← Table of contents
La favorita del Mahdi

PARTE TERZA

Reading edition

Il Mahdi

CAPITOLO I.—I prigionieri.

La mattina del 15 maggio 1883, una straordinaria agitazione regnava fra le innumerevoli orde dal Mahdi Mohammed Ahmed, accampate in una immensa e sabbiosa pianura, a corta distanza da El-Obeid la capitale del Kordofan.

Dal tugul, dalle tende, dalle zeribak, dalle tettoie e dalle hose[1] uscivano, vociferando a tutta gola, guerrieri vestiti con stoffe variopinte o semi-nudi, o nudi affatto, slanciandosi all'impazzata fra i cannoni, fra i fucili stretti in fasci, fra i cammelli e i cavalli che ingombravano il campo.

[1] Cortili chiusi fra capanna e capanna.

Ora passavan turbe di Baggàra Salem, guerrieri d'alta statura, di forme massiccie, dalle fisonomie feroci, coi cappelli intrecciati e ornati di pezzetti di ambra e di conterie di Venezia; ora di Baggàra Hamran montati su buoi e coi corpi spalmati di grasso di cammello e riparati dietro grandi scudi convessi e coperti di pelle d'antilope; ora di Abù-Rof, bella gente dalla tinta bronzina, lineamenti fieri, il petto racchiuso da scintillanti cotte di acciaio e il capo difeso da un elmetto nasale; ora di guerrieri del Beni-Gerar, terribili predoni propri del Darfur, colle membra cariche di anella d'avorio o di rame; poi attruppamenti di beduini Kababich in uniforme bianca, di negri Megianin, di Aulad-el-Behr, di Hababin; ondate di Sennaresi, di Nubiani, di Arabi, di Scilucchi, di Basci-bozuk rinnegati, tutti armati chi di remington tolti agli egiziani nella sanguinosa battaglia di Kasghill, chi di moschettoni a pietra o a miccia, chi di lunghe spade dritte a due tagli, chi di scimitarre di tutte le lunghezze e larghezze, o di lancie, o di mazze, o di scuri, o di coltellacci, o di randelli ferrati.

Tutti quei guerrieri che parevano impazziti, si dirigevano di corsa verso le trincee che difendevano il campo dal lato meridionale e vi si affollavano confusamente sopra, urtandosi, atterrandosi, bisticciandosi per arrivare primi. Mille e mille domande s'incrociavano per l'aria formando un baccano assordante che veniva smisuratamente ingrossato da un furioso strepitare di noggàra[1] e di darabùke, da un rullare di tamburi egiziani e da uno squillare acuto di mille bizzarri istrumenti musicali.

[1] Noggàra e darabùke, sorta di tamburoni di legno scavato che vengono percossi con delle mazze.

—Ma siete sicuri che verranno? chiedevano gli uni.

—Ma sicurissimi, rispondevano gli altri.

—Avete veduto il cavaliere che recò la notizia?

—Coi nostri propri occhi e l'abbiamo udito colle nostre orecchie.

—Hanno dunque vinto?

—Ma sì, sono vincitori.

—Ci sono prigionieri?

—Altro che! E prigionieri egiziani. Una cinquantina.

—Un centinaio.

—Un migliaio.

—Che marmellata che faremo. Li massacreremo tutti.

—E pianteremo le loro teste dinanzi le porte di El-Obeid a tener compagnia a quella di Hicks pascià.

—Benissimo! Bravi! Morte agli infedeli! Guerra ed esterminio.

—Morte agli infedeli!

—Eccoli! gridò una voce tonante.

—Eccoli! ripeterono cinquantamila voci.

—Viva lo scièk Tell-Afab! urlarono tutti.

In lontananza scoppiò una scarica di fucili e si udirono strepitare i noggàra e le darabùke. Il più profondo silenzio regnò come per incanto fra quella moltitudine di guerrieri accavallati sulle trincee: tutti gli occhi si fissarono attentamente verso il sud.

Una nube di polvere alzavasi verso quella direzione ed in mezzo ad essa, percosse dai raggi del sole, brillavano lancie, scimitarre e baionette. Un grosso attruppamento di guerrieri si avanzava a passo di corsa verso il campo.

In testa cavalcava un bel negro col petto racchiuso in una cotta d'acciaio, un gran turbante verde sul capo e una magnifica farda d'egual colore pendentegli dalle spalle. Nella mano dritta impugnava una larga scimitarra, una sekkin, e nella sinistra teneva la bandiera del Mahdi che faceva vivamente ondeggiare al disopra della sua testa.

Dietro a lui si trascinavano con grandi stenti ventisei prigionieri egiziani, scalzi, laceri, insanguinati, tutti piagati e solidamente legati.

Venticinque erano poveri fantaccini sulle cui spalle grandinavano ad ogni istante colpi di corbach che strappavan a loro urla di dolore. Il ventiseiesimo era invece un tenente arabo di alta statura, di forme eleganti ed insieme vigorose.

Era più triste e in più deplorevole stato degli altri; camminava facendo sforzi sovrumani e teneva il capo inclinato sul petto. Ogni qual tratto però lo rialzava con violenza e allora mostrava una faccia abbronzata, maschia, ardita, ma sulla quale, un attento osservatore, avrebbe scorto le traccie di crudeli dolori, di sofferenze indicibili. Sulla piega delle palpebre si vedevano ancora le umide traccie di recenti lagrime.

All'intorno dei prigionieri si accalcavano confusamente guerrieri Baggàra, Denka e Bongo, che agitavano freneticamente le loro armi, scaricando in aria colpi di fucile e acclamando a piena gola lo sceicco Tell-Afab e Ahmed loro profeta.

Quando la truppa giunse all'accampamento, una oscillazione violenta, burrascosa, si fece sentire da un capo all'altro delle orde stipate addosso alle trincee. Un immenso e terribile grido lacerò l'aria e salì fino alle nubi.

—A morte i prigionieri! A morte gli infedeli! Viva Tell-Afab!

I guerrieri del Mahdi si rovesciarono come una fiumana giù per le trincee e andarono a cozzare furiosamente contro i guerrieri dello sceicco Tell-Afab dividendoli in mille differenti gruppi. Ogni arma si tese minacciosamente verso gli egiziani che si erano arrestati tremanti di spavento.

—A morte gli infedeli! gridavano gli uni.

—Al fuoco gli egiziani! urlavano gli altri.

—Tagliate a loro la testa!

—Ammazzate col corbach quei cani!

—A morte!… a morte!…

Lo sceicco Tell-Afab, scorgendo il pericolo che correvano quei poveri diavoli, volse in furia il cavallo e urtando quelli che gli si stringevano d'attorno e calpestando quelli che gli si paravano dinanzi, corse in loro aiuto.

—Largo! largo! tuonò lo sceicco.

—Morte agli egiziani! vociarono i guerrieri del Mahdi, agitando freneticamente le armi.

—Fate largo! ripetè Tell-Afab. Fate largo!

I suoi guerrieri percuotendo a dritta e a manca colle impugnature delle scimitarre, coi calci degli archibusi, colle aste delle lancie, riuscirono a ributtare l'onda dei fanatici e si spinsero innanzi trascinando con loro gli egiziani che non avevano più sangue nelle vene.

Venti volte i guerrieri di Ahmed tentarono di sfondare il cerchio formato dai Baggàra, dai Denka e dai Bongo e venti volte furono ributtati lasciando sul terreno più di uno di loro malconcio. Ciò non impedì però che una lancia spaccasse la testa ad uno dei prigionieri, il quale, lasciato a terra moribondo, dopo essere stato spietatamente calpestato dai Bongo, dai Baggàra e dai Denka, cadde nelle mani dei guerrieri di Ahmed.

Il disgraziato, quantunque ancora respirasse, fu sollevato sulle punte delle lancie e sbranato: la sua testa, infissa in uno spiedo, andò ad ornare la capanna d'un potente sceicco.

Questo incidente diede tempo ai guerrieri di Tell-Afab di giungere in mezzo al campo dove rizzavasi una vastissima zeribak con solide palizzate. I prigionieri furono in fretta e a suon di legnate cacciati là dentro e cinquecento uomini li circondarono colle armi in pugno sia per impedire a loro la fuga, sia per arrestare i guerrieri di Ahmed che già tornavano alla carica vociferando spaventosamente.

Gli egiziani, pallidi, disfatti, tremanti di spavento, si lasciarono cadere a terra girando all'intorno sguardi inebetiti. In piedi non rimasero che il tenente arabo e un vecchio soldato sulla cui giacca stracciata e scolorita scorgevansi ancora dei gradi in gran parte strappati.

—Tenente, ripetè, toccandogli una spalla.

L'arabo che pareva assorto in tetri pensieri, non rispose.

—Tenente, ripetè, toccandogli una spalla.

—Che vuoi? chiese l'arabo volgendosi verso di lui.

—Che succederà di noi?

—Fra qualche ora le nostre teste andranno ad abbellire le capanne degli sceicchi.

—Giusto Allah!

—Hai paura della morte tu? gli chiese con accento quasi ironico l'arabo. Per me la morte è un sollievo. Benedirò la scimitarra che mi spiccherà la testa dal busto.

Il vecchio soldato lo guardò con ispavento.

—Oh! non dite così! esclamò.

—Perchè? Quale speranza, ormai mi rimane? A che vivere quando la vita è un continuo tormento, un continuo strazio? Soffro troppo… ho il cuore spezzato…. bisogna che muoia!

—Ma forse non è morta… chissà…

Sulle labbra dell'arabo spuntò un sorriso pieno di amarezza.

—Perchè illudermi?… Son tre mesi che io interrogo quanti uomini mi passano dinanzi, e non udii mai parlare di lei. È morta!… è morta… oh! io lo sento! esclamò egli.

—Ma chi lo afferma?

—Il mio cuore, il suo silenzio, tutto!… Povera Fathma!… povera donna!

Egli si prese la testa fra le mani con un gesto di disperazione e un singhiozzo lacerò il suo petto.

—Non parliamone più, mormorò egli con voce cavernosa. Il dolore è troppo atroce. Forse nella tomba troverò la felicità che mi fu negata quassù!…

La sua voce fu coperta da uno spaventevole baccano, da un urlo indescrivibile, da un cozzar fragoroso d'armi e da un rullar furioso di noggàra e di darabùke. Alzò la testa che aveva chinata sul petto. Lo spettacolo che si presentò dinanzi ai suoi occhi lo fece vivamente retrocedere, urtando il sergente.

—Siamo perduti! mormorò egli. Ecco la morte.

I guerrieri del Mahdi, che a poco a poco si erano addensati attorno alla zeribak scagliando tremende occhiate sui prigionieri, si erano improvvisamente gettati sui cinquecento Diuka di Tell-Afab, impegnando una sanguinosissima battaglia.

Gli egiziani, che avevano subito compreso il motivo dell'attacco, erano balzati in piedi gettando urla disperate, stringendosi l'un contro l'altro, facendo sforzi sovrumani per ispezzare i legami e vendere almeno cara la vita.

—Coraggio! gridò il tenente arabo. Tutti attorno a me!

Sette od otto lancie, scagliate dagli insorti, caddero nel mezzo della zeribak. Alcuni egiziani, spezzati i legami, raccolsero quelle armi e le impugnarono disponendosi in cerchio intorno ai compagni inermi.

Era tempo. I guerrieri di Tell-Afab, dopo una debole resistenza, oppressi dal numero strabocchevole degli assalitori, avevano gettato le armi dandosi a precipitosa fuga. I guerrieri del Mahdi, scalata la palizzata, si riversarono giù nella zeribak mandando urla feroci.

L'urto che successe fra questi e i prigionieri fu tremendo. Più di venti uomini caddero al suolo, chi colla testa spaccata fino al mento, chi passato da parte a parte dalle lancie, chi orribilmente mutilato, senza gambe o senza braccia. Il suolo s'inzuppò di sangue per trenta passi all'ingiro.

Assaliti e assalitori, spumanti d'ira, mugulando come belve, si mescolarono confusamente menando all'impazzata le armi, adoperando i pugni, le unghie, i denti, strangolandosi, straziandosi le carni, atterrandosi e calpestandosi rabbiosamente. In un momento non si scorse più che un attruppamento di persone che ondeggiavano per di qua e per di là, che avanzavano o che indietreggiavano, che cadevano o che si rialzavano empiendo l'aria di spaventevoli clamori, di urla, di lamenti, di rantoli.

Ogni qual tratto da quel gruppo di combattenti uscivan dei guerrieri tutti coperti di sangue, che dopo di aver barcollato rotolavano al suolo per non rialzarsi più. Talvolta era invece un egiziano, livido, esangue, colle vesti a brani, che veniva quasi subito raggiunto, sbranato a colpi di scimitarra o inchiodato a colpi di lancia contro le palizzate.

Da cinque minuti la sanguinosa pugna durava, rianimata dall'arrivo di nuovi guerrieri ohe volevano «bere sangue egiziano», quando in lontananza si udì improvvisamente una voce metallica, imperiosa gridare:

—Fermi tutti! Ahmed, nostro profeta, lo comanda.

A quel comando dell'inviato di Dio, la pugna tutta d'un colpo cessò. Le armi si arrestarono in aria o caddero a terra, poi il gruppo di guerrieri si sciolse colla rapidità del lampo. Ognuno volse le spalle fuggendo a rompicollo, scalando le palizzate e confondendosi fra le orde che si pigiavano attorno alla zeribak.

Sul campo insanguinato non rimasero che quattro uomini colle vesti a brani e imbrattate di sangue: il tenente arabo che stringeva convulsivamente in mano una scimitarra e tre egiziani che non si reggevano più sulle gambe.

Attorno ad essi c'erano quaranta o cinquanta moribondi che si dimenavano urlando e altrettanti morti, fra i quali uno scièk di colossale statura colla testa quasi staccata dal busto.

—Fermi tutti!… Ahmed nostro profeta lo comanda! ripetè la voce metallica e imperiosa di prima.

All'entrata della zeribak comparve lo scièk Tell-Afab seguito da dodici Abù-Rof della guardia del Mahdi, montati su bianchi cavalli.

Egli si diresse verso i prigionieri che lo aspettavano a piè fermo, risoluti ancora a vendere cara la loro vita. Scorgendo lo scièk disteso ai piedi del tenente arabo, un lampo di collera balenò ne' suoi occhi e le sue labbra si contrassero mostrando i denti candidi come l'avorio.

—Chi ha ucciso questo scièk? gridò.

—Io! rispose il tenente arabo senza sgomentarsi.

—Sei uomo morto!

—Poco mi cale.

—Abbassate le armi.

Il tenente invece di ubbidire, impugnò saldamente la scimitarra, dirigendo l'insanguinata punta verso di lui.

Lo scièk parve più sorpreso che spaventato di quella minaccia.

—Abbassate le armi! ripetè con un tono di voce da non ammettere replica.

—Io l'abbasserò quando tu avrai promesso salva la vita a me e ai miei compagni, rispose il tenente.

—Non sono l'inviato di Dio, io.

—In tal caso ci difenderemo fino a che avremo la forza di alzare le braccia. Morremo tutti e quattro, lo so, ma assieme a noi morrà anche un buon numero de' tuoi scherani.

Tell-Afab divenne cinereo per l'ira, ma si contenne. Alzò la mano dritta e indicando l'immensa pianura nella quale ondeggiavano e brontolavano minacciosamente le terribili orde del Mahdi, gli disse con voce tetra:

—Guarda! Basta un mio cenno, uno solo, capisci, perchè tutti quegli uomini si gettino su te e sui tuoi. Se ti arrendi, il Profeta forse ti salverà, se ti rifiuti morrai: scegli!

L'arabo esitava. Era evidente che se non deponeva le armi, i guerrieri del Mahdi non avrebbero tardato a scannarlo assieme ai compagni per quanta resistenza avesse ad opporre. Non vi eran molte probabilità di uscire salvi dalle mani del Mahdi, tuttavia qualche speranza c'era.

—Mi arrendo, diss'egli, scagliando lungi da sè la scimitarra. Compagni, abbasso le armi.

Non aveva ancor terminato l'ultima parola, che dieci Abù-Rof si gettarono su di lui e sui suoi compagni afferrandoli strettamente pei polsi e trascinandoli via.

I tre egiziani furono condotti in una capanna lì vicina, dinanzi alla quale si affollarono urlando parecchie centinaia di guerrieri; il tenente invece fu condotto dinanzi a un gran tugul sul quale ondeggiava la bandiera del Mahdi.

Tell-Afab con un pugno gli fe' volar dalla testa lo sdruscito e scolorito fez, poi lo introdusse nella capanna, lasciandolo solo.

—Dove sono? si chiese l'arabo che sentivasi agitato da sinistri timori.

Girò gli occhi all'intorno con un misto di curiosità e di diffidenza. Vide che la capanna era divisa da un tramezzo di pelle e che era assai miseramente ammobiliata.

Stava per cercare l'uscita, quando un lembo del tramezzo s'aprì e dinanzi gli comparve un uomo che fissò su di lui due occhi vivi, brillanti, a riflessi di due colori.

Quell'uomo era alto di statura, magro, esile, colla carnagione di un color caffè al latte, capelli bruno chiari e barba nerissima. Sulle suo gote scorgevansi tre cicatrici parallele e una verruca. Strana cosa, aveva un braccio più lungo dell'altro.

Il suo vestito era di una estrema semplicità. Componevasi di una camicia e di un paio di calzoni alla turca di damour (grossa tela di cotone); aveva sandali ai piedi e un piccolo turbante verde sul capo.

Il tenente arabo nello scorgere quell'uomo rabbrividì e cadde, senza volerlo, in ginocchio.

—Il Mahdi!… esclamò con voce soffocata.

Infatti quell'uomo era Mohammed Ahmed, il profeta del Sudan.

CAPITOLO II.—Il Mahdi.

Mohammed Ahmed nacque nel 1843 a Dongola nella Nubia; Amina chiamavasi sua madre e Adullah suo padre, il quale esercitava la professione di falegname.

Fino dall'età di 7 anni questo strano personaggio destinato a diventare così grande, così potente, frequentò la scuola mussulmana e con tanta passione che a 12 anni aveva completati gli studi dell'Alcorano.

Grazie all'affezione dei suoi due fratelli stabiliti come calafati a Shindi e di un suo zio costruttore di barche sul Nilo Bianco, potè proseguire i suoi studî a Chartum[1] sotto i due celebri maestri El-Gouradchi e Abd-el-Ayim, figli dello sceicco El-Tayeh.

Non tardò a diventare un fanatico missionario dell'islamismo e credette essere il suo compito quello di paralizzare e distruggere il potere degli europei che impedivano il commercio degli schiavi e comandavano al vicerè d'Egitto, di ricostruire l'antico impero arabo, di raggruppare attorno a sè tutti i credenti del profeta e di fondare una religione universale colla comunità dei beni.

Il 1868 lasciava Chartum, e si affigliava alla confraternita dei Sid-abd-el-Kader-el-Gilani, alleata alla famosa setta dei Senusi. Più tardi si recava a Tormamat, cinquanta miglia al settentrione di Chartum e vi fondava una scuola per propugnare le sue idee, ma ricevuto nel 1870 il titolo di fakir, l'abbandonava per ritirarsi nella rocciosa isola di Abat, che sotto il 13° grado divide il corso del Nilo.

Scavatasi una grotta, sul luogo stesso ove dicevasi che esisteva un tesoro, si metteva a praticare strane cerimonie, standosene per ore intere colle braccia tese in aria, i piedi nell'acqua e la faccia rivolta alla Mecca e piangendo continuamente sulla corruzione universale.

Colla sua pietà, colle sue penitenze, Ahmed non tardò a formare numerose schiere di proseliti fra i baggàra che abitavano lo sponde del Nilo.

Erano passati così dieci anni, quando un bel giorno l'anacoreta vide una barca attraversare il fiume e approdare alla sua isola. Era montata da una deputazione di baggàra.

Ahmed stava snocciolando la sua corona e con matematica regolarità, fingendo di nulla aver veduto. I baggàra aspettarono che avesse terminato poi gli offrirono le loro braccia e le loro armi per iscacciare dal Kordofan e dal Dar-Fur gli egiziani che essi consideravano come infedeli, dacchè si erano alleati agli inglesi.

L'anacoreta in sulle prime resistette, ma ad un tratto afferrò la scimitarra che i baggàra gli presentavano e alzando gli occhi al cielo, gridò:

—Humdu-Hah! Io sarò il braccio dell'Onnipotente! La sua benedizione sarà per noi!

Le antiche profezie annunciavano la comparsa di un Mahdi nel nuovo secolo che cominciava appunto nel 1881, il quale doveva avere per distintivo il braccio destro più lungo del sinistro e una verruca sulla gota destra. La comparsa di questo Mahdi, aggiungevano le profezie, verrebbe annunciata da sette imani di nome Ahmed o Mohammed i quali avrebbero in diverse epoche e in diverse parti del mondo fatta propaganda religiosa e preparato così il terreno.

Ahmed Mohammed concepì l'ardito disegno di farsi credere il Mahdi aspettato invece di uno degli imani. Si allungò, non si sa come, il braccio destro, si fece nascere la verruca[1] sulla guancia destra e poco prima dell'agosto 1881, dichiarava di essere il Mahdi vale a dire «colui che Dio guida sulla via retta».

[1] Questa verruca si dice che gli sia stata fornita da un certo Scandorper, nativo di Meklemburgo, ex lavoratore di capelli e clown. Questo tedesco, tempo addietro, era stato ai suoi servigi e suo confidente.

Egli scrisse allora ai fakir che era l'uomo scelto da Dio per riformare l'islamismo. Malimed Saleh, un fakir dotto e influente, lo consigliò di mettersi alla testa dei baggàra che lo avean gridato loro capo e di fare la guerra ai nemici della religione.

Mohammed Ahmed non indugiò ad accrescere vieppiù la schiera dei proseliti; la maggioranza delle popolazioni vedeva in lui un eletto del Signore e credeva di peccare verso Allàh a non prestare orecchio all'appello del Mahdi.

Baggàra, Denka, Bongo, Scianghiè, Barabrà, Abù-Rof, Foriani e Arabi tutti accorsero sotto le sue bandiere e quando egli li ebbe assicurati che i cannoni dei nemici avrebbero vomitato acqua invece di fuoco e ferro, e che coloro che cadrebbero sul campo di battaglia salirebbero in paradiso, cominciò arditamente la ribellione.

Il terreno era mirabilmente adatto per una generale sommossa.

I governatori egiziani colle loro angherie e colle loro crudeltà avevano ridotto le popolazioni alla disperazione; tutte attendevano fremendo un'occasione qualsiasi per impugnare le armi e scuotere l'odioso giogo; tutte attendevano fremendo il dì della vendetta che doveva essere ben terribile.

L'Egitto, venuto a conoscenza dei primi movimenti insurezionali, intimò al Mahdi di recarsi a Chartum. Non avendo Mohammed risposto, Reuf pascià, governatore del Sudan, gli spedì contro un battaglione di scilluk.

Il profeta era preparato. I scilluk furono distrutti dalle sue orde. Reuf, sgomentato, affrettossi a spedire nel Sudan una forte colonna di truppa sotto gli ordini di Rescid-Bey, ma ebbe ugual sorte; caddero sul campo dal primo all'ultimo.

Il pericolo s'avvicinava. Reuf in persona, con 3000 uomini, si mise in campagna e riuscì a sconfiggere le orde dei ribelli.

Ma Mohammed non era uomo da scoraggiarsi nè da cedere così facilmente il campo.

Riparò al sud del Sennar, levò nuove tribù, risalì il Bahr-el-Abiad e la primavera del 1882, scontratosi a Kadir con Reuf pascià e i suoi 8000 uomini, li sconfiggeva. Appena 27 egiziani scamparono al massacro.

Tale vittoria ebbe un'eco grandissima nei deserti africani. Tutte le popolazioni si entusiasmarono per questo fatto che aveva profondamente impressionato la loro vivace fantasia. L'esercito del Mahdi si accrebbe colla rapidità del lampo come si accrebbe smisuratamente il suo prestigio. Tutti volevano prender parte a questa guerra santa, tutti volevano combattere sotto gli ordini di un inviato di Dio.

Mohammed Ahmed proseguì la sua marcia vittoriosa nel Sudan preceduto da un'avanguardia di dervisci che usavano tutte le loro arti per rendere infedeli le truppe del vicerè d'Egitto.

Il novembre 1882 le sue orde entravano nella cittadella di Bara dopo di aver massacrato 850 basci-bozuk che si recavano a El-Obeid, e 1000 egiziani che si recavano nella città da lui presa.

Il 15 gennaio, dopo un assedio di parecchi mesi, entrava in El-Obeid, la capitale del Kordofan; 3500 egiziani furono trucidati e gli altri passarono sotto le sue bandiere.

L'Egitto, occupato a guerreggiare contro Arabi-pascià, non pensava più al Sudan e la rivoluzione ingigantiva facendo scomparire tutte le guarnigioni egiziane abbandonate nelle città. Ma la fortuna del Mahdi s'oscurò e la sua potenza per qualche tempo vacillò e corse pericolo di sfasciarsi.

Il governo egiziano, uscito salvo dalla rivoluzione d'Arabi-pascià e datosi in braccio all'Inghilterra, non tardò a spedire nuovi eserciti nei paesi sollevati a rivolta. Il Mahdi il 23 febbraio del 1883 veniva rotto da Abd-el-Kerim a Mikrai-el-Datkel; il 12 marzo subiva la seconda sconfitta da Soliman pascià, e il 29 aprile la terza da Hicks e Aladin pascià presso la fortezza di Kava sul Nilo.

Il Mahdi fu obbligato a ritirarsi nel Kordofan, ma la sua stella, per un momento offuscata, ritornò a brillare più splendida che mai. Spediti Osman Digma e Mohammed Taher nel Sudan orientale, l'uno come emiro e l'altro come ulema principale, a sollevare i beduini, riprese la marcia interrotta dalle precedenti sconfitte. Saputo che Aladin e Hicks pascià con 11,000 egiziani si avanzavano verso la sua capitale, il 2 novembre, alla testa di oltre duecentomila guerrieri movevasi ad incontrarli e li massacrava tutti a Kasghill.

Liberato il paese da tutti quei prepotenti che il 1876 l'avevano invaso o rovinato, il povero fakir, diventato terribile guerriero, si ritirava sotto El-Obeid dove lo troviamo attualmente nell'umile sua capanna.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ahmed Mohammed tenente arabo, si era arrestato colla fronte aggrottata, accarezzandosi nervosamente la nera e folta barba. I suoi occhi che mandavano lampi di viva luce con riflessi a due colori, si fissarono in quelli dell'arabo che si sentì affascinato nell'egual guisa che gli uccelli si sentono affascinati dallo sguardo dei serpenti.

—Chi sei? chiese Ahmed, dopo alcuni istanti di muta contemplazione.

L'arabo a quella interrogazione si scosse; un fremito passò sul suo volto che divenne livido.

—Abd-el-Kerim, articolò egli.

—Sei arabo, se non m'inganno.

—Sì, sono arabo, nativo di Berber.

—Sai chi io sono?

—Mohammed Ahmed.

—No, disse il profeta, Sono il Mahdi!

—Come vuoi.

—Non lo credi?

Abd-el-Kerim non rispose, ma sostenne impavido lo sguardo di fuoco che gli slanciò Ahmed.

—A quale esercito appartenevi? chiese il Profeta cangiando tono.

—A quello di Dhafar pascià.

—Sicchè tu sei partito da Chartum?

—Non lo nego.

—Dove ti hanno fatto prigioniero?

—Presso El-Dhuem.

—Sai cosa è accaduto dell'armata di Hicks pascià?

—L'ignoro.

Il Mahdi battè tre volte le mani. Un iman entrò quasi subito portando un sacco legato.

—Sai cosa contiene questo sacco? chiese Ahmed all'arabo.

—No.

Ahmed aprì il sacco e tirò fuori una testa umana bruttata di sangue, priva degli occhi e seccata dall'ardente sole equatoriale.

Egli la mostrò ad Abd-el-Kerim che indietreggiò inorridito.

—La conosci questa testa? chiese Ahmed con accento feroce.

—No, balbettò l'arabo.

—È la testa di Hicks pascià[1]. Io ho distrutto nella foresta di Kasghill tutto l'esercito egiziano, mi capisci, arabo rinnegato, e ben pochi sono sfuggiti alla catastrofe e nessuno portò la terribile novella a Chartum. Io, l'inviato d'Allàh, Mohammed Ahmed, ho fulminato tutti i nemici che con incredibile audacia marciavano sulla città santa. Tutti andranno all'inferno: è la punizione di coloro che rimangono sordi alla voce del Signore.

[1] L'illustre missionario D. Luigi Bonomi mi assicurò che quella testa non apparteneva a Hicks pascià, ma al barone di Cettendorge, capitano di Stato Maggiore.

—Ah! quanto sei terribile! mormorò Abd-el-Kerim che tremava ancora per l'emozione.

—È giustizia, rispose Ahmed ricollocando la testa nel sacco.

Poi volgendosi verso l'iman inginocchiato:

—Abù-Mogara, gli disse. Farai collocare tutte le teste dei visi bianchi sulle porte di El-Obeid, onde tutta la popolazione possa vederle.

L'iman uscì coll'orribile sacco sulle spalle. Nella capanna regnò per parecchi minuti un lugubre silenzio, poi il Mahdi, accennando all'arabo un angareb, gli disse:

—Siedi e narrami cosa si dice di me a Chartum, Si crede che io sia l'inviato di Dio che ha la santa missione di ricostituire l'antico impero arabo, di raggruppare attorno a me tutti i credenti del profeta, di porre un argine all'invasione degli infedeli, di fondare una religione universale colla comunità dei beni?

—No, nessuno lo crede.

Un lampo di collera brillò negli occhi del Mahdi e i suoi denti stridettero.

—Lo so, che il vice-re Tewfik mi accusa di essere un falso profeta, sperando di allontanare da me gli arabi che io vorrei salvare dalle mani degli inglesi, ma non credeva che le popolazioni dividessero l'opinione di quel miserabile, di quel vigliacco che vendette il suo regno pur di rimanere sul trono.

Sta bene: non avrò pietà per nessuno. Gli empi cadranno sotto la mia scimitarra nell'egual guisa che caddero Hicks pascià e i suoi soldati a Kasghill.

—Ma che pretenderesti di fare colle tue orde?

—Lo vedrai appena saranno terminati i raccolti e organizzate le mio truppe. Ho sotto di me diciotto tribù che formano un esercito di duecentomila uomini che non temono nè il ferro, nè il fuoco. Scenderò in Egitto, e quando sarò entrato nel Cairo e che avrò rovesciato Tewfik, passerò alla Mecca, per far cadere il sultano dei turchi.

—Ma sai, Ahmed, che abbiamo gl'inglesi in Egitto?

—E credi tu che io abbia paura dell'Egitto?

—Ma ti manderà contro inglesi e abissini. Ahmed alzò le spalle.

—Non li temo, disse. Passerò a fil di spada gli uni e gli altri.

—Sono molti, Ahmed.

—E anche i miei sono molti.

—E se riuscissero a vincerti?

—Non mi avranno vivo. Quando vedrò che ogni lotta sarà vana, mi farò uccidere alla testa delle mie tribù.

Per alcuni istanti rimase silenzioso colla fronte aggrottata, lo sguardo cupo, le braccia incrociato sul petto, poi rialzando bruscamente la testa:

—Sai quale morte ti attende? chiese ad Abd-el-Kerim.

L'arabo, quantunque si aspettasse questa domanda, trasalì e fissò sul Mahdi due occhi atterriti.

—No, disse poi. Del resto, non la temo.

—Eppure tu sei giovane, bello e mi dissero anche che tu sei prode.

—Eppur desidero la morte, disse l'arabo con profonda tristezza.

—Perchè? che ti è accaduto per desiderare la morte? chiese Ahmed con sorpresa.

Abd-el-Kerim mandò un sospiro e portò ambe le mani al cuore.

—Ahmed, disse con voce cupa. Se tu avessi posseduto e amato una donna bella, divina, che ti idolatrava, e poi te l'avessero rapita e forse uccisa, ti rincrescerebbe il morire? Sai, Ahmed, ho perduto una donna che io adorava, una donna per la quale io avrei commesso dei delitti e compiuto dei miracoli. Che importa a me se mi uccidono; quando il vivere è un continuo tormento, un continuo martirio, un continuo delirio?

Ahmed indietreggiò emettendo un sospiro che parve un ruggito. Le vene del collo gli si gonfiarono prodigiosamente, quasicchè volessero scoppiare e la sua faccia, poc'anzi tranquilla, diventò burrascosa. Grosse goccie di sudore colavano dalla sua fronte rigandogli le sfregiate gote.

—Ah! Tu amavi una donna che di poi scomparve! esclamò egli con voce arrangolata. Sei anche tu infelice; ti compiango! Anch'io rimpiansi per lungo tempo una donna che io amai con tutte le forze dell'anima mia e che poi non rividi più.

S'arrestò anelante, commosso e nel medesimo tempo irritato, e si mise a passeggiare per la capanna colle braccia incrociate e la testa china sul petto.

—Come si chiamava quella donna? chiese l'arabo nella cui mente gli balenò un terribile sospetto.

Ahmed si strinse nelle spalle e diventò più cupo.

—Forse si chiamava….

—Chi? domandò Ahmed arrestandosi di colpo.

Abd-el-Kerim stava per pronunciare il nome di Fathma, ma lo assalì una inquietudine tale, sentì uno stringimento di cuore tale, che non lo pronunciò.

Ebbe paura che quella donna che aveva tanto amata e che era stata un tempo la favorita dell'uomo che gli stava dinanzi, fosse la medesima che il Mahdi rimpiangeva. Vide subito l'abisso in cui stava per precipitarvi e si arrestò.

—Ebbene? chiese Ahmed. Si chiamava?…

—Non mi rammento più il nome, balbettò l'arabo confuso.

—Te lo dirò io, allora. Era una donna superba, bella come una urì del paradiso di Mohammed, dagli occhi grandi e fulgidi come diamanti neri, e dai capelli più fini della seta. Il suo nome era… Fathma!

Abd-el-Kerim si morse furiosamente le labbra per trattenere il grido che stavagli per sfuggire e tradirlo. Diventò spaventosamente pallido, vacillò come colpito da una mazzolata sul capo e le braccia gli caddero senza forze lungo i fianchi.

Il Mahdi amava Fathma! Il Mahdi rimpiangeva la donna che Abd-el-Kerim aveva tanto amata! L'arabo, pietrificato, credeva di essere lo zimbello di un sogno.

—Si chiamava Fathma! esclamò con voce soffocata…..

—Sì, rispose il Mahdi che tutto assorto nella sua cupa disperazione non s'era accorto della commozione dell'arabo. Hai udito parlare, a Chartum, di questa donna che mi straziò l'anima? Si diceva che era fuggita in quella città.

—No!… No!… mormorò Abd-el-Kerim che tremava verga a verga.

—Si diceva che era diventata l'amante di un ufficiale arabo. Se potessi averlo nelle mani quest'uomo… Guai! guai il giorno che la sua cattiva stella lo condurrà al mio campo…

Abd-el-Kerim coi capelli irti, gli occhi sbarrati, non respirava più. Egli si chiedeva se quel terribile rivale sapesse che l'amante di Fathma era il prigioniero che gli stava dinanzi.

—Maledetta donna, proseguì Ahmed. L'amavo, aveva da me tutto quello che desiderava, aveva a sua disposizione duecentomila guerrieri pronti a farsi uccidere per lei, era più di una sultana, e mi obliò, mi abbandonò. Ma verrà forse un dì che la riavrò nelle mie mani e le farò scontare a caro prezzo il tradimento. Oh! quel dì si pentirà di aver burlato l'inviato di Allàh!

—Ma è viva, adunque? chiese Abd-el-Kerim che non si teneva più.

—Si dice che è viva, ma nessuno lo assicura.

—Ah!

—Che hai?

—Nulla, mormorò l'arabo prestamente. Ho la punta di una freccia in un braccio e mi fa soffrire.

—Soffrirai ancora per poco, disse Ahmed con un sorriso crudele.

—Perchè?

—Perchè domani, a meno che non sii protetto da Allàh, morrai.

—Ma io non voglio morire! esclamò l'arabo.

—Come, pochi minuti fa non t'importava di morire ed ora mi dici che non vuoi morire. Quale cangiamento è mai avvenuto nel tuo animo?

—È entrata una speranza.

—Quale?

—Che la donna che io amai e che credo perduta sia viva come la tua.

Lo sguardo acceso del Mahdi si annebbiò diventando malinconico, quasi tenero.

—Sai che tu mi piaci? gli disse, posandogli le mani sulle spalle.

—Io!

—Sì, tu mi piaci e vorrei vederti ufficiale nel mio esercito. Disgraziatamente mi hai ucciso un potente scièk e bisogna che io lo vendichi.

—Sicchè anch'io morrò?

—No, io ti darò il mezzo di salvarti.

Abd-el-Kerim si gettò ai piedi di Ahmed mandando un grido di gioia.

—Odimi, disse Ahmed, rialzandolo. I miei guerrieri hanno la barbara abitudine di far sventrare i prigionieri condannati a morte, dai bufali o dai leoni. È bensì vero che armano il condannato d'una scimitarra, ma, come puoi immaginarti, difficilmente scampano alla morte. Se però ammazzano l'animale sono proclamati guerrieri e quindi posti in libertà.

—E così combatterò contro i bufali?

—No ti metterò di fronte un leone al quale avrò dato prima una bevanda che lo priverà della sua forza, che lo ubbriacherà. Ti sarà facile ucciderlo con un colpo di scimitarra.

—Ah! grazie! Ahmed!

—Come vedi, io ti salvo dalla morte, ma bisogna che tu diventi mio seguace, che mi adori e rispetti come adoravi e rispettavi Mohammed il primo profeta.

—Farò tutto quello che vorrai. E i mei compagni li salverai?

—È impossibile. Non ardirei tentarlo. Va, ora, ritorna fra i prigionieri e arrivederci a domani alla zeribak.

Battè le mani: due guerrieri entrarono inginocchiandosi dinanzi a lui.

—Conducete quest'uomo nella capanna dei prigionieri, disse a loro il Mahdi. Badate che se qualcuno lo tocca, lo insulta o lo percuote è uomo morto.

Un istante dopo Abd-el-Kerim e i guerrieri uscivano dal tugul di Mohammed ed entravano in quello dei prigionieri, sotto il quale, distesi per terra, strettamente legati, tremanti di spavento e d'angoscia stavano i tre egiziani.

Vedendo Abd-el-Kerim, uno di essi, il meno maltrattato, si alzò penosamente sulle ginocchia interrogandolo con uno sguardo lagrimoso.

—Siamo perduti, rispose l'arabo.

—Non c'è più speranza adunque? balbettò l'egiziano.

—Nessuna.

—È una iena adunque questo Mahdi?

—Taci, se vuoi vivere fino a domani.

L'egiziano emise un sordo gemito e ricadde col volto nascosto fra le mani.

CAPITOLO III.—Il supplizio dei prigionieri.

All'indomani i dintorni della grande zeribak formicolavano di guerrieri accorsi da tutto le parti del campo.

Alcuni si arrampicavano sulle spalle dei compagni più alti, altri sulle gobbe dei cammelli o sui dorsi dei cavalli, degli asini, dei buoi, che sparivano totalmente sotto la folla, e altri ancora sugli alberi che ombreggiavan il recinto, accomodandosi alla meglio fra i rami.

S'udiva per ogni dove un gridìo, un rullare di tamburi e di tamburoni, uno squillare di trombe e un salmodiare dei versetti dell'Alcorano, fragori che spesso venivano coperti da urla disperate. Zuffe accanite succedevano qua e là in mezzo alla folla, che finivano con una coltellata o con una sciabolata, e dai rami capitombolavano uomini che venivano gettati giù dai forti, senza badare se si rompevano la testa o si fiaccavano il collo.

Tutti volevano passare innanzi, tutti volevano guadagnare le palizzate della zeribak nel cui interno dovevano venire giustiziati i prigionieri egiziani.

Soli due uomini non partecipavano a quella forte curiosità e si tenevano in disparte, seduti tranquillamente sulla cima di una collinetta sabbiosa, chiaccherando colla maggior calma del mondo, senza quasi degnarsi di volgere uno sguardo al recinto.

Uno era un uomo di alta statura vestito da beduino, col coftan calato sul volto in modo da non vedere che una barba nera e ispida.

L'altro era uno scièk negro, tozzo, robusto, dal volto feroce, senza barba, con due occhi grandi e brillanti, naso assai schiacciato e labbra sporgenti. Portava un gran turbante sul capo, una rahâd (cintura) riboccante d'armi alle reni e ornata di spessi cordoncini, un paio di larghi calzoni alla turca e alle braccia numerose anella d'avorio e file di châraz (perline di vetro).

—Dunque tu mi raccontavi? diceva lo scièk.

—Che egli è qui, rispose il beduino con accento straniero.

—Sei proprio sicuro?

—Sicurissimo, El-Mactud.

—Quando l'hai veduto?

—La decorsa notte passando dinanzi ad un tugul guardato da venticinque guerrieri. Al chiarore dei fuochi lo vidi sdraiato a terra col volto fra le mani.

—Puoi esserti ingannato, disse lo scièk.

—Ma no, non mi sono ingannato, te l'assicuro. Lo conosco troppo bene.

—Ma non militava sotto Hicks pascià?

—Quando lo lasciai era con Dhafar pascià, non posso quindi sapere se egli abbia raggiunto il generale inglese.

—A ogni modo non so capacitarmi come abbia abbandonata la sua bandiera per passare sotto quella di Ahmed.

—Ti narrai che egli amava una donna e che questa gli fu rapita.

—Ebbene?

—Forse spera di ritrovarla qui.

—Quale grado occupa? chiese lo scièk.

—L'ignoro come te. Sulla soglia della sua capanna ho veduto venticinque guerrieri, e so che ieri sera ebbe un colloquio con Ahmed Mohammed, poichè lo videro uscire dal tugul.

—Bisogna sapere qual grado gli fu conferito e se è amico di Ahmed.

—Lo sapremo, e per quanto potente egli qui sia, lo annienterò, lo farò cadere nella polvere! Basta che pronunci il nome della donna, che egli amò perchè Ahmed lo condanni a morte.

—Ma che cosa ti fece che lo odii tanto?

—Disonorò mia sorella e poi l'uccise, disse il beduino cercando di dare alla sua voce un tono cupo.

—Allora bisogna vendicarsi.

—Mi vendicherò.

—Fa come noi baggàra Salem che ci atteniamo alla legge del taglione insegnataci dalla Bibbia, dal Minu e dal Corano. Aèn be aèn (occhio per occhio); uèden be uèden (orecchio per orecchio); ed-dân b'ed dân (sangue per sangue).

—Aspetta che io lo abbia in mano e poi ne vedrai di belle.

—Così va bene, io sarò sempre pronto ad aiutarti.

—Zitto, ecco Ahmed Mohammed, disse il beduino alzandosi.

In lontananza, appariva Ahmed, col turbante verde dei discendenti del profeta ed in completo assetto da guerra. Montava un superbo cavallo bianco condotto a mano da due dervis e dietro a lui caracollavano gli scièk di tutte le tribù ed una banda di Abù-Rof colle scimitarre sguainate e gli stendardi spiegati.

Quando fu vicino alla zeribak un gran grido emesso da duecentomila persone echeggiò:

—Viva Ahmed Mohammed! Salute all'inviato di Dio!

Ahmed con un cenno della mano fece tacere tutti quei clamori. Scese d'arcione, s'inginocchiò a terra, borbottò alcune preghiere, poi andò a sedersi su di un palco che dominava la zeribak. Gli sceicchi e i dervis più rinomati presero posto dietro a lui.

—Dove sono i prigionieri? chiese il beduino allo sceicco.

—Eccoli là, circondati da una compagnia di baggàra.

—Non ne abbiamo molti da assassinare. Non ne vedo che quattro.

—Ma in mezzo ad essi vedo anche un ufficiale.

—Un ufficiale!… Ira di Dio! chi può essere mai?

—Qualche ufficiale preso a Kasghill.

—Eh!… esclamò d'improvviso il beduino saltando indietro. Non è possibile!… Io m'inganno!…

—Che hai?

—Quell'ufficiale che è fra i prigionieri… Ira di Dio! È lui!…

—Ma chi?

—Abd-el-Kerim?

—È impossibile.

—Te lo dico io; È proprio lui!

—Ma se hai veduto questa notte una guardia di onore dinanzi al suo tugul.

—Mi sono ingannato. Erano guerrieri che vegliavano perchè non fuggisse. Vieni El-Mactud: la vendetta di Ahmed Mohammed ha preceduta la mia.

Il beduino e lo scièk si precipitarono giù dalla collina, raggiunsero la folla che stringevasi attorno alla zeribak e facendosi largo a furia di gomiti, si confusero nel mezzo.

Proprio in quel momento Abd-el-Kerim e i tre egiziani venivano condotti in una loggia circondata da guerrieri armati fino ai denti. Il primo era calmo, sorridente, noncurante, gli altri invece penavano a stare in piedi; erano pallidi, disfatti, in preda ad un terrore indescrivibile.

La loro comparsa fu accolta dalle diciotto tribù con urla selvaggie, con maledizioni, con insulti, con un agitar minaccioso di braccia; più di un'arma fu diretta contro di essi e più di un fucile li tolse di mira. Però, ad una parola di Ahmed Mohammed, il silenzio tornò a farsi e le armi vennero abbassate.

S'udì un fragoroso rullar di noggàra e di darabùke. e un bufalo fu fatto entrare nella zeribak fra frenetici battimani.

Era un bell'animale, d'alta taglia, tigrato, colle corna lunghe e aguzze. Appena entrato e liberato dai legami, si mise a saltellare all'impazzata pel recinto, mugghiando furiosamente e cozzando contro le palizzate. Faceva paura a vederlo colla bocca piena di bava e quegli occhi grandi, accesi, che roteavano in un cerchio sanguigno; si capiva che prima di farlo entrare, i baggàra lo avevano irritato, lo avevano reso furioso.

Un egiziano fu incitato a discender nell'arena dopo di averlo armato di una scimitarra, ma il disgraziato, ebbro di paura, non ardì muoversi e si mise a strillare come se lo uccidessero. Quattro guerrieri però lo afferrarono, lo sollevarono e lo scaraventarono nel recinto.

—Kuâies! Kuâies-ktir! (bello! bello assai!) urlarono gli spettatori.

Il povero uomo, quantunque stordito dal capitombolo fatto, si rialzò gettando attorno gli sguardi smarriti, supplicando a mani giunte gli astanti di salvargli la vita. I negri gli risero in faccia, gli sputarono addosso e aizzando il bufalo con spaventevoli vociferazioni e con sassi.

—A morte a morte l'infedele! urlavano gli uni.

—Prendi la scimitarra, vigliacco! urlarono gli altri.

Il bufalo aveva subito scorto la vittima. Emise un muggito da far agghiacciare il sangue, si battè i fianchi colla coda, abbassò la testa e si precipitò innanzi colla rapidità del lampo.

Tutti credettero di vedere l'egiziano sventrato, ma ciò non accadde. Vistoselo capitare addosso il disgraziato prigioniero si era messo a correre disperatamente attorno al recinto cercando, ma invano, di arrampicarsi sulle palizzate. Per dieci minuti riuscì a tenersi lontano dal terribile animale che sollevava nubi di polvere galoppando furiosamente per tutti i versi, poi si arrestò cercando di tenergli testa.

Uomo e animale si scontrarono in mezzo al recinto. L'egiziano che aveva raccolto la scimitarra, tirò un colpo alla cieca che cadde nel vuoto. Non ebbe il tempo di rialzare l'arma; l'animale furibondo, sprofondò le aguzze sue corna nel petto di lui, poi, sollevatolo non ostante gli spaventevoli contorcimenti, lo sbattè furiosamente contro la palizzata. La vittima orribilmente schiacciata, precipitò inerte al suolo insanguinando le sabbie.

—Kuâie! Kuâies-ktir! strepitarono i guerrieri.

Il bufalo fu tosto preso al laccio dai baggàra che si tenevano a cavalcioni della palizzata. Il cadavere dell'egiziano, deformato, sventrato, fu trascinato via per essere dato a pasto delle belve delle foreste e vennero precipitati giù gli altri due egiziani, uno dei quali, spezzatosi una gamba, rimase disteso a terra strillando e invocando Allàh e il Profeta.

Altri due bufali furono fatti entrare e il sanguinoso spettacolo ricominciò. Fu breve: il primo egiziano venne sventrato al primo urto, e il secondo arrampicatosi sulla palizzata, venne ucciso da una lancia scagliatagli da un Abù-Ròf.

Non restava che Abd-el-Kerim, il quale aveva assistito impassibile alla sventurata fine dei suoi compagni d'armi. Egli discese nell'arena colla scimitarra in pugno, lo sguardo sfavillante d'ardire, attendendo con calma straordinaria la comparsa del leone che doveva attaccarlo.

Uno dei dervis, per ordine di Ahmed intimò alla tumultuante folla il più profondo silenzio, dopo di che venne fatto entrare il re delle foreste africane. Era un vecchio leone, lungo due metri, alto più di uno dalla maestosa figura, dal portamento ancora fiero, che ruggiva orribilmente scuotendo la villosa giubba.

Un fremito di spavento corse per le membra dei guerrieri del Mahdi alla vista di quell'animale che gode un terribile fama appo tutte le popolazioni africane. Ognuno ammutolì e guardò quasi con terrore l'arabo che non si era nemmeno mosso dall'apparire di quel formidabile campione.

Per alcuni istanti il leone si accontentò di far udire la sua voce, battendosi i fianchi colla coda, un colpo della quale è bastante per rompere le gambe ad un uomo, poi si mise a ronzare attorno all'arabo che presentavagli la fronte riparandosi dietro la scimitarra come dietro ad uno scudo.

D'improvviso si arrestò e si raccolse su sè stesso guardando con occhi di fuoco l'arabo. Spiccò un salto innanzi, ma le forze per una causa sconosciuta, gli vennero meno e ricadde tre passi lontano.

Un grido di sorpresa sfuggì da tutti i petti. La cosa era così strana che tutti credettero che quella improvvisa mancanza di forza dovesse attribuirsi ad un miracolo di Allàh.

—Miracolo! miracolo! gridarono alcuni dervis, alzando le braccia verso il cielo.

—Si aizzi il leone! tuonò una voce.

—Silenzio! gridò Ahmed Mohamed.

Per la seconda volta il leone si raccolse su sè stesso ruggendo e si slanciò innanzi, e per la seconda volta ricadde senza forze. Un sorriso spuntò sulle labbra di Ahmed che guardava fisso Abd-el-Kerim sempre impassibile.

—Miracolo! Miracolo! ripeterono i dervis.

—Fuori un altro leone! tuonò la medesima voce che aveva comandato di aizzarlo.

Nell'istesso momento Abd-el-Kerim si slanciava contro al leone che era incapace di muoversi e che ruggiva spaventosamente e con un colpo di scimitarra gli apriva la testa rovesciandolo agonizzante al suolo.

Da un capo all'altro della pianura rimbombò un solo grido:

—È salvo! Viva l'arabo!

—A morte l'arabo! gridò per la terza volta la voce sconosciuta.

—Bravo! Bravo!

—Fuori un altro leone!

—Ahmed Mohammed scattò in piedi colle braccia alzate, gli occhi volti al cielo, e con voce d'ispirato gridò:

—Popoli del Kordofan! Quell'uomo è stato toccato dalla grazia di Allàh e io lo nomino mio guerriero. Tutti a terra!

I guerrieri caddero col volto nella polvere. Solo un uomo rimase in piedi colle pugna tese verso Abd-el-Kerim. Quest'uomo era il beduino.

—A morte l'infedele! tuonò egli con voce furente.

—A terra! ripetè il Mahdi. A terra!

Il beduino fu atterrato dalla mano nervosa dello sceicco El-Mactud.

—Taci se non vuoi perderti, gli sussurrò all'orecchio lo sceicco.

—Popoli del Kordofan, fedeli seguaci della vera religione, ripigliò Ahmed Mohammed. Io dichiaro quell'uomo libero, non solo, ma gli conferisco il grado di sceicco. Allàh mo lo comanda. Che i voleri di Allàh siano esauditi.

CAPITOLO IV.—Il delatore.

Erano le dieci di sera.

Le innumerevoli orde del Mahdi si erano ritirate nel campo e dormivano profondamente, alcune sdraiate sotto i tugul di foglie, altre, sotto le tende prese agli egiziani nelle ultime battaglie, o a ciel sereno ma tutte colle armi accanto, sempre pronte al primo rullar dei noggàra a rimettersi in marcia.

Qua e là ardevano dei fuochi attorno ai quali vegliavano le sentinelle appoggiate alle lancie o ai fucili, borbottando sottovoce preghiere.

Silenzio profondo per ogni dove, ma che di tratto in tratto veniva rotto degli ululi lamentevoli degli sciacalli o dagli scrosci di riso delle iene, che rese audaci dalla oscurità si arrischiavano a metter piede nel campo cercando gli avanzi delle cene. Proprio in quell'ora due uomini accuratamente ammantellati sfilavano come ombre fra le tende, fra i tugul, fra i fasci di fucili e fra i cannoni, arrestandosi di quando in quando per girare intorno uno sguardo indagatore.

—Ci siamo? chiese ad un tratto il più alto di essi, nel cui accento si riconosceva il beduino che si era mostrato tanto accanito contro Abd-el-Kerim.

—Non ancora, rispose l'altro, che era lo scièk El-Mactud. Ma arriveremo presto.

—Per che ora ti diede l'appuntamento?

—Per la mezzanotte.

—Io ho sempre creduto che Ahmed alla notte dormisse.

—Io l'ho messo in curiosità.

—Credi che mi accoglierà bene?

—Ti accoglierà come deve essere accolto uno che ha pugnato come un leone per la santa causa, rispose lo sceicco.

—E la rivelazione?

—Lo farà andare in bestia. Io lo conosco bene quell'uomo e so che ama ancora quella donna.

—Che farà di Abd-el-Kerim?

—Lo farà sbranare dai leoni.

—Ma io devo salvarlo a qualsiasi costo.

Sul volto dello sceicco si dipinse una vivissima sorpresa.

—Ma come! esclamò. Questa mane lo volevi morto e ora vuoi salvarlo.

—Ho cambiato idea. A proposito, sai nulla della donna che io cerco?

—Assolutamente nulla. Parlai con tutti i guerrieri che combatterono a Kasghill e sul Bahr-el-Abiad, ma senza frutto. Dalla descrizione che feci ed essi alcuni supposero che la donna che tu cerchi fosse la favorita del Mahdi. Il medesimo sospetto è venuto anche a me.

—V'ingannate tutti, s'affrettò a dire il beduino che impallidì. Somiglia assai all'ex-favorita ma non è lei. Adunque non se ne sa nulla?

—Proprio nulla. Sarà caduta a Kasghill.

—No, non è morta a Kasghill, poichè ho esaminato ad uno ad uno tutti i cadaveri. Può essere caduta nelle mani degli sceicchi che combattono i baggàra del lago Tscherkela.

—Può essere.

—Aprirò bene gli occhi, quando gli sceicchi torneranno al campo, disse il beduino.

—Ma che vuoi fare di questa donna?

—Te lo dirò al momento opportuno.

—Alto! esclamò lo scièk. Siamo giunti.

Dinanzi a loro stava il tugul di Ahmed Mohammed, sulla cui cima maestosamente ondeggiava la verde bandiera dell'insurrezione.

Sul dinanzi ardeva un gran fuoco che gettava sinistri bagliori sulle scabrose pareti, sui cannoni e sulle mitragliatrici che erano sparse all'intorno.

Venticinque guerrieri di un provato coraggio, vegliavano, immobili come statue, spiccanti vivamente sulla splendida cortina in fiamme.

El-Mactud si avvicinò al capo di quegli uomini che gli aveva prontamente puntato contro il remington, e gli disse:

—Va a dire all'inviato di Allàh che sono giunte le persone che egli attende.

—Chi sei? chiese il guerriero.

—Lo scièk El-Mactud.

—E quello che conduci?

—Un fedele seguace di Ahmed.

Il guerriero entrò nel tugul, e pochi istanti dopo usciva avvisandoli che l'inviato del Signore era pronto a riceverli.

—Coraggio, disse all'orecchio del beduino lo sceicco.

Entrarono nel misero tugurio.

Seduto su di un angareb, se ne stava il Mahdi con una corona di vetro giallo in mano e i piedi nudi vicini ad un focolare formato da due assi e da una bracciata di legna.

Nello scorgere il beduino e lo scièk, si alzò lentamente in piedi.

—Ah, esclamò egli. Sei qui El-Mactud.

—Sì, Ahmed, rispose lo scièk, baciandogli rispettosamente le mani.

—E quello che conduci è…?

—L'uomo di cui ti parlai.

Ahmed squadrò da capo a piedi il beduino che sostenne quell'esame colla testa alta e le braccia incrociate sul bianco taub.

—Lasciaci soli, El-Mactud, disse poi.

Lo scièk si affrettò ad ubbidire, dopo di avere scambiato col beduino un rapido sguardo.

Ahmed fece due o tre giri attorno alla stanzuccia, poi fermandosi improvvisamente dinanzi al beduino sempre impassibile:

—Chi sei? gli chiese.

—Siamo soli? domandò invece l'interpellato.

—Perchè? chiese Ahmed con sorpresa.

—Perchè quello che ho da dirti nessuno deve udirlo.

—Quando è così puoi parlare. Nessuno ardirà udire quello che narrerai.

—Sai già che io non sono un beduino.

—El-Mactud mi disse che tu sei un bianco.

—Sai che ho rinnegato la mia religione per seguire la tua?

—Lo so e ringrazio Allàh che ti fece ravvedere.

—Una volta ero cogli egiziani, poi disertai; sul Bar-el-Abiad caddi prigioniero di El-Mactud e voltai le mie armi contro gli antichi miei compagni, contro gli stessi soldati che io guidavo.

—Mi dissero che tu eri coraggioso come un leone e che a Kasghill fosti il primo a entrare nel quadrato di Hicks pascià. Veniamo al fatto ora: che hai da dirmi?

—Andiamo adagio: Ahmed. Prima di parlare devo proporti un patto.

—Un patto!

—Sicuro.

—E quale sarebbe?

—Sai che io vengo a denunciare un uomo che tu esecri, un uomo che ucciderai appena ti avrò detto chi sia esso e che cosa fece.

—Ebbene?

—Bisogna che tu giuri di abbandonarmi quell'uomo onde io lo faccia morire come meglio mi piacerà.

—E se io non acconsentissi?

—Non saprai nulla.

Ahmed lo guardò con maggior sorpresa. Nei suoi occhi balenò un lampo di collera e le sue labbra si contrassero mostrando i denti.

—Sai che tu sei ben ardito per parlare così, diss'egli sforzandosi di sembrare calmo.

—Non dico di no.

—E se io t'imponessi di parlare?

—Mi mozzerei la lingua onde non abbia ad emettere suono alcuno.

—E se io ti minacciassi?

—Morrei! disse fermamente il beduino.

Ahmed portò le mani alla cintura cavando l'jatangan, ma lo ricollocò a posto e battè tre volte le mani.

La tenda di pelle che separava in due stanze il tugul si alzò e comparve un negro di statura colossale, con una testa orribile ed enorme piantata su di un collo grosso come quello di un toro. Aveva su di una spalla una pelle di leone e teneva in mano una scimitarra dalla larga lama.

—Vedi quest'uomo? disse Ahmed al beduino.

—Lo vedo.

—È il carnefice. Basta un mio cenno perchè ti faccia saltare la testa; basta un mio cenno perchè ti tagli in mille pezzetti, perchè ti strappa la pelle a brano a brano, perchè ti abbruci le carni coi ferri roventi. Parlerai ora?

—No, Ahmed no. Mi occorre l'uomo che io tradisco.

—Vòkara, impadronisciti di quell'uomo. Se si ostina a rimanere muto gli farai cadere la testa.

Il beduino indietreggiò di qualche passo e un tremito agitò le sue membra, ma ricuperò subito la sua impassibilità, anzi un sorriso sdegnoso, quasi di sfida, sfiorò le sue labbra.

Il carnefice gli si avvicinò e lo fece inginocchiare. Provò il taglio della sua scimitarra e attese.

—Persisti ancora a tacere? chiese Ahmed che sentivasi preso da una viva ammirazione per quell'uomo che sfidava così imperterrito la morte.

—Persisto, rispose il beduino.

Ahmed battè le mani. Il carnefice alzò la scimitarra che balenò alla luce del fuoco.

—La morte ti sfiora, disse Ahmed.

—La sfido.

Ad un tratto la scimitarra si abbassò non già sul collo del beduino, ma per terra.

—Tu sei irremovibile come una rupe e io ti ammiro! esclamò il Mahdi. Alzati, parla e io ti giuro che ti darò vivo l'uomo che mi chiedi.

—Grazie, Ahmed.

Il carnefice sparve dietro la tenda. Ahmed si sedette sull'angareb invitando il beduino a fare altrettanto.

—Parla che ti ascolto, disse.

—Ahmed Mohammed, disse il beduino dopo aver meditato alcuni istanti. Ti ricordi di Fathma, la tua favorita.

Il Mahdi fece un soprassalto sull'angareb e la sua fronte si aggrottò.

—Perchè richiamarmi alla memoria quella donna? chiese egli con ira.

—Lo saprai dopo. Sai tu, con chi fuggì?

—Se l'avessi saputo quell'uomo non vivrebbe più.

—Te lo dirò io. Fuggì con uno sceicco che era ai tuoi servigi.

—Eh!… dov'è questo sceicco?

—Morì nella battaglia di Kadir.

—Maledizione.

—Fathma, rimasta sola, discese al Sud, giunse a Hossanieh dove accampava l'armata di Dhafar pascià e qui si innamorò di un altro uomo che non ebbe paura di amare l'ex favorita dell'inviato di Dio.

Ahmed cacciò fuori un urlo strozzato; gli occhi gli schizzarono dalle orbite e portò ambo le mani al petto cacciandosi le unghie nelle carni.

—Dov'è questo secondo amante che io lo fulmini! ruggì egli.

—In questo campo.

—In questo campo!…

—Sì, Ahmed e tu lo hai salvato, capisci, tu lo hai salvato dalla morte.

—Io!…

—Sì, l'hai salvato questa mane facendogli combattere un leone a cui avevi dato da bere un filtro.

—Perdio! tuonò Ahmed, balzando in piedi. È lui quest'uomo? È lui questo amante della mia favorita?

—Sì, è proprio lui, l'arabo Abd-el-Kerim.

Ahmed si morse le dita rabbiosamente, poi si avvicinò al beduino che sogghignava e lo scrollò furiosamente.

—Non ingannarmi.

—Perchè ingannarti?

—Ma sai che non ti credo? Tu odi quell'uomo e vuoi perderlo.

—Sicuro che l'odio, ma ti giuro che dico la verità.

—Lo giureresti sull'Alcorano!

—Lo giurerei.

Ahmed si slanciò verso la tenda e tornò subito con un libro dalle pagine d'oro sulle quali vi erano incisi dei versetti. Era il libro sacro dei maomettani, il Corano.

Questo Corano chiamato più comunemente Alcorano, oppure Al Torkan, Al Dhikr o anche Al Kitab è il codice fondamentale delle leggi sì civili come criminali dei maomettani. Esso è una collezione di tutti i frammenti che Maometto, durante il tempo della sua supposta missione, promulgò successivamente come tante rivelazioni del cielo, ciascuna parte delle quali, secondo i Mussulmani, fu scritta dinanzi al trono di Dio con una penna di luce, sulla tavola dei suoi eterni decreti e di cui una copia fu recata in terra e rivelata a Maometto dall'angelo Gabriele.

È diviso in 114 capitoli che portano la data della Mecca e di Medina, e sono chiamati questi capitoli sura. Furono raccolti da Said-ben-Thabet schiavo di Maometto e uniti in libro da Abù Bekr due anni dopo la morte del profeta avvenuta il XIII secolo dell'egira (652 anni avanti Cristo).

Sette sono i principali testi del Corano: due di Medina, uno della Mecca, uno di Cufa, uno di Bassora, uno di Siria e l'Alcorano volgare.

Uno contiene 6000 versetti, gli altri 6200 e anche 6236, ma tutti contano 77,639 parole e 323,015 lettere.

Ahmed lo aprì dinanzi al beduino e gli disse:

—Giura su l'Alcorano che hai detto la verità.

—Giuro! gridò il beduino senza esitare.

—Sta bene; ora so cosa devo fare dell'uomo che osò amare la favorita dell'inviato di Dio.

—Ahmed! Quell'uomo è mio! me l'hai promesso.

—Non temere che io manchi alla parola data. Ho promesso che te lo darò vivo, ma prima gli strazierò le carni e farò scorrere ai suoi piedi rivi di sangue. Va, e che Allàh ti guardi!…

CAPITOLO V.—La tortura.

I noggàra battevano la sveglia, quando venticinque guerrieri della guardia di Ahmed Mohamed, armati sino ai denti, circondavano il tugul occupato da Abd-el-Kerim. Una folla considerevole di Abù-Rof, di baggàra, di beduini e di foriani, si era radunata all'intorno chiedendosi cosa volessero fare quei venticinque guerrieri al nuovo sceicco, salvato il giorno innanzi dall'inviato del Signore.

Il capo dei guerrieri, dopo di avere appostati i suoi uomini all'ingiro, in modo da impedire ogni scampo, entrò nel tugul colla scimitarra in pugno e con una cert'aria che pareva tutt'altro che rispettosa e pacifica.

Abd-el-Kerim stava appunto alzandosi allora dal l'angareb sul quale aveva dormito. Vedendo quell'uomo piantarglisi minacciosamente dinanzi, squadrandolo con occhio torvo, non potè dissimulare un gesto di sorpresa.

—Che vuoi? gli chiese, sforzandosi di mostrarsi tranquillo.

Seguimi, rispose il capo bruscamente.

—Chi mi vuole?

—L'inviato del Signore.

Abd-el-Kerim trasalì. Nel suo cervello balenò un terribile sospetto, il sospetto che qualcuno lo avesse tradito, che lo avesse denunciato per l'amante di Fathma. Sentì il sangue gelarsi nelle vene e mancare lo forze.

—Che vuole da me Ahmed? chiese egli con ispavento.

—L'ignoro. Mi disse di condurti da lui vivo o morto e io ti condurrò.

—Ma cosa è accaduto per trattarmi peggio di un nemico?

—Non ne so nulla. Ahmed deve avere le sue buone ragioni.

—Si è ingannato.

—È impossibile! esclamò il guerriero con profonda convinzione. Ahmed è infallibile.

—Una parola ancora. Hai veduto qualche straniero entrare nel tugul del profeta?

—Sì, questa notte sono entrati due uomini e uno di essi non l'aveva mai visto al campo.

—Ah!…

—Seguimi. Ahmed non è uomo da aspettare molto.

Abd-el-Kerim, pallidissimo, voleva cingere la scimitarra regalatagli la sera innanzi dal Mahdi, ma il guerriero gliela strappò di mano spezzandola.

—Sei prigioniero, e i prigionieri non devono essere armati, gli disse.

Lo afferrò bruscamente per un braccio e lo trasse a forza fuori dal tugul. I suoi uomini lo circondarono colle pistole e gli jatagan in mano; facendogli capire che al primo tentativo di fuga gli avrebbero fatto saltare le cervella.

—Sono perduto! pensò lo sventurato arabo. Qualcuno mi ha tradito. Chi?… Che farò mai io se mi si gettasse in faccia la tremenda accusa che io fui l'amante di Fathma?

«Che farà di me Ahmed che si mostrò così feroce così implacabile parlando di quella donna!… Allàh! Allàh! quando la finirai tu di perseguitarmi? Non ti basta adunque di avermi privato di colei che tanto amavo, di avermi infranto il cuore?… Vuoi adunque anche la mia morte?

Un sordo gemito gli uscì dalle labbra; gettò uno sguardo disperato all'intorno, forse meditando una fuga che era assolutamente impossibile. Non vide che una turba di guerrieri che lo serrava strettamente, guardandolo con occhi torvi e minacciosi. Sulle labbra di alcuni errava un atroce sogghigno, un sogghigno di soddisfazione. Tutti, lo si vedeva, comprendevano che il nuovo sceicco era caduto in disgrazia e si compiacevano di tale avvenimento.

Maledetti! mormorò l'arabo.

Chinò il capo sul petto e si rinchiuse in cupi pensieri. Non lo rialzò che quando si trovò dinanzi al tugul di Ahmed, attorno al quale si era radunata una intera tribù di baggàra. In mezzo ad essa egli scorse un beduino ammantellato che si coprì il volto con un lembo del taub. Abd-el-Kerim, senza sapere proprio il perchè, tremò tutto e fissò involontariamente gli occhi su quell'uomo che affrettossi a confondersi fra i negri.

Fu fatto entrare nel tugul e lasciato solo. Le prime cose che colpirono il suo sguardo furono un palo che era rizzato in mezzo alla stanzuccia, un rotolo di strisce di pelle e un braciere ardente sul quale arrossavano alcuni jatagan d'una forma speciale.

—Oh! esclamò l'infelice che sentì corrersi per le ossa un brivido.

Volle dare indietro ed uscire, ma non ne ebbe il tempo. Ahmed entrò colla fronte abbuiata, gli occhi accesi da una cupa fiamma, le braccia incrociate convulsivamente sul petto.

Abd-el-Kerim fece involontariamente un passo indietro. Si sa che era coraggioso, ma nel vedersi dinanzi quel possente uomo, che con un cenno poteva far rotolare ai suoi piedi mille teste, così cupo, così minaccioso, ebbe paura.

Per alcuni istanti nella capanna regnò un profondo silenzio, rotto solamente dagli scoppiettii del braciere che arrossava gli istrumenti di tortura.

Pareva che Ahmed provasse una feroce compiacenza delle tremende angoscie della vittima.

—Siedi! disse ad un tratto, accennandogli l'angareb.

L'uomo ubbidì macchinalmente senza aprire bocca.

—Abd-el-Kerim, continuò Ahmed, con un tono di voce che tradiva la collera che ruggivagli in petto, frenata solamente da uno sforzo straordinario. Sai perchè ti feci arrestare e tradurre qui come un prigioniero?

—Come vuoi che io lo sappia, disse l'arabo che comprese subito l'immenso pericolo che correva e che la sua vita era appesa ad un semplice filo.

Un sogghigno beffardo, simile a quello di una iena che si dispone a divorare la preda, contorse le labbra del terribile Profeta.

—Sei certo di non saperlo? chiese.

—Ma perchè tale domanda? Spiegati, Ahmed.

—Perchè sei così agitato? La tua coscienza non è tranquilla, Abd-el-Kerim.

—Non è vero! T'inganni!

Ahmed scattò in piedi colla vivacità di una tigre. Gli si avvicinò, gli posò le mani sulle spalle e gli disse con aria tetra:

—Tu tremi!…. perchè tremi? Perchè la tua coscienza non è tranquilla? Perchè il tuo cuore non batte quasi più?… Perchè il tuo sguardo è smarrito?… Non negarlo a me che leggo nel più profondo dei cuori, non negarlo a me che leggo i tuoi pensieri, Tu sai la terribile accusa che gravita sul tuo capo e tremi, tremi.

Abd-el-Kerim, cinereo, tremante, alterato, spaventato, non rispose. Non si sentiva capace di allontanare la terribile accusa che doveva perderlo. Egli si chiedeva solamente chi era il miserabile che lo aveva tradito.

—Ebbene? chiese l'implacabile Ahmed, scrollando lo sventurato.

—Che cosa vuoi che ti dica? balbettò Abd-el-Kerim, smarrito. Non so…. non capisco…. ignoro ciò che tu vuoi dire….

—Ah! fe' Ahmed con sottile ironia. Non comprendi adunque dove io miri?

—No…

—Te lo dirò io.

Tornò a sedersi ancor più cupo e più minaccioso di prima, saettando d'uno sguardo terribile l'infelice arabo terrorizzato. Stette alcuni istanti raccolto in sè stesso, come se meditasse, poi, con voce calma, marcando ogni parola, disse:

—Ti ricordi di Dhafar pascià?

—Perchè tale domanda?

—Ti ricordi di Hossanieh?

—Hossanieh! esclamò l'arabo diventando ancor più cinereo.

—Mi si disse che un giorno arrivò in quel campo…

—Chi?…

—Una donna!

—Non è vero! urlò Abd-el-Kerim.

Ahmed lo guardò in maniera strana.

—Sai di che donna intendo parlare? chiese egli divorando l'arabo con gli occhi.

—Io!… no!…

—Perchè allora ti sei affrettato a negare che una donna comparve a Hossanieh?

Abd-el-Kerim non rispose. Lo sventurato conobbe di essere perduto.

—Te lo dirò io, allora. Fu per allontanare l'accusa che gravita sul tuo capo.

—Ma quale, quale accusa? gridò il prigioniero.

—Di aver amato una donna che si chiama Fathma!

Abd-el-Kerim cacciò fuori un urlo d'angoscia e indietreggiò fino alla parete della capanna, coi capelli irti, gli occhi stravolti.

—Perchè quel grido? chiese Ahmed, il cui volto assunse una terribile espressione di ferocia e d'odio.

—Grazia, Ahmed, balbettò lo sventurato.

—Ah! Tu mi chiedi grazia? Tu sei colpevole adunque? Tu hai amato quella donna adunque! Rispondi, sciagurato, rispondi!

—Ebbene…. sì, ho amato quella donna!

—E non tremi a dirlo?

—Grazia… Ahmed! Grazia…

—Ma non sapevi tu che quella donna era stata mia?….

—Sì, ma lo seppi quando l'amore era diventato così gigantesco da non essere io più capace di soffocarlo, di spegnerlo, di distruggerlo. Che colpa ho io se l'amai ed essa mi amò? Quella donna d'altronde non era più tua.

—Ma non sai adunque, miserabile, che io l'amo ancora?

—Tu l'ami!…, Tu l'ami!….

—Sì, l'amo quella donna bella e fatale, e l'amo a segno che per essa marcerei sull'Egitto, a segno che per essa rinnegherei la mia religione. Comprendi ora quanto Ahmed-Mohammed ama Fathma? Lo comprendi ora?

—Sì…. lo comprendo! esclamò l'arabo con ira.

—Abd-el-Kerim, disse Ahmed con furore, se tu fossi Ahmed-Mohammed ed io Abd-el-Kerim, cosa faresti?

—Perchè tale domanda?

—Fra poco lo saprai. Dimmi, cosa faresti tu?

—Io mi mostrerei generoso.

—Ed io mi mostrerei implacabile. Preparati a soffrire i più atroci tormenti.

—Grazia, Ahmed!… supplicò lo sventurato, cadendo in ginocchio dinanzi a lui.

—Ahmed non perdona.

—Miserabile! urlò l'arabo saltando in piedi, fuori di sè.

Il Mahdi, vedendo che il prigioniero stava per avventarglisi addosso, indietreggiò sguainando la scimitarra e gettò un acuto fischio.

Yokara, il gigantesco carnefice, balzò nella stanza abbrancando a mezzo corpo l'arabo. Gli bastò un pugno solo per atterrarlo e ridurlo all'impotenza.

—Lega quest'uomo al palo, disse Ahmed sdraiandosi indolentemente sull'angareb.

Il carnefice sollevò l'arabo che non dava quasi più segno di vita e lo legò solidamente al palo con forti correggie di cuoio.

—Fallo ritornare in sè, poi gli straccerai le carni a colpi di corbach.

—Sta bene!

Il miserabile si avvicinò al braciere, levò uno degli jatagan, prese i pollici dell'arabo e li serrò attorno al ferro incandescente.

La carne scoppiettò a quel contatto e per l'aria si sparse un nauseante odore di bruciaticcio. Abd-el-Kerim giuzzò come fosse stato toccato da una scarica elettrica; un rantolo soffocato gli rumoreggiò in fondo alla gola. Riaprì gli occhi girandoli all'intorno.

—Eccolo svegliato, ripigliò il carnefice deponendo il ferro.

—Devo mettere in opera il corbach?

—Non ancora, disse Ahmed. Lascialo che rinvenga del tutto.

Infatti Abd-el-Kerim rinveniva. Suo primo moto fu quello di torcere i polsi tentanto di rompere i legami, poi si abbandonò addosso al palo gemendo lugubremente. Le dita calcinate al contatto del ferro rovente dovevano farlo soffrire atrocemente.

—Fathma!… mormorò lo sventurato con voce semispenta. Fathma!…

Ahmed digrignò i denti e la sua ira accrebbe smisuratamente a quell'invocazione disperata.

—Ah! maledetto! brontolò egli. Ancora la chiami? Ma non la vedrai più, te lo giuro. Quando uscirai dalle mie mani per passare in quelle del tuo nemico, sarai un uomo rovinato per sempre.

S'avvicinò alla sua vittima e toccandola in mezzo al petto:

—Mi riconosci? gli chiese.

—Che mi hai fatto? rantolò Abd-el-Kerim. Io soffro… soffro atrocemente… mi hanno arso le mani…

—Mi riconosci? ripetè Ahmed, avvicinandosi vieppiù.

—Sì, ti conosco… vendicativo uomo.

—Rispondi alla interrogazioni che ti farò, se vuoi salvare la vita. Che hai fatto di Fathma? Dove si trova?

—Lasciami in pace…

—Abd-el-Kerim! gridò Ahmed gravemente. La morte ti sfiora colle sue nere ali. Rispondi: dove si trova Fathma?

—Ma non capisci che io l'ho perduta, che fui separato da lei a Hossanieh, che mi fu rapita?

—Da chi?

—Da un uomo che era mio rivale.

—Chi è quest'uomo?

—Un soldato un'anima dannata, un… S'arrestò agitando le dita calcinate e gemendo ancor più lugubremente. Un copioso sudore irrigavagli il volto e il petto gli si sollevava affannosamente.

—Dimmi, dov'è quest'uomo? gli chiese Ahmed in preda ad una esaltazione indicibile.

—Non lo so… credo che sia morto…

—Tu vuoi ingannarmi. Olà, carnefice, fa il tuo dovere.

Yokara a quel comando impugnò un grosso staffile, un corbach di pelle d'ippopotamo, flessibile e insanguinato. Lo fece girare e fischiare attorno al capo, poi applicò un terribile colpo sul petto di Abd-el-Kerim, tracciando un segno violaceo.

L'infelice gettò un urlo strozzato, un urlo di dolore e si rovesciò contro il palo.

—E uno, contò Ahmed, Percuoti, percuoti, duro fino a che le carni siano lacerate. Allora vi introdurrai la morte.

Il carnefice, cieco istrumento del terribile profeta, si mise a sferrare rabbiosamente l'arabo che era di già svenuto. La pelle si coprì di solchi azzurrognoli, violacei, rossi, poi si lacerò.

Il sangue incominciò a scorrere abbondantemente giù per quell'inanimato corpo, formando in terra una larga pozza.

—Percuoti! percuoti! ripeteva ferocemente Ahmed.

E il carnefice percuoteva senza posa e senza pietà, facendo volare per l'aria goccie di sangue che macchiavano le pareti e il soffitto del tugul e staccando lembi di pelle.

Ad un tratto si fermò.

—Padrone, diss'egli esitando, se continuo così lo uccido.

—Lo credi? chiese Ahmed ironicamente.

—Te lo assicuro. È mezzo morto di già.

—Questi arabi sono di ferro, tuttavia basterà così Ora, introduci nelle ferite la morte.

Yokara slegò Abd-el-Kerim che non respirava quasi più tutto scorticato, tutto rosso di sangue, colla faccia spaventosamente alterata e gli occhi stravolti, schizzanti dalle orbite. Lo depose a terra, vi gettò sopra un mastello di acqua poi mandò un fischio.

La tenda si alzò ed apparve uno spaventevole negro, un essere mostruoso, ributtante; orribile a vedersi.

Era alto, scarno, col volto smunto, ossuto, gli occhi infossati e accesi e sul suo corpo dinanzi e di dietro vedevansi dei tumori più o meno grossi di un pugno e di una forma strana. La pelle dell'addome e del petto era screpolata, ulcerata e lasciava qua e là vedere la viva carne.

Ahmed fe' un gesto di ribrezzo.

—Sei pronto a subire l'operazione? chiese tranquillamente il carnefice.

—Quando l'inviato di Dio me lo comanderà, mi farò tagliare in diecimila pezzi, rispose il mostro.

—Distenditi a terra. Mi accontenterò di un solo verme.

L'altro ubbidì. Il carnefice impugnò un coltello dalla lama sottile e ben arrotata, tastò un tumore dei più grossi e si pose a tagliarlo lentamente, a strati, senza che il paziente desse segno di provare il menomo dolore.

Il sangue colava, ma l'operatore continuava a tagliare imperturbabilmente.

Due minuti dopo s'arrestava. Depose il coltello aprì colle dita il tumore e trasse, con grande precauzione, un verme bianco, rotondo, grosso tutt'al più come uno spago forzino e non più lungo di sessanta centimetri.

—Cos'è? chiese Ahmed che seguiva attentamente quella strana operazione.

—Un filare di Medina, rispose il carnefice.

Ruppe in due lo schifoso animaletto che contorcevasi disperatamente, facendo uscire un liquido biancastro, spesso, granuloso, attaccaticcio. Egli lo raccolse in un guscio d'uovo di struzzo.

—Vedi, disse volgendosi verso Ahmed, questo liquido è formato da piccolissimi vermicelli, i quali non chiedono altro che di essere introdotti nel corpo di un uomo per ingrandire.

—Ebbene?

—Io verso questo liquido sulle ferite del prigioniero. I piccini troveranno alimento nel sangue, ingrandiranno e si costruiranno una specie di nicchia fra la pelle e la carne. Fra qualche mese quel povero diavolo diverrà spaventevole come il negro che tu hai dinanzi.

—E guarirà?

—No, deperirà lentamente, lentamente, a meno che non trovi un uomo tanto abile che gli estragga questi terribili succhiatori di sangue, il che non è probabile. Sarai ampiamente vendicato.

—È orribile.

—Dici spaventevole.

—Non monta, termina.

Il gigante si avvicinò ad Abd-el-Kerim, gli sollevò la pelle lacerata in diversi luoghi, e lasciò cadere goccia a goccia il liquido fatale che doveva ucciderlo.

—Ora, diss'egli, puoi darlo all'uomo che lo aspetta.

Ahmed con un gesto gli intimò di ritirarsi insieme al negro, poi tornò a battere le mani. La porta d'entrata si aprì e apparve il beduino ammantellato fino agli occhi.

Scorgendo Abd-el-Kerim a terra e in quello stato, la sua faccia si illuminò e un sorriso diabolico, un sorriso di feroce gioia, apparve sulle sue labbra.

—Mi sono vendicato, gli disse Ahmed con voce cupa. Ti abbandono il prigioniero e ricordati che se lo ammazzi te ne sarò grato.

—Grazie, Ahmed, rispose il beduino. So cosa devo fare di quest'uomo che odio con tutte le forze dell'anima mia.

Quattro guerrieri entrarono nel tugul, gettarono una tela sul corpo dell'infelice arabo e lo portarono via.

CAPITOLO VI.—Lo scièk Abù-el-Nèmr.

Era il dopo pranzo dell'ultimo giorno di luglio. Pel cielo correvano disordinatamente densi nuvoloni di una tinta lattea, spinti da un vento impetuosissimo e caldissimo. Alcuni goccioloni di pioggia tiepida cadevano pesantemente sulle tende e sui tugul del campo sudanese, e in lontananza lampeggiava e brontolava di tratto in tratto il tuono.

Le innumerevoli orde del Mahdi, secondo il solito, erano tutte in movimento, occupate ad esercitarsi coi cannoni, colle mitragliatrici e coi remington, tolti agli egiziani a Kasghill, od a destreggiarsi con finte scaramuccie, o a marciare per colonne o in quadrato o a operare ritirate e tentare assalti, o a costruire fortini, trincee, terrapieni o bastioni sotto la condotta dei loro sceicchi.

In mezzo al campo, sulla cima di una collinetta, se ne stava tutto solo un individuo che pareva non si occupasse affatto di quanto succedeva a lui d'intorno. Questo individuo era un beduino, quello stesso che aveva tradito Abd-el-Kerim.

Ammantellato accuratamente, egli passeggiava innanzi e indietro, colla testa china sul petto, la fronte aggrottata e gli occhi accesi da una cupa fiamma.

Di tratto in tratto arrestavasi, volgeva uno sguardo di fuoco verso le tempestose nubi e colla faccia alterata si chiedeva:

—Verrà?…

Aveva di già compiuto più di cento volte il giro della collina ripetendo altrettante volte quella interrogazione che facevalo diventare sempre più cupo, quando un fischio stridulo, vibrato, bizzarro, pervenne al suo orecchio. Alzò vivamente le braccia e girò intorno un rapido sguardo; le rughe della sua fronte si spianarono e le sue labbra si contrassero ad un sorriso.

Un negro, lo sceicco El-Mactud, era sbucato improvvisamente da una macchia e saliva rapidamente la collina. Il beduino s'affrettò a muovergli incontro.

—Ebbene? gli domandò con ansietà che invano cercava di nascondere.

—La va male, rispose lo sceicco asciuttamente.

—Ira di Dio!… È morto?

—Tutt'altro, è vivo. Le ferite si sono rinchiuse.

—E allora?….

—Siedi ed ascoltami attentamente.

Il beduino e lo sceicco si sdraiarono per terra.

—L'ho visitato or ora assieme ad un mio amico che se ne intende di medicina, ripigliò El-Mactud, il povero diavolo è fuori di pericolo, ma abbiamo scorto sul suo corpo lo traccie di un terribile male che lo condurrà alla tomba.

Un trasalimento nervoso scompose per alcuni secondi il viso del beduino.

—Qual male? chiese egli con maggior ansietà.

—Il corpo dell'arabo è tutto coperto di tumori grossi quanto i tuoi pugni e che sembrano lì per lì per iscoppiare. Io ho paura che sotto quei tumori vi sieno dei vermi, dei filari di Medina.

—Dei vermi?….

—Sì, dei vermi che a poco a poco ridurranno in uno stato compassionevole Abd-el-Kerim. Lo faranno diventare uno scheletro.

—Ma chi mai introdusse questi terribili filari nel suo corpo?

—Probabilmente un uomo.

—Chi?

—Il vendicativo Ahmed.

Un ruggito irruppe dal petto del beduino.

—Ah! cane! esclamò egli con trasporto furioso.

—Non offendere l'inviato di Dio, disse gravemente El-Mactud.

—Ma questo inviato di Dio ha mancato alla sua parola, mi capisci El-Mactud. Mi aveva giurato di darmi nelle mani quell'uomo vivo.

—E non te lo ha dato vivo?

—Ma colla morte nel sangue.

—Ahmed è più furbo di noi, ecco tutto.

—È più birbante.

—Zitto, non offendere.

—Sia pure, giacché lo vuoi. Dimmi non vi è alcuna medicina che possa guarire l'arabo? Mi narrarono che parecchi uomini colpiti dall'identico male furono salvati.

—Lo narrarono anche a me, ma ci vuole un medico esperto per far uscire i filari, e nel campo non ve n'è che uno.

—Chi è?

—Ahmed, credo.

—Ma non vorrà mai fare una tale operazione.

—Certamente, poichè fu lui ad introdurre i filari nel corpo dell'arabo.

—E allora?

—Potresti parlargli. Non perderai nulla a tentarlo.

—Quanto potrà vivere Abd-el-Kerim?

—Non saprei dirtelo, ma probabilmente parecchi mesi, forse anche qualche anno.

—Andrò subito a parlare ad Ahmed. Bisogna che lo salvi.

Lo sceicco lo guardò con stupore.

—Non capisco più nulla, disse. Lo tormenti e vuoi salvarlo.

—Ho le mie buone ragioni per agire così, rispose il beduino.

—Così deve essere.

—Dov'è Ahmed?

—L'ho visto or ora entrare nella capanna dei missionari.

—Se va a trovare i prigionieri dev'essere di buon umore. Andrò alla capanna.

—Ed io, che cosa devo fare?

—Ritornerai al baobab. Questa sera ti raggiungerò e probabilmente parlerò col prigioniero.

—Ti riconoscerà?

—Non dubitarne.

—Il beduino tornò ad ammantellarsi e discese la collina inoltrandosi fra le tende.

Cinque minuti dopo giungeva in mezzo all'accampamento e precisamente dinanzi ad una capanna semi-cadente, costruita con rami e coperta di foglie. Attorno v'erano numerosi guerrieri e parecchi dervis.

—Dov'è Ahmed-Mohammed? chiese il beduino, facendosi largo.

—Nella capanna, rispose un guerriero d'atletica statura. Là dentro si muore.

—Chi è che muore?

—Una delle prigioniere.

—Brigante di Ahmed, borbottò il beduino.

Si avvicinò alla porta e guardò nell'interno con viva curiosità.

Là, nel mezzo, sulla nuda terra, giaceva una donna orribilmente pallida smunta, ischeletrita, in preda agli ultimi aneliti. Attorno ad essa v'erano undici persone dalla tinta bianca, ischeletrite dalla fame, dalle sofferenze, dall'angoscia, dai terribili calori del sole equatoriale, coi capelli arruffati e le scarne membra appena coperte da cenciose camicie pullulanti di schifosi insetti.

Quei miseri, condannati a soffocare là entro, colla scimitarra sempre sospesa sopra la loro testa, erano i missionari veronesi don Luigi Bonomi, il laico Regnotto, suora Gregolini, suor Caprini, suor Chincarini e suor Venturini, la negra Coassè, allieva dell'istituto veronese don Mazza, il chierico Locatelli di Bergamo, don Rossignoli di Frascati, don Ohrwalder Trento e suor Corsi di Barletta[1].

[1] I missionari erano stati fatti prigionieri, assieme alle suore parte a Gebel-Nuba e parte a El-Obeid. Il Mahdi aveva ordinato alle sue orde di tormentarli qualora uscissero della loro capanna.

L'illustre missionario don Luigi Bonomi, mi narrò che un giorno, il Mahdi, esasperato perchè non abbracciavano la sua religione, in pieno mezzogiorno, alla presenza di tutto l'esercito, li fece scendere in campo minacciandoli di morte. Visto che il terrore non faceva effetto, li lasciò languire quattro lunghi mesi nella loro capanna, quasi ignudi e senza mezzi di sussistenza.

Da quel giorno i guerrieri furono lasciati liberi di maltrattare i poveri missionari e si può immaginare in qual modo ne abusassero.

Due suore e un laico morirono.

La misera che stava per spirare, uccisa dalle febbri e dagli spaventi, era suor Pesavento di Montorio Veronese.

Il beduino, vedendo il Mahdi ritto in mezzo alla capanna cogli occhi fissi sulla moribonda, cercò di entrare ma fu respinto dalla guardia baggàra.

—Lo aspetterò, diss'egli sedendosi a poca distanza dalla capanna.

Mezz'ora trascorse prima che Ahmed uscisse. Era assai preoccupato, ma a quanto pareva, non di umore nero.

Il beduino lo seguì fino alla cima di una collina che dominava il campo e arditamente gli si presentò.

—Ah! sei tu amico! esclamò Ahmed, con un sorriso ironico. Come sta l'uomo che ti donai?

—Molto male. Ahmed, rispose il beduino. Ha la morte nel sangue.

Sulle labbra del Profeta spuntò un secondo sorriso ironico non meno beffardo del primo.

—È avvelenato forse? chiese con sottile ironia.

—Peggio che avvelenato. Ha il corpo zeppo di filari di Medina.

—Me ne duole per te, del resto lo sapevo.

—Allora devi anche sapere chi lo ridusse in tal modo, disse il beduino acremente.

—Che vuoi dire? chiese Ahmed, corrugando le sopraciglia.

—Voglio dire che tu conosci la mano colpevole che rovinò il mio uomo.

—Tu sei pazzo. Chi vuoi che sia stato?

—Un uomo che aveva interesse perchè l'arabo crepasse.

—E quest'uomo si chiamerebbe?

—Ahmed Mohammed, disse il beduino audacemente.

—E tu hai coraggio di dirmelo in faccia?

—E perchè dovrei tacere?

—Sai che ti trovo ben ardito?

—A un beduino è permesso di essere ardito.

—Se un altro avesse detto tanto non avrebbe più la sua testa sulle spalle. Vattene!

—E il mio uomo?

—Che muora.

—Tu manchi ai tuoi giuramenti, Ahmed! esclamò il beduino furibondo.

—Vattene temerario.

—Oh mai! Io voglio che si liberi Abd-el-Kerim dai filari che lo rodono o che…

—Olà gridò Ahmed. Impadronitevi di quest'uomo e consegnatelo al carnefice.

Già i dervis, tratte le scimitarre, s'avanzavano e già il beduino aveva impugnato le pistole, quando in lontananza scoppiarono formidabili detonazioni e acutissime grida.

Ahmed e i dervis udendo quel baccano scesero in fretta la collina. Il Profeta s'era strappata dal fianco la scimitarra e l'impugnava come un vero guerriero che si prepara a scagliarsi nella mischia.

—Il nemico!… si urlava da tutte le parti.

Il beduino, rimasto solo, approffittò di quell'incidente capitato così a buon punto per salvarlo. Si raccomandò alle proprie gambe e andò a intanarsi in mezzo ad una folta macchia.

—Ira di Dio! mormorò egli. Che succede?

Girò gli occhi all'intorno: tutto il campo era in movimento. I guerrieri si radunavano in furia disponendosi confusamente in linea di battaglia, cogli scudi in mano e le lance in resta. La cavalleria si ordinava alla meglio empiendo l'aria di urla selvaggie.

Si trascinavano i cannoni e le mitragliatrici, si caricavano i moschetti e i remington, si abbattevano le tende e si occupavano le capanne le trincee, i terrapieni, i ridotti di terra. Gli sceicchi galoppavano per ogni dove cercando i propri battaglioni, comandando, strepitando.

—Il nemico! il nemico! si vociava dappertutto.

—Ira di Dio! ripetè il beduino. Cosa succede? Che sia il colonello Coetlegan che attacca queste canaglie? Non ci mancherebbe che questo. Oh!…

L'esclamazione gli fu strappata da un formidabile rullare di noggàra e di darabùke e da un grido immenso che echeggiò in lontananza:

—Viva lo scièk Abu-el-Nemr!

Le file degli insorti si ruppero come per incanto. Lasciarono i cannoni, le trincee e persino le armi per riversarsi verso il sud ripetendo il grido.

—Viva lo scièk Abù-el-Nemr!

Fra una grande nuvola di polvere, il beduino scorse una grossa tribù di guerrieri che moveva rapidamente verso il campo colle bandiere del Mahdi spiegate. Respirò rumorosamente, liberamente, come se gli si fosse levato di dosso un gran peso.

I creduti nemici erano i guerrieri dello scièk Abù-el-Nèmr che ritornavano dalla guerra. Alla loro testa comminava un bel nero dal nobile portamento, colle braccia e le gambe cariche di anelli di rame, un turbante verde ricamato d'argento, sul capo, e avvolta attorno al corpo una gran farda azzurrina trapunta in oro.

Le genti del Mahdi si affolavano attorno a lui urlando sempre con crescente forza:

—Salute ad Abù-el-Nèmr!

Il cavaliere diresse il bianco destriero verso Ahmed che si era fermato ai piedi della collina circondato dai suoi dervis e dalla sua scorta di Baggàra, saltò a terra e gli baciò la mano.

Fra lo scièk e l'inviato di Dio vennero scambiate alcune parole, poi quest'ultimo prese per la mano il primo e lo condusse sulla collina, facendo segno a tutti gli altri di non seguirlo.

Essi si arrestarono a pochi passi dalla macchia, in mezzo alla quale tenevasi prudentemente celato il beduino.

—Ebbene, Abù-el-Nèmr, disse Ahmed dopo di aver gettato uno sguardo all'ingiro come per assicurarsi che nessuno poteva udirlo. Come andò la spedizione?

—I Scilluk che si erano ribellati li abbiamo interamente distrutti, rispose lo sceicco. Trionfiamo su tutta la linea.

—Non abbiamo più nemici, adunque, dinanzi a noi?

—Non abbiamo più nessuno. La battaglia di Kasghill ci ha aperto la via che mena a Chartum.

—Dov'è il colonello Coetlegan? Mi si disse che accampava sulla rive del Bahr-el Abiad.

—Appena ebbe sentore della strage di Kasghill si è affrettato a guadagnare Chartum ed ora sta organizzando la difesa di questa città.

—Credi che opporranno resistenza gli abitanti di Chartum?

—No, anzi ci aiuteranno a massacrare le truppe egiziane. Ho mandato dei dervis in quella città e fanno attiva propaganda. Quasi tutti gli arabi e i sennaresi abbracciano con entusiasmo la nuova religione.

—Sicchè fra qualche mese noi potremo rimetterci in marcia.

—Anche domani se tu lo volessi; la strada è libera.

—E di Osman Digma, ne sai nulla tu?

—Si trova sulle rive del mar Rosso, rispose lo sceicco, e tira a sè tutte le tribù beduine che trova sul suo cammino. Tra non molto tenterà un attacco contro Suakim.

—È questa città che mi occorre sopratutto.

—Perchè?

—Per passare il mare e sbarcare alla Mecca

—Ah! Tu hai questo progetto!

—Sì, lo ho, e ti giuro su Allàh, Abù-el-Nèmr, che io lo compierò: è la missione impostami da Dio. Sarà là che io abbatterò il Sultano dei turchi; sarà là che lancieremo la scintilla destinata a sollevare a ribellione tutti i popoli maomettani; sarà là che noi sfideremo la potente Europa che deride, che perseguita, che cerca di schiacciare, noi, arabi. Coll'aiuto di Allàh e col nostro valore, noi assorbiremo ed Europa, ed Africa e Asia.

—Il progetto è bello, superbo. Ma riusciremo noi?

—Si riuscirà. Lo sento.

Ad un tratto la fronte di Ahmed s'oscurò e un profondo sospiro gli uscì dalle labbra. Lo sceicco lo guardò con sorpresa.

—Che hai, Ahmed? gli chiese. Forse che qualche presentimento ti ha morso il cuore?

—No, mormorò il Mahdi.

—E allora?…

Ahmed lo guardò in silenzio per alcuni istanti, poi gli si avvicinò e prendendogli strettamente le mani gli disse con impeto selvaggio:

—Ne hai udito parlare tu?

—Di che? chiese lo sceicco.

—Di quella donna che io ho tanto cercato, di Fathma infine.

Lo sceicco trasalì. Parve sorpreso e insieme sgomentato. Non seppe cosa rispondere a quella brusca interrogazione che forse era mille miglia lontano dal aspettarsi.

—Mi hai compreso? gli chiese Ahmed.

—Sì, ti ho compreso, balbettò Abù-el-Nèmr

—Ebbene, hai saputo nulla di lei?

—No, no, nulla… assolutamente nulla!

—Maledizione!

—Hai forse saputo… dove sia?

—Se l'avessi saputo a quest'ora sarebbe nelle mie mani. L'ho cercata per ogni dove, ho interrogato mille persone e senza frutto. Speravo che tu mi recassi qualche notizia.

—Ma che vorresti fare di Fathma? Non l'hai, adunque ancora dimenticata?

—Non ancora. Oh! se potessi trovarla!

—Ebbene?

—Non sai nulla adunque, cosa è accaduto nel campo?

—No, mormorò lo sceicco che tornò a trasalire.

—Ho trovato l'uomo che fu l'amante di Fathma.

—Oh!…

Abù-el-Nemr aveva fatto due passi indietro e guardava Ahmed con ispavento. Era diventato cinereo e tremava in tutte le membra come se fosse stato assalito da una tremenda febbre. Sembrava istupidito, pietrificato.

—Lui, nelle tue mani! balbettò alfine. Lui prigioniero!… Oh!…

—Ma che hai? gli chiese Ahmed con stupore. Sono dieci minuti che ti osservo e che vedo i tuoi lineamenti scomporsi in istrana guisa.

—Aspetta gli disse Abù-el-Nemr con voce sorda, A quale razza appartiene quell'uomo?

—È arabo.

—Arabo!… E si chiama?

—Abd-el-Kerim!

Una bestemmia uscì dalle labbra dello sceicco.

—È lui!… esclamò.

—Lui!… ma lo conosci tu? Spiegati, Abù, che io non capisco assolutamente nulla.

—Odimi. Ahmed. Un giorno mi trovavo nelle foreste del Fiume Bianco, quando m'imbattei in un ufficiale egiziano ferito. Ebbi compassione di lui, lo posi sulle mie braccia, lo trasportai nel mio campo e lo medicai coll'amore di un fratello… Guarì, mi giurò che avrebbe abbracciato la nostra religione e io gli credetti.

—Ah! fe' Ahmed, con un sorriso ironico.

—Erano passati due mesi, quando una notte ebbi la brutta idea di invitarlo a cacciare il leone. Io camminavo innanzi e lui camminava dietro a me. Avevamo percorso parecchie miglia, quando quel miserabile scagliossi a tradimento su di me cacciandomi la sua scimitarra in una coscia.

—Caddi a terra. Lui mi calpestò, mi sferzò il volto con un corbach poi, non contento, mi sputò in fronte. Mi capisci, Ahmed, egli sputò in fronte ad uno sceicco del Kordofan, ad un sceicco che gli aveva salvata la vita anzichè tagliargli la gola.

—Ah! la è così! esclamò Ahmed.

—Sì, proprio così. Io lo cercai questo miserabile, e non fui capace di trovarlo in luogo alcuno. Ora che so che è nelle tue mani, gli farò pagar caro l'insulto e il tradimento.

—Temo che tu sii arrivato troppo tardi, Abù.

—Perchè?

—Abd-el-Kerim è nelle mani di un beduino e credo che sia di già morto.

—Di un beduino?… E chi è costui?

—Un uomo che nella battaglia di Kasghill si distinse assai. Mi narrarono che si battè come un leone facendo strage di egiziani, anzi, fu lui che aggiustò una palla di fucile al petto di Hicks pascià.

—E dove trovasi questo beduino?

L'ignoro. Pochi minuti fa era qui, ora chi sa dove è andato a cacciarsi.

—Sicchè non posso aver Abd-el-Kerim nelle mie mani. Darei mezzo del mio sangue per averlo.

—Se l'arabo è ancora vivo, ti prometto che lo avrai. Domani mattina manderò un drappello d'uomini a cercare il beduino.

—E se non volesse cedertelo?

—È l'inviato di Dio che lo vuole, e nessuno ardirà resistere ai miei ordini. Orsù, la notte cala, vieni nella mia capanna che abbiamo ancora da discorrere. Ceneremo assieme.

—Sono a tua disposizione fino a mezzanotte.

Ahmed e lo sceicco pochi momenti dopo scendevano la collina dirigendosi a lenti passi verso il tugul.

CAPITOLO VII.—Un morto che risuscita.

Non erano ancora n'entrati nella capanna che il beduino, che tutto aveva udito, slanciavasi fuori dai cespugli.

Era pallido, anzi livido; aveva le ciglia aggrottate, lo sguardo acceso, le labbra contratte e i denti bianchi e aguzzi come quelli di uno sciacallo, collericamente stretti. Sul suo volto leggevasi l'ira appena frenata.

Egli guardò più volte d'attorno con circospezione, con le mani chiuse nervosamente attorno ai calci delle pistole che uscivano dalla larga fascia rossa, poi si spinse fino sul pendìo della collina volgendo gli occhi verso il tugul di Ahmed.

Ira di Dio! esclamò egli con rabbia. Chi è questo cane che si intromette nelle mie faccende? Chi è questo Abù-el-Nèmr che ci tiene tanto per avere in mano sua Abd-el-Kerim? Io scommetterei che la storiella che ha narrato l'ha inventata di sana pianta. Quello stupido di Ahmed, quantunque si spacci per un profeta, se l'ha bevuta, ma io non la bevo, per Maometto!

«Ah! si vuoi portarmi via Abd-el-Kerim? La vedremo, signori miei, se voi sarete capaci di farla ad un uomo del mio stampo. Orsù bisogna prendere una seria decisione prima che l'uragano scoppi. Qui corro rischio di perdere non solo l'arabo, ma di cadere anche nelle unghie di Ahmed che parmi non mi voglia troppo bene. Andiamo prima al baobab e poi di trotto a El-Obeid.

Diede uno sguardo al cielo coperto da densi nuvoloni che i lampi illuminavano bizzarramente, un altro al campo che cominciava a diventare deserto, cangiò la carica alle pistole onde, al momento opportuno, non mancassero al colpo, e discese con infinite precauzioni la collina. Arrestossi alcuni minuti al basso, guardò a destra, a sinistra, dinanzi e di dietro per assicurarsi che nessuno lo spiava o lo seguiva, poi cacciossi in mezzo al tugul e alle tende procedendo rapidamente e silenziosamente.

Venti volte si fermò, credendo sempre di avere qualcuno alle calcagna, ed altre venti volte ritornò sui propri passi per assicurarsi che si era ingannato. Alle undici di notte varcava le trincee gettandosi in mezzo alle sabbiose pianure del sud.

Soffiava un vento impetuoso che alzava nembi di impalpabile sabbia e grosse goccie di pioggia cominciavano a cadere. Fra le nubi toneggiava fragorosamente e lampi abbaglianti rompevano di tratto in tratto le fitte tenebre.

—Tutto va a gonfie vele, mormorò il beduino, sorridendo diabolicamente. Con simile notte a nessuno salterà il ticchio di uscire dal campo per venire in cerca di me, nemmeno a quell'animale di Abù-el-Nèmr. Mille saette! Ma chi può essere questo scièk che ha tanta influenza su Ahmed? Uhm! Non so, ma ho il presentimento che lì sotto gatta ci covi! Per Maometto! Abd-el-Kerim me lo dirà e se si rifiuta…. avrà da fare con me!

Si tirò il taub sugli occhi e riprese il cammino salendo e discendendo le colline di sabbia, curvandosi di quando in quando per resistere ai soffi del vento che talvolta minacciavano di rovesciarlo, tanto erano formidabili. Per mezz'ora avanzò acciecato dai lampi, inzuppato dall'acqua che veniva giù a catinelle, assordato dagli scrosci delle folgori che cadevano a tre, a quattro alla volta, poi fece alto.

Dinanzi a lui, a un duecento passi, alzavasi un albero gigantesco che da solo formava un bosco. Il tronco aveva più di trenta metri di circonferenza, e a tre o quattro metri dal suolo spartivasi in molti rami, alcuni dei quali, più grossi dei più grossi alberi delle nostre foreste, ricadevano verso terra dopo di aver raggiunto un'altezza di dieci o dodici metri.

Il beduino, al di sotto di quell'ammasso immenso di rami e di foglie che il vento scuoteva furiosamente con mille gemiti e mille scricchiolii, scorse tre uomini, distesi per terra, uno dei quali alzossi gridando:

—Chi vive?

—Sta cheto, El-Mactud, rispose il beduino. Sono io.

In pochi salti raggiunse lo scièk che aveva di già armato il suo moschettone. Con un cenno della mano lo invitò a deporre l'arma.

—Che nuove? gli chiese.

—Nessuna, rispose lo scièk. Abd-el-Kerim dorme pacificamente.

—Lo sveglierò.

El-Mactud fece un gesto di stupore.

—Oh! esclamò.

—Bisogna che io gli parli.

—C'è qualche cosa in aria?

—Altro che! vogliono portarmi via l'arabo.

—Chi?…. Ahmed forse?

—No, s'affrettò a dire il beduino che non si fidava di quel guerriero ancora devoto al Profeta. È un sceicco che tu devi conoscere.

—E si chiama?

—Abù-el-Nèmr.

Lo sceicco digrignò i denti come una iena.

—Ah! maledetto nubiano! esclamò egli con rabbia. Vorrebbe forse immischiarsi nelle nostre faccende? Che non ci si provi nemmeno. Ho dei conti da saldare e potrei saldarli con un buon colpo di scimitarra.

Sulle labbra del beduino spuntò un sorriso diabolico; non potè frenare un moto di contentezza. Guardò attentamente lo scièk e nei suoi occhi lesse l'espressione di un terribile odio.

—Che ti ha fatto quell'uomo? chiese egli.

—Te lo dirò un'altra volta. Basta che tu sappi che io lo esecro.

—È potente Abù-el-Nemr?

—Molto potente, amico mio. Se egli ci scopre Abd-el-Kerim è perduto.

—Faremo il possibile perchè non ci scopra.

—Ma che cosa vuol fare di Abd-el-Kerim quel cane di Abù?

—L'ignoro, ma temo che lì sotto ci sia un mistero

—Che intendi di fare?

—Di battermela a El-Obeid.

—E porteremo con noi l'arabo?

—S'intende.

—Quando partiremo?

—Appena avrò veduto l'arabo e gli avrò parlato ci metteremo in cammino.

—Allora spicciamoci. Domani mattina Abu-el-Nèmr si metterà in caccia; bisogna trovarsi al sicuro in città prima che spunti l'alba.

—Vado subito. Intanto preparerai una barella e chiamerai qualche altro uomo perchè ci aiuti a trasportare l'arabo.

—Siamo d'accordo, concluse El-Mactud.

Il beduino s'avvicinò al colossale tronco del baobab ai piedi del quale, sulla corteccia, scorgevasi quattro profonde incisioni che venivano a formare un quadrato. Con un pugno sfondò quella corteccia incisa e dinanzi a lui apparve un'apertura che metteva in un antro scavato nell'interno dell'albero.

Stette alcuni istanti in ascolto, poi s'inoltrò sulla punta dei piedi e arrestossi in mezzo a quella bizzarra caverna. Era buio perfetto e faceva un freddo da intirizzire le membra. Un silenzio lugubre, misterioso, regnava là entro, rotto di quando in quando da un respiro affannoso e da un brulichio che doveva indubbiamente provenire da migliaia e migliaia d'insetti che s'aggiravano fra quelle diacciate tenebre.

—Dorme, mormorò il beduino. Lo sveglierò.

Battè l'acciarino, accese l'esca e diè fuoco ad una torcia resinosa impiantata nel suolo, la quale illuminò d'una luce azzurognola l'umida caverna che era poco alta e assai ristretta.

Là, proprio nel mezzo, sdraiato per terra, sonnecchiava Abd-el-Kerim.

L'infelice non era più riconoscibile; incuteva ribrezzo al solo guardarlo.

I suoi lineamenti sparivano, si confondevano sotto una gonfiezza livida. Le sue palpebre erano chiuse e intorno agli occhi si disegnavano due larghi cerchi rossastri che parevano due ammaccature. Una bava sanguigna era radunata agli angoli delle labbra, tumide, semi aperte, contratte per lo spasimo ed un abbondante sudore viscoso irrigavagli il volto contrafatto.

Tutto il suo corpo era avviluppato da pezzi di tela inumiditi, trattenuti da sottili striscie di cuoio e su di essi strisciavano battaglioni di vermiciattoli, di formiche, di insetti d'ogni specie che si cacciavan in mezzo alle fascie con un brulichìo che incuteva terrore e ribrezzo. Qua e là, sul petto, apparivano dei tumori grossi come un pugno, alcuni dei quali, screpolati, lasciavano vedere la viva carne. Il beduino, nel vedere in quale misero stato era ridotta la sua vittima, erasi arrestato. Una forte commozione si dipinse sui suoi lineamenti, ma durò un sol secondo.

Il sarcastico sorriso che mai abbandonava le sue labbra ricomparve e lo sguardo gli diventò assai più cupo. Ebbe persino il coraggio di far risuonare là entro, in quella tomba, uno scroscio di risa che l'eco sinistramente ripetè.

Non dimentichiamo che quest'uomo è mio rivale! mormorò egli con un accento dal quale trapelava un implacabile odio. Del resto non morirà. I vermi che serpeggiano sul suo corpo succhiandogli il sangue, un giorno, se ritroverò la mia povera sorella, glieli farò strappar tutti, dovessi misurarmi coll'inviato di Dio!…

Si passò tre o quattro volte una mano sulla fronte come per iscacciare un doloroso pensiero e sospirò. Qualche cosa di umido, che affrettossi a tergere, brillò nei suoi occhi.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings