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Lucrezia Borgia secondo documenti e carteggi del tempo

LIBRO PRIMO. LUCREZIA BORGIA IN ROMA. (continued 4)

Raffaele Mariano translation

Senza ritardo il Papa lo trasmise ad Ercole per mezzo del cardinal Ferrari. Don Ramiro Romolini con altri procuratori andaron subito a Ferrara.[134] Ivi, nel Castello di Belfiore, fu il primo settembre 1501 concluso ad verba il matrimonio.

Il giorno stesso il duca scrisse a Lucrezia, che se insino allora l'aveva amata per le virtù sue e anche per riguardo al Papa e al fratello Cesare, ora invece l'amava più che figlia. In termini altrettanto espansivi scrisse pure ad Alessandro. Gli comunicò la conclusione del matrimonio, e lo ringraziò pel conferimento della dignità di Arciprete di San Pietro al cardinale Ippolito suo figlio.[135]

Meno diplomatico fu il linguaggio di Ercole nella lettera, con la quale dava partecipazione del fatto al marchese Gonzaga. Vi faceva chiaramente trasparire la sua freddezza; e scusavasi insieme di essere stato costretto a quel passo.

«Illustre Signore e fratello nostro amatissimo.

»Significammo a Vostra Eccellenza la risoluzione presa a' dì passati di acconsentire ad attendere alle pratiche pel parentado con Sua Santità, togliendo la illustrissima Donna Lucrezia Borgia, sorella dell'illustrissimo Duca di Romagna e Valenza, per moglie del nostro primogenito Don Alfonso. A ciò ci spinsero principalmente le esortazioni di Sua Maestà Cristianissima; sempre che però fossimo d'accordo con Sua Santità su tutte le particolarità spettanti al matrimonio stesso. Ora, essendosi tale affare trattato, Sua Santità e Noi siamo restati concordi; e il Re Cristianissimo ha continuato a farci istanza che si venga alla conclusione del matrimonio, per mezzo degli ambasciatori francesi e procuratori di Sua Beatitudine. E questa mattina si è fatta la pubblicazione. Di che m'è parso dare incontanente avviso all'Eccellenza Vostra, perchè l'intima unione e l'amore reciproco fa che ella prenda interesse e partecipi a tutto ciò che ci riguarda. E così al beneplacito suo ci offriamo sempre pronti.

»Ferrara, 2 settembre 1501.»[136]

Il 4 settembre un corriere portò la nuova che il contratto di matrimonio era stato sottoscritto a Ferrara. Alessandro fece immediatamente tirare colpi di cannone da Castel Sant'Angelo e illuminare il Vaticano. Tutta Roma risuonò delle grida di gioia de' partigiani di casa Borgia.

Questo momento fu il punto culminante nella vita di Lucrezia. Se ambizione e brama di mondana grandezza albergavano nell'anima sua, oramai aveva la certezza di salire su uno de' più antichi troni principeschi d'Italia. Che se invece rimorso e avversione per tutto ciò che in Roma la circondava, ed aspirazione ad uno stato migliore erano in lei più forti di quei vanitosi sentimenti, oramai un tranquillo porto le s'apriva d'innanzi. Essa diventava moglie di un principe, che non aveva fama di uomo geniale e finamente colto, ma di pratico e amante della pace. Lo aveva visto nella sua prima gioventù, quando quegli venne a Roma ed ella era la promessa dello Sforza. Nessun sacrifizio forse le sarebbe parso troppo duro, pur di cancellare le rimembranze di quei nove anni nell'intervallo trascorsi. La vittoria ch'ella ora, grazie all'assentimento di casa d'Este, aveva riportata, andava congiunta con una profonda umiliazione. A lei non era ignoto che Alfonso, solo dopo lunga resistenza e costretto, s'era lasciato andare ad accettarne la mano. Una donna audace e di spirito intrigante sarebbe passata sopra a siffatta umiliazione, forte nella coscienza del suo genio e delle arti sue. Altra, anche meno forte, ma bella e dotata di grazia, avrebbe potuto provare grande attrattiva all'idea di disarmare un uomo ricalcitrante, mercè il fascino della sua persona. Ma la questione, se fosse dell'onor suo maritarsi con un uomo, che non l'aveva voluta per libera elezione, ovvero, se l'orgoglio di una donna nobile non dovesse respingere un matrimonio in condizioni simili; codesta questione, una donna vana come Lucrezia, forse non se la pose mai; o se lo fece, certo, nè Cesare nè il padre le consentirono di esternare un dubbio così poco diplomatico. Noi non scopriamo in lei alcuna traccia d'orgoglio morale. Vediamo soltanto i segni di una gioia fanciullescamente ingenua per la fortuna che le era toccata.

Il 5 settembre fu vista per Roma con 300 cavalieri e quattro vescovi. Andò a render grazie in Santa Maria del Popolo. E, secondo il curioso costume del tempo, quando, come ne' drammi del Calderon e dello Shakspeare, col serio s'innestava sempre il comico, Lucrezia regalò il prezioso vestito, col quale era stata a pregare, al suo giullàre di corte. Ed il buffone, giubilando per le vie di Roma, gridava: «Viva la illustrissima duchessa di Ferrara! Viva il papa Alessandro!» Il grande avvenimento fu festeggiato da' Borgia e da' partigiani loro con clamorose dimostrazioni.

Alessandro raccolse un Concistoro, quasi questa faccenda di famiglia fosse un importante affare della Chiesa. Lodò con ostentazione infantile il duca Ercole, chiamandolo il più grande e il più savio principe d'Italia; lodò anche Don Alfonso, uomo più bello e più possente di suo figlio Cesare, e che per prima moglie aveva avuto la sorella dell'imperatore. Disse Ferrara essere uno Stato prospero, e la casa d'Este antica. Disse anche verrebbe ben presto a Roma un corteo nuziale di signori a prendere la sposa, e che questa sarebbe accompagnata dalla duchessa di Urbino.[137]

Cesare Borgia il 14 settembre ritornò da Napoli, dove Federigo, ultimo re di quel paese della casa d'Aragona, aveva dovuto arrendersi alla Francia. Con soddisfazione rivide la Lucrezia già qual futura duchessa di Ferrara. Il 15 giunsero gl'inviati di Ercole, Saraceni e Bellingeri. Essi dovevano adoperarsi, perchè gli obblighi dal Papa assunti fossero adempiuti il più presto possibile. Il duca non si fidava di lui: egli era uomo pratico. Non intendeva mandare il corteo per la sposa prima di aver nelle mani le Bolle. Lucrezia appoggiava gl'inviati con tanto calore, che il Saraceni scriveva al suo signore, quella parergli già essere ottima ferrarese.[138] Ella assisteva alle negoziazioni in Vaticano, nelle quali Alessandro, a dimostrare la sua abilità linguistica, a volte si serviva senza intoppo del latino. Un giorno, per riguardo alla figlia, comandò di adoperare l'italiano. Il che prova che Lucrezia nel latino non era forte abbastanza.

Da' dispacci degl'inviati risulta che in Vaticano si era di molto buon umore. Colà canti, suoni e balli ogni sera. Uno de' più grandi diletti per Alessandro era assistere alla danza di belle donne. E quando Lucrezia e le dame di corte ballavano, ei soleva introdurre gl'inviati di Ferrara perchè ammirassero la bellezza di sua figlia. Sorridendo, diceva loro una sera, che voleva avessero visto la duchessa non essere zoppa.[139]

Fu instancabile nel passare così le notti; mentre insino Cesare, giovane e rigoglioso, ne fu stanco. Quando questi si degnò concedere udienza agl'inviati, grazia che, come scrivevano a Ferrara, appena i cardinali potevano ottenere, gli ricevette vestito, ma stando a letto. E al proposito il Saraceni notava nel suo dispaccio: «Temevo ch'ei fosse malato, avendo iersera ballato senza smetter mai; e anche oggi farà altrettanto dal Papa, presso il quale l'illustrissima Duchessa va a cena.»[140] Fu per Lucrezia un sollievo, che il Papa per alcuni giorni andasse a Civitacastellana e Nepi. Il 25 settembre gl'inviati scrivevano a Ferrara: «Questa illustrissima Madonna continua ad essere un po' indisposta e a sentirsi molto debole. Malgrado di ciò, non prende medicine, nè tralascia la trattazione degli affari, e dà udienza come di solito. Noi crediamo che l'indisposizione non avrà altra conseguenza, perchè sua Eccellenza si riguarda. Anche la quiete in questi giorni, in cui Sua Santità sarà assente, le farà bene; perchè sin qui, ogni volta che Sua Eccellenza andò dal Papa, si fece musica e ballo sin verso le 2 o le 3 della notte, e questo le ha fatto molto danno.»[141]

Un affare penoso, di cui il Papa ebbe allora ad occuparsi con gl'inviati, riguardava Giovanni Sforza, l'espulso e divorziato marito di Lucrezia. Che cosa si temesse da lui, lo dice questo dispaccio ad Ercole:

«Illustrissimo Principe ed eccellentissimo Signor nostro. — Poichè Sua Santità il Papa prende in debita considerazione le cose che potrebbero cagionare dispiacere all'animo non solo di Vostra Eccellenza e dell'illustrissimo Don Alfonso, ma altresì della signora Duchessa e anche al suo proprio, così ci ha incaricati di scrivere a Vostra Eccellenza e avvertirla a fare in guisa, che il signor Giovanni di Pesaro, che, come all'Eccellenza Vostra è stato riferito, è in Mantova, non abbia a ritrovarsi in Ferrara al tempo delle nozze. Imperocchè, comunque la separazione di lui dalla nominata signora Duchessa sia assolutamente legittima e compiuta conforme alla pura verità, come pubblicamente consta non solo pel processo fatto in questa causa, ma anche per la libera confessione di esso Don Giovanni; nulladimeno un residuo di mal animo potrebbe pur forse essergli sempre addentro rimasto. Per il che, trovandosi in luogo, ove la detta Signora potesse essere da lui veduta, Sua Eccellenza sarebbe perciò costretta a sequestrarsi in qualche camera, onde le cose passate non abbiano a tornarle in mente. Egli quindi esorta Vostra Eccellenza a voler provvedere a ciò con la solita sua prudenza. Poscia Sua Santità entrò a parlare degli affari del signor marchese di Mantova, rimproverando acremente a Sua Eccellenza che soltanto essa désse asilo e spettacolo di gente fallita e bandita non solo dal Papa, ma anche dal Re Cristianissimo. Per verità, noi ci sforzammo di scusare il signor Marchese, dicendo che, liberalissimo com'egli è, si sarebbe vergognato di negare adito nelle terre sue a quei che vi riparavano, massime a signori. E per corroborare la nostra tèsi ci servimmo di tutte le parole più accomodate al caso. Nulladimeno Sua Santità non parve restar ben soddisfatta delle nostre scuse. Per conseguenza l'Eccellenza Vostra intenda il tutto, e nella prudenza sua impartisca gli ordini che stimerà espedienti e al proposito. E così umilmente ci raccomandiamo alla grazia di Vostra Eccellenza.

»Roma, 23 settembre 1501.»[142]

Dietro le premure di Ercole il 17 settembre fu portata innanzi al Concistoro la quistione circa la diminuzione del canone di Ferrara da 400 ducati a 100 fiorini. Si temeva una vigorosa opposizione. Alessandro espose tutto quello che Ercole aveva fatto per Ferrara: la fondazione di chiese e monasteri, e soprattutto l'aver fortificato la città; cosicchè quella era diventata un baluardo dello Stato della Chiesa. I cardinali erano stati favorevolmente predisposti dal cardinale di Cosenza, creatura di Lucrezia, e da messer Troche, il confidente di Cesare. Consentirono alla diminuzione; e il Papa gli ringraziò, lodando specialmente i più anziani, mentre i più giovani, sue proprie creature, si eran pure mostrati più renitenti.[143]

Il giorno stesso fu presa una decisione intorno a' possedimenti strappati ai baroni da lui proscritti il 20 agosto. Questi beni, che comprendevano una gran parte della Campagna Romana, furono divisi in due territorii. L'uno ebbe per centro Nepi; l'altro Sermoneta: luoghi, a' quali Lucrezia, che n'era signora, quindi innanzi rinunziava. Alessandro investì de' due ducati i due bambini Giovanni Borgia e Rodrigo. Del primo di questi egli aveva innanzi attribuito la paternità al figlio Cesare; ma poi apertamente dichiarò esserne padre egli stesso.

Quasi non si presterebbe fede a tanta impudenza senza esempio. Pure i documenti stan lì: due Bolle indirizzate all'amato figliuolo, il Nobile Giovanni De Borgia e Infante romano: entrambi sotto la data del primo settembre 1501. Nel primo Alessandro dichiarava Giovanni, bambino di tre anni, esser figlio illegittimo di Cesare Borgia, di uomo celibe (e celibe difatti era ancora alla nascita di quello) e di donna celibe del pari. Per potestà apostolica lo legittimava e investiva di tutti i diritti de' suoi parenti. Nel secondo poi, riferendosi alla legittimazione concessa al bambino qual figliuolo di Cesare, diceva esplicitamente: «Poichè tu porti questa mancanza (di origine legittima) non dal detto duca (Cesare), ma da noi e dalla indicata donna celibe, ciò che noi per buone ragioni non abbiamo voluto esprimere nello scritto precedente, così volendo che giammai quello scritto non sia notato di difetto d'intenzione e di vizio di nullità, volendo provvedere che nel corso del tempo tu non abbia ad esser molestato, e volendo anche mostrarti speciale favore; non per istanza che tu n'abbia fatta, ma per nostra spontanea risoluzione e liberalità, e nella coscienza della piena potestà ed autorità nostra, confermiamo e ratifichiamo mercè il presente tutto quanto in quell'altro scritto è contenuto.» Rinnovava quindi la legittimazione, dichiarando che ove il bambino suo, legittimato come figliuolo di Cesare, fosse in avvenire in scritture o atti di qualunque natura nominato anche e designato come tale, e si servisse altresì dell'arme di Cesare, non avrebbe da ciò a venirgli pregiudizio d'alcuna sorta; che invece tutti simili atti dovrebbero avere la stessa forza giuridica come se il bambino fosse designato nella scritta di legittimazione qual proprio figlio suo e non di Cesare.[144]

Sembrerà strano che i due documenti siano stati emanati lo stesso giorno. Ma si spiega. Le leggi canoniche proibivano al Papa di riconoscere un suo proprio figlio. Alessandro quindi cercò cavarsi d'imbarazzo, asserendo una menzogna nella prima Bolla. Per tal mezzo rendevasi possibile la legittimazione del bambino, ovvero l'investirlo di diritti legittimi. Data poi una volta alla bugia la forza di documento, potè il Papa, senza ulteriore riserva, per riguardo al figliuolo, dire la verità e sostituirla in luogo di quella.

Cesare il primo settembre 1501 non era in Roma. Anche forse un uomo par suo avrebbe arrossito di suo padre, che faceva del figlio un rivale nel diritto di proprietà su un bastardo. Il piccolo Giovanni Borgia passò difatto più tardi, dopo la morte di Alessandro, per figliuolo di Cesare; ma anche il Papa lo designò come tale in alcuni Brevi.[145]

È ignoto chi fosse la madre del misterioso bambino. Il Burkard dice solo: una certa romana. Se Alessandro, che la chiamava donna celibe, dicesse la verità, il pensiero di Giulia Farnese sarebbe escluso. Ma potrebbe anch'essere che la seconda asserzione del Papa fosse similmente una menzogna, e che il romano Infante non fosse figlio di lui, ma fosse un bambino illegittimo di Lucrezia. Si ricorderà che nel marzo 1498 un inviato ferrarese informava il duca Ercole, assicurarsi in Roma che la figliuola del Papa aveva partorito un bambino. Questa data concorda pienamente con l'età dell'infante Giovanni nel settembre 1501. I due documenti relativi alla legittimazione di lui, serbati oggi nell'Archivio d'Este, provenivano dalla Cancelleria di Lucrezia, o perchè la stessa gli portò seco da Roma a Ferrara, o perchè più tardi se ne impossessò. L'Infante infine noi lo incontreremo alla corte di quella in Ferrara, però come suo fratello. Tutti questi fatti potrebbero indurre a pensare, che il misterioso Giovanni Borgia sia stato un figlio di Lucrezia. Pure questa opinione non ha che la forza di una mera ipotesi.

Codesto fanciullo adunque ricevette la città di Nepi come ducato, con altri 36 paesi.

L'altro territorio, col Ducato di Sermoneta e con 28 castella, fu assegnato al piccolo Rodrigo, unico figlio di Lucrezia con Alfonso d'Aragona. L'esistenza di questo bambino in mezzo alle nuove condizioni era per lei, la madre, un manifesto imbarazzo, non volendo o non potendo condurre a Ferrara un figliastro. Ad onor suo ci piace credere ch'ella fosse costretta ad affidare in mani estranee il suo legittimo figliuolo. Pare però che l'obbligo non le sia stato imposto da Ferrara. Difatto l'inviato Gerardi, dando notizia il 28 settembre al suo signore di una visita a madonna Lucrezia, scriveva: «Poichè il figliuolo di lei era presente, colsi abilmente l'occasione per domandarle che cosa n'avrebbe fatto; ed ella mi rispose: resterà a Roma, e avrà la sua rendita di 15,000 ducati.»[146] E in realtà si provvide al piccolo Rodrigo largamente. Fu messo sotto la tutela di due cardinali, del patriarca di Alessandria e di Francesco Borgia, arcivescovo di Cosenza. Venivano a lui le entrate di Sermoneta, e anche quelle di Bisceglie, eredità del suo infelice padre. Perchè il 7 gennaio 1502 il re Ferdinando e la regina Isabella di Castiglia diedero facoltà al loro ambasciatore in Roma, Francesco de Roxas, di confermare in persona di Rodrigo il possesso del Ducato di Bisceglie e della città di Quadrata. E, secondo questo atto, i titoli suoi erano: Don Rodrigo Borgia di Aragona, duca di Biselli e Sermoneta e signore di Quadrata.[147]

XX.

Lucrezia era impaziente di lasciar Roma, che, come diceva agl'inviati di Ferrara, le sembrava una prigione. Il duca a volta sua non era meno di vedere terminato questo negozio. Ma la spedizione della nuova Bolla d'investitura si faceva aspettare. E la cessione di Cento e di Pieve non poteva aver luogo senza il consentimento del cardinale Giuliano Della Rovere, che viveva in Francia ed era arcivescovo di Bologna. Ercole quindi tratteneva l'invio del corteo nuziale, abbenchè la stagione, che si avanzava nell'inverno, divenisse sempre meno prospera per un viaggio così difficoltoso. Tutte le volte che Lucrezia vedeva gl'inviati di Ferrara, gl'interrogava quando verrebbe il corteo per condurla via. Ella faceva ogni sforzo per togliere le difficoltà. È vero che i cardinali tremavano innanzi al Papa e a Cesare; pure temporeggiavano prima di sottoscrivere quella Bolla, mercè la quale la Chiesa perdeva il canone di Ferrara. E per lo meno non volevano estendere l'esenzione a tutta la discendenza di Alfonso e di Lucrezia, ma concederla tutt'al più sino alla terza generazione. Il duca scrisse premurosamente al cardinale di Modena e a Lucrezia, la quale finalmente nell'ottobre venne a capo della cosa, e se n'ebbe altissime lodi dal suocero. Appunto della prima metà di ottobre vi sono molte lettere sue al duca e di questo a lei. Esse mostrano la crescente fiducia che si stabiliva fra i due. Evidentemente Ercole cominciava a riconciliarsi con questo matrimonio, causa una volta per lui di tanto disgusto. Nella nuora egli scopriva più intendimento di quello che aveva supposto. Essa gli scrisse pure una lettera piena di adulazione, soprattutto quando sentì che il duca era indisposto. Ed Ercole la ringraziò di avergli scritto di propria mano, nel che vedeva una particolar prova di affezione.[148]

Ad Ercole stesso gl'inviati riferirono: «Quando abbiamo annunziato alla illustrissima duchessa la malattia di Vostra Eccellenza, Sua Altezza mostrò il più grande dolore; impallidì e restò un pezzo sopra pensiero. Le rincresceva molto di non trovarsi a Ferrara per curare con le proprie mani la Eccellenza Vostra, quando ella lo avesse gradito. Così pure, allorchè cadde la sala nel Vaticano, curò essa per 14 giorni Sua Santità, e non trovò in quel tempo mai pace, non volendo il Papa esser trattato che per mano di lei.»[149]

Era naturale che la malattia del suocero spaventasse Lucrezia. La morte di lui avrebbe, se non fatta svanire, sicuramente differita l'unione sua con Alfonso. E di più essa non aveva alcuna prova che l'avversione del futuro marito fosse cessata. In tutto questo periodo non troviamo alcuna lettera d'Alfonso a lei, nè di lei ad Alfonso. Un silenzio sì intero è per lo meno singolare. In maggiore apprensione ancora doveva cader Lucrezia al pensiero che il padre potrebbe morire. Questa morte sarebbe, senza alcun dubbio, stata la risoluzione del matrimonio con Alfonso. Alessandro ammalò in effetto poco dopo la malattia d'Ercole. Si tirò addosso un'infreddagione, e ne perdette un dente. Per impedire che giungessero a Ferrara voci esagerate, fece chiamare l'inviato del duca e gli ordinò di scrivere al suo signore che l'indisposizione sua era di lieve conto. «Se il duca fosse qui,» disse il Papa, «vorrei, con tutta la mia faccia fasciata, invitarlo a venir meco a cacciare un cignale.» E l'inviato osservava nel dispaccio che il Papa, per riguardo alla salute sua, meglio farebbe di non lasciare il palazzo prima del far del giorno per non rientrarvi poi che verso notte. Perchè appunto codeste erano le sue cattive abitudini; e s'era anche cercato con amorevoli modi di farglielo intendere.[150]

D'ogni banda giungevano felicitazioni ad Ercole e al Papa. Cardinali e ambasciatori magnificavano nelle lettere la bellezza e la sagacia di Lucrezia. L'ambasciatore spagnuolo la lodava con espressioni infinite; ed Ercole lo ringraziava per questa testimonianza resa alla nuora delle virtù di lei.[151] Anche il re di Francia esternava il suo estremo contento per un avvenimento, che, come ora riconosceva, avrebbe arrecato il massimo giovamento allo Stato di Ferrara. Nel Concistoro il Papa, tutto raggiante di gioia, diè lettura delle felicitazioni mandategli da quel monarca e dalla moglie. Luigi XII era sceso insino a mandar lettera a madonna Lucrezia, in piedi della quale aveva messo due parole autografe. Alessandro ne fu tanto entusiasmato, che mandò a Ferrara copia dello scritto. Solo dalla Corte di Massimiliano nulla di tutto ciò. L'imperatore, invece, se ne mostrava tanto stizzito, che Ercole ebbe a concepirne inquietudine, come ce lo fa sapere questa lettera a' due suoi ambasciatori in Roma:

«Il Duca di Ferrara, ec. Amatissimi nostri. — Noi non abbiamo più nulla significato a Sua Santità, Signor Nostro, circa l'attitudine dell'eccellentissimo Re de' Romani verso di lui, dappoi che messer Michele Remolines si partì di qua, perchè non sapemmo intorno a ciò nulla di certo. Ma ora da persona degna di fede, con la quale il detto re avrebbe discorso, ci si dice, che Sua Maestà è molto incollerita, e s'esprime contro Sua Santità in tono di vivissimo biasimo; e riprova anche il parentado che noi con la stessa abbiam concluso; il che per altro aveva già fatto con lettere a noi dirette, prima della conclusione del matrimonio, sconsigliandoci da quella unione, siccome vedrete dalle copie di tali lettere. Noi ve le mandiamo qui alligate. Esse furono mostrate e date a leggere agli ambasciatori di Sua Santità che sono qui. Ora, tuttochè noi, per quel che ci riguarda, non diamo gran peso alla opinione di Sua Maestà, poichè siamo stati mossi da ragionevoli motivi, e ogni di più ce ne sentiamo soddisfatti; nulladimeno ci pare conveniente, per rispetto al nostro parentado con Sua Santità, e affinchè la stessa secondo la saggezza sua si formi un giudizio sulla indicata dimostrazione, di esternarle su ciò l'opinione nostra. Noi siamo convinti che Sua Santità nella sua saviezza saprà bene esaminare e discernere fino a qual punto il malumore di Sua Maestà debba essere preso in considerazione.

»Voi quindi comunicherete tutto a quella e le farete anche vedere le copie, se ciò vi sembra conveniente. Ma in nome nostro dovete pregarla di non chiamar noi in colpa di ciò, anche nel caso, in cui per gravi motivi facessimo giungere le dette copie in altre mani. — Ferrara, 23 ottobre 1501.»

Il duca non istette più ad oscillare. Già sui primi di ottobre aveva scelto i componenti del corteo, la cui partenza però da Ferrara fece ancora dipendere dal seguito delle negoziazioni sue col Papa. Fissare all'uopo le persone sì ferraresi come romane fu questione d'altissima importanza, sulla quale ci porge schiarimenti un dispaccio di Gerardo del 6 ottobre:

«Illustrissimo Signore, ec. — Oggi, 6, Ettore ed io fummo soli dal Papa con le lettere di Vostra Signoria, del 26 del passato mese e del primo del corrente, e con la lista della comitiva. Questa è molto piaciuta a Sua Santità; parendole onorevolissima e ricca, massime perchè vi sono esattamente specificate condizione e qualità delle persone. Come ho inteso da ottima via, Vostra Eccellenza ha in ciò superato il credere del Papa. Dopo esserci alquanto fermati a parlare con Sua Santità, questa, come Vostra Signoria intenderà per le cose infrascritte, fece chiamare l'illustrissimo duca di Romagna e il cardinale Orsini. Erano anche presenti monsignor di Elna, monsignor Troche e messer Adriano. Il Papa volle che la lista fosse letta di nuovo, e fu ancor più commendata, particolarmente dal duca, il quale dimostrò aver conoscenza di parecchie delle persone nominate. Egli la ritenne anche; e gli fu gratissimo che io gliela rendessi, volendo egli restituirmela.

»Noi procurammo di avere la lista della comitiva, che dovrà venire con l'illustrissima duchessa; ma non è ancora in ordine. Sua Santità dice che vi saranno poche dame, per essere queste Romane selvatiche e male atte a cavallo. Sinora la duchessa ha presso di sè 5 o 7 donzelle da marito, 4 fanciulle e 3 dame anziane; e queste resteranno con lei. Forse se ne aggiungerà qualche altra. Ma s'è cercato con destrezza di distogliercela, dicendole che troverebbe infinite dame d'onore in Ferrara. È con lei puranche una madonna Geronima, sorella del cardinale Borgia, maritata con un Orsini. Costei le farà compagnia con tre donne. Altre sin qui non vi sono. Credo, come han detto, si sforzeranno ritrovarne persino a Napoli; ma pensano poterne aver poche, e solo per accompagnare la duchessa. La duchessa d'Urbino ha fatto intendere che verrebbe con 50 cavalli. Di uomini anche Sua Santità dice esservene carestia, per non trovarsi in Roma altri signori che gli Orsini, e anche questi per la maggior parte esser fuori. Pure spera raccoglierne buon numero, soprattutto se il duca di Romagna non andrà in campo; mentre al seguito suo trovansi altri gentiluomini. Sua Santità dice che di preti e gente dotta avrebbe da mandare abbastanza; ma non di persone meglio adatte. Del resto, la comitiva che manderà la Signoria Vostra supplirà per l'uno e per l'altro, tanto più che, a detta di Sua Santità, è consuetudine che la grande comitiva sia mandata dallo sposo, e che la sposa invece non vada che con pochi. Ad ogni modo, a quel che ho presentito, non mancheranno meno di 200 uomini a cavallo. Circa la via, che a Sua Signoria converrà fare, il Papa è ancora dubbioso. Egli vorrebbe che passasse per Bologna; e dice che anche i Fiorentini l'avevano invitata. Comunque Sua Santità non abbia ancora presa una decisione, pure la duchessa affermò si farebbe la via della Marca, e che avendo il tutto comunicato al Papa, questi erasi deliberato appunto in tal senso. Forse egli potrà desiderare ch'essa vada a Bologna attraverso le terre del duca di Romagna.

»Relativamente al desiderio di Vostra Eccellenza, che un cardinale accompagni la duchessa, Sua Santità oppose non sembrarle onesto che un cardinale qualunque si parta da Roma a tale scopo. Ma ha scritto al cardinale di Salerno, legato nella Marca, di pigliare il cammino verso le terre del duca di Romagna e di aspettar lì per far poi compagnia alla duchessa a Ferrara e cantare la Messa sponsalizia. Egli crede che il cardinale non mancherà di farlo, quando il suo stato non sano non glielo impedisca. Ma, ove così fosse, Sua Santità forse provvederebbe con un altro....

»Intendendo in questi ragionamenti Sua Santità, che non avevamo potuto avere udienza dall'illustrissimo duca, se ne mostrò spiacentissimo, e disse che Sua Signoria aveva codesto vizio; e che gli ambasciatori di Rimini erano qui da due mesi, senza aver mai potuto parlare con lui; che era suo solito far del giorno notte e della notte giorno. Questo modo di vivere le rincresceva sino al cuore, e non sa se Sua Signoria riuscirà a conservare il conquistato. In quella vece lodò l'illustrissima duchessa, come donna prudente e facile a prestare udienza, e, ove bisogni, anche a prodigar carezze. Fece altissimi elogii di lei e dell'aver governato il Ducato di Spoleto con la maggior grazia del mondo. Insomma la magnificò moltissimo, e disse che, anche allorchè trattava qualcosa con lui, il Papa, Sua Signoria sapeva molto ben vincere la partita. Credo che Sua Santità parlasse così, più con l'intenzione di dir bene di lei — come mi pare meriti — che per dir male dell'altro; abbenchè il linguaggio suo mostrasse il contrario. E continuamente mi raccomando a Vostra Eccellenza. — Roma, 8 ottobre.»

Il Papa lasciava raramente sfuggire l'occasione di lodar la bellezza e l'accorgimento della figliuola. Stabiliva raffronti tra lei e le donne d'Italia allora più famose, la marchesa di Mantova e la duchessa d'Urbino. Un giorno parlò anche agl'inviati di Ferrara dell'età di lei, e notò che nell'aprile (1502) compiva il suo ventiduesimo anno; mentre Cesare in quel tempo istesso sarebbe giunto al ventiseesimo.[152]

Egli si sentiva molto soddisfatto per la scelta del seguito. Le persone, che dovevano comporlo, eran principi di casa d'Este e i più ragguardevoli uomini di Ferrara. Gli fu pure di gradimento che Annibale Bentivoglio, il figlio del signore di Bologna, vi si unisse; e, ridendo, diceva all'ambasciatore di Ferrara: «Se il suo signore per prender la sposa volesse anche mandare a Roma Turchi, per lui sarebbero benvenuti.»

I Fiorentini, per tema di Cesare, spedirono inviati a Lucrezia per pregarla di passare pel loro paese nell'andare a Ferrara. Nondimeno il Papa decise che prenderebbe la via di Romagna. Secondo il barbarico dispotismo di quei tempi, i paesi, pe' quali il corteo passava, eran tenuti a mantenerlo. Ora per non gravar d'avvantaggio i paesi di Romagna fu deciso che il seguito, venendo di Ferrara a Roma, farebbe la strada attraverso la Toscana. Se non che la Repubblica di Firenze rifiutava di mantenerlo a proprie spese in tutto il suo territorio; non voleva che ospitarlo soltanto nella città di Firenze, ovvero onorarlo con un presente.[153]

Facevansi frattanto in Ferrara gli apprestamenti per le feste delle nozze. Il duca mandò inviti a principi amici. Aveva anche pensato al discorso, che all'arrivo di Lucrezia doveva esser tenuto alle feste nuziali. Nella Rinascenza simili declamazioni erano l'ingrediente più essenziale di una festa. E quel discorso dovett'essere davvero qualcosa di splendido. All'uopo Ercole aveva incaricato i suoi ambasciatori in Roma di mandargli notizie sulla casa Borgia, perchè l'oratore ne facesse tesoro.[154] Gli ambasciatori compirono con scrupolo l'incarico, rispondendo al loro signore nel modo che segue:

«Illustrissimo Principe e Signor nostro singolarissimo. — Abbiamo usato ogni diligenza e studio per ritrovare, come ai dì passati l'Eccellenza Vostra ce ne commise, qualche cosa relativa a' fatti di questa illustrissima casa Borgia. A tale oggetto abbiamo investigato da ogni canto, e con noi pure i nostri qui in Roma, e non solo dotti, ma anche tali, che immaginavamo si dilettassero di ricerche simili. Ora, abbenchè avessimo finalmente scoperto la casa esser nel paese spagnuolo nobilissima e antichissima, pure non ritroviamo cose egregie fatte dagli antichi suoi progenitori, perchè in quelle parti si vive vita molto civile e delicata; e Vostra Eccellenza sa bene come così si costumi nella Spagna, e massime in Valenza.

»Sino ad ora solo di Callisto si ritrova qualcosa degna, in ispecial modo le sue proprie geste, delle quali il Platina scrive assai. Del resto, è generalmente saputo ciò che questo Papa ha operato. Onde chi abbia a fare l'orazione avrà dinanzi aperto un largo campo. Noi adunque, Eccellentissimo Signore, non abbiamo trovato intorno alla casa più di ciò; ma solo intorno alle persone de' pontefici alla stessa appartenenti e a' discorsi di obbedienza a coloro indirizzati. E quel che poi i papi han fatto, dinota assai ciò che di loro possa dirsi. Se altro ci sarà dato scoprire, non mancheremo di darne notizia a Vostra Eccellenza, alla quale umilmente ci raccomandiamo. — Roma, 18 ottobre 1501.»

Quando il duca dell'antica casa degli Este lesse questo laconico dispaccio, dovette ridere e trovarne l'ingenuità così poco diplomatica da parer quasi un'ironia. Del rimanente, non sembra che i probi ambasciatori abbian fatto capo alla vera sorgente. Se avessero chiesto consiglio a' più intimi cortigiani de' Borgia, per esempio a' parenti, avrebbero da loro ricevuto un albero genealogico, dal quale appariva i Borgia discendere dagli antichi re d'Aragona, se non forse proprio da Ercole.

Frattanto l'impazienza del Papa e di Lucrezia cresceva ogni dì più, perchè l'invio del seguito era sempre differito, e i nemici de' Borgia cominciavano già a prendersene beffe. Il duca dichiarava che non poteva pensare a far prendere madonna Lucrezia, ove non gli fosse consegnata la Bolla d'investitura. Lamentava la lentezza nell'adempimento in Roma delle promesse. Esigeva il pagamento in contanti della dote, che doveva esser fatto dai Banchi in Venezia, Bologna e altre città al più tardi all'ingresso in Roma del corteo d'onore, minacciando far ritornar questo in Ferrara, senza la sposa, ove la somma non fosse interamente numerata.[155] Poichè la cessione di Cento e Pieve non poteva essere prontamente condotta a termine, domandava dal Papa un pegno, o il Vescovado di Bologna pel figlio Ippolito o anche una cauzione. Inoltre pose innanzi pretensioni di beneficii pel suo bastardo Don Giulio e pel suo ambasciatore Gianluca Pozzi. Per quest'ultimo Lucrezia seppe ottenere il Vescovado di Reggio; ed agl'inviati di Ferrara fece similmente dal Papa concedere una casa in Roma.

Negozio importante fu anche l'ornamento di cose preziose, di cui Lucrezia doveva esser fornita. La passione per tal genere d'ornamenti ancora oggi è grande in Roma. Le donne di nobili famiglie non vi tralasciano alcuna occasione per risplendere piene di diamanti; e sin qui tale ricchezza costituiva di regola un fedecommesso. Nella Rinascenza la passione aveva toccato il grado di vera e propria manìa. Ercole fece dire alla nuora che dovesse seco portare i gioielli e non alienarli. Che egli intanto per mezzo del seguito le manderebbe un ricco ornamento, perchè — così aggiunge con molta galanterìa — essendo ella il più prezioso de' gioielli, meritava aver pietre preziose in maggior numero e più belle ancora di quelle che da lui stesso e dalla propria moglie fossero state possedute. E che non era, per certo, un così potente uomo come il duca di Savoia; ma nondimeno sempre in grado di mandare a lei gioie non meno belle di quelle che colui aveva.[156]

Le relazioni tra Ercole e la nuora erano le più amichevoli che potesse desiderarsi. Lucrezia, in vero, giammai non si stancava di fare che le esigenze di lui trovassero ascolto presso il Papa. Questi però era da parte sua profondamente irritato pel procedere del duca. Lo fece premurosamente pregare di mandare a Roma il seguito; e lo assicurò che i due castelli di Romagna sarebbero consegnati prima ancora che Lucrezia giungesse a Ferrara. Una volta che questa fosse colà, otterrebbe da lui tutto che desiderasse; così grande essendo l'amor suo per colei, ch'egli pensava andarle insino a far visita a Ferrara nella primavera.[157] Egli sospettò altresì che il temporeggiamento nell'invio del corteo derivasse da qualche intrigo dell'imperatore. E veramente Massimiliano, anco in novembre, mandò il segretario suo Agostino Semenza al duca, con l'esortazione a non lasciarlo partire per Roma; di che, prometteva, sarebbe ad Ercole riconoscente. Il duca, il 22 novembre, mandò uno scritto all'ambasciatore imperiale, dichiarando aver appunto allora spedito un corriere a' suoi inviati a Roma; l'inverno esser prossimo, e quindi il tempo per prender Lucrezia non favorevole; volerlo, annuendovi il Papa, differire, senza però romperla con lo stesso. Se egli ciò facesse, Sua Maestà poteva pensare se il Papa gli diventerebbe nemico. Egli dovrebbe aspettarsi da lui eterna persecuzione e anche una guerra. Ed appunto per schivare siffatti pericoli aveva accondisceso a legarsi in parentela con Sua Santità. Confidava perciò in Sua Maestà, che non vorrebbe esporlo a tanto pericolo, ma nella sua giustizia darebbe valore all'addotta scusa.[158]

Contemporaneamente Ercole incaricò gl'inviati di render conto al Papa delle minacce dell'imperatore e di dichiarargli, che quanto a sè teneva fermo agli obblighi assunti; ma che tanto più urgentemente doveva desiderare la spedizione delle Bolle, in quanto ogni ulteriore differimento adduceva pericolo.

Alessandro ne fu fuori di sè dalla rabbia. Caricò di rimproveri gl'inviati, e diede del mercatante al duca stesso. Ercole dichiarò allora al messo dell'imperatore il primo dicembre non poter più oltre differire l'invio del corteo, senza apertamente romperla col Papa. Il giorno medesimo scrisse agli ambasciatori a Roma, dolendosi del titolo di mercatante statogli dal Papa regalato.[159] Tranquillò anche quest'ultimo, assicurandolo aver fissato la partenza del corteo da Ferrara pel 9 o 10 dicembre.[160]

XXI.

In questo mentre si provvedeva al corredo di Lucrezia con profusione degna davvero di una principessa di sangue reale. Il 13 dicembre 1501 l'agente del marchese Gonzaga a Roma scriveva al suo signore: «La dote sarà in tutto di 300,000 ducati, oltre i donativi che di giorno in giorno Madonna riceverà. Primieramente 100,000 ducati contanti; poi argenteria per più di 30,000 ducati, gioielli, panni di raso, biancheria finissima, ornamenti e finimenti di gran prezzo per muli e cavalli; in tutto per altri 160,000 ducati. Ha, fra l'altre, una balzana del valore di oltre 15,000 ducati, e 200 camice, delle quali molte del valore di 100 ducati ciascuna; e ogni manica costa da se sola 30 ducati, con frange d'oro, e simili lavori.» Un altro informava la marchesa Isabella, che una sola veste di Lucrezia valeva 20,000 ducati, e un solo cappello più di 10,000. «S'è qui — così quell'agente di Mantova continuava — e a Napoli lavorato e venduto più oro tirato in sei mesi che non in due anni passati. In terzo luogo, gli altri 100,000 ducati sono valuta de' castelli (Cento e Pieve) ed esonerazione di Ferrara dal censo. Il numero de' cavalli e delle persone che il Papa dà per compagnia della figliuola, toccherà il migliaio, e 200 carriaggi, oltre forse qualche carretta francese, se il tempo lo permetterà; senza contare poi tutta la compagnia che viene a levarla.»[161]

Finalmente il duca si decise a spedirlo codesto seguito, comunque le Bolle non fossero ancora in pronto. All'unione oramai inevitabile di suo figlio con Lucrezia volendo dare il massimo splendore possibile, mandò per prender colei una cavalcata di oltre 500 persone. Duce era il cardinale Ippolito, accompagnato da altri cinque membri della Casa ducale, i fratelli Don Ferrante e Don Sigismondo, poi Niccolò Maria d'Este vescovo di Adria, Meliaduse d'Este vescovo di Comacchio e Don Ercole, un nipote del duca. Amici e parenti di gran riguardo, ovvero feudatarii di Ferrara componevano il seguito, i signori di Correggio e Mirandola, i conti Rangoni di Modena, uno de' Pii di Carpi, i conti Bevilacqua, Roverella, Sagrato, Strozzi di Ferrara, Annibale Bentivoglio di Bologna, ed altri molti.

Tutti codesti signori, vestiti di abiti ricchissimi, con grosse catene d'oro al collo, sopra superbi cavalli, uscirono da Ferrara il 9 dicembre, preceduti da una fanfara di 13 trombetti e 8 pifferi. E così, con alla testa un cardinale, desioso di vita e di spasso, la brigata traversò con gran rumore le terre d'Italia. Chi oggi potesse imbattersi in essa, la crederebbe una truppa di cavalieri artisti in viaggio. Gli allegri viaggiatori non pagaron mai scotto. Nel territorio del Ducato vissero a spese del duca, ch'è dire, de' sudditi suoi. Nel territorio di altri signori trovarono pari accoglienza. E appena messo piede sullo Stato della Chiesa, i luoghi, per dove passarono, dovettero pensare al loro mantenimento.

Malgrado di tutto il lusso della Rinascenza, il viaggiare era allora una grande pena. Per ogni dove si viaggiava in Europa allora come oggi in Oriente. Grandi signori e dame, che oggidì scorrono in fuga terre e paesi sulle strade ferrate entro carrozze comode come sale, e che perciò stesso sono sì frequentemente in moto, nel secolo XVI non avrebbero potuto andar che passo passo e a cavallo o sul mulo o alternativamente in lettiga, esposti a tutte le perfidie de' tempi, de' venti, delle orride strade. Per percorrere la distanza da Ferrara a Roma, al che bastano oggi 14 ore, occorsero alla cavalcata 13 giorni interi.

Finalmente il 22 dicembre arrivò a Monterosi, misero castello a 15 miglia da Roma, in istato deplorevole; tutti bagnati dalle piogge iemali, tutti inzaccherati di mota; uomini e cavalli stracchi e disfatti come dagli strapazzi di una campagna. Di colà il cardinale spedì a Roma un messaggiero con un trombetto a prendere gli ordini del Papa. Fu risposto che facessero l'entrata per Porta del Popolo.

Questo ingresso de' Ferraresi in Roma è il più splendido spettacolo durante il regno di Alessandro VI. La cavalcata era in generale la pompa più spettacolosa e più in pregio nel Medio Evo. Stato, Chiesa, società esprimevano lo splendore e l'importanza loro con siffatto genere di apparati, quasi pubblici trionfi. Il cavallo era ancora simbolo ed istrumento di gran parte della forza come della magnificenza mondana. Il significato suo nella civiltà è venuto meno con la cavalleria. D'allora in poi in tutta Europa la cavalcata non fu più in uso. Dove ancora ne appariscono i residui, come nel seguito principesco nelle riviste militari, ovvero ne' cortei di corporazioni, l'effetto si perde sotto la monotonia o la scipitezza delle divise di gala. Quanto il senso delle forme e delle feste sia mutato negli uomini, specie in Italia, patria della cavalcata, si potè vedere in Roma il 2 luglio 1871, quando Vittorio Emanuele fece ingresso nella sua nuova capitale. Se momento siffatto, uno dei più importanti in tutta la storia d'Italia, fosse caduto nell'epoca della Rinascenza, certo si sarebbe vista una delle più grandiose e trionfali cavalcate. Invece l'ingresso in Roma del primo Re dell'Italia unificata sembrò come l'entrata di carrozze impolverate, che menassero viaggiatori, il Re e la Corte sua, dalla strada ferrata alla loro dimora. In questa semplicità borghese era certamente maggior grandezza morale che nella pompa clamorosa di un trionfo cesareo. Pure noi non parliamo qui dell'intimo valore delle solennità pubbliche; ma solo della diversità de' tempi rispetto alle feste, ai modi e ai bisogni delle stesse. L'estinguersi di quel sentimento grandioso della festa, quale la Rinascenza lo aveva suscitato, sarebbe sicuramente da considerare come un impoverimento. Il bisogno suo ancora oggidì torna spesso a rinverdire. E gli spettacoli più belli, visti ai tempi nostri in Europa, sono stati quelli delle schiere tedesche di ritorno dalla Francia in patria. Erano, è vero, feste militari; se non che e la sontuosità, onde le città s'erano parate, e la gioiosa partecipazione di tutti gli ordini della cittadinanza, tolsero loro quel carattere esclusivo.

Alessandro VI avrebbe proprio scapitato in reputazione, ove in congiuntura così solenne per la sua famiglia non avesse dato segno di magnificenza innanzi al popolo con un sontuoso spettacolo. Per questo Adriano VI più tardi divenne la favola de' Romani. Egli nè comprendeva nè aveva in onore queste necessità proprie alla Rinascenza.

Il 23 dicembre, verso le 10 ore del mattino, i Ferraresi arrivarono a Ponte Molle. In una villa trovarono una colezione apparecchiata. La contrada allora non aveva apparenza essenzialmente diversa da quella d'oggi. Casini e case coloniche sulle pendici di Monte Mario con in cima la Villa de' Mellini; e così pure sulle colline costellanti la via Flaminia. Il Ponte sul Tevere era stato riedificato da Niccolò V, e munito anche di torre; la quale Callisto III fece terminare. Da Ponte Molle a Porta del Popolo si stendeva, come oggi, lungo la via, uno squallido sobborgo.

Al Ponte sul Tevere la cavalcata ricevette il saluto del Senatore di Roma, del Governatore della città, e del Barigello o capitano di polizia. Questi signori erano iti con 2000 uomini a piedi e a cavallo. A mezzo trar di arco dalla Porta s'incontrò il seguito di Cesare. Innanzi 6 paggi; poi 100 gentiluomini a cavallo; quindi 200 Svizzeri a piedi, vestiti di velluto nero e panno giallo, divisa del Papa, con berretti a pennacchio e armati di alabarde. Dopo, a cavallo, il duca di Romagna, insieme con l'ambasciatore di Francia. Indossava un vestito alla francese con cintola di panno d'oro. Il saluto ebbe luogo al suono delle musiche. Tutti i signori smontarono di cavallo. Cesare abbracciò il cardinale Ippolito, e quindi, cavalcando a lato di lui, volse alla Porta.

Se egli aveva un seguito di 4000 uomini e i magistrati della città uno di 2000, e se si calcola anche la folla degli spettatori, non si comprende davvero come sì enorme moltitudine abbia potuto dispiegarsi davanti Porta del Popolo. Ma non dovevano allora esservi case, e la pianura, occupata oggi dalla Villa Borghese, dev'essere stata pressochè libera.

Alla Porta il corteo fu salutato da 19 cardinali, ciascuno con un seguito di 200 persone. Il ricevimento qui, sotto un diluvio di declamazioni, durò non meno di due ore; sicchè si fece sera. Finalmente tutta questa cavalcata di parecchie migliaia, al suono di trombe, pifferi e corni, mosse lungo il Corso, per Campo di Fiore, verso il Vaticano, salutata da' cannoni di Castel Sant'Angelo.

Alessandro stava ad una finestra del palazzo a vedere quel corteggio, che veniva a porre in atto il più audace desiderio della casa sua. Quando poi i camerieri alla scala del palazzo ricevettero i Ferraresi e gl'introdussero presso di lui, egli andò loro incontro con 12 cardinali. Quelli gli baciavano i piedi, ed ei gli sollevava ed abbracciava. Si restò un pezzo in gioviali discorsi; quindi Cesare condusse dalla sorella i principi di Ferrara.

Lucrezia si fece sino alla scala di casa, al braccio di attempato cavaliere, vestito di velluto nero, con catena d'oro al collo. Secondo il cerimoniale prestabilito, non baciò i cognati: inclinò soltanto il viso a' visi, questa essendo la forma francese. Essa portava abito di drappo bianco tessuto in oro, e bernia foderata di zibellino; le maniche, di candido broccato in oro, strette con tagli trasversali alla foggia spagnuola; per acconciatura al capo una cuffia di velo verde, listata intorno d'oro battuto e orlata di perline; al collo un vezzo di grosse perle con un balaustro non legato. Furono serviti rinfreschi, e Lucrezia dispensò piccoli regali, lavori di gioiellieri romani. I principi col seguito loro se n'andarono molto contenti. «Questo so io di certo — così scriveva El Prete, — che al nostro cardinale Ippolito scintillavano gli occhi: ella è dama seducente e veramente graziosa.»

Anche il cardinale scrisse la sera stessa alla sorella Isabella di Mantova, per chetarne la curiosità, circa l'abbigliamento di Lucrezia. Le vestimenta erano allora l'oggetto più importante, soprattutto in una corte. E mai non vi fu tempo, come nella Rinascenza, in cui il costume delle donne fosse più ricco e più nobile insieme. Sembra che la marchesa abbia espressamente mandato a Roma un agente per essere informata delle persone e delle feste, con l'obbligo però di prendere a preferenza nota degli abiti. El Prete si trasse d'impegno con tanta scrupolosità, come oggi saprebbe solo un Reporter del Times.[162] Stando alle descrizioni di lui, un pittore avrebbe potuto fare un ritratto di Lucrezia, che di molto si sarebbe approssimato alla verità.

Anche la stessa sera l'ambasciatore di Ferrara fece a donna Lucrezia la sua visita officiale. Comunicò quindi al duca l'impressione che la nuora di lui gli aveva fatta:

«Illustrissimo Signor mio. Questa sera, poichè ebbi cenato, fui in compagnia di messer Gerardo Saraceni presso l'illustrissima Madonna Lucrezia, per visitarla a nome di Vostra Eccellenza e dell'illustrissimo Don Alfonso. In tale occasione venimmo in lungo ragionamento su diverse cose. In verità ella si diede a riconoscere per donna molto prudente e discreta e di buona indole, e di grandissima osservanza verso Vostra Eccellenza e l'illustrissimo Don Alfonso; sicchè si può ben giudicare, che entrambi saranno di lei veramente soddisfatti. Oltrecchè ella ha ottima grazia in ogni cosa, ed è a un tempo modesta, venusta e onesta. Nè poi meno è cattolica, nè mostra meno temere Dio. Domattina si confessa con l'intenzione di comunicarsi il dì della Natività del Signore. La bellezza sua è già per sè soddisfacente; ma la piacevolezza delle maniere e il modo grazioso di porgersi l'aumentano e fanno parer maggiore. In conclusione le sue qualità a me paion tali, che nulla di sinistro si debba o possa sospettar di lei: piuttosto è da presumere, credere e sperarne sempre ottime azioni. Di che m'è parso conveniente, in omaggio alla verità, far con questo scritto testimonianza a Vostra Altezza. Ed ella sia certa che come, in conformità del debito ed ufficio mio, scrivo senza passione il vero; così, per la servitù che mi lega all'Eccellenza Vostra, ciò mi colma di singolare letizia e consolazione. Mi raccomando alla buona grazia di Vostra Eccellenza. — Roma, 23 dicembre 1501, nell'ora sesta della notte. Di Vostra Eccellenza servitore Giovanni Luca.»[163]

La lettera del Pozzi mostra quanto grande fosse ancora all'ultimo istante la sfiducia del duca e del figlio. Abbassarsi sino al punto di mettere confidenzialmente a parte l'inviato in Roma delle loro perplessità d'animo in cose cotanto intime e personali, dovett'essere per entrambi una umiliazione. Ed umiliante fu del pari desiderar da colui un'attestazione delle qualità di una donna destinata ad essere duchessa di Ferrara. Quella sola frase della lettera nella quale il Pozzi non si perita di affermare, che nulla di sinistro s'abbia a sospettar di Lucrezia, getta abbastanza luce sui brutti rumori che sul conto di lei correvano. La testimonianza però fu splendida. Nelle mani di qualunque difensore di Lucrezia essa è tale, che può bensì valere come il più importante dei documenti. E se colei avesse potuto leggerla, forse la vergogna non sarebbe stata impari alla soddisfazione che n'avrebbe provata.

I principi di Ferrara presero stanza in Vaticano; altri signori in Belvedere; i più furono mandati in casa di curiali, con l'obbligo di curarne il mantenimento. I papi riguardavano allora le faccende loro private come affari dello Stato. Per farne le spese, aggravavano la mano, senz'altro, sugl'impiegati di corte; e la turba di questi a volta sua nè viveva nè s'arricchiva che mercè la grazia papale. Nondimeno anche alcuni mercatanti dovettero portare il peso della splendidezza papale. Parecchi impiegati mormoravano per l'ospitamento dovuto ai Ferraresi, i quali eran trattati così male, che il Papa dovette intervenire.[164]

Per la festa di Natale il Papa disse messa in San Pietro; e i principi vi assistettero come ministri. L'ambasciatore descrisse al suo signore l'apparenza magnifica e anche religiosa del Papa, a un di presso come si descriverebbe il presentarsi sulla scena di un istrione famoso.[165]

Per ordine del Papa il carnevale cominciò allora, e ogni giorno avevan luogo feste in Vaticano.

El Prete ci ha lasciato una ingenua descrizione di un trattenimento serale nel palazzo di Lucrezia, che ci ripone vivi dinanzi gl'usi del tempo. «Questa illustrissima Madonna — così scrive — poco si vede, perchè occupata per la partenza. Domenica, giorno di Santo Stefano (26 dicembre), andai la sera anch'io in fretta nella sua stanza. Sua Signoria sedeva appresso al letto; e all'angolo della camera erano una ventina di donne romane, vestite a la romanesca co' tradizionali panni in testa (con quelli drapi in testa); vi eran poi le sue donzelle, dieci di numero. Aprì il ballo un gentiluomo di Valenza con una donzella di nome Nicola. Poscia ballò gentilmente e con grazia singolare Madonna con Don Ferrante. Portava indosso una gammurra di raso nero con liste d'oro e maniche nere; il polsino tutto serrato, il resto tutto di sopra tagliato e la camicia fuori; il petto sino alla gola copriva un velo listato d'oro; un filo di perle al collo; sul capo una cuffia di velo verde con una lenza di piccoli rubini; una sopravveste nera di raso foderato colorita e bella. Le sue donzelle non hanno ancora sfoggiato: se altre non ve ne saranno, le nostre potranno star loro a lato per apparenza e tutto il resto. Due o tre sono graziose. Una valenzana, Catalina, ballò bene; un'altra è seducente. Senza che sel sapesse, io l'ho tolta per mia favorita. Iersera (il 28) il cardinale andò mascherato per la città col duca e Don Ferrante; e poi andammo dalla duchessa, ove si ballò. Da mane a sera non si vede in Roma che cortigiane in maschera. Col suonar delle 24 non possono più lasciarsi veder fuori di casa, perchè si fanno de' brutti giochi.»

Quantunque il matrimonio fosse già stato, mercè procura, concluso in Ferrara, pure Alessandro volle che l'atto fosse ancora una volta stipulato in Roma. E, per schivare una pura ripetizione, lo sposalizio in Ferrara fu celebrato solo con la formola: vis, volo; e lo scambio degli anelli differito.

La sera del 30 dicembre i Ferraresi condussero madonna Lucrezia in Vaticano. La sposa di Alfonso uscì dal suo palazzo con tutta la sua corte e con 50 dame d'onore. Aveva sopravvesta di broccato d'oro alla francese con maniche aperte, che scendevano sino a terra. Di sotto, abito di cremisino foderato d'ermellino. Il lungo strascico portavano damigelle di compagnia. In testa una cuffia di seta e oro, e i capelli fermati da un semplice cordoncino nero. Al collo un vezzo di perle con pendente, composto di uno smeraldo, un rubino e una grossa perla.

Don Ferrante e Don Sigismondo la conducevano per mano. Così il corteggio si pose in cammino. Sulla scala di San Pietro risuonavano musicali accordi. Il Papa stava ad aspettare nella Sala Paolina sul trono, e accanto a lui 13 cardinali e il figlio Cesare. Degli ambasciatori stranieri eran presenti quelli di Francia, di Spagna e Venezia: il tedesco mancava. La cerimonia cominciò con la lettura del mandato di procura del duca di Ferrara. Poscia il vescovo di Andria tenne il discorso d'uso; ma fu d'uopo l'abbreviasse per comando del Papa.[166] Innanzi a costui fu messa una tavola, e vi presero posto Don Ferrante, qual rappresentante di suo fratello, e donna Lucrezia. Ferrante rivolse a questa la domanda, secondo la formola; e, avendo essa risposto affermativamente, le pose al dito l'anello con queste parole: «Questo anello matrimoniale manda a te, illustrissima Donna Lucrezia, l'illustrissimo Don Alfonso per libera determinazione, e io te lo consegno a nome di lui.» E Lucrezia: «Così anch'io per libera determinazione lo accetto.»

Del compimento dell'atto fu fatta fede in un istrumento per man di notaro. Subito dopo il cardinale Ippolito presentò a Lucrezia i gioielli. Il duca, che le faceva un prezioso regalo del valore di 70,000 ducati, annetteva particolare importanza al modo in che avesse ad esser consegnato. Il 21 dicembre aveva scritto al figlio di offrire i gioielli con quelle parole, che gli avrebbe suggerite l'ambasciatore Pozzi; avvertendolo anche che ciò era per misura di precauzione, affinchè, in caso d'infedeltà di madonna Lucrezia ad Alfonso, le gioie non andassero perdute.[167] Sino all'ultimo il duca trattava i Borgia con la sfiducia di uomo, che teme di essere ingannato. Onde il 30 dicembre il Pozzi gli scriveva: «Pel matrimonio è stato stipulato un istrumento, nel quale è detto soltanto che a madonna Lucrezia è fatto presente dell'anello nuziale; senza dir motto di altro regalo. Modo migliore per rispondere alle intenzioni di Vostra Eccellenza non v'era. Non s'è dunque in guisa alcuna parlato di donativo, e su di ciò l'Eccellenza Vostra non nudrirà dubbio di sorta.»

Ippolito si disimpegnò con tanta grazia, che il Papa gli disse: avere egli aumentata la bellezza dell'ornamento. Le gioie erano in un forzierino, che il cardinale pose prima innanzi al Papa e poscia aprì. Un tesoriere ferrarese l'aiutò a tenere i gioielli nella vera luce, sì che ne apparisse tutta la preziosità. Il Papa stesso gli prese in mano e gli mostrò alla figlia. Erano catene, anelli, orecchini e pietre bellamente legate; magnifico, in particolar modo, un monile di perle; e, quanto a perle, Lucrezia sentiva una vera passione. Ippolito presentò pure alla cognata i suoi proprii regali, tra i quali quattro croci finamente lavorate. I cardinali offrirono regali dello stesso genere.

Dopo si fecero tutti alle finestre della sala per vedere i giuochi sulla Piazza di San Pietro: una corsa di cavalli ed una giostra per una nave. Otto nobili difendevano quest'ultima contro altrettanti che l'assalivano. Si combatteva con armi taglienti; e cinque persone n'usciron ferite.

La comitiva si condusse quindi nella camera del Pappagallo. Il Papa prese posto sul trono, alla sua sinistra i cardinali, a destra Ippolito, donna Lucrezia e Cesare. «Egli richiese — così El Prete — il duca di fare una danza con madonna Lucrezia, la qual cosa fece con buona grazia. Sua Santità rise continuamente. Le donzelle ballarono pure molto bene a due a due. La cosa durò più d'un'ora. Quindi si diè principio alle commedie. Se ne cominciò una, ma non fu finita perchè troppo lunga. Ne venne poi un'altra in versi latini, con un pastore e alcuni bambini, che fu molto bella. Il significato non lo compresi. Finite le commedie, andaron via tutti, meno Sua Santità, la sposa e i cognati, che restarono, avendo il Papa dato in tal sera il banchetto nuziale, del quale non posso informare. Si desinò in famiglia.»

Le feste continuarono tutti i giorni, mentre Roma da parte sua era piena delle baldorie carnascialesche. L'ultimo giorno dell'anno il cardinale Sanseverino e Cesare fecero rappresentar commedie. Quella ordinata da Cesare fu un'egloga con attrezzi pastorali. Alcuni pastori magnificarono la giovane coppia, il duca Ercole e il Papa come protettori di Ferrara.[168]

Il primo giorno dell'anno (1502) venne solennizzato con pompa particolare. I Priori di Roma posero in campo un corteo. Tredici carri trionfali, con a capo lo stendardo della città e i magistrati, mossero a suono di musica da Piazza Navona pel Vaticano. Nel primo si vedeva il trionfo di Ercole; ne' seguenti Cesare ed altri eroi romani. Si disposero in ordine innanzi al Vaticano, dalle cui finestre il Papa e gli ospiti suoi si godevano lo spettacolo. Furon declamate poesie in onore degli sposi. La rappresentazione durò quattr'ore.

Quindi seguirono commedie nella camera del Pappagallo, e una splendida Moresca, ballo del tempo, nella Sala dei Papi, parata già da Innocenzo VIII di bellissime coltrine di broccato in oro. Quivi era elevata una scena bassa e stretta, adorna di frasche e illuminata con torce. Gli spettatori presero posto su' banchi o per terra, come a ciascuno meglio aggradiva. Dopo la rappresentazione di un'egloga, un cantambanco, vestito da donna, cominciò a ballar la Moresca. Vi pigliò parte come ballerino anche Cesare, in costume ricchissimo, tanto che, non ostante la maschera, si distingueva di primo tratto. Il ballo era accompagnato dal suono di tamburini. Le trombette ne annunziarono un altro. Apparve un albero, sulla cui cima oscillava un Genio, recitante poesie. Buttò giù nove cordoni di seta, le cui estremità furon prese da nove danzatori. Questi andaron formando intorno all'albero una carola, che il Genio pareva intrecciasse con la sua mano. La Moresca incontrò grandissimo plauso. Da ultimo il Papa desiderò veder ballare anche la figlia. Ed essa ballò con la damigella di compagnia valenzana; e dietro di loro seguivano in coppia gli altri danzatori e le danzatrici.[169]

Commedie e moresche furon dunque la parte essenziale di questa festa. Le poesie dovettero essere composte da Romani, i Porcari, Mellini, Inghirami, Evangelista Maddaleni; e forse anche presero parte essi stessi alla rappresentazione; mentre da lunga pezza non s'era più ai Romani offerta occasione altrettanto solenne per mostrare i progressi loro nell'arte drammatica. Lucrezia ogni giorno dev'essere stata coperta da un diluvio di sonetti ed epitalamii. Reca davvero molta maraviglia, che nulla di tutto ciò siasi conservato, nè che venga nemmeno un poeta romano di quei giorni nominato come autore di qualche commedia.

Il 2 gennaio fu data sulla Piazza di San Pietro una caccia al toro. Questa costumanza tutta spagnuola era stata importata in Italia sin dal XIV secolo; ma non divenne generale che nel seguente. Gli Aragonesi la trapiantarono in Napoli, e i Borgia in Roma, ove sino a' tempi ultimi, in Piazza Navona o al Testaccio, le cacce di tal natura erano frequenti. Cesare faceva volentieri mostra in simili barbari giuochi dell'abilità e della forza sua. In una caccia data nell'anno del Giubileo aveva maravigliato tutta Roma, spiccando con un colpo di sciabola la testa ad un bove.

Il 2 gennaio con nove altri Spagnuoli, che dovevano essere veri mattadori, egli entrò a cavallo nello steccato, ove sul cominciare non furono introdotti che due tori. Contro il più furioso stette egli solo a cavallo e con la lancia. Poscia entrò anche a piedi in compagnia di dieci altri Spagnuoli. Fatta questa mostra eroica, il duca si ritirò, lasciando il carico del rimanente spettacolo ai mattadori. Dieci tori e un bufalo furon morti.

La sera furono recitati i Menemmi di Plauto e altre scene, il cui soggetto fu l'apoteosi di Cesare e di Ercole. Gl'inviati di Ferrara ne diedero una relazione, ch'è una pittura dilettevolissima del tempo:

«Questa notte, nella camera del Papa, è stata recitata la Commedia del Menechino (i Menemmi). Rappresentarono benissimo la persona dello schiavo, del parassita e anche del ruffiano e della moglie di Menechino. Ma i Menechini stessi non dissero con molta grazia. Non portavan maschera e non v'era scenario, la camera non essendo capace abbastanza. In quel luogo, in cui Menechino, per comando del suocero, che crede fosse impazzito, è preso, ed ei grida che gli vien fatta violenza, disse essere maraviglia che così si usasse, mentre Cesare è potente, Giove propizio ed Ercole benevolo.

»Prima della recitazione ebbe luogo altra rappresentazione. Venne fuori un bambino vestito da donna, rappresentante la virtù e un altro rappresentante la fortuna. Disputarono su quale fosse da preferire per grado; ed ecco sopraggiungere la gloria su carro trionfale, avendo il mondo sotto i piedi con le parole scritte: Gloria Domus Borgiae. La gloria, che chiamavasi anche luce, preferì la virtù alla fortuna, dicendo che Cesare ed Ercole appunto con virtù avevan superata la fortuna; e riferì molti nobili fatti dell'illustrissimo duca di Romagna. Quindi comparve Ercole con la pelle del leone e con la clava; e Giunone gli mandò contro la fortuna. Ercole, combattendo con essa, la vinse, prese e legò. Allora Giunone pregò Ercole di volerla liberare; ed egli clemente e magnanimo la concesse a Giunone, a condizione, che nè essa nè quella avessero mai a far cosa alcuna contro la casa di Ercole e di Cesare. Il che fu da quelle promesso, anzi Giunone promise pure di favorire l'unione delle due case.

»Venne poscia Roma su un carro di trionfo. Si dolse che Alessandro, che tiene il luogo di Giove, le facesse la ingiuria di toglierle via l'eccelsa madonna Lucrezia; e la raccomandò grandemente, mostrando come la fosse il rifugio di tutta Roma. Dopo Roma, Ferrara, senza carro di trionfo; e disse che madonna Lucrezia non andava in città indegna e che Roma non la perdeva. Sopraggiunse quindi Mercurio mandato dagli Dei per riconciliare Roma e Ferrara, volere di coloro essendo, che madonna Lucrezia andasse a Ferrara. E fece quindi seder Ferrara al posto d'onore sul carro trionfale.

»Tutte queste cose furon recitate in versi eroici pieni di eloquenza. Il parentado tra Cesare ed Ercole vi fu continuamente celebrato. Si volle anche manifestamente esprimere, che insieme uniti dovessero compiere grandi fatti contro i nemici di Ercole. Che se la realtà potesse corrispondere a tali pronostici, le cose nostre verrebbero a molto buon termine. E così ci raccomandiamo alla grazia di Vostra Eccellenza. Roma, 2 gennaio 1502. — Giovanni Luca e Gerardo Saraceni.»[170]

Arrivò finalmente il giorno della partenza di Lucrezia, il 6 gennaio. Doveva esser quella una comitiva fastosa che la simile non s'era vista mai. Lucrezia doveva percorrere da regina le terre d'Italia. V'era anche un cardinale, che l'accompagnava come legato, Francesco Borgia, arcivescovo di Cosenza. Egli doveva la porpora a Lucrezia ed era il suo più fedel partigiano; antico signore e brava persona della casa Borgia, come il Pozzi scriveva a Ferrara. A madonna furono anche dati per compagnia tre vescovi, di Carniola, di Venosa e di Orte.

Alessandro fece ogni sforzo per persuadere quante donne e uomini nobili romani fu possibile ad unirsi al corteo. Ed ottenne anche questo, che la città di Roma nominasse quattro inviati d'onore, che dovevano assistere anche alle feste in Ferrara: Stefano Del Bufalo, Antonio Paoluzzo, Giacomo Frangipane e Domenico Massimi. Allo scopo stesso la nobiltà romana scelse Francesco Colonna di Palestrina e Giuliano conte di Anguillara. Vi s'aggiunsero anche Ranuccio Farnese di Matelica e Don Giulio Raimondo Borgia, capitano della guardia palatina, nipote del Papa. De' gentiluomini romani di second'ordine ve ne furono otto.

Cesare per conto proprio preparò un seguito di onore di 200 cavalieri, con musica e con buffoni per divertire per via la sorella. Spagnuoli, Francesi, Romani, Italiani di varie provincie composero la schiera. Due di loro vennero più tardi in fama, Ivo d'Allegre e Don Ugo Moncada. Di Romani v'erano il cavaliere Orsini, Piero Santa Croce, Giangiorgio Cesarini, fratello del cardinale Giuliano, ed altri signori degli Alberini, Sanguigni, Crescenzi e Mancini.

Lucrezia prese seco anch'essa una corte officiale di 180 persone. Nella lista, che è giunta sino a noi, sono specialmente indicate le sue dame di compagnia. Prima Angela Borgia, una damigella elegantissima, come la chiama un cronista di Ferrara. La bellezza sua fu già lodata in Roma dal poeta Diomede Guidalotto. E con essa era anche la sorella donna Girolama, moglie del giovane Fabio Orsini. Accompagnavano pure Lucrezia madonna Adriana Ursina, un'altra Adriana, moglie di Don Francesco Colonna, e una dama della casa degli Orsini, della quale non è indicato il nome, nè è ammessibile potesse essere la Giulia Farnese.

Molte vetture, che il Papa aveva fatte costruire in Roma, e 150 muli trasportavano le suppellettili di Lucrezia. Il bagaglio fu in parte avviato innanzi. La duchessa portò via seco tutto quanto il Papa avevale permesso di prendere. Egli non volle nemmeno che ne fosse disteso inventario, come il notaro Beneimbene aveva consigliato. «Perchè io voglio — così diceva agli ambasciatori ferraresi — che la duchessa liberamente disponga delle proprietà sue e le doni cui meglio le aggrada.» Egli aveva anche fatto alla figlia un presente di 9000 ducati per abbigliamento di lei e della sua servitù, e regalatole altresì una bella lettiga alla francese, nella quale avrebbe accanto a lei seduto la duchessa di Urbino, appena scontrata sul cammino.[171]

Mentre Alessandro lodavasi con gli ambasciatori di Ferrara della castità e pudicizia di sua figlia, esprimeva il desiderio che il suocero non la facesse attorniare che da dame e cavalieri per bene. «Ella stessa gli ha detto — così gli ambasciatori scrivevano al loro signore — che non farebbe arrossire mai Sua Santità pel modo suo d'operare; la qual cosa, per quanto possiam giudicare, teniamo per certo. Perchè, quanto più conversiamo con lei e quanto più consideriamo il viver suo, tanto veniamo in miglior opinione della bontà, onestà e discrezione sua, non omettendo che in casa sua non si vive solo cristianamente, ma anche religiosamente.»[172]

Anche il cardinal Ferrari si permise scriver lettera al duca, del quale era stato un tempo servitore. E in tono tutto pieno di unzione esortavalo a trattare amorevolmente la nuora, e levava al cielo le singolari virtù e meriti di costei.[173]

Il 5 gennaio fu pagato a' Ferraresi il saldo della dote in contanti, e gl'inviati avvisarono il duca, che tutto procedeva con ordine; che la nuora portava anche seco tutte le Bolle piene e in ottima forma; e che la comitiva era per porsi in cammino.[174]

Alessandro aveva prescritto le stazioni del lungo viaggio: Castelnuovo, Civitacastellana, Narni, Terni, Spoleto, Foligno. Quivi doveva trovarsi il duca Guidobaldo o la moglie per accompagnare madonna Lucrezia a Urbino. Di qui poi si doveva muovere attraverso gli Stati di Cesare; e per Pesaro, Rimini, Cesena, Forlì, Faenza e Imola andare a Bologna, per quindi giungere pel Po a Ferrara.

I luoghi, pe' quali si passava, avrebbero dovuto soggiacere a carichi troppo gravosi, ove avessero ospitata la cavalcata tutta quanta. Fu per questo qualche volta divisa e avviata per diverse strade. Come si procedesse in ciò, lo mostra un Breve del Papa a' Priori di Nepi, che il Gran Kahn di Persia non avrebbe potuto concepire in termini più laconici:

«Amati figliuoli, salute e benedizione Apostolica. — La nostra diletta figlia in Cristo, la nobile signora duchessa Lucrezia de' Borgia, partirà di qui, con numeroso seguito di gentiluomini, lunedì prossimo per essere accompagnata presso l'amato figliuolo, il nobile Alfonso di Ferrara, primogenito del duca. Dugento de' cavalieri prenderanno la via della città vostra. Noi vogliamo e vi ordiniamo, per quanto avete cara la grazia nostra e non volete incorrere nella nostra disgrazia, di accoglierli e trattarli per un giorno e due notti con ogni onoranza. Così per la vostra sollecitudine troverete appo noi il meritato plauso. Dato in Roma, presso San Pietro, sotto l'anello del pescatore, il 28 dicembre 1501, l'anno decimo del nostro Pontificato. — Adriano.»[175]

Il modo stesso fu tenuto con molti altri paesi. In ogni città, in cui la cavalcata giungeva e soprattutto in quelle ove si fermava, dovevasi per ordine del Papa onorar Lucrezia con archi trionfali, luminarie e cortei. Soltanto le spese tutte a carico delle Comunità.

Il 6 gennaio Lucrezia prese commiato da Roma, dal figlio Rodrigo e dai genitori. Vannozza però non l'avrà forse veduta che a quattr'occhi. Niuno di coloro, che riferiscono delle feste in Vaticano, ha mai fatto menzione di quella donna, nemmeno di nome.

Nella camera del Pappagallo ella si congedò dal padre, col quale restò sola un pezzo, sinchè non sopraggiunse Cesare. Nel separarsi da lei Alessandro continuò a dirle ad alta voce, che stésse di buon animo e gli scrivesse sempre che alcuna cosa da lui desiderasse, perchè di lontano farebbe per lei ancora più di quello che aveva fatto in Roma. Andò quindi per vederla in varii posti, sino a che la cavalcata non fu scomparsa.[176]

Lucrezia mosse alle tre dopo mezzogiorno. Sino a Porta del Popolo fu accompagnata da tutti i cardinali, dagli ambasciatori e da' magistrati di Roma. Montava sopra una mula bianca con coperta e finimenti d'argento battuto e frange d'oro ch'era un ricco vedere. Era in abito di viaggio: una gamurra d'oro tirato coperta di cremisino tagliato, e con una striscia di broccato d'oro, foderata d'armellino. Cavalcava in mezzo ad un corteggio di più di 1000 persone. Aveva accanto i principi di Ferrara e il cardinal di Cosenza. Il fratello Cesare l'accompagnò per un tratto; poscia, col cardinale Ippolito, tornò indietro al Vaticano.

Così Lucrezia Borgia separavasi per sempre da Roma e da un orribile passato.

Notes in this chapter

Note 1 · Il cardinal Ferrari ad Ercole. Roma, 27 agosto 1501.Note 2 · Minute ducali, primo settembre 1501.Note 3 · La lettera è stampata nella Lucrezia Borgia duchessa di Ferrara, del Zucchetti. Milano, 1869.Note 4 · Ed altre cose che egli disse per maggiormente magnificare il fatto. Matteo Canali al duca di Ferrara. Roma, 11 settembre 1501.Note 5 · Quale mi pare già essere optima Ferrarese. Dispaccio da Roma del 15 settembre.Note 6 · Che voleva havessimo veduto che la Duchessa non era zoppa. Il Saraceni a Ercole. Roma, 16 settembre.Note 7 · Saraceni. Roma, 23 settembre.Note 8 · Dispaccio del 25 settembre.Note 9 · Appendice di documenti, n. 29. Ercole fece rispondere in modo da calmare i timori. Lettera a' suoi due oratori in Roma, 30 settembre 1501.Note 10 · Dispaccio di Matteo Canali ad Ercole. Roma, 18 settembre 1501.Note 11 · Vedi le Bolle nell'Appendice di documenti, n. 27 e 28. Entrambe sono nell'Archivio di Modena. La prima è un duplicato, la seconda originale.Note 12 · In un mandato del Papa, relativo a certi balzelli, del 21 luglio 1501, si dice: Nobili Infanti Johanni Borgia nostro secundum carnem nepoti.Note 13 · Il Saraceni ad Ercole. Roma, 28 settembre.Note 14 · Datum in civitate Hispali, 7 gennaio 1502. Yo el Rey. — Archivio di Modena, nel Liber Arrendamentorun Terrarum ad Illmos Dnos Rodericum Bor.Note 15 · Lucrezia ad Ercole, 18 ottobre. Ercole a Lucrezia, 23 ottobre.Note 16 · Gerardo Saraceni ad Ercole, 15 ottobre 1501.Note 17 · Ercole a Don Francesco Roxas, 24 ottobre 1501.Note 18 · Gerardo Saraceni ad Ercole. Roma, 26 ottobre 1501.Note 19 · Il Saraceni ad Ercole, 26 ottobre 1501.Note 20 · L'oratore Manfredo Manfredi ad Ercole. Firenze, 22 e 24 novembre 1601.Note 21 · Il duca a' suoi due ambasciatori in Roma, 7 ottobre 1501.Note 22 · Ercole a Gerardo Saraceni, 24 novembre 1501, e altre sue lettere dello stesso tenore a' suoi ambasciatori.Note 23 · Ercole a Gerardo Saraceni in Roma, 11 ottobre 1501.Note 24 · Dispaccio dell'inviato Ferrarese ad Ercole. Roma, 31 ottobre 1501.Note 25 · Il qual mal effecto volendo nui fugire, seamo condescesani a contrahere la affinità cum soa Santità. Responsum ill.mi Dni ducis Ferrarie D. Note 26 · Che il procedere del Duca era un procedere da mercatante. Ercole a Gerardo Saraceni, 1º dicembre 1501.Note 27 · Ercole ad Alessandro VI, 1º dicembre 1501.Note 28 · Dispaccio di Giovanni Lucido, nell'Archivio di Mantova.Note 29 · La relazione di questo Reporter, che si segna El Prete, si conserva nell'Archivio di Mantova.Note 30 · Appendice di documenti, n. 34.Note 31 · Dispaccio di Gianluca Pozzi ad Ercole. Roma, 25 dicembre 1501.Note 32 · Gianluca Pozzi ad Ercole. Roma, 25 dicembre 1501.Note 33 · Fu necessario che la abreviasse. Gianluca e Gerardo ad Ercole. Roma, 30 dicembre 1501.Note 34 · E ciò nello scopo, che se mancasse essa Duchessa verso lo ill.mo Don Alfonso non fosse più obbligato di quanto voleva esserlo circa dette giNote 35 · Il Pozzi a Ercole, 1º gennaio 1501. — Archivio di Modena.Note 36 · El Prete ad Isabella. Roma, 2 gennaio 1502. Appendice di documenti, n. 35.Note 37 · Appendice di documenti, n. 34.Note 38 · Pozzi al duca Ercole. Roma, 28 dicembre 1501.Note 39 · Pozzi e Saraceni. Roma, 28 dicembre 1501.Note 40 · Roma, 9 gennaio 1502. Appendice di documenti, n. 36.Note 41 · Pozzi e Saraceni ad Ercole. Roma, 6 gennaio 1502.Note 42 · Nell'Archivio comunale di Nepi, dove lo copiai dal Libro de' Brevi, ec. Appendice di documenti, n. 33. — Con la stessa formola e sotto la meNote 43 · Beltrando Costabili al duca Ercole. Roma, 6 gennaio 1502.
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