ATTO TERZO
Reading edition
Quartierino ammobigliato in un sobborgo di Milano. — Salottino. — Un caminetto: una parigina.
SCENA I.
Sofia, Marino, poi voce d. d.
Sofia, sdraiata in una poltrona, guarda Marino che spazza la stanza, che mette del carbone nella parigina.
(a Marino) Com'è buono! E com'è bravo! Io, invece... non so far niente. — Non è vero, signor Marino? Non valeva la pena di studiar tanto, — e non saper far niente!
MARINO
Vorrebbe un bel complimento?... Io sono ancora dello stampo antico; non fo la corte alle signore, (mostrando la granata, ecc.) con questi arnesi fra le mani.
SOFIA
Ci dà tanto del suo tempo! E il suo tempo, per lei, è lavoro.
MARINO
(con involontaria passione) Il tempo che dò a lei ed al signor Francesco, è quello, invece, che mi godo io. È un riposo; un vero sollievo. Sapesse come lavoro e come pianto volentieri il mio Meyerbeer, il mio maestro russo, per far presto a venir qui, per... (frenandosi: cambiando) Per favore, signorina: accenda la lucerna. Io chiuderò la finestra. (mettendosi il cappello) Permette?... Tira un ventaccio di neve! (mentre Marino chiude le persiane della finestra, Sofia fa per accendere la lucerna: non le riesce: restano al buio).
MARINO
(ridendo) Come ieri sera! Doveva girar la vite dall'altra parte!
SOFIA
(con un impeto di collera) Se le dico!... Non so far niente! Niente! (si butta sopra la poltrona: piange).
MARINO
(accendendo subito la lucerna) Sono meccanismi indiavolati. E poi, in queste case d'affitto... ammobigliate... (vede che Sofia piange, le corre vicino) Coraggio! Per suo padre!... Se torna...
SOFIA
Mi lasci piangere! Mi lasci piangere!
MARINO
(la guarda, sospira con profonda mestizia, si leva il cappello che pone sopra una sedia o sul tavolino).
SOFIA
(di colpo, corre presse Marino, gli prende le mani, se le preme sul cuore con grande passione) Voglio saper tutto! Mio padre mi nasconde qualche cosa!... Voglio saper tutto!
MARINO
(scrollando il capo) Non basta quanto sa? Suo padre, obbligato a dimettersi da Presidente della Federazione e anche da Direttore della Cooperativa dei Lavoratori...
SOFIA
(interrompendolo) Appunto: ma io, ancora, non ne so il vero perchè. — Perchè i suoi amici lo hanno abbandonato per un sentimento di opportunismo, di pusillanimità, di vigliaccheria? — Sì, anche questo, può essere, sarà, ma non è tutto. Se mio padre fosse stato sacrificato all'utile del suo partito, privatamente lo avrebbero circondato di maggior affetto, di maggiore stima.
MARINO
Affetto? Stima? — Anch'io ho provato l'affetto e la stima dei partiti. I partiti? Peggio dei coccodrilli. Mangiano i loro uomini e non li piangono nemmeno nel digerirli. I partiti giovani sono come i ragazzi: cattivi e violenti; i vecchi, come i vecchi: egoisti e paurosi.
SOFIA
Il Carboni, il Rissone, il Niccolini, verrebbero qui da noi, come prima, tutte le sere: e in queste sere, specialmente. Non è per colpa loro, che mio padre deve scontare una pena di tre mesi?
MARINO
Il signor Francesco, ha scritto alla signora Santer?
SOFIA
Che io, da sabato, resterò sola per tre mesi? Sì; l'ha avvertita subito, appena è venuto il mandato di cattura. Oh, la mamma!... la mia vera mamma, non ci avrebbe lasciati soli in questi giorni!... — Anna ha la zia che sta male? — E il mio povero babbo?
MARINO
(per cambiare discorso) Dov'è andato il signor Francesco?
SOFIA
Tutte le lettera di Montairolo o arrivano la mattina colla prima corsa, o la sera coll'ultima. Il babbo, colla scusa di fare una passeggiata, va fin verso Milano, fin dentro la porta per aspettare il postino.
MARINO
Lei... non va fuori?
SOFIA
Ho da pensare a qualche cosa, per il desinare...
MARINO
No; no; al loro pranzo, oggi, ci penso io! Tornerò dopo le sette, va bene?... E farò io da cuoco. Ho da portarle un regalo del mio russo. — Venga fuori con me, andremo incontro a suo padre.
SOFIA
Non posso; aspetto Giordano Candia. — No, signor Marino. Fra me, e il chiaro letterato, — fi-ni-to — ... e nel cuore non mi è rimasta che un'interrogazione: — come ha potuto incominciare?
MARINO
È un po' che non vede il signor Candia?
SOFIA
Sì.
MARINO
Allora, aspetti a rispondere, di rivederlo.
SOFIA
Non voglio più voler bene. A mio padre soltanto e a lei.
MARINO
(scrolla il capo assai mestamente, le prende una mano, l'accarezza, la bacia con devozione, sospira profondamente: pausa) Tempo fa, quando suo padre era su, su, vicino alla gloria, e cominciavano appunto i primi attacchi, io, mi ricordo, gli ho fatto... la predica. « — Voi avete perduta di vista la verità pratica della vita!» Ed io?... (ride con amarezza) Quanto l'avevo perduta di vista io, più di lui! Lui, almeno, suo padre, era trascinato lontano da una generosa, da un'alta idealità, che rifatti gli uomini può essere la realtà del domani... Io... — Io?... — Invece di reagire, di lottare, salire di nuovo, impormi, vendicarmi, io mi sono immiserito nella ignavia, inacidito nell'astio, sono diventato secco di dentro, non ci ho sentito più che lo stomaco vuoto, e non ho pensato che ci potevano essere al mondo creature elette da aiutare, da difendere... la cui felicità poteva diventare la mia.
VOCE
(d. d.: si sente fischiettare un'arietta allegra che sale e si avvicina).
SOFIA
Il ragazzo del portinaio.
MARINO
(va fuori a vedere).
SCENA II.
Sofia, Marino di nuovo, poi d. d. Giordano.
SOFIA
(a bassa voce, battendosi sul cuore, con dispetto) Stupida! Stupida!
MARINO
(rientrando) Giordano Candia. Dico al ragazzo di farlo salire?
SOFIA
Sì; grazie, signor Marino.
MARINO
(va fuori: si sente il ragazzo del portinaio fischiettare c. s. allontanandosi. — Marino prende un cestino, va via serio, con un po' di broncio).
GIORDANO
(d. d.) Oh, Marino! Non ci si vede più?
MARINO
(d. d. con asprezza) Poco male.
SCENA III.
Sofia e Giordano.
GIORDANO
Mi sono alzato apposta, perchè mi hai scritto che avevi bisogno di me, che volevi parlarmi.
SOFIA
(lo fissa, seria, grave).
GIORDANO
Del resto, passo la mia vita fra le amarezze del chinino.
SOFIA
(a mano a mano, con crescente eccitazione) Mi dirai tu, ciò che non mi è stato possibile sapere, nè da mio padre, nè dal signor Marino: la ragione occulta, la vera, per la quale, tutti voi cominciando dal Carboni, e dal Rissone, avete voltato le spalle a mio padre!
GIORDANO
(come per iscusarsi) A me?
SOFIA
A te! A te! A te! — Lo domando a te, perchè tu hai il dovere di dirmelo; per giustificarti. Perchè tu... a me pure hai voltato le spalle. Cosa c'è? Parla chiaro e fa presto. Per evitarti altre noie, ti ho fissato quest'ora in cui mio padre non c'è. Ma fa presto: tu hai tardato a venire; mio padre potrebbe tornare da un momento all'altro.
GIORDANO
Io non ho alcuna difficoltà ad incontrarmi con lui.
SOFIA
Difficoltà! Non hai nessuna difficoltà?! (fissa Giordano: poi con un impeto) Cosa c'è? Cosa c'è? Cos'hai con mio padre? Cos'hai con me? Contro di me?
GIORDANO
Voltate le spalle? — Voltate le spalle a tuo padre... questo no. Il suo torto è stato uno solo: io già te ne avevo accennato: — ti ricordi? — Egli doveva reagire contro la guerra che gli fu mossa dai nostri avversari. Invece ha sdegnato di ribattere le accuse, di smascherare i calunniatori, e perciò, e non per altro! ha perduto forse momentaneamente, di efficacia, come capo del nostro partito... — Nostro?... — dirò più precisamente «del suo partito» del loro, perchè io ho in animo ormai, di dichiararmi... indipendente. Nessuno, ti ripeto, ha pensato di sconfessarlo, di abbandonarlo. — Io... men che meno. — Tuo padre non ne sa niente ancora, ma io, io stesso, ho fatto la proposta che «tenuto calcolo delle benemerenze di Francesco Quarnarolo verso la Cooperativa dei Lavoratori, gli fosse offerto un compenso di buona uscita; compenso che, nella seduta di ieri sera, venne fissato alla quasi unanimità di voti, meno uno, quello del Carboni — in due anni del suo stipendio di direttore, cioè, in diecimila lire.
SOFIA
Del denaro?... (cambiando: vivamente) Sarà, sarà come tu dici: i compagni di mio padre non lo avranno abbandonato; ma tu, però, hai abbandonato me. — Perchè?
GIORDANO
Cioè, prima sono stato assente, poi...
SOFIA
Prima assente, poi ammalato, ma in tutto questo tempo, quante volte mi hai scritto?... Ed io aspettavo le lettere tue! Le sognavo!... Perchè hai detto tu di volermi bene, e hai lasciato che io te ne volessi tanto, tanto, tanto! Sei stato ammalato? Per questo non mi hai scritto (abbandonandosi ad un'ultima speranza) Vuoi che ti creda? Dimmi, vuoi che ti creda? Io ti credo ancora. Era un pretesto; ho mentito con me stessa, quando ti ho scritto di venire. Sapere da te la verità?... Se c'è, se c'è qualche cosa, da te, capivo, sentivo che lo avrei saputo meno che dagli altri. Perchè tu sei buono: — lasciami credere, lasciami credere che sei buono!... Io volevo vederti!... qualunque pretesto!... Ma io volevo vederti. Volevo parlarti. Era una speranza... l'ultima. (lo fissa) La più sciocca delle speranze! La più stupida, la più vile!... — Va via! va via! va via! prima che torni mio padre!
GIORDANO
Appunto per il grande affetto e per la grande stima che ho di te, ho riflettuto, ho dovuto riflettere, alle nostre condizioni.
SOFIA
Io non ti ho mai domandato niente.
GIORDANO
Ci sono doveri che, date le circostanze, ad un onest'uomo s'impongono da sè.
SOFIA
(ridendo) Ah! Ah! Ah! E date le circostanze, come può essere comodo anche il far l'uomo onesto!
GIORDANO
Nelle regioni delle idee e del sentimento, io sono libero di me stesso; ma tu sapevi, e sai perchè mai te ne ho fatto mistero, che io non posso disporre di altrettanta indipendenza... nelle materialità della vita. (volgarmente: gridando) Io dipendo da mio padre e da mia madre, per la santissima ragione che io, di mio, non ho un soldo! (cortese: calmo) Sarà una banalità, ma è giocoforza il soggiacervi.
SOFIA
Questa tua gente, questa tua famiglia... che roba è?
GIORDANO
Che roba è?
SOFIA
A mio padre è arrivato il mandato di cattura: i tre mesi, — sai? — per quel vostro opuscolo «Di chi sarà il domani». Questa tua gente, questa tua famiglia, che roba è? — Se è gente di cuore, tu dirai la verità: e come io ero, quando non riflettevi alle nostre condizioni e come sono, io, oggi che ci rifletti. Non so quale consiglio ti daranno; ma se è gente di cuore, gente onesta, il consiglio di abbandonarmi, oggi, di voltarmi le spalle, oggi, proprio oggi, no, no e no.
GIORDANO
(prende un pacchetto di lettere dalle tasche del soprabito: le pone sul tavolo).
SOFIA
Le mie lettere? (ride) Ah! Ah! Ah!... Ecco, perchè sei venuto: per finirla. Fuori il dente... fuori il dolore.
GIORDANO
Io non mi difenderò, e non difenderò la mia famiglia, se crede impormi la sua volontà. Mi giudicherai un giorno più serenamente. Tanto più che tu sai, benissimo, ciò che mi sarebbe troppo facile e troppo doloroso risponderti in questo momento.
SOFIA
Puoi dire, ormai, tutto ciò che vuoi: ho la fortuna... di non capirti nemmeno più.
GIORDANO
Io, lealmente, ti avevo confidato le condizioni mie, e quelle della mia famiglia. Perchè, tu, non hai fatto altrettanto?
SOFIA
Io?... (scrollando il capo) Se... se non ti capisco più, ti ripeto!
GIORDANO
(vivamente) Sì! — Perchè non hai avuto confidenza in me?
SOFIA
(che è vicina all'uscio: con molta calma) Sento mio padre sulla scala. Diamoci la mano, e addio! (con ironia) Lei!... Oh, lei è un uomo, che farà molta strada!
GIORDANO
(violentissimo: con voce sorda) Non dovevi ingannarmi come gli altri, non dovevi fingere anche con me, il culto e l'adorazione! Dovevi dirmi francamente che tua madre era viva! Dovevi dirmi la disgrazia tua e di tuo padre, e perchè tuo padre non poteva sposare Anna Santer! (si avvia per uscire: Sofia lo afferra, lo ferma).
SOFIA
No! No! No! Non vai via! Non vai via! Non vai via! La mamma? La mamma? La mamma?
GIORDANO
(la respinge).
SOFIA
(fa due o tre passi, barcollando, senza cadere. Giordano fa per andarsene, entra Francesco: Sofia a Francesco) La mamma?... La mamma?
SCENA IV.
Francesco e DETTI
FRANCESCO
(agguanta Giordano: lo porta quasi di peso: lo butta verso l'uscio: continua a fissarlo, muto).
GIORDANO
Dovevate dire la verità, su voi, su vostra moglie: se non fossi stato ingannato, non avrei ingannato nessuno! (via).
SCENA V.
Francesco e Sofia.
SOFIA
(abbraccia Francesco: Francesco e Sofia si guardano: si fissano: lunga pausa).
FRANCESCO
Che cosa ti ha detto quell'uomo? Che tua madre vive? — E ti ha detto anche come ha vissuto? Come vive? — Te ne supplico: è la prima grazia che io ti domando: lasciami tacere. (Sofia comprende, lo abbraccia) Questo soltanto ti dirò: fui accusato di aver ricevuto del danaro da... da quella donna. Io, dopo vent'anni, non ho potuto dare le prove materiali di averlo rifiutato, ricacciato, respinto!... Ecco perchè sono abbandonato, disprezzato.
SOFIA
(abbraccia Francesco: poi cade piangendo sopra una sedia) La mamma! La mamma! Non l'ho più! Non l'ho più!
FRANCESCO
(le prende una mano, l'accarezza, singhiozzando) La tua mamma... la tua povera mamma, la tua mamma vera, è quella che tu hai sempre amato, quella che sognavi sempre, quella che ti sei fatta, che ti sei creata tu stessa, tu sola, nella tua fantasia e nel tuo cuore. La tua mamma è in alto... è là!... non ne hai mai avuto altra!... (baciandole la mano, i capelli, quasi con divozione) Quella e nessun'altra è la mamma vera... la mamma del tuo cuore così buono, della tua anima così bella! (fa per abbracciarla).
SOFIA
(alzandosi, vivamente) No! No! No! Non cercare, non tentare d'ingannarmi, di illudermi! Non puoi farlo! Non devi farlo! Mi hai allevata, educata, guidata colla ragione e vorresti ora consolarmi, acquietarmi, addormentarmi colle ubbie dell'al di là? — Quell'uomo... (alludendo a Giordano) Quello... quello là... ha detto giusto. Non dovevi mentire, non dovevi nascondermi nulla. Mia madre non c'era più per me? lo dovevo sapere anch'io. Perchè... la... la... la mamma? (torna a fissarlo. — Francesco accenna di no col capo) La mamma non l'ho più! La mamma non l'ho più! (si butta fra le braccia di Francesco: piangono: pausa) No, sai; non dirmi niente. Voglio ignorare, voglio ignorare. Ma di', di', di', papà... quando si ha tutto perduto... perchè non si può morire?... Perchè non si può morire?... (guarda Francesco, gli accarezza la fronte, lo bacia affettuosamente, come per compensarlo del dolore che gli ha dato) Anna... ha scritto, non è vero? Viene?
FRANCESCO
(con timida inquietudine) Ha scritto... a te.
SOFIA
A me?... Verrà. (legge, poi con voce cupa) Sua zia... si è ancora aggravata. Mi offre tutto ciò che mi può occorrere; molto danaro: mi domanda come può farmelo avere, senza che tu lo sappia.
FRANCESCO
(le strappa la lettera di mano, la legge: diventa stranamente pallido: la ripone in tasca).
SOFIA
(prende le lettere di Giordano) Sono le lettere mie, che mi ha restituite Giordano Candia! (le butta nella parigina ad una ad una, nervosamente) Sai?... Anche Giordano Candia vuole offrirti del denaro; molto danaro: diecimila lire!
FRANCESCO
(si avvicina, fissandola).
SOFIA
Lui e gli altri, insieme. La colletta di tutti i nostri amici: di tutti, no; Carboni non ci ha voluto entrare.
FRANCESCO
(violentissimo) L'unico! L'unico!... Il solo che ancora mi crede un galantuomo! Quel danaro, sai, Sofia! quel danaro, quelle diecimila lire, il danaro infame di quella donna... tutti credono che io lo abbia impiegato come primo fondo nella Società, e ora me lo buttano in faccia!... (con una risata) Ah! Ah! Ah!... Eppure, sai, — Sofia! — dobbiamo accettare tutt'e due. Accettare: tu l'elemosina; io, lo schiaffo!
SOFIA
No! No! No! — Mai! Mai!
FRANCESCO
Bisogna accettare, tu l'elemosina, io lo schiaffo. O non si vive! Ohi! O non si campa! O non si mangia! Tutto per gli altri! Sono stato di una prodigalità pazza! Contavo, calcolavo sul mio stipendio; per un anno, per due!... Resterò in debito coi miei soci! e non ne posso avere!... non posso più aver niente!
SOFIA
Lavorare! Si lavora!
FRANCESCO
Sai dove vado io, sabato?... Vado dentro: in prigione; per tre mesi. — Per gli altri!... Sempre per gli altri!
SOFIA
Lavorerò, io; io sola. Lavorerò... Ma quel danaro no: ma quel danaro no! no! no!
FRANCESCO
E io? E io? E io? Quando avrò scontato i miei tre mesi, che cosa farò? Come lavorerò? Dovrò chiedere aiuto ai miei compagni che mi hanno rinnegato, o ai miei nemici che mi hanno coperto di fango?... Anche gli scrupoli sono un pregiudizio! — Bisogna accettare (con una risata) tu l'elemosina, ed io lo schiaffo. — Bisogna vivere; bisogna vivere...
SOFIA
(lo ferma, interrompendolo) Perchè? (si fissano: lunga pausa).
SCENA VI.
Marino e DETTI.
Marino ha un mazzo di fiori, piuttosto grande, infilato nel soprabito: due bottiglie di sciampagna, una per saccoccia e il canestrino in una mano; si ferma sull'uscio.
MARINO
Oh, oh; bravo signor Francesco; nel salir le scale ho sentito ridere (Francesco e Sofia si guardano, ridono insieme. Marino allegramente a Francesco, credendo aver indovinato) Quando torna la signora Anna?
FRANCESCO
(con un fremito) Domani!
MARINO
(con intenzione, a Sofia) Il chiaro letterato l'ha persuasa?
SOFIA
(vivamente) Sì. Non ho più alcun dubbio.
MARINO
(scrollando il capo, vincendo la propria mestizia) Meglio, meglio così; sono contento anch'io. Ma... faccia presto, signorina, ad apparecchiare la tavola. (mentre continua a parlare, mette le bottiglie sulla credenza, prende dal canestrino una terrina con del rosbiffe, prende i carboni accesi della parigina che mette sul caminetto sotto la terrina, per riscaldare il rosbiffe. — Francesco e Sofia si guardano, si comprendono: hanno un fremito, ecc.) Sono già in ritardo col mio Meyerbeer: a pranzo gli fo da maestro di lingua italiana. Oh, è una conversazione piacevolissima: vuole del vino, maestro? — e il russo mi risponde: — io voglio del vino, voi volete del vino, noi vogliamo del vino. — Volete ancora galantina? — io non voglio galantina, voi non volete galantina, noi non vogliamo galantina: — e così via, per tutto il pranzo. (Francesco e Sofia, ridono forte, sforzatamente, poi si guardano, il loro riso resta strozzato: Sofia ha finito di apparecchiare la tavola, Marino ha messa la terrina sul fuoco, ecc.; ha messo in un piatto, in mezzo alla tavola, le fette di presciutto, di galantina, ecc.) A tavola, signor Francesco! A tavola, signorina Sofia!
FRANCESCO e SOFIA
(si siedono macchinalmente l'uno in faccia all'altra; quando Marino si volta e li guarda, fingono di mangiare ecc.).
MARINO
(mette sulla tavola le due bottiglie ecc.) È il regalo del mio Meyerbeer: è sciampagna secco, squisito. Ha ragione il russo: lo sciampagna è il migliore vino da pasto: io, ormai, l'altro vino non lo posso più soffrire. (dopo aver sturata la bottiglia, versando) È digestivo ed esilarante! (ridono: Marino sincero: Francesco e Sofia c. s.).
MARINO
(versandosi da bere) Signor Francesco... dunque (alzando il bicchiere) A chi deve arrivare: al bel giorno di domani.
FRANCESCO e SOFIA
(si guardano: insieme) Al bel giorno di domani!
MARINO
(a Sofia) A ciò che più desidera, signorina Sofia. (c. s.) Al bel giorno di domani!
SOFIA
(versa lo sciampagna a Francesco: riempie anche il proprio bicchiere; bevono, ancora guardandosi, mentre Marino continua c. s.).
MARINO
Ecco, signorina Sofia: quando avranno finito di mangiare il presciutto, il rosbiffe sarà caldo: non ha che da portarlo in tavola. E adesso, io corro dal mio russo, voi correte dal vostro russo, noi corriamo dal nostro russo! (Marino riempie la parigina di carbone, versandolo dalla cesta: al rumore, Francesco e Sofia si fissano.)
MARINO
(c. s.) Ed ora, buon appetito, e buona notte. A domani!
FRANCESCO
(stringendogli la mano) Grazie, signor Marino.
SOFIA
(c. s.) Grazie signor Marino!
MARINO
(prende il mazzetto di fiori che avea messo sulla credenza: lo porta in un bicchiere dinanzi a Sofia) Con questo freddo e con questa neve, i fiori sembrano più belli... e fanno allegria! (fa per andarsene).
FRANCESCO
(richiamandolo) Marino! (lo guarda, indica senza poter parlare che beve ancora alla sua salute: Sofia fa altrettanto).
MARINO
Allora... io ne bevo un altro sorso, voi ne bevete un altro sorso, noi ne beviamo un altro sorso. A domani! (saluta e va via — lunga pausa).
SCENA ULTIMA
Francesco, Sofia, Voce, di dentro.
Francesco e Sofia si fissano; i loro visi, le loro espressioni, i loro movimenti rivelano anche lo stordimento cupo dello sciampagna.
SOFIA
(si alza, versa ancora da bere a Francesco, con un atto quasi tragico: dopo bevuto con voce più cupa:) Tu puoi chiudere la porta della scala.
FRANCESCO
(c. s.; si alza fissandola: chiude la porta della scala. Si sente lo sbattere dell'uscio, il rumore della chiave e dei catenacci. Intanto mentre Francesco segue l'azione, Sofia si alza, va a chiudere la serranda del caminetto. Poi, quando è presso la parigina, Francesco sulla porta, si volta, si fissano. Francesco resta immobile, mentre Sofia camminando lentamente, guarda se le finestre, se tutti gli usci sono ben chiusi. Francesco porta la lucerna sulla credenza. Sofia riunisce tutta la roba rimasta sulla tavola e la copre colla tovaglia: prende i fiori di Marino, si avvolge in uno sciallo: a Francesco).
SOFIA
Abbassa un po' il lume.
FRANCESCO
(eseguisce).
SOFIA
(si sdraia distesa sopra una poltrona) Adesso... cerchiamo di dormire...
FRANCESCO
(si lascia cadere sopra una sedia: lunga pausa).
VOCE
(di dentro: si sente per le scale, e si avvicina come se venisse per battere alla porta, il ragazzo del portinaio che fischietta forte l'arietta allegra, la stessa della II scena).
FRANCESCO
(scattando in piedi) Sofia! Sofia!... Perdonami, Sofia!
(Il fischio del ragazzo si perde in lontananza: non si ode più).
SOFIA
Adesso... cerchiamo di dormire... cerchiamo di dormire.
FRANCESCO
(a bassa voce, singhiozzando, mentre cala la tela) Perdonami... Perdonami... Perdonami!
FINE DEL DRAMMA.
Opere di Gerolamo Rovetta
Romanzi e Racconti:
La Moglie di sua Eccellenza, romanzo.
Mater Dolorosa, romanzo.
Il tenente dei Lancieri, romanzo.
L'Idolo, romanzo.
Le lacrime del prossimo, romanzo.
La Signorina, romanzo.
La Baraonda, romanzo.
Cinque minuti di riposo!
Casta Diva, novelle.
Baby, romanzo.
Il processo Montegù, romanzo.
Sott'acqua, romanzo.
Il primo amante, romanzo.
Tiranni minimi, racconti.
Cavalleria assassina, racconti.
Dramatis personæ, antologia.
Teatro:
Romanticismo, dramma in quattro atti.
Un volo dal nido, commedia in tre atti.
La Moglie di Don Giovanni, dramma in quattro atti.
In sogno, commedia in quattro atti.
Gli uomini pratici, commedia in tre atti.
Scellerata!... commedia in un atto.
Collera cieca!... commedia in due atti.
La Contessa Maria, dramma in quattro atti.
La Trilogia di Dorina, commedia in tre atti.
I Barbarò, dramma in un prologo e quattro atti.
Marco Spada, commedia in quattro atti.
La Cameriera nova, commedia in due atti, in dialetto veneziano.
Alla Città di Roma, commedia in due atti.
La Realtà, dramma in tre atti.
Madame Fanny, commedia in tre atti.
Principio di Secolo, dramma in quattro atti.
I Disonesti, dramma in tre atti.
Il Ramo d'ulivo, commedia in tre atti.
Il Poeta, commedia in tre atti.
Le due coscienze, commedia in tre atti.
La Moglie giovine, commedia in quattro atti.
A rovescio! commedia in un atto.
La Baraonda, dramma in cinque atti.
Il Re Burlone, dramma in quattro atti.
Il Giorno della Cresima, commedia in tre atti.
Papà Eccellenza, dramma in tre atti.
Molière e sua Moglie, commedia in tre atti.