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La realtà

ATTO PRIMO

Reading edition

Stanza da studio e da lavoro di Francesco Quarnarolo: tutto è messo assai caratteristicamente: bandiere delle varie associazioni operaie, ecc.: nel mezzo sopra un gran drappo lenzuolo bianco si legge stampato a grandi caratteri neri o rossi:

«Federazione delle Associazioni Operaie»

«Elezione del Presidente» «Francesco Quarnarolo voti 11793»

“Eletto„

Nella parete di fondo, un uscio che mette in una sala grande, nella quale si vedrà un tavolo nel mezzo, pieno di giornali, con vari calamai e carte da scrivere, ecc.: è la sala di Redazione del periodico: «La Conquista» Qualche avviso di abbonamento sulle pareti di questa sala interna. Un altro uscio di fianco, dal quale si scende nella tipografia. Altro uscio c. s. che mette nelle stanze di abitazione. La comune alla sinistra dello spettatore. Un tavolo a destra: poi la scrivania del Quarnarolo. Un piccolo tavolino per scrivere, addossato alla parete: tutti gli altri mobili occorrenti, in carattere, ecc.

SCENA I.

Francesco, Solaroli, Carboni sul balcone, Sofia, Marchesi, Rissone, Bonaldi, Borla. Niccolini corregge delle bozze nella sala di Redazione.

FRANCESCO

(sul balcone, sventolando il fazzoletto saluta la folla).

SOLAROLI

(c. s. saluta la folla sbracciandosi con grande espansione).

FRANCESCO

(alla folla) Compagni!... Sempre con voi!... Sempre per i lavoratori!

FOLLA

(dalla strada) Evviva il nostro Presidente! Evviva Quarnarolo!

SOLAROLI

(alla folla) Sì! Evviva Francesco Quarnarolo! Per gli amici e pei nemici: (indicando e abbracciando Francesco) ecce homo!

FOLLA

(c. s.) Evviva Quarnarolo! Evviva Solaroli!

BONALDI

Evviva!

BORLA

Il nostro Presidente!

RISSONE

Il nostro Francesco!

SOFIA

(saltellando, tutta rossa, animata, allegra, batte le mani).

FRANCESCO

(viene nel mezzo della scena, seguito da Solaroli e da Carboni: è esaltato, commosso) Come mi amano! Come mi amano!

SOFIA

(di corsa gli si butta colle braccia al collo, quasi piangendo dalla gioia) Babbo!... Babbo!... Oh! babbo mio! mio!

FRANCESCO

(sempre più esaltato inebbriato) E come... come fa bene sentirsi amato così!

SOLAROLI

(sempre un po' declamatore) Questa è la gloria dei nuovi, dei moderni conquistatori. Non è il terrore, non è la morte che essi diffondono!... È la vita!... È l'amore!... l'amore universale!

FRANCESCO

Già... già... L'amore! l'armonia... la solidarietà... fra gli esseri! (sorridendo di compiacenza, gli occhi scintillanti) Quanto cammino in vent'anni! (come uno che sale con fatica) Su... su... su! (stringendosi a Sofia quasi con un senso di timore) Ho bisogno di sentirti vicina!... E anche tu Carboni!... Anche tu Rissone! I fratelli!... I primi compagni del primo passo!... Eh!... Eh!... Siamo arrivati?... Di', Carboni, Rissone, siamo arrivati?... Vi ricordate il nostro incontro? Vent'anni fa?... Io ero solo (prende sotto il braccio affettuosamente Sofia e la bacia sui capelli con tenerezza) Tu eri bambina... bambina... bambina... (drizzandosi vibrato) Io! Sì! Io per il primo, ho detto al Carboni, ho detto al Rissone.... È vero?...

CARBONI

Tu!

RISSONE

(quasi insieme al Carboni) Tu! Verissimo!

BORLA

(c. s.) L'idea è tua!

SOLAROLI

(c. s.) E tuo è il cuore che l'ha fatta trionfare!

FRANCESCO

(più forte, imponendo, quasi, il silenzio) Ho detto: io ho un po' di danaro: voi avete un mestiere: la capacità: uniamoci per lavorare in comune, per dividere fra di noi il frutto del nostro lavoro, e chi, lungo la strada, si unirà a noi... sarà padrone come noi! Eravamo in tre, ed ora, eh?... Quanti siamo?... quattrocento?... cinquecento?...

CARBONI

Mille!

BORLA

E saremo tutti!

BONALDI

Tutto il mondo!

FRANCESCO

(ridendo commosso) Ah! Ah! Ah! Su... su.. su! Ci siamo! (mettendo le mani sulle spalle del Carboni e del Rissone e interrogandoli, sorridendo) Tu? e tu?... Non hai le vertigini? Io sì. Io ho bisogno di sentirmi sorretto, appoggiato, così! (si appoggia c. s.) Di sentirmi sicuro! (baciando Sofia con una grande risata piena di tenerezza) ed ho bisogno di sentirmi amato! Di stringerti al mio cuore come un pazzo!... qui!... qui!... Tutti!... (dopo aver abbracciato il Carboni e il Rissone) Anche tu, Borla! Anche tu, Bonaldi!... Marchesi! Vicino a me! Vicino a me! Sul mio cuore! Vicino a me tutti coloro che mi amano! (tutti si abbracciano, ecc. ecc.)

FOLLA

(dalla strada) Viva Quarnarolo! Viva Quarnarolo!

SOLAROLI

Senti! Senti! In quanti siamo ad amarti!

FRANCESCO

Evviva i miei compagni! Tutti i miei compagni! (cercando cogli occhi, fuori di sè) E Anna? Anna?... La signora Santer dov'è?

SOFIA

(indicando dal balcone) Eccola, Anna! Sul terrazzino delle scuole! (corre al balcone, non fuori, chiamandola e salutandola col fazzoletto) Anna! Anna! Anna!

FOLLA

(grida c. s.) Quarnarolo! Quarnarolo! Quarnarolo!

NICCOLINI

(dal fondo, forte) Fuori! Va fuori! Non farti pregare!

SOLAROLI

(pigliandolo sotto braccio, trascinandolo) Con me! Andiamo, con me.

RISSONE

Fuori! Fuori!

BORLA

Andiamo!

MARCHESI

Andiamo!

CARBONI

Andiamo!

BONALDI

Andiamo! (spingono Francesco sul balcone: grida e acclamazioni della folla. Restano sul balcone con Francesco: Solaroli, Borla, Rissone. Sofia, più indietro, saltando dall'allegrezza, si alza in punta di piedi per veder giù la folla in istrada. Intanto Scalfi sarà entrato in fretta dall'uscio interno della Redazione in cerca di bozze e di originale).

SCENA II.

Scalfi e detti.

SCALFI

(a Niccolini) Le bozze! Le bozze!... E dell'altro originale!

CARBONI

A mezzogiorno, festa a tutti i compagni! (a Scalfi) Anche ai tipografi!

SCALFI

(sempre in fretta) Non alla squadra della «Conquista.» Oggi si deve andare in macchina se tutto il fascicolo deve essere pronto per domani! (rivolgendosi ancora al Niccolini) Le bozze, le bozze, e dell'altro originale!

NICCOLINI

(in fretta) Prendi queste. Sono corrette! (chiamando) Bonaldi: il ritratto del Quarnarolo che deve andare col mio articolo?

BONALDI

È in stamperia!

SOFIA

È bellissimo!

SCALFI

(che ha preso le bozze) E l'originale? l'originale?

NICCOLINI

(chiamando) Marchesi!

SCALFI

(al Marchesi che corre in Redazione) Ancora roba!

MARCHESI

Giordano Candia ha mandato un articolo!

SCALFI

Fa presto!

MARCHESI

(cerca fra i manoscritti, poi) Eccolo!

NICCOLINI

Ma questo signor Giordano Candia, perchè non viene stamattina?

MARCHESI

Fino a mezzogiorno, sta sempre poco bene.

SCALFI

E se c'è da lavorare, sta poco bene anche dopo.

BONALDI

(con intenzione, a Sofia) Non se n'abbia a male, signorina Sofia!

SOFIA

Io? (con una gran risata, un po' forzata) E perchè?

FOLLA

(c. s.) Quarnarolo! Parla il Presidente! Evviva il nostro Presidente!

SOFIA

Il babbo! Il babbo! Ssst! Silenzio!

CARBONI

(chiamando) Niccolini! Niccolini!

TUTTI

(corrono attorno a Francesco, meno Scalfi che prende le bozze, l'originale, e v. v.)

FRANCESCO

(dal balcone: alla folla) Non al presidente!... Al vostro compagno di lavoro e di fede! Che importa di me?... dell'uomo?... È il cammino!... È la finalità dell'idea che vi deve commuovere! Non dobbiamo cadere nei vecchi errori! non vogliamo idolatrie!... Per il primo... vi dico: Se io stesso... fossi un giorno d'inciampo... alla vostra marcia... in avanti... passate sopra di me! Ma non vi fermate! Non vi fermate un istante!...

NICCOLINI

Benissimo!

FOLLA

(c. s. e quei d. d. meno Niccolini e Sofia: insieme) No! No! No! Sempre con Quarnarolo! Evviva Quarnarolo!

FRANCESCO

Ed ora, scioglietevi! Alle officine! Al lavoro! Non facciamo il giuoco di chi sta in agguato contro di noi!

SOLAROLI

Non offuscate la vittoria intelligente e cosciente del voto, col clamore volgare della piazza!

(Evviva ecc. Francesco, Solaroli ecc. salutano la folla: rientrano).

CARBONI

Benissimo.

BONALDI

Bravo.

FRANCESCO

Ed ora a voi! A voi! (c. s., esaltato, in fretta) Borla, Bonaldi, anche tu, Carboni! anche tu, Rissone! Correte: scendete giù in mezzo alla folla, ai compagni. Pregate, comandate, imponetevi. — A casa! A casa! Tutti a casa! (spingendoli fuori: Bonaldi, Rissone, Carboni, v. v. per la comune) Non bisogna dare pretesti! Bisogna impedire la repressione! le vendette!

SOLAROLI

Ci fossero soprusi, prepotenze, arbitri, mi sentiranno qui, e a Roma, alla Camera.

NICCOLINI

Coll'elezione di ieri, così unanime, e compatta, cominceranno a temerci.

MARCHESI

Basta leggere i loro giornali.

NICCOLINI

«L'Italia Liberale». Per ora morde soltanto col ridicolo, ma è piena di bile. È tutta una mongolfiera la «Federazione»! è tutta una réclame al nostro editore, al nostro padrone, e al nostro stabilimento!

FRANCESCO

Nel numero d'oggi?

MARCHESI

Nel supplemento di ieri sera.

NICCOLINI

Oggi non è ancora uscita!

SOLAROLI

(guardando l'orologio) Uscirà a momenti!

FRANCESCO

E si risponde! Rispondete: dite forte, in pubblico, quello che noi siamo davvero: ed ora, è tempo. Dite che il periodico «La Conquista» non ha editore, non ha proprietario: che «La Conquista» come tutta la nostra grande officina intellettuale e materiale, non ha padroni, non ha speculatori, ma che tutto questo siamo noi, noi tutti insieme, noi che abbiamo dato pei primi, nel mondo del pubblicismo, l'esempio di una vera e grande cooperativa di lavoro, noi che da anni siamo associati con eguali diritti, e con eguali doveri. Presto: al lavoro! al lavoro! Abbiamo perduto troppo tempo (va ad accendere la macchinetta del caffè che ha sulla scrivania, poi, torna) E noi non abbiamo tempo da perdere.

SOLAROLI

E lo schema di statuto per il Patto Nazionale?

FRANCESCO

Appunto, oggi: approfittiamo della giornata di vacanza per discutere, coordinare, e, se si può, anche redigere! ho lavorato tutta notte: una tazza di caffè e avanti! Bisogna camminare, correre... Su, su, su! e arrivare! Oggi, oggi stesso... lo direte al Carboni, al Rissone, al Borla, a tutti.... (a Sofia). Anche a Giordano Candia. Bisogna scegliere i compagni da mandar subito a Torino, a Genova, a Napoli, per raccogliere nuovi aderenti alla Federazione, (al Solaroli) Per Roma, sei deputato, andrai tu, penserai tu! Sbrigatevi colla «Conquista». Rispondete forte, ma poche parole! Dopo chiamatemi, e chiamate i compagni! (spingendoli) Andate!... Andiamo! Presto! (quando Solaroli, Niccolini ecc. v. v., Francesco chiude l'uscio della Redazione. Sofia entra nelle stanze interne).

(Lunga pausa).

SCENA III.

Francesco solo, poi Sofia che torna vestita, per uscire.

FRANCESCO

(si pone alla scrivania e comincia a scrivere in fretta)

SOFIA

(mentre attraversa la scena, avviandosi verso la comune, Francesco si versa un'altra tazza di caffè colle mani tremanti. Sofia con dolce violenza gli porta via la tazza).

FRANCESCO

(guardandola) Mi fa male?

SOFIA

(prende la macchinetta, la scuote) È quasi vuota! (Gli tocca la fronte, gli stringe insieme tutte e due le mani col fare avvezzo d'un dottore, per sentire se scottano) Ti esalta. Ti eccita, e tu hai bisogno di calma.

FRANCESCO

(corre subito sul balcone, guardando fuori) La signora Santer era sul terrazzo?... Non c'è più?... No! Le dirai di venir qui, subito... ho da parlarle. (tirandosi vicina Sofia, e guardandola) E anche a te... ho da parlare. Tu non hai pregiudizii... Tu sei libera, pura, immune da ogni ipocrisia, da ogni imposizione di scuole, di dogmi. Anche tu, sei una bella, una cara vittoria mia! (accarezzandola, ecc.) la più bella... la più cara!... (ridendo) Ah! Ah! Carboni voleva fare di te una sarta, o una modista: Rissone, una maestra comunale: io no. Io no! ed ho fatto della mia figliuola, uno spirito moderno... ed ho voluto... ho voluto renderti forte contro il male... e forte... forte contro il dolore. — Io ho sofferto, sai? — Ero giovane come te; ho molto sofferto!

SOFIA

(con l'incanto della tenerezza e della grazia infantile) Quando è morta la mamma?

FRANCESCO

(ha un fremito, un lampo negli occhi, si alza e poi) Sì... allora... allora!... (scotendosi di nuovo, esaltandosi) E da allora... pensa... pensa... pensa!... Quanto lavoro!... Quante battaglie!... Quanta strada percorsa! — Io non avevo talento, no; ma avevo cuore. Io non potevo, non sapevo, non volevo scrivere libri: volevo fare, ed ho fatto. Tutto ciò che gli altri avevano soltanto pensato, meditato, predicato, io l'ho messo in pratica: e perciò, ogni mio passo è stato una conquista vera, definitiva. Ed oggi... Ah! Ah! Guarda, guarda da quella finestra: le nostre officine sono vaste, lunghe come contrade. Ora non sono più un illuso, un sognatore, un pazzo. (Le indica il drappo e l'iscrizione) Ah! Ah! Ah! Oggi, dodicimila coscienze sono con me!

SOFIA

Non ti ho mai visto, così. Sei pallido. Hai l'occhio acceso. (Gli passa la mano sulla fronte con sollecitudine materna) Non lavorare più, stamattina! Accompagnami. Vieni con me!

FRANCESCO

Riposare?... È impossibile. Sì; ho la febbre, ma è una febbre che non fa male. È una febbre di gioia, di esaltazione; è una febbre di lavoro, di idee. È la febbre (piano, quasi all'orecchio, con infantile confidenza) del mio trionfo! Va! Va! E poi torna presto. Sono come i bambini, sai, quando sono contento non posso star solo. (si siede, poi chiamandola ancora) Sofia!

SOFIA

(correndo) Babbo... (si ferma, lo guarda, sorride) Non mi dimentico, no!

FRANCESCO

Che cosa?

SOFIA

(con malizia carina) Di dire... alla signora Santer di venir qui!

FRANCESCO

(ridendo) Sentiamo, la tua opinione, la mia piccola e cara arca di scienza, la tua opinione sulla signora Anna.

SOFIA

(c. s.) Come direttrice delle Scuole Operaie?

FRANCESCO

No.

SOFIA

Come presidentessa della Lega Femminile?

FRANCESCO

Rispondimi questo soltanto: Vuoi bene, vuoi proprio bene alla signora Anna?

SOFIA

Moltissimo. — Tu, però, gliene vuoi ancora più di me.

FRANCESCO

Hai capito?...

SOFIA

Ho studiato filosofia, qualche cosa ho pur da capire!

SCENA IV.

Marino e DETTI.

MARINO

(che ha udite le ultime parole) No, no, signorina. Per tutto questo soltanto... potrebbe anche... non capir niente!

SOFIA

Marino? Addio, signor Marino! Si ferma?

MARINO

(stringendole la mano) Se ho la speranza di rivederla, certo.

SOFIA

Torno subito. (via).

MARINO

(la segue collo sguardo, poi sospira: rivolgendosi a Francesco) Lei pensa e lavora per la felicità universale!... Se io avessi una figliuola come quella lì, non lavorerei che per darle una dote... e non penserei che a trovarle un galantuomo per marito. — Non ho altro lavoro: ho bisogno di guadagnar qui la mia giornata: quattro lire soltanto. (dopo un momento mettendosi il cappello) Scusi: ho freddo.

FRANCESCO

In tipografia vi daranno da lavorare.

MARINO

Nossignore. Anche qui c'è il suo bel giorno dello Statuto: oggi si fa festa per lei, il che, a sentire lo Scalfi, il proto, e Rissone, l'amministratore, dovrebbe significare digiuno per me.

FRANCESCO

Prendete da copiare. (prepara la prima parte del Patto Nazionale).

MARINO

(prende il tavolino, o scrivania, che sta appoggiato alla parete e lo porta un po' innanzi: avvicina una seggiola al tavolino, mette sul tavolino il proprio cappello, poi va da Francesco a prendere il manoscritto).

FRANCESCO

Intanto questo: poi tornate (sempre scrivendo c. s.)

MARINO

(prende il manoscritto, e tornando al suo tavolino legge a mezza voce l'intestazione, quasi cantarellando) «Federazione delle Associazioni Operaie: Patto Nazionale».

FRANCESCO

Meditate bene quello scritto. Anche voi dovreste diventare dei nostri.

MARINO

Io?... dei vostri?... No. Siete tutti fratelli, ed io mi vanto di essere figlio unico! (copiando un primo brano c. s.) «La grande famiglia di chi lavora e spera non conosce confini nè di regioni nè di paesi: (si mette il cappello). Mi copro, se permette.

FRANCESCO

(che è intento a scrivere e non gli aveva badato) No! No! qui, aspetto gente, andate a casa vostra, mi porterete il lavoro fra un'ora o due...

MARINO

Le dirò, casa mia l'ho soltanto qualche volta, la sera, quando non mi è riuscito di nascondermi in un caffè. — Preferisco dormir male e mangiar bene: la gola è un vecchio peccato che mi è tanto più caro, perchè è il solo che mi sia rimasto fedele, (copiando) «Nel nostro paese stesso è d'uopo ch'essa si fonda, si conosca, cooperi agli intenti comuni.» (forte) Se verrà gente, me ne andrò.

FRANCESCO

(osservandolo) Eppure... avete talento... avete studiato... Perchè non cercate di fare qualche cosa di meglio del correttore di bozze, o del copista?

MARINO

Non ho nessuno e non me ne importa niente di nessuno. Forse... faccio un'eccezione per voi. Ma non vantatevene: ho detto forse!

FRANCESCO

Se non v'importa di nessuno, per voi stesso dovreste cercare di stare meglio.

MARINO

Il meglio è nemico del bene: io, così, sto benissimo. (a Francesco che lo osserva, alzandosi) Sicuro: quattro lire, col mio appetito buono e delicato mi bastano in punto e non avanzo un soldo, e così non dovendone, e non avanzandone, vivo tranquillo senza il tormento dei debiti e senza le angosce dei crediti. Questo è il mio studio. In quanto al mio talento... in quanto al mio talento lo adopero per godere, per gustare quello degli altri che sono stati prodighi del loro. — E scelgo i genî che sono morti, per essere sicuro di non sbagliarmi.

FRANCESCO

(lo guarda sempre c. s.: gli fa cenno di no, colla mano).

MARINO

Non mi credete? — Invece del copista, del correttore, che cosa dovrei fare? — Dovrei fare dell'arte, della letteratura, nella snervante irrequietezza dello spirito nostro, vagheggiante ideali che ancora ci sfuggono, fantasmi, perpetuamente inafferrabili? (con un'alzata di spalle) No! E poi, io sono orgoglioso, superbo. Io fo l'amanuense per vivere: non sarò mai un piccolo industriante di arte o di letteratura che si affanna raccattando dei ferravecchi per sbarcare il lunario! (irritandosi di più perchè Francesco continua a fissarlo e a negare) E nemmeno voglio fare il mestiere... della politica, perchè... perchè sono indipendente: il solo padrone di me stesso. Sissignore!... — Voi siete democratico, socialista? — io sono aristocratico. — Voi amate la piazza?... — Io la detesto. — Voi ci tenete alla popolarità? — io me ne infischio, e non farò mai le capriole dinanzi ad una folla di despoti cretini, che non mi vale nè per l'ingegno, nè per il carattere e nemmeno, il novantanove per cento, per l'onestà! (avanzandosi) Sissignore. Lo dico a voi; questo è per voi. Per voi che mi osservate e mi scrutate per strapparmi un segreto sotto i miei panni laceri e sudici.

FRANCESCO

No. Io, soltanto, mi domando il perchè di questa vostra amarezza, di questo odio che avete nell'anima; e non certo per farvi del male.

MARINO

So, so. Anzi; voi vorreste che io venissi qui a fare la parte del riabilitato, la dimostrazione pratica delle vostre teorie: — «l'ambiente fa l'uomo, e occorrendo lo rimette a nuovo.» (Francesco gli stende la mano: pausa: Marino non la stringe) — Dite la verità: credete che io mi nasconda perchè abbia rubato, ammazzato? Fors'anche dubitereste che io fossi una spia, se non aveste veduto, realmente, che quando non lavoro non si mangia?... (si guardano fissi) Sono io che stendo a voi la mano. (eseguisce) E senza nessun interesse. Voi vorreste indagare nella mia anima e scoprire il perchè del mio odio?... Io no. Io non cercherò mai nel vostro passato, la ragione vera, prima, il perchè... del vostro amor del prossimo.

FRANCESCO

Nel mio passato, non trovereste altro che un gran dolore, e le ingiustizie sofferte. (Francesco e Marino si stringono ancora la mano dopo essersi ancora fissati a lungo: Francesco si siede, e si rimette a scrivere).

MARINO

(torna al suo posto) Se mai, un giorno, le potrà giovare... le racconterò... le dirò... Adesso no: sarebbe inutile. Il ricordare, per me, non è un divertimento, e forse, neanche per lei. (si siede, legge, copiando c. s.) «L'umanità non deve dare spettacolo di una eterna battaglia, nella quale il debole è schiacciato, ma deve ispirarsi al concetto dell'armonia, della solidarietà fra tutti gli esseri.»

SCENA V.

Anna e DETTI.

ANNA

(entrando, di corsa, senza vedere Marino) Eccomi, Francesco! (vedendo Marino: correggendosi) Mi ha fatto chiamare, signor Francesco?

FRANCESCO

(vedendo che Marino fa per andarsene) Marino?

MARINO

(ritornando) Vado a bere il caffè e a leggere i giornali. Con permesso. (va via).

FRANCESCO

(Francesco ed Anna si guardano sorridendo) Ormai, non è più un segreto per nessuno!

ANNA

Che importa? Sono tua. Che tutto il mondo lo sappia; sono orgogliosa di te. Adesso, vedendo quella folla che delirava, che ti acclamava, oh, come, come avrei voluto gridare: è mio, è mio! Io lo amo più di tutti, io lo adoro più di tutti. Io, più di tutti, so quanto è buono, quanto è degno di essere amato, adorato... (Francesco le accenna verso l'uscio della Redazione) Non t'ho detto che non m'importa? E poi non sono libera? Non sono vedova? Non ho nessuno che mi possa comandare. Tu solo. Tu! Tu! Tu sì!

FRANCESCO

E Sofia? sai?... Anche Sofia se n'è accorta. Che cosa ti ha detto?

ANNA

Che avevi da parlarmi; che mi chiamavi... e poi sorridendo mi ha dato un gran bacio: così! (eseguisce: Francesco indica ancora ridendo verso la Redazione. Anna alza le spalle, sorridendo anch'essa, poi legge i voti) Undicimila settecento novantatre... Avevo ragione io. La signora Canzi diceva che erano soltanto undicimila cinquecento! Io mi sono tanto arrabbiata che avrà finito certo... per capir tutto anche lei!

FRANCESCO

(affettuoso, contento) Ma tu... sei ancora più esaltata di me. Gli applausi, le grida, ti hanno dato un po' alla testa.

ANNA

Che folla!... era tutta la piazza gremita!

FRANCESCO

Mi vedi attraverso al bene che mi vuoi e ti sembro chissà che cosa! È un bel passo in avanti, questo, sì. Migliaia di lavoratori si sono stretti in una Federazione maravigliosa e mi hanno eletto a loro capo: ma io, in tutto ciò, non devo scorgere altro che un maggior cumulo di doveri. (sforzandosi per calmarsi) Ragioniamo, ragioniamo un po' io e te... (premendosi colla mano la fronte per concentrarsi, per calmarsi, ecc.) ragioniamo freddamente. Fino a ieri, cos'ero io?... Un cooperatore, un organizzatore, un propagandista, tutto ciò che vuoi; ma serbavo assoluta l'indipendenza della mia vita intima.

ANNA

(vivamente) E oggi? E oggi?...

FRANCESCO

Da oggi, io non mi appartengo più; io sono degli altri, di quella folla che mi ha eletto, acclamato: la vita pubblica, le responsabilità di un posto di combattimento e di direzione, come quello che io ho accettato, impongono delle... delle limitazioni, delle restrizioni.

ANNA

(c. s.) Restrizioni?

FRANCESCO

La mia casa, ogni mia parola, ogni mio atto, possono, anzi, devono, essere controllati, sindacati; i nostri rapporti potrebbero essere giudicati, perdona la brutalità, una tresca volgare. Ora questo, no.

ANNA

(con un grido) No?

FRANCESCO

Tu, tu sola sai tutto. C'è una donna... alla quale la vecchia legge stupida e feroce serba il diritto (con ironia e amarezza) di essere mia moglie.

ANNA

Io ti amo! Ti amo! Separarci? Oggi?... Oggi? Non ti ho mai amato tanto! Ma io sfido la calunnia, il disprezzo, sfido tutto!

FRANCESCO

Allora, ti domando la forza, l'audacia, la superiorità di vincere un nuovo pregiudizio, di imporre un nuovo esempio.

ANNA

Tutto ciò che vuoi.

FRANCESCO

Ti senti... saresti pronta a sostituire ai vincoli consueti degli altri, i vincoli soli del cuore, e ad essere mia moglie di fatto? Mia moglie al cospetto della mia coscienza, di mia figlia, del mondo? (va a cercare fra le sue carte ecc. poi legge ad Anna) «L'amore solo deve unire le vite e i destini; l'amore, fiero di sè, libero di sè, che dietro sè non lascia catene quando migra dai cuori». Anna, associamo in una le nostre due esistenze: entra libera, sicura nella mia casa, per dividere con me il mio lavoro ed il mio pane, diventa per la ragione inviolabile del nostro diritto e della nostra volontà, la compagna unica, amata, rispettata, difesa, la degna compagna della mia vita.

ANNA

Tanto grande sei!.. Tanto in alto sei!... Io non so rispondere, io non so che amarti. Fa di me ciò che vuoi; io sono tua. Questo solo ti domando: Voglio essere tua.

FRANCESCO

(abbracciandola) Sempre! Sempre! Sempre!

SCENA VI.

Sofia e DETTI; poi Solaroli sull'uscio della Redazione.

SOFIA

(corre dentro, levandosi il cappellino: vedendo Francesco e Anna abbracciati si ferma con un piccolo grido) Ah!

ANNA

(vivamente si scioglie da Francesco).

FRANCESCO

(trattenendo Anna) Sofia, tu sai che io amo la signora Santer e che la signora Santer mi ama. Ebbene, essa diviene da oggi, senza rossori, senza falsi pudori, senza ipocrisia, in faccia al mondo, in faccia a tutti diviene la... la... (cerca la parola, intimidito dallo sguardo fisso, calmo di Sofia) diviene da oggi... la tua buona mamma!

SOFIA

(con un sorriso pieno di tristezza) Mamma?... Mamma no. Mi hai sempre insegnato ad essere sincera: perchè hai voluto dire in questo momento una parola che non è vera? Perchè hai detto mamma? (fra Anna e Francesco, abbracciandoli) Amica: sarà la mia amica più intima, più cara, questo sì, te lo prometto, col cuore. (sempre c. s.) E sarò tanto, tanto contenta. Ma la mamma... no. È morta la povera mamma. La mia mamma che non ho mai veduta... l'ho figurata a modo mio, la penso a modo mio: voglio poterla pensar sempre così. Perdonami, babbo! Tu non mi hai lasciato credere in ciò che è falso e non credo: non è un pregiudizio, no!... No! (guardando cogli occhi fissi e indicando con un gran rimpianto verso il cielo) Non sarà là... no! Non è là... ma qui... (colla mano sul cuore) Qui... sì... sì... qui, sempre! (si sforza, sorride, abbracciando i due mentre dice all'uno e all'altra) Vorrò tanto bene a te e a te. (balbettando) Ma la mamma... (scoppiando in lacrime) Non parliamo della mamma!

(Sofia, Francesco e Anna sono tutti e tre diversamente commossi: pausa).

SOLAROLI

(apre l'uscio della Redazione. Si vedono dentro, seduti, Niccolini e Marchesi; Scalfi ritto in piedi aspetta le bozze — Solaroli, chiamando) Francesco! Vieni a leggere la risposta all'«Italia Liberale»! (Francesco entra con Solaroli. Chiudono l'uscio ecc.).

SCENA VII.

Sofia e Anna.

SOFIA

(si volta, guarda Anna, vede che si asciuga gli occhi, si avvicina balbettando) Sei buona... Tanto buona (di colpo, abbracciandola) Fatti sposare dal babbo; Anna, Anna! Fatti sposare dal babbo!

ANNA

Tu... tu Sofia, dunque, non approvi tuo padre, e condanni... e ci condanni...

SOFIA

No! No! Io non condanno il babbo; non condanno te. Avrete ragione. Ma io sono una donna... Anzi, non sono ancora che una ragazza; io ragiono soltanto col cuore. Io ho degli altri sentimenti, dei bisogni dell'anima mia, delle aspirazioni che non posso capire, che non posso esprimere, che si confondono... e mi confondono. Io non giudico il babbo, io lo amo, lo ammiro; io non giudico te, ti voglio bene; ti stimo tanto: solo ti dico questo: ti prego, ti supplico, fatti sposare dal babbo, come aveva sposato la mia povera mamma!... Sarò... mi sentirò... (premendosi la faccia, la fronte) Non so esprimermi... non so... Mi sentirò più tranquilla... e poi... allora sì, allora sì!... Sei tanto bella! Allora forse potrò illudermi, e dirò mamma anche a te!

SCENA VIII.

Giordano Candia e DETTE.

GIORDANO

(entra dalla comune avviandosi verso la Redazione: sta leggendo l'«Italia Liberale». Vedendo Anna nasconde il giornale).

ANNA

(sforzandosi per vincere la propria commozione) È in ritardo, signor Giordano.

SOFIA

(c. s.) Ci sono già tutti in Redazione!

GIORDANO

(spia dall'uscio che apre appena e richiude) Tanto meglio! Così non hanno bisogno di me (guarda, studia, l'una e l'altra, capisce che sono commosse) Scenderò in tipografia. (Sofia gli fa dei cenni indicando Anna: Giordano crede indovinare e risponde con altri cenni) Quello Scalfi è inesausto nelle scorrezioni. È una sofferenza atroce, immane. — Se ne va, signora Santer?

ANNA

Alle scuole, — sì. — È tardi! (v. v.)

GIORDANO

(prima accompagna Anna fino all'uscio, camminando elegantemente, — poi a Sofia) Insistevi inutilmente co' tuoi cenni. Certo, non avrei parlato. Non hai visto che ho nascosto subito il giornale?

SOFIA

Il giornale?

GIORDANO

L'«Italia Liberale».

SOFIA

Perchè?

GIORDANO

Per evitare il discorso dello sfratto.

SOFIA

Lo sfratto? (vivamente, con un grido) Del babbo?

GIORDANO

Che c'entra tuo padre! Lo sfratto della signora Santer, che è svizzera.

SOFIA

Lo sfratto, ad Anna?

GIORDANO

Ma sì. Non sapevi?...

SOFIA

Dov'è questo giornale?

GIORDANO

Eravate... in lacrime!

SOFIA

Dov'è questo giornale? — Sorridi? — Sei così indifferente?

GIORDANO

Non impressionarti: non spaventarti, subito. Io la credo una minaccia, un desiderio. Del resto, poi, io non ho mai avuto nessun entusiasmo per la signora Santer. Il suo non è amore: è una superfetazione morbosa della vanità.

SOFIA

Dovresti essere addolorato per me... se mi volessi bene! (irritata) Dammi questo giornale!

GIORDANO

(sorridendo affettuosamente, con sincerità, dandole il giornale) Tu non mi dici altro che cattiverie: tu mi strapazzi sempre senza pietà: questa mattina non mi hai domandato nemmeno come sto. Resterei, se non ti volessi molto bene? (le indica un brano del giornale col dito mignolo) Lì.

SOFIA

(legge) «Una prima misura». (guarda Giordano come per domandare se è quello l'articolo).

GIORDANO

Sì.

SOFIA

(c. s.) «Siamo in grado di assicurare che dal Ministero degli Interni furono emanate istruzioni precise ed energiche sulla necesità di reprimere l'azione di un gruppo di sobillatori che pomposamente hanno preso il nome di — Federazione delle Associazioni Operaie — cui devonsi molti dei recenti conflitti fra capitale e lavoro.»

GIORDANO

Il giornale è conservatore, ma non nella grammatica.

SOFIA

(fa un moto di dispetto: continuando) «E poichè alla cosidetta Federazione fanno capo anche gli elementi più irrequieti e pettegoli della così detta Lega Femminile, si adotterà una prima misura, intimando di lasciare il nostro paese, nelle ventiquattro ore, a certa signora Anna Santer di nazionalità svizzera, nota per la sua ingombrante invadenza in tutte le pubbliche riunioni, ed intimamente legata a qualcuno fra i pezzi grossi della setta...» Dio! Dio! Il papà! Bisogna avvertirlo subito! (mentre si volta verso la Redazione per chiamare Francesco, vede Don Guglielmo Nördel che è già entrato).

SCENA IX.

Don Guglielmo e DETTI.

DON GUGLIELMO

(saluta sempre sorridendo affabilmente ma sempre con simpatica e dignitosa affabilità).

GIORDANO

(con fare ironico, sprezzante) Chi cerca il monsignore?

DON GUGLIELMO

No: non sono un monsignore: non sono nient'altro che un povero prete di montagna, di Montairolo nella Svizzera: il paese della signora Anna; la vedova del signor Santer.

GIORDANO

(c. s., sprezzantemente) Va bene: cosa vuole?

DON GUGLIELMO

Di tanto in tanto faccio una scappatina a Milano. — Oh, per poche ore! — e questa volta, appunto, avevo ricevuto incarico dai parenti della signora Santer... da sua zia in particolare, che le ha sempre fatto da madre — oh, una santa donna! — avevo ricevuto incarico d'informarmi della signora Anna e di sapere, di vedere come sta, e portarle i saluti e le notizie... della sua famiglia.

GIORDANO

La signora Santer non c'è. A cercarla vada alle scuole, o a casa sua.

DON GUGLIELMO

(che non sa frenare un lampo di contentezza) Ah!... Non abita qui? Ero già stato a cercarla alla scuola e mi avevano dato questo indirizzo. Invece... non abita qui?

GIORDANO

(c. s.) Le ho risposto di no: non ha capito?

SOFIA

(con deferenza e con premura) Abita vicino alle scuole: due case dopo: al numero 7.

DON GUGLIELMO

(sorridendo) Ecco, ecco, ecco! Allora... si sono sbagliati!... E dalle scuole, per venir qui, gira e rigira in tutto questo grande stabilimento, avevo perduto la strada. Un operaio mi ha detto di salire la scala... sono salito... fuori non c'era nessuno... e sono entrato: domando scusa.

GIORDANO

Oh, si figuri! Ma adesso che il reverendo sa...

DON GUGLIELMO

Adesso, pregherò la... signorina non è vero? Pregherò la signorina di dire lei alla signora Anna, che sono stato spiacentissimo di non averla trovata; che io oggi devo partire subito; ma tornerò, tornerò presto. Mi farà questo favore, signorina... (aspettando e invitandola a dire il nome).

SOFIA

Sofia: Sofia Quarnarolo.

DON GUGLIELMO

Ah, bene, bene! E lei sarebbe dunque la...

SOFIA

La figlia del signor Quarnarolo.

DON GUGLIELMO

Allora, senza saperlo, io sono entrato in casa sua, e in casa del suo signor padre; — perchè abitano insieme?

SOFIA

Sì.

DON GUGLIELMO

Bene, bene, bene.

GIORDANO

E adesso che ormai ella sa che la signora Santer sta al numero sette e che il signor Quarnarolo abita qui, con sua figlia, vuol favorire...

SOFIA

(interrompendolo, poi a Don Guglielmo, sempre con premura e deferenza) Vorrebbe favorirmi il suo nome, perchè possa dirlo anche alla signora Anna?

DON GUGLIELMO

Già, già; coi miei saluti, e, in modo particolare, coi saluti di sua zia e della sua famiglia. Don Guglielmo Nördel. — Si rammenta? — Don Guglielmo Nördel. (saluta Giordano, saluta Sofia che lo accompagna fino all'uscio).

GIORDANO

(a mezza voce, credendo di non essere inteso) Tanti saluti a casa, e mi ricordi nelle sue orazioni.

DON GUGLIELMO

(voltandosi) Sissignore; sarà fatto: è il mio dovere di buon cristiano, di buon cattolico... e di prete! (via).

SOFIA

(è rimasta come colpita: avvicinandosi di nuovo a Giordano) I parenti di Anna?... (pensando a Don Guglielmo) Che abbia letto, che abbia saputo dello sfratto?... Che sia venuto per questo?

GIORDANO

Certo; per sapere, per curiosare; (ridendo) per salvare l'anima della signora Santer!

SCENA X.

Francesco, Solaroli, Marchesi, Niccolini: parlano tutti insieme: in fine Marino e DETTI.

FRANCESCO

È un'infamia! lasciatemi dire: lasciatemi gridare. È un'infamia! Hai sentito Sofia? (a Giordano) Hai letto l'«Italia Liberale»?

SOFIA

È vero poi? Sarà vero?

MARCHESI

È una insinuazione.

NICCOLINI

Hanno lanciato la bomba: se va, va!

SOLAROLI

Ci penso io; ci penso io. Vado io dal Prefetto.

FRANCESCO

È una vigliaccheria! Una vigliaccheria! Contro una donna!

MARCHESI

Tutte le armi sono buone, in certi casi.

NICCOLINI

Specialmente le cattive.

SOLAROLI

Perchè gridare, arrabbiarsi? Ci vuol altro; siamo avvezzi a ben altro!

FRANCESCO

È l'insulto; è la volgarità che m'irrìta.

NICCOLINI

(a Sofia) La signora Anna, sa di questa notizia?

SOFIA

No, no; non credo.

FRANCESCO

Dov'è andata?

SOFIA

Alle scuole.

MARCHESI

(a Francesco) Dovresti prevenirla.

FRANCESCO

(a Sofia) Va; non lasciarla sola. Impedisci che possa leggere o che le venga riportata quella malvagità!... Anche tu, Giordano: va, va; — andate. (tornando: agli altri) Anna è una donna forte, coraggiosa... soltanto... la prima impressione... potrebbe rimanere colpita... (al Solaroli) E devi dire che è mia moglie; mia moglie in faccia ai miei compagni. L'ho annunziato a mia figlia: lo annunzierò a tutto il mondo!

SOLAROLI

Soltanto... la forma del nostro matrimonio non è riconosciuta in prefettura.

NICCOLINI

(a Francesco) Adesso, calma e non occupartene. Adesso non pensarci!...

SOLAROLI

(indicandogli la scrivania) Fa, fa, quello che hai da fare. E fa presto.

MARCHESI

(avviandosi verso la Redazione) La seduta resta fissata per le due?

SOLAROLI

Per le due. (a Francesco, battendogli sulla spalla con aria di protezione) Faremo tacere anche l'«Italia Liberale».

FRANCESCO

(va alla sua scrivania: mentre Niccolini e Marchesi si vestono in Redazione per uscire, entra Marino e si siede al suo tavolino. Marchesi v. v. dall'uscio interno della Redazione).

NICCOLINI

(col cappello in testa, sull'uscio della Redazione, a Francesco) Ricordati anche la tua lettera di accettazione!

FRANCESCO

Sì!

NICCOLINI

Ciao!

FRANCESCO

Ciao! (Niccolini chiude l'uscio della Redazione, ecc. Via).

SCENA XI.

Marino, Francesco: grida dalla strada.

FRANCESCO

(sedendosi, cerca fra le sue carte nella scrivania, poi torna a scrivere).

MARINO

(copiando, ripete a mezza voce) «Ciascuno deve dare secondo le sue facoltà... e ricevere secondo i suoi bisogni...» (mettendosi il cappello) Con permesso! (copiando) «deve dare... secondo le sue facoltà...»

VOCI

(dalla strada, di molti strilloni, che passano correndo in fretta, vendendo l'«Italia Liberale») L'«Italia Liberale!» L'«Italia Liberale!» Grandi notizie! (una voce forte e una volta sola) Lo sfratto della signora Santer!... (tutti c. s). L'«Italia Liberale!»

FRANCESCO

(corre verso l'uscio, per uscire, alzando le mani con minaccia).

MARINO

Cosa fate?... Signor Francesco!

FRANCESCO

(si sforza per vincersi; dà un'alzata di spalle sdegnosa e torna a sedersi alla scrivania: pausa).

MARINO

(leva il cappello che mette sul tavolino; si avvicina a Francesco) Sapete?... È ora di stare in guardia. Non è la signora Santer, siete voi che si vuol colpire.

FRANCESCO

(quasi con un senso di previsione paurosa) Oggi?...

MARINO

Oggi; appunto. Il cacciatore non tira all'allodola, finchè saltella giù, terra terra, ma quando spicca il volo, quando s'innalza in mezzo alla luce, in faccia al sole. Allora, spara il colpo, e se l'allodola è a tiro, l'ammazza.

FRANCESCO

(ha un fremito fissando Marino).

MARINO

Ero un ragazzo, facevo ancora il Liceo: per ischerzo, per ignoranza, perchè istigato da... da una femmina - la prima - ho messo... (sforzandosi: forte) ho falsificato la firma di un mio compagno di scuola e di ozio sotto una cambiale di cento lire. La sera stessa mi sono buttato alle ginocchia di mia madre; la sera stessa la cambiale fu ritirata, pagata, stracciata. Statemi a sentire, signor Quarnarolo. Dieci anni dopo, ciò che voi oggi fate per le vostre riforme sociali, io lo facevo per quelle istituzioni in cui avevo fede; cioè, mettevo tutto me stesso, il mio sangue, il mio ingegno, la mia vita, il mio coraggio in una causa che mi pareva giusta, in una causa che mi pareva vera, che mi pareva santa!

VOCE

(di un solo strillone, fermo sotto alla finestra — vicino alla scrivania di Francesco — che ripete colla solita cantilena monotona) L'«Italia Liberale!».

MARINO

Il mio giornale, ero giornalista, avevo un giornale mio, il mio giornale si fa potente, temuto, terribile. Ci sono le elezioni politiche; mi portano candidato. Anch'io avevo spiccato il volo ed ero in alto, in mezzo alla luce, in faccia al sole, e allora... allora hanno tirato il colpo. Scoppia una polemica fiera, atroce, che appassiona, che mette sossopra tutta una città; devo avere un duello, un seguito di duelli... (ridendo) — Ah! Ah! Ah! — Io rispondevo a quelle iene, a quelle pecore, con ruggiti da leone! Quand'ecco, non si sa come, una voce vaga, ricorda, poi, a mano a mano più insistente, precisa il fatto! I padrini avversari, rifiutano una partita d'onore: si accordano coi miei per un giurì... (c. s.) — Ah! Ah! Ah! Quando quattro canaglie onorate si trovano d'accordo per ammazzare un uomo, ne trovano una quinta e formano un giurì d'onore! — La cambiale c'era, la firma falsa c'era; tutto vero, tranne la mia inesperienza, i miei diciassette anni, la mia innocenza morale! Il giornalista, potente, temuto, incorruttibile, è un falsario. Devo abbandonare tutto, anche il mio giornale, ritirarmi, sparire. (si alza, si allontana, poi si avvicina di nuovo a Francesco).

VOCE

(c. s.) L'«Italia Liberale!» Grandi notizie!

MARINO

E voi, approfittate della mia esperienza: o terra terra, o in alto subito, alto tanto da esser fuori di tiro!

FRANCESCO

(colpito: assai turbato) Ma... io non ho firmato cambiali false... (correggendosi) nemmeno... nemmeno da ragazzo.

MARINO

(sorride amaramente) Non è sempre delle colpe commesse che si deve render conto...

VOCE

(c. s.) L'«Italia Liberale!».

MARINO

... E voi, badate: come tutti i sognatori, siete uscito troppo dalla... realtà... dall'umile realtà della vita. E guai se è la realtà che vi afferra, e vi tira giù. Forse comincia ora: collo sfratto alla signora Santer, alla vostra... compagna, (tornando al suo tavolino) Ferdinando Lassalle, l'autore di Forza e diritto, ha finito di farsi ammazzare in un duello, cavallerescamente, per una... romantica, che aveva i capelli rossi. (seduto al tavolino) E non dimenticate che la realtà della vita per se stessa è codina... sta sempre indietro di un secolo! (mettendosi il cappello) Scusate, con permesso.

FRANCESCO

(si guarda attorno, paurosamente: trasalisce ogni volta sente il grido dello strillone).

(c. s.) L'«Italia Liberale!» Grandi Notizie!

FINE DELL'ATTO PRIMO.

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