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Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1

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Reading edition

(64) Romanin. Opera citata, volume 1, pagina 240.

(65) San Quintino. Opera citata, pagine 29 e 30.

(66) San Quintino. Opera citata, pagina 31.

(67) San Quintino. Opera citata, pagine 30 e 31.

(68) Nella grande opera Historiæ patriæ monumenta, Augusta Taurinorum, 1855, vi ha il diploma 27 Giugno 947 Actum Papiae, nel quale Lotario, per officio di Manasse Arcivescovo di Milano, fa una donazione all'amabile sua sposa Adelaide. Ivi Chart, tomo I, Doc. XCVII, colonna 159.

(69) Liruti. Opera citata, pagina 144.

(70) Zanetti G. Opera citata, pagina 3.

(71) Carli. Opera citata, pagina 113 e seguenti.

(72) Documento I.

(73) Documento II.

(74) Promis. Opera citata, pagina 21 e seguenti.

(75) Il passo citato esiste anche nel trattato che io attribuisco a Lotario II, e sarebbe quindi di pochi anni precedente quello di Berengario ed il più antico documento che parli di moneta veneziana.

(76) V. sopra, pagina 25.

(77) De Rubeis. Monumenta Ecclesiæ Aquil. etc. Pagina 474.

(78) Anche qui troviamo che il denaro veneziano è valutato per metà del denaro milanese od imperiale, come nel trattato con Ottone II.

(79) Liruti. Opera citata, pagina 142. — Zanetti G. Opera citata, pagina 6.

(80) Liruti. Opera citata, pagina 143. — Carli. Opera citata, volume I, pagina 399.

(81) Padovan. Le monete dei Veneziani. Pagina XVII, nota 2.

(82) Dandolo. Chronicon. In Muratori. Rer. Ital. Script. Tomo XII, colonna 200.

(83) Sanuto. Vitae Ducum Venetorum. In Muratori. Rer. Ital. Script. Tomo XXII, colonna 462.

(84) Sansovino F. Venetia città nobilissima et singolare. Venezia, 1604, pagina 367.

(85) Testamento del doge Pietro Orseolo II sopracitato.

(86) Brunacci. De re nummaria Patavinorum. Venetiis, Pasquali, 1744, pagine 5 e 6, cita due documenti in cui si parla di lire e soldi monetae Venetiarum.

(87) Lami. Novelle letterarie. Anno 1757, coll. 188.

(88) È comunemente chiamato Enrico II, perché tale come re di Germania, ma di fatto è il primo di questo nome che cinse la corona imperiale, mentre Enrico l'Uccellatore non l'ebbe mai.

(89) San Quintino. Opera citata, pagine 52 e 56.

(90) Zon. Opera citata, pagina 14.

(91) Padovan. Opera citata, pagine 2, 3.

(92) Promis. Opera citata, pagine 25 e 26.

(93) Liruti. Opera citata, pagina 136 e seguenti.

(94) Zanetti Girolamo. Opera citata, pagine 39 e 40.

(95) Carli. Opera citata, pagine da 121 a 123. All'autore non è sfuggito che il "C quadrata" fatto in questa forma si vede anche nelle monete di Corrado II.

(96) Muratori. Antiqu. Ital. Medii aevi. Tomo II, Dissertazione XXVII, colonna 648.

(97) Promis. Opera citata, pagina 27.

(98) Zanetti Guid'Antonio. Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia. Bologna, 1775-89, volume II, pagine 405 e 406.

(99) Questa circostanza non era sfuggita a G. A. Zanetti, volume II, pagina 406.

(100) San Quintino. Opera citata, pagina 52.

(101) Promis. Opera citata, pagina 27.

(102) Promis. Opera citata, pagina 26.

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MONETE DI LODOVICO I. IL PIO.

IMPERATORE E RE D'ITALIA.

814-840.

Denaro (un dodicesimo del soldo, un duecentoquarantesimo della lira). Argento, titolo 0,900 circa (1). Peso, grani veneti 34 (grammi 1,759) (2).

1. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio I M P".

Rovescio. Su tre linee "croce V E, legatura NE, spazio C I A S M O spazio N E T A" (3).

Gabinetto numismatico di Sua Maestà in Torino (grani veneti 33 e mezzo).

Tavola I, numero 1.

Raccolta Papadopoli, Venezia (grani veneti 29).

2. Dritto. Come il precedente.

Rovescio. Su tre linee "croce V E, legatura NE, spazio C I A S M spazio O, legatura NE, T A".

Regio Museo di Parma (grani veneti 23).

Tavola I, numero 2.

3. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio I M P".

Rovescio. Su due linee "V E N spazio E C I A S", "C" più piccolo delle altre lettere.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola I, numero 3.

4. Dritto. Come il precedente, "H" senza linea fra le due aste, "O" piccolo.

Rovescio. Come sopra, "C" piccolo.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 31).

Tavola I, numero 4.

5. Dritto. Come sopra, "O" piccolo.

Rovescio. Come sopra, punto dopo la "S".

Museo Bottacin, Padova (grani veneti 29).

Tavola I, numero 5.

6. Dritto. Come sopra, "O" piccolo.

Rovescio. Come sopra, un punto in mezzo alla moneta, uno in mezzo al "C".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 31).

Tavola I, numero 6.

7. Dritto. Come sopra, quattro punti in croce dopo l'iscrizione.

Rovescio. Come sopra, punto dopo la "S".

Regio Museo Britannico, Londra (grani veneti 27 e mezzo).

Disegnato nelle Osservazioni critiche intorno all'origine ed antichità della Moneta Veneziana di G. di San Quintino, Tavola I, numero 4.

8. Dritto. Come sopra, punto triangolare sopra l'"O".

Rovescio. Come sopra, "C" piccolo.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 31 e mezzo).

Tavola I, numero 7.

9. Dritto. Come sopra, punto nel mezzo dell'"O".

Rovescio. Come sopra, punto dopo la "S".

Regia Biblioteca di San Marco, Venezia (grani veneti 28).

Tavola I, numero 8.

10. Dritto. Croce nel centro, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio I, legatura MP".

Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 33).

Disegnato nella tavola I, numero 6 dell'opera citata di San Quintino (grani veneti 29).

11. Dritto. Come il numero 10, punto sotto la linea che unisce le due aste della "M".

Rovescio. Come sopra.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 31 e mezzo).

Tavola I, numero 9.

12. Dritto. Come sopra, "S" rovescia, punto nel mezzo della curva del "P".

Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola I, numero 10.

13. Dritto. Come sopra, punto triangolare sull'"O".

Rovescio. Punto triangolare nel mezzo della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola I, numero 11.

14. Dritto. Come sopra, un punto triangolare sotto l'"O".

Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola I, numero 12.

15. Dritto. Come sopra, due punti triangolari ai lati del secondo "V", un altro punto triangolare ai piedi del "P" ed un punto rotondo dopo l'iscrizione.

Rovescio. Come sopra.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola II, numero 1.

16. Dritto. Come sopra, punto sotto la linea che unisce le due aste della "M".

Rovescio. Come sopra, punto fra le braccia della croce, e fra le aste della "A", punto nel centro della moneta.

Dalle schede del signor C. Kunz (grani veneti 34).

Tavola II, numero 2.

17. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D V V I C V S spazio I, legatura MP", punto triangolare sotto la linea che unisce le due aste della "M".

Rovescio. Come sopra, punto triangolare dopo la "N", punto nel centro della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 31).

Tavola II, numero 3.

18. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio M P".

Rovescio. Come sopra.

Museo Correr, Venezia (grani veneti 29).

Tavola II, numero 4.

19. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio, legatura MP" (4).

Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola II, numero 5.

20. Dritto. Come sopra, "O" piccolo.

Rovescio. Come sopra, punto triangolare dopo la "N".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 24).

Tavola II, numero 6.

21. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio I M".

Rovescio. Come sopra.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola II, numero 7.

22. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio I N".

Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 28).

Tavola II, numero 8.

23. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio M".

Rovescio. Come sopra.

Museo Bottacin (grani veneti 33).

Tavola II, numero 9.

24. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio I N P".

Rovescio. L'inscrizione è in senso inverso.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 29 e mezzo).

Tavola II, numero 10.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI LODOVICO I.

PETAVIUS P. — Antiquariæ suppellectilis portiuncola veterum nummorum [Greco[Gnorìsma]Greco]. Parisis, 1610; ed in A. H. DE SALLENGRE. Novus thesaurus antiquitatum romanarum. Hagæ Comitum, 1718, Tomus II, pagina 1034.

(WELSER M.). — Squitinio della libertà veneta, nel quale si adducono anche le raggioni dell'Impero Romano sopra la Città e Signoria di Venezia. Mirandola, 1612, pagina 77.

WORMIUS O. — Danicorum monumentorum libri sex. Hafniæ, 1643, Libro V, pagina 440.

Museum Wormianum. Amstelodami, 1655, Libro IV, Capitolo VI, pagina 361.

LE BLANC F. — Traité historique des monnoyes de France. Paris, 1690, Tavola a pagina 102 b, numero 33. — Amsterdam, 1692, tavola a pagina 108, numero 2, 33.

KÖHLER. — Historische Münz-Belustigung. Nürmberg, 1729-65, Tomo VIII, pagina 193, numero 2.

FONTANINI J. — De Sancto Petro Urseolo etc., Romæ, 1730, pagine 81- 82.

HARDUINUS J. — Opera varia. Amstelodami, 1733, pagina 591, numero 22, Tavola XII, pagina 679, numero 22.

(PASQUALIGO D.). — Spiegazione di tre antichissimo monete veneziane. Venezia, 1737, pagina VIII; e nella Raccolta di opuscoli scientifici e filologici (CALOGERÀ). Tomo XXVIII, pagina 508.

(VETTORI). — Il fiorino d'oro antico illustrato. Firenze, 1738, pagine 13 e 170.

MURATORI L. A. — Antiquitates italicæ medii ævi. Mediolani, 1738-42, Tomo II, Dissertazione XXVII. De moneta sive jure condendi nummos, colonne 754, 761-762, numero V; ed in ARGELATI F. De monetis Italiæ etc. Mediolani, 1750-59, Parte I, pagina 93, tavola LXXX, numero V.

LIRUTI G. G. — Della moneta propria e forastiera ch'ebbe corso nel ducato di Friuli etc. Venezia, 1749, pagine 131-132; ed in ARGELATI, Parte II, pagina 144.

ZANETTI GIROLAMO. — Dell'origine e della antichità della moneta viniziana ragionamento. Venezia, 1750, pagina 36, numero IV della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 9 e 14, numero IV.

CARLI RUBBI G. R. — Delle monete e dell'istituzione delle zecche d'Italia etc. A l'Aja (Venezia), 1754, Tomo I, pagina 123, tavola III, numero 6.

GRADENIGO G. A. — Indice delle monete d'Italia raccolte ed illustrate, in ZANETTI G. A. Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia. Bologna, 1775-89, Tomo II, pagina 165, numeri II e III, nota (b).

BALUZIUS S. — Capitularia regum francorum. Parisiis, 1780, Tomus II, colonna 1272, numero I.

APPEL J. — Repertorium zur Münzkunde des Mittelalters und der neuern Zeit. Wien, 1820-29, Tomo III, pagina 1116, numero 3900.

LELEWEL J. — Numismatique du Moyen Age etc. Paris, 1835, Parte I, pagine 121-122.

SAULCY F. (DE). — Deniers carlovingiens déterrés à Belzevet. — Revue de la Numismatique françoise. Blois, 1837, pagine 347-359.

FOUGÈRES G. e COMBROUSE F. — Description complète et raissonée des monnaies de la deuxième race royale de France. Paris, 1837, pagine 9 e 48, numero 105 e numero 480.

SAN QUINTINO G. (DI). — Osservazioni critiche intorno all'origine ed antichità della moneta veneziana. Torino, 1847, pagine 6-21 e 54, tavola I, numeri 1, 2, 3, 4, 5 e 6.

ZON A. — Cenni istorici intorno alla moneta Veneziana. — Venezia e le sue lagune. Venezia, 1847, Volume I, Parte II, pagina 12, tavola I, numero 1.

LONGPÉRIER A. (DE). — Notice des monnaies françaises composant la collection de M. J. Rousseau etc. Paris, 1848, pagina 246, numero 588.

SCHWEITZER F. — Serie delle monete e medaglie d'Aquileja e di Venezia. Trieste, 1848-52, Volume I, pagina 60 (82-83) e numero 1 della tavola.

CARTIER E. — Observations sur les deniers carlovingiens portant le nom de Venise. — Revue Numismatique. Blois, 1849, pagine 190-210, tavola VI, numeri 1, 2, 3, 4, e 9.

ROMANIN S. — Storia documentata di Venezia. Venezia, 1853-60, Tomo I, pagina 226.

MORBIO C. — Quinto Catalogo dei duplicati. Milano, 1860, pagina 8.

PADOVAN V. e CECCHETTI B. — Sommario della Nummografia Veneziana. Venezia, 1866, pagina 5.

PROMIS V. — Sull'origine della Zecca Veneta. Torino, 1868, pagina 16, numeri 1 e 2 della tavola.

WACHTER C. (VON). — Versuch einer systematischen Beschreibung der Venezianer Münzen nach ihren Typen. — Numismatische Zeitschrift, Wien, 1870, Volume II, pagine 217-218.

PADOVAN V. — Le monete della Repubblica Veneta dal secolo IX al XVIII etc. Sommario. Venezia, 1879, pagina 1; — idem, Le monete dei Veneziani, Sommario, Archivio Veneto. Tomo XII, pagina 85; — idem, terza edizione, Venezia, 1881, pagina 1.

PAPADOPOLI N. — Sulle origini della Veneta Zecca e sulle antiche relazioni dei veneziani cogli imperatori etc. Atti del Regio Istituto di Scienze, Lettere ed Arti, Tomo VIII, serie V, Venezia, 1882, pagine 1507-1512, 1535-1539; — idem, edizione in ottavo, Venezia, 1883, pagine 16-19, 37-40, tavola I, numeri 1 a 12, tavola II, numeri 1 a 10.

GARIEL E. — Les monnaies royales de France sous la race carolingienne. Première partie, Strasbourg, 1883, pagine 64, 67, tavola V, numero 54 e tavola VI, numeri 55 e 56. Deuxième partie, Paris, 1885, pagina 187, tavola XIX, numero 140, 141, 142 e 143.

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NOTE A "MONETE DI LODOVICO I. IL PIO".

(1) Il saggio fatto a Parigi da valente artefice dà il seguente risultato: 0,898 d'argento e 0,0005 d'oro.

(2) Dall'esemplare di maggior peso descritto al numero 16.

(3) Ho collocati per primi questi denari, che ritengo più antichi, perché somigliano a quelli coll'iscrizione "P A L A T I N A spazio M O N E T A", nella quale Zecca sono a mio avviso battuti, e perché l'iscrizione loro è corretta e senza abbreviature: mentre i denari con "croce V E N E C I A S" presentano invece dei nessi fra le lettere, segno di coniazione abbondante ed affrettata e portano i punti e contrassegni con cui soleva indicarsi lo zecchiere responsabile del valore della moneta. Tutto ciò dimostra che questo nummo veniva coniato in quantità rispondente ai bisogni di una vera circolazione e non per semplice ostentazione di sovranità.

(4) È la stessa moneta da cui fu tratto il disegno della tavola I, numero 3 dell'opera citata di San Quintino; credo bene riprodurla, perché meglio disegnata.

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MONETE DI LOTARIO I.

IMPERATORE E RE D'ITALIA.

840-855.

Denaro. Argento, titolo 0,720 circa. Peso, grani veneti 29 (grammi 1,500) (1).

1. Dritto. Croce nel centro, attorno "croce H L O, legatura TH, A R I V S spazio I, legatura NP, spazio A V".

Rovescio. In una sola linea "legatura VE, N E C I A".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 29).

Tavola II, numero 11.

2. Dritto. Croce come il precedente "croce, legatura HL, O, legatura HT, A R I V S spazio I M P A V".

Rovescio. In una sola linea "legatura VE, legatura NE, C I A".

Gabinetto numismatico di Sua Maestà. (grani veneti 26).

Tavola II, numero 12.

Regio Museo Britannico (grani 25).

3. Dritto. Come sopra "croce, legatura HL, legatura HT, O A R I V S spazio I, legatura MP, spazio A V".

Rovescio. In una sola linea "legatura VE, legatura NE, C I A".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 22), esemplare guasto.

Tavola III, numero 1.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI LOTARIO I. IMPERATORE.

LE BLANC F. — Opera citata, Paris, 1690, tavola a pagina 108, numero 3 — Amsterdam, 1692, tavola a pagina 113, numero 3.

FONTANINI J. — Opera citata, pagina 82.

HARDUINUS J. — Opera citata, pagina 592, numero 3, tavola XIII, pagina 681, numero 3.

(PASQUALIGO D.). — Opera citata, pagina IX, ed Opuscoli CALOGERÀ, Tomo XXVIII, pagina 508.

ZANETTI GIROLAMO. — Opera citata, pagina 36, numero V; ed ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 9 e 14, numero V.

ZANETTI GUID'ANTONIO. — Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia, già citata, Tomo II, pagina 165, nota (c).

LELEWEL J. — Opera citata, Parte I, pagine 121-122.

FOUGÈRES e COMBROUSE. — Opera citata, pagina 17, numero 240.

ROMANIN S. — Opera citata, Tomo I, pagina 226.

SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagine 6-21 e 54, tavola I, numero 7.

ZON A. — Opera citata, pagina 12.

SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume I, pagina 60 (84) (85) e numero 2 della tavola.

CARTIER E. — Opera citata. — Revue Numismatique 1849, pagine 194 e 209, tavola VI, numero 5

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 5.

PROMIS VINCENZO. — Opera citata, pagina 17, numero 2 della tavola.

WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift, Volume II, 1870, pagine 218-219.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 2. — Archivio Veneto, Tomo XII, pagina 86; — terza edizione, 1881, pagina 2.

PAPADOPOLI N. — Opera citata, pagine 1507-1512 e 1540; — edizione in ottavo, pagine 16-19 e 41, tavola II, numeri 11 e 12.

GARIEL E. — Opera citata, Parte II, pagina 324, tavola LX, numero 28.

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NOTE A "MONETE DI LOTARIO I".

(1) Il peso regolare dovrebbe essere almeno di 32 grani, ma tutti gli esemplari da me conosciuti sono deboli e consumati dall'uso.

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DENARO ANONIMO CON XPE SALVA VENECIAS.

855-880?

Denaro. Argento, titolo 0,700 circa. Peso, grani veneti 32 (grammi 1,656).

1. Dritto. Croce accantonata da quattro globuli, o bisanti, "D punto S spazio C V N S E R V A spazio R O M A N O spazio I, legatura MP".

Rovescio. Tempio con 4 colonne a base e capitello semplice, croce fra le colonne, sopra il tempio croce che divide l'iscrizione "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S".

(grani veneti 29).

Disegnato nella tavola I, numero 9 dell'opera citata di San Quintino.

2. Dritto. Croce come sopra "croce D punto S spazio C V N S E R, legatura VA, spazio R O, legatura MA, N O spazio I, legatura MP".

Rovescio. Tempio ed iscrizione come al numero 1.

(grani veneti 32).

Disegnato nella tavola I, numero 8 dell'opera citata di San Quintino.

3. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C V N S E R V A spazio P O, legatura MA, N O spazio, legatura MP".

Rovescio. Tempio ed iscrizione come al numero 1.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 29).

Tavola III, numero 2.

4. Dritto. Croce come sopra "croce D S spazio C V S E R V A spazio R O M A N O spazio, legatura MP, punto".

Rovescio. Tempio come al numero 1, "X P E spazio S A L V A spazio V E, legatura NE, C I A S punto".

Regio Museo Britannico (grani veneti 24 e mezzo).

Tavola III, numero 3.

5. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C V S E R V A spazio P O M A N O spazio, legatura MP, punto".

Rovescio. Tempio come al numero 1, "X P E spazio S A L V A spazio V E, legatura NE, C I A S".

Museo Bottacin (grani veneti 28 e mezzo).

Tavola III, numero 4.

6. Dritto. Croce accantonata da quattro globuli, o bisanti, "croce D S C W S E R V A spazio R O M A N spazio, legatura MP".

Rovescio. Tempio come al numero 1, "X P E spazio S A L V A spazio V E, legatura NE, C I A S".

Dalle schede del signor C. Kunz.

Tavola III, numero 5.

7. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C V N S E R V A spazio R O M A N O spazio M".

Rovescio. Tempio ed iscrizione come al numero 1.

Gabinetto numismatico di Sua Maestà. (grani veneti 31 e mezzo).

Tavola III, numero 6.

8. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C W S E R V A spazio P O I A N O spazio I, legatura MP".

Rovescio. Tempio come sopra con le colonne a base e capitelli doppî "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S".

Museo Correr (grani veneti 30).

Tavola III, numero 7.

9. Dritto. Croce come sopra, "croce D punto S spazio C W S E R, legatura VA, spazio R O M A N O spazio, legatura MP".

Rovescio. Tempio come al numero 8, "X P E spazio S A L, legatura VA, spazio V E N E C I A S".

(grani veneti 31).

Disegnato nella tavola 1, numero 10 dell'opera citata di San Quintino.

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OPERE CHE TRATTANO DEI DENARI ANONIMI CON XPE SALVA VENECIAS.

(ZANETTI GIROLAMO). — Di una moneta antichissima, e ora per la prima volta pubblicata, del Doge di Venezia Pietro Polani, Dissertazione di G. F. Z. V. Venezia, 1769.

GRADENIGO G. A. — Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagine 166-167, nota (a).

ZANETTI G. A. — Delle monete di Faenza, nel Tomo II, Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia, pagina 406.

(MENIZZI A.). — Delle monete de' veneziani dal principio al fine della loro Repubblica. Venezia, 1818, pagina 75.

CARTIER E. — Lettres sur l'histoire monétaire de France. Monnaies de la deuxième race. — Revue de la Numismatique françoise. Blois, 1837, pagina 273, tavola VIII, numero 20.

FOUGÈRES e COMBROUSE. — Opera citata, pagina 53.

ROMANIN S. — Opera citata, Tomo I, pagina 227.

SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagine 22-27, nota XIII, pagine 49 e 54, tavola I, numeri 8, 9 e 10.

ZON A. — Opera citata, pagina 12, Tavola I, numero 2.

LONGPÉRIER A. (DE). — Opera citata (Collection Rousseau), pagina 258, numero 607.

SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume I, pagina 64 (89) e tavola.

CARTIER E. — Opera citata. — Revue Numismatique 1849, pagine 211- 216, Tavola VI, numeri 6, 7 e 8.

FILLON B. — Considérations historiques et artistques sur les monnaies de France. Fontenay-Vendée, 1850, pagine 61 e 64.

CICOGNA E. ed altri. — Biografia dei Dogi di Venezia, con centoventi ritratti incisi in rame da A. Nani, Edizione seconda, corretta ed accresciuta colla serie incisa delle più pregievoli medaglie e monete per essi coniate. Venezia, Grimaldo, 1855 e 1857.

(PASINI professor PIETRO). — Numismatica Veneta, o serie di monete e medaglie dei Dogi di Venezia. Venezia, Grimaldo, 1854 e 1863. È la parte numismatica del precedente lavoro tirato separatamente. Due disegni al Doge X e due al Doge XXXVI.

DE COSTER. — Explications faisant suite aux précédentes notices sur l'attribution à Charlemagne de quelques types monétaires. — Revue de la Numismatique Belge, série III, tome I, Bruxelles, 1857, pagina 51.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagine 5-6.

PROMIS V. — Opera citata, pagina 17, numero 4 della tavola.

WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift, Volume II, 1870, pagine 219-221.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 2; — Archivio Veneto, Tomo XII, pagina 86; — terza edizione, 1881, pagina 2.

PAPADOPOLI N. — Opera citata, pagine 1512-1515, 1540-1541; — edizione in ottavo, pagine 20-22, 41-42, tavola III, numeri 1, 2 e 3.

GARIEL E. — Opera citata, Parte II, pagina 334, tavola LXI, numero 14.

ENGEL A. e SERRURE R. — Traité de Numismatique du Moyen-Age. Paris, 1891, Tome I, pagina 283, figura 507.

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DENARO ANONIMO CON CRISTVS IMPERAT.

970-1024?

Denaro. Argento, titolo 0,260 circa. Peso, grani veneti 22 (grammi 1,139).

1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro globuli o bisanti "croce C R I S T V S spazio I M P E R apostrofo".

Dritto. Tempio simile a quello del precedente denaro, solo alle colonne è sostituita l'iscrizione "legatura VE, legatura NE, C I", sotto "A", attorno al tempio "I I O spazio O I I".

In tutte le Raccolte.

Tavola III, numero 8.

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OPERE CHE TRATTANO DEL DENARO CON CRISTVS IMPER.

(PASQUALIGO D.). — Opera citata, pagina III; e negli Opuscoli CALOGERÀ, Tomo XXVIII, pagina 495.

MURATORI L. A. — Opera citata, Tomo II, Dissertazione XXVII, colonne 648, 651-652, numero I; ed ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola XXXVII, numero 1.

LIRUTI G. G. — Opera citata, pagine 136-142, tavola VI, numero 60; ed in ARGELATI, Parte II, pagine 146-149, tavola III, numero 60.

ZANETTI GIROLAMO. — Dell'origine e della antichità etc. Opera citata, pagine 32-33, numero 1 della tavola; ed ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 8 e 14, numero 1.

ARGELATI F. — Opera citata, Parte III, Appendice. Editoris additiones ad nummos variarum Italiæ urbium, pagina 69, tavola VII, numero 1.

CARLI RUBBI G. R. — Dell'Origine e del Commercio della moneta etc. Haja (Venezia), 1751, pagina 125, tavola I, numero 1.

CARLI RUBBI G. R. — Delle Monete etc. Opera citata, Tomo I, pagine 121-122, tavola I, numero 1.

BIANCHI dottor GIOVANNI. — Lettera da Rimini nelle Novelle Letterarie. Firenze, Tomo VIII, anno 1757, colonne 76-77 e 188.

GRADENIGO G. A. — Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 165, numero I, nota (a).

MADER J. — Kritische Beiträge zur Münzkunde des Mittelalters. Prag, 1803-1813, volume I, pagine 192-201.

SALVAGGI. — De nummo argenteo S. Zaccariæ P. M. aliisque vetustissimis. Romæ, 1807, pagina 495.

(MENIZZI A.). — Opera citata, pagina 54.

MANIN L. — Esame ragionato sul libro delle monete dei Veneziani, dal principio al fine della loro Repubblica; — nelle Esercitazioni scientifiche e letterarie dell'Ateneo di Venezia, Tomo I, 1827, pagine 172 e 174, numero 3 della tavola.

LELEWEL J. — Opera citata, Paris, 1835, Parte I, pagina 122, tavola XIV, numero 38.

SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagina 52, nota XV, pagina 55, tavola II, numeri 1 e 2.

ZON A. — Opera citata, pagina 14, tavola I, numero 3.

SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume I, pagina 58 (81) e tavola.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 6.

PROMIS V. — Opera citata, pagina 27, numero 8 della tavola.

WACHTER C. (VON). — Opera citata, — Numismatische Zeitschrift, Volume II, 1870, pagine 224-225.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 4; — Archivio Veneto, Tomo XII, pagina 88; — terza edizione, 1881, pagina 4.

PAPADOPOLI N. — Opera citata, Atti dell'Istituto, pagine 1527-1532, 1542; — edizione in ottavo, pagine 31-35, 42, tavola III, numero 4.

GARIEL E. — Opera citata, Parte II, pagina 346, tavola LXV, numero 3 (Berengario).

ENGEL e SERRURE. — Opera citata, pagina 283, figura 508.

[Nuova pagina]

MONETE DI CORRADO I. (II.).

IMPERATORE E RE D'ITALIA.

1024-1039.

Denaro. Argento, titolo 0,260 circa. Peso, grani veneti 20 (grammi 1,035).

1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro bisanti "croce C O N R A D spazio I M P E R".

Rovescio. Tempio simile a quello del precedente denaro, solo alle colonne è sostituita l'iscrizione "legatura VE, legatura NE, C I", sotto "A", attorno al tempio "I I O spazio O I I".

Museo Correr (grani veneti 15).

Tavola III, numero 9.

Museo Bottacin (grani veneti 20).

2. Dritto. Croce come sopra "C O R A D apostrofo spazio I M P E R apostrofo".

Rovescio. Tempio come sopra.

Gabinetto numismatico di Sua Maestà (grani veneti 19).

Tavola III, numero 10.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 17 e mezzo).

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI CORRADO I.

BIANCHI dottor GIOVANNI. — Lettera da Rimini, nelle Novelle letterarie già citate, anno 1757, colonna 188.

GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 165, numero IV, nota (d).

SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, nota XV, pagine 52 e 55, tavola II, numero 3.

ZON A. — Opera citata, pagine 13 e 14.

SCHWEITZER. — Opera citata, pagina 60 (87).

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 6.

PROMIS V. — Opera citata, pagina 24, numero 5 della tavola.

WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift, Volume II, 1870, pagine 221-222.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 3. — Archivio Veneto. Tomo XII, pagina 87; — terza edizione, 1881, pagina 3.

PAPADOPOLI N. — Opera citata, pagine 1527-1529 e 1452; — edizione in ottavo, pagine 31-33 e 43, tavola III, numeri 5 e 6.

[Nuova pagina]

MONETE DI ENRICO II. (III.).

IMPERATORE E RE D'ITALIA.

1039-1056.

Denaro. Argento, titolo 0,250 circa (1). Peso, grani veneti 18 (grammi 0,931).

1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro bisanti "croce E N R I C V S spazio I M P E R".

Rovescio. Tempio come nei due denari precedenti, invece di colonne le lettere "legatura VE, legatura NE, C I", sotto "A", attorno al tempio "I I O spazio O I I".

In tutte le Raccolte.

Tavola III, numero 11.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ENRICO II.

BIANCHI dottor GIOVANNI. — Lettera da Rimini, nelle Novelle Letterarie già citate, anno 1757, colonne 75-76 e 188.

GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 165, numero V.

MADER J. — Opera citata, Tomo I, pagine 192-201, tavola VIII, numero 111; Tomo II, pagine 22-23.

APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1117, numero 3902.

ZON A. — Opera citata, pagina 14, tavola I, numero 4.

SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, nota XV, pagine 52 e 55, tavola II, numero 4.

SCHWEITZER. — Opera citata, Volume I, pagina 60 (88).

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 6.

PROMIS V. — Opera citata, pagine 23-26, numero 6 della tavola.

WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift, Volume II, 1870, pagine 222-223.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 2. — Archivio Veneto. Tomo XII, pagine 86-87; — terza edizione, 1881, pagine 2-3.

PAPADOPOLI N. — Opera citata, pagine 1527-1531 e 1542-1543; — edizione in ottavo, pagine 31-35 e 43, tavola III, numero 7.

[Nuova pagina]

NOTE A "MONETE DI ENRICO II. (III.)".

(1) L'esame chimico fatto a Parigi dà il seguente risultato: 0,242 d'argento e 0,0019 d'oro.

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MONETE DI ENRICO III. (IV.) ED ENRICO IV. (V.).

IMPERATORI E RE D'ITALIA.

1056-1125.

Denaro. Argento, titolo vario da 0,250 a 0,220 (1). Peso decrescente, secondo l'epoca, da grani veneti 16 ad 8 (grammi 0,828 a 0,414).

1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro globuli, o bisanti "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".

Rovescio. Busto di San Marco visto di faccia, con aureola e vestimenta riccamente decorate, al collo il pallio dei metropolitani "croce S spazio M A R C V S spazio V E, legatura NE, C I A".

Regio Museo Britannico (grani veneti 14 e mezzo).

Tavola III, numero 12.

L'esemplare è bene conservato, ma manca di un pezzettino per cui rimane deficiente nel peso.

2. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".

Rovescio. Busto di faccia rozzamente disegnato, senza aureola, ma col pallio "croce M A D C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 16).

Tavola IV, numero 1.

3. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".

Rovescio. Busto simile al numero 2, "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 15).

4. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".

Rovescio. Busto di faccia, senza aureola né pallio, le due linee che formano l'ornamento del vestito s'intersecano a croce "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 15 e mezzo).

Tavola IV. numero 2.

5. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R apostrofo".

Rovescio. Busto come sopra, un punto sul vestito del Santo "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".

Museo Bottacin (grani veneti 13).

Tavola IV, numero 3.

6. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".

Rovescio. Busto come al numero 5, "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A punto".

Regia Biblioteca di San Marco (grani veneti 11) logoro.

Tavola IV, numero 4.

7. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".

Rovescio. Busto di San Marco con punti stretti attorno alla testa, sul vestito tre punti "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".

Museo Correr (grani veneti 16).

Tavola IV, numero 5.

8. Dritto. Croce patente sottile, accantonata da quattro bisanti "croce E N R I C V S spazio I M P E P apostrofo, due punti in verticale".

Rovescio. Busto come al numero 7, "croce S spazio M A P C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".

Museo Bottacin (grani veneti 14 e mezzo).

Tavola IV, numero 6.

9. Dritto. Croce patente come sopra "croce E N P I C V S spazio I, legatura MP, un punto sopra due punti".

Rovescio. Busto del Santo come sopra, con aureola di stelle, ossia punti "croce S spazio M A D C V S spazio V E N".

Museo Correr (grani veneti 10 e mezzo).

Tavola IV, numero 7.

10. Dritto. Croce patente simile alle precedenti, ma più rozza "croce E, legatura NP, I C V S spazio I, legatura NP, un punto sopra due punti".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".

Dalle schede Kunz (grani veneti 8).

Tavola IV, numero 8.

11. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I M P, due punti in verticale".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".

Museo Bottacin (grani veneti 8 e mezzo).

12. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I, legatura MP, due punti in verticale".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".

Dalle schede Kunz (grani veneti 8).

Tavola IV, numero 9.

13. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I, legatura MP, punto".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I".

Museo Bottacin (grani veneti 11).

14. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I, legatura NP, punto".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V S spazio, legatura VE, N punto".

Museo Bottacin (grani veneti 10).

15. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NP, I C V S spazio I, legatura MP".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio H H D C V S V C I I I".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 9).

Tavola IV, numero 10.

16. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I, legatura NP, due punti in verticale".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio, legatura MR, C V S spazio, legatura VE, legatura NE".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 9).

Tavola IV, numero 11.

17. Dritto. Croce ancorata, accantonata da 4 bisanti "croce E I I R I C, legatura, MP N P".

Rovescio. Busto come al numero 9, leggenda scorretta "croce S spazio, legatura HR, I, C quadrata, legatura HE, M P, legatura NE".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 8 e mezzo).

Tavola IV, numero 12.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ENRICO III. E IV.

CORNER FLAMINIO. — Ecclesiæ Venetæ antiquis monumentis nunc etiam primum editi illustratæ, etc. Venetiis, 1749, Decadis XIII, pagina 76.

LIRUTI G. G. — Opera citata, pagine 149-150, tavola X, numero 105; ed in ARGELATI, Parte II, pagina 153, tavola V, numero 105 (2).

ZANETTI GIROLAMO. — Dell'origine e della antichità, etc. Opera citata, pagine 32-33, numero III della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 8-9 e 14, numero III.

CARLI RUBBI G. R. — Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagine 123-126, tavola III, numeri 5, 7 e 8.

CORSINI O. — Relazione dello scuoprimento e ricognizione fatta in Ancona dei Sacri corpi di San Ciriaco, Marcellino e Liberio, etc. Roma, 1756, pagine 6-7 e 14.

BIANCHI D. GIOVANNI. — Lettera da Rimini nelle Novelle Letterarie già citate, colonne 76-78.

GRADENIGO G. A. — Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 166, numeri VI, VII, VIII e IX e nota (a).

TERZI B. — Osservazioni sopra alcune monete inedite d'Italia. Padova, 1808, pagina 23, tavola 1, numero 9.

BECKER W. G. — Zweihundert seltene Münzen des Mittelalters etc. Dresden, 1813, pagina 50, tavola III, numero 78.

MANIN L. — Memorie storico-critiche intorno la vita, traslazione e invenzione di San Marco. Venezia, 1815, pagina 32, tavola V, figura 4 A; — seconda edizione, Venezia, 1835, pagine 27-28, tavola V, figura 4 A.

(MENIZZI A.). — Opera citata, pagine 55 e 71.

MANIN L. — Esame ragionato, etc. Opera citata, pagine 172 e 174, numero 4 della tavola.

APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1117, numeri 3903 e 3904.

LELEWEL J. — Opera citata, Parte I, pagina 122, Parte III, pagina 17, tavola XIV, numero 49.

PFISTER J. G. — The coins of Venice. — J. Y. AKERMAN, The Numismatic Journal, Volume II, 1837-1838, tavola a pagina 201.

WELZL VON WELLENHEIM L. — Verzeichniss der Münz - und Medaillen - Sammlung, Wien, 1844, Volume II, Parte I, pagina 168, numeri 2951- 2960.

SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagine 52-53 e 55, tavola II, numeri 5, 6, 7 e 8.

ZON A. — Opera citata, pagina 15, tavola I, numeri 5 e 6.

SCHWEITZER. — Opera citata, pagine 76 e 77 (105, 106 e 107), numeri 6, 7, 8 della tavola (3).

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 7.

PROMIS V. — Opera citata, pagine 26-27, numero 7 della tavola.

WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift, Volume II, 1870, pagine 223-225.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 3. — Archivio Veneto. Tomo XII, pagine 87-88; — terza edizione, 1881, pagine 3-4.

PAPADOPOLI N. — Opera citata, pagine 1528, 1532-1533, 1543-1545; — edizione in ottavo, pagine 32, 35, 43-45, tavola III, numeri 8, 9, 10, 11, 12 e 13.

GARIEL E. — Opera citata, Parte II, pagina 269, tavola XLI, numero 30.

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NOTE A "MONETE DI ENRICO III. (IV.) ED ENRICO IV. (V.)".

(1) Questi denari sono posti nell'ordine di cui si crede sieno stati coniati, ritenendo più antichi quelli di maggior peso e più recenti i leggeri.

(2) Il Liruti avendo esaminato forse un esemplare di cattiva conservazione, invece di "E N R I C V S" lesse "K N D N V S spazio I M P E R A" che interpretò Kristus noster Dominus Imperat e fu seguito in tale lettura dal G. Zanetti, dal Carli, dal Menizzi, dal Lelewel e da altri, sebbene l'errore fosse stato rilevato dal Padre O. Corsini sino dal 1756.

(3) Lo Schweitzer attribuisce alcuni di tali denari ad Enrico Dandolo, dicendo che il titolo d'Imperatore poteva ben essergli lecito, quasi Maestà, dopo la conquista di Costantinopoli.

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VITALE MICHIEL II.

DOGE DI VENEZIA.

1156-1172.

Vitale Michiel II, trentaottesimo doge, tenne il supremo governo dello stato in un'epoca assai torbida e pericolosa. Dall'una parte la lotta grandiosa fra Federico Barbarossa e la Lega Lombarda cui era intimamente legata Venezia; dall'altra i dissapori e la guerra coll'impero d'Oriente, che ebbe fine colla disfatta della flotta veneziana e portò la conseguenza della uccisione del doge in una sommossa popolare. Però non era esausta la giovane repubblica, anzi in tale momento sentì più vivamente le proprie forze e le proprie aspirazioni, per cui non è da sorprendersi che la prima moneta su cui è solennemente affermata la indipendenza porti il nome di Vitale Michiel.

Questa monetina, di poco volume e di poco valore, mostra da un lato la croce accantonata da quattro punti, con attorno il nome, cognome e titolo del principe; dall'altro il busto di San Marco visto di fronte e somiglia in tutto, tranne che nell'intrinseco, ai denari coniati a Venezia dagli ultimi imperatori del nome di Enrico. Monetine dello stesso tipo si trovano pure coi nomi dei dogi che successero a Vitale Michiel, e per il peso, per l'aspetto e la forma scodellata, somigliano assai ai denari colla croce, che furono coniati dalla zecca veneziana con tipo uniforme durante quasi tre secoli, da Sebastiano Ziani a Francesco Foscari. Questa somiglianza fu causa che molti raccoglitori ed anche valenti numismatici confondessero le due specie, chiamando gli uni denari colla croce e gli altri denari col busto di San Marco. Non è però credibile che un governo saggio ed illuminato avesse contemporaneamente delle monete dello stesso valore con diversa impronta, e siccome l'intrinseco dei pezzi colla protome di San Marco è di molto inferiore a quello dei denari, è naturale supporre che essi sieno una frazione del denaro. Potrebbero essere la metà od il terzo, ma la rarità degli esemplari non permettendo un esame chimico, conviene giudicare per analogia. Siccome in altri paesi dell'Italia superiore (1) si coniava nella stessa epoca l'obolo, o mezzo denaro, vi è tutta la probabilità, e quasi la certezza, che la nostra monetina sia la metà del piccolo o denaro. Pare che Venezia informando il sistema monetario proprio, abbia riprodotto nel suo denaro con poche modificazioni, il tipo dei primi imperatori, prendendo a modello del mezzo denaro quelli di Enrico III e IV, col busto dell'evangelista: questo rapporto di uno a due era quello che probabilmente correva fra le antiche monete che si trovavano ancora in circolazione.

Negli antichi documenti oltre alle denominazioni già note di lire, soldi e denari, di grossi e di piccoli per le monete d'Occidente e quelle di bisanti, iperperi e romanati per quelle di Oriente, troviamo talvolta adoperato anche il nome di bianco, come per esempio, in un atto di donazione (2) del vescovo Stefano Lolino al Sacerdote Cristoforo della Chiesa Torcellana di Sant'Antonio Abate nel mese di giugno 1225, ove si parla di quindecim blancos. Però non essendovi alcun altro dato di confronto, non è possibile rilevare quale moneta effettiva, quale valore potesse essere quello che corrispondeva al nome di bianco. Solo allora che le memorie scritte cominciano a farsi più frequenti e più dettagliate, e cioè nella prima metà del secolo XIV, troviamo occasione di illuminarci su tale proposito.

Primo in ordine di età è un documento riportato dal canonico Rambaldo degli Azzoni Avogaro (3), che si trova negli atti del rinnovamento della zecca trevigiana; in data 7 settembre 1317 un mercante di Treviso offre al Podestà ed ai Consoli della Città di coniare bagattini uguali nella bontà e migliori di quelli di Verona e di Brescia, per supplire alla deficienza di denari piccoli buoni, in forza della quale blanchi de Venetiis et alie pessime monete parve expenduntur pro bagatinis. Siccome noi sappiamo che in tutti i tempi la lira usata a Treviso era uguale a quella di Venezia, ne viene per conseguenza che il bianco di Venezia doveva essere una moneta che facilmente si confondeva col denaro, ma di minor valore ed intrinseco, se in Treviso si muove lagnanza perché essa viene spesa come denaro.

Vengono poscia tre documenti dei quali ebbi comunicazione dall'infaticabile e liberalissimo comm. B. Cecchetti, di cui tutti deploriamo la fine immatura.

Il primo di questi documenti, del 23 febbraio 1334 more veneto ossia 1335 (4), contiene copia di una attestazione di Pietro Pino del dicembre 1334, che, mentre l'8 od il 9 stesso, assieme a ser Andrea Marioni di Santa Maria Formosa, egli tornava dall'aver visitato ser Nicolò Marioni

"Dum. . . et intraremus porticum domus dicti ser Nicolai, superveniente domina Lavinia uxore dicti ser Nicolai, dictus ser Andreas dixit ser. . . Io voio che vui oldè certe parole che io voio dir a Lavinia. Et sic vocavit ipsam ad partem angulariam dicte porticus, et me presente dixit: Ve Lavinia, el me se stade dite certe parole, e per zo inchià che ser Nicolò è vivo et che tu li pos favelar, io te digo cossì che del so io non tanto che vaia _un _bianco".

Altri due documenti sono tolti dal libro delle Grazie, che riportiamo qui sotto:

1340, 27 gennajo m. v. v. (5).

"Quod fiat gratia Albuyno vendericulo sancti Luce, quem officiales tarnarie condempnaverunt in libris tribus, quas jam solvit. Et insuper quod non audeat vendere oleum pro eo quod ejus filia ut dicunt vendidit cuidam unum quarterium olei de quo dati sibi fuerunt parvi VIII, et dum ipsa non haberet unum blanchum pro refundendo emptori, dedit nucellas XVI de quibus emptor fuit contentus. Cum autem sit pauper homo absolvatur, et de cetero vendere valeat oleum sicut antea faciebat".

1349, 27 settembris (6).

"Quod fiat gratia Johanni spiciario Sancti Julliani condempnato per officiales tarnarie in libris decem parvorum quia, sicut dicit, quidam puer accipiens oleum ab eo quodam sero videlicet unum quarterium, dimissit blanchum quem sibi dederat dictus Johannes super disco stationis, ob quod per famulos dicti officii euntes inquirendo pro suo officio invenerunt dictum puerum, petentes ab eo quantum dederat de dicto quarterio olei, qui simpliciter respondit septem denarios, non habens blanchum quem habere debebat, considerata condictione facti et sua paupertate, solvendo soldos centum parvorum a reliquo misericorditer absolvatur".

Dal primo di questi documenti si rileva chiaramente che il bianco è un pezzo di infimo valore, giacché in dichiarazione di questo genere, quando uno vuoi asserire che nulla possiede di pertinenza di altra persona, sceglie sempre la moneta di minor prezzo.

Nel secondo e nel terzo documento, oltre al confermare il minimo valore della monetina, riconosciamo che il bianco non è la stessa cosa del piccolo, giacché tanto il venderigolo di San Luca, che lo spiciario di San Giuliano, adducono a loro discolpa di non possedere il bianco per dare il resto al compratore di un quarto d'olio, per il quale aveva pagato sette od otto piccoli.

Ogni giorno vediamo ripetersi lo stesso fatto, ed anche oggi il guardiano di un pedaggio, ovvero il venditore di frutta o di altre cose di poco prezzo, approfitta della scarsezza dei piccoli centesimi per farne illecito guadagno, che per la poca importanza si trascura dal passeggiero o dal compratore.

In quei tempi patriarcali gli ufficiali della Ternarìa erano severissimi per siffatti abusi ed i fanti sorvegliavano attentamente l'esecuzione dei durissimi editti, per cui i venditori colti in flagrante, erano puniti con multe e colla proibizione di vendere; ond'è che i colpevoli per ottenere una diminuzione di pena, si scusavano sia per la acquiescenza del compratore, sia per averlo indennizzato con altra merce.

Intanto sta il fatto che noi troviamo menzionata nei documenti veneziani del secolo XIV, un'altra moneta oltre a quelle già conosciute, e poiché sappiamo positivamente a quali monete si debbano attribuire i nomi di piccolo, di grosso, di mezzanino e di tornese, non possiamo concedere questo nome di bianco se non che a quella che n'era priva, tanto più che al minutissimo intrinseco corrisponde il minimo valore della monetina. Anche la scarsezza dei piccoli pezzi nei secoli in cui avevano corso, giustifica la loro estrema rarità al giorno d'oggi; piuttosto sembra strano che a una moneta, che conteneva piccolissima quantità di argento e facilmente anneriva, sia stato dato il nome di bianco. È bensì vero che le monete di mistura avevano, quando erano fresche di conio una patina argentea, come si può vedere in un esemplare a fior di conio del bianco di Renier Zeno nella raccolta del Museo Correr: e lo stesso nome di bianco fu dato a moneta di simile apparenza in altri paesi, anche in epoche più recenti. Pare che si volesse con ciò denotare, più che il colore permanente della moneta, quello che essa aveva quando era nuova, e che quindi volesse piuttosto riferirsi all'imbianchitura data, che al metallo dell'intrinseco. Non bisogna poi confondere tale minima frazione del denaro con altra moneta chiamata pure bianco nel principio del secolo XVI, perché questa ha maggior valore, ottimo intrinseco ed un aspetto veramente bianchissimo, ma è necessario riflettere che tra l'una e l'altra vi è oltre un secolo di distanza, e che si era già perduta la memoria del primo bianco, quando l'abitudine popolare impose questo nome al secondo.

Se ad alcuno poi rimanesse qualche dubbio, citerò un paragrafo del Capitolare dei Signori di notte (7) il quale nell'anno 1318, al 19 maggio dice:

"cum die secundo dicembris nuper elapsi captum fuerit in isto consilio, quod masarii monete habere debeant octo Ovrarios et octo monetharios pro faciendo monetam parvam, scilicet denarios parvos albos et quartarolos. . .".

Evidentemente si tratta di tre qualità di monete che vengono comprese sotto la comune denominazione di moneta parva e cioè denari parvi, albi e quartaroli; l'albo è la stessa cosa che il bianco o, per meglio dire, è la sua traduzione nel latino burocratico, giacché sarebbe stato inutile aggiungere un'altro aggettivo al denaro, ch'era già accompagnato da quello solitamente usato di parvus.

L'ultima volta che a Venezia, troviamo nominato il bianco è nel 26 agosto 1348, in una parte della Quarantìa (8) che autorizza il Massaro di quindicina a far fabbricare quella quantità di bianchi che credesse conveniente; dopo quel giorno non se ne trova più menzione e ciò corrisponde anche alle monete che si conservano nelle raccolte, dove l'ultimo bianco porta il nome del doge Andrea Dandolo.

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MONETE DI VITALE MICHIEL II.

Mezzo denaro, o Bianco (un ventiquattresimo del soldo). Mistura, titolo 0,070 circa. Peso (9), grani veneti 8, (grammi 0,414): scodellato.

1. Dritto. Croce patente accantonata da quattro punti triangolari entro due circoli di puntini, altri due circoli di puntini chiudono l'iscrizione "croce punto V punto M I C, legatura H, C quadrata segno, spazio D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco visto di faccia, con aureola di nove punti o stelle, due cerchi concentrici di puntini separano la figura dall'iscrizione, altri due chiudono l'iscrizione "croce punto S punto M, legatura AR, C V S spazio V, legatura NE".

Regio Museo, Parma.

Tavola V, numero 1.

Civico Museo, Trieste.

Dottor C. Gregorutti, Fiumicello presso Aquileja.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI VITALE MICHIEL II.

ZANETTI GIROLAMO. — Dell'origine e della antichità, etc. Opera citata, pagina 46, numero VII della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 11 e 14, numero VII (Il disegno della moneta, tolto da un'esemplare probabilmente di cattiva conservazione è diverso affatto da quello che dovrebbe essere, avendo la croce da entrambi i lati e l'iscrizione incompleta ed inesatta).

(MENIZZI A.). — Opera citata, pagina 77 (Il disegno copiato da quello di G. Zanetti è completato in modo fantastico).

SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume I, pagina 68 (91) e tavola. (La moneta non è disegnata bene e l'iscrizione non è fedele).

Biografia dei Dogi. Opera citata. Doge XXXVIII. (L'incisione è copiata dal fantastico disegno del Menizzi).

Numismatica Veneta. Opera citata. Doge XXXVIII. (L'incisione è copiata dal fantastico disegno del Menizzi).

KUNZ CARLO pose il disegno di questa preziosa moneta sopra un suo viglietto d'indirizzo, allorché dimorava a Venezia.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 9.

WACHTER C. (VON). — Opera citata, — Numismatische Zeitschrift, Volume III, 1871, pagine 227 e 570-571. (Anche qui l'iscrizione non è esatta).

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 9. — Archivio Veneto, Tomo XII, pagina 92, — terza edizione, 1881, pagina 8.

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NOTE A "VITALE MICHIEL".

(1) Promis D. Monete della zecca d'Asti. Torino, 1853, pagine 20-21.

(2) Ughelli F. Italia sacra. Venetiis, 1717, Tomo V, pagina 1383.

(3) Azzoni Avogaro R. Della zecca e delle monete ch'ebbero corso in Trivigi fin tutto il secolo XIV; in Zanetti Guid'Antonio. Nuova raccolta etc. Volume IV, pagine 138 e 165.

(4) Archivio di Stato. Petizion. Pergamena, busta III.

(5) Archivio di Stato. Grazie. Registro 8, carte 82.

(6) Archivio di Stato. Grazie. Registro 12, carte 49 tergo.

(7) Museo Correr. Manoscritti III, 349, carte 62 tergo.

(8) Archivio di Stato. Quarantia criminale, Parti. Registro II, carte 26 tergo.

(9) Il peso è rilevato dai due esemplari che si conservano nei Musei di Parma e Trieste, pur troppo alquanto sciupati; non avendo potuto conoscere il peso del Bianco del dottor Gregorutti, che è di migliore conservazione.

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SEBASTIANO ZIANI.

DOGE DI VENEZIA.

1172-1178.

Sebastiano Ziani, che successe al Michiel nel principato, resse saviamente la repubblica e rialzò le sorti di Venezia, ove ebbe luogo il memorabile incontro fra Alessandro III e Federico Barbarossa e fu segnata la tregua che condusse alla pace di Costanza.

Di questo doge abbiamo solamente il denaro o piccolo, bella monetina scodellata d'argento colla croce da entrambi i lati, che sul diritto ha il nome di battesimo del principe accompagnato dal titolo di Dux e sul rovescio quello di San Marco. Niun documento o memoria ci dice in che epoca siasi cominciato a coniare tale moneta, che è la base del sistema monetario veneziano, ma sappiamo che essa era perfettamente uguale al denaro di Verona e che nelle provincie vicine, come a Venezia, si trattava indifferentemente in denari veneziani o veronesi, come se fossero la stessa cosa. Sino dal secolo scorso Brunacci aveva mostrato, coll'appoggio di documenti, che i denari veronesi ed i veneziani avevano contemporaneamente corso in Padova ed erano considerati dello stesso valore (1); i più valenti eruditi di allora accettarono le sue conclusioni che sono confermate, oltreché dai documenti, anche dal fatto che i denari di Verona e di Venezia colla croce d'ambo i lati si trovano facilmente commisti quando viene alla luce qualche tesoretto di quell'epoca. La meta o calmiere dello stesso doge Sebastiano Ziani pubblicato nel 1862 dal fu commendatore Cecchetti (2) determina i prezzi delle derrate in denari veronesi, ed è una nuova prova della parità del valore delle due monete e del fatto che a somiglianza dei veronesi erano stati battuti i denari veneziani; tutt'al più si potrebbe inferirne che i veneziani erano in corso da poco tempo e che i veronesi avevano guadagnato quella reputazione che viene da un lungo ed onorato servizio. È bene anche osservare che in quella antichissima tariffa di commestibili, quando si parla di veronesi senz'altro, si intendono, i denari, mentre che le lire ed i soldi vengono chiamati libras veronenses, solidos veronenses (3).

La lira veronese, e conseguentemente anche la veneziana, derivano dalla lira di Carlo Magno, che è la sorgente ed il punto di partenza di tutte le monetazioni dell'Europa occidentale. Essa si divide in venti soldi, ognuno dei quali è composto di dodici denari e fu istituita dal grande imperatore riformando i precedenti sistemi dei Franchi, come ci viene narrato dalle cronache contemporanee. Carlo Magno ed i suoi successori non coniarono né la lira né il soldo, ma soltanto il denaro ossia un duecentoquarantesimo della lira, moneta che si trova facilmente nelle raccolte coi nomi delle principali città del vasto impero.

Sulla libbra, o lira di Carlo Magno dottamente scrissero illustri uomini che si dedicarono agli studi monetari ed economici in Italia ed in Francia, ma siccome il decreto o capitolare che la istituisce non è giunto fino a noi, e ci manca un campione, un modello fedele ed esatto di ciò ch'essa doveva essere, così le sapienti disquisizioni non sono riuscite a dimostrare con sicurezza l'origine storica ed il valore esatto di tale moneta. L'unico documento contemporaneo e sicuro sebbene non esattissimo, dal quale non si può allontanarsi, è il peso dei denari stessi, che essendosi conservato costante sotto i primi successori di Carlo Magno, è un freno sicuro contro i voli della fantasia.

Discussero, gli autori del secolo scorso, se Carlo Magno avesse repristinata la libbra romana (4) o sostituita la gallica (5). Chi volle che tale nuovo peso corrispondesse alla libbra di 16 once adoperata in Francia ed in Germania e formata dal doppio peso del marco (6), chi invece la cercò in un peso corrispondente a 12 once del marco (7), opinione alla quale sarei tentato di accostarmi, ritenendo probabile un legame fra il peso della moneta e dei metalli colle altre misure, considerando le molte libbre ed i molti marchi esistenti in Francia, in Germania ed in Italia, come degenerazioni di uno stesso sistema, di cui resta traccia nell'analoga divisione.

Fra i moderni che si occuparono di questo interessante argomento merita una speciale menzione la memoria presentata nel 1837 all'Accademia reale di Francia dall'eruditissimo signor Guérard (8), nella quale egli sostiene, dopo ricerche coscienziose, che la nuova libbra introdotta da Carlo Magno non fosse se non l'antica romana aumentata d'un quarto, fissando la prima in grammi 326 e 337 millesimi e la seconda in grammi 407 e 92 centesimi.

Il Fossati invece in altra dotta memoria (9) presentata all'Accademia delle scienze di Torino, attribuisce un maggior peso alla lira di Carlo Magno, e la crede equivalente a grammi 434 e 416 millesimi, ed il cavalier C. Desimoni (10) in un recente lavoro sulla decrescenza graduale del denaro dalla fine dell'XI, sino al principio del XIII secolo, lo porta fino a grammi 467 e 724 millesimi. In Italia due grandi autorità si sono pronunciate in favore del peso proposto dal Guérard e cioè Domenico Promis (11) e Camillo Brambilla (12), ed io piegandomi a sì illustri maestri ho seguito il loro esempio in un saggio sul valore della moneta veneziana che ho letto all'Istituto Veneto (13).

L'indole e lo scopo del presente lavoro non mi permettono di dilungarmi su questo importante argomento; osserverò solo che il Guérard ha preso per base del suo sistema il peso medio dei denari di Lodovico il Pio, da lui valutato a 32 grani del marco di Troyes. Ora a me sembra che il peso medio degli esemplari di una moneta, dopo tanti secoli, non possa dare un'idea esatta di quello fissato dalle leggi. Anche oggi noi vediamo che le monete appena uscite dalle officine raggiungono assai raramente il peso normale, perché la zecca cerca di aumentare i suoi utili colla tolleranza, e se per caso qualche esemplare eccedesse il peso legale, esso sarebbe subito tolto dalla circolazione e fuso dagli speculatori.

Lo stesso diligentissimo signor Guérard ci dà il peso di 69 denari di Lodovico dei quali 16 oltrepassano i 32 grani ed alcuni raggiungono i 35 e 36, e saviamente egli fece a scegliere quell'imperatore che mostrò esattamente mantenuto il peso della moneta, ma tenendo conto del consumo per la circolazione e della ineguaglianza del peso naturale in tutti i tempi e più comune in quell'epoca, io ritengo che il peso normale del denaro dovesse essere tra i 34 ed i 35 grani di Troyes, e quindi più vicina al vero la lira di grammi 434,416 proposta dal Fossati.

Il denaro, sola moneta coniata nei primi secoli, conservò il suo peso quasi completamente durante il regno dei sovrani carolingi; ma decrebbe sensibilmente durante quello degli imperatori germanici, per cui i denari coniati a Venezia nel secolo XI coi nomi di Corrado e di Enrico, pesano circa la metà di quelli di Carlo Magno e sono di titolo inferiore. Nelle più antiche carte che parlano di moneta veneziana, essa viene calcolata la metà (14) di quella milanese, pavese od imperiale, che è quindi quella che più si accosta alla originaria.

Assai più rapido fu il deterioramento della moneta nel secolo XII, ed infatti i denari Veneziani coi nomi di Sebastiano (Ziani), Aurio (Malipiero) ed Enrico (Dandolo) pesano meno del quarto dei denari di Carlo Magno, sebbene contengano tre quarte parti di lega ed una sola di fino. Gli assaggi che ho fatto fare su tali monetine danno il titolo di 0,250 a 0,270 ossia, relativamente al peso di oltre sei grani veneti, essi contengono qualche cosa di più di un grano veneto e mezzo di buon argento, peso ed intrinseco che stanno in armonia con quelli del grosso istituito da Enrico Dandolo e di cui parleremo più tardi.

Siamo già abbastanza lontani dal valore e dal peso del primo denaro, ma la scala discendente non è ancora finita e si può anzi dire che non finisce mai, perché il deterioramento della moneta è legge generale e costante. I tempi antichi e quelli del medio evo, ce lo provano cogli esempi di tutti i paesi, ed attualmente solo i freni artificiali ed i legami internazionali possono trattenere la moneta da questa china fatale. Il confronto col vecchio denaro imperiale e la esiguità del volume fecero dare il nome di piccolo al denaro veneziano, e poco a poco l'aggettivo sostituì il nome originario in modo da farlo dimenticare. Col tempo il nome di piccolo od il suo equivalente latino di parvus divenne ufficiale e rimase nelle scritture anche quando l'uso popolare diede al denaro altri appellativi.

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NOTE A "SEBASTIANO ZIANI".

(1) Brunacci J. De re nummaria patavinorum. Venetiis, 1744, pagine 31-42. — Brunacci J. Della beata Beatrice d'Este. Padova, 1767, pagina 51.

(2) Cecchetti B. Programma dell'i. r. Scuola di Paleografia in Venezia, 1862. Pagina 48 e seguenti.

(3) Documento III.

(4) Carli Rubbi G. R. Delle monete etc. Opera citata. Tomo I, pagina 248.

(5) Le Blanc F. Opera citata. Paris, 1690, pagina 83.

(6) Carli Rubbi G. R. Opera citata. Tomo I, pagine 249-251.

(7) Le Blanc F. Opera citata. Pagina 83.

(8) Guérard B. De système monétaire des Francs sous les deux premières races, Revue Numismatique française, Blois, 1837, pagina 406.

(9) Fossati. De ratione nummorum ponderum et mensurarum in Gallis sub primæ et secundæ strpis regibus. Atti della Regia Accademia delle Scienze. Torino, 1842.

(10) Mélanges de Numismatique. Paris, 1882, pagina 52.

(11) Promis D. Monete dei romani Pontefici avanti il mille. Torino, 1858, pagina 47.

(12) Brambilla C. Opera citata, pagina 56.

(13) Atti del Regio Istituto Veneto. Tomo III, serie VI, 1885.

(14) Papadopoli N. Sulla origine etc. Opera citata, pagina 29.

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ORIO MALIPIERO.

DOGE DI VENEZIA.

1178-1192.

Orio Malipiero, che aveva rinunciato una prima volta alla suprema dignità in favore di Sebastiano Ziani, fu chiamato a succedergli quando questi si ritirò in un monastero. Il nuovo doge dimostrò saviezza ed accorgimento politico nelle relazioni coll'impero bizantino, e così pure durante gli avvenimenti disgraziati dei Crociati in Palestina, in modo che se ne avvantaggiarono l'influenza ed il commercio dei veneziani in Oriente.

Il Carli (1), il Gallicciolli (2) ed altri scrittori di cose veneziane riproducono nelle loro opere la notizia di una nuova moneta di Orio Malipiero chiamata Aureola, dal nome del doge, la quale era adoperata dai notaj allorché minacciavano la pena di quinque libras auri. Non sono concordi i cronisti ivi citati sulla natura della specie metallica, perché alcuni parlano di moneta bianca o di argento, altri di moneta d'oro e finalmente le Memorie di Zecca notano all'anno 1178:

"Prencipe D. D. Aureo Mastropetro fu stampada moneta d'argento nominada Aurelij quali pesavansi Carati 10 per uno, Valeva Soldi due L'uno".

Qualunque sia la lezione che si voglia preferire non è facile interpretare le parole di questi antichi storici, tanto in quelle parti in cui sono concordi, quanto in quelle in cui differiscono, perché l'oro non fu ridotto in moneta nella zecca veneziana prima del 1284; i piccoli ed i bianchi esistevano anche prima del doge Malipiero ed il grosso, che pesa poco più di 10 carati, fu coniato per la prima volta da Enrico Dandolo, come ci assicurano i cronisti più autorevoli e ci provano quei documenti palpabili che sono le monete esistenti nei nostri Musei.

Ricercando quale sia la moneta nominata dai vecchi notai troveremo che la multa di quinque libras auri era imposta ai prevaricatori dei contratti e dei testamenti da antichissimo tempo e ben prima del Malipiero, come in un sinodo tenuto in San Marco nel 960 (3) per vietare il commercio degli schiavi, nel quale il doge ordinava, che chi violasse la legge componat in palatio nostro auri obrizi libras quinque, e nell'atto di donazione di Entesema, figlia di Domenico Orseolo al fratello Pietro nel 1.° dicembre 1061, che termina con queste parole:

"Quod si unquam tempore contra hanc meæ donationis cartam ire temptavero. . . solvere promitto cum meis heredibus tibi et tuis heredibus auri libras quinque, et hec donacio maneat in sua firmitate" (4).

È chiaro adunque che si tratta non di nuove e speciali monete, ma bensì delle libbre d'oro con cui si facevano molte contrattazioni nei secoli X e XI, che troviamo segnate nei documenti colle parole auri libras, auri obrizi libras, auri optimi libras, auri purissimi libras, auri cocti libras, e che continuarono ad essere usate anche più tardi, particolarmente nei testamenti ed altri simili atti dove le formole si conservano per tradizione anche quando il vero motivo di usarle è scomparso. L'errore proviene da una confusione ingenua fatta col nome del doge che latinamente si diceva Aurio, e di ciò sono persuasi anche il Carli ed il Gallicciolli, il quale però si affatica a cercare il rapporto di valore fra queste libbre, la lira grossa e la fantastica Redonda d'oro.

Per togliere ogni incertezza e comprendere come l'errore si sia formato, osserviamo da prima che non è giunta sino a noi alcuna cronaca o memoria storica scritta al tempo di Orio Malipiero od in epoca tanto vicina da considerarsi quasi contemporanea. Martino da Canal, che scrisse circa un secolo dopo, non parla di alcuna moneta nuova istituita da quel doge, e nemmeno Andrea Dandolo, giacché la postilla che ricorda il fatto nel Codice Ambrosiano, fu aggiunta in epoca posteriore. Il primo a parlarne è un manoscritto del secolo XIV intitolato Chronicum venetum ab U. C. ad annum 1360, che si conserva nella Regia Biblioteca Marciana (5), dove si legge:

"Iste Dux quandam monetam vocatam aureolus ut suo congrueret nomini cudi fecit de qua etiam hodierna die in cartis ubi pena apponitur V libre auri fit mentio singularis".

I cronisti posteriori riproducono la notizia quasi colle stesse parole, e finalmente Marino Sanuto nelle vite dei Dogi (6) racconta:

"Ancora fu fata una moneda d'arzento che si chiamava aureola per la chasada dil doxe: et è quella moneda che li nodari di Veniexia metevano in pena soto i lhoro instrumenti".

Possiamo dunque essere tranquilli che nessuna moneta nuova fu fabbricata al tempo di Orio Malipiero, il quale continuò soltanto a coniare nummi scodellati delle stesse specie usate dai suoi predecessori.

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MONETE DI ORIO MALIPIERO.

Denaro, o Piccolo. Argento, titolo 0,270 circa (7). Peso, grani veneti 7 (grammi 0,362): scodellato.

1. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce A V R I O spazio D V X".

Rovescio. Croce patente in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".

2. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".

3. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".

Tavola V, numero 3.

4. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, spazio M A R C V, S ruotata".

5. Varietà nel Dritto. "croce A V R punto D V X punto".

Rovescio. "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".

Tavola V, numero 4.

Mezzo denaro, o Bianco. Mistura, titolo 0,070 circa. Peso, grani veneti 9 (grammi 0,465): scodellato.

6. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari "croce A V R I O punto D V X".

Rovescio. Busto in faccia di San Marco "croce S spazio M A R C V punto punto".

Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.

Tavola V, numero 5.

(Il rovescio della moneta è ribattuto, per cui la croce incusa copre quasi interamente l'immagine del Santo).

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ORLO MALIPIERO.

LIRUTI G. G. — Opera citata, pagina 142, tavola VII, numero 61; ed ARGELATI, Parte II, pagina 149, tavola III, numero 61.

ZANETTI GIROLAMO. — Dell'origine, etc. Opera citata, pagina 47, numero IX e X della tavola; ed ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 11 e 14, numero IX e X.

CARLI RUBBI G. R. — Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagine 401-402, tavola VI, numero II.

GRADENIGO G. A. — Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 167, numero XI. e XII.

(MENIZZI A.). — Opera citata, pagina 79.

APPEL J. — Opera citata, pagina 1118, numero 3906.

SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagina 53 e 55, tavola II, numero 10.

ZON A. — Opera citata, pagina 17.

SCHWEITZER F. — Opera citata, pagina 73 (94) (95) (96) (97) (98) (99) e tavola.

Biografia dei Dogi. Opera citata, Doge XL.

Numismatica Veneta. Opera citata, Doge XL.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 10.

WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift, Volume III, 1871, pagine 227-228, 572-576.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 10. — Archivio Veneto, Tomo XII, pagina 93, — terza edizione, 1881, pagina 9.

Bolla in piombo di Orlo Malipiero conservata nella Raccolta Papadopoli.

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NOTE A "ORIO MALIPIERO".

(1) Carli Rubbi G. R. Delle monete etc. Opera citata, pagina 404, Volume I.

(2) Gallicciolli. Delle memorie etc. Opera citata, Volume II, pagine 14-16.

(3) Romanin S. Opera citata, Tomo I, pagina 370.

(4) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 48, Classe VII, ital.

(5) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 36, Classe X, lat.

(6) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 800 (autografo), Classe VII, ital.

(7) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il titolo di 0,268.

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ENRICO DANDOLO.

DOGE DI VENEZIA.

1192-1205.

Quando Enrico Dandolo fu assunto al principato, Venezia era prospera e rigogliosa, le sue flotte varcavano i mari, la sua alleanza era cercata dai maggiori potentati d'Europa. La modesta città sorta dalle lagune aveva fatto rapidi progressi nel secolo fra Pietro Orseolo ed Enrico Dandolo. Quest'ultimo doge, ottuagenario e quasi cieco, conquistò Trieste, Zara e finalmente portò l'ultimo colpo all'Impero d'Oriente, entrando assieme ai crociati nella superba Bisanzio, altre volte padrona del mondo. Baldovino di Fiandra ebbe la corona imperiale, ma nella divisione delle spoglie, Venezia ebbe la parte migliore e conservò il predominio commerciale su tutto l'Oriente, che fu la sorgente della prosperità e della grandezza della repubblica.

In quest'epoca remota, in cui l'Europa usciva appena dalla barbarie, Venezia primeggiava per la sua civiltà: non vi è quindi da sorprendersi che nella sua zecca si iniziasse una delle più importanti riforme monetarie del secolo, qual è la istituzione del grosso. Sino allora non esistevano in circolazione se non i denari, assai deteriorati dall'originario valore, differenti di peso e di bontà, incomodi a maneggiarsi; la varietà e l'incertezza del valore, aggravate da molte falsificazioni, recavano non poco danno al commercio, per cui la istituzione di una moneta più pesante, di ottimo argento, mantenuta sempre fedelmente dalla zecca nel peso e nel titolo stabiliti, fu un vero progresso, nel quale Venezia ebbe il vanto di precedere gli altri stati. Tale progresso fu accolto con immenso favore in Italia ed in Oriente, ed il grosso ebbe dovunque una grandissima diffusione: lo provano le molteplici imitazioni del concetto ed anche del tipo, lo provano le memorie che il grosso ha lasciato e che durano ancora dopo tanti secoli, cosicché in Oriente si sente parlare di grossi ed a Venezia il popolo continua a valersi del nome di questa moneta in molte contrattazioni.

Non sono concordi gli antichi cronisti sull'epoca della prima coniazione del grosso. Andrea Dandolo la fissa all'anno 1194 colle parole:

"Subsequenter Dux argenteam monetam vulgariter dictam grossi Veneziani vel Matapani cum imagine Jesu Christi in Throno ab uno latere, et ab alio cum figura Sancti Marci, et Ducis, valoris vigenti sex parvulorum primo fieri decrevit" (1).

Marino Sanuto antecipa l'epoca della fabbricazione al 1192 (2); invece Martino da Canale, cronista quasi contemporaneo, asserisce che questa moneta fu coniata dai Veneziani solo nell'anno 1202, quando si preparavano all'impresa della conquista di Costantinopoli, colle parole

"Mesire Henric Dandle, li noble Dus de Venise, mande venir li charpentiers, et fist erraument apariller et faire chalandres et nes et galies a plante; et fist erraument faire mehailles d'argent por doner as maistres la sodee (soldo, salario) et ce que il deservoient: que les petites que il avoient, (intendi i denari o piccoli) ne lor venoient enci a eise. Et dou tens de Monseignor Henric Dandle en sa, fu comencie en Venise a faire les nobles mehailles d'argent que l'en apele ducat, qui cort parmi le monde por sa bonte" (3).

Senza discutere quale di queste date sia veramente la giusta, a noi basta sapere che a Venezia, prima della partenza dei crociati, e non a Costantinopoli, o durante il viaggio, come taluno sospettò, fu iniziata la coniazione del grosso, nel che sono concordi questi autorevolissimi cronisti. Anche il tipo e l'aspetto della moneta, attentamente esaminati, confermano quest'opinione. Ogni moneta, per quanto nuova, ha pure alcuni legami intimi ed apparenti con quelle coniate nelle epoche precedenti, per cui, non riuscendo a scoprirli subito nella stessa zecca, è necessario indagare nei paesi vicini od in quelli avvicinati da rapporti commerciali. Ora il grosso non ha alcuna affinità colle monete d'Occidente né per il peso né per l'aspetto, e conviene cercare i suoi legami in quell'Oriente con cui Venezia aveva florido commercio; infatti colà esistevano monete d'argento di maggior peso che in Occidente, colà si conservavano le tradizioni dell'arte e della civiltà antica. Studiando i pezzi che hanno qualche affinità col grosso, si riconosce facilmente ch'esso ha per base e per prototipo l'arte greca, ma passata per il sentimento e per la mano degli antichi veneziani. Sul rovescio vediamo disegnato il Redentore seduto sopra un trono, che tiene il libro appoggiato sul ginocchio e la destra alzata in atto di benedire. Questa sacra immagine si vede in tutte le antiche chiese di origine greca e si trova nel soldo d'oro bizantino dei secoli X, XI e XII, da cui fu copiata con fedeltà religiosa. Sul diritto della moneta sono disegnati due personaggi, che tengono insieme una lunga asta, la quale divide in due parti eguali il disco della moneta. Anche da questo lato il grosso ricorda i nummi bizantini di quei tempi, dove talora sono disegnati due o tre principi della casa imperiale, il Redentore o la Vergine pongono sul capo la corona al sovrano, ovvero l'Arcangelo Michele consegna il labaro all'imperatore, od altre analoghe rappresentazioni allegoriche e religiose. Questo concetto non è però copiato direttamente ed in modo servile dalle monete bizantine, ma adottato con qualche modificazione e diventato veneziano per l'uso fattone durante un lungo corso d'anni. San Marco che rappresenta e, per così dire, personifica l'idea del Comune indipendente di Venezia, consegna al capo dello stato lo stendardo, sul quale è disegnata la Croce, ricordo del tempo in cui tutti si decoravano di questo simbolo sacro; entrambi sono vestiti di lunghi paludamenti di foggia orientale con pietre preziose; la testa però non è coperta dalle bende e dai diademi gemmati dei sovrani orientali, bensì i capelli lunghi sono la sola decorazione del capo e ricordano gli usi franchi e longobardi, presso i quali questo distintivo era quello dei principi e dei grandi personaggi. Questa composizione caratteristica, che fu conservata con lievi modificazioni di forma nella moneta veneziana di tutti i tempi, è tolta di pianta dalle bolle di piombo che i dogi usavano attaccare ai diplomi per antichissima consuetudine. Basta vedere le poche bolle che esistono anteriori all'istituzione del grosso, e cioè quelle di Pietro Polani, di Sebastiano Ziani, di Orio Malipiero e quella dello stesso Enrico Dandolo, per riconoscere che l'intagliatore dei conî copiò le due figure rappresentate sul sigillo facendovi un leggiero cambiamento, che è la soppressione della sedia o cattedra del Santo, raffigurandolo in piedi anziché seduto. Non è un fatto nuovo né isolato nella storia numismatica del medio evo, che le monete traggano il concetto ed il disegno dai sigilli, e lo dimostra il dotto signor C. Piot in una notevole monografia intitolata: "Etude sur les Types" pubblicata nella Revue de la Numismatique Belge (4), con esempî tolti dalle monete della Francia e dei Paesi Bassi, a cui se ne potrebbero aggiungere altri di altri paesi. Per rimuovere ogni dubbio, basta osservare la bolla in piombo del doge Orio Malipiero, che ho la fortuna di possedere nella mia raccolta, e il disegno esattissimo che si trova alla fine del capitolo dedicato al doge Malipiero servirà meglio delle parole a dimostrare la giustezza del mio assunto.

È degno di essere notato il modo insolito con cui sono disposte le iscrizioni su questo sigillo. Presso al Santo ed al doge sta scritto il nome e la qualifica di ognuno dei due personaggi, ma parte dell'iscrizione è posta a destra, parte a sinistra della stessa figura, ciocché lascia supporre che in tempi più antichi essa dovesse correre tutt'attorno la testa come si vede in alcune immagini di santi bizantini. Nel grosso e nei sigilli posteriori fu ancora modificata la forma delle iscrizioni, ma lungo l'asta dello stendardo restarono le tre lettere "D V X", l'una sotto l'altra, in una posizione che non ha altri esempi e tale che non si saprebbe indovinarne l'origine, se non si conoscessero questa ed altre bolle, che mostrano la genesi e le successive modificazioni di tale scritta.

Come abbiamo visto, la nuova moneta istituita da Enrico Dandolo ebbe i nomi di Ducato e di Matapan, ma il suo nome proprio usato in tutti i tempi ed in tutti i luoghi e che riscontrasi esclusivamente nei documenti, fu quello di Grosso: onde mi par bene conservarlo a preferenza di tutti gli altri, avendo esso attraversato, senza alterazioni, tanti secoli nella bocca del nostro popolo.

Il valore originario del grosso fu di ventisei piccoli o denari, come affermano i cronisti Andrea Dandolo e Marino Sanuto e come ci vien confermato dall'esame del peso e dell'intrinseco della moneta. Possiamo esattamente rilevare il peso del grosso da un documento autentico ed ufficiale, quale è il Capitolare dei Massari della moneta, compilato nel 1278 (5), dove sono raccolte le deliberazioni dei Magistrati che si riferiscono alla zecca. Alla fine del primo capitolo troviamo indicato il numero dei pezzi, che si dovevano tagliare da ogni marco d'argento, colle seguenti parole:

"item faciam fieri istam monetam taliter quod erit a soldis novem et uno denario et tercia, usque ad medium denarium pro marca".

e cioè se ne devono trarre soldi (di grossi) nove e denari 1 e un terzo sino a denari 1 e e mezzo ossia denari (grossi) 109 e un terzo sino a 109 e mezzo, il che dà per ogni grosso un peso, che oscilla fra grani veneti 42 e 14 centesimi e 42 e 8 centesimi e può ridursi alla media di grani veneti 42 e un decimo, peso assai vicino a quello rilevato da Lambros (6) dall'autorevole volume del Pegolotti: La pratica della Mercatura.

Lo stesso prezioso documento ci dà anche il fino del grosso e dell'argento veneziano colle seguenti parole del Capitolo 73:

"Preterea tenor et debeo ligare et bullare vel facere bullare totum argentum quod mihi per mercatores presentabitur ad ligam de sterlino, etc".

Da ciò rileviamo che la lega del grosso era quella dello sterlino, la migliore del medio evo, istituita dai mercanti tedeschi dell'Hansa. Pegolotti nel Capitolo LXXIII (7), intitolato A che leghe di monete, assegna ai viniziani grossi once 11 denari 14, titolo che colla formula usata nella zecca di Venezia, si diceva a peggio 40, ciocché vuol dire che dei 1152 carati componenti una marca, 40 soli erano rame o lega, il resto argento fino. A sistema decimale questo titolo corrisponde a 0,965 e quindi sulla media di grani veneti 42 e un decimo, il fino del grosso rimane grani veneti 40 e 62 centesimi di buon argento, che diviso per 26 dà per ogni denaro o piccolo un peso d'argento puro di grani veneti 1 e 56 centesimi, che è approssimativamente la quantità di metallo che si è ritrovata nelle analisi da me istituite su tali monetine.

Altra moneta coniata per la prima volta da Enrico Dandolo è il Quartarolo o quarto di denaro, pezzo di rame con poco argento, creato per servire alle minute contrattazioni. Così ne parla Andrea Dandolo nella sua cronaca dell'anno 1264 (8), narrando la prima costruzione del ponte di Rialto in legno;

"Civitas quoque Rivoaltina, quae mediatione Canalis hactenus divisa fuerat, nunc ex lignei pontis constructione unita est, et appellatus est Pons ille de Moneta, quia priùsquàm factus esset transeuntes monetam unam vocatam Quartarolus valoris quartæ partis unius denarii Veneti nautis exsolvebant".

Carli (9), che riporta questo passo, incorse, traducendolo, in una di quelle sviste non impossibili anche ad un uomo dotto, e prendendo il denaro per soldo, diede al quartarolo il valore di un quarto di soldo. Meno scusabili sono invece tutti gli altri, i quali, dopo di lui trattando del quartarolo, copiarono religiosamente l'errore, senza accorgersi mai di una differenza tanto rilevante, che dà al quartarolo un valore di tre piccoli, cioè dodici volte maggiore del reale.

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MONETE DI ENRICO DANDOLO.

Grosso (26 denari, o piccoli). Argento, titolo 0,965 (peggio 40). Peso, grani veneti 42 e un decimo (grammi 2,178).

1. Dritto. San Marco a destra ritto in piedi, cinto il capo di aureola, col libro dei Vangeli nella mano sinistra, consegna colla destra al Doge un vessillo con asta lunghissima, che divide la moneta in due parti pressoché eguali. A sinistra il Doge, vestito di ricco manto ornato di gemme, tiene colla sinistra un rotolo (volumen), che rappresenta la promissione ducale, e colla destra regge il vessillo, la cui banderuola colla croce è volta a sinistra. Entrambe le figure sono di faccia, le teste colla barba sono scoperte; quella del Doge ha i capelli lunghi che si arricciano al basso; a sinistra "croce punto H punto D A N D O L apostrofo", lungo l'asta sotto l'orifiamma "D V X" in senso verticale colle lettere sottoposte l'una a l'altra; a destra "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Gesù Cristo seduto in trono col libro appoggiato sul ginocchio sinistro. Il Redentore ha il capo avvolto da largo nimbo colla croce, a destra e a sinistra della testa "I C sopralineati, spazio, XC sopralineati".

Tavola V, numero 6.

Denaro, o piccolo. Argento, titolo 0,250 circa (10). Peso, grani veneti 7 (grammi 0,362): scodellato.

2. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce E N R I C apostrofo punto D V X".

Rovescio. Croce patente in un cerchio "croce, S ruotata, spazio M A R C V, S ruotata".

Tavola V, numero 7.

3. Varietà nel Dritto. "croce E N R I C punto D V X".

4. Varietà nel Dritto. "croce, H minuscola, N R I C punto D V X".

Tavola V, numero 8.

Mezzo denaro, o bianco. Mistura, titolo 0,050 circa. Peso, grani veneti 10 (grammi 0,517): scodellato.

5. Dritto. Croce patente accantonata da quattro punti triangolari "croce E N R I C O spazio D V X".

Rovescio. Busto in faccia di San Marco "croce punto, S ruotata, M A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Museo Correr, Venezia.

Tavola V, numero 9.

Dott. C. Gregorutti, Fiumicino.

Quartarolo (un quarto di denaro). Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 15 (grammi 0,776).

6. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce con un punto nel mezzo, un cerchio divide l'iscrizione "croce punto E punto D, omega scritto in alto, A D V L O spazio D V X".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli in un cerchio "croce, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".

Regia Biblioteca di San Marco, Venezia.

Regio Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.

Regio Museo Britannico, Londra.

Tavola V, numero 10.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ENRICO DANDOLO.

SANTINELLI S. — Dissertationes, orationes, epistolæ et carmina. Venetiis, 1734. Epistolæ VII, De vetere moneta veneta vulgo mattapana vocata, pagine 269-280; ed in ARGELATI, Parte I, pagine 299-302.

MURATORI L. A. — Opera citata, Dissertazione XXVII, colonne 648, 651- 652, numero II; ed ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola XXXVII, numero II. (la leggenda è invertita).

SCHIAVINI F. — Observationes in venetos nummos, etc., in ARGELATI, Parte I, pagine 271-273.

ZANETTI GIROLAMO. — Dell'origine e della antichità, etc. Opera citata, pagina 47, numero VI della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 12 e 14, numero VI.

ZANETTI GIROLAMO. — De nummis regum Mysiæ seu Rasciæ ad venetos tipos percussis. Venetiis, 1750, numero I della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagina 22, numero I.

CARLI RUBBI G. R. — Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagine 406-407, tavola VI, numero V.

BELLINI V. — Dell'antica lira ferrarese di marchesini, etc. Ferrara, 1754, pagina 5.

BELLINI V. — De monetis Italiæ medii ævi etc. Dissertatio I. Ferraræ, 1755, pagine 99 e 107, numero II; ed in ARGELATI, pagine 29 e 31, tavola numero II.

BELLINI V. — Delle monete di Ferrara. Ferrara, 1761, pagina 43.

GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagine 167, 168, numeri XIII, XIV e XV.

TENTORI C. — Saggio sulla storia civile, politica, ecclesiastica, etc. Venezia, 1874, Tomo II, pagine 45-46.

GALLICCIOLLI G. B. — Delle memorie venete antiche, profane ed ecclesiastiche. Venezia, 1795, Tomo II, pagine 33-36.

BECKER W. G. — Opera citata, pagina 50.

(MENIZZI A.). — Opera citata, pagine 81, 85.

APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1118, numero 3907.

PFISTER J. G. — Opera citata. — The Numismatic Journal, Volume II, 1837-38, pagine 210-211, tavola a pagina 201.

SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagine 3, 33, 55, tavola II, numero 11.

ZON A. — Opera citata, pagine 17 e 21-23, tavola I, numero 8.

SCHWEITZER. — Opera citata, Volume I, pagina 76 (100) (101) (102) (103) e (104), numeri 1, 2, 3, 4 e 5 della tavola.

ROMANIN S. — Opera citata, Tomo II, pagina 320.

ORLANDINI G. — Opera citata, pagina 2.

Biografia dei Dogi. — Opera citata, Doge XLI.

Numismatica Veneta. — Opera citata, Doge XLI.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 10.

WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift, Volume III, 1871, pagine 227-228, 230 e 577, Volume V, 1873, pagina 191.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagine 10-11. — Archivio Veneto, Tomo XII, pagina 93, — terza edizione, 1881, pagina 9.

Bolla in piombo di Enrico Dandolo conservata nella Raccolta Papadopoli.

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NOTE A "ENRICO DANDOLO".

(1) Andrea Danduli Chronicon, in Muratori, Rerum Ital. Script. Tomo XII, pagina 316.

(2) Sanuto M. Vitæ Ducum Venetorum, in Muratori, Rer. Ital. Script. Tomo XXII, pagina 527.

(3) Archivio storico italiano. Volume VIII, pagina 320.

(4) Revue de la Numismatique Belge, Tome IV, Bruxelles, 1848.

(5) Documento IV.

(6) Lambros. Le Monete inedite dei Gran Maestri dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme in Rodi. Traduzione dal greco di C. Kunz, Venezia, 1865, pagina 20.

(7) Pegolotti. La pratica della Mercatura. Lisbona e Lucca, 1766, pagina 292.

(8) Andrea Danduli Chronicon, in Muratori, Rerum Ital. Script. Tomo XII, pagina 372.

(9) Carli Rubbi G. R. Delle monete etc. Opera citata, Volume I, pagina 401.

(10) L'esame chimico fatto all'ufficio del Saggio di Venezia, dà il fino di 0,247.

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PIETRO ZIANI.

DOGE DI VENEZIA.

1205-1229.

Morto a Costantinopoli Enrico Dandolo, fu chiamato a succedergli Pietro Ziani, figlio di Sebastiano, prudente e valoroso, che ebbe il compito di consolidare i possessi ottenuti in Oriente, di sedare i torbidi dei nuovi sudditi e le scorrerie dei pirati, aggiungendo nuovi territori allo stato, fra cui la vasta isola di Negroponte. Depose il principato dopo averlo tenuto ventitré anni e morì pochi giorni dopo essersi ritirato a vita privata.

Sotto questo doge si continuò a coniare il grosso, il bianco ed il quartarolo, che troviamo cogli stessi tipi del predecessore; manca invece il denaro, del quale pare sia stata in questo tempo sospesa la coniazione. Probabilmente era più proficua all'erario la fabbricazione dei grossi, che furono emessi in grande quantità, così da inondare tutto l'Oriente, usandosene quasi esclusivamente nelle transazioni commerciali.

Questo fatto, unitamente alla mancanza di monete degli imperatori latini di Costantinopoli, ai quali non si attribuiscono se non poche anonime di rame, suggerì al dottor Cumano (1) l'idea che un qualche accordo segnato tra Veneziani e Franchi avesse dato il diritto di zecca alla Signoria di Venezia: egli crede pur anche che le imitazioni del grosso fatte in Oriente dagli altri principi avessero una base comune ed una convenzione di uniformità monetale. Quanto alla prima supposizione a me sembra che, come si conoscono gli altri patti convenuti, dopo la conquista fra crocesignati, si avrebbe conservata la memoria anche di questo se avesse esistito: con apparenza di maggior ragione gli autori francesi ritengono che l'essere in mano dei Veneziani la maggior parte del metallo nobile e l'avere essi fabbricato molta moneta abbia impedito agli imperatori franchi di battere coi loro nomi. Quanto alla seconda opinione del dottor Cumano, essa corrisponde piuttosto alle idee moderne che a quelle del tempo; il grosso veneziano si diffuse per tutto l'Oriente solo in causa della sua bontà sempre costante, mentre gli altri stati adulteravano la moneta. Visto il successo del grosso, i piccoli principi delle isole e dei feudi franchi d'Oriente, come altri stati d'Italia, si misero ad imitarlo da prima forse con peso giusto e metallo buono, poi allettati dal guadagno, con lega inferiore, per cui i Veneziani ne mossero lagno e proibirono queste monete chiamandole a buon dritto falsificazioni, come vediamo nella parte:

MCCLXXXII, Indictione X, die tercio Maii, in Majori Consilio (2).

"Capta fuit pars quod addatur in capitulari Camerariorum Communis et aliorum officialium qui recipiunt pecuniam pro Communi, quod teneantur diligenter inquirere denarios regis Raxie contrafactos nostris venetis grossis, si ad eorum manus pervenerint; et si pervenerint, teneantur eos incidere. Et ponantur omnes campsores, et omnes illi qui tenent stationem in Rivoalto et eorum pueri a XII annis supra, ad sacramentum, quod inquirant diligenter bona fide predictos denarios, et si pervenerint ad eorum manus teneantur eos incidere. Et si alicui persone inventi fuerint de predictis denariis a XII supra, quod illa persona cui inventi fuerint perdat decem pro centenario de omnibus qui eis inventi fuerint de illis denariis, et debeant incidi. Et hoc stridetur publice illa die, vel altera, qua captum fuerit in M. C., quod a XV diebus in antea quilibet cui inventi fuerint, incurrat penam predictam, et medietas pene sit invenientis et medietas sit Communis, et deveniat in camera Communis. Et mittantur littere de precepto per sacramentum omnibus rectoribus preter Comitem Ragusii, et addatur in commissionibus illorum rectorum, qui de cetero ibunt, preter dictum Comitem Ragusii, quod omnes denarios predictos qui ad eorum manus pervenerit, vel eorum offitialium, teneantur, incidere vel incidi facere, et quod ipsi constringant gentem suam, per illos modos quibus eis melius videbitur, quod predicti denarii non currant per suos districtus, et incidantur si invenientur".

Oltre a questo documento, per conoscere quale era il pensiero dei contemporanei su questa adulterazione della moneta, che fu una delle piaghe più sanguinose della circolazione metallica nel medio evo, ci illumina il giudizio dell'Alighieri che colloca fra i principi che avranno giudizio severo nell'altro mondo per i loro peccati, Filippo il Bello di Francia

. . . . . . e quel di Rascia

che male aggiustò il conio di Venezia

Paradiso, Canto XIX 140-141.

Nelle carte manoscritte di Vincenzo Lazari trovo la seguente nota, di cui non posso defraudare il lettore:

"Nel citato verso di Dante merita attenzione il verbo aggiustare che la Crusca con goffa interpretazione fe' in questo caso sinonimo d'imitare. Ma il verbo aggiustare disusato, nel senso che allegheremo, nella lingua italiana, si mantiene ancora nella francese e nella, tedesca".

Esattissima definizione del verbo aggiustare si trova nella Explication des termes techniques che fa seguito alla pregiata opera Histoire monétaire de Genève par Eugène Demole, nel quale è detto

"Ajuster les flans, ou ajuster carreaux, opération par laquelle on affranchit à coups de cisailles les angles des carreaux".

Anche nella zecca veneziana la stessa operazione si chiamava zustar e l'operaio che la faceva zustador. Se oggi la parola è disusata, si è perché tale operazione si ottiene meccanicamente e quindi in modo affatto diverso da ciò che si usava nel medio evo.

Nel più antico registro di atti ufficiali che si conserva nel nostro Archivio di Stato, conosciuto col nome di Liber Communis o Liber Plegiorum, il quale raccoglie alcune deliberazioni prese dal Doge assieme al Consiglio Minore, troviamo la seguente nota:

(1224) "Die XIII exeunte marcio. — Illi homines qui faciunt fieri monetam coram domino duce et omnibus consiliariis eius, excepto M. Superancio, predicto die juraverunt supra capitulare quod continetur de moneta facienda vel fieri facienda, et illo suprascripto die intromiserunt in nomine Domini" (3).

È la prima memoria di quegli ufficiali soprastanti alla zecca che più tardi furono chiamati Massari della moneta, ed è probabilmente quello di cui si parla il più antico Capitolare di tale magistrato, che però non è giunto fino a noi e del quale si ignorerebbe perfino la esistenza, senza questo cenno prezioso nella sua brevità.

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MONETE DI PIETRO ZIANI.

Grosso. Argento, titolo 0,965 (4). Peso, grani veneti 42 e un decimo (grammi 2,178).

1. Dritto. San Marco che porge il vessillo al doge, come nel grosso di E. Dandolo "croce punto P punto Z I A N I", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C sopralineati".

Tavola V, numero 11.

2. Varietà nel Dritto. "croce punto P punto, Z simmetrica, I A N I".

Mezzo denaro, o Bianco. Mistura, titolo 0,050, circa. Peso, grani veneti 8 e mezzo (grammi 0,440): scodellato.

3. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari "croce punto P punto Z I A N I punto D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Regio Museo, Parma.

Tavola V, numero 12.

4. Varietà Dritto. "croce punto P punto, Z simmetrica, I A N I punto D V X punto".

Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.

Tavola VI, numero 1.

Museo Civico, Trieste.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 20 (grammi 1,035) circa.

5. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce "croce punto P punto Z I A N I punto D V X punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".

Tavola VI, numero 2.

6. Varietà Dritto. "croce punto P punto, Z simmetrica, I A N I punto D V X punto".

Rovescio. "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".

Tavola VI, numero 3.

7. Varietà Dritto. "croce punto P punto, Z con asta centrale verticale, I A N I punto D V X punto".

Rovescio. Come al numero 6.

Tavola VI, numero 4.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI PIETRO ZIANI.

SANTINELLI S. — Opera citata, pagina 271-272, 275, 277 (disegno pagina 271); ed in ARGELATI, Parte I, pagina 299-300, 302.

MURATORI L. A. — Opera citata, Dissertazione XXVII, colonne 648, 651 e 652, numero III; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola XXXVII, numero III.

CARLI RUBBI G. R. — Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagina 413, tavola VI, numero IX.

BELLINI V. — De monetis Italiæ, etc. Opera citata, Dissertazione I, pagina 98 e 107, numero I; ed in ARGELATI, Parte V, pagine 29 e 31, tavola numero I (erroneamente attribuita a Sebastiano Ziani).

GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 168, numero XVI.

APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1118, numero 3908.

GEGERFELT G. (VON). — Numi ducum reipublicæ venetæ in nummiphilacio academico Upsaliensis. Upsaliæ, 1839, pagine 6 e 7, numero I.

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