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Memorie

QUARTO PERIODO Dal 1860 al 1870.

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CAPITOLO I. 1862 Campagna di Aspromonte.

Una pianta vale in ragion diretta — del suo prodotto — E così l'individuo: vale, secondo il prodotto benefico — ch'egli può donare al suo simile — Nascere, vivere, mangiar e bere — e morire poi — è apannagio anche dell'insetto.

In un periodo come quello del 1860 — nell'Italia meridionale — un'uomo vive: e vive di vita utile per le moltitudini — Cotesta è la vera vita dell'anima!

«Lasciate fare a chi tocca»! dicevano generalmente coloro — che col muso nella greppia dell'erario publico — eran disposti a far nulla, o far male — In conseguenza di tale teoria, la monarchia Sabauda — per tre volte lanciava il suo veto — alla Spedizione dei Mille: la prima volta non voleva che si partisse per Sicilia — la seconda che si passasse il Faro — e la terza, che si passasse il Volturno —

Si partì per Sicilia — si passò il Faro ed il Volturno — e perciò le cose d'Italia non andarono peggio —

«Voi dovevate proclamare la Republica» gridarono i Mazziniani, e gridano anche oggi — come se cotesti dottori, assuefati a legislare il mondo dal fondo delle loro scrivanie — dovessero conoscere lo stato morale e materiale de' popoli — meglio di noi, ch'ebbimo la fortuna di capitanarli e guidarli alla vittoria —

Che le monarchie, come i preti, provino ogni giorno più: che nulla di buono, si può sperare da loro — è cosa patente — Ma che si dovesse proclamare la Republica, da Palermo a Napoli nel 1860 — ciò è falso! E coloro che vogliono persuader del contrario — lo fanno per quell'odio di parte che hanno manifestato dal 48 in quà, in ogni occasione — e non, per esser convinti di quanto asseriscono —

Ebbimo il veto della monarchia nel 1860 — e l'ebbimo nel 1862 — Rovesciare il papato — credo tanto valesse — e qualche cosa di più — che rovesciare il borbone — E nel 1862 — ciocchè si proponevano le solite camicie rosse — era di buttar giù il papato — incontestabilmente, il più fiero ed accanito nemico dell'Italia — ed acquistare la naturale capitale nostra — senz'altra meta, senz'altra ambizione — che quelle di fare il bene della patria —

La missione era santa, le condizioni erano le stesse — e la generosa Sicilia — meno alcuni che già stavano comodamente seduti, alla mensa da noi preparata nel 60 — rispondeva col solito suo slancio, al grido di «Roma o morte» da noi proclamato a Marsala —

E qui, giova ripetere — ciocchè già dissi altra volta: «Se Italia avesse posseduto due Palermo — noi avressimo potuto ragiunger Roma, non disturbati»

Il venerando martire dello Spielberg — Pallavicino, governava a Palermo — A me certo repugnava: cagionar alcun disturbo a quel mio vecchio amico — Io però, ero convinto: esser colpa «il lasciar fare a chi tocca» sicuro che nulla, si tentava di fare, senonchè colla spinta — di chi non voleva rimaner pianta inutile —

Quindi: il grido: «Roma o morte» a Marsala, seguito dalla raccolta de' miei prodi alla Ficuzza — tenuta, e selva a poche miglia da Palermo —

Quivi si riuniva un'eletta schiera della gioventù Palermitana — e poi dalle provincie —

Corrao, il valoroso compagno di Rosolino Pilo, ed altri egregi, procuravano armi — Bagnasco, Capello, ed altri illustri patrioti — formavano un comitato di provvedimento — Dimodocchè co' miei inseparabili fratelli d'armi del continente Nullo, Missori, Cairoli, Manci, Piccinini, ecc. — presto nuovi Mille — si trovavano in campo — disposti come i primi ad affrontare la tirannide sacerdotale, certamente assai più nociva della borbonica —

Ma colla monarchia, noi avevimo il delitto di dieci vittorie, e l'insulto d'aver aggrandito i suoi apannagi — tutte cose che i re non perdonano —

Una gran parte di coloro, che vociferarono con entusiasmo l'unificazione patria, nel 60 — ora ben seduti e soddisfatti — o biasimavano l'impresa nostra — o si tenevano da parte — per non appestarsi al contatto di rivoluzionari, incontentabili ed irrequieti —

Comunque, grazie alla fiera attitudine di Palermo — ed alle vive simpatie della Sicilia tutta — noi potemmo percorrer l'isola sino a Catania — senza ostacoli serï —

La brava popolazione di Catania — non fu da meno — ed il suo contegno — trattenne nei limiti dell'inazione — chi, certamente, aveva voglia di fermare l'impresa nostra. —

Due piroscafi — uno Francese — e l'altro della compagnia Florio — capitati nel porto di Catania fornirono il mezzo di trasporto per il continente — Alcune fregate della marina militare Italiana incrociavano davanti al porto — ed avrebbero potuto impedire l'imbarco ed il passaggio — Esse — senza dubbio ne avevano l'ordine — Ma, sia detto ad onore di chi le comandava — ostilità non ve ne furono da parte loro — Ed io invio un plauso a quei comandanti — E credendo di conoscer anch'io l'onor militare — dirò con coscienza del vero: che in casi simili, un'uomo d'onore deve fare a pezzi la sua sciabola —

Il modo in cui si passò lo stretto di Messina — fu molto pericoloso, per esser stracarichi di gente — i piroscafi, ad onta che molti de' nostri militi, non poterono imbarcarsi per mancanza di spazio — Nella mia vita da marino — ne ho già veduto dei bastimenti molto carichi — Mai però, come in detta circostanza — Essendo la maggior parte dei nostri militi — nuovi arrivati — non contati ancora nelle compagnie — quindi non conosciuti dagli ufficiali — essi si affollarono talmente a bordo di quei poveri piroscafi sommergendoli —

Inutile era pregarli di sbarcare — nemmeno per sogno — e si correva a pericolo sommo — forse alla morte — Io rimasi per un pezzo in dubbio —: se si doveva partire in tal modo — Che perplessità, che responsabilità era la mia!

Dalla risoluzione d'un momento, dipendeva chi sa chè — per il mio paese —

Come dar ordini? Mentre ognuno che si trovava sui piroscafi, era impossibilitato di moversi dal suo posto, ed anche di girarsi —

Già la notte cadeva colle sue tenebre — bisognava decidersi — a metter in moto — o rimanere lì — serrati come sardelle — in una posizione intenibile — aspettando il giorno ad illuminar un fiasco —

Si mise in moto — e la fortuna, anche questa volta parteggiò per il diritto e la giustizia — Il vento ed il mare furon proporzionati alla situazione dei veïcoli — V'era come nella prima traversata del 60 — un po' di vento al Faro — e fortunatamente poco mare —

Verso l'alba, dopo d'aver felicemente traversato lo stretto — approdammo nella spiaggia di Melitto, ove si sbarcò tutta la gente —

Come nel 60, si prese la strada del littorale verso il capo dell'Arma — con direzione a Reggio — Allora avevamo per avversari i borbonici — che si cercavano per combatterli — Oggi stava davanti a noi l'esercito Italiano, che si voleva evitare a qualunque costo — ma che pure a qualunque costo ci cercava per annientarci —

Le prime ostilità contro di noi, furono commesse, da una corazzata Italiana — che costeggiando il littorale parallellamente alla direzione nostra, ci regalò d'alcuni tiri di moschetteria, obligandoci ad internar la gente per metterla al coperto —

Alcuni distaccamenti inviati da Reggio — con ordini ostili — assalirono alcuni dei nostri che marciavano di vanguardia; invano si fece sapere loro, che non si voleva combattere — invano — la loro intimazione era di arrenderci — e non volendolo com'era naturale — conveniva fuggire alle loro scariche fratricide —

A tale stato di cose — e per scansare un'inutile spargimento di sangue — io ordinai di obliquare a destra, e prendere la via dell'Aspromonte — Le ostilità dell'esercito Italiano contro di noi — ebbero la naturale conseguenza di spaventare le popolazioni — e renderci gli approvigionamenti molto difficili — I miei poveri volontari mancavano d'ogni cosa, anche del più necessario: l'alimento — e quando si poteva, per miracolo, incontrar qualche pastore — con gregge — questi non voleva con noi trattare — peggio che se fossimo stati briganti —

Infine, noi erimo tenuti per scomunicati, e fuori legge — i preti, ed i retrogradi — avendo poca difficoltà, a persuaderne, quelle buone ma rozze popolazioni —

Noi erimo però la stessa gente del 60 — e la nostra meta era tanto nobile, quanto quella di prima — Eravam certo meno favoriti dalla fortuna — e non fu la prima volta — ch'io vidi le popolazioni Italiane inerte — ed indifferenti per chi le voleva redente —

Non così la Sicilia — io devo confessarlo — e quel popolo generoso — fu fervido nel 62 come avanti — Egli ci diede i migliori della sua gioventù — e fra i provetti, il venerando barone Avizzani, di Castrogiovanni, che sopportò come un giovinotto le grandi privazioni e disagi della campagna — E furon molti i disagi e le privazioni! — Io, vi ho sofferto la fame — e mi figuro: molti dei miei compagni, più di me la soffersero —

Infine dopo marcie disastrose, per sentieri quasi impraticabili — l'alba del 29 Agosto 1862 — ci trovò sull'altipiano di Aspromonte, stanchi ed affamati — Alcune patate mal mature, furono raccolte, e servirono d'alimento — prima crude — passato poi il primo orgasmo della fame — se ne mangiarono arrostite.

E qui devo far giustizia alle buone popolazioni montane di quella parte della Calabria — Esse non comparirono subito, per i disagiati sentieri, e le difficoltà di comunicazioni — ma nel pomeriggio, comparvero cotesti generosi abitanti — con abbondanti provviste — di frutta pane ed altro — L'imminente catastrofe però ci diede poco tempo per profitare di tanta benevolenza —

A Ponente, alla distanza d'alcune miglia — si cominciò a scoprire, verso le 3 p. m. la testa della collonna Pallavicini, destinata ad attaccarci — Ed io, considerando la posizione piana, ove avevamo riposato nella giornata — troppo debole, ed esposta ad esser accerchiata — ordinai un cambiamento di campo verso la montagna — e si giunse al limitare della bellissima foresta di pini, che corona l'Aspromonte — ove accampammo, colle spalle alla stessa, e la fronte verso i nostri assalitori —

E veramente: nel 60 fummo minacciati d'esser attaccati dall'esercito sardo — e vi volle molto amore del proprio paese — per non entrare in una guerra fraticida — Nel 62 però, l'esercito Italiano, perchè più forte, e noi più deboli assai — ci votò all'esterminio — ed alacremente corse su di noi — come su briganti — e forse più volontieri. Intimazioni, non ve ne furono di sorta — Giunsero i nostri avversari — e ci caricarono, con una disinvoltura sorprendente — Tali, certamente erano gli ordini: si trattava d'esterminio — e siccome tra figli della stessa madre — potevasi temare titubanza — cotesti ordini, furono senza dubbio, di non dar tempo nemmeno alla riflessione — Giunto a lungo tiro di fucile, il corpo Pallavicini formò le sue catene — avanzò risolutamente su di noi, e cominciò il solito «fuoco avanzando» sistema adottatto anche dai borbonici, e che ho già descritto difettoso —

Noi, non rispondemmo — Terribile fu per me quel momento! Gettatto nell'alternativa di deporre le armi come pecore — o di bruttarmi di sangue fraterno! Tale scrupolo, non ebbero certamente i soldati della monarchia — o dirò meglio: i capi che comandavano quei soldati — ¿Che contassero sul mio orrore per la guerra civile? Anche ciò è probabile — e realmente, essi marciavano su di noi con una fiducia che lo facea supporre —

Io ordinai: non si facesse fuoco — e tale ordine fu ubbidito — meno da poca gioventù bollente — alla nostra destra, agli ordini di Menotti — che vedendosi caricati un po sfacciatamente, caricarono, e respinsero —

La posizione nostra nell'alto — colle spalle alla selva — era di quelle da poter, tenere dieci contro cento — Ma che serve, non difendendosi, era certo che gli assalitori dovevano presto ragiungerci — E siccome succede quasi sempre: esser fiero chi assale, in ragion diretta della poca resistenza dell'avverso — i bersaglieri che chi marciavano sopra, spesseggiavano maledettamente i loro tiri, ed io che mi trovavo tra le due linee, per risparmiare la strage — fui regalato con due palle di carabina — l'una all'anca sinistra — e l'altra al maleolo interno del piede destro —

Anche Menotti fu ferito nello stesso tempo — Coll'ordine di non sparare — quasi tutta la gente nostra ritirossi nella foresta — rimanendo presso di me tutti i miei prodi ufficiali — fra cui i tre egregi chirurghi nostri — Ripari, Basile, ed Albanese — alla cura gentile dei quali, io devo certamente la vita —

Mi repugna, raccontar miserie! — Ma tante furono, manifestate in quella circostanza — dai miei contemporanei — da nauseare anche i frequentatori di cloache! —

Vi fu: chi si fregò le mani, al fausto per lui anunzio, delle mie ferite — che si credettero mortali — Vi fu: chi sconfessò l'amicizia mia — e vi fu: chi disse, essersi ingannato cantando qualche merito mio —

Però in onore dell'umana famiglia — devo confessare che anche i buoni, vi furono che ebbero per me cura di madre — che mi custodirono con cure veramente amorevoli — filiali! — E fra i primi, io devo rammentare il mio caro Cencio — Cattabene — tolto prematuramente all'Italia — La monarchia Sabauda — avea ottenuto la gran preda — ed ottenuta come la volea — cioè: in uno stato — che il diavolo probabilmente — se la porterebbe via —

Si usarono veramente quelle civiltà banali — comuni, che si costumano anche per i grandi delinquenti, quando si conducono al patibolo — ma, per esempio — invece di lasciarmi in un ospedale di Reggio o di Messina — fui imbarcato a bordo d'una fregata — e condotto al Varignano — facendomi così transitare tutto il Tirreno — con immenso tormento alla mia ferita del piede destro — Giacchè — se non delle più mortali — essa era certamente delle più dolorose — Ma la preda si voleva vicina, ed al sicuro — Ripeto: mi ripugna di narrar miserie — e mi fastidia di tediare chi ha la pazienza di leggermi — con ferite, ospedali, prigioni, e carezze di reggi avvoltoj —

Fui dunque condotto al Varignano — alla Spezia, Pisa e quindi a Caprera — Molti furono i patimenti — e le cure gentili degli amici miei — molte — Al decano dei chirurghi Italiani — all'illustre professore Zanetti — toccò l'onore di operar l'estrazione della palla —

Finalmente dopo tredici mesi — cicatrizzò la mia ferita del piede destro — e sino al 66 — condussi vita inerte ed inutile —

4º periodo 1866.

CAPITOLO II. Campagna del Tirolo.

Circa quattr'anni, eran passati dal giorno in cui fu fucilato in Aspromonte — Io dimentico presto le ingiurie — e così credettero gli opportunisti — Coloro, per cui, più l'utilità, che la moralità dei mezzi, serve di bussola —

Già da giorni si vociferava d'alleanza colla Prussia contro l'Austria — ed il 10 Giugno 1866 — giungeva in Caprera — il mio amico Generale Fabrizi — ad invitarmi per parte del governo, e dei nostri a prendere il comando dei volontari, che numerosi si riunivano in ogni parte d'Italia —

Lo stesso giorno si partì con un piroscafo per il continente — e si marciò subito verso Como, ove doveva aver luogo la maggiore concentrazione di volontari —

I volontari eran veramente molti — la solita bella e focosa gioventù — sempre pronta a combattere per l'Italia — senza chieder mercede — Con essa, brillavano per condurla — i coraggiosi veterani di cento pugne —

Comunque: non cannoni — i volontari ponno perderli — catenacci al solito, e non buone carabine di cui già era fornito l'esercito — Parcimonia miserabile nel vestiario ecc. — per cui molti militi andarono al nemico vestiti da borghesi — Infine le solite miserie, a cui hanno assuefatto i nostri volontari — le cariatidi della monarchia —

Gli auspici sotto i quali, s'iniziava la campagna del 66 — promettevano all'Italia un risultato brillante — e quel risultato fu meschino — vergognoso!

Il pessimo sistema, con cui si governa questo paese — ove il denaro publico, serve a corrompere quella parte della nazione — che dovrebbe essere incorruttibile — cioè gli uomini del parlamento, i militari, e gli impiegati d'ogni specie — tutta gente, sventuratamente, che con poca fatica si fa inginocchiare ai piedi del Dio Ventre —

La corruzione portata da Buonaparte, o moltiplicata in Francia, colla distribuzione del salame e del vino alle truppe, da cui egli voleva il 2 Decembre, si estese massime in questo nostro povero paese, che è condannato a scimiottare sempre i nostri vicini —

Corruzione, certo non ne mancava in Italia — ed i corrutori vi si trovavano abili come dovunque; ma coi successi dell'impero — col suo avvenimento fatale — Impero menzogna — sin dal suo nascere — poichè esso nacque coll'epigrafe della pace — e fu un continuo fomite di guerra — senza la quale sapeva di non poter vivere — In tutte le epoche rivolgendo i suoi sforzi, ad abbattere la libertà, dovunque, e dovunque sostituirvi il despotismo — Con tale corrutore, per modelo, dico: la società Italiana più intimamente si pervertiva, e contaminava l'esercito nostro, chiamato ad esser uno dei migliori del mondo — Si complettava il quadro di corruzione coll'elemento contadino, il più numeroso del nostro esercito, ed il più forte — che il prete mantiene nell'ignoranza — e nell'odio della causa nazionale, percui in Italia, come in Francia, si son vedute le famose sbandate di Novara e di Custosa —

Per un momento noi fummo sottratti all'ignominioso protettorato del Buonaparte — e non sapendo far da noi, mai, gettatti in altra alleanza, meno antipatica almeno — quella della Prussia — che certo ci valse molto al dissopra dei meriti nostri —

Comunque fosse: la campagna del 66 — si apriva con un'orizzonte brillante — La nazione, benchè esausta da un governo predone, si mostrava ricca d'entusiasmo e di sacrifizi — La flotta numerosa, doveva misurarsi con un nemico inferiore — e che si teneva per vinto — e per la prima volta, il nostro esercito, quasi doppio dell'Austriaco in Italia — vedeva sotto i suoi vessilli i figli tutti della penisola dal Lilibeo a Cenisio — vogliosi, e gareggianti di combattere il secolare nemico — e che sola la boriosa ignoranza, ed incapacità di chi lo guidava, poteva condurre a Custosa —

I volontari che potevano ammontare a cento milla con un mediocre governo, per la solita paura, furono limitati circa a un terzo di quel numero — e al solito trattatti in armamento vestiario ecc. — E quando la catastrofe di Custosa ebbe luogo — poche migliaia trovavansi a Salò, Lonato e Lago di Garda — mentre i loro reggimenti di coda, erano ancora nell'Italia meridionale aspettando scarpe, armi, ecc. —

Tutto prometteva una campagna brillante — nonostante tanti ostacoli — e che doveva annoverare la nostra nazione tra le prime dell'Europa — ringiovinire questa vecchia matrona e ricondurla ai tempi primitivi della vita Romana — Ma non fu così: condotta dal gesuitismo, in vesta marziale, essa fu trascinata in una cloaca d'umiliazioni!

Il governo spinto dall'opinione publica — ma sempre nemico dei volontari — di cui diffida e teme — perchè rappresentanti dei diritti, e della libertà dell'Italia — ne arma alquanti, ma il loro armamento, organizzazione e bisogni — si rissentono dell'antipatia e della malevolenza con cui furono accolti —

E così stesso essi sono spinti alla frontiera, ove tra due giorni deve ruggire la battaglia! La precipitazione, con cui furono accelerate le mosse dell'esercito — e gli eventi sfortunati che seguirono subito — favorirono la concentrazione dei volontari — Giacchè — solite gesuitiche corbellerie — era intenzione nell'alte sfere — per non metter tanti volontari insieme — di dividerli in due e lasciarne la metà nell'Italia meridionale con certi pretesti divolgati per mascherar la magagna — ma ch'eran soli pretesti —

Qui, io devo fare giustizia al re: sino dai primi momenti, in cui mi comunicava la sua intenzione di propormi al comando dei volontari, per via del dottore Albanese — egli mi partecipava l'idea di gettarci sulle coste Dalmate per cui mi sarei inteso coll'ammiraglio Persano — e si disse che tale determinazione, fu assolutamente combattutta dai suoi generali, e in particolare dal generale Lamarmora —

La risoluzione di spingerci verso l'Adriatico, mi piacque talmente ch'io ne feci fare a Vittorio Emanuele, i miei complimenti per il concetto proficuo e grandioso — Era veramente troppo bello il concetto, perchè potesse capere in certi cervelli del consiglio Aulico Italiano — ed io presto potei pesuadermi — che il trattenere cinque reggimenti di volontari ad ostro — altro non era che diffidenza — volendoli togliere dai miei ordini — e fare circa: ciò che s'era fatto nel 59 col reggimento degli Apennini —

Ebbi dunque per campo d'azione, le sponde del lago di Garda — contrariamente alle prime proposte fattami: ove si diceva di lasciarmi la scelta delle operazioni —

Che magnifico orizzonte si presentava all'oriente per noi — Sulle coste Dalmate con trenta milla uomini — v'era proprio da sconvolgere la monarchia Austriaca — quanti elementi simpatici ed amici — trovavamo noi in quella parte dell'Europa Orientale, dalla Grecia all'Ungaria! Tutte popolazioni bellicose, nemiche dell'Austria e della Turchia — e che poca spinta abbisognano per sollevarle contro i loro dominatori — Noi avressimo occupato certamente il nemico, da obligarlo ad inviare un potente esercito contro di noi — diminuire le sue armate dell'occidente e del Settentrione — e se no internarci nel cuore dell'Austria — e gettare il tizzone del risorgimento alle dieci nazionalità — che compongono, quel corpo eterogeneo e mostruoso — Dovendo operare sul lago di Garda, io chiesi di porre sotto il mio comando la flottiglia esistente a Salò, ciocchè facilmente ottenni — Ma, se si osserva il misero stato, in cui si trovava quella flottiglia — si vedrà facilmente, com'essa riuscì di mero imbarazzo — e di non poco fastidio per salvarla dalla flottiglia nemica più numerosa, e molto meglio organizzata. I volontari dovettero fornire la maggiore parte della gente — massime di marini — per equipaggiar la flottiglia, e guarnir il littorale per proteggerla, massime dopo l'infausta giornata di Custoza — e la ritirata dell'esercito nostro —

Un reggimento intero dovette rimanere a Salò col solo intento di dare il servizio di vigilanza in quel porto, ed in tutta la costa contigua — e forti che si eressero man mano, per proteggerlo —

Il generale Avezzana, con un numero adeguato di ufficiali — compresovi un forte distaccamento di volontari marini, venuti da Ancona, Livorno e da altri porti di mare — dovettero pure rimanere in Salò allo stesso oggetto —

La flottiglia Austriaca contava sul lago di Garda otto piroscafi da guerra, armati di 48 cannoni — con equipaggi proporzionati — e forniti d'ogni bisogno — La flottiglia Italiana — al mio arrivo in Salò — non aveva pronta che una sola cannoniera da un cannone — le altre cinque, come la prima, a vapore e collo stesso armamento — una era in terra — inutile — e le altre quattro colle macchine non in ordine — È vero: che si lavorò subito, a metter in istato di muoversi le quattro galleggianti — ma appena verso la fine della guerra, si ebbero in pronto cinque cannoniere, con un cannone da 24 ciascuna, cioè cinque cannoni da 24 — mentre il nemico contava 48 cannoni del calibro da 80 in giù. Si lavorò pure alla costruzione ed armamento di zattere — che avrebbero potuto essere di non poca utilità — ma la mancanza del necessario — e la lentezza del lavoro — fecero sì: che non si pervenne mai, a poterne avere una sola, pronta da trascinarsi sul lago —

4º periodo 1866.

CAPITOLO III. Battaglie, combattimenti.

Chiamati sulla sponda occidentale del lago di Garda, tutt'i reggimenti nostri — ed avendo l'ordine di operare nel Tirolo — io spinsi il 2º reggimento ed il 2º bersaglieri verso il Caffaro, per impadronirsi di quel ponte e della forte posizione di Monte Suello — ciò che fu eseguito con celerità e bravura — cacciandone gli Austriaci in un combattimento glorioso —

L'iniziativa della nostra campagna, cominciava bene, e col resto dei reggimenti disponibili, io mi accingevo a seguir da vicino nel Tirolo, quella prode nostra vanguardia — quando accade la fatale battaglia del 24 Giugno —

Comunicatomi dal generale Lamarmora, l'esito infelice di quella giornata — coll'ordine di coprire Brescia — e di non contare sull'apogio dell'esercito nostro che si ritirava dietro l'Oglio — io richiamai dal Tirolo la vanguardia — e pensai subito ad un concentramento, di quante forze potevo riunire, su Lonato — Punto che soddisfava il triplice obbietivo di coprire Brescia, Salò, e che poteva giovare a raccogliere alcuni dispersi e materiali dell'esercito — Ciòcche ebbe luogo realmente —

I nostri prodi volontari, ricchi solo di patriotismo e di entusiasmo — all'ordine mio venivano avanti a marcie forzate — verso Lonato — ma armati di fucilacci, e privi de' principali oggetti di corredo — che si provvedevano marciando — era difficile, potessero arrivare presto — massime i reggimenti del mezzogiorno —

Nei giorni che seguirono lo sventurato 24 — noi occupammo Lonato e Desenzano, con posti avanzati a Rivertella — prima con uno, poi con vari reggimenti, che prendevano il loro posto di battaglia, mentre arrivavano — Essendo da suppore con probabilità: che gli Austriaci non resterebbero inerti, dopo la ritirata dell'esercito nostro —

I Reggimenti dell'Italia meridionale, nonostante, ad onta di ogni sforzo per venire avanti — non sarebbero stati a tempo per coadiuvarci — se il nemico, profitando de' suoi vantaggi — si fosse spinto su di noi — E mi pare, che verso il 26 — giorno probabile dell'apparizione del nemico — noi non avressimo potuto opporre — al dissopra di otto milla uomini — con una batteria di montagna — ed un pezzo da 24 della flottiglia — collocato sull'altura di Lonato — Da tutto ciò si deduce: che la risoluzione di tener Lonato contro l'esercito nemico vittorioso — se fosse marciato avanti — era un pò arrischiata nondimeno essa fu ben proficua — I volontari Italiani, ne ponno andare superbi — ed i giovani ponno ritrarne l'ammaestramento: che prima di ritirarsi davanti a un nemico — per forte che sia — conviene almeno vederlo, assaggiarlo — e calcolare freddamente il danno, e la vergogna che può risultare da una ritirata precipitosa —

Tenendo Lonato, Desenzano — e gli avamposti nostri a Rivoltella — e sulla destra della nostra fronte sino a Pozzolengo — noi coprimmo veramente Brescia — come ci veniva ordinato — Salò col suo arsenale, depositi e flottiglia — e potemmo con grande soddisfazione raccogliere dispersi dell'esercito e convogli dello stesso —

A me rincresce di calpestare i caduti — e non vorrei che si considerasse il mio dire, sulla direzione dell'esercito — come una rapresaglia per i molti torti ricevuti, da chi allora dirigeva — Ma bisogna pur confessare — che aspettando tutti dei risultati brillanti — da un brillante esercito, il doppio in numero del nemico — con mezzi immensi — la prima artiglieria del mondo — molto entusiasmo nella truppa — e molta bravura — e trovarsi in un momento delusi — con quel bell'esercito in confusione — ritirandosi senza essere perseguito dal nemico — dietro un fiume alla distanza di trenta miglia — e lasciando scoperta la quasi intiera Lombardia — bisogna confessare — lo ripeto: che fu un terribile colpo per tutti —

L'esercito principale, si ritirava dal Mincio all'Oglio — e si ritirava dopo d'essersi battutto — E l'esercito di destra — cioè del Po — perchè si ritirava? Con novanta milla nomini — ed un fiume come il Po davanti al naso — quell'esercito si ritirava — inseguito da chi? Il nemico avea ottanta milla uomini sul Mincio — e benchè vittorioso — dopo una battaglia con un'esercito superiore — quegli ottanta milla uomini dovevano esser almeno menomati e stanchi. ¿E perchè ritirarsi dal Po, sino all'Apennino? Io non me ne posso dar ragione —

Non conosco il generale Austriaco che comandava i nostri nemici nel 1866 — comunque — egli dev'esser un generale di genio — avendo vinto un'esercito più numeroso del doppio — e composto di militi, che certamente valevano i suoi —

Le vittorie dei Prussiani al settentrione — influirono certamente a fermarlo — Egli però con un poco più di risoluzione — poteva schiacciare i miei ottomilla uomini senza artiglieria — e venirsene a villeggiare nel cuore della Lombardia e del Piemonte — con molta probabilità di ottenere una pace a condizioni per lui favorevoli —

Tra i volontari però non vi fu confusione — non timore — non sconcerto — Tutti afflisse cotesta sciagura nazionale — ma a nessuno nacque un senso di diffidenza, sui destini del paese — e lo stesso entusiasmo con cui quella brava gioventù, avea lasciato i suoi focolari, durava — anzi cresceva per la delicata, e temeraria posizione nostra —

Guerra! combattere! chiedevan tutti — E se avessero avuto, almeno, un mese d'organizzazione — di scuola da campo — ed armati dovutamente essi avrebbero operati miracoli — Meditando pacatamente sulle cause del rovescio del nostro esercito — e lasciando da parte l'incapacità di certi comandi e la poca affezione dell'elemento contadino alla causa nazionale — coll'imparzialità della storia — si può arditamente stabilire: esser difettoso il piano di campagna adottatto sino dal principio —

È sempre: voler battere il nemico tutto — colla metà sola del nostr'esercito —

Mentre il generale Austriaco batte la metà del nostro esercito coll'intiero suo — sistema che generalmente da la vittoria a chi l'adotta — e di cui vi sono tanti esempi nella storia delle battaglie —

L'esercito Italiano dividevasi in due: il primo di cento venti milla uomini sul Mincio — ed il secondo di novanta milla sul Po — Ambi come si vede, superiori all'esercito nemico — che contava circa ottanta milla uomini fuori delle sue fortezze —

Minacciare su vari punti, con divisioni, o al più con corpi d'esercito — poi con una massa di circa cento ottanta milla uomini dar il colpo decisivo al forte dell'esercito nemico — questo sembrami il primo errore commesso dal nostro generale in capo —

Le foci del Po — io credo fosse il punto più adeguato per il passaggio del nostro grande esercito — ove si potevano avere quanti se ne volevano — piroscafi e barche per facilitarlo — E padroni poi delle due sponde del gran fiume — potevasi subito dopo passare il resto delle forze nostre e tutto il materiale in poco tempo —

Accorrendo il nemico per combatterci — egli non avrebbe avuto almeno il sostegno del terribile quadrilatero.

Il generale Austriaco profitando degli errori nostri — concentrava saviamente, quante forze aveva disponibili nei dintorni di Verona — e cadeva sull'esercito nostro del Mincio dimezzato — che prima iniziava l'offensiva —

Napoleone il 1º non eran molti anni, che avea manovrato in modo simile — ed avea battutto lasciando l'assedio di Mantova — le due metà dell'esercito Austriaco l'una dopo l'altra — su ambe le sponde del Garda — Esse avevano commesso l'errore di dividersi per attaccarlo — mettendo il grande lago tra esse — e il gran capitano le prevenne e le distrusse —

Dopo la grande battaglia di Custosa, noi tenemmo le posizioni di Lonato e Desenzano — sinchè un ordine dal comando supremo — ci ordinava di ripigliare le operazioni nel Tirolo — essendo l'esercito nuovamente in istato da tornare all'offensiva —

Lasciando il 2º Reggimento a coprire Salò — la flottiglia, ed i punti più importanti del lago sino a Gargnano — Il tutto agli ordini del generale Avezzana — ed avendo ultimato le batterie di difesa della costa occidentale — noi ripigliammo la via del Caffaro col 1º, 3º reggimenti — e 1º battaglione bersaglieri —

Il nemico intanto dopo il nostro abbandono del Caffaro — e gonfio della vittoria di Custosa — avanzò guarnito fortemente cotesto punto, e Monte Suello — io decisi con un colpo di mano di cacciarnelo, per aprire la via del Tirolo —

Partito il 3 luglio da Salò — all'alba — io giunsi a Rocca d'Anfo verso il meriggio — e trovai il colonnello Corte, allora al comando della vanguardia, composta dei tre corpi suddetti — che aveva già preso le sue disposizioni, per sloggiare il nemico dalla nostra frontiera —

Egli aveva spedito il maggiore Mosto, verso Bagolino, con 500 uomini, per la via montana — e per le valli a ponente di Rocca d'Anfo — coll'oggetto di operare una diversione sulla destra, ed alle spalle del nemico —

Scoprendo da Rocca d'Anfo, un'avamposto Austriaco, a S. Antonio — circa ad un tiro di cannone dalla fortezza, si cercò pure di girarlo, inviando un distaccamento del 1º bersaglieri, agli ordini del Cap.o Bezzi, per la montagna —

Nessuno dei due distaccamenti diversivi, riuscì nell'impresa, per la difficoltà delle strade, e per la pioggia dirotta —

Io forse, contai troppo sullo slancio dei prodi volontari — ed avrei dovuto differire l'attacco all'altro giorno, essendo i militi stanchi e fradici dalla pioggia — colle loro armi, e munizioni in deplorevole stato —

Ma contando sull'effetto di un brusco inaspetato attacco — e sopratutto sull'entusiasmo d'uomini, che aveva veduto superare ostacoli ben maggiori — mi decisi alla pugna —

Verso le 3 p. m. essendo giunto il Capitano Bezzi, per la montagna di sinistra, al punto convenuto, fece un segnale — ed io ordinai alla collonna d'attacco — rimasta sin'allora coperta dalla fortezza — di marciare avanti a passo celere — e di assaltare il nemico —

Il colonnello Corte, marciava alla testa della collonna, coi suoi aiutanti, e disponeva — con quel sangue freddo che lo distingue — l'attacco in buon ordine — e collo slancio degno dei volontari Italiani —

Per un pezzo, tutto andava bene, ed il nemico ripiegava davanti alla bravura dei nostri — ma rinforzato dalle riserve, che coronavano le alture di Monte Suello — ed i nostri militi trovando sempre posizioni più formidabili — essi furono alla fine fermati nel loro slancio, ed un numero grande di feriti, venendo indietro per lo stradale, sostenuti dai loro compagni, alcuna confusione comunicarono nella collonna — Perdemmo uno dei nostri migliori ufficiali — in quell'affare — il Capitano Bottino — e tanti altri prodi militi — Il numero de' feriti nostri, fu certo molto maggiore di quello dei nemici — Solito apannaggio conferito ai volontari Italiani dal solito consiglio Aulico — dovendo loro combattere sempre con catenacci — contro armi superiori — E quì trattavasi di carabine Tirolesi, essendo i nostri nemici tutti di quei montanari. Fuga non vi fu veramente — il timore non invase i nostri giovani militi — ma erano affranti dalla fatica delle marcie anteriori alla pugna, e dall'assalto in posizioni così difficili — La maggiore parte — e massime il 3º reggimento — sprovvisto di giberne, non avevano un solo cartuccio asciutto — Dei fucili pessimi che non facevano fuoco, o se lo facevano, non arrivavano il nemico — che armato di superbe carabine ci fulminava.

Infine la giornata restò indecisa, e si rimase nelle posizioni occupate sotto Monte Suello — Ferito alla coscia sinistra, io fui obligato di ritirarmi — lasciando il comando al colonnello Corte, che si sostenne bravamente, tutto il resto della giornata nelle posizioni acquistate — Il colonnello Bruzzesi del 3º lo coadiuvò valorosamente —

All'alba del 4, essendosi ritirato il nemico da Monte Suello, noi l'occupammo col battaglione Cairoli del 9º reggimento — al quale — avendolo trovato sulla strada verso Barghe — avevo ordinato di marciare avanti nel giorno antecedente. Nello stesso giorno, si occupò Bagolino ed il Caffaro —

Il resto dei corpi volontari, ancora sprovvisti del necessario — venivano avanti, ma lentamente — verso il Tirolo — per essere obligati di provvedersi cammin facendo —

Lodrone e Darzo, furono occupati con poca resistenza, e finalmente si occupò ponte Dazio, e Storo, ove si stabilì il mio quartier generale — Storo piccolo villaggio al confluente delle due valli Giudicaria e d'Ampola — era per noi importante — ma per esserlo veramente: si dovevano occupare le alture che lo dominano — massime Rocca Pagana — altissimo pico che lo minaccia quasi verticalmente —

Dovendo penetrare nella Giudicaria poi, conveniva, indispensabilmente, impadronirsi prima del forte d'Ampola, che padroneggia la valle dello stesso nome, e che mette nella val di Ledro, da dove il nemico poteva sboccare, e tagliarci, — impadronendosi di Storo e ponte Dazio — dalla nostra base d'operazione, Brescia —

Avendo coperto la nostra sinistra, coll'occupazione di Condino, e le alture di ponente tutta la nostra cura, fu rivolta nel dominare e circuire il forte d'Ampola —

In quei giorni ci giunse la famosa 18ª brigata comandata dal maggiore Dogliotti — con 18 magnifici pezzi da 12 —

Con tale brillante artiglieria, io ho potuto formarmi una idea esatta — di ciò che vale la nostra artiglieria Italiana — ch'io stimo con orgoglio, non seconda a nessuna nel mondo — Il 16 luglio, il nemico tentò di cacciarci da Condino — I nostri contrariamente agli ordini miei, si erano spinti da Condino sino a Cimego — ed occuparono il ponte, ivi esistente sul Chiese — senza provvedere di guarnir le alture — indispensabili in quel paese scoscese — per proteggere la forza che si trova nella valle —

Il nemico con forze superiori delle tre armi — respinse i nostri da Cimego — e senza alcuni pezzi della nostra eccellente artiglieria — giunta in quei giorni — la giornata poteva costarci molto. Fortunatamente le perdite non furono grandi e quivi come sempre, l'inferiorità dei nostri fucili fu causa delle perdite nostre — maggiori di quelle del nemico —

Il maggiore Lombardi, uno dei prodi, di tutte le pugne Italiane, e dei migliori ufficiali nostri, morì in quel giorno sul campo —

Lo stesso giorno tornando da Condino a Storo in carozza — un'imboscata nemica su Rocca Pagana — ci fulminò per un pezzo — ma senza ferimenti. In tale giorno a Condino, si distinse molto il collonnello Guastalla —

I prodi generali Haug, e maggiore Dogliotti incaricati dell'assedio del forte d'Ampola — lo condussero presto a buon segno — I volontari arrampicati sulle scoscesissime montagne, che lo dominano, ridussero gli assediati a non potere mostrare la faccia all'aperto in nessuna parte, e lo circuirono complettamente —

I pezzi portati a spalla dai volontari ed artiglieri — o tirati con corde fra i dirupi sulle alture, fecero ben presto un mucchio di macerie — non delle casamatte, di grande solidità, ma di tutti gli edifizi attigui a quelle —

Molte granate tirate dai bravi artiglieri nostri penetrarono per le canoniere e fecero stragi — Un pezzo nostro collocato sulla strada dal valoroso tenente Alasia — che vi perdè la vita — contribuì molto a sconcertare il nemico —

Infine, dopo pochi giorni d'assedio, di canoneggiamento, e di fucilate — si arrese quel piccolo — ma per noi importantissimo forte —

La guerra del Tirolo, come in tutti i paesi di montagne — non può essere condotta, senonchè col possesso delle alture — Invano si tenterebbe anche con forze formidabili, contro minori d'inseguire il nemico nelle valli — Questo coi suoi eccellenti tiratori sulle vette dei monti, e sui pendii — farebbe sempre una strage delle truppe, avanzando per le strade delle vallate —

Perciò ad eccezione del monte Suello — ove, forse per impazienza — non ci attennemmo esattamente a tale massima — tutte le nostre operazioni in avanti, furono sempre precedute dall'occupazione dei monti circostanti — e quantunque i cacciatori Tirolesi, sieno pratici di quel genere di guerra — armati di eccellenti carabine — che maneggiano con una maestria stupenda — e che sono anche soldati valorosi — se si arriva a dominarli dalle creste — essi cedono — e la tenacità nostra nel procedere avanti — fu sempre coronata dal successo, ad onta di perdite ben considerevoli — Successo dovuto all'occupazione delle alture particolarmente —

«Fare l'aquila» era quindi il motto prevalso tra i volontari — a cui si raccomandava particolarmente — «Fare l'aquila» cioè impadronirsi delle alture — pria di qualunque marcia avanti per le vallate — Tale massima deve osservarsi anche nelle ritirate — ove il terreno e le circostanze lo permettano —

La resa del forte d'Ampola, e l'occupazione della catena di monti che stendonsi da Rocca Pagana, sino alle sommità del Burelli, Giovio, Cadrè, ecc. — dominando le due valli di Ledro, e Giudicaria — ci apersero facile la via in val di Ledro — e potemmo stendere la testa della nostra collonna di destra, sino a Tiarno e Bezzeca —

Il nostro movimento per la destra, in val di Ledro — era tanto più importante — poichè si doveva da quella parte, proteggere la giunzione del 2º reggimento, ingolfato per il Monte Nota, verso Pieve Molina, ed il lago di Garda — contrariamente ai miei ordini che lo chiamavano per la val Lorina su Ampola — a coadjuvarvi l'assedio — Quel reggimento si era disordinatamente portato troppo a destra — ed esposto ad esser distrutto dal nemico — ad onta, che le sue singole compagnie, si erano valorosamente battutte contro nemici superiori —

Io dissi anteriormente: aver lasciato il 2º reggimento a Salò, in protezione della flottiglia arsenale e forti — Lo stesso era stato cambiato dal 10º reggimento — ed ebbe ordine di marciare per val Vestina sulla destra nostra, salir quella giogaja, e discendere per val Lorina su Ampola —

Molti furono i disagi e fatiche sofferti in quella marcia dal 2º e non pochi gli errori commessi — E se la resa d'Ampola avesse tardato un giorno solo — o noi ritardato l'occupazione di Bezzeca — certo, quel reggimento era perduto, come si vedrà da quanto segue —

Premendomi l'occupazione di val di Ledro — massime per assicurare la giunzione del 2º reggimento — io avevo ordinato al generale Haug, di lasciare al maggiore Dogliotti, la cura dell'assedio d'Ampola — e di portarsi nella valle suddetta, con quanta forza poteva prelevare dall'assedio.

Era impresa ardua — pria della resa del forte — e non potè eseguirsi — È vero: che la brigata Haug componendosi del 7º e del 2º — il primo quasi tutto occupato — ai lavori d'assedio — e del 2º essendovi poche compagnie su Ampola — era ben arduo eseguire l'ordine mio —

Comunque io ero inquieto sulle sorte del 2º reggimento — e subito la resa effetuata — non perdei un momento a spingere sulla val di Ledro — il quinto reggimento — unico rimasto in riserva — le compagnie dei diversi reggimenti, che avean contribuito alla capitolazione d'Ampola — e due battaglioni del 9º reggimento — che occupava le alture di monte Giovio, ecc. —

Il movimento per val di Ledro, fu fatto a tempo, poichè il nemico avendo riunito nella valle di Conzei, sei milla de' suoi migliori soldati — scendeva per quella valle su Bezzeca coll'intenzione di separare i distaccamenti del 2º reggimento da noi — e farli a pezzi —

La valle di Conzei, scendendo da tramontana, giunge perpendicolarmente nella valle di Ledro, a Bezzeca —

Il 20 — essendo la strada d'Ampola libera — dopo la reddizione del forte — la nostra testa di collonna di destra aveva occupato quel villagio — e nella notte fu mandato un battaglione del 5º reggimento — comandante Martinelli — in ricognizione sulle alture orientali —

Cotesto battaglione — non so di chi la colpa — o per caso — trovossi, all'alba, avvilupato da forze nemiche considerevoli — e fu obligato di retrocedere con perdite considerevoli — Gli avanzi di detto battaglione, perseguiti dal nemico, si ripiegarono sulla collonna principale, che occupava Bezzeca, ed i villagi attigui a tramontana di quello — ed ivi s'impegnò un serio combattimento —

4º periodo.

CAPITOLO IV. Combattimenti di Bezzeca — 21 luglio.

Il nemico gonfio de' suoi primi successi — venne avanti, con un'intrepidezza, alla quale erimo poco assuefatti — e successivamente cacciò da tutta la valle di Conzei, i nostri — Invano si era collocato una batteria da 8, in avanti di Bezzeca, che lo fulminò per un pezzo — Invano i capi, e gli ufficiali nostri, alla testa dei volontari — pagando di persona, si precipitarono alla carica per arrestarlo — Invano! Sino a Bezzeca, tutte le posizioni nostre, furono guadagnate dal nemico — ed egli, non solo occupò quel villagio — ma si spinse avanti dallo stesso, e portò un distaccamento sulla destra nostra — ad Ostro della val di Ledro — ad attaccarci di fianco —

Io ero partito all'alba da Storo in carozza — essendo fresca ancora la mia ferita del 3 Giugno — e dalle notizie avute — non mi aspettavo a trovar la mia gente impegnata in sì fiero combattimento — Avevo però — lasciando Storo — dato ordine di marciare avanti alla mia direzione — per le 3 p. m. al 7º reggimento — ed al 1º bersaglieri —

Giunto nelle vicinanze di Bezzeca, il cannone e le fucilate — mi avvisarono della pugna impegnata — Feci chiamare il generale Haug per averne contesa — e dai raguagli, vidi che si trattava di un affare serio —

Ambi convenimmo di far occupare le alture di Sinistra, coi battaglioni del 9º reggimento che cominciavano ad arrivare — E ben ci valsero, poichè la salvazione prima della giornata, furono quelle posizioni — occupate dai prodi di quel reggimento — e lo dico con vero orgoglio: capitanati da mio figlio Menotti — I due battaglioni del 9º eran comandati da Cossovich e Vigo Pelizzari — ambi dei Mille, e ben degni d'esserlo —

Nel centro e sulla destra nostra, i volontari venivano indietro — e lo stesso la batteria suddetta, facendo fuoco in ritirata e comportandosi valorosamente —

Un cannone di cotesta batteria, ebbe tutti i cavalli morti, e i serventi morti o feriti — meno uno — Questo prode, dopo d'aver mandato l'ultimo projetto al nemico, montò a cavallo del suo pezzo, con tanto sangue feddo — come se si fosse trovato su d'un campo di manovre —

In quel mentre, il maggiore Dogliotti mi avvisò tenere indietro una batteria fresca — Avanti! io gridai; e quella brava gente — in pochi minuti — giungeva al galoppo — obliquava a destra, collocava i suoi sei pezzi, sopra un terreno, gentilmente elevato — e fulminava il nemico, con tiri tali, che più sembravano fuoco di moschetteria — anzichè di cannone — tale era la lor celerità —

De' sei pezzi in ritirata se ne agiunsero tre alla batteria fresca — ciocchè formò un insieme di 9 bocche a fuoco formidabili —

Tutti gli ufficiali del mio quartier generale, e quanti mi capitavano a portata della voce — ebbero da me incarico, di ragranellar gente, e spingerla avanti — Canzio, Ricciotti, Cariolatti, Damiani, Ravini, ed altri, si precipitarono alla testa di un nucleo di valorosi — e coadiuvati dall'intrepido 9º sulla sinistra — fugarono il nemico già scosso dal fulminar della nostra artiglieria — oltre Bezzeca ed i villagi attigui —

Il nemico non resse più e si diede, ad una ritirata completta, abandonando tutte le posizioni acquistate, sino ben in su nella valle di Conzei, e per i monti da levante —

Cotesto combattimento del 21 Agosto, il più serio e micidiale di tutta la campagna, ci costò un gran numero di morti e feriti. Tra i primi, cadeva l'eroico collonnello Chiassi, alla testa del suo reggimento — Furon feriti: i prodi maggiori Pessina, Tanara, Martinelli — i capitani Bezzi, Pastore, Antongina — e tanti altri dei migliori —

Il nemico pure, ebbe tali perdite — che da quel giorno abbandonò ogni idea di difendere il Tirolo Italiano — e prese disposizioni di ritirata sul Tirolo Tedesco —

Il 22, io passeggiai in carozza sino a Pieve di Ledro — ove trovai il collonnello Spinazzi, con parte del suo 2º Reggimento — Si osservi che Pieve, era a un tiro di carabina da Bezzeca —

Chiesi a quel collonnello: da quanto tempo si trovava in quella posizione — e mi rispose da tre giorni — Io rimasi confuso, e dimandai: perchè non avea preso parte al combattimento del giorno antecedente — Mi disse: per mancanza di munizione — Lo lasciai — ed ordinai al generale Haug, che lo arrestasse, subito dopo aver riunito il suo reggimento —

Nel contegno del collonnello Spinazzi — pare vi fossero sintomi di demenza — poichè la condotta antecedente di quel capo per quanto sapessi — non era stato da vigliaco — poi, per codardo che possa essere un'uomo, quell'uomo — con parte d'un reggimento, che avea valorosamente combattutto, colle sue singole compagnie — non poteva rimanersi indifferente, ad un chilometro di Bezzeca, ove la pugna durò dall'alba sino alle 2 p. m. — ove il cannone avea ruggito per 9 ore — ed ove erano accanitamente impegnati dodici milla uomini da una parte e dall'altra —

Dal suo processo però, pare ch'egli non si trovasse il 21 a Pieve di Ledro — ma bensì sul monte Nota, che domina ad ostro quel paese — (ciocchè mi conferma nella mia opinione di demenza in quello sventurato ufficiale) che sul monte Nota riunì un consiglio de' suoi ufficiali, che decisero di marciare verso il campo di battaglia ove finalmente, per troppo lentezza, giunsero tardi —

Il 2º reggimento con un capo attivo poteva compiere una parte ben gloriosa in quella giornata — Esso si trovava giustamente alle spalle del nemico, quando questo occupava Bezzeca — ed impadronendosi delle alture a levante — che dominano cotesto villagio — esso, complettava un trionfo che avrebbe costatto agli Austriaci, la lor artiglieria, e molti prigionieri —

Basta portarsi sul luogo, per capacitarsi della verità della mia asserzione — Al contrario quel bel reggimento, per la salvezza del quale, si combatteva a Bezzeca, con tanto spargimento di sangue, rimaneva inoperoso, senza giovarci menomamente —

Serva tale fatto, ad esempio dei giovani ufficiali — Ove il cannone rugge — e che si sa esservi i compagni impegnati — non v'è scusa che tenga — là si deve marciare — Vi mancano munizioni — ebbene — i feriti ed i cadaveri ponno provvedervele — Là si deve marciare, ripeto: almeno che non abbiate altra missione, od ordini contrari ben espressi —

Io non narrerò i combattimenti parziali — eseguiti nei monti, e ve ne furono dei ben gloriosi, a cui certamente non ho potuto assistere — Dirò soltanto che nel 21, il nemico, per mascherare il serio movimento su Bezzeca, aveva accennato con una forza rispettabile, anche su Condino — ove il prode generale Fabrizi — capo di Stato Maggiore lo respinse colla brigate Nicotera e Corte — ed alcuni pezzi di artiglieria —

Anche su Molina, verso il lago di Garda — vi furono due impegni col nemico — in varie circostanze, in cui alcune compagnie del 2º reggimento combatterono valorosamente —

Dopo il 21 — non comparì più il nemico — ed avendo spinto il colonnello Missori, colle sue guide — in avanti di Condino in esplorazione — seppi esser disoccupata tutta la valle sino ai forti di Lardaro — Lo accennare, ed operare, verso la nostra sinistra — per la valle Giudicaria — come si fece — avea per oggetto la congiunzione della collonna Cadolini — che lasciando val Camonica, si dirigeva verso noi, per le valli di Fumo, e di Daone —

Contemporaneamente ai combattimenti di Bezzeca e Condino — ne avveniva uno alla nostra sinistra — nei monti — ove il maggiore Erba — con distaccamento — credo del primo reggimento — si era sostenuto contro una forza superiore di nemici — Ciocchè prova — esser molto numerosi gli Austriaci che ci stavano di fronte —

Sgombra di nemici, la valle Giudicaria — la giunzione con Cadolini fu facile — e riconosciuti i forti di Lardaro — io decisi un movimento per la destra su Riva ed Arco — e già si prendevano disposizioni, per rinforzare il generale Haug, incaricato di quell'ala, e di tale operazione — Ma l'ordine del 25 Agosto, di sospendere le ostilità, ci colpì al principiare di quella mossa — La campagna del 66 — è così impronta di eventi sciagurati — che non si dire: se si debba imprecare alla fatalità — o alla malevolenza di chi la dirigeva — Il fatto sta: che dopo d'aver faticato tanto, e sparso tanto sangue prezioso, per giungere a dominare le valli del Tirolo — al momento di raccogliere il frutto delle nostre fatiche — noi fummo arrestati, nella marcia nostra vittoriosa — Non si terrà tale asserzione per esagerata — quando si sappia: che il 25 Agosto — giorno in cui ci fu imposta la sospensione d'armi — non si trovavan più nemici sino a Trento — che Riva si abbandonava, gettando i cannoni della fortezza nel lago — che per due giorni, non si potè trovare il generale nemico — a cui si doveva partecipare la sospensione — che il 9º reggimento nostro, già scendeva dai monti, alle spalle dei forti di Lardaro, senza nessun ostacolo — naturalmente — giacchè tutta la guarnigione di quei forti, consisteva in meno di una compagnia — Infine, che il generale Khun comandante supremo delle forze Austriache nel Tirolo — in un'ordine del giorno, anunciava: che non potendo difendere il Tirolo Italiano si ripiegava alla difesa del Tirolo Tedesco —

In quel giorno il generale Medici, dopo i suoi brillanti fatti d'armi nella val Sugana — trovavasi a pochi chilometri da Trento — Il generale Cosenz lo seguiva colla sua divisione — e certo in due giorni — noi potevamo effetuare la nostra giunzione sulla capitale del Tirolo con 50 milla uomini — Insuperbiti dai nostri vantaggi — ed ingrossati dalle numerose bande, che già si formavano nel Cadore, Friuli ecc. — cosa non avressimo potuto tentare! Invece, io sono qui ad insudiciar carta perchè i venturi sappino delle nostre miserie. Un'ordine del comando supremo dell'esercito — intimava la ritirata, e lo sgombro del Tirolo — Io rispondevo: «Ubbidisco» parola che servì poi alle solite querimonie della Mazzineria — che come sempre: voleva ch'io proclamassi la Repubblica — marciando su Viena, o su Firenze —

In tutta la campagna del 66 — io fui molto secondato dai miei ufficiali superiori — non potendo io stesso, dovutamente assistere, ai movimenti ed operazioni di guerra — per essere obligato in carozza — Chiassi, Lombardi, Castellini, e i tanti prodi caduti in quella campagna — riscattarono, col loro nobile sangue, i nostri fratelli schiavi — che l'Italia, certamente non abbandonerà più allo straniero fosse egli il diavolo! —

Anche in questa — alcune buone carabine — ci giunsero a guerra finita — e fermo il dire!

Dal Tirolo ci ritirammo a Brescia — ov'ebbe luogo il scioglimento dei volontari — e quindi il mio ritiro a Caprera —

P. S. Qui pure io devo ricordare alla gratitudine de' miei concittadini il collonnello Chambers — Inglese, che mi servì d'ajutante di campo nella campagna del 66 —

Egli al combattimento di Bezzeca, fu a mio fianco durante tutto il conflitto, con un contegno intrepido — e sarebbe stato veramente più valevole se conoscitore della lingua Italiana — considerando: esser tutti i miei ajutanti occupati in diverse missioni —

Anche la sua signora, rese segnalati servigi ai nostri feriti, con cure personali — e colle sue generose oblazioni, in tutte le epoche —

Una febbre intermittente terribile mi privò per qualche tempo della cara compagnia del collonnello Chambers —

4º periodo 1867.

CAPITOLO V. Agro Romano.

La breve campagna del 67 nell'agro Romano — fu da me preparata, in una escursione sul continente Italiano ed in Svizzera — ove assistetti al congresso della lega della pace e della libertà — Io ne assumo quindi la maggior parte della responsabilità —

Generale della Republica Romana — investito di poteri straordinari, da quel governo, il più leggittimo, che mai abbia esistito in Italia — vivendo in un'ozio ch'io ho creduto sempre colpevole, quando tanto resta ancora da fare per il nostro paese — io mi figuravo con ragione: esser giunto il tempo di dare il crollo alla barracca pontificia — ed acquistar all'Italia l'illustre sua capitale —

Aspettare l'iniziativa da «chi tocca» era una speranza come quella scritta sulle porte dell'inferno — I soldati di Buonaparte non eran più a Roma — e poche migliaia di mercenari — scoria di tutte le cloache Europee — dovevano tener a bada una grande nazione — ed impedirla di far uso de' suoi diritti i più sacri —

Io mi accinsi alla crociata — Pria nel Veneto — e poi nelle altre provincie nostre, che avvicinano Roma — I due governi di Parigi e di Firenze — coi loro segugi, mi tenevano dietro — com'era naturale — Molti furono i buoni che mi coadjuvarono nell'impresa — e non pochi coloro che la contrariarono massime la Mazzineria, che si dice indebitamente partito d'azione — e che non tolera iniziativa emancipatrice a chicchessia —

Infine dopo d'aver girovagato per l'Italia — ed al mio ritorno della Svizzera — credendo non dover più indugiare — mi decisi all'azione — verso settembre —

Nello stesso tempo che si preparava il moto al settentrione — chiedevasi il concorso degli amici dell'Italia meridionale — per operare simultaneamente su Roma —

Io avea però fatto il conto senza l'oste — ed una bella notte — giunto a Sinalunga, ove fui gentilmente accolto ed ospitato — venni arrestato per ordine del governo Italiano, e condotto nella cittadella d'Alessandria —

Da Alessandria — ove mi lasciarono alcuni giorni — fui condotto a Genova, e da questa a Caprera — attorniando l'isola con bastimenti da guerra — Eccomi prigioniero nella mia dimora — guardato a vista e ben da vicino — da fregate corazzate minori piroscafi — ed alcuni legni mercantili, che il governo avea noleggiati a tale proposito — La spinta data al movimento sul continente, e ch'io stesso non avevo potuto iniziare per i motivi suddetti — non avea mancato di aver effetto tra i nostri amici, che non si scoraggirono per la mia detenzione —

Il generale Fabrizi mio capo di Stato maggiore con altri generosi — formarono un comitato di provvedimento a Firenze — Il generale Acerbi entrò con una collonna di volontari nel Viterbese; Menotti con altra, entrò per Corese, anche sul territorio Pontificio — e l'eroico Enrico Cairoli, con suo fratello Giovanni, ed una settantina di coraggiosi, gettandosi in barca nel Tevere — portavan armi ai Romani che ne mancavano —

Dentro Roma pure il prode maggiore Cucchi, con un pugno di valorosi — entrato con molto rischio della vita — organizzavano la rivoluzione interna — che combinata cogli assalitori di fuori doveva finalmente rovesciare quel mostruoso potere del papato — che come un canchero posa nel cuore dell'infelice nostro paese. Io non ero esattamente informato d'ogni cosa nella mia prigionia di Caprera — ma, da quanto avevo lasciato ne supponevo lo svolgimento — e poi, dai giornali, e dalla voce publica — qualche cosa si udiva — e di certo: che i miei figli ed i miei amici, erano sulla terra Romana alle mani coi mercenari pretini —

Lascio pensare: s'io potevo rimanermi ozioso — mentre quei miei cari, per istigazione mia, trovavansi pugnando per la liberazione di Roma — il bello ideale di tutta la mia vita! — Grande era la vigilanza di coloro, che avean per missione di guardarmi — e molti i bastimenti e mezzi, di cui potevan disporre — ma maggiore era il mio desiderio di compiere il mio dovere, ragiungendo i coraggiosi che pugnavano per la libertà Italiana —

Il 14 Ottobre 1867 — alle 6 p.m. io abbandonavo casa mia, dirigendomi verso il mare a settentrione — Giunsi alla spiaggia — e vi trovai il beccaccino — piccolo legno comprato nell'Arno — e capace di trasportare due sole persone —

Il beccaccino, trovavasi casualmente — a pochi metri della spiaggia — e dalla parte di levante d'un piccolo magazzino che serve a metter le imbarcazioni al coperto — Nella stessa parte trovavasi una pianta di lentisco che copriva quasi intieramente il minuto schifo — dimodocchè i miei regi guardiani non avean potuto scoprirlo —

Giovanni, un giovane Sardo, custode della Goletta — dono generoso de' miei amici Inglesi — che si trovava nel porto dello stagnatello — Giovanni dico: stava nella spiagia aspettandomi — Col suo ajuto, posi il beccaccino in acqua, e m'imbarcai — Egli partì col palischermo della goletta cantarellando — Io costeggiai a sinistra la spiaggia della Caprera — facendo meno romore d'un'anitra — ed uscì in mare per la punta dell'Arcaccio — ove Frosciante altro mio fido — e Barberini ingegnere di Caprera avevano esplorato il terreno per timore di alcuna imboscata —

I miei custodi erano molti — Essi occupavano le isolette del porto dello Stagnatello — ove tenevano una barcaccia da guerra, con altre minori, pattugliando in ogni direzione, tutta la notte — meno nella direzione da me scelta, per uscire dalle loro unghie —

Era plenilunio, circostanza, che rendeva più difficile assai la mia impresa — e secondo i miei calcoli: la luna dovea uscire dal Teggialone (montagna che domina la Caprera) — un'ora circa, dopo il tramontar del sole — Io dovevo quindi profitare di quell'ora per il mio passaggio alla Maddalena — non prima ne più tardi: prima mi avrebbe tradito il sole — e più tardi la luna — Una circostanza imprevista che mi favorì molto fu la seguente: Maurizio, assistente mio, era andato alla Maddalena in quel giorno — e verso quell'ora tornava in Caprera — Un po allegro forse, non badò al «chi viva» delle barche da guerra che incrociavano numerose nel canale della Moneta che separa la Maddalena dalla Caprera — e coteste barche lo fulminarono di fucilate, che felicemente non lo colpirono — Per combinazione ciò succedeva, mentre io stava operando la mia traversata, favorito pure dal vento di scirocco, le di cui piccole ondate servivano mirabilmente a nascondere il beccaccino, che apena usciva d'un palmo dalla superficie del mare —

La mia pratica — acquistata nei fiumi dell'America, nelle canoe Indiane, che si governano con un remo solo — mi valse sommamente — Io avevo un remo, o pala di circa un metro, con cui potevo remare, con tanto romore quanto ne fanno gli acquatici —

Dunque, mentre la maggiore parte de' miei custodi si precipitavano su Maurizio — io tranquillamente, traversavo lo stretto della Moneta, ed approdavo nell'Isolella, divisa dalla Maddalena da un piccolo canale guadabile —

Giunsi a Greco dell'Isolella, e vi approdai fra i numerosi scogli che la circondano — quando il disco della luna, spuntava dal Teggiolone — tirai il beccaccino in terra, e lo nascosi nella macchia — poi, mi diressi ad ostro, per passare il canale guadabile, e dirigermi verso la casa della Signora Collins —

Nel canale suddetto, mi avevano aspettatto il Maggiore Basso, ed il capitano Cuneo amico mio — che avean supposto il mio passaggio in quella parte — ma il cataclisma Mauriziano — e la quantità di fucilate che credettero sparate contro di me — li persuase esser affare finito — ed io morto o almeno prigioniero — Presero quindi la decisione di ritirarsi alla Maddalena —

Indebolito dagli anni e dai malanni — l'agilità mia era poca — tra gli scogli e cespugli dell'isola della Maddalena — Per fortuna ero illuminato dalla luna, che avrei temuto sul mare — ma che benedivo in quel mio difficile transito — tanto più difficile: che avendo dovuto passare il canale guadabile senza scalzarmi, per essere irto di punte granitiche, avevo gli stivali pieni d'acqua — e quindi il canticchiare dei miei piedi nel bagno — cosa ben dispiacevole camminando — In tale stato, giunsi con tutte le precauzioni possibili in casa della Signora Collins — e vi fui accolto generosamente —

4º periodo.

CAPITOLO VI. Sardegna — Traversato sul mare — Continente.

In casa della Signora Collins — ove ricevetti la più gentile, ed amichevole ospitalità — io rimasi sino alle 7 p.m. del 15 Ottobre 1867 —

A quell'ora giunse in casa della Signora suddetta il mio amico Pietro Susini col suo cavallo — Montai — e con quella guida praticissima — attraversai l'isola della Maddalena, e giunsi a calla Francese, a ponente dell'isola — ove m'aspettavano Basso ed il capitano Cuneo — con uno schifo ed un marinaro —

M'imbarcai, ed attraversammo in sei lo stretto che divide la Maddalena dalla Sardegna — Giunti sul territorio della Sardegna, e rimandata la barca alla Maddalena — vi passammo il resto della notte in una Conca,[113] vicino allo stazzo[114] di Domenico N. e verso le 6 p. m. del 16 — dopo d'aver riuniti tre cavalli — c'incamminammo — metà a piedi in principio, e tutti a cavallo poi — traversammo i monti della Gallura, il golfo ed il paese di Terranova — ed all'albeggiare del 17, ci trovammo sulle alture che dominano il porto di S. Paolo —

Non trovando in Porto di S. Paolo, il legno — che Canzio e Vigiani vi dovevano tenere — passammo la mattinata nello stazzo di Nicola — ed il capitano Cuneo, ad onta della stanchezza di quindici ore di cavallo, si spinse verso ostro a porto Prandinga — ove ci aspettavano i nostri amici — colà giunti felicemente dopo molte peripezie — colla paranzella S. Francesco —

Prima di lasciare la Sardegna, io devo una parola di lode e di gratitudine, ai buoni amici che mi facilitarono la liberazione —

I capitani Giuseppe Cuneo e Pietro Suzini si adoperarono a mio favore d'un modo veramente lodevolissimo — Buoni, coraggiosi e molto pratici, essi ci servirono di guida, di consiglio — ed affrontando con noi, i disagi, le fatiche, ed il rischio — non ci vollero lasciare, senonchè dopo d'averci accompagnati sul S. Francesco —

Domenico N. del primo stazzo — tolse il solo materazzo che aveva dal letto ove giaceva la moglie inferma — e lo portò nella Conca per accomodarvi il mio letto — con alcuni cussini — Tale è l'ospitalità Sarda — Egli fu operosissimo nel procurarci tutti i cavalli necessari — senza i quali, sarebbe stato quasi impossibile il nostro viaggio attraverso i monti della Gallura — Nicola dello stazzo di porto S. Paolo — subito che m'ebbe conosciuto, ad onta del mio travestimento, e della barba e capelli tinti — mi accolse con quella franchezza, e benevolenza — che distingue il ruvido, ma generoso e fiero pastore Sardo — Io sono innamorato del popolo Sardo in generale — ad onta di difetti che le si attribuiscono e sono certo — che con un buon governo — che volesse veramente occuparsi della prosperità, e progresso di cotesto buona, ma poverissima popolazione — si potrebbe fare di essa, una delle prime — ricca com'è d'intelligenza e di coraggio —

Grande ed ubertosissima terra — un vero Eden, si farebbe della Sardegna — oggi un deserto — ove la miseria, lo squallore, la mal'aria sono impronte sulle caratteristiche fisionomie degli abitatori — Il governo che per disgrazia di tutti, regge la penisola, appena sa se esiste una Sardegna — occupato com'è a preparare una schifosa reazione, e ad impiegare i tesori dell'Italia — a comprare spie, poliziotti, preti, e simile canaglia — demoralizzando e rovinando l'esercito, per compiere le voglie libidinose del Buonaparte — di cui non è che una miserabile prefettura (1867) —

Il 17 Ottobre 1867, alle 2 p. m. circa, io abbracciavo affetuosamente, i cari Canzio e Vigiani, a bordo della paranza S. Francesco — Essi aveano compiuto una difficilissima missione — affrontando disagi e perigli per liberarmi —

Alle 3 p. m. dello stesso giorno, si salpava, e con vento da Scirocco, mediocre — dopo una bordata, la paranza navigava fuori di Tavolara, con prora a Tramontana quarta a Greco —

Il 18 verso i meriggio, avvistammo Monte Cristo, e nella notte stessa entrammo nello stretto di Piombino —

Il 19 albeggiò minaccioso, con vento forte da Ostro e Libeccio con pioggia — Tale circostanze favorirono il nostro approdo a Vado — tra il canale di Piombino e Livorno —

Il resto del giorno 19, si passò in Vado, aspettando la notte per sbarcare — Verso le 7 p. m. sbarcammo sulla spiaggia algosa ad Ostro di Vado — in cinque: Canzio, Vigiani, Basso, Maurizio ed io —

Vagammo per un pezzo a trovar la strada — essendo quella spiaggia assai paludosa — ma ajutato nei passi più difficili dai miei compagni — potei giungere con loro, nel villagio di Vado — ove per fortuna Canzio e Vigiani trovarono subito due biroccini, e via per Livorno — A Livorno si giunse in casa Sgarellino — ove trovammo le sole donne, che ci accolsero con molta benevolenza — Ivi, venne Lemmi, che da vari giorni ci aspettava con una carozza, per condurci a Firenze — Montammo, e si giunse nella capitale verso la mattina — accolti con gentile ospitalità in casa della famiglia Lemmi —

Il 20 — in Firenze, fui accolto dagli amici, e dalla popolazione, a cui non si potè nascondere il mio arrivo — Accolto con dimostrazioni di gioia — eppure trattavasi di acquistar Roma capitale d'Italia — e togliere il primato alla metropoli madre di Galileo, e di Michelangelo — Ed il generoso popolo di Firenze, giubilava — Grande e vera manifestazione di patriotismo — di cui l'Italia — come a Torino, in pari circostanza — deve tener conto —

Ragiungere i miei fratelli d'armi — ed i miei figli, che si trovavano al campo in presenza dei nemici — era il mio gran desiderio e quindi fu breve la mia permanenza nella capitale — Passai a Firenze il resto del giorno 20 e tutto il 21 Ottobre — Il 22 con un convoglio speciale, mi avviai verso la frontiera Romana sino a Terni, e di là in carozza per il campo di Menotti — che raggiunsi il 23, al passo di Corese —

Essendo la posizione di Corese, poco idonea ad una difesa, per truppe in pessima condizione — com'erano i nostri poveri volontari — marciammo per monte Maggiore — e da questa posizione, nella notte dal 23 al 24 — ci dirigemmo in diverse collonne su Monterotondo — ove si sapeva trovarsi circa 400 nemici con due pezzi d'artiglieria —

La collonna comandata dai maggiori Caldesi, e Valsania, doveva principiare il suo movimento alle 8 p.m. del 23 — giungere a Monterotondo verso mezzanote — e procurare d'introdursi nella città con un'assalto dalla parte di ponente, che si credeva, ed era veramente la parte più debole — ove le mura di cinta rovinate, erano state supplite da case, con porte esterne, e quindi di non difficile accesso —

Questa collonna di destra, composta per la maggiore parte di coraggiosi Romagnoli — per gli inconvenienti inseparabili ad un corpo, non organizzato — mancante di tutto — stanco — e senza poter trovare guide pratiche del paese — arrivò di giorno sotto la cinta di Monterotondo — e fu per conseguenza fallitto l'attacco di notte — È incredibile lo stato di cretinismo, e di timore in cui il prete, ha ridotto cotesti discendenti delle antiche legioni di Mario e di Scipione! Io già lo avevo provato nella mia ritirata da Roma nel 49 — ove con oro alla mano — non mi era possibile di trovare una guida — E così successe nel 67 —

Quando si pensa: in una città Italiana come Monterotondo — colle porte di casa — a ponente — che mettevan fuori della cinta — non trovarsi un solo individuo — capace di darci relazione, su ciò che esisteva dentro — Mentre noi erimo Italiani per Dio! pugnando per la liberazione patria — mentre dentro — v'era la più vile ciurmaglia di mercenari stranieri, al servizio dell'impostura — «Libera chiesa in libero Stato» ha detto un grande ma volpone statista: Sì! ebben lasciatela libera cotesta nera gramigna — ed avrete i risultati ch'ebbero la Francia e la Spagna — oggi, per i preti cadute all'ultimo gradino delle nazioni —

La collonna di sinistra comandata da Frigezy, giunse fuori di Monterotondo a Levante, occupò il convento dei Capuccini verso le 10 a.m. colle posizioni adjacenti — e spinse alla sua sinistra alcune compagnie, per darsi la mano coi corpi nostri di destra — ciocchè fu impossibile per tutto il giorno 24 — essendo tremendo il fuoco nemico da quella parte — La collonna del centro — guidata da Menotti — con cui mi trovavo — avendo marciato da Monte Maggiore, direttamente all'obbiettivo, fu pure arrestato da' passi disagevoli della strada Moletta — e nonostante giunse la prima all'albeggiare, sotto le posizioni che contornano Monterotondo da Tramontana —

Io ordinai a questa collonna, comandata da Menotti — e composta per la maggiore parte dai prodi bersaglieri Genovesi di Mosto e Burlando — di occupare le forti posizioni settentrionali, già accennate — ma di non assaltare — pensando poter combinare l'attacco colle altre collonne che dovevano giungere a poca distanza di tempo — Ma lo slancio dei volontari non potè trattenersi — ed invece di limitarsi ad occupare le posizioni suddette — essi si lanciarono all'assalto di porta S. Rocco — affrontando un fuoco micidialissimo — che da tutte le finestre del paese — in quella parte — li fulminava —

Essendomi allontanato dalla collonna del centro sulla sinistra, per potere scoprire la collonna di Frigezy, che doveva giungere da quella parte — io mi accorsi con pena e stupore dell'impegno in cui s'eran avventati i bersaglieri Genovesi per troppo coraggio — Quell'attacco prematuro ci costò una quantità di morti e feriti — valse però a stabilire nelle case adjacenti a porta S. Rocco, alcune centinaia di volontari — che più tardi, sostenuti e coadjuvati da compagnie fresche d'altri corpi — poterono incendiare la porta suddetta — ciocchè ci valse l'entrata e presa del paese —

Tutto il 24 Ottobre, fu dunque occupato a cingere colle forze nostre la città di Monterotondo, e la guarnigione composta di zuavi papalini, per la maggiore parte, armati d'eccellenti carabine, e due pezzi d'artiglieria — ci fulminava — senza che si potesse rispondere dovutamente, coi soliti nostri catenacci — e per trovarsi i nemici al riparo, da non poterne scoprire uno solo —

Monterotondo è dominato dal palazzo dei principi di Piombino — di cui un giovane di quella famiglia militava con noi — Cotesto palazzo, o piutosto castello è spaziosissimo e fortissimo — Il nemico ne avea fatto una fortezza, con delle feritoie tutto attorno ed un parapetto sulla piattaforma orientale ove teneva i due pezzi — uno da 12 e l'altro da 9 — Tra i caduti all'attacco di porta S. Rocco — contavano i prodi maggiore Mosto, gravemente ferito, il capitano Uziel mortalmente — il mio caro e buon Vigiani che tanto avea contribuito alla mia liberazione da Caprera — a cui dovevo tante gentilezze — morto! e tanti altri valorosi! —

Io ricorderò nella pagina seguente i nomi di coloro che cadettero valorosamente per la liberazione di Roma nel 67 — e non rammentandoli tutti, certamente, incarico il mio stato maggiore di compiere a quel sacro dovere:

Morti

Achille Cantoni — maggiore

Vigo Pelizzari — idem

Martino Franchi — idem

Martinelli — idem

Testori Luigi — idem

Defranchis — idem

De Benedetti

Uziel — capitano

Vigiani Antonio — 1º tenente

Latini Ercole

Achille Borghi

Annighini Antonio

Lombardi Pio

Permi Giuseppe

Conte Bolis di Lugo

Andreuzzi Silvio — T.te

Ettore Morasini

Bovi figlio del maggiore

Bortulacci Gironimo

Lenari Sante, Giordano Ettore, Scholey Giovanni di Londra — Trovati feriti alla stazione di Monterotondo, dai zuavi del papa — e massacrati

Feriti

Bezzi Egisto — maggiore

Mosto Antonio — idem

Stallo Luigi — idem

Gavitani Vincenzo

Galliani Giacomo

Manara Domenico

Sgarbi Antonio

Mayer di Livorno

Sgarellino Pasquale

Capuani Paolo

Galliani Giacomo

4º periodo, Ottobre 1867.

CAPITOLO VII. Assalto di Monterotondo.

Cotesto assalto prova abbastanza: a qual punto trovavasi il morale della gente ch'io comandava — pria della propaganda Mazziniana che invitava i volontari a tornare a casa per proclamare la Republica —

Passammo il giorno 24 Ottobre — come abbiamo detto — a cingere Monterotondo — preparare fascine e zolfo per incendiare la porta di S. Rocco — e prendere tutte quelle disposizioni d'assalto, che si poterono —

Le tre collonne comandate da Salomone, Caldesi, Valsania e Menotti — meno alcune osservazioni verso la via Romana, da dove potevano giungere soccorsi ai nemici — s'erano massate per l'assalto decisivo di porta S. Rocco —

Frigezy doveva attaccare simultaneamente la città, da levante — e possibilmente incendiarvi pure la porta del castello —

L'attacco era deciso per le 4 a.m. del 25 — I nostri poveri volontari, nudi, affamati, e bagnate le poche vesta si erano sdrajati sull'orlo delle strade, che le dirotte pioggie dei giorni antecedenti aveano colme di fango — e rese quasi impraticabili — Pure spossati dalla stanchezza anche nel fango si sdrajavano quei bravi giovani! Io confesso: ero quasi disperato di poter far rialzare quei soffrenti per l'ora dell'assalto — e volli dividere la loro miserabile situazione sino verso le 3 a.m. seduto tra loro —

A quell'ora, gli amici che mi attorniavano, mi chiesero: ch'io entrassi un momento nel convento di S. Maria, distante pochi passi, per sedermi all'asciuto — e mi condussero, unico sedile, in un confessionale — ove stetti pochi minuti.

Non appena seduto, ed apogiate le spalle addolorate dal star molto tempo in piedi — quando un rumore come di tempesta — un grido solenne d'una moltitudine dei nostri, che si precipitavano nell'uscio della porta ardente mi fece risaltare, e correre con quanta celerità potevo verso la scena d'azione — gridando anch'io: «Avanti!» —

Incendiata intieramente la porta, colpita da due piccoli nostri cannoncini, che sembravan due canocchiali — e non presentando più, che un mucchio di rovine ardenti — di cui si aspettava l'estinzione — i nemici ritentavano di barricadarla nuovamente — e perciò cominciavano ad avvicinarvi, carri, tavole, ed altri oggetti d'ostruzione — Ciò però non garbava ai nostri, cui tanta fatica e pericolo avea costato lo incendiarlo — Il primo oggetto che si presentò alla porta spintovi dai zuavi, fu un carro — ma non ebbero tempo di metterlo a posto — Una scintilla elettrica, eroica, si sparse come il fulmine nelle fila dei patriotti — e furibondi, si precipitarono nell'uscio ardente come energumeni —

Altro che stanchi, spossati, e affamati! — Non avevo forse già visto operar dei miracoli a cotesta gioventù Italiana! Diffidarne era un delitto — roba da vecchio decrepito!

Non valsero ad arrestarli, il carro attraversatto — i rottami ardenti, ammonticchiati sulla soglia — una grandine di fucilate, che pioveva da tutte le direzioni — Essi mi facevano l'effetto d'un torrente, che rotti gli argini ed i ripari — si precipita nella campagna —

In pochi minuti la città fu inondata dai nostri, e tutta la guarnigione rinchiusa nel castello — Alle 6 p.m. si cominciò l'attacco del castello, essendo i nostri, già padroni di tutti gli sbocchi di strade, che conducevano a quello — ed avendoli barricati tutti si mise il fuoco alle scuderie, con fascine, paglie, carri, e quanti oggetti combustibili vi si trovavano —

Alle 10 a.m. si respinsero con poche fucilate circa due milla uomini — che da Roma, avanzavano al soccorso degli assediati —

Alle 11, la guarnigione affumicata, e temente di saltare in aria, col fuoco alle polveri, che tenevan di sotto — alzò bandiera bianca, e si arrese a discrezione —

Il prode maggiore Testori, poco prima della resa dei nemici, aveva preso la determinazione di mettersi allo scoperto, alzando una bandiera bianca, per intimar loro di arrendersi — ma quei mercenari, violando ogni diritto di guerra, lo fucilarono con vari colpi, e lo lasciaron cadavere — Ebbi un'immensa fatica, dopo tanti e siffatti atti di barberie di cotesti sgherri dell'inquisizione — per salvar loro la vita — essendo i nostri irritatissimi contro di loro.

Io stesso fui obligato di condurli fuori di Monterotondo, e farli scortare al passo di Correse — da quaranta uomini, agli ordini del maggiore Marrani —

Successe in Monterotondo, ciocchè succede in una città presa d'assalto — e che poca simpatia s'era meritata, per il mutismo e l'indifferenza, quasi avversione — manifestata verso di noi — E devo confessare: che disordini non ne mancarono — E tali disordini impedirono pure, di poter organizzare dovutamente la milizia nostra — quindi, poco si potè fare in quel senso, nei pochi giorni che vi soggiornammo —

Colla speranza, di meglio poter organizzare la gente fuori, tenendola in moto — toglierla ai disordini della città — ed avvicinarci a Roma — uscimmo da Monterotondo il 28 ottobre, ed occupammo le colline di S. Colomba — Frigezy, facendo la vanguardia occupò Marcigliana — e spinse i suoi avamposti sino a Castel Giubileo, e Villa Spada —

Nella sera del 29, trovandomi a Castel Giubileo, mi giunse un messo da Roma, che avea parenti nella collonna e quindi conosciuto — egli mi assicurò esser i Romani decisi a fare un tentativo, d'insurrezione nella notte stessa — Ciò m'imbarazzò alquanto — non avendo tutta la gente a mano — Nonostante mi decisi io stesso, di spingermi coi due battaglioni dei bersaglieri Genovesi — sino al casino dei Pazzi, a due tiri di fucile dal ponte Nomentana — nell'alba del 30 —

Una guida nostra, con un'ufficiale, che giunsero primi nel casino stesso, v'incontrarono un picchetto nemico, e vennero con quello a colpi di revolver — La guida fu ferita leggiermente nel petto — e siccome era maggiore il numero di nemici — i nostri si ritirarono, avvisandomi con altri tiri della presenza dei papalini — Ma fecero tutto ciò con sangue freddo e da valorosi —

Retrocedemmo da quel punto, all'incontro dei due battaglioni in marcia — e subito ch'essi arrivarono, si occupò il casino dei Pazzi, le case della Cecchina — ch'è uno stabilimento pastorizio, ad un lungo tiro di carabina a tramontana dal primo — e la strada, fiancheggiata da un muro a secco, che va dal casino alle case — Rimanemmo tutto il giorno 30, in cotesta posizione aspettando di udire qualche movimento in Roma — o qualche avviso dagli amici di dentro — ma inutilmente —

Verso le 10 a.m. uscirono due collonne nemiche in ricognizione — una dal ponte Nomentano — l'altra alquanto dopo, dal ponte Mammolo — I soldati del papa, sulla destra nostra, avanzando in tiratori, a portata di carabina — ci fecero fuoco tutto il giorno — ma i nostri, ubbedendo agli ordini, non rispondevano — giacchè sarebbe stato inutile, coi nostri fucili pessimi — sprovvisti com'erano i Genovesi delle loro buone carabine — Solamente, quando baldanzosi, o irritati dal nostro silenzio, i zuavi si avanzarono più vicini — i nostri imboscati al casino dei Pazzi — ne uccisero quattro — e ne ferirono alquanti —

La nostra posizione, a pochi passi da Roma — ove s'era concentrato tutto l'esercito papale — era arrischiata — e quando io vidi uscirne le due collonne, di cui non si poteva precisare il numero chiesi a Menotti, che si trovava indietro: che ci facesse sostenere da alcuni battaglioni, ch'egli stesso portò immediatamente —

Persuaso che nulla si faceva in Roma — e meno si sarebbe fatto, coll'arrivo dei Francesi già anunciato, e realizzato in quei giorni — io disposi la ritirata su Monterotondo — lasciando molti fuochi accesi, in tutte le posizioni da noi occupate — per ingannare il nemico —

Qui, la Mazzineria profitò della circostanza per fare il broncio — e seminare il malcontento tra i volontari — «Se non si va a Roma, dicevano essi: — meglio tornare a casa — ».

E veramente: a casa, si mangia bene, si beve meglio, si dorme caldi — e poi, anche... la pelle è più sicura.

Le posizioni da noi occupate: Castel de' Pazzi — Cecchina, Castel Giubileo, ecc. — eran troppo vicini a Roma, e non difendibili contro forze superiori — convenivano quindi, altre posizioni più forti, e più lontane — Monterotondo ci offriva tali condizioni, e più facilità per vivere —

4º periodo, 3 Novembre 1867.

CAPITOLO VIII. Mentana — 3 novembre 1867.

Il 31 ottobre era tutta la forza dei volontari rientrata in Monterotondo — e vi rimase sino al 3 novembre —

Tutto quel tempo fu impiegato a vestire alcuni militi, i più bisognosi, calzarli, armarli organizzarli come si poteva —

Si fecero occupare da tre battaglioni, le forti posizioni di S. Angelo, Monticelli, e Palombara — comandati dal colonnello Paggi — Tivoli fu occupato dal collonnello Pianciani, con un battaglione — Il generale Acerbi, occupava Viterbo con un migliaio d'uomini — il generale Nicotera occupava Vellettri con un altro migliaio —

Ed il maggiore Andreuzzi operava sulla sponda destra del Tevere con dugento uomini —

Prima del 31 Ottobre, molti volontari accorrevano ad ingrossare le collonne comandate da Menotti dimodocchè esse ascendevano già al numero di circa 6000 uomini —

La situazione dei corpi volontari, quindi, se non era brillante, non era deplorabile — se avessimo coll'ajuto del paese, potuto complettare l'armamento, il vestiario, e quanto abbisognavano i nostri poveri militi —

L'esercito papalino era demoralizzato, ne avevimo battutto una parte a Monterotondo, ed il resto s'era concentrato in Roma — ove sfidato da noi non aveva osato di uscirne —

Il popolo Romano, oppresso, massacrato ne' suoi tentativi insurrezionali — gridava vendetta — e si preparava con nuovo animo — capitanato da Cucchi ed altri prodi — a cooperare co' suoi liberatori di fuori, a farla finita con preti e mercenari —

Tutto prometteva infine, la caduta del prete nemico del genere umano —

Ma il genio del male vegliava ancora sulla conservazione del principale suo sostegno: il pontefice della menzogna! Dalle sponde della Senna — ov'egli impera, per la disgrazia della Francia e del Mondo — esso minacciava sull'Arno, accusava di codardia i conigli — e suscitava il coraggio della paura, e della malafede — Alla voce del padrone gli uomini che sì indegnamente governano l'Italia — coprendosi il volto, colla solita maschera del patriotismo — ingannavano la nazione, invadendo il territorio Romano — e dicevano: «Eccocci! noi abbiamo tenuto parola — Alle prime fucilate di Roma, noi corriamo all'ajuto dei fratelli!» —

Menzogna! Menzogna! Voi correste: ma per l'eccidio dei fratelli, in caso essi fossero stati fregiati dalla vittoria finale — E correste, quando eravate sicuri: che i patrioti di Roma, erano schiacciati! Morti! —

Menzogna! Menzogna! Voi, ed il magnanimo alleato, occupaste Roma ed il suo territorio, per lasciare l'esercito dei mercenari del Papa, libero, intiero, risollevato dalle sue sconfitte — pesare con tutte le sue forze — la superiorità delle sue armi, e dei suoi mezzi — sopra un pugno di volontari, malissimamente armati — e privi d'ogni cosa più necessaria — coll'oggetto di vederli soccombere —

E se l'esercito papalino — non era suffiente — come non lo fu — lì, stavano loro tutti: i soldati del Bonaparte — e, mi fa orrore il pensarlo — anche quelli che hanno la disgrazia di ubbidirvi! —

¿Nel 60, non si marciava su di noi per combatterci? E perchè non si doveva fare lo stesso nel 67? (Dispaccio di Farini a Bonaparte) —

Le colline di Mentana furono coperte di misti cadaveri de' prodi figli d'Italia, e di mercenari stranieri — come lo furono le pianure di Capua, sette anni prima — E la causa per cui pugnavano i militi che avevo l'onore di comandare — era sacra nell'Italia meridionale — quanto quella che ci aveva spinti sotto le mura della vecchia metropoli del mondo! —

Qui con dolore, devo ricordare un'altra delle cause della sventura di Mentana —

Già dissi: i Mazziniani aver cominciato la loro propaganda dissolvente — dacchè cominciò la nostra ritirata dal casino dei Pazzi — e il motivo della loro propaganda era falso — senza ragione alcuna —

Per chi ha senno, è ben facile concepire: non esser tennibile la posizione nostra sotto le mura di Roma — all'arrivo dei Francesi — e per la composizione delle forze che comandavo — In uno stato d'ogni bisogno — senza artiglieria, ne cavalleria — Infine incapaci di poter far fronte a una seria sortita — anche dei soli papalini — e senza mezzi — se pure non ci avessero attaccati — di sussistervi due giorni —

Padroni invece di Monterotondo — che trovasi anche alla vista di Roma — eravamo nel centro dei piccoli nostri mezzi — con posizioni dominanti — e ad una distanza da potere pressentire il nemico — quando ci fosse venuto sopra —

Tuttociò, però dalla parte dei Mazziniani erano pretesti — e non bastava: l'opposizione sleale ed accanita del governo — la potenza del pretismo, ed il sostegno del Bonaparte — No! anche loro, come sempre, dovevano giungere a dare il calcio dell'asino — a chi non aveva altra aspirazione: che la liberazione degli schiavi nostri fratelli. «Noi faremo meglio» mi dicevano gli uomini della setta, che oggi, sono uomini della Monarchia — a Lugano nel 1848 — E vedete che data da molto tempo la guerra a me fatta, a punta di spillo dai Mazziniani —

«Andiamo a casa a proclamar la Republica — e far le barricate» dicevano ai miei militi nell'agro Romano nel 1867 — E veramente, era molto più comodo, per quei poveri ragazzi che mi accompagnavano — di tornarsene a casa, che di rimaner meco in novembre, senza il necessario per coprirsi — mancanti di molte cose necessarie — con, contro di noi l'esercito nostro — ed i papalini e Francesi che bisognava combattere. Il risultato di queste mene Mazziniane, fu: la diserzione di circa tre milla giovani, dalla nostra ritirata dal Casino de' Pazzi sino a Mentana — e lascio pensare: quando in una milizia di circa sei milla uomini — vi ha la diserzione motivata, come la palesavano apertamente — di una metà della gente — lascio pensare dico: a che punto di moralità, e di fiducia nel compimento dell'impresa, potevano trovarsi i rimanenti volontari —

Immensi sono i danni a me cagionati da cotesta gente Mazziniana — e potrei dimenticarli, se a me personalmente fossero stati inflitti — Ma è alla causa nazionale che lo furono! E come posso dimenticarli — come non devo accennarli a quella parte eletta della gioventù nostra da loro traviata! —

Mazzini era certo migliore dei suoi seguaci — ed in una sua lettera a me diretta, in data dell'11 Febbraio 1870 — relativamente al fatto di Mentana, egli mi scriveva:

«Voi sapete ch'io non credevo nel successo — ed ero convinto, esser meglio concentrare tutti i mezzi, sopra un forte movimento in Roma[115], che non irrompere nella provincia — ma una volta la impresa iniziata giovai quanto potei» —

Io non dubito dell'asserzione di Mazzini — ma il danno era fatto: O egli non fu a tempo di avvisare i suoi fautori — o questi vollero continuare nel danno —

Ricciotti non trovò in Inghilterra, i mezzi che si potevano sperare — perchè tra cotesti nostri amici, s'era fatta pure circolare la voce seguente: «perchè» si diceva: «rovesciare il papato per sostituirvi un governo peggiore».

E nell'Agro Romano — i suoi — come già dissi: disseminavano lo sconforto tra i miei militi, e cagionarono l'enorme diserzione già narrata — e senza dubbio, motivo principale del rovescio di Mentana —

Dall'alto della torre del palazzo Piombino, a Monterotondo — ove passavo la maggiore parte della giornata — osservando Roma, gli esercizi dei giovani nostri militi nel piano — ed ogni movimento nella campagna — io la vedevo la processione di gente nostra, che s'incamminava verso passo di Correse — cioè: che se ne andavano alle loro case — Ed ai compagni, che me ne avvertivano, io rispondevo: «Oibò! cotesti non sono nostri che se ne vanno, saran campagnoli che vanno o vengono dal lavoro» — Ma nell'anima mia sentivo il rancore dell'atto perverso — e tentatavo di nasconderlo — o di menomarlo ai circostanti — solito contegno, nelle circostanze urgenti —

In conseguenza dello stato morale della gente — sopra descritto — e trovandosi per noi — ermeticamente chiusa la frontiera settentrionale dai corpi dell'esercito Italiano — e quindi nell'impossibilità di procacciare il necessario oltre quella frontiera — Noi dovevamo cercare altro campo d'azione ed altra base — per poter vivere, mantenersi, ed aspettare gli eventi, che dovevano finalmente sciogliere la quistione Romana. Per tuttociò, fu deciso di marciar per il fianco sinistro verso Tivoli, onde metter l'Apennino alle spalle — ed avvicinare le provincie meridionali —

La marcia fu decisa per il 3 Novembre mattina ma per motivi d'aspettare e distribuire scarpa — non si potè esser pronti a movere senonchè verso il meriggio — di quel giorno —

Noi uscimmo da Monterotondo sulla via di Tivoli. L'ordine di marcia era circa il seguente:

Le collonne agli ordini di Menotti marceranno in buon ordine con una vanguardia di bersaglieri in avanti — da circa mille passi a due milla —

In avanti della vanguardia, marceranno esploratori a piedi, preceduti da guide a cavallo —

Su tutte le strade che vengono da Roma, sulla nostra destra — si spingeranno dei fiancheggiatori a piedi ed a cavallo — più verso Roma che possibile, sulla stessa destra; e sulle alture che dominano il paese, si collocheranno delle vedette — che ci possono avvisare a tempo, di qualunque movimento nemico —

Una retroguardia si occuperà di spingere avanti i restii, e lascierà nessuno indietro —

L'artiglieria marcerà al centro delle collonne —

I bagagli seguiranno in coda delle collonne rispettive — Con questo — più o meno — ordine di marcia, c'incamminammo da Monterotondo per Tivoli —

Sventuratamente però — pare: cadessero nelle mani dei nemici — i pochi nostri esploratori a cavallo — e ne avevimo pochissimi — dimodocchè i papalini, giungendo per la via Nomentana — quasi sorpresero la vanguardia nostra e l'impegnarono — Passato il villaggio di Mentana, le fucilate mi avvisarono della presenza del nemico. Retrocedere in tale contingenza, e già impegnati coi nemici — valeva una fuga — e non v'era altro espediente: che di accettare il combattimento — occupando le forti posizioni che ci stavano a mano — Io mandai dunque a Menotti — che marciava alla vanguardia — l'ordine di occupare le forti posizioni suddette — e di far testa. Feci successivamente seguire avanti il resto delle collonne, spiegandole destra e sinistra in sostegno delle prime — ed alcune compagnie, rimasero in collonna sulla destra di riserva —

La strada che da Mentana va a Monterotondo — linea d'operazione nostra in quel giorno — è una strada buona, ma incassata e bassa — Fui obligato quindi di cercare sulla nostra destra, una posizione adeguata, per collocarvi i due pezzi nostri presi ai nemici nel giorno 25 Ottobre. Ciò si eseguì con molta difficoltà, per mancanza di gente e cavalli pratici, e per essere il terreno frastagliato di sieppi, vigne — e molto ineguale —

In tanto il combattimento ferveva micidiale su tutta la linea — Noi avevamo occupato posizioni che valevano quelle del nemico — anzi migliori — poichè egli non potè mostrare la sua artiglieria durante il giorno — e per un pezzo le posizioni nostre si sostennero, ad onta dell'immensa superiorità delle armi dei contrari — siccome del maggior numero di loro — Devo però confessare: I volontari, demoralizzati com'erano, per il gran numero di disertori nostri già accennato — non si mostrarono in quel giorno degni della loro fama. Distinti ufficiali, ed un pugno di prodi che li seguivano, spargevano il lor sangue prezioso, senza cedere un palmo di terreno — ma la massa non era dei soliti nostri intemerati — Essa cedeva superbe posizioni — senza opporvi quella resistenza, ch'io mi potevo aspettare —

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