PROPRIETÀ LETTERARIA (continued 3)
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Egli fu strappato da quell'abbattimento sei o sette ore dopo, da un vago chiarore che penetrava sotto la fessura della porta ed un avvicinarsi di passi che l'eco della spelonca ripercuoteva distintamente. Una subitanea idea balenò nel suo cervello quantunque scosso da tante sofferenze fisiche e morali, una idea ardita, quasi impossibile, l'idea di tentare la fuga colla speranza di salvare Fathma prima che cadesse nelle mani della sua spietata rivale.
Era allora ritornato completamente in sè e le forze, poche ore prima esauste dal delirio, gli erano se non del tutto, almeno in parte tornate. La sete della libertà, in quel momento decisivo gliele raddoppiò, più ancora, gliele triplicò.
Con un salto andò ad appostarsi dietro alla porta, colle mani tese innanzi pronto a piombare sull'individuo che scendeva e torcergli il collo prima che potesse gettare un grido e difendersi.
I passi che rapidamente s'avvicinavano, si arrestarono dinanzi alla porta; fu tirato il chiavistello e un beduino apparve con una torcia nella dritta e un paniere di logna (grano triturato sulla moràka e ridotto in pasta) nella sinistra. Era appena entrato che Abd-el-Kerim gli saltava addosso stringendolo alla gola con tal forza da strozzargli la voce e farlo cadere sulle ginocchia. Con un pugno su di una tempia lo gettò a terra mezzo morto.
—Zitto, miserabile! disse l'arabo fremente.
—Grazia, balbettò il beduino.
Abd-el-Kerim gli strappò l'jatagan dalla cintura e prima che l'altro potesse parare il colpo glielo cacciò attraverso il ventre. Con una seconda sciabolata lo irrigidì.
—E uno, mormorò l'arabo freddamente. Se Allàh e il Profeta m'aiutano, Fathma è salva!
Tolse al morto le pistole e le munizioni, inghiottì in furia alcuni bocconi di logna per calmare la fame e si cacciò risolutamente nel corridoio coll'jatagan in mano.
Faceva oscuro assai, essendosi la torcia del beduino spenta, di più, la via era ingombra di rottami che rendevano malagevole il cammino, ma Abd-el-Kerim non si smarriva. Tastando le pareti, cadendo e rialzandosi, facendo il meno rumore che fosse possibile, giunse in brev'ora a una ventina di passi dall'uscita. S'arrestò vedendo un beduino fermo dinanzi, il quale, scorgendolo gridò:
—Olà! spicciati Sceiquek che non abbiamo tempo da perdere.
L'arabo non sapendo cosa rispondere e temendo che riconoscesse la sua voce, credette bene di tacere e di tirarsi lestamente indietro.
Il beduino fece due o tre passi nel corridoio.
—Chi è là? chiese egli. Sei tu Sceiquek?
Non ricevendo ancora risposta s'avanzò coll'hàrba in resta, Abd-el-Kerim si diede alla fuga e si nascose in una incavatura della parete coll'jatagan alzato.
—Per la barba del Profeta rispondi, gridò per la terza volta il beduino. Non fare scherzi, maledetto Sceiquek.
Abd-el-Kerim emise un gemito lugubre. Il beduino si fermò indeciso e forse spaventato, poi si fece animo e tirò avanti colla lancia sempre innanzi a sè. Egli passò rasente al muro opposto a quello dove trovavasi l'arabo e continuò a camminare chiedendo di quando in quando:
—Rispondi, Sceiquek, maledetto dal Profeta. Dove ti sei cacciato tu?
Abd-el-Kerim aspettò che si fosse allontanato, poi saltò fuori e si precipitò verso l'uscita del corridoio, ma non ebbe il tempo necessario per condurre a buon fine l'audace progetto. Dieci o dodici beduini sbarravano l'apertura e l'accolsero con urla minacciose dirigendo verso di lui le lance e gli jatagan.
Per un momento il fuggiasco ebbe l'idea d'avventarsi furiosamente contro di loro e d'aprirsi il passo colla forza, ma male armato e mal fermo com'era, non lo ardì e retrocesse di corsa. A mezza via si incontrò col beduino che era poco prima entrato, il quale gli si faceva addosso a testa bassa.
—Arrenditi, cane d'un arabo! gli urlò l'assalitore.
Abd-el-Kerim evitò un colpo di lancia tiratogli proprio in mezzo al petto, spezzò col rovescio dell'jatagan l'arma e s'internò nel corridoio scaricando una delle sue pistole. S'arrestò vicino alla porta prendendo l'altra pistola, risoluto di difendersi sino all'estremo prima di farsi ammazzare e guardò se il nemico s'avanzava.
Non distinse nulla ma udì le grida minacciose dei beduini e i loro passi. Un freddo sudore gli colò sulla fronte e un tremito di spavento e d'angoscia lo prese.
—Sono perduto, mormorò egli.
Le voci andavano avvicinandosi lentamente e a quelle univasi un cozzar di daghe. Si rannicchiò dietro a un macigno e caricò rapidamente la pistola che aveva scaricata.
—Piano, piano, gridò una voce, che riconobbe per quella dello sceicco Debbeud. Dove è andato a finire, innanzi a tutto, quel povero diavolo di Sceiquek?
—Se quel cane d'arabo era nel corridoio l'avrà ammazzato, rispose un'altra voce.
—Ma come? egli non possedeva alcuna arma che io sappia, ed era mezzo morto di fame. Hai veduto nulla tu Mussa?
—Non potei arrivare alla porta, ma nell'uomo che fuggiva riconobbi perfettamente il prigioniero ed era armato di un jatagan che mi tagliò l'hàrba.
—Olà! gridò una vociaccia imperiosa, tirate innanzi, ira di Dio! L'arabo, vivo o morto, ma possibilmente vivo, bisogna pigliarlo.
Quella voce fece scattare in piedi Abd-el-Kerim.
—Sogno! esclamò egli con profondo terrore. Gran Dio!…
Si sporse innanzi, rattenendo il respiro, colla faccia livida, tutto in sudore, i pugni chiusi convulsivamente attorno alle armi.
—Ira di Dio! gridò la medesima voce. Avanti tutti!
Abd-el-Kerim gettò un grido strozzato e retrocedette suo malgrado.
—Notis! Notis! ripetè egli. Non l'ho dunque ucciso io?… Ah! mostro!
Varcò la porta e andò a tasteggiare il suolo fino a che trovò il cadavere del beduino. L'alzò, se lo gettò in ispalla, se lo fece scivolare sul petto in maniera che gli servisse in certo qual modo di scudo, e si spinse innanzi, cieco di collera e assetato di vendetta.
—Avanti, Notis! gridò egli con terribile accento. Io t'ho scoperto!
—Ira di Dio! urlò il greco. È lui!
Da una parte e dall'altra s'udì un rumore delle pistole che si montavano, poi la voce tonante di Fit Debbeud urlare:
—Tutti avanti!
Abd-el-Kerim s'appoggiò al muro indeciso, non sapendo se arrischiare la vita per una quasi impossibile vendetta o d'asserragliarsi nel sotterraneo e aspettare gli eventi. Stava per ritirarsi quando vide le torcie dei beduini.
Tese la dritta armata di pistola, mirò un secondo e fece fuoco. La detonazione fu seguita da un urlo straziante e uno dei beduini capitombolò al suolo cadendo sulla torcia che portava.
—Aiuto! rantolò il poveretto, dibattendosi e cercando di alzarsi.
Abd-el-Kerim con una seconda pistolettata lo fece ricadere al suolo. Tutti gli altri batterono rapidamente in ritirata scaricando le loro armi, che a causa dell'oscurità, non riuscirono a far male alcuno all'arabo.
—Ira di Dio! tuonò Notis. Arrenditi Abd-el-Kerim!
—Ah! se ti potessi cogliere, maledetto morto risuscitato, gridò l'arabo. Fatti avanti che ti veda in faccia se sei un fantasma od un uomo!
Per risposta s'ebbe due colpi di pistola e un proiettile andò a colpire il cadavere che teneva in ispalla. Al chiarore della polvere accesa, egli scorse in quel momento, di fronte a lui, presso la volta della galleria, un gran crepaccio che pareva s'internasse assai nella parete. A mala pena rattenne un grido di gioia che stava per uscirgli dalle labbra.
—Ah! mormorò egli.
Retrocesse d'alcuni passi e gettò a terra il cadavere, poi, senza por tempo di mezzo, messesi le armi alla cintura, si raccolse su sè stesso, spiccò un gran salto e introdusse le mani nell'orlo di quel foro. Issarsi a forza di braccia e guadagnarlo, fu per lui l'affare di un sol momento.
Si trovò in una specie di bassa galleria che s'addentrava nelle viscere della terra, le cui pareti erano coperte da bizzarre sculture assai sporgenti. Proprio in quell'istante i beduini tornavano alla carica a passo di corsa colle lancie in resta, animandosi l'un l'altro con selvaggie urla di guerra.
Temendo d'essere scoperto si mise a strisciare innanzi a tastoni, salendo e scendendo dei cumuli che non riusciva bene a distinguere che cosa fossero, ma che di spesso erano sì accuminati e taglienti che gli ferivano le ginocchia. L'atmosfera era calda, pesante, viziata e pareva certe volte che mancasse sicchè l'arabo esitava a procedere temendo di morire asfissiato.
Non udiva allora più le grida selvaggie dei beduini, ma per l'aria udiva certi svolazzamenti, certi stridi che facevangli supporre di trovarsi in mezzo a bande di pipistrelli; anzi provava sulla faccia il freddo contatto delle loro ali e più d'uno s'aggrappò alle sue vesti. Dieci e più volte s'arrestò, per paura di smarrirsi fra le gallerie che si succedevano le une alle altre sempre più tortuose, ma la speranza di trovare uno sbocco e la tema di ricadere nelle mani di quel mostro che chiamavasi Notis e nelle mani della vendicativa Elenka, lo spingevano suo malgrado innanzi.
D'un tratto si trovò in presenza di una parete che chiudeva il passo, ma girando per di qua e per di là trovò una apertura per la quale si cacciò e sbucò in una caverna di quindici metri di diametro richiarata da una vaga luce che scendeva dall'alto.
Si guardò attorno sorpreso. Vide dei sepolcri fregiati d'ibis religiose e di piante di loto sacro, e negli angoli dei coccodrilli mummificati, infissi nel petto come usasi fare, cogli scarabei che voglionsi conservare, e avvolti per metà in istuoie. Sul terreno vi erano monti d'ossami alcuni appartenenti ad animali ma molti altri a uomini.
L'arabo non si smarrì. Aggrappandosi alle sporgenze delle pareti, aiutandosi colle mani e coi piedi, giunse a una gran fessura dalla quale veniva quel po' di luce e si trovò all'aperto in mezzo a sei o sette sepolcri sormontati da tarbusch colossali. A cento passi da lui v'era la foresta e a duecento vi erano le tende e i cammelli dei beduini. Un dongolese solo vegliava, appoggiato alla sua hàrba, fumando flemmaticamente in un gran scibouk malandato.
—Se posso fuggire senz'essere visto da quell'uomo, sono salvo, mormorò l'arabo. La notte cala, la foresta è vicina e i beduini sono nel sotterraneo. Mi caccierò in mezzo ai cespugli e sfido i cani a trovarmi. Ah! Elenka, guai a te se riesco a sorprenderti nel tugul dell'adorata mia Fathma!
Si gettò contro terra e si avanzò a carponi tenendosi dietro ai cumuli di rottami, ma il dongolese aveva buoni occhi e vegliava attentamente.
—All'armi! gridò egli.
Gli sparò addosso una pistolettata che aveva tratta rapidamente dalla cintura.
Abd-el-Kerim evitò la palla abbassandosi bruscamente, poi si rialzò e si precipitò in mezzo alle boscaglie, nel momento istesso che Fit Debbeud e i suoi beduini saltavano fuori dalla galleria.
Non si volse nemmeno per vedere se l'inseguissero. Prese un sentiero e si die' a fuggire rapido come una saetta, ora correndo come una palla di cannone e ora deviando e saltando, lacerando i cespugli, lasciando mezze vesti fra le spine, cozzando o incespicando fra i rami e le radici che le tenebre non gli permettevano ben di distinguere.
Udì dietro di sè le voci rauche dei beduini poi tre o quattro colpi di moschetto ma non s'arrestò. Percorse così più d'un chilometro e stava per rallentare la corsa quando si trovò improvvisamente dinanzi a una donna che veniva avanti a gran passi.
—Fermati, Abd-el-Kerim! esclamò quella donna con tono minaccioso.
L'arabo dette indietro e barcollò come se fosse stato colpito da una coltellata. Dinanzi gli stava Elenka, tutta trafelata, sconvolta, colle mani tese innanzi come per arrestarlo.
—Tu! Tu! ruggì egli. Tu, Elenka!
—Sì, Abd-el-Kerim, ancora io che giungo in tempo per salvarti!
L'arabo la guardò cogli occhi strambasciati e nei quali balenava una fiamma d'ira, d'immenso furore.
—Fermati, Abd-el-Kerim! ripetè la greca. Dove vai? Dove fuggi? Chi ti liberò?…
—Sciagurata!… Che hai fatto dell'almea? chiese l'arabo con voce strozzata.
—Non chiedermi conto di quell'odiata rivale. Vieni con me, ritorna fra le braccia della tua Elenka che tanto ti ama.
Un'ondata di sangue montò alla testa dell'arabo: si scagliò sulla greca ebbro di collera e cercò di rovesciarla, urlando come una belva inferocita.
—Dov'è l'almea? Dov'è l'almea?
Tutti e due rotolarono l'un sull'altra. La greca se lo strinse contro il seno e invece di difendersi gli stampò sulle labbra un ardente bacio.
—Ti odio e ti amo immensamente! esclamò ella delirante.
Quel bacio fece sull'arabo l'effetto di un morso di serpente. Le sue mani nervose si strinsero attorno il collo di cigno della greca ed ebbe per un momento l'idea di strozzarla.
Ma s'arrestò subito senza forze e senza coraggio e cercò d'alzarsi spaventato, inorridito e fors'anche affascinato. Alcuni beduini apparvero a duecento passi di distanza agitando freneticamente le armi.
—Fermate! Fermate! urlarono essi correndo.
Abd-el-Kerim comprese il pericolo e si raddrizzò, ma la greca si era aggrappata disperatamente alle braccia di lui.
—Lasciami, mostruosa creatura! balbettò egli fuori di sè.
—Abd el-Kerim, ti amo, ti adoro, perdonami! mormorò con voce fioca Elenka. Fa di me quello che vuoi ma rimani!
Egli la trascinò seco per dieci o dodici passi, poi con una violenta scossa l'atterrò e l'abbandonò mezza stordita fra le erbe, ripigliando la fantastica corsa sotto gli alberi.
Il sangue gli oscurava la vista, le arterie gli battevano febbrilmente e parevagli che delle lingue di fuoco gli serpeggiassero per le vene e salissero su, su fino al cervello. Gli parve di essere diventato pazzo o di essere in preda ad uno spaventevole incubo che perdurava per quanto facesse per risvegliarsi.
Corse per un'ora, smarrendosi fra i meandri della gigantesca foresta, fugando le iene e gli sciacalli che rompevano il silenzio della notte con orribili scrosci di risa e urla interminabili, poi si fermò, anelante, spossato, colla spuma alle labbra.
Tutto ad un tratto udì un grido straziante, terribile, prolungato; era un grido d'angoscia, una invocazione suprema, un appello disperato. Nell'udirlo, i capelli si rizzarono sulla fronte e il sangue poco prima infiammato gli si gelò nelle vene.
—Dio! Dio! qual voce! balbettò egli. Dove ho udito io questa voce? Sono o non sono sveglio. Avanti! avanti!
Partì come una freccia coll'jatagan in mano, dirigendosi verso un macchione di piante di palme dal quale era partito il grido e sbucò in una piccola radura.
Là legata ad un gigantesco tamarindo, semi-nuda, stava una donna e ritta dinanzi a lei una spaventevole jena che la stringeva fra i suoi artigli. Abd-el-Kerim gettò un urlo selvaggio, furioso, strozzato.
—Fathma!… Fathma!…
Ruinò come una valanga addosso alla jena che stava per sbranare la sventurata almea e con un terribile fendente le spaccò il cranio.
—Fathma! mia adorata Fathma! esclamò l'arabo con istrazio.
Tagliò rapidamente i legami e ricevette fra le braccia quel corpo inerte e semi-gelato: gli occhi dell'arabo s'inumidirono.
—Rispondi, Fathma, rispondi, continuò egli, baciandola sulle gote. Gran Dio! che è successo mai?… Come sei qui e in questo stato?…
Un debole sospiro uscì dalle labbra dell'almea e poco dopo aprì gli occhi e li fissò in quelli dell'amante.
—Dove sono? chiese ella con un filo di voce.
—Fra le mie braccia, al sicuro d'ogni offesa! esclamò Abd-el-Kerim che rideva e piangeva ad un tempo. Non aver paura, Fathma, sono qui io a difenderti, sono qui io a salvarti.
L'almea lo mirò per alcuni istanti con occhi smarriti, poi gli gettò le nude braccia attorno al collo e se lo strinse al seno.
—Tu, tu, mio amato Abd-el-Kerim! Allàh, fa che io non sogni! esclamò ella.
—No, non sogni mia povera Fathma, sono proprio io, il tuo Abd-el-Kerim giunto in tempo per infrangere il capo a quell'immonda jena che stava per dilaniare le tue spalle.
Fathma fece un gesto d'orrore.
—Ah sì, mi ricordo… mi ricordo… L'aveva dinanzi a me… era salita sulle mie spalle, mi guardava ferocemente… mi mostrava i denti… mi soffocava fra le sue zampe… Oh Dio! quale spavento! Oh Dio, quale angoscia!
—Ma chi fu quel mostro che t'abbandonò legata in questa selva a pasto delle bestie! Dimmi chi fu, che io vada a strappargli il cuore!
—La greca, la mia rivale, Elenka, balbettò Fathma tremando di rabbia. Mi tradì, mi flagellò, poi mi lasciò sola… Se tu sapessi quanto odio quell'orribile creatura!
—Elenka!… esclamò Abd-el-Kerim con trasporto furioso. Maledetto il momento in cui non la strozzai! Guai, guai, mostruosa donna se riesco a riafferrarti!
La sua voce fu soffocata da una scarica di fucili che risuonò in lontananza e da uno scoppio di urla feroci.
—Abd-el-Kerim! esclamò Fathma con ispavento.
Egli la sollevò e se l'appoggiò al petto come una madre fa d'un fanciullo.
—Vieni, Fathma, diss'egli sordamente. Sono inseguito dai beduini che mi rapirono. Vieni, vieni!
Egli fuggì a grandi salti e colla medesima facilità come se portasse un leggero fardello, tanta era la forza che infondevagli l'amore e la gioia d'aver ritrovata colei che egli credeva per sempre perduta.
Attraversò sempre correndo l'ultimo tratto della foresta e giunse nella pianura d'Hossanieh proprio nel momento che un plotone di basci-bozuk sbuccava alla carriera da una gola formata da due ripide colline.
—Fathma! esclamò Abd-el-Kerim, con emozione. I basci-bozuk!
L'uomo che cavalcava alla testa dei soldati, venne a loro incontro a tutta velocità e gettò un gran grido:
—Abd-el-Kerim! Abd-el-Kerim!
—Hassarn! gridò l'arabo.
Il capitano balzò di sella e li raggiunse colle braccia aperte; Abd-el-Kerim e Fathma si precipitarono incontro a lui.
—Ah! esclamò il capitano Hassarn stringendoli ambedue in un tenero amplesso. Vi credeva per sempre perduti!
CAPITOLO XIII.—Il Delatore.
All'indomani il campo egiziano era tutto in confusione. Fanti, artiglieri e cavalieri andavano e venivano frettolosamente e lavoravano con febbrile alacrità; gli uni piegavano le tende e le arrotolavano accuratamente, altri scioglievano fasci di fucili e li consegnavano ai rispettivi proprietari, altri ancora si aiutavano reciprocamente a mettersi in ispalla gli zaini, a incinghiare le gamelle e le giberne. Si tiravano i cannoni e se li aggiogavano ai muli o agli asini, si insellavano i cavalli, si caricavano i cammelli e si conducevano in furia ai pozzi a rinnovare le provviste d'acqua e ad una estremità dell'accampamento si formavano le compagnie che tosto si muovevano quale avanguardia.
Si capiva subito che gli Egiziani levavano il campo. Alla notte erano giunti i rinforzi da Chartum, consistenti per lo più in artiglieri, e Dhafar pascià aveva dato il comando di prepararsi per mettersi in viaggio onde raggiungere l'esercito comandato dai pascià Hicks e Aladin.
Nel momento che maggiore era l'animazione, un uomo avvolto accuratamente in un gran taub alla beduina che gli lasciava scoperti solamente gli occhi, entrava nel campo, senza essere quasi visto.
Lo sconosciuto si fermò un momento dietro ad un gruppo di cammelli inginocchiati che aspettavano il carico, guardò con grande attenzione qua e là come cercasse qualche volto di sua conoscenza, poi tirò innanzi con passo quasi furtivo, oltrepassò in furia le tende degli ufficiali e dello stato maggiore coprendosi col taub persino il capo e s'arrestò dinanzi alla tenda di Dhafar pascià sulla cui cima ondeggiava la bandiera egiziana.
—Alto là! gli intimò la sentinella che vegliava dinanzi l'entrata.
Lo sconosciuto mostrò il suo volto e fece volare in aria un tallero. La sentinella si tirò prestamente da un lato presentandogli l'arma non senza un gesto di sorpresa e di terrore.
—Non aver paura che non sono uno spettro, disse lo sconosciuto, sorridendo. Quando parte il grosso della truppa?
—Fra due ore, rispose la sentinella.
—Con chi è Dhafar pascià?
—Coi suoi aiutanti di campo.
—Va a dirgli ch'io debbo parlargli immediatamente ma che desidero sia solo.
La sentinella chiamò un compagno, gli consegnò il fucile ed entrò precipitosamente nella tenda. Poco dopo uscì seguito da tre aiutanti di campo.
—Vi aspetta, diss'egli.
Lo sconosciuto entrò e trovò Dhafar pascià in piedi dinanzi ad un tavolino ingombro di carte geografiche.
Il pascià retrocesse vivamente, quando lo sconosciuto lasciò cadere a terra il taub.
—Notis! esclamò egli con terrore. Non è possibile!
—Sì, sono Notis, Dhafar pascià, rispose il greco. Quel Notis che tutti credevano morto nelle foreste del Bahr-el-Abiad.
—Ma come mai siete vivo?… M'avevano narrato che Abd-el-Kerim vi aveva cacciato la scimitarra attraverso il corpo e che eravate caduto in uno stagno profondissimo.
—È vero, disse Notis, ma i greci hanno l'anima incavigliata.
—Non capisco come siate risorto.
—È facilissimo, pascià! Quando Abd-el-Kerim mi lasciò nello stagno, non ero ancora spirato. Un beduino, passando poco dopo per la foresta, udì i miei gemiti e mi raccolse. Languii più giorni nella sua tenda ma finalmente guarii ed ora ritorno al campo.
—Per riprendere il comando della vostra compagnia?
—Niente affatto, Ecco qui una lettera firmata dal mudir di Chartum il quale mi concede il congedo di due anni; mia sorella me la recò tre giorni or sono.
—Ah! fe' Dhafar sorpreso. È qui vostra sorella Elenka?
—No, è accampata alle ruine di El-Garch.
—E allora che volete da me? chiese il pascià dopo di aver letta la lettera che Notis gli porgeva.
—Siamo perfettamente soli?
—Assolutamente soli.
—Dhafar pascià, disse Notis gravemente, nelle vostre file avete una spia di quel cane di Mahdi.
—Nelle mie file, esclamò il pascià. Chi può essere mai?
—Una donna che fu la favorita del Mahdi e che ora divenne l'amante di Abd-el-Kerim.
—Fathma!
—Sì, proprio l'almea Fathma, mandata qui dal suo signore per tradirvi tutti quanti e farvi uccidere prima che abbiate a raggiungere l'armata d'Hicks pascià.
—È forse una rivincita che tentate contro Abd-el-Kerim?
—Non mi curo più di quell'arabo. Lo disprezzo e ciò per me basta.
—Ma sapete che se è vero quello che asserite Fathma è perduta?
—Che farete di quella donna? chiese Notis la cui voce tremavagli leggermente.
—La faccio fucilare subito.
Il greco impallidì ma non fece nessun motto che tradisse la violenta emozione che agitavalo. Comprese subito che era andato troppo innanzi e che correva rischio di perdere per sempre Fathma, ma non si scoraggiò.
—Se la fate fucilare, è una grande disgrazia, disse.
—Perchè mai? I ribelli non meritano compassione, anzi nemmeno quartiere.
—Io, se fossi in voi, la manderei a Chartum e ve la terrei come ostaggio. Il Mahdi l'ama, e potrebbe servirsi per scambiarla contro qualche personaggio importante che avesse la sfortuna di cadere nelle mani dei ribelli.
—Confesso che voi ne sapete più di me, ma chi mi assicura che essa fu la favorita del Mahdi? L'accusa è gravissima.
—Lo assicurerà un dongolese che la vide più volte a El-Obeid.
—Dove si trova quest'uomo?
Il greco uscì dalla tenda e mandò un fischio stridulo, poi sparò in aria un colpo di pistola. Tosto si vide accorrere verso il campo un selvaggio seminudo, armato di una lunga lancia; in poco tempo giunse alla tenda e fu condotto alla presenza del pascià.
—Tu sei dongolese, non è vero? chiese Dhafar, guardandolo con curiosità.
—Si, padrone, rispose il negro,
—Da dove vieni?
—Da El-Obeid dove accampava il ribelle Mohamed Ahmed.
—Conosci tu Fathma?
—Sì, era la favorita del Mahdi, La vidi più volte a El-Obeid.
—Basta, così, puoi andartene
Il negro se ne andò dopo d'aver scambiato un rapido sguardo col greco.
—Che fate ora? chiese Notis dopo qualche istante di silenzio.
—Faccio arrestare Fathma e condurre sotto buona scorta a Chartum.
—Ma Abd-el-Kerim la seguirà, innamorato come è, e potrebbe corrompere la scorta e liberare la prigioniera.
—Lo so, ma Abd-el-Kerim lo terrò al campo.
—Ho anzi qui una lettera del governatore di Chartum, il quale vi impone di condurre con voi Abd-el-Kerim ricorrendo, qualora vi fosse bisogno, alla forza.
—Come mai al governatore saltò in capo di obbligarmi a fare questo? chiese Dhafar, leggendo la seconda lettera che il greco aveva levata dalla saccoccia.
—L'ignoro, ma probabilmente deve esserci il suo perchè.
Dhafar guardò fissamente Notis e scosse il capo.
—A chi affiderete il comando della scorta? incalzò il tenente.
—Ad uno dei miei aiutanti di campo.
—E perchè no a me?
Un risolino malizioso apparve sulle labbra del pascià.
—Perchè potreste fare quello che farebbe Abd-el-Kerim. Mi dissero che la causa del duello fu una donna e questa donna è precisamente la stessa che voi accusate. Basta così, ubbidisco e voi ubbidite.
Il greco a mala pena frenò un motto di dispetto Dhafar pascià battè tre volte le mani nel momento istesso che al di fuori echeggiavano le trombe e rullavano i tamburi.
Un aiutante di campo accorse.
—Prendete con voi dieci uomini, gli disse il pascià, e andate ad arrestare Fathma. Viva o morta la condurrete qui.
L'aiutante di campo s'inchinò, uscì e chiamò dieci soldati, ai quali fece caricare le armi e inastare le daghe. Stava per dare il comando di marciare quando fu raggiunto dal greco Notis.
—Kebir, diss'egli, facendogli scivolare in una saccoccia una borsa ricolma di talleri. Guai a te se torci un capello all'almea.
—Non temere di nulla, Notis, rispose l'aiutante. Ti comprendo di volo.
—Va ora, e sta attento ad Abd-el-Kerim.
L'aiutante si pose in cammino seguito dai dieci soldati e ad una certa distanza dal greco che s'era tutto coperto col taub. Attraversarono il campo nel quale si ordinavano le compagnie e giunsero alla casupola di Fathma nel momento che l'almea appariva alla porta accompagnata da Abd-el-Kerim e dal capitano Hassarn.
—Alto là! intimò Kebir, sguainando la scimitarra.
Alla vista dell'aiutante di campo di Dhafar pascià colla scimitarra in mano e dei dieci soldati colle baionette in canna, un brivido di terrore era passato per le ossa di Fathma e di Abd-el-Kerim. Essi s'arrestarono, guardandosi in viso con ansietà e con meraviglia, non sapendo spiegare il perchè di quella presenza di soldati armati.
—Che significa ciò? chiese l'arabo con stupore.
—Ho l'ordine d'arrestare uno di voi, rispose Kebir.
—Uno di noi? esclamarono tutti e tre ad un tempo.
—Fathma, disse l'aiutante ponendole una mano sulla spalla, in nome di Dhafar pascià io ti arresto!…
Un grido d'orrore e d'angoscia sfuggì dalle labbra dell'almea.
—Io arrestata! balbettò la poveretta… Io… io!…
—È impossibile! gridò Abd-el-Kerim, dando indietro.
—Qui c'è uno sbaglio, disse Hassarn. Tu vuoi scherzare, Kebir.
—Ti dico io, Hassarn, che ebbi l'ordine d'arrestare l'almea Fathma, replicò l'aiutante di campo.
—Ma di che sono accusata?… Non ho fatto male a nessuno, io.
—Ignoro perfettamente il motivo.
—Kebir, disse Abd-el-Kerim con voce rauca. Non ischerzare, o per Allàh io ti spacco il cranio.
—Io obbedisco e nulla di più. Dhafar pascià ti dirà il perchè fece arrestare la tua amante. Orsù, spicciamoci che si sta per partire.
—Ma io non sono colpevole! esclamò Fathma che tremava come fosse assalita da violentissima febbre. Abd-el-Kerim, oh! io ho paura, non voglio venire, non ho fatto nulla per venire arrestata, salvami.
—Coraggio, Fathma, disse l'arabo, cingendola con ambe le braccia. Non temere di nulla che siamo qui noi a difenderti, Dhafar pascià non può essersi che ingannato, vieni con noi senza tremare. Io e Hassarn siamo abbastanza potenti per disperdere un'accusa, se questa vi sarà.
I soldati li avevano circondati tutti e tre. Abd-el-Kerim passò il suo braccio sotto quello di Fathma e il drappello si mosse verso il campo.
—Fathma, disse l'arabo. Fatti coraggio.
L'almea era pallidissima e camminava a gran pena appoggiandosi o meglio abbandonandosi al braccio del fidanzato.
—Ho paura, mio povero Abd-el-Kerim, diss'ella con voce fioca.
«Ho dei sinistri presentimenti che invano cerco di scacciare, dei presentimenti che mi straziano il cuore e che me lo fanno sanguinare. Se io venissi realmente arrestata? O Dio, qual terribile pensiero!»
—Ci siamo noi e non ti abbandoneremo mai, disse Hassarn.
—Non so, continuò l'almea, ma ho paura che qualcuno ci attraversi ancora la via, che qualcuno cerchi ancora di separarci.
—Ma chi mai? chiese Abd-el-Kerim che nondimeno sentivasi agitato da vaghi timori. Nè Notis, nè Elenka ardivano mostrarsi al campo, e poi, per che fare? Di che accusarti?
—Che ne so io? Sono sì mostruosi quel fratello e quella sorella!
—Guai a loro se avessero ad accusarti dinanzi a Dhafar pascià.
Quando giunsero al campo il piccolo esercito ne usciva, fra uno squillar acuto di trombe, un rullare fragoroso di tamburi e gli evviva della popolazione d'Hossanieh, accorsa in massa a vederlo partire. I fanti marciavano in testa coi fucili in ispalla e le bandiere spiegate, i basci-bozuk caracollavano superbamente ai fianchi, colle scimitarre in pugno, che brillavano ai raggi del sole equatoriale e l'artiglieria veniva dietro spalleggiata da una moltitudine di mahari, di cammelli, d'asini e di cavalli carichi di viveri, di munizioni e persino d'armi.
Dhafar pascià appoggiato alla sua scimitarra, con una sigaretta fra le labbra, circondato dal suo stato maggiore che teneva un piede nelle staffe degli ardenti corsieri, assisteva impassibile allo sfilamento.
Abd-el-Kerim fu il primo a presentarsi dinanzi a lui.
—Dhafar pascià, gli disse, piantandoglisi dinanzi con aria tutt'altro che rispettosa. Che scherzo avete voluto farmi?
Il pascià a quella domanda direttagli bruscamente e con tono quasi di minaccia, si volse colla fronte alquanto aggrottata.
—Ah! sei tu, Abd-el-Kerim! esclamò. Credeva che tu arrivassi tardi.
—No, arrivo in tempo, ma par chiedervi che scherzo m'avete fatto. Chi vi suggerì l'idea di far arrestare Fathma? Di che la si accusa?
—Sei innamorato di quella donna!
—Tutti lo sanno.
—Credi a me, dimenticala. Essa è una spia.
—Spia! spia! esclamò Fathma, facendosi innanzi coll'ira negli occhi. Mi accusi di essere una spia!
—Voi siete stato ingannato, Dhafar pascià, disse Abd-el-Kerim con violenza. Come accusare questa donna di essere una spia?
—Chi ve lo disse? chiese Hassarn. Io rispondo di Fathma come di me stesso, Dhafar.
—Calma, calma amici, disse il pascià. Rispondi, Fathma. Non fosti tu a El Obeid la favorita del ribelle Mohamed Ahmed?
L'almea presa alla sprovveduta tremò tutta. Comprese subito l'abisso in cui stava per cadere e fece appello a tutto il suo coraggio per non perdersi.
—No, diss'ella risolutamente. Non conobbi mai il falso profeta.
—Oh! esclamò il pascià. Tu menti, te l'assicuro, tu menti!
—No, te lo ripeto pascià, non conobbi mai il Mahdi.
—Giuralo.
L'almea impallidì e si tacque, ma vide gli sguardi penetranti di Abd-el-Kerim fissi nei suoi come per incoraggiarla e non esitò più.
—Lo giuro sul Corano, diss'ella, alzando la destra.
Abd-el-Kerim e Hassarn respirarono. Credettero che fosse salva, ma questa speranza durò un lampo. S'udì il lamentevole urlo dello sciacallo e subito dopo un selvaggio fendè il cerchio formato dallo stato maggiore. Era il dongolese che Notis aveva presentato a Dhafar pascià. Egli camminò dritto verso l'almea e toccandole con un dito il seno le gridò:
—Spergiura!
S'udì un mormorio di sorpresa. Gli ufficiali si strinsero vieppiù attorno a quel gruppo ansiosi di vedere come la sarebbe finita.
—Spergiura! ripetè il dongolese.
Abd-el-Kerim fece un salto innanzi colla faccia alterata e le mani sulla guardia della scimitarra.
—Chi sei? gli chiese con voce arrangolata.
—Un dongolese che militò sotto le bandiere del Mahdi e che poi disertò per passare sotto quelle di Yossif pascià. Sono un superstite della strage di Kadir.
—E tu dici?…
—Che quella donna mente.
—Io! esclamò la povera almea, che perdeva il suo sangue freddo.
—Sì! tu menti, ripetè il dongolese con maggior forza. Io ti vidi a El-Obeid quando tu eri la favorita del Mahdi!
Fathma mandò un grido terribile e tentò gettarsi sul dongolese, ma i soldati l'afferrarono pei polsi. Abd-el-Kerim mise mano alla scimitarra.
—Miserabile! urlò egli.
Gli ufficiali però lo disarmarono, trascinandolo via come pure disarmarono il capitano Hassarn che aveva puntata una pistola sul delatore.
—Arrestate quella donna, disse Dhafar pascià, e conducetela a Chartum.
—Non fatelo! Non fatelo!… urlò Abd-el-Kerim che fuori di sè dibattevasi disperatamente fra gli ufficiali.
—Arrestate quella donna, e trascinatela via, replicò Dhafar imperiosamente.
I soldati afferrarono l'almea e la portarono via malgrado le strazianti sue grida e i suoi sforzi sovrumani.
—Aiuto, Abd-el-Kerim, aiuto, Hassarn, ripeteva la poveretta.
L'arabo cercò di correre in suo aiuto seco trascinando gli ufficiali ma si fermò dinanzi al pascià che, tratto dalla cintura un revolver, lo toglieva di mira.
—Se tu la segui io ti ammazzo, gli disse Dhafar.
—Lasciami andare che io diserto la mia bandiera, lascia che io segua colei che amo più della mia vita, urlò Abd-el-Kerim, che pareva un pazzo. Degradami se vuoi ma lascia che io vada con lei a Chartum, che io la protegga, che io la discolpi.
—Abd-el-Kerim, ho ordini formali del governatore di Chartum di condurti meco e io ti condurrò al sud.
Ad un suo cenno dodici o quindici neri s'impadronirono dello sventurato arabo, lo rovesciarono, lo legarono saldamente e lo trascinarono a viva forza. Hassarn che aveva sguainata la scimitarra, circondato da ogni lato, fu costretto ad abbandonare ogni difesa e a lasciarsi arrestare.
—A cavallo, comandò il pascià.
Lo stato maggiore salì in sella e si affrettò a raggiungere il piccolo esercito che si dirigeva verso i monti Kaid. Nel medesimo istante echeggiò un gran scroscio di risa beffarde e il greco Notis apparve.
Egli tese le mani l'una verso il sud dove veniva trascinato Abd-el-Kerim e l'altra verso il nord dove veniva trascinata Fathma.
—Io al nord ed Elenka al sud, diss'egli. I greci hanno vinto gli arabi.
CAPITOLO XIV.—La caccia all'almea.
L'esercito egiziano era ormai scomparso dietro le colline quando il greco lasciò il campo.
Egli raggiunse il villaggio d'Hossanieh, ben avvolto nel taub, attraversò rapidamente quel laberinto di viuzze ingombre di cammelli carichi per lo più di gomma o di durah e guadagnò un'altura sulla quale il dongolese che aveva accusata l'almea, canterellava dei versetti dell'Alcorano.
—Ah! sei qui, disse il greco. Ti ringrazio innanzi a tutto del servigio che hai reso alla favorita del Mahdi.
—Ringraziate vostra sorella che mi diede l'imbeccata, rispose il dongolese. Bisogna proprio dire che è una gran furba.
—È greca e ciò basta. Hai veduto alcuno?
—Fit Debbeud e i suoi sono nascosti a cinquecento passi da qui e non attendono che il segnale per venire.
—Non perdiamo tempo allora.
Trasse una pistola e la sparò in aria; una detonazione analoga facevasi udire pochi secondi dopo.
Quasi subito una banda di mahari uscì da un macchione di palme deleb e si diresse a tutta corsa verso l'altura. In testa cavalcava Fit Debbeud, riconoscibile pel suo fez rosso e le bardature lucenti del suo cammello, e al suo fianco cavalcava, Elenka colla carabina in mano e la lunga capigliatura, cosparsa di monete d'oro, sciolta al vento.
Giunti ai piedi del colle lo sceicco e la greca discesero di sella e raggiunsero Notis che aveva acceso pacificamente il suo scibouk.
—Ebbene, fratello, chiese Elenka con voce un po' alterata e pigliandogli una mano.
—Tutto è andato bene, rispose Notis.
—Ah!.. esclamò la greca con gioia feroce. I Greci hanno battuto gli Arabi.
—Si, sorella, i Greci hanno vinto gli Arabi.
—Fathma adunque?…
—È condotta prigioniera a Chartum.
—E lui?…
—E lui segue l'esercito.
—L'ha abbandonata forse?…
—Oibò! Abd-el-Kerim è più innamorato di prima.
Sulla nivea fronte della greca si disegnò una profonda ruga.
—Ancora, diss'ella con dispetto. Come è avvenuta la separazione?
—Furono separati colla forza e poco mancò che Dhafar pascià non uccidesse l'arabo con un colpo di revolver. Il maledetto aveva tratta la scimitarra per accorrere in aiuto di Fathma.
—E che facciamo ora?
—Io vado dietro l'almea e tu ad Abd-el-Kerim; questo è quello che ci rimane a fare.
—Ma se Abd-el-Kerim è così fortemente innamorato di Fathma, alla prima occasione diserterà per raggiungerla.
—Ecco quello che tu dovrai impedire. Dhafar pascià ti darà man forte per trattenerlo al campo.
—Ho paura di non riuscire nel mio intento, Notis. Se ama tanto l'almea giammai acconsentirà a diventare mio fidanzato dopo quel che feci.
—Bah? fe' il greco, alzando le spalle. Il tempo cicatrizza le ferite e cicatrizzerà anche quella di Abd-el-Kerim. Seguilo, mostrati premurosa e sottomessa a lui, salvalo quando puoi salvarlo e affascinalo appena che lo potrai fare senza pericolo. Hai il tuo mahari, armi e argento, unisco a tutto ciò il mio schiavo Takir onde ti protegga: va con Dio!
—E tu!
—Io vado dietro a Fathma, la raggiungo, sbaraglio la sua scorta e me la porto a Quetêna oppure in qualche altra città, forse a Chartum.
—Sicchè forse non ci rivedremo più.
—Chi sa? Se Dio lo vuole! Del resto non c'è altra scappatoia: o andare o restare, che equivale a vincere o perdere. Scegli!
—Parto pel sud.
—Ed io parto pel nord.
Il greco prese Elenka per mano e scesero la collina seguiti dallo sceicco che non apriva bocca.
—Va, sorella, che il tempo stringe e sii forte e prudente, disse Notis, quando giunsero al piano.
—È per me doloroso separarci per sempre, fratello.
—Dio lo vuole.
Elenka salì sul suo mahari, dopo aver abbracciato il fratello; gli strinse un'ultima volta la mano e partì rapidamente accompagnata dal nubiano. Tre volte volse la testa indietro salutando col fazzoletto…. poi sparve in mezzo ai campi di durah e alle foreste di tamarindi.
—Povera sorella, mormorò Notis sospirando. Ho il presentimento di non rivederla più mai!
Egli rimase lì colle braccia incrociate sul petto e lo sguardo fisso verso il luogo ove era scomparsa Elenka. Lo sceicco lo trasse da quei tetri pensieri battendogli sulle spalle.
—Non bisogna stare qui troppo, gli disse.
—Hai ragione, Fit Debbeud, rispose il greco.
—Che via prendiamo?
—Quella di Chartum. Prima che il sole tramonti bisogna che Fathma sia in mia mano.
—E colla scorta, come si farà?
—Adopereremo le nostre armi e li uccideremo dal primo all'ultimo.
—Quando è così, siamo tutti pronti. In sella compagni!
Il drappello si mise in marcia senza troppo affrettarsi, volendo raggiungere la scorta in sulla sera, nel momento che accampava, onde impedirle che potesse salvarsi colla fuga. Notis aveva sommo interesse che nessuno sopravvivesse, onde evitare che si recassero a Chartum a denunciarlo e quindi a perderlo.
Passato Hossanieh essi s'inoltrarono nelle vaste pianure del nord adorne di cespugli, di gruppi di palme e di grandi zone di papaveri alti più di un metro e carichi di capsule grosse come uova di gallina nel cui interno, non di rado, contengono più di trentaduemila semi, e abbelliti da grandi fiori bianchi, rossi, rosei, violetti e più spesso screziati.
Notis e lo sceicco si misero alla testa, ritti in sulla gobba degli animali onde abbracciare maggior orizzonte e gli altri si misero a loro dietro in lunga fila, colle lancie gettate a bandoliera e i moschettoni e gli jatagan in mano.
—Credi che abbiamo fatto molta strada? chiese Notis dopo qualche tempo.
—Dalle traccie lasciate sul suolo arguisco che i loro mahari andavano di corsa, rispose Fit Debbeud. Credo non ingannarmi se dico che siamo lontani da loro un cinque o sei miglia.
—Dove ti sembra che si dirigano queste traccie?
—Per ora si mantengono diritte ai monti Arab Mussa, ma sono sicuro che non tarderanno a piegare verso il Bahr-el-Abiad.
—Credi tu che si rechino a Chartum pel fiume?
—Sì, vi andranno pel fiume. Tu sai che vi sono delle bande d'insorti disperse per le Gemaije che vivono di saccheggio e che trafficano in carne umana. Gli Egiziani s'imbarcheranno, se non a Mahawir, almeno a Quetêna.
—Non bisogna lasciare loro il tempo di giungere al fiume, disse Notis.
—Non avere paura, padrone; questa notte accamperemo nella pianura.
—Bisogna che noi li circondiamo per bene se vogliamo ammazzarli tutti quanti. Fathma cadrà in mia mano e allora sfido Allàh a portarmela via.
Non bestemmiare, disse lo sceicco sorridendo. E quando l'avrai, ritornerai tu a Chartum? Non mi pare che sia cosa prudente.
—A Chartum vi andrò quando Fathma avrà dimenticato Abd-el-Kerim e che mi amerà. Se ve la conducessi prima sarebbe capace di tradirmi.
—Uhm! sarà difficile estirpare dal suo cuore l'amore che aveva pel tuo rivale. Questo arabe, quando amano, rimangono fedeli fino all'ultimo respiro.
—Ti ricordi quello che ho detto poco fa a mia sorella?
—A proposito di che?
—Le dissi che il tempo cicatrizza le ferite e che cicatrizzerà anche quella di Abd-el-Kerim. Così il tempo guarirà quella di Fathma. Non ho fretta, sono paziente e aspetterò che nel cuore di quell'almea si apra un'altra breccia.
—E se non s'aprisse?
—L'aprirò colla forza rispose Notis risolutamente. Ogni resistenza sarà vana dinanzi al mio amore che ormai è diventato gigantesco, impossibile a domarsi e più impossibile ad estinguersi.
—Sta bene; e tua sorella Elenka riescirà ad affascinare quell'arabo dell'inferno?
Il greco sospirò più volte, crollando il capo, e sul suo volto passò un'ombra malinconica.
—Ho paura che mia sorella non ritorni mai più dal Sudan, mormorò egli. Ho un brutto presentimento radicato fortemente nel cuore. Povera Elenka! Povera mia sorella!
—Nessuno può vedere tua sorella senza fremere, senza sentirsi toccare il cuore, disse lo sceicco. Se Abd-al-Kerim non l'ha dimenticata del tutto, ho la certezza che tornerà ad amarla.
—E credi tu che per questo sia salva? Il Sudan è tutto insorto e non dò un tallero di tutti gli Egiziani che hanno i pascià Hicks e Aladin. Il Mahdi è troppo possente per venire schiacciato.
Tua sorella è forte, Notis, più forte di una delle nostre donne, anzi più forte di un beduino. Eppoi, non si uccide una donna bella come lo è lei. Sono sicuro che se i ribelli vincono gli Egiziani, la risparmieranno, forse per darla al Mahdi.
—Allora sarà perduta.
—Chi sa, potrebbe diventare una favorita e tu sai quanto sono possenti le favorite.
Notis curvò il capo sul petto e si immerse in dolorose meditazioni, dimenticando persino l'almea. Lo sceicco si spinse innanzi collo sguardo fisso ora all'orizzonte e ora a terra dove vedevansi le traccie fresche della scorta, mettendosi a recitare i versetti del Corano.
Tutto il giorno la piccola carovana camminò ora al passo e ora al trotto, sempre dietro alle traccie che mantenevano una linea rigorosamente dritta in direzione di Quetêna, villaggio situato sulla riva destra del Bahr-el-Abiad.
Era quasi sera, quando lo sceicco che si alzava di frequente sulla gobba del mahari, scorse in distanza un gruppo di cammelli montati da uomini armati. Riconobbe subito la scorta che conduceva Fathma.
—Alto là! diss'egli, alzando una mano verso i suoi uomini. Gli abbiamo raggiunti, Notis.
Il greco trasalì e si alzò in piedi sul collo del mahari. Egli potè distinguere i dieci egiziani e il loro caporale, che facevano corona a due cammelli portanti una specie di angareb sul quale scorgevasi qualche cosa di bianco che il venticello della sera alzava e abbassava a capriccio.
—La vedi l'almea gli chiese lo sceicco.
—Sì, rispose Notis che tremava per l'emozione. Essa è stesa su quell'angareb, forse malata.
—Probabilmente prostrata di forze, disse Fit Debbeud. Tanto meglio per noi; la faremo prigioniera senza che opponga resistenza.
—Dobbiamo seguirli o arrestarci qui?
—Se li seguiamo così possono scoprirci e allarmarsi: ci conviene lasciare qui i mahari e seguirli a piedi. Non faremo tanta strada, lo vedrai, poichè le tenebre stanno per calare e tu sai che di notte, ora che il Sudan è sollevato a rivolta, nessuno si arrischia a viaggiare. Guarda che essi si dirigono verso quelle colline, probabilmente per accampare là presso.
Ad un suo comando i beduini smontarono e i cammelli vennero radunati in cerchio e legati gli uni cogli altri. Un uomo fu lasciato a guardia di loro e gli altri si misero in cammino rassentando i gruppi di bauinie, ora raddoppiando il passo e ora rallentandolo e nascondendosi quando qualcuno della scorta volgeva il capo indietro.
Dopo un'ora gli egiziani fecero alto su di una piccola elevazione del terreno, nelle vicinanze di un fiumicello che scaricasi nel Bahr-el-Abiad poche miglia, sotto Quetêna.
Alzarono le tende, accesero i fuochi della notte per allontanare le zanzare e le bestie feroci, condussero i cammelli a dissetarsi, poi si sedettero all'aperto aspettando il pasto. I beduini si arrestarono sdraiandosi fra le erbe.
—Che nessuno si muova finchè non lo comando, disse Notis.
Egli, in compagnia dello sceicco, strisciò fino ad una collina isolata e guardò attentamente all'ingiro.
Il paese era deserto e il luogo era propizio per tentare l'assalto dell'accampamento egiziano. Non si vedevano che gruppi di alberi e cespugli folti; non un tugul che indicasse la presenza di qualche baggàra[1] o di qualche maazi[2]; nemmeno un zeribak nel cui interno potesse celarsi qualche essere umano. Erano proprio soli, senza testimoni di sorta.
[1] Mandriano. [2] Caprajo.
—Possiamo marciare innanzi, disse Notis. Il primo colpo di fucile è destinato a quella sentinella che veglia ai piedi del rialzo e il secondo al caporale. Ucciso il comandante, gli egiziani si lascieranno scannare come montoni.
—Lascia fare a me, disse lo sceicco. Abbiamo dei mahari e delle armi da guadagnare. Spicciamoci, padrone.
Scesero di corsa il pendìo, fecero levare i beduini e diedero il segnale di avanzare colla massima prudenza. Il loro progetto era di irrompere improvvisamente sull'accampamento, di circondare gli egiziani e di sgozzarli prima che potessero riaversi dalla sorpresa e dallo spavento.
I cinquecento passi che li separavano dall'accampamento li percorsero senza venire scoperti. Essi sostarono dietro ad una macchia colle armi in mano e gli occhi sanguinosamente fissi sui fuochi del campo.
—Dov'è Fathma? chiese lo sceicco con un filo di voce.
—Sotto quella tenda là, rispose Notis. Attenzione!
Alzò il remington e mirò la sentinella che fumava col scibouh appoggiata al tronco di un ambag. Una fragorosa detonazione ruppe il silenzio della notte accompagnata da un grido disperato.
—Allàh-el-gader! (Dio possente!) esclamò la sentinella e cadde a terra con una palla in fronte.
—Avanti! tuonò lo sceicco coll'jatagan in mano.
I beduini si slanciarono innanzi come una banda di lupi affamati gettando urla selvagge e irruppero nell'accampamento colle lancie in resta.
Gli egiziani sorpresi dalla rapidità dell'assalto, non avevano avuto nemmeno il tempo di accorrere ai fucili legati in fascio. Sguainarono le daghe e cercarono di tener testa, ma sin dal primo urto quattro di essi caddero a terra passati da parte a parte.
Beduini ed egiziani si mescolarono azzuffandosi ferocemente, urlando ed urtandosi, menando disperatamente le mani, afferrandosi ed atterrandosi. Notis, incontratosi col caporale gli fece saltare le cervella, poi si gettò addosso alla tenda dove sapeva trovarsi Fathma. Proprio nell'istesso istante che vi giungeva vide dalla parte opposta uscire una bianca figura e fuggire a rompicollo giù per l'erta. La riconobbe subito.
—Aiuto! esclamò egli. Fathtma mi fugge!
Lo sceicco e sei o sette beduini accorsero a lui, mentre gli altri finivano a colpi di jatagan gli egiziani.
—Fermati, Fathma, intimò il greco rabbiosamente.
L'almea non volse nemmeno il capo indietro e raddoppiò la corsa andando or qua e or là come fosse smarrita o cieca. Il greco in pochi salti le fu vicino.
—Ira di Dio, fermati Fathma! rantolò egli.
L'almea si volse, fece un rapido movimento con una mano, traballò come percossa da una folgore, gettò uno straziante singulto e cadde di peso fra le erbe.
Il greco le si precipitò sopra, ma indietreggiò vivamente cogli occhi fuor dall'orbite, la faccia sconvolta, le mani nei capelli.
—Dio!… Dio!… urlò egli. È morta!…
L'almea s'era trafitta il cuore con un colpo di pugnale!