L'AZIONE DI GIULIANO CONTRO IL CRISTIANESIMO
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L'AZIONE DI GIULIANO CONTRO IL CRISTIANESIMO
Finchè Giuliano visse sotto le minacce di Costanzo o come suo rappresentante nel Governo della Gallia, egli tenne celate le sue idee, la sua fede ed i suoi eventuali propositi, dato che un giorno avesse in sua mano la somma delle cose. Durante tutti quegli anni di necessario infingimento, il giovane entusiasta, che, in mezzo alle cure della guerra e del governo, non dimenticava mai lo studio e la meditazione, s'infervorava nel suo amore per l'Ellenismo, nel suo desiderio di poterlo salvare dalle minacce del Cristianesimo invadente, con un ardore intimo, reso, direi quasi, più intenso dall'impossibilità di espandersi apertamente. Ma egli non si è mai compromesso con un atto che potesse poi creargli, nella pericolosa posizione in cui si trovava davanti a Costanzo, difficoltà insuperabili. Anzi, noi abbiamo veduto come, già creato imperatore dai suoi soldati, mentre però ancora non s'era risoluto alla guerra civile e sperava in un accordo con Costanzo, partecipasse, con una prudenza tanto grande che può dirsi simulazione, alla festa solenne dell'Epifania.
Ma, quando, svanita ogni illusione di accordo, Giuliano si gettò nell'avventura, che doveva parer disperata, di marciare contro Costanzo, egli depose la maschera, e, risoluto di giocare il tutto pel tutto, si rivelò restauratore della religione antica. Non è ben chiaro ch'egli facesse atto pubblico di fede politeista, prima della sua partenza dalla Gallia, ma, durante il viaggio dalla Gallia a Sirmio, diede apertamente, con una certa ostentazione, alla sua spedizione il carattere di un'impresa posta sotto il patrocinio degli dei. Giuliano stesso ce lo dice, in una lettera da lui diretta al suo venerato maestro, il filosofo Massimo, e scritta, appunto, mentre egli era in marcia verso i Balcani. In mezzo alle cure urgenti da cui è premuto, Giuliano è grato agli dei che gli permettono di poter scrivere a Massimo, e che spera gli permetteranno di rivederlo. Egli protesta, e chiama in testimonio gli dei, di esser diventato imperatore contro la sua volontà262. Poi, con quella facilità e grazia di descrizione che gli è naturale, racconta l'incontro da lui fatto, con un inviato di Massimo stesso, e gli esprime tutta l'ansia che aveva provata al pensiero dei pericoli ai quali il maestro e l'amico del Cesare ribelle poteva esser esposto. Infine chiude la lettera parlando del favore con cui gli dei accompagnano la sua impresa che si compie senza violenza e con grande facilità, e così finisce: «Noi adoriamo gli dei apertamente, e la maggior parte dell'esercito che mi accompagna è devoto ad essi. Noi sacrifichiamo in faccia a tutti, ed offriamo agli dei il dono di molte ecatombi. Gli dei mi comandano di santificare ogni mia azione, ed io obbedisco con tutta l'anima, ed essi mi assicurano grandi frutti della mia impresa, pur che si persista»263. Qui si sente la fiducia e l'entusiasmo del riformatore che è ai primi suoi passi, ed a cui tutto par facile e pieno di speranze. Basteranno pochi mesi a fargli perdere le illusioni, così da indurlo a scrivere quello sfogo di amarezza che è il Misobarba!
Morto il cugino, Giuliano, proclamato imperatore, pel consenso di tutti, fatto il solenne ingresso in Costantinopoli, diede alla sua volontà la sanzione della legge. «Scomparso — scrive Ammiano Marcellino — ogni pericolo ed acquistata la facoltà di fare tutto ciò che volesse, Giuliano aperse i segreti del suo cuore e, con chiari e precisi decreti, stabilì che si spalancassero i templi, si presentassero le vittime agli altari, si restituisse il culto degli dei»264.
Che Giuliano prendesse queste risoluzioni, appena avuta la piena libertà d'azione, era nell'ordine naturale delle cose. Ma quale è stata la sua condotta nei rapporti col Cristianesimo, in cui vedeva un odiato nemico col quale iniziava un duello mortale? Qui è il punto più interessante dello studio che stiamo facendo sulla persona e sulle azioni dell'imperatore Giuliano. La prima mossa ch'egli fece indicò chiaramente l'indirizzo che intendeva di prendere. Mentre provvedeva alla riapertura dei templi ed alla restaurazione del culto pagano, chiamava nel suo palazzo i capi della Chiesa cristiana, divisa, come sappiamo, in due partiti che si detestavano a vicenda, ed, in presenza della plebe cristiana, ammessa anch'essa al cospetto dell'imperatore, li ammoniva cortesemente, affinchè, sopite le discordie, ognuno servisse la propria religione, senza paura di nessun divieto — ut, discordiis consopitis, quisque, nullo vetante, religioni suæ serviret intrepidus —265. Con questo discorso ai Cristiani di Costantinopoli, Giuliano riprendeva quel principio di tolleranza religiosa che, inaugurato da Costantino col decreto di Milano, poi da lui dimenticato, doveva spegnersi con Giuliano per non risorgere che dopo quindici secoli di completo oscuramento. A tale principio, Giuliano è rimasto fedele in tutta la sua breve carriera. I polemisti e gli storici cristiani, Gregorio di Nazianzo, Socrate, Sozomene, Rufino, si battono i fianchi per porre in cattiva luce l'azione dell'imperatore, ma non riescono, in nessun modo, a farne un persecutore. Certo, qualche atto di violenza è avvenuto, durante il breve suo regno. Ma era la conseguenza inevitabile delle passioni partigiane e delle abitudini del tempo. L'acerbo Gregorio insinua che Giuliano era lieto di lasciar mano libera al popolo, per riservare a sè stesso la parte più nobile di chi vuol convertire con la persuasione, e afferma che il suo scopo era di far violenza ai Cristiani, senza però dare ad essi l'opportunità di atteggiarsi a martiri266, ciò che, in realtà, equivale al riconoscimento, da parte del polemista, che non è constatabile nessuna violenza, voluta dall'imperatore. Rufino deve pur ammettere che Giuliano, più astuto dei suoi predecessori, invece delle inutili crudeltà, applicava le lusinghe, i premi, le esortazioni. E Socrate che usa la parola persecuzione, dichiara ch'egli comprende, sotto quel nome, qualsiasi atto che possa disturbare, anche nel più lieve modo, delle persone tranquille267.
Certo, gli storici ecclesiastici ci narrano alcuni episodi, da cui risulterebbe giustificata la taccia di persecutore attribuita a Giuliano. Ma, non bisogna dimenticare che quegli storici scrivevano un secolo dopo la morte di Giuliano, quando la leggenda si era già formata, e che, privi, com'erano, di ogni senso critico, quanto più una notizia era inverosimile, e tanto più era loro accetta. Di alcune di quelle storie il carattere leggendario è troppo evidente, perchè si possa, in alcun modo, prenderle sul serio; di altre, che forse contengono qualche elemento di verità, non si deve far risalire la responsabilità all'imperatore. Che Giuliano, avuto il potere in sua mano, tendesse ad usarne a vantaggio della causa ch'egli difendeva, che, pertanto, nei suoi giudizî, non adoperasse coi due partiti, una bilancia assolutamente eguale, che le sue preferenze pei Pagani si rivelassero con segni manifesti, lo si può riconoscere e si può anche scusare, perchè, infine, Giuliano era un uomo che mirava ad un determinato scopo, ed era inevitabile che, nello studio per raggiungerlo, si lasciasse trascinare qualche passo più in là di quello che una rigorosa imparzialità avrebbe voluto. Ma questa non può dirsi persecuzione. La persecuzione consiste nel ricercare e nel punire gli avversari solo perchè avversari, nel prendere l'iniziativa di atti diretti a distruggerli, nell'usare la violenza come arma regolare e legittima. Ora, di ciò non è traccia nella condotta di Giuliano. Se fu presa, durante il suo breve regno, qualche misura di rigore, ciò fu opera quasi sempre di prefetti che interpretavano, a loro modo, l'intenzione dell'imperatore, e, quello che più conta, fu la conseguenza di tumulti e di disordini, di cui i Cristiani avevano la colpa principale. Così, dato anche che fosse esatta la notizia, in parte evidentemente leggendaria, riferita da Socrate, del martirio di Teodulo e di Taziano, per ordine del prefetto della provincia di Frigia, bisogna notare che quei due, infiammati di zelo, si erano posti alla testa di una sommossa di Cristiani e, penetrando in un tempio appena riaperto nella città di Mero, avevano spezzate tutte le statue degli dei268. Pretendere che il governo di Giuliano assistesse impassibile ad azioni come questa, e chiamarlo persecutore, perchè un suo magistrato ne ha puniti gli autori, è cosa da polemista, non è cosa da storico.
Giuliano, come tutti i riformatori si sarà illuso che il giorno in cui egli potesse manifestare la sua idea ed inaugurare un'era nuova, il mondo gli sarebbe caduto ai piedi. Ma, invece, toccato il potere, egli trovò un'inaspettata resistenza e sentì che l'impresa era assai più ardua di quanto imaginasse. Da qui un turbamento nel suo giudizio, ed un sentimento di irritazione che diede una certa asprezza alla sua azione, nell'ultimo periodo nel suo regno. Ma non si può dire ch'egli rinnegasse mai i principi razionali a cui s'era ispirato e che partecipasse al cieco pregiudizio che aveva promosso la spietata e stolta persecuzione degli imperatori precedenti. Del resto, la moderazione di Giuliano è riconosciuta, esplicitamente, come osservammo, dallo stesso Socrate, il quale dice che Giuliano, avendo constatato che le recenti vittime della persecuzione di Diocleziano erano onorate dai Cristiani e che, col loro esempio, li eccitavano ad affrontare il martirio, prese una via diversa. Depose la crudeltà di Diocleziano, ma non per questo si astenne dal perseguitare, perchè, soggiunge Socrate, «io chiamo persecuzione il disturbare, in qualsiasi modo, la gente tranquilla»269.
Ora i modi con cui Giuliano disturbava la gente tranquilla ed esercitava la sua persecuzione sarebbero stati, secondo Socrate, il famoso divieto ai Cristiani di insegnare lettere greche — e di questo parleremo, più avanti, — il non volere nella reggia, presso la sua persona, dei soldati cristiani, il non voler affidare ai Cristiani il governo delle provincie, il cercar di persuadere, con le blandizie e coi doni, i Cristiani oscillanti a ritornare al culto degli dei, e, finalmente, l'essersi procurato un tesoro di guerra, per la spedizione di Persia, col mezzo di multe inflitte ai Cristiani che si ostinavano a non convertirsi. Di questi modi di persecuzione, è chiaro che solo l'ultimo potrebbe dirsi propriamente riprovevole, sebbene sempre assai lontano dall'abituale atrocità degli imperatori che davvero avevano perseguitato. Ma di questo provvedimento tirannico non abbiamo nessuna prova contemporanea, nessun accenno nè in Libanio, nè in Ammiano, nè in Giuliano stesso. Che ci sia stato qualche atto di prevaricazione è assai probabile, ma una propria e vera legge che ponesse i Cristiani in una difficile condizione finanziaria non esistette che nella fantasia degli storici posteriori.
Sozomene, come al solito, si attiene all'esposizione di Socrate, amplificandola ed intensificando il colorito leggendario. Le scene di martirio, da lui narrate, anche se fossero veritiere, non si potrebbero far risalire alla responsabilità dell'imperatore, senza porre in contraddizione con sè stessi Socrate e Gregorio, i quali riconoscono la tolleranza di Giuliano, pur attribuendola ad un calcolo perfido. Una notizia interessante che troviamo in Sozomene è quella dell'abolizione dei privilegi di cui godeva il clero cristiano, abolizione che, certo, sarà stata considerata acerba persecuzione. Giuliano tolse ad esso l'esenzione di cui godeva delle imposte e le prebende di cui era stato investito da Costantino e da Costanzo, ed obbligò i suoi membri a rientrare, se chiamati, nei consigli comunali, ciò che era quasi sempre un forte gravame, per la responsabilità dei singoli consiglieri nel pagamento delle tasse e delle spese municipali, un gravame a cui i cittadini cercavano ansiosamente di sfuggire. Questa persecuzione amministrativa è lamentata da Sozomene, come poco meno dannosa della crudeltà degli antichi imperatori. Ma la storia imparziale deve pur riconoscere che il meno che Giuliano potesse pretendere, dal momento che voleva restaurare il Paganesimo, era di togliere i privilegi dei Cristiani e di porre tutti i cittadini sul piede dell'eguaglianza270.
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La tolleranza di Giuliano è dimostrata e commentata da Libanio, nel discorso necrologico, in modo da non lasciar dubbio che essa costituisse propriamente, per l'imperatore, un principio fondamentale di condotta. Dopo aver narrato come Giuliano rendesse i dovuti onori alla salma del suo nemico Costanzo, Libanio ci dice ch'egli inaugurava il culto degli dei «rallegrandosi di coloro che lo seguivano, deridendo gli oppositori, tentando di persuadere, ma non lasciandosi mai indurre a far violenza»271. Eppure, continua Libanio, non gli mancavano gli eccitamenti a rinnovare le sanguinose persecuzioni d'un tempo, ma Giuliano stette fermo, convinto che «non è col ferro e col fuoco che si può imporre la rinuncia ad un falso concetto degli dei, poichè se anche la mano sacrifica, la coscienza rimprovera272 ed allora si ha un'ombra di conversione, non già un cambiamento di opinione273. E poi avviene che, più tardi, costoro ottengono il perdono, mentre quelli che furono uccisi, vengono onorati al pari degli dei. Persuaso dunque di tutto ciò, e vedendo che dalla persecuzione la causa dei Cristiani ha giovamento, se ne astenne. Coloro che volevano il bene, egli li addusse alla verità, ma non fece violenza a quelli che amavano il male274..... Egli godeva nel visitare le città che avevano conservati i templi, e le credeva meritevoli dei suoi benefici; quelle che, in tutto o in parte, si erano staccate dal culto degli dei, egli le riteneva impure, ma dava loro, come agli altri sudditi, ciò di cui avevano bisogno, certo non senza dispiacere»275.
Giuliano, nella sua carriera, non ebbe che un solo momento di rigore eccessivo, al dire dello stesso Ammiano, un momento in cui lasciò libero sfogo allo sdegno che gli si era accumulato nel cuore. Entrato in Costantinopoli, trovò il palazzo imperiale pieno dei cortigiani di Costanzo. Costoro formavano una casta che, fattasi opulenta con le spoglie dei templi e con ogni abuso, dava un esempio spaventoso di corruzione, di lusso e di vizio276. Giuliano li cacciò via, con una precipitazione che, secondo l'onesto Ammiano Marcellino, gli tolse la serenità del giudizio e la possibilità di qualsiasi scelta. Ma, insieme a costoro, Giuliano trovava gli alti ufficiali e consiglieri di Costanzo, primo, fra tutti, quello sciagurato eunuco Eusebio, che era stato l'istigatore dell'assassinio di Gallo e il più implacabile nemico ch'egli avesse presso il cugino. Giuliano non seppe trattenere il desiderio della vendetta, e nominò una commissione inquirente e giudicante, a cui deferirli, e questa, credendo di seguire le intenzioni dell'imperatore, infierì contro gli accusati, macchiando di sangue, non sempre giustamente sparso, l'esordio del regno277.
La corte di Costanzo era stata tutta cristiana, perchè Costanzo era un cristiano intollerante, che non avrebbe permessa, vicino a sè, la presenza di un cortigiano che fosse rimasto fedele alla religione antica, e cristiani erano, dunque, gli intimi suoi consiglieri di cui Giuliano si prese vendetta. Ma ci voleva davvero l'acciecamento partigiano di Gregorio per insinuare che Giuliano, nell'infliggere le pene, era spinto non già dall'odio contro i consiglieri di Costanzo quanto dall'odio contro i Cristiani, come se fosse possibile che l'imperatore iniziasse una persecuzione sanguinosa proprio nei giorni in cui chiamava i Cristiani alla sua Corte, per invitarli alla concordia e per annunciar loro la piena e sicura libertà di culto! Che i cortigiani di Costanzo fossero cristiani e che, da questa circostanza, Giuliano traesse una ragione per condannare, nel suo giudizio, anche il Cristianesimo, è chiaro e naturale. Ma ciò non toglie che, nella sua condotta, egli fosse mosso da sentimenti in cui il parteggiamento religioso non entrava per nulla. Ciò vediamo, in tutta luce, in una lettera da lui diretta all'amico Ermogene, proprio nei giorni in cui aveva nominata la Commissione inquirente: «Permettimi di esclamare, come un parlatore poetico. — Oh! io che non sperava d'essere salvato, non sperava di udire che tu sei scampato dall'idra dalle tre teste! — Per Giove, non credere che io parli di Costanzo! Costui era quello che era. Voglio parlare di quelle belve che erano intorno a lui e che spiavano tutti, e che lo rendevano ancor più crudele: e sì che, per sè stesso, non era affatto mite, sebbene a molti paresse tale. Ma a lui, dal momento che è morto, sia lieve la terra, come si dice. Quanto a coloro, Giove lo sa, io non vorrei che avessero a soffrire contro giustizia. Ma, siccome si presentano molti accusatori, io ho istituito un tribunale. Tu, intanto, amico mio, vieni, e cerca di affrettarti più che puoi. È già da tempo che io supplico gli dei che ti possa vedere, ed ora che tu sei salvo, con massima letizia ti esorto a venire«278.
E in un'altra lettera, deplorando certi soprusi sofferti dagli Ebrei, Giuliano ne dà la responsabilità a coloro che «barbari nel giudizio, empi nell'anima, sedevano alla sua mensa, e che io, prendendo nelle mie mani, ho annientati, scagliandoli nel baratro, così che io non abbia più a sopportare nemmeno la memoria della loro scelleraggine»279.
È indubitabile, pertanto, che anche questo, che pure fu il solo atto duro e spietato, commesso da Giuliano, non può dirsi, per nessun modo, un episodio di persecuzione. Giuliano, come vedremo dalle sue lettere, è rimasto fedele al principio da lui posto, inaugurando il suo regno, il principio della tolleranza religiosa. Questo principio armonizzava con le tendenze del suo spirito equanime e ragionatore, al quale ripugnava la violenza. Egli aveva l'amore della discussione e del dibattito logico, e, del resto, doveva comprendere, anche senza il recente insuccesso di Diocleziano, come dovesse riuscire del tutto inefficace, anzi, impossibile una persecuzione contro una religione che aveva ormai invasa, certo, più della metà dell'impero. Ma noi crediamo, però, che vedesse pur bene ed acutamente Ammiano Marcellino, quando attribuiva la tolleranza religiosa di Giuliano anche ad un calcolo di abilità opportunista280. Le discordie intestine del Cristianesimo erano un lievito potente di dissoluzione, erano l'impedimento più forte alla costituzione di una Chiesa che potesse imporsi con un'autorità assoluta ed indiscussa. La tolleranza era una virtù che il Cristianesimo ignorava affatto, una virtù che era in contraddizione con le sue tendenze essenziali, una virtù che diventava per lui un vizio. L'intolleranza dogmatica era un fenomeno nuovo nel mondo, era la conseguenza necessaria del fatto che, intorno al nucleo monoteista della fede, si formava un complesso di dottrine metafisiche, le quali venivano a far parte integrante della religione, come una manifestazione di verità divina. Da qui la conseguenza che l'eresia diventava una colpa, che i dissensi intestini nel Cristianesimo non potevano essere tollerati, e che i Cristiani di parti avverse si guardavano e si combattevano gli uni gli altri, con un odio assai maggiore di quello che tenevano in serbo pei Pagani. Ora, Giuliano, abilmente, ed era arte di buona guerra, volle e seppe approfittare di tale condizione di cose per indebolire il nemico. E, siccome l'Arianesimo, avendo stretta alleanza con Costanzo, era diventato potentissimo, era diventato una vera religione di Stato, che aveva perseguitati e cacciati in bando i vescovi atanasiani. Giuliano non esitò un istante a pubblicare un decreto con cui concedeva agli esigliati la facoltà del ritorno in patria281, non dubitando, e con ragione, che, dal contatto delle due parti, si sarebbe immediatamente riacceso il foco delle ire e delle lotte. Qui stava propriamente il pericolo pel Cristianesimo. E Giuliano qui mostrava una grande acutezza. Se Giuliano fosse ritornato vittorioso dalla Persia ed avesse avuto un lungo regno, il Cristianesimo, abbandonato a sè stesso, divorato dalle sue discordie, poteva consumarsi e forse trasformarsi essenzialmente. Il Cristianesimo, fosse ariano, fosse atanasiano, aveva ormai bisogno del braccio imperiale. Il Cristianesimo, tralignato dalle sue origini, non poteva vivere che a patto d'essere intollerante. E l'intolleranza, per essere efficace, richiede d'aver per sè la forza materiale. La morte prematura di Giuliano rese possibile, pochi anni dopo, a S. Ambrogio di dare, con l'aiuto di Graziano e di Teodosio, la vittoria definitiva al dogmatismo cattolico.
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Le lettere di Giuliano, fra le quali, insieme a confidenze amichevoli, troviamo decreti e manifesti imperiali, ci danno il modo migliore e più sicuro di penetrare nelle intenzioni di lui e di giudicare la sua condotta nelle sue relazioni coi Cristiani. Che, malgrado l'odio cordiale che sentiva per questi, Giuliano volesse astenersi da ogni atto di violenza contro la loro persona e non esitasse a condannar questi atti, quando avvenivano all'infuori della sua volontà e per effetto di passioni popolari, è dimostrato dai più chiari documenti. Ad Artabio egli scrive: «Per gli dei, io voglio che i Galilei non siano uccisi nè maltrattati contro giustizia, nè che abbiano a soffrire danno alcuno. Dico solo che si devono tenere in maggior conto gli adoratori degli dei, poichè, la stoltezza dei Galilei ci manderebbe in rovina, se non fossimo salvati dalla benevolenza degli dei»282. E in un manifesto diretto agli abitanti di Bostra, in occasione di minacciati tumulti fra Cristiani e Pagani, così conclude: «Mettetevi d'accordo e nessuno commetta violenza od ingiustizia. I traviati non devono offendere chi adora gli dei rettamente e giustamente, secondo le norme date a noi da tutta l'eternità, e gli adoratori degli dei, dal canto loro, non devono assalire le case di quelli che errano più per ignoranza che per convinzione. Dobbiamo persuadere ed istruire gli uomini con la ragione, non già con le percosse, con le violenze o coi tormenti del corpo. Ora, come già da tempo, io esorto coloro che procedono nella via della vera pietà di non recar danno alle turbe dei Galilei, di non dar loro addosso, di non far loro violenza. Noi dobbiamo non già odiare, ma compiangere coloro che hanno una cattiva condotta nelle cose di suprema importanza. Ora, il massimo dei beni è la pietà, e il massimo dei mali è l'empietà. Coloro che, abbandonando il culto degli dei, si son dati a quello dei morti e delle reliquie trovano in sè stessi il loro castigo. Noi dobbiamo compiangerli, come compiangiamo chi è affetto da qualche malattia, mentre ci rallegriamo di quelli che dagli dei furono liberati e salvati»283.
Certo, non si può essere più espliciti, più ragionevoli e temperati, dirò anche, più moderni di quello che è Giuliano nelle sue dichiarazioni: più moderni, perchè il principio di tolleranza religiosa, posto dal restauratore del Paganesimo, non doveva rivivere se non quando fosse caduto l'impero del dogmatismo infallibile. Ma Giuliano doveva trovare qualche difficoltà ad applicare intieramente quel suo principio, in mezzo alle accese passioni popolari. I Cristiani, diventati, dopo Costantino, dominatori della posizione, eran diventati a loro volta persecutori, ed avevano, in più luoghi, distrutti e saccheggiati i templi antichi. Era, dunque, inevitabile che nascesse nei Pagani tornati al potere, il desiderio della rappresaglia. Ma la situazione, già intricata per sè stessa, lo diventava ancor di più per le discordie intestine del Cristianesimo, discordie che, come notammo, tornavano a vantaggio di Giuliano, ma che pure egli non poteva lasciar divampare, senza ferir quel principio di rispetto e tolleranza reciproca che doveva essere il perno della sua politica religiosa. Come Giuliano si destreggiasse in mezzo a queste difficoltà, lo vediamo nell'episodio dell'uccisione del vescovo Giorgio d'Alessandria.
Sotto il regno di Costanzo era governatore d'Alessandria un suo fidato consigliere, Artemio, e vescovo l'ariano Giorgio. L'uno e l'altro, per le loro delazioni al sospettoso imperatore e per la tirannia crudele del loro governo, erano odiati dal popolo di una città, la quale, come dice Ammiano Marcellino, il verace narratore dell'episodio284, era sempre pronta alle sommosse, appena se ne presentasse l'occasione. Successo Giuliano, egli fece venire a Costantinopoli Artemio, che, trovato reo di grandi delitti, fu condannato a morte. Gli Alessandrini, che avevano, per qualche tempo, vissuto nel timore di un possibile ritorno di Artemio e di una ripresa del suo crudele arbitrio, avuta la notizia della sua morte, insorsero contro il vescovo Giorgio, il quale poi era specialmente odioso alla parte pagana della popolazione alessandrina, perchè eccitava i Cristiani alla distruzione dei templi. Giorgio fu miseramente massacrato dalla turba furente, e lo furono con lui due suoi compagni di fede e di intrighi, Draconzio e Diodoro. I cadaveri furono bruciati, e le ceneri disperse nel mare, pel timore che le loro tombe, come quelle dei martiri, diventassero luoghi sacri. Ammiano osserva che i Cristiani, se avessero voluto, avrebbero potuto impedire il misfatto, ma rimasero, invece, spettatori inerti. Probabilmente questi inerti Cristiani erano i fautori di Atanasio, ai quali la morte dell'ariano Giorgio non sarà stata sgradita.
Giuliano, che confondeva in un odio solo, e col solo nome spregiativo di Galilei, Ariani ed Atanasiani, non doveva, dal suo punto di vista di restauratore del Paganesimo, essere scontento di una così chiara prova dello zelo degli Alessandrini. Ma egli era imperatore e si atteggiava a reggitore imparziale e giusto. Non poteva, quindi, lasciar passare impunito il delitto. E Ammiano ci narra che, infatti, egli era risoluto a infliggere il meritato castigo. Ma gli amici, che gli stavano al fianco, e che, come sempre avviene, erano più imperialisti dell'imperatore, lo persuasero a limitarsi all'invio di un editto, che rimproverasse gli Alessandrini, lasciandoli, nel fatto, impuniti. Questo editto, che ci è conservato integralmente, è di un grande interesse per la conoscenza di Giuliano e del suo indirizzo governativo:
«L'imperatore Cesare Giuliano Massimo Augusto al popolo degli Alessandrini».
«Se anche voi non rispettate il vostro fondatore Alessandro e, meglio ancora, il grande e santissimo dio Serapide, come mai, vi domando, non vi venne il pensiero del vostro dovere davanti all'Impero ed all'umanità? Aggiungerò anche il pensiero di noi, che gli dei tutti e, fra i primi, il grande Serapide, credettero degni di governare la Terra? Di noi, che avevamo il diritto di istituire il processo contro coloro che vi avevano offeso? Ma, forse, vi trasse in inganno l'ira e la passione, la quale è solita a fare il male ed a sconvolgere il giudizio, così che voi, malgrado il vostro impulso che, sulle prime vi aveva ben consigliato, siete poi corsi a trasgredire la legge, e non vi vergognaste di commettere, tutti insieme, quei delitti, che, giustamente, condannaste negli altri.
«In nome di Serapide, ditemi, per quale colpa inferociste contro Giorgio? Risponderete, certo, che egli eccitava contro di voi Costanzo, e introdusse un esercito nella città sacra, e indusse il governatore dell'Egitto ad impadronirsi del tempio più venerato del dio, violando le imagini, le offerte votive e gli ornamenti sacri. Contro di voi che, infiammati di uno sdegno ben naturale, tentavate di difendere il dio, dirò meglio, la proprietà del dio, il governatore, iniquamente, illegalmente ed empiamente, mandò i suoi soldati, temendo, più che Costanzo, Giorgio, il quale lo sorvegliava, se mai si comportasse con voi, non già tirannicamente, ma con temperanza e civiltà. Irritati, perciò, contro quel nemico degli dei che era Giorgio, avete deturpata la sacra città, mentre voi potevate consegnarlo ai voti dei giudici. E così non vi sarebbe stata uccisione nè delitto, ma giustizia perfetta, che avrebbe difeso voi innocenti, e punito quello scellerato sacrilego, e, insieme, resi saggi tutti gli altri, quanti sono, che non rispettano gli dei, e non hanno riguardo a città come la vostra, ed a popoli fiorenti, e ritengono la crudeltà quasi un'appendice della loro potenza. Confrontate questa mia lettera con quella che vi mandai, ora è poco tempo, e vedete la differenza! Quante lodi io vi faceva! E anche ora vorrei lodarvi, ma non lo posso, per la vostra trasgressione. Il popolo vostro ha osato, come i cani, sbranare un uomo; e poi non si è vergognato di innalzare agli dei delle mani lorde di sangue! Ma Giorgio, voi dite, meritava questo castigo. Certo, io rispondo, anzi uno più grave e più acerbo. Per causa vostra, voi direte. Lo ammetto. Ma se voi diceste, per mano vostra, io direi di no. Poichè vi sono leggi che ognuno di voi deve onorare ed amare. E, se avviene che taluno le trasgredisce, voi, nella vostra maggioranza, dovete seguirle ed obbedirle, e non traviare da ciò che in antico fu provvidamente istituito. Siete ancora fortunati, o Alessandrini, di aver commessa la colpa vostra, sotto l'impero mio, poichè, per rispetto alla divinità e per riguardo al mio zio e mio omonimo, che ha governato l'Egitto e la vostra città, io serbo per voi una benevolenza fraterna. Ma una autorità rigorosa e pura tratterebbe l'audacia colpevole del popolo come una grave malattia che bisogna risanare con acerba medicina. Eppure io vi presento, per le ragioni che ho testè dette, ciò che vi sarà ben più grato, esortazioni e ragionamenti, dai quali ben so che voi sarete persuasi, se voi siete, come mi si dice, Greci d'antica stirpe e se di quella origine rimane ancora la traccia mirabile e gentile nell'animo vostro e nelle vostre abitudini.
«Ciò si renda noto ai miei cittadini di Alessandria»285.
Quando si riflette che questo editto è uscito dalla penna del più convinto nemico che abbia avuto il Cristianesimo, non è possibile non vedervi un esempio di moderazione e di padronanza delle passioni. Il vescovo Giorgio doveva essere doppiamente odioso a Giuliano, e come cristiano intollerante, e come amico e confidente di Costanzo. Pertanto la sommossa degli Alessandrini poteva esser considerata da lui come una prova di zelo e di devozione, come la dimostrazione più solenne del favore che la restaurazione, da lui iniziata, trovava nella capitale del commercio e del pensiero d'Oriente. Ma Giuliano, fedele al suo programma, non vuole nè sangue, nè violenze, nè turbolenze. Egli, certo, non permetteva la violenza dei Cristiani che correvano a perseguitare chi non credeva ciò che essi credevano, ma non permetteva nemmeno la violenza dei Pagani che da sè stessi si facevano giustizia. L'ordine nella tolleranza reciproca era il suo programma, ed egli ancor s'illudeva che il Paganesimo avesse in sè tanta forza d'attrazione che, riposto nella libertà della sua azione e del suo svolgimento, avrebbe visto ritornare a lui le turbe guarite del loro traviamento!
Se non che l'ordine nella tolleranza non era facile a conservarsi, in mezzo alle passioni esaltate. L'esempio degli Alessandrini fu seguito, a quel che narra Sozomene286, in altre città, a Gaza, ad Aretusa di Siria, dove avvennero tumulti e scene di sangue, promosse da Pagani che si vendicavano di Cristiani, mentre altrove i Cristiani, non spaventati, anzi, parrebbe, irritati dall'inaspettata risurrezione del Politeismo, si riponevano con maggior ardore a distruggere i templi. Il fatto più grave fu quello di Cesarea di Cappadocia, dove la popolazione, in grande maggioranza, cristiana, dopo aver abbattuti i templi di Giove e di Apollo, distruggeva, regnante Giuliano, il tempio della Fortuna287. L'imperatore non rispose alla sfida che con castighi, certo, assai gravi, ma d'indole amministrativa. Depose il Prefetto della Cappadocia, confiscò i beni delle chiese cristiane, impose una multa pesante e tolse alla città i suoi privilegi. Ma sarebbe ingiustizia il dare a tale procedimento il carattere di una persecuzione. Dato il compito ch'egli si era imposto, Giuliano poteva lasciar tranquilli i suoi nemici, ma non poteva permettere che impunemente gli si ribellassero, e lo ferissero in ciò che più gli stava a cuore.
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Coloro che accusano Giuliano di violenza e di persecuzione per questi atti di difesa dimenticano che il Cristianesimo, appena ottenuta, con Costantino, la vittoria, non seppe sottrarsi alle condizioni dei tempi e dei costumi, e divenne tosto persecutore a sua volta. Come saggio della intolleranza dei primi imperatori cristiani e della persecuzione da loro iniziata, valga questo decreto di Costanzo e Costante, promulgato nell'anno 353. «Decretiamo che, in ogni luogo ed in ogni città, siano chiusi i templi, che nessuno vi possa entrare, e che sia negata agli empi la licenza di delinquere. Vogliamo che tutti si astengano dal far sacrificio. Se taluno perpetrasse qualche cosa di simile sia ucciso con la spada vendicatrice. Decretiamo che le sostanze dell'ucciso siano attribuite al fisco, e vogliamo che siano puniti i governatori delle Provincie che fossero negligenti nel reprimere i delitti»288. Certo, nè un Decio nè un Diocleziano potevano far meglio. Ma il documento più interessante per farci conoscere l'oppressione esercitata dai Cristiani sui Pagani, è il discorso intorno ai templi diretto da Libanio all'imperatore Teodosio. Sebbene questo discorso sia posteriore di alcuni anni al regno di Giuliano, pure esso dipinge una condizione di cose che, già da tempo, esisteva, ed è sintomatico dello stato degli animi in mezzo al conflitto di due religioni ancora rivali. L'origine del discorso è questa. L'imperatore Teodosio, con parecchi decreti, e specialmente con uno diretto al Prefetto d'Oriente, Cinegio, nel 385, aveva confermata la disposizione dei precedenti imperatori, vietante i sacrificî. Tollerava però la continuazione di alcuni riti, come l'incensamento e la preghiera, e non aveva imposta e nemmeno incoraggiata la distruzione dei templi. Ma i Cristiani, tale incoraggiamento, pare lo trovassero nella logica delle cose, e, quindi, senza aspettare nè leggi, nè ordini imperiali, si ponevano all'opera di abbattere i templi, fra i quali insigni monumenti, coprendo, coll'apparenza del fanatismo religioso, privati interessi ed avidità di guadagno. Contro tale abuso Libanio innalza la sua voce in un discorso da lui diretto all'imperatore, la cui data può determinarsi nei sei anni che corsero dal 385 al 391289.
Leggendo quel discorso si raccolgono le prove della decadenza, della corruzione morale in cui era precipitato il Cristianesimo, appena diventato dominatore. Questa impressione, che abbiamo già raccolta da tutti i documenti contemporanei, è confermata fortemente dal discorso di Libanio. Perchè costui potesse rivolgersi ad un imperatore, di fede cristiana, e quale imperatore! accusando così esplicitamente i Cristiani, e in particolare modo i chierici ed i monaci, di ogni sorta di soprusi, per la smania del lucro, bisogna pur dire che la verità dell'accusa fosse, almeno in parte, tanto lampante, da togliere ogni pericolo per chi osasse esporla e dichiararla. Noi vediamo, in Libanio, come il Politeismo si fosse ritirato dalle città nei campi, dov'era gelosamente conservato dai coloni, dagli agricoltori, i quali, con la tenacità della gente semplice e lontana dai perturbamenti sociali, adempivano le antiche cerimonie e chiamavano le note e care divinità a proteggere i loro lavori. È contro costoro che maggiormente si esercitava la prepotenza del clero cristiano che poi si arricchiva di spogliazioni, compiute in nome di un principio divino! Queste sono rivelazioni preziose. Per comprendere un movimento, come quello tentato da Giuliano, bisogna, dunque, ricordare che il Cristianesimo, perdendo affatto il suo carattere di rivendicazione morale e di sublime eroismo, si era abbassato alle condizioni del tempo, ed era diventato, nella realtà, una religione alla cui ombra pullulavano tutte le passioni e tutti i vizî che essa, se avesse effettivamente rigenerata la società, avrebbe dovuto estinguere.
Ma, prendiamo qualche fiore dal mazzo di scherni e di accuse che ci offre Libanio. «Tu — egli dice, rivolgendosi a Teodosio — tu non hai ordinato che si chiudessero i templi, nè che nessuno vi avesse accesso, nè che si allontanassero dagli altari il fuoco e l'incenso o l'onore di altri profumi. Ma quella gente, vestita di nero, che mangia più degli elefanti, e che, per le ripetute bicchierate, dà un gran da fare a coloro che, quando canta, la provvedono di vino, e nasconde tutto ciò sotto una pallidezza artificiale, ad onta della legge, o imperatore, corre ai templi, alcuni portando bastoni e sassi e ferri, altri senza di ciò, nell'intento di adoperare le mani e i piedi. Quindi abbattono i tetti, scavano le pareti, strappano le statue, spezzano gli altari. E i sacerdoti devono o tacere o morire. Distrutti i primi templi, corrono ai secondi, poi ai terzi, e, contro la legge, accumulano trofei su trofei. Ciò si osa fare nelle città, ma molto più nei campi... Li percorrono, come torrenti, devastandoli, sotto il pretesto di distruggere i templi. E quando, in un campo, hanno abbattuto il tempio, è come se ne spegnessero ed uccidessero l'anima. Poichè, o imperatore, i templi sono l'anima dei campi, e furono il primo nucleo delle costruzioni cresciute, attraverso molte generazioni, fino allo stato presente. E nei templi son poste le speranze degli agricoltori per la prosperità degli uomini, delle donne, dei figli, dei buoi, delle seminagioni e delle messi. Un campo che ha sofferto tale danno, è rovinato, ed è perduta, insieme alle speranze, la confidenza degli agricoltori. Vano credono il loro lavoro, quando son privati degli dei che lo rendono proficuo... Così l'audacia di quella gente, che si esercita scelleratamente nei campi, conduce ai più deplorevoli risultati. Dicono di far guerra ai templi; ma la guerra si risolve nel rubare, nello strappare ai poverelli ciò che loro appartiene, le loro provviste, raccolte dal suolo, pel loro nutrimento, e se ne partono, portando via, come conquistatori, le spoglie dei debellati. E non basta, chè si appropriano la terra del primo malcapitato, dicendo che è terra sacra, e così molti, per questa parola falsa, son privati dei beni paterni. Ed essi, che pretendono di servire, così dicono, col digiuno il loro dio, gozzovigliano nei mali altrui. E se poi gli sventurati, andando alla città, si lamentano col Pastore (così chiamano un uomo tutt'altro che buono) ed espongono le loro sofferenze, il Pastore loda gli offensori e licenzia gli offesi, dicendo che hanno fatto un guadagno nel non aver sofferto di più. Eppure, o imperatore, anche questi infelici fan parte del tuo impero, e son tanto più utili dei loro offensori, di quanto i lavoratori son più utili degli oziosi. Quelli son simili alle api e questi ai calabroni. Appena essi hanno notizia di qualcuno che possegga un campicello di cui lo si può spogliare, tosto affermano che colui sacrifica e fa cose riprovevoli, e che bisogna far impeto contro di lui, ed ecco entrano in scena i moralisti290, poichè questo è il nome che danno ai ladri, se pure io non dico troppo poco, poichè i ladri cercano di nascondersi, e negano ciò che osano fare, e si ritengono offesi se li chiami ladri. Ma quelli invece si vantano di ciò che fanno, e sono rispettati, e lo narrano a chi lo ignora, e affermano di essere degni di premio..... E perchè mai, o imperatore, tu raccogli tanta forza, e prepari le armi, e chiami a consiglio i generali, e li spedisci dove maggiore è il bisogno, e a questi scrivi, a quelli rispondi? E perchè queste nuove mura, questi lavori estivi? A che mira, a che serve tutto ciò per le città e pei campi? A vivere senza timore, a riposare tranquillamente, a non esser turbati dalle minacce dei nemici, ad esser certi che, se alcuno ci venisse addosso, se ne andrebbe dopo aver subìto più che recato danni. E dunque se, mentre tu raffreni i nemici esterni, alcuni tuoi sudditi maltrattano altri che sono pure sudditi tuoi, e non permettono loro di godere dei beni comuni, non è, forse, vero che essi offendono la tua provvidenza, la tua saggezza e le tue cure? Non è, forse, vero che, con le loro azioni, essi fan guerra alla tua volontà?»291.
In questo appello, nel quale lo scherno si unisce all'invettiva ed al ragionamento, Libanio ci pare davvero eloquente e pieno di abilità. E si sente nella parola dell'oratore un accento di verità, il sentimento di un diritto offeso, il grido dei vinti ingiustamente calpestati. Gli uomini non mutano nelle loro passioni. I Cristiani, diventati vittoriosi, avevano preso il posto dei dominatori di prima, e rinnovavano, in nome di un nuovo principio, quei procedimenti e quegli eccessi che già erano stati compiuti, in nome di un principio opposto. E Libanio, da pagano perseguitato, confuta energicamente l'argomento che i Cristiani persecutori presentavano a difesa delle loro violenze, cioè, che con esse costringevano i Pagani a convertirsi. Con tale procedimento, dice Libanio, non si ottengono che conversioni di apparenza. Ed allora, esclama Libanio, quale vantaggio ne avranno i Cristiani, se i nuovi convertiti lo saranno a parole, ma nol saranno a fatti? «In cose di questa natura bisogna persuadere e non costringere. Colui che, non potendo persuadere, usa la violenza, sebbene creda di riuscire, in realtà non riesce a nulla»292. Ma la colpa di questa tristissima condizione di cose non è di Teodosio, pel quale l'abile e prudente Libanio non ha che parole di lode, ma di un perfido consigliere. E par che Libanio voglia indicare Cinegio, prefetto d'Oriente, marito di Acantia, matrona che godeva fama di santità. «Questo uomo ingannatore, empio e nemico degli dei, e crudele e avaro, funesto alla terra che lo riceve, godendo di una fortuna irragionevole e male usandone, è servo della moglie, a cui compiace in ogni cosa, a cui tutto subordina. E costei deve, a sua volta, obbedire a coloro che le si impongono, e che fanno pompa di virtù coll'indossare vesti di lutto, anzi, per pompa ancor maggiore, vesti di quella tela di cui i tessitori fanno i sacchi. Questa combriccola inganna, illude, agisce sotto mano, e dice il falso»293. Curioso, davvero, questo quadretto di un prefetto d'Oriente che è guidato dalla moglie, la quale, a sua volta, è guidata dai monaci! E come è strana la diversità dei giudizî degli uomini, a seconda del colore della lente passionale con cui guardano gli oggetti! Libanio vede la perfidia ed il ridicolo, là dove un Gregorio ed un Atanasio avranno veduto l'espressione più pura della santità delle intenzioni e della condotta!
Ma Teodosio, dice Libanio, non ha mai emanata nessuna legge che sanzionasse questi eccessi. «Tu non hai mai imposto questo giogo all'anima umana. E se credi che il culto del tuo dio sia preferibile al culto degli altri, non hai dichiarato che questo sia un'empietà, e che giustamente lo si possa vietare». Chè, anzi, egli chiama presso di sè, come consiglieri e commensali, uomini notoriamente devoti agli dei, e non diffida di un amico, perchè ripone negli dei le sue speranze. E, ricordando Giuliano, la cui imagine non è mai lontana dal pensiero di Libanio, egli esclama: «tu non ci perseguiti, imitando colui che, coll'armi ha sconfitti i Persiani, ma coll'armi non ha perseguitati quelli dei suoi sudditi che gli erano nemici.»294.
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Durante il soggiorno di Giuliano in Antiochia avvenne un fatto che lo ha singolarmente irritato. Non v'era cosa che fosse più ripugnante a Giuliano del culto che i Cristiani rendevano ai sepolcri dei loro martiri, dei loro uomini illustri. Questa adorazione dei morti, com'egli la chiamava, offendeva il suo senso estetico di antico greco, gli pareva assurda, e probabilmente gli era odiosa come uno dei mezzi più efficaci per esaltare gli animi in un'aspirazione devota. Quando viene a toccare di questo culto dei morti, egli ha sempre qualche parola di disprezzo o di sarcasmo, e, più ancora, che la distruzione delle chiese, egli desiderava la scomparsa o l'abbandono di quelle tombe che erano diventate luoghi sacri. Tale era appunto la tomba del martire Babila che si trovava nel sobborgo di Dafne, presso Antiochia. Quel sobborgo era un luogo di delizie per la bellezza delle piante e dei fiori, per la vista e la giocondità dell'aura. La leggenda narrava che lì la ninfa Dafne, fuggendo da Apollo, si fosse trasformata in lauro. E questa memoria, congiunta all'eccitante amenità del luogo, faceva dei boschetti di Dafne il ritrovo degli amanti. «Chi — dice Sozomene — passeggiava per Dafne, senz'essere accompagnato da un'amante, era considerato come un uomo stolto e rozzo»295. E, in mezzo a quei boschi, sorgeva la più bella statua d'Apollo, e vicino uno splendido tempio di marmo, dedicato al dio.
Se non che, quando Gallo, il fratello di Giuliano, fatto Cesare da Costanzo, e investito del governo d'Oriente, si stabilì in Antiochia, gli venne il pensiero, da quell'esaltato cristiano ch'egli era, di togliere il prestigio a quel famoso santuario dell'Ellenismo, e, per riuscirvi, pensò di costrurre, in faccia al tempio d'Apollo, un tabernacolo e di portarvi le reliquie del martire Babila. Pare che lo scopo, voluto da Gallo, fosse stato raggiunto. La presenza delle reliquie del martire, chiamando nei boschetti profumati di Dafne le turbe devote dei Cristiani, allontanava gli amanti, e spargeva un'aria di tristezza in cui spariva il sorriso del raggio apollineo.
Avvenuta la rivoluzione religiosa, Giuliano, entrato in Antiochia, volle restituire all'antico splendore il tempio ed il culto d'Apollo, e ciò non poteva farsi se non si trasportavano altrove le reliquie del martire, che deturpavano il luogo sacro. Ed infatti ordinò che si eseguisse il trasporto. Quest'ordine fu causa di una grande dimostrazione dei Cristiani d'Antiochia, i quali, al dire di Sozomene, accompagnarono in folla, cantando salmi, per quaranta stadi, la cassa dove giaceva il martire. Giuliano fu per questa dimostrazione irritatissimo e si sarebbe lasciato andare ad atti di rappresaglia, se non fosse stato rimesso sulla buona strada dal prefetto Sallustio. Se non che, pochi giorni dopo, un terribile incendio divorava il tempio d'Apollo. I Cristiani affermarono che un fulmine mandato da Dio aveva posto in fiamme il tempio, ma Giuliano non dubitò un istante a darne la colpa ai Cristiani. Con grande amarezza egli ricorda, nel Misobarba, questo fatto, e pone a raffronto la condotta degli Antiochesi con quella di altre città in cui si rialzavano i templi e si distruggevano le tombe degli atei, cioè dei Cristiani, e si giungeva contro questi ad eccessi ch'egli deplorava. Gli Antiochesi, invece, rovesciavano gli altari appena rialzati, e la mitezza con cui egli li ammoniva a nulla aveva giovato. «Infatti, quando noi facemmo trasportare il cadavere, quelli di voi che non rispettavano le cose divine, consegnarono il tempio del dio agli sdegnati pel trasporto delle reliquie, e questi, non so se nascosti o no, accesero quel fuoco che negli stranieri destò orrore, e nel vostro popolo piacere, e che lasciò e lascia ancora indifferente il vostro Senato!»296. E, forse, fu sotto l'impressione di questo fatto che Giuliano diede l'ordine, con un decreto riportato da Sozomene, di distruggere due santuari di martiri che si costruivano, in Mileto, presso il tempio di Apollo297.
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Tutte queste violenze parziali, che hanno un carattere episodico e che non erano che l'inevitabile rappresaglia vicendevole di due partiti pressochè equivalenti, non bastano a togliere il fatto sostanziale della tolleranza religiosa che Giuliano confidava di poter usare come lo strumento più efficace della restaurazione da lui iniziata. Noi abbiamo già parlato di quel provvedimento così interessante e così caratteristico, preso da Giuliano, del richiamo in patria dei Cristiani, esigliati da Costanzo, in causa dei dissensi teologici. Nelle lettere di Giuliano, troviamo notizie veramente curiose ed istruttive intorno a quel provvedimento.
Il partito che aveva dominato alla corte di Costanzo non era quello dell'Arianesimo puro, ma, bensì, di un Arianesimo opportunista, il quale non ammetteva la consostanzialità del Padre e del Figlio, voluta da Atanasio e dal Concilio di Nicea, ma non affermava nemmeno la distinzione e la subordinazione del Figlio al Padre voluta dagli Ariani schietti. Costanzo, come sappiamo, aveva accettata la così detta formola omoica, che diceva esser il Figlio simile al Padre, secondo le Scritture, e vietava ogni analisi e determinazione di tale somiglianza. Costanzo impose questa formola ai due Concilî di Rimini e di Seleucia, nel 359, e poi mandò in esiglio tutti i vescovi, tanto dell'estrema destra atanasiana, quanto dell'estrema sinistra ariana, che non si piegavano ad essa. Giuliano li richiamava, tutti insieme, senza distinzione. Però è singolare la diversità di trattamento ch'egli usa verso due eroi di quelle lotte teologiche, il diacono Aezio che rappresentava l'Arianesimo intransigente, ed il grande Atanasio, il legislatore del Concilio di Nicea. Al primo, Giuliano manda questo biglietto298.
«Io richiamai dall'esiglio tutti coloro, quali essi siano, che da Costanzo furono esigliati, per la stoltezza dei Galilei. Quanto a te, non solo ti richiamo, ma, ricordando la nostra antica conoscenza e consuetudine, t'invito a venir da me. Tu potrai servirti pur di giungere al mio accampamento, della vettura di Stato e di un cavallo di rinforzo».
Chi era quest'Aezio che Giuliano tratta con speciali riguardi? Era una vecchia conoscenza dell'imperatore. Ma guardiamolo, per un istante; poi gli porremo accanto la grande figura di Atanasio, e così avremo davanti a noi due profili caratteristici del tipo cristiano del secolo quarto. Aezio, Siro di origine, si era dato, in gioventù, alle arti più varie. Era stato fonditore di metalli, poi medico, ed, a poco a poco, si era fatto conoscere per l'inquietudine del suo spirito e per la singolare attitudine alle discussioni teologiche che erano la passione intellettuale del tempo. Se dobbiamo creder a Socrate, egli era assai più versato nella dialettica di Aristotele che nella conoscenza degli scrittori cristiani, e professava il disprezzo per Clemente ed Origene299. Allontanato da Antiochia come disturbatore della pace religiosa, Aezio, soggiornando in Cilicia e, specialmente, a Tarso, strinse amicizia coi seguaci delle idee lucianiste e ne divenne un apostolo ardente.
Ritornato poi in Antiochia, Aezio si fa amico del presbistero Leonzio che apparteneva alla medesima scuola lucianista. Corre poi ancora in Cilicia, quindi ad Alessandria, a disputare con gnostici e manichei, finchè, diventato Leonzio vescovo di Antiochia, ritorna a metterglisi al fianco, ed è fatto diacono. Ma egli desta intorno al vescovo tale un turbinio di discordie e di dispute, che Leonzio è costretto a tenerlo lontano dalle sacre funzioni, conservandogli, però, l'ufficio d'insegnante. Pare che egli prendesse parte, nel 351, al Sinodo di Sirmio, dove avrebbe ferocemente combattuto gli Atanasiani. Questi avrebbero cercato di muovere contro di lui i sospetti di Gallo, il fratello di Giuliano, che, come sappiamo, era stato dall'imperatore Costanzo eletto alla dignità di Cesare. Ma non ci sarebbero riusciti. Infatti Aezio è tanto padrone della situazione e della fiducia di Gallo che costui lo manda, più volte, come suo confidente, al fratello Giuliano. Da qui la relazione fra il principe ed il diacono ariano, e gli speciali riguardi ch'egli ha per lui, appena salito al trono. Gregorio di Nissa accusa Aezio di essere stato consigliere di Gallo nell'uccisione del prefetto Domiziano e del questore Monzio, delitto orribile che poi ebbe per conseguenza la catastrofe di Gallo. Ma quale fede si possa avere nella narrazione del vescovo atanasiano, non è dato saperlo, poichè atanasiani ed ariani si accusavano, gli uni gli altri, senza punto scrupoli. Nel 356 Aezio va ad Alessandria, il gran focolare delle ire teologiche, e prende posizione come un ariano intransigente e di estrema sinistra, e vi parla e scrive come uno dei capi di un giovane Arianesimo. Richiamato in Antiochia dal vescovo Eudossio, lo compromette per modo, con la sua politica irritante, che i semiariani finiscono per aver buon gioco sull'animo di Costanzo, ed ottengono l'allontanamento del vescovo e l'esiglio di Aezio in Frigia. Un anno dopo, nel 360, avendo Costanzo, risolutamente presa in mano la formola omoica, con cui s'illudeva di imporre la pace ai partiti che squarciavano la Chiesa, si accrebbero i rigori contro Aezio che dal Sinodo di Costantinopoli fu dichiarato decaduto dal suo diaconato, e dall'imperatore confinato in Pisidia. Venuto al trono Giuliano, le sorti di Aezio volsero al meglio. Richiamato dall'esiglio, dichiarata nulla la sua deposizione, fu riconsacrato da un sinodo raccolto in Antiochia, insieme ad altri Ariani. Il focoso polemista morì, probabilmente, poco dopo, perchè di lui non si ha più traccia.
Noi non sappiamo se Aezio abbia accettato l'invito dell'imperatore che, mentre lo chiamava a sè, qualificava di stoltezza il Cristianesimo, ma, se ha accettato, non è riuscito a farlo parteggiare a favore dell'Arianesimo. Giuliano era affatto indifferente ed imparziale per tutte le sette cristiane ch'egli confondeva in un odio comune. E che di tale odio gli Ariani avessero la parte a loro spettante, ce lo prova una lettera, scritta in occasione di tumulti promossi, in Edessa, dagli Ariani, che è tanto giusta nella sua ispirazione quanto acerba nella sua ironia.
«Ad Ecebolio. — Io tratto i Galilei tutti con tanta mitezza e filantropia che nessuno ebbe mai a soffrire violenza, e non voglio che siano trascinati al tempio, o costretti a cosa alcuna contraria alla loro intima convinzione. Ma quelli della Chiesa ariana, inorgogliti della loro ricchezza, assalirono i Valentiniani, e commisero, in Edessa, disordini tali, quali non dovrebbero mai verificarsi in una savia città. Se non che, siccome una legge mirabilissima insegna loro che bisogna esser poveri per aver più facile l'accesso al regno dei cieli, così, per aiutarli, noi comandiamo che tutti i beni della Chiesa degli Edesseni siano confiscati e distribuiti ai soldati, e le sue terre aggregate ai nostri domini. Per tal modo, impoveriti, diverranno saggi ed otterranno lo sperato regno dei cieli!»300.
Bisogna, dunque, dire che la sua cortesia per Aezio avesse proprio solo un movente di simpatia personale, e non possiamo dedurre che Giuliano arianeggiasse, ciò che sarebbe stato veramente inesplicabile, dato che, nella corte semiariana di Costanzo, egli aveva avuto i suoi più fieri avversari. Tuttavia, il personaggio che destava, nell'imperatore, la più implacabile antipatia, si trovava nel campo opposto, ed era nientemeno che il grande Atanasio, il fondatore dell'ortodossia cattolica. Questi due uomini, geniali l'uno e l'altro, di cui l'uno rappresentava il passato e l'altro l'avvenire, l'uno l'Ellenismo risorgente, l'altro il Cristianesimo dominatore, erano incompatibili l'uno all'altro. Il fatto che Giuliano tanto si incollerisce contro Atanasio, che era stato una vittima di Costanzo, mostra che, malgrado la sua giovinezza, egli conosceva a fondo gli uomini e vedeva dove stava il pericolo. Egli sentiva che la forza del Cristianesimo non stava già nel corrotto Arianesimo, sebbene dominasse sovra metà del mondo cristiano; ma bensì, nell'energia entusiasta del partito che, sventolando il vessillo del mistero mistico della Trinità, si stringeva intorno alla grande figura del vescovo d'Alessandria. Se Atanasio fosse scomparso, l'ortodossia cattolica non si sarebbe fondata, e il Cristianesimo non avrebbe avuta quella organizzazione che lo fece traviare dal suo carattere originale, ma che pur gli era necessaria per vivere.
Per comprendere l'importanza del duello fra Giuliano ed Atanasio, diamo un'occhiata alla figura di quest'ultimo.
Nessuna esistenza più burrascosa e più eroica di quella d'Atanasio. Un romanziere, di fervida fantasia, un Sienkiewicz, potrebbe costruirgli intorno un epico racconto. Nulla può servire a dare un'idea viva dell'ambiente del secolo quarto meglio che lo studio di questa grande figura e delle sue tempestose avventure. L'uomo era grande davvero, era un carattere dominatore per eccellenza, una tempra inflessibile di combattente, un'anima dal volo largo e potente. C'è molta analogia fra Atanasio ed Ambrogio. Ma Ambrogio si è trovato in condizioni assai meno difficili e pericolose. Ambrogio non trovò contrasti nell'esercizio della sua autorità, fuor che durante la reggenza di Giustina. Ma il vescovo era troppo forte in confronto all'imperatrice, per poter dubitare della vittoria finale. All'infuori di quest'urto passaggero, Ambrogio dominò sovrano, ed ebbe, nella guerra contro l'Arianesimo, a sua disposizione l'aiuto del potere imperiale. Graziano e Teodosio furono due strumenti nelle sue mani, coi quali egli è riuscito ad erigere l'ortodossia cattolica a religione dello Stato. Atanasio, invece, ebbe una vita di lotte incessanti e gigantesche. Egli aveva l'impero contro di sè. Se si eccettui Costantino, ai tempi del Concilio di Nicea, e il fuggevole Gioviano, egli ebbe persecutori tutti gli imperatori che vide succedersi nella sua lunga vita, sul trono di Costantinopoli, Costanzo, Giuliano, Valente.
Nato negli ultimi anni del secolo terzo, Atanasio passava la sua prima giovinezza in Alessandria, al fianco del vescovo Alessandro, di cui fu l'ispiratore in quei primi dissensi fra il vescovo ed il presbitero Ario, che poi condussero alla guerra civile nel seno del Cristianesimo. Al Concilio di Nicea, Atanasio era già una figura dominante, e l'Arianesimo potè vedere in lui il più poderoso dei suoi nemici. Morto Alessandro, fu eletto nel 328 vescovo di Alessandria. Ma l'opposizione del clero che arianeggiava si destò così energica, e tali furono le accuse che piombarono sul capo del neoeletto, che Costantino, il quale, intanto, visto l'insuccesso della politica ortodossa, stava piegando all'Arianesimo, chiamò l'accusato a giustificarsi prima davanti a lui a Nicomedia, poi, rinnovandosi ancora le accuse, davanti ad un Concilio raccolto a Cesarea, nel 334. Ma Atanasio indugiò a presentarsi e, sottomano, riusciva a persuadere Costantino della sua innocenza ed a riguadagnarsene il favore. Se non che, i suoi nemici avevano giurata la sua rovina. Eusebio di Nicomedia, il futuro educatore di Giuliano che viveva presso l'imperatore, lo indusse a convocare, nel 335, un altro sinodo a Tiro, che giudicasse il vescovo d'Alessandria. Questi si presentò al Concilio, con un seguito imponente di cinquanta vescovi, ma, convintosi che l'assemblea avrebbe sentenziato contro di lui, non aspettò il verdetto di destituzione, e s'imbarcò per Costantinopoli, fidando nell'influenza della sua persona sull'animo di Costantino. Nè s'ingannava, chè l'imperatore, posto fra il Concilio ed Atanasio, inclinava più a questo che a quello, quando Eusebio mosse al rivale una nuova accusa, questa volta, d'indole non teologica, e tale che doveva far grande impressione sull'animo dell'imperatore; accusò Atanasio di aver minacciato di far sospendere l'annuale provvista di granaglie che da Alessandria giungeva a Costantinopoli. Costantino non volle più udire Atanasio, e, senz'altro, lo esigliò a Treviri, in Germania, dove, del resto, trovò cortese accoglienza dal figlio dell'imperatore, ed un ardente collega di opinioni teologiche nel vescovo Massimino.
Morto Costantino nel maggio del 337, Atanasio ritornò trionfante in Alessandria, e riprese il suo ufficio. Fu il segnale di una nuova tempesta. Atanasio, che, certo, non era un uomo tollerante, depose dagli uffici ecclesiastici tutti coloro che erano stati suoi avversari e li sostituì con amici, infiammando sempre di più la collera degli Ariani. Sul trono di Costantinopoli sedeva Costanzo, semiariano, il quale non vedeva che con gli occhi di Eusebio. Mandò, pertanto, ad Alessandria un nuovo vescovo Gregorio, e lo fece accompagnare da una scorta militare, onde imporlo con la forza se si trovasse resistenza. Infatti, la venuta di Gregorio fu causa di sommosse e di scene di violenza. Ma Atanasio vedendo inutile ogni sforzo, nel marzo del 340, partiva, pel suo secondo esiglio, e si recava a Roma presso il vescovo Giulio. In Occidente, Atanasio trovava amici ed appoggio, cominciando dall'imperatore Costante che, diversamente del fratello Costanzo, era propenso all'ortodossia. Per cinque anni, l'infaticabile Atanasio, protetto dall'imperatore, si agita a difesa ed a gloria della fede da lui professata con sì eroica convinzione. A Milano, nelle Gallie, ad Aquileja, egli è il legislatore religioso. Ma, intanto, anche in Oriente, le cose volgevano al meglio per lui. Costanzo, stimando conveniente di non staccarsi troppo aspramente dal fratello, accennava ad un più mite contegno; così che, morto nel 345 il vescovo Gregorio, Atanasio potè presentarsi a Costanzo in Antiochia, ed ottenere da lui di esser ripristinato nella sua sede di Alessandria. Nel 346, egli, infatti, vi rientrava fra il giubilo del popolo. Ma la pace ebbe breve durata. Morto Costante nel 350, Costanzo non ebbe più ritegno a parteggiare per l'Arianesimo. E, di conseguenza, ricominciò la guerra contro Atanasio, accusato di essere il disturbatore della tranquillità della Chiesa. Vari tentativi per impadronirsi della persona del vescovo riuscirono vani pel minaccioso atteggiamento della popolazione alessandrina. Ma, finalmente, nella notte del 9 febbraio del 356, il governatore Siriano, con buon nerbo di soldati, riesce a penetrare nella chiesa, dove il vescovo celebrava un servizio divino. Ne viene un sanguinoso tumulto, durante il quale Atanasio sparisce. Gli Ariani, vittoriosi, riprendono tutti gli uffici che erano stati costretti ad abbandonare, e alla sede vescovile è nominato quel Giorgio, di cui abbiamo già fatta la triste conoscenza.
Durante questo terzo esiglio, che durò dal 356 al 361, Atanasio visse negli eremi dell'alto Egitto, ritornando, però, di nascosto, più volte in Alessandria, dove egli alimentava il suo partito con gli scritti che andava componendo nella sua feconda solitudine. Per verità, se si dovesse prestar fede a Sozomene, il fiero vescovo avrebbe passato meno duramente questo lungo periodo di rinnovata persecuzione. Narra lo storico che Atanasio rimase in Alessandria, nascosto presso una vergine di singolare bellezza, di tale bellezza che nessuna donna d'Alessandria poteva esserle eguagliata. Ma riproduciamo le parole di Sozomene che ci presentano uno strano manicaretto di santità e di romanzo, una miscela che a noi pare eterogenea, e che pur riusciva prelibata ai palati letterari del secolo quarto. «A quanti vedevano quella vergine, essa appariva un miracolo, ma coloro che ci tenevano alla fama di temperanza e di saggezza la fuggivano, pel timore che si sospettasse di loro. Poichè era proprio nel fiore dell'età, e supremamente dignitosa e modesta... Ora, Atanasio, mosso a salvarsi da una visione divina, si rifugiò presso quella vergine. E, se io investigo l'evento, mi par proprio di vedervi la mano di Dio, il quale non voleva che gli amici di Atanasio soffrissero molestia, se mai alcuno volesse interrogarli intorno a lui o costringerli a giurare, mentre, intanto, Atanasio se ne stava nascosto presso colei, la cui bellezza era troppo grande per permettere il sospetto che il sacerdote potesse trovarsi con lei301. Essa lo ricevette con coraggio e lo salvò con la prudenza, e fu una custode così fedele ed una servente così premurosa, da lavargli i piedi, da provvedere essa sola al cibo, ed a tutte le altre cose che la natura ci rende indispensabili negli urgenti bisogni302. Di più si procurava dagli altri i libri che gli erano necessari. E malgrado che ciò durasse lunghissimo tempo, nessuno dei cittadini di Alessandria mai lo seppe»303.
Del resto, sia che Atanasio si rifugiasse nei nascondigli del deserto, sia che rimanesse celato nei penetrali della casa verginale della bellissima fanciulla, la sua azione e la presenza erano spiritualmente sentite nell'ambiente eccitato di Alessandria; così che il vescovo Giorgio, il quale, come sappiamo, era un imprudente, non aveva la vita tranquilla, ed era, ad ogni istante, esposto alle sommosse di una popolazione irritata contro di lui, finchè giunto al trono Giuliano, le ire ammassate scoppiarono terribili e lo trascinarono alla catastrofe, alla quale gli Atanasiani assistettero impassibili e, probabilmente, conniventi.
Pubblicato il decreto di Giuliano che permetteva il rimpatrio ai vescovi esigliati dall'ariano suo antecessore, Atanasio, non solo ritornò in Alessandria, ma rioccupò, senz'altro, il seggio vescovile, e riprese, con rinnovata energia, la sua azione di propaganda e di combattimento.
Ora, la condotta di Atanasio disturbava la politica di Giuliano, il quale voleva tenere i due partiti cristiani sul piede d'eguaglianza, e di reciproca tolleranza, nella previsione che si sarebbero indeboliti a vicenda. Ma nulla era più lontano dalle sue intenzioni che il dar mano forte all'ortodossia per vincere l'Arianesimo, e nessuno, pertanto, poteva essergli più sospetto e più odioso dell'ardente Atanasio. Egli, pertanto, s'inalberò davanti alla ricomparsa brillante del vescovo d'Alessandria e sentì di non poterla tollerare. Vide in Atanasio un nemico più forte di lui, che avrebbe reso vano il tentativo a cui aveva dedicata la sua vita, e decise di soffocarlo. Cominciò la persecuzione col pretesto che Atanasio era uscito dalla legge. Infatti l'imperatore aveva, con un editto, concesso il rimpatrio dei Cristiani esigliati, ma, in quell'editto, non era detto che potessero riprendere il governo delle rispettive chiese. Atanasio, invece, non aveva esitato un istante a mettersi al posto del massacrato Giorgio. Ed ecco che Giuliano manda tosto questo nuovo decreto agli Alessandrini. «Un uomo, esigliato da tanti decreti di tanti imperatori, avrebbe dovuto aspettare una speciale autorizzazione, prima di rientrare in patria, e non già offendere, con audacia e con follia, le leggi, quasi non avessero valore. Noi abbiamo concesso ai Galilei, esigliati da Costanzo, non già il ritorno nelle loro chiese, ma, bensì, il ritorno in patria. Ed ora apprendo che l'audacissimo Atanasio, gonfiato dall'abituale impudenza, ha ripreso quello che essi chiamano il trono vescovile, ciò che non è poco sgradevole al pio popolo di Alessandria. Noi, pertanto, gli ordiniamo di uscire dalla città, immediatamente nel giorno in cui avrà ricevuto questa lettera, che si deve considerare come un segno della nostra mitezza. Ma, s'egli rimane, noi gli decreteremo maggiori e più molesti castighi».304 Pare che Atanasio restasse, malgrado le minacce, ed, anzi, non pago di combattere gli Ariani, facesse opera di feconda propaganda presso i Pagani, guadagnando al Cristianesimo sopratutto le donne. Giuliano, furente, manda al governatore dell'Egitto, Edichio, questo biglietto:
«Se non volevi scrivermi d'altra cosa, dovevi però scrivermi di quel nemico degli dei che è Atanasio, tanto più che ti è noto ciò che, già da tempo, fu da me saviamente stabilito. Io giuro pel grande Serapide che se, prima delle calende di Decembre, quell'Atanasio, nemico degli dei, non se n'è andato dalla città, anzi, da tutto l'Egitto, io imporrò alla provincia da te amministrata una multa di cento libbre d'oro. Tu sai quanto io sia lento nel condannare, ma molto più lento nel perdonare, se ho una volta condannato».
Pare che fin qui, Giuliano, dettasse il suo decreto ad un segretario. Preso da un subitaneo impulso di sdegno, afferra lui lo stilo, e scrive: «Di mia propria mano. — A me duole assai essere disobbedito. Per tutti gli dei, nulla potresti farmi di più grato che lo scacciare, da ogni angolo d'Egitto, Atanasio, quello scellerato che ha osato, me imperante, battezzare le donne greche di illustri cittadini. Sia perseguitato!»305.
Nel primo decreto agli Alessandrini, l'imperatore comandava che Atanasio fosse bandito dalla città. Ora, ciò non gli basta, deve esser esigliato da tutto l'Egitto. E questo nuovo ordine, trasmesso al governatore con quel biglietto di poche frasi iraconde, è poi svolto largamente in questo proclama al popolo d'Alessandria:
«Giuliano agli Alessandrini».
«Dato anche che voi aveste per fondatore uno di coloro che, trasgredendo la legge paterna, hanno avuto il castigo meritato, e preferirono vivere illegalmente ed introdurre una rivelazione ed una dottrina novella, voi non avreste ragione di chiedermi Atanasio. Ma avendo, invece, per fondatore Alessandro e dio protettore Serapide, insieme ad Iside, la vergine regina dell'Egitto... (qui il testo s'interrompe...) voi non volete il bene della città; siete una parte ammalata di essa, che osa di appropriarsene il nome.
«Io mi vergognerei, per gli dei, o Alessandrini, se anche uno solo di voi confessasse di essere Galileo. I padri degli Ebrei anticamente furono servi degli Egizî. Ed ora voi, o Alessandrini, dopo aver soggiogati gli Egizî (poichè il vostro fondatore conquistò l'Egitto), voi offrite, agli sprezzatori delle patrie leggi, a coloro che anticamente avete incatenati, la vostra volontaria servitù. Nè vi ricordate della vostra antica prosperità, quando tutto l'Egitto era unito nel culto degli dei, e godeva di ogni bene. Ma coloro che introdussero presso di voi questa nuova rivelazione, di qual benefizio, ditemelo, furono promotori per la vostra città? Vostro fondatore fu un uomo pio, Alessandro il Macedone, che, certo, per Giove, non assomigliava, in nulla, a costoro, e neppure agli Ebrei che pur valgono tanto più di loro. Successi a quel fondatore i Tolomei non favorirono forse paternamente la vostra città come figlia prediletta? La fecero forse prosperare coi discorsi di Gesù, o le procurarono l'opulenza di cui ora è felice, con la dottrina dei pessimi Galilei? Infine, quando noi romani diventammo signori della città, rimovendo i Tolomei che governavano male, Augusto, presentandosi a voi, diceva ai cittadini: — Abitanti di Alessandria, tengo irresponsabile di quanto è avvenuto la vostra città, per rispetto del gran dio Serapide... —
«Di tutti i favori che particolarmente alla vostra città furono largiti dagli dei d'Olimpo, io taccio per non andar per le lunghe. Ma, potete voi, forse, ignorare i favori largiti dagli dei, ogni giorno, non già a pochi uomini, o ad una sola schiatta o città, ma a tutto il mondo insieme? Forse voi soli non vi accorgete del raggio che emana dal Sole? Non sapete che la primavera e l'inverno provengono da lui? Che da lui hanno vita gli animali tutti e le piante? Non comprendete di quanti beni vi sia datrice la Luna che da lui nasce e ch'egli ha fatta sua ministra in tutto? E voi osate non inchinarvi a questi dei? E credete che debba essere per voi verbo di Dio quel Gesù che nè voi nè i vostri padri hanno visto? E quel Sole che tutto il genere umano, fino dall'eternità, contempla e venera, e che, venerato, benefica, il gran Sole, io dico, l'imagine vivente ed animata e razionale ed operosa del Tutto intellettivo...». Qui il testo s'interrompe e noi perdiamo la chiusa dell'entusiastico inno. Ma poi continua:
«Ma voi non travierete dalla retta strada, se crederete a me che la percorro dal ventesimo mio anno, ed è ormai un dodicennio, coll'aiuto degli dei.
«Se a voi sarà caro il lasciarvi da me persuadere, ne avrete gran gioia. Se voi vorrete restar fedeli alla stoltezza ed all'insegnamento di uomini malvagi, intendetevela fra di voi, ma non chiedetemi Atanasio. Son già troppi i discepoli di lui che possono confortare le vostre orecchie, se hanno il solletico o sentono il bisogno di empie parole. Così si limitasse al solo Atanasio la scelleraggine del suo empio insegnamento. Ma voi avete abbondanza di persone capaci e non vi è difficoltà di scelta. Chiunque voi scegliate nella folla, per ciò che riguarda l'insegnamento delle Scritture, non sarà inferiore a colui che voi desiderate. Che se poi amaste Atanasio per qualche sua altra abilità (poichè mi dicono che l'uomo sia un intrigante), e per questo mi rivolgeste le vostre preghiere, sappiate ch'io lo scaccio dalla città proprio per questo, perchè l'uomo che vuole metter le mani in tutto, è per natura, disadatto a governare, tanto più se non è nemmeno un uomo, ma un omiciattolo vile, come questo vostro grande che crede d'esser sempre in pericolo di vita, ed è causa di continui disordini. Pertanto, onde impedire che ciò avvenga, noi prima decretammo che uscisse dalla città, ed ora da tutto l'Egitto.
«Ciò sia annunciato ai nostri cittadini di Alessandria»306.
Atanasio non oppose resistenza al decreto di Giuliano. Da quell'uomo sperimentato ed acutissimo che egli era, e che aveva attraversati ben altri pericoli ed avventure, comprese la vanità del tentativo di Giuliano. Sul punto di partire da Alessandria, alla moltitudine che lo circondava piangendo — «Fatevi coraggio, disse, non è che una nuvoletta, e presto sarà scomparsa»307. Mirabile vaticinio, pronunciato al momento in cui Giuliano dominava in tutta la sua giovanile potenza, e che rivela, con la calma e serena sicurezza della parola, la grandezza di mente di un uomo insigne, assai più delle iperboliche invettive di un Gregorio e di un Cirillo.
Il proclama di Giuliano è singolarmente interessante e prezioso per penetrare nell'animo e nelle intenzioni di Giuliano. Non è, certo, privo di abilità l'artifizio polemico col quale lo scrittore cerca di far vergogna agli Alessandrini, che si piegano al giogo dei discendenti degli Ebrei, essi che, un tempo, avevano tenuto in servitù il popolo ebreo. Egli si meraviglia profondamente che gli Alessandrini possano essere caduti in tanta debolezza intellettuale da prender sul serio una figura, priva affatto d'ogni importanza storica, come quella di Gesù, che essi e i loro padri non avevano mai veduto, mentre contemplano, ogni giorno, il Sole, che è datore di vita e che rappresenta visibilmente il dio supremo! Siccome Giuliano era affatto chiuso al fascino che emana dal Vangelo, per lui la storia di Gesù non era che una favola, composta di elementi mal cuciti insieme, ed, anzi, essenzialmente irrazionali. Ed egli si stupiva che si potesse avere un parere diverso del suo. Ma, pure, malgrado quella sua convinzione, che qui si rivela, nell'inno al Sole, con parole tanto sentite, da essere una prova della sua sincerità, Giuliano non si lascia distogliere dalla prestabilita tolleranza. Deplora la cecità degli Alessandrini, e, per ragioni di antipatia personale, non vuole che Atanasio eserciti su di essi la sua influenza. Ma, non impedisce che i Cristiani d'Alessandria vengano istruiti nella loro dottrina, e seguano i molti maestri di cui possono disporre. A lui pare veramente inconcepibile e doloroso che gli orecchi degli Alessandrini sentano il desiderio del solletico della parola cristiana; ma, se ciò è, ne usino pure a loro piacimento, col solo divieto di udire la parola di Atanasio. Questa feroce antipatia che Giuliano sentiva pel vescovo di Alessandria torna tutta ad onore di quest'ultimo, ed è la dimostrazione parlante del valore singolare dell'insigne personaggio. E, certo, c'è, in Giuliano, l'ira del partigiano che vede davanti a sè un nemico che è più forte di lui e ch'egli non riesce a domare. L'uccisione del vescovo Giorgio, che pareva fosse un sintomo del ritorno degli Alessandrini all'Ellenismo, non aveva servito che a ridare ad Atanasio la sua antica potenza, e, quindi, a rendere più efficace la propaganda cristiana. Era, dunque, naturale ed umano che Giuliano s'irritasse di questa condizione di cose ed uscisse dalla sua moderazione. Ma, nell'aver dato alla sua collera il carattere di una lotta personale, Giuliano ha dimostrato come anche l'insuccesso ed il disinganno non riuscissero a spingerlo ad una persecuzione sistematica e generale.
L'argomentazione di Giuliano, in questo proclama agli Alessandrini, è proprio sintomatica del suo pensiero. La civiltà antica, con tutte le sue glorie, le sue tradizioni, i suoi ricordi, pare a lui un bene così prezioso ch'egli non sa comprendere come si possa accogliere una dottrina che non la riconosce, che ha origini ad essa estranee, e che, se vittoriosa, finirà per rovinarla e per distruggerla. Ma come? La tradizione sarà interrotta, la storia chiusa? Tutto lo splendido passato cancellato per sempre? E cancellato dall'intrusione di un elemento straniero? Ma chi potrebbe porre a raffronto il valore di questo elemento straniero con la grandezza delle memorie patrie? E Giuliano, per far sentire l'umiltà disprezzabile dell'origine della nuova dottrina, non chiama i Cristiani che col nome di Galilei. È possibile che da un piccolo, ignorato, barbaro cantuccio dell'immenso impero venisse una forza capace di combattere e di vincere le più luminose e potenti tradizioni? È possibile che i Galilei fossero più sapienti e più forti dei Greci? È possibile che gli Alessandrini dimentichino Alessandro e i Tolomei e i Romani e Serapide ed Iside e tutto, infine, quel complesso d'uomini, di leggi, di religione, di storia su cui si è innalzata la loro civiltà, la loro ricchezza, la loro fortuna? Perchè mai abbandonano queste care e grandi e gloriose memorie, per seguire la chiamata di Gesù? Di un uomo, nato in Galilea, straniero affatto al mondo greco e romano, di un uomo oscuro, conosciuto per non altro che per incerte e confuse notizie, senza sapienza, senza forza, che si è lasciato miseramente uccidere? Non è questa una suprema follia?
Questa argomentazione di Giuliano che poteva parer valida a chi non credeva nel Cristianesimo, non aveva valore alcuno per chi già credeva. Il credere non è cosa di ragionamento, di convenienza o di opportunità. La fede nasce per un impulso spontaneo dell'anima umana che sente il bisogno di soddisfare speciali aspirazioni, e non v'ha ragionamento che valga a spegnerla quando sia nata. Tutti questi ricordi, questi richiami di Giuliano ad un passato glorioso cadevano nel vuoto e non giungevano a toccar un'anima che già avesse sentito il fascino del Cristianesimo, e che, attratta da altri ideali, fosse già accorsa là dove quegli ideali trovavano la loro soddisfazione. D'altronde, era troppo tardi. Un discorso, come quello di Giuliano, sarebbe stato compreso, ed avrebbe forse avuta una certa efficacia, pronunciato, da un Marco Aurelio, due secoli prima, quando il Paganesimo viveva ancora in tutta la sua maestà, ed il Cristianesimo era sul nascere. Ma, nella metà del secolo quarto, quando il Cristianesimo era già stato ufficialmente riconosciuto ed era padrone di mezzo il mondo, quel discorso doveva far l'effetto di una voce fioca che veniva da una grande lontananza e che non aveva la forza di destare eco alcuna nell'anima di quelli a cui giungeva.
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Nel duello con Atanasio, la condotta di Giuliano, per quanto possa, in parte, essere scusata, peccò di eccesso, e prese l'aspetto di una persecuzione individuale. Un altro caso in cui Giuliano ha lasciato trasparire un odio che lo trascinava all'ingiustizia fu quello del vescovo di Bostra. Noi sappiamo come uno dei primi atti di Giuliano fosse stato il richiamo dei vescovi, esigliati da Costanzo, i quali appartenevano, per la massima parte, al partito atanasiano. Ed abbiamo anche osservato come, sotto a quel decreto, che, certo, era, in sè stesso, un atto di tolleranza, fosse probabilmente il desiderio e la speranza che il contatto dei capi dei due partiti, in cui si divideva il Cristianesimo, accendesse di nuovo un incendio di discordia, il quale consumasse la potenza della Chiesa. Le previsioni dell'acuto imperatore si avverarono tosto. Il richiamo degli esigliati fu il segnale dello scatenamento di una nuova tempesta. Ora, Giuliano, volle approfittare, pe' suoi scopi, di tale tempesta. Nella lotta contro il Cristianesimo, gli premeva, sopratutto, di scuotere l'influenza dei vescovi. Abbattuta questa, gli sarebbe stato più facile impadronirsi delle plebi. E le discordie intestine gli suggeriscono un artifizio, di cui la lettera ai cittadini di Bostra ci fornisce un curioso esempio. L'imperatore si rivolge alla popolazione cristiana di quella città per dichiarare che non la tiene responsabile dei disordini che vi avvengono. La responsabilità è tutta dei vescovi che infiammano animi acciecati ed ignari. Ma non si deve credere che i vescovi stessi siano mossi da zelo religioso. Tutt'altro. Se fosse così, essi dovrebbero essere contenti della clemenza e dell'imparzialità di Giuliano, che restituisce la pace alla Chiesa. Ma il vero è che quella clemenza e quell'imparzialità tolgono ad essi ed a tutto l'alto clero il mezzo di abusare della loro posizione, di arricchirsi a spese degli altri, di commettere soprusi, di appropriarsi ciò che appartiene ai loro rivali. Le plebi cristiane devono aprire gli occhi e non cadere nel tranello che i vescovi tendono loro, per farsene uno strumento di bassa cupidigia. Se non che, questo artifizio della polemica imperiale pareva potesse difficilmente applicarsi a Tito, il vescovo di Bostra, il quale aveva esercitata un'opera di pacificazione, e, credendo ingenuamente di farsi un merito presso Giuliano, gli aveva scritto per dirgli che, sebbene i Cristiani costituissero la maggioranza della popolazione, egli, con le sue esortazioni, li aveva trattenuti dal far danno a chicchessia. Questa frase imprudente dà all'imperatore, perfidamente abile, il modo di tentar di rovinare il povero vescovo. Egli cita, nella sua lettera, la frase isolata, e ne deduce la conseguenza che il vescovo ha voluto darsi tutto il merito della tranquillità dei cittadini di Bostra, i quali, se non ci fosse stato lui, avrebbero tumultuato e non obbedirono che di mala voglia alle sue ingiunzioni. Tito, conclude Giuliano, è stato un calunniatore ed i Bostreni devono cacciarlo dalla loro città.
Ma riportiamo questa lettera curiosa, di cui ci son già note le esortazioni alla tolleranza religiosa308:
«Io credeva che i capi dei Galilei dovessero sentire maggior gratitudine per me che per colui che mi ha preceduto nel reggere l'impero. Poichè, regnando costui, molti di loro furono esigliati, perseguitati, imprigionati, e furono uccise turbe intiere dei così detti eretici, così che a Samosata, a Cizico, in Papfagonia, in Bitinia, in Galazia, e in molti altri luoghi, si distrussero dalle fondamenta villaggi intieri. Ora sotto il mio impero, avviene l'opposto. Gli esigliati furono richiamati, e coloro, i cui beni erano stati confiscati, li riebbero per effetto di una nostra legge. Ebbene, essi vennero a tale eccesso di furore e di stoltezza che, dal momento che ad essi non è più dato di tiranneggiare, nè di continuare le lotte che si erano accese fra di loro dopo che avevano oppressi gli adoratori degli dei, infuriati d'ira, danno mano alle pietre, ed osano agitar le turbe e tumultuare, empi verso gli dei, ribelli ai nostri decreti, che pur sono ispirati a tanta benevolenza. Noi non permettiamo che nessuno sia, contro volontà, trascinato agli altari, e dichiariamo apertamente che, se qualcuno spontaneamente vuol partecipare ai nostri riti ed alle nostre libazioni, deve prima purificarsi, e supplicare gli dei punitori. Tanto siamo lontani dal permettere che uno qualsiasi di quegli empi o voglia o supponga di essere presente ai nostri riti sacri, prima di aver purificata l'anima con le preghiere agli dei, e il corpo con le lustrazioni di legge.
«Or dunque è manifesto che le turbe, ingannate dal clero, tumultuano appunto perchè è tolta a questo l'impunità. Infatti a coloro che esercitavano la tirannia non basta di non pagare il fio del male che hanno fatto, ma, desiderando di riavere l'antico potere, ora che non è più lecito ad essi di far da giudici, di scrivere testamenti, di appropriarsi le eredità altrui e di prender tutto per sè, eccitano ogni disordine, e, versando, per così dire, fuoco sul fuoco, osano aggiungere ai mali antichi mali maggiori, e trascinano le moltitudini alla discordia. Parve dunque a me di proclamare e di render manifesto a tutti con questo decreto il dovere di non tumultuare insieme al clero, di non lasciarsi persuadere a scagliar sassi ed a disobbedire ai magistrati. Del resto, a tutti è concesso di riunirsi finchè vogliono, e di far tutte quelle preghiere che loro piacciono. Ma non devono lasciarsi trascinare ai tumulti, se non vogliono subirne la pena.
«Io credo opportuno di dichiarar ciò, in ispecial modo alla città dei Bostreni per la circostanza che il vescovo Tito e i chierici che son con lui, in un memoriale che mi mandarono, accusano la popolazione di essere inclinata al disordine, sebbene essi l'esortassero a non tumultuare. Ecco la frase che è scritta in quel memoriale e che io aggiungo a questo mio decreto — «Sebbene i Cristiani eguagliano nel numero i Greci, pure, trattenuti dalle nostre esortazioni, non disturbarono nessuno, in nessuna cosa». — Così il vescovo parla di voi. Voi vedete che egli dice che la vostra buona condotta non viene dalla vostra inclinazione, che anzi si direbbe che voi foste, vostro malgrado, trattenuti dalle sue esortazioni. Dunque, di vostra iniziativa, cacciatelo dalla vostra città come un accusatore vostro, e mettetevi, tutti insieme, d'accordo, e non ci siano nè contrasti nè violenze»309.
Giuliano chiude la sua lettera con quegli ammonimenti ad una reciproca tolleranza che già conosciamo310. Ma la saggezza di quei consigli non toglie che la condotta di Giuliano verso Tito sia ancor più grave e riprovevole della sua condotta verso Atanasio. Con quest'ultimo era guerra aperta e, dal punto di vista di Giuliano, guerra giustificata. Ma l'artifizio da lui usato contro il vescovo di Bostra è di un'ipocrisia che lascia una macchia sul carattere di lui. È interessante ed istruttiva, in questa lettera, la descrizione dei costumi del clero Cristiano, che era stato completamente corrotto dalla posizione dominante in cui si trovava. La sete di rapidi guadagni, la smania del potere, la tendenza all'intrigo erano così palesi e generali che il polemista pagano ne poteva trarre argomento e sostegno ed a giustificazione della guerra da lui mossa al Cristianesimo. Giuliano pone molto abilmente la quistione. — Vedete, egli dice, io ho resi alla Chiesa dei Galilei degli incontestabili benefici. Ho richiamato gli esigliati, ho ridonato i beni confiscati, ho cercato di porre fine alle violenze che la dilaniavano. Ebbene, invece di trovare gratitudine, ho raccolto il risultato di essere da tutti, senza distinzione, più odiato del mio predecessore che pur aveva ferocemente perseguitata una parte di quella Chiesa a vantaggio dell'altra. Ciò perchè non già la pace ed il rispetto reciproco desiderano i capi della Chiesa, ma l'impunità nella prepotenza e nel sopruso. Il mio sistema di governo, che vuole l'ordine, la tolleranza delle opinioni e delle credenze e l'obbedienza intiera alle leggi, è odioso a tutti coloro che si sentono legate le mani, e preferirebbero l'arbitrio e la violenza perchè ne sanno trarre soddisfazione dei loro interessi. — Non erano corsi che sessant'anni dalla persecuzione di Diocleziano, quando il Cristianesimo sanguinante raccoglieva nel suo seno tutto l'eroismo di cui è capace il genere umano, ed ecco che pochi decenni di sicurezza e di prosperità lo hanno ridotto ad essere un'istituzione così piena di vizî, così facile ai soprusi, signoreggiata dalle passioni del lucro e del potere, da permettere a chi vuole combatterla di atteggiarsi a difensore dei deboli, a vindice della morale offesa. Dato anche che, nelle parole di Giuliano, si senta un artifizio di malevolenza, quelle parole dovevano avere una base di verità. Se non l'avessero avuta, l'argomentazione del polemista sarebbe riuscita del tutto inefficace. L'ideale divino del Cristianesimo primitivo, plasmandosi nelle forme della realtà, si era miseramente sciupato, e si era inoculati i vizî che era venuto a strappare.
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Io credo d'aver dimostrato, con la scorta dei documenti, che la persecuzione di Giuliano o non avvenne che nella fantasia degli scrittori che lo combattevano o si ridusse ad atti di difesa, non sempre, è vero, corretti e leali e, forse, talvolta, spinti all'eccesso dallo zelo intempestivo di qualche prefetto. Ma vi ha un atto di Giuliano, un atto autentico che ha sollevata la più ardente indignazione dei Cristiani contemporanei, e che, anche ora, è considerato da molti storici come la prova dell'intolleranza persecutrice dell'apostata imperiale. Quest'atto è la promulgazione della legge per la quale egli intendeva vietare ai maestri cristiani d'insegnare, nelle scuole pubbliche, lettere greche. L'immensa importanza che si è data a quest'atto, che, dopo tutto, non aveva che un carattere amministrativo, mostra come lievi dovessero essere le preoccupazioni per la supposta violenza del nuovo persecutore. Ma, in ogni modo, la mossa di Giuliano è sintomatica di un indirizzo di pensiero e di tendenze che, per la prima volta, si fa vivo nel mondo antico, ed è l'indirizzo che doveva poi metter capo alla censura letteraria. Già vedemmo come Giuliano raccomandasse ai suoi sacerdoti di non leggere Epicuro. Ebbene, col suo decreto, egli vuole impedire che i libri sacri del Politeismo siano, nella scuola, letti e spiegati da maestri incapaci, a suo parere, di comprenderne l'ispirazione ed il significato.
Ora, appunto perchè l'atto di Giuliano è sintomatico di un nuovo atteggiamento dello spirito umano, dobbiamo esaminarlo nella sua origine e nella sua essenza, e cercare di formarcene un giudizio preciso, basato sulla conoscenza oggettiva delle condizioni, in mezzo alle quali è apparso. E, prima di tutto, dobbiamo guardare alla posizione che la religione aveva presa, in mezzo alla società greco-romana del secolo quarto, dopo la promulgazione dell'editto di Costantino.
L'editto, datato da Milano, nel 313, con cui Costantino, insieme al collega Licinio, riconosce l'esistenza legale del Cristianesimo, è un documento che farebbe grandissimo onore allo spirito filosofico dell'imperatore, se, con tutta la sua condotta successiva, egli non avesse dimostrato che quel decreto non era già il prodotto di un pensiero meditato, ma semplicemente una mossa di politica opportunista.
L'impero romano, come tutti gli Stati del mondo antico, aveva una religione nazionale, i cui atti erano la sanzione, la consacrazione della sua esistenza. Se non che il Politeismo, appunto perchè affermava la molteplicità degli dei, non aveva difficoltà ad ammettere, vicino agli dei nazionali, anche gli dei stranieri, pur che il loro culto si piegasse a quegli atti esterni da cui l'autorità dello Stato aveva il necessario riconoscimento. Il Cristianesimo fu combattuto appunto perchè vietava ai suoi fedeli di compiere quegli atti, e quindi appariva come un'istituzione politicamente sovvertitrice. Ora ciò che nel decreto di Costantino è propriamente singolare ed originale non è già la proclamazione del principio di tolleranza per tutti i culti, poichè, come dissi, la tolleranza sta nell'essenza stessa del Politeismo, ma bensì nell'abbandono esplicito, dichiarato, assoluto di ogni religione di Stato. Lo Stato, per Costantino, deve accontentarsi di un puro deismo, di un deismo così razionale, che gli sono affatto indifferenti le modalità del culto che gli uomini prestano a Dio. Ed, anzi, è appunto perchè Costantino vuole che, nell'interesse dell'impero e dell'imperatore, questo Dio sia pregato da tutti gli uomini, che la sua legge afferma la completa libertà del culto ed abbandona ogni pretesa al compimento di riti ufficiali e determinati. Quali siano le forme esterne, tutte le preghiere sono accette a Dio. Lo Stato non ha nessuna ragione di preferire, di far propria una forma piuttosto che un'altra. Ciò che preme allo Stato ed all'imperatore non è già che gli uomini preghino in un dato modo, ma che preghino. Ogni legame fra lo Stato ed una determinata religione è del tutto spezzato. Il principio ispiratore del decreto di Costantino è propriamente — libera Chiesa in libero Stato. — «Noi diamo — scrive Costantino ai governatori delle provincie — ai Cristiani ed a tutti libera scelta di seguire quel culto che preferiscono, affinchè la divinità che è nel cielo possa esser propizia a noi ed a quanti sono sotto il nostro dominio. Per un ragionamento sano e rettissimo, noi siamo indotti a decretare che a nessuno sia negata la facoltà di seguire le dottrine ed il culto dei Cristiani; noi vogliamo che ad ognuno sia concesso di applicarsi a quella religione che a loro pare più conveniente, onde la divinità possa assisterci, in ogni congiuntura, con la sua usata benevolenza..... Noi — continua l'imperatore, rivolgendosi ai singoli governatori — raccomandiamo vivamente il nostro decreto alle tue cure, per modo che tu comprenda come sia nostra volontà di dare ai Cristiani una libera, assoluta facoltà di seguire il loro culto. Ma, se tale assoluta libertà è data da noi ad essi, tu vedrai come la medesima libertà dev'essere data ad ogni altro che voglia partecipare agli atti della religione che gli è propria. È una conseguenza manifesta della pace dei tempi nostri che ognuno sia libero di scegliere e di venerare quella divinità che preferisce. Ed è perciò che noi vogliamo che nessun esercizio di culto e nessuna religione abbia da voi il più piccolo impedimento... Seguendo questa via, noi otterremo che la provvidenza divina, di cui già, in molte occasioni, provammo i favori, ci rimanga sicuramente e per sempre propizia.»311.
Il decreto di Costantino è, nel suo principio ispiratore, uno degli atti più razionali che siano mai usciti dal potere legislativo, anzi, si può dire che la legislazione di tutti i tempi e di tutti i popoli non è mai andata al di là. Donde mai sia venuta a Costantino l'ispirazione di quello strano decreto, il quale, mentre riconosceva nel Cristianesimo il diritto di vivere e di esercitare il proprio culto, gli negava l'affermazione di ciò che costituisce il suo principio essenziale, l'affermazione di una verità dogmatica ed assoluta, non lo sapremo mai. Che esistesse, fra i Pagani fedeli all'idolatria ed alla superstizione del Politeismo ed i Cristiani che, con la loro religione metafisica, andavan creando una nuova idolatria ed una nuova superstizione, un partito che militava sotto la bandiera di un Cristianesimo razionalmente deista, si può, forse, dedurre dalle parole di Ammiano. Nel mettere in ridicolo la mania teologica di Costanzo, il nostro storico dice che costui confondeva con una superstizione scipita la religione cristiana absolutam et simplicem312. Questi due epiteti che, sul labbro di un Politeista, suonavano una lode, pare accennino ad un Cristianesimo senza dogmi e senza riti, tollerante nella sua pura affermazione deista, un Cristianesimo stoico di cui troviamo la prima professione nell'Ottavio di Minucio Felice. Il decreto di Costantino deve essere nato in questo ambiente di religione razionale e, perciò, opposta al dogmatismo invadente. Se non che, la prontezza con cui Costantino ha abbandonato quel suo sereno ed illuminato razionalismo dimostra che non era la manifestazione di una convinzione formatasi nella sua coscienza, ma il portato del consiglio altrui. Infatti Costantino, appena si accorse che il Cristianesimo poteva diventare nelle sue mani una forza efficace, si affrettò a stracciare quel suo mirabile decreto e, discendendo dalla vetta del suo deismo razionale, diede al Cristianesimo, ora ortodosso ora arianeggiante, il valore di una vera e propria religione di Stato, la quale, appunto perchè traeva la sua ragion d'essere non più da una necessità politica, ma, bensì, da una verità dogmatica, escludeva e perseguitava le altre. Costantino aveva scritto: — non importa il modo con cui gli uomini pregano, pur che preghino. — Nel Cristianesimo da lui riconosciuto, il modo diventò tosto la condizione del pregare. Chi non pregava in un dato modo non poteva più pregare. I suoi figli precipitarono in questo movimento che ebbe poi con Teodosio la sanzione solenne e definitiva.
Ebbene Giuliano, per quanto si dichiarasse tollerante in materia religiosa, non poteva collocarsi neppur lui al punto di vista del decreto di Costantino, perchè egli pure voleva una religione di Stato, e tale era per lui il Paganesimo al quale, e qui sta la novità del suo tentativo, egli dava un valore dogmatico. Giuliano era uomo del suo tempo e non gli si poteva chiedere di far rivivere un decreto che il suo autore stesso non aveva eseguito, che era stato per lui una dichiarazione affatto teorica di principî, non mai una norma di condotta pratica. Giuliano voleva opporre al Cristianesimo riconosciuto come religione essenzialmente dogmatica una religione che non lo fosse meno. Da qui veniva la necessità di impedire che si diffondesse ciò che per lui era un errore, sopratutto quando l'errore si giovava dei mezzi che lo Stato forniva. La legge scolastica da lui promulgata si ispirava a tale ordine di idee, era uno degli strumenti di difesa di cui voleva armarsi nella sua lotta religiosa. Esaminiamola ora attentamente per vedere se, dato il punto di partenza da cui muoveva Giuliano, essa può dirsi intollerante o tirannica.
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Onde porre ben chiari i termini della quistione, cominciamo col riprodurre letteralmente la famosa legge, emanata da Giuliano, nell'anno 362, pochi mesi prima ch'egli partisse da Costantinopoli per Antiochia, a prepararvi quella spedizione di Persia, in cui doveva eroicamente perire. La legge dice così:
«Conviene che i maestri delle scuole siano eccellenti prima nei costumi, poi nell'eloquenza. Ora siccome io non posso esser presente in ogni città, così ordino che chiunque voglia darsi all'insegnamento, non balzi d'un tratto e temerariamente in quell'ufficio — non repente nec temere prosiliat ad hoc munus — ma, approvato dal giudizio dell'autorità, ottenga un decreto dei curiali — (noi diremmo del Consiglio comunale) — al quale non manchi il consenso degli ottimi cittadini. Questo decreto sarà poi riferito a me per esame, affinchè l'eletto si presenti alle scuole delle città, insignito, pel nostro giudizio, di un più alto titolo d'onore — hoc decretum ad me tractandum refertur ut altiore quodam honore nostro judicio studiis civitatum accedat».
Notiamo, anzi tutto, che la legge di Giuliano si riferisce esclusivamente alle scuole municipali, che erano poi le scuole pubbliche. Nel secolo quarto, l'insegnamento ufficiale era pressochè intieramente affidato alle città, che mantenevano a loro spese le scuole, e dovevano nominare gli insegnanti, col mezzo dei loro consigli. Di ciò abbiamo prove infinite,313 ma basterebbero a dimostrarlo l'autobiografia di Libanio, in cui quel famoso professore di retorica narra le sue continue peregrinazioni fra le scuole di Costantinopoli, di Nicomedia e d'Antiochia, ed i suoi discorsi, in cui si parla così di frequente delle contestazioni sempre risorgenti fra le autorità cittadine e gli insegnanti, ai quali quelle autorità lesinavano lo stipendio, cosa questa che non avveniva solo nel secolo quarto. A tutti poi è noto come quel giovane, ardente d'animo e d'ingegno, che diventò poi S. Agostino, sia venuto a Milano, appunto perchè le autorità cittadine del luogo, dovendo eleggere un maestro di retorica e non trovando nella città nessuno che fosse di loro aggradimento, si rivolsero a Simmaco, il prefetto di Roma, ut illi civitati rhectoricæ magister provideretur, e Simmaco mandava Agostino.
Se non che, siccome, nel secolo quarto, non esistevano quelle sottili distinzioni di competenza che complicano l'organismo della nostra società, così la circostanza che le scuole fossero mantenute a spese delle città, e le nomine fatte dalle autorità municipali, non toglieva che, in teoria ed in diritto, fossero insieme scuole cittadine e scuole di Stato, e che l'elezione del maestro discendesse, dirò così, schematicamente dall'autorità imperiale. Ma tale diritto era caduto in disuso ed in dimenticanza, così che gli imperatori non si occupavano delle scuole se non in occasioni straordinarie o per fatti completamente eccezionali. Ora, Giuliano, che era l'uomo più colto del suo tempo, voleva riassumere la cura di vegliare l'istruzione pubblica, richiamare i Consigli delle città ad un rigoroso esercizio dei loro doveri, e non solo riaffermare ma usare il proprio diritto col riserbarsi la revisione di tutte le elezioni magistrali che quei Consigli facevano.
Fin qui, dunque, parrebbe, nulla di singolare e, se anche in questa legge fa capolino quella manìa di ingerirsi di tutto che era uno dei difetti di Giuliano, essa non rivelerebbe, per sè stessa, che una lodevole preoccupazione del pubblico insegnamento. Ma è proprio il caso di dire che il veleno sta nella coda. L'imperatore riserbava a sè la revisione delle nomine degli insegnanti, e ciò, dice la legge, per investire quegli insegnanti di un più alto titolo d'onore. Ma la cosa, nella realtà, era meno innocente. Sotto a quella disposizione d'ordine generale, esisteva un'intenzione precisa e determinata. Giuliano voleva raggiungere uno scopo che a lui stava ben più a cuore che il riordinamento generico dell'amministrazione scolastica. La revisione delle nomine dei maestri, ch'egli esplicitamente si riserbava, doveva essere nelle sue mani il mezzo per escludere dall'insegnamento i maestri che fossero cristiani. Giuliano, del resto, non ha fatto un mistero di ciò. Promulgando la sua legge, egli l'accompagnava con una specie di circolare che a noi è arrivata intatta, ed in essa ci dice apertamente qual fosse il risultato a cui tendeva. Ma insieme lo spiega, lo commenta, lo giustifica, con una serie di ragionamenti ingegnosi e sottili che val la pena di esaminare e di discutere perchè conservano ancora, come oggi si direbbe, un sapore d'attualità.
Ma, prima d'entrare nell'esame dei ragionamenti di Giuliano, vediamo quali fossero le condizioni che hanno mosso l'imperatore a promulgare la sua legge. Non era corso che poco più di un mezzo secolo dai giorni in cui il Cristianesimo sanguinante subiva la terribile persecuzione di Diocleziano, ed ecco che un imperatore, nemico acerrimo del Cristianesimo più ancora di quel che fosse stato Diocleziano, perchè ispirato nel suo odio, non già dalla ragione di Stato, ma da convinzioni filosofiche, volendo sradicare la nuova religione, non trova nulla di meglio a fare che chiudere le scuole pubbliche agli insegnanti cristiani, ed ecco gli uomini più cospicui del Cristianesimo insorgere, con uno sdegno ardente e quasi feroce, contro un provvedimento che, per verità, avrebbe dovuto sembrare assai innocuo a chi poteva ancor ricordare i metodi e le condanne dei persecutori precedenti. Il vero è che il Cristianesimo, negli anni trascorsi tra il decreto di Milano e l'insediamento di Giuliano, servendosi del braccio di Costantino e de' suoi figli, era diventato dominatore, si era ormai impadronito di tutto il mondo civile. Se le campagne resistevano ancora, e conservavano tenaci il culto delle antiche divinità che s'intrecciava nella vicenda dei lavori campestri, le città si erano, sopratutto in Oriente, in gran parte convertite, e, cessata la lotta fra Cristiani e Pagani, erano diventate il teatro delle lotte intestine del Cristianesimo, fra Ariani ed Atanasiani. Se non che il Cristianesimo, proclamato religione riconosciuta e dominante della civiltà ellenica, aveva dovuto necessariamente ellenizzarsi. Era fatale che, nell'ambiente di una società la quale, pur decadendo a precipizio, ancor non viveva che delle memorie e delle abitudini del pensiero antico e non sapeva usare altre forme se non quelle che gli antichi le avevano trasmesse, il fiore palestiniano della divina semplicità evangelica andasse perduto e che la propaganda cristiana dovesse vestirsi col paludamento ellenico di quegli stessi scrittori che, dal punto di vista religioso, essa combatteva. Questo movimento pel quale il Cristianesimo si adattava alla cultura ellenica, in mezzo a cui doveva vivere e diffondersi, diventò in breve rapido ed intenso. Le scuole di retorica si riempivano di allievi cristiani, maestri cristiani occupavano le cattedre di eloquenza; sugli stessi banchi della scuola d'Atene, la più illustre fra le facoltà di lettere del secolo quarto, sedevano, al fianco del principe Giuliano, un Gregorio ed un Basiglio; i concilî, che si seguivano senza posa, onde tentar di comporre il terribile dissidio che squarciava la Chiesa, erano una grande palestra, dove si combatteva a colpi d'eloquenza; infine il Cristianesimo si era ellenizzato con una foga ed una celerità che ci dicono come, in questa rivoluzione letteraria, esso fosse guidato dall'istinto della lotta per la vita. Direi, anzi, che la coltura ellenica rifioriva per lui, poichè vi portava un impeto giovanile che, certo, più non poteva trovarsi nella decrepita civiltà del mondo antico. È vero che la letteratura greca decadeva più lentamente della letteratura latina, e mandava ancora nel secolo quarto qualche bagliore, e nei discorsi di Libanio, sopratutto negli scritti di Giuliano, nelle sue lettere, nelle sue satire, in alcune sue orazioni, s'incontrano, talvolta, delle pagine ammirabili, ma, nella letteratura del Cristianesimo ellenizzato, c'è un volo ben più largo, c'è una vita ben più intensa. Se noi poniamo a confronto uno dei discorsi in cui Libanio tesse le lodi del suo adorato Giuliano, con una delle due terribili orazioni in cui Gregorio di Nazianzo si avventa contro l'odiato imperatore, è innegabile che, anche dal punto di vista letterario, la vittoria spetta al polemista cristiano contro il retore pagano. E, se noi ricordiamo quella numerosa schiera di oratori e di scrittori ecclesiastici che, da Atanasio a S. Agostino, hanno riempito il secolo quarto della loro parola infiammata, riconosciamo tosto come l'Ellenismo entrasse quale elemento costitutivo dell'opera loro, fosse diventato uno strumento indispensabile della predicazione cristiana.