MAURIZIO ZAPOLYI
Reading edition
I.
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—Il nome che porto non è il mio, continuò il colonnello Zapolyi. Non oso più nominare il villaggio ove nacqui. Ciò che è una gloria ed una gioja per altrui, è un ricordo di vergogna e di orrore per me.
Mio padre era nobile. Da dodici secoli, i miei antenati accampavano nelle montagne della parte orientale della Transilvania, che serve di confine alla Moldavia. Noi siamo Szekely, Siculi, cioè a dire, quel ramo di Magiari che discende da una banda primitiva dellʼesercito di Arpad, gli ultimi avanzi degli Unni che sopravvissero, riparati nei monti, alla distruzione dellʼimpero di Attila. Questo paese, come pure quella lista di terra che si stende lungo tutto lʼimpero del sultano fino allʼAdriatico, formano i Confini militari, dove, sotto la dominazione dellʼAustria, tutti gli uomini sono soldati. Lʼamministrazione è militare. Il regime quello del reggimento. Il colono non possiede il terreno che lavora; ne gode lʼusufrutto soltanto. La terra paterna passa di diritto al figlio, il quale prende nel reggimento il posto del padre in ritiro. Allora il padre coltiva, restando sempre nella riserva. Gli altri figli non hanno nessun diritto. Mio fratello primogenito, morto poscia in Italia, era al servizio in quellʼepoca, e mio padre coltivava il pezzetto di terra, che, durante sei secoli, i nostri antenati si erano trasmesso, pagandolo, ad ogni generazione, col loro sangue e colla loro libertà.
Correva il 1845. Io aveva quindici anni, e vivevo con mio padre, che si era allora ammogliato per la seconda volta, con una giovine nobile slovacca. Il focolare domestico era felice. Mio padre lavorava alacremente. Egli si rispettava molto, aveva un alto sentimento della dignità dellʼuomo, qualunque sia il mestiere che esercita, ed un grande orgoglio per la sua origine, malgrado la sua povertà. Egli amava sua moglie, come amano i vecchi vigorosi che non sono corrotti dal vizio. La stimava, perchè la era rispettabile, e perchè la mi amava. Cʼera una profonda armonia dʼanima fra noi tutti, perchè nostro padre, avendo la religione del dovere e della giustizia, ci aveva formati sul suo stampo.
Ahimè! il serpente sguizzò nel nostro povero Eden. Il serpente ama i cespugli fioriti.
Questo serpente si chiamava il colonnello Schaffner—un tedesco.
Un giorno, egli vide mia madre, e se ne innamorò, come se fosse stato un giovine di ventʼanni. Nè la sua età, nè la sua bruttezza, nè le sue abitudini di libertino, dʼubbriaco e di carnefice, nè la lealtà ed i doveri di una donna maritata, che rispetta ed ama suo marito, non gli parvero ostacoli. Quel trapezio sgraziato e deforme pretese dʼessere amato. Egli impose il suo amore con delle atroci minaccie. Perseguitò, spaventò quella povera donna. Che fare? Stanca delle umiliazioni che soffriva, temendo una disgrazia, scorgendo degli agguati dovunque, stomacata, ella denunziò la persecuzione ed il persecutore a suo marito. Il bravʼuomo arrossì, poi impallidì, e tacque. Cenammo. Mio padre lesse un capitolo della Bibbia,—siamo protestanti—, poi andammo a coricarci.
Mio padre non dormì. Egli giudicò il suo colonnello.
Allʼalba eravamo tutti in piedi. Mio padre sʼapparecchiava ad andare al campo, io alla scuola. Appo i protestanti ungheresi lʼistruzione dei ragazzi non è negletta.
—Cosa devo fare? domandò timidamente mia madre.
Ella non aveva dʼuopo dʼindicare più chiaramente la questione. Ella vedeva il pensiero del suo oltraggio cristallizzato negli occhi di mio padre.
—Digli di venire domani sera.... Io parto in viaggio nella prossima notte.
Un doloroso stupore si dipinse negli occhi della povera donna. Non comprese quellʼordine, o ebbe paura di comprenderlo. Nondimeno si guardò bene dal replicare. Da noi la donna è un oggetto amato, rispettato, ma inferiore allʼuomo. È la gioja, ma non il consiglio della famiglia. È unʼutilità. È lʼamore, ma non il giudizio e lʼautorità del cenacolo. Ella è la primogenita delle figlie. Mia madre non domandò dunque conto a suo marito dellʼordine strano ed offensivo, che le dava. Obbedì.
Lʼindomani nè io nè mio padre non uscimmo. Mia madre disse nel villaggio chʼeravamo partiti nella notte. Venne la sera.
Il colonnello non si fece attendere. Parmi ancora di vederlo! Sʼera fatto radere; si era lavato. Aveva bevuto meno che allʼordinario, perchè il vino usurpa sullʼamore. Aveva indossato il suo uniforme di gala, con tutte le sue decorazioni. I suoi mustacchi lucevano come un fiorino di zecca. Non aveva fumato che il zigaro, e anche il meno possibile, poichè lʼodor di pipa non lo precedette, non lʼannunziò avanti di entrare. Portava un paniere di provvisioni del pranzo. Le sue gambe, singolarmente contorte, barcollavano. Beveva già collʼimaginazione alla coppa della voluttà di cui veniva in busca. Entrò ridendo, a braccia aperte, attendendo che mia madre vi si gettasse. Il conte di Schaffner non ammetteva che mio padre, semplice soldato, semplice colono, potesse essere trenta volte più conte di lui,—conte di fabbrica imperiale—e quindi che mia madre non dovesse essere profondamente riconoscente degli abbracci chʼegli si sarebbe degnato di darle. Un lieve rumore gli fece volgere il capo.
Era mio padre, che chiudeva la porta dietro di sè.
Il colonnello si fermò di botto, e gli caddero le braccia. Non contava proprio sopra un simile testimone della sua felicità.
La nostra casa, posta in mezzo ad un ampio verziere, si componeva di tre stanze: un piano solo, ma una cantina al dissotto. Era situata allʼestremità del villaggio. Non cʼerano vicini. Delle colline sovrapposte una allʼaltra, sfrangiavano sullʼorizzonte azzurro. Era il mese di maggio: gli arbusti, gli alberi, i fiori delle aiuole che circondavano la casa, tutto cantava, ed attirava gli sguardi sotto i baci della primavera.
Dopo aver chiuso a chiave la porta, mio padre andò a chiuder pure la finestra. Mia madre accese due candele. Io guardavo, ritto sulla soglia dellʼuscio. Non una parola durante tutto ciò. Si udivano gli ultimi gridi della rondinella che accelerava la costruzione del suo nido. Mio padre aprì un vecchio cassettone, vicino al cammino, e ne cavò due spade, due sciabole e due pistole. Le spade erano due fioretti che servivano per le mie lezioni di scherma, e chʼegli nella giornata aveva aguzzati. Depose quegli oggetti sul tavolo, ove mia madre aveva messo i due lumi, stringò solidamente i suoi calzoni, e rialzò le maniche della camicia, la quale, aprendosi sul petto, lasciò vedere due cicatrici di ferite prese al servizio dellʼAustria.
—Avrei diritto di uccidervi, disse egli al colonnello; vi faccio lʼonore di battervi con me, e vi lascio il vantaggio di sceglier le armi e di tirare pel primo.
Il colonnello comprese finalmente. Egli conosceva la tempra di mio padre, e se lo vedeva li dinanzi, rizzarsi come un colosso, inflessibile, solenne come il diritto. Si guardò intorno: nessuno scampo. Fissò il suo sguardo sullo sguardo immobile e senza collera di mio padre. Non cʼera grazia da sperare. Si vide morto. Che fare? Giocò dʼaudacia.
—Domani, rispose egli assumendo un grugno severo, vi constituirete prigioniero per avere insultato e minacciato il vostro colonnello. Il Consiglio di guerra vi condannerà a morte. Io vi farò grazia, lasciandovi passare solamente tre volte per le verghe tra due file di trecento uomini.
—Domani, replicò mio padre, voi farete ciò che potrete. Per ora fate ciò che io voglio: scegliete le armi.
—Non mi batto con un mio inferiore. Voi che avete servito venticinque anni, voi dovete saperlo.
—Se non vi battete, sarò costretto di battervi io, di schiaffeggiarvi.
—Non mi oppongo. Domani vi farò rendere codesti schiaffi dal carnefice avanti di farvi appiccare.
Ogni discussione era inutile. Mio padre si avvicinò al colonnello, e lo percosse fortemente alla faccia. Il colonnello Schaffner restò bravamente impassibile, avvegnachè la sua testa piegasse a dritta ed a sinistra sotto la possente mano dellʼoltraggiato. Eʼ credeva cavarsela con quella correzione, e guardava dal lato della porta. Ma mio padre aveva tutto previsto. Conosceva lʼuomo. Fece quindi un segno a mia madre, la quale tirò dal cassettone un gomitolo di sottil corda. Il colonnello tremò. Divenne bianco come la camicia che aveva probabilmente portata al suo primo ritrovo di amore.
—Volete dunque appiccarmi? sclamò desso.
Mio padre non gli rispose. Sciolse la corda, si avvicinò allʼuomo, e, di un colpo di pugno nel petto, di un calcio nelle gambe, lo gettò a terra. Avanti che il colonnello avesse compreso ciò che volevasi fare di lui, si trovò i due polsi solidamente legati, i piedi strettamente avvinti alle cavicchie, mani e piedi legati dietro la schiena, in maniera che il trapezio era divenuto oramai un gomitolo. Mia madre aprì la botola che chiudeva la cantina. Mio padre trascinò il colonnello, che gridava ora come un pappagallo incollerito, e lo lasciò rotolare giù, sopra un piano inclinato di ventidue gradini.
—Ajuto, soccorso, mi assassinano! fu lʼultimo grido che gettò colui arrivando al fondo della scala.
La botola ricadde su lui, e non intendemmo più che un gemito soffocato. Mia madre preparò la tavola, e levò dal fuoco una casseruola, ove cuoceva lentamente un pollo tagliato a pezzi entro unʼeccellente salsa rossa. Cenammo, come se nulla fosse accaduto. Poi, al solito, mio padre lesse un capitolo della Bibbia prima di andare a letto. Quando la preghiera fu finita, eʼ si rivolse a mia madre, e le disse:
—Perla mia, Maurizio ed io abbandoniamo immediatamente questa casa ed il paese. Tu resterai qui cinque giorni, e poi ritornerai nella tua famiglia. Tuo fratello verrà a cercarti. Durante questo tempo, porterai ogni giorno un pezzo di pane di una libbra, e una brocca dʼacqua, a quel cane lì abbasso. Quando tu e tuo fratello sarete partiti alla vostra volta, il diavolo avrà cura della sua preda. Vi metterete in cammino alla notte. Verrò a vederti, tosto che avrò un riparo ove condurti. Così Dio ci protegga, e ci benedica!
Mio padre abbracciò religiosamente mia madre, e uscimmo da quella casa fortunata che i nostri antenati avevano abitata per dei secoli, da quel villaggio ove mio padre era stimato da tutti e benedetto dai poveri. Lʼultimo suono che percosse le nostre orecchie fu il singhiozzo della povera donna, che restava sola a far fronte alla retroguardia nemica.
Ahimè! non dovevamo più rivederla.
Ecco ciò che avvenne.
Mia madre restò tre giorni prima di portar da mangiare e da bere al prigioniero. Ella era spaventata dai sordi ruggiti che risuonavano incessantemente alle sue orecchie, e dal rumore che udiva, poichè il colonnello rotolava e si batteva a tutti gli angoli, a tutti gli utensili della cantina. Finalmente il terzo giorno ella discese, per obbedire agli ordini di suo marito. Il colonnello non era riuscito a slegarsi. Ma la corda penetrava nella carne ai polsi e martorizzava terribilmente le cavicchie. Sembrava talmente esausto, che udendo avvicinarsi mia madre, diede solo un debole gemito. Mia madre temette per un momento chʼegli non rendesse lʼultimo sospiro. Poggiò il lume sopra lʼultimo gradino della scala, andò verso quellʼuomo, accovacciato dietro un barile. Aveva la brocca ed il tozzo nelle mani. Glieli mostrò, e gli disse:
—Mangiate e bevete.
Stese le due mani nellʼistesso tempo, lasciandogli la scelta di mangiare innanzi di bere, o di bere innanzi di mangiare. La testa del colonnello era spinta indietro, livida, quasi nera, il collo torto, le vene gonfie come due gomene; gli occhi suoi parevano due macchie di sangue; la bocca, pure insanguinata, restava aperta. La corda, che gli passava attorno al collo, avanti di legare i piedi e le mani, aveva roso la cravatta e intaccato la carne. La respirazione sembrava soffocata. Mia madre nʼebbe pietà. Essa prendeva nella sua tasca un piccolo coltello per recidere quella corda, allorchè senti afferrare la sua mano. Due terribili file di denti lʼazzannarono, la serrarono, frangendola fino alle ossa nella loro morsicatura. Mia madre gettò un grido. Il colonnello la spinse, rotolando sui suoi piedi con tutto il peso del suo corpo, e la rovesciò. La povera donna era debole, essendo ammalata ed incinta. Il colonnello strisciò sopra di essa, e raggiunse il suo viso, ove la morse orribilmente. Le grida avrebbero scosso la casa e risvegliato i morti. In quel momento una testa apparve allʼapertura della botola. Era mio zio, mandato da noi.
Arrivava in tempo per liberare sua sorella, così bella poco dianzi, e ora così atrocemente e spaventevolmente mutilata. Ma non arrivava in tempo per salvarla.
La scomparsa del colonnello aveva dato lʼallarme. La nostra partenza, lʼarrivo dello zio destarono dei sospetti. Si cercava già da pertutto il conte di Schaffner. Il giudice del circondario si presentò per fare una visita nella nostra casa, come aveva fatto in altre. La vista di mia madre, le grida soffocate che uscivano dal sotterraneo denunziarono lʼopera del padre mio. Occorre dir altro? Tre mesi dopo, quella disgraziata donna era appiccata; mio zio posto in una segreta; la casa, lʼorto, le suppellettili, i nostri pannicelli, tutto fu confiscato.
Il colonnello aveva presieduto la Corte marziale che emanò la sentenza.
Mio padre era anchʼesso condannato al patibolo, e si prometteva un premio a chi lo denunziasse e lo consegnasse nelle mani della giustizia.
La mancia era inutile. Era io che dovevo consumare la sua perdita.
Avevamo marciato, senza fermarci, dritto alla puszta—ovverossia alla pianura dellʼUngheria magiara. Mio padre mi aveva lasciato presso un cugino della mia vera madre, la sua prima moglie, sulle rive della Tisza, ed egli, dopo un giorno di riposo, aveva raggiunto Rosza Sandor, suo amico.
Rosza Sandor era un poʼ ciò che glʼItaliani chiamano un brigante. Celebre per i suoi audaci colpi di mano, preso, si evase, ed errava nella puszta da anni, conducendosi come un bravo ed onesto masnadiero, non odiando nè facendo male che agli Austriaci. Più tardi Rosza Sandor comandò ad uno squadrone di volontarii, i suoi ussari, che servirono la rivoluzione fedelmente, ma con troppe collere. Rosza Sandor teneva la campagna ancora nel 1856, malgrado la ricompensa promessa dallʼAustria di 10,000 fiorini a chi lo catturasse. Mio padre restò sei mesi con Rosza Sandor. Quando fu sicuro che la giustizia austriaca aveva perduto le sue traccie, ci fissammo in un villaggio della puszta nei dominii del principe Nyraczi, che ci diede in affitto una casa ed un campicello.
Mio padre prese il nome di Paolo Nagy.
II.
Sei mesi dopo la nostra istallazione nella novella dimora, una sera mio padre mʼabbracciò e partì, dicendomi che andava a vendicare lʼassassinio di sua moglie. Ritornò sei giorni dopo, ma sʼastenne dal comunicarmi il risultato della sua spedizione. Non osando interrogarlo, feci unʼispezione delle sue armi. Partendo, egli aveva nelle sue tasche una pistola e quattro cartuccie. Al suo ritorno, una cartuccia mancava. Alcune settimane dopo, il giudice signorile raccontava che il colonnello conte di Schaffner, dʼun circondario siculo presso la frontiera della Moldavia, era stato ucciso alla sua porta, una sera, con un colpo di pistola, e che la giustizia non aveva ancora trovato lʼassassino.
Questo fu tutto.
La giustizia austriaca non è mai stata fortunata in queʼ paesi dei Confini militari.
Passarono tre anni. La fortuna ci sorrideva. Mio padre era jobbagy, cioè colono del principe Nyraczi, e possedeva un quarto di sessione, cioè un pezzo di sedici jugeri di terra arativa, sei di prateria e quattro di pascolo, con una casa ed un orto, per i quali pagava un livello annuo di ventiquattro giorni di lavoro col bestiame, due fiorini di tassa, la nona parte al signore, senza contare la decima ai preti. Prosperavamo.
Io toccava i diciannove anni.
Una storditezza ci precipitò nellʼabisso.
Era una domenica del mese di ottobre. Io indossava un bel costume di contadino magiaro: cioè una bella camicia a larghe maniche increspate; un panciotto a bottoni dʼargento; un calzone largo color azzurro chiaro, ricadente sugli stivali alti fino alle ginocchia; un mantello con maniche, di lana bianca, ricamato a colori vivaci, adornato dʼastrakan e di bei fermagli dʼargento, gettato sulle spalle, e tenuto al petto da una catena di acciaio. Avevo sul capo una magnifica berretta di panno color viola, orlata pure dʼastrakan con una penna di falco. Passavo per un bel giovine. Questa parola, almeno, era su tutte le labbra, e mi faceva già palpitare quando era pronunziata dalla bocca di una ragazza. Nonpertanto, io non era contento della mia sorte. Sapevo che ero nobile, e che potevo aspirare a tutto; la condizione di mio padre, lʼomicidio che aveva commesso, la santa vendetta che aveva fatto del suo oltraggio, lʼobbligavano a nascondersi, e mi forzavano a tacere il nostro nome e restare contadini. Io mi ribellava contro il destino, e mi preparava una rivincita, collʼistruirmi.
Quando tutta lʼUngheria risenti come una specie di scossa elettrica alle scintille-folgori delle strofe di Petőfi, io balzai come gli altri, mentre il viso dellʼAustria allibiva dal pallore dello spasimo. Domandai: Chi è codesto possente, che muove le capanne ed i castelli, le capitali ed i villaggi, le fanciulle ed i soldati? Mi risposero: È il figlio di un oste-beccaio, un istrione malriescito!
La mia anima scoppiò.
Io poteva arrivare a tutto.
Mio padre indovinava la vita interna del mio spirito. Le rughe del suo fronte si oscuravano. Egli sapeva che mi aveva serrato al collo la gogna del plebeo, fino a quando egli sarebbe vissuto, e forse anche dopo la sua morte, se la degradazione, che seguiva la condanna, si fosse riflessa sulla sua discendenza.
Quella domenica, io ronzava sulla piazza del villaggio, fra le quattro chiese che si guardano e si fanno un poʼ di smorfia: la Greca, la Cattolica, la Protestante e la Sinagoga. Un cavallo, montato da una ragazza vestita dʼuna amazzone verde, il viso nascosto da denso velo, passò di galoppo, e mʼinzaccherò. Due altri cavalieri la seguivano: il principe di Nyraczi ed un domestico.
I villaggi dʼUngheria sono una specie di Venezia. In mezzo ad ogni strada, corre, o piuttosto sʼimpantana una pozzanghera, un ruscello, una cloaca, che si traversa sopra dei ponti fissi o mobili, ed ove sguazzano delle oche, delle anitre e dei porci mostruosi. Delle belle vacche bianche, civettelle, si fermavano sulle rive, e stupivano di vedervisi così brutte. La giovinetta, che mi aveva involontariamente coperto di quel fango infetto, era la figliuola del principe, arrivata da un collegio di Vienna il giorno innanzi, per passar le vacanze nel castello di suo padre. Io non lʼaveva, potuta vedere. La dicevano sorprendentemente bella e capricciosa. Ella andava a caccia in un piccolo bosco riservato nei dominii di suo padre, unʼoasi di quercie, di pini, dʼolmi, in mezzo a quella interminabile pianura dellʼUngheria, ove queste foreste in miniatura sono rare come le isole dellʼAtlantico.
La cavalcata passò come una freccia.
Tutti, sapendomi un poʼ civettuolo, risero della mia disgrazia. Rientrai in casa per pulirmi. Poi mi venne una voglia, una voglia irresistibile: vedere quella giovine castellana! Mi armai, non so perchè, del fucile di mio padre, e mi slanciai nei campi verso il piccolo bosco. In breve vi arrivai. Cacciavano di già: lo scoppiettio della fucilata me ne avvertiva. Io scavalcai la siepe, e mi rannicchiai dietro un albero in una specie di viale che la cacciatrice doveva senza dubbio traversare da un momento allʼaltro. Poco dopo, effettivamente, un rumore di galoppo risuonò dietro di me. Non era la ragazza, ma suo padre, seguìto da alcuni guardacaccia. Fui scoperto.
—Cosa fai tu là? mi gridò pel primo il principe con aria altiera, appena mi scorse da lungi.
Poteva io dirgli: Aspetto per vedere vostra figlia? Arrossii, e mi confusi. Senza pensarci sopra, mi scappò dalle labbra una risposta:
—Sto in agguato di un capriuolo. Voʼ cacciando.
Il principe fece un segno. I guardacaccia mi presero, e mi condussero con loro.
Il giudizio non si fece attendere. Il processo non fu lungo. Il caso non ammetteva circostanze attenuanti. I nobili in Ungheria non hanno essi soli il diritto di caccia: le capacità e gli honoratiores lo possedono pure. Era forse dubbio se io avessi potuto o no esercitare questo diritto in qualunque altro sito, ma era vietato a tutti di cacciare nei boschi riservati. Io aveva violata la legge.
Tradotto lʼindomani alle ottʼore dinanzi il tribunale signoriale, composto di cinque giudici, di cui il principe Nyraczi aveva scelto il presidente, ad otto ore e mezza ero stato giudicato e condannato—condannato a ricevere ventiquattro colpi di bastone. Essi avevano aggravata la pena, non avendo diritto di condannarmi che a dodici colpi. Poco importa: il numero non faceva nulla. Il pensiero del dolor fisico, neppure.
Io mi aspettavo di esser condannato ad una ammenda, e così pure mio padre. Lo scorgevo in un angolo della sala del tribunale, e non ho mai veduto una faccia umana decomporsi in quella guisa e così rapidamente. Forse il suo viso rifletteva lo sfacimento del mio. Quella pena era il disonore, era la mia morte morale. Gli occhi di mio padre, iniettati di sangue, lanciavano folgori; le sue labbra, livide e gonfie, tremavano. Tutti i tratti della sua fisonomia sʼincrespavano come sotto una scossa elettrica. Balbettò delle parole, che non furono comprese. Le sue narici allargate lasciavano passare una respirazione a sobbalzi, tumultuosa. Temetti un momento che fosse fulminato da un colpo dʼapoplessia.
I giudici, osservando la trasformazione terribile di quella bella testa di vecchio, i cui bianchi capelli si rizzavano sulle tempie, si fermarono a fissarlo, attendendo che potesse riacquistare la parola. Sembrava evidente chʼegli aveva a dire qualche cosa. Si fece silenzio. Io cadeva accasciato sotto il peso della mia disgrazia La sentenza non ammetteva appello. Eppure mio padre taceva ancora. Il presidente, stanco di quel silenzio, fece un segno. I gendarmi misero la mano sulla mia spalla, e furono per condurmi nel cortile ove si doveva eseguire la condanna.
—Fermatevi, gridò alla fine mio padre, facendo uno sforzo supremo sopra sè stesso.
Il presidente fece un altro gesto, le mani dei gendarmi mi lasciarono libero.
—Voi cercate da tre anni colui che punì, e poi uccise il colonnello conte di Schaffner?
—Vi sono mille fiorini di premio a chi lo darà in mano alla giustizia, rispose il presidente.
—Ebbene, continuò mio padre, lʼuomo che cercate sono io.
—Voi?
—Io stesso; ma io sono nobile, io sono conte. Voi non potete infliggere la pena del bastone a mio figlio. Mi abbandono al patibolo pel mio delitto; pago lʼammenda per mio figlio.
Un istante di silenzio seguì, momento terribile per tutti, dʼagonia per mio padre, di terrore per me. Egli aveva rivelato il suo vero nome. Il presidente ed i cinque giudici scambiarono alcune parole fra loro, a voce bassa. La loro deliberazione fu breve, pure ci parve durasse un secolo. Finalmente il presidente disse:
—Lʼesecuzione della sentenza verso quel giovane non ammette dilazione. Il caso non è previsto dalle nostre leggi. La sentenza avrà dunque il suo corso. In quanto allʼassassino del conte di Schaffner, egli sarà inviato alla sede sicula, ove il delitto fu commesso, e consegnato alle autorità locali.
Ecco tutto.
La Corte si alzò, ed uscì.
Un fremito corse in tutta lʼassemblea.
Io subii la pena delle verghe.
Mio padre fu appiccato.
Lottai quarantʼotto ore contro la tentazione del suicidio. Non bevetti, non mangiai, non dormii durante questo tempo. Il mio cervello era agitato dal caleidoscopio del delirio. Il terzo giorno, uno dei giudici venne a portarmi i mille fiorini di ricompensa, prezzo del sangue di mio padre. Egli indietreggiò spaventato dinanzi la minaccia del semplice mio sguardo, scivolò sulla pozza che stava dinanzi la porta, cadde, si rialzò gridando, e fuggì. La stessa sera abbandonai il villaggio.
Tre anni avanti, venendo colà, avevo portata negli occhi la cara nostalgia delle mie montagne transilvane. Per lungo tempo ne avevo avuto il miraggio alla sera, credendo veder nel lontano orizzonte, attraverso il pallido azzurro del cielo cenericcio dellʼUngheria, delle punte di zaffiro orlare la pianura come una collana. Ora mi allontanavo, lasciando la puzsta con lʼ ansia di chi abbandona lʼamato focolare e si immerge nellʼinfinito sconosciuto. Il sole rosso tramontava, e circondava di unʼaureola dʼoro la prospettiva lontana. Il cielo grigio brillava di pagliuzze lucenti, come un velo ricamato a liste dorate. Una pianura interminabile, cielo e terra, senza ondulazioni, sʼallargava, fuggiva a me dinanzi, nascondendosi poco a poco sotto lʼinvasione delle tenebre che si avanzavano dallʼOriente. La Tisza, dalle rive piatte, dalla corrente azzurra e sonnacchiosa, scorreva maestosamente verso il giallo Danubio, che serpeggia come un boa, e la beve, per rigettarla ben tosto nei fiotti irrequieti del mar Nero. Più lungi, molto rari, alcuni bianchi villaggi dai dorati campanili bizantini, che si prenderebbero per greggie in riposo, chiazzavano il suolo giallastro; e di tanto in tanto, un campo di tabacco dalle larghe foglie, delle canne acquatiche, dei girasoli dal cuore nericcio, dei boschetti a foglie verdi pallide, tremolanti sotto il venticello appena svegliato della sera. Poi, qua e là, delle specie di grue dallʼaria sinistra, che si rizzavano come neri patiboli, e servono ad attignere lʼacqua dal fondo dei pozzi ai margini invisibili.... Poi ancora dei gruppi di ragazze colle braccia ed i piedi nudi, dalla pelle bruna, colle gonne rialzate, le treccie ondeggianti, belle e tranquille, che salutavano con un sorriso, di cui il viaggiatore conserva la memoria. Dalla parte dʼOccidente, ove la luce era più viva, vedevo alzarsi lentamente da terra, come dei fiocchi di cotone, la nebbia bianca—quella lanuggine omicida dei paludi, che sʼapposta come in agguato nella pianura, e uccide chi la respira. Poi finalmente delle cataste di fieno, rassomiglianti a dromedarii accoccolati nelle fermate del deserto, e qualche pastore malinconico, pensieroso, indolente, che segue le ondulazioni delle rare nuvolette che si bagnano nellʼimmensità. Cosa sogna egli, il solitario della puzsta?
Ogni Ungherese è lʼembrione di un poeta, di un gentiluomo, dʼun soldato, dʼun patriotta e di un pazzo—Don Chisciotte grave, capace di tutti gli eroismi e di tutte le frivolità.
Questa pianura dellʼUngheria è grandemente triste, è la solitudine animata, lʼincerto dellʼOriente che trasalisce sotto gli amplessi dellʼOccidente. Io portava le lagrime negli occhi e lo scoraggiamento nel cuore. Ogni passo che facevo verso lʼovest, era un passo nellʼesilio, ed io sentiva le fibre della patria cader una ad una dal mio cuore, come si strappano i petali da un fiore. Venne la notte. Mi lasciai cadere sopra un solco di granturco tagliato, e piansi.
Un solo avvenire si apriva ormai a me dinanzi. Lʼaccettai senza esitare. Era dar mano ad una creazione. Presi il nome che porto ora, e mi feci soldato. Entrai in un reggimento dʼussari, a Vienna. Fui inviato in Boemia, poi in Italia, poi in Polonia. Vi passai quattro anni.
La rivoluzione del 1848 mi trovò in Galizia sottotenente, promosso soltanto dalla vigilia.
III.
Il mio reggimento aveva cangiato tre volte di colonnello. Lʼultimo era un tedesco, il conte Ferdinando Tichter. Io era segretario del suo predecessore, un ungherese; il conte austriaco desiderò che restassi a quel posto. Il colonnello Tichter mi spiacque irremissibilmente fin dalla prima ora. In ricambio, amai sua moglie fin dal primo minuto.
Sei mesi dopo, ci arrivarono, una dietro lʼaltra, le notizie della rivoluzione in Italia, della rivoluzione in Francia, della rivoluzione a Vienna. Non saprei dirvi le impressioni opposte, che questi turbini equinoziali produssero sopra il reggimento interamente ungherese, e sopra il colonnello meschinamente ed orgogliosamente tedesco. La notizia del 15 marzo di Pesth mise il colmo allʼesasperazione di questi, ed allʼodio di queglino.
Di già la Dieta di Presburgo aveva assunto unʼattitudine rivoluzionaria. Quando la notizia dellʼinsurrezione viennese si sparse in Pesth, quattro giovani, di cui Petőfi era lʼanima, fecero irruzione nelle scuole, e trascinarono gli studenti nella via di Hatvan. Si presentarono dinanzi la stamperia Landerer, e domandarono la stampa immediata dei dodici articoli—i nostri Diritti dellʼuomo—e di un canto di Petőfi.
—Non posso, rispose lo stampatore. Gli scritti mancano dellʼexequatur del censore.
—Dovete farlo, rispose Vasvati.
—Allora impadronitevi delle mie macchine, suggerì lo stampatore, ed obbedirò alla violenza.
—Metto la mano sulle vostre macchine, e impongo agli operaj di lavorare, sclamò Jokay.
—Ed io aggiungo, riprese Bulyovsky, che non partiremo da qui che quando il lavoro sia compiuto.
Gli operaj non volevano di meglio. La folla intorno alla stamperia aumentava di minuto in minuto. Un quarto dʼora dopo, il primo esemplare dei due scritti appariva. Petőfi montò sopra un tavolo, e li lesse. La pioggia cadeva a torrenti: la folla resta immobile. Coi dodici articoli si domandavano tutte le libertà, la eguaglianza dinanzi la legge, lʼabolizione dei privilegi, lʼautonomia dellʼUngheria, avente il suo re, imperatore a Vienna. Si esigeva che i soldati ungheresi non fossero inviati allʼestero, e che i reggimenti stranieri fossero allontanati dal paese. Le acclamazioni della folla divennero frenetiche. Per la folla, come pei bambini, il grido è una forza. Petőfi lesse allora la sua poesia.
Petőfi aveva appena ventiquattro anni, una piccola statura, un viso magro rischiarato da due occhi neri e risplendenti, lʼaspetto fiero. Si lasciava accostare difficilmente. Vestiva da contadino e non portava mai cravatta. Tutti lo conoscevano; lo si amava e lo si detestava eccessivamente. Egli era fiero, brusco, brutale nella sua franchezza, democratico intero ed assoluto, coraggioso fino alla storditezza. Bem, più tardi, lo prese per aiutante: erano degni di essere amici. Vi racconterò in seguito come morì. La poesia che egli lesse è intraducibile. Abbiatene il riflesso—il riflesso del sole delle regioni boreali nellʼinverno.
Della patria al santo appello,
O Magiari, orsù sorgete; Esser schiavi od esser liberi È in poter di voi: scegliete.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo, Noi giuriamo
Lʼempio giogo di spezzar.
Questa strofa fu la miccia che mette il fuoco alla mina. Una voce immensa, la voce di tutto un popolo, scoppiò nel grido: Lo giuriamo!
Sì, essi lo giurarono, e tennero il giuramento dato.
Petőfi continuò:
Fummo schiavi. In servo avello
Gli avi dormono. A noi spetta Di giurar sui loro tumuli E compirne la vendetta.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo, Noi giuriamo
Lʼempio giogo di spezzar.
—Noi giuriamo, gridò la folla di nuovo col rumore del tuono.
Petőfi riprese:
Maledetto chi, pugnando,
Di morire avrà timore, Chi la vita—inutil cencio— Prezza più del patrio onore.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo, Noi giuriamo
Lʼempio giogo di spezzar.
Lo giuriamo! echeggiò la folla, alzando le mani al cielo per prenderlo a testimonio.
Petőfi continuò. Si sarebbe detto che la sua voce suonasse il tocco funebre dellʼAustria.
Più dei ceppi brilla il brando,
E assai meglio il braccio adorna; Pur di ceppi fummo carichi, Ora, spada, a noi ritorna.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo, Noi giuriamo
Lʼempio giogo di spezzar.
—Noi giuriamo, urlò la folla, e tutti quelli che avevano una sciabola, la brandirono.
Le due città, Buda e Pesth, si riscossero allʼeco di quel giuramento.
Petőfi, commosso vivamente, declamò lʼaltra strofa:
Dei Magiari al nome, intera
La sua gloria renderemo, Lʼonta vil di tanti secoli Noi col sangue laveremo.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo, Noi giuriamo
Lʼempio giogo di spezzar.
—Lo giuriamo, risuonò, come il coro antico della feste patriottiche della Grecia, lʼimmensa voce delle due città.
Petőfi fini il suo inno:
Sui sepolcri nostri proni
A pregar un dì vedremo I redenti nostri posteri, E dal ciel nʼesulteremo.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo, Noi giuriamo
Lʼempio giogo di spezzar.
—Lo giuriamo, ripetè la folla, ed intuonò lʼintiero ritornello, illuminandolo di una musica improvvisata, ed aggiungendovi: Viva lʼUngheria! viva la libertà!
Quando io, alla tavola degli ufficiali, lessi il racconto di questa scena ed il canto di Petőfi, che io pel primo aveva ricevuto, non restò più nè un bicchiere nè un tondo sulla tavola: tutto fu gettato in aria, come per lo scoppio dʼuna bomba. Allʼindomani il colonnello, informato di questa scena, ci mise tutti agli arresti. Sua moglie ci inviò dello Champagne e dei fiori. Noi spargemmo in mezzo ai soldati la poesia di Petőfi.
Da quel giorno, la nostra vita fu un accesso di febbre in permanenza. Le notizie della nostra patria si succedevano sempre migliori. Il Comitato di salute pubblica decretava, organizzava, armava la Guardia nazionale; un Ministero ungherese responsabile era nominato, e ne facevano parte Luigi Batthyany, il cavaliere dellʼUngheria; Deak, che più tardi doveva essere il Fabio dellʼautonomia ungherese; quello Stefano Szechenyi, che durante trentʼanni fu alla testa di tutti i progressi, di tutte le audacie, di tutte le grandi cose e le grandi idee del suo paese, e che la catastrofe della rivoluzione doveva colpire di follia; il principe Eszterhazy, il quale, essendo in missione come deputato della Dieta presso lʼarciduca Francesco Carlo, padre dellʼimperatore attuale, e pregato di attendere perchè lʼarciduca pranzava, sclamò: «Sua Altezza può ben mangiare un piatto di meno, quando la monarchia è in pericolo!» Kossuth, finalmente, il cui spirito patriottico animò lʼUngheria, e le rese il sole che aveva illuminato i Giovanni Hunyad, i Giovanni Zapolya, i Francesco Rakoczy, i Bethlen, i Bocskay.
Il movimento si propagò alle altre razze, agli altri paesi della corona di Santo Stefano: Slovacchi, Ruteni, Vendi, Croati, Serbi, Valacchi, Sassoni, Siculi, Transilvani. Tutti si alzarono al fragore della grande parola: libertà! eguaglianza! Tutti benedissero lʼiniziativa dei Magiari. La Dieta di Kolosvar volle avere la sua notte del 4 agosto. Il grande patriotta Nicola Wesselenyi, che usciva dalle prigioni dellʼAustria, ottuagenario, cieco, sorse in mezzo ad una fremente assemblea, e sclamò, parlando dei contadini:
—Che essi non sieno più plebe! che sieno cittadini liberi.
—Sieno! rispose di una voce, come un sol uomo, lʼassemblea levandosi in piedi.
—Che sieno eguali dinanzi alla legge, come lo siamo noi, riprese Wesselenyi.
—Sieno! ripeterono i deputati ungheresi.
—Che sieno nostri fratelli, ed abbiano comuni con noi doveri e diritti.
—Sieno! gridò lʼassemblea, coprendo dʼapplausi le parole dellʼoratore.
—Sì, continuò Wesselenyi, sì, che da oggi, giorno della Trinità, in avanti, tutti partecipino ai benefizii della libertà, dellʼeguaglianza, della fraternità, questʼaltra santa Trinità politica!
E sedette, mentre lʼassemblea sempre in piedi applaudiva e sanzionava il nuovo patto, e mentre che lo strepito delle sciabole e mille evviva annunziavano al di fuori, che non cʼerano più in Transilvania che degli uomini liberi.
Questa concordia, questa libertà, erano la condanna della monarchia austriaca. Essa lo comprese, e provvide.
La sede del Governo ungherese fu trasferita a Buda-Pesth. Le nazionalità annesse ne furono gelose. Tanto bastava. La leva era trovata, o, a meglio dire, creata. LʼAustria, che aveva già schiacciato lʼItalia, se ne impadronì. I Croati diedero lʼesempio. Il bano Jellachich, il ganzo fortunato dellʼarciduchessa Sofia—la fatale amante del disgraziato duca di Reichstadt,—diede il segnale. «Il mio cuore è con voi» gli aveva detto quellʼarciduchessa, madre di Francesco Giuseppe. I Serbi seguirono, poi i Sassoni, poi i Rumeni, poi i Confini militari.
La Dieta si riunì a Pesth. Essa votò una chiamata di 200,000 uomini, ed un prestito di 42,000,000 di fiorini. Lo slancio era dato. Le ostilità cominciarono. Il re, chiamato a Buda, rifiutò di venirvi.
I Serbi batterono lʼesercito ungherese a Szent-Ramas, ove apparve quel famoso Janku, al quale, più tardi, Francesco Giuseppe doveva dire quel celebre: Multum fecisti, Janku, vere multum fecisti!, che lo fece passare per un letterato. Il Palatino tentò un colpo di Stato. Jellachich passò la Drava. La Dieta che voleva ancora restare nella legalità, inviò una deputazione al re.
La Corte tenne a bada la deputazione.
La deputazione finì collʼaccorgersene.
—A rivederci sulla Drava! disse Batthyany a Jellachich.
—A Pesth, se volete! rispose il venusto Croato: vi risparmio il disturbo di rendermi visita.
E si pose alla testa del suo esercito, accompagnato dai voti di tutta la Corte.
—Siamo attaccati da otto parti in una volta, sclamò Kossuth in mezzo alla Dieta.
Il Palatino fuggì. LʼUngheria si sollevò.
Le truppe ungheresi, che si trovavano in Italia, erano già state richiamate, ma Radetzky aveva rifiutato di lasciarle partire. Il dì 20 agosto, il re firmò il decreto pel quale i reggimenti ungheresi, nelle altre provincie dellʼImpero, erano restituiti in Ungheria. Il decreto fu comunicato al colonnello Tichter, come agli altri capi di corpo. Il colonnello lo stracciò, sotto il pretesto che non era il ministro della guerra dellʼImpero, o dellʼimperatore, che glielo significava, ma il ministro del regno dʼUngheria e del re. Il colonnello era austriaco nellʼanima, vale a dire idolatra della forza. In conseguenza, il decreto del diritto non gli pareva legale. Ma per noi era più che legale.
Attendemmo per cinque giorni lʼordine della partenza. Lʼordine non venne. La contessa mi disse: Non verrà mai.
Il capitano del 4.o squadrone diede il segnale.
Una mattina, un suono di tromba per la chiamata venne a destarci ad unʼora inusata. Gli appartamenti del colonnello sporgevano sullʼimmensa corte della caserma. Egli stava scorrendo la corrispondenza ed i giornali arrivati da Vienna, e brontolava forte. La contessa leggeva appo di lui i giornali ungheresi, e sembrava raggiante. A quella fanfara inattesa, il colonnello si alzò, e corse alla finestra. Aveva una berretta rossa sul capo, la pipa in bocca, delle pianelle e una zimarra da camera. Scendendo, prese uno scudiscio. E fu in questa guisa chʼeʼ si presentò davanti il 4.o squadrone, già pronto e sul punto di mettersi in marcia.
—Cosa è codesto? gridò il conte Tichter, fulminando dello sguardo il capitano.
—Colonnello, rispose questi, ponendosi alla testa dello squadrone, noi partiamo.
—E dove andate?
—A Pesth, colonnello.
—Chi vi ha dato lʼordine della partenza?
—Il ministro della guerra, Lazzaro Meszaros.
—Non conosco i vostri pulcinelli io, ruggì il colonnello; sono il padrone del reggimento, ed esso non riceve ordini che da me.
—Colonnello, vʼè un padrone di tutti, re per noi, imperatore per voi. Egli ha approvato il decreto del 20 agosto.
—Andate a costituirvi prigioniero; un Consiglio di guerra giudicherà la vostra risposta.
—A Pesth sì. Qui no.
Quasi tutto il reggimento era accorso. Il colonnello adocchiò il capitano del 2.o squadrone, che aveva riunito tutti i suoi; erano per montar a cavallo.
—Capitano, gli disse, impadronitevi del capitano del 4.o squadrone, e fate disarmare lʼintero squadrone.
—Colonnello, rispose pulitamente il capitano, date ad un altro questʼordine parto: anchʼio. Partiamo col 4.o
La tromba suonò la marcia. I due squadroni lasciarono Marienpol. Il colonnello lasciò andare una spaventevole bestemmia, e rientrò.
Ci aspettavamo che lʼAustriaco allʼindomani si fosse posto alla testa dei due squadroni che gli restavano, ed avesse raggiunto il 2.o ed il 4.o
Non ne fece nulla. Il giorno dopo, tutti gli ufficiali e sotto ufficiali gli intimarono la partenza. Bisognò che cedesse, sapendosi sorvegliato.
—Non vi fidate di lui, mi disse alla sera la contessa. Egli medita un colpo. Non so quale, ma un tradimento, sicuro.
—Vi è pericolo per voi, signora?
—Non so. Vegliate su me.
Questo «vegliate su me» era la confessione che io attendeva da sei mesi. Ella sapeva che io lʼamava come un forsennato, e mi tacevo. Suo marito, egli stesso, mi pareva sospettasse la mia passione. La contessa non aveva fatto nulla per incoraggiarmi, ma io aveva indovinato che il mio amore lʼaveva tocca, e che forse meco lo divideva. Come era bella, Dio mio, quando il suo guardo inebbriato posava su di me, e mi avviluppava di unʼaureola luminosa!
Partimmo in mezzo agli applausi di tutti gli abitanti di quella città; le donne ci inviavano dei baci, i vecchi delle benedizioni, i giovani degli augurii. Il colonnello si tenne sempre alla coda del reggimento, sotto il pretesto di star vicino a sua moglie, che ci seguiva a cavallo. Mi feʼ restare presso di sè, onde trasmettere al reggimento i suoi ordini in ungherese, lingua chʼegli non parlava. Arrivammo al Dniester. Pioveva da tre giorni: il fiume era ingrossato e torbido. Bisognava traversarlo a nuoto. Il primo squadrone vi si lanciò; il terzo lo seguì. Il colonnello non si mosse. Quando tutti furono allʼaltra riva, egli afferrò con violenza la briglia del cavallo di sua moglie, dicendole:
—Seguimi.
—Soccorso! gridò la contessa, strappandogli dalle mani la briglia.
Mʼinterposi.
—La signora contessa vuol ella continuare il viaggio verso la sua contrada? le domandai.
—Sì, lo voglio.
Per sola risposta, il colonnello cavò una pistola dagli arcioni, e fece fuoco su di me. Mi sbagliò. Tirai a volta mia. Egli cadde. Il colonnello Tichter era un colosso. Mʼimpadronii allora delle briglie del cavallo di Amelia, e ci lanciammo nel fiume. Fummo accolti allʼaltra riva con urrà interminabili: i miei compagni avevano veduto tutta la scena. Continuammo la marcia. Ci mancavano viveri e denari. Quel poʼ di pane che i contadini ci somministravano, era dato ai cavalli, e per nostro conto ci alimentavamo con torzoli di cavoli, di granturco e di legumi crudi, che si potevano trovare. Avevamo fretta dʼarrivare.
Altri reggimenti e frazioni di reggimenti fecero come noi.
Entrammo a Buda il giorno memorabile del 28 di settembre 1848.
La Corte di Vienna oggimai aveva gettata la maschera. Non cospirava più, attaccava. Il 25 settembre, essa lanciò due manifesti reali. Col primo, il re accusava di rivolta la Dieta, i ministri, la nazione, e nominava il conte di Lamberg, ungherese di nascita, austriaco di cuore, a commissario reale in tutto il paese, comandante di tutta la forza armata. Col secondo, il re ordinava ai soldati di rientrare sotto le loro antiche bandiere.
Lʼassemblea si era riunita al 27 di sera, ed aveva decretato: Che i manifesti erano illegali ed incostituzionali; che la nomina di Lamberg era nulla; che le truppe non dovevano obbedire, sotto pena di tradimento. Kossuth stese in questo senso un proclama al paese, che copriva allʼindomani tutte le mura di Buda e di Pesth.
Lʼagitazione delle due città era al colmo. Il general Lamberg la sfidò.
Egli dimorava in un albergo di Buda. Il mattino, prese una vettura, e si fece condurre a Pesth presso Giorgio Mailath giudice del regno. Proprio in quel momento noi avevamo attraversato Buda in mezzo alle frenetiche acclamazioni di una folla immensa e di un popolo intero, armato di falci, di cui sʼera impadronito in un pubblico deposito. La nostra vista raddoppiò il loro entusiasmo e la loro esasperazione.
Io mi separai dai miei compagni, perchè la contessa mi aveva pregato di accompagnarla alla sua casa. Io ero divenuto pallido, ma avevo obbedito. Essa andava da suo padre. Alla porta del magnate, volli ritirarmi, e colla disperazione nella voce le dissi addio. Ella mi ordinò di salire con lei. Quando fummo nel salotto, la mi disse:
—Signor Zapolyi, attendetemi un istante, voglio presentarvi a mio padre.
—Al principe Nyraczi?
—Al principe Nyraczi.
—Giammai.
—Perchè dunque, di grazia?
—Perchè, signora, io sono il figlio di Paolo Nagy. Io sono quel giovine disonorato, al quale vostro padre fece dare ventiquattro colpi di frusta pel delitto commesso... di aver cercato di vedervi. Non lʼho mai perdonato.
Amelia si lasciò cadere sopra una seggiola, e sembrò abbattuta. Io restai in piedi, credendo vedere lo spettro di mio padre appiccato che mi gridava: vendetta! Dʼun tratto la contessa si alzò, si slanciò a me dʼincontro, le braccia aperte, e sclamò:
—Maurizio, io tʼamo.
Da quel momento ho creduto alle visioni del paradiso.
Cinque minuti dopo, io usciva dal palazzo, e mi parve di emergere da una stella e cadere in una notte eterna. Camminai forte: avevo bisogno dʼaria e di spazio. La mia vita straripava, mi soffocava. Mi fermai un momento per respirare, allʼestremità di quello splendido ponte sul Danubio che congiunge Pesth a Buda. La giornata era raggiante. Il cielo mi sembrava vestito a festa, di un azzurro più limpido del solito onde rallegrarsi della festa del mio cuore. Il Danubio, dallo sguardo giallo, dallʼandare tranquillo e linfatico, borbottava alcunchè di rauco e dʼindeterminato, ma non aveva già quellʼaccento di collera che sʼindovina nel brontolío del Po e del San Lorenzo. Al di là, la roccia appesa e misteriosa che porta la cittadella, e sovrappiomba nel fiume. Allʼindietro, delle brune colline dai poggi di vigna, tagliati da burroni, lungo i quali sʼarrampicano i casini, le osterie, i caffè, le case rustiche dai campaniletti rabescati; e più lungi ancora allʼestremo orizzonte, in mezzo ad un vapore violaceo, dei punti cerulei come una manata di turchesi, i primi spalti dei Carpazii. Io scorgeva tutto ciò in una volta, con uno sguardo interno, che avrebbe abbellito ed illuminato la bottega dʼun carbonajo, allorchè una vettura traversò il ponte, ed una testa, coperta da un cappello da generale, si mise fuori per guardarmi: era il conte Lamberg.
Fu visto e riconosciuto.
Non durò che un lampo. Una folla, che sbucava non so donde, si gittò sopra di lui, rovesciò la vettura, i cavalli, il cocchiere, lo trasse fuori, lo trascinò, lʼuccise, gli tagliò il capo. Io aveva appena scôrto un uomo vivente che mi squadrava di unʼaria burbera; un minuto dopo, vidi una testa pallida ed insanguinata in cima ad una picca. Un brivido percorse tutta la città. La folla armata di falci irruppe nella sala dellʼassemblea. Il presidente balzò sul suo seggio, e con gesto da re, gridò:
—In nome della legge, vi ordino di uscire.
Le grida si spensero in un attimo, e quegli uomini insanguinati se ne andarono come pecore, senza rispondere una parola.
Allʼindomani, Moga batteva Jellachich a Pakozd, lasciandogli lʼinfamia di tirare il primo colpo di fuoco. Cinque giorni dopo, Görgey disarmava mille ottocento austro-croati; ed il 7 ottobre, Maurizio Perczel raggiungeva il corpo di Roth e Philippovich, forte di settemille e cinquecento uomini, e lʼobbligava a posare le armi.
IV.
Lʼuomo che aveva messe le mani al colpo di Stato contro lʼautonomia ungherese ed aveva inviato Lamberg, il conte Latour, ministro della guerra in Austria, fu appeso ad un fanale dal popolo viennese nellʼinsurrezione del 6 ottobre. Moga, che inseguiva lʼesercito di Jellachich, il quale marciava su Vienna, avendo esitato di passare a tempo la Leitha, fu alla fine battuto presso Schwechat, in vista della capitale dellʼImpero, da Windischgraetz, che aveva già schiacciato Vienna, e che si preparava ora a marciare contro lʼUngheria. La guerra che facevamo in Transilvania contro i Valacchi, i Sassoni, gli Austriaci ed i Serbi, malgrado alcuni scontri brillanti, era, tutto sommato, disgraziata, e lʼesercito si ritirava sulla Maros, mentre Schlick invadeva lʼUngheria settentrionale. La nostra causa era seriamente minacciata, la patria seriamente in pericolo. Il Comitato di difesa, che concentrava nelle sue mani tutto il potere esecutivo, si mostrò allʼaltezza della sua missione; e Kossuth, che lo riassumeva tutto, riempiva già della sua persona tutta lʼombra che aveva lasciata la Casa di Absburgo, ritirandosi. Si domandarono delle nuove leve di honved—difensori della patria—, e si ebbero più uomini che non sʼavessero armi. Si creò una cavalleria, unʼartiglieria. I capi tiepidi, incapaci, dubbiosi, furono surrogati: Damjanich prese il posto di Kiss al Sud, Görgey quello di Moga al Nord; Windischgraetz si mise in moto.
Io aveva ottenuto un brevetto di capitano nel mio reggimento, che era stato completato per supplire ai quattro squadroni che, trovandosi in Boemia, non eran riesciti ad evadersi come noi. Io comandava il settimo squadrone staccato presso lʼesercito del nord. Görgey mi nominò suo aiutante di campo.
Kossuth, consegnando il comando in capo dellʼesercito del Nord al maggiore Görgey, aveva detto allʼAssemblea: «Ho tirato un buon numero dallʼurna del destino!» Ahimè! Kossuth aveva letto quel numero a rovescio. Io non aveva ancor veduto Görgey. Avevo applaudito quando egli, eseguendo lʼordine del Consiglio di guerra di Csepel, aveva fatto impiccare il conte Zichy che, andando incontro a Jellachich, aveva introdotto lʼinimico nella patria. Ma concepii tosto dei dubbi sul suo carattere quando, essendosi disgustato col suo capo Maurizio Perczel, riescì a farlo passare come incapace, e si fece attribuire il merito della presa del corpo di Roth e Philippovich. Quando io lo vidi al suo quartier generale di Pozsony, risentii come un subito colpo al cuore.
Arturo Görgey era militare. Aveva fatto gli studii allʼAccademia militare di Tuhn nellʼAustria, poi aveva passato cinque anni nella guardia nobile ungherese. Nominato luogotenente in un reggimento di ussari, non avendo i mezzi di avanzare rapidamente, stanco della vita di guarnigione, diede la sua dimissione, e si ritirò a Praga per studiarvi la chimica. Là, aveva domandato in isposa una ricca e nobile ereditiera, e non avendola ottenuta, sposò la sua istitutrice, una francese. Il suo carattere traspariva di già: ambizione, invidia, rancore, orgoglio, vendetta! Görgey dissimulava poco la feccia del suo cuore, quando poteva farlo senza inconveniente; e così forse vendicavasi della natura che, nella composizione della sua persona, metteva in guardia gli osservatori.
Grande, svelto, sottile, agile, il suo corpo di dandy finiva con una testa di donna, piccola e non bella. Aveva capelli castani, rari, tagliati corti, nellʼintenzione di dare più spazio e più lume alla sua fronte scura. I suoi occhi grigi, instabili, irritabili, non avevano quella dietro-cortina degli ipocriti, che copre nellʼabisso della pupilla lʼabisso dellʼanima. Egli li velava con occhiali dʼoro, che offuscavano ciò che vʼera di petulante in quel viso. Un par di mustacchi magri e sottili, faceva spiccare il pallore ceruleo e lʼavida sottigliezza delle labbra, sempre corrucciate, se un sorriso beffardo cessava dʼincresparle. Questa fisonomia corta sopra una statura elevata, quei tratti comuni sopra un corpo disinvolto, quel viso ove la natura aveva scritto una idea, ed ove la premeditazione sostituiva una maschera, mi diedero a riflettere. Görgey sʼaccorse che io lʼosservava. E se avesse potuto dubitare che io dirigeva su lui la mia implacabile attenzione, come un microscopio che lo scandagliava nel fondo delle viscere, e notomizzava i suoi pensieri, mʼavrebbe certo, alla prima occasione, messo in un posto da essere ucciso sicuramente. Già egli disapprovava la mia condotta verso il colonnello Tichter Egli aveva pochissima barba, ed era pallido. Di marziale, solo il contegno e le abitudini. Poco avvicinabile, di maniere sdegnose, temendo rivelarsi avanti il momento e fuor di proposito, egli sorvegliava le proprie parole, fuorchè nellʼironia e nella maldicenza, che aveva molto pronte e colorite. Del resto, dava ai suoi pensieri delle forme poetiche, e non mancava di eloquenza. La sua tenuta rigida imponeva il rispetto. La sua andatura, sicura di sè stessa, grave, fiera, imperiosa, ove lʼorgoglio traboccava, era dʼaccordo colla parola breve e col suono brusco della voce. Egli correggeva collʼarroganza dellʼanimo e dellʼuomo, ciò che poteva mancare di guerriero e di cavalleresco al militare ed al generale.
Con tutto ciò, eccellente cavaliero, sobrio, paziente, dʼun bel coraggio personale, chʼegli sʼimponeva nelle circostanze decisive, con uno sforzo di volontà. La vista del sangue non lo turbava. Il pericolo altrui lo toccava poco. Egli non lo fuggiva, il pericolo, ma non lo cercava neppure, come avremo occasione di vedere. Non risparmiava le fatiche alle sue truppe, ma le divideva, e dormiva con esse sulla neve con un freddo di 18 gradi sotto il zero Réaumur, senza pranzo dopo unʼassenza di asciolvere, e restando senza cena, dopo non aver pranzato. Con lui, si riposava dʼun combattimento con una marcia, e dʼuna marcia con una battaglia. Severissimo nella disciplina, ingiusto soltanto verso i suoi nemici e verso quelli di cui era geloso, che invidiava o temeva. Pieno di ingegno, non sapeva mai riconoscere lʼingegno degli altri, sempre disposto ad impiccolire il merito che lʼoffuscava, senza generosità insomma, senza nobiltà di animo.
I soldati lo amavano: essi non scorgevano che la persona; gli ufficiali, eccetto i suoi fidi, lo detestavano, e diffidavano di lui: gli leggevano nel cuore.
Görgey disprezzava tutto quanto non fosse militare. Considerava il civile come un intruso, un intrigante, un imbecille. Kossuth, che lʼavea creato, cadeva sul suo cuore abbietto come una goccia dʼacido solforico, che brucia senza posa e senza pietà. Görgey sapeva eseguire con molta abilità i piani altrui, ma era incapace di concepirne uno egli stesso. Il suo spirito mancava dʼiniziativa, egli non possedeva la bussola dellʼindefinito. Dopo una vittoria, non sapeva più che farne. La pletora del successo pesava sopra di lui, e lo rendeva inetto, come lʼeccesso dellʼamore uccide lʼamore. Tutte le sue passioni occulte insorgevano allora, ed egli si consumava nel nasconderle o nel coprirle sotto una forma onesta, se lʼesplosione gli preparava un ostacolo. Tutto era virile in lui. Niente era elevato. La sua intelligenza nuotava nella visione delle grandezze le più sfrenate, mentre doveva imporsi una condotta moderata. Egli sentiva tutta la superiorità morale ed intellettuale di Kossuth. LʼUngheria intera accarezzava questa credenza, esprimeva questa convinzione. Görgey intraprese unʼopera di tenebre, a capo della quale, smascherando le sue batterie, egli doveva far ricadere il suo paese al fondo dʼun precipizio. Ragno del male, egli tesseva la tela del disastro per avvilupparvi unʼopera divina, la risurrezione dʼun popolo!
Görgey aveva lʼanima austriaca. Egli non comprendeva dunque nè la libertà, nè la nazionalità, nè lʼindipendenza, nè lʼautonomia di una razza, nè la supremazia e la maturanza dʼuna civiltà. Egli si batteva contro lʼAustria, non per odio contro unʼistituzione un principio, ma perchè nutriva una rabbia concentrata contro i generali austriaci, e ambiva di surrogare lʼAustria in qualche luogo, per poi rimetterla a posto, facendo per sè nellʼopera e nellʼimpero una parte corrispondente allʼaltezza del servigio reso. LʼAustria non si è dessa mostrata generosa per certi meriti, la Casa di Absburgo per certi delitti?
Nel secondo abboccamento chʼebbi con Görgey, lo compresi tutto. Dissecai il suo pensiero, e lo giudicai. Da quel momento, lo odiai. Egli ne sospettò, e mi tenne presso di sè, per sedurmi, o per perdermi. Ma avrò a riparlarvi di lui.
Windischgraetz, dopo i primi passi, rimase immobile. Egli esitava a impegnare un combattimento, nel quale temeva di restare schiacciato. Nondimeno, quando la Dieta ungherese rifiutò, dopo lʼabdicazione del vecchio imperatore, di riconoscere il nuovo imperatore e re Francesco Giuseppe, il maresciallo austriaco fu obbligato ad agire seriamente. Egli si avanzò, in conseguenza, alla testa di 50 a 60,000 uomini. Görgey non ne aveva che 23 a 24,000, sparsi sopra una grande superficie, sulla diritta del Danubio; ed il corpo di Perczel, 5 a 6000 uomini, che doveva raggiungerlo, era ancora sulla Drava. Görgey ordinò la ritirata, ed avvisò Kossuth di questa sua risoluzione. Egli mi chiamò alla sera, e mʼingiunse di partire sul momento per portare a Pesth il suo dispaccio.
—Generale, io gli dissi, sono capitano, e non ho ancora assistito ad una battaglia. Pur ritirandoci, noi ci batteremo certo. Posso chiedervi il favore di restare?
Görgey, con un sorriso beffardo, mi rispose:
—Non ci batteremo punto. Partite.
Partii.
Allʼindomani, Görgey aveva cangiato dʼavviso.
La prima sua ispirazione era, per altro, buona. Egli lʼaveva adottata, dietro un Consiglio di ufficiali superiori. Ora eseguiva quella stessa ritirata, sotto la pressione immediata dei battaglioni austriaci, che affluivano da ogni parte e lo circondavano. Onde, la fu una ritirata brillante, ma disastrosa.
Lʼinverno si mostrava severo. Lʼimmenso piano dellʼUngheria era divenuto una stesa di neve, chiazzata qua e là da paludi traditrici, come quella di Hansag, che inghiottì un quarto della brigata di Leopoldo Zichy. Lʼatmosfera aveva un colore plumbeo, ove ondulavano talvolta, come vele stracciate dalla tempesta, dei cenci di nebbia sucida, moventisi lentamente, cadenti di botto. Non cʼera più di azzurro, che negli occhi elettrizzati dei nostri honved. Faceva un freddo terribile. Le notti erano nere. Non trovavi più traccia di strade, e quelle vicine ai corsi dʼacqua, erano sfondate ed impraticabili. Bisognava marciare attraverso i campi, a caso. Le truppe vestite leggermente e troppo cariche compivano delle marcie interminabili, sempre sul chi va là, non prendendo fiato che per respingere lʼinimico, non riparando la loro sinistra, senza trovarsi di fronte ad un pericolo a destra. Malgrado i bei combattimenti di Kmety a Pahrendorf, e di Guyon, lʼabile e valente irlandese, a Nagy-Szombath, che coprirono la ritirata; malgrado il combattimento di retroguardia a Raab, che si dovette sgomberare, la marcia retrograda continuò. Görgey fu respinto a Babolna, e Perczel subì una disfatta a Moor, che si sarebbe potuta cangiar in vittoria, se Görgey fosse accorso in suo aiuto. Egli non volle.
Il 1.o gennaio, la Dieta abbandonò la capitale, e trasferì la sede del Governo a Debreczin, dietro la Tisza, in mezzo ad unʼimmensa pianura, ove i villaggi, completamente magiari, sono molto disseminati. Lʼ8 gennaio a mezzogiorno, la retroguardia ungherese sgombrava anche Buda-Pesth. Alcune ore dopo, lʼesercito austriaco entrò nella città, e la bandiera giallo-nera prese il posto dei tre colori nazionali, bianco, rosso e verde come quelli dellʼItalia.
Presentandogli il dispaccio, vidi per la prima volta Kossuth. Questo abboccamento durò un istante, ma fu caratteristico. Amelia gli aveva parlato di me, come una donna entusiasta parla di un bel giovane che ama, e Kossuth aveva bevuto il mio elogio nella di lei parola risplendente come una strofa di Vittor Hugo, sgorgando dalle labbra della più bella fra le Ungheresi. Gli domandai di lasciare Görgey, e di essere inviato come aiutante, o perfino come semplice soldato, al generale Bem, che operava in Transilvania.
—Perchè ciò?
—Perchè con Bem il soldato si batte, e con Görgey si ritira; perchè Bem è un patriota fedele oggi, fedele sempre, e Görgey mormora oggi, e tradirà domani.
Kossuth assunse unʼaria severa, e si torse i mustacchi. Poi disse:
—Voi meritate di esser punito per parlare così del vostro capo.
—Accetto il castigo. Soltanto vi prego di aggiornarlo a sei mesi. Se a questʼepoca la mia profezia....
—Basta così. Andate ad attendere gli ordini del ministro della guerra, e tenetevi pronto per partire nella notte.
Kossuth cadde in una profonda meditazione. Io uscii lentamente.
Tre ore dopo, io partiva per la Transilvania, come aiutante di campo del generale Bem.
Non ebbi il coraggio di andar a vedere Amelia. Le scrissi.
Il proclama di Görgey, datato da Vaez il 6 gennaio, venne a provare a Kossuth che io aveva giudicato rettamente il carattere di quel generale. Görgey si ribellava contro lʼautorità della Dieta.
V.
Io intanto correva la puszta.
Avevo traversato quel paese altra volta, con la morte nel cuore e la disperazione negli occhi, andando incontro allʼignoto, con un sole malinconico e smorto. La traversavo adesso, collʼamore nellʼanima, colla speranza che cantava nei miei sogni, in cerca di gloria. Sotto il cielo basso, fosco, carico di neve che cadeva a larghi fiocchi e che talvolta si polverizzava sotto lʼimpeto dʼun vento turbinoso, oh come io ricordava che tutto, quattro anni prima, era morto! Il contadino era servo, il signore soggetto. LʼAustria era qualcosa di tenebroso, di misterioso, lontana, ma sacra ed inviolabile, le ciglia corrucciate e cariche di minaccie. Se ne parlava a bassa voce e volgendo il capo da unʼaltra parte. La donna si occupava della sua casa. La ragazza, tutta infettucciata, pensava al primo bacio che aveva ricevuto, al primo bacio che ella aspettava. Il bambino giuocava rotolandosi nel pantano col porcellino, o si arruffava colle oche. Lʼaria era muta, o risuonava di monotoni ritornelli. La sciabola e la penna erano oggetti di addobbo. Lʼebreo odiava. Il prete cattolico mirava a Vienna ed a Roma.
Ora, il vassallo è uguale al suo padrone, e non paga più tributo; il padrone è cittadino. LʼAustria batte, ma il suo prestigio è morto. Il nome di santa patria fa risuonare tutti gli echi. LʼUngherese si batte contro il soldato imperiale, come si batteva una volta contro il Turco. La donna cuce la tunica del suo marito, dei suoi figliuoli, che si arruolano negli honved, attende le notizie dellʼesercito, scrive quelle del villaggio o della casa ai suoi cari, spera, prega, piange, teme, si rallegra. La ragazza è ansiosa per le battaglie, ove è il suo amoroso, o dove andrà domani il suo fidanzato. Il fanciullo giuoca al soldato. Gli ebrei, i preti cattolici benedicono la patria, hanno una patria.
Il mio viaggio in mezzo alla puszta, malgrado la solitudine dellʼinverno, malgrado lʼoscurità della notte, mi parve una festa. Incontravo dovunque, notte e giorno, delle bande di cittadini che andavano ad arrolarsi come volontarii, o a rispondere alla chiamata come coscritti. Dappertutto un sorriso, in nessun luogo il cadavere della speranza colpita a morte dallʼinsuccesso. In ogni soffio dʼaria ove un uomo aveva respirato, una strofa ardente di Petőfi. Ovunque, delle sciabole, dei pennacchi, dei vaghi vestiti per festeggiare la lotta. Felice chi aveva un fucile od una pistola: tutti avevano un cuore. Felice chi mi poteva ricevere nella sua capanna. Dico capanna: il castello, ahimè! era un altro affare. Una parola che io gettava, passando di galoppo nei villaggi, si propagava di campanile in campanile. Lo scampanío rispondeva alla campana a martello. Ove io gettava un grido, germogliavano soldati.
Incontrai le prime colonne dellʼesercito del Sud, che il Governo chiamava a difesa della linea della Tisza. Strinsi la mano a Damjanich, colui che Klapka chiama lʼuomo di ferro, lʼenergico comandante delle formidabili berrette rosse, il 9.o honved. Lasciando il Banato, egli diresse ai Serbi un proclama, in cui loro ordinava di starsene tranquilli, durante la sua assenza, e di rispettare uomini e proprietà, Magiari o Tedeschi, e concludeva:
«Se vi accadesse di non fare alcun caso delle mie esortazioni, se persisteste nei vostri conati sanguinarii e liberticidi, io vi giuro che devasterò le vostre contrade, e vʼinseguirò fino a che esisterà sul suolo ungherese un solo Serbo; e allora, perchè non resti in Ungheria la menoma traccia della vostra razza traditora, ucciderò me pure».
Damjanich era Serbo.
Avrei voluto battermi sotto i suoi ordini, se non avessi avuto la fortuna di andare a combattere sotto quelli di Bem.
Seguii il Danubio dallʼaspetto terroso e triste, che non era gelato, malgrado la temperatura di 20 gradi sotto lo zero, e rassomigliava ad un filo di rame un poʼ ossidato sopra uno scudo dʼacciaio riflettente la luna. Alla fine arrivai alla frontiera della Transilvania, provincia che è una fortezza, circondata dai Carpazii, aperta allʼUngheria soltanto per tre porte: tre gole.
Bem mi aveva preceduto di sei giorni.
Lo raggiunsi, il 22 dicembre, nella direzione di Deez, e gli presentai il dispaccio di Kossuth. Dico male dispaccio, dovrei dire viglietto. Bem, entrando al servizio dellʼUngheria, aveva posto per condizione di non dipendere direttamente che da Kossuth, dal capo del Governo.
—Dallʼamico, avea risposto Kossuth. E gli tenne parola.
Kossuth gli scriveva queste semplici righe:
«Amico mio, tʼinvio un giovanotto, che vuol farsi uccidere, o divenire generale. Ha il diavolo in corpo, cioè un amore nel cuore, ove irradiansi i due più bei occhi di myosotis dellʼUngheria. Fa ciò che puoi per questi due ragazzi. Prendi il capitano per aiutante di campo, e sarai più felice di me; la giovine donna abbraccierà forse la tua testa calva».
Bem fissò su di me i suoi grigi occhi dʼaquila. Ci scrutammo scambievolmente. E da quel momento fummo amici.
—Sta bene, disse il generale, vi prendo per mio aiutante. In sella.
Lʼesercito di Transilvania, diviso in tre corpi, ammontava in tutto a 10,950 uomini dʼinfanteria, 1335 cavalieri, e 24 cannoni; la metà guardie nazionali. Il generale austriaco comandava a 20,000 uomini di truppe regolari, e a diverse migliaia di leve in massa, Valacchi e Sassoni, provvisti di 60 cannoni, e divisi pure in tre colonne. I corpi ungheresi comandati da Baumgarten, da Dobay, da Czetz, avevano incontrato lʼinimico in marcia. Il 18, Baumgarten schiacciò Urban, lo sciacallo dellʼesercito austriaco. Il 19, Dobay battè Wardener. Il 20, Czetz, che ha scritto la storia di questa campagna, ruppe la terza colonna austro-valacca. Il 23, Bem incontrò la brigata imperiale di Jablonowski, lʼattaccò alla baionetta, e la disperse. Ci precipitammo allora verso Kolosvar. La marcia era talmente forzata, che rosicavamo un pezzo di pan nero senza fermarci, e rimettevamo il sonno alla fine della campagna, come diceva Petőfi, che era aiutante di campo di Bem. Arrivammo a Kolosvar, capitale della Transilvania, il 23 dicembre, proprio il giorno fissato previamente da Bem al Comitato di difesa. Gli Austriaci non accettarono la battaglia, e noi entrammo nella città che essi abbandonarono.
—Bene! disse Bem, ecco pagata in scadenza la nostra cambiale.
Egli proclamò unʼamnistia generale; ma, mentre lo si cercava per acclamarlo, eravamo nuovamente in marcia. Il 29, avevamo di fronte Urban e Jablonowski, trincerati in una eccellente posizione presso Bethlen. La fucilata e il cannoneggiamento principiarono. Di punto in bianco, Bem esclama:
—Finiamola con codesti buffetti: alla baionetta.
Unʼora dopo, gli Austro-Valacchi erano in rotta.
Bem inseguì Urban; Riczko, Jablonowski. Il 31, Bem e Riczko batterono di nuovo il nemico. Ci fermammo. Le munizioni erano esauste. Le nuove munizioni arrivarono il 2 gennaio. Il 3 del 1849, Bem raggiunse gli Austriaci presso Tihucza, appostati in un passo formidabile. Il combattimento durò tutta la giornata. Alla sera, gli imperiali tagliati a pezzi nella loro retroguardia, sloggiati, posti in fuga, decimati, presi da terrore, correvano sulle cime delle montagne, ove le capre stesse sarebbero state prese da vertigine, gettando sacchi e fucili; e quelli che non rotolarono nei precipizi, o non si sprofondarono negli abissi di neve, traversarono il confine, e si arrestarono, mezzo gelati, nella Bukovina.
—Che insaponata! sclamò Bem alla sera.
Infatti, il nord della Transilvania era netto dʼAustriaci.
—Ragazzi, disse Bem, fa freddo, e non abbiamo nulla. Che diavolo faremmo qui? Vi resteremmo gelati. Andiamo a riscaldarci nel mezzogiorno; Puchner ci darà del fuoco.
Da quindici giorni non avevamo dormito che tre notti, e i nostri pranzi non erano stati sostanziali, che quando avevamo posto la mano sul rancio preparato dagli Austro Serbi. Rispondemmo ad una voce:
—In marcia, babbo.
Chiamavamo il generale: papà Bem.
Puchner si avanzava in cerca dellʼesercito ungherese. Lo incontrammo in vicinanza di Galfalva il 17 gennaio. Ci battemmo per cinque ore.
—Ingoiatemi un poʼ quei furfanti! gridò Bem.
Allora li caricammo alla baionetta. Puchner fuggì coi rimasugli della sua colonna nella direzione di Nagy-Szeben (Hermannstadt).
—Addosso a quei cani, urlò Bem.
E noi incalzammo i fuggiaschi, la spada alle reni, per quattro giorni. Nevicava, ventava. Nessuna strada. Attraverso burroni, montagne, torrenti profondi come fiumi, i terreni sfondati e rappresi soltanto alla superficie come per tenderci un agguato, i bagagli in ritardo. Il pane, sempre un problema; senza tabacco.... e mai un lagno! Che voluttà quel far la guerra per unʼidea, quando si ha fede in un capo dotato di tutte le grandezze morali! Ci fermammo il 21 davanti Nagy-Szeben, città circondata da un muro di cinta continuato, munita di pezzi da posizione, irta di bastite, di trinceramenti avanzati, difesa da 11,000 uomini, molte guardie nazionali, e 54 cannoni. Bem non aveva sotto i suoi ordini che 4,500 fantaccini e 450 cavalieri, che marciavano da quattro giorni, e 18 bocche da fuoco di piccolo calibro.
—Generale, devo comandare lʼassalto? gli domandai.
—Per bacco!
—Non volete dunque attendere i 1,700 uomini che deve condurci Czetz?
—Mettiamoci a tavola, li attenderemo mangiando.
Egli lanciò la legione tedesca e i Siculi. Respinti. Li lanciò ancora. Respinti di nuovo. Li lanciò per la terza volta. Indietreggiarono.
—Avanti gli ussari, gridò Bem, mettendosi alla lor testa egli stesso.
Una grandine di mitraglia ci rovesciò.
—Czetz è arrivato, generale.
—Avanti tutti, allora.
Gli Austriaci escono in massa, con quattro batterie alla testa. Lʼala sinistra ed il centro sono sfondati, i nostri fuggono. Puchner insegue. Bem resta indietro con uno squadrone degli ussari di Mathias ed una batteria, chʼegli punta in persona. Puchner si ferma, poi rientra nella città. Bem si stabilisce poco lungi, a Iselindek. Passano otto giorni. Il 30 gennaio, Puchner ritorna, e ci circonda.
—Che fortuna! esclama Bem, ne avremo fino alla gola. Datevene a crepapancia, ragazzi miei.
Puchner attaccò, ritornò alla carica, poi attaccò ancora. Battuto, respinto, maltrattato, slogato, Puchner fa suonar la ritirata, e rientra alla sera in Nagy-Szeben.
Questi combattimenti di tutti i giorni avevano ridotte le nostre forze ad un numero veramente esiguo. Ci promettevano dei rinforzi, che dovevano essere verso Deva. Andammo verso di loro. Puchner lanciò dietro a noi 12,000 uomini e dei cannoni. Noi eravamo 2,000.
—Cosa si fa, generale? gli chiesi.
—Per dinci! quando non si può difendersi, si attacca, rispose Bem senza levare di bocca la pipa. Fate suonar la carica.
Fummo schiacciati. Il nostro esercito si trovò ridotto a 1300 uomini, 6 cannoni, e punto di munizioni. Arrivammo a Szerdahely. I Sassoni diminuirono ancora le nostre forze, uccidendo i nostri feriti, che Bem faceva sgombrare sopra Szasz-Sebey. Un grido dʼindignazione si alzò. Bem non ebbe il tempo di puntare i suoi cannoni. I soldati si scagliarono, bajonetta in mano, sulla città. Mezzʼora dopo, essa era spazzata dai nemici. Bem si stabilì dietro una cinta fortificata, che improvvisò. Puchner non ci lasciò tranquilli neppur là.
—Codesto diavolo dʼuomo non mi lascia neppure il tempo dʼempir la mia pipa. Va bene. Così facciamo economia di tabacco. Andiamcene, ragazzi.
E sempre lottando, senza esser mai intaccati, arrivammo a Szaszvaros. Bem fu ferito alla coscia da una scheggia di mitraglia.
Il 7 febbrajo ci arrivò un rinforzo: due compagnie di honved e due squadroni di guardie nazionali a cavallo. Inoltre essi ci fecero conoscere che erano seguiti da 7700 uomini con 28 cannoni. Puchner venne a offrirci battaglia di nuovo; Bem lʼaccettò.
—Facciamo una burla ai nostri fratelli, dissʼegli. Quando arriveranno, troveranno lʼaffar fatto. Tarde venientibus ossa. Avanti.
Fummo ancora battuti, e perdemmo i nostri ultimi quattro cannoni.
—Quei monelli hanno preso la gotta per via. Andiamo a vedere come sta la cosa.
Bem partì sul momento per Piski. Io solo lo accompagnai.
Trovammo effettivamente i 7700 uomini ed i 28 cannoni. Il 9 febbrajo eravamo di nuovo di fronte agli Austriaci.
Questa battaglia fu drammatica. Gli honved respinsero il nemico, che si avanzava sul ponte di Sztrigy dinanzi la città, poi traversarono il fiume sopra dei banchi di ghiaccio che galleggiavano, e li caricarono. Gli ussari di Mathias indietreggiavano. Bem, malgrado la violenza della febbre che la ferita e la lunga corsa al galoppo gli avevano data, venne a prendere il comando. Lʼinimico fu respinto in disordine, la cavalleria gli diede la caccia. Ma ecco che ci cacciamo dentro ad unʼimboscata. Il nemico prese lʼoffensiva. Noi avevamo consumato tutte le munizioni.
—Come! quei facchini, gridò Bem, ballerebbero colla musica che abbiamo pagata noi. Alla bajonetta dunque!
Gli Austriaci anchʼessi non avevano più munizioni.
La sera, eravamo padroni della vittoria, che era dubbia al mattino, che ci sorrideva a mezzo giorno, e che ci abbandonava alle tre.
Bem, col suo infallibile colpo dʼocchio, vide allora la posizione della campagna.
Puchner non aveva più base alle sue operazioni.
La nostra base, la più sicura, la più favorevole, era il paese dei Siculi, amici nostri, ove avremmo trovato uomini, armi, provvigioni dʼogni fatta.
Bem ordinò allʼistante una maravigliosa marcia di fianco. Passammo fin sotto le mura della fortezza di Karolyvar, sotto il fuoco del cannone nemico. Ci arrampicammo per delle montagne coperte di neve, irte di precipizi, sdrucciolanti, a picco sopra voragini che ci aspiravano, circondati da un uragano che ci toglieva il respiro, e soffocava uomini e bestie. Scivolammo sopra dei campi di neve indurita, che talvolta cʼinghiottivano, passando per delle gole ove quattro uomini di fronte avanzavano a stento, bloccati dalla tempesta che sʼingolfava col rumore e la forza di una batteria tuonante di cannoni. Valicammo dei torrenti, che trascinavano dei massi di pietra e dei massi di ghiaccio, formando dei turbini traditori, gli uomini ajutando le bestie, tirando colle braccia lʼartiglieria, carichi di bagaglio, mal nutriti, vestiti insufficientemente, gelati, senza tende, senza riposo, senza sonno... E cantavamo i ritornelli di Petőfi, che marciava sempre alla testa, e che era primo sempre alla mischia, mentre gli echi della montagna ripercuotevano i viva a papà Bem, e ripetevano la famosa strofa sopra la barba del generale polacco, che Petőfi chiamava «uno stendardo bianco!»
Il 15 febbraio raggiungemmo Medgyes.
Là ritrovai Amelia.
VI.
La contessa Tichter aveva lasciato Pesth, quando gli Austriaci e Windischgraetz vi entravano. Ella aveva saputo a Debreczin, ove suo padre sedeva nella Dieta, che suo marito viveva ancora, ed anzi che egli era in Ungheria. Ella era andata al castello di suo padre; poi, avendo appreso che Bem conduceva il suo esercito nelle sedi sicule, ove io era nato, ove tante sventure dovevano ricordarmi i miei antenati, i miei parenti, ella vi si recò pure per velarmi colle visioni dellʼavvenire le lugubri memorie del passato.
Arrivata la vigilia, essa volava incontro a noi.
Eravamo attesi.
Delle cinque sedi sicule, quattro, sedotte, si erano sottomesse allʼimperatore. La quinta, che era la mia, restò fedele alla patria. Ma, appena apparve Bem, i Szekely delle cinque sedi presero fuoco; e ricevemmo molto a proposito dei rinforzi da Kolosvar. Bem non voleva nessuna Capua. Quegli che i suoi compatriotti chiamavano «un aristocratico», da due mesi non si era coricato che cinque volte sopra un letto, ed anche dopo essere stato ferito. Quanto a noi, ne avevamo perfino perduta la memoria. Partimmo. Questa volta ancora ci trovavamo di fronte ad Urban, che ritornava. Bem lo raggiunse presso Jad, il 23 febbrajo, lo schiacciò, e lo rigettò anche una volta nella Bukovina. Puchner riapparve, ma rinforzato da 10,000 Russi, cui aveva chiesti, e cui il general Lüders, occupante la Moldo-Valacchia, gli aveva inviati sotto il comando dei generali Skariatin ed Engelhardt. Il primo scontro ci fu favorevole, il secondo contrario. Fummo obbligati ad uscire da Medgyes, e ripiegare sopra Segesvar. Bem vi ricevette dei rapporti, e diede lʼordine di porsi immediatamente in marcia.
—Ragazzo mio, va, sei per avere ben presto un duro còmpito, mi disse il generale, dandomi il comando di due squadroni di ussari e di due compagnie di honved.
Amelia, che ci aveva preceduti, mi spiegò le parole di Bem.
Ella mi fece chiamare. La trovai in piedi, vestita di unʼamazzone, in mezzo agli ufficiali dello stato-maggiore, pronta a mettersi in marcia con noi.
—Maurizio, ella mi disse, la moglie di Luigi IX di Francia, durante lʼassedio di Damiata, pregò il signor di Joinville di ucciderla, se la vedesse vicina a cadere nelle mani dei Saraceni. Il signor di Joinville rispose:—Regina, ci avevo pensato.—Voi che fareste in una simile circostanza?...
—Ciò che avrebbe fatto il signor di Joinville, risposi io impallidendo.
—Grazie, replicò Amelia. Mio marito è a Nagy-Szeben. Noi vi andiamo. Io vengo con voi.
Io aprii le mie braccia, ella vi si gettò; il patto era firmato.
Arrivammo lʼ11 marzo avanti al capoluogo dei Sassoni, chè anchʼessi aveano invocato lʼajuto dei Cosacchi. Il nemico si avanzava incontro a noi. Con uno slancio alla bajonetta lo respingemmo nella città. Gli Austriaci tentarono una seconda sortita, ne tentarono sei altre, e noi li costringemmo sempre a cercare un ricovero dietro i bastioni. La notte scendeva. Bisognava finirla. Bem lanciò la colonna di Bethlen, ove era io. Amelia si tenne presso il generale sopra una piccola altura, cui la mitraglia spazzava senza tregua. Invademmo i sobborghi, cantando un nuovo ritornello di Petőfi, ed ivi ci precipitammo contro la porta di Nagy-Szeben. Fummo forzati ad indietreggiare tre volte. Accadde allora un fatto, come se ne incontrano spesso nellʼIliade, e come un altro doveva accaderne pochi giorni dopo, il 4 aprile, a Nagy-Kata, fra il capo degli ussari croati, Riedesel, e il capo degli ussari ungheresi. Sebö. Il colonnello Tichter comandava la quarta sortita. Io slanciai il quarto attacco. Ci trovammo faccia a faccia. Ci riconoscemmo.
Amelia vedeva tutto, e indicava la scena a Bem.
—Diavolo! colonnello, gridai io, avete la vita tenace.
Egli non rispose, ma scaricò dʼuna mano un colpo di pistola a bruciapelo sulla mia testa, mentre con lʼaltra mi lasciò andare un fendente. Io ebbi il tempo di far impennare il mio cavallo, che ricevette il colpo di sciabola; la palla bruciò i miei capelli. Il mio cavallo non cadde. Lo lanciai allora sul colonnello. Come per tacito consenso, i soldati e gli uffiziali delle due parti fecero alto onde assistere a questo duello. Io attaccai alla mia volta, frugando con la sinistra nella sella per trarne una pistola. Il colonnello parò, indietreggiando: io lʼincalzavo sempre. Trovai finalmente la mia pistola. Lo mirai fra i due occhi. Cadde, e questa volta per non più rialzarsi. La battaglia passò sul suo corpo.
I battaglioni siculi marciarono in avanti, ed entrammo nella città. La notte, gli Austro-Russi fuggirono. Bem mʼabbracciò, e mi nominò maggiore.
Bem proclamò lʼamnistia, e mʼinviò alla Dieta a portar lʼannunzio che la Transilvania era ormai libera. Bem la spazzò due giorni dopo.
Io partii: Amelia e i suoi dieci domestici mi accompagnarono. Il mio cuore ridondava di gioia. Il destino mi carezzava; Bem e Petőfi erano miei amici; Amelia era libera e mi amava.
Essere lʼamico di Bem!...
Voi vi sarete già disegnati nella vostra mente questa figura.
Egli era uno scienziato, specialmente in geologia ed in mineralogia. Era stato lʼanima della insurrezione di Vienna, ed era uscito dalla città dopo lo scacco, nascosto in un carro di fieno, sfuggendo così alla sorte di Roberto Blum. I suoi compatriotti gli contesero a Pesth il comando della legione polacca, ed un giovine del suo paese tentò perfino di assassinarlo, tirandogli un colpo di pistola, che lo ferì al viso.
Bem era piccolo, ma ben costrutto, agile come un camoscio, elastico come la tigre. Il pensiero, il genio alloggiavano nella sua enorme testa, come un Dio in un tempio. Nulla di misterioso, dʼoscuro, di traditore, di basso, di falso, nei suoi tratti: si leggeva nella sua anima a libro aperto; tutto vi era vasto e luminoso. La sua barba bianca ondeggiava a capriccio dellʼaria, come una di quelle vele latine, che issano le barche nel Mediterraneo, molcite dallʼimmenso azzurro. Il suo cranio accidentato era calvo; le tempie avevano conservato delle lunghe ciocche di capelli bianchi. Il fronte alto e largo, appena rugato, olimpico, torreggiava, e si rialzava negli angoli arrotondandosi. Esso conteneva più che una volontà, rivelava un carattere. Nulla di sanguinario, come nel cranio di Napoleone, ma un misto di scienziato e di poeta.
Bem abborriva il sangue. La prima sua parola, quando la vittoria pareva decisa, era: Basta! Il primo suo atto, quando entrava in una città o in un paese conquistato, era di proclamare lʼamnistia. I suoi occhi grigi, mobili o fissi a volontà, avrebbero frugato nel fondo dellʼOceano. Nondimeno tutto vi risplendeva, potente, limpido e dolce a volta a volta, come in quelli dʼun fanciullo di genio, che principia ad interrogare il mondo e la vita.
Bem non levava mai di bocca la sua pipa. La conservava dormendo; a tavola lʼaccarezzava colla mano, come il mento dʼuna bella amante. La sua parola era pittoresca. Amava le metafore, soprattutto nelle circostanze drammatiche, perchè allora la metafora dà precisione. La sua voce elettrizzava. Gli si credeva. E non pertanto alcuno degli uomini della sua tempera, a tipo leggendario, non ha sì poco sceneggiato il Messia ed il Mosè. Bem restava paterno, nello stesso tempo che realizzava la formula la più assoluta dellʼautorità e della volontà, che sʼimpongono e che trionfano. Egli non comunicava i suoi disegni a nessuno, forse perchè aveva uno scopo e non aveva un metodo. Il suo genio, pieno di espedienti, di presenza di spirito, di slanci, di scintille, gli rivelava allʼistante il nodo delle situazioni. La sua bravura era temeraria. Egli scorgeva tutto in un colpo dʼocchio: lʼinsieme ed i particolari; la sua induzione teneva il posto della divinazione. Come la rondinella, egli andava sempre dritto, senza riposare, senza stancarsi mai.
Estremamente sobrio, vestito dʼuna tunica grigia, egli è stato il più realmente semplice fra tutti gli eroi; colui che lo seppe meno, e meno se ne curò. Non carezzò mai lʼammirazione del pubblico. Non sʼatteggiò in nessuna maniera, nè alla magnanimità, nè alla generosità, e neppure a quel disinteresse teatrale e sciocco, che abbaglia il popolaccio. La Dieta lo nominò luogotenente-maresciallo, e gli diede la decorazione di prima classe, ed egli accettò. Bem non prese niente, non domandò niente, ma sdegnò la parte volgare dʼun Cincinnato da melodramma. Quando occorse farsi Turco, per aver la ventura di battersi contro la Russia e lʼAustria, egli salutò la mezza-luna, e divenne pascià. Sarebbe andato in collera se i suoi, quelli che avevano fede in lui, come nel genio della guerra e della libertà—fede virile—lʼavessero trattato niente niente come un Dio od un eroe. Bem rispettava la dignità umana, ed avrebbe arrossito di vederla oltraggiata dalla degradazione e dallʼadulazione. Leale, franco, generosissimo, non invidiando nessuno, sapendosi ricco del suo, non imponendosi mai, non intrigando in nessuna maniera egli spaventò Görgey; il quale, confrontandosi con quella grandezza morale, si trovò piccolo ed abietto.
Perciò Görgey, quando fu ministro della guerra, tentò di disfarsi di Bem. Ma Kossuth lo sostenne.
La fulminante audacia dei suoi colpi di mano, la sicurezza che mostrava nella vittoria definitiva; una parola dʼelogio senza enfasi, che sapeva dire a tempo e farne come un cammeo; le ricompense che non lesinò; lʼesempio che dava, non domandando agli altri cosa chʼegli non avesse fatto, o volesse fare; la sua sorprendente attività, al punto che si sarebbe detto uno spirito, una fiamma elettrica, una visione; la rapidità della concezione e dellʼesecuzione.... tutte queste qualità lo facevano idolatrare dalle sue truppe. Bem è passato allo stato di leggenda nel sud dellʼUngheria. LʼEuropa non se ne fece un feticcio,—ciò che è proprio delle glorie vere, serie e durature. I semi-dei della plebe hanno sempre del ciarlatano. Petőfi lo chiamava un Giulio Cesare galantuomo.
La notizia, che io portava, mi aveva preceduto. Ciò non le tolse di essere bene accolta;—ed anzi Kossuth diede un banchetto, ove io raccontai, coi più pittoreschi particolari di uomini e luoghi, lʼepopea della campagna. La fortuna sorrideva di nuovo allʼUngheria.
Görgey, dopo essersi rivoltato contro il Governo nazionale, dichiarando che non obbedirebbe che al ministro della guerra nominato dal re—cioè dallʼimperatore dʼAustria—aveva continuato la sua difficile ritirata, inquietato da ogni parte dallʼinimico, che era tenuto a distanza in tutti gli scontri dal bravo Guyon alla retroguardia e da Aulich allʼala sinistra. La ritirata era penosa, attraverso gole senza strade, montagne rese impraticabili dalla neve, piene di precipizii nascosti, di nebbie che avviluppavano e impedivano la vista dei nemici, di fossi che inghiottivano artiglieria e cavalleria, di ponti rotti, di fiumi traboccati, senza scarpe, con una temperatura di venti gradi sotto lo zero. Malgrado tutto ciò, Guyon battè Schlick a Braniczko, mentre che Görgey danzava a Löcse, a quattro leghe dal campo di battaglia: Klapka lo batteva ancora a Tokaj; Bulharyn a Tarczal. Schultz schiacciava lʼala sinistra degli Austriaci a Kisfalud; Perczel sconfiggeva Ottinger a Szolnok, a Czegled. Lʼesercito ungherese si trovava così riunito dietro la Tisza, e Dembinski ne otteneva il comando supremo, mentre che Windischgraetz, padrone della capitale, si credeva padrone dellʼUngheria.
Questa illusione non durò molto.
Noi riprendemmo presto lʼoffensiva. Lʼesercito ungherese si componeva di 46,000 uomini, 6,000 cavalli e 170 cannoni. Windischgraetz disponeva di circa 60,000 uomini, 5,000 cavalli, 200 bocche da fuoco. Il primo scontro fra i due eserciti ebbe luogo a Kapolna, ove gli Austriaci misero in linea 35,000 uomini, e gli Ungheresi 17,000. La battaglia durò due giorni, il 26 ed il 27 febbrajo. Görgey, che detestava Dembinski, come detestava Kossuth, come detestava Bem, come detestava Perczel, Guyon, Klapka, Damjanich, ritardando lʼarrivo delle due divisioni Kmetz e Guyon sul campo di battaglia, rese il combattimento allʼincirca indeciso; ma Windischgraetz tenne la posizione, e Dembinski, per una precauzione eccessiva, ordinò la ritirata dallʼaltra parte della Tisza. Questa ritirata, a traverso le paludi terribili di Egerfarmos, fu disastrosa. Dembinski cedette il comando. Wetter prese il suo posto, ma Görgey ottenne tre corpi sotto i suoi ordini. Questo fu il più grande sbaglio, lʼunico forse, che Kossuth abbia commesso durante tutto il tempo in cui tenne il destino dellʼUngheria nelle sue mani. Görgey doveva esser fucilato, ed egli ne faceva il padrone dellʼesercito!...
Le ostilità ricominciarono immediatamente. La vittoria si fissò alle nostre bandiere. Damjanich ne aprì la serie col brillante scontro di Szolnok il 3 marzo. Wetter, che aveva elaborato il piano di campagna, cadde malato, e Görgey ebbe infine la felicità ineffabile di essere investito del comando supremo, così ardentemente ambito. Kossuth mʼinviò nuovamente presso di lui come ajutante di campo. Ma di già Görgey mi faceva lʼonore di odiarmi, sapendo come io adorassi Bem, e come ne parlassi cogli ufficiali di stato-maggiore. Egli mi ricevette molto male, quantunque gli fossi presentato dallo stesso Kossuth, che venne al campo. Görgey mi rivolse appena la parola, e mi diede poi degli ordini calcolati per sacrificarmi. Le ferite non mi mancarono certo.
Gaspar esordì col battere Schlick a Hatvon. Klapka e Damjanich misero in fuga Jellachich a Tapio-Bicske, e gli fecero subire delle perdite considerevoli. Finalmente, il 6 aprile, tutto lʼesercito si trovò in presenza degli Austriaci a Isaszeg. Lʼinimico era più forte di un terzo, occupava delle alture boscose, ed aveva alle spalle una foresta. Klapka cominciò lʼattacco. Damjanich gli venne in ajuto, e tutti e due non avevano di fronte che il corpo di Jellachich, appostato sulle alture, dinanzi e dietro Isaszeg. A tre ore arrivò il corpo dʼarmata sotto gli ordini di Windischgraetz, e Damjanich fu investito di fianco da Schlick. 14,000 Ungheresi tenevano testa a 30,000 Austriaci. Lʼala sinistra, comandata da Klapka, già piegava. Damjanich teneva fermo alla diritta. A quattrʼore arrivò Görgey, e prese la direzione della battaglia. Ciò malgrado, gli Ungheresi si ripiegavano.
Ad una lega di distanza, accampavano due corpi del nostro esercito. Gaspar con 16,000 uomini da una parte, Aulich dallʼaltra con 8,000 uomini, 1000 cavalli e 38 cannoni. I due capi udivano, fino dal mezzogiorno, la voce del cannone. Gaspar restò immobile, attendendo un ordine che lo chiamasse. Io, spontaneo, mi slanciai verso Aulich, per sollecitarlo a venire al nostro soccorso. Ma egli era già in marcia, senza essere invitato, ed arrivò come Desaix a Marengo, a cinque ore, per decidere della battaglia. La vittoria fu completa. Kossuth era presente. Io fui ferito al capo da una scheggia di mitraglia.
Tre giorni dopo, il 9 aprile, Damjanich e Klapka rompevano Götz alla testa di 12,000 uomini a Vacz; dieci giorni dopo, il 19, questi due stessi generali, con 18,000 uomini, vincevano la battaglia di Nagy-Sarlo, ove il generale Wohlgemuth comandava a 26,000 Austriaci. Görgey non si allontanò dal suo quartier generale di Leva. Si marciò in avanti per sbloccare Comorn, e vi si riesci dopo due ore di combattimento. Görgey arrivò alla sera. Gaspar, secondo la sua abitudine, non arrivò punto. Gli Austriaci avevano abbandonato Pesth, e si ritiravano su Vienna per la via di Raab. Görgey avrebbe dovuto inseguirli, e rientrare con loro, o prima di loro, nella capitale degli Absburghi. Egli preferì ritornar sui suoi passi per cacciare la guarnigione austriaca da Buda, ove si era rinchiusa.
Nel frattempo, un grande atto si compieva a Debreczin, un gran delitto a Vienna.
LʼAustria infliggeva a sè stessa il disonore dʼinvocare lʼassistenza della Russia—ed era un ungherese, il conte Enrico Zichy, che accettava lʼinfamia di andare a chiedere il soccorso dello czar.
Kossuth proponeva alla Dieta la decadenza degli Absburghi.
VII.
Era il 14 aprile 1849. Questa data segna unʼepoca nella vita e nella storia del popolo ungherese. I primi soffi della primavera intiepidivano già lʼaria. Il cielo era grigio-chiaro, il che velava forse lʼinfinito, ma addolciva lo sguardo. Il sole provava i suoi primi raggi. La neve sʼera sciolta, ma lʼimmensa pianura trasudava una nebbia bianca, leggiera, allegra, che il venticello dellʼaurora smuoveva, stuzzicava, le dava la vita della lama agitata. Si sarebbe detto che il mar Bianco avesse scavalcato le steppe della Russia, franta la cintura azzurra dei Balcani e dei Carpazii, e si fosse rovesciato tutto fremente sul paese piatto del Danubio. Tutte le campane delle torri bizantine di Debreczin suonavano a gloria. La città si adornava come per una festa, un gran movimento di persone e di parole animava le vie.
Debreczin è una città di 50,000 anime, il centro della razza magiara. Le donne con gli usatti maschili, colla casacca di pelle dʼagnello, il pelo al di dentro a causa della freschezza del mattino, ornata dʼastrakan e di ricami in lana di varii colori, un fazzoletto di cotone o di seta sul capo legato sotto il mento, i capelli intrecciati dietro la testa con una quantità di fettuccie; le donne, dico, erano superbe di non portar più alcun ornamento dʼoro o dʼargento: esse avevano offerto tutto alla patria. Non si vedeva più un anello, una collana, un paio dʼorecchini sopra le donne ungheresi, principalmente su quelle della classe del popolo; avevano tutto dato come dono patriottico. Gli uomini erano tutti, in una maniera o nellʼaltra, armati. LʼUngherese è grande, solidamente costrutto; ha la faccia aperta, lo sguardo franco, della vivacità nello spirito, una personalità che conosce sè stessa e si confessa quale è, nonostante lʼincoerenza delle idee, la leggerezza dei propositi, la vanità generata dalla bellezza della razza—tutti sapendosi nobili, o credendosi tali. LʼUngheria sembra abitata da un popolo di gentiluomini. In mezzo però a tanti grandi e leggiadri uomini, a tante belle ed allegre donne, tutti dallʼaria felice, ben nutriti, ben alloggiati—i contadini avendo dei bei poderi che lor danno da vivere, ed i borghesi, in poco numero però, esercenti una professione od unʼindustria—, si introducevano dei mendicanti che mostravano delle piaghe schifose—loro strumento di lavoro—, o un nugolo di zingari color cioccolatte. Tutta questa gente si dirigeva verso la sala ordinaria della seconda Camera—il Collegio riformato di Debreczin—e lʼinvadeva.
La Dieta aveva discusso in comitato secreto, durante due giorni, la decadenza della Casa di Absburgo, ed aveva deciso di deliberarne pubblicamente in quel giorno. I magnati si erano riuniti ai deputati, e si mischiavano a loro, vestiti del loro mantello di velluto rosso, celeste o nero, impellicciato dʼastrakan, di martoro zibellino, coperti dal Kalpack nazionale con un pennacchio di pietre preziose e penne dʼaquila, la cintura, la collana e la sciabola tempestate di turchesi, di rubini, di perle e di granate orientali. Questo costume teatrale, quello che portavano alla Corte, dava uno scintillamento abbagliante allʼassemblea, ed aumentava la solennità. La sala era troppo piccola; la folla, che vi soffocava, si portò al tempio riformato, e fece proporre alla Dieta, da uno dei suoi membri, di trasferirvi per quel giorno la sede delle deliberazioni. LʼAssemblea si condusse immediatamente alla chiesa protestante, ed occupò il posto ai piedi e dirimpetto al pergamo, lasciando al pubblico il resto della chiesa e le gallerie. Paolo Almasy, presidente della seconda Camera, e Pérényi, presidente della Tavola dei magnati, si stabilirono alla presidenza: Kossuth ascese alla tribuna. Il silenzio era perfetto. Alla vista di Kossuth, un fremito scosse la folla come scintilla elettrica, ed un evviva immenso e prolungato risuonò sotto la volta. La Dieta, magnati e deputati, fece eco. Fu un abbarbagliante sfolgorío di berretti piumati agitati nellʼaria, uno strepito di sciabole risuonanti rumorosamente. Lo spettacolo divenne sublime.
Pochi uomini hanno avuto la fortuna di Kossuth. Come Washington, egli fu lʼanima, la fede di un gran popolo, e si mostrò degno della sua parte. Kossuth è una delle più belle espressioni del tipo magiaro, Lʼocchio ceruleo, ardito, fiero, la testa alta, il contegno nobile, il portamento altiero; egli domina col suo gesto, impone il rispetto con ogni movimento, seduce col prestigio della voce. Questo Alcibiade ha lʼaccento, lʼaudacia, la poesia, lʼelettricità della parola di Mirabeau e di Burke, lʼelevatezza dʼidee di Chatham e di Fox. La serenità del suo animo, nelle circostanze complicate, stupisce. Egli possiede il calore della concezione dellʼuomo di Stato francese, ed il giudizio freddo ed infallibile dellʼuomo di Stato inglese. Il vigore della forma, i ricchi colori di cui veste la sua eloquenza, aumentano la precisione geometrica dei suoi ragionamenti. Egli calcola a lunghe distanze di epoca. Ed ecco perchè alcuni suoi atti, che non ebbero tempo di svolgersi e di maturare, sembrarono errori. Egli non possiede, forse, lʼorgano felice dellʼosservazione profonda dei caratteri, cui Pitt ebbe, e che mancò a Napoleone; forse non ha la ruvida fibra della resistenza, particolare di Canning; ma forse pure, la sua fede nella grandezza, nella giustizia, nella verità dello scopo, gli fecero negligere queste precauzioni. Il suo solo fallo, durante due anni dʼimpero, fu Görgey. Egli non scrutò il cuore; giudicò il talento, e non misurò la feccia delle passioni. Kossuth credeva alla sua opera, e dominò la nazione dallʼalto della sua fede. LʼUngheria, questo Oriente dellʼOccidente, ha la confidenza indolente degli Orientali, e lo spirito dʼesame dei popoli dellʼOccidente svegliato e pronto.
Il discorso di Kossuth fu un poema, interrotto ad ogni strofa da applausi. Egli tessè lʼatto dʼaccusa della dinastia degli Absburgo, e mai a coscienza umana cancrenata non fu presentata sotto un aspetto più lurido. Ogni frase dellʼoratore conteneva un fatto; ogni fatto diveniva una gogna; una doccia di fuoco stillava sullʼuditorio. «Questi sono i fatti, continuò egli. Dopo atti simili, è egli possibile che il popolo conservi il menomo rispetto per la dinastia? Mantenere la Casa dʼAustria sul trono, sarebbe annientare ogni sentimento onesto, calpestare sotto i piedi ogni morale. Noi non esporremo a ciò il paese».
—No, no, gridarono tutti, Dieta e popolo.
—È dunque venuta lʼora, riprese Kossuth, in cui è dovere dellʼUngheria, dovere dei rappresentanti della nazione dichiarare in faccia allʼEuropa ed al popolo, in faccia di Dio e dellʼUniverso, che vogliono esser liberi ed indipendenti.
Lʼentusiasmo fu al colmo, Kossuth finì il racconto della lotta di tre secoli fra lʼUngheria e la Casa dʼAustria, espose la situazione, raccontò le peripezie dellʼultima guerra, e concluse colle due seguenti proposizioni:
1.o Che lʼUngheria fosse dichiarata Stato indipendente, e, relativamente al territorio, indivisibile, inviolabile;
2.o Che la Casa di Absburgo-Lorena fosse dichiarata decaduta per sempre dal governo, proscritta dal suolo ungherese, priva dei diritti civili dellʼUngheria.
Poi, alzando le mani al cielo in attitudine religiosa, esclamò:
—Così sia! Amen!
Le proposizioni furono votate ad unanimità.
Kossuth fu eletto presidente-governatore dellʼUngheria.
Gli Eljen Kossuth furono interminabili. Kossuth, profondamente commosso, con le lagrime agli occhi e sulle guance, con la voce tremante, soggiunse:
—Giuro pel Dio eterno e sul mio onore che non terrò il potere un solo istante dopo che i diritti dello nazione saranno assicurati, perocchè io non voglia essere che un povero e modesto cittadino dellʼUngheria liberata.
Egli è adesso nellʼesilio—come Vittor Hugo, Ledru-Rollin, Quinet....—esempio della rigidità della coscienza umana.
Il primo magnate, che votò la decadenza degli Absburgo e lʼindipendenza dellʼUngheria, fu un vegliardo quasi ottuagenario, il principe Nyraczi—il padre dʼAmelia.
Il 24 aprile, gli Ungheresi rientrarono in Pesth. Buda restava in mano di 4000 Austriaci. Görgey, che poteva marciare su Vienna e sanzionare colà la decadenza della Casa imperiale, comunicando allʼEuropa attonita il decreto di Debreczin, Görgey si preoccupò della guarnigione di Buda, ritornò sui suoi passi, e diresse allʼesercito questo proclama:
«Commilitoni.
«È scorso appena un mese da quando, confinati dietro la Tisza, noi gettavamo uno sguardo dubbioso sul nostro avvenire oscurato. Chi avrebbe allora creduto che, un mese dopo, avremmo passato il Danubio e liberato il nostro bel paese dal giogo di una dinastia spergiura? I più arditi fra noi non avrebbero certo osato nutrire una così grande speranza. Ma voi bruciavate del nobile amor di patria, e lʼinimico ha provato il vostro coraggio, eguale a numerosi eserciti! Voi avete trionfato, trionfato sette volte, una dopo lʼaltra. Oggimai voi trionferete mai sempre.
«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!
«Ognuna delle battaglie che abbiamo combattute fu decisiva. Più decisive ancora saranno quelle che combatteremo dʼora in avanti. Sacrificando la vostra vita, voi avete avuto la fortuna di assicurare allʼUngheria la sua antica indipendenza, la sua nazionalità, la sua libertà, la sua esistenza duratura. Tale fu la nostra missione, la più santa fra le missioni.
«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!
«Molti fra voi credono che lʼavvenire desiderato è fin dʼora conquistato. Non vʼingannate. Questa lotta pei diritti naturali dei popoli contro le usurpazioni della tirannia, non sarà soltanto sostenuta dallʼUngheria. Ed i popoli vinceranno dovunque! Voi non sarete forse testimoni della loro vittoria. Consacrandovi a questa lotta con fedeltà incrollabile, voi dovete essere fermamente risoluti a cadere vittime della più bella e della più gloriosa di tutte le vittorie.
«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!
«E siccome io ho la convinzione che non uno fra voi preferirebbe una miserabile esistenza ad una morte così gloriosa, e che voi tutti sentite come me che gli è impossibile di asservire una nazione, i cui figli eguagliano gli eroi di Szolnok, di Hatvan, di Tapio-Bicske, di Isaszeg, di Vacz, di Nagy-Sarlo e di Komarom; per ciò, in mezzo anche allo spaventevole rumore delle battaglie, io dʼora in avanti non avrò per voi che un sol grido:
«Avanti, camerati, avanti.
«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!»
Avanti! gridavano le truppe come il capo. Avanti! Ma Görgey ritornava indietro. Per lui, il pericolo non stava a Vienna: stava a Pesth! Per lui, il nemico non era Francesco-Giuseppe, era Kossuth.
VIII.
—Ho di parlare di me, continuò il colonnello Zapolyi, in mezzo ai grandi fatti ai quali ho preso parte, ai grandi disastri che mi restano a raccontare. Ma voi mi avete domandata la mia storia, ed io la finirò.
La mia ferita era appena guarita. Si battevano dinanzi a Buda. Accorsi colà. Amelia e suo padre abitavano già Pesth, ove il Governo riportava la sua sede.