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Le notti degli emigrati a Londra

MAURIZIO ZAPOLYI (continued 2)

Reading edition

Görgey investiva la fortezza di Buda con forze considerevoli. Un primo attacco, per distruggere la pompa ad acqua che approvvigionava la guarnigione, era stato respinto. Era principiato il fuoco per aprire la breccia. Hentzi, che comandava la fortezza, rispose bombardando Pesth, come Windischgraetz aveva bombardato Vienna, come Radetzky bombardava le città italiane. Questa città monumentale ardeva in diversi punti.

—Sono le torce funebri intorno alla bara di Casa dʼAbsburgo! diceva Görgey.

Egli ordinò un assalto generale, benchè lʼartiglieria non avesse ancora resa praticabile la breccia. Lʼattacco ebbe luogo nella notte dal 16 al 17 maggio. Io era arrivato la sera; non mʼero ancora presentato al generale. Sentendo il cannone di notte, mi condussi in mezzo ai combattenti come semplice volontario, e mi trovai col corpo di Nagy-Sandor, che aveva ricevuto lʼordine dʼimpadronirsi della breccia. Il combattimento durò tre ore,—combattimento feroce, la baionetta contro il cannone!—Gli honved si slanciarono allʼassalto sei volte. Fummo sempre respinti. La breccia restava inaccessibile: le scale, colle quali tentammo la scalata, si trovarono troppo corte. Il giorno cominciava a spuntare. Gli altri Corpi non erano stati più felici di noi alla porta di Vienna, al Varkapu (porta del castello), al giardino, alla macchina dellʼacqua. Suonò la ritirata. Il cannone ricominciò lʼopera della breccia.

Il 21 maggio, questa sembrò praticabile. Allʼalba lʼattacco generale fu rinnovato, al grido formidabile di: Eljen a Magyar! La fanteria ungherese si slanciò di nuovo sulle mura. Noi corremmo alla breccia. Ci respinsero ancora. Gli altri Corpi ruppero la resistenza in tutti i punti. La pompa fu presa da Kmety, a cui mancata due volte. Noi ritornammo allʼassalto, e finalmente riescimmo ad impadronirci della breccia, ed a salire sugli spaldi dei bastioni. Io mʼera arrampicato in cima ad una scala. I soldati italiani della guarnigione ci porgevano la mano per aiutarci a montare. Io era sul punto di saltare sulla spianata, quando un ufficiale austriaco uccise lʼitaliano di un colpo di spada, e con un secondo colpo, traversandomi la spalla sinistra, mi precipitò sul terrapieno in mezzo ai mucchi di cadaveri. Ma la fortezza era nostra.

Ripresi i sensi allʼospitale del Tabor.

Görgey non prese parte allʼazione: egli restò a grande distanza, nel quartier generale, sopra la collina Kis-Svábhegy.

Mi assopii, dopo che la mia ferita fu medicata. Due ore dopo, mi risvegliai allʼimprovviso. Amelia serrava la mia testa sul suo cuore, ed appoggiava le sue labbra al mio fronte. Ella volle farmi trasportare in sua casa, o piuttosto nellʼappartamento che la occupava nel palazzo di suo padre. Io mi opposi, e resistei tre giorni. Al quarto cedetti. Ciò fu causa di una violenta scena fra Amelia e suo padre, ed il primo passo verso la catastrofe che doveva inghiottirci tutti.

Il principe Nyraczi era il più ardente patriotta, ma in pari tempo il più forsennato aristocratico dellʼUngheria. Nessuno si mostrò più generoso di lui, ma nessuno altresì più ostinatamente reazionario. Egli aveva dato alla patria centomila franchi, tutto il suo vasellame dʼargento dʼun enorme valore, degli oggetti in natura in quantità considerevole, dei cavalli per gli Ussari leggieri. Aveva equipaggiato una compagnia di duecentocinquanta volontarii, comandati da suo nipote come suo luogotenente: i berretti gialli, che da due anni facevano la guerra a sue spese. Egli sʼincaricava della coltura delle terre di quelli fra i contadini del suo distretto che combattevano fra gli honved. Ogni settimana, due o tre mila poveri del comitato venivano alla porta del castello, ove ricevevano elemosine, soccorsi, prestiti! Aveva fatto venire dallʼInghilterra una batteria di cannoni completa, coi suoi affusti, e lʼaveva regalata a Bem, suo amico. Nei suoi castelli non restava più nè biancheria, nè coperte, nè materassi. Tutto era stato inviato agli ospitali pei feriti. E tutto era stato inviato e ricevuto dietro i suoi ordini, senza rumore: la cosa era fatta per sè stessa, e non per ostentazione. Ma la voce del principe Nyraczi fu la sola che si oppose allʼemancipazione dei contadini, allʼabolizione delle corvèes, dei livelli, delle decime. Egli aveva esatto mai sempre questi tributi di servitù, per la servitù in sè stessa, non già per il profitto; perocchè egli trovava mezzo di dare ogni anno in regalo ai suoi contadini dieci volte più di quel che prendeva come signore. Abborriva lʼAustria, perchè lʼAustria è tedesca, e lʼimperatore perchè non è magiaro; ma non perchè lʼuna è la tirannia straniera, lʼaltro un padrone. Non poteva comprendere che un contadino e lui, principe Nyraczi, fossero dellʼistessa stoffa, e dovessero godere degli stessi diritti sociali, civili e politici. E, nella sua natura di bronzo, nè le idee, nè le passioni si modificavano mai.

Egli conosceva tutta la mia storia, e le relazioni chʼio aveva con sua figlia dapoichè lʼavevo incontrata da suo marito, il colonnello Tichter. Ma io, per lui, era sempre il figlio degli impiccati, che avevano perduto il diritto di nobiltà; il contadino, al quale egli aveva fatto infliggere la pena disonorante del bastone. Cacciatore di contrabbando e ladro, per lui erano lʼistessa cosa. Aveva giudicato sua figlia in silenzio, perchè non ci era scandalo nella nostra condotta, perchè il nostro amore non era contaminato da nessuna macchia. Ma lo scandalo ora cʼera. Io abitava il suo palazzo, presso sua figlia.

Egli la fece chiamare, e lʼattese nel salone a fine di togliere allʼabboccamento ogni carattere di paternità. Non dovevano esserci colà che il principe di Nyraczi e la contessa Tichter. Amelia comprese tutto ciò di uno sguardo. Suo padre stava ritto presso il vano della finestra, chʼei riempiva della sua figura colossale. Aveva gettato sopra una seggiola la sua berretta di velluto nero dalla penna bianca, e con la testa alta squadrava la contessa. Il suo dolman di panno violetto, rattenuto sulla spalla sinistra da una catenella dʼoro, aggiungeva unʼaria marziale alla sua aria grave di vecchio e di aristocratico indurito. Lʼetà avanzata non aveva curvato di una linea la sua persona, come lʼesperienza non aveva fatto piegare lʼinflessibilità delle sue idee. Teneva la sciabola attaccata alla cintura, che risuonava ad ogni movimento contro gli speroni dʼargento degli stivali inverniciati, guarniti di astrakan, che gli arrivavano fin su del ginocchio. La sua bella barba bianca gli scendeva a mezzo il petto, armonizzando coi lunghi e ricciuti capelli. La commozione lo faceva pallido, e questo pallore prendeva una espressione di collera, sotto il riflesso di due pupille nere, accese dallʼinterna violenza. Gli occhi erano il dinamometro delle passioni del principe. Sua figlia aveva lʼabitudine di leggervi entro la calma o la tempesta. Ella conosceva il carattere di suo padre. Più dʼuna volta questi due nugoli carichi di fulmine sʼerano incontrati, ed avevano scambiato dei lampi.

—So, disse Amelia con voce ferma, perchè mʼavete fatta chiamare. Che ordine volete darmi?

—Uno di questi due, rispose freddamente il principe: spazzate il mio palazzo dalla lordura che vi avete introdotta, o lasciatelo voi stessa.

—Gli antenati di quello che voi chiamate una lordura, rispose fieramente Amelia, erano conti, quando i nostri non erano ancora che semplici nobilucci. Il titolo di quei baroni data dal quinto secolo, il nostro dal sedicesimo. Essi lo tengono da Attila, e furono capi di bande guerriere; noi lo abbiamo dalla Casa dʼAustria per servigi resi ad uno straniero, ad un padrone. Ecco, per la lordura. Io lʼamo, ecco la mia ragione.

—Lo so, rispose il principe, senza uscire dalla sua calma tempestosa; ecco perchè vi ho posto un dilemma, e non vi ho scacciata semplicemente.

—Il dilemma diviene inutile, dappoichè io non sono qui nè in casa di mio padre, nè in casa mia. Ah! pel principe di Nyraczi, una contessa.... che cosa? una contessa Tichter non è una lordura.

—Dei rimproveri, ora? Sono io forse che ha fatto codesto matrimonio? Non fui forse messo nella necessità di non poterlo rifiutare?

—Io aveva sedici anni allora.

—E cosa bisognava che io mi facessi, signora, la situazione essendo divenuta inesorabile?

—Uccidermi.

Il principe piegò il capo, e riflesse. Poi soggiunse:

—Hai ragione, Amelia, io fui un vile.

—Dunque, domani noi lasceremo il vostro palazzo.

—Noi! di già?

—Noi. Io sono vedova, non vi domando nulla, fuorchè la vostra benedizi....

—Giammai!

—Giammai. Che importa dʼaltronde? Non arriveremo forse mai a codesto punto. Gli avvenimenti si accalcano su di noi. Centomila Russi hanno già varcato il confine su tutti i punti; altri centomila ricalcan le tracce delle prime colonne; noi saremo schiacciati.

—Ed allora?

—Allora, voi sarete impiccato. Io mi ucciderò. Lʼaltro sarà già caduto sopra un campo di battaglia qualunque.

Il principe tacque per un momento ancora, poi sclamò:

—Basta. Addio.

—A rivederci, disse la contessa.

—Ah!

—Vado ad attendervi a Szeged, nel castello di mia madre. Quello è mio, ed io vi offro un asilo colà, quando i Russi vi avranno cacciato da Pesth.

Ella non attese la risposta, ed uscì.

Ella venne a trovarmi in un grande stato dʼesaltazione. Compresi subito la scena che era avvenuta, e che io aveva prevista. Mi raccontò tutto. Siccome io non era in istato dʼintraprendere un viaggio, il chirurgo, che aveva medicata la mia ferita, mi accolse nella sua famiglia, e mi affidò alle eccellenti attenzioni di sua moglie e delle sue figlie. Amelia lasciò Pesth pochi giorni dopo, incrociandosi con Kossuth, il quale ritornava in mezzo alle più entusiastiche ovazioni dei paesi che attraversava.

Aveva io il tempo di essere ammalato?

IX.

Lʼesercito austriaco, non vedendosi inseguito, si fermò a Presburgo. Noi riprendemmo lʼoffensiva, nella speranza di battere gli Austriaci prima che le orde dello czar traboccassero su di noi. Noi avevamo nelle regioni superiori del Danubio 55,000 uomini e 230 cannoni contro un esercito di 82,000 uomini e 324 bocche da fuoco. Görgey contro Haynau, quellʼHaynau che il macello di Brescia aveva posto in evidenza, e che la correzione inflittagli dagli operaj della birreria Barclay e Berkins a Londra rese celebre. Haynau era una delle jene dellʼesercito austriaco, che, generalmente, è rispettabile. Görgey, per una aberrazione inqualificabile, seguiva la riva sinistra del Danubio, che è la linea più lunga, frastagliata da torrenti e seminata di paludi omicide.

Il combattimento glorioso di Csorna, guadagnato da Kmeti, inaugurò bene la campagna. Ma questi ultimi sorrisi della vittoria erano più unʼironia che un favore del destino. Io raggiunsi Görgey a Perod, il 21 giugno. Kossuth mʼaveva addetto allo stato-maggiore.

Görgey mi ricevette ancor peggio di prima; e se non mi mise agli arresti per essermi battuto a Buda, invece di presentarmi al suo quartier generale, si fu perchè avevamo avuto nel giorno precedente degli scontri disgraziati, e dovevamo batterci nel giorno stesso. Il 21 giugno ci fu altrettanto funesto che il 20. Russi ed Austriaci ci oppressero colle loro forze. Io mi battei come un semplice soldato. Haynau si preparò a marciare sopra Pesth per la riva diritta del Danubio, rimasta libera, mentre Görgey intrigava e si allontanava continuamente dallʼesercito, cumulando il grado di generalissimo con quello di ministro della guerra. Al 28, subimmo unʼaltra disfatta a Raab, e fummo obbligati ad abbandonare il terreno. Francesco Giuseppe assisteva alla battaglia. Görgey scrisse a Kossuth dʼabbandonare Pesth entro tre giorni, e finiva il suo dispaccio con queste parole: «Quanto a me, abbandonatemi al mio destino». Grido dʼallarme calcolato. Significava: rimettetemi i poteri concentrati, la dittatura. Egli non mirava oramai che a questo, e non sognava che colpi di Stato.

In questo momento, lʼesercito russo arrivato dal nord, sotto gli ordini di Paskevitch, formava un insieme di 130,000 uomini. Lo czar lʼaveva passato in rivista a Zmygrod. Il granduca Costantino lo seguiva da dilettante. Di già Lüders, nel sud, aveva invaso la Transilvania, il 19 giugno, alla testa di 50,000 uomini. In breve, il 1.o luglio cʼerano in Ungheria 191,587 Russi e 130,000 Austriaci. Contro questa massa formidabile lʼUngheria non potè opporre che 150,000 uomini sopra unʼestensione immensa: per mancanza dʼarmi, non per mancanza dʼuomini. Non potendo far fronte a quella valanga, si cercò la salvezza nella strategia. Dembinski concepì il piano di campagna, prendendo per base dʼoperazione il Banato, provvisto di due difese naturali, la Tisza e la Maros. Görgey, che era, lʼho già detto, incapace di formare egli stesso un piano, promise dʼeseguire quello del suo inimico, piano, del resto, discusso ed approvato da un Consiglio di guerra. Ma egli non vi si conformò. E fece ancor peggio. Abbandonò il fiume Czonczo, che copriva la via di Buda-Pesth, e si ritirò nel campo trincerato di Comorn, lasciando il terzo Corpo isolato sulla Vag. Cinquantamila Austriaci vennero ad offrirci battaglia. Lʼaccettammo senza esitare.

Il combattimento ebbe principio allʼalba. Ad unʼora gli Austriaci, posti in rotta allʼala sinistra, piegavano anche al centro, sotto una irresistibile carica di ventiquattro squadroni di Ussari condotti da Görgey. Io ne comandava quattro, e fui testimonio dʼun attentato che mi addolorò, quantunque lo trovassi salutare: un ussaro misurò a Görgey, per di dietro, un colpo di sciabola alla testa—per liberare il paese chʼegli tradiva. Noi credemmo assicurata la vittoria. Da un punto allʼaltro, dinanzi agli Austriaci dispersi e Francesco Giuseppe che fuggiva, apparve la riserva russa, che smascherò cinquanta pezzi posti in batteria. Era la tela del destino, che si alzava per mostrarci la voragine nella quale la patria doveva perdersi. La notte, che scese, mise fine alla pugna, e coprì la nostra disfatta.

Görgey inviò al Governo un dispaccio ribelle, che provocò la sua dimissione; ma si commise il fallo di lasciargli il portafogli della guerra. Kossuth si faceva ancora illusione, o voleva ancora, a forza di magnanimità, ritardare il tradimento di quellʼinfame. Lʼesercito, commosso dai commentarii insolenti del colonnello Bayer, capo dello stato-maggior generale, si mostrò scontento della destituzione di Görgey. Un Consiglio di guerra nominò due delegati, Klapka e Nagy-Sandor, per andar a pregare Kossuth di levare a Görgey, piuttosto il portafogli della guerra, che il comando in capo. Io pregai Nagy-Sandor di condurmi seco a Pesth. Sentivo che, se fossi restato presso Görgey, lʼavrei ucciso.

Partimmo. Il 5 luglio, i delegati furono ammessi dinanzi al Consiglio dei ministri, e la loro domanda fu accordata; ma il Consiglio insistette sulla pronta partenza dellʼesercito dellʼalto Danubio per andare a concentrarsi colle truppe che dovevano operare sulla Tisza. Lʼaccecamento era incurabile: Dio, che voleva perderci, colpiva di demenza il Governo e lʼesercito! Più Görgey sʼinoltrava nella via del tradimento, più la sua popolarità aumentava. A lui si attribuivano tutti i successi, mentre egli rigettava sopra questi e sopra quegli la responsabilità dei falli e dei disastri. Pure, le più brillanti vittorie dellʼesercito del Danubio non erano state riportate da lui. Guyon aveva guadagnata quella di Braniczko; Gaspar quella di Hatvan; Demjanich quella di Bicske; quella di Isacszeg fu principiata senza di lui; egli non assisteva nè a quella di Vacz, nè a quella di Nagy-Sarlo, nè a quella di Buda. Si dimenticava tutto ciò. Si era già entrati in quella vertigine che spinge allʼabisso.

Görgey non obbedì alle ultime ingiunzioni. Egli non partì. Al contrario, tentò di rompere le linee nemiche intorno a Comorn. Lʼesercito si battè tutta la giornata dellʼ11 luglio, senza riescirvi. Alla sera, dopo la disfatta, dovette rientrare nel suo campo trincerato. Görgey diede finalmente il segnale della partenza.

Era troppo tardi, perchè i Russi occupavano già Debreczin, e gli Austriaci Buda-Pesth. Haynau lanciò nella capitale un proclama, ove lʼorribile gareggiava col grottesco. Dʼaltra parte, Guyon aveva battuto Jellachich parecchie volte, e gli Ungheresi rioccupavano la regione posta fra la Tisza ed il Danubio. Ma Szeged, ove il Governo trasferì la sua sede, era minacciata.

Kossuth mi aveva nominato colonnello, e Bem mi chiamava nel suo esercito, riservandomi un comando. I miei voti erano esauditi. Mi posi in cammino. Avevamo ora la speranza della disperazione: perderci nel naufragio! Il naufragio ci pareva inevitabile, poichè lʼacciecamento ed il tradimento sʼeran messi della partita. Io era terribilmente triste. Incontravo sui margini delle strade dei gruppi di giovani, che ritornavano dallʼesercito, laceri, dimagriti, terribilmente consumati dalla febbre, tremanti sotto un sole pesante, denso, giallastro, che divorava tutto ciò che toccava, agonizzanti, assetati e non avendo da bere che lʼacqua limosa, verdastra e pestilenziale delle paludi. La puszta non era più quellʼantico lago di 500 chilometri di diametro cangiato in prateria, che alla primavera sembrava un mare di verdura ondulante, limitato dalla gran curva del Danubio, da Pesth a Belgrado, ed il semicerchio delle montagne azzurre dei Carpazii; era un mare giallo, gonfiato qua e là da vapori bianchi, che strisciavano sotto lʼaspirazione esausta del sole,—la nebbia avvelenata delle paludi, ove il toro bianco e la cavalla selvaggia degli Czikos, si trascuravano essi stessi, sonnolenti ed oppressi. La Tisza e la Maros travolgevano delle onde melmose dʼun verde livido. Tutto aveva lʼitterizia e lʼardore divorante della febbre. La caldura annientava le forze. Nei villaggi si vedevano degli uomini, validi ancora, accovacciati agli angoli delle strade, la pipa in bocca, aspettare lʼignoto, che pesava sovrʼessi e li stringeva da ogni parte. Non un soffio dʼaria, non una goccia di rugiada: sempre lʼalito snervante e malaticcio, che corre sulle acque tenebrose delle paludi, come quello dʼun demone. Io sentiva la voglia di piangere. Affrettavo il passo, seminando consolazioni ed incoraggiamenti, che erano accettati col sorriso della rassegnazione. Due uomini soli non disperavano ancora, Kossuth e Bem.

Bem aveva già cominciate le sue operazioni. Egli aveva sotto i suoi ordini 20,000 uomini effettivi, e con questo pugno di coscritti doveva far fronte a 13,000 Austriaci e 50,000 Russi, e impedir loro dʼentrare in Transilvania. Questʼimpresa prendeva le proporzioni dʼun miracolo; la storia si tagliava le ciarpe della leggenda. Ma in guerra i grossi battaglioni finiscono sempre col divorare i piccoli. I Russi, venendo dalla Valacchia e dalla Bucovina, presentandosi a tutte le entrate in una volta, avevano finito col forzarle sotto la pressione delle loro possenti colonne. Essi penetravano nella Transilvania da sei passi.

Io incontrai Bem il 10 luglio, di mattina, al momento che i Russi lʼattaccavano, presso Besztercze. Egli non volle ripiegarsi, e subimmo un grosso scacco. Sei giorni dopo, a Szered-falva, fummo nuovamente battuti. Bem aveva subito già due altre disfatte presso Teke, malgrado i prodigi che seppe fare con poche centinaia dʼuomini, circondati dai Cosacchi, come il mare circonda unʼisola. Nondimeno corremmo nel paese siculo a dar battaglia a Clam-Gallas. Vincemmo due giorni di seguito, il 21 e 22 luglio, poi con 2,500 uomini entrammo in Valacchia per fare una diversione ai Russi. I Moldo-Valacchi non risposero alla nostra chiamata, quantunque lʼavessero promesso, e ritornammo sui nostri passi.

Nellʼandare, avevamo molto maltrattato i Russi che volevano tagliarci la strada. Al ritorno, Lüders accampava già in Segesvar, quando Bem venne, poco lungi dalla città, a dargli battaglia. Ai primi colpi di cannone, egli fu ferito e rovesciato in un fosso. Non potendo più stare a cavallo a causa della sua prima ferita, Bem comandava correndo in una piccola vettura tirata da due focosi inkers attaccati allʼungherese, con delle bardature chiamate csalang, da cui pendono da tutte le parti dei cuoi adornati da piastrine di ottone e da piccole strisce di panno pavonazzo come nappe. Vettura, cocchiere, cavalli e padrone furono rovesciati nel ruscello fangoso. Bem vi si tenne quatto a tutta prima. Poi, strisciando nella belletta, andò a nascondersi fino alla notte nelle paludi. Io feci tutto il possibile per scacciare i Russi da quel sito. Mettendo in esecuzione quella eterna manovra di respingere i Cosacchi, ebbi il terribile spettacolo, che non può più cancellarsi dai miei occhi: la morte di Petőfi.

Egli caricava, alla sua volta, con una dozzina di ussari leggieri. Una ondata di cavalieri russi piombò sopra lui, e sommerse i suoi compagni. Il suo cavallo, un diabolico tarkas della Puszta, partì con un salto di fianco, e lo trasportò traverso uno spazio chʼesso vide solitario. Ed era solitario per una buona ragione. Quello era uno stagno, coperto da una lanugine traditrice di erbe marcite, che prendevano la forma del terreno ove lʼerba tentava di crescere. Il cavallo fece ancora alcuni passi sopra quella voragine di fango, aderente, tenace, viscoso. Pareva volare anzichè camminare, perchè sentiva il suolo venirgli meno sotto i piedi. Petőfi provò di farlo tornar indietro, ma lo slancio era preso. Egli penzolava già sopra una specie di vortice, che si sarebbe detto bollisse, tanto la melma si ingolfava con precipitazione nelle fessure del suolo. Io gettai un grido di spavento.

Petőfi volse il capo, e mi rispose con una specie di sorriso orribile. Egli scendeva già nellʼabisso. Il cavallo si dibatteva dalla stretta formidabile del fango. Ma più egli si sforzava di sollevarsi, più scavava il vuoto che lo aspirava, più ingrandiva il buco da cui era inghiottito. Petőfi si rizzò sul corpo del cavallo, già quasi scomparso. Sperò per un momento che la sua cavalcatura colmasse la fessura della palude. Illusione della speranza! Derisione del destino! Lʼuomo che aveva vissuto di raggi, doveva morire soffocato nella melma. Lo vidi scendere, scendere sempre, immergersi fino a quel petto ove batteva un cuore così generoso e così eroico, fino alla testa chʼegli portava sì alta, malgrado il peso del pensiero, sotto lʼaureola del genio! Vidi quel capo così fieramente caratteristico sparire, ed il fango rinchiudersi sopra il tutto, dopo questo orribile agguato dellʼabisso, come se nulla fosse avvenuto, ed ogni cosa ritornare allʼaspetto formidabilmente tranquillo dellʼimboscata calma e silenziosa. Fuggii da quel sito.

Bem uscì dalla sua palude, come Mario, verso notte, e raggiunse il suo corpo. Trovò riuniti 7,000 uomini a Maros-Vasarhély. Si gettò sopra Nagy-Szeben, respinse gli Austriaci a Medgyes, rovesciò i Russi a Vizahna, prese dʼassalto Nagy-Szeben. Lüders accorse allʼindomani, e si presentò in ordine di battaglia sotto le mura della città. Bem non lo fece attendere. Gli andò incontro, dicendoci:

—Siamo civili con questo Calmucco.

I Sassoni di Nagy-Szeben ci gettarono dellʼacqua bollente sul capo, e tirarono dalle finestre su noi. Lüders ci bombardò a meraviglia. Ritirandosi, Bem incontrò la staffetta del Governo, che lo richiamava in Ungheria in qualità di generalissimo. Kossuth ricalcitrava ancora allʼidea di confidare la dittatura a Görgey. La proposta era stata fatta, e le circostanze la imponevano.

Görgey aveva eseguita la sua ritirata da Comorn con grande abilità, salvando i suoi 25,000 uomini dallʼinseguimento dei 120,000 Russi, che gli erano sempre dietro, battendoli negli scontri di retroguardia, barcamenandosi fra lʼesercito di Paskevitch, che lo balestrava da una parte, ed un nuovo esercito russo, che veniva alla sinistra dalla Gallizia, condotto da Osten-Sacken. Avrebbe anche potuto venire in soccorso di Nagy-Sandor, il quale, non avendo seco che 7 a 8000 uomini, era attaccato allʼimprovviso a Debreczin da 80,000 Russi.

—Ecco Nagy-Sandor, che riceve una bastonata! sclamò sorridendo Görgey, udendo tuonare il cannone.

Görgey aveva giurato la distruzione di Nagy-Sandor e del suo corpo. Quando egli aveva emessa lʼidea di una dittatura militare, Nagy-Sandor aveva detto:

—Se cʼè qualcuno che vuol divenir Cesare, io sarò il suo Bruto.

Finalmente Görgey aveva ricondotto lʼesercito ad Arad. Ma il Governo aveva dovuto abbandonare anche Szeged. Dembinski vi aveva riunito circa 35,000 uomini in una specie di campo trincierato, appena abbozzato. Nonostante, la posizione non sembrandogli tenibile sotto le valanghe di Russi e di Austriaci che affluivano da tutte le parti, aveva dato lʼordine di abbandonarla e di stabilirsi un poʼ più lungi, a Szőreg.

Haynau, che comprendeva il suo vantaggio di numero e di posizione, non gli lasciò il tempo di condurre a fine il suo cambiamento di posto. Attaccò le truppe, che cominciavano a prender stanza a Szőreg. La battaglia ebbe principio il 5 agosto di sera. Gli Ungheresi avevano gli occhi abbagliati dal sole che tramontava ed impediva loro di vedere lʼinimico. Essi non furono sconfitti, ma piuttosto cedettero il terreno, protetti dagli ussari, che rinnovando delle ammirabili cariche, tennero in iscacco gli Austriaci.

Dembinski aveva a scegliere allora fra due linee di ritirata: Arad, ove Görgey doveva arrivare il giorno stesso; o Temesvar, fortezza che era nelle mani degli Austriaci, ma dove sperava di tirare a sè il corpo di Kmety. Il vecchio generale polacco preferì, per fatalità, Temesvar, la cui guarnigione, credeva egli, non poteva resistere lungamente. Il Governo seguiva il corpo dʼarmata di Dembinski. La Dieta si era aggiornata sine die. Il principe Nyraczi e sua figlia si ritiravano collʼesercito, cacciati dallʼultima loro dimora di Szeged e spinti dalla tempesta, che li travolgeva dinanzi a sè.

Cʼera unʼaltra ragione. Il nipote del principe, che comandava il suo battaglione di volontarii, era stato ucciso. Gli ufficiali avevano domandato al principe di scegliere un nuovo capo per condurli.

—Io stessa, gridò Amelia.

—Sotto ai miei ordini, rispose il principe.

E prese il comando.

Li ritrovai a Temesvar, ove arrivai con Bem il 9 agosto.

Ove arrivava Bem, arrivava la pugna. Egli prese immediatamente dalle mani del suo compatriotta Dembinski il comando in capo come generalissimo, schierò i battaglioni magiari, mise lʼartiglieria in posizione, ed aprì il fuoco contro il nemico. Haynau rotto, sconvolto, fece avanzare la riserva russa. Di un tratto, il fuoco ungherese si estingue. Mancano le munizioni. Bem ordina la ritirata. Scende la notte.

Ci eravamo impegnati in una stretta nel mezzo dʼun bosco, ove i nostri distaccamenti si confondevano gli uni cogli altri, sfiniti, affamati, non avendo mangiato fino dal giorno innanzi. Dei nugoli di Cosacchi ci seguivano come corvi, raccogliendo tutti quelli che restavano indietro, ritardando la nostra marcia, obbligandoci ad ogni istante di far fronte per respingerli. Bem, con un pugno di ussari che io comandava, e col battaglione del principe Nyraczi, copriva la ritirata. In un istante, lʼavanguardia, sbucando da una stretta fra due avvallamenti di colline, si trovò di faccia allʼinimico,—il corpo di Lichtenstein, che Bem aveva voluto evitare, cessando la lotta. Un fremito straordinario côlse il nostro esercito. Bem si slanciò in avanti per prendere la testa dellʼavanguardia, ma per un indietreggiare delle file anteriori, il suo cavallo sʼimpennò, e cavallo e cavaliere caddero rovesciati. Mi precipitavo in suo soccorso, quando un lungo grido dietro di noi mi annunziò un altro pericolo. Guardai: il battaglione del principe Nyraczi era intieramente ravvolto in un turbine di Cosacchi, come un giallo dʼuovo nella sua albumina. In mezzo ai volontarii, o piuttosto alla loro testa, si trovava Amelia.

La scôrsi da lontano, al crepuscolo della notte che sorgeva dal piano, vestita da amazzone, fieramente rizzata sugli arcioni, sciabolare i Russi. Ella aveva perduto il suo kalpak di velluto celeste guarnito di cigno, col pennacchietto di perle, ed il suo dolman violetto agramentato dʼoro ed argento. Le treccie disciolte dei capelli ondeggiavano sulle sue spalle. La sua sciabola brillava dʼun corruscamento fosco e rossastro, sotto i colpi che dava o parava. La si sarebbe detta lʼangelo scaduto dellʼUngheria che lanciava i suoi ultimi raggi avanti di eclissarsi. Non una parola le usciva di bocca. Il lavoro terribile che compieva, lʼassorbiva. Ma i Cosacchi, alle prese con una giovine donna, bella di una bellezza più splendida di tutte le loro madonne bizantine, gettavano degli urli grotteschi, feroci, lascivi, pieni di desiderii, di paura e di ammirazione nellʼistesso tempo. I volontarii ungheresi ruggivano alla loro volta, scagliandosi sui Cosacchi per respingerli, o cadendo sotto i ferri dei loro cavalli. Io mi spinsi avanti colla paura della disperazione, calpestando sotto i piedi amici e nemici onde arrivare sino a lei. La siepe si faceva più fitta. Cadaveri e viventi ostruivano lo stretto passaggio, che io aveva a varcare.

Il principe Nyraczi fu più fortunato di me. Io lo credetti almeno per un istante, vedendolo accorrere dallʼaltra estremità della gola, quasi al galoppo, abbattendo come spighe, sotto la sua vecchia sciabola, tutti quelli che incontrava.

Egli non aveva più ottantʼanni. Il pericolo cui correva la vita e soprattutto lʼonore di sua figlia gli dava una nuova giovinezza. Giunse alfine. Giunse nel momento in cui il cavallo dʼAmelia cedeva sotto di lei, ed i Cosacchi piombavano sulla loro preda, come un branco di pesci-cani sopra una persona caduta in mare. Il principe la vide sparire e parve disperato, poichè tirò una pistola dai suoi arcioni. Tuttavolta, per un istante, la mischia si calmò. Egli la vide, e la vidi io pure, quasi nuda ormai sotto quelle mani immonde. Il principe non ebbe che un secondo di quella vista orrenda, che a me parve unʼeternità. Ciò bastò. Armò, puntò la sua pistola, mirò, tirò un colpo, e sua figlia cadde allʼindietro colla testa franta da una palla. I Cosacchi, non sapendo dʼonde venisse quel colpo, si rialzarono. Il principe Nyraczi sembrava un gigante ritto sulle staffe, la mano ancora tesa, lo sguardo profondo, fisso, perduto, spaventevole. Egli faceva paura.

—Sono con voi, sono con voi, gli gridai da lontano. Tenete fermo ancora un minuto.

La mia voce lo fece trasalire. Levò lo sguardo dal cadavere e mi scôrse. Mi riconobbe.

—No! urlò egli; non voglio lʼaiuto dʼun servo che ho fatto frustare come un ladro.

E, dicendo queste insensate parole, continuava il molinello colla sua sciabola, e mieteva i Cosacchi. Mi fermai. Ebbi torto. Avrei potuto forse salvarlo suo malgrado. Lo vidi cadere un istante dopo sotto i kandjari dei Russi, e coprire col suo corpo il cadavere di sua figlia. Non distinsi più nulla. Non so come e da chi fui trasportato a Lugos. Credo di essere svenuto.

X.

Il resto non mʼimportava più. LʼUngheria aveva soccombuto. Io voleva morire. Ma avrei voluto vedere, prima, la punizione di Görgey.

Görgey trattava già coi Russi.

Egli propose di offrire la corona di Ungheria al principe di Leuchtemberg. Il Governo approvò questa idea. Kossuth non vi si oppose. La nazione, che ritta dietro lui, lʼaveva sostenuto per due anni, era atterrita sotto il peso di 350,000 soldati austro-russi[1] e sotto lʼinfluenza del suo proprio esercito abbattuto. Lʼ11 agosto, Kossuth diede la sua dimissione, e decretò la dittatura a Görgey. «Ami egli il suo paese, disse Kossuth alla nazione nel suo proclama, col disinteresse che lʼho amato io stesso, e più fortunato di me pervenga ad assicurare la felicità della patria. Così il Dio di giustizia e di misericordia sia con essa».

Paskewich rispose: «Lʼunico scopo dellʼesercito russo è di combattere. Se Görgey vuol fare la sua sommissione al suo sovrano legittimo, si rivolga al comandante in capo dellʼesercito austriaco».

—Morremo tutti combattendo, allora, replicò Görgey.

Egli aveva aperto le trattative per rendersi ai Russi colla clausola espressa «di non deporre le armi senza condizioni dinanzi gli Austriaci».

Görgey non tanto detestava lʼAustria, quanto era geloso di Kossuth. Ma egli sapeva cosa sarebbe avvenuto dopo una reddizione agli Austriaci. Di già Haynau aveva fatto appiccare Guber e Mednyanszky, ufficiali ungheresi. La proposizione di Görgey fu alfine accettata da Paskewich, e subita da Haynau. Görgey lasciò allora Arad, e si mise in marcia per Vilagos. Pochi ufficiali soltanto sapevano che lʼesercito ungherese si avvicinava ai Russi per metter giù le armi. Lʼesercito credeva di andare a battersi ancora, e non domandava che la battaglia, quantunque ormai certo della sua disfatta finale.

Bem mʼinviò a portare i suoi ordini a Görgey, nella sua qualità di generalissimo, poichè egli considerava come incostituzionale la trasmissione di poteri fatta da Kossuth a Görgey, senza la sanzione della Dieta. Arrivai a Vilagos il 12 agosto, alla sera, ma non potei penetrare nel castello di Bohus, ove risiedeva Görgey, e non insistetti. Circolai un poʼ nelle file dellʼesercito.

Gli ufficiali erano tristi, i soldati in collera. Tutti gli aspetti che la disgrazia, lo scoraggiamento, la malinconia, la rabbia e lʼabbattimento possono prendere, si dipingevano sulle fisonomie di quegli uomini. Tutte le impronte strazianti, che il dolore e la disperazione possono scolpire sopra una faccia virile e vivente, i tratti di quei soldati le portavano. La notizia della reddizione era ormai conosciuta. Non cʼera più subordinazione. I bivacchi della notte furono tregende. Qui gridavano, bestemmiavano, maledicevano, od insultavano gli ufficiali meno afflitti; là si rompevano le armi, si ammazzavano i cavalli, si suicidavano. Il dolore ebbe voci diverse, ma immense e spaventevoli. Nessuno mangiò. Nessuno dormì. I cavalli stessi parevano penetrati da un sentimento di pesante tristezza. Si facevano dei progetti assurdi. Si concepivano speranze insensate. Tutti erano accusati, e nessuno si scusava. Si ricordavano i giorni gloriosi della vittoria, della gioia, lʼentrata trionfale nelle città, il perdono generoso accordato al nemico dopo di averlo vinto, i colpi fortunati, le orride serate del bivacco dʼinverno, coricati sulla neve, senza fuoco, senza mantello, senza cena, e pure felici. Si gittava al vento un ritornello patriottico di Petőfi, ormai senza eco: un flebile ritornello delle arie della pianura, che provocava una esplosione di lagrime, che ricordava il villaggio, le serate dʼestate sotto lʼeffluvio delle stelle, le serate dʼinverno allʼangolo dellʼamato focolare, la madre, la sorella, la fidanzata, la sposa lasciate per la patria, i fanciulli benedetti partendo, che giocavano colle sciabole. I buffi dʼindignazione e di annientamento si alternavano e si succedevano. Cʼerano là 30,000 uomini, che domandavano di battersi ancora. Si desiderava la battaglia del destino—la disperazione contro la potenza.

Una notte serena, irradiata da uno spolverio di stelle, filtrata da un vapore bianco e leggero, avviluppava di ombre tutto il paesaggio. Le finestre del castello di Bohus risplendevano. Là si macchinava il disonore, e si vegliava. Là stavano forse lʼinsonnia ed il rimorso degli uni, il dubbio e lʼesitazione degli altri, la volontà calcolata del capo. Poi, quando lʼalba principiò a imbiancare il cielo, quando arrivò lʼora dellʼesecuzione, eʼ fu come un accesso di delirio. Ad un punto, centinaia e migliaia dʼuomini presero la fuga, e si nascosero nei boschi: 7,000 uomini sparvero dalle file in pochi quarti dʼora.

Il sole si alzò.

La resa doveva aver luogo a mezzogiorno, nella pianura di Szőllős. Lʼagitazione della notte cessò. Un silenzio sinistro seguì, interrotto soltanto da qualche singhiozzo soffocato, da qualche singulto indomabile. Quelli che restavano sembravano rassegnati. Si compiacevano a credere in qualche cosa dʼignoto al quale ognuno dava la forma che più gli sorrideva. Un mistero dominava su questʼopera di tenebre. Non si voleva ancora vedere in Görgey un semplice traditore. Gli si attribuivano vendette diaboliche nascoste, colpi orrendi premeditati, accordi presi coi Russi contro gli Austriaci, articoli secreti nella convenzione, intelligenze collo Czar di Pietroburgo contro il Cesare di Vienna, degli abissi profondi, degli agguati spaventevoli. Il tradimento pare inverisimile, mostruoso, al soldato, malgrado le smentite della storia. Vada pel diplomatico, per lʼuomo politico, per il civile. Il tradimento si addice a costoro, è il loro mestiere giuocare dʼastuzia: sono volpi. Ma lʼuomo di spada! il leone, franco, aperto, brutale, sovente generoso perchè forte..., egli tessere delle ombre! egli, delle menzogne, delle infamie, delle nefandità? egli ordire degli agguati! impossibile!

Le trombe ed i tamburi risuonarono. I soldati si posero sotto le armi, in fila. Poi, in marcia. E si arrivò al piano di Szőllős. Sotto una tenda, dei generali e degli ufficiali russi attendevano già. Non una divisa austriaca. Qualche migliaio di soldati russi formavano un piccolo accampamento; essi pure sotto le armi, in linea, la loro bandiera ondeggiante al vento. I 23,000 uomini, residuo dellʼesercito ungherese, si arrestarono. Posero in fascio le loro armi e le poche loro bandiere, riuniti in massa, come per fare un riposo. Poi rientrarono nelle file. Gli ufficiali conservavano le spade. Le trombe suonarono di nuovo. I cavalieri misero piede a terra. Essi ed i soldati di linea sfilarono davanti al piccolo gruppo di Russi, che presentava le armi. Più lungi, le file si rompevano. I soldati e bassi ufficiali, che non avevano servito prima del 1848, raggiunsero provvisoriamente le loro case. Gli altri ufficiali passavano dietro le file dei Russi, e si costituivano prigionieri. Il general Rüdiger, che presiedette alla sommissione, li diresse a Sarkad; una settimana dopo, Paskewich li consegnò a Haynau per ordine dello czar.

Avevano confidato nella grandezza dʼanimo di Niccolò! Essi dimenticavano la Polonia!

Görgey fu condotto al quartier generale russo, a Nagy-Varad. Il granduca Costantino ottenne il suo perdono. LʼAustria lo internò a Klagenfurt.

Il dramma era finito.

Io raggiunsi Bem. La mia vita era unʼagonia insopportabile. Incontrai Bem a Lugos. Kossuth aveva preso, fino dalla vigilia, la via dellʼesilio, dirigendosi verso la Turchia. Bem tentò di riaccendere il fuoco, e Kmety si battè ancora una volta, il 15 agosto, vicino a Lugos; ma la disperazione aveva accasciati tutti gli animi. Vecsey diede lʼesempio della dissoluzione del piccolo esercito di Bem, sottomettendosi ai Russi, il 16 agosto.

Vecsey fu il primo a salire sul patibolo di Haynau!

Noi penetrammo in Transilvania. Quel pugno dʼuomini, che ci restava ancora, sembrava disposto a lasciarsi uccidere, piuttosto che battersi. Perchè aggiungere nuove vittime allʼecatombe già finita? Cʼimpegnammo nelle montagne, e, per sentieri quasi inaccessibili, raggiungemmo il territorio turco, avendo lʼultima gioia, non lungi di Mehadia, di accoppare gli Austriaci che guardavano il confine per arrestare i fuggitivi.

Klapka tirò da Comorn lʼultimo colpo di cannone contro il vessillo giallo-nero. Poi capitolò anchʼegli.

E lʼopera del carnefice incominciò.

Luigi Batthyany, primo ministro ungherese, fu trascinato dinanzi un Consiglio di guerra austriaco.

—Io sono Ungherese, e non posso essere giudicato che da Ungheresi, sclamò egli.

Fu condannato a morire di corda, pei suoi atti politici. Tentò di suicidarsi, e vi riescì per metà. Lo fucilarono per finirlo.

Ciò accadeva a Pesth.

Ad Arad, i generali Ernesto Kiss, Schweidel, Dessewffy e Lazar vennero pure fucilati, per grazia particolare di Haynau. I generali Török, Lahner, Knezich, Pöltenberg, il conte Vecsey, il conte Leiningen, il colonnello Lazar furono impiccati.

—Hodie mihi, cras tibi! sclamò il formidabile Nagy-Sandor, al momento in cui il carnefice gli passava la corda al collo.

E fu impiccato.

—Io aveva, per ordine del re, giurato fedeltà alla Costituzione, e dovetti restar fedele al mio giuramento, disse Aulich, rivolgendosi al pubblico, come sʼera vôlto ai giudici, nel momento che il carnefice gli aggiustava al collo il nodo fatale.

E fu appiccato.

Damjanich, che aveva rotta una gamba, condotto ultimo, sopra un carro, al luogo del supplizio, gridò con inesprimibile dolore:

—Io che era sempre il primo dinanzi lʼinimico, arrivo qui dopo tutti gli altri!

E fu appiccato.

Era il tredicesimo. Di già Windischgraetz aveva fatto appiccare il comandante dei cacciatori tirolesi, il capo della legione tedesca, Szöll, il generale Lazar, il colonnello Nadosy.

Il barone Sigismondo Pérényi era un uomo avanzato in età. Era stato presidente della Camera dei magnati e della Corte suprema di giustizia. Fu impiccato. Ladislao Csany era stato ministro. Fu impiccato. Emerico Szasvay, segretario della Camera dei rappresentanti; Czernus, consigliere al ministero delle finanze; il barone Giovanni Jeszenak furono impiccati. Il colonnello principe Woroniecki, gli ufficiali Giron e Abancourt furono impiccati. Il colonnello Kasinczy fu fucilato in Arad.

Lascio i più oscuri, ma non meno degni. Il pudore mi proibisce di nominare le dame e le donne flagellate. Madamigella Esther Lazar, che seguì lo stato-maggiore di Bem, vestita dʼamazzone, Bianca Teleki, Clara Lövey furono poste in prigione.

LʼAustria tirò una linea nera sullʼUngheria, sulle sue istituzioni, sulla sua lingua, sulla sua storia, e credette di averne fatto una provincia austriaca.

Bem morì di febbre in Aleppo, ove il Sultano ci aveva internati dietro la domanda dellʼAustria e della Russia. Quando gli si propose dʼabiurare il cristianesimo, in vista dʼuna possibile guerra della Turchia contro la Russia, Bem sclamò:

—Non ho nulla da abiurare. Io non sono cristiano. Non ho che a scambiare lʼincomodo costume dellʼOccidente contro quello più ampio degli Orientali.

Kossuth fu internato a Kutahia.

Più tardi potemmo tutti ritornare in Europa, o imbarcarci per lʼAmerica[2].

XI (ed ultimo)

Ed ora una parola di conclusione a questa storia.

LʼUngheria si è riconciliata collʼAustria.

Il colonnello conte Maurizio Zapolyi è restato in esilio come Kossuth. Questi aveva detto nel suo gran discorso, ove proponeva la decadenza degli Absburgo:

«Dio può disporre di me in questa vita come gli piacerà. Può colmarmi di sofferenze fisiche, può condurmi al patibolo, può condannarmi alla cicuta, od allʼesilio. Ma una cosa nella quale egli non potrà manifestarmi la sua onnipotenza è, che mi faccia ridivenire suddito della Casa dʼAustria».

Egli ha tenuto la sua parola.

Deak, un gran cittadino, ha sostenuto nella seconda fase della storia dellʼUngheria quella grande parte che Kossuth ebbe nella prima. Egli è arrivato ad un risultato: la riconciliazione dellʼAustria collʼUngheria. Ma questa riconciliazione è dessa sincera? Lo crediamo. È dessa possibile? Lo desideriamo. È dessa duratura? Ne dubitiamo.

Ne dubitiamo, perchè ci sembra che lʼAustria non è ancora abbastanza matura, abbastanza sbattuta dai disastri; chʼella non è ancora abbastanza convinta della necessità di formarsi in un insieme omogeneo, e disfarsi di tutte le parti angolose, vulnerabili, disaggregate del suo territorio. Occorre unʼaltra Sadowa per posare lʼAustria sulla sua vera base definitiva e costituirla nella sua grandezza utile e naturale. Se la sua alleanza col Governo imperiale francese—io non dico con la Francia—fosse sincero, questo ultimo colpo del destino coverebbe nellʼombra; e alla divisa del passato, Felix Austria nube, sarebbe mestieri sostituire la strana e provvidenziale dellʼavvenire: Felix Austria succumbe!

LʼAustria non ha più posto nellʼOccidente. Ecco il punto di partenza di quellʼavvenire, che è stato inaugurato dalla riconciliazione collʼUngheria. Essa ha cessato di essere apostolica, come ha cessato dʼesser tedesca, come ha cessato dʼessere il perno delle alleanze continentali contro la Francia. Un nuovo mondo è nato a Solferino ed è stato battezzato a Sadowa. LʼAustria è di questo nuovo mondo, ma con una missione differente e sotto una forma differente da quella gotica dellʼImpero. Questa forma fu lʼacarus che lʼimperatore Napoleone le inserì sotto la pelle col trattato di Presburgo, quando, ad unʼaltrʼepoca di rigenerazione per il disastro, lʼAustria ebbe la sorte di liberarsi dal peso del mantello imperiale dʼAllemagna. Le sceniche assise di Carlo Magno non fanno proʼ ai giorni nostri. Lʼacarus dellʼImpero ha divorato lʼAustria. Il signor di Bismarck ha estratto, ferro et igne, il germe della dissoluzione, che il terribile Côrso aveva infuso nel vecchio sangue di Absburgo. LʼImpero di Austria non esiste più che come un titolo. Francesco Giuseppe non ha altra corona reale e potente che quella di S. Stefano. Il Tirolo è un imbarazzo, la Boemia una minaccia, lʼarciducato dʼAustria un pericolo.

Sʼha a conchiudere da tutto ciò che lʼAustria dovrebbe abbandonare in balía della corrente queste parti del suo dominio? Certo che no.

Noi crediamo che lʼintegrità dellʼAustria, con qualche utile rettificazione delle sue frontiere, sia una salvaguardia della pace europea. Soltanto essa deve modificare la costituzione di queste parti dellʼImpero e cangiare la loro natura di provincia in quella di Stato. Forse, in questa trasformazione, lʼautorità centrale perderà la metà della sua energia, ma essa acquisterà per certo la totalità del suo rispetto, la sicurezza di durare e continuare, la sua base di azione, la potenza del suo effetto ed un elemento di similitudine. Il Tirolo e lʼarciducato non sono finalmente che unʼappendice, la Gallizia un deposito. La casa dʼAusburgo deve essere preparata a perderli, in un dato giorno, ma con un compenso—il giuoco della casa di Savoia.

La base della nuova Austria è lʼUngheria. LʼUngheria sviluppata nei suoi confini naturali, vale a dire dal Pruth e dai Balkani allʼAdriatico, da Presburgo al Mar Nero, determina la nuova missione dellʼAustria e la sua feconda grandezza. Se lʼArciducato, il Tirolo, la Boemia, la Gallizia nella loro integrità le restano, e possono restarle, questi Stati non devono avere col centro del regno che dei legami accessorii, in modo che si possa tagliare il cordone ombelicale senza pericolo per la vita e per lo sviluppo dellʼinsieme, quando la necessità lo imporrà, come fece lʼInghilterra delle isole Ionie. Codesta necessità si addimanda attrazione delle razze, sicurezza delle frontiere. Si persiste ancora, sʼinsorge ancora contro le esigenze di questo decreto di salute dei popoli e delle nazioni. Non importa. LʼInghilterra ha dato lʼesempio. La resistenza è già minore oggidì che nol fosse nel 1815. E se la giustizia, la verità, il diritto incontrano sul loro cammino più ostacoli che non ne incontri il male sotto i varii suoi nomi, ciò vuol dire che sono ancora le dinastie che pesano sulla politica, e non i popoli che la ispirano direttamente.

Gli Stati di origine diplomatica, scaturiti dalle guerre o da altre enormità politiche, non hanno più ragione di essere. Il bisogno del nostro tempo è di semplificare per economizzare lʼuso costoso dellʼautorità, a quella guisa che noi economizziamo li tempo, lo spazio, le forze improduttive. Si comprende unʼItalia. Si comprende una Germania. Si comprende una Francia. Si comprende unʼInghilterra, una Russia, unʼAmerica, unʼUngheria, che racchiuda tutti i popoli del bacino del Danubio, una Polonia. Ma qualʼè la missione civilizzatrice, lʼutilità umana dellʼImpero dʼAustria, composto di pezzi mal uniti e tenuti insieme da una cerchia di baionette?... Per fortuna, questo amalgama infecondo si decompone sotto lʼazione della stessa forza che lʼavea formato: il cannone.

Se la decomposizione non fosse stata normale, lʼEuropa non avrebbe permesso che si compisse. Lascerebbe essa, infatti, compiere la rottura dellʼItalia o dellʼAllemagna per le mani della Francia? La riconciliazione dellʼAustria collʼUngheria è nata da questa evoluzione: la rottura del violento connubio degli Stati; la formazione delle prospere unioni omogenee. La scissura si è operata a colpi di folgore; il ravvicinamento sotto lʼimpulso dellʼinevitabile. Si vorrà rassegnarsi giammai a questi decreti della necessità?... Tutto consiste in ciò. Lʼavvenire della dinastia dʼAbsburgo sta nellʼabdicazione deʼ suoi vecchi propositi a favore della sua nuova missione. Il suo perno è lʼUngheria. Il Re dʼUngheria è alla testa della politica della nuova Europa: lʼEuropa chʼè uscita dalla ruina dellʼedifizio infelice, di cui il Congresso di Münster aveva gittato le prime basi, ed il trattato di Utrecht levò le pareti, lasciando al Congresso di Vienna la trista bisogna di completare il mostro.

Che cosa è dunque il Re dʼUngheria?...

In una parola, è il contrappeso dello Czar di Moscovia.

Il Re dʼUngheria non deve ambire di essere altro. Questa sua missione è già vasta abbastanza, egli deve volger le spalle allʼEuropa. Se il suo sosio, lʼArciduca dʼAustria, ha ancora delle inquietudini che lʼattirano verso la Germania, delle vertigini che lo riconducono verso lʼItalia, egli deve bandirlo come il genio del male. Lo sguardo del Re dʼUngheria si spinge in avanti, là dove sorge il sole. La sua corsa è parallela a quella dello Czar di Moscovia: egli mira alla stessa meta; la sua attività aspira ai medesimi resultati. Essi devono aiutarsi a vicenda, se è possibile, ma non intraprender nulla lʼuno contro lʼaltro. Nondimeno, il pericolo dellʼEuropa sarebbe nellʼaccordo di questo Czar e di questo Re. Ma ecco appunto perchè è necessario di lasciare che la Germania si costituisca senza crearle ostacoli, di aiutare la Polonia ad interporsi fra questi tre, e di consolidare lʼalleanza della Francia collʼItalia sul cadavere del papato temporale, o di compiere la loro rottura, mediante lʼalleanza sana, definitiva, politica, dellʼAlemagna protestante e dellʼItalia scettica. Ciò è ancora nel potere dellʼimperatore Napoleone, se si decide ad escire risolutamente una volta dalla tutela dellʼinfausta sua consorte ultramontana e dallʼinfluenza del gineceo cattolico. La sua attitudine indeterminata attuale lo rimpicciolisce: essa getta lʼItalia nelle braccia della Prussia, la Prussia nelle braccia della Russia, e compromette la vita nuova dellʼItalia.

Circoscrivere il mostruoso ingrandimento della Russia, ecco il compito dellʼUngheria nel mondo moderno, come nei secoli passati essa pose un argine allʼinvasione della Turchia nellʼOccidente. Ma si deve altresì fissare, senza gelosia, senza grettezze, senza puerili timori, dove questo ingrandimento cessa di essere naturale e necessario, dove comincia ad essere mostruoso.

Pretendere che una nazione così omogenea, come la Russia, sia una nazione mediterranea, senza uno sbocco sul mare eterno, chiusa al nord per otto mesi dellʼanno dal ghiaccio, strangolata al Bosforo sotto la sorveglianza dellʼEuropa gelosa e paurosa, sarebbe un pretendere lʼimpossibile; vale a dire che non vi sia sviluppo là dove cʼè vita, gioventù e salute. Nessuna nazione moderna può vivere senza lʼOceano. La Russia ha il suo punto di gravitazione inevitabile verso Costantinopoli; le è necessario, e lʼavrà, presto o tardi, dalla ragione, dallʼastuzia, dai trattati, o dalla violenza, facendo nascere o profittando delle complicazioni dellʼEuropa occidentale. Costantinopoli le farà lasciar Pietroburgo, la quarta capitale della sua quarta evoluzione; ed allora essa cesserà di pesare sullʼEuropa per sorvegliar lʼAsia ed aiutare il sultano nella sua azione, nella sua missione: nellʼopera sua sulla razza siamica. La Turchia è per lʼAsia occidentale ciò che è lʼUngheria per i residui delle razze consanguinee slave. A questo prezzo la Russia abbandonerà la Polonia.

LʼUngheria e la Polonia redente, la Germania costituita, lʼItalia consolidata e compiuta, lʼalleanza delle potenze del Mediterraneo assicurata, le flotte dellʼInghilterra, della Francia e dellʼItalia sempre allestite...... ove sarebbe allora il pericolo, il timore del colosso moscovita a Costantinopoli, che turba i sonni dei politici di corta lena?.... Bisogna finirla, insomma, con le anticaglie diplomatiche delle supremazie dei laghi, dellʼinfluenza, della protezione, dellʼalta signoria (suzerainété), codesti bagattelli, codeste lanterne magiche, codesti semafori dei tempi passati. Largo alle ferrovie, al gas, alle macchine da filare, ai telegrafi elettrici della politica moderna.

Noi non siamo ancora alla vigilia della guarigione logica ed etnologica delle deformità europee. Ma il metodo è trovato, grazie allʼimperatore Napoleone, a Cavour ed a Bismarck. Ecco perchè la riconciliazione dellʼAustria con lʼUngheria sarebbe un fatto da rallegrarsene, se non nasconde degli occulti intendimenti. Questi occulti intendimenti possono esistere ancora. Il ravvicinamento può ancora non essere sincero. Lo sarà per fermo il giorno in cui una novella battaglia perduta sbarazzerà la casa dʼAustria dallʼarciducato, che è tedesco, e deve far parte dellʼAlemagna; del Tirolo, che è italiano, e deve far parte dellʼItalia; della Galizia, che deve ritornare alla Polonia. Annettete presto allʼUngheria il paese che la Turchia possede, o di cui ha lʼalta signoria al di qua del mar Nero—eccetto lʼEpiro e qualche cantone dellʼAlbania—, e la soluzione è prossima.

LʼEuropa reale termina allʼOder. LʼEuropa al di là è piuttosto lʼOriente. LʼUngheria e la Polonia sono le primogenite di codesta Europa slava orientale, che è un pericolo, e che devʼessere una forza, e cui si tratta di costituire. LʼEuropa deve dunque incoraggiare la formazione dellʼUngheria quale deve essere, ed affrettare la decomposizione dellʼAustria quale essa è ancora, ma senza forzare con la guerra la mano al destino.

IL CONTE GIOVANNI LOWANOWICZ

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