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Lucrezia Borgia secondo documenti e carteggi del tempo

LIBRO SECONDO. LUCREZIA BORGIA A FERRARA.

Raffaele Mariano translation

I.

La cavalcata, che conduceva donna Lucrezia a Ferrara, avanzava a piccole tappe. E anche queste stancavano molto le donne, soprattutto in una stagione, in cui sullo stesso territorio romano s'incontra giorni rigidi e piovosi.

Non si giunse a Foligno che il settimo giorno. Vogliamo qui approfittare della relazione, che da quella città gli ambasciatori di Ferrara spedirono al loro signore, perchè rende conto in modo vivo e sensibile del viaggio insino a lì e degl'incidenti occorsi.

«Illustrissimo ed eccellentissimo Signor nostro. — Benchè avessimo da Narni scritto per la posta, via di Roma, all'Eccellenza Vostra, che saremmo andati a giornate continuate da Terni a Spoleto, e da Spoleto qui, nondimeno, essendo l'illustrissima duchessa e le donne sue molto affaticate, si deliberò riposare un giorno a Foligno. Noi quindi di qua non partiremo che domani, nè arriveremo ad Urbino prima di martedì prossimo, che sarà il 18 del volgente. Perchè domani andremo a Nocera; sabato a Gualdo; domenica a Gubbio; lunedì a Cagli, e martedì a Urbino. Ivi ci fermeremo anche un giorno, cioè, tutto il mercoldì. E di lì poscia, il 20, si andrà a Pesaro, e così, di città in città, siccome in altre lettere è stato scritto all'Eccellenza Vostra.

»Ma siamo certi che la duchessa vorrà riposare molti giorni per intero; sicchè, senza dubbio, a noi non sarà dato toccar Ferrara prima degli ultimi di questo mese, ovvero vi giungeremo il primo giorno del vegnente, e forse il secondo o il terzo. Epperò a me è parso conveniente darne notizia di qui a Vostra Eccellenza, affinchè sappia ove siamo e ove stimiamo dover essere e possa ordinare quello che meglio giudicherà. Poichè laddove le piacesse che si differisca l'arrivo in Ferrara al 2 o al 3 febbraio, crediamo che ciò sia per succedere facilmente. Che se invece preferisse che il nostro arrivo avesse luogo l'ultimo di questo mese o il primo di febbraio, potrà avvisarcene; chè, in tal caso, solliciteremo, come abbiamo procurato sin qui, l'andar riposato.

»La ragione, che mi muove a credere quanto di sopra, è che l'illustrissima madonna Lucrezia è di complessione delicata e non avvezza a cavalcare; e le donne sue lo sono ancora meno. E conosciamo anche che la non vorrebbe essere all'arrivo in Ferrara tutta sbattuta e conquassata dal viaggio.

»In tutti i luoghi, pe' quali Sua Signoria è passata, è stata ben veduta e amorevolmente e con grande riverenza accolta. Dalle donne anche ha avuto presenti con tale dimostrazione, che tutto pareva esser fatto per riguardo a lei stessa. Tanto universalmente è benvoluta in questi paesi, ne' quali, per essere già stata nella legazione di Spoleto, è anche molto ben conosciuta. Qui in Foligno le è stato fatto migliore accoglimento e maggiori testimonianze di letizia che in altri luoghi fuori di Roma. Perchè, oltre i Signori, così chiamati per esser Presidenti della repubblica, che le vennero incontro sino alla porta in mantelli e cappucci di seta rossa, tutti a piedi, e l'accompagnarono sino all'alloggiamento; sulla piazza, presso la porta stessa, le venne anche innanzi un trofeo, sul quale era una persona, rappresentante Lucrezia romana con un pugnale in mano. Recitò alcuni versi, che significavano: sopraggiungendo Sua Signoria, dalla quale essa stessa era superata in pudicizia, modestia, prudenza e costanza, le dava loco e cedeva.

»Sulla piazza poi era un carro trionfale e sul davanti un Cupido e sopra Paride col pomo d'oro in mano. Il quale disse alcune rime, il cui senso era: egli un tempo aveva per suo giudizio dato il pomo a Venere, la quale sola eccedeva di bellezza Giunone e Pallade; ma ora revocava la sentenza e donava il pomo a Sua Signoria, come a quella che vinceva tutte e tre le Dee, mentre in lei più che in tutte le altre era maggiore la bellezza, la sapienza, la ricchezza o la potenza.

»Finalmente sulla piazza trovammo una galea armata di Turchi, la quale si fece innanzi a donna Lucrezia, sino al mezzo della piazza stessa. Uno de' Turchi dalla prora recitò alcuni versi in rima, di questo tenore: il Granturco sapendo quanto Lucrezia fosse potente in Italia e quanto buona mediatrice di pace, la mandava a visitare e ad offrirle la restituzione di quello ch'ei teneva di terra cristiana. Di avere il testo di codesti versi non ci siamo curati, perchè non sono davvero di quelli del Petrarca. E poi la rappresentazione stessa a me non pare fosse di grande importanza, nè molto al proposito.

»Non vogliamo tralasciare di dire che donna Lucrezia a quattro miglia da Foligno fu incontrata da tutti i Baglioni, che sono nello Stato, venuti da Perugia e da' loro castelli a farle riverenza ed invitarla di andare colà.

»Sua Signoria persiste pure nel desiderio di andare per acqua da Bologna a Ferrara, per schivare i disagi del cavalcare e della via di terra; di che noi abbiamo già da Narni avvisato l'Eccellenza Vostra.

»Sua Santità, Signor Nostro, prende tanta cura per Sua Signoria, che ogni dì e ogni ora vuole intendere dei progressi; e questa deve da ogni luogo di propria mano farle sapere della sua salute. Ciò conferma quello che già più volte è stato scritto a Vostra Eccellenza, che Sua Santità l'ami più che alcun'altra persona del suo sangue.

»Noi non saremo negligenti, se avremo modo di tener avvisata Vostra Eccellenza di giorno in giorno del viaggio e delle cose che accadranno.

»Fra Terni e Spoleto, nella Valle della Strettura, uno staffiero dell'illustre Don Sigismondo venne a parole rissose con un altro del nobile romano Stefano de' Fabii, ch'è nella comitiva della duchessa, per causa assai lieve di certi tordi. L'uno e l'altro posero mano alle armi. Sopraggiunse a cavallo un certo Pizaguerra, anch'egli de' famigliari di Don Sigismondo, e ferì al capo il palafreniero del nominato Stefano. Di che questi, di natura impaziente, collerico e insolente, tanto si commosse e dolse da mostrare di non voler andare più avanti. E quando s'andò nella rôcca di Spoleto, passò a lato agli illustri Don Ferrante e Don Sigismondo senza salutarli e senza far loro attenzione. Tuttavia, perchè la natura del fatto era stata inopinata e casuale e noi tutti ne eravamo molto dolenti; e perchè Pizaguerra ed anche lo staffiero di Don Sigismondo eran fuggiti, sicchè non v'era da far più nulla; il cardinale di Cosenza, madonna Lucrezia e tutti diedero torto a Stefano. Ed egli acquetato e pacificato tirò via con gli altri. Ci raccomandiamo alla grazia di Vostra Eccellenza. Da Foligno il 13 gennaio 1502. — Giovanni Luca e Gerardo Saraceni.

»PS. Il cardinale di Cosenza, per quanto apprendiamo sin qui, non andrà oltre i confini degli Stati del signor duca di Urbino.»[177]

In Foligno convennero i Baglioni di Perugia per salutare Lucrezia e darle una scorta d'onore. S'andò, per Nocera e Gualdo, a Gubbio, una delle più notevoli città del Ducato di Urbino. A due miglia dalla città Lucrezia fu incontrata dalla duchessa Elisabetta, che poi la condusse al Palazzo civico. Le due donne non si separarono più, avendo Elisabetta mantenuta la promessa di accompagnare Lucrezia a Ferrara.

Il cardinale Borgia da Gubbio ritornò a Roma; e quelle andarono innanzi verso Cagli nella comoda lettiga, regalata da Alessandro. Ne' pressi di Urbino, il 18 gennaio, la cavalcata fu salutata dal duca Guidobaldo, venuto all'incontro con tutta la corte sua. Egli condusse Lucrezia nella sua residenza, il superbo palazzo di Federigo, ove furono ospitati anche i principi d'Este; mentre egli stesso e la duchessa per cortesia n'uscirono. Sì in Urbino come in altri luoghi del suo territorio, il gentile Guidobaldo aveva fatto innalzar le armi de' Borgia e del re di Francia.

Il matrimonio di Lucrezia aveva sempre ripugnato ai Montefeltri. Ma oramai facevano onore all'ospite loro, per riguardo a Ferrara, come anche per tema del Papa. Conoscevano Lucrezia sino da Roma, ove Guidobaldo, qual condottiero del Papa, aveva tanto infelicemente guerreggiato contro gli Orsini; e la conoscevano pure da Pesaro. Ora potevano sperare che la sicurezza di Urbino troverebbe valido sostegno nell'influenza e nell'amicizia di lei. Ma pochi mesi appena, e Guidobaldo e la moglie sua, diabolicamente ingannati e traditi dal fratello dell'ospite, tra angosce mortali dovevano essere scacciati dal loro paese.

Dopo un giorno di riposo, Lucrezia e la duchessa lasciarono Urbino, il 20 gennaio, accompagnate per un tratto da Guidobaldo sulla via per Pesaro. Quivi la cavalcata non giunse che la sera in sul tardi. La via, che unisce le due città, è oggi una comoda strada carrozzabile attraverso amene colline; ma allora non era accessibile che a' cavalli; epperò i viaggiatori giunsero a Pesaro proprio affranti e sfiniti.

Lucrezia v'entrò col cuore pieno di sentimenti penosi. Lì difatto doveva starle dinanzi la figura del ripudiato marito, Giovanni Sforza, che viveva in esilio a Mantova, spirando vendetta, e che poteva fors'anche andare a Ferrara per disturbare le feste nuziali. Pesaro era ora proprietà del fratello Cesare. Questi aveva dato ordine di ricevere splendidamente la sorella in tutte le città del suo territorio ch'ella toccasse. Cento fanciulli, vestiti co' colori di lui, giallo e rosso, con rami d'olivo in mano, la salutarono innanzi alla porta di Pesaro, al grido: «Duca! Duca! Lucrezia! Lucrezia!» I magistrati della città l'accompagnarono al palazzo, una volta sua residenza.[178]

Le più nobili donne furono a ricevere la loro antica signora con grandi dimostrazioni di gioia. Era tra loro anche Lucrezia Lopez, un tempo sua dama di corte e ora moglie di Gianfrancesco Ardizi.[179]

Lucrezia passò a Pesaro un giorno, senza lasciarsi vedere. Permise che la sera le dame del suo seguito con quelle di Pesaro ballassero; ma al ballo essa non prese parte. Come il Pozzi informava il duca Ercole, «essa restò sempre nella sua stanza sì per attendere a lavarsi il capo, e sì per essere di natura sua assai solitaria e remota.» Se non che il contegno in Pesaro potrebbe forse spiegarsi meglio con i pensieri malinconici ond'era assediata.[180]

In tutte le città del duca di Romagna ebbe uguale accoglimento. Per ogni dove i magistrati venivano alle porte a presentarle le chiavi della città. In nome di Cesare essa era ora accompagnata da Don Ramiro d'Orco, luogotenente di colui in Cesena, quella stessa ferocissima tigre che Cesare medesimo, appena un anno dopo, fece squartare.

Per Rimini e Cesena si giunse a Forlì il 25 gennaio. La sala del palazzo di questa città era decorata di preziosi tappeti e anche le soffitte coperte di drappi variopinti. Una tribuna era stata elevata per le dame. I magistrati fecero regali in viveri, confetti e candele di cera. Non ostante il rigido governo, che i rettori di Cesare, e soprattutto Ramiro, tenevano in Romagna, pure bande di masnadieri rendevan malsicure le strade. Temendo che l'audace bandito Giambattista Carrara non avesse a piombare addosso al corteo, nel passaggio presso Cervia, si mandò una scorta di 1000 fantaccini e 150 cavalieri; dando, del resto, a credere si trattasse solo di un accompagnamento d'onore voluto dalla popolazione.[181]

A Faenza Lucrezia disse, che si fermerebbe ad Imola tutto il venerdì per lavarsi il capo; mentre non avrebbe potuto ciò far di nuovo che più tardi, finito il carnevale. Questa lavanda del capo, che abbiamo già più volte avuto occasione di menzionare come uno degli atti proprii all'acconciatura di quel tempo, dev'essere stata connessa con speciali procedimenti nel modo di curare i capelli.[182] L'ambasciatore ferrarese dava notizia al suo signore di questi disegni di Lucrezia, come d'impedimento deplorabile, pel quale l'ingresso di madonna in Ferrara doveva esser differito sino al 2 febbraio. E Don Ferrante scriveva similmente da Imola, aver quivi Lucrezia desiderato un giorno di riposo per mettere in ordine i suoi ornamenti e lavarsi il capo; la qual cosa, com'essa diceva, non aveva più fatta da otto giorni e cominciava perciò ad avere dolor di testa.[183]

Riposatasi ad Imola, la cavalcata il 28 gennaio si pose in via per Bologna. Giunta sul confine del territorio della grande città e de' suoi signori, fu ricevuta da tutti i figliuoli del Bentivoglio e della moglie Ginevra con uno splendido seguito. E a due miglia dalla porta venne Giovanni stesso ad incontrarla.

Il tiranno di Bologna, che la salvezza sua da Cesare doveva solo alla protezione di Francia, non risparmiò nulla per fare onore alla sorella del nemico suo. Con parecchie centinaia di cavalieri la condusse quasi in trionfo per la città, che egli aveva, a così dir, seminata delle armi dei Borgia, di Cesare, del Papa, di Lucrezia, e di quelle di Francia e degli Este. Sulla porta del suo sontuoso palazzo la superba matrona Ginevra era con molte gentildonne a ricevere la sposa. Come questa celebre donna, zia di Giovanni Sforza di Pesaro, doveva in cuor suo odiare la Borgia! Pure nè Alessandro nè Cesare, ma Giulio II Della Rovere doveva, dopo solo quattro anni, scacciar lei e tutta la schiatta sua per sempre da Bologna.

Tra pompose feste si passò colà il 30 gennaio. La sera i Bentivoglio diedero un ballo e un convito.

Il giorno dopo accompagnarono Lucrezia fuori di città, volendo questa proseguire il viaggio per la già prossima Ferrara per acqua sul canale, che conduceva allora da Bologna al Po, prima che fosse tagliato dalla posteriore deviazione del Reno.

La sera dello stesso giorno 31, Lucrezia giunse al castello Bentivoglio a 20 miglia da Ferrara. V'era arrivata appena, che a un tratto v'apparve il marito Alfonso. Profonda fu la commozione di lei; pure si compose prestamente e lo accolse «con gran segno di devozione e con grazia;» al che egli corrispose con molta galanteria.[184] Il principe erede di Ferrara aveva insino allora mantenuta verso la sposa un'attitudine riservata e mutola. Gli uomini di quel tempo non avevan sentore di quella entusiastica felicità della passione, ovvero di quel sentimentalismo tutto proprio all'età nostra. Ma anche così, è pur sempre strano che non appaia assolutamente segno alcuno di corrispondenza epistolare tra Lucrezia ed Alfonso durante il tempo, in che il matrimonio fu trattato e quindi concluso, e nel quale, d'altra parte, troviamo molte lettere tra Lucrezia e Ercole. Ora in fine, fosse per sommissione al padre, per cortesia o per curiosità, questo ruvido e taciturno Alfonso usciva dalla sua ritenutezza. Egli era venuto travestito. Restò due ore, quindi tornò a Ferrara.

Questo breve incontro valse a sgravare l'animo di Lucrezia d'un peso opprimente. E quelle due ore probabilmente bastarono anche, se non a disarmare Alfonso del tutto, a fargli almeno sentire il fascino della giovane sposa. Non avevano avuto interamente torto i galanti cittadini di Foligno nell'attribuire a Lucrezia il pomo di Paride. Di quell'incontro un cronista di Ferrara dice: tutto il popolo gioì, e ancora più furono contenti la sposa ed i suoi, che Sua Altezza sentisse il desiderio di vederla e l'accogliesse tanto volentieri; e questo fu segno ch'ella sarebbe ben ricevuta e meglio trattata.[185]

Forse niuno ne fu più lieto del Papa. La figlia gliene diè contezza subito, perchè quotidianamente scrivevagli del progredire del viaggio; e quotidianamente pure altre persone gli mandavan dispacci. Egli era sempre dubitoso del buon accoglimento di Lucrezia per parte degli Este: quella nuova lo rassicurò. Partita colei da Roma, fece ripetute istanze presso il cardinal Ferrari, perchè esortasse il duca a trattare benevolmente la nuora. Osservava al proposito, che molto aveva fatto, ma più poteva fare ancora. L'esonerazione dal canone di Ferrara, così diceva, se compra con danaro, non avrebbe importato meno di 200,000 ducati; e solo per la spedizione delle Bolle gl'impiegati della Cancelleria avrebbero potuto pretenderne 5 a 6000. I re di Francia e di Spagna, per esentarsi dal tributo di Napoli, che pur non consisteva che in una chinea, avevano dovuto dare al duca di Romagna una rendita annua di 20,000 ducati. Ferrara invece aveva tutto ottenuto gratuitamente.[186]

Il duca rispose alle esortazioni di quel cardinale il 22 gennaio, assicurandolo che la nuora avrebbe trovato il più affettuoso accoglimento.[187]

II.

Il primo febbraio Lucrezia continuò sul canale il viaggio per Ferrara. A Malalbergo trovò Isabella Gonzaga, venuta ad incontrarla. La marchesa era stata premurosamente invitata dal padre per fare in palazzo gli onori della festa. Ma era però a malincuore accondiscesa alla chiamata. Nondimeno con furia gioiosa — così scriveva ora al marito, rimasto a casa — salutò e abbracciò la cognata, appena giunta. L'accompagnò quindi sul navilio sino a Torre della Fossa, ove il canale sbocca in uno de' rami del Po. Il Po scorre maestoso a quattro miglia da Ferrara, e solo un braccio secondario, il Po di Ferrara, ovvero, come oggi si chiama, il Canale di Cento, tocca la città, ove si divide in Volano e Primano, i quali vanno poi a scaricarsi nell'Adriatico. Questi non sono che meschini canali; e il navigarvi non potè essere in alcun tempo un diletto, nè un grandioso spettacolo.

A Torre della Fossa stava ad aspettare il duca con Don Alfonso e con la corte. Quando Lucrezia ebbe posto piede a terra, egli la baciò; dopo che questa ebbe a lui stesso con grande riverenza baciato la mano. Salirono quindi tutti sopra un Bucintoro sontuosamente ornato. Gli ambasciatori stranieri e molti cavalieri furon presentati alla sposa, della quale toccarono la mano. Tra suoni e trombe e sparo di cannoni si giunse a Borgo San Luca, ove si scese. Lucrezia entrò nel palazzo di Alberto d'Este, fratello naturale di Ercole. Fu ricevuta da Lucrezia Bentivoglio, figlia naturale di Ercole e da molte gentildonne. Il siniscalco del duca le presentò madonna Teodora e dodici signorine, destinate per sue dame di compagnia in Ferrara. Cinque belle carrozze, ognuna con quattro cavalli, le furono offerte come regalo del suocero. Quella casa di campagna è andata in rovina. Il sobborgo di San Luca esiste; ma tutto v'è così mutato, che dei tempi, de' quali parliamo, non rimane vestigio.[188]

La residenza degli Este rigurgitava già di migliaia di nuovi venuti dietro invito del duca o per curiosità. I grandi vassalli dello Stato erano tutti presenti. Ma di principi regnanti nessuno. I signori di Urbino e di Mantova si fecero rappresentare dalle mogli. Annibale era rappresentante della casa de' Bentivoglio. Roma, Venezia, Firenze, Lucca, Siena e il re di Francia avevan mandati ambasciatori, che furono ospitati ne' palazzi della nobiltà. Cesare stesso se n'era rimasto a Roma, e si fece rappresentare da' cavalieri suoi. Doveva invece, per desiderio di Alessandro, la moglie, Carlotta d'Albret, venir di Francia a Ferrara per le feste, e soggiornarvi un mese. Ma nemmeno essa si lasciò vedere.

Ercole, aveva provvisto con profusione regale agli apparecchi per le feste. Da settimane i magazzini della corte e della città riboccavano di provvigioni. Ciò che la Rinascenza aveva prodotto di bello anche in Ferrara, presso una corte piena di gusto e di spirito, fra una cittadinanza agiata, nel cui seno studii, arti, industrie erano in fiore, fece di sè copiosa mostra in quella occasione.

L'ingresso quindi di Lucrezia il 2 febbraio fu uno de' più splendidi spettacoli di quel tempo. E per Lucrezia stessa fu l'ora più festosa della vita, come quella, nella quale giungeva a quanto di più alto e di migliore la natura sua potesse aspirare.

Due ore dopo mezzogiorno il duca con tutti gli ambasciatori e la corte andò al palazzo d'Alberto a prendere la sposa.[189] La cavalcata si dispose per entrare, traversando il ponte sul Po, per porta di Castel Tedaldo, fortezza ch'oggi più non esiste.

Aprivano il corteggio 75 arcieri a cavallo, in divisa di casa d'Este, bianco e rosso; e dietro, 80 trombetti e molti pifferi. Seguivano i nobili di Ferrara senza ordine; poi le corti della marchesa di Mantova, rimasta in palazzo, e della duchessa di Urbino. Veniva quindi Don Alfonso a cavallo con a lato il cognato Annibale Bentivoglio, circondato da otto paggi. Era vestito in velluto rosso alla francese, berretto di velluto nero al capo, ornato di oro battuto. Portava scarpe alla francese di velluto nero, e sopra uose di damasco incarnato. Il cavallo baio era ornato di cremisino e oro.

È singolare che Don Alfonso non entrasse in Ferrara accanto alla sposa: ma l'etichetta del tempo aveva modi di vedere diversi da' nostri. Lo sposo alle prime file, la sposa al centro, e il suocero in coda: voleva significare che Lucrezia era il personaggio principale della festa. Dietro ad Alfonso seguiva appunto la cavalcata della sposa: prima paggi e ufficiali di corte, poi molti cavalieri spagnuoli; cinque vescovi; quindi gli ambasciatori in ordine ascendente, ultimi i quattro deputati di Roma, sopra bei cavalli, in lunghi mantelli di broccato e neri berretti di velluto in testa. Dopo, sei suonatori di tamburi e due buffoni favoriti di Lucrezia.

Ed eccola lei, la sposa, sfavillante di bellezza e di felicità, sopra bianco destriero coperto di scarlatto; e intorno intorno scudieri. Lucrezia portava gamurra a maniche aperte, di velluto nero, listata finamente d'oro e sbernia di broccato d'oro foderata di ermellino. In testa una rete quasi a forma di velo, scintillante di diamanti e d'oro, senza diadema: regalo del suocero. Al collo un filo di grosse perle e rubini, che una volta era stato della duchessa di Ferrara, come Isabella Gonzaga notava sospirando. La bella chioma fluttuava disciolta giù per le spalle. Cavalcava sotto un baldacchino di porpora, che portavano, alternandosi, i dottori di Ferrara, cioè dire, i membri del collegio di Diritto, Medicina e Matematica.

Per far onore al re di Francia, protettore di Ferrara e de' Borgia, Lucrezia aveva chiamato appresso di sè l'ambasciatore francese Filippo Della Rocca Berti, e fattolo rimanere alla sua sinistra. Sicchè questi le cavalcava a fianco, ma non sotto il baldacchino. Tale distinzione stava a dimostrare come quel potente monarca fosse veramente colui che conduceva questa sposa nel palazzo degli Este.

Dietro di Lucrezia veniva il duca in velluto nero, sopra cavallo morello, coperto del velluto stesso. E alla sua sinistra la duchessa di Urbino, anch'essa in abito di velluto nero.[190]

Seguivan poi nobili e paggi; quindi gli altri principi di casa d'Este: ciascuno a fianco di una delle dame di Lucrezia. Mancava solo il cardinale Ippolito, rimasto a Roma.[191] Delle donne, che avevano accompagnato Lucrezia, tre soltanto erano a cavallo, Jeronima Borgia, la moglie di Fabio Orsini, un'altra Orsini, che non è indicata con maggior distinzione di questo, e madonna Adriana, «vedova e nobile donna e parente del Papa.»[192]

Appresso, quattro carrozze di gala con dame d'onore di Ferrara bellamente ornate, delle quali dodici damigelle deputate alla corte della giovane duchessa. Venivan poscia condotti a mano due muli bianchi e due cavalli bianchi del pari, coperti di velluto e seta e con preziosi ornamenti d'oro. E dietro un treno di 86 muli carichi della guardaroba e de' tesori della sposa. Passando questo lungo seguito in mezzo alla folla accorsa, i buoni Ferraresi dovettero dirsi, che Don Alfonso s'era scelto una ricca sposa. Solo però pochi seppero pensare che tutte quelle balle e quei forzieri e bauli, trascinati a mostra con tanto fastosa iattanza, altro non erano che una prodigalità esercitata a spese de' paesi della Cristianità.

Alla porta di Castel Tedaldo il cavallo di Lucrezia per un colpo di cannone s'impennò, cacciando di sella quella ch'era pure la figura principale dello spettacolo. La sposa fu presto in piedi; il duca la fece montare sopra una mula bianca, e il corteggio tirò via. Vi furono le salutazioni d'uso da archi di trionfo e da tribune, declamazioni e scene mitologiche, delle quali la più notevole fu un seguito di ninfe, che circondavano la loro regina, assisa sur un bove rosso; mentre alcuni satiri saltavano intorno. Il Sannazzaro avrebbe potuto pensare che il motivo di siffatta apoteosi dell'arme de' Borgia stésse nel suo epigramma, col quale aveva deriso la Giulia Farnese, figurandola quale Europa sul toro.

Giunto il corteggio sulla Piazza del Duomo, scesero da due torri due acrobati a rivolger complimenti alla sposa. In quell'epoca al festevole si disposava sempre il grottesco.

Era già sera, quando la cavalcata arrivò sulla Piazza del Duomo, alla residenza del duca. A questo punto fu concessa libertà a tutti i carcerati. I trombetti e pifferi si raccolsero tutti insieme e fecero risuonare alto i loro istrumenti.

È difficile determinare con esattezza ove fosse allora la residenza, in cui si fermò Lucrezia. Gli Este avevano edificato nella città parecchi palazzi che abitavano con vece alterna: Schifanoja, Diamanti, Paradiso, Belvedere, Belfiore e Castel Vecchio. Un cronista della città, tra le abitazioni «che i signori di casa d'Este possedevano,» indicava nell'anno 1494 pel duca il Palazzo del Cortile e poi Castel Vecchio; per Alfonso, Castel Vecchio; pel cardinale Ippolito, il Palazzo della Certosa.[193] Nell'anno 1502 Ercole adunque dimorava in uno de' due palazzi nominati, i quali, del resto, erano congiunti; mentre da Castel Vecchio a Piazza del Duomo era tutta una serie di edifizii, che si terminava col Palazzo della Ragione. Questa specie di congiunzione sussiste ancora, abbenchè tutti gli edifizii siano mutati.

La residenza del duca in quel tempo era rimpetto al Duomo: aveva un'ampia corte con scala di marmo, e di qui il nome di Palazzo del Cortile. Questa è probabilmente la corte stessa chiamata oggi Cortil Ducale. Vi si entrava dalla Piazza del Duomo pel portone, ai lati del quale stanno le due colonne, che un tempo sostenevano le statue di Niccolò III e di Borso. I narratori dell'ingresso di Lucrezia dicono espressamente, ch'essa scese di cavallo alle scale del Cortile di marmo.

Fu quivi ricevuta dalla marchesa Gonzaga con molte dame di alto lignaggio. La giovane moglie di Alfonso, se la commozione del momento glien'avesse lasciato campo, avrebbe potuto osservare sorridendo, come la nobile casa d'Este le avesse schierata davanti per darle il benvenuto tutta un'accolta, brillante veramente, di bastarde. Su quella scala venne difatti salutata da Lucrezia, figliuola naturale di Ercole e moglie di Annibale Bentivoglio, e da tre figliuole naturali di Sigismondo d'Este, Lucrezia contessa di Carrara, Diana contessa Uguzoni, e Bianca Sanseverino.[194]

S'era fatto notte: fiaccole e doppieri illuminavano il palazzo. Fra lo strepito di pifferi e trombette la giovane coppia fu condotta nella Sala di ricevimento, ove sedette in trono. Ebbero luogo le presentazioni d'uso delle persone di corte, e probabilmente un oratore rivolse allora a madonna un discorso d'occasione, pel quale il duca aveva fatto raccogliere notizie sulla casa Borgia. C'è ignoto il nome del fortunato oratore; ma conosciamo invece alcuni poeti, che presentarono alla bella principessa i loro epitalamii. Niccolò Mario Paniciato tutto pieno d'entusiasmo compose una serie di poesie ed epigrammi latini in onore di Lucrezia, di Alfonso e di Ercole, che raccolse sotto il titolo Borgias. Vi sono, fra l'altre, ferventissime felicitazioni per lo sposalizio della giovane coppia; e la bellezza di Lucrezia vi è magnificata più di quella di Elena, perchè accoppiata con pudore incomparabile.[195]

Questo poeta, a quanto pare, non fece imprimere i suoi versi, sicchè n'è rimasto solo il manoscritto nella Biblioteca di Ferrara. Invece la vigilia dell'ingresso lo stampatore Lorenzo tirò un epitalamio composto da un giovane latinista. Era Celio Calcagnini, divenuto più tardi celebre anche come matematico, favorito del cardinale Ippolito e amico pure del grande Erasmo. Semplicissima è la favola della poesia. Venere abbandona Roma e accompagna Lucrezia; Mnemosine ingiunge alle figliuole, le Muse, di magnificare la nobile principessa, il che esse fanno, del resto, con grande esuberanza. Non son dimenticati i principi della casa. Euterpe canta la lode di Ercole, Tersicore encomia Alfonso, e Calliope porta a cielo il trionfo di Cesare in Romagna.[196]

Fra i poeti di Ferrara, che recarono omaggi, apparve anche in quest'occasione un altro, che sin d'allora dava già molto a sperare del genio suo, Lodovico Ariosto, allora di 27 anni, già conosciuto alla corte di Ferrara e ne' circoli de' dotti italiani come latinista e commediografo. Anch'egli scrisse e presentò a Lucrezia un epitalamio. È semplice e grazioso, senza pedanteria mitologica, ma non notevole per invenzione. Il Poeta celebra la fortuna della città di Ferrara, che omai tutti gli stranieri invidieranno pel possesso di un gioiello incomparabile; mentre Roma, per la perdita di Lucrezia, è fatta povera e caduta ancora una volta in rovina.[197] Egli esalta la giovane principessa come pulcherrima virgo, e sin d'ora allude a Lucrezia antica.

Finite le cerimonie del ricevimento, il duca condusse la nuora nell'appartamento per lei preparato. Ella poteva starsi più che contenta dell'accoglimento trovato in casa d'Este. Anche l'impressione dalla sua persona prodotta fu la più favorevole. Il cronista Bernardino Zambotto scriveva in proposito: «La sposa è di età di 24 anni (e in ciò s'ingannava), bellissima di faccia, occhi vaghi e allegri, dritta di persona e di statura, accorta, prudentissima, sapientissima e allegra, piacevole ed umanissima. Tanto piacque a questo popolo, che tutti ne hanno preso consolazione grandissima, sperando aiuto e buon governo da Sua Signoria; e ne pigliano gran contento, sperando questa città doverne conseguire molti benefizii, massime per l'autorità del Papa, il quale ama sommamente sua figlia, come lo ha dimostrato con la dote data e con le castella concesse a Don Alfonso.»[198]

La grazia di Lucrezia dev'essere stata allora proprio affascinante. Lo mostra il medaglione che abbiam di lei; e, del resto, i testimoni oculari lo dicono tutti. Il Cagnolo di Parma scriveva: «È di mediocre statura; gracile d'aspetto; di faccia alquanto lunga; il naso ha profilato e bello; aurei i capelli, gli occhi bianchi, la bocca alquanto grande; candidissimi i denti; la gola schietta e bianca, ornata con decente valore. In tutto l'esser suo continuamente allegra e ridente.»[199]

Bianco chiama il Cagnolo il colore degli occhi di Lucrezia. Vuol dire che lo smalto bianco nell'occhio deve aver fatto in lui maggiore impressione del colore dell'iride; e questo avrebbe, senza dubbio, chiamato nero o cilestre, se fosse stato decisamente l'uno o l'altro. Il fiorentino Firenzuola nel suo Trattato Della perfetta bellezza di una donna vuole biondo il capello, gli occhi bianchi con pupilla non interamente nera, abbenchè sia amata da Greci e Italiani. Il miglior colore degli occhi è, com'egli dice, tanè.[200] A Lucrezia, tutta spirante grazia, col viso giocondo e con l'aurea chioma, doveva adattarsi un occhio di colore indeterminato, che a noi piace immaginar di un grigio chiaro anzichè bruno. Appunto questa indeterminatezza dell'iride spiega come anche i poeti di Ferrara, che cantarono allora il magico potere dell'occhio della bella duchessa, tacessero del colore.

Non già la forma eletta nè la bellezza classica, ma una grazia indescrivibile, cui s'aggiungeva alcunchè di misterioso e di strano, era la forza, mercè la quale quella donna singolare affascinava tutti gli uomini. Venustà e mansuetudine nell'aspetto, giovialità ed amorevolezza nel parlare sono qualità che in lei celebrarono tutti i contemporanei.[201] Raffigurando questo aspetto animato di tinte così graziose e tutto pieno di spirito, con quei grandi occhi penetranti, con quelle ciocche di aurei fluttuanti capelli, si ha dinanzi una bellezza romantica, quale forse lo Shakespeare deve aver pensato l'Imogene.

III.

Le feste nuziali in Ferrara si protrassero per sei giorni, durante il carnevale. Quanto a contenuto spirituale, le feste officiali all'epoca della Rinascenza non erano gran fatto più significative di quelle analoghe proprie a' tempi nostri. Pure, il sontuoso costume, un certo senso ideale della bellezza e l'etichetta più raffinata davano ad ogni modo alle feste di quel tempo, in cui veniva alla luce il Cortegiano del Castiglione, un carattere più elevato.

Rispetto a certe rappresentazioni, il secolo XVI rimaneva indietro al nostro: teatro, fuochi d'artificio, concerti musicali. Le illuminazioni non erano ignote; e si facevano danze a cavallo a luce di fiaccole, e si tiravan pure razzi. Ma una festa notturna in un giardino illuminato, quale ai giorni nostri fu data dall'Imperatore d'Austria allo Schah di Persia nel Castello di Schönbrunn, sarebbe stata impossibile in quel tempo. Vale lo stesso per le produzioni musicali, soprattutto pe' concerti a grande orchestra, affatto sconosciuti allora. Certamente quella società avrebbe avuto in orrore la musica chiassosa de' tempi nostri; e lo strepito dei tamburi, che lacera gli orecchi, sarebbe sembrato all'italiano della Rinascenza così barbaro, come le parate militari, che tuttora oggi sono lo spettacolo prediletto nelle grandi Corti di Europa per fare onore o intimidire ospiti augusti. Similmente nelle Corti italiane d'allora i tornei erano rari: alcuna volta avevano luogo duelli, ne' quali l'abilità del combattente aveva campo di farsi ammirare.

Il duca, dopo lungo e maturo esame, aveva fissato il programma delle feste con i suoi mastri di cerimonie. In sostanza dovevano comprendere, come più o meno in congiunture simili a' giorni nostri, tre distrazioni principali: banchetti, balli e rappresentazioni teatrali. E proprio dall'ultima parte del programma Ercole s'imprometteva l'effetto più grandioso e fama veramente onorevole presso tutto il mondo colto ed elegante.

Era egli uno de' più passionati fondatori del teatro nella Rinascenza. Già parecchi anni innanzi aveva fatto da poeti presso la corte sua tradurre in terza rima e rappresentare commedie di Plauto e Terenzio. Avevano a tal uopo lavorato per lui il Guarino, il Berardo, il Collenuccio, il Bojardo stesso. Sin dal 1486 i Menemmi, la commedia prediletta di Plauto, erano stati rappresentati a Ferrara, vólti in italiano. Nel febbraio 1491, quando Ercole solennizzò le splendide feste per lo sposalizio di suo figlio Alfonso con Anna Sforza, furono rappresentati di nuovo; e il giorno dopo fu data una commedia di Terenzio e l'Anfitrione, accomodato per la scena dal Collenuccio.[202]

Vero è che mancava ancora in Ferrara un teatro stabile; ma ve n'era uno provvisorio, che bastava alla rappresentazione delle commedie, la quale, per altro, tranne congiunture eccezionali, non aveva luogo che nel carnevale soltanto. Ercole aveva a quest'oggetto disposta una sala nel Palazzo del Podestà, grande edifizio di architettura gotica, dirimpetto ad uno de' lati del Duomo, ed oggi tuttora esistente, chiamato Palazzo della Ragione. La sala era, mercè un andito, in comunicazione con la residenza stessa.

L'elevata scena, detta allora Tribunale, aveva un 40 braccia in lunghezza e 50 in larghezza. V'erano case di legno dipinto e tutto l'occorrente ad uno scenario, rocce, alberi, e simili. Di contro agli spettatori la scena era chiusa da una parete di legno ornata di merli a guisa di muro. Nel mezzo del proscenio era l'orchestra, e ivi sedevano pure tutti gl'illustrissimi principi e ambasciatori. La grandissima sala, che serviva per gli spettatori, conteneva tredici file di sedie, fornite di cuscini, divise in modo che le donne rimanevan nel mezzo e gli uomini dai due lati. Tutta la sala era capace di un 3000 persone.

Ercole stesso, standosene forse ai suggerimenti dello Strozzi, dell'Ariosto, del Calcagnini e di altri umanisti di Ferrara, avrà disposto il teatro. Quelli e altri accademici vi rappresentavano forse alcune parti; ma il duca avrà chiamato attori anche da altri paesi, da Mantova, Siena e Roma. Difatto, tra uomini e donne, non eran meno di 110 personaggi. Egli fece pure allestire una nuova guardaroba. L'espettazione per simile produzione in così solenne occasione doveva esser grandissima.

Le feste cominciarono il 3 febbraio, e presto fu notato che la bellezza delle tre donne eminenti, Lucrezia, Isabella e la duchessa d'Urbino, dava alle stesse luce e decoro. Eran esse nel numero delle più belle dame del tempo loro; e gl'intendenti potevan forse dubitare quale, d'Isabella o Lucrezia, fosse più degna del pomo di Paride. La nobile marchesa di Mantova era, certamente, di sei anni più anziana della cognata; pure era una perfetta figura di donna. Con femminile gelosia ella osservava la persona di Lucrezia. Nelle lettere, che giornalmente scriveva al marito in Mantova, descriveva con ogni minutezza i vestiti della rivale; ma non una parola delle attrattive di lei. «Della figura di madonna Lucrezia — scriveva così sin dal primo febbraio — mi taccio, poichè so che Vostra Eccellenza la conosce di vista.» In altra lettera del 3 febbraio dava, tutta piena di sè, ad intendere al marito, che, quanto alla persona e al seguito suo, sperava poter sostenere il paragone con le altre, e forse anche ottenere la palma. Con un giudizio identico una sua dama di compagnia, la marchesana di Cotrone, cercava confortare il marito di lei, il marchese di Mantova, scrivendogli: «La sposa non ha nulla di singolare, quanto a bellezza; ma ha dolce ciera. E malgrado delle sue molte dame, e dell'illustrissima madonna di Urbino, ch'è bella assai, e mostra in verità di essere degna sorella di Vostra Eccellenza, nondimeno, alla mia illustrissima signora Isabella, nel parere de' nostri e di quanti son qui venuti con questa duchessa di Ferrara, spetta il vanto di essere la più bella. E ciò è fuori di dubbio; mentre accanto alla Signoria Sua tutte le altre erano un nulla. Epperò a tal riguardo noi porteremo il palio nella casa della mia padrona.»[203]

La prima sera delle feste fu dato un ballo nella sala grande della residenza. Il concorso fu tanto, che lo spazio non bastò. Lucrezia, sotto un baldacchino d'oro sontuosissimo, sedeva sur una tribuna, ove presero posto anche le principesse di Mantova e di Urbino e altre donne illustri, e da ultimo gli ambasciatori. Era quindi concesso, nonostante la folla, ammirare la raggiante bellezza di quelle donne, e gli abiti ricchi e le gioie preziose. Un ballo nella Rinascenza non aveva le forme rigide della moda odierna: era un diletto più naturale ed insieme più semplice: spesso ballavan donne con donne, e si ballava anche soli. Quanto a' modi di ballare, predominavano già i Francesi; mentre in quel tempo la Francia cominciava già a dettare le sue mode agli altri popoli. Nondimeno v'erano pure danze spagnuole e italiane. Lucrezia era una danzatrice seducente; e volentieri faceva mostra dell'arte e della grazia sua. Essa scese dalla tribuna e ballò più volte balli spagnuoli e romaneschi al suon di tamburini.[204]

Dopo il ballo ebbe luogo la rappresentazione drammatica con tanta impazienza attesa. Il duca fece prima venire innanzi tutti gli attori in maschera e vestiario da scena per passarli a rassegna. Il drammaturgo o direttore della compagnia si presentò sotto la figura di Plauto; ed espose brevemente il programma teatrale, cioè dire, l'argomento di tutte le opere da darsi nelle cinque sere. La scelta di commedie di autori drammatici viventi non offrì al duca nel 1502 difficoltà di sorta, essendovene poche davvero. La Calandra del Dovizi, che pochi anni dopo ebbe tanto successo, non era scritta ancora. È vero che l'Ariosto aveva già composto la Cassaria e i Suppositi. Pure il nome suo non era allora grande tanto, che gli toccasse l'onore di vederli rappresentati in quella ricorrenza.[205] Di più il duca voleva una produzione assolutamente classica: il mondo doveva parlarne; ed in effetto l'esecuzione teatrale fu quale sin allora non era stata vista mai in Italia. Noi ne abbiamo particolareggiate descrizioni, le quali non sono state per anco messe a profitto per la storia del teatro. In modo più preciso delle posteriori relazioni intorno al Teatro Vaticano, sotto Leone X, esse mostrano la natura delle rappresentazioni drammatiche nella Rinascenza, e sono pertanto una classica dipintura del tempo.

Chi sappia immaginare, stando alle relazioni del Cagnolo, dello Zambotto e d'Isabella, tutto quello splendido pubblico di ospiti nuziali, seduto ne' più ricchi abiti su quelle file di panche, vede innanzi a sè uno de' più belli e più solenni convegni della Rinascenza. Tutto quello spettacolo così svariato di forme, tanto ricco di colori, accoppiati con quella scena anticheggiante e con quel che vi era rappresentato, le commedie plautine, e, incastrate negl'intermezzi, le pantomime e le moresche, di carattere queste mitologico, puramente fantastico e burlesco sino all'oscenità; è cosa tanto romantica, che ci fa credere trasportati nel Sogno d'una notte d'estate dello Shakespeare. E il duca Ercole di Ferrara scambiamo con Teseo, il duca d'Atene, innanzi al quale e alle coppie di sposi felici vengono date commedie e balli.

Secondo il programma, dal 3 agli 8 febbraio, eccetto una sera, dovevansi l'una dopo l'altra recitare cinque commedie di Plauto. Negl'intermezzi dovevano aver luogo azioni musicali e moresche. La moresca era ciò che oggi chiamiamo il ballo, la pantomima intrecciata con la danza. L'origine sua risale all'antichità; e l'uso di essa si lascia già scoprire nel più oscuro Medio Evo. Primitivamente era una danza pirrica in vestiario scenico; e, come tale, si mantenne sino a' tempi nostri. Ricordo averla vista ancora nel 1852 ballare pubblicamente nel Porto di Genova. Tolse il nome, a mio credere, da questo, che in tutti i paesi latini, che ebbero a subire l'invasione de' Saraceni, la danza pirrica voleva quasi rappresentare una pugna tra Cristiani e Mori, e, per ragione di contrapposto, usava far apparire questi ultimi sotto la figura di neri. Poi il concetto di moresca fu esteso ed applicato a significare il ballo in generale. Con accompagnamento di flauti e violini s'eseguivano, ballando, scene d'ogni specie tratte da' miti antichi, dalla vita cavalleresca come dalla comune. Vi erano pure danze di persone mostruosamente fantastiche, di rozzi idioti e villanzoni e contadini, di selvaggi e satiri, ne' quali fioccavan bastonate a tutt'andare, nel più barbaro modo che mai. Sembra che questo ballo romantico abbia proprio in Ferrara servito di spinta allo svolgimento di una particolare coltura. Quella città fu difatti la culla dell'epopea romantica, di Mambriano e di Orlando. Non accade dire che, lo stesso come a' dì nostri, il ballo aveva pel pubblico la massima attrattiva. Ad una commedia plautina invece, che su uomini, che sentono alla moderna, non può avere altro effetto che di un giuoco di burattini, quel pubblico, se era di buona fede, doveva provare noia veramente profonda. E le rappresentazioni duravano 4 a 5 ore, dalle 6 o 7 di sera alla mezzanotte.

La prima sera, poichè il duca ebbe condotto gli ospiti nella sala del teatro, e questi ebbero preso posto, venne prima fuori Plauto avanti alla principesca coppia, e recitò un complimento. Quindi cominciò la rappresentazione dell'Epidico. Terminato il primo atto, e così anche dopo gli altri, seguì il ballo. Con l'Epidico s'innestarono cinque bellissime moresche. Comparvero prima dieci gladiatori; al suon di tamburini fecero una danza pirrica, con celere movimento e con varie armi. Alla seconda presero parte dodici persone in altro vestiario. La terza rappresentava un carro, tirato da un unicorno e guidato da una giovinetta. V'eran sopra alcuni uomini legati a un tronco e, seduti fra cespugli, quattro suonatori di liuto. La donzella sciolse i primi, che, scesi, fecero la moresca; mentre gli altri cantavan bellissime canzoni. Almeno così assicura il Gagnolo; ma la marchesa di Mantova, di gusto così raffinato, stimò invece la musica tanto tetra da non meritar quasi menzione alcuna. Nelle sue notevoli lettere Isabella si mostra critica acuta non solo degli spettacoli teatrali, ma di tutte le feste date in occasione delle nozze. La quarta moresca fu ballata da dieci Mori, con candelotti accesi in bocca. La quinta di nuovo da dieci uomini vestiti in modo fantastico, con piume al capo e aste in mano, in cima delle quali ardeva un gran fuoco. Finito l'Epidico e le moresche, furono anche regalati esercizii ginnastici.

Il 4 febbraio, venerdì, Lucrezia non si lasciò vedere prima del mezzogiorno. Il duca frattanto condusse gli ospiti in giro per la città. S'andò a far visita ad una santa donna, suora Lucia di Viterbo, che Ercole, rigoroso credente, si era tirata a Ferrara come una rarità preziosa. La monaca ogni venerdì rinnovava la Passione; mentre nel corpo suo apparivano le Stimate ne' cinque luoghi, com'ebbe Cristo. E difatti ella donò all'ambasciatore francese alcune pezzuole, che aveva tenuto sopra le Stimate; e monsignor Rocca Berti le tolse con grande devozione. Di lì s'andò a vedere il vecchio castello, ove il duca fece mostra dell'artiglieria ferrarese, materia prediletta degli studii suoi. S'andò poscia ad aspettare madonna Lucrezia, la quale apparve più tardi nella grande sala, accompagnata da tutti gli ambasciatori. Si ballò sino alle 6 di sera; e quindi ebbe luogo la rappresentazione, le Baccadi, che durò cinque ore. Isabella la trovò smisuratamente lunga e noiosa. Vi furono anche balli come nell'Epidico. Persone vestite di panno color di carne tenevano in mano, danzando, torce che ardevano spandendo odorosi effluvii. Altre figure fantastiche eseguirono una lotta danzante con un drago.

Il giorno appresso Lucrezia fu invisibile. Era occupata a lavarsi il capo e a scrivere lettere. Gli ospiti nuziali si contentarono d'andare a zonzo per Ferrara. Non vi fu alcuna festa officiale. L'ambasciatore Francese mandò regali a' principi della casa in nome del re di Francia: al duca uno scudo d'oro smaltato con un San Francesco, lavoro parigino di molto pregio; al principe erede, Alfonso, uno scudo simile con l'immagine di Maria Maddalena, e a proposito di ciò l'ambasciatore faceva notare, che Sua Altezza aveva scelto una sposa pari in virtù e grazia alla Maddalena: quae multum meruit, quia multum credidit. Forse fu questo presente per Alfonso, allusivo alla Maddalena, una pensata ironia da parte del re di Francia. Alfonso ricevette pure una istruzione intorno al modo di fondere i cannoni. Anche Don Ferrante ebbe similmente in dono uno scudo d'oro. Lucrezia ebbe una corona di globi d'oro sottilmente lavorati, e pieni di muschio. Ad Angela, la sua seducente dama di compagnia, toccò una collana d'oro di gran costo.

Il rappresentante di Francia fu trattato con ogni possibile carezza. Il sabato stesso l'invitò a cena la marchesa di Mantova; e a tavola lo fece sedere in mezzo a lei e alla duchessa d'Urbino. «S'intrattennero — così racconta il Gagnolo — in molte parole amorose e atti soavissimi e accostumati. Dopo cena, per compiacere al signor ambasciatore, la marchesa col liuto in mano cantò diverse canzoni con melodia e soavità grandissima. Lo menò poscia secolei in camera, ove quasi per un'ora, in presenza di due donzelle di compagnia, stettero in diversi colloquii secreti. Ella si cavò quindi i guanti e glieli porse in regalo amorosamente e con accomodate parole; e il signor ambasciatore gli accettò con riverenza ed amore, come quelli che derivavano da quella vaghissima fonte. In verità, egli ha riservati i guanti in santuario usque in consumationem saeculi.» Noi vogliamo credere al Gagnolo, e ammettere anche che pel fortunato ambasciatore di Francia codesta reliquia di una bella e florida dama fosse preziosa altrettanto quanto i cenci statigli regalati dalla povera suora Lucia.

La domenica, 6 febbraio, in Duomo vi fu ufficio solenne. Un cameriere papale consegnò a Don Alfonso la berretta e la spada consacrata, mandategli da Alessandro VI. L'arcivescovo, innanzi all'altare, l'una gli pose in testa e gli dètte l'altra in mano. Dopo mezzogiorno i principi d'Este e le principesse presero madonna Lucrezia dal suo appartamento, e la condussero nella sala del festino. Si danzò per due ore. Con una damigella di compagnia Lucrezia fece alcuni balli francesi. La sera fu dato il Miles gloriosus. Una delle moresche in quella rappresentazione dovett'essere davvero una danza mostruosa: dieci pastori cozzavan fra loro, armata la testa di corna di becco.

Il 7 febbraio sulla Piazza del Duomo vi fu torneo a cavallo fra un Bolognese e un Imolese, e si terminò senza sangue. La sera fu data l'Asinaria, con una moresca veramente bizzarra. Apparvero quattordici satiri, fra' quali uno con in mano una testa d'asino inargentata, e dentro un oriuolo a suono. I satiri danzarono su quella melodia; fecero poi una caccia di uccelli d'ogni specie e di bestie feroci. A questa rappresentazione tenne dietro nel secondo intermezzo una produzione di otto cantori, fra i quali una donna di Mantova, che si fece sentire con accompagnamento di tre liuti. Alla fine fu data una moresca rappresentante tutta la serie de' lavori campestri, aratura, seminagione, mietitura e battitura delle biade; e quindi celebrazione delle feste della mèsse. Questo ballo allegro e spigliato, forse il meglio riuscito di tutti, si chiuse con un ballo campestre al suono di zampogne.

L'ultimo dì delle feste, l'8 febbraio, era anche l'ultimo di carnevale. Gl'inviati, che subito dopo volevan partirsi, presentarono donativi alla sposa, parte in belle stoffe, parte in argento lavorato. Il più curioso le venne da' rappresentanti di Venezia. L'eccelsa Repubblica aveva mandato per le feste a Ferrara due nobili uomini, Niccolò Dolfini e Andrea Foscolo, entrambi vestiti con gran lusso a spese dello Stato. Il vestimento allora non era men costoso che bello, e i sarti della Rinascenza non potrebbero che guardare con disdegno quei de' giorni nostri. In quel tempo, quando l'arte era nel massimo fiore, anche i sarti erano veri e proprii artisti. Lavoravano nelle stoffe più preziose, velluto, seta e broccato d'oro; e i colori, l'andatura delle pieghe, e il taglio degli abiti, tutto ciò era fornito da pittori. Il vestito era adunque qualcosa, cui s'annetteva il più alto valore, qual condizione essenziale all'apparenza della bella persona. Tutti i relatori delle feste di Ferrara non tralasciarono mai di notare con ogni particolarità gli abiti, che in ciascuna solennità vestivano Lucrezia e altre dame di alta origine, e descrissero anche quelli degli uomini. Quanto, in punto di vestito, si mettesse importanza sempre e in ogni luogo, lo mostran pure le relazioni che i Veneziani mandarono in patria, e che Marin Sanudo ha inserite nel suo Diario. E ancora meglio lo prova il fatto, che i due ambasciatori di Venezia, prima di muovere per Ferrara, dovettero mostrarsi pubblicamente innanzi al Senato riunito ne' loro abiti nuovi; grandi mantelli in forma di pallii di velluto cremisino foderati di ermellino e con cappucci simili. Più di 4000 persone erano ad ammirarli nella sala del Gran Consiglio, e la Piazza di San Marco era gremita di popolo curioso di vederli quasi bestie rare e maravigliose. I nuovi abiti richiesero l'uno 32 e l'altro 28 braccia di velluto.[206] Appunto questi pallii portarono gl'inviati, qual regalo di nozze, alla duchessa Lucrezia, siccome era stato deciso dalla Signoria di Venezia.[207] Il bizzarro presente fu offerto con forme di pretensione insieme e d'ingenuità. I due nobili signori tennero dapprima un lungo discorso, l'uno in latino, l'altro in italiano; poscia, ritiratisi nell'anticamera e toltesi quivi le superbe vesti, andarono a consegnarle alla sposa. La natura del regalo e la pedanteria degli esibitori furono, del resto, materia di scherno e di riso alla corte di Ferrara.[208]

La sera si ballò l'ultima volta, e s'assistette quindi all'ultima produzione teatrale, la Casina. Prima che questa cominciasse, fu suonata una musica del Rombonzino, e insieme furon cantate barzellette in lode degli sposi. Anche nella Casina furono incastrati parecchi pezzi di musica. Al terzo intermezzo sei violinisti suonarono benissimo, e tra questi si produsse come dilettante anche Don Alfonso. Sembra che specialmente in Ferrara l'arte di suonare il violino avesse toccato un grado di notevole perfezione, perchè, quando Cesare Borgia nel 1498 andò alla Corte di Francia, richiese il duca Ercole di alquanti suonatori per condurli seco in Francia, ove simili artisti eran molto ricercati.[209]

Il ballo consistette in una danza di rozzi uomini, che si contrastavano il possesso di una bella fanciulla, sinchè non apparve il Dio d'amore, accompagnato da musici, che la liberò da quelle strette. Poscia si vide una grandissima palla che si divise in due, e cominciò d risuonare di musicali accordi. Vennero infine dodici Svizzeri con alabarde e con bandiera nazionale ed eseguirono con gran destrezza una danza pirrica.

Se, come il Gagnolo riferisce, le rappresentazioni drammatiche terminarono con questa scena, si sarebbe potuto rimproverare all'ordinatore della festa il poco buon senso, anzi il manco di spirito. Le moresche riunivano in sè il doppio carattere dell'opera e del ballo; ed esse furono le uniche produzioni inventate per queste feste nuziali. Ma se si paragona le feste di Ferrara con quelle date in occasione degli sponsali di Lucrezia al Vaticano, è certo che le prime restano di molto inferiori. Perchè nelle feste di Roma noi vedemmo commedie pastorali con allegorie allusive a Lucrezia, a' principi di Ferrara, a Cesare ed Alessandro. Invece in quelle di Ferrara non l'ombra di scene di tal genere, tutte ingegnose o almeno tenute per tali.

Malgrado al lusso spiegato dal duca, le sue feste ci sembrano monotone e atte a indurre stanchezza; ma, sicuramente, andarono a genio alla maggioranza di quei che v'assistettero. Isabella veramente ne diede giudizio sfavorevole. «In realtà — così scriveva al marito — queste nozze sono molto fredde. A me sembrano mille anni di esser di nuovo a Mantova, per rivedere Vostra Eccellenza e il mio figliuolino, e di allontanarmi di qua, ove non è briciolo di piacere. Vostra Eccellenza dunque non ha da invidiarmi per la presenza a queste nozze, le quali sono riuscite così gelate; che quasi invidio piuttosto lei di essersi rimasto a Mantova.» Questo giudizio della nobile donna fu evidentemente ispirato anche dalla profonda repugnanza sua per l'unione del fratello con Lucrezia. Nondimeno dovette essere anche in parte determinato dal carattere di quelle feste; mentre la marchesa espressamente lamentava la stanchezza e la noia, ond'era oppressa.[210]

Appena finite le feste, anche la marchesa tornò a Mantova. L'ultima lettera sua al marito da Ferrara porta la data del 9 febbraio. Da Mantova poi scrisse il 18 la prima lettera alla cognata Lucrezia:

«Illustrissima Signora. — L'amore che io porto alla Signoria Vostra, e il desiderio di sapere che ella persevera in quella buona salute, come al momento della mia partenza, mi fanno credere che anch'ella sia nell'espettazione stessa rispetto a me. Epperò, nella speranza di farle cosa grata, le significo ch'io sono arrivata sana e salva lunedì in questa città. Vi ho trovato anche in ottima convalescenza il mio Illustrissimo Signor consorte. Resta ch'io intenda parimenti della signoria Vostra lo stesso, acciò possa pigliarne piacere, come di sorella cordialissima. E benchè reputi superfluo offrirle le cose sue, nondimeno una volta per tutte voglio ricordarle, che la può disporre della persona e della facoltà mia non altrimenti che delle sue proprie. Me le raccomando per sempre, e la prego di volermi raccomandare al di lei Illustrissimo Signor consorte, mio fratello onorandissimo.»[211]

Lucrezia rispose il 22:

«Mia Illustrissima Signora Cognata e Sorella onorandissima. — Abbenchè sarebbe stato debito mio il prevenire Vostra Eccellenza nelle prove di amorevolezza, ch'ella s'è degnata usare verso di me, nulladimeno volentieri mi rassegno alla mia negligenza per questo solo, che l'Eccellenza Vostra m'abbia per tal guisa tanto più obbligata al servizio suo. Non potrei giammai esprimerle con quanta consolazione e contentezza abbia inteso il suo prospero arrivo in Mantova e la buona salute dell'illustre suo signor consorte. Possa lo stesso, assieme all'Eccellenza Vostra, come io ne prego Dio, esser preservato in prosperità e aumento di buono e felice stato secondo il desiderio loro. E per ubbidire, come desidero e debbo, al comando dell'Eccellenza Vostra, le significo che anch'io per grazia di Dio mi trovo bene e sempre pronta a far cosa che le sia grata. — Ferrara, 22 febbraio 1502. Devota Sorella, che desidera servirla, Lucrezia Estensis de Borgia.»[212]

Con questa lettera officialmente cortese cominciò il carteggio fra le due celebri donne, continuato per lo spazio di 17 anni. Ciò prova che la marchesa, sul principio ostile, divenne più tardi sincera amica della cognata.

Il duca di Ferrara fu di tutto cuore contento, quando gli ospiti presero finalmente la via d'andarsene. Solo madonna Adriana, Jeronima e quella Orsini innominata non diedero segno di voler tornare a Roma. Alessandro le aveva incaricate di rimaner colà, sino a che non giungesse la moglie di Cesare. Dovevano andare incontro a costei sino in Lombardia, e poscia accompagnarla a Roma. Se non che la duchessa di Romagna, malgrado delle premurose sollecitazioni del nunzio, non aveva voluto abbandonar la Francia. Suo fratello soltanto, il cardinale d'Albret, era giunto in Ferrara il 6 febbraio; ma ben presto continuò la strada per Roma.

Adriana, come prossima parente del Papa e di Lucrezia, era stata alla corte di Ferrara trattata assai onorevolmente, ed era anche entrata in relazione molto intima con la marchesa Isabella. Fa prova di ciò una lettera di quest'ultima, diretta ad Adriana, lo stesso giorno 18 febbraio, nel quale scrisse a Lucrezia. Vi si parla di una persona statale raccomandata in Ferrara da Adriana in proprio nome e anche a nome di madonna Giulia; donde risulta che quella innominata Orsini non era la Giulia Farnese.[213]

Ercole desiderava ardentemente la partenza di quelle donne.

In una lettera del 14 febbraio al suo ambasciatore Costabili in Roma lagnavasi con certa vivacità della inutile dimora delle stesse alla corte sua. «Noi vi diciamo — così scrivevagli — che la presenza delle nominate madonne fa sì che gran numero di altre persone, uomini e donne, rimangano similmente qui, aspettando la partenza di quelle; il che è peso grande ed insopportabile dispendio. Perchè se si conta tutt'insieme il numero delle persone del seguito di queste donne e di altre, restano ancora qui quasi 450 uomini e 350 cavalli.» Ciò egli, l'ambasciatore, potere rappresentare al Papa, ed i viveri esser consumati, e la duchessa di Romagna non esser per venire per Pasqua; e quanto a lui non poter più fare le spese, avendo già per le feste delle nozze erogato più di 25,000 ducati. Il Papa poteva quindi richiamare quelle donne. In un poscritto aggiungeva: «Io ho licenziati i gentiluomini dell'Illustrissimo Signor Duca di Romagna, dappoi che sono stati qui dodici giorni, perchè era gente impertinente, e la presenza loro era senza alcun frutto per Sua Santità e pel Duca di Romagna.»[214]

Finalmente le importune donne partirono; ma, a quel che pare, più tardi che ad Ercole non piacesse. V'è difatti un dispaccio dell'inviato Gerardo Saraceni da Roma del 4 maggio, col quale informa il duca, che monsignor di Venosa e madonna Adriana, ritornati da Ferrara, avevano espresso al Papa la loro gratitudine per l'amorevole accoglienza colà trovata.

Lo stesso giorno 14 febbraio Ercole scrisse una lettera al Papa, il cui tenore, tolte alcune frasi, non aveva nulla di simulato:

«Santissimo Padre e Signore. — Prima che l'illustrissima duchessa, nostra figliuola comune, giungesse qua, era mia ferma intenzione, come si conveniva, di accoglierla con benevolenza e con onore, e in alcuna cosa non mancare che tenesse a mostrarle particolare affetto. Ora, da che Sua Signoria è arrivata, mi ha talmente soddisfatto per le virtù e degne qualità trovate in essa, che non solo mi son raffermato in quella mia buona disposizione, ma altresì il desiderio e l'animo di far così è in me grandemente cresciuto, tanto più che veggo la Santità Vostra per un Breve di sua mano farmene amorevolmente ricordo. Stia adunque Vostra Santità di buon animo; mentre io userò verso la duchessa in tali termini, che la Beatitudine Vostra abbia a riconoscere come io la tenga per la più cara cosa che abbia al mondo.»[215]

IV.

Sin dal primo entrare nel castello degli Este, Lucrezia appartenne interamente a nuove relazioni, a nuovi interessi, si può dire, a un mondo nuovo per lei. Si trovò come principessa in uno de' più ragguardevoli Stati italiani e in una città a lei straniera, che da mezzo secolo a quella parte era diventata sì importante, che lo spirito della coltura nazionale v'aveva trovata una nuova sede e una nuova forma. Si vide accolta in una delle più cospicue case principesche d'Italia, che tempo e storia insieme avevan circondata di splendore veramente romantico. Una fortuna straordinaria e immensa l'aveva fatta entrare in quella casa famosa, della quale ella stessa ora doveva rendersi degna.

La stirpe degli Este era, accanto all'altra de' duchi di Savoia, la più antica e più eccelsa d'Italia. Anzi la seconda era dalla prima ecclissata per l'importanza dello Stato di Ferrara, grazie alla sua posizione geografica.

Ecco in breve la storia degli Este:

I signori, che ebbero il nome feudale da un piccolo castello tra Padova e Ferrara, ripetevan l'origine loro dalla invasione longobardica, e da una famiglia, il cui stipite chiamavasi Alberto. I nomi Adalberto e Alberto ebbero in italiano la forma di Oberto, che nel diminutivo si trasformò in Obizzo e Azzo. Nel X secolo apparisce un marchese Oberto, che fu partigiano di re Berengario prima, poi di Ottone il Grande. È ignoto da qual territorio togliessero il titolo di Marchesi egli e i prossimi discendenti suoi. Furono, ad ogni modo, grandi signori in Lombardia come in Toscana. Un pronipote di Oberto, Alberto Azzo II, vien ne' documenti nominato Marchio de Longobardia. Egli dominava da Mantova all'Adriatico e alla valle del Po, ove possedeva Este e Rovigo. Sposò Cunigonda, sorella del conte Guelfo III di Suabia. Così la famosa stirpe tedesca de' Guelfi si unì con quella degli Oberti, ed entrò nella cerchia delle relazioni italiane. Venuto a morte Alberto Azzo nel 1096 in età di più di 100 anni, lasciò i figli Guelfo e Folco. Costoro furono i progenitori della casa d'Este in Italia e della casa guelfa di Braunschweig in Germania. Guelfo difatti ereditò i beni di suo avo materno Guelfo III, col quale nel 1055 erasi estinta la linea maschile della casa sua. E andò in Germania; vi divenne duca di Baviera, e fondò la linea de' Guelfi.

Folco ereditò i possedimenti italiani del padre, e consolidò la linea degli Este. Nella gran lotta degl'imperatori tedeschi col Papato i marchesi d'Este furono aspri e tenacissimi combattenti; prima seguaci fervorosi, poscia capi del partito guelfo; il che valse a fondare il loro potere anche in Ferrara.

Gl'inizii primi di questa città furono oscuri e ignoti. Si crede che fosse venuta su al tempo delle immigrazioni forestiere. Dopo la donazione di Pipino e di Carlomagno la Chiesa pretese di averne il possesso. Fu compresa anche nella donazione della contessa Matilde. Nelle guerre tra il Papa e l'imperatore, cui diè alimento la disputa intorno l'eredità di Matilde, Ferrara acquistò la sua autonomia come repubblica.

Il XII secolo era sul finire, quando gli Este cominciarono a mettervi piede. Il nipote di Folco, Azzo V, sposò in quel tempo Marchesella Adelardi, erede del capo dei Guelfi nella città; mentre Salinguerra v'era capo de' Ghibellini. Da quel momento i marchesi d'Este andaron man mano guadagnando influenza in Ferrara. Essi divennero capi del partito guelfo anche nell'Alta Italia.

L'anno 1208 riuscì ad Azzo VI di scacciare Salinguerra. La città era così profondamente stanca della lunga lotta partigiana, che diede al vincitore la qualità ereditaria di Podestà. Fu questo il primo esempio di spontanea dedizione di una libera repubblica alla mercè di un signore. Così gli Este furono i primi a fondare un potere dinastico sulle rovine di una repubblica. L'audace Salinguerra, figura eroica delle più notevoli del tempo degli Hohenstaufen in Italia, scacciò di Ferrara ripetute volte Azzo e il successore di lui Azzo VII, sino a che nel 1240 non soggiacque e finì di vivere nel carcere. Dopo d'allora gli Este furono padroni di Ferrara.

Per un certo tempo, durante l'esilio avignonese de' papi, ne furono scacciati per opera della Chiesa; ma ritornarono il 1317, chiamativi da' cittadini che s'eran sollevati contro il luogotenente di quella. Giovanni XXII gli confermò con diploma d'investitura, mercè il quale ricevevano Ferrara in feudo dalla Chiesa contro l'annuo tributo di 10,000 fiorini d'oro. Oramai gli Este ordinarono il loro Stato come tiranni di Ferrara. Era uno Stato, cui il perdurare della dinastia fra tante guerre rese consistente. La dinastia degli Este non fu, come quelle di quasi tutte le altre dominazioni italiane, il prodotto di momentanee conquiste, d'intrusi illegittimi, ma antica, ereditaria, fortemente abbarbicata.

Con Aldobrandino, signore di Ferrara, di Modena, Rovigo e Comacchio, cominciò a venire al potere una serie di principi la maggior parte illustri, mercè i quali la città di Ferrara potè levarsi a quell'importanza, ond'era in possesso al cominciare del secolo XVI. Ad Aldobrandino successero i fratelli, Niccolò dal 1361 al 1388, e Alberto sino al 1393. Poi sino al 1441 dominò il figliuolo di costui Niccolò III, uomo di spiriti gagliardi e bellicosi. Essendo i suoi figli legittimi Ercole e Sigismondo minorenni, gli successe il suo bastardo Lionello. Questo principe non solo continuò quello che il padre aveva iniziato; ma fece di Ferrara uno Stato splendido e temuto. Il grande Alfonso di Napoli gli diè in moglie nel 1444 la figlia Maria; e per tal guisa gli Este si strinsero in intimo legame con la Casa reale degli Aragonesi. Lionello fu savio e liberale, cultore di ogni arte e scienza, principe di nome immortale. Nel 1450 gli successe il fratello Borso, al pari di lui bastardo, usurpando anch'egli il posto ai figliuoli legittimi di Niccolò III.

Borso fu uno de' principi più splendidi e grandiosi del tempo suo. Federico III, di ritorno dal suo viaggio d'incoronazione, lo nominò in Ferrara duca di Modena e Reggio, conte di Rovigo e Comacchio, paesi che appartenevano tutti all'Impero. D'allora in poi gli Este, la cui arma era stata un'aquila bianca, presero l'aquila nera imperiale, alla quale unirono i gigli di Francia, che un tempo Carlo VII aveva loro concessi. Il 14 aprile 1471 anche Paolo II nominò in Roma Borso duca di Ferrara. Poco dopo, il 27 maggio, questo principe famoso morì nubile e senza discendenti.

Gli successe Ercole, figliuolo legittimo di Niccolò III. Per tal guisa il governo ritornò alla linea pura degli Este, dopochè, per opera appunto di due bastardi, Ferrara era diventata uno Stato potente. Nel giugno 1473 Ercole si ammogliò con Eleonora di Aragona, figliuola di Ferdinando di Napoli. Le feste pel matrimonio furono sontuosissime. Da quel tempo sino al giorno, in cui questo secondo duca di Ferrara con altrettanta pompa univa Lucrezia in matrimonio con suo figlio, eran scorsi 29 anni di lotte molte e varie. Ercole aveva corso il massimo pericolo, onde lo Stato suo potesse essere minacciato: la guerra di Venezia e di papa Sisto IV contro di lui, la quale il 1482 fu terminata felicemente, non senza però la cessione di alcuni territorii in favore de' Veneziani. Ma il pericolo poteva rinnovarsi. Accanitissimi nemici del suo Stato erano sempre Venezia e la Chiesa. La sua politica quindi prescrivevagli di collegarsi con Francia, la quale comandava a Milano e forse poteva rendersi per sempre padrona di Napoli. Per questo motivo stesso erasi visto nella necessità di dare in moglie a suo figlio Lucrezia Borgia, a condizioni però vantaggiosissime. Lucrezia adunque poteva aver coscienza dell'alta significazione che la persona sua aveva per lo Stato di Ferrara. E ciò sin dal bel principio svegliò in lei il sentimento della sicurezza, rispetto alla nobile casa, cui ella omai apparteneva.

Il duca destinò Castel Vecchio a residenza degli sposi. Ivi Lucrezia stabilì la sua corte officiale. Il celebre castello esiste tuttora come uno de' più grandiosi monumenti medievali. Esso torreggia su tutta Ferrara ed è visibile da miglia lontano. Il color rosso scuro; il carattere grave e triste, congiunto ad una regolarità architettonica, che può dirsi perfetta; le quattro poderose torri; tutto ciò produce addentro impressione fortissima, specialmente al chiaro di luna, quando queste ultime riflettono la loro ombra nell'acqua del fossato, onde il castello ancora oggi, come in antico, è intorno ricinto. Alla fantasia dell'osservatore riappariscono allora le figure de' personaggi notevoli, che una volta v'abitarono o lo animarono: Ugo e Parisina Malatesta,[216] Borso, Lucrezia Borgia e Alfonso, Renata di Francia e Calvino, l'Ariosto, Alfonso II, l'infelice Tasso ed Eleonora.

Castel Vecchio fu fatto edificare dal marchese Niccolò nel 1385, dopo una sommossa cittadina. I successori lo compirono e ornarono nell'interno. Mercè cammini coperti era in comunicazione con la residenza dirimpetto al Duomo. Prima che Ercole allargasse Ferrara dal lato settentrionale, il castello rimaneva alla parte estrema, presso le mura. Una delle torri, quella chiamata del Leone, copriva la porta della città. Un braccio del Po, che allora scorreva in vicinanza, forniva d'acqua il fossato, sul quale si passava su ponti levatoi.

Al tempo di Lucrezia l'aspetto del castello era qual è ora solo nella sua forma essenziale. I comignoli delle torri sono di tempo posteriore. Le torri stesse erano più basse. Avevano merli, e così pure tutte le mura, come il castello dei Gonzaga in Mantova: intorno intorno armate de' cannoni fatti fondere da Alfonso. L'interno era una corte con portici, quadrata e lastricata. Si mostrò quivi a Lucrezia il luogo, ove Niccolò III, nel 1425, fece tagliare il capo all'infelice suo figlio Ugo e alla matrigna, la bella Parisina. E la lugubre memoria dovette suggerire alla figliuola di Alessandro di esser fedele al marito.

Ampie scale di marmo menavano a' due appartamenti del castello, de' quali quello al primo piano serviva di residenza a' principi. Era una fila di sale e di camere. Col tempo tutto è così mutato, che anche quei, che più a fondo conoscono Ferrara, confessano non saper più ove fosse l'abitazione di Lucrezia. Anche delle pitture, che gli Este vi fecero fare, rimangono appena alcuni affreschi del Dossi e uno d'altro maestro.

La residenza in quel castello dovette forse essere sempre malinconica e alquanto oppressiva. Ciò era in armonia col carattere di Ferrara. Anche oggi la città reca l'impressione di una serietà cupa e monotona. Quando dall'alto de' merli del castello guardi quella estesissima pianura riccamente coltivata, pur sempre uniforme, priva di un bello orizzonte, mentre le Alpi di Verona appena si disegnano in lontananza, e il più prossimo Appennino non ha aspetto gran fatto maestoso; quando guardi quella massa nera della città, un senso di maraviglia ti assale, pensando come mai la gioconda poesia dell'Ariosto sia nata in quel luogo. Il cielo, la terra e il mare atti ad ispirarlo avrebbe dovuto piuttosto cercare in quel eliso di Sorrento, che fu culla del Tasso. Una prova di più della verità sovente osservata, che la fantasia poetica è indipendente dai luoghi.

Ferrara giace in una pianura malsana, attraversata dai rami del Po e da parecchi canali. Il fiume principale non dà punto vita alla città nè alla campagna, perchè scorre lontano molte miglia. Mura poderose con quattro porte cingevano la città d'ogni lato. Al tempo di Lucrezia, oltre Castel Vecchio sull'estremità nordica, v'era pure dal lato sud-occidentale Castel Tealto o Tedaldo. Questa fortezza era posta sur uno de' rami del Po. Aveva una porta, per la quale s'entrava in città, mentre un ponte di barche menava dall'altro lato al sobborgo San Giorgio. Per questa porta Lucrezia aveva fatto il suo ingresso. Di Castel Tedaldo oggi non resta più nulla; fu distrutto sul principiare del secolo XVII, quando il Papa, espulsi i discendenti di Alfonso, fece edificare la nuova grande fortezza.

Ferrara aveva spaziose piazze e strade regolari con portici. Sulla piazza principale era il Duomo, ragguardevole edifizio di stile gotico-lombardo dell'anno 1135, nel quale fu consacrato. L'alta facciata, divisa in tre parti e con tre frontoni formati di tre serie di archi, che partecipano del gotico e del romano, poggiati su colonne, e con le antiche sculture, tutte annerite dal tempo, ha un'apparenza veramente singolare, che sente insieme dell'originalità medievale e di bizzarro romanticismo. Nulla colpisce oggi tanto in Ferrara quanto la prima vista di codesta facciata. Si crede aver dinanzi una figura del favoloso mondo ariostesco. Rimpetto a uno de' lati della Cattedrale sta ancora il gotico Palazzo della Ragione, e stavano altra volta due vecchie torri, una delle quali chiamavasi Rigobello. Di fronte poi alla facciata era la residenza degli Este. Ivi abitava Ercole, e un tempo abitò Eugenio IV, quando tenne a Ferrara il famoso Concilio. Innanzi al palazzo erano una volta le statue de' due grandi principi di Ferrara, Niccolò III e Borso: la prima equestre, l'altra seduta. Erano poste su colonne; epperò avevano piccole dimensioni. Oggi le colonne sussistono a' lati del portone: le statue furono distrutte nel 1796.

Gli Este gareggiarono con altri principi e repubbliche nell'edificare chiese e monasteri, de' quali Ferrara è ricca tuttora. Intorno l'anno 1500 più notevoli erano: San Domenico, San Francesco, Santa Maria in Vado, Sant'Antonio, San Giorgio innanzi a Porta Romana, il chiostro del Corpus Domini e la Certosa. Tutte queste chiese sono state più o meno rammodernate. Benchè alcune si distinguano per belle proporzioni e spaziosità, pure niuna ha un'individualità artistica rilevante.

Col XV secolo anche Ferrara cominciò ad arricchirsi di palazzi, che oggi pure sono il decoro della deserta città, e costituiscono una parte di gran valore della storia dell'architettura, dagl'inizii del Rinascimento sino al passaggio nel barocco. Alcuni sono in uno stato di deplorabile decadenza. Sullo scorcio del secolo XVI il marchese Alberto costruì i palazzi del Paradiso, oggi l'Università, e Schifanoja. Ercole edificò il Palazzo Pareschi. Di lui può dirsi che fosse il rinnovatore di Ferrara. Allargò la città, aggiungendovi, verso settentrione, un nuovo quartiere, l'Addizione Erculea. Questa è pur oggi la parte più splendida della moderna Ferrara. È attraversata da due strade lunghe ed ampie, il Corso di Porta Po con la sua continuazione nel Corso di Porta Mare, e la strada de' Piopponi. Passeggiando per quelle vie tranquille e solitarie, fa stupore vedere quella lunga fila di bei palazzi della Rinascenza, monumenti di una vita rigogliosa, ma ora spenta del tutto. Ercole aprì colà una piazza, e all'intorno la nobiltà vi fece elevar palazzi. La si chiama oggi Piazza Ariostea, avendo nel mezzo il monumento del grande Poeta. È forse il più bello che sia mai stato eretto ad un poeta. La statua marmorea si slancia alta e libera sopra magnifica colonna, sicchè domina tutta Ferrara. Anche la storia sua accresce al monumento fascino e attrattiva. Originariamente doveva sulla piazza essere messa la statua equestre di Ercole su due colonne. Le si trasportavano sul Po, quando l'una andò a fondo. L'altra fu impiegata nel 1675 a sostenere la statua in bronzo di Papa Alessandro VII. La quale fu abbattuta nella rivoluzione dell'anno 1796, e sostituita dalla statua della Libertà, alla cui solenne elevazione assistette il generale Napoleone Buonaparte. Tre anni dopo gli Austriaci gettarono giù la Libertà, e la colonna restò decapitata sino al 1810, anno in cui vi fu messa la statua imperatoria di Napoleone. E questa pure cadde col cadere dell'imperatore. Finalmente nel 1835 Ferrara pose su quella colonna la statua dell'Ariosto. Niun mutamento di dominazione politica e niuna forza umana potrà mai più gettare abbasso quell'immagine da quell'altezza, ove la sostiene e protegge un poema immortale.

Nel nuovo quartiere di Ercole sursero palazzi sontuosi. Il fratello di lui Sigismondo edificò il grandioso Palazzo Diamanti, ove oggi è la Pinacoteca. I Trotti, i Castelli, i Sacrati e i Bevilacqua v'eressero i loro palazzi privati, esistenti tuttora. Ferrara era abitata da numerosa e ricca nobiltà, discendente in parte da antiche famiglie di conti. Oltre i già nominati, eran del novero: i Contrarii, i Pii, i Costabili, gli Strozzi, i Saraceni e i Boschetti, i Roverella, i Muzzarelli e i Pendaglia.

L'aristocrazia ferrarese aveva da gran tempo superato il periodo delle intestine lotte partigiane e della indomita fierezza feudale, ed era diventata cortigiana. Gli Este, e massime il battagliero Niccolò III, avevano domati e sommessi questi baroni, che originariamente vivevano nei loro feudi. Ormai essi erano al servizio del principe, coprivano i più ragguardevoli ufficii nella corte e nello Stato, ed eran capitani nell'esercito. Prendevano bensì parte, e forse con più fervore che non facesse la nobiltà degli altri Stati italiani, alla cultura dello spirito, essendo questa essenzialmente opera de' principi d'Este. Epperò alcuni nomi di grandi signori spiccano a quell'epoca nel movimento letterario di Ferrara.

L'Università ferrarese sin dalla metà del XV secolo era venuta in tanto rigoglio da stare bene, accanto a quelle di Padova e Bologna, tra le più celebri d'Italia. Era stata aperta nel 1391 dal marchese Alberto; poscia riformata da Niccolò III. All'apogeo dello splendore la condussero Lionello e Borso. Lionello fu discepolo del famoso Guarino da Verona, ed egli stesso dotto assai in ogni scienza. Fu altresì l'amico e l'idolo degli umanisti del tempo suo. Pieno d'entusiasmo, faceva collezione di manoscritti rari o li faceva copiare. Fu il fondatore della Biblioteca. Borso continuò le stesse tracce con altrettanta attività e fervore.

Già nel 1474 l'Università di Ferrara contava 45 professori, largamente retribuiti. Ercole ne aumentò il numero. Nel primo anno del suo regno fu anche introdotta l'arte tipografica.[217]

Nell'indole del popolo, come nel carattere della città, una disposizione seria si direbbe che sia l'impronta fondamentale e più risaltante. Con essa si disposava il bisogno di speculazione e di critica, come pure delle scienze esatte. Girolamo Savonarola, il profeta fanatico in quel deserto morale dei tempi borgiani, nacque in Ferrara. Lucrezia ebbe forse spesso a ricordarsi di quest'uomo, nel quale il padre suo per mano del carnefice aveva fatto soffocare la protesta delle anime ancora credenti e pure contro il Papato di lui.

L'astronomia e la matematica, le scienze naturali in generale e la medicina, che allora insieme con quelle era parte integrante delle discipline filosofiche, fiorirono specialmente in Ferrara. Il Savonarola stesso aveva dovuto studiar medicina. Suo avo Michele, celebre medico di Padova, era stato chiamato a Ferrara da Niccolò III.[218] Come medico, matematico e filosofo ed anche qual filologo vi brillava dal 1464 il vicentino Niccolò Leoniceno. Ai piedi suoi sedettero tali, che poscia furono i più famosi eruditi e poeti d'Italia. Egli formava ancora l'orgoglio di Ferrara, quando v'andò Lucrezia. Invece il grande matematico Domenico Maria Novara insegnava allora in Bologna, ove aveva avuto a discepolo il Copernico.

Da questa Università vennero fuori grandi umanisti, che al tempo dell'arrivo di Lucrezia erano ancora bambini o giovanetti, fra i quali i due Giraldi e quel geniale Celio Calcagnini, che le aveva dedicato una poesia per nozze. Tutti questi uomini erano ben veduti alla corte degli Este, essendo persone tutt'altro che esclusive, ma d'ingegno versatili e facili nella forma. In verità, solo più tardi, quando la divisione del lavoro e la necessaria limitazione professionale prevalse nella scienza, la viva erudizione dell'umanismo si trasformò in pedanteria di casta.

Ma soprattutto alla poesia, e ad una particolar forma di essa, la città di Ferrara, proprio nell'epoca di Lucrezia, diè impronta affatto speciale ed assolutamente romantica. Per questa via potette divenire una di quelle città, che pe' tardi nepoti sono ancora luoghi di pellegrinaggio della civiltà. Ferrara produsse molti poeti in ambedue le lingue, latina e italiana. Pressochè tutti quegli eruditi poetavano in latino. La più parte non erano certamente che gelidi facitori di versi; ma alcuni s'elevarono al più alto grado nella letteratura poetica, sicchè anche oggi non sono dimenticati. Eran tra questi specialmente i due Strozzi, padre e figlio, e Antonio Tebaldeo. Se non che, a petto di tali poeti neolatini, ebbero importanza di gran lunga maggiore quei che in lingua italiana seppero svolgere e perfezionare l'arte epico-romantica. La lussuriosa e tanto splendida corte di Ferrara, con quel carattere di forte romanticismo, onde la casa degli Este erasi circondata, mentre la storia sua rimontava al tempo eroico medievale, con quella eletta nobiltà e col moderno sentimento cavalleresco, favoreggiava già per propria essenza il culto del genere epico. Ma s'aggiungeva anche, come fondo adatto e propizio, la città con la sua propria storia e col suo carattere architettonico. In Ferrara, come in Firenze, non vi ha monumenti dell'antichità romana: tutto appartiene al Medio Evo. Lucrezia non trovò più nella corte di Ercole l'amico di lui, il Bojardo, il celebre poeta dell'Orlando Innamorato. Ma forse viveva ancora il cantore di Mambriano, Francesco Cieco. Ed abbiamo già visto come l'Ariosto, quegli che presto doveva oscurare la gloria de' due precursori, avesse offerto gli omaggi suoi a Lucrezia.

Meno prospera vita delle scienze e della poesia ebbero in Ferrara le arti belle. Pure, se non vi produssero maestri di prim'ordine, come Raffaello o Tiziano, vi tennero, ad ogni modo, non ispregevole luogo per la coltura italiana. Gli Este coltivarono la pittura. I palazzi loro fecero ornare con affreschi, de' quali rimangono ancora alcuni notevoli per originalità, come quelli che ultimamente, nel 1840, furono scoperti nel Palazzo di Schifanoja. Una scuola indigena venne in gran reputazione sino dalla metà del XV secolo. Ne fu capo Cosimo Tura. Uscirono da essa due ragguardevoli pittori, Dosso Dossi e Benvenuto Tisio, il quale sotto nome di Garofalo divenne celebre come uno de' migliori discepoli di Raffaello. Le opere di questi pittori, entrambi contemporanei di Lucrezia — Garofalo era più giovane di un anno — ornano ancora molte chiese di Ferrara, e sono altresì il principale decoro della Pinacoteca.

Tal'era, ne' tratti suoi più essenziali, la città di Ferrara; e tale pure la vita spirituale, ond'era animata, intorno il 1502. È evidente che, oltre lo splendore della corte e la politica importanza, come capitale dello Stato, anche la vita interiore v'era fervida e rigogliosa. Alcuni cronisti affermano, che il numero degli abitanti toccasse allora i 100,000. Fosse pure la cifra esagerata, ad ogni modo, al principio del XVI secolo, all'epoca sua fiorente, Ferrara dovett'essere più popolosa di Roma. Era città prospera ed agiata: accanto alla nobiltà, una borghesia operosa, mercè l'industria, massime la fabbricazione di panni, e mercè il commercio, vi si procacciava un tranquillo godimento della vita.

V.

Con ogni studio Alessandro teneva dietro a quanto accadeva in Ferrara. Egli non perdeva d'occhio la figlia. Questa e gli agenti di lui lo informavano d'ogni segno di favore o disfavore, cui incontrasse. Cessata l'ebbrezza delle feste nuziali, quando Lucrezia doveva affrontare con tatto l'invidia e il sospetto e formarsi nella corte un solido stato, potevano forse esserle serbati giorni difficili e penosi. Le informazioni di costei rassicurarono Alessandro, specialmente rispetto al contegno di Alfonso. Egli non supponeva che il principe erede di Ferrara amasse la figliuola. Ma ciò che solo gl'importava era che la trattasse da moglie e la facesse madre di un principe. Sentito che Don Alfonso passava la notte con Lucrezia, n'espresse grande soddisfazione all'ambasciatore ferrarese. «Certamente di giorno egli va altrove, giovane qual è, pel piacer suo; ma in ciò fa molto bene:» così pensava Sua Santità.[219]

Egli ottenne pure che il duca désse alla nuora, come rendita annuale, 12,000 ducati invece di 6000, come colui voleva. Lucrezia era difatti liberale e aveva bisogno di molto.

Frattanto Cesare apparecchiavasi a condurre a termine quelle imprese, di cui gli erano mallevadori insieme il parentado con Ferrara e l'assenso di Francia. Dopochè ebbe fatto sgozzare in Castel Sant'Angelo il giovane Astorre Manfredi, mosse il 13 giugno per Romagna. Trasse in inganno l'ingenuo Guidobaldo d'Urbino, e ad un tratto s'impadronì dello Stato di lui. Ciò fu il 21 giugno. Il duca fuggiasco riparò a Mantova: poi andò con la moglie a Venezia.

Ora Cesare si rivolse contro Camerino. Trasse in agguato i Varano, e li fece trucidare: solo uno scampò. Di tutte le sue geste egli informava la corte di Ferrara. Ed Ercole non si vergognava di felicitarlo di atrocità, mercè le quali principi amici o prossimi parenti di lui avevan subito la estrema rovina. Da Urbino scrisse alla sorella questa lettera:

«Illustrissima Signora e Germana nostra carissima. — Tengo per certo, che per la presente indisposizione della Eccellenza Vostra non possa esservi nulla più efficace e più salutare che il sentire buone e felici nuove. Le facciamo sapere che in questo punto abbiamo avuto nuova certezza della presa di Camerino. Noi la preghiamo di far onore a codesta nuova con evidente miglioramento dello stato suo, e di volerci informare di ciò. Imperocchè per l'indisposizione sua non possiamo provar piacere nè per questa, nè per altre nuove. Noi la preghiamo pure di partecipare la presente all'Illustrissimo Signor Don Alfonso, suo marito, come a fratello nostro amatissimo, e al quale per fretta non scriviamo. — Urbino, 20 luglio 1502. Di Vostra Eccellenza fratello, il quale l'ama come se stesso, Cesare.»[220]

Poco dopo Cesare fece alla sorella la sorpresa di una visita nel Palazzo Belfiore. Vi giunse con cinque cavalieri travestito, il 28 luglio. Si fermò due ore appena; quindi, accompagnato sino a Modena dal cognato Alfonso, ripartì frettolosamente per recarsi in Lombardia presso il re di Francia.

In questo mentre Alessandro aveva presa una risoluzione intorno alla conquistata Camerino, interamente in opposizione con le mire di Cesare, la quale mostrava a costui, che alla fin fine la volontà del padre non era tutta e intera in poter suo. Il 2 settembre 1502 Alessandro investì di Camerino, come Ducato, quell'Infante Giovanni Borgia, nominato da lui talvolta suo, tal'altra figliuolo di Cesare, e che aveva già investito del Ducato di Nepi. Tutti questi possedimenti reggeva in nome dell'Infante il suo tutore, il cardinal di Cosenza, Francesco Borgia. V'hanno monete di questo effimero Duca di Camerino.[221]

Il 5 settembre Lucrezia, a grandissimo cordoglio di Alessandro, che aveva sperato nella nascita di un erede al trono, partorì una bambina morta. Essa ne fu gravemente malata. A questa nuova Ercole venne in fretta da Reggio, ove era ito incontro a Cesare di ritorno dalla Lombardia. Trovò Lucrezia affidata alle cure del più abile de' medici di Alessandro, il vescovo di Venosa. Il 19 settembre venne anche Cesare a visitar la sorella: restò con lei due giorni; quindi andò ad Imola.[222]

Lucrezia si sentiva opprimere in Castel Vecchio, e desiderava respirare aria migliore. L'8 ottobre andò a stare nel chiostro del Corpus Domini. Vi fu accompagnata da tutta la corte. Si riebbe in salute, e già il 22 del mese stesso, a grande gioia di tutti, come lo stesso duca Ercole scrisse a Roma, potè tornare alla sua residenza nel castello. Alfonso andò pure a Loreto a sciorre un voto fatto pel ristabilimento della moglie. La pubblica sollecitudine, di che Lucrezia nella congiuntura fu fatta segno, mostrarono che si cominciava ad amarla in Ferrara.[223]

Nel mese d'ottobre ebbe pur luogo la ribellione dei condottieri, che mancò poco non traesse Cesare a rovina. Per la defezione de' generali anche il paese d'Urbino insorse, tanto che Guidobaldo il 18 ottobre poteva già rientrare nella sua capitale. Ma la protezione di Francia e la cecità de' codardi salvarono il duca di Romagna dal più estremo pericolo. Il 31 dicembre egli si sbarazzò di quei baroni col noto strattagemma in Sinigaglia. Fu il suo capolavoro. Vitellozzo e Oliverotto fece immediatamente sgozzare. Gli Orsini, Paolo, il suocero di Jeronima Borgia, e Francesco, il duca di Gravina, che un tempo doveva essere marito di Lucrezia, incontrarono la stessa sorte il 18 gennaio 1503.

Il duca di Ferrara mandò a Cesare congratulazioni. I Gonzaga fecero altrettanto. Isabella stessa, che aveva visto scacciar da Urbino sua cognata, e il marito di questa costretto a fuggirsi di colà una seconda volta, gli scrisse lettere piene di complimenti. I Gonzaga volevano ora effettivamente impegnar la mano del loro piccolo Federigo, principe erede, con Luisa, figliuola di Cesare. E con la mediazione di Francesco Trochio già si trattava a Roma dell'affare. Ecco una lettera d'Isabella a Cesare:

«Al Signor Duca di Valenza. — Illustrissimo, etc. — De' felici progressi di Vostra Eccellenza, ch'ella con amorevole lettera ci ha significati, abbiam preso piacere e contento, quale si conviene alla mutua amicizia e alla benevolenza, che è tra lei e il nostro illustre signor consorte. Epperò in suo e in nostro nome ci congratuliamo seco per la sicurezza e prosperità conquistate; e la ringraziamo per la partecipazione e anche per l'offerta di tenerci avvisati degli ulteriori successi. Al qual proposito la preghiamo di persistere nella bontà sua. Poichè, amandola come noi facciamo, desideriamo sentire più spesso degli andamenti suoi per poterci rallegrare con lei pel bene e per l'esaltazione di Vostra Eccellenza. Ora, credendo noi che, dopo le pene e le fatiche patite in codeste sue gloriose imprese, voglia anche trovar loco di ricrearsi, mi è parso bene mandarle 100 maschere per mezzo del nostro staffiero Giovanni. Certamente noi lo riconosciamo come vile dono rispetto alla grandezza de' meriti dell'Eccellenza Vostra e anche all'animo nostro. Nullameno valga come testimonianza che, ove in questo nostro paese fosse cosa più degna e conveniente, più volentieri gliela manderemmo. Che se inoltre le maschere mancheranno della bellezza che pur si confarebbe, piaccia a Vostra Eccellenza imputarlo ai maestri di Ferrara. I quali, per la proibizione già da molti anni di mascherarsi colà in pubblico, hanno disimparato a farne. Possa quindi supplire la sincera volontà e affezione nostra verso Vostra Eccellenza. Quanto alla pratica nostra, non accade replicare altro, finchè non intendiamo da Vostra Eccellenza la risoluzione di Sua Santità, Nostro Signore, circa il caso della sicurtà, che le abbiamo fatto esplicare a voce mediante Brognolo. Onde stiamo in aspettazione per venire alla conclusione. A lei ci raccomandiamo ed offeriamo. 15 gennaio 1503.»[224]

Cesare da Acquapendente rispose così alla marchesa:

«Illustrissima Signora Commara e Sorella nostra onorandissima. — Abbiamo ricevuto il dono di Vostra Eccellenza delle 100 maschere, che mi sono state molto accette per la multiplice varietà e singolare bellezza, e ancora più per essere sopraggiunte in tempo e luogo che più al proposito non sarebbe potuto essere, come se Vostra Eccellenza ci avesse prefissa la legge e l'ordine delle imprese nostre e della nostra tornata a Roma. In vero in quel medesimo giorno ci eravamo impadroniti della città e contado di Sinigaglia con le fortezze, e punito di santa ragione i perfidi tradimenti degli avversarii nostri, e liberato altresì da tirannia Città di Castello, Fermo, Cisterna, Montone e Perugia, e ridottele all'ubbidienza di Sua Santità, Signor Nostro. Ed ora abbiamo anche deposto dal tirannico dominio, che s'era usurpato a Siena, Pandolfo Petrucci, addimostratosi contro di noi feroce nemico. E soprattutto ci sono state accettissime le maschere, perchè venivano dalla fraterna e singolare benevolenza, ch'ella, ne siamo certissimi, con l'Illustrissimo suo Signor Consorte ci porta. E di questo ella ci dà prova con l'amorevolissima lettera, con la quale ci ha mandato quel presente. Per tutte codeste cose noi dovremmo per lettera ringraziarla infinite volte, se la grandezza de' meriti suoi e del suo consorte presso di noi non rifiutasse ogni dimostrazione di parole, ricercando invece efficacità di fatti. Noi useremo le maschere, e la loro perfetta bellezza ci sparagnerà la cura di ogni altro ornamento. Quanto alla nostra comune parentela vi perseveriamo sempre con maggior fervore. Nella nostra andata a Roma ci adopereremo in guisa che Sua Santità, Signor Nostro, le dia pienissimo effetto. Al prigioniero accorderemo la libertà, siccome l'Eccellenza Vostra da noi desidera. Assumeremo subito piena informazione, e, avutala, non ci resteremo di rispondere alla Signoria Vostra Illustrissima con sua soddisfazione, e a questa ci raccomandiamo. — Dal campo papale presso Acquapendente, il primo febbraio. Di Vostra Eccellenza compare e fratello il Duca di Romagna, etc., Cesare.»[225]

Cesare s'accostava allora al sommo de' desiderii suoi, la corona reale dell'Italia centrale. Questo audace disegno però non restò che un sogno. Luigi XII gli proibì di spingersi e penetrare più in là. Gli Orsini e altri baroni dei territorii romani si levarono a lotta disperata; ond'ei dovette in fretta recarsi a Roma. Poichè Consalvo aveva abbattuto la potenza francese nel Regno di Napoli, e il 14 maggio era entrato vittorioso nella capitale, Alessandro e suo figlio cominciarono a volgersi verso Spagna. Se non che Luigi XII, per la riconquista di Napoli, mandò sotto il La Tremouille nuovo esercito, nel quale prese servizio al soldo del re anche il marchese di Mantova. Nell'agosto 1503 l'esercito s'era avanzato sin sul Patrimonio di San Pietro.

Ma ecco che in un solo e stesso giorno Alessandro e Cesare caddero malati. Il Papa morì il 18 agosto. Che entrambi siano stati in pari tempo avvelenati, è stato affermato e negato insieme. E, per quante ragioni si possa far valere in favore dell'una e dell'altra opinione, questo è sicuro che il fatto rimane incerto.

La morte del padre fu per Lucrezia, fatta astrazione da ogni sentimento personale, un avvenimento capace di mettere in forse la condizione sua in Ferrara. In realtà, la potenza di Alessandro era stata per lei saldo sostegno. Nè essa poteva dirsi ancora sicura dell'affetto duraturo del suocero nè del marito. Piuttosto Alfonso ora poteva ricordarsi di ciò che una volta gli ebbe detto Luigi XII: che, alla morte di Alessandro VI, egli non saprebbe più chi fosse la donna, la quale egli avea sposata. Il re stesso domandò un giorno all'ambasciatore di Ferrara presso la sua corte, se sapesse in che modo madonna Lucrezia aveva accolta la nuova della morte del Papa. E avendo il ministro risposto d'ignorarlo, Luigi XII gli disse: «So che non siete mai stati contenti di codesto matrimonio; questa madonna Lucrezia non è nemmeno la moglie effettiva di Don Alfonso.»[226]

Lucrezia sarebbe stata sgomenta assai, dove avesse potuto leggere la lettera che il suocero scrisse al suo ambasciatore Giangiorgio Seregni in Milano, allora in possesso de' Francesi, con la quale gli apriva l'animo suo in occasione della morte di Alessandro VI:

«Giangiorgio. — Per chiarirti di quello che da molti si è domandato, se per la morte del Papa stiamo di mala voglia, ti assicuriamo che la non ci è spiaciuta per niun capo. Piuttosto per l'onore del Nostro Signore Dio e per l'universale bene della Cristianità abbiamo già da più dì desiderato, che la divina bontà e provvidenza volesse provvedere un pastore buono ed esemplare e togliesse dalla Chiesa sua tanto scandalo. Per quel che riguarda noi peculiarmente, non potremmo altrimenti desiderare; perchè presso di noi prepondera il riguardo alla gloria di Dio e al bene dell'universale. Pure, oltre a questo, ti diciamo, che non fu mai Papa, dal quale non avessimo ricevuto grazia e piacere più che da questo, anche dopo l'affinità contratta. Avemmo da lui soltanto appena quello, cui era obbligato, mentre noi non ce ne stemmo alla fede sua. Del rimanente, in niun'altra cosa, nè grande nè mediocre nè piccola, siamo stati compiaciuti da lui. Il che crediamo in gran parte procedesse per colpa del duca di Romagna. Non avendo egli potuto fare di noi quello che avrebbe voluto, si è con noi condotto da estraneo. Giammai non si è aperto con noi; giammai non ci ha communicati gli andamenti suoi; nè noi abbiamo communicato a lui i nostri. Da ultimo, inclinando egli a Spagna, e vedendoci noi buoni francesi, non avevamo mai da sperare piacere alcuno nè dal Papa nè da Sua Signoria. Per questo tal morte non ci è dispiaciuta; mentre non avevamo ad aspettarci che male dalla possanza del nominato duca. Noi vogliamo che tu communichi puntualmente questo nostro secreto al Gran Maestro (Chaumont), al quale non vogliamo che sia celato l'animo nostro. Con altri però parlane sobriamente. Respingerai poscia la presente indietro a messer Gian Luca (Pozzi) nostro Consigliere. — Belriguardo, 24 agosto 1503.»[227]

Questo linguaggio era molto schietto. Tenuto conto de' grandi beneficii venuti allo Stato suo dall'unione con Lucrezia, si sarebbe forse potuto dare ad Ercole dell'ingrato. Se non che egli aveva sempre risguardato quel matrimonio puramente come un affare. E quanto poi alle relazioni sue con Cesare, aveva ragione di concepirle come faceva.

Sentiamo ora come scrivesse della morte del Papa un altro principe famoso e molto intimo con i Borgia. Il marchese di Mantova, al tempo dell'avvenimento, era all'esercito francese, e nel suo quartier generale in Isola Farnese, a poche miglia innanzi Roma. Di colà scrisse alla moglie Isabella il 22 settembre 1503:

«Illustre Signora, moglie nostra amatissima. — Affinchè la Signoria Vostra sia, al pari di noi, informata del decesso di papa Alessandro VI, le significhiamo quanto segue. Essendo malato, egli cominciò a parlare in forma, che chi non intendeva il suo proposito, credeva che vaneggiasse, ancorachè ragionasse con gran sentimento. Le parole sue erano: — Verrò, verrò, l'è ragionevole; aspetta ancora un po'. — Quei che intendevano il suo secreto, le spiegavano così: nel Conclave, alla morte d'Innocenzo, egli pattuì col diavolo, comprando il Papato con l'anima sua; fra gli altri patti fu che dovesse vivere sulla Santa Sede 12 anni; il che gli è stato atteso con quattro dì di giunta. V'è ancor chi afferma aver visto in camera di lui, al punto di rendere lo spirito, sette diavoli. Morto che fu, il corpo suo cominciò a bollire e la bocca a spumare, come caldaio sul fuoco; e continuò così sino a che stette sopra terra. Di più divenne oltre modo grosso, tanto che in lui non appariva più forma di corpo umano, e dalla larghezza alla lunghezza non v'era più differenza alcuna. Fu portato alla sepoltura senza molti onori; il cataletto fu trascinato da un facchino, con una corda legata al piede, sino al luogo ove fu sotterrato; e ciò perchè non si trovò alcuno che volesse toccarlo. Gli furon fatte esequie tanto misere, che la Nana moglie del zoppo le ha in Mantova più onorevoli. L'ultima fama sua rivive ogni giorno ne' più vituperosi epitaffi.»[228]

Le relazioni del Burkard, dell'ambasciatore veneto Giustinian, del ferrarese Costabili e di molti altri contengono la descrizione stessa, e quasi con identiche parole. La favola del diavolo o Babuino, venuto a prendersi Alessandro, si può, del resto, legger pure in una relazione nel Diario di Marin Sanudo. Il marchese Gonzaga, uomo di spirito tanto côlto e largo, la teneva per vera con la stessa ingenuità del popolino di Roma.

La leggenda diabolica di Faust e di Don Giovanni, che venne istantaneamente a collegarsi con la morte di Alessandro VI — e non mancò neppure il cane nero, che irrequieto e senza mai posare correva in San Pietro — quella leggenda, dico, esprimeva il giudizio de' contemporanei sull'abominevole natura del Borgia e sulla sconfinata fortuna toccatagli in vita. Nulladimeno la figura morale di Alessandro VI è così enigmatica da rimanere un mistero, anche per lo sguardo del più acuto psicologo.

Notes in this chapter

Note 1 · Appendice di documenti, n. 37.Note 2 · I colori della Lucrezia erano giallo e nero bruno (morello aperto), e quelli di Alessandro giallo e nero.Note 3 · Spogli di Giambattista Almerici, I, 284. Manoscritto nell'Oliveriana di Pesaro.Note 4 · Dispaccio da Rimini, 22 gennaio 1502.Note 5 · Ferrante ad Ercole. Rimini, 23 gennaio 1502.Note 6 · L'espressione tecnica è: lavarsi il capo.Note 7 · Ferrante ad Ercole. Imola, 27 gennaio 1502.Note 8 · Gianluca al duca Ercole. Bentivoglio, 31 gennaio 1502.Note 9 · Bernardino Zambotto. Vedi lo scritto di monsignor Giuseppe Antonelli: Lucrezia Borgia in Ferrara, sposa a Don Alfonso d'Este. Memorie storicNote 10 · L'ambasciatore Beltrando Costabili al duca Ercole. Roma, 7 gennaio 1502.Note 11 · Il duca al suo ambasciatore in Roma. Ferrara, 22 gennaio 1502, nelle Minute Ducali a Costabili Beltrando Oratore a Roma.Note 12 · Il signor Cittadella, il più grande conoscitore della sua città natale, mi fu guida in quel luogo, e devo la cognizione, che ne acquistai, aNote 13 · Lo dice egli stesso in una lettera al suo ambasciatore Beltrando Costabili a Roma. Ferrara, 3 febbraio 1502.Note 14 · Isabella Gonzaga, che stava a vedere il corteggio dalla finestra di un palazzo, dà espressamente questo posto al duca. Lettera a suo marito:Note 15 · Da Roma egli scriveva a Lucrezia il 16 gennaio, essere stato a visitare il figlio Rodrigo e averlo trovato che dormiva il più placido sonno Note 16 · Così la dice la stessa Isabella Gonzaga. La Relazione del Cagnolo nomina invece un'altra Adriana, come moglie di Francesco (Colonna) di PaleNote 17 · Cronica manoscritta di Mario Equicola nella Biblioteca di Ferrara, nel Palazzo dell'Università, altra volta Paradiso.Note 18 · Paolo Zerbinati, Memorie manoscritte, nella Biblioteca di Ferrara, pag. 3.Note 19 · Il manoscritto è nella Biblioteca di Ferrara: Nicolai Marii Paniciati ferrariensis Borgias. Ad Excell. D. Lucretiam Borgiam III Alphonsi EstNote 20 · Caelii Calcagnini ferrariensis. In Illustriss. Divi Alphonsi Primogeniti Herculis Ducis Ferr. ac Divae Lucretiae Borgiae Nuptias EpithalamiuNote 21 · Egli dice pure: Est levis haec jactura tamen, ruat hoc quoque quicquid Est reliquum, juvet et nudis habitare sub antris, Vivere dum liceatNote 22 · Vedi il passo in Lucrezia Borgia in Ferrara. Ferrara, 1867, pag. 20.Note 23 · Vedi il passo in Lucrezia Borgia in Ferrara. Ferrara, 1867, pag. 39.Note 24 · Agnolo Firenzuola, Della perfetta bellezza di una donna, vol. I.Note 25 · Fu essa Lucrezia di venusto e mansueto aspetto, prudente, di gratissime maniere negli atti, e nel parlare di molta grazia e allegrezza. — CoNote 26 · Queste rappresentazioni cominciarono il 13 febbraio: vi furon anche delle moresche. — Cronica manoscritta dello Zambotto nella Biblioteca diNote 27 · Le notevoli lettere d'Isabella sulle feste nuziali in Ferrara sono pubblicate nelle Notizie di Isabella Estense, di Carlo d'Arco (Archiv. StNote 28 · Qual Madonna sposa danzò molte danze, al suono delli suoi Tamburini alla Romanesca e Spagnuola. — Relazione di Niccolò Cagnolo di Parma, cheNote 29 · La Cassaria fu rappresentata la prima volta nel 1508, i Suppositi nel 1509. Giuseppe Campori, Notizie per la vita di Lodovico Ariosto, seconNote 30 · Dispaccio dell'inviato ferrarese Bartolomeo Cartari ad Ercole. Venezia, 25 gennaio 1502. — Archivio di Modena.Note 31 · Nel dispaccio stesso il Cartari dice, che le vesti da lui descritte erano state destinate per servire di regalo. — Li Ambasciatori venezianiNote 32 · Ano dato materia di ridere ad hogni homo cum suo presente: La marchesana di Cotrone al marchese di Mantova. Ferrara, 8 febbraio 1502.Note 33 · Violas arcu pulsantes.... Cesare Borgia ad Ercole. Roma, 3 settembre 1498.Note 34 · Vedi le lettere di Isabella del 3 e 5 febbraio.Note 35 · Appendice di documenti, n. 39.Note 36 · La lettera è pubblicata dallo Zucchetti, pag. 12.Note 37 · Appendice di documenti, n. 40.Note 38 · P. S. Li gentilhomini de lo illustrissimo signor Duca di Romagna, poichè sono stati qui dodici giorni, sono stati da me licenziati per esserNote 39 · Appendice di documenti, n. 38.Note 40 · Il Cittadella (Guida del forestiere in Ferrara. Ferrara, 1873) ride pello specchio che avrebbe tradito l'amore di Ugo e Parisina. Vedi il CaNote 41 · Il primo tipografo in Ferrara nel 1471 fu il francese Andreas, nominato Belforte. Luigi Napoleone Cittadella, La stampa in Ferrara. Ferrara,Note 42 · Vedi le prime pagine della nota Biografia del Savonarola, di Pasquale Villari.Note 43 · Maxime intendendo che continuano dormire insieme la notte. Se ben intende ch'el signor Don Alfonso el dì va a piacere in diversi loci come gNote 44 · Appendice di documenti, n. 41.Note 45 · Carlino d'argento con la scritta: Joannes Bor. Dux. Camerini; il bove, arme de' Borgia, circondato di gigli, e le strisce de' Lançol. Sul roNote 46 · Le date delle due visite di Cesare sono nella Cronaca Estense di F. Paolo da Rignano. — Manoscritto nell'Archivio di Stato degli Este.Note 47 · Il duca al suo ambasciatore Costabili a Roma, 9 e 23 ottobre 1502.Note 48 · Appendice di documenti, n. 44.Note 49 · Appendice di documenti, n. 45.Note 50 · Dispaccio di Bartolomeo Cavalieri ad Ercole. Macon, 8 settembre 1503.Note 51 · Appendice di documenti, n. 46.Note 52 · Appendice di documenti, n. 49.
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