO
Ogn’opera fu vana.
NERONE
E che?...
FAONTE
Gli amici O restan sordi entro le lor case, O imprecano al tuo nome.
NERONE
I rinnegati! E Vinicio?
FAONTE
Con pochi pretoriani A te fedeli un argine finora Pose al furor del popolo, ma vinto Dal numero cedeva... Ampia è la strage, E vidi fra i caduti sanguinoso...
NERONE
Chi mai?
FAONTE
Babilio astrologo.
NERONE
Ed è morto?
FAONTE
M’è ignoto; qui volai senza curarmi Di lui.
NERONE
Facesti male... Or si conviene Ch’io fugga... È giunta l’ora mia.
FAONTE
La notte E la tempesta aiuteran la nostra Fuga... vieni.
NERONE (fermandosi avanti il cadavere di Egloge)
O beata nella tua Miseria! O te beata! almen rimani Nella casa di Cesare.
ATTE
Doveva Cesare rimanervi.
FAONTE
Ogni momento Cresce il nostro periglio.
NERONE
Precedete Cauti... io vi sieguo.
(Volgendosi e vedendo Atte che lo accompagna)
E tu pure?
ATTE
Ancor t’amo, Nè posso abbandonarti!
NERONE
E che mi resta Più?...
(Girando gli occhi vede la sua cetra sul desco)
Che resta?—Faonte, la mia cetra!
(Faonte piglia la cetra di Nerone. Tutti escono)
Fine dell’atto quarto
