IL QUARANTOTTO E LE CINQUE GIORNATE.
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Tocchiamo coi nostri studi ad epoche d'indagazione scabrosa, e più che mai sentiamo quanto sia difficile il camminare per ignes.
Parlare della rivoluzione del 1848 senza poterne fare la storia; ricordare fatti di uomini vivi e di uomini morti, colla certezza di non poter rendere nè a tutti i vivi, nè a tutti i morti quel giusto omaggio che richiederebbe giorni e volumi; esporre questa mezza storia e questi mezzi ricordi a giovani che non hanno sentita di quegli eventi neanche l'ultima onda, ed a vecchi, a cui non disdirebbe la frase del poeta: quorum pars magna fui; ecco certamente un'impresa che, come soverchia le nostre forze, così dovrebbe soverchiare il nostro coraggio.
Senonchè un altro pensiero ci risospinge; ed è che dopo avere osato evocare dal loro silenzio tanti e così diversi tipi storici milanesi, da S. Ambrogio a Federico Confalonieri; dopo avere, per quasi tre volumi, agitata la face dei dolori e delle discordie che ingemmarono il nostro passato; potrebbe sembrare una ingiustizia od una viltà il chiudere questo colloquio coi nostri lettori, senza tentare di farli rivivere, almeno per un'ora, in quella sola epoca di combattimento che fu una gloria per tutti, — in quel solo periodo, già pur troppo così lontano, in cui gli animi e i cuori dei nostri concittadini si sono trovati, per molti mesi, uniti da un solo pensiero, scaldati da un solo affetto.
L'Europa del 1886 muove per vie affatto diverse da quelle su cui ci eravamo incamminati trentasette anni fa. Quelle parole d'indipendenza, di nazionalità, di libero scambio, di fratellanza sociale, che allora ci facevano battere il cuore, sono divenute parole antiquate, idee puerili, sulle quali discende l'olimpico sorriso di compassione o di scetticismo degli uomini pratici. Oggi la nazionalità si seppellisce sotto i protocolli diplomatici di Londra o di Berlino; l'indipendenza si porta per l'Asia o per l'Africa a colpi di cannone; il libero scambio fa innalzare a regni ed a repubbliche barriere di dogane protezioniste; la fratellanza sociale si esplica, sotto repubbliche e sotto regni, cercando i modi per cui s'impedisca agli operai stranieri di cooperare coi nazionali nei prodigi del lavoro e dell'industria.
Quelle parole hanno avuto però la loro storia. Forse potranno riaverla. Ad ogni modo, è quando l'egoismo degl'interessi materiali corrode le società e “mena gli spirti nella sua rapina„ che bisogna irrigidirsi dal lato opposto e tenere alta la fiaccola degli ideali. A questi — tosto o tardi — ritornano le nazioni, quando giunge l'ora del dolore e della sventura. Allora piace intrattenersi colle nobili ombre, e trarre da nobili tradizioni la lena per rifare il cammino. E si comprende allora — tardi — come debba vedere disalvearsi presto i fiumi della sua prosperità materiale un popolo che lasci inaridire le fonti della sua morale dignità.
I. LA PREPARAZIONE.
Fra gli abituri che il rinnovamento edilizio di Milano ha trovato sul suo passaggio e che ha irrevocabilmente sacrificato ai tardi orgogli delle vie possibilmente larghe e passabilmente diritte, pochi ormai ricordano due bottegucce da caffè, tanto modeste da non avere quasi neanche un nome proprio, e che perciò si rifugiarono dietro il nome vezzeggiativo delle singole proprietarie.
L'una esisteva dietro gli attuali portici occidentali della piazza del Duomo tra le distrutte vie del Falcone e del Cappello, e si chiamava il caffè della Peppina; l'altra stava quasi di fronte al maggior Teatro, in quel massiccio di case che si dovette abbattere per preparare il giardino dove sorge il monumento a Leonardo da Vinci, e si chiamava il caffè della Cecchina.
Chi avesse frequentato, con ispirito di osservazione, quei due bugigattoli, negli anni che corsero dal 1840 al 1848, vi avrebbe spesse volte notato due gruppi d'amici, stretti a colloqui più intimi degli altri avventori; facilmente occupati a sfogliare giornali, a commentarli vivacemente, a ricevere e leggere biglietti, a scrivere risposte, a mandare e ricevere messaggeri. E forse un osservatore superficiale, pensando alle abitudini del tempo, all'età di quegli avventori, all'ubicazione dei due stabilimenti, avrebbe potuto immaginarsi che tutta quell'attività giovanile avesse per ultimo risultato i sorrisi delle ballerine e delle cantanti che passavano dinanzi al caffè della Cecchina o di deità anche minori che brulicavano nei paraggi del caffè della Peppina.
Eppure proprio in quei due bugigattoli si venivano preparando audacie grosse, e le due società intime che avevano scelti per le loro confidenze i tavolini di quei due caffè rappresentavano su per giù due diverse scuole di movimento politico, che riunendosi avrebbero provocato la rivoluzione del 1848.
La schiera che si radunava al caffè della Peppina usciva direttamente dalle numerose fila della Giovane Italia; e quando v'era a dibattere qualche argomento più geloso o più pericoloso dei soliti, si trasportava nella casa di uno dei suoi più intelligenti e più risoluti centurioni, Attilio De Luigi, dimorante in una delle vie curve e deserte dell'antica Milano, S. Ambrogio dei Disciplini. Lì complottavano, con maggiore o minore efficacia, ma con intera devozione e con intero sacrificio di sè; e l'osservatore vi avrebbe potuto notare, tra gli altri, il dottor Pietro Maestri, allora direttore della Casa di Salute a Porta Nuova, e Alberico Gerli, conosciuto nelle intimità rivoluzionarie col nomignolo di Pepe, e due giovani, che mescolavano la matematica colla politica, Giovanni Cantoni ed Angelo Tagliaferri, e quel fiero Pezzotti, che prometteva ai compagni di uccidersi, se fosse stato arrestato, e doveva più tardi mantenere la parola; vi bazzicavano, con minore frequenza, ma con eguale attività di preparazione, un altro matematico, già più alto nella scienza che negli anni, Francesco Brioschi, e due giovani, destinati a lunga e dolorosa sanzione di patriottismo, Giuseppe Finzi e il dott. Antonio Lazzati.
La Giovane Italia era rimasta ormai la sola fra le società segrete di carattere militante, dopo il naufragio che avevano fatto, colle sconfitte del 18, del 20, del 21 e del 31, i carbonari, i federati, gli adelfi. L'aveva fondata, nel 1832, un giovane, il cui nome cominciava ad essere influentissimo sugli elementi patriottici, Giuseppe Mazzini.
Di fede ardente, di vita immacolata, di pensoso ingegno e di stile concitato, il Mazzini pareva ordito veramente di quella stoffa di cui si fanno gli apostoli. Dedicatosi giovanissimo alla disciplina delle congiure, non seppe uscirne più per tutta la vita, e nella seconda parte di questa meritò il rimprovero di avere qualche volta sacrificato la realtà dello scopo all'amore del mezzo. La sua comparsa nel moto politico italiano era stata veramente una scossa di pila elettrica. Aveva dato alla società che fondava un intento assoluto di unità nazionale; programma che abbiamo visto inalberato anche trent'anni prima da pensatori e da uomini di Stato, ma a cui egli s'era buttato con maggiore speranza d'ogni altro e con quella efficacia di proselitismo che gli veniva dalla parola ardente, dall'aspetto simpatico, dall'onnipotente patrocinio femminile. Quei suoi primi pensieri, raccolti poi in tre volumi, sotto il titolo: Scritti letterarj d'un italiano vivente, avevano ottenuto un grande successo, specialmente fra i giovani, ai quali parevano aprire orizzonti nuovi e larghi, meravigliosamente dissimili dai metodi compassati di letteratura, di filosofia e di critica, a cui si tenevano fedeli i professori dei licei e delle università. Quei nostri giovanili intelletti trovavano a tante cognizioni vaghe, a studi pedanti, troppe volte contrastati dal bigliardo, uno scopo nuovo, imprevisto, tratteggiato con enfasi, — la patria. Non era più l'arte per l'arte. La patria era il faro a cui doveva giungere la navigazione affannosa: l'Italia una e libera, il nodo a cui si allacciavano con iscopi pratici gli studj morali, i progressi fisici, le indagini di storia e di geografia. Con questi ideali nell'animo si studiava di più, e lo studio allargava, colle simpatie pel Mazzini, l'aderenza a' suoi concetti politici, a' suoi organismi di setta.
Così cresceva l'influenza del grande agitatore genovese, che fu per alcuni anni lo spauracchio di tutte le polizie d'Europa. Uomo, che ha lasciato dietro a sè una fama assai contrastata, piuttosto, oseremmo dire, per colpa dell'ambiente che sua. Certo, la contraddizione umana non mancò in lui. Ebbe un indirizzo filosofico di alto spiritualismo, e lasciò troppe volte che dal suo labbro o dalla sua mano uscissero incoraggiamenti, diretti od indiretti, all'assassinio politico. S'era dichiarato pronto a sacrificare per l'unità della patria i suoi impulsi repubblicani, ed è morto nemico implacabile della monarchia che aveva fatto l'Italia. Passerà nella storia come un gran cospiratore che non aveva attitudini di governo, e crediamo che in questa, come in altre occasioni, la storia s'ingannerà. Il Mazzini aveva attitudini di governo; lo ha provato per pochi mesi, reggendo a Roma in situazione difficilissima, con sagacia e moderazione maggiori di quelle che gli si attribuivano. Forse anzi una esperienza più lunga di governo fu la sola cosa che gli sia mancata, per trarre interamente nell'orbita di una salutare efficacia le qualità politiche in lui sepolte sotto una mistica fraseologia. Come cospiratore, era improvvido ed impotente. Riceveva e dava confidenza, con una facilità di cui troppe volte abusarono le astute polizie. Non sapeva conservare il segreto. I suoi biglietti, i suoi indirizzi, le sue giaculatorie venivano sovente in possesso dei commissarj e dei gendarmi, prima che delle persone a cui erano dirette. Credeva ciecamente ad ogni informazione che gli dipingesse sollevamenti pronti, e se ne valeva per prepararne altrove, sulla base di queste ingannevoli cooperazioni.
È l'influenza personale di Mazzini che ha giovato alla patria; il suo ingegno pieno di slancio, il suo prestigio di esule; e soltanto una scuola fanaticamente innamorata d'ogni cosa sua ha potuto confonderne le egregie qualità del cuore e dell'animo con quegli sforzi inorganici, che erano invece il difetto o l'eccesso della sua inesperienza pratica.
A Giuseppe Mazzini l'Italia deve memoria grata e rispettosa per la vita austera, pel lungo esiglio, per l'instancabile apostolato dell'unità politica, per l'alto intento dato ai giovanili intelletti; non per le sue cospirazioni, che non sono riuscite mai, in nessuna parte d'Italia, dalla Calabria alla Valtellina; che dai moti savojardi del 1833 al 6 febbraio 1853 hanno dischiuso innanzi tempo il sepolcro a giovani ed illusi patrioti, gettando sempre piuttosto impacci che ajuti sul sentiero del risorgimento nazionale.
Tornando da questo illustre infelice ai più modesti casi del caffè della Cecchina, bisogna dire che in questo si raccoglieva un'altra schiera agitatrice, non meno generosa e non meno intelligente della prima, ma uscita da tutt'altro ambiente e inchinevole a soluzione diversa. Lì si adunavano specialmente i giovani delle famiglie ricche e patrizie, che sottraendosi alle influenze, generalmente retrive, dei vecchi genitori, guardavano al di là del Ticino cercandovi alleati contro la dominazione straniera. L'osservatore che fosse venuto in questi paraggi da quelli del Falcone, avrebbe facilmente riconosciuto fra gli avventori della Cecchina alcuni dei giovani più eleganti e nel tempo stesso più colti che brillassero nella società milanese: Carlo e Giovanni D'Adda, Giovanni Curioni, Carlo Taverna, i fratelli Guy, Alessandro Porro, i fratelli Prinetti, i fratelli Jacini, Rinaldo e Cesare Giulini della Porta. Questi giovani, per patriotismo e per tradizione politica, venivano in retta linea dalla generazione del 1821; avevano quasi tutti conosciuto e rispettato il Confalonieri, dalla cui vita e dalle cui sventure traevano un esempio alto e quasi un desiderio di patriottici sacrifici. Il loro programma era sopratutto l'indipendenza; ma, determinati a raggiungerla per ogni via, preferivano certamente quella che loro additavano i tentativi del 1821 e che da alcuni anni pareva schiudersi a maggiori probabilità per l'attitudine nuovamente assunta da quell'altro illustre infelice che fu Carlo Alberto, re di Sardegna.
Dopo le amnistie imperiali, erano ritornati in patria, oltre i prigionieri dello Spielberg, altri milanesi distinti che le persecuzioni di polizia avevano per alcuni anni costretto a vivere o a Parigi o a Londra o a Ginevra o a Bruxelles. I Battaglia, i Majnoni, i Rosales, Ignazio Prinetti, Francesco Arese, avendo vissuto lungamente nei centri maggiori della società politica europea, portavano a Milano le impressioni ultime e vere del loro esiglio; un desiderio cresciuto di far partecipare la loro patria ai vantaggi di quella vita larga e intellettuale a cui s'erano avvezzi; e insieme l'intonazione di una politica non meno rivoluzionaria ma più moderata, di quella politica che essi avevano veduto riuscire in Francia e nel Belgio a conciliare le guarentigie della monarchia con quelle della libertà.
Fra questi due gruppi principali d'azione, di cui l'uno penetrava colle sue influenze tutta la parte viva e popolare della città, l'altro avvinceva alla causa dell'indipendenza i potenti interessi e le vaste aderenze interne ed estere dell'aristocrazia lombarda, tenevano una situazione speciale due notevoli individualità, due uomini indipendenti allo stesso modo, ma per diversa ragione, da organismi compatti, — Carlo Cattaneo e Cesare Correnti.
Ingegno facile e largo, indole simpatica piena di scatti, di seduzioni, di entusiasmi e di mobilità, scrittore vibrato ed efficace di proclami, di opuscoli, di bollettini e di almanacchi, dai quali l'opportunità politica e il pensiero patriottico uscivano di mezzo a frasi nuove, a concisioni nervose, a mistiche oscurità e ad audaci eleganze, Cesare Correnti s'era buttato di buon'ora nel movimento e vi stava come uomo determinato a non uscirne senza vittoria. Amico a moltissimi, esercitava su tutti un ascendente che alcuni accettavano dall'ingegno, altri dalla vivace parola, altri da un'attività giunta allora al suo colmo. Che avesse un programma ben definito, nessuno lo saprebbe dire; forse l'ingegno coltissimo non lasciava nascoste a lui le difficoltà che ogni programma in quei giorni presentava e che altri non osava neanche studiare. Ad ogni modo, voleva fortemente l'indipendenza, la rivoluzione; e questo contribuì forse ad accrescere la sua influenza e la sua popolarità; perocchè la gran massa della popolazione, per una certa spensieratezza generosa che fu il carattere distintivo di tutta quell'epoca, costringeva volentieri ogni programma nella sola formola del mandar via gli Austriaci.
Questa conformità, non facile ad ottenersi, fra un uomo di pensiero e una folla di azione, fece del Correnti in quei giorni la personificazione più complessa del movimento. Se la rivoluzione del 48, contro la natura sua e la spontaneità de' suoi scoppj, avesse potuto darsi il lusso di un capo, forse sarebbe stato lui. Certo s'è ben lontani dal poter dire che abbia fatto ogni cosa, ma nessuna cosa importante s'è fatta senza di lui. I vecchi si fidavano del suo ardore, i giovani della sua dottrina. Quella stessa natura di letterato e d'artista, che lo rendeva schivo di politiche rigidità, lo metteva in grado di stare con molti e di agire su tutti con intento di accordo e di cooperazione. Fra il caffè della Peppina e quello della Cecchina era il vincolo naturale, la transizione più utile e più accettata. Coetaneo e condiscepolo degli uni, coi quali aveva divise, sui banchi universitarj, le aspirazioni della Giovane Italia, era accettissimo agli altri, per l'ingegno elegante e per le intime relazioni personali che aveva contratte coi Giulini, con Alessandro Porro, con Francesco Visconti-Venosta. E se agli uni portava l'assicurazione che il programma albertista non avrebbe impedito alla nobiltà milanese di spendere denari e sangue per la battaglia nazionale, garantiva altresì agli altri che nessun vincolo di setta avrebbe frastornate quelle combinazioni che portassero aiuto di armi fraterne e di monarchie militari a un popolo desideroso di combattere e incapace di eccessi. Negli ultimi tempi, questa azione sua, giovata man mano da altri elementi, da altre giovani e simpatiche individualità, da Enrico Besana, da Francesco Simonetta, da Manfredo Camperio, da Luciano Manara, era giunta a risultati completi; sicchè i due centri d'agitazione patriottica si erano, per così dire, fusi in uno solo; o, meglio, s'erano sminuzzati e moltiplicati in altrettanti sub-centri, che, pure annodandosi a quei due principali, assumevano ciascuno iniziative proprie e preparazioni speciali; certi tutti che qualunque impulso, qualunque energia, qualunque imprudenza, avrebbe trovato negli altri centri intera solidarietà, animi disposti ad affrontare responsabilità e pericoli, comunque creati.
Tutt'altra attitudine aveva assunto, e a tutt'altri impulsi intendeva l'animo, Carlo Cattaneo.
Era uomo di vasta cultura, di molta operosità intellettuale, di carattere integro ma diffidente. Come il Correnti, era estraneo a spiccati sodalizj politici; ma mentre il Correnti lo era perchè avrebbe bramato essere con tutti d'accordo, il Cattaneo ne rifuggiva perchè persuaso di avere con pochi solidarietà di opinione. Questi pochi si radunavano la sera da lui: discorrevano molto di scienza e meno di politica; erano gente di studio, piuttosto che di azione; antichi scolari di Gian Domenico Romagnosi, filosofi, economisti, giuristi, innamorati di cultura pubblica e di quesiti morali, ma che un certo orgoglio d'intelletto teneva in parte disgiunti dalle impressioni vivaci ed ingenue a cui la moltitudine si abbandonava con giovanile ebbrezza.
Politicamente, il Cattaneo era agli antipodi da Giuseppe Mazzini. Dove questi voleva unità d'Italia, congiure, impeti di popolo, idealità generose, ma sfumate, di educazione patriottica, quegli voleva ordinamenti di Stati piccoli, energie amministrative sostituite a slanci rivoluzionarj, svolgimento di questioni pratiche e di interessi positivi, di canali irrigatorj, di legislazione commerciale, di finanze precise.
Sulla questione di repubblica o di monarchia, il Cattaneo non aveva allora rigidezza di accentuazione. Vi fu un'epoca, dopo l'amnistia del 1838, in cui parve fortemente inchinevole ad accettare istituzioni autonome e liberali da un principe della dinastia d'Absburgo. E da alcuni articoli suoi sugli Annali Universali di Statistica e sul Politecnico questa disposizione si lasciava, tra il prudente viluppo delle frasi, chiaramente additare. In uno scritto, p. es. del marzo 1839, intorno alla piazza del Duomo, che cominciava a ventilarsi dopo l'incoronazione dell'imperatore Ferdinando, scriveva con uno spirito da cui ogni aspirazione repubblicana pareva esclusa: “Il nome di regno, sovrapposto alle ristrette signorie dei tempi andati, divenne una parola di riordinamento e di concordia; e la Corona Ferrea, non più controversa reliquia d'età remote, divenne già due volte, fra i penetrali del Duomo, segno vivo di forza e di unità.„ Non vi pare di udire un Crispi di quarantasei anni fa, esclamare colla stessa inspirazione di patriotismo: La monarchia ci unisce, la repubblica ci divide? Delle due volte in cui questa Corona Ferrea era stata, secondo il Cattaneo, segno vivo di forza e di unità, una volta s'era posata sopra un capo francese, l'imperatore Napoleone; ma l'altra non s'era posata che sopra un capo austriaco; o Giuseppe II, o Ferdinando I; due epoche diverse, ma una sola dinastia. Rincarava poi sulle stesse idee e sulle stesse disposizioni, soggiungendo: “Una piazza del Duomo, degna del tempio e della città, e del più bello ed ubertoso fra i regni d'Europa, è divenuta un desiderio universale. E la rappresentanza civica interpretò questo pubblico voto, deliberando appunto di aprire una piazza del Duomo e d'inaugurarla col nome del Principe regnante e a memoria del giorno solenne nel quale assunse la nostra nazionale Corona.„
Gli è che veramente, più della repubblica o della monarchia, l'idea politica fondamentale del Cattaneo era lo Stato piccolo, la federazione, l'autonomia. Spirito liberale per eccellenza, gli pareva di scorgere nelle grandi agglomerazioni politiche un pericolo per gli svolgimenti individuali, e, tenero di questi, contro quelle diventava feroce. Non si avvedeva che, restando largo nella questione scientifica, diventava angusto nella questione politica; poichè tutta l'Europa andava di corsa verso le grandi unità, e a non voler inaugurare programma di reazione contro l'indirizzo europeo, bisognava necessariamente, non opporsi ai grandi Stati, ma cercare i modi di far camminare i grandi Stati colle ragioni della libertà.
Si capisce come, dominato da questi concetti, il Cattaneo vivesse, nei mesi che precedettero le cinque giornate, sotto la tenda. Non aderiva alla parte democratica che voleva l'unità mazziniana; non accettava dalla parte aristocratica il progetto del regno dell'Alta Italia.
Forse si gettò alla repubblica per odio di questo; poichè era veramente odio l'opposizione ch'egli moveva a tutto quanto sentisse di albertismo, di piemontese, di unione territoriale coi paesi al di là del Ticino. Nessuno discuteva con maggior passione di lui certe questioni irritanti, su cui si cercava allora da tutti di scivolare: monarchia o repubblica, fusione immediata o dilazione, Statuto o Costituente, Milano o Torino. Pareva che preferisse, per una certa asprezza dell'animo, ingrandire d'un tratto tutte le difficoltà d'una soluzione ch'egli era impotente a sostituire.
S'era fatto da ultimo il vero patrocinatore, il capo d'un programma municipale, d'uno Stato Lombardo, tutt'al più d'uno Stato Lombardo-Veneto. Era ammiratore dell'antico Regno d'Italia, su cui aveva cognizioni nette e profonde, e il suo ideale dell'avvenire non si allontanava molto dall'ideale di quel passato. Il Piemonte in quel passato non entrava e però non trovava posto nel suo avvenire. Quando scoppiò, come un fulmine, l'insurrezione milanese, egli stava scrivendo il primo numero di un giornale, che intitolava Il Cisalpino. Perfin col nome voleva affermare la risurrezione di una compagine territoriale, in cui soltanto egli vedeva tradizioni buone di jeri e speranze migliori per l'indomani.
Chiediamo scusa se ci attardiamo intorno a questa fisonomia, che fu a quell'epoca una delle più discusse, e che fu più tardi una delle più ammirate. Appunto perciò ci pare che meriti quello studio largo a cui gli uomini superiori hanno diritto. Giacchè non è uno dei fenomeni meno strani che hanno segnalato la rivoluzione delle Cinque Giornate, questa metamorfosi che ha prodotto nell'organismo politico di Carlo Cattaneo. Ha trovato un uomo calmo, a istinti pratici, scrittore moderato sotto governo autocratico, l'ha lanciato per alcuni giorni in una specie di fornace ardente, e ne lo ha tratto scrittore furibondo contro governo liberale, uomo politico a forti passioni, consigliero insieme al Mazzini di audacie nazionali, che un patriota non dubbio come Giorgio Pallavicino dovette combattere, che un uomo come il generale Garibaldi dovette respingere come eccessive[52].
Non si potrebbero veramente credere usciti dalla stessa penna e dallo stesso ingegno gli scritti anteriori al marzo 1848 e alcuni degli scritti suoi posteriori, segnatamente quell'opuscolo sull'Insurrezione di Milano, che fa così grave torto alla serietà ed all'equanimità del suo criterio politico.
Negli scritti della prima fase è un ingegno pieno di pensieri; che li svolge con logica vigorosa e mirabile chiarezza di esposizione; che trae dalla scienza europea tutto il meglio ed il nuovo, lo assimila con potente elaborazione, e lo riassume pe' suoi concittadini in opuscoli ed articoli di rivista, certo i più efficaci e i più attraenti del tempo suo. Nella seconda fase è uno scrittore pieno di violenza, che pare abbia perduto il senso delle cose vere e dei fatti possibili; un uomo a cui la foga della passione ha fatto obliare i caratteri che distinguono dal libello il dolore patriottico. Nella prima fase è un benemerito educatore del pubblico; da cui la generazione contemporanea impara a staccarsi dagli antichi metodismi scientifici e a coordinare tutte le conquiste intellettuali ad un nesso civile e patriottico; nella seconda fase, par diventato l'eco d'ogni volgare aberrazione, il fantastico interprete di quelle illusioni e di quelle millanterie politiche, verso le quali affettava negli anni antecedenti un disdegno intellettuale niente dissimulato.
Quale fu la genesi, l'evoluzione di questa mente preclara, or troppo solitaria, or troppo cacciatasi nella folla?
Certo il Mazzini, per esempio, non iscrisse nulla che rasenti contro Carlo Alberto il linguaggio a cui s'è creduto autorizzato il Cattaneo. Il Mazzini, che nella sua famosa lettera a Carlo Alberto gli aveva promesso d'essere nella liberazione d'Italia insieme a lui, ripeteva anche nell'autunno del 1848, che se il Piemonte riprendeva la campagna, lo avrebbe aiutato. E con ciò dimostrava, da uomo politico superiore, di non credere a tutta quella leggenda d'intrighi, di viltà e di tradimenti, che intorno a Carlo Alberto s'era ammucchiata, e che ricorda, per la malata credulità dello spirito pubblico, gli untori del 1630.
Invece il Cattaneo, bollente d'ira dalla prima all'ultima pagina, crede tutto o scrive come se a tutto credesse. Per lui è inganno regio il passaggio del Ticino, tradimento la perdita delle battaglie, malvagia intenzione la venuta del Re a Milano, durante la ritirata finale. I membri del municipio, del governo provvisorio, sono faccendieri, ciambellani, servi di Corte; sono infidi, tentennanti, traditori i generali dell'esercito piemontese. Aveva gridato il 24 marzo, giorno dell'ingresso delle truppe regie in Lombardia: viva il Piemonte, infamia a Carlo Alberto[53]; chiude il suo libro, nel settembre 1848 colla frase: il Piemonte non è necessario.
Par di sognare a leggere oggi, dopo tanta esperienza, da un uomo di tanto ingegno, così grandi fantasticherie. Parla di centomila Italiani che sarebbero venuti, senza i Principi, a combattere la guerra di Lombardia; al Comitato di Difesa, negli ultimi giorni, raccomanda come prima e suprema di tutte le difese, nientemeno che questo: “chiudere le porte, e rompere sotto pena di morte ogni comunicazione coll'esercito del re, lasciandolo operare nella campagna come gli convenisse[54].„ Insomma, è il linguaggio d'un uomo in delirio di rivoluzione, e tale parve a quel venerando Giovanni Arrivabene, quando s'intese dire da lui: “Arrivabene, buone nuove; i Piemontesi sono stati battuti; ora saremo padroni di noi stessi[55].„
Appare tanto più eccentrica questa implacabilità del Cattaneo contro Carlo Alberto, quando si pensa che, proprio in quei giorni, Carlo Alberto era attorniato e acclamato quasi con entusiasmo da quegli stessi patrioti ai quali sarebbe spettato il maggiore diritto, pei casi del 1821, di essere assai guardinghi nella loro amnistia. Giacinto di Collegno e Moffa di Lisio, cospiratori di quell'epoca e condannati per quella, erano ministri suoi e nella sua politica intimità. Giorgio Pallavicino, così atto per l'indole sua e per le acerbe sventure a diffidare del principe al quale s'era nel 1821 inutilmente avvicinato, patrocinava con generoso impulso l'immediata annessione delle provincie lombarde alla corona di Carlo Alberto. E Giovanni Berchet, un altro dei processati e degli esuli, l'autore delle fiere strofe che assalivano il Carignano, supplicava in quei giorni gli amici suoi perchè si stringessero intorno al severo e mistico Re, ch'egli onorava ora pel suo energico patriottismo, quanto lo aveva nel passato percosso di sospetti e di versi.
Infatti questo re, in uggia a molti, indovinato da pochi, celatosi per molti anni quasi a sè stesso, usciva dal proprio paludamento, e si presentava sulla scena, attore preparato a delusioni e a catastrofi, risoluto dopo tante esitazioni, liberale dopo tante influenze di clericato. Giacche egli pure era un patriota; e doveva darne presto la prova nella più alta misura del sacrificio. Non era una religione come il Mazzini, non era un sentimento come il Correnti, non era una dottrina come il Cattaneo; il suo era un patriottismo da principe, non meno vivo perchè si debba presentare sotto forme frenate, più difficile perchè deve affrontare maggiori responsabilità. Un principe ha naturalmente il dovere di cercare che una bandiera di libertà innalzata a vantaggio d'altri, non provochi pericoli contro l'indipendenza dei sudditi proprj. Uomini come il Cattaneo, come il Correnti, come il Mazzini potevano balzare in mezzo ad armi e a congiure, senza che una sconfitta danneggiasse di molto i paesi che spronavano a mutamenti. Un uomo come Carlo Alberto doveva badare che moti intempestivi non aggiungessero in Italia agli Stati già servi quello che i suoi maggiori avevano, nel corso dei secoli, agglomerato e difeso contro durevoli servitù.
I tempi e i documenti hanno già sparso una luce assai più benevola intorno alla parte che spetta a Carlo Alberto nel sobbalzo costituzionale del 1821. È ad augurarsi che interamente chiara riesca a produrla, nella pubblicazione che sta preparando, l'autorevole ingegno di Domenico Berti. Ad ogni modo, se quei fatti avevano reso la situazione personale di Carlo Alberto dolorosa in faccia ai liberali italiani, l'avevano anche resa in faccia all'Austria ed alla reazione europea addirittura pericolosa.
I tentativi del principe di Metternich per dare al duca di Modena, invece che alla linea di Carignano, l'eredità di Savoja, non avevano smesso un istante. Abbiamo visto prima d'ora l'acuta ed insidiosa insistenza con cui s'era cercato dal vecchio diplomatico di strappare al Confalonieri prigione qualche segreto che potesse giovargli contro il Carignano. E forse era una reazione di razza contro questi tentativi, che aveva spinto un re di puro assolutismo come Carlo Felice, a protestare contro ingerenze austriache e a riconciliarsi interamente col principe di Carignano, in quel celebre colloquio al letto di morte, il cui segreto non fu sino ad ora svelato.
Quando salì al trono, poco dopo la rivoluzione francese del 1830, gli occhi di tutti i principi italiani e di tutti i despoti europei si posarono con grande sospetto sopra di lui. L'Austria, dal Ticino, teneva l'indice pronto sull'acciarino de' suoi fucili. Carlo Alberto aveva bisogno di regnare per appellarsi alla storia contro i torti della leggenda; e regnò, ostentando in faccia a questa Europa ostile ipocriti furori di reazione, come i Borboni di Napoli avevano ostentato dieci anni prima ipocriti amori di liberalismo. La storia giudicherà quale di queste due ipocrisie abbia avuto dai fatti successivi maggiori scuse. Onde s'ebbero allora i violenti processi del 1833 e la prevalenza nelle regioni del governo di uomini freneticamente assoluti, il Della Torre, il Della Scarena, il conte Solaro della Margherita.
Ma appena la situazione europea permise qualche alito di liberalismo, e in Italia cominciò una pubblica opinione a preoccupare dei fatti proprj ciascun governo, la politica di Carlo Alberto si accentuò con lento ma sicuro cammino verso la guerra d'indipendenza.
Già nel 1838, all'epoca dell'incoronazione, Carlo Alberto non aveva voluto venire, cogli altri sovrani d'Italia, a Milano. Nel 1840, rifiutava d'inserire nella Gazzetta Ufficiale del Regno una dichiarazione del governo austriaco, il quale minacciava di intervenire in qualunque territorio italiano dove scoppiassero dei movimenti. Nel 1844, diede al suo ministero una spinta liberale assai notata, chiamando a reggere gli studi Cesare Alfieri, le finanze Ottavio Revel e l'interno Luigi Desambrois, nomi che si sarebbero ripetuti con lode anche durante l'epoca statutaria. Nel 1845 iniziava contro l'Austria una lotta economica, nella quale i sali ed i vini erano pretesto per affermare con altere parole l'indipendenza della politica sarda. Nel 1846 riceveva Massimo d'Azeglio, parlandogli linguaggio italiano; e più tardi, salito Pio IX sulla cattedra di S. Pietro, scriveva al marchese Villamarina: “Una guerra d'indipendenza nazionale che si unisse alla difesa del Papa, sarebbe per me la più gran fortuna che mi potesse toccare.„ Frattanto il Gioberti, il Balbo, il Durando pubblicavano i loro libri, per allora audacemente patriottici. Ilarione Petitti e Camillo di Cavour scrivevano di strade ferrate come di avviamenti a solidanza italiana, si fondavano l'Associazione Agraria e l'Antologia italiana, in cui gli uomini di pensiero scrivevano e parlavano liberamente; si udivano insomma i primi rintocchi della rivoluzione.
Queste notizie cadevano l'una su l'altra sugli animi già commossi in Milano, ed ognuna aggiungeva un'esca al fuoco, un proselite al movimento. Nè soltanto le cose del Piemonte agitavano, ma fatti e notizie piovevano da ogni parte, dall'Italia come dall'Europa; nascevano in casa. Sorto il pensiero dei Congressi scientifici nelle varie città, Milano l'ebbe nel 1844; e lo presiedette, con intenti e destinazione piuttosto di politica che di scienza, il conte Vitaliano Borromeo. Molti Piemontesi erano venuti allora a Milano; il Petitti, amicissimo di Alessandro Porro, presentò ai nostri gli amici suoi, e il Brofferio fece stupire per la vivacità e la libertà dell'ingegno. I Piemontesi del 1844 fecero affatto dimenticare le diffidenze del 1821 e il programma della Cecchina cominciò a prevalere su quello della Peppina.
Poi spesseggiarono le notizie più gravi e i commovimenti di carattere europeo. L'occupazione di Cracovia e le stragi, — pensatamente provocate dal governo austriaco, — dei proprietarj polacchi, indebolivano tanto in Europa la politica del principe di Metternich quanto aumentavano la ragionevolezza delle nostre proteste e la simpatia che la nostra causa inspirava. Nella Svizzera, la guerra del Sonderbund dava trionfo agli elementi liberali, e si guardava con inconscia speranza a quelle milizie vincitrici così vicine, a quegli ufficiali così propensi a guerra di libertà. L'anno 1846 era stato, per condizioni climateriche, assai sventurato; il prezzo dei grani accennava a bisogno di classi popolari; e le nostre signore, doppiamente entusiaste per la carità e per la politica, raccoglievano denari, cucivano abiti, portavano soccorsi negli ospedali e nelle case, frammischiando alla parola del conforto quella parola della concordia ch'era nell'animo di tutti e che si rivolgeva contro un nemico impotente a trattenerla su labbra gentili.
Finalmente la morte di Gregorio XVI viene a stappare l'ultima valvola del movimento italiano. Il 13 giugno 1846 s'era aperto il Conclave e il 15 era già nominato il nuovo Papa. La pressione dello spirito pubblico era stata così viva che il consesso cardinalizio aveva dovuto ubbidirle. Quella politica papale tutta a processi, a sbirri e a sanfedisti, che era stata lo sforzo di Gregorio XVI, non poteva reggere più. Tutti lo sentivano, ma nessuno osava dirlo.
L'osò uno statista italiano, che l'ingegno suo e l'amicizia di Guizot avevano fatto ambasciatore del governo francese. Pellegrino Rossi, complimentando il Conclave, in nome del corpo diplomatico, uscì dalle forme tradizionali fino a dire “essere miserabile la situazione degli Stati Romani, gravi i falli del governo passato, urgenti i bisogni del popolo, necessarie le riforme.„ Chiuse augurandosi, in nome degli Italiani e del corpo diplomatico “che il Conclave scegliesse un uomo capace di comprendere la grandezza del tempo e la volontà delle popolazioni.„
Un tale linguaggio sulla bocca di un tale uomo era fatto per produrre molta impressione sugli eccelsi elettori. Videro che bisognava far presto e sceglier bene. Abbandonate le antiche gare e gli antichi partiti, il Conclave si divise subito in due schiere: l'una che voleva un Papa riformatore, l'altra che voleva un Papa di resistenza. Il cardinal Lambruschini era il candidato di quest'ultima schiera; gli altri erano incerti tra il cardinal Gizzi e il cardinale Mastai. Parendo più probabile la scelta del primo, l'ambasciatore d'Austria si affrettò a buon conto a valersi del suo privilegio per escluderlo. E un biglietto ricevuto dal cardinal Lambruschini sotto la doppia etichetta d'una bottiglia di Champagne, lo incoraggiava a lottare, poichè era in viaggio il cardinale Gaisruck arcivescovo di Milano, che avrebbe col suo grande ascendente rafforzata la schiera conservatrice.
Ma, poichè è destino che in ogni cosa debba cercarsi la femme, anche il cardinale Bernetti, di parte liberale, riceveva, nel manico cesellato d'un coltello da tavola, da cui si strappava la lama, un altro biglietto d'una principessa romana, amica sua, in cui lo pregava a votare e far votare pel cardinale Mastai[56].
La lama di coltello vinse la bottiglia di Champagne; e la parte riformatrice del Sacro Collegio votò compatta pel Mastai-Ferretti con 36 voti sopra 51. Le premeva di non lasciar giungere cardinali avversari. E infatti il cardinale Gaisruck passava in quel giorno i confini della Toscana. Aveva in tasca l'esclusione austriaca pel cardinale Mastai. Quante cose diverse al mondo se il cardinale Gaisruck fosse partito da Milano un giorno prima!
Il nuovo papa Pio IX giustificò subito, coi suoi primi andamenti, le speranze che la sua elezione aveva destate. Riforme, amnistie, larghezze di stampa e di riunione, parole di pace e di progresso che uscivano da quelle labbra, da quelle sale, risuonavano per tutta la penisola e afforzavano dappertutto il programma dell'indipendenza e delle riforme interne. In sei mesi, Pio IX era l'uomo più popolare d'Italia; non v'era angolo di paesuccio dove il suo ritratto non fosse appeso alle pareti; non v'era donna o fanciullo che non portasse medaglia o anello o ciondolo coll'immagine sua. Tutto si faceva coll'invocazione, sotto il patrocinio di Pio IX; e nulla può dare un'idea del fremito di emozione che corse dalle Alpi all'Etna, quando s'udì che dal Vaticano il Pontefice aveva detto ad alta voce: benedite, gran Dio, l'Italia.
Fu un terribile quarto d'ora pel vecchio e cocciuto principe di Metternich, il quale diceva al marchese Ricci, inviato sardo: che al mondo aveva tutto preveduto, — tranne un Papa liberale. Proprio questa tegola gli cadeva sul capo; ed egli non potè renderne men grave il colpo. Mandava a Roma esortazioni e ammonimenti che il cardinale Gizzi, Segretario di Stato, riponeva sotto il calamajo. Sperando meglio dall'antica violenza, ordinò al maresciallo Radetzki di occupare la cittadella di Ferrara, come avvertenza minacciosa di non lontano intervento. Fu peggio che mai. Protestò virilmente il Papa; protestò la diplomazia; Carlo Alberto offerse le sue truppe a Pio IX, per respingere gl'invasori; principi e popoli italiani furono d'accordo contro l'Austria e a favore del Papa; Radetzki dovette sgombrare la cittadella occupata, e questo nuovo scacco della politica di reazione finì di eccitare al più alto grado l'entusiasmo delle popolazioni.
Allora si produsse in Lombardia un fenomeno, che non ha il suo simile nella storia. Un popolo schiavo che diventa libero per la forza della sua fiducia. Una città che diventa un sol uomo; e quest'uomo che diventa un fanciullo, colla sua spensieratezza, col suo coraggio, colla sua innocente allegria.
Quella gran potenza dell'Austria faceva ridere. Se ne burlavano i monelli nelle strade, la sfidavano spose e fanciulle dai loro balconi o nei ritrovi pubblici. Ogni giorno se ne inventava una. Dopochè la religione aveva sanzionata la politica di liberazione, e il clero milanese s'era unito di cuore ai propositi ed ai preparativi della popolazione, tutto parve lecito, nessuna cosa imprudente o impossibile.
Un giorno veniva da Roma notizia di qualche liberalità del Pontefice, e le signore comparivano subito in teatro coll'abito bianco e giallo. Era la notizia della costituzione di Napoli? tutti gli uomini portavano in un batter d'occhio il cappello alla calabrese. La polizia proibiva i cappelli, e tre giorni dopo tutti vestivano abiti di velluto-cotone della fabbrica di Vaprio. Che cosa voleva dire? nulla; ma la polizia se ne inquietava ed era una ragione per farlo. Chi desse queste istruzioni, chi regolasse queste dimostrazioni, non si sapeva e non si cercava di sapere. Erano nell'aria, nell'istinto, nel cuore. Uno sconosciuto vi mormorava nell'orecchio: domani a Porta Nuova, e si andava a Porta Nuova; vi mettevano nelle mani un bigliettino: stasera in piazza del Duomo, e la piazza del Duomo si stipava di gente. A far che? non sempre lo si sapeva; nulla, molte volte; ma questa concordia di voleri, questa facilità di comunicazioni e di diffusione era una gran disciplina. Bisognava pure sapere se ad un dato momento, se nell'ora del bisogno, del pericolo, i direttori di una rivolta avrebbero potuto contare sulla popolazione, sull'attitudine sua a moversi, a credere, ad ubbidire. A ciò giovavano le dimostrazioni. E chi le pensava o le dirigeva — se erano pensate o dirette — compieva ufficio serio e patriottico; esercitava a manovre senz'armi un popolo a cui presto le armi dovevano darsi.
Per non so quale costituzione italiana, si disse un giorno che la domenica successiva bisognava andar tutti in Duomo all'ultima messa. La polizia fece spargere voce che avrebbe mandato travestiti trecento satelliti, i quali, al menomo grido, avrebbero menato le armi a dritta e a sinistra. Forse diecimila cittadini si assieparono in Duomo, un migliajo di donne, nobili e popolane; e sulla piazza, dinanzi al palazzo vice-reale, erano puntati i cannoni, intorno e dinanzi ai quali si fermavano, con disdegnosa noncuranza, i cocchj dei dimostranti.
Il governo fremeva; aveva soldati e bombe e forche e guardie di polizia, e non riusciva ad impedire una dimostrazione, a spaventare un monello. Domandava a Vienna che cosa si dovesse fare, e da Vienna rispondevano, meravigliandosi che non sapesse fare. Voleva trovare ad ogni costo il Comitato che metteva in tutto questo subbuglio la città. Si disse allora — o probabilmente un bello spirito immaginò — che un cittadino, affermando ad un commissario di polizia la sua conoscenza dei segreti del Comitato, lo avesse condotto sulla guglia del Duomo, e di là, mostrandogli il circuito delle mura, gli avesse detto: eccovi il Comitato! Si stampavano e s'introducevano libri, pubblicazioni, che il governo sapeva distribuite a migliaja e che non riusciva a sequestrare. Le poesie del Giusti, gli scritti del Mazzini, del Guerrazzi uscivano da tipografie clandestine. Il Nipote del Vesta-Verde creava a un linguaggio convenzionale che gli Austriaci non capivano e che al popolo dava tono e speranze. Il Correnti scriveva l'Austria e il suo avvenire, il Torelli i Pensieri sull'Italia (Anonimo Lombardo), Anselmo Guerrieri, l'Austria e la Lombardia, Luigi Sala intimava, in un opuscolo Un ultimo consiglio all'Austria, le condizioni a cui avrebbe potuto il movimento rivoluzionario rallentare del suo cammino e della sua energia.
E il governo non sapeva nulla, non trovava nulla. Arrestava a tentoni, sbandiva ora l'uno ora l'altro, credendo di colpir giusto. Frugava nomi tra la borghesia e la nobiltà; ora mandava a domicilio coatto Ignazio Prinetti e Manfredo Camperio; ora deportava il conte Rosales, il marchese Soncino, il principe Falcò.
Ma il Comitato non si trovava; le dimostrazioni continuavano; i monelli crescevano d'audacia e d'impunità. Sulla porta della casa Arconati, dove abitava il maresciallo Radetzki, s'era scritto, proprio a ridosso della sentinella: appartamento d'affittare; ogni notte l'Uomo di pietra era fregiato di motteggi e di bosinate; infamia a Bolza, fu trovato una mattina inciso in pietra dinanzi alla porta della sua casa; da un balcone di un palazzo disabitato sul corso di Porta Romana penzolò per molte ore un pomo appeso ad un filo, colla leggenda sopra un cartello: il pomo è maturo.
Gli studenti liceali erano oggetto di molta sorveglianza; ma era materia difficile a plasmare. Un giorno, nel liceo di Porta Nuova, compare con gran solennità il conte Folchino Schizzi, Direttore delle Scuole; Achille Mauri, che faceva la sua lezione, cessa di parlare senza scendere dalla cattedra. E noi zitti e attenti. Il conte Schizzi, dopo un preambolo, ci spiega che il governo non può approvare, — probabilmente per le condizioni dell'Europa — l'abitudine da noi presa di portare la fibbia del nastro dei nostri cappelli a sinistra piuttosto che a dritta. In un baleno le fibbie furono slacciate e i nastri piovvero a dozzine sul pavimento. Il conte Schizzi si ritira in buon ordine. Ma il giorno dopo s'era inventato di portare il cappello senza nastro e di strisciare a rovescio una parte del pelo, in modo da sembrare una piuma. La polizia s'inquietò ancora di queste piume. Rinunciammo ai cilindri e adottammo il cappello all'Ernani. Si sarebbe continuato così per mesi ed anni.
I giovani, a cui l'esperienza odierna dei pubblici affari è stata maturata dalla fortuna di libertà già fatte e di più facili studj, potranno certamente sorridere di queste politiche e di questi entusiasmi. Ma gli uomini che vi sono passati attraverso, colla coscienza di aver preparato con quegli entusiasmi la possibilità delle future politiche, una cosa sola desidererebbero: poter cambiare qualche anno di vita con una settimana di quella sublime spensieratezza; con un giorno di quella forte voluttà della patria, cui nulla allora turbava, — nè tarlo di sfiducia, nè ire implacabili di fazione, nè presagio d'incredibili indifferenze.
Stanca di far ridere, l'Austria cercò di far piangere. E vi riuscì. Quello a cui non riusciva mai, era d'impedire, di trattenere.
In tutto l'anno 1847 di collisioni sanguinose non v'era stata che un'occasione, l'8 settembre, quando si celebrò con grande solennità civile e chiesastica l'ingresso dell'arcivescovo Bartolomeo Romilli.
Il cardinale Gaisruck era morto alcuni mesi prima; austriaco di nascita e di convinzioni, ma uomo assennato, benevolo, conciliante, largo nelle idee religiose e nel consorzio sociale. Lo si diceva, — con fondamento — figlio illegittimo dell'imperatore Leopoldo; certo del padre aveva le tradizioni prudenti e riformatrici nelle questioni ecclesiastiche. Voleva i preti in chiesa; avverso ai conventi, che nella sua diocesi, finchè visse, non lasciò pullulare, teneva in casa sua riunioni settimanali, di uomini e di signore. Migliore nel complesso del successore suo; ma questi era italiano, era nominato da Pio IX; bastava perchè destasse senz'altro l'entusiasmo o le forme pensate dell'entusiasmo. L'illuminazione, la folla, le grida diedero sui nervi alla polizia. Viva il Papa, era allora un grido fazioso, ma era quello che sopratutto i popolani ripetevano con maggiore frequenza. Il direttore generale Torresani se ne aperse coll'antico stromento d'ogni iniquità poliziesca, il conte Bolza. Questi era uomo spregevole; padre di famiglia, viveva in concubinato e lasciava che la moglie si procurasse compensi; spartivano gli utili. Il governo austriaco se ne serviva, ma lo dipingeva sinistramente; in un rapporto, trovato in seguito, fra gli atti della Direzione generale di Polizia si dice di lui: “Suo idolo è il danaro, da qualunque parte venga, poco importa; napoleonista fanatico sino al 1815, dopo, austriaco in egual grado, e domani turco, se entrasse Solimano in questi Stati; capace d'ogni azione, tanto contro il nemico, quanto contro l'amico; non si conosce la sua morale nè la sua religione.„ Turco non divenne, perchè Solimano non era venuto; ma è morto vecchissimo, pochi anni fa, a Menaggio, in odore di repubblicano.
Il Bolza era però uomo risoluto e non recedeva da nulla. Appostò parecchie dozzine di satelliti nel cortile dell'arcivescovado, e quelli, ad un ordine dato, uscirono sulla piazza Fontana e calarono sulla folla fendenti di daghe. La folla, inerme, reagì; l'arcivescovo, inorridito, scese tra il popolo a rimpiangere, a benedire; e la scena si ripetè per due giorni. Parecchi rimasero feriti, uno fu morto. Il municipio denunciò i fatti al Governatore, protestò altamente contro i soprusi della polizia. S'incoarono processi contro arrestati, e i processi finirono, — pure essendo tribunali austriaci — colla condanna di agenti di polizia.
Nel complesso, quei fatti non ebbero altra conseguenza che di stringere in maggiore solidarietà le masse popolari coi patrizj e coi borghesi, di rendere più intenso ed universale il proposito della rivoluzione.
Visto che quel sangue non era bastato, si deliberò versarne in maggior copia. E poichè della polizia trionfavano i tribunali, entrò di mezzo l'esercito ad assumere francamente il cómpito dell'assassinio.
Il maresciallo Radetzki da lungo tempo domandava sussidio di truppe e poteri militari straordinarj, per sostituire quella che gli pareva fiacca politica dell'autorità civile, del Governatore, del Vicerè. Si vantava che avrebbe fatto rinnovare a Milano le stragi di Tarnow; e infatti s'era inviato a Pavia per contenere gli studenti il colonnello Benedek, trucemente mescolatosi in quelle stragi, e a Brescia si mandava un giudice Breindl, fratello al noto carnefice degli insorti polacchi.
Ma il Metternich si baloccava in dispacci. Aveva pensato e scritto per quarant'anni che gl'Italiani erano impotenti a battersi, e non voleva all'ultima ora ammettere d'essersi potuto ingannare. Per far qualche cosa mandò un diplomatico, il conte di Ficquelmont. E se ne attendeva mirabilia. Sono veramente miserabili le istruzioni che dettava, in circostanze così imponenti, il principe di Metternich. Al Vicerè scriveva essere chiaro che “le Gouvernement lombardo-vénitien reste paralisé s'il lui manque l'élément politique et diplomatique. Il fallait donc offrir à Vôtre Altesse le concours de la diplomatie, et c'est pour cela que le comte de Ficquelmont a été mis à votre disposition. Je n'aurais pas pu faire un meilleur choix.„
A questo inviato poi, che doveva essere il tocca e sana del Governo lombardo-veneto, dava norme e informazioni meravigliose per ingenuità. Lo incaricava, a quei lumi di luna, di “chercher à faire rentrer le Piémont dans notre alliance.„ Trovava tutto il guajo in due cose: l'influence du club des Lions e le manque d'action gouvernementale chez ceux qui sont chargés de gouverner. Dichiarava che se avesse governato a Milano, non avrebbe esitato — coraggio antico — a chiudere il club; e, quanto al secondo guajo, ordinava con un decreto una Conferenza giornaliera a Milano, composta del Vicerè, del Ficquelmont, del generale Wratislaw, del Torresani e del barone Salvotti; metteva questa Conferenza in relazione diretta con un'altra che si teneva a Vienna sotto la presidenza del conte di Hartig. E, avendo così regolato con due organismi burocratici l'action gouvernementale, credeva d'essersi liberato della rivoluzione.
Questa intanto aveva preso, dalla missione stessa del Ficquelmont, un avviamento anche maggiore. Agli antichi centri d'agitazione patriottica, della borghesia, del patriziato, del clero, dei popolani, se n'era aggiunto un altro, l'ultimo al quale si avrebbe potuto pensare, l'unico che mancava: l'alta burocrazia, il partito conservatore. L'Austria non aveva più nessuno per sè.
Alla Congregazione Centrale, larva rappresentativa di città e di provincie, che aveva posto e grado e uniforme di magistratura governativa, un bergamasco, il consigliere Giovan Battista Nazzari presentò formale istanza perchè “scegliesse una Commissione, composta d'altrettanti deputati quante sono le lombarde provincie, incaricata di redigere un rapporto sulla condizione del paese e sulle cause del malcontento del popolo.„ Come si vede, la proposta era discreta. Una Commissione! quante non se ne nominano al dì d'oggi? Pure, la situazione era così piena di brage, che l'atto parve audacissimo e destò un altro entusiasmo. La Congregazione Centrale accolse subito la proposta; le Congregazioni speciali delle varie provincie vi fecero adesione; il Governatore tentò invano di snaturare la proposta; Nazzari tenne fermo, e al suo domicilio furono portati quattro mila biglietti di visita. Il maresciallo Radetzki dichiarò che quei quattro mila biglietti esigevano quaranta mila soldati.
La mozione, discussa e votata dalla Congregazione Centrale, conchiudeva a quella domanda di Costituzione speciale pel Lombardo-Veneto che il generale Bellegarde aveva promesso fin dal 1814 e che era stata così slealmente dimenticata.
Ma il principe di Metternich aveva, sulla questione lombarda, altre idee. Scriveva al conte di Ficquelmont[57]: “Voulez-vous un jugement de ma part que vous n'avez peut-être point encore entendu prononcer, et qui, à mon avis, renferme la vérité sur l'une des grandes fautes commises par notre Gouvernement dans ses relations avec ses administrés italiens? vous le trouverez dans ce peu de mots: “Nous les avons ennuyés.„ Le peuple qui veut le panem et circenses ne veut pas être ennuyé. Il veut être gouverné avec une main ferme et amusé.„
E per tradurre in pratica un programma così solennemente annunciato, il principe di Metternich e il conte di Ficquelmont deliberavano la grave risoluzione politica di mandare a Milano.... Fanny Elssler, prima ballerina nel teatro alla Scala.
A questa gran macchina politica rispose uno dei soliti inviti anonimi, di cui amiamo citare un brano perchè ci riconduce nel più fitto di quel singolare movimento:
AI MILANESI.
“Un altro sacrificio, fratelli! Bisogna assolutamente astenersi dal teatro alle rappresentazioni dell'Elssler. Cedete il luogo ai Tedeschi che vorranno applaudirla anche in nome nostro. L'Elssler fu benefica verso i poveri, ed abbiasi tutta la riconoscenza, non il sacrificio del nostro decoro. Perchè non si possa dire: i Milanesi furono vinti dai vezzi di una ballerina, è necessario esserne lontani. La silfide può diventare una sirena ed ammaliarvi. Il silenzio di mille può essere guasto dall'applauso di pochi.„
È inutile soggiungere che il consiglio fu rigorosamente rispettato. La Elssler danzò ad esclusivo uso e consumo degli ufficiali austriaci. L'impresa della Scala fu una delle prime vittime del patriotismo. In una di quelle sere non s'aprirono che quattro palchi e si fecero nove biglietti. Una sera soltanto, gran folla e grande allegria; tutti i palchi pieni di dame. Gli ufficiali austriaci non sapevano che pensare di questa novità; — era giunta la notizia dell'insurrezione di Palermo. Il teatro tornò vuoto il giorno dopo.
Fu ai primi di gennajo che il dramma volse a tragedia.
La dimostrazione escogitata pel primo giorno dell'anno era di carattere più serio delle altre. Bisognava astenersi dal fumare, per danneggiare anche ne' suoi cespiti più vitali la finanza degli oppressori. L'invito che a quest'uopo era stato diramato s'appoggiava ad argomenti curiosissimi. Diceva fra le altre cose: “mal s'addice il fumo del tabacco fra le dolci aure olezzanti dei fiori d'Italia.„ La rettorica fu perdonata al Comitato in grazia della politica. Non era un pensiero nuovo. Già fin dal 1760 in Lombardia s'era adottato per alcuni giorni questo partito per dimostrare l'antipatia che suscitava la Ferma Generale. In America, la rivolta delle colonie inglesi era appunto cominciata con un'agitazione di questa natura, astenendosi di prendere il thè per non pagare la gabella che lo aggravava. In ventiquattr'ore, come al solito, il nuovo espediente fu conosciuto in tutta la Lombardia, e dappertutto, come al solito, vi si obbedì. Vecchi ed ostinati fumatori buttarono sulla via le loro provvigioni di zigari e da un'ora all'altra quella che pareva abitudine impossibile a sradicarsi completamente cessò.
Più che il danno, l'ira tolse ogni lume di moderazione alle autorità militari. Senza accordi nè col Fiquelmont, nè col Governatore, nè col Vicerè, trattarono Milano come paese di conquista. Il primo giorno, si limitarono a fare sfoggio di zigari sulle labbra dei loro ufficiali. A questi la moltitudine non si oppose; erano le persone in abito civile che s'invitavano, prima colle buone, poi colle brusche, a gettare lo zigaro. Solamente a un atto provocante di un giovane capitano, uscito da magnanimi lombi, che sulla porta di un caffè[58] affettava di cacciarsi in bocca tre o quattro zigari, fu risposto con una ceffata che ruppe fra i denti gli zigari al petulante ufficiale. Era il conte Gustavo di Neipperg, figlio di quell'Adamo Adalberto, conte di Montenuovo, che trent'anni prima aveva consolato de' suoi omaggi la moglie, non ancor vedova, del prigioniero di Sant'Elena.
Il secondo giorno, torme di sgherri travestiti, di canaglia uscita dalle prigioni, percorsero, provocando, le vie, a zigaro acceso, gettando il fumo negli occhi ai passanti. Alcuni si schivarono, altri reagirono; vi furono baruffe, arresti, ma tutto finì senza sangue. Al terzo giorno, si sguinzagliarono le torve brutalità. Lo Stato Maggiore distribuì trentamila zigari alla guarnigione; poi, venuta la sera, lanciò granatieri, croati, ussari, dragoni per le vie della sventurata città, con istruzione di fumare, di obbligare altri a fumare, di provocare, di usare delle armi. Si può immaginarsi che risultati doveva produrre in quei cervelli ottusi, in quei corpi ebbri, il consiglio d'essere turbolenti, — il disordine imposto in nome della disciplina.
Fu una terribile sera, il cui ricordo, oggi ancora, a 38 anni di distanza, ci scuote l'animo come la visione di una tregenda.
Quei cittadini passeggiavano tranquilli, colle spose al fianco, coi bimbi innanzi, sui noti selciati pacificamente percorsi da quarant'anni. Irrompevano soldati, a due, a dieci, a cinquanta insieme raccolti. Uscivano da un vicolo, da una bettola, affrontavano, inseguivano, gridando, agitando braccia, sguainando sciabole, bestemmiando. Le famigliuole fuggivano, le botteghe si chiudevano, le lampade municipali illuminavano di fioca luce la scena. E in quella semi-oscurità accaddero cose orrende. Giovanetti che si vollero obbligare ad accendere uno zigaro, e che, resistendo, vennero colpiti di bajonetta; uomini inoffensivi, padri di famiglia, operaj che tornavano dal lavoro, inseguiti, gettati a terra, percossi di piatto e di punta. Il terrore faceva fuggire alcuni, l'ira e il coraggio facevano resistere altri. Ma erano inermi contro armati, pochi contro molti. La zuffa era breve. Poi s'udiva lontano, dal fondo della via, sorgere e crescere un romore noto e pauroso: la cavalleria. E questa giungeva a galoppo, spazzava le contrade, calpestava i caduti, feriva di lancia chi non era pronto a schermirsi. Poi, i dragoni dai mantelli bianchi si allontanavano, e restavano sulla via deserta, oscura, i poveri feriti, i poveri morti.
Pajono racconti da far paura ai bimbi, e son cose vere! Nessuna parte della città fu risparmiata da questi assassinj. A Porta Comasina, a S. Angelo, a S. Celso, all'Orso Olmetto, sul corso dei Servi. Chi scrive s'è trovato con un amico appiccicato ad uno spigolo della chiusa profumeria di Pasquale Scandelari nella Galleria De Cristoforis, mentre un centinajo di granatieri ungheresi l'avevano invasa e la percorrevano con libertà forsennata. Ebbimo urti e bestemmie e fumo negli occhi, ma nessuna offesa. Un quarto d'ora dopo, a due passi di lì, il settuagenario Manganini, consigliere d'appello e amico del Torresani, ebbe il capo spaccato da un fendente di sciabola. Altrove, trovossi nella folla investita, e perì di lancia, il cuoco del conte di Ficquelmont[59]. Nella Piazza dei Mercanti, un sicario immergeva un pugnale nei cuore ad un fabbro-ottonajo, perchè aveva preso le difese d'un ragazzo maltrattato. Si disse allora e si stampò sulle bugiarde effemeridi che erano stati trenta i feriti in quella occasione. Si sa oggi, pei documenti raccolti, che furono cinquantanove le vittime dell'eccidio, cinque morti sul colpo.
La carneficina del 3 gennajo ebbe un'eco immensa in Italia. In Milano fu veramente il boute-selle, il rullo di tamburo della rivoluzione.
Dal Piemonte Roberto d'Azeglio, autorevole personaggio, rispose, con un brindisi ad una società di fabbri-ferraj, augurandosi che presto non avrebbero solamente usato il ferro come industria, ma come arma contro nemici assassini. A Torino, a Genova, a Firenze, si fecero solenni funerali per le vittime di Lombardia; e accorrevano in grande uniforme i ministri e i diplomatici presso le Corti; da Vicenza, da Verona, da Treviso, dove i funerali erano impossibili, giungevano soccorsi in denaro e indirizzi di fratellanza; le contesse Bentivoglio e Michiel sfidavano a Venezia le ire poliziesche, facendo pubblicamente questue pei feriti di Milano; a Roma, la principessa di Belgiojoso organizzava splendide esequie, a cui interveniva in pompa il gran dignitario ecclesiastico milanese, monsignor Borromeo.
Ma dove le proteste suonavano ancora maggiori di virtù e di efficacia, per l'aperto pericolo, era nella stessa città.
Il conte Gabrio Casati, podestà di Milano, non aveva potuto sfuggire nella giornata del 3 gennajo alle improntitudini della sbirraglia. Preso in mezzo da una pattuglia, mentre alzava la voce contro le ignobili provocazioni, fu trascinato a pugni e a calciate di fucili. Riconosciuto, lungo la via, da un delegato di pubblica sicurezza, non volle essere posto in libertà, ma esigette d'essere condotto innanzi al Direttore generale, barone Torresani, perchè vedesse come agivano i suoi dipendenti. Uscito di lì, corse dove sperava poter trovare pronti gli elementi d'una deputazione, al Casino allora dei Nobili, oggi dell'Unione. Quattordici o quindici persone ivi raccolte lo seguirono tutte, fra le quali ricordiamo Carlo D'Adda, Cesare Giulini, Manfredo Camperio, Enrico Besana. Andarono al vicino palazzo Marino, dove alloggiava il conte di Ficquelmont. Appena entrati nel cortile, le porte si chiudono e si trovano in mezzo ad un vero accampamento, che li guarda con bieca ostilità. Pochi minuti dopo, ecco scendere dallo scalone lo stesso conte di Ficquelmont, accompagnato dal governatore, conte di Spaur. Gabrio Casati si avanza come capo della deputazione ed espone con vive parole lo stato della città e l'eccidio che vi si consuma. Aggiunge fiere ed eloquenti parole il conte Cesare Giulini Della Porta. I due alti dignitarj rispondono imbarazzati, con parole incoerenti: “certo è deplorabile... daremo ordini... ma la colpa è degli individui che provocano le autorità.„ Qui s'ode una voce, quella di Carlo d'Adda che domanda con tono fra l'ironico e lo sdegnoso: “forse che il cuoco del signor conte di Ficquelmont era d'accordo con noi per provocare gli Austriaci?„
Il giorno dopo, le proteste diventano ancora più solenni e più gravi. Il venerando arciprete del Duomo, monsignor Opizzoni, vecchio di 85 anni, si presenta al Vicerè e gli dice: “Altezza, ho visto a' miei tempi i Russi, i Francesi e gli Austriaci invadere come nemici la nostra Milano; ma un giorno come quello di jeri non lo vidi mai; si assassinava per le strade, il mio ministero mi obbliga a ripeterlo, si assassinava.„
Il conte Vitaliano Borromeo, fregiato del più eccelso ordine cavalleresco dell'Austria, scriveva al Vicerè che se non si dava soddisfazione al paese avrebbe restituito il Toson d'Oro, macchiato di sangue. E l'arcivescovo, predicando dal pergamo del Duomo, diceva: “unite le vostre preghiere alle mie, onde quelli che ci governano siano più giusti e serbino modi più umani.„
Forse ancora più significativo e più caratteristico della situazione era il contegno assunto dalle stesse autorità civili austriache, dagli uomini più miti del partito conservatore.
Il conte Giorgio Giulini, padre di Cesare, era uno dei patrizj che nel 1814 avevano contribuito, nella Reggenza di Governo, alla ristorazione del regime austriaco. Ed egli era stato incaricato dal conte di Ficquelmont di presentargli, insieme coll'avvocato Robecchi, un rapporto sullo stato degli animi e sulle misure da prendersi. Questo rapporto era finito e copiato il 1.º gennajo. Lo presentarono il giorno 4 con un breve poscritto che i due onorandi cittadini chiudevano così: “Il sangue scava un abisso fra governanti e governati. Questi possono essere ancora compressi dalla forza brutale; ma il regno della forza è breve.„
Il cav. Decio, consigliere di Governo, presentò le sue dimissioni, allegando di non voler più oltre servire sicarj. Il Delegato Provinciale Bellati, uomo di studj e di coscienza, firmò la protesta pei fatti del 3 gennajo, aggiungendovi una frase dolorosa: “colui che diventò infame pel suo troppo attaccamento al governo austriaco.„ Più vigoroso di tutti, nella schiera dell'alta burocrazia, fu il Procuratore Camerale Enrico Guicciardi[60], che, armandosi d'un articolo elastico del Regolamento organico, denunciava al Governatore i Capi supremi della polizia e dell'esercito come responsabili, per abuso di competenza, degli ultimi fatti; e domandava, con alto sentimento del proprio ufficio, che la sua denuncia fosse mandata a Vienna, qualora il Governatore non si sentisse abbastanza autorizzato a provvedere, contro questi abusi, da sè.
Quella protesta, che infatti venne spedita a Vienna, è un atto notevole per la novità ardita e per l'acuta esposizione dei criterj d'indole amministrativa e politica. Voleva essere, secondo le forme burocratiche, un atto d'ufficio contenente “rispettose osservazioni.„ Ma a giudicare che tono avesse assunta in quei giorni, fra impiegati italiani e superiorità austriache, una “rispettosa osservazione„ basterebbero questi periodi: “.... oltre l'abuso della forza di polizia è intervenuta la forza militare per uccidere e ferire in seguito a provocazioni del genere di sopra da me indicato, per parte di molti militari, od isolati, od uniti in numero ben sensibile„. E altrove: “.... A sedare i disordini si è usata la forza di polizia e la forza militare. Come la medesima siasi usata, è troppo noto all'E. V. Si commisero degli atti che la sola barbara legge di guerra scuserebbe in una città presa d'assalto.„ Chiudeva dicendo: “L'intervento della forza militare, non richiesta da V. E., costituisce per subordinato avviso del procuratore camerale, un abuso di competenza delle attribuzioni esclusivamente demandate dalle Sovrane Patenti all'E. V. perchè fa sottomettere alla polizia militare queste provincie, da S. M. assoggettate unicamente alla polizia civile„[61].
Che cosa fu risposto a tutte queste proteste?
Il Guicciardi fu immediatamente destituito; gli fu negato ogni diritto a pensione e tolta anche la facoltà di esercitare privatamente l'avvocatura. Il Vicerè pubblicava il 5 gennajo un proclama ipocritamente mellifluo, nel quale deplorava “che la condotta dei cittadini paralizzasse le sue più fondate speranze di ottenere dal trono di S. M. benigni provvedimenti.„ Il Comando Militare faceva leggere il giorno 6 alle truppe un Befehl (ordine del giorno) nel quale lodava “l'obbedienza e la fermezza mostrata dai militari nella giornata del 3 corrente.„ L'imperatore Ferdinando pubblicava “non essere inclinato a fare ulteriori concessioni; fidarsi unicamente nella fedeltà e nel valore delle sue truppe.„ Finalmente, al giorno 22 febbrajo giunge l'ultima risposta e l'ultima concessione — la proclamazione dello stato d'assedio col giudizio statario. Il Vicerè, il Governatore, le alte autorità di governo partivano o stavano per partire; il Regno Lombardo-Veneto era consegnato senza guarentigie nelle mani dell'inflessibile maresciallo, che aveva detto, a proposito dei casi di gennajo: tre giorni di terrore, trent'anni di pace.
Qui ha termine lo stadio di preparazione, e comincia lo stadio della rivoluzione, di cui ci occuperemo più innanzi.
In tutto questo cupo periodo, un solo atto di bene scende dalle eccelse regioni del governo straniero.
Da Vienna arriva un giorno un plico suggellato all'ufficio che dirigeva la colletta apertasi pei feriti del 3 gennajo in casa Borromeo. Conteneva diecimila lire, e le mandava l'imperatrice d'Austria, quella Maria Anna, figlia di Vittorio Emanuele I, re di Sardegna, morta due anni or sono.
Ci par bene e giusto ricordare che da una donna, da una italiana, da una principessa di Casa Savoja era partita in quei giorni, frammezzo a così truce ribollir di passioni, l'unica inspirazione alta di politica e di umanità.
II. LA RIVOLUZIONE.
Un moto popolare di natura politica ha bisogno, per essere efficace, di tre diversi stadj o fenomeni: la preparazione morale, la preparazione materiale e l'azione. Sopprimiamo la prima, avremo ordinariamente un tumulto; sopprimiamo l'ultima, resteremo nei limiti di una congiura; togliamo la preparazione materiale, cadremo, nove volte su dieci, in una ribellione repressa.
Il moto milanese del 1848 fu una vera e propria rivoluzione, coronata di successo, perchè non gli è mancato nessuno dei tre fenomeni necessarj.
Abbiamo visto quanta preparazione morale avessero ammassata gli anni anteriori al 1848; dal 18 al 23 marzo l'azione non poteva essere più decisa e più vigorosa; ma il primo trimestre dell'anno aveva veduto svolgersi una preparazione materiale, che sarebbe ingiusto dimenticare, perchè non ebbe minori ostacoli nè minore virtù.
Infatti, le brutalità del 3 gennajo ebbero questo effetto immediato, di persuadere i direttori del movimento che la preparazione morale era completa e di spingerli a tutt'uomo verso la preparazione materiale. Della popolazione non si poteva più dubitare. Aveva chiaro l'istinto della situazione rivoluzionaria, aveva dimostrato di possedere in grado eminente il desiderio e l'intelletto della disciplina. Occorreva quindi stringere accordi rivolti a scopi pratici, avvicinarsi con altre operazioni al momento decisivo, che le occasioni avrebbero determinato.
Rinnovatesi a Pavia le stragi di Milano, una circolare segreta avvertiva che, per evitare nuovo sangue, si sarebbe posto fine alle dimostrazioni di carattere pubblico. “Adesso possiamo aspettare senza vergogna„ diceva; e infatti si aspettò, ma con una aspettazione piena di febbrile energia.
L'intento della concordia s'era ormai raggiunto al di là d'ogni previsione patriottica. I popolani ardevano dal desiderio di vendicare i loro morti e feriti, e traevano da questo stesso desiderio una fiducia, che nulla poteva scuotere, nei misteriosi scrittori dei bollettini. La parte più conservativa del patriziato aveva smesso, dopo il 3 gennajo, ogni esitazione; il conte Vitaliano Borromeo aveva voluto conoscere di persona Cesare Correnti, e in un colloquio tenuto in casa del marchese Anselmo Guerrieri, patrizio di scuola mazziniana e di larghissime aspirazioni, s'erano appianate le ultime difficoltà, schiarite e accettate le ultime modalità del programma.
Bisognavano denari, armi, alleanze; i tre nervi, le tre basi d'ogni guerra.
Le collette raccolte in casa Borromeo avevano fruttato più di 150 mila lire; primo fondo che servì a comperare utensili e mantenere operaj, ad organizzare un po' di spionaggio e di stazioni nelle campagne. Ma non era quella pel momento la maggiore preoccupazione. I forzieri del patriziato si sapevano pronti ad ogni richiesta, e infatti, appena sorsero le occasioni opportune, furono visti gareggiare di liberalità e il duca Litta e il conte Arese e il duca Scotti e il marchese Arconati e il conte Annoni e il duca Visconti di Modrone e quanti insomma avevano pari all'antichità della stirpe o alla tradizione del patriotismo la larghezza del censo[62].
Di alleanze non si poteva cercarne che al di là del Ticino. Un solo Stato in Italia aveva esercito valido e politica indipendente; un solo sovrano aveva mostrato da qualche tempo comunanza di aspirazioni coi rinnovatori lombardi.
Carlo Alberto aveva infatti mantenuta ed accentuata, col progredir degli eventi, la situazione politica e personale da lui presa in Italia. Era sempre il Re cauto, ma deliberato, che fronteggiava l'Austria nella questione italiana. Non aveva smesse ancora le forme assolute di governo, ma se ne valeva per moversi più liberamente nell'orbita sua, con intonazioni democratiche, di cui forse un ministero costituzionale non gli avrebbe lasciato libertà. Visitando Genova, durante il Congresso degli scienziati, s'era lasciato avvicinare, senza titubanza, da un giovane, non illustre allora, ma caldo di patriottismo, che ponendogli la mano ardita sulle briglie del cavallo, gli aveva detto, con voce squillante: “Maestà, bisogna prepararsi a combattere.„ Era Nino Bixio. Assai più tardi, recandosi a Casale per inaugurarvi congressi d'agricoltura, aveva detto a Lorenzo Valerio: “Quando l'ora sarà suonata, monterò a cavallo e combatterò per la patria come Sciamyl combatte nel Caucaso.„
Coi patriotti lombardi aveva sempre conservato indirette comunicazioni, specialmente per opera del suo segretario particolare, il conte di Castagneto, uomo di specchiata probità e di lealissimi sensi, a cui l'Italia deve, per quel periodo, una parte notevole della riconoscenza che sembra avere esclusivamente serbata per altri. Col Castagneto carteggiavano da parecchi mesi alcuni rappresentanti del patriziato, segnatamente il conte Gabrio Casati, col quale si dibattevano, senza chiasso, parecchie delle questioni fondamentali che l'unione presagita del Piemonte e della Lombardia metteva in primissima linea. Dopo il 3 gennajo, parve che a queste relazioni indirette fosse necessario sostituire azione più viva; che all'orecchio di Carlo Alberto dovesse giungere, con maggiore frequenza ed intimità, la parola di chi fosse più attivamente mescolato a tutta la situazione lombarda degli ultimi tempi.
Carlo D'Adda fu scelto a questa missione; ed egli recossi, secondo il desiderio degli amici, a Torino, dove il conte di Castagneto lo accolse con grande simpatia e lo presentò senza indugio a Carlo Alberto. Furono relazioni curiose quelle che si stabilirono allora fra questo Re di diritto divino ed un inviato, senza credenziali, d'un Comitato senza poteri. Carlo D'Adda saliva ordinariamente dal Re in ore eccentriche, in abito dimesso, condotto dal Castagneto per usci secreti, per corridoj polverosi, come un ladro... o come un adultero. Il Re lo riceveva ad ogni richiesta, accettava senza esitazione questi andamenti cospiratorj, voleva informazioni di persone e di fatti, dava assicurazioni, non si sdegnava di consigli. Uscito di lì, ripigliava la maschera severa, il linguaggio riservato e l'occhio freddo del monarca legittimo. Nessuno avrebbe indovinato il patriota sotto quella rigida fisonomia di Re; pochi si sarebbero accorti del Re, intrattenendo famigliarmente il patriota.
Nessuno ha finora raccontato pubblicamente un aneddoto caratteristico.
Un giorno, si aspettavano a Novara certe condotte di polveri, che dovevano essere tragittate in Lombardia. Le polveri non erano giunte col tramite per cui dovevano essere state inviate. Carlo D'Adda riceve un biglietto dal Comitato di Novara; un biglietto, scritto secondo lo stile di quei giorni, come l'impeto dettava, in fretta e in furia: “Nulla è arrivato, Carlo Alberto ci tradisce, come nel 1821.„ D'Adda si reca difilato dal Castagneto e il Castagneto lo conduce difilato dal Re. Ma v'è Consiglio di Ministri, e il Re non può assolutamente ricevere. La cosa pareva al D'Adda pressante. “Vuol far passare quel biglietto nelle mani di Sua Maestà?„ gli dice il conte di Castagneto. L'inviato milanese lo guarda meravigliato; ma l'aspetto severo, sicuro, dell'uomo non gli permette dubbio. E il biglietto crudele, naturalmente anonimo, è portato, in una busta, sul tavolino del Re. Dieci minuti di aspettazione, diciamo pure di ansia. Poi, un servitore gallonato, riporta, chiuso in un'altra busta, lo stesso biglietto, con un breve poscritto di mano reale: “Caro D'Adda, ho dato ordine in questo punto che le polveri partano.„
Quel biglietto è andato smarrito. Oggi sarebbe uno dei documenti più importanti e più curiosi della rivoluzione italiana.
Le polveri non si potevano adoperare senza le armi da fuoco. E a questo pure si pensò in quei due mesi; e se molto non potè farsi, certo si fece assai più che non consentissero le difficoltà e i rischj gravissimi dell'impresa, più che non sia comunemente noto per le pubblicazioni uscite intorno a quei fatti.
Nelle case dei cittadini saranno stati un trecento fucili da caccia, non più; poche pistole, pochissime armi da punta e da taglio; la vigilanza sulle botteghe d'armajuolo grandissima, e tale da non potersi eludere senza provocare immediate misure di cittadino disarmo. Si dovette dunque ricorrere all'importazione od alla riduzione di armi vecchissime ed inservibili, esistenti in casse o in soffitte, talune fin dall'epoca del primo Regno d'Italia. Pure, in poco tempo parecchie case di Milano furono tramutate in depositi d'armi; quasi tutte si munirono almeno di una per le sperate battaglie. I giovani del club della Cecchina trovarono modo, a peso d'oro, d'introdurre in città cento carabine inglesi e se le distribuirono. In casa Trotti, in casa Porro, in casa Dandolo, in casa Spini, nelle case Prinetti, Simonetta, Besana, in cento case v'era accolta di fucili e di pistole; Alessandro Antongini aveva riempiuto d'armi un magazzino fuori porta; ma il difficile era introdurle, e non si potè farlo che lentamente, senza giungere in tempo a farlo completamente. Si recavano i giovani, come a sollazzo, nelle osterie suburbane: rientravano, con apparenze gioconde, portando sotto il tabarro invernale o sotto il panciotto una canna, un calcio, una baionetta, i grilletti, tutte insomma le varie parti del fucile che si sarebbero più tardi ricomposte. Vera giudizio statario; ma chi vi badava? talvolta i pezzi non combaciavano, e la vita s'era arrischiata per nulla; si ritornava il giorno dopo a prendere i pezzi che combaciassero. Si diceva che queste armi erano male fabbricate, che sarebbero scoppiate in mano agli insorgenti nel giorno della battaglia. E altri giovani si prendevano il rischio e il compito di verificare le cose. Andavano in una cascina suburbana, proprietà d'un patrizio, il cui nome non permetteva sospetti austriaci, il conte Mellerio. S'erano procurati la doppia complicità patriottica d'un fittabile e d'un armajuolo; provavano le armi, facevano accomodare quelle che apparivano difettose, le reintroducevano su carri agricoli, preparate e impagliate come peri o albicocchi.
Nelle case poi, smessi gli usati passatempi, le signore fabbricavano cartuccie, gli scienziati preparavano projettili e cotone fulminante; gli esercizi d'arme e lo studio dei manuali militari, delle opere di Iomini, di Montecuccoli, di Dufour, avevano sostituito i componimenti rettorici e la lettura dei trattati politico-legali pubblicati dai professori dell'Università di Pavia. Luciano Manara, Carlo de Cristoforis, Francesco Simonetta attingevano a questi studj coscienza di attitudini e di responsabilità militari; li seguivano, per ardore di belliche discipline, giovani minori d'anni, ma eletti di mente, Pietro Rasnesi, Emilio ed Enrico Dandolo, e quel simpatico e vivace ingegno di Emilio Morosini, che avrebbe certamente occupato un posto notevole nella vita politica contemporanea se una palla francese non gli avesse spezzato, sulle mura di Roma, il giovane cuore.
Dei vivi non parliamo; son molti e prodi. Parlandone, offenderemmo lunghe e silenziose modestie, provocheremmo vibrazioni importune di commossi ricordi. D'altronde agli uomini di quell'epoca una coscienza rimane intera: quella di non dovere, in così grande solidarietà di fatti, rammaricarsi di nulla e di nessuno.
Un popolo intero era riuscito a vincere la legge delle eccezioni; e in un tempo in cui il segreto della patria era su tutte le labbra, non si ebbe ad arrossire nè di una corruzione nè di una viltà. Nessun'epoca della storia dimostrò più validamente come un gran sentimento patriottico equivalga a un gran sentimento morale.
Tutta questa agitazione non era sfuggita e non poteva sfuggire ai dominatori. Sicchè non mancavano tentativi di seduzione, indagini, sorprese, perquisizioni. Ma la complicità di tutti era all'erta contro i pericoli di ciascuno. E quando la polizia si moveva, un istinto, un Nume invisibile indicava dove sarebbe andata a scendere. Il vetturino allungava la strada, il portinaio alzava la voce perchè udissero al primo piano, il monello correva ad avvertire un amico, il cameriere non aveva la chiave d'un uscio, la cuoca offriva alle guardie un manicaretto, gl'inquilini aiutavano, le carte sparivano, le armi uscivano o per gli abbaini o per le fogne; e la polizia ritornava il più delle volte convinta d'essere stata mistificata, ma, come il demone della Basvilliana:
Vuota stringendo la terribil ugna.
Quando l'Austria fu stanca di queste inutili attività, venne finalmente il decreto che ordinava le perquisizioni generali e l'immediato disarmo, sotto le pene del giudizio statario. Ma allora era già scoppiata la rivoluzione francese del 24 febbrajo, era già stato proclamato lo Statuto di Carlo Alberto. Dappertutto in Europa suonava il dies iræ. Giuseppe Sandrini, segretario del Governo, che aveva intelligenze coi liberali, trovò modo di far differire di alcuni giorni il principio delle perquisizioni. Quei giorni bastarono perchè scoppiasse la rivoluzione di Vienna e perchè a Milano giungesse il 17 mattina la notizia che gli studenti e i Polacchi avevano fatto le barricate e che il principe di Metternich abbandonava, ramingo, la capitale dell'Impero.
Qui comincia veramente il periodo attivo della rivoluzione.
Le notizie di Vienna, producendo in Milano sulle varie autorità e sui gruppi cittadini eguale commozione, avevano mosso impressioni e risoluzioni assai diverse.
L'autorità governativa civile era piombata addirittura nello scoraggiamento. Il Vicerè, subodorando gli eventi, aveva lasciato la città fino dal giorno prima. Il Governatore Spaur, il conte di Ficquelmont lo avevano preceduto a Vienna per altri provvedimenti. Restava solo in Milano a sostenere una sterminata responsabilità il Vice-presidente del Governo, conte O'Donnell, burocratico di buoni istinti, ma affatto inadeguato a tempi e cose difficili. Aveva fatto subito pubblicare un telegramma da Vienna, annunciante che s'era abolita la censura e che pel giorno 3 luglio sarebbero state convocate le rappresentanze lombardo-venete. Sperava che questo avrebbe calmata la popolazione, e l'accese. Parvero promesse ridicole, e lo erano. Annunciavano però una debolezza politica del governo straniero e il momento opportuno per approfittarne.
Sulle autorità militari l'impressione fu alquanto diversa. Persuaso che Milano fosse inetta a sforzi militari e che il terrore sparso nelle giornate di gennajo avesse fiaccata efficacemente ogni reazione cittadina, il maresciallo Radetzky s'adagiò nella fiducia che le concessioni di Vienna avrebbero, almeno per qualche tempo, dato un altro indirizzo alla pubblica agitazione. In questo senso parlò a' suoi ufficiali e li prevenne che non dessero importanza a prossime adunanze di popolo perchè sarebbero state dimostrazioni di gioja e di fiducia nelle autorità. Non avevano veramente di queste illusioni ne il Torresani nè i suoi commissarj di Polizia; ma posti fra lo scoraggiamento dell'autorità civile e le ingenue speranze dell'autorità militare, si sentivano recisi i nervi ad ogni iniziativa di lotta.
Per questa triplice inazione, la cittadinanza fu, nei giorni 17 e 18, interamente padrona del campo. E in tutto il giorno 17, e nella notte dal 17 al 18, fu per la città, in tutte le riunioni private, un gran discorrere di quello che s'avesse a fare il giorno dopo, un grande incrociarsi di proposte, di piani, di accordi, di messaggi, di combinazioni.
V'erano tre opinioni, tre metodi principali in contrasto.
Carlo Cattaneo si manteneva risolutamente fedele all'attitudine presa. Non credeva opportuno e non giudicava fertile di successo un movimento armato. Estraneo a tutte le dimostrazioni[63] che s'erano fatte, e favorevole, tra queste, soltanto a quelle di carattere più conservativo, come ai reclami delle Congregazioni e delle Camere di Commercio, voleva che si facessero passi più larghi su quella via, ma non fuori di quella[64]. Non credeva che esistessero armi, disposizioni, attitudini militari. In una riunione che si tenne, la sera del 17, in casa sua, alla presenza del Brioschi, del Gadda, di Enrico Cernuschi, di altri, manifestò schiettamente questa opinione sua; sconsigliò pronunciamenti popolari di carattere rivoluzionario; disse doversi approfittare dei casi di Vienna per “stringere il governo alla vita„ per “tenere i nemici nel duro e spinoso campo della legalità„ per “estorcere immantinenti all'attonito governo quanto più si potesse di armamenti e di libertà„[65]. Con questi intendimenti preparava il primo numero del giornale che avrebbe pubblicato il giorno dopo, e certo l'avrebbe scritto da par suo.
A siffatto metodo, che in circostanze ordinarie sarebbe parso il più savio e il più sicuro, non s'acconciavano gli uomini del partito d'azione, i giovani che da tanti mesi arrischiavano la loro vita per adunare elementi d'insurrezione e di lotta. Temevano questi, — e a ragione, — che dopo tanti eccitamenti dati alle classi popolari, inalberare il vessillo della prudenza proprio nel momento in cui tutto pareva favorire quello dell'audacia, avrebbe ingenerato sfiducie o diffidenze difficili poi a dissipare più tardi. E d'altronde, il moto di Vienna poteva essere represso; una nuova reazione succedere nell'indirizzo del governo, e precipitare quelle misure di disarmo che si erano fino allora così fortunatamente evitate. A queste idee s'inspiravano i crocchi più attivi e più numerosi della città, e in una riunione tenutasi, pure in quella sera, nella trattoria del Rebecchino, alla presenza di Angelo Tagliaferri, del dott. Pietro Lazzati e di altri, Cesare Correnti aveva promesso pel giorno dopo novità grosse ed ardite.
Una terza schiera si proponeva d'agire con misti temperamenti. Si raccoglieva intorno al Municipio e specialmente al Podestà, conte Gabrio Casati, che per le sue molte aderenze cittadine, per le sue relazioni col governo piemontese, per la condotta vigorosa tenuta nelle giornate del settembre e del gennajo pareva l'uomo adatto a capitanare programma di cose nuove.[66] Far capo al Podestà, funzionario di nomina governativa, a nessuno doveva parere programma rivoluzionario. Nel tempo stesso, la scomparsa o lo sgomento delle altre autorità civili, autorizzava lo stesso Podestà ad assumere iniziative e poteri nell'interesse della pubblica sicurezza. Il Municipio si sarebbe tramutato man mano da autorità cittadina in autorità politica, senza provocare immediate ostilità militari e guadagnando alcuni giorni di tempo, per disporre l'insurrezione e sollecitare gli ajuti dell'esercito piemontese.
Come di solito accade, le risoluzioni prese non rispondevano a nessuna rigidità di programma; lasciavano al tempo, ai casi, all'energia delle persone gli svolgimenti dell'avvenire.
All'alba del 18, ciò che era stato possibile di concertare fu concertato. Nel pomeriggio, la popolazione si sarebbe agglomerata per le vie; avrebbe accompagnato, senz'armi, una deputazione municipale che si sarebbe recata dal Broletto al palazzo di governo per chiedere riforme d'urgenza; poi si sarebbe pubblicato un proclama, si sarebbero aperti gli arruolamenti per una guardia civica; poi si sarebbe veduto.
Alle due pomeridiane il programma era già sorpassato. La folla che accompagnava Gabrio Casati al palazzo di governo aveva tutta quella concitazione, quel fremito che non permette indugi, che non tollera transazioni. La rivoluzione era già nell'ambiente. Il Podestà era vestito di nero, con una coccarda tricolore all'occhiello, fra quattro pompieri non armati; lo precedeva una bandiera dai colori nazionali; forse ventimila persone lo seguivano. I balconi, le finestre, i tetti delle case si riempivano di uomini, di signore, già deliranti di entusiasmo, che agitavano fazzoletti, buttavano coccarde, gridavano: “viva l'Italia.„ I monelli s'arrampicavano sulle colonne, sui cornicioni. “Abbasso gli uomini„ si gridava dalla folla; e gli uomini scendevano, ingrossavano il corteo, e le donne applaudivano, e la commozione patriottica prorompeva.
Il primo sangue fu versato innanzi alla porta dello stesso palazzo. Allo apparire sul ponte di S. Damiano, di quella folla imponente, due sentinelle avevano commessa l'imprudenza di scaricare il fucile. Un tal Zafferoni, studente, uscito di seminario, cavò una pistola di tasca e ne uccise una; l'altra fu trapassata d'un colpo di bajonetta. Poi la moltitudine invase il palazzo; il conte Giulio Porro Lambertenghi ebbe la presenza di spirito di chiudere a chiave l'appartamento dove stava, colla sua famiglia, la contessa Spaur ed impedì probabilmente qualche deplorevole eccesso[67]. Enrico Cernuschi stanò il Vice-presidente O'Donnell, che cercava nascondersi, e lo condusse in una stanza dove Gabrio Casati, Anselmo Guerrieri, Marco Greppi, Antonio Beretta, Carlo Taverna, il Correnti, il Clerici, l'Oldofredi stavano deliberando.
Fu lì che il povero rappresentante del governo austriaco firmò, tramortito, i tre famosi decreti laconici, che istituivano la guardia civica, destituivano la Direzione di Polizia, e incaricavano il Municipio di provvedere alla pubblica sicurezza. E di lì, ottenuti questi decreti, si restituiva la Deputazione municipale al Broletto, conducendo seco prigioniero il conte O'Donnell; allorchè, giunta a mezzo la via del Monte Napoleone, una scarica partita da un drappello di soldati appostato al sommo della contrada, uccise un popolano, Pietro Rainoldi; la folla si sbandò gridando armi e correndo a cercarne; il Casati ed i suoi si chiudevano nella casa Vidiserti, divenuta per dodici ore il quartier generale dell'insurrezione.
Mentre queste cose accadevano. Cesare Correnti aveva scritto il primo proclama che domandava una Reggenza provvisoria del Regno, la libertà della stampa e la riunione dei consigli comunali per la nomina dei delegati all'Assemblea nazionale. Il difficile era di trovare in quei momenti un tipografo abbastanza coraggioso da stampare siffatto proclama. Due amici di Correnti s'incaricano della cosa; vanno dal tipografo Guglielmini e gli mostrano il manoscritto. Il tipografo resiste, reagisce, ricorda le disposizioni del giudizio statario, dichiara che non cederebbe fuorchè alla violenza. Subito fatto. I due amici estraggono tranquillamente un pajo di pistole e le appuntano al petto del tipografo, che allora passa il manoscritto in stamperia. Ohi ha conosciuto di persona questi due sicarj, questi uomini facinorosi così pronti alla violenza ed al sangue, dovrà stupirsi sapendo che portavano il nome di due fra i più colti e più miti uomini di lettere del tempo nostro: Giulio Carcano ed Angelo Fava. Haec mutatio dexteræ excelsi, avrebbe potuto dire anche in questa occasione il cardinal Federigo[68].
Ritornava da questa spedizione Angelo Fava quando trovò nel vicolo di Bagutta Carlo Cattaneo che s'avviava verso la contrada del Monte.
Il fiero dottrinario s'era bisticciato il mattino con alcuni amici suoi che volevano trarlo nel movimento. Chiedeva quanti combattenti avessero, quanti fucili, quali capi. E quelli rispondevano, colla fede dell'entusiasmo, che tutta la città sarebbe sorta, che v'era il Comitato, che v'erano fucili e più se ne attendevano dal Piemonte. E quegli replicava scettico: “andate prima a vedere se sono arrivati„[69]. Non s'erano potuti intendere ed egli era andato dallo stampatore a consegnare il manoscritto del suo giornale. Angelo Fava lo ferma e gli chiede de' suoi propositi per la giornata. “Quando i fanciulli scendono in piazza,„ risponde Cattaneo “gli uomini vanno a casa.„ Angelo Fava corse a casa egli pure; da buon cattolico, fece udire una messa ai suoi allievi, Dandolo e Morosini; poi li baciò, li vide armarsi, scendere sulla via; prese un fucile e scese con essi.
Il primo combattimento ebbe luogo al ponte di S. Damiano. Dopo quella tumultuosa invasione del palazzo e dopo il suo sgombro, un drappello di soldati, furiosi per l'uccisione delle due sentinelle, s'era raccozzato e dal bastione di Monforte minacciava penetrare nell'interno della città. In fretta e in furia s'innalzò la prima barricata a ridosso del ponte. Tavoli, sedie, travi, mattoni, il selciato delle vie, tutto servì a costruire quella prima difesa, a cui tante centinaja dovevano seguitarne. Una buona donna cala da un terzo piano un suo mobiluccio e raccomanda che glielo si guasti il meno possibile. Passava sul ponte un carro, pieno di bariletti, quali vuoti, quali ancor pieni. In un attimo, il carro è rovesciato e i bariletti si accatastano l'uno sull'altro, a duplice uso, di terrapieno e di feritoja. Strilla il bottajo, che vede sciupata in un baleno la merce a cui forse aveva consacrati gli ultimi suoi risparmj. E quei reclami non sembrano, neanche in quella pressura di casi, privi di ragione. Qualcuno fa appello, come s'usava in quei giorni, alle borse guernite. Son lì presso, e sentono questo appello, due patrizj che aiutavano a fare la barricata. Giacomo Visconti Ajmi si fruga nelle tasche, non ha che sessanta lire e le dà; il conte Litta-Modignani straccia una pagina dal suo portafoglio, vi scrive un bono per L. 6000 e lo porge al suo vicino, Antonio Lazzati, perchè se ne serva per quel caso e per casi analoghi. Era il sistema finanziario delle cinque giornate che s'inaugurava.
Da questo punto la storia perde la sua traccia e cominciano gli episodj. Ciascuna contrada ha il suo, ciascun quartiere la sua epopea, ciascuna casa il suo prode. Inutile cercar di riassumere in quadri sinottici o in rubriche cronologiche centoventi ore di febbre d'una città; impossibile delineare i sussulti, le depressioni, i delirj, i periodi, le allucinazioni. Se ogni sintesi è ardua, quando i fatti escono da volontà prefinite e disciplinate, eccede addirittura l'umano intelletto, quando si tratta di iniziative individuali, sparse, indipendenti, uniche nello scopo, ma affatto slegate nei mezzi e nel tempo. Le cinque giornate milanesi furono come l'assedio di Troja; Ajace che combatte da un lato; Diomede che resiste altrove; Ettore che è vinto in una terza località; Minerva sola vede tutto dall'alto dell'Olimpo, e scende dove la traggono le sue simpatie. Dove appariva un nemico, cominciava un combattimento; ogni edificio dove si chiudeva un drappello determinava un assedio. E l'ansia di quelle lotte parziali, di quei certami quasi individuali riempiva il tempo, l'attività d'ogni quartiere, d'ogni contrada, e non permetteva di allargare a movimenti d'insieme un'offensiva che ciascuno concentrava con energie personali intorno a sè. Pochi abbandonavano, per informazioni, per intelligenze col quartier generale, la barricata che avevano difeso, la caserma che avevano conquistato, l'amico che s'erano visti cadere allato. Ciascuno pensava, combattendo e vincendo, che tutti gli altri, vicini e lontani, avrebbero saputo combattere e vincere. Quando v'era un'ora di tregua, si rafforzava una barricata sfasciata dal cannone o se ne alzava un'altra venti metri più in là. E al nemico che si allontanava d'altrettanto, trasportando morti e feriti, rispondeva una nuova scarica dei combattenti, un nuovo urlo di gioja dai tetti delle case, dove uomini, donne, fanciulli, noncuranti delle granate che fendevano l'aria, tenevano pronti vasi, tegole, mattoni, projettili, per lanciare sui nemici, a piedi o a cavallo, che tentassero riprese offensive. E allora quei venti metri di terreno rappresentavano una grande conquista, equivalevano ad una grande vittoria. E si spiccavano messaggieri per annunciare al Comitato questo trionfo; e il Comitato, che riceveva nel tempo stesso venti di questi annunci, li riassumeva in un proclama che presagiva dappertutto successi definitivi; e questi proclami, affissi sulle muraglie o sulle barricate, destavano nuovi entusiasmi, determinavano impeti più vigorosi e un'altra conquista di avamposti nemici.
Tutte le case erano aperte ai combattenti; di notte come di giorno. Quando s'aveva fame o sete, s'infilava il primo uscio e si trovava un domestico che vi offriva del pane, una fanciulla che vi porgeva da bere. Le distinzioni, le antipatie della vita erano sparite dinanzi al gran pensiero, al gran desiderio di tutti; il popolano aveva dimenticato le invidie, il ricco non aveva più esclusivismi nè ripugnanze. Vitaliano Borromeo faceva la guardia alle barricate con una bajonetta ed una pistola; Giorgio Trivulzio era ferito da una fucilata al ponte di S. Celso; la signora Beretta, visto cadere ferito un giovane popolano in mezzo allo spesseggiare della mitraglia, stava per lanciarsi essa a raccoglierlo, se quattro altri popolani non l'avessero prevenuta. Non un furto disonorava quella fraterna e illimitata larghezza di ospitalità. Le grandi case dei Belgiojoso, dei Trivulzio, dei D'Adda, dei Beretta, dei Borromeo erano divenute istituti di pubblica necessita; vi si fondevano palle da fucile, vi si conducevano feriti da fasciare, prigionieri da custodire, provvigioni e munizioni da distribuire; e le gentili padrone di casa, fattesi per l'occasione infermiere, carceriere e magazziniere, sorreggevano dei loro entusiasmi le cose difficili, correggevano le cose dure colla loro bontà.
Per questo s'è potuto vivere e vincere in quei giorni; perchè gli elementi simpatici dominavano colla loro influenza le incognite del pericolo e del terrore; perchè la gentilezza patrizia e la virtù popolare, affratellate in un santo pensiero di resistenza, creavano un ambiente di patria così alto, così sereno, che gli uomini vi combattevano colla gioja sul viso, vi morivano colla speranza sul labbro.
La battaglia cittadina s'è continuata per cinque giorni sotto questi auspicj, in mezzo a queste effervescenze; dominate a loro volta da un altro fenomeno costante, universale, di effetto strano, ma irresistibile; il romore delle campane a martello, che per cinque giorni e per cinque notti, da tutte le torri della vasta città, interpretò, per così dire, l'anima guerriera della popolazione; romore ora stridente, ora cupo, pieno di vibrazioni e di minaccie; che di notte irritava i nemici, di giorno incoraggiava i cittadini; una specie di tam tam selvaggio che nè bombe, nè mitraglie valevano a far tacere; la fanfara delle barricate, — che portava lontano, fra le campagne e i villaggi, un grido di soccorso ed un appello all'esempio, — che piombava sugli Austriaci come un suono pregno d'ignoti spaventi, colla sua implacabile e fantastica continuità.
Alessandro Manzoni ha scolpito in una delle sue grandi pagine il linguaggio della campana notturna, che atterrisce i bravi e libera Menico. Moltiplicate quell'effetto per cinque giorni e per cinque notti, unitelo al rombo dei cannoni e al crepitare della moschetteria, ed avrete una pallida impressione di quel molteplice scampanío.
Dal labbro dei nemici si potrà, anche meglio che da qualunque descrizione, ritrarre il meraviglioso spettacolo di quelle giornate. “Milano è sconvolta dalle fondamenta„ scriveva il maresciallo Radetzki al conte di Ficquelmont “la natura di questo popolo mi sembra per incanto trasformata.„ E due ufficiali austriaci, fatti prigionieri a San Celso e chiusi in una anticamera, udendo di un forte assalto che i loro compagni davano in quel punto ad una delle barricate maggiori, espressero il desiderio di poter seguire da una finestra le fasi del combattimento. Al vedere quelle barricate imponenti, che si alzavano ai secondi piani delle più alte case, quel formicolio di combattenti e di difensori, quel coraggio con cui si affrontava la morte, quei balconi e quei tetti pieni di offensori e di offese, all'udire quelle grida umane, quei rintocchi del bronzo, quegli spari d'archibugio che s'incrociavano, partendo dalle finestre, dalle vie, dai tetti, dagli spiragli delle cantine, i due prigionieri si ritrassero attoniti nell'interno della stanza, dicendo: “Misericordia! e il maresciallo crede di poter riprendere questa città!„
Si capisce come, in una situazione siffatta, i partiti e i gruppi sorti di poi abbiano potuto sbizzarrirsi a reclamare, ognuno per sè, le glorio maggiori. Gli orizzonti erano molti e divisi, e ciascuno si onorava giustamente del proprio, credendolo più vasto o più importante degli altri. Probabilmente tutti i partiti furono veri nei fatti esposti a merito proprio; soltanto può darsi che nessuno sia stato esatto nell'esporre quelli a merito altrui. Ed anche può accordarsi a tutti la mitigante della buona fede; giacche, non essendovi stata mai una situazione dominante, molti possono credere d'essere stati i soli od i primi a far ciò che altri pure, tratti dagli stessi casi e dalle stesse necessità, avevano già fatto in altri luoghi, senza che gli uni potessero sapere degli altri.
Lo storico solo può rendere a tutti ragione severa ed imparziale; può dire che il popolo è stato sublime di coraggio e di devozione; che le classi medie e patrizie hanno gareggiato di energia direttiva, non risparmiando nè vita, nè ricchezze, nè responsabilità. Lo storico può dire che, come esigeva Nelson alla vigilia della battaglia di Trafalgar, tutti hanno fatto in quei giorni il loro dovere; può e deve dire di più, — che chi volesse scemare ad alcuno fra gli attori di quella rivoluzione qualche briciolo del loro patriottismo non riuscirebbe ad altro che a far dubitare del proprio.
Queste le impressioni, questi i caratteri generali della rivoluzione milanese.
Chè se si volesse tentare di riassumere in qualche modo con metodi sintetici quella moltiplicità di episodj, bisognerebbe forse raggrupparli intorno a tre questioni fondamentali; la questione strategica, la questione politica, la questione diplomatica.
L'ultima può esaurirsi senza molte complicazioni. Non ebbe e non poteva avere altro intento che l'ajuto del Re e dell'esercito piemontese.
Al primo rompere delle fucilate, il giorno 18, l'idea di spedire immediatamente a Torino persona di fiducia per annunciare il moto di Milano e chiedere l'intervento, era balenato agli uomini di senno, qualunque fosse la loro opinione politica. Enrico Cernuschi, fin dalla prima riunione in casa Vidiserti, ne aveva fatto formale proposta[70]. Ma già lo aveva prevenuto Luigi Torelli, che s'era recato dal conte Francesco Arese, sollecitandolo ad incaricarsi di questa necessaria missione.
L'Arese, messo alle strette dagli amici, rinuncia a malincuore alla lotta in cui sperava essere attore. Si reca da una cognata[71] e le consegna una forte somma in denaro, con ordine di distribuirne a quanti si presenteranno a richiederne per bisogni patriottici. Poi, si ficca in un carrozzino e corre alla più vicina barriera. Riesce a passarla, alcuni minuti prima che le porte si chiudano; ma al Ticino trova maggiori ostacoli, li supera e giunge a Torino la sera del 19.
Prima però ch'egli potesse adempiere la sua missione, il Re, avuto sentore del movimento, aveva mandato a chiamare Carlo D'Adda, che, ricevendo notizie per altra via, le aveva comunicate a Carlo Alberto insieme colle più vive preghiere per un immediato intervento. Il Re non gli aveva nascosto la risoluzione di venire alla guerra, ma gli soggiungeva scherzando “sicchè dovrò andare a Milano a proclamare la Repubblica.„ “Certo è, Sire„ rispondeva il D'Adda “che la Repubblica sarà proclamata se Vostra Maestà non parte.„ Erano, su per giù, le stesse parole che due giorni dopo il Cattaneo stampava nel suo proclama: “la parola gratitudine è la sola che possa far tacere la parola repubblica.„ Da che si vede come, in situazioni diverse, uomini diversissimi giudicassero pure con eguali criterj.
Subito dopo questo discorso, il conte Enrico Martini era stato inviato a Milano con una missione confidenziale, ed era già partito quando il conte Arese si presentò il 19, a tarda ora, e fu ricevuto dal Re.
A quell'egregio patriota ripetè Carlo Alberto con maggior precisione quello che già aveva detto al D'Adda e al Martini; anzi lo invitò a venire la mattina seguente nella piazza Castello per vedervi sfilare, avviata alle frontiere, la brigata delle Guardie[72].
Dopo aver veduto anche il ministro degli affari esteri e dopo avere assistito a quella consolante sfilata, l'Arese ripartiva immediatamente per Novara, sperando poter rientrare in Milano. Ma trovati ostacoli assai maggiori, e sapendo che il Martini aveva istruzioni più precise delle sue, insofferente d'ozio, si mischiò ad una colonna di volontarj improvvisati, varcò con essi il Ticino poco lungi da Oleggio e si diresse verso la città bloccata, non più diplomatico, ma bersagliere.
Intanto Enrico Martini s'era aggirato per molte ore intorno alla cinta esterna dei bastioni, senza trovar modo d'entrarvi. Finalmente, la mattina del 21, combinatosi col signor Angelo Cattaneo, commesso delle gabelle, che doveva portare del sale alle caserme in città, si travestì da garzone del magazzino, si caricò d'un sacchetto di sale, e potè non senza ostacoli e rischi, penetrare fino al quartier generale, presentando le sue commendatizie.