LIBRO PRIMO. LUCREZIA BORGIA IN ROMA. (continued 2)
Raffaele Mariano translation
Certamente, il sospetto che gl'ingordi Farnesi si facessero lenoni di tanta ignominia, è molto naturale. In vero la prima ricompensa del peccato di Giulia non fu meno della porpora cardinalizia, guadagnata dal fratello suo Alessandro. Il Papa lo aveva già preconizzato con altri; ma la nomina incontrava ancora l'opposizione del Sacro Collegio, a capo della quale stava Giuliano Della Rovere. Anche il re Ferdinando appoggiava l'opposizione. Egli pose agli ordini de' cardinali, che la componevano, l'esercito suo in quei giorni appunto, in cui Lucrezia festeggiava il suo matrimonio con Pesaro.
Per un momento il marito Sforza fu un uomo d'importanza in Roma e intimo con tutti i Borgia. Il 16 giugno fu visto a cavallo col duca di Gandia andare all'incontro dell'ambasciatore spagnuolo, vestiti entrambi di abiti costosi, splendenti di pietre preziose, come se fossero due re. Gandia ritardò la sua partenza per la Spagna. Egli s'era colà sposato con donna Maria Enriquez, nobile valenzana, poco tempo innanzi l'ascensione al trono di suo padre. Di fatto un Breve di Alessandro, fin dal 6 ottobre 1492, permetteva a questo figlio e alla moglie di prendere l'assoluzione da qualunque confessore a scelta loro. L'alta origine di donna Maria mostra in quali splendide relazioni il bastardo Juan Borgia entrasse come Grande di Spagna. La moglie di fatto era figlia di Don Enrigo Enriquez, visconte di Leon e di donna Maria de Luna, prossima parente con la Casa reale d'Aragona. Don Juan lasciò Roma il 4 agosto 1493 per imbarcarsi sulle galee spagnuole in Civitavecchia. Stando alla relazione dell'agente ferrarese, tolse seco gran copia di oggetti preziosi, alla lavorazione de' quali gli orafi di Roma erano stati da mesi occupati.
De' figli quindi di Alessandro rimanevano in Roma Cesare, che doveva divenire cardinale, e Jofrè, che doveva andare a vivere principescamente in Napoli. Perchè, grazie agli sforzi di Spagna, la rottura tra il Papa e il re Ferdinando era cessata. La Spagna riuscì a far ritrarre il Papa dalla Francia e dalla lega con Ludovico il Moro. Questa repentina mutazione fu suggellata con lo sposalizio di Don Jofrè, bambino di 13 anni appena, con donna Sancia, figliuola naturale del duca Alfonso di Calabria. Lo sposalizio fu concluso il 16 agosto 1493 in Vaticano mercè procura, ed il matrimonio doveva essere solennizzato più tardi in Napoli.
Ora anche Cesare divenne cardinale, il 20 settembre 1493. I cardinali Pallavicini e Orsini, incaricati di esaminarne lo stato di legittimità, avevan fatto felicemente sparire la macchia della sua origine. A proposito di tale legittimazione Giannandrea Boccaccio in tono ironico scriveva a Ferrara, il 25 febbraio 1493: «Il vizio suo di figliuolo naturale sarà tolto via, e con ragione; e si giudicherà esser legittimo, essendo stato generato in casa, quando il marito della madre viveva; su ciò non cade dubbio: colui era allora in vita e presente, talvolta in città, tal'altra per ragion d'ufficio nelle terre della Chiesa, qua e là viaggiando.» Pure il nome di quest'uomo, che il solo Infessura chiama Domenico d'Arignano, non è nominato dall'ambasciatore.
In quel giorno medesimo furono anche elevati alla dignità di cardinali Ippolito d'Este e Alessandro Farnese. Questo giovane libertino doveva il suo alto stato nella Chiesa all'adulterio della sorella. Ciò era tanto saputo, che l'arguzia popolare de' Romani avevagli dato nome di Cardinale della Gonnella. I congiunti gaudenti non vedevano nella Giulia che l'istrumento della loro fortuna. Girolama Farnese, il 21 ottobre 1493, scriveva da Casignano al marito Puccio: «Voi avrete ricevuto lettere da Firenze anche prima di questa mia, e sentito quali beneficii Lorenzo abbia ottenuti, e tutti per opera della Giulia; e ciò vi farà molto piacere.»[46]
Anche il Governo di Firenze cercava sfruttare la relazione della Giulia con Alessandro, nominando Puccio, cognato di lei, ambasciatore a Roma. I Fiorentini avevano, appena dopo l'assunzione al trono di Alessandro, mandato colà questo insigne giurista per fare atto di obbedienza. Fu poscia per un anno lor commissario a Faenza, ove resse il Governo pel minorenne Astorre Manfredi. Andò poi sul cominciar dell'anno 1494 ambasciatore a Roma; e vi morì non più tardi dell'agosto.[47]
Suo fratello Lorenzo Pucci fu molto favorito nella sua carriera ecclesiastica. Più tardi, sotto Leon X, fu cardinale potente.
I Farnesi e la loro numerosa parentela erano ora nella migliore grazia del Papa come di tutti i Borgia. Nell'ottobre 1493 invitarono Alessandro e Cesare ad una riunione di famiglia nel castello Capodimonte, ove madonna Giovannella, madre della Giulia, preparò una festa. Non si sa se questa abbia in effetto avuto luogo; pure è da crederlo, poichè gli ultimi di quel mese Alessandro trovavasi a Viterbo.
La Giulia nel 1492 aveva partorito una figliuola, che ebbe nome Laura. Officialmente la bambina passava per figlia del marito Orsini; ma di fatto padre suo era il Papa. I Farnesi e i Pucci conoscevano benissimo il secreto, e senza il minimo sentimento di pudore cercavano trarne ogni possibile profitto. La Giulia si curava sì poco del giudizio del mondo, che se ne stava nel palazzo di Santa Maria in Portico, quasi fosse parente carnale di Lucrezia. Alessandro stesso ve l'aveva messa a dimorare, come dama di compagnia di sua figlia. Il marito Orsini aveva preferito, o forse dovuto preferire, di vivere, invece che a Roma, testimone importuno della vergogna sua, nel suo castello di Bassanello o di scegliersi a soggiorno una delle tenute che il Papa aveva regalate a lui, marito di madonna Giulia, della Sposa di Cristo, come la satira la chiamava.
Una lettera singolare di Lorenzo Pucci al fratello Giannozzo, del 23 al 24 dicembre 1493 da Roma, chiarisce questi ed altri secreti di famiglia. Egli ci fa assistere a scene intime nel palazzo di Lucrezia. Lorenzo era stato richiesto dal cardinal Farnese d'accompagnarlo a Roma pel Natale. E con costui era ito da Viterbo a Rignano, ove con gran festa furono ricevuti da' baroni di casa Savelli, parenti del cardinale. Quindi a cavallo continuarono il viaggio per Roma. Ora Lorenzo comunicava innanzi tutto al fratello i discorsi confidenziali, avuti, via facendo, col cardinale. Trattavasi di fidanzare la piccola figliuola di Giulia con qualcuno, che potesse poscia diventarle marito. Su ciò il cardinale apriva a Lorenzo l'animo suo. Al giovane Astorre Manfredi di Faenza Piero de' Medici voleva dare una sua figliuola: invece desiderio del Farnese era che Astorre impegnasse la sua mano con la nipote, la figlia della Giulia. Egli sperava persuadere Pietro de' Medici che tal matrimonio sarebbe utile a lui e alla Repubblica di Firenze, e che varrebbe a raffermare le relazioni di lui con la Santa Sede. Simile disegno occorreva svolgere in guisa che apparisse affatto come risultato dell'accordo del Papa e di Piero. Il cardinale contava sul consenso di Alessandro e di Giuliano e sull'influenza di madonna Adriana. A siffatte espansioni confidenziali Lorenzo Pucci rispose: «Monsignore, io credo sicuramente che il Signor Nostro (il Papa) darà una figliuola a questo signore (Astorre), perchè, intendiamoci bene, tengo che quella bambina sia figlia del Papa, come madonna Lucrezia, e nipote di Vostra Eminenza.»[48] Lorenzo nella lettera non dice che il cardinale abbia replicato motto a questa osservazione spinta sino all'impudenza, e che avrebbe fatto arrossire ogni uomo d'onore. In quella vece a noi sembra scorgere sulle labbra di Alessandro Farnese un sorriso di approvazione. Il temerario Pucci insisteva, del resto, ripetendo subito il pensier suo: «Essa (dic'egli nella lettera stessa) è figlia del Papa, nipote del cardinale, e figlia putativa del signor Orsini, al quale il Signor Nostro darà ancora altri tre o quattro castelli presso Bassanello. Oltracciò il cardinale pretende, che caso mai il signor Angelo (suo fratello) avesse a rimanere senza figli, i loro beni proprii non andranno ad altri che a quella bambina, avendola egli molto cara; e già pensare a ciò. Per tanto l'illustre Piero potrà disporre del suffragio del cardinale e averselo obbligato per sempre.» Fra tutti questi disegni Lorenzo non dimenticava se stesso. Esprimeva apertamente la speranza, che il fratello suo Puccio venisse a Roma, come in effetto venne, quale ambasciatore della Repubblica, e che anche per sè, grazie alla cooperazione di madonna Adriana e della Giulia, vi fosse da guadagnare qualche pingue beneficio.
Il 24 dicembre Lorenzo Pucci continuava la sua lettera, descrivendo una scena domestica nel palazzo di Lucrezia. Col suo racconto ci presenta quelle donne, specie la Giulia, in tutta la loro viva realtà.
«Giannozzo mio, vi scrissi iersera quel che più su; oggi poi, vigilia della Pasqua, sono andato a cavallo con monsignor Farnese in Palazzo al vespro papale. Prima però che il Signor Nostro entrasse nella cappella, sono stato nella casa di Santa Maria in Portico per vedere madonna Giulia. La incontrai giusto al punto, in cui s'era lavato il capo e, con madonna Lucrezia, la figliuola del Signor Nostro, e madonna Adriana ne stava accanto al fuoco. E l'una e le altre mi videro tanto volentieri quanto è possibile dire. Madonna Giulia volle che le sedessi vicino, ringraziandomi d'aver io condotto a casa Jeronima, e dicendomi che, a volerla contentare, era necessario che la conducessi ancora qua. Madonna Adriana aggiunse: «È egli vero che essa non abbia licenza di venir qua più che di andare a Capodimonte e Marta?» Risposi non m'esser noto, e quanto a me bastare di aver contentato madonna Giulia, conducendo colei a casa, della qual cosa avevami per lettere richiesto; che ora lasciavo a madonna Giulia, che nelle cose sue non mancava d'ingegno, la cura dei mezzi per trovarsi con quella; e che anche Jeronima non desiderava meno vedere Sua Signoria che questa desiderasse veder lei. Di che madonna Giulia mi ringraziò assai, dicendomi tenersi soddisfatta di me. Poscia le ricordai gli obblighi che con Sua Signoria aveva per tutto ciò che aveva operato per me; e che per questo non aveva saputo mostrarle meglio l'animo mio grato che accompagnando madonna Jeronima a casa. Ella mi rispose non valer la pena di ringraziarla per sì poca cosa; sperare potermi ancora compiacere in cose di maggior momento, ed all'occorrenza n'avrei fatta esperienza. Madonna Adriana replicò ch'io fossi certo di questo, che non pel cancelliere messer Antonio o per ambasciate sue, ma solo per favore di madonna Giulia avevo io ottenuto quei benefizii.
»Io mostrai crederlo per non contraddire, e ringraziai ancora una volta Sua Signoria. Quindi madonna Giulia mi domandò con molta premura di messer Puccio, e mi disse: «Noi lo faremo un dì venir qua; e se, quando ci fu, malgrado di tutti gli sforzi nostri non ci fu possibile ottenerlo, oggi invece riusciremo senza difficoltà.» M'accertò anche averle il cardinale iersera parlato di quel che per la via avevamo insieme conferito, e mi pregò di scrivere. Reputava però che, ove le cose si trattassero con l'intermezzo vostro, il magnifico Piero le udrebbe volentieri. Sicchè vedete ove le cose sono già ite. Volle anche che vedessi la fanciulla, la quale è già grandicella, e, a quanto mi sembra, somiglia al Papa adeo ut vero ex eius semine orta dici possit. Madonna Giulia si è ingrassata e fatta una cosa bellissima. In mia presenza si sciolse i capelli e se gli fece acconciare; le andavano sin giù a' piedi; nulla di simile vidi mai. Ha la più bella capigliatura che possa immaginarsi. Portava al capo un cuffione di rensa, con sopra una reticella leggiera come fumo con certi profili di oro: pareva davvero un sole. Gran cosa avrei pagato, perchè foste potuto esser presente per chiarirvi di quello più volte avete desiderato. Aveva un fodero indosso alla napoletana, e così anche madonna Lucrezia, che dopo poco andò via a cavarselo. Tornò di poi in veste foderata, pressochè tutta di raso pavonazzo. Le lasciai quando il vespro fu finito e i cardinali partivano.»[49]
Le relazioni intime con la Giulia, gl'illeciti legami del padre con colei, de' quali la Lucrezia era ogni giorno testimone, se non le furono proprio scuola del vizio, la fecero stare con questo in continuo contatto. In tale atmosfera poteva mai una fanciulla di soli 14 anni mantenersi pura? Non doveva l'elemento della immoralità, nel cui mezzo era costretta a vivere, avvelenare i sentimenti suoi, attutire o falsare in lei ogni idea di morale e di virtù, e quindi penetrare anche tutta la natura sua?
IX.
Sul finire dell'anno 1493 Alessandro VI aveva largamente provvisto all'avvenire de' figli suoi. Cesare era cardinale; Juan duca in Spagna; Jofrè fu presto principe a Napoli. Questo più giovane figliuolo del Papa si sposò con donna Sancia in Napoli il 7 maggio 1494, il giorno stesso in cui suo suocero Alfonso, qual successore di re Ferdinando, salì al trono e fu incoronato dal cardinale legato Giovanni Borgia. Don Jofrè restò a Napoli: egli divenne principe di Squillace. Anche Don Juan ricevette grandi feudi in quel reame, e portava per questo i titoli di duca di Sessa e principe di Teano.
Il marito di Lucrezia dimorò ancora un pezzo a Roma, ove il Papa avevalo preso al suo soldo, conforme al preesistente trattato d'alleanza con Ludovico il Moro. Del resto, lo Sforza era al tempo stesso anche uno de' condottieri di quest'ultimo. Ma già la condizione di lui alla Corte d'Alessandro cominciava a farsi ambigua. Gli zii suoi l'avevano sposato con Lucrezia, per fare del Papa un partigiano e complice della loro politica, che mirava ad una rivoluzione in Napoli. Ed ora invece Alessandro si legava strettamente con la dinastia Aragonese; dava al re Alfonso l'investitura del regno; e dichiaravasi contrario alla vagheggiata spedizione di Carlo VIII.
L'imbroglio per lo Sforza non era quindi piccolo. Sui primi d'aprile 1494 informava lo zio Ludovico della sua disperata condizione.
«Vedendo (così scriveagli) queste bandiere contro ogni debito dirizzarsi ad un cammino, che non mi piace, nè mai avrei creduto, tutto perplesso, come colui che non vorrei maculare la fede mia, nè contravvenire alle obbligazioni, che ho per capitoli col Pontefice e con l'Eccellenza Vostra, non avendo altro rifugio, non altro signore nè padrone qui che il Reverendissimo Cardinale Vicecancelliere (Ascanio Sforza), il quale mi fermò a' comuni stipendii, mi rivolsi a lui e lo supplicai che nel caso presente si degnasse consigliarmi e drizzarmi a quel cammino che più salutifero per me gli paresse e pel quale io venissi a conservare la fede mia, che mentre vivrò intendo mi sia una dote di ricchezza. E il cardinale mi rispose che ne parlassi al Pontefice, e facessi che Sua Beatitudine ne parlasse a lei; chè ella vedrebbe di assettare i fatti miei; e così feci. E ieri, dicendomi Sua Santità al cospetto di esso cardinale: «Ben ecco qua messer Gio. Sforza, che vuo' tu mo dire?» Gli risposi: «Padre Santo, per tutta Roma si tiene che la Santità Vostra sia d'accordo col Re (di Napoli), il quale è inimico dello Stato di Milano. Quando così sia, io mi trovo a un mal partito. Perchè, essendo ai comuni stipendii di Vostra Santità e di tale Stato, quando le cose andassero innanzi di questo passo, non vedo poter servire ad uno che non disserva all'altro. E spezzare la compagnia io nol vorrei fare. Supplico Vostra Beatitudine si degni ordinare la condizione mia in modo che non resti inimico al sangue mio, nè debba contravvenire alle obbligazioni che ho per capitoli.» Mi rispose, ch'io volevo intender troppo de' fatti suoi, e che togliessi la prestanza dall'uno e dall'altro, e non cercassi dai coppi in su. E così commise al detto cardinale ne scrivesse all'Eccellenza Vostra, come più diffusamente ella intenderà dalle lettere dello stesso, alle quali mi rimetto. — Signor mio, se avessi creduto venire a termini tali, avanti di essermi legato per questa via, sarìa stato a mangiarmi la paglia sotto. Io mi getto nelle braccia vostre. Prego l'Eccellenza Vostra non mi voglia abbandonare, ma considerare lo stato in che io mi ritrovo, e non mi mancare dell'affetto suo ed aiutarmi, favorirmi e consigliarmi, perchè io resti buon servitore dell'Eccellenza Vostra; e mi conservi il credito e quel poco di mio, che grazie allo Stato di Milano mi hanno lasciato i miei progenitori; e il quale, insieme con la propria persona e genti d'armi, io manterrò sempre agli ordini dell'Eccellenza Vostra.
»Roma.... aprile 1494.
»Giovanni Sforza.»[50]
La lettera rivela anche altri più profondi e più ascosi timori circa la durata del dominio su Pesaro. Sin d'allora i propositi del Papa di far sparire dallo Stato della Chiesa tutti quei tirannelli e vicarii eran già in qualche modo trapelati.
Poco tempo dopo, il 23 aprile, il cardinal Della Rovere fuggì da Ostia e andò in Francia per spingere Carlo VIII alla spedizione in Italia, non tanto per rovesciare l'ordine di cose esistenti in Napoli, quanto per trascinare quel Papa simoniaco innanzi a un Concilio e deporlo.
Ne' primi di luglio lasciò similmente la città Ascanio Sforza, oramai compiutamente rotto con Alessandro. Andò dai Colonna, a Genazzano, i quali erano al soldo di Francia. Carlo VIII si disponeva già a muovere per l'Italia. Intanto il 14 luglio il Papa e re Alfonso ebbero un convegno a Vicovaro presso Tivoli.
Erano in questo frattempo occorsi mutamenti importanti nel palazzo di Lucrezia. Il marito s'affrettò ad allontanarsi da Roma, il che dovette fare come condottiero della Chiesa. In tal qualità doveva unirsi all'esercito napoletano, che, sotto gli ordini del duca Ferrante di Calabria, s'andava concentrando in Romagna. Gli articoli del contratto matrimoniale gli davano facoltà di condur seco la moglie in Pesaro. Andarono con essa anche la madre Vannozza, Giulia Farnese e madonna Adriana. Alessandro stesso volle che partissero, temendo della peste, che cominciava a manifestarsi. Di ciò l'ambasciatore di Mantova in Roma informava sin dal 6 maggio il marchese Gonzaga; e il 15 scriveva allo stesso: «L'illustre signor Giovanni partirà immancabilmente lunedì o martedì in compagnia di tutte e tre le dame, che, per ordine del Papa, restano a Pesaro sino all'agosto: poscia faranno insieme ritorno.»[51]
Lo Sforza deve esser partito su' primi del giugno, essendo l'11 di questo mese giunta lettera di Ascanio al fratello a Milano, con la quale informavalo essere il signore di Pesaro con la moglie, con madonna Giulia, l'amante del Papa, e la madre del duca di Gandia e di Jofrè, partito da Roma e andato a Pesaro; e Sua Santità aver pregato madonna Giulia di ritornare al più presto.[52]
Il 18 luglio Alessandro fu di ritorno da Vicovaro a Roma; ed ecco la lettera che il 24 scrisse a sua figlia in Pesaro:
«Alessandro Papa VI, manu propria.
»Donna Lucrezia, figlia carissima. Da parecchi giorni non abbiamo tue lettere. A noi reca grandissima maraviglia che tu trascuri scriverci più spesso e darci nuove della salute tua e di quella del signor Giovanni, nostro carissimo figliuolo. Fa per l'avvenire di essere più accurata e diligente. Madonna Adriana e Giulia sono giunte a Capodimonte, ove trovarono morto il fratello. Della qual perdita han preso tanta alterazione e afflizione il cardinale e la Giulia, che entrambi sono stati colti da febbre. Noi abbiamo mandato Pietro Caranza a visitarli e provveduto a medici e al necessario. Speriamo in Dio e nella Nostra Donna gloriosa, che in breve staranno bene. Veramente in questa faccenda della partenza di madonna Adriana e di Giulia, il signor Giovanni e tu avete avuto poco rispetto e considerazione verso di noi. Le lasciaste partire senza espressa licenza nostra; mentre avreste, com'era debito vostro, dovuto pensare che un repentino allontanamento, senza nostra saputa, non ci poteva che sommamente dispiacere. Che se dici aver loro così voluto, perchè il cardinal Farnese così voleva e comandava; voi altri avreste dovuto considerare, se ciò fosse di gradimento al Papa. Oramai è fatto. Altra volta saremo più accorti, e penseremo molto bene in mano di chi mettiamo le cose nostre. Grazie a Dio e alla gloriosa Nostra Donna, noi stiamo benissimo di salute. Abbiamo avuto un convegno col Serenissimo re Alfonso. Egli s'è portato con noi con tanto amore ed osservanza ed obbedienza, come se fosse nostro proprio figlio. Non ti potremmo dire nè esprimere quanto siam partiti contenti e soddisfatti l'uno dell'altro. E sii certa che Sua Maestà metterà per lo Stato e in servizio nostro la propria persona e quanto al mondo possiede.
»Noi speriamo che ogni suspicione e tutte le differenze con questi Colonnesi in tre o quattro dì saran tolte. Per ora non resta che esortarti ad attendere a star sana e ad esser devota della gloriosa Nostra Donna. — Data a Roma da San Pietro, il 24 luglio 1494.»[53]
Questa lettera, la prima delle poche che ancora restano di Alessandro alla figlia, fa vedere che Giulia Farnese era, è vero, andata con madonna Lucrezia a Pesaro; ma che presto erane, all'insaputa e senza permesso di Alessandro, ripartita per rendersi alle terre della casa sua in Etruria. Stando ai dispacci di quell'ambasciatore mantovano, ella vi sarebbe accorsa per la malattia del fratello Angelo, che in effetto, poco dopo, nell'agosto, morì. Invece secondo una lettera veneziana in Marin Sanuto, la Giulia avrebbe abbandonato Roma per assistere ad un matrimonio presso i suoi congiunti, e in questa occasione lo scrittore la chiama: «la favorita del Papa, giovane sposa di grande bellezza, intelligente, savia e di dolce carattere.»
La lettera del Papa ci fa conoscere che le relazioni di lui con l'amante, tuttochè allontanatasi da Roma, rimanevan le stesse.
X.
Le tempeste, che vennero allora a scatenarsi sul capo di Alessandro, non toccarono Lucrezia, che col marito entrava in Pesaro l'8 giugno 1494. Sotto una pioggia torrenziale, che turbò la festa del ricevimento, essa prese possesso del palazzo degli Sforza, che ora doveva essere la sua residenza.
Ecco in brevissimi cenni la storia di Pesaro sino a quel tempo:
L'antica Pisaurum si dice edificata dai Siculi, e aver preso nome dal fiume, che non lungi dalla città va a sboccare nel mare, chiamato oggi Foglia. Nell'anno 570 di Roma la città divenne colonia Romana. Cominciando da Augusto fece parte della quarta Regione dell'Italia: da Costantino poi della provincia Flaminia. Caduto l'Impero Romano, Pesaro corse la sorte di tutte le altre città italiane, specialmente nella grande guerra de' Goti con l'imperatore greco: Vitige la distrusse; Belisario la riedificò.
Caduti i Goti, Pesaro fu incorporata all'Esarcato, componendo con le altre quattro città sull'Adriatico, Ancona, Fano, Sinigaglia e Rimini, la Pentapoli. Allorchè Ravenna venne in potere di Astolfo, re de' Longobardi, anche Pesaro diventò longobarda. Ma poscia per effetto della donazione di Pipino e di Carlo passò in possesso del Papa.
La storia ulteriore della città s'intreccia con quella dell'Impero, della Chiesa e del Marchesato d'Ancona. Per lunga pezza residettero colà Conti imperiali. Innocenzo III ne investì Azzo d'Este, signore di quella Marca. Più tardi, durante la lotta degli Hohenstaufen col Papato, fu talvolta dell'Impero, tal'altra della Chiesa, sino a che al finire del XIII secolo i Malatesta, dapprima suoi Podestà, se ne fecero poscia signori. Questa famosa stirpe Guelfa, proveniente da Castel Verrucchio, posto fra Rimini e San Marino, acquistò nel territorio di Pesaro prima la cittadella Gradara e via via estese il suo dominio sino ad Ancona. Nel 1285 Gianciotto Malatesta divenne signore di Pesaro. Alla morte sua nel 1504 ereditò il potere il fratello Pandolfo.
Poscia i Malatesta, signori nella prossima Rimini, dominarono non solo su Pesaro, ma su una gran parte della Marca, della quale s'impadronirono, mentre i papi sedevano in Avignone. Si assicurarono il possesso di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone mercè un trattato al tempo del celebre Gil d'Albornoz, che gli confirmò colà quali Vicarii della Chiesa. Un ramo secondario della casa ebbe sede in Pesaro sino a Galeazzo Malatesta. Minacciato questi dal parente suo Gismondo, il tiranno di Rimini, e inetto a proteggere Pesaro contro gli assalti di lui, nel 1445 vendette la città per 20,000 fiorini d'oro al conte Francesco Sforza; il quale ne investì per contratto suo fratello Alessandro, marito di una nipote di Galeazzo. Lo Sforza fu quel gran condottiero, che, estinti i Visconti, salì sul trono di Milano, come primo Duca della casa sua. Mentre egli fondava colà la linea de' duchi Sforza, il fratello suo Alessandro si faceva fondatore della casa de' signori di Pesaro.
Questo valoroso capitano prese possesso di Pesaro nel marzo 1445; due anni dopo ricevette l'investitura papale. Egli era maritato con Costanza Varano, una di quelle donne più esimie per bellezza e per spirito, che fiorirono in Italia nei primi tempi della Rinascenza.
Costei gli partorì Costanzo e una figliuola, Battista, la quale benanche, come moglie di Federico d'Urbino, sfolgorò più tardi per le virtù sue e pel suo genio. Le vicine corti di Pesaro e d'Urbino s'imparentarono e gareggiarono a vicenda nel culto delle arti belle e delle scienze. Un'altra figliuola non legittima di Alessandro fu Ginevra Sforza, donna a tempo suo non meno ammirata, famosa come moglie di Sante prima, poi di Giovanni Bentivoglio, signori di Bologna.
Dopo la morte della moglie, Alessandro Sforza passò a seconde nozze con Sveva Montefeltro, figlia di Guidantonio d'Urbino. Il 3 d'aprile 1473, dopo un regno felice, lasciò il suo bel paese al figlio.
Costanzo Sforza l'anno appresso si sposò con Camilla Marzana d'Aragona, principessa bella e di larga mente della Casa reale di Napoli. Egli pure era uomo illustre e liberale. Morì nel 1483 a 36 anni appena, senza eredi legittimi, Giovanni e Galeazzo essendo suoi figliuoli naturali. Il governo di Pesaro fu quindi retto dalla vedova Camilla per sè e pel figliastro Giovanni, sino a che questi nel novembre 1489 non la costrinse a lasciargli intero il reggimento.
Tale la storia della famiglia Sforza di Pesaro, nella quale ora Lucrezia Borgia era entrata come moglie appunto di Giovanni.
Il dominio comprendeva allora la città di Pesaro ed un novero di piccole comunità, chiamate castelli o ville: cioè Sant'Angelo in Lizzola, Candelara, Montebaroccio, Tomba di Pesaro, Montelabbate, Gradara, Monte Santa Maria, Novilara, Fiorenzuola, Castel di Mezzo, Ginestreto, Gabicce, Monteciccardo e Monte Gaudio. Di più anche Fossombrone da' Malatesta era passato agli Sforza.
Il Principato, come s'è detto, apparteneva da tempo antichissimo alla Chiesa, dalla quale prima i Malatesta e poi gli Sforza ne erano stati come Vicarii investiti, a titolo feudale, contro l'annuo canone di 750 fiorini d'oro. La figlia quindi di un papa per un tiranno di Pesaro doveva essere la più conveniente delle mogli, che potesse augurarsi nelle condizioni d'allora, quando i papi sforzavansi a far scomparire dallo Stato della Chiesa quelle illegittime dominazioni. Se Lucrezia guardava l'estensione e l'importanza del suo piccolo regno, certo doveva a se stessa confessare, che rimaneva indietro rispetto alle altre donne residenti a Urbino, Ferrara e Mantova, o in Milano e Bologna. Pure, sotto il supremo dominio del Papa, del proprio padre, ella era sempre diventata principessa indipendente. E comecchè i possedimenti suoi non abbracciassero che poche miglia quadrate, eran pur sempre uno de' più preziosi giardini d'Italia.
Pesaro giace libera e piana in spaziosa valle. Una catena di verdeggianti colline le fa corona d'intorno, quasi a forma d'anfiteatro, che va a terminarsi nel mare. E su questo, all'estremità del semicerchio, due erti promontorii si spiccano, l'Accio e l'Ardizio. Il Foglia serpeggia attraverso la valle. La graziosa città siede sulla destra sponda, e con le sue torri, e le mura e il castello si stende sulla piaggia biancastra. A settentrione, verso Rimini, i monti si serrano al mare; a mezzogiorno invece la riva è più larga. E di quivi attraverso i tenui vapori marini veggonsi spuntare le torri di Fano. E più in là si mostra il Capo d'Ancona.
Quelle deliziose colline e quella valle ridente, e quel cilestre cielo che le copre, e il mare raggiante formano insieme un quadro, ove spira un soffio di amenità che rapisce. Gli è il più soave idillio sulla spiaggia adriatica. Le aure dalla terra e dal mare sembrano colà comporre una lirica melodia, che slarga il cuore e fa vibrare nell'anima immagini belle e felici. Pesaro è la culla del Rossini e di Terenzio Mamiani, dell'esimio poeta ed uomo di Stato, che oggi ancora sa consacrare le più nobili facoltà sue al risorgimento d'Italia.
Le passioni de' tiranni di questa città non furono così spaventevoli come di altri dinasti del loro tempo, forse anche perchè il bel paese era troppo piccolo per feroci ambiziose geste. Dico forse, perchè lo spirito umano non sempre si forma secondo le influenze della natura. Uno de' più empii scellerati fu Gismondo Malatesta nella mite e bella città di Rimini. Gli Sforza però, quando si paragonino co' loro cugini di Milano, sembrano signori buoni e felici. Una serie di nobili dame fu ornamento della loro piccola corte. Ed ora Lucrezia doveva sentirsi chiamata a modellarsi su quelle.
Poichè fu entrata a Pesaro, se in età così giovane l'anima sua non era per anco resa incapace di una felicità modesta, dovette la prima volta provare l'inebbriante sentimento della libertà. Colà Roma severa col sinistro Vaticano, con i suoi delitti e le sue passioni, potette apparirle quasi carcere, dal quale erasi sottratta. Certamente, tutto quello che in Pesaro la circondava, era piccino in confronto della grandezza di ogni cosa a Roma. Pure colà non era più soggetta all'influenza immediata e al volere del padre e del fratello, da' quali oramai la dividevano l'Appennino e una distanza per quel tempo grande.
La città di Pesaro, che oggi conta più di 10,000 abitanti e col suo territorio n'ha quasi 20,000, allora ne conteneva forse la metà. Aveva strade e piazze regolari, con architettura essenzialmente gotica, però già interrotta da edifizii in stile della Rinascenza. Alcuni chiostri e chiese, che ancora oggi serbano le antiche facciate, come San Domenico, San Francesco, Sant'Agostino e San Giovanni, davano alla città aspetto degno e onorevole, tuttochè non straordinariamente bello.
I più grandi edifizii monumentali di Pesaro erano quelli dei tiranni regnanti; il castello sul mare, e il palazzo sulla piazza della città. Quello fu costrutto da Costanzo Sforza nel 1474, e poi interamente rifatto dal figlio Giovanni. Ancora oggi se ne vede il nome su una lapide di marmo alla porta d'ingresso. Con quattro torri rotonde e tozze, e bastioni, in rasa pianura, circondato da una fossa, esso è posto all'angolo delle mura della città verso il mare; e solo la prossimità di questo poteva dargli certa saldezza. Malgrado di ciò, ha apparenza di sì poco rilievo, che v'è da maravigliarsi come, anche in quel tempo, per imperfettissima che fosse ancora l'artiglieria, potesse esser tenuto atto a resistere.
Il palazzo degli Sforza sta ancora sulla leggiadra piazza della città, della quale occupa un lato. Costruzione a due grandi cortili, di bell'aspetto, ma non maestoso. I Rovere, successori degli Sforza, l'abbellirono nel secolo XVI. N'edificarono pure la sontuosa facciata che posa su portico a sei archi rotondi. Le armi degli Sforza nel palazzo sono sparite. Sulle facciate e sotto le vôlte sono invece frequenti le iscrizioni Guidobaldus II Dux, e l'arme de' Rovere. V'era già al tempo di Lucrezia la magnifica sala per le feste, il più bel fregio del palazzo; grande e vasta da farla degna del più potente de' monarchi. Ma la mancanza di decorazione alle pareti, o di porte guernite di marmi finissimi, quali si ammirano nel Castello di Urbino, mostra anch'essa le modeste condizioni della dinastia di Pesaro. La ricca vôlta della sala in legno dorato e dipinto risale al tempo del duca Guidobaldo.
Ogni memoria del tempo, in cui quel palazzo fu abitato da Lucrezia Borgia, è morta. Non vivono che i ricordi di un tempo posteriore; della vita della corte de' Rovere, ove il Bembo, il Castiglione e il Tasso furono più volte ospiti. La corte ufficiale, che Lucrezia aveva seco menata, non bastava a popolare quegli ampii spazii. Anche la madre, madonna Adriana e Giulia Farnese non si trattennero con lei che breve tempo. Essa maritò in Pesaro una giovane spagnuola del suo seguito, donna Lucrezia Lopez, nipote del Datario, e poscia cardinale Giovanni Lopez, con Gianfrancesco Ardizio, il medico e il confidente di Giovanni Sforza.
Nel palazzo non trovò altri parenti del marito che il più giovane fratello Galeazzo. Questa dinastia non fu feconda, e già tendeva all'estinguimento. Anche Camilla d'Aragona, la madrigna di Giovanni, non era della compagnia di lei, avendo sin dal 1489 abbandonato Pesaro per sempre, ed essendosi ritirata in un castello presso Parma.
L'estate, l'attraente paese potette procacciare alla giovane principessa qualche svago. Potè visitare la vicina corte di Urbino, ove vivevano Guidobaldo di Montefeltro e la moglie Elisabetta nel superbo castello, del quale l'intelligente Federico aveva fatto un centro di coltura. Viveva allora in Urbino Raffaello, fanciullo di 11 anni, discepolo assiduo e zelante nello studio del padre suo Sanzio.
Lucrezia andò nella state in una delle belle ville sulle colline de' pressi. Soggiorno preferito dal marito era Gradara, castello in luogo elevato sulla strada di Rimini, che ancora oggi con le sue mura rosse e con le sue torri si mantiene intatto. Ma il più magnifico dei castelli era la Villa Imperiale. Rimane a mezz'ora da Pesaro; sul Monte Accio; e si gode di là una estesa vista sul mare e sul continente. Sontuoso palazzo d'estate per gran signori e per gente felice, nata ai più eletti comodi e ai godimenti più belli. Questa villa deve aver somigliato a un giardino di Armida. Alessandro Sforza l'edificò il 1464; l'imperatore Federico III, tornando dal suo viaggio in Roma per l'incoronazione, ne pose la prima pietra; indi il nome di Villa Imperiale. Più tardi fu compiuta da Eleonora Gonzaga, moglie di Francesco Maria Della Rovere, erede di Urbino e successore di Giovanni Sforza nel dominio di Pesaro. Artisti celebri l'ornarono di pitture allegoriche e storiche; il Bembo e Bernardo Tasso la cantarono in versi; e Torquato vi lesse alla corte dei Rovere la sua favola boschereccia, l'Aminta. Oggi è anch'essa in uno stato di deplorevole rovina.
Pesaro, del resto, non poteva offrire grande divertimento ad una giovane signora abituata alla rumorosa vita di Roma. La piccola città non aveva nobili d'importanza. Le case dei Brizi, degli Ondedei, dei Giontini, Magistri, Lana, Ardizii ed altri con le loro maniere e costumanze patriarcali non potevano per Lucrezia supplire alle relazioni tanto cospicue e importanti con i grandi di Roma. Del movimento umanistico della coltura italiana qualche soffio era pur penetrato in Pesaro. Colà, come nelle città limitrofe sull'Adriatico e sin nell'Umbria, era in fiore quella leggiadra arte industriale, la dipintura delle maioliche, che, portata alla sua perfezione, degnamente successe all'arte vasaria della Magna Grecia e dell'Etruria. Aveva già preso largo incremento al tempo degli Sforza. Una delle più antiche maioliche nel Museo Correr a Venezia, rappresentante Salomone in adorazione innanzi a un idolo, porta la data del 1482. E sin dal secolo XIV era quell'arte coltivata anche in Pesaro, e v'aveva preso poderoso slancio sotto il reggimento di Camilla d'Aragona. Ancora oggi nella Casa Comunale si conservano alcuni avanzi della ricchezza delle antiche fabbriche cittadine.
Anche per altre vie si muoveva colà la vita dello spirito, che v'era stata suscitata dagli Sforza o dalle donne loro, gareggiando con Urbino e Rimini. In quest'ultima città Gismondo Malatesta raccoglieva intorno a sè poeti ed eruditi, ai quali dava stipendii in vita, e, morti, faceva erigere sarcofaghi sul muro esterno del Duomo. Specialmente Camilla ebbe molto a cuore il culto delle scienze. Nel 1489 chiamò a Pesaro un greco, Giorgio Diplovatazio di Corfù, uomo di merito, parente di Laskari e Vatazes, che, fuggito da' Turchi, era venuto in Italia. E in quel tempo stesso già vivevano nella ospitale Pesaro altri esuli Greci delle stirpi degli Angeli, de' Komneni e de' Paleologhi. Il Diplovatazio aveva studiato a Padova; a Pesaro Giovanni Sforza lo fece nel 1492 Avvocato del fisco. Dopo d'allora e sino alla morte, nell'anno 1541, sfolgorò colà come giurisperito.[54]
Lucrezia adunque trovò in Pesaro quest'uomo illustre. Con lui e con altri Greci avrebbe potuto continuare i suoi studii, ove la maturità degli anni o la natia inclinazione ve l'avesse spinta. Una biblioteca, raccolta dagli Sforza, gliene offriva i mezzi. Mancava colà un altro uomo allora non meno celebre, Pandolfo Collenuccio, poeta, retore e filologo, divenuto conosciutissimo per la sua storia di Napoli. Aveva servito la casa Sforza come segretario e diplomatico; e alla sua eloquenza il marito della Lucrezia doveva, se a lui, bastardo di Costanzo, fu concessa l'investitura di Pesaro da Sisto IV e da Innocenzo VIII. Ma il Collenuccio cadde poscia in disgrazia; Giovanni Sforza nel 1488 prima lo mise in prigione, e poi lo esiliò. Andò a Ferrara a prestare i suoi servizii a quella corte. Accompagnò il cardinale Ippolito a Roma; e vi si trovava nel 1494, proprio al tempo, in cui Lucrezia andò a prender possesso di Pesaro. Probabilmente in Roma ella ebbe occasione di conoscerlo.[55]
Ai tempi di Lucrezia non era neanche in Pesaro il giovane poeta Guido Postumo Silvestro, allora sempre a Padova agli studii. Ben dovette forse a Lucrezia rincrescere di non aver potuto accogliere alla sua corte questo poeta pieno di spirito quanto irrequieto. La sua grazia affascinante gli avrebbe probabilmente ispirato altri versi, diversi da quelli ch'ei più tardi indirizzò ai Borgia.
La sposa dello Sforza fu accolta in Pesaro con amore; e ben presto v'ebbe amici molti. Era in sul primo schiudersi della florida giovanezza sua. Niuno di quegli eventi, che più tardi la resero oggetto di diffidenza o di pietà, ne turbava ancora l'esistenza. Se nel suo matrimonio con lo Sforza godette mai realmente la felicità della vita, furono, certo, i giorni passati in Pesaro quelli che poterono farla vivere come invidiabile regina di un idillio pastorale. Ma tale non era la sorte a lei destinata. L'ombra sinistra del Vaticano si spandeva sin sulla Villa Imperiale del Monte Accio. Un dispaccio del padre poteva ogni giorno richiamarla a Roma. Forse anche cominciò ella stessa a trovare il soggiorno di Pesaro troppo monotono e vuoto, soprattutto per questo, che di frequente il marito era costretto ad allontanarsi dalla corte di lei per i doveri di condottiero presso l'esercito del Papa e de' Veneziani.
Gli avvenimenti, che in quel mentre avevan messo l'Italia a soqquadro, ridussero Lucrezia di nuovo a Roma, dopo un anno di pace goduto in Pesaro.
XI.
Su' primi di settembre 1494 Carlo VIII entrava in Piemonte; e d'un tratto le condizioni d'Italia mutavan tutte. Il Papa, il suo alleato Alfonso e Piero de' Medici, in breve tempo, si videro quasi inetti a difendersi. Già a' 17 novembre faceva quel re ingresso a Firenze. Alessandro avrebbe voluto mettergli contro le truppe sue e le napolitane a Viterbo, ove trovavasi come Legato il cardinal Farnese. Ma i Francesi, senza ostacolo, penetrarono e si sparsero nel Patrimonio. E insino l'amante del Papa, la sorella Girolama, e madonna Adriana, quelle donne ch'erano il cuore e gli occhi di Alessandro, caddero in mano di una colonna francese.
L'agente mantovano Brognolo ne informava il suo signore con dispaccio del 29 novembre 1494: «È occorso un caso, ch'è oltraggio grande pel Papa. L'altr'ieri madonna Adriana e madonna Giulia con la sua sorella uscivano dal loro castello di Capodimonte per recarsi a Viterbo presso il loro fratello, il cardinale. A qualche miglio di colà s'imbatterono in una schiera di cavalleria francese, e furon prese e menate a Montefiascone insieme con tutto il seguito loro, 25 a 30 persone a cavallo.»
Il capitano francese, che fece sì preziosa presa, fu monsignor d'Allegre, forse quell'Ivo, che più tardi entrò al servizio di Cesare. «Allorchè seppe chi fosse quella bella dama, le impose per riscatto la somma di 3000 ducati; e informò per lettera il re Carlo della persona che aveva fatta prigioniera; ma colui non volle vederla. Madonna Giulia scrisse quindi a Roma, che la era trattata benissimo, e le si mandasse la somma pel riscatto.»[56]
La nuova dell'accaduto gettò Alessandro nella massima costernazione. Immediatamente mandò un cameriere a Marino, ov'era allora al quartier generale de' Colonna il cardinale Ascanio, il quale, da lui vivamente pregato, era tornato il 2 novembre e messosi a negoziare col re Carlo. Col cardinale si dolse dell'affronto arrecatogli, e impetrava che s'impegnasse per la liberazione de' prigionieri. Scrisse puranco a Galeazzo di Sanseverino, che accompagnava il re a Siena. E, compiacente verso codesti signori, Carlo VIII ordinò che quelle donne fossero mandate libere. Sotto la scorta di 400 Francesi furono condotte sino alle porte di Roma, e ivi ricevute, il primo dicembre, da Giovanni Marades, cameriere del Papa.[57]
Il romantico avvenimento fece parlar di sè per tutta Italia. Fu un rallegrarsi dello scandalo, di cui il Papa era stato vittima, e un ridere alle spalle sue. Una lettera del Trotti, ambasciatore ferrarese presso la corte di Milano al duca Ercole, ci mostra come Ludovico il Moro, l'usurpatore del trono di suo nipote, fatto da lui avvelenare, giudicasse il Papa in tal circostanza: «Egli biasimava fortemente monsignor Ascanio e il cardinal Sanseverino per la restituzione di madonna Giulia, di madonna Adriana e di Girolama a Sua Santità, perchè, essendo tali donne il cuore e gli occhi del Papa, sarebbero state il miglior flagello per costringere costui a tutto quello che si desiderava; mentre Sua Santità non sapeva vivere senza di esse. I Francesi, che le presero, non avevano avuto per riscatto che 3000 ducati; invece, solo per riaverle, il Papa ne avrebbe pagati più di 50,000. Secondo notizie arrivate al nominato signor duca da Roma e anche da Firenze da Angelo, che era colà, quando le donne entrarono, Sua Santità andò loro incontro, in giubba nera, con liste di broccato in oro, con una bella ciarpa alla spagnuola e col pugnale e la spada. Portava stivali spagnuoli e berretto di velluto molto galante. Il duca, ridendo, mi domandò cosa ne pensassi; e io, senza indugiare, gli risposi, che se fossi, come lui, duca di Milano, vorrei tentare, mercè il re di Francia o per qualunque altra via, sotto pretesto di accordo, di aggirare e vincere in astuzia Sua Santità, e con belle parole, il che egli stesso ha fatto, prender lui e i cardinali prigionieri; cosa del resto agevole di molto! Chi ha in mano il servo — almeno così suona da noi il proverbio — tiene anche il carro co' bovi insieme; e mi ricordai bensì di quel verso di Catullo: tu quoque fac simile, simile ars deluditur arte.»[58]
Ludovico, il degno contemporaneo de' Borgia, amicissimo una volta di Alessandro VI, ora l'odiava, dopo che questi erasi alienato da lui e da Francia. Soprattutto l'imprigionamento traditoresco del fratello Ascanio era valso ad irritarlo oltre ogni misura. Lo stesso ambasciatore scriveva ad Ercole il 28 dicembre: «Il duca Ludovico mi disse parergli d'ora in ora vedere arrivare messer Bartolomeo de Calcho con una staffetta per informarlo che il Papa fosse stato preso, e tagliatagli la testa.»[59] Libero il lettore di ritenere o no, che per questo odio appunto Ludovico si permettesse rispetto al Papa un linguaggio così maledico, o anche di esagerare nel suo dialogo col Trotti, ovvero di affermare in pubblico Consiglio di Stato, il Papa essersi fatto venire per suo uso tre donne: l'una, monaca di Valenza; l'altra, una castigliana; la terza, una fanciulla di Venezia, bella come un'immagine, tra i 15 e 16 anni. «Qui in Milano — così il Trotti — si pronunziano in pubblico tali ingiurie contro questo Papa, quali forse in Ferrara non si ammetterebbe contro il Torta.»[60]
Come Carlo VIII vittorioso, senza riportar vittorie, si spingesse sino a Roma e a Napoli, è raccontato in altre storie. La sua spedizione conquistatrice attraverso l'Italia è forse la più umiliante delle invasioni che quel paese abbia avuto a subire. Ma essa insegna, che, quando Stati e popoli son divenuti maturi per la decadenza, basta anche la forza di un fanciullo di fiacca mente per mandarli in perdizione. Il Papa seppe giuocare d'astuzia col monarca di Francia e superarlo. Questi, anzi che farlo deporre mercè un Concilio, lo riconobbe qual Vicario di Cristo e concluse con lui un trattato.
Egli irruppe quindi nel Napoletano. E dopo breve tempo il paese venne in poter suo. Ma poichè l'Italia riprese coraggio e gli si strinse in lega alle spalle, Carlo VIII fu costretto a tornare indietro. Alessandro lo schivò, andandosene prima ad Orvieto, poi a Perugia. Quivi fece venire Giovanni Sforza, che v'andò con la moglie il 16 giugno 1495; e, restatovi quattro giorni, se ne tornò poi di nuovo a Pesaro.[61] Il re di Francia si aprì felicemente sul Taro un varco attraverso l'esercito della Lega; e così con onore si sottrasse alla morte o alla prigionia.
Tornato a Roma, Alessandro VI si trovò tanto più raffermato sulla Santa Sede, intorno alla quale raccolse i suoi ambiziosi bastardi. E questi Borgia si levarono con tanta maggiore audacia, in quanto, scosso per l'invasione tutto l'ordine di cose esistenti in Italia, riusciva assai più facile dar seguito ai propositi loro.
Lucrezia restò ancora un po' di tempo a Pesaro col marito, che per la Lega era stato preso al soldo dai Veneziani. Pure nè alla battaglia sul Taro, nè all'assedio di Novara Giovanni Sforza erasi lasciato vedere. Conclusa poi nell'ottobre 1495 la pace tra Carlo VIII e il duca di Milano, mercè la quale cessava la guerra nell'Alta Italia, lo Sforza potette ricondurre la moglie a Roma. Marin Sanudo c'informa della presenza di lei nella città sul finire dell'ottobre, e il Burkard di quella per la festa di Natale.
In servizio della Lega lo Sforza comandava 300 fantaccini e 100 uomini d'arme. Con questo corpo doveva nella primavera dell'anno seguente muovere per Napoli, ove l'esercito alleato sosteneva vigorosamente il giovane re Ferrante II in guerra coi Francesi, ch'erano sotto gli ordini del Montpensier. Colà s'indirizzava benanche il capitano generale di Venezia, il marchese di Mantova. Questi entrò in Roma il 26 marzo 1496. Il 15 aprile vi giunse anche lo Sforza con i suoi mercenarii, e ne partì il 28 aprile, lasciandovi la moglie. Il 4 maggio arrivò a Fondi.[62]
I due figli di Alessandro, Don Juan e Don Jofrè, continuavano allora a rimaner lontani. L'uno, il duca di Gandia, fu preso similmente al soldo da Venezia. Era atteso dalla Spagna per porsi alla testa di 400 uomini, che il suo luogotenente Alovisio Bacheto raccoglieva per lui. L'altro, Don Jofrè, come s'è visto, era ito nel 1494 a Napoli, ove erasi sposato con donna Sancia e stato nominato principe di Squillace. Come membro della casa Aragonese, corse anch'egli i pericoli della declinante dinastia; e ciò doveva spingere il Papa ad impedire di questa l'estrema e totale rovina. Accompagnò il re Ferrante nella fuga, e seguì anche le insegne di lui, allorchè, dopo la ritirata di Carlo VIII, quegli per gli aiuti di Spagna, di Venezia e del Papa, tornava di nuovo a impadronirsi del reame e rientrava in Napoli nell'estate 1495.
Don Jofrè con la moglie non vennero a Roma che l'anno appresso. Entrambi fecero il loro ingresso solenne il 20 maggio 1496 con pompa veramente regale. Ambasciatori, cardinali, magistrati della città, molti baroni andarono loro incontro avanti a Porta Lateranense. V'andò anche Lucrezia accompagnata dalla sua corte officiale. Con tutto questo seguito la giovane coppia fu condotta al Vaticano. Il Papa ricevette il figlio e la nuora sul trono, circondato da undici cardinali. Fece sedere a terra, sopra cuscini, Lucrezia alla sua destra e Sancia alla sinistra. Era il tempo pasquale. Alle solenni funzioni si vedevano le due principesse e le loro dame di corte sfacciatamente sedute sugli stalli de' canonici; e per tal modo, come il Burkard nota, erano pel popolo motivo di pubblico scandalo.
Tre mesi più tardi, il 10 agosto 1496, anche il maggior figlio di Alessandro, Don Juan, duca di Gandia, entrò con grandissima solennità in Roma, per fermarvisi, avendo il padre deciso far di lui un gran principe.[63] Non è mai detto ch'egli abbia condotto seco la moglie donna Maria.
Così per la prima volta Alessandro VI vedeva intorno a sè tutti i suoi figli. Nel Borgo Vaticano non v'erano allora meno di tre corti di nepoti. Juan aveva stanza nel Vaticano; Lucrezia nel palazzo Santa Maria in Portico; Jofrè nella casa del cardinale d'Aleria presso Castel Sant'Angelo; e Cesare nel Borgo stesso.
Tutti codesti individui eran venuti su dal nulla, avidi d'onori, di potenza e di godimenti; giovani tutti e belli, e pressochè anche tutti gente di vita rotta, ma graziosamente eloquenti e rivestiti, pari alla gioventù depravata dell'antica Roma, delle forme più amabili e più leggiadre della socievolezza. Solo, in verità, un angusto modo di giudicare, che non vede in quegli uomini se non le crudezze, può indursi a raffigurare i Borgia qual branco di bestie per natura feroci. Essi erano, nè più nè meno, come parecchi principi e signori del tempo loro. Spietati e scellerati adoperavan veleno e pugnale; spazzavano via tutto quanto si parasse contro la passione loro; e ridevano, quando l'azione diabolica era consumata. Ciò che pone i Borgia particolarmente in rilievo fra la schiera de' privilegiati malfattori di quel tempo, è il fondamento della Chiesa e del Cristianesimo, sul quale s'appoggiano. Di qui appariscono come la caricatura infernale del concetto del santo; e Alessandro stesso è stato designato come anticristo.
Se potessimo penetrare ne' misteri della vita, che quei dissoluti bastardi traevano intorno al Vaticano, ove il padre loro nella coscienza della sicurezza e potenza sua era oramai despota assoluto, scopriremmo senza dubbio cose da sbalordire. Era davvero spettacolo non mai visto quello che si svolgeva in quel sacro recinto di San Pietro. Due donne giovani e belle vi tenevano splendida corte, e ogni dì si vedevano aggirarsi colà nugoli di dame e cavalieri spagnuoli e italiani; e la gente elegante di Roma e nobili e monsignori affollarsi e pigiarsi per fare omaggio a quelle donne. Delle due, Lucrezia aveva appena 16 anni, Sancia poco più di 17.
È facile immaginare quanti intrighi amorosi in quei palazzi fossero allora orditi, e che ridda infernale vi menassero gelosia e ambizione. Niuno in vero crederà che quelle principesse piene di giovanili ardori e di vanità vivessero, all'ombra di San Pietro, come monache o sante. Invece i loro palazzi risuonavan sempre di canti e di suoni, di banchetti e festini. Si vedevano quelle donne andar con cavalcate sontuose per Roma, ed entrare in Vaticano. Si vedeva il Papa sempre in contatto con loro, sia che andasse di persona a visitarle e prender parte alle loro feste, sia che le ricevesse, talvolta in privato, tal'altra in forma solenne, come principesse della casa sua. Alessandro per se stesso, per quanto affogato nella sensualità, non amava l'orgia sregolata. L'ambasciatore ferrarese, il Boccaccio, scriveva di lui nel 1495 al suo signore: «Il Papa non si ciba che di una vivanda sola, abbenchè questa debba essere abbondante. È quindi una pena desinar con lui. Ascanio ed altri, specialmente il cardinal Monreale, che solevano essere commensali di Sua Santità, e così anche Valenza, non andando loro a genio tanta parsimonia, hanno rinunziato a quella compagnia e la schivano quando e come è possibile.»[64]
La vita del Vaticano doveva porger motivo a ciarle moltissime, e in Roma la sete di scandalo era da tempo antichissimo più che ardente. Già nell'ottobre 1496 si raccontava a Venezia, il duca di Gandia aver seco condotto una spagnuola pel padre, con la quale questi viveva; e si parlava di un empio fatto, che par quasi incredibile, ma che vien narrato dall'ambasciatore veneziano e da altri.[65]
Ben presto donna Sancia fece discorrer molto di sè. Era bella e leggiera; si sentiva figlia di re. Dalla più corrotta delle corti era passata in Roma demoralizzata, qual moglie di un fanciullo immaturo. Dicevasi, che i suoi cognati il Gandia e Cesare disputavansi il possesso di lei, e che lo acquistarono alternativamente; e che giovani baroni e giovani cardinali, come Ippolito d'Este, potevano vantarsi de' suoi favori.
Ebbe ben donde il Savonarola se prese di mira anche questa corte di nepoti, allorchè dal pulpito di San Marco di Firenze con accesa indignazione tuonava contro la Sodoma di Roma.
Quando anche la voce del gran predicatore, la cui fama risuonava allora per tutta Italia, non fosse giunta sino a lei, pure Lucrezia, per propria esperienza, poteva già sapere che abominevole mondo fosse quello, nel quale viveva. A sè d'intorno vedeva vizii mostrarsi nudi e impudenti o tutt'al più coperti di certa dignitosa vernice; cupidigia di onori e di danaro, che non rifuggiva da qualunque delitto; una religione fatta più pagana dello stesso Paganesimo; un culto ecclesiastico, nel quale preti, cardinali, il fratello Cesare, il padre, tutti quei santi personaggi, la cui maniera di vivere era a lei nota perfettamente e nel più intimo fondo suo, avevano a compiere con pompa e decoro i misteri della Divinità. Tutto ciò vedeva Lucrezia. Sbagliano però quei che credono, ch'essa o altri a lei simili, lo vedessero e giudicassero così come facciamo noi oggi o forse fecero alcuni pochi, animati allora da sentimento più puro. Imperocchè in ogni tempo l'educazione e l'abitudine attutiscono nella comune degli uomini il senso necessario al riconoscimento del vero. S'aggiunga per di più, che in quel tempo i concetti della religione, della decenza e della moralità non erano gli stessi che oggi prevalgono.
Quando nella Rinascenza lo spirito ebbe compiuto la sua prima separazione dal Medio Evo e dall'ascetismo della Chiesa, le passioni ruppero ogni freno e si scatenarono oltre ogni limite. Tutto ciò che era stato tenuto santo fu deriso. I liberi spiriti italiani crearono una letteratura, il cui crudo cinismo non ha uguale. Dall'Ermafrodito del Beccadelli a venire giù giù sino al Berni e a Pietro Aretino, la letteratura in novelle, epigrammi e commedie divenne una immensa palude, alla cui vista il serio Dante si sarebbe ritratto pieno di terrore, come innanzi ad una bolgia infernale.
Anche nelle novelle meno lascive, delle quali il Piccolomini cominciò la serie con l'Eurialo, e nelle commedie meno oscene, motivo dominante sono pur sempre l'adulterio e la derisione del matrimonio. La cortigiana fu la musa della bella letteratura della Rinascenza. Prese sfacciatamente posto allato alla santa della Chiesa a contenderle la palma della gloria. Una raccolta manoscritta di poesie del tempo di Alessandro VI contiene una lunga serie di epigrammi, i quali esaltano prima la Vergine Maria e molte sante, e poi con la stessa intonazione, senza pausa nè osservazione di sorta, magnificano le cortigiane del tempo. E all'epigramma su Santa Paula si vede immediatamente tener dietro quello sulla meretrice Nichine, una delle celebri cortigiane di Siena; e così via, tutta una serie. Le sante del Cielo e le sacerdotesse di Venere vengono senza altro mescolate insieme, come donne famose.[66]
Non una donna, che si rispetta, assisterebbe oggi ad una di quelle commedie della Rinascenza. E sovente furono papi e principi che le fecero mettere in scena in onore di gentildonne; e la censura di ogni paese non le farebbe rappresentare sopra qualunque teatro, si componesse pure il pubblico di uomini soltanto.
Quella certa franca maniera, che le donne del Mezzogiorno usano in cose, che nel Settentrione si vogliono coperte d'un velo, spesso ancora oggi fa maraviglia. Pure ciò che nella Rinascenza era ammesso, per gusto o per costume, è incredibile davvero. Certamente non è da dimenticare che quella oscena letteratura non era allora diffusa come la romantica odierna. Di più la stessa abitudine meridionale per la nuda naturalezza s'invertiva per la donna in mezzo di difesa. Molto rimaneva alcunchè di puramente estrinseco ed era come tale considerato, e non esercitava quindi efficacia alcuna sulla fantasia. E in mezzo poi a sì dissoluta socievolezza cittadina non mancavano donne di natura eletta, che sapevano serbarsi pure.
Quanto alla moralità de' grandi, soprattutto delle corti di quel tempo, bisogna leggere le storie de' Visconti e degli Sforza, de' Malatesta di Rimini, de' Baglioni di Perugia e de' Borgia di Roma per formarsene un'idea. Non eran certo più depravate delle corti del tempo di Luigi XIV e XV e di Augusto di Sassonia; ma più abominevoli per gli orribili delitti di sangue. Il valore della vita umana era sceso bassissimo; e d'altra parte l'egoismo criminoso era apertamente fregiato del predicato di grandezza d'animo — magnanimitas, — senza guardare più che tanto alle vittime dell'ambizione e dell'ingordigia. L'egoismo e il servirsi freddamente di ogni relazione e di ogni uomo in niun luogo furono così di regola come nella patria del Machiavelli. E gl'italiani, volendo esser sinceri, dovrebbero dimandarsi, se anche oggi simili difetti non vengano di tratto in tratto alla superficie della vita loro. Liberi dai pedanteschi pregiudizii de' Tedeschi e dalla venerazione per le classi, le condizioni e la nobiltà di nascita, che a partire dal Medio Evo è divenuta per questi ultimi abitudine, gl'Italiani in quella vece hanno immediatamente accettata qualunque potenza della personalità, fosse pur bastarda e illegittima quanto si voglia. Ma di qui appunto l'essere stati così facilmente schiavi del successo. Il Machiavelli afferma, che la colpa del decadimento morale d'Italia fu della Chiesa e de' preti. Se non che e preti e Chiesa non furon forse prodotti dell'Italia? Egli avrebbe dovuto dire, che alcuni elementi vitali, che presso i Germani diventano interiori, presso gl'Italiani invece rimangono esteriori. Fra gl'Italiani non poteva nascere Lutero. Ove ancora alcuno ne dubiti, si domandi chi e che cosa vi sia nata dopo l'ultimo Concilio dell'anno 1870.
Se i modi nostri di vedere su Alessandro VI e su Cesare sono essenzialmente dominati dalla morale, non la pensava così il Guicciardini, e per lo meno il Machiavelli. Essi giudicavano non l'uomo morale, ma il politico; non i suoi motivi, ma l'azione sua. L'enormezza non incuteva orrore, pur di apparire come il fatto di un volere audace. E il delitto non recava infamia, ove, come un'opera d'arte, riuscisse ad esigere ammirazione. L'orribile condotta di Ferdinando di Napoli nella congiura de' Baroni del regno suo rese il despota non abominevole, ma grande. E l'astuzia, con la quale più tardi Cesare Borgia seppe trarre nella rete a Sinigaglia i suoi condottieri infedeli, il Machiavelli la descrisse come un capolavoro, mentre il vescovo Paolo Giovio la chiamava il bellissimo inganno. In quel mondo dell'egoismo, ove non era un tribunale della pubblica opinione, l'uomo poteva esistere e conservarsi, solo cercando di predominare con la violenza e di soperchiare altrui in iscaltrimento. Se nulla fece mai e fa ai Francesi più paura del ridicolo, per l'Italiano niun predicato fu ed è più esoso di quello di semplicione.
In un luogo de' suoi Discorsi (I, 27) con una sincerità, che mette i brividi, il Machiavelli rivela gl'intimi pensieri dell'animo suo. E ciò ch'ei dice illumina di luce sinistra tutta la morale di un'epoca. Racconta che Giulio II ebbe il coraggio d'entrare in Perugia, abbenchè Giampaolo Baglione, che intimidito da lui gli aveva resa la città, vi tenesse raccolta molta milizia. Ed osserva in proposito: «Fu notato dagli uomini prudenti, che col Papa erano la temerità del Papa e la viltà di Giovanpagolo; nè potevan stimare donde si venisse, che quello non avesse con sua perpetua fama oppresso ad un tratto il nimico suo, e sè arricchito di preda, sendo con il Papa tutti li cardinali con tutte le loro delizie. Nè si poteva credere che si fosse astenuto o per bontà o per coscienza che lo ritenesse; perchè in un petto d'un uomo facinoroso, che si teneva la sorella, che aveva morti i cugini e i nipoti per regnare, non poteva scendere alcuno pietoso rispetto; ma si conchiuse, che gli uomini non sanno essere onorevolmente tristi o perfettamente buoni, e come una tristizia ha in sè grandezza o è in alcuna parte generosa, eglino non vi sanno entrare. Così Giovanpagolo, il quale non stimava essere incesto e pubblico parricida, non seppe, o, a dir meglio, non ardì, avendo giusta occasione, fare una impresa, dove ciascuno avesse ammirato l'animo suo, e avesse di sè lasciato memoria eterna, sendo il primo che avesse dimostro ai prelati quanto sia da stimare poco chi vive e regna come loro, ed avesse fatto una cosa, la cui grandezza avesse superato ogni infamia, ogni pericolo che da quella potesse dipendere.»
Qual maraviglia se con morale così ridotta ai concetti del guadagno, della gloria e della magnificenza, quale il Machiavelli l'ha esposta ne' Discorsi e nel Principe, uomini come i Borgia trovassero campo amplissimo ai loro audaci delitti? Essi sapevan bene, che la grandezza della scelleraggine ne copriva la vergogna. Lo Strozzi, il festeggiato poeta di Ferrara, pose Cesare Borgia, poichè fu caduto, fra gli eroi dell'Olimpo. E il celebre Bembo, uno de' primi uomini di quel tempo, confortava Lucrezia per la morte del piccolo e miserabile Alessandro VI, non chiamandolo altrimenti che il grande padre vostro.
Niun uomo d'alto animo e conscio dell'importanza sua vorrebbe oggi entrare al servizio di un principe, che si fosse macchiato de' delitti de' Borgia, posto che a simile principe sia oggi dato mantenersi nella sua condizione; cosa, per vero, impossibile. In quella vece i migliori e più geniali uomini sopportavano allora o cercavano addirittura il contatto e il favore de' Borgia. Il Pinturicchio e il Perugino dipingevano per Alessandro VI. E il più meraviglioso genio dell'epoca, il gran Leonardo da Vinci, senza scrupolo alcuno si pose al servizio di Cesare Borgia come ingegnere per la costruzione di fortezze in quella Romagna da colui con mezzi sì diabolici conquistata.
Gli uomini della Rinascenza ebbero natura in estremo grado fattiva e creatrice. Trasformarono il mondo con energia rivoluzionaria ed attività febbrile, rispetto alle quali il processo della civiltà moderna deve parer affetto da lentezza. Ebbero tendenze più selvagge e violente, e nervi più forti della schiatta odierna. Sarà sempre fenomeno maraviglioso, che i più leggiadri fiori dell'arte, le creazioni più ideali della pittura fossero state fecondate in un ambiente socievole, del quale la corruzione morale e l'intima brutalità sarebbero per noi, che viviamo oggi, insopportabili. Se un uomo educato alla civiltà nostra potesse trasportarsi in quel mezzo, senza dubbio la barbarie, che vi dominava e che pe' contemporanei passava inosservata, metterebbe in iscompiglio il suo sistema nervoso, e forse gli farebbe smarrir la ragione.
Tale l'atmosfera di Roma, nella quale Lucrezia Borgia viveva, senza essere essa stessa migliore nè peggiore delle donne del tempo suo. Ebbe spirito gaio e leggiero. Non sappiamo se abbia mai avuto a sostener lotte morali; se siasi mai trovata in uno stato di contradizione interiore con le azioni della sua vita o con coloro che l'attorniavano. Teneva una corte, che il padre avrà trattata con larghezza e profusione; ed era in frequentissime relazioni con le corti de' fratelli suoi. Essa era la compagna e l'ornamento delle loro feste; essa la confidente degl'intrighi nel Vaticano, rivolti a crescere la grandezza de' Borgia. E in tale scopo dovevasi ben presto concentrar tutto quanto potesse più vivamente starle a cuore.
In verità, non mai, neanche nel tempo posteriore, si mostra donna di genio straordinario. In lei non una delle qualità atte a farne una Virago, come Caterina Sforza o Ginevra Bentivoglio. E non possedeva neppure quello spirito dell'intrigo proprio di una Isotta da Rimini, ovvero la potenza intellettuale di una Isabella Gonzaga. Non fosse stata figliuola di Alessandro VI e sorella di Cesare, difficilmente sarebbe stata notata nella storia del tempo suo, ovvero sarebbe ita perduta nella moltitudine, come donna seducente e assai corteggiata. Pure nelle mani di suo padre e di suo fratello diventò istrumento e vittima altresì di calcoli politici, a' quali ella non ebbe forza alcuna di oppor resistenza.
XII.
Giovanni Sforza dovett'essere di ritorno da Napoli nell'autunno del 1496, dopochè gli avanzi dell'esercito francese ebbero capitolato. Senza dubbio egli era venuto a Roma per quindi, in compagnia di Lucrezia, tornarsene ne' suoi dominii. E di fatti vi si trovò sul finire di quell'anno, e vi passò l'inverno. Se non che gli annalisti di Pesaro raccontano, che il 15 gennaio 1497 abbandonò travestito la città e di lì a pochi giorni lo seguì anche Lucrezia. Certamente si condussero a Roma,[67] ove gl'incontriamo per le feste di Pasqua.
Lo Sforza, del resto, era già un arnese usato, che Alessandro pensava a gettar via. Il matrimonio, in vero, della figlia col tiranno di Pesaro non procacciava più a costui alcun vantaggio in un tempo, in cui gli Sforza avevan perduta l'importanza loro. E poi alla casa Borgia s'offrivano legami di più alta importanza. Dovette già parer singolare che il Papa non desse alcun comando al genero suo nella guerra contro gli Orsini, intrapresa appena tornato il figlio Don Juan di Spagna, allo scopo di arricchirlo co' beni di quei potenti baroni. Alessandro chiamò al suo soldo il duca Guidobaldo d'Urbino, stato similmente a servire a Napoli nell'esercito della Lega, e ceduto poi a lui da' Veneziani per divenire comandante supremo delle truppe papali.
Questo nobile uomo era l'ultimo della casa de' Montefeltro. Ed i Borgia avevan già messo l'occhio sulla eredità sua. La sorella Giovanna era stata maritata nel 1478 col prefetto della città, Giovanni Della Rovere, fratello del cardinale Giuliano, e nel 1490 aveva dato alla luce Francesco Maria, bambino che passava per l'erede della casa d'Urbino. Guidobaldo, pari in ciò a tutti gli altri dinasti, non si peritava di servire, come condottiere a soldo e per onore. Oltracciò egli era feudatario della Chiesa. La paura lo costringeva a cercare, anche odiandoli, l'amicizia dei Borgia.
Nella guerra, insieme con Guidobaldo, ebbe il comando supremo anche il giovane duca di Gandia, che il Papa nominò Gonfaloniere della Chiesa e rettore di Viterbo e di tutto il Patrimonio; del quale ultimo ufficio egli spogliò Alessandro Farnese, che prima lo teneva. Il fatto indica che l'umore del Papa verso il fratello della Giulia era cambiato. Il 17 settembre 1496 l'agente mantovano Giovanni Carolo scriveva da Roma alla marchesa Gonzaga: «Il cardinal Farnese è stato depennato dalla sua legazione nel Patrimonio, e la perderà, se non viene a salvarlo un sollecito ritorno della Giulia.»
L'agente medesimo informava la sua signora delle seguenti cose: «Poichè si vuole evitare che questi figliuoli del Papa divampino per gelosia tra loro, la vita del cardinale di San Giorgio (Raffaele Riario) è in pericolo; se questi muore, Cesare avrà il posto di Camerlengo e il palazzo del morto cardinale di Mantova, il più bello di Roma, e insieme anche i migliori benefizii di colui. Vostra Eccellenza può da ciò arguire quale piega prenda la fortuna di questi marrani.»[68]
La guerra, del resto, contro gli Orsini finì con la più ignominiosa sconfitta de' Papalini presso Soriano il 23 gennaio 1497. Don Juan ferito fuggì a Roma, e Guidobaldo fu fatto prigioniero. I vincitori imposero una pace per loro molto profittevole.
Il marito di Lucrezia dovette ritornare di nuovo a Roma, cessata appena la guerra. Ivi lo vediamo di fatti apparire per l'ultima volta la Pasqua del 1497. Come genero di Alessandro, assistette alle solennità ecclesiastiche dal suo posto officiale in San Pietro, e con Cesare e il Gandia ricevette la palma dalle mani del Papa. Pure la condizione sua nel Vaticano era fatta insostenibile. Alessandro voleva sciogliere il matrimonio di lui con Lucrezia. Si domandò allo Sforza che vi rinunciasse di spontanea volontà; e, poichè negò, fu minacciato nella vita.
Solo una pronta fuga lo salvò dai pugnali e dal veleno dei cognati. Secondo le notizie de' cronisti di Pesaro, Lucrezia stessa lo soccorse; e gli diè così un segno di premura. «Una sera (narrano essi) che Giacomino, il cameriere del signor Giovanni, trovavasi nella stanza di madonna, vi venne il fratello Cesare; e Giacomino, per ordine di quella, si nascose dietro ad una spalliera. Cesare parlò liberamente con la sorella, e disse, tra l'altre, essersi dato ordine di ammazzare Giovanni Sforza. Andato lui via, Lucrezia disse a Giacomino: — Hai sentito? va e faglielo sapere. — Il cameriere ubbidì all'istante, e Giovanni Sforza gettatosi su un cavallo turco a briglia sciolta venne in 24 ore a Pesaro, ove il cavallo cadde morto.»[69]
Secondo lettere dell'ambasciatore veneziano in Roma lo Sforza fuggì in marzo nella settimana santa. Sotto pretesto di passeggiare, andò verso la chiesa di Sant'Onofrio, e vi trovò il cavallo apparecchiato.[70]
Il desiderio di sciogliere il matrimonio difficilmente era nato in Lucrezia, ma sì nel padre e nei fratelli, i quali volevano renderla libera per un matrimonio conforme alle mire loro. Quel che accadesse in Vaticano è ignoto. E non sappiamo nemmeno di opposizione da parte di Lucrezia, la quale, ad ogni modo, sarà stata di corta durata. Ai Borgia, del resto, non andò a' versi che lo Sforza si fosse messo in salvo. Eglino avrebbero preferito ridurlo in eterno al silenzio. Ora che erasi fuggito e levava proteste, occorreva per lo scioglimento del matrimonio un processo, che avrebbe suscitato molto rumore.
Poco dopo la fuga dello Sforza nella casa de' Borgia accadde l'orribile tragedia del misterioso assassinio del duca di Gandia. Andato a vuoto il disegno di arricchire questo amato figliuolo con le terre degli Orsini, Alessandro cercò per altra via compensarlo. Lo nominò Duca di Benevento, e nudrì così speranza di aprirgli la via al trono di Napoli. Di lì a pochi giorni, il 14 giugno, Vannozza invitò colui e Cesare, con altri parenti, ad una cena nella sua vigna presso San Pietro ad Vincula. Tornando la notte a casa da quella festa di famiglia, Don Juan scomparve, senza lasciar di sè traccia alcuna. Solo tre giorni dopo il cadavere dell'ucciso fu tratto dal Tevere.[71]
Stando all'opinione universale di quel tempo, e tenendo conto di tutte le ragioni di probabilità, Cesare fu l'assassino di suo fratello. Dal momento che Alessandro VI, consumato quel misfatto, se ne accollò i motivi e le conseguenze, e perdonò all'assassino, divenne complice morale del fatto e cadde egli stesso sotto il dominio del suo spaventevole figlio. Da quel momento ogni azione di lui fu in servizio della infernale ambizione di quest'ultimo.
Nessuna notizia del tempo fa menzione della presenza della moglie di Don Juan in Roma, allorchè il fatto avvenne. È quindi da credere che non fosse colà quando il marito fu ucciso; e che piuttosto non avesse abbandonata la Spagna, e vivesse co' suoi due piccoli bambini in Gandia o in Valenza. Ivi le giunse l'orribile nuova per lettera di Alessandro, indirizzata alla sorella donna Beatrice Borgia y Arenos. Così è detto in un documento valenzano. Di fatto donna Maria Enriquez si presentò il 27 settembre 1497 innanzi al Tribunale del Governatore del regno di Valenza, Don Luigi de Cabaincles, domandando che il maggiore dei figliuoli di Don Juan, bambino di tre anni, fosse ammesso a succedere ne' beni di quest'ultimo, vale a dire, nel Ducato di Gandia e ne' feudi napoletani di Sessa, Teano, Carinola e Montefoscolo. La morte del duca fu comprovata con testimonianze legali; fra l'altre, con la lettera di Alessandro. In conseguenza il Tribunale riconobbe il figliuolo di Gandia qual erede del maggiorasco.[72]
Donna Maria richiese anche la mobilia lasciata dal marito nella casa di Roma. La quale del valore di 30,000 ducati era stata consegnata da Alessandro, appena dopo la morte di Don Juan, al parricida Cesare per amministrarla nell'interesse dei nipoti, siccome apparisce da un atto del notaro Beneimbene del 19 dicembre 1498.[73]
In questo frattempo Lucrezia non era più nel suo palazzo presso il Vaticano; ma già dal 4 giugno andata nel monastero di San Sisto sulla Via Appia. Ciò aveva fatto in Roma vivissima sensazione. Senza alcun dubbio, l'allontanamento suo si connetteva col forzato scioglimento del matrimonio. Se non la rinchiuse in San Sisto il padre stesso, è molto probabile, che, spintavi dalla fuga dello Sforza e dalle conseguenze di essa, e forse rottasi col primo, avesse ella medesima cercato quel ritiro. E alla rottura col Papa allude una lettera di Donato Aretino da Roma del 19 giugno al cardinale Ippolito d'Este: «Donna Lucrezia se n'è ita dal palazzo insalutato hospite, ed è entrata in un monastero, chiamato San Sisto. Oggi ella si trova colà. Alcuni dicono che vuol farsi monaca; altri poi affermano molte altre cose, che non è lecito confidare ad una lettera.»[74]
Niuno può dire quali lamenti e quali confessioni avesse Lucrezia a fare innanzi a' sacri altari. Pure da anni ella non aveva forse avuto mai un momento per rientrare più seriamente in se stessa. Seppe in quel chiostro l'orribile morte di uno de' fratelli, e dovette raccapricciare per la malvagità dell'altro. Perchè, al pari del padre e di tutta la famiglia, ella non potette dubitare che Cesare fosse stato il nuovo Caino. Conosceva a fondo i moventi della sua criminosa ambizione; sapeva della sua intenzione di gettar via la porpora cardinalizia e diventar principe della terra; doveva anche sapere, che nel Vaticano si ruminava il disegno di far cardinale Don Jofrè in luogo di Cesare, e di sposar quest'ultimo con la moglie del primo, donna Sancia, con la quale aveva già relazioni amorose pubblicamente note.
Alessandro ordinò a Don Jofrè e alla giovane sposa di lasciar Roma e andarsene presto a Squillace, sede del Principato. E Don Jofrè muoveva in effetto per colà il 7 di agosto. Il Papa, così dicevasi, non voleva più, d'allora in poi, aver presso di sè figliuoli nè nipoti. Ed anche la figlia Lucrezia voleva mandare a Valenza.[75]
Intanto Cesare, ancora come cardinal Legato, era andato nel luglio a Capua per incoronarvi re di Napoli l'ultimo degli Aragonesi Don Federico. A' 4 di settembre era a Roma di ritorno.
Quivi Alessandro aveva nominata una Commissione, presieduta da due cardinali, con l'incarico di sciogliere Lucrezia da' suoi legami con Giovanni Sforza. I giudici dimostrarono che lo Sforza non aveva mai consumato il matrimonio, e che la moglie era quindi sempre nello stato di vergine. Di che rise tutta Italia — osserva così il contemporaneo Matarazzo da Perugia. Lucrezia stessa dichiarò voler ciò affermare con giuramento.
Il marito intanto era a Pesaro. Nel giugno era andato travestito a Milano, ad implorare la protezione del duca Ludovico, facendo istanze che questi, mercè l'influenza sua, gli facesse rendere la moglie ingiustamente ritenuta. Protestava contro le deposizioni de' compri testimoni in Roma. E Ludovico il Moro gli fece l'ingenua proposta di sottoporsi in Milano, innanzi a testimoni degni di fede e alla presenza del legato papale, ad un esperimento formale della sua virilità; ma egli vi si rifiutò.[76] Ludovico e suo fratello Ascanio lo costrinsero finalmente a cedere, e l'impaurito Sforza dichiarò per iscritto non aver giammai consumato il matrimonio con Lucrezia.[77]
Il 20 dicembre 1497 fu dunque legalmente pronunziato lo scioglimento, e lo Sforza restituiva in conseguenza la dote di 31,000 ducati, portatagli dalla moglie.
Anche tenendo che Alessandro abbia costretto la figlia a questo scioglimento, il giudizio nostro sulla condotta della Lucrezia in questa miserabile faccenda può esser di poco mitigato. È un fatto ch'essa stessa si mostrò priva di volontà e di carattere; e, non meno degli altri, si rese menzognera. La pena non si fece aspettare: per effetto del processo divenne soggetto di scandalo pubblico. E da questo punto ignominiose voci cominciarono a serpeggiare sulle sue relazioni private. Nacquero o si diffusero proprio al tempo, in cui il Gandia fu ammazzato e il matrimonio con lo Sforza doveva essere sciolto. Le cagioni dell'un fatto come dell'altro furono cercate in tali enormezze, che il sentimento morale ripugna ad esprimere. Ma, secondo una testimonianza del tempo, che non ammette dubbio, fu Giovanni Sforza stesso, profondamente offeso e irritato, primo a manifestare apertamente al duca di Milano quel sospetto, del quale forse già secretamente si vociferava in Roma.[78]
Alessandro aveva sciolto il matrimonio della figlia per motivi politici. Sua intenzione era d'imparentare Lucrezia e Cesare con la Casa reale di Napoli. La dinastia Aragonese s'era colà, cacciati i Francesi, ristabilita. Pure la scossa ricevuta era stata sì profonda, che, oscillando, inclinava all'ultima rovina. E per questo appunto germogliò quasi spontaneo nella mente del Papa il pensiero di porre Cesare sul trono di Napoli. Il più terribile de' Borgia prese oramai il posto lasciato vuoto dal Gandia, al quale quegli aveva sì a lungo mirato. Solo per certa convenienza il parricida s'acconciò ancora un poco a pazienza, prima di smettere pubblicamente l'abito cardinalizio. Nondimeno da questo momento stesso, in cui ancora lo portava, il Papa trattava del matrimonio di lui.
Richiese per lui dal re Federico la mano della figlia Carlotta, che, discendente di una principessa di Savoia, era in educazione alla Corte di Francia. Il re, uomo di nobili sensi, rifiutò fermamente, ed anche la principessa respinse con orrore le offensive proposte del Papa.
Il timido Federico non si lasciò commovere che ad un sacrifizio soltanto pel Moloch del Vaticano. Acconsentì all'unione di Don Alfonso, giovane fratello di donna Sancia e figliuolo naturale di Alfonso II, con Lucrezia. Alessandro non desiderò questo matrimonio per altra ragione, se non per indurre per tal mezzo il re ad acconsentire alla fine anche al matrimonio della figlia con Cesare.
Prima ancora che la nuova unione di Lucrezia fosse certa, corse voce in Roma che Don Gasparo, l'antico promesso sposo, mettesse innanzi daccapo pretensioni; chè anzi avesse in animo di darvi seguito. Ma così non accadde. Se non che il Papa ora riconosceva, che la promessa di Lucrezia con quel giovane spagnuolo era stata illegittimamente sciolta.
In un Breve del 10 giugno 1498 egli mostrò questo scioglimento come un atto illegale, al quale la figlia con inconsulta leggerezza e senza sufficiente dispensa erasi lasciata andare per quindi, indotta per errore, unirsi in matrimonio con Giovanni di Pesaro. Come è detto nel Breve stesso, Gasparo di Procida, conte di Almenara, erasi, è vero, dappoi sposato e aveva generato figliuoli. Nulladimeno Lucrezia aveva domandato che l'impegno con lui preso fosse ora, nell'anno 1498, dichiarato legalmente nullo. Egli quindi l'assolveva dallo spergiuro, in cui era incorsa, sposando, malgrado dell'impegno con Don Gasparo, Giovanni Sforza. E, mentre solo ora dichiarava sciolta la promessa formale di matrimonio col conte di Procida, le rendeva al tempo stesso la libertà di sposarsi con qualunque altro a scelta di lei.[79] Così un Papa prendevasi empiamente giuoco di uno de' più santi sacramenti della Chiesa.
Quando Lucrezia ebbe per tal guisa libera la mano da ogni pretendente, la sua nuova unione potette esser conclusa. Il che ebbe luogo in Vaticano il 20 giugno 1498. Se a noi fosse tuttora ignoto il carattere della pubblica moralità d'allora, molto avremmo a maravigliarci di trovare ivi, qual rappresentante del re Federico, non altri che il cardinale Ascanio Sforza, il medesimo che aveva prima concluso il matrimonio tra suo nipote e Lucrezia, e poi, qual procuratore dello Sforza, prestato il consenso al vergognoso scioglimento. Tanta importanza egli e suo fratello Ludovico annettevano al serbarsi a qualunque prezzo amici i Borgia.
Lucrezia ebbe in dote 40,000 ducati. E il re di Napoli si obbligò di dare a titolo di Ducato al nipote suo Alfonso le città di Quadrata e di Biselli.[80]
Nel luglio il giovane Alfonso venne a Roma per unirsi con una donna, che doveva, per lo meno, tenere come punto scrupolosa e leggiera in alto grado. Senza dubbio, egli dovette riguardarsi qual vittima, che suo padre mandava ad immolare in Roma. Triste e melanconico, senza solennità di sorta, quasi furtivamente l'infelice giovane entrò in Roma. E immediatamente si condusse dalla sposa nel palazzo di Santa Maria in Portico.
Il 21 luglio le nozze vennero ecclesiasticamente benedette in Vaticano. Furon testimoni, tra gli altri, i cardinali Ascanio, Giovanni Lopez e Giovanni Borgia. Secondo un antico rito, una spada nuda fu tenuta sospesa sugli sposi da un cavaliere. E questi fu Giovanni Cervillon, capitano delle guardie del Papa.
XIII.
Dal luglio 1498 Lucrezia, ora duchessa di Bisceglie, viveva col nuovo marito, giovane appena di 17 anni; mentre essa aveva compiuto il diciottesimo. Non andarono a Napoli, ma restarono a Roma; perchè, come l'agente mantovano informava il suo signore, erasi espressamente pattuito, che Don Alfonso dovesse soggiornare un anno a Roma, e Lucrezia, durante la vita del padre, non potess'essere obbligata ad andare nel regno di Napoli.[81]
Alfonso era giovane amabile e bello; il più bel giovane che siasi mai visto in Roma, così lo chiama il Talini, cronista romano di quel tempo. Lucrezia concepì per lui un vero trasporto; ciò avvertiva l'agente di Mantova sin dall'agosto. Ma la rapida vicenda delle cose non le consentì di goder tranquillamente di una felicità domestica, se pur di felicità in genere fosse il caso di discorrere.
Forza motrice nel Vaticano era la sconfinata ambizione di Cesare, impazientissimo di diventar principe potente. Il 13 agosto 1498 egli depose la dignità cardinalizia; e apprestavasi al viaggio in Francia, ove Luigi XII, succeduto dall'aprile a Carlo VIII, avevagli promesso il titolo di Duca di Valenza (Valence — nel Delfinato) e la mano di una principessa francese. E agli apprestamenti del viaggio Alessandro provvide con profusione regale.
Accadde un giorno che una carovana di muli, carichi di sete e broccati d'oro per Cesare, fosse svaligiata dalla gente del cardinal Farnese e del cugino Pier Paolo nel bosco di Bolsena. Il Papa spiccò Brevi violentissimi al cardinale, su' cui beni, come ei lagnavasi, la preda era stata messa in salvo.[82]
Al servizio de' Farnesi eran molti Côrsi, parte mercenarii e bravi, parte lavoratori de' campi, e furon forse codesti uomini, universalmente paventati, che commisero la ruberia. Non è di fatto naturale pensare, che il cardinale Alessandro l'abbia lasciata commettere per proprio conto suo. Nondimeno sembra che allora esistesse certa tensione tra i Farnesi e i Borgia. Il cardinale passava il più del tempo su' beni di casa sua. E della sorella Giulia in quel periodo non se ne sente parlare. Non sappiamo se abitasse Roma e se le relazioni sue col Papa continuassero; benchè per indizii posteriori la cosa sembri probabile. Noi non rivediamo il cardinale e la sorella in Roma che il 2 aprile 1499, quando nel Palazzo Farnese furono stipulati gli sponsali tra Laura Orsini, figliuola di Giulia di soli sette anni, e Federico Farnese di 12 anni, figlio del defunto condottiero Raimondo Farnese, e nipote di Pier Paolo. A quest'atto fu presente Ursino Orsini, il padre putativo di Laura.[83]
Forse dovettero essere Adriana e Giulia, che cercarono riconciliare la casa degli Orsini con i Borgia. Poichè quei baroni furono usciti vincitori dalla guerra col Papa, altra ed asprissima ne intrapresero nella primavera 1498 con i Colonna, gli eterni nemici loro, la quale peraltro finì, toccando a loro la peggio. E le due case s'erano in conseguenza nel luglio riconciliate. Di che non è a dire quanta téma concepisse Alessandro. In verità nella nimicizia delle due potenti famiglie di Roma i papi videro sempre una condizione pel loro dominio temporale sulla città; e, nella unione invece di quelle, sempre il più grande de' pericoli per questo. Cercò quindi Alessandro di rompere di nuovo la lega; e gli riuscì pure tirar dalla sua gli Orsini, di che per altro quei signori dovevano ben presto pentirsi. Guadagnò tanto sull'animo loro da farli accondiscendere ad imparentarsi co' Borgia. Paolo Orsini, fratello del cardinale Giambattista, sposò l'8 settembre 1498 suo figlio Fabio con Jeronima Borgia, sorella del cardinale Giovanni Borgia iuniore. Davanti a splendida adunanza il matrimonio fu solennizzato in Vaticano, presente il Papa. Vi comparve anche come testimone officiale Don Alfonso di Bisceglie, il quale per di più tenne la spada sulla giovane coppia.[84]
Poco dopo, il primo ottobre, Cesare Borgia s'imbarcò per la Francia. Quivi divenne Duca di Valenza; e nel maggio 1499 si sposò con Carlotta d'Albret, sorella del re di Navarra. Incontrò in quella corte due uomini, che più tardi dovevano ne' destini suoi aver parte decisiva; Giorgio d'Amboise, arcivescovo di Rouen, al quale egli aveva portato il cappello cardinalizio, e Giuliano Della Rovere. Questi, sin allora nemico giurato di Alessandro, erasi lasciato vincere dal re di Francia in favore dei Borgia; si fece anzi strumento della grandezza di Cesare.
E anche questa riconciliazione doveva esser suggellata con la parentela delle due famiglie. E difatti il 2 settembre 1500 il Prefetto della città, Giovanni Della Rovere, fratello di Giuliano, sposava il figlio di otto anni, Francesco Maria, con Angela Borgia.
Il padre di Angela, Jofrè, era un figlio di Giovanna, sorella di Alessandro VI, e di Guglielmo Lançol. Fratelli di lui erano Giovanni Borgia iuniore, il cardinale Ludovico, e Rodrigo, il capitano della guardia papale. La sorella sua, Jeronima, come s'è detto, s'era maritata con Fabio Orsini. Gli sponsali di Angela ebbero luogo in Vaticano, alla presenza degli ambasciatori di Francia.[85]
Luigi XII erasi collegato con Venezia allo scopo di scacciare Ludovico il Moro da Milano. Ed il Papa vi si unì a condizione che la Francia aiutasse il figlio Cesare alla conquista della Romagna.
Ascanio, cui non era dato stornare la rovina di Milano, e vedevasi in Roma minacciato nella vita, fuggì il 13 luglio 1499 a Genazzano, e di lì a Genova.
Se non che l'esempio di lui fu seguito anche dal giovane sposo di Lucrezia. Non sappiamo quali eventi nel Vaticano abbiano determinato Don Alfonso ad allontanarsi di nascosto da Roma, dopo un anno di vita con Lucrezia. Però può dirsi in generale, che la decisione sua fu il risultato della piega che la politica del Papa aveva presa. La spedizione di Luigi XII non mirava solo alla caduta dello Sforza in Milano, ma altresì alla conquista di Napoli. Essa doveva essere la continuazione dell'impresa di Carlo VIII, fallita innanzi alla opposizione della grande Lega. Pel giovane principe non erano un mistero le intenzioni del Papa di rovinare lo zio Federico, il quale, ricusando la mano di Carlotta pel figlio Cesare, aveva recato a colui atroce offesa. Dopo ciò naturalmente anche le relazioni del marito di Lucrezia, rispetto al Papa, dovevano essere mutate affatto.
Ascanio era quasi l'unico amico che l'infelice principe avesse in Roma. Ed è molto probabile che colui lo avesse consigliato a schivare, con la fuga, una morte immancabile, come già aveva altra volta fatto il predecessore di lui nel matrimonio con Lucrezia. Alfonso fuggì il 2 agosto 1499. Il Papa gli mandò dietro gente a cavallo; ma nol raggiunsero. È incerto se Lucrezia fosse a parte della fuga. Una lettera veneziana da Roma del 4 agosto dice soltanto: «Il duca di Biseglia, il marito di madonna Lucrezia, se n'è fuggito alla macchia e ito presso i Colonna a Genazzano; ha lasciato la moglie incinta di sei mesi, la quale non fa che piangere.»[86]
Questa restava in potere del padre, il quale era su tutte le furie per la fuga del principe. Ora egli esiliò a Napoli anche la sorella di Don Alfonso, donna Sancia.
In tali circostanze lo stato di Lucrezia divenne penoso assai. Le sue lagrime mostrarono che aveva un cuore. Il padre dovette forse coprirla di rimproveri, tenendola complice del marito. Alfonso la sollecitava premurosamente da Genazzano a seguirla. La lettera venne nelle mani del Papa. Egli la obbligò a scrivergli per esortarlo a tornare. Furono senza dubbio i lamenti della figlia che indussero Alessandro ad allontanare anche lei da Roma. L'8 d'agosto la nominò reggente di Spoleto. Sino allora codesta città e il territorio erano stati governati da Legati papali, la più parte cardinali. Ora invece il Papa affidava quell'ufficio ad una giovane di 19 anni; e questa donna era sua propria figlia! Colà mandò Lucrezia.
Le consegnò pe' Priori di Spoleto un Breve in questi termini:
«Amati figliuoli, salute e benedizione apostolica. — Noi abbiamo affidato l'incarico della conservazione del castello come del governo delle nostre città di Spoleto e Fuligno e della loro Contea e Distretto, all'amata figliuola in Cristo, la gentildonna Lucrezia di Borgia, duchessa di Biseglia, per la prosperità e pel pacifico reggimento di codesti luoghi. Fiduciosi nella singolare prudenza ed eminente fedeltà e onestà della stessa, come abbiamo più ampiamente chiarito in altri nostri Brevi, e facendo anche assegnamento sulla vostra abituale ubbidienza verso di noi e verso questa Santa Sede, noi speriamo che voi, come di dovere, accoglierete con ogni dimostrazione d'onore la duchessa Lucrezia qual vostra Reggente, e in ogni cosa la ubbidirete. Ma, mentre noi desideriamo che la stessa sia con particolare onoranza e riverenza da voi accolta e ricevuta, vi comandiamo col presente, per quanto tenete cara la grazia nostra e volete schivare la nostra disgrazia, di obbedire alla duchessa Lucrezia, vostra Reggente, in tutte e singole cose, che si riferiscono per ragion di diritto o di consuetudine all'indicato governo, e in tutto ciò che essa crederà bene di ordinarvi, come alla nostra persona stessa; e di eseguire con ogni fervore e diligenza i comandamenti di lei, affinchè possiate guadagnarvi la meritata approvazione per la officiosità vostra. Dato a Roma presso San Pietro sotto l'anello del Pescatore, gli 8 agosto 1499. — Adriano (Secretario).»[87]
Lucrezia lasciò Roma il giorno stesso per recarsi al suo nuovo destino. Tolse seco numeroso seguito e la sua corte; ebbe pure la scorta di suo fratello Don Jofrè e di Fabio Orsini, ora, qual marito della Jeronima Borgia, suo parente, i quali conducevano una compagnia d'arcieri. Uscendo dal Vaticano a cavallo, l'accompagnarono, per farle onore, il governatore della città, l'ambasciatore di Napoli e molti altri signori. Il padre se ne stava invece ad un terrazzino sulla porta del Palazzo Vaticano per vedere la partenza della figlia e della cavalcata.
Era la prima volta ch'egli trovavasi in Roma solo, senz'alcuno de' figli suoi.
Lucrezia continuò il viaggio parte a cavallo, parte in lettiga. Non vi vollero meno di sei giorni per percorrere la distanza tra Roma e Spoleto. A Porcaria, nell'Umbria, una deputazione di Spoletini fu a salutarla. E accompagnarono poscia sino alla residenza la Reggente della loro città, celebre sino da' tempi d'Annibale, e ove in passato dominarono potenti duchi longobardi. Il castello di Spoleto è d'antica origine; e la sua primitiva costruzione si deve, di certo, a uno di quei duchi, Faroaldo o Grimoaldo. Nel XIV secolo fu riedificato dal grande Gil d'Albornoz, il contemporaneo di Cola di Rienzo, e compiuto poi da Niccolò V. È un superbo edifizio della Rinascenza, di stile elegante, posto al di sopra dell'antica città su profondo burrone, che lo separa dal Monte Luco. Dalle sue alte finestre si domina la valle del Clitumno e quella del Tevere, la fertile pianura umbra e la maestosa catena degli Appennini spoletini.
Colà Lucrezia il 15 agosto accolse i Priori della città, a' quali consegnò la nomina papale. E quelli a loro volta le fecero omaggio; e la Comunità per onorarla diede un banchetto.
La dimora di Lucrezia a Spoleto fu di breve durata. La sua reggenza non ebbe altro significato che di prendere possesso di fatto di quel territorio, che il padre Alessandro voleva costituirle in dote.
Intanto il marito Alfonso erasi pur deciso, per sciagura sua, ad ubbidire al comando del Papa e recarsi di nuovo dalla moglie, forse perchè egli effettivamente l'amava. Il Papa gli ordinò d'andare a Spoleto per Foligno, e di condursi poscia con la moglie a Nepi, ove anch'egli si sarebbe trovato. Scopo dell'incontro era d'investire la figlia come signora anche di quel luogo.
Nepi non era stata mai feudo baronale, abbenchè i Prefetti di Vico e gli Orsini se ne fossero temporaneamente impadroniti. La Chiesa amministrava la città e il territorio per mezzo di rettori. Alessandro stesso, come cardinale, n'era stato governatore, nominatovi dallo zio Callisto, ed era stato tale sino alla sua assunzione al trono papale. La diede quindi in feudo al cardinale Ascanio Sforza. Nell'Archivio della città si conservano ancora le nitide pergamene, contenenti gli statuti comunali, che Ascanio sanzionava il primo gennaio 1495. Ma sugl'inizii del 1499 Alessandro s'impadroniva di nuovo di Nepi, e costringeva il castellano, comandante dell'arce a nome del fuggiasco Ascanio, a consegnarla a lui. E della città, del castello e territorio di Nepi investiva la figlia.[88] Il 4 settembre 1499 Francesco Borgia, tesoriere del Papa e vescovo di Teano, ne prendeva possesso in nome di quella.
Alessandro andò colà il 25 settembre, accompagnato da quattro cardinali. Nel castello, fatto tempo innanzi da lui stesso edificare, ebbe luogo il convegno con Lucrezia, che aveva seco il marito e il fratello Jofrè. Il primo d'ottobre era già di ritorno al Vaticano. Di qui indirizzò il 10 un Breve alla città di Nepi, col quale comandava di obbedire, qual signora, a donna Lucrezia, duchessa di Biseglia. Il 12 mandò pure lettera alla figlia, con la quale le permetteva di sgravare i Nepesini di alcuni balzelli.[89]
Per tal guisa Lucrezia era divenuta signora di due grandi terre. Il che mostra quanto stésse nella grazia del padre. Pure ella non tornò più a Spoleto, il cui governo affidò ad un luogotenente. Tuttocchè Alessandro su' primi d'ottobre avesse nominato il cardinale Gurk legato per Perugia e Todi, escluse nullameno dalla legazione Spoleto, per far cosa grata alla figliuola. Più tardi, il 10 agosto 1500, nominò governatore colà Ludovico Borgia, arcivescovo di Valenza, senza per questo ledere i diritti della figlia, consistenti nelle ragguardevoli entrate di quel territorio.
Il 14 ottobre Lucrezia già tornava di nuovo a Roma. Il primo novembre 1499 diede alla luce un bambino. Gli fu posto il nome del Papa, Rodrigo. Il battesimo di questo primo figlio venne solennizzato con gran pompa nella Cappella Sistina, che non era allora quella d'oggi, ma una cappella che Sisto IV aveva fatta edificare in San Pietro. Il neonato fu portato da Giovanni Cervillon; accanto a lui andavano il governatore di Roma e l'ambasciatore dell'imperatore Massimiliano. Assistettero alla cerimonia tutti i cardinali e gli ambasciatori d'Inghilterra, di Napoli, di Savoia, della Repubblica di Venezia e di Siena. Il bambino fu tenuto al fonte battesimale dal governatore della città. Furono padrini Podocatharo, vescovo di Caputaqua, e il vescovo Ferrari di Modena. Il corteo lasciò la cappella fra i suoni delle trombette.
In quel mentre Luigi XII, il 6 ottobre, erasi impossessato di Milano; e Ludovico Sforza, all'avvicinarsi delle armi francesi, aveva riparato presso l'imperatore Massimiliano. In conformità del trattato con Alessandro il re fornì truppe a Cesare Borgia per la conquista di Romagna. Ed i vassalli e vicarii della Chiesa colà, i Malatesta di Rimini, gli Sforza di Pesaro, i Riario d'Imola e Forlì, i Varano di Camerino, i Manfredi di Faenza furono a un tratto dichiarati dal Papa decaduti dalle loro investiture.
Cesare venne a Roma il 18 novembre 1499. Non si fermò in Vaticano che tre giorni, e poscia fece ritorno all'esercito, che assediava Imola. Egli voleva prender prima questa città, e poi assalir Forlì, nel cui castello la signora di quelle due terre s'apparecchiava alle difese.
Mentr'egli guerreggiava in Romagna, il padre tentò di togliere ai baroni romani i loro beni aviti. Prima di tutto pose la mano su' Gaetani. Questa celebre stirpe era sin dalla fine del XIII secolo divenuta padrona di esteso territorio in Campagna e Marittima. Erasi divisa in parecchi rami, uno de' quali viveva nel Napoletano. Colà difatti i Gaetani erano duchi di Traetto, conti di Fondi e Caserta, e quindi feudatarii e grandi dignitarii della corona di Napoli.
Centro delle terre de' Gaetani nella Campagna romana era Sermoneta, antico paese con castello baronale sulle prime pendici de' Volsci. Di lato, verso il di sopra, stanno gli avanzi della città ciclopica Norma; e verso il basso le incantevoli rovine di Ninfa. Giù, a' piedi, gli si distende, insino al mare, la palude pontina. La più gran parte di quel territorio, attraversato dalla via Appia, e che includeva anche il Capo Circèo, era, ed è ancora oggidì, proprietà di quella famiglia.
Al tempo di cui parliamo v'erano signori i figli di Onorato II, uomo eminente, che aveva risollevato la casa sua all'altezza, donde era caduta. Egli morì l'anno 1490, lasciando la vedova Caterina Orsini, e i figliuoli Niccola, il protonotario Giacomo e Guglielmo. Sua figlia Giovannella era moglie di Pierluigi Farnese e madre di Giulia. Niccola erasi sposato con Eleonora Orsini, e morì nell'anno 1494; cosicchè, oltre il protonotario Giacomo, Guglielmo Gaetani era il capo della casa di Sermoneta.
Alessandro adescò il protonotario a venire a Roma. Ivi, come ribelle, lo fece rinchiudere in Castel Sant'Angelo, e iniziare un processo contro di lui. A Guglielmo riuscì fuggire a Mantova. Ma Bernardino, figliuolino di Niccola, fu sgozzato da' mercenarii de' Borgia. Questi presero Sermoneta con la forza; mentre la popolazione non si arrese senza resistenza.
Il 9 marzo 1499 Alessandro aveva già dato facoltà alla Camera Apostolica di vendere alla figlia i beni de' Gaetani pel prezzo di 80,000 ducati. In questo atto, sottoscritto da 18 cardinali, diceva che le gravose spese dovute fare poco innanzi per la Chiesa, lo obbligavano ad alienare alcuni beni della Santa Sede. A tale scopo si offrivano Sermoneta, Bassiano, Ninfa e Norma, Tivera, Cisterna, San Felice (il Capo di Circe) e San Donato, confiscati ai Gaetani per motivo di ribellione. La vendita fu stipulata in febbraio 1500; e Lucrezia, ch'era già signora di Spoleto e Nepi, divenne anche signora di Sermoneta.[90] Indarno l'infelice Jacopo Gaetani dal suo carcere levò proteste. Egli morì di veleno il 5 luglio 1500.[91] La madre e la sorella lo seppellirono in San Bartolomeo all'Isola Tiberina, ove da lungo tempo i Gaetani possedevano un palazzo.