PROPRIETÀ LETTERARIA
Reading edition
Tipografia Casa Editrice Bietti—Milano
LA FAVORITA DEL MAHDI
PARTE PRIMA.
Greci e Arabi
CAPITOLO I.—Il Fidanzato di Elenka.
Era la sera del 4 Settembre 1883. Il sole equatoriale, rosso rosso, scendeva rapidamente verso le aride e dirupate montagne di Mantara, illuminando vagamente le grandi foreste di palme e di tamarindi e le coniche capanne di Machmudiech, povero villaggio sudanese, situato sulla riva destra del maestoso Bahr-el-Abiad o Nilo Bianco, a meno di quaranta miglia a sud di Chartum.
Da ogni parte dell'orizzonte accorrevano bande di superbe antilopi e di sciacalli che venivano a dissetarsi sulle poetiche sponde del fiume, e nell'aria svolazzavano arditamente schiere di fenicotteri dalle penne rosee e le estremità delle ali fiammeggianti, schiere di ibis sacre che calavan sulle foglie arrotondate e galleggianti del loto, e file di grossi pellicani che s'appiattavano fra i canneti, cacciando i pesci.
Sul molo e per le viuzze del villaggio, Negri, Arabi e Turchi, andavano e venivano rumorosamente, gli uni affacendati a scaricare cammelli e asini, altri a condurre mandrie di buoi tigrati e di cammelle ai pozzi, e altri ancora a tirar a secco le barche o a disarmarle. Per ogni dove si udivano monotone canzoni accompagnate dal suono del tamburello, che gli echi delle foreste ripercotevano: un salmodiare di versetti dell'Alcorano, un muggito di animali, uno sbattere di remi, un chiamarsi, un salutarsi e al disopra di tutti quei rumori la voce nasale del muezzin che dall'alto dell'esile minareto, colla faccia rivolta verso la Mecca, gridava:
—La Allàh ila Allàh (Non è Dio fuor di Dio) Mahàmmed rosul Allàh (Maometto è l'apostolo di Dio).
La preghiera del muezzin era appena terminata, quando una barca partita dalla riva opposta, venne ad arenarsi dinanzi al Machmudiech. Un ufficiale egiziano che era a prua, scambiate alcune parole coi battellieri e gettati loro alcuni parà (centesimi) saltò lestamente a terra salendo la erta sponda.
Era questi un bel giovinotto sui venticinque o ventisei anni, alto di statura, di forme snelle, eleganti ed insieme vigorose. Il colorito della sua pelle era d'un bronzo alquanto carico con riflessi rossigni, la faccia piacevolissima, maschia, ardita, con due occhi che brillavano d'un fuoco selvaggio e d'indomita fierezza e lunghi baffi neri. Appena ch'ebbe posto piede sul molo, guardò a dritta e a manca come cercasse qualcuno, poi si avvicinò ad un soldato egiziano, che deposto il fucile contro un muricciuolo diroccato, filava del canape nè più nè meno di una donna:
—Hai veduto il luogotenente Notis Cayma? gli chiese con voce brusca.
—Mi sembra d'averlo scorto, rispose il soldato, pigliando rapidamente il fucile e salutando.
—Dov'è andato?
—L'ignoro.
L'ufficiale stette alcuni istanti silenzioso guardando la corrente del fiume e le barche che la solcavano, poi tornò a chiedere:
—Dove trovasi il tenente Oòseir?
—È seduto laggiù sotto quella rekuba (tettoia) che beve il narghiléh[1].
[1] Bere il narghiléh significa fumare col narghiléh, ossia colla pipa.
L'ufficiale girò sui talloni e si allontanò, camminando colla libera eleganza degli animali selvaggi e colla nobiltà che è tutta propria delle nazioni arabe. Attraversò con fatica le linee dei cammelli inginocchiati sulla via carichi di gomma, d'avorio e di maiz, e si arrestò dinanzi ad una rekuba sotto la quale fumava beatamente un basci-bozuk.
—Es-selàm âlekom, Oòseir (la salute sia con te) disse l'ufficiale.
Il basci-bozuk, che volgevagli le spalle, si alzò prontamente, fissando su lui due occhi verdi come quelli d'una iena.
—Ah! sei tu Abd-el-Kerim! esclamò. Come mai ti trovi qui? Hai da raccontarmi qualche battaglia avvenuta con quei cani del Mahdi?
—Niente affatto, Oòseir, rispose Abd-el-Kerim. Cerco il greco Notis.
—Tuo cognato?
—Non corriamo tanto, amico mio, disse Abd-el-Kerim, sorridendo. Non lo è ancora.
—Ma lo diverrà.
—Se Allàh (Dio) e il Profeta lo vorranno… L'hai veduto tu, Notis?
—È arrivato dieci minuti or sono, e sorseggia il caffè laggiù in quel tugul.
—Andiamo da lui.
L'arabo e il basci-bozuk, l'uno a fianco dell'altro presero la via che conduceva al caffè del villaggio.
—Come sei con Elenka? chiese Oòseir.
—Sempre in buona relazione, rispose Abd-el Kerim, con tono alquanto freddo.
—Sei un uomo assai fortunato.
—Può essere.
—La sorella di Notis è una ragazza seducente, la più bella che si possa trovare in tutta la Nubia e in tutto il Sudan, tanto ammirabile che tenterebbe anche il Profeta se fosse ancora vivo.
—Sì, bella, superba, forse troppo superba e troppo terribile.
—E l'ami molto, tu?
—Come può amare un arabo.
—È troppo poco Abd-el-Kerim.
—A me sembra sufficiente, Oòseir.
—Mi sembri un po' freddo, oggi. Una volta parlavi con più fuoco. C'è pericolo che la lontananza e la vita del campo abbiano a spezzare il nodo?
—Non lo credo, rispose l'arabo quasi di cattivo umore. Elenka è sempre radicata nel mio cuore. Eppoi chi ardirebbe romperla con quella creatura? È una greca, ma una greca terribile.
—Deve esserti costato assai, conquistare il cuore di quella superba donna che disprezzò l'amore di pascià e di mudir (governatori)
—Per conquistarla mi fece soffrire due anni, e soffrire a segno che credetti d'impazzire. Mi disprezzò, mi derise atrocemente, mi dilaniò il cuore, poi ebbe pietà di me, si mostrò meno superba e meno feroce e finì per amarmi. Aveva vinto la greca, ma assai a caro prezzo.
L'arabo si passò la mano sulla fronte e sospirò.
—Ecco il caffè, disse Oòseir, arrestandosi.
Erano giunti dinanzi ad una grande capanna colle mura di mattoni cotti al sole, diroccate e col tetto acuminato coperto di ghérsc o paglia durissima.
Vi entrarono. Era occupato da una ventina di persone, parte Arabi, parte Nubiani e parte Sennaresi avvolti, nonostante il caldo, in candide farde o in grandi taub (mantelli) orlati di rosso. Alcuni erano sdraiati su tappeti scolorati e sfilacciati e fumavano silenziosamente nei loro scibouk di terra cotta e dorata; altri erano seduti su panche primitive o su vasi rovesciati e bevevano il merissak, specie di birra fatta con maiz fermentato, o centellinavano con voluttà sibaritica del vero moka fumante racchiuso in fiugiàn o vasetti senza manico.
In un canto, su di un angareb coperto di stuoie dipinte, stava sdraiato un greco di media statura dalla pelle chiara, occhi castani e grandi e una gran barba nera e ispida. Appena che scorse i due ufficiali scattò in piedi, movendo loro incontro.
—Olà! Abd-el-Kerim! gridò, gaiamente.
—Ah! sei tu, Notis! esclamò l'arabo stringendo vigorosamente la mano che l'altro gli tendeva.
—Avevo paura che tu non mi venissi incontro. Ira di Dio! Posso chiamarmi ancora fortunato.
—Avesti torto di supporre che non sarei venuto. Quanto tempo è che sei arrivato?
—Può essere una mezz'ora che ho lasciata la dahabiad (barca) di quel birbone d'Ibrahim. Ah! che viaggio noioso, amico mio! Sono arrostito nè più nè meno d'un montone. Come va, Oòseir?
—Come la può andare ad un uomo che fuma ed ozia tutto il giorno, rispose il basci-bozuk.
—Voi nei villaggi state sempre bene. Ehi! wadgi (caffettiere) portaci un vaso di merissak.
Il basci-bozuk e l'arabo si sedettero e tracannarono parecchie tazze di birra recate dal wadgi.
—Ebbene, Abd-el-Kerim, chiese Notis, come mai non mi chiedi nulla di mia sorella Elenka? Avresti, per caso, dimenticata la fidanzata?
L'arabo trasalì leggermente e sulla sua fronte si disegnò una ruga.
—Ah! perdona, Notis, rispose egli. La tua presenza, la gioia di rivederti, me l'avevano fatta dimenticare. Come sta la mia bella fidanzata?
—Ti porto, innanzi tutto, un monte di saluti e una botte di proteste amorose, disse Notis ridendo. La piccina sta sempre bene, ma smania dalla voglia di rivederti e ha sempre paura che tu la dimentichi o che una disgraziata palla ti colga.
—Ha torto di temere che io l'abbandoni. Dal primo dì che la vidi sempre l'amai e spero ritornare da lei fedele.
—Tu sai già come sono le donne che amano, e quando queste donne sono greche. Sono sempre gelose di tutti e di tutto, gelose persino del sole, dell'aria, della luce.
—Povera Elenka, mormorò l'arabo. Se il Profeta mi conserverà in vita, la farò… felice.
La sua fronte s'abbuiò e la fiamma vivace che brillavagli negli occhi si spense.
—Hai qualche funesto presentimento, Abd-el-Kerim? chiese il greco celiando.
—No, e spero di non averne mai. Sono fatalista come quelli della mia razza, e ciò basta per tranquillarmi anche nei più terribili momenti.
«Cambiando discorso, che si fa a Hossanieh?
—Si ozia sempre. Dhafar pascià senza i rinforzi che devono venire da Chartum non si metterà in campagna. Manchiamo totalmente di artiglierie e tu sai che senza queste non si possono affrontare i ribelli.
—Temo che i rinforzi arrivino molto tardi. La spedizione di Hicks pascià costò dodici milioni ed ora le casse sono vuote. E che nuove dal Sudan?
—Sempre tristi, Notis. Il Mahdi è più forte che mai e non so come lo vinceremo.
—Bah! fe' il greco, alzando le spalle. Non dò due mesi di vita a quel falso profeta. Aspetta che veniamo alle mani colle sue orde e tu le vedrai squagliarsi come neve al sole.
—Non illudiamoci, Notis, e non disprezziamo troppo quegli insorti che l'anno scorso hanno schiacciato completamente 8000 Egiziani di Yussif pascià e che hanno espugnato El-Obeid. Credi a me, abbiamo un osso duro da rodere.
—Ma coi cannoni e coi remingtons lo si roderà.
—Gli Egiziani hanno paura del Mahdi e dei suoi terribili guerrieri.
—Eh! via! Siamo in molti e bene armati.
—Ma disorganizzati. Allàh non voglia che noi abbiamo ad essere vinti: se veniamo rotti, neppure uno rientrerà in Chartum, te lo dico io, Notis. Non si darà quartiere a nessuno, nemmeno ai feriti.
—Abbiamo Hicks pascià che ci guida, Abd-el-Kerim.
—Peggio che peggio. Questi Inglesi non sono ben visti dagli Egiziani, la maggior parte dei quali ben si ricordano del bombardamento d'Alessandria e dell'eroico Arabi pascià. E poi, che conoscenza hanno del Sudan, gl'Inglesi?
—E Aladin pascià, non lo conti?
—Aladin è un comandante sottoposto agli ordini dell'inglese e dovrà curvare il capo per forza.
—A ogni modo si vedrà.
—E a Chartum che si dice della insurrezione? chiese Oòseir.
—Si ha paura che non la si possa domare, rispose Notis. Eppoi vi sono molti abitanti che parteggiano per il Mahdi, credendo realmente che egli sia l'inviato di Dio.
—Di già?
—Eh! fe' il greco, alzando una mano e facendo schioccar le dita. Vi sono in città dei partigiani del ribelle, i quali fanno proseliti su larga scala.
—Quel cane di Mohamed Ahmed è fortunato.
—E anche un grand'uomo, disse Abd-el-Kerim.
—Zitto, dissero improvvisamente alcuni arabi.
—Che c'è? chiese Notis, stizzito da quell'intimazione.
—Udite?…
Al di fuori si suonava un cembalo e tratto tratto s'udivano fragorosi battimani uniti alle grida di:
—Viva l'almea!
—Che succede? domando Oòseir, alzandosi.
—Pare che s'avvicini qualche almea, rispose Abd-el-Kerim. Stiamo qui che verrà a danzare.
—Se la popolazione applaude, deve essere una celebre almea, osservò Notis.
—È Fathma, la più bella danzatrice del Sudan, disse un arabo.
Il suono del cembalo s'avvicinava e si arrestò dinanzi alla porta del caffè. S'udì un fruscio di vesti di seta e un istante dopo una donna entrava nella stanza. I tre ufficiali saltarono in piedi mandando un grido d'ammirazione e di sorpresa.
La donna che entrava era una creatura di bellezza straordinaria, irresistibile, una di quelle creature nelle quali sembra che Dio abbia voluto dare un saggio della forza di bellezza, di seduzione e di incanto a cui può arrivare una donna. Poteva avere appena vent'anni, alta, robusta, vivace, dalle forme voluttuosamente tondeggianti e stupendamente sviluppate.
Era di colorito bruno, ma di un bruno caldo, con una testa superba, con grandi occhi neri, tagliati a mandorla, vivi, scintillanti come neri diamanti, sormontati da folte sopracciglia arcuate, labbra coralline, carnose, procaci che lasciavan vedere i candidi denti, che parevan purissime perle. Dal rosso tarbusch scendevano fluttuanti e profumati capelli che ricadevano come vellutato mantello sulle robuste spalle, tutti cosparsi di monetucce d'oro.
Vestiva una leggera gonnella di seta azzurra, ornata di frange d'oro, stretta mollemente sotto il petto da una ricca cintura tempestata di stellette d'argento e scendente fino ai calzoncini bianchi che le coprivano le gambe; un giubbettino rosso le racchiudeva armonicamente il turgido seno, e nascondeva i nudi e piccoli piedi in babbuccie di marocchino giallo. Gran copia di aurei cerchietti d'oro le rifulgevan attorno alle ignude, bellissime e tondeggianti braccia.
—Ah! l'ammirabile almea! esclamò Notis.
Infatti quella stupenda donna era un'almea araba. Le almee, sono danzatrici e cantanti sparse per l'Egitto e pel Sudan, che per la loro coltura e studiata grazia si considerano come il fiore delle donne egiziane. Esse conoscono le regole della poesia e sanno improvvisare e comporre canzonette e balli a seconda delle circostanze e prendono parte a tutte le adunanze di giocondità e a tutti i festini in cui esse sono sempre il principale ornamento. Formano la delizia delle giovani donne degli harem, alle quali insegnano tutte le moal o elegie che sanno, raccontano storie galanti o danno lezioni di ballo; assistono alle pompe matrimoniali precedendo il corteggio della sposa e seguono persino i funerali cantando moal lamentevoli, piangendo e dimostrando un tal dolore che qualcuno potrebbe credere che facciano ciò da senno e di cuore anzichè indotte dal prezzo della mercede.
L'almea, entrata nel caffè, dopo di aver salutato gli astanti con un sorriso affascinante e d'aver dispensato baci colla punta delle sue manine, s'avvolse in un azzurro velo.
Quasi subito entrò un giovane schiavo munito di un cembalo. Egli si assise in un canto e, dopo di aver suonato per qualche minuto, gridò:
—Nahbè ia (ecco l'ape!).
L'almea che aveva di già cominciato a danzare con brevi passi e flessuosi molleggiamenti sui fianchi facendo ondeggiare graziosamente il velo e tintinnare i cerchietti d'oro delle braccia, a quel grido si era subitamente arrestata, guardandosi attorno con profondo terrore.
—Ah! esclamò Notis. Eseguisce la danza dell'ape. Sta attento, Abd-el-Kerim, che merita di essere veduta.
L'arabo non lo udì nemmeno. Colla testa stretta fra le mani e i gomiti appoggiati sul tavolo, egli fissava l'almea con due occhi fiammeggianti. La sua faccia era visibilmente alterata, le sue labbra di quando in quando fremevano e grosse gocce di sudore scorrevangli sull'ampia fronte. Non respirava quasi più; lo si avrebbe detto pietrificato.
L'almea s'era messa allora ad agitare le braccia come cercasse di respingere l'ape che voleva punzecchiarla, atteggiando il suo superbo volto ad una grande angoscia, ed agitava il leggero velo azzurro con una varietà di movenze voluttuose. Talvolta si soffermava come spossata e i suoi occhi, che scintillavano d'un fuoco strano, selvaggio, si portavano su Abd-el-Kerim, il quale trasaliva come gli penetrassero in fondo all'anima.
La lotta contro la supposta ape durò per un buon quarto d'ora animata dall'incessante suono del cembalo, poi l'almea s'arrestò angosciata e smarrita, gettando un grido acuto di dolore. L'ape apparentemente le era penetrata fra le vesti e le faceva sentire l'acuto suo pungiglione.
Essa cercò di liberarsene, poi con movenze agili, vertiginose si mise a rigirare su sè stessa, abbandonandosi spossata fra le braccia dello schiavo.
Gli astanti scoppiarono in un grande applauso.
—Ira di Dio! esclamò il greco, battendo fortemente il pugno sul tavolo. Non ho mai visto una donna simile! È superba come un urì!
Abd-el-Kerim rialzò il capo, le sue mani si raggrinzarono rigando colle unghie la pelle dell'angareb e lanciò una torva occhiata sul greco.
—Lui! mormorò.
L'almea si era avvicinata a loro tendendo le mani. Abd-el-Kerim trasse una manata di piastre e gliele porse. Il sorriso che ne ebbe lo sconvolse.
Notis li guardò entrambi con sorpresa e sentì una ondata di sangue montargli alla testa nel sorprendere lo sguardo che si scambiarono e al sospetto che gli balenò in mente.
—Come ti chiami bell'almea? chiese egli sardonicamente.
—Fathma, rispose con nobile alterigia, la danzatrice.
—Tu sei bella! esclamò Oòseir, alzandosi. Tanto bella che io voglio posare le mie labbra sulle tue.
L'almea si trasse indietro. I suoi occhi s'infiammarono per l'ira e lo sdegno.
—Non toccarmi, diss'ella con tono di minaccia. Vi sono pugnali capaci di forare il petto anche a un basci-bozuk.
Volse bruscamente le spalle ed uscì dal caffè seguita dallo schiavo. Oòseir fe' atto di slanciarsi dietro a lei, ma due mani di ferro lo curvarono sull'angareb.
—Non muoverti, gli disse Abd-el-Kerim gravemente.
—Che ti salta in capo? chiese il basci-bozuk irritato.
—Non muoverti, ti ripeto.
—È forse la tua amante?
Il greco si levò coi capelli irti, guardando fissamente l'arabo.
—Tua amante! esclamò con voce strozzata. Ed Elenka? E mia sorella?
—Non aver paura, Notis, disse Abd-el-Kerim, pacatamente. È la prima volta che io vedo quella donna e sono incapace di tradire la mia fidanzata.
—Posso crederti?
—Lo devi credere.
—E allora, che importa a te se io voglio baciarla? chiese Oòseir.
L'arabo si tacque, non sapendo certamente che cosa rispondere.
—Hai forse paura che quell'almea mi pugnali.
—Ne sarebbe capace, disse un sennarese, che fumava lì vicino.
—La conosci tu? chiese Notis, con vivacità. Dove abita?
—Non so chi sia. È giunta a Machmudiech due giorni fa e si è subito fatta temere. Un barcaiuolo che voleva abbracciarla fu da essa pugnalato e precipitato nel Bahr-el-Abiad.
—È una jena quest'almea?
—Forse peggio, rispose il sennarese.
—E dove credi che sia andata ora? domandò Oòseir.
—Ho veduto di fuori il suo cammello. Deve essere partita in direzione di Hossanieh, giacchè parlava di volersi recare al campo egiziano.
Abd-el-Kerim che aveva prestato molta attenzione a quelle risposte, si levò in piedi come spinto da una molla.
—È notte diss'egli, con voce leggermente alterata.
—E che importa! esclamò Oòseir.
—Abbiamo da percorrere molta via prima di giungere a Hossanieh.
—Non avete dei mahari?
—I mahari non impediscono alle fiere di uscire dai loro covi. Andiamo, Notis, andiamo.
—Hai ragione, Abd-el-Kerim, rispose il greco alzandosi.
Gettarono una manata di parà al wadgi, cinsero le scimitarre che avevano deposte in un angolo e strinsero la mano al basci-bozuk.
—Addio, Oòseir, disse l'arabo.
—Buona fortuna, amici miei, rispose il basci-bozuk. Che Allàh e il Profeta tengano lontani i leoni e le iene.
Arabo e greco salutarono gli astanti e uscirono dal caffè.
CAPITOLO II.—L'almea.
Le tenebre allora erano calate. Al nord, sulla cima delle creste del monte Auli, appariva la luna la quale vedevasi spandere un incerto chiarore al di sopra delle oscure boscaglie del Gemanje, e in cielo salivano le stelle che riflettevansi vagamente sull'azzurra e placida corrente del Bahr-el-Abiad. Alcuni Sennaresi ed alcuni Arabi gironzavano ancora o sedevano in mezzo alle vie o a ridosso ai muricciuoli delle capanne, fumando nel scibouk o nei narghilèh.
I due ufficiali scesero verso la riva presso la quale galeggiava una dahabiad a sei remi montata da alcuni barcaiuoli. Vi entrarono e si fecero traghettare alla sponda opposta, sbarcando ai piedi delle foreste, i cui rami giganteschi e fronzuti si curvavano graziosamente sulle acque.
—Dove sono i cammelli? chiese Notis.
—A cinquecento passi da qui, rispose Abd-el-Kerim, distrattamente.
—Hai preso con te il mio schiavo Takir?
—No, l'ho lasciato al campo onde preparasse la tua tenda.
—Allora chi li guarda? Se tu gli hai lasciati soli non so se li troveremo ancora. Gli Arabi, amico mio, non sono fiori di galantuomini.
—Non aver timori, Notis. Gli ho affidati ad un sudanese di mia conoscenza.
S'arrampicarono sulla riva che veniva giù quasi a picco, tutta cosparsa di canneti e di enormi radici che s'intrecciavano confusamente le une colle altre e s'internarono sotto le oscure vôlte della foresta. Notis prese un sentieruzzo appena appena visibile, ed Abd-el-Kerim gli si mise dietro in silenzio e colla fronte aggrottata, come se un grave pensiero lo tormentasse.
Quanto il greco procedeva con passo spedito, altrettanto l'arabo camminava lento e come svogliato. Anzi quest'ultimo di tratto in tratto si fermava, voltavasi indietro e mirava con occhio triste e cupo le rive del fiume e i dintorni, tendendo attentamente l'orecchio.
Dopo una ventina di minuti, il greco scorse, semituffato fra le piante, una zeribak, specie di recinto formato da pali nei quali si radunano usualmente gli armenti per proteggerli contro gli assalti delle bestie feroci. Egli si arrestò, armando per precauzione il suo revolver.
—Olà, Abd-el-Kerim, dove siamo noi? chiese egli.
L'arabo che era lontano, non l'udì e per conseguenza non rispose. Notis si volse indietro e lo vide fermo in mezzo al sentiero che guardava fissamente le rive del Bahr-el-Abiad.
—Che può avere Abd-el-Kerim? mormorò egli. Poco fa, quando gli parlai di mia sorella era diventato gaio e pareva felice. Come ora è diventato triste? Si direbbe che ha lasciato qualche cosa a Machmudiech… si direbbe che s'allontana a malincuore.
Egli tornò indietro in punta di piedi e osservò minutamente il compagno. S'accorse che aveva gli occhi rivolti al villaggio e precisamente verso il caffè. Fece un gesto di sorpresa e fors'anco d'impazienza.
—Oh!… esclamò egli.
Uno strano lampo guizzò nei suoi neri occhi. Quasi nel medesimo istante Abd el-Kerim si volse. La sua faccia si alterò, atteggiandosi a meraviglia e a dispetto.
—Che vuoi, Notis? chiese egli colla maggior calma del mondo.
—Ho veduto una zeribak, rispose il greco con egual tranquillità.
—Non temere, che è quella del sudanese. Là vi sono i nostri mahari.
Notis non si mosse; aspettò che egli fosse vicino, poi gli chiese bruscamente.
—Che hai Abd-el-Kerim?
L'arabo lo guardò come cercasse leggergli negli occhi lo scopo di quella domanda.
—Tu guardavi fisso fisso Machmudiech, continuò Notis quasi distrattamente. Perchè?
—Bah! per curiosità.
—Ti dispiacerebbe per caso allontanarti da quel villaggio?
—Perchè, e l'arabo lo guardò ancor più attentamente e con sospetto.
—Non so, mi pareva…
—Non ho alcuna cosa che m'interessi a Machmudiech. Tiriamo innanzi, Notis, che è tardi. Dobbiamo fare più di 40 miglia per giungere a Hossanieh.
Essi si rimisero in cammino e giunsero vicini alla zeribak, in mezzo alla quale vedevansi sorgere due lunghe aste sostenenti uno stracciato vessillo egiziano.
Al primo fischio che mandò Abd-el-Kerim, un sudanese uscì, abbigliato con una semplice farda bianca gettata graziosamente su di una spalla e d'un tarabisc rosso sul capo.
—I mahari? chiese brevemente l'ufficiale.
—Sono pronti.
Entrarono nella zeribak, in mezzo alla quale stavano inginocchiati i due animali. Questi mahari o hadjin, meglio conosciuti per dromedari, sono cammelli riservati per le corse, docili come cani, più intelligenti dei cavalli, più sobri e più pazienti dei djemel o cammelli comuni, dal portamento nobile, altero, e che alla menoma pressione della guida legata all'anello incastrato nelle nari, vanno rapidi come il vento percorrendo persino settanta miglia al giorno. S'accontentano di un nulla, d'un pezzo di pane, d'un pugno d'orzo o di datteri o di un fastello d'erbe secche e spinose, e son felici quando l'arabo lascia a loro aspirare il fumo del scibouk prima che passi dalla cannuccia e doppiamente felici d'una parola affettuosa, d'una semplice carezza.
Il sudanese li aveva già insellati, accomodando sulla loro gobba una sella di pelle di montone cava nel mezzo e fornita dinanzi e di dietro di un pezzo di legno rotondo, posto orizzontalmente, che serve di appoggio al cavaliere, e appendendo ai loro fianchi i fucili remingtons, le borse di cuoio e le otri contenenti il cibo o l'acqua, viveri indispensabili in Africa, dove le città sono rarissime e i villaggi assai scarsi.
Nel mentre che il greco esaminava le cinghie della sua cavalcatura, Abd-el-Kerim con un cenno impercettibile chiamava a sè il sudanese.
—Hai veduto passare alcuno? chiese rapidamente e sotto voce.
—Sì, disse il sudanese.
—Chi?
—Due persone su di un mahari dal mantello fosco.
—Erano?…
—L'ignoro, ma una pareami una donna.
Abd-el-Kerim sussultò. La sua faccia, che poco prima era tetra, s'illuminò di un raggio di gioia. Con un gesto congedò il sudanese.
—In sella Notis, diss'egli.
I due ufficiali fecero inginocchiare i mahari emettendo un semplice khh! khh! sospirato e s'arrampicarono sulle gobbe sedendosi colle gambe incrociate.
—Allàh vi guardi, disse il sudanese,
—Ih! ih! gridò Notis.
I due mahari, obbedienti al segnale, uscirono dalla zeribak e partirono seguendo il sentiero che menava all'ovest, prendendo un lungo trotto, alzando e abbassando bruscamente la testa e la coda, andatura assai malagevole per chi non vi è abituato, il quale crede sempre di perdere l'equilibrio e per le continue e violenti scosse prova forti dolori al capo, dolori alle mani che si gonfiano e dolori alle reni che si pestano e pare che si spezzino.
L'oscurità allora erasi fatta assai più fitta, specialmente sotto la foresta, le cui grandi vôlte di verzura impedivano che trapelassero quasi i raggi lunari. Appena appena scorgevansi i colossali tronchi di tamarindi i cui rami flessibili sostenevano enormi quantità di frutta sei volte più lunghe che larghe e ripiene di una polpa molle e acida; le grandi camerope a ventaglio dal fusto cilindrico coperto di grosse squame regolari e coronate alla sommità da un magnifico ciuffo di trenta o quaranta foglie disposte a ventaglio; le acacie mimose alte come un olmo, sui cui tronchi risaltavano le grossissime bolle della preziosa gomma che trasuda; le palme deleb coi fusti rigonfi nel mezzo e tutti i centomila arrampicanti che s'attortigliavano come serpi attorno ai tronchi degli alberi e che s'arrampicavano sui rami formando spesso dei pergolati naturali veramente ammirabili.
I mahari eccitati dalla correggia dei cavalieri, che serve nel medesimo tempo di frusta, in meno di quindici minuti attraversarono la foresta, la quale stendesi in lunghezza, sì a destra che a sinistra del Bahr-el-Abiad, da Chartum fino ad Machadat Abu Zet, su due miglia o poco più di larghezza. Sbucati nelle grandi e aride pianure di Gemaije, animate solo da qualche gruppo di palme, da qualche acacia tisica e da miserabili tugul o capanne, allungarono il passo filando come giganteschi e silenziosi fantasmi verso gli ondulati terreni del sud, in direzione d'Hossanieh.
Notis che galoppava a pochi passi di distanza da Abd-el-Kerim, s'avvide subito che questi dava segni strani d'inquietudine della quale non sapeva ancora indovinare la cagione. Lo vedeva spesso rizzarsi in sella come volesse abbracciare maggiore orizzonte, spingere lo sguardo a destra, a manca e dinanzi, e talvolta fare un gesto quasi di scoraggiamento e di stizza. Più volte lo vide portare ambe le mani agli orecchi e piegarsi verso terra come uno che cerchi raccogliere qualche lontano rumore.
—Che mai può avere? andava chiedendosi il greco tormentando la correggia del mahari e figgendo sempre gli occhi addosso al compagno. Si vede che ha qualcosa che lo preoccupa ma cerca di nascondermelo. Quegli occhi fissi sul villaggio, anzi sul caffè, proprio in quel medesimo luogo ove danzò…. Potrebbe essere vero?…
Un terribile sospetto balenò nella mente di lui, sospetto che gli fe' gelare il sangue nelle vene e montare, nel medesimo tempo, una fiamma in viso. Un truce e sinistro lampo animò i suoi occhi che s'accesero come due carboni.
—Ah!… mormorò egli.
Trasse dalla sua borsa un pizzico di tabacco, lo arrotolò in un fogliolino di carta, ne formò una sigaretta che accese, malgrado la rapidità vertiginosa del mahari, mandò in aria tre o quattro boccate di fumo, e volgendosi verso Abd-el-Kerim:
—A che pensi cognato mio? gli chiese, affettando la massima noncuranza.
—A mille cose, rispose l'arabo.
—Tu pensi a mia sorella Elenka, Abd-el-Kerim, te lo dirò io.
L'arabo stette un momento muto, come non avesse capito.
—Non puoi ingannarti, rispose di poi. La fiamma che nasce nel cuore, non si spegne neanche in sogno.
—Ed io sai a chi penso?
—Leggere il pensiero dell'uomo non è dato che ad Allah e al suo profeta.
—Penso a quell'adorabile almea che vidi danzare a Machmudiech.
Sulla bruna pelle dell'arabo passò un fremito.
—A Fathma, articolò sordamente egli.
—Sì, a Fathma. Come la trovasti tu?
—Mi pareva avere dinanzi…
Voleva aggiungere una uri di Maometto, ma le parole gli morirono sulle labbra.
—Una bella donna, vuoi dire.
—Presso a poco. E come mai tu pensi a lei?
—Perchè?… Credo di non dir troppo, se ti confesso che i suoi occhi mi hanno affascinato e che la sua voce mi toccò il cuore.
Se fosse stato giorno Notis avrebbe potuto vedere le labbra dell'arabo contrarsi e la sua faccia diventare cinerea.
—Ah!… si sforzò di dire Abd-el-Kerim.
«Quella creatura ti ha morso il cuore?
—Di' invece che vi ha gettato una scintilla dentro.
—E questa scintilla sarebbe?
—D'amore.
L'arabo diede un sì violento strappo alla correggia che il mahari fu forzato ad alzare la testa. Notis se ne accorse.
—Che diavolo hai Abd-el-Kerim?
—Nulla, ho sostenuto il cammello che stava per inciampare contro un sasso.
—Uh! fe' il greco. Non so come un sasso possa trovarsi fra questi terreni.
La conversazione finì li. I due mahari che avevano per un istante rallentata la corsa, la ripresero più velocemente salendo e discendendo le colline cosparse d'erbe spinose chiamate dagli indigeni alfèh, arse dai cocenti raggi del sole equatoriale.
La pianura, rotta qua e là da radi ed intristiti palmizi e da qualche torrente pantanoso, andava allora allargandosi fiancheggiata all'est dalle selve che seguono il Bahr-el-Abiad nel tortuoso suo corso e all'ovest da piccole catene di montagne, dietro le quali giganteggiavano i monti Arab, Mussa, Scemela e Mantara.
A mezza notte avevano già percorso più di mezza via, e stavano per rallentare la corsa per dare un po' di riposo ai due animali, quando in lontananza scoppiò improvvisamente una detonazione.
Abd-el-Kerim a quello scoppio sussultò.
—Hai udito, Notis? chiese egli, staccando dalla sella il remington.
—Distintamente, amico mio, rispose il greco senza scomporsi.
—Può essere qualcuno che corre un pericolo.
—E può essere stato anche un cacciatore.
—È impossibile.
—E perchè di grazia? M'hanno detto che in queste contrade amano cacciare il leone e tu sai meglio di me che quest'animale non si caccia che di notte.
—Tuttavia…
—Aggiungi che siamo in un paese sollevato a rivolta e che le spie dei ribelli non di rado vengono a ronzare attorno agli accampamenti egiziani. Lascia Abd-el-Kerim, che colui che tirò la moschettata si appicchi.
L'arabo non rispose, però eccitò il mahari e si sollevò maggiormente guardando innanzi a sè. Fu appunto elevandosi che scorse un'ombra giallastra galoppare furiosamente per la pianura.
—Oh! oh! Sta in guardia, Notis, che abbiamo un leone vicino, diss'egli.
—Quando è così, credo che faremo bene ad armare i remingtons. Spero che il signore del deserto non ardirà d'assalirci. Eh!…
Una seconda detonazione risuonò in lontananza, poi una terza un momento dopo.
—Ah! Notis, non è un cacciatore! esclamò Abd-el-Kerim. Te lo dico io.
—Hai delle idee strane, quest'oggi. Ti commuovi per due o tre fucilate!
—Abbiamo dinanzi a noi un mahari, Notis.
—Ebbene, e che vuol dir questo?
—Non sai… lo monta una donna, un uri…
—Chi? Chi?…
—È Fathma!
—Il mio amore! Vola, Abd-el-Kerim! Accorriamo!
La faccia dell'arabo si sconvolse trucemente a quelle esclamazioni, però non disse parola alcuna, Montò il remington e sferzò il cammello curvandosi in sella.
I due mahari partirono come il vento e salirono una collina che impediva di scorgere la sottostante pianura. Un quarto colpo di fucile ruppe il silenzio della notte e così vicino, da credere che colui che l'aveva esploso fosse appena a un cinquecento metri dalle alture.
Quasi subito s'udì un terribile grido:
—Aiuto!… Aiuto!…
—Ah! qual voce! esclamò Abd-el-Kerim, Corri Notis, corri!
Giunsero sulla cima della collina, e di là videro rovesciati in mezzo alla pianura un cammello e un uomo che si dibattevano disperatamente fra le sabbie, e a pochi passi da loro una donna, la quale mirava un gigantesco leone che volteggiavale vertiginosamente attorno con salti mostruosi.
—Notis!… È Fathma! gridò Abd-el-Kerim.
Con un salto da tigre si precipitò di sella, s'inginocchiò e puntò il remington. Il colpo partì. Il leone ferito alla testa fece un balzo di quindici piedi, gettando uno spaventevole ruggito.
S'arrestò colla criniera irta che lo faceva parere due volte più grosso. Sfuggì alle moschettate di Notis e di Fathma e s'avventò contro l'arabo che aveva tratto l'jatagan.
L'urto fu terribile. Uomo e leone caddero al suolo, l'uno gettando urla selvaggie e l'altro ruggendo orrendamente.
Notis volò coraggiosamente in aiuto di Abd-el-Kerim, ma prima che potesse giungervi vicino, questi erasi già sollevato coll'jatagan lordo di sangue fino all'impugnatura, calmo, sorridente, e con un piede sul corpo del leone che era morto sul colpo.
—Sei ferito?… Tu mi fai paura!
—Non aver timore, Notis, disse Abd-el-Kerim. Il leone è morto senza che abbia avuto il tempo di toccarmi le carni.
—Tu sei stato pazzo assaltarlo coll'jatagan.
—In questa notte e in questo posto avrei lottato con dieci leoni.
Afferrò il suo mahari per la correggia e si diresse a rapidi passi verso Fathma che si era inginocchiata accanto all'uomo. Notis lo seguì.
—Es-selàm-alekom (la salute sia con te) disse l'arabo all'almea.
Fathma alzò il capo, lo guardò per alcuni istanti con quei due occhi che fiammeggiavano, si rizzò in piedi e tendendo la sua piccola mano verso di lui.
—Sei un eroe! gli disse.
—Grazie, Fathma.
L'almea gli si avvicinò ancor più.
—Ah! tu sei quello che vidi a Machmudiech.
—Non t'inganni. Ecco qui il mio compagno.
—Allàh vi compensi del bene che mi avete fatto. Senza di voi sarei a quest'ora morta.
—E della tua morte non me ne sarei giammai consolato, adorabile creatura, disse galantemente Notis.
L'almea crollò il capo e un sorriso sfiorò le sue labbra, ma parve un sorriso amaro, forzato e forse anche ironico.
—Dove ti rechi? le chiese l'arabo.
—Al campo d'Hossanieh.
—Come noi. Mi pare che il tuo mahari e il tuo schiavo sieno morti,
—Il leone li ha uccisi.
—Vuoi salire sul mio mahari? È un animale forte e le mie braccia sono capaci di sostenere il leggero tuo corpo. Vi starai come in un angareb.
—E perchè no sul mio? domandò Notis.
—L'eroe è sempre più forte, disse l'almea.
Il greco aggrottò la fronte e strinse le pugna con dispetto.
—Ah! mormorò egli. Eroe!… Lo vedremo, Abd-el-Kerim!
L'arabo salì sul mahari, allungò le braccia all'almea e la trasse in groppa, facendola sedere sulle proprie ginocchia e circondandola delicatamente colle braccia. Notis da canto suo s'accomodò sulla sella del suo animale.
—Va, mio nobile amico, disse Abd-el-Kerim, prendendo la correggia a facendola fischiare nell'aria. Tu sei abbastanza forte per portarci entrambi.
I mahari ripigliarono la disordinata loro corsa in mezzo alla pianura, divorando la via con crescente rapidità.
Fathma, abbandonata fra le braccia dell'arabo che talvolta se l'accostava al petto in modo da sentire i battiti del suo picciol cuore, non diceva parola. Solo di tratto in tratto girava la testa verso colui che la reggeva, figgeva i suoi neri e grandi occhi sul di lui volto, e le sue labbra coralline aprivansi a un sorriso affascinante.
Abd-el-Kerim, nel sentirla appoggiata così mollemente sulle ginocchia, nel sentire la lunga e nera capigliatura sferzargli il volto, e talvolta circondare e arrestarsi intorno al suo collo, nel respirare l'ardente alito di lei, nel guardarla, provava delle emozioni così strane, così voluttuose, così dolci, che parevagli talvolta di sognare. Il sangue gli montava alla testa e gli circolava più rapido nelle vene, il cuore battevagli febbrilmente, i suoi occhi si fissarono involontariamente su lei, e, per quanto facesse, non riusciva a staccarneli.
In mezzo a quelle emozioni che a poco a poco facevansi più forti, l'immagine abbagliante della fiera Elenka s'oscurava, sfumava, scompariva. Persino l'immagine di Notis s'abbuiava e cancellavasi, e a segno che l'arabo credevasi di essere solo con Fathma a percorrere la pianura.
—Fathma, disse d'un tratto egli, con una voce nella quale suonava un accento infinitamente accarezzevole.
L'almea, nell'udirsi chiamare, si scosse e volse il capo verso di lui.
—Fathma, dove andrai quando saremo a Hossanieh?
—Perchè? chiese ella.
—Perchè?… Ma…
—Ti interesserebbe forse il saperlo?
L'arabo sussultò e ammutolì.
—Rimarrò in Hossanieh.
Abd-el-Kerim la trasse vivamente sul petto. Egli si chinò verso di lei, come volesse dirle qualche cosa, ma non ne ebbe il tempo.
—Abd-el-Kerim! gridò Notis in quell'istante.
L'arabo tremò e si volse indietro come se una vipera l'avesse morso.
—Siamo in vista del campo!
Un profondo sospiro uscì dalle sue labbra.
CAPITOLO III.—I due rivali.
Il campo egiziano era piantato in una pianura aridissima, solcata però qua e là da piccoli ruscelli e sparsa di antichi bir o pozzi, a pochi passi dalle ultime capanne o tugul del villaggio d'Hossanieh. Si componeva di un trecento tende, disposte su tre ordini, che si piegavano cingendo la gran tenda del pascià sulla quale sventolava la bandiera egiziana, e quelle inferiori ma non meno elevate, degli ufficiali.
Ottocento uomini, la maggior parte dei quali nubiani e sennaresi, con pochi pezzi d'artiglieria e una compagnia di basci-bozuk a cavallo, erano tutti quelli che occupavano il campo, sotto il comando di Dhafar pascia, uomo agguerrito ed intrepido che conosceva a menadito e l'Hossanieh e il Sudan, e che si era proposto di raggiungere, nonostante che il paese fosse battuto da numerose orde del Mahdi, l'esercito di Hicks e di Aladin pascià che operava verso El-Obeid, la capitale del Kordofan.
I due mahari, appena che ebbero fiutato la vicinanza dell'accampamento, s'affrettarono ad allungare il passo, sicché pochi minuti dopo arrivarono alle prime sentinelle, le quali conosciuto in coloro che li montavano due ufficiali, li lasciarono passare senza dare l'allerta né chiedere chi fossero.
Abd-el-Kerim s'arrestò dinanzi alle ultime capanne d'Hossanieh.
—Dove vai, Fathma? chiese egli all'almea.
—A quella casipola che vedi laggiù sull'orlo di quel campo di durah, rispose Fathma con voce dolce. Non occorre che tu mi accompagni, il leone che uccise il povero Daùd non mi minaccia più.
Notis era disceso da sella e si era avvicinato al mahari dell'arabo. Egli tese ambe le mani, sulle quali s'appoggiarono i piccoli piedi dell'almea, tanto piccoli da muovere ad invidia quelli delle chinesi, e la depose a terra.
—Ci rivedremo ancora, adorabile creatura? domandò il greco.
Un sorriso leggiadro sfiorò le labbra di Fathma.
—Se Allàh lo vorrà, rispose ella.
—Proverei gran dispiacere se tu avessi a scomparire per sempre.
—Ah!…
—Sei bella, Fathma.
—Non te lo domando.
—Sei più bella delle urì del paradiso. Ed io…
L'almea gli lanciò un'occhiata fulminea e aggrottò la fronte.
—Notis, disse l'arabo gravemente.
Il greco, che stava allungando le braccia verso l'araba, si arrestò.
—Allàh ybàrek fik, (Iddio ti benedica) disse Fathma, alzando le mani verso Abd-el-Kerim.
Si gettò la carabina ad armacollo, s'avvolse nel suo bianco taub e s'allontanò con passo rapido, con andatura fiera e maestosa facendo tintinnare graziosamente le numerose anella che ornavano le sue braccia.
—Per Allàh! esclamò Notis quasi con collera. Non ho mai trovato in vita mia un'almea simile. Da quando una donna che va a danzare pegli accampamenti, torce il viso per una parola melata?
—Ti sorprende forse? chiese Abd-el-Kerim, con un tono di voce sotto il quale sentivasi una leggiera vibrazione ironica.
—E sfido io!
—Fathma, non è un'almea comune.
—E nondimeno s'abbandonò fra le tue braccia. Ah! Abd-el-Kerim tu sei fortunato.
—Perchè?
—Avrei pagato mille piastre per sentirmela pur io adagiata sulle mie ginocchia, colla sua testolina appoggiata sul mio petto.
—Sei pazzo, Notis. Saresti per caso innamorato morto di lei?
—Non ti pare che sia bella?
—Più bella di tutte le donne che vidi da venticinque anni a oggi.
—Anche più bella di mia sorella Elenka?…
L'arabo preso alla sprovveduta si turbò e non rispose.
—Ah! fe' il greco ironicamente. Elenka adunque la trovi inferiore a quell'almea, tu, l'innamorato, il fidanzato di mia sorella.
—Tu discorri senza riflettere, disse Abd-el-Kerim, rimettendosi prontamente, come vuoi che io, che adoro Elenka, trovi che un'altra donna, che non mi interessa nè punto nè poco, la sorpassi in bellezza! Hai torto di dubitare di me.
—Sono pazzo, amico mio, lo so, a dubitare di te. Orsù, riparliamo di Fathma.
—Come vuoi Notis.
—Sai innanzi a tutto chi è e da dove venga?
—L'ignoro. So che chiamasi Fathma e nulla di più. E perchè queste domande.
—Perchè sono innamorato cotto di quella bella danzatrice.
—Di già? Corri come un mahari dei più rapidi, disse l'arabo sforzandosi a far parer calma la sua voce che invece tremavagli.
—Sento qui, nel cuore, una fiamma che comincia ad ardere. È fiamma d'amore, e temo che prenderà fra non molto proporzioni gigantesche.
L'arabo alzò Le spalle e cercò di sorridere, ma senza riuscirvi.
—Se non vi eri tu, ti giuro, Abd-el-Kerim, che avrei stampato sulle sue piccole labbra un gran bacio. Ma la ritroverò e sola.
Una fiamma balenò negli occhi di Abd-el-Kerim, ma una fiamma d'ira e di sdegno. La sua fronte s'increspò e le sue mani si posarono sui calci del revolver.
—Sta in guardia, Notis! diss'egli con accento cupo.
—Credi che io abbia paura di una donna?
—Chi sa! Potrebbe darsi che su quella donna brillasse una scimitarra!
Il greco rimase di stucco, guardandolo cogli occhi stravolti. Mai aveva udito parlare Abd-el-Kerim con quel tono cupo e minaccioso e in quel modo. Credette di aver compreso male.
—Una scimitarra, hai tu detto? chiese egli.
—Sì, e la scimitarra di un uomo che ha il braccio di ferro.
—Avrei forse un rivale? Abd-el-Kerim, tu sai qualche cosa e cerchi nascondermelo.
—Non so nulla.
—Tieni a mente che io amo di già Fathma come tu ami Elenka, e forse io l'amo più ancora di te.
—Zitto, Notis, non parliamone più. È tardi, e io ho sonno.
—Eh! per Allàh! Vorrai bene dirmi qualche cosa prima.
—Non mi caverai una parola di bocca nemmeno colle tenaglie. Buona notte, amico mio. Vado a dormire nella mia tenda e tu va nella tua che trovasi a pochi passi da quella del pascià.
L'arabo non aggiunse una sillaba di più e lasciò lì Notis, dileguandosi fra le tenebre col suo mahari.
—Un rivale! esclamò il greco con mal repressa ira. E chi potrebbe mai essere?
Rimase un istante lì, pensieroso, cupo, tormentando l'impugnatura della scimitarra, poi si cacciò in mezzo alle tende e ai fasci dei moschetti, traendosi dietro il suo animale. Dopo dieci minuti s'arrestava dinanzi alla sua tenda, sulla cui entrata russava un nubiano colossale del più bel nero.
Lo svegliò, gli affidò il mahari e si gettò sulla coperta, dopo aver acceso un sigaretto. Il suo pensiero volò subito dietro all'almea.
—Ho un bel dire che quell'adorabile creatura diverrà mia, mormorò egli, ma ho certi timori dei quali, mi pare che io dovrei tener conto. Non so, ma Abd-el-Kerim mi ha parlato in una certa maniera, con un tono così grave, così strano che mi dà da pensare seriamente. Se non fossi sicuro che egli ama alla pazzia Elenka, quasi, quasi, direi che egli parlava con rabbia, che parlava come fosse mio rivale.
«Come mai egli mi ha parlato di una scimitarra che brilla su Fathma? Ciò vuol dire che vi è qualcuno che veglia sull'almea, è chiaro, chiarissimo. E chi potrebbe mai essere quest'uomo? Che abbia egli spifferato questa minaccia per indurmi a starmene lontano da quella donna?
«Se è vero questo, hai sbagliato Abd-el-Kerim. Gli occhi di Fathma si sono impressi nel mio cuore in modo tale, che nessun altro amore sarebbe capace di velarli. Vi è una fiamma che arde nel mio petto, fiamma appena accesa e che è di già immane!…
Egli si levò a sedere e guardò attorno. Gli parve vedere ovunque degli occhi fiammeggianti che lo fissassero: gli occhi dell'almea. Scattò in piedi come spinto da una molla, staccando la sua carabina.
—Egli mi ha parlato di un rivale, diss'egli con ira. Andrò ad assicurarmene e guai a lui, se lo trovo ronzare nei dintorni della casupola!…
Saltò via il nubiano che era tornato ad addormentarsi, e uscì con passo silenzioso. Si guardò attorno sospettosamente, ma non vide che i soldati di guardia che vigilavano accanto ai fuochi. Tese gli orecchi, ma non udì che il fragoroso russar dei negri che dormivano sotto le tende e il sibilo del vento che agitava gli stendardi infioccati.
—Tutti dormono, mormorò egli. A noi due, o mio incognito rivale!
Attraversò il campo e s'arrestò alle prime capanne di Hossanieh. Si gettò a terra per non esser visto da alcuno, e si mise a strisciare lentamente, senza fare più rumore di un serpente, tenendosi nascosto dietro le macchie di mimose. Ben presto si trovò nei pressi della casupola di Fathma, un'abitazione col tetto di paglia e le pareti di legno fiancheggiata da una rekùba, sorta di tettoia sostenuta da pali, sotto la quale si riposano ordinariamente i cammelli ed i viaggiatori.
Si alzò e guardò attentamente dinanzi, di dietro, a dritta e a manca, ma non vide anima viva ronzare all'intorno. Alzò gli occhi verso le finestre, ma le vide oscure e socchiuse. Respirò.
—Che mi abbia ingannato? E con quale scopo? mormorò.
Fece il giro della casupola per due o tre volte, e stava per allontanarsi, quando vide un'ombra che moveva verso quella volta. Impallidì e afferrò rapidamente la carabina.
—Il rivale! esclamò egli con voce sorda.
Esitò, poi si cacciò sotto la rekùba e guadagnò, senz'essere stato scoperto, una macchia di leguminose arborescenti nascondendovisi nel mezzo.
—Chi sei? chi sei tu, che vieni a disputarmela? si chiese egli.
L'individuo che veniva innanzi in punta di piedi, e spesso girava la testa attorno come un uomo che teme di essere scoperto, era alto dal portamento svelto, vestito da ufficiale, ma con una bianca farda avvolta attorno il petto. Una carabina pendevagli da una spalla e portava in una mano un oggetto allungato, che Notis non giunse bene a distinguere.
Egli si fermò dinanzi la rekùba e stette lì immobile, guardando le finestre della casupola, poi girò e rigirò parecchie volte attorno, tornò a fermarsi, prese l'oggetto allungato che era una rabâda, sorta di chitarra e trasse alcuni suoni melanconici, flessibili.
—Ah! esclamò Notis, sardonicamente. Si vede che il mio rivale non manca di buon gusto. Per Allàh! Egli vuol fare una serenata sotto le finestre della bella con la chitarra. Guardati! Potrebbe darsi che io irrigidissi le tue dita con una palla del mio remington.
In quell'istante quell'uomo si pose a cantare. Alla prima sillaba Notis fe' un balzo guardando trucemente il cantore.
—Sogno io forse? si chiese egli.
La canzone continuò, cadenzata, dolce. Notis tremò tutto e sentì i capelli rizzarglisi sulla fronte.
—Abd-el-Kerim! Abd-el-Kerim!…
La voce gli si soffocò. Una grossa nube gli passò dinanzi agli occhi.
—Ah! traditore!…
Alzò il remington, l'armò e mirò Abd-el-Kerim che continuava a cantare frammischiando alla sua canzone il nome di Fathma. Dopo qualche secondo l'abbassò.
—E mia sorella? E la povera Elenka? E la sua fidanzata?… Ah! miserabile!… Eri tu quel rivale di cui mi parlavi! Ma da quando?… Come?… Come è possibile che egli abbia obbliata mia sorella?… Tuoni di Dio!…
Per la seconda volta alzò il remington e per la seconda volta l'abbassò.
Un freddo sudore scorrevagli abbondantemente per la fronte e un tremore fortissimo agitava le sue membra. Impeti di ira lo assalivano e sentivasi spinto da una pazza voglia di fare, con una palla di fucile, scoppiare la testa all'arabo. Tuttavia non si sentì capace di puntare per la terza volta il remington e d'assassinare il traditore.
Alzò la testa come se avesse preso una pronta risoluzione, e si mise a strisciare, a carpone, fino a che ebbe raggiunta una piantagione di durah. Di là camminò sempre senza produrre il menomo rumore, fino sulla via che menava agli avamposti del campo, imboscandosi dietro a una macchia d'alte erbe spinose.
—Passerai di qui, Abd-el-Kerim, disse con accento minaccioso. Ti affronterò.
L'arabo cantava sempre, con maggior dolcezza, con tono più malinconico, e ogni volta che pronunciava il nome dell'almea, il greco sentivasi il sangue accendere e il cuore battere più precipitosamente. Tutti i colori dell'arcobaleno passavano uno per uno sulla sua faccia tetra.
Cominciava all'oriente a biancheggiare, quando Abd-el-Kerim si tacque. Notis lo vide aggirarsi per qualche tratto attorno alla casupola, colla testa sempre alzata verso le finestre che si tenevano ostinatamente chiuse, poi raccogliere la carabina e prendere la via del campo. Un beffardo sogghigno sfiorò le sue labbra collericamente strette.
L'arabo s'avvicinava a rapidi passi e pareva pensieroso e scoraggiato. Quando fu a pochi metri di distanza, Notis balzò fuori e gli si presentò dinanzi come una spaventevole apparizione.
—Alto là, Abd-el-Kerim!… gl'intimò brutalmente.
L'arabo nel vederselo lì, colla testa alta, in una posa minacciosa, fece un salto indietro portando involontariamente la mano sull'impugnatura dell'jatagan. Impallidì orribilmente e fece un gesto di sorpresa e di spavento.
—Notis! esclamò egli, con un fil di voce.
—Sì, proprio Notis, il fratello di Elenka, della tua fidanzata, rispose il greco con ira mal repressa.
Essi stettero a guardarsi in silenzio, ma cogli sguardi provocanti.
—Che facevi, Abd-el-Kerim, sotto le finestre di quella casupola? chiese Notis, ironicamente.
—Avevo la febbre indosso e sono andato a passeggiare per le vie d'Hossanieh.
—Tu menti, Abd-el-Kerim!
L'arabo si turbò e tornò ad impallidire, ma più per la collera che per la paura.
—Te lo dirò io, giacchè tu nol sai, che facevi, disse Notis, alzando la voce. Tu suonavi la rabâda e cantavi una canzone d'amore.
—E che ci trovi di strano?
—Ma disgraziato, non sapevi adunque che tu cantavi sotto le finestre di Fathma?
—Ebbene?… chiese Abd-el-Kerim con calma.
—Ciò vuol dire che quel rivale di cui mi parlavi sei tu, tu, Abd-el-Kerim!
—Follie.
—Tuoni di Dio, non mentire! Tu cantando pronunciavi il nome dell'almea!
—Ah! tu sai questo?…
—Abd-el-Kerim, rammentati di mia sorella Elenka. Ella è greca.
—Ma il Corano…
—Non parlare di Corano, nè di poligamia. Elenka non avrà che un marito o tu non avrai che una moglie. Il Profeta udì i tuoi giuramenti.
—Elenka!… Elenka!… balbettò l'arabo.
—Saresti capace tu di dimenticarla per Fathma?
—Non parlare d'Elenka, Notis, disse l'arabo sordamente.
Il greco fece tre passi indietro e alzò la mano verso di lui.
—Abd-el-Kerim! disse egli gravemente. Sta in guardia!…
—Notis!…
—Sta in guardia! È l'ultima mia parola!
Il fratello d'Elenka lo mirò per un minuto cogli occhi scintillanti, poi gli volse le spalle e s'internò in mezzo al campo di durah.
CAPITOLO IV.—Nel mezzo di un bosco.
Quando Abd-el-Kerim giunse agli avamposti il sole cominciava a far capolino fra le gigantesche foreste del Nilo e il campo a svegliarsi. Qua e là, dalle tende, uscivano soldati sbadigliando e stiracchiandosi le membra intorpidite; alcuni si affacendavano a pulire o a insellare i loro briosi cavalli che caracollavano nitrendo; altri alzavano i mahari o i cammelli conducendoli ai pozzi per abbeverarli, e altri ancora accendevano i fuochi pel rancio del mattino, o portavano legne, o portavano paglia, o facevano un po' di pulizia, o lucidavano i fucili, gli jatagan o le daghe, o i cannoni. Dappertutto vedevansi ufficiali andare e venire, scintillanti per gli ori, affannarsi a portare o a dare ordini, a cambiare le sentinelle, a radunare le compagnie per farle manovrare; dappertutto udivasi un cicaleggio allegro, canzoni monotone e cadenzate, voci che salmodiavano i versetti del Corano accompagnate dalla voce nasale dei muezzin d'Hossanieh che percorrevano il campo, e ragli d'asini, e nitriti di cavalli e muggiti di buoi.
Abd-el-Kerim, colla faccia aggrondata, pensieroso, taciturno, attraversò la triplice fila di tende e andò a sedersi vicino alla sua, su di un tronco di palmizio atterrato, prendendosi la testa fra le mani.
Il povero arabo sentivasi tutto scombussolato dagli avvenimenti della notte e come ammalato. Una terribile lotta fervevagli nel cuore, lotta gigantesca nella quale si cozzavano furiosamente due passioni egualmente grandi: l'amore per la bella Elenka alla quale gli aveva giurato fedeltà e l'amore per Fathma, l'incomparabile creatura dagli occhi di fuoco che l'aveva suo malgrado affascinato.
Egli trovavasi per così dire equilibrato fra due abissi in uno dei quali tendeva le braccia la greca e nell'altro l'araba, due abissi che sì l'uno che l'altro l'attiravano, due abissi che gli mettevano le vertigini entrambi.
Aveva un bel dire che a Elenka aveva promesso la sua mano, aveva un bel dire che Elenka aveva gli occhi neri e pieni di fuoco, che Elenka era bella, che Elenka era incomparabile, divina, ma non riusciva a scacciare nè a eclissare dalla sua mente le fiera figura dell'almea, nè sapeva cancellare, nè estirpare quegli occhi che in certo qual modo erano impressi vivamente nel suo cuore o che lo tormentavano come fossero due carboni accesi collocati sulle sue carni.
Invano cercava di frapporre fra sè e l'almea delle tenebre, invano ritorceva i suoi sguardi portandoli su Elenka, invano mormorava il caro nome della greca, invano sforzavasi di frenare i tumultuosi battiti del suo cuore, invano richiamava alla mente le sinistre e minacciose parole di Notis. Egli vedevasi sempre dinanzi la superba immagine dell'almea col fucile in mano, come l'aveva veduta in mezzo alla pianura puntare calma e terribile il leone che volteggiavale d'intorno; parevagli di sentirsela ancora fra le braccia col capo appoggiato dolcemente al suo petto, trasportato sul dorso del veloce mahari coi capelli neri e profumati attorcigliati al collo; parevagli di ascoltare il debole suo respiro, il battere del suo cuoricino, il fremito delle sue membra, e provava emozioni violente, sconosciute, ignote, voluttuose, e sentivasi il sangue turbinare più rapido nelle vene, un fuoco strano accendersegli nel petto, fuoco che mettevagli la febbre indosso, fuoco che prendeva proporzioni gigantesche, che divorava e la memoria di Elenka e quella di Notis.
—Fathma! Fathma! mormorò egli sospirando. Tu hai fatto nascere nel mio cuore una passione che cancellerà quella della povera Elenka! Una passione che mi mette paura, una passione che mi fa tremare!…
Si levò dal tronco d'albero girando uno sguardo indagatore sul campo come se cercasse di scoprire colei che avevagli acceso in petto una scintilla d'un amore sconfinato. I suoi occhi si fissarono su d'un uomo, un capitano dei basci-bozuk, che lo guardava sorridendo quasi beffardamente.
—Olà, che diamine te fai qui, solo soletto e pensieroso, gli chiese il capitano, incrociando le braccia sul petto con aria comica. È un bel pezzo che sono qui a guardarti, curioso di sapere come l'avresti finita.
—Ah! Sei tu, Hassarn? disse Abd-el-Kerim, ricomponendo la faccia tetra.
—In carne e in ossa, amico mio, rispose il capitano.
—Che vuoi da me?
—Che m'accompagni alle foreste del Bahr-el-Abiad per far ritornare quella compagnia di basci-bozuk, che abbiamo lasciato in un zeribak. Sono stati segnalati dei ribelli, e non vorrei che quei poveri diavoli venissero qualche notte massacrati.
—Ah!… Sono con te, Hassarn.
—Prendi la tua carabina e affrettiamoci a metterci in cammino. Viaggiare di notte in simili tempi non è prudente.
Abd-el-Kerim esitò, poi raccolse la carabina che aveva posata sulla palma e seguì senza dir sillaba Hassarn, che si era già messo in cammino. Si fermò venti volte prima di uscire dal campo, ora guardando il villaggio d'Hossanieh e precisamente la casupola di Fathma e ora la tenda del greco ermeticamente chiusa.
Il capitano dei basci-bozuk prese un sentiero aperto in mezzo a un campo di dùrah che conduceva alle grandi foreste del Bahr-el Abiad; Abd-el-Kerim gli si mise dietro, ma senza quasi sapere ove andasse e col pensiero fisso a tutt'altra cosa che alla compagnia dei basci-bozuk.
—Ehi! Abd-el-Kerim, gli chiese Hassarn, dopo qualche tratto di cammino. Che diavolo hai che sei muto più d'un pesce?
—Nulla, rispose l'interpellato seccamente.
—Penseresti per caso, a quella bella ragazza che hai condotta questa notte nel campo?
Abd-el-Kerim trasalì e lo guardò sorpreso.
—Come sai tu questo?
—Bah! fe' Hassarn, alzando un braccio come uomo che la sa lunga. Credi tu che escano ed entrino nel campo persone senza che io lo sappia? Ti dirò che tu sei arrivato in compagnia di Notis e che la bella almea riposava fra le tue braccia. Dove sei andato a pescare quella urì?
—La trovai venendo da Machmudiech, nel momento che un leone stava per assalirla. Perdette lo schiavo e il cammello, perciò la feci salire sul mio.
—Sulle tue braccia, corresse maliziosamente Hassarn.
—Come vuoi.
—E tu uccidesti il leone?
—Puoi immaginartelo.
—Sfido io! Si trattava di far vedere la propria valentìa dinanzi a Fathma.
—Fathma? La conosci forse tu?
—E da molto tempo, Abd-el-Kerim.
—Chi è? da dove viene? Dove va?
—Corri come i miracoli di Mohammed. Ti dirò innanzi a tutto che è un'almea dagli occhi che paiono diamanti neri, dai piedi lunghi come un petalo di rosa e che ha le mani più piccole di una urì del Profeta.
—Lo so, e poi?
—E poi non ne so di più. Ti interessa molto quell'adorabile creatura?
—Molto, rispose Abd-el-Kerim con slancio appassionato.
—Oh! esclamò Hassarn. Avresti per caso dimenticata la bella Elenka?
—Non parlarmi di lei, Hassarn.
—Bada, che Elenka è una iena.
—Ed io un leone! rispose fieramente l'arabo.
Il capitano gli si avvicinò e ponendogli amichevolmente una mano su di una spalla:
—Abd-el-Kerim, disse. Tu questa notte hai avuto di che dire con Notis.
—Mi spiasti, Hassarn?
—Il campo ha orecchi e occhi. Se non vuoi dirmelo tu, ti dirò che ronzavate tutti e due attorno a una casupola e che questa casupola era l'abitazione di Fathma, poichè fu vista entrare. Sareste rivali?
Abd-el-Kerim non rispose. Egli era diventato improvvisamente cupo.
—Non rispondi, ma leggo nel tuo cuore come legge il Profeta e forse più, Abd-el-Kerim.
—E che leggi?
—Amore, amore e amore per…
—Per chi?
—Per Allah! Amore per Fathma!
—Zitto imprudente, mormorò l'arabo guardandosi sospettosamente attorno.
—Confessi adunque che io lessi giusto.
—Non posso negarlo. Amo Fathma.
—Ed Elenka? E Notis?…
—Cancello l'una e aborro il secondo che minaccia diventare mio rivale!
L'arabo fece un gesto di spavento. Avrebbe voluto riafferrare e ricacciare in gola quelle parole uscitegli imprudentemente dalle labbra. Sentì una fitta al cuore; chinò il capo sul petto e sospirò.
—Povero Abd-el-Kerim! esclamò Hassarn.
—Non compiangermi!… Ah!…. Se tu sapessi qual lotta ferve nel mio cuore! disse ferocemente l'arabo. Quale mai delle due?
—Tu pensi ancora ad Elenka, adunque?
—Forse. Non so, per quanto mi sforzi, non riesco a cancellarla totalmente. L'ho sempre dinanzi agli occhi, bella, divina…. Eppur non l'amo!
D'un tratto si arrestò, afferrando bruscamente la carabina. Erano allora arrivati sul limitare della grande foresta che si estendeva a perdita d'occhio dal sud al nord, seguendo il tortuoso corso del Bahr-el-Abiad.
—Che hai? gli chiese Hassarn, armando per ogni precauzione una pistola.
—Abd-el-Kerim si guardò d'attorno con circospezione, figgendo l'acuto suo sguardo sotto gli alberi che strettamente uniti toglievano quasi la vista.
—Mi sembrò d'aver udito un fruscio fra i cespugli, disse poi.
—Sarà stato qualche scimiotto. Tu sai che in queste foreste abbondano.
—Che ci sia qualche spia?
—Potrebbe darsi. Il Mahdi ha della gente coraggiosa, che non ha paura di avvicinarsi agli accampamenti egiziani.
L'arabo fece cenno al capitano di tirar innanzi, continuando a guardarsi d'attorno e aprendo con precauzione i cespugli. Dopo dieci minuti essi giunsero ad una specie di zeribak, nell'interno della quale stava accampata una compagnia di basci-bozuk a piedi.
Il sergente che la comandava si fece loro incontro.
—Che nuove? chiese Hassarn.
—Nessuna, rispose il sergente. I ribelli fino ad ora non si sono spinti fin qui ma…. non avete incontrato nessuno? Ho veduto….
—Chi? domandò Abd-el-Kerim.
—Una apparizione.
—Spiegati per Allàh! esclamò Hassarn, mosso in curiosità.
—Che so io? Ho veduto passare un fantasma, vestito stranamente, e che potrebbe darsi che fosse un ribelle. È passato or ora a cento passi da qui.
—Oh! oh! fe' Hassarn. Chi può essere mai? Abd-el-Kerim, sei in vena di accompagnarmi, intanto che i basci-bozuk fanno i bagagli?
—Ho la mia carabina e ciò basta. Ti seguirò fino al deserto di Korosko, se tu lo vuoi.
—Basta così. Tu sergente fa levare il campo e se non ci vedi tornare, incamminati per Hossanieh. Potrebbe darsi che noi tardassimo assai e che prendessimo un'altra via.
Arabo e turco volsero le spalle alla zeribak, internandosi nella foresta, seguendo un sentieruzzo appena visibile pel quale era passato il fantasma. Avevano tutte e due le ali ai piedi come se si trattasse di inseguire qualche persona più che importante.
—Chi può essere mai questo fantasma, si chiedeva Hassarn. Che sia qualche capo di ribelli?
In quell'istante Abd-el-Kerim, che camminava innanzi, tornò ad arrestarsi, urtando bruscamente il turco che gli veniva dietro.
—Fermati, per mille demoni! esclamò egli con voce alterata.
—Che hai veduto? chiese Hassarn sorpreso.
—Zitto!…
In lontananza si udiva il suono del tamburello che l'eco delle foreste ripeteva distintamente. Abd-el-Kerim impallidì come un cadavere.
—Odi Hassarn? domandò egli con un filo di voce.
—Sì, che odo. Deve essere qualche arabo che suona il tamburello.
—No, non è un arabo! esclamò vivamente Abd-el-Kerim.
—Come lo sai tu?
—È una donna, io l'ho udito ancora questo tamburello, disse l'arabo con maggior animazione.
—Per Allàh! Andiamo a vedere, Abd-el-Kerim.
L'arabo lo afferrò vigorosamente per le braccia e lo tenne fermo.
—Tu non sai di quale donna io intenda parlare, gli disse.
—Parla di quella che vuoi, io vado innanzi.
—Quella che suona è Fathma!….
Il turco lasciò sfuggire una esclamazione di sorpresa.
—Hassarn, continuò Abd-el-Kerim, lasciami solo. Tu non puoi essere testimone a quello che io dirò all'almea.
—Tu sei pazzo. Io voglio vedere Fathma.
—Hassarn, tu non lo farai, disse recisamente l'arabo.
—Ma disgraziato, e non pensi che sei promesso a Elenka.
—Io spezzo il nodo e mi getto corpo e anima fra le braccia di Fathma. Ho il sangue che mi brucia le vene e il cuore che batte per l'almea. Lasciami solo.
Il turco lo guardò con compassione.
—Tu ti perdi, Abd-el-Kerim, gli disse con dolce rimprovero. Fa come vuoi; io ti aspetterò ai piedi delle colline sabbiose.
L'arabo chinò il capo sul petto; poi rialzandolo con gesto risoluto:
—Vo' gettar la mia vita ai piedi di Fathma, disse e si allontanò a rapidi passi, dirigendosi verso il luogo ove risuonava il tamburello.
Aveva la testa in fiamme e il cuore battevagli precipitosamente; parevagli di essere ubbriaco e camminava quasi senza volerlo, meccanicamente, attirato da quel suono come il serpente viene attirato dal flauto dell'incantatore.
In breve tempo giunse in una vasta radura contornata da maestosi tamarindi sulle cui cime strillavano numerosi scimmiotti. Egli si fermò frenando a grande stento un grido di gioia.
Là, sulle rive di un ampio stagno cosparso di grandi foglie di loto sacro, se ne stava ritta l'almea col tamburello in mano, i capelli neri sciolti sulle spalle e una bianca farda gettata pittorescamente su di un braccio. Vista così, sotto una pioggia di raggi solari che si riflettevano sui monili e sui braccialetti d'oro che le cingevano il collo e le nude braccia, la si sarebbe presa per una apparizione celeste, per una urì del paradiso di Mohammed il profeta.
Abd-el-Kerim sentì mancarsi le forze. Esitò, volle fuggire, ma gli fu impossibile e si spinse macchinalmente innanzi, senza fare il menomo rumore. S'arrestò a pochi passi dall'almea che continuava a sbattere il tamburello con un ritmo cadenzato e malinconico. Egli tese le braccia avanti.
—Fathma!… Fathma! mormorò con voce tremante.
L'almea si volse verso di lui.
CAPITOLO V.—Il Rapitore.
Nel vedersi dinanzi Abd-el-Kerim, immobile come una statua, coi lineamenti sconvolti e le mani tese con gesto supplichevole, Fathma non potè trattenere un movimento di sorpresa. Ella lo guardò fisso coi suoi grandi e neri occhioni, che magnetizzavano e che penetravano fino al fondo dei cuori, senza dir sillaba.
—Fathma, ripetè l'arabo, scuotendosi e dando alla sua voce un tono commosso.
L'almea gli si avvicinò, guardandolo come con curiosità.
—Che fai tu qui? diss'ella di poi,
—Mi riconosci bella fanciulla?
—Non dimentico mai chi mi salvò con pericolo della propria vita. Non sei tu quell'arabo che mi raccolse nella pianura dopo aver ucciso il leone che mi assaliva?
—Quello stesso, Fathma.
Fra loro due successe un breve silenzio, durante il quale si guardarono ancor più fissamente.
—Che vuoi da me? chiese alfin l'almea, rompendo quel silenzio che diventava imbarazzante.
—Sai dove ti trovi?
—Nelle foreste del Bahr-el-Abiad. E che vuol dir ciò?
—Sai che vi sono dei ribelli nascosti in questi dintorni?
Fathma sorrise sdegnosamente e mostrandogli un pugnaletto che teneva infisso nella sua râhad (cintura) dorata:
—Non ho paura, gli disse con fierezza.
—Ti potrebbero rapire.
—E che male ci sarebbe? Rapirebbero una povera almea.
—Ma io piangerei la tua perdita, disse l'arabo con iscoppio appassionato.
—I grandi occhi di Fathma si dilatarono e le sue labbra s'apersero ad un sorriso indefinibile. Ella si avvicinò vieppiù all'arabo, tanto che l'ardente suo alito gli sfiorò il volto. Abd-el-Kerim tese le braccia innanzi come per afferrarla, ma si frenò e senza volerlo fece un passo indietro.
—Ah! diss'ella, quasi ironicamente, ti dorrebbe il non vedermi più?
—Sì, Fathma, te lo giuro!…. Proverei del dolore e più di quello che tu credi!…
—E perchè? chiese l'almea freddamente.
—L'arabo ammutolì e la sua fronte s'abbuiò. Non seppe cosa rispondere.
—Che t'importa se io avessi a scomparire? continuò Fathma. E poi, credi tu che io rimanga sempre in Hossanieh? Mi libro come l'aquila e mi poso or qua or là a seconda che mi spinge o il capriccio o la follìa.
—Ma tu non puoi lasciare così Hossanieh, dopo esserti fatta vedere.
—E chi me lo impedirebbe?…
—Fathma!… Fathma! esclamò Abd-el-Kerim. Tu sei bella, più bella di El….
L'imprudente rattenne a tempo il nome di Elenka che stava per uscirgli dalle labbra. L'almea aggrottò la fronte e le sue mani si contrassero, chiudendosi: un lampo cupo balenò nei suoi occhi, un vero lampo d'ira.
—Di chi?… chiese ella vivamente. Di chi?…
—Di tutte le donne che io vidi in vita mia, si affrettò a soggiungere l'arabo. Sì, tu sei bella Fathma, e tanto bella che mi riesce impossibile cancellarti dal mio cuore, tanto bella che ne sono affascinato.
—Follie, amico mio, follie.
—Fathma, ti giuro su Allàh che tu mi hai toccato il cuore, continuò Abd-el-Kerim con crescente passione. Io ti ho veduta e mi sono sentito scuotere tutte le fibre dell'anima; ti ho sostenuta fra le mie braccia, e ho sentito il sangue accendersi nelle mie vene. Ovunque volga lo sguardo non vedo che i tuoi occhi più fulgidi delle stelle e il tuo volto più bello delle urì del paradiso del Profeta; ovunque tenda l'orecchio non odo che la tua voce incantevole, quella che udii laggiù, a Machmudiech, la prima volta che ebbi la fortuna d'incontrarti! Fathma, tu sei bella, tu sei sublime e io ti amo!… ti amo!… sono tuo schiavo!…
Abd-el-Kerim era caduto in ginocchio e la guardava con due occhi che mandavano fiamme. Un urlo strozzato, furioso, partito fra gli alberi, lo fece saltar in piedi. Un freddo sudore gli bagnò la fronte.
—Chi è la? domandò egli con voce rotta. Fathma che aveva ascoltata la confessione dell'arabo senza battere ciglio, nell'udire quell'urlo erasi voltata come una iena, col pugnale in mano.
—Chi ci spia? chiese ella rivolgendosi all'arabo.
—L'ignoro, rispose Abd-el-Kerim, armando la carabina.
Fra i cespugli si operò un movimento brusco, un corpo nerastro si slanciò dai rami di un gran tamarindo e cadde in mezzo alle erbe allontanandosi con rapidità fulminea. Abd-el-Kerim fece fuoco.
Nessun grido tenne dietro alla rumorosa detonazione della carabina; l'arabo fece atto di slanciarsi dietro a colui che fuggiva, ma Fathma lo arrestò.
—Era una scimmia, diss'ella. Non ne vale la pena.
—Mi parve un uomo; una scimmia non avrebbe gettato quel grido.
—Tanto peggio per lui. Io l'ho veduto cadere e a quest'ora sarà morto o sul punto di morire, disse l'almea con voce calma.
—Posso andare ad assicurarmi.
—Farai meglio a continuare la tua via.
—Fathma!….
—Ti comprendo tu vorresti ripetermi quella parola che cento altri prima di te mi ripeterono. Quella parola per me è morta; non ci credo più.
—Oh! non dire questo, Fathma! Ti amo, ti amo, ti amo e per te darei tutto il mio sangue. Mettimi alla prova: vuoi tu che ti porti la pelle di cento leoni? Non avrai che a comandarmelo e io, Abd-el-Kerim, te le porterò!
L'almea lo guardò con più dolcezza; un sospiro sollevò il suo seno.
—Ah! diss'ella con voce cupa. Sarebbe vero che tu avessi proprio ad amarmi? Sarebbe vero che tu parlassi col cuore? Anche un altro uomo un giorno mi ripetè le tue parole e poi le disperse e infranse i centomila giuramenti pronunciati ai miei piedi! Non credo più.
—Chi? Chi?… domandò Abd-el-Kerim, che si sentì mordere il cuore della gelosia, Chi è quest'uomo? Parla, Fathma, parla!
L'almea chinò il capo sul petto, poi rialzandolo bruscamente e prendendo una mano dell'arabo:
—Sai tu, innanzi a tutto, chi io sia?
—Chi ha sollevato fino ad ora il velo che ti copre? Molti ti conobbero, ma nessuno sa chi tu sei, qual fu il tuo passato nè in qual paese tu sei nata. Vi sono delle tenebre attorno a te.
—E tenebre fitte, disse Fathma, sospirando. Sono araba, se tu nol sai, e un dì fui la favorita di un uomo che oggi è più possente del re che ci governa, di un uomo che ha seco migliaia d'armati, forti e coraggiosi, che nessuno sarà capace di vincerli; nè gli infedeli che bombardarono Alessandria e che vinsero Araby pascià, nè l'esercito che conducono Hicks e Aladin.
—Favorita!… Favorita!… urlò Abd-el-Kerim, dando indietro con ispavento.
Le labbra di Fathma s'incresparono ad un amaro sorriso.
—E chi credi tu che sia un'almea? chiese ella.
—Hai ragione, perdonami, balbettò l'arabo. E quest'uomo chi è?
—Contro chi, Dhafar pascià conduce i suoi uomini?
—Contro il ribelle Mohammed Ahmed.
Fathma tese il braccio verso occidente con gesto altero.
—Chi impera laggiù nel Kordofan?
—Il Mahdi. E che vuoi concludere?
Guardami in faccia! Io fui la favorita del Mahdi!….
Abd-el-Kerim si nascose la faccia fra le mani e cacciò fuori un urlo strozzato.
—Non è vero, non è vero! ripetè egli. Non è possibile!
—Perchè? Il Mahdi non può dunque amare come gli altri mortali?
—Io l'odio quest'uomo, lo esecro!
—Hai torto Abd-el-Kerim. Quest'uomo che tu esecri è il vendicatore degli Arabi che languono sotto il giogo e la sferza dei Turchi ed infedeli.
—Ma come tu l'hai abbandonato? Come tu sei qui? Qual capriccio ti spinse a lasciare El-Obeid per venire in queste terre?
—L'amore, rispose Fathma con aria tetra.
—Ah! tu hai amato un altra uomo adunque? chiese l'arabo.
—Sì, un uomo bello e prode come te, che mi giurò eterno amore e che mi trasse sulle rive del Bahr-el-Abiad per poi abbandonarmi.
—Ma io lo odio questo tuo secondo amante e più ancora del Mahdi. Io ho sete del mio sangue nè tornerò tranquillo fino a che non l'avrò ucciso. Voglio vendicarti!
—È inutile, mio eroico amico. Egli cadde morto l'anno scorso nella battaglia di Kadir, pugnando contro Yussif pascià. Il Profeta mi vendicò.
—Ed ora?… chiese Abd-el-Kerim con angoscia.
—Sono libera come l'aquila che vola negli spazi del cielo.
—Tu puoi adunque accogliere nel tuo cuore un nuovo amore, una passione grande, gigantesca, che non si spegnerà che colla morte. Ah! se tu lo volessi Fathma!
—Non tentarmi, vattene Abd-el-Kerim, non mi scorderò mai di te… basta!
Ella volse altrove la faccia e fece qualche passo. L'arabo l'afferrò per le mani e la rattenne violentemente.
—No, Fathma, no. Ti amo, sono tuo schiavo, fa di me quello che tu vuoi, ma non respingermi, non parlare così.
L'arabo cadde per la seconda alle sue ginocchia.
Una fiamma umida passò sugli occhi dell'almea,
—È proprio vero adunque che tu mi ami? chiese ella, quasi con ferocia.
—Sì, ti amo, ti adoro.
—Giuralo su Allàh!
—Lo giuro su Allàh, sul Profeta e sul Corano.
—Vattene ora, ma guardati bene da me, Abd-el-Kerim! Se venissi a sapere che tu ami un'altra donna, se avessi una rivale guai a te e guai a lei! Vi infrangerei entrambi come due lastre di vetro!
Raccolse i lembi della farda, s'avvolse il corpo e si allontanò lentamente con calma maestosa. L'arabo le si slanciò dietro per seguirla.
—Sola venni e sola ritorno, diss'ella arrestandolo con un gesto, Vattene: io te lo comando, io lo voglio!
Abd-el-Kerim chinò il capo e si cacciò sotto gli alberi. Fathma rimase lì a guardare il luogo ove era scomparso, poi si ripose in cammino colle labbre strette ma la fronte spianata e gli occhi che brillavano d'un raggio di gioia.
—È bello, prode, ardente, mormorò ella. Il Mahdi non mi rivedrà più mai!
Costeggiò lo stagno e si inoltrò sotto le grandi vôlte verdi formate dalle palme deleb, dai tamarindi e dalle acacie gommifere, guardando a destra e a manca e con una mano sull'impugnatura del pugnale. Dieci minuti dopo, nel mentre che il sole si nascondeva dietro le foreste e che gli uccelli e le scimmie cominciavano a tacersi guadagnando i loro nidi o i loro covi, giunse su di un sentiero. Ella si fermò incerta nello scorgere un uomo appoggiato ad una carabina in attitudine sospetta. Impallidì leggermente nel riconoscere in quell'individuo il greco Notis.
Volle tornare indietro ma il greco che pareva si fosse appostato lì appositamente per aspettarla, non gliene lasciò il tempo. Egli si fece lentamente innanzi con un sorriso ironico sulle labbra e senza preamboli disse:
—A noi due Fathma!
—Che vuoi dire? chiese ella seccamente.
—Mi riconosci?
—Se non m'inganno tu sei quello che seguiva Abd-el-Kerim da Machmudiech a Hossanieh.
—Sono il greco Notis.
—Tanto peggio per te, io odio gl'infedeli e più di tutto i Greci.
—Non monta, disse Notis freddamente. Che avete detto all'arabo poco fa, che scorsi inginocchiato dinanzi a voi?
—Ah! fe' Fathma con mal celata collera. Sei stato tu a gettare quel grido?
—Potrebbe darsi. E che, ti sorprende?
—Io disprezzo gli uomini che si nascondono per spiare.
—Ira di Dio!…. gridò il greco.
Si scambiarono uno sguardo provocante. Il greco cedette dinanzi agli occhi scintillanti dell'almea che schizzavano fuoco.
—Sai chi era quell'uomo che ti giurava eterno amore? chiese egli, affettando la massima calma.
—So che si chiama Abd-el-Kerim il prode, e ciò mi basta.
—Ti dirò allora che quell'uomo è promesso a una donna, che questa donna, che trovasi presentemente a Chartum, si chiama Elenka, e che Elenka è mia sorella!
—Tu menti! esclamò l'almea, saltando innanzi come una leonessa ferita.
—Te lo giuro, Fathma. Abd-el-Kerim, quando era di guarnigione a Chartum s'innamorò di mia sorella e chiese la sua mano. Appena finita la campagna contro il Mahdi egli la sposerà ed io diverrò suo cognato.
—Tu menti! Tu menti! ripetè l'almea con maggior forza. Quale scopo hai per inventare simili calunnie?
—Quello d'aprirti gli occhi, di conservare lo sposo a mia sorella e di offrirti la mia mano poichè ti amo Fathma, e immensamente.
L'almea fece un gesto di disprezzo, gli volse le spalle per allontanarsi, ma il greco non era un uomo da scoraggiarsi, nè da lasciarsi sfuggire così facilmente la preda che con tanta impazienza aveva atteso. Gli si mise dinanzi risoluto a impedirglielo, all'uopo di usare la forza.
—Odimi, Fathma, diss'egli. Ho giurato di farti mia, dovessi perdere ambe le braccia e anche le gambe, dovessi venire ucciso. Tu sei bella e mi hai affascinato; tu sei povera e io son ricco; tu sei maomettana e io sono greco ma mi farò, se vuoi, maomettano. Perchè non vuoi esser mia?
—Perchè amo di già un altro uomo.
—Ma tu non puoi prestar fede ad Abd-el-Kerim; ti tradirà, ti schianterà il cuore e più presto di quello che tu abbi a crederlo. Bada a me, che lo conosco a fondo quell'arabo; è un miserabile, è di più un vile!
Una fiamma di sdegno e di collera salì in volto all'almea; tese le mani chiuse verso il greco con gesto minaccioso.
—Taci! Taci, insensato! esclamò ella con violenza. Abd-el-Kerim è un eroe.
—Sì, eroe, perchè ebbe la fortuna di abbattere un povero leone, disse Notis con ironia. Bella prodezza in fede mia!…. Fathma, è ora di finirla. Abbiamo parlato anche troppo, senza nulla concludere.
—Ma che vuoi infine?
—Voglio portarti con me, lontano da questo campo e farti mia, lo capisci Fathma, farti mia a dispetto di Abd-el-Kerim. Verrai tu?
—Giammai! esclamo l'almea con forza.
—Ira di Dio! Dimmi il perchè? disse Notis furibondo.
—Perchè ti odio e ti disprezzo. Vattene!….
Il greco lanciò una bestemmia ed alzò le mani come per abbracciarla. L'almea fece un salto indietro, ponendo la dritta sul pugnale.
—Non toccarmi, maledetto! gli disse con voce sibilante per l'ira.
—Guarda, Fathma, noi siamo soli, la foresta non ha abitante alcuno, e io sono risoluto a farti mia. Non opporre resistenza veruna, se vuoi che non diventi feroce come una iena.
Egli si slanciò addosso all'almea che tornò ad indietreggiare traendo il pugnale. I suoi occhi si ingrandirono stranamente e il volto prese una espressione di indomita fierezza.
—Non toccarmi! gli disse cupamente. Se tu muovi un passo verso di me, ti assassino!
Il greco si mise a sogghignare, ma non s'avanzò nè toccò le sue armi. Egli girò lo sguardo attorno, tese per alcuni istanti l'orecchio, poi accostò le mani alle labbra e mandò un acuto fischio. Un fischio eguale vi rispose quasi subito.
—A noi due, ora, Fathma, disse poi. Per quanto tu sii forte e per quanta resistenza opporrai, Takir ti porterà via.
—Vigliacco!
—Io ti amo e voglio farti mia,
—Miserabile, io ti abborro!
—E io ti amo. Avanti Takir!
L'almea faceva un salto da invidiare un leone e tentò fuggire, ma un negro di statura colossale, l'ordinanza di Notis, sbucando improvvisamente dai cespugli vicini, le sbarrò la via. Ella gettò un urlo di rabbia e indietreggiò fino al tronco di un palmizio col pugnale alzato.
—Addosso Takir, gridò il greco, facendosi innanzi colla scimitarra in mano.
Il nubiano s'aggrappò all'estremità d'un ramo di tamarindo, si sollevò in aria con una spinta e venne a cadere addosso a Fathma prima che questa avesse tempo di evitarlo. Egli l'afferrò fra le vigorose braccia alzandola da terra.
—Sta cheta, mugghiò egli stringendola così fortemente da farle crocchiar le ossa.
—Aiuto! a me Abd-el-Kerim! urlò la povera almea, dibattendosi disperatamente.
Ella cacciò il pugnale in un braccio del negro che si coprì tosto di sangue, ma Notis le afferrò i polsi e glieli torse tanto da farle abbandonar l'arma. I due uomini si misero a trascinarla verso il folto della foresta.
L'almea gettò un secondo grido, un grido di furore e di dolore.
—Lasciatemi maledetti! Aiuto! Aiuto!
Si udì un calpestio precipitato, un fragor di sciabole e uno scricchiolio di rami furiosamente schiantati. Abd-el-Kerim rosso d'ira, con una frusta nella dritta e una pistola nella sinistra, apparve, e dietro a lui Hassarn e l'intera compagnia dei basci-bozuk. Egli si scagliò in un lampo sui due assalitori.
—Miserabile! ruggì egli, sferrando Notis in faccia.
Il nubiano fu lesto a sparire sotto gli alberi, ma il greco si volse, caricando l'arabo colla scimitarra in pugno. Hassarn ebbe appena il tempo di arrestargli il braccio.
—Ah! esclamò Notis, con indefinibile accento d'odio. Sei qui traditore!
Cercò una seconda volta di gettarsi sul rivale, ma il turco lo disarmò e lo respinse violentemente, puntandogli una pistola sul petto.
—Se tu ti muovi, gli disse minacciosamente Hassarn, sei morto.
—Tutti contro di me, codardi! gridò Notis fuori di se.
—Basto io solo per punire un vigliacco tuo pari, disse l'arabo con disprezzo. Notis, qui uno dei due vi lascierà le ossa.
Fathma, che si era subito rizzata in piedi s'avvicinò ad Abd-el-Kerim.
—Grazie mio prode amico, le disse con voce commossa.
—Fathma, mormoro l'arabo non meno commosso, ringrazia Allàh che mi fece giungere in tempo per salvarti. Ma quell'uomo là, non ti oltraggierà più mai, poichè fra pochi minuti io l'ucciderò.
—Uccidi tuo cognato, disse Notis sogghignando.
—Taci!…
—Ed Elenka mi vendicherà, quando sarà diventata tua moglie.
—Non bestemmiare per Allàh! Se v'era un filo io l'ho spezzato e per sempre.
—Fathma, guardati da quest'uomo che tradì mia sorella.
L'arabo strinse i pugni. L'almea lo prese per le mani e volgendosi verso Hassarn e l'intera compagnia dei basci-bozuk.
—Io dò a quest'uomo la mia mano, il mio sangue e la mia vita! diss'ella.
Abd-el-Kerim la strinse fra le braccia e stettero così abbracciati per qualche minuto durante il quale Notis continuò a sogghignare, poi si separarono.
—Fathma, disse l'arabo. Va con questi soldati che ti accompagneranno alla tua dimora. Io e Hassarn qui restiamo a giuocare la nostra vita contro quella di quel vigliacco. Prega Allàh e il Profeta per noi.
L'almea non tremò nè diede alcun indizio che dimostrasse timore. S'avvolse nella sua farda con gesto maestoso e s'allontanò seguita dai basci-bozuk.
L'arabo la seguì cogli occhi, poi quando sparve in mezzo agli alberi si volse contro Notis, che digrignava i denti sotto la pistola d'Hassarn.
—E ora, diss'egli con calma forzata, sono con te Notis. L'uno o l'altro vi lascierà la vita. Tu più che mio nemico sei mio rivale e ciò basta.
Hai dimenticata Elenka adunque?
—L'ho dimenticata.
—E per Fathma, per una spregevole almea!
—Sì, per un'almea.
—A noi due, adunque. Bada, Abd-el-Kerim, che non ti risparmierò!
Hassarn a un cenno dell'arabo abbassò la pistola ed andò ad appostarsi a sei passi di distanza: i due rivali impugnarono la scimitarra.
CAPITOLO VI.—Il duello.
La notte era oscura, essendo la luna e le stelle nascoste da una nera fascia di densi nuvoloni, tuttavia vi si vedeva abbastanza per cacciarsi dieci pollici di lama attraverso il corpo. Notis, cui un'ira feroce animava in unione alla gelosia e ad una smania terribile di vendicarsi dell'affronto subito dinanzi agli occhi di Fathma, fu il primo a mettersi in guardia, dopo di aver provato l'elasticità della sua scimitarra. Abd-el-Kerim, quantunque gli ripugnasse il battersi col fratello di colei che aveva tanto amato prima di aver veduto l'almea, non tardò a mettersi di fronte a lui, colla calma propria degli orientali.
—Abd-el-Kerim, disse Notis, sforzandosi di parer tranquillo. Raccomanda la tua anima ad Allàh, poichè non uscirai vivo da questa foresta e manda un ultimo addio alla tua nuova amante, che non rivedrai mai più.
—Non annoiarmi inutilmente, disse l'arabo freddo freddo. Se ti ricordi qualche preghiera, spicciati a dirla, poichè io non ti risparmierò.
—Ho raccomandato l'anima al diavolo mio patrono e ciò basta. Orsù, guardati, che il fratello della tua Elenka incomincia.
L'arabo lo guardò cupamente.
—In guardia, Notis, diss'egli. Una donna non sta più fra noi!
Quasi nel medesimo istante le due scimitarre s'incrociarono con uno stridore rapido e duro. I due avversari, tasteggiatisi un po', dopo di avere tentato di far passare reciprocamente i loro ferri per arrivare alle carni, si ritrassero di qualche passo, riponendosi in guardia.
Hassarn incrociò le braccia sul petto e il duello cominciò furiosamente.
Notis, più impetuoso e meno padrone di sè, fu il primo ad attaccare, moltiplicando gli assalti, portandosi ora a dritta e ora a sinistra, turbinando come un lupo attorno alla preda, e avventando tremendi colpi sul capo dell'arabo che li parava senza muoversi di una linea. Per cinque minuti continuò ad assalire, tentando, ma invano, di far saltare di mano la scimitarra ad Abd-el-Kerim, poi, visto che non c'era mezzo di riuscirvi nè di far abbassare quell'arma che copriva l'avversario come uno scudo, tornò a sostare.
—Ah! esclamò egli sogghignando. Tu sei una rupe adunque, incrollabile anche fra i più impetuosi attacchi.
—Può darsi, rispose l'arabo che si teneva in guardia.
—Aspetta un po' che provi una botta che mi fu insegnata ad Atene. Se il fratello d'Elenka non ti spacca il cuore, proverò un colpo maestro che mi fu insegnato dal tuo compatriota Dhafar.
—Non nominarmi Elenka, disse Abd-el-Kerim con ira.
—Ah! fè' Notis, ridendo diabolicamente. T'inquieta tanto questo nome?
—A che nominarmela? Credi tu di turbarmi l'anima e d'approfittarne per cacciarmi il tuo ferro in mezzo al petto? Se è così, sei più vile e più miserabile di quello che ti credeva. Ti disprezzo.
Il greco impallidì e il suo volto si sconvolse ferocemente.
—Ira di Dio! esclamò egli, facendo un passo indietro e alzando la scimitarra. Vuoi proprio che ti strappi il cuore colle mani? Sta attento, Abd-el-Kerim!
S'abbassò bruscamente rimpicciolendosi, quasi aggomitolandosi su sè stesso e allungò il braccio presentando la scimitarra che lo minacciava una superficie stretta e corta riparata ancora dalla distanza. L'arabo, dinanzi a quella manovra per lui nuova, s'arrestò esitando.
Di repente il greco si raddrizzò assaltando furiosamente e spingendo violentemente la scimitarra di punta. Abd-el-Kerim cercò di parare la botta, ma non fu in tempo e riportò una scalfittura al braccio sinistro; la bianca manica che lo copriva si tinse di rosso. Notis emise un grande scroscio di risa.
—E una diss'egli. Fra dieci minuti l'amante di Fathma sarà senza braccia. Sta attento mio caro arabo, che ricomincio.
Abd-el-Kerim non diede segno alcuno di dolore nè di spavento. Egli s'avventò addosso al greco colla rapidità d'un lampo, incalzandolo vigorosamente, stringendolo tanto che l'avversario fu forzato a rompere e a fare un passo indietro.
Tre volte Notis cercò di abbassarsi per ricominciare il giuoco, ma l'arabo gli era sempre addosso, impedendoglielo. Al quarto tentativo fu ferito alla faccia.
—Ah! esclamò il greco tergendosi colla mano sinistra il sangue che colavagli abbondantemente. La è così? Aspetta un po' canaglia.
Spiccò un salto di dieci piedi o si riaggomitolò cercando di strisciare fra le gambe di Abd-el-Kerim che gli correva addosso, ma il colpo di punta fu deviato dalla scimitarra che l'avversario stringeva con polso di ferro. Tornò a indietreggiare dinanzi a quei crescenti attacchi, dirigendosi verso lo stagno.
—Indietro! indietro! gridava l'arabo, che s'infiammava. Giù nello stagno.
In capo a cinque minuti Notis erasi ridotto proprio sulla riva dell'acqua; non gli restavano che due risorse. O lasciarsi ammazzare o gettarsi a testa bassa contro l'arabo.
—Arrenditi, gli disse Abd-el-Kerim.
La faccia del greco s'alterò e il sorriso beffardo che incoronava le sue labbra disparve. Tentò con un colpo disperato di disarmare l'avversario avventandogli una gran botta a mezza scimitarra. Ebbe per risposta una nuova puntata che gli lacerò la manica sfiorandogli la pelle.
Non vi era più nulla da tentare. La sua mano era stanca, si difendeva più lentamente e per quanto studio vi mettesse per non lasciarsi sopraffare e disarmare, sentiva la scimitarra che talvolta minacciava sfuggirgli di mano. Emise un ruggito furioso.
—Ira di Dio! tuonò egli. Che non riesca ad attraversare il cuore di questo vigliacco?
Cercò di portarsi a dritta e poi a manca, ma si trovava dinanzi sempre alla scimitarra dell'arabo che miravalo al petto. Fece un ultimo passo indietro e sentì i capelli rizzarglisi sul capo nel trovarsi proprio sul margine dello stagno. Una nube di fuoco gli passò dinanzi agli occhi. Si vide perduto, ma non chiese grazia.
Si difese per altri cinque minuti, poi gettò un urlo terribile e portò le mani sul petto, abbandonando la scimitarra. Abd-el-Kerim avevalo colpito sul fianco sinistro, nella direzione del cuore.
Stralunò gli occhi, spiccò un salto gigantesco e piombò in mezzo alle larghe foglie di loto che galleggiavano sulle acque dello stagno. Fu visto dibattersi per alcuni istanti, poi scomparire.
Abd-el-Kerim si chinò sulla riva, ma l'oscurità era così profonda, accresciuta anche dagli alberi che stendevano i loro rami al disopra delle acque, che non vide più nulla. Hassarn fu lesto ad avvicinarglisi.
—Si vede? chiese questi.
—No, rispose con voce sorda l'arabo.
—L'hai ucciso sul colpo?
—L'ignoro. Mi parve che la scimitarra incontrasse qualche costola.
—Che il diavolo lo accolga nel suo inferno.
—Taci, Hassarn, disse Abd-el-Kerim con emozione. Mi pare di aver commesso un assassinio.
—Bah! fe' il turco alzando le spalle. Un rivale di meno.
—Era il fratello di Elenka.
—Che importa, dal momento che tu hai spezzato il nodo che ti univa ad Elenka? Ora sei libero di far tua Fathma senza che Notis abbia a disputartela e che abbia ad invocare l'amore che tu avevi per sua sorella. Buona notte ai morti e buona fortuna ai vivi.
—Scendiamo nello stagno, Hassarn. Forse non l'ho ucciso sul colpo e respira ancora.
—Se tu non gli hai attraversato il cuore, a questa ora si è annegato. Lasciamolo lì e ritorniamo all'accampamento dove Fathma li aspetta con viva impazienza. Allàh penserà al morto.
L'arabo approvò con un cenno del capo, ma non si mosse. Cercò di scendere nello stagno ma l'acqua pareva profonda e l'oscurità non permetteva di vedere dove si appoggiavano i piedi. Egli dovette in breve convincersi che era impossibile pescare il corpo di Notis, nascosto fra il loto e fra i canneti.
—Infine l'ha voluto, mormorò egli sospirando. Povera Elenka, che dirà mai quando gli si narrerà che suo fratello è stato ucciso e che l'uccisore fui io, il suo amante. Ah! sento come un rimorso!
—E Fathma? Hai dimenticato così presto quella adorabile creatura?
—Hai ragione, Hassarn. Ho giurato di dare la mia vita a Fathma e Fathma l'avrà! Vieni, Hassarn questo bosco mi fa paura.
Il turco raccolse la carabina, passò un braccio sotto quello del compagno e tutti e due, a lenti passi s'allontanarono.
Erano appena scomparsi dietro gli alberi, che le grandi foglie di loto dello stagno si sollevarono silenziosamente e la faccia di Notis apparve. I suoi occhi, animati da una tremenda collera, si fissarono, sul luogo appena lasciato dall'arabo e dal turco, nè si staccarono per un bel pezzo.
Ah! tu mi credi morto, diss'egli, cacciando fuori le pugna con gesto minaccioso.
«Tu credevi che fosse così facile ammazzare un greco della mia tempra che s'era giurato d'infrangerti come una canna e che s'era giurato di conquistare il cuore d'una bella donna, qual'è Fathma. Ti mostrerò io ora, quanto sei imprudente a non cacciarmi due dita di ferro di più in petto. Uscirò vivo di qui e guarirò presto e allora a me la vendetta. Ho da vendicare Elenka e la frustata che tu mi hai dato in volto e di più ho da far mia quell'almea che tanto mi abborre. Ti schianterò il cuore in modo tale che non abbia a guarire mai più!…
Tese l'orecchio: non si udiva che il riso smodato delle iene che vagavano sulle rive del Nilo cercando cadaveri e il sibilo del vento che scuoteva i rami dei tamarindi e le foglie delle palme. Egli sorrise stranamente.
Si sbarazzò delle foglie di loto che lo circondavano lacerando i gambi che si appiccicavano al suo corpo e s'avanzò verso la riva tasteggiando prudentemente il fondo limaccioso dello stagno. In pochi minuti guadagnò il pendìo, e si issò, senza rumore, fino a che si trovò completamente fuori dell'acqua.
Un acuto dolore che provò al fianco sinistro l'arrestò. Si stracciò la casacca a mise allo scoperto la ferita infertagli da Abd-el-Kerim, esaminandola attentamente.
La scimitarra eragli penetrata sotto la quinta costola, dopo di aver urtata la quarta ed aveva lacerato le carni per una lunghezza di sette od otto centimetri, ma senza che avesse toccato alcuna parte delicata. Capì subito che la ferita era dolorosa ma niente affatto mortale e respirò.
—Credeva che m'avesse ferito più pericolosamente, mormorò egli. Tanto meglio per me e tanto peggio pel mio rivale. Sta cheto, Abd-el-Kerim, che questo duello ti costerà caro, oh sì, assai caro! E ora, fingiamo di essere morto per tutti eccettuati Elenka e il mio fedele Takir. A proposito dove si è cacciato il nubiano? Non è possibile supporre che egli si sia allontanato nel mentre che io mi battevo.
Accostò le mani alle labbra e imitò il riso sgangherato della iena, che ripetè per tre volte. Pochi minuti dopo udì l'urlo lamentevole del sciacallo che si ripetè pure tre volte.
—Bene, il nubiano è qui, disse Notis, sforzandosi a sorridere. Aspettiamo.
I cespugli si mossero di lì a poco e la atletica figura di Takir si mostrò. Egli accorse subito accanto a Notis, gettando un vero grido di gioia.
—Ah! padrone, vi credeva morto con una scimitarra attraverso il petto, diss'egli. Per qual fortuna quel dannato d'Abd-el-Kerim vi risparmiò?
—Mi risparmiò! esclamò Notis con furore. Il maledetto non è così generoso da risparmiare un rivale par mio che è per di più il fratello di Elenka. Guarda qui che mi fece.
Egli s'apri la camicia e gli mostrò la ferita che sanguinava abbondantemente.
—Vi ha ferito mortalmente?
—No, per buona ventura, disse Notis. Ho qui poi in faccia il segno lasciatomi dalla sua frusta e una scalfittura al disotto dell'occhio che mi rammenteranno sempre del traditore Abd-el-Kerim.
—Ma come siete stato risparmiato adunque?
—Gettandomi nello stagno e fingendomi morto.
—Sicchè vi credono…
—All'inferno, interruppe, Notis ironicamente. Tanto meglio, se mi credono bello e morto. Avrò agio di vendicarmi più facilmente.
—Voi nutrite, adunque, la speranza di restituire quel colpo di scimitarra?
—Non solo, ma di far mia Fathma, disse con aria feroce il greco. Ora che lei mi aborre, sento d'amarla ancor più, e tanto che senza Fathma mi sarebbe impossibile il vivere. Mi comprendi tu, Takir?
—Perfettamente, padrone, rispose il nubiano, ed io vi aiuterò, poichè…
—Zitto Takir. Afferrami fra le tue braccia e portami.
—Dove? Al campo forse?
—I morti non ritornano più fra i vivi, è giusto adunque che io non ricomparisca al campo. Non conosci tu qualche luogo deserto dove possiamo ricoverarci senz'essere veduti?
—Sulla cima delle colline che si estendono al settentrione d'Ossanieh, mi ricordo di aver veduto una bella caverna che potrebbe servirci di abitazione, e che è abbastanza vicina al campo, disse il nubiano.
—Andremo ad abitarla, Takir, e poi penseremo alla vendetta. Orsù, prendimi fra le tue braccia e portami. Io sono debole per ora.
Il nubiano lo prese, se lo gettò in ispalla e partì correndo colla stessa facilità come se portasse un fanciullo. Attraversò come un'antilope la foresta e sbucò nella pianura senza rallentare un solo istante la corsa. Notis gli guizzò fra le braccia mandando una orribile bestemmia.
—Guarda laggiù, diss'egli, mugolando come una belva. Guarda, Takir, guarda.
Il nubiano vide due persone che salivano le colline sabbiose a meno di quattrocento passi di distanza. Riconobbe subito chi erano.
—Quello là col cofatan bianco è Hassarn, disse. L'altro col fez è l'arabo Abd-el-Kerim: io li conosco tutti e due.
—Sì, sono i due maledetti. Essi si dirigono al campo dove li aspetta Fathma.
—Calma, padrone, che verrà il dì che l'almea aspetterà voi.
—Puoi star sicuro che verrà quel giorno e mi aspetterà allora in ginocchio. Se tu potessi ammazzarne almeno uno con un colpo di carabina!
—È pericoloso, padrone. Ho il braccio dritto ferito e mi trema, e di più la notte è troppo oscura per mandare una palla a buon segno. Pazientate, li piglieremo entrambi e fra non molto, ve lo giuro.
—Cammina, adunque, e più presto che puoi. Bisogna che tu ti rechi al campo e che mi porti tutto il denaro che trovasi nella mia tenda. Potrebbe darsi che mi occorresse per prezzolare qualche arabo poco scrupoloso.
Il nubiano riprese la corsa, tenendosi dietro le colline sabbiose per non essere scorto dall'arabo e dal turco. Era mezzanotte passata, quando giunse in vista dei primi tugul d'Hossanieh dinanzi ai quali bivaccavano, al chiaro di numerosi fuochi, alcune compagnie di basci-bozuk e di negri d'Etiopia.
Si riposò alcuni istanti, poi s'internò tra i campi di durah e giunse ai piedi di alcune colline aridissime: esitò un momento, poi s'arrampicò su pei dirupati fianchi di una delle più alte, aggrappandosi agli sterpi e ai crepacci e raggiunse quasi la vetta, dove s'arrestò dinanzi a una gran caverna.
—Ci siamo, diss'egli, deponendo il greco a terra.
—È qui che noi pianteremo il nostro nido?
—Sì, padrone, e da questa cima si domina Hossanieh e il campo. Ci sarà facile vedere chi entra e chi esce.
—Sta bene, accendi qualche pezzo di legno per vedere dove si va. Ho paura che abbiamo a incontrare parecchi serpenti.
Il nubiano accese un pezzo di torcia resinosa e tutti e due entrarono con precauzione. Ben presto si trovarono in un ampio stanzone, la cui vòlta era sostenuta da parecchie colonne trasparenti che riflettevano magnificamente la luce. Le pareti, scavate bizzarramente, erano umidiccie ma il terreno, eccettuato un angolo dove raccoglievansi gli scoli che formavano un fossatello, era asciutto e cosparso di una sabbia bianchiccia in mezzo alla quale brillavano pezzi di salgemma. Il nubiano, ammazzati tutti gli scorpioni grigi che l'abitavano, i cui morsi sono pericolosissimi, s'accinse a correre al campo, prima che la notizia della morte di Notis si spargesse e che il pascià Dhafar s'impadronisse di tuttociò che conteneva la tenda.
—Alto là, disse Notis, che seduto su di un macigno si fasciava la ferita. Se tu vai laggiù, non dimenticare d'informarti dove sia Fathma e come vadano le faccende.
Il nubiano sorrise mostrando i candidi denti e scese in fretta la collina correndo verso il campo. Notis, che aveva finito di fasciare la ferita, uscì e andò a sedersi sul limitare della caverna, guardando attentamente il villaggio d'Hossanieh e le tende del piccolo esercito egiziano.
—Essi sono là, dìss'egli con gioia feroce, tutti e due là, a portata della mia mano, a portata della mia vendetta. Parlatevi di felicità, di amori, di immense gioie, ma io schianterò il cuore di entrambi, e in modo che non abbiate a guarire più mai. Non si conosce fino a qual punto sappia odiare il greco Notis.