IL PRINCIPE E L'UOMO (continued 2)
Reading edition
Per quanto risuoni nelle frasi ardenti di questa lettera un po' di esaltamento fittizio, è impossibile non udirvi l'eco di un sentimento vero. Nessun principe ha mai scritto ad un professore di filosofia ciò che Giuliano scrive ai suoi maestri. Giuliano si trovava, davanti all'Ellenismo, press'a poco nella posizione dei primi cristiani, quando s'infervoravano per un'idea che vedevano divisa e compresa da pochi. Era un vero apostolato ch'egli intendeva di esercitare, un apostolato in cui erano interessate le sorti dell'umanità, e, pertanto, egli sentiva per coloro che erano per lui gli iniziatori, i campioni di un grande movimento di restaurazione religiosa e di riforma dei costumi, un senso di venerazione che faceva impallidire e piegava al suolo la sua dignità d'imperatore. Giuliano era un santo dell'Ellenismo, e non avrebbe esitato un istante a correre al martirio e ad incontrare festosamente, da quell'eroe ch'egli era, la morte. Egli, pertanto, come tutti i santi, godeva nell'umiliarsi davanti alla grandezza ideale degli annunciatori di quel principio di fede in cui sentiva rigenerarsi lo spirito suo. Certo, fa un senso curioso il veder tanto fervore di devozione pei maestri di un Neoplatonismo superstizioso che già tanto era traviato dal puro panteismo del grande Plotino. Ma, in primo luogo, noi vedemmo come il Neoplatonismo, nella mancanza di una figura divina e di un culto determinato, dovesse necessariamente corrompersi e decadere in un simbolismo grossolano e confuso. In secondo luogo, non dobbiamo dimenticare che Giuliano era un giovane entusiasta, un letterato colto ed innamorato dell'antica civiltà, non era un pensatore preciso e profondo. Le confuse creazioni dei neoplatonici del suo tempo facevano facilmente presa sulla sua eccitabile fantasia. D'altronde, ciò che propriamente stava a cuore di Giuliano era l'Ellenismo, la restaurazione e la conservazione delle discipline, dei costumi, delle lettere, delle arti che avevano fatto l'ornamento e lo splendore del mondo greco. Il suo entusiasmo pel Neoplatonismo era un entusiasmo di secondo grado. Giuliano era un neoplatonico fervente perchè era un fervente ellenista. Egli vedeva nella religione simbolica del Neoplatonismo il solo possibile surrogato del Cristianesimo invadente. Nella guerra, che muoveva alla nuova potenza distruggitrice della sua materna civiltà, egli sventolava, come un labaro santo, la bandiera dei suoi mistici maestri.
L'entusiasmo di Giuliano, per l'idea a lui diletta e per gli uomini che la rappresentavano, è l'indizio sicuro della tempra generosa ed eccitabile dell'indole sua. Quest'indole si rivela nella maggior parte delle sue lettere agli amici e si veste di una forma e di uno stile decadente, come or si direbbe, di uno stile, cioè, che riproduce le squisitezze artifiziose di uno spirito, il quale si compiace nell'elaborazione infaticata delle proprie impressioni e dei propri pensieri, e finisce per attenuare, con la sottigliezza dell'ingegno, l'espressione efficace e forte del sentimento. Ma vi era, in Giuliano, scrittore, una grazia che resiste e rivive in mezzo a tutti gli artifizi di stile. Vediamo, per esempio, questi bigliettini ch'egli scriveva a Libanio, un maestro da lui venerato non meno di Giamblico e di Massimo. Libanio gli aveva promesso di mandargli un suo discorso. Ma il discorso non giungeva, e Giuliano gli scrive406:
«Poichè ti sei scordato della promessa (è il terzo giorno e il filosofo Prisco non venne, e mi scrive che indugierà ancora) son qui a rammentarti di pagare il tuo debito. Sì, un debito, ben lo sai, di cui a te sarebbe assai facile fare il pagamento, ed a me dolcissimo il riceverlo. Mandami, dunque, il discorso e i tuoi santi ammonimenti, ma, per Mercurio e le Muse, manda presto, poichè, in questi tre giorni, tu mi hai proprio logorato, se è vero ciò che dice il poeta siciliano, che nell'aspettazione s'invecchia in un giorno. Se ciò è vero, e lo è, tu mi hai triplicata la vecchiaia, o carissimo. Io detto tutto questo, in mezzo alle occupazioni. Non son più capace di scrivere, perchè ho la mano più pigra della lingua, sebbene anche la lingua per mancanza d'esercizio, sia diventata pigra ed impacciata. Stammi bene, o fratello desideratissimo ed amatissimo».
E, ricevuto questo aspettato discorso, l'entusiastico imperatore scrive a Libanio407:
«Ieri lessi gran parte del tuo discorso prima di pranzo. Dopo pranzo ho letto, senza mai fermarmi, il resto. Te felice che puoi così parlare, più felice che puoi così pensare! Che logica, che ingegno, che sintesi, che analisi, che argomentazione, che ordine, che esordî, che stile, che armonia, che composizione!».
E al suo diletto Massimo che dopo aver dimorato, per qualche tempo, presso di lui, aveva voluto lasciarlo, così scrive408: «Il saggio Omero legiferò che dobbiamo accogliere amorevolmente l'ospite che arriva e lasciarlo andare quando vuol partire. Ma, fra noi due, più assai della amorevolezza che viene dai doveri dell'ospitalità, vale quella che deriva dalla ricevuta educazione e dalla pietà verso gli dei, così che nessuno avrebbe potuto accusarmi di trasgredire la legge d'Omero, se io avessi voluto trattenerti più a lungo vicino a me. Se non che, vedendo il tuo corpicciuolo bisognoso di maggior cura, io ti concessi di ritornartene in patria, e provvidi alla comodità del tuo viaggio. Tu potrai dunque servirti della vettura di Stato. Possano viaggiar teco, con Esculapio, tutti gli dei, e ci concedano di ritrovarci insieme».
Quando l'affetto è meno vivo, diventa più artifiziosa e ricercata la frase, come in questo biglietto ad Eugenio409. «Si dice che Dedalo, plasmando ali di cera ad Icaro, osasse coll'arte far violenza alla natura. Io lodo l'arte di colui, pur non ne ammiro il pensiero di affidare l'incolumità del figlio a solubile cera. Ma, se a me fosse lecito, come dice il poeta di Teo, cambiare la mia natura con quella degli uccelli, io non volerei verso l'Olimpo o verso l'amante sospirata, ma alle prime pendici dei vostri monti, onde abbracciar te, o mia cura, come dice Saffo. Ma poichè la natura, avvincendomi coi legami del corpo umano, non vuole che io m'innalzi al cielo, verrò con le ali delle mie parole, e ti scrivo e son con te per quanto io posso. E già, non per altra ragione Omero chiamò alate la parole, se non perchè possono penetrare dovunque, come i più leggieri fra gli uccelli, e posarsi dove loro aggrada. Scrivimi, dunque, tu pure, o amico, poichè tu hai eguali se non più forti l'ali delle parole, con cui tu puoi raggiungere i compagni ed allietarli dovunque, come se fossi presente».
Una lettera commossa è quella diretta all'amico Amerio, il quale gli aveva annunciata la morte della moglie. C'è, in essa uno stoicismo raggentilito e più umano che non fosse quello impassibile e sereno di Epitteto e di Marco Aurelio410.
«Non senza lagrime io lessi la lettera che tu mi scrivesti per la morte della tua consorte, in cui mi esprimevi l'eccesso della tua angoscia. Poichè, oltre all'essere, per sè stesso, un caso ben degno di dolore che una donna giovane, saggia, cara al marito e madre di buoni figliuoli si spenga, prima del tempo, come una fiaccola splendidamente accesa e che, in breve, perde la fiamma, è per me non meno triste il pensiero che questo dolore sia toccato a te. Poichè meno di tutti meritava tale angoscia il nostro buon Amerio, un uomo così saggio ed il dilettissimo fra i nostri amici. Ora, se fosse un altro a cui io dovessi scrivere in una simile congiuntura, mi converrebbe di fare un lungo discorso, per insegnargli che l'evento è umano e che lo si deve sopportare come inevitabile, e che dal troppo piangere nulla si ottiene, e dirgli infine tutto quanto può essere, per un uomo ignorante, conforto al dolore. Ma poichè, rivolgendomi ad un uomo che sa ammaestrare gli altri, mi parrebbe sconveniente tenergli dei discorsi che sarebbero buoni per chi non sa esser saggio, permetti che, lasciando ogni altra considerazione, io ti rammenti il mito e insieme il ragionamento verace di un uomo sapiente, di cui forse tu avrai già notizia, ma che dai più è ignorato. Se tu vorrai usarne, come di un farmaco consolatore, tu troverai un conforto all'angoscia, non meno che nella tazza che, con eguale intento, la donna di Sparta offriva a Telemaco.
«Si narra che Democrito d'Abdera, non riuscendo a trovar parole che valessero a consolare Dario che piangeva la morte della bella sposa, gli promettesse di ricondurre alla luce la dipartita, pur ch'egli volesse procurargli tutte le cose occorrenti. Rispondendogli Dario di non risparmiar nulla di ciò che gli avrebbe reso possibile l'adempimento della promessa, egli, rimasto sospeso per piccolo tempo, soggiungeva di posseder già tutto quello di cui aveva bisogno; una cosa sola ancor gli mancava, che non sapeva dove prendere, ma che Dario, re di tutta l'Asia, avrebbe subito e facilmente trovata. Quale fosse, chiedendogli Dario, questa cosa che al re solo era dato di rintracciare, si dice che Democrito rispondesse che, se egli avesse scritti sulla tomba della moglie i nomi di tre uomini, del tutto esenti da afflizioni, colei subito si sarebbe ravvivata, trasgredendo la legge della morte. Imbarazzato Dario non riusciva a trovar nessuno a cui non fosse toccata qualche sventura; ed allora Democrito, ridendo, come era solito, gli diceva — Perchè dunque, o il più irragionevole degli uomini, ti lagni eccessivamente, come se tu fossi il solo a provar tanta sventura, mentre non puoi trovar neppur uno in tutte le passate generazioni che non abbia mai sofferto qualche domestico dolore? — Ora, si comprende come Dario, uomo barbaro, incolto, dato al piacere ed alla passione, dovesse apprender tutto ciò. Ma tu, che sei Greco e cresciuto con una saggia educazione, devi avere in te stesso la medicina, e, se questa non s'invigorisse col tempo, sarebbe una vergogna per la ragione!».
Giuliano, diventato imperatore, desiderava conservare l'amicizia cogli antichi compagni di studio, ed era lieto quando alcuno di essi gli mostrava l'intenzione di avvicinarsi a lui e di venire alla sua corte. All'amico Basilio che appunto gli aveva scritto per annunciargli la sua venuta, risponde con questa lettera gentile ed incoraggiante:
«Il proverbio dice — Non annunci la guerra, — ed io aggiungo il detto della commedia — tu annunci promesse d'oro. — Orsù, dunque, fa seguire il fatto alle parole, ed affrettati a venire a noi. L'amico riceverà l'amico. La comune e continua occupazione negli affari pare molesta a coloro che non se ne fanno un'abitudine. Ma coloro che hanno comuni le cure diventano premurosi e cortesi e pronti a tutto, come io stesso ne faccio esperienza. Chi mi sta intorno mi agevola il mio compito, così che, non mancando ai miei doveri, io posso anche riposarmi. Ci troviamo insieme, senza l'ipocrisia della Corte, della quale sola credo che finora tu hai fatto l'esperienza, con la cui veste i cortigiani, lodandosi l'un l'altro, si odiano con un odio quale non l'hanno i nemici dichiarati. Noi, invece, pur rimproverandoci e sgridandoci a vicenda, quando bisogna, con la conveniente libertà, ci amiamo come se fossimo intimi amici. Così ci è permesso di lavorare senza sforzo, e di non essere intolleranti del lavoro, e di dormire tranquillamente. Poichè quando io veglio, veglio non tanto per me quanto per gli altri tutti, come è mio dovere. Ma, forse, io ti stordisco di ciance e d'inezie, e faccio una brutta figura, poichè io mi son lodato come Astudamante. Ma ti scrissi tutto ciò, perchè vorrei persuaderti ad approfittare dell'occasione per renderti utile a me, con la tua presenza, da quell'uomo saggio che sei. Affrettati dunque e serviti del corriere di Stato. Quando avrai passato presso di noi tutto il tempo che ti piacerà, tu potrai andare, licenziandoti da noi, dove meglio ti parrà»411.
Graziosissima e singolarmente interessante è la lettera412 con cui Giuliano fa dono all'amico Evarghio di un suo campicello.
«Io pongo a tua disposizione e ti dono un piccolo podere di quattro campi che ebbi, in Bitinia, dalla mia nonna, certo non sufficiente perchè un uomo, possedendolo, creda di aver acquistato qualche cosa di grande e ne vada superbo; ma il dono non deve riuscirti del tutto sgradito, se mi lasci dirne ad uno ad uno i pregi. Posso ben scherzare con te che sei pieno di grazia e di spirito. Dista dal mare non più di venti stadi, e nessun mercante e nessun nocchiero, con le ciarle e con la prepotenza, disturba il paesaggio. Ma non mancano, per questo, i favori di Nereo; ha pesci freschi e ancor tremolanti, e, da un colle, poco lontano dalla casa, vedrai il mare della Propontide, e le isole, e la città che ha il nome del grande imperatore; non porrai il piede sui fuchi e sulle alghe, nè avrai il disgusto dei rifiuti schifosi gittati dal mare sul lido e sulla sabbia e delle innominabili sozzure, ma intorno a te saranno alberi sempre verdi e timo ed erbe fragranti. Ah, che pace il giacere colà, leggicchiando un libro, e poi riposare la vista nel giocondo spettacolo delle navi e del mare! Quando io era giovanetto, quel podere mi era carissimo, perchè ha limpide sorgenti, ed un bagno delizioso, ed un orto ed alberi. Diventato uomo, sentii desiderio dell'antico soggiorno, e vi venni più volte, e con ragione. Vi ha là anche un ricordo piccino della mia sapienza d'agricoltore, un breve vigneto, che dà un vino odoroso e dolce che non ha bisogno del tempo per acquistar pregio. Vedrai Bacco e le Grazie. Il grappolo ancor sul ceppo, o premuto nel torchio, odora di rosa, ed il mosto nei vasi, a dirla con Omero, è un estratto di nettare. Ah, perchè mai questo vigneto non ha maggiore ampiezza? Forse io non fui un agricoltore previdente. Ma siccome io son sobrio col bicchiere di Bacco, e mi piacciono assai più le Ninfe, così ne preparai appena quanto bastasse per me e per gli amici — merce sempre scarsa fra gli uomini. — Questo è il mio dono per te, o caro capo. È piccolo, ma sarà gradito venendo ad un amico da un amico, ed alla casa dalla casa, come dice il saggio poeta Pindaro. Scrissi questa lettera, in tutta fretta, alla luce della lampada. Se vi trovi qualche errore, non, rimproverarmi acerbamente, nè da retore a retore».
Questa lettera è un piccolo capolavoro. Vibra, in essa un sentimento della natura, rarissimo fra gli antichi, e qualche cosa di squisito che non può esser proprio che di un'anima aperta alle più vaghe impressioni. Quanti pensieri saran passati per la mente del giovanetto meditabondo che, dal colle solitario, fra una pagina e l'altra d'Omero, guardava il mare, le navi e la lontana Costantinopoli! Quest'ultimo figlio della Grecia risentiva in sè tutto l'incanto della civiltà e del pensiero ellenico che una religione nemica, la religione dei suoi persecutori, voleva annientare, ed egli sognava di conservarla, quella civiltà, di farla rivivere, di salvare gli Dei che i suoi poeti divinamente avevano cantati, e che tanta gloria avevan data ad un mondo che oggi li ripudiava!
Noi vediamo, dunque, come, in mezzo alle sue tempestose vicende, l'animo di Giuliano sapesse conservarsi sereno ed aperto a tutte le impressioni della natura e dell'arte. Egli si studiava di agire, in ogni cosa, razionalmente, e credeva di riuscire nei suoi sforzi per serbarsi esente di ogni impulso passionale. I suoi consigli sono sempre ispirati alla più pura saggezza. Ad un amico egli scrive413: «Ci compiacciamo di sapere che, nella condotta degli affari, tu cerchi di conciliare il rigore con la dolcezza. Poichè l'unire la dolcezza e la temperanza alla fermezza ed alla forza, ed usare di quella coi docili, di questa coi malvagi per la loro correzione, è opera, come io credo, di un'indole e di una virtù non piccola. In vista di questi scopi, noi ti preghiamo di armonizzare l'una cosa e l'altra al solo bene, poichè i più saggi degli antichi giustamente credettero che tale deva essere il fine di tutte le virtù. Possa tu vivere sano e felice più a lungo che sia possibile, o fratello desideratissimo ed amatissimo».
La rettitudine ed il coraggio di Giuliano, così giustamente ammirato da Ammiano e da Libanio, appaiono in tutta luce nella lettera da lui diretta al medico Oribasio, al tempo dei suoi urti con Florenzio, in Gallia, per frenarne gli abusi finanziari. Dopo aver narrato ad Oribasio quel sogno dei due alberi, che già conosciamo,414 Giuliano così continua: «Quanto a quello sciagurato eunuco io vorrei sapere se ha detto di me le cose che mi scrivi, prima di trovarsi con me o dopo. Per ciò che riguarda la sua condotta, è noto che, più volte, mentre egli trattava ingiustamente i provinciali, io tacqui più di quanto sarebbe stato conveniente, non prestando orecchio a questo, non ammettendo quello, non credendo a quest'altro, ed altro ancora mettendo a colpa di coloro che gli stavano intorno. Ma, quando egli volle farmi partecipe della sua turpitudine, mandandomi le sue scellerate e vituperevoli relazioni, che doveva io fare? Tacere o combattere? Il primo partito era stolto, servile ed empio, il secondo giusto e coraggioso, ma non concesso dalle presenti circostanze. Che feci dunque? Alla presenza di molti, che io ben sapeva lo avrebbero ripetuto a lui, esclamai: — Colui dovrà pure rettificare le sue relazioni che sono veramente riprovevoli. — Ebbene, colui, avendo ciò udito, si trattenne dall'agire con saviezza, per modo che, pur essendogli io tanto vicino, fece cose che non avrebbe fatto neppure un tiranno che fosse appena ragionevole. E allora come doveva comportarsi un uomo che seguiva le dottrine di Platone e di Aristotele? Non curarsi dei miseri e lasciarli preda dei ladri, o difenderli con ogni mezzo? Ma a me parrebbe vergognoso che, mentre si condannano a morire e si privano della sepoltura quegli ufficiali che abbandonano le loro schiere, fosse poi lecito di abbandonare le schiere dei poverelli, quando essi devono lottare coi ladri, tanto più avendo dalla nostra parte Dio, che ci diede il nostro posto. E, se mi toccherà di soffrire per questo, io mi sentirò non poco incoraggiato dalla mia buona coscienza. E, se anche dovessi cedere il posto ad un successore, non me ne dorrei, poichè è meglio viver poco ma bene, che molto e male».415.
Ciò che Giuliano qui scrive si attaglia così esattamente a Florenzio ed all'episodio narrato da Libanio che parrebbe non possa sollevarsi alcun dubbio nella identificazione della persona. Ma c'è quell'appellativo di eunuco che non si sa spiegare, perchè Florenzio aveva moglie e figli. Alcuni, pertanto, vedono in questo nemico, di cui parla Giuliano, il cortigiano Eusebio, l'eunuco che spadroneggiava alla corte di Costanzo e che tanto odiava il principe. E imaginano un'ispezione che Eusebio avrebbe fatta in Gallia, per ordine dell'imperatore e che avrebbe dato origine agli urti con Giuliano416. La cosa è possibile, ma affatto fantastica, ed è più ragionevole il supporre che la parola ανδρόγυνος sia qui semplicemente un insulto, senza essere un'indicazione di una condizione reale.
Però, malgrado questa grande saggezza a cui Giuliano cercava di indirizzare la sua vita, egli, come vedemmo nel corso di questo studio, si abbandonava talvolta all'impeto della passione. Nè, certo, può essere ammirata la sua condotta verso i consiglieri di Costanzo all'indomani della sua vittoria, nè giustificata la sua ira contro Atanasio. Nella sua intima corrispondenza noi abbiamo le tracce di desideri sfrenati e di deplorevoli eccessi. Il caso però è curioso e serve ad illuminare la sua figura così complicata e piena di contraddizioni. Giuliano aveva il furore della lettura. Abbiamo visto con quale trasporto egli ringraziasse l'imperatrice Eusebia perchè, sapendolo sprovvisto di libri, al momento in cui da Milano partiva per la Gallia, gli aveva data un'intiera biblioteca. Quando, ad Alessandria, venne assassinato il vescovo Giorgio, l'imperatore diede agli Alessandrini una buona lavata di capo,417 ma poi li lasciò tranquilli, e non è un giudizio temerario il dire che, in fondo, non era stato scontento di un tumulto che pareva sollevato in odio dei Cristiani. Di una sola cosa Giuliano vivamente si preoccupava, ed era di impadronirsi dei libri del vescovo assassinato. In questa sua preoccupazione egli mette una foga che finisce per essere iniqua e crudele. Appena avvenuta la morte di Giorgio, scrive al prefetto d'Egitto418: «Alcuni amano i cavalli, altri gli uccelli, altri le fiere. Io, fin da fanciullo,. non ebbi amore più forte che quello dei libri. Sarebbe, dunque, assurdo che io lasciassi che se ne impadronissero degli uomini, ai quali non basta l'oro per satollare il loro amore della ricchezza e pensano di potermeli portar via facilmente. Mi farai, dunque, un favore speciale, se raccoglierai tutti i libri di Giorgio. Ne aveva molti di filosofia, molti di retorica, molti relativi alla dottrina degli empi Galilei. Questi ultimi, io ben vorrei distruggerli tutti quanti, se non fosse il timore di veder distrutti, insieme ad essi, anche i libri buoni. Tu, dunque, farai di tutti la più minuta ricerca. In questa ricerca ti potrà esser guida il segretario di Giorgio, il quale, se realmente ti porrà sulla traccia, sappia che avrà per premio la libertà. Se poi cercasse d'ingannarti in questo affare, mettilo, senz'altro, alla prova dei tormenti. Io conosco i libri di Giorgio, se non tutti, molti davvero. Me li diede, infatti, quando io era in Cappadocia, per ricopiarli, e poi me li riprese».
Pare che il prefetto d'Egitto, che era quell'infelice Edichio che, poco più tardi, sentì tutta l'ira di Giuliano per non essersi mostrato abbastanza vigoroso contro Atanasio, non riuscisse felicemente nel suo incarico di raccogliere i libri del vescovo assassinato, e che anche la tortura inflitta al segretario non avesse giovato allo scopo. Infatti abbiamo, nell'epistolario, quest'altro bigliettino diretto a Porfirio, probabilmente un impiegato dell'amministrazione egiziana419. «Giorgio aveva una ricca e grande biblioteca. Vi erano libri di filosofia, d'ogni scuola, e molti di storia, e in quantità non minore i libri dei Galilei. Ricercando in fretta questa biblioteca, provvedi a spedirmela ad Antiochia, e ricordati che tu ti esporresti ad un grandissimo castigo, se non ponessi tutta la cura nel rintracciarla, e se non riescissi coi rimproveri, coi giuramenti d'ogni specie, e, se si tratta di schiavi, usando, senza risparmio, la tortura, ad obbligare tutti coloro che sono in sospetto di aver sottratti alcuni di quei libri a venire a riportarteli».
Davvero, per quanto possa parer ammirabile in un uomo, come Giuliano, un sì grande amore dei libri e della coltura, non è giustificabile, in nessun modo, questa violenza di procedimento che lo fa diventare tirannico e crudele. Qui, certo, c'è una grave macchia sul carattere del nostro eroe. Ma è un caso unico, crediamo, questo di un uomo potentissimo e saggio in ogni cosa, che perde la testa al punto di diventar iniquo..... per amore dei libri! Qui, c'è tutto l'uomo, con tutte le sue contraddizioni e con la sua meravigliosa versatilità. Ricordiamo che Giuliano si trovava in Antiochia, dove, in pochi mesi, doveva organizzare l'ardua spedizione di Persia, cosa a cui si applicava con tutta l'intensità di uno spirito nutrito di esperienza militare. Queste gravissime cure non gli impedivano, come vedemmo nel Misobarba, di polemizzare con gli Antiochesi, di occuparsi di infiniti affari religiosi ed amministrativi. Ma, in mezzo a tutte queste preoccupazioni, trovava ancora tanta libertà, tanta serenità di pensiero da sentir il desiderio di aver subito, presso di sè, la biblioteca filosofica del vescovo assassinato. In fondo, egli sarebbe stato più lieto di poter metter le mani su quei volumi, in parte già noti a lui, che gli richiamavano i suoi studi giovanili, di poter svolgere rispettosamente quei papiri che contenevano i tesori della sapienza antica, di scorrere i documenti meno noti della letteratura cristiana, onde combatterne più efficamente la dottrina, sarebbe stato, dico, più lieto di tutto ciò che delle pompe imperiali, e fors'anche, della futura e sperata vittoria contro il re di Persia. Singolare imperatore! Tanto più singolare, perchè le sue manìe di letterato e di erudito non gli toglievano di essere un eroico avventuriero, un grande capitano ed un saggio amministratore.
Se Giuliano non si fosse perduto nella sua utopia religiosa e non fosse corso incontro alla propria rovina, avrebbe saputo ricomporre l'impero sopra la base di un saggio governo e ridargli la prosperità come aveva fatto in Gallia. Nella convivenza che noi abbiamo avuto con lui, nei vari momenti della sua vita e sotto i molteplici aspetti con cui si rivelava, abbiamo avuto la più chiara prova del suo alto sentimento di giustizia che, non solo da Libanio, ma anche da quel giudice imparziale e sicuro che è Ammiano, gli è pienamente riconosciuto. Ed abbiamo anche veduto come uno de' suoi propositi più fermi fosse di condurre l'amministrazione della pubblica cosa e della Corte imperiale in modo che si togliessero gli spaventosi abusi che inquinavano lo Stato, e ne venisse un alleviamento delle gravezze sotto cui le popolazioni gemevano e si assottigliavano. La Gallia lo aveva salutato restauratore della pubblica fortuna, gli Ebrei erano sollevati dalle arbitrarie imposte di cui erano caricati; se l'impresa di Persia richiedeva ancora grandi contributi da parte dei sudditi, l'imperatore aveva dichiarato, come vedemmo da Libanio, che il suo ritorno vittorioso sarebbe stato il segnale di una riforma finanziaria che avrebbe ridonato il sangue nelle vene ormai esauste dell'economia dell'impero. L'epurazione radicale della Corte imperiale da lui compiuta, appena entrato in Costantinopoli, e la cacciata delle migliaia di parassiti che vi prosperavano a spese dei sudditi, se fu precipitato, secondo il parere di Ammiano e di Socrate, fu però salutare nei suoi effetti finanziari ed è la più eloquente affermazione della rettitudine del giovane imperatore. Finalmente la cura intensa con cui procurava di ottenere che nessuno si sottraesse alle cariche a cui era chiamato, e che fossero aboliti i privilegi, così da eguagliare tutti i cittadini nei rischi e nelle gravezze della pubblica amministrazione, cosa contro la quale i Cristiani, a cui i precedenti imperatori avevano largiti appunto quei privilegi, protestavano come se si trattasse di un'offesa ai loro diritti, non può non essere cordialmente approvata da ogni giudice imparziale.
Ma vi ha un atto amministrativo di Giuliano su cui vogliamo fermarci un istante, poichè ci dimostra la sollecitudine del pubblico bene da cui era inspirato ed anche la praticità dei provvedimenti a cui sapeva discendere dalle nubi delle speculazioni mitiche e dalle preoccupazioni di condottiero e di riformatore.
Noi vedemmo, più volte, nelle lettere e nei biglietti che Giuliano mandava agli amici, espressa la licenza di servirsi della vettura dello Stato. Nell'invito fatto all'ariano Aezio di venire da lui, gli concede l'uso di un cavallo di rinforzo. Queste curiose indicazioni si collegano a uno dei provvedimenti amministrativi che a Giuliano stavano più a cuore, il riordinamento del servizio postale dell'impero. Le comunicazioni fra le varie parti di un impero che comprendeva quasi tutto il mondo conosciuto erano rese possibili e relativamente facili da un sistema stradale ammirabile, il vanto maggiore dell'amministrazione romana. Su quelle strade era organizzato un vero servizio di trasporti e corrieri, di case di ricambio dei cavalli e di alloggio, che agevolava il traffico, come or si direbbe, governativo e privato. La spesa del mantenimento del sistema postale era sostenuta dalle provincie e dalle città per cui passavano le strade. Ora, l'abuso si era infiltrato, ben presto, anche in questo servizio, e, nei tempi precedenti il governo di Giuliano, era diventato tanto enorme da disordinarlo radicalmente. Tutte le autorità imperiali, grandi e piccine, distribuivano a chi loro garbava, facoltà di passaggio gratuito, evectiones, e le finanze municipali, già esauste, dovevano far le spese dei viaggi dei cittadini. I concilii, i sinodi vescovili che, sotto il regno di Costanzo, si succedevano con crescente frequenza, nelle sedi più lontane, ed a cui i prelati accorrevano a schiere, accompagnati dai loro seguaci teologici, in mezzo al lusso di un clero corrotto e dominatore, portavano, in special modo, lo scompiglio nell'andamento della posta ed obbligavano i contribuenti a spese enormi. Ammiano, con parole in cui si sente l'intenzione ironica, ci descrive «le caterve dei vescovi che correvano, innanzi e indietro, da un sinodo all'altro, con vetture e cavalli appartenenti al servizio pubblico» ed aggiunge che Costanzo era tanto intento nello sforzo di regolare a suo arbitrio il dogma teologico, da recidere i nervi del sistema postale — rei vehiculariæ succideret nervos420. Libanio fa una curiosa descrizione delle condizioni deplorevoli in cui era caduto il servizio per gli abusi spaventosi che lo scompigliavano. Le autorità cittadine non potevano più reggere alle esigenze dei richiedenti. Le bestie morivano per le fatiche; i mulattieri e i cavallanti scappavano sulle montagne per togliersi ad un lavoro diventato insopportabile421.
Giuliano, appena insediato imperatore, mise, con mano fermissima, un freno agii abusi, e regolò con legge le prestazioni dei servizi gratuiti, le evectiones. Solo i governatori delle Provincie potevano accordarle. I magistrati inferiori ne avevano un numero limitato, e dovevano aver ricevuto, caso per caso, l'autorizzazione dell'imperatore. Gli effetti di questa riforma pare siano stati salutari e rapidissimi. Libanio, dopo averci fatta quella singolare descrizione e detto che i consigli municipali, che dovevano provvedere alle spese, erano del tutto rovinati, così continua: «Giuliano fermò tale abuso, proibendo i viaggi non strettamente necessari ed affermando essere egualmente pericoloso tanto il concedere come il ricevere questi servizi gratuiti. E si vide — egli continua con la sua solita esagerazione — una cosa incredibile, cioè che i mulattieri erano costretti ad esercitare i muli, i cavallanti i cavalli, poichè, come prima soffrivano pei cattivi trattamenti, ora soffrivano per l'eccesso dell'ozio»422. Fatta la dovuta parte all'iperbole dell'apologista, resta sempre un merito grandissimo di Giuliano nell'aver voluta e praticata una riforma così saggia e così civile. La diligenza scrupolosa con cui l'applicava si vede, appunto, nei pochi permessi per l'uso della posta pubblica ch'egli concede a qualcuno degli amici di cui desiderava la venuta. Si comprende che la legge di Giuliano doveva essere seriamente obbedita, se proprio era necessaria la parola diretta dell'imperatore per avere un favore che, poco prima, entrava nelle abitudini comuni.
❦
La condotta di Giuliano, amministratore di un immenso impero, non è dunque meno ammirabile di quella di Giuliano duce di potenti eserciti ed organizzatore di grandi ed arrischiate imprese. Il solo errore da lui commesso, come amministratore, fu la violenza economica esercitata sul mercato d'Antiochia. All'infuori di questo errore, dovuto anch'esso alle buone intenzioni del principe e che, del resto, era la conseguenza dell'assoluta ignoranza delle leggi economiche in cui viveva la società antica, noi non troviamo nel troppo breve governo di Giuliano atto alcuno che non giustifichi l'asserto di Libanio che, se il tempo gli fosse stato concesso, egli avrebbe restaurata la prosperità di tutto l'impero come aveva fatto di quella della Gallia.
Della rettitudine e della bontà dell'uomo privato ci fanno fede le sue lettere di cui abbiamo veduto numerosi saggi, constatando che fine gentilezza d'animo fosse in questo giovane che pur aveva passati i suoi anni più belli fra le durezze delle guerre, nella vita degli accampamenti militari. Esiste, però, un punto della storia di Giuliano che rimane oscuro, intorno al quale i suoi stessi contemporanei, brancolando nell'incertezza, hanno tessuto una rete di sospetti e di leggende. Io voglio parlare delle relazioni di Giuliano coll'imperatrice Eusebia, e del suo contegno con la moglie Elena. Già vedemmo come Ammiano Marcellino, pur tanto amico di Giuliano ed ammiratore di Eusebia, accusi apertamente costei d'aver uccisa Elena, per mezzo di un lento veleno propinatole, dice il buon Ammiano, per attenuarne la responsabilità, allo scopo di impedire che avesse figli. E vedemmo anche come fossero diffuse voci più calunniose, secondo le quali Giuliano stesso avrebbe, con l'aiuto di un medico, avvelenata la moglie423. A Libanio riesce cosa facile il distruggere quest'ultima accusa. Ma il fatto stesso che l'accusa si era sparsa, unito all'altro della notizia curiosa che ci è data da Ammiano, dimostra che, se non nel popolo, almeno nell'ambiente della Corte, si sospettava che un dramma d'amore si fosse intrecciato nelle vicende del giovane principe. Dissi nell'ambiente della Corte, poichè se lo scandaloso racconto fosse uscito dal cerchio dei cortigiani e fosse corso nel popolo, sarebbe giunto all'orecchio di Gregorio, al quale avrebbe fornito un motivo oratorio veramente prezioso, ed è facile imaginarsi con quanta gioia il terribile polemista ne avrebbe fatto argomento di un'eloquente invettiva424.
Se noi guardiamo un po' addentro in questo oscuro episodio, troviamo che il sospetto può nascere non tanto dalle relazioni palesi di Giuliano con la cugina Eusebia quanto dal suo contegno verso la moglie Elena. Giuliano, come sappiamo,425 fu due volte a Milano, durante il soggiorno della bella imperatrice, la prima nel 354, chiamatovi, dopo la morte del fratello Gallo, per esservi processato e certamente ucciso, se Eusebia non fosse intervenuta. Giuliano fu relegato a Como e poi mandato ad Atene; la seconda volta, sul finir del 355, per esser investito dell'autorità di Cesare, sempre per l'influenza che Eusebia aveva sul marito. Ora, che, durante queste due dimore, il principe potesse avere coll'imperatrice relazioni segrete pare estremamente improbabile. La corte di Costanzo era popolata di nemici acerrimi di Giuliano che spiavano ogni suo movimento e che avrebbero colto al volo l'occasione per rovinare, nell'animo dell'imperatore, l'odiato principe e, insieme a lui, la donna audace della quale l'innamorato Costanzo subiva il fascino irresistibile. Giuliano, nel suo panegirico di Eusebia, parla di lei come di un'apparizione divina, davanti alla quale egli prova un sentimento di timorosa riverenza e di profonda gratitudine. Vi si sente la parola di un suddito devoto, non già quella di un amante infervorato. Ma, si potrebbe dire, il panegirico era un documento ufficiale e Giuliano non poteva tradir sè stesso ed Eusebia. Il riserbo era imposto dalla più elementare prudenza. Ma di importanza capitale è il racconto che ci fa Giuliano, nel manifesto agli Ateniesi, della sua esitanza a mandare una lettera all'imperatrice nei giorni in cui si trattava della sua elezione a Cesare426, pel timore che la lettera potesse essere scoperta. Qui Giuliano dice indubbiamente la verità. Eusebia, nel 361, quando Giuliano scriveva il manifesto, era morta. Giuliano era un ribelle dichiarato e nessun ritegno poteva frenargli la parola, nessuna ragione di prudenza consigliarlo a velare la verità. Noi pertanto dobbiamo credergli quando afferma che le relazioni con Eusebia erano così poco confidenziali ch'egli non solo non poteva parlarle, ma non osava nemmeno mandarle un biglietto. Dunque nessuna intimità, e, meno ancora, nessun intrigo amoroso è mai esistito fra i due cugini. La loro vicendevole simpatia doveva venire, più che da altro, dalla comunanza delle aspirazioni intellettuali. Eusebia, nata in Macedonia, usciva da una famiglia greca ed era stata allevata in Grecia, in mezzo alle tradizioni ed alle abitudini della coltura antica; così che, oltre alla bellezza, portava in dote, come dice Giuliano, una retta educazione ed un intelletto elegante427. Sposata ad un imperatore cristiano, entrata in una Corte in cui i grandi dignitari dell'Arianesimo dominavano sovrani, essa avrà seguito necessariamente l'indirizzo religioso di coloro che la circondavano. Ma le sue preferenze intellettuali dovevano essere per l'Ellenismo in cui era cresciuta. Ora, per quanto Giuliano fosse rimasto lontano dalla Corte, vi dovevano essere note la sua passione per lo studio e le sue relazioni coi filosofi del tempo. Eusebia, pertanto, vedeva in Giuliano un greco genuino, ne comprendeva le aspirazioni, ne ammirava le attitudini. Da qui in lei il desiderio di salvarlo dall'uragano di barbarie cristiana che minacciava di sommergerlo. Giuliano stesso, nel suo panegirico d'Eusebia, spiega appunto in questo modo la protezione per lui: «Essa, egli dice, mi divenne promotrice di tanti beni, perchè ha voluto onorare in me il nome della filosofia. Questo nome era stato, non so come, applicato a me che, certo, amo fervidamente la cosa, ma che poi tralasciai di praticarla. Ma essa onorava il nome. Io non trovo nè posso immaginare altra causa per la quale mi fu così efficace ajutatrice e vera salvatrice, adoperandosi, con ogni sforzo, per conservarmi intatta la benevolenza dell'imperatore...428» È ad Eusebia che Giuliano deve ciò ch'egli considera la sua più grande fortuna, di essere, cioè, mandato ad Atene, a sprofondarsi negli studii: è Eusebia, che, come sappiamo, fornisce a Giuliano, partente per la Gallia, quella ricca e svariata biblioteca, per la quale la Gallia si è trasformata, come egli dice, in un Museo di libri greci429.
Noi siamo, dunque, in alto, in un'aria di pura intellettualità. Eusebia e Giuliano ci appaiono come due genii di poesia e di saggezza. Eusebia, nel panegirico di Giuliano, si presenta circonfusa di un'aureola di santità: è una figura divina. Nel contemplarne il ritratto, disegnato dal suo devoto e riconoscente ammiratore, par di risentire un po' di quel fascino che la bella imperatrice esercitava sui milanesi d'or son quindici secoli e mezzo. Ammiano Marcellino, che aveva veduto Eusebia alla corte di Milano e conosceva quanto essa aveva fatto per Giuliano, non ha che parole di ammirazione per la sua virtù, ed afferma, scrivendo di lei già morta, che non aveva rivali per la bellezza del corpo e dei costumi e che, nell'altissimo culmine in cui si trovava, aveva saputo conservarsi umana430. Ammiano pare non sospetti di relazioni illecite fra Giuliano ed Eusebia, ed attribuisce l'azione dell'imperatrice in favore del perseguitato principe alla giusta estimazione ch'essa faceva delle sue virtù. Ma, a turbare la pura serenità di tale imagine, ecco che Ammiano ci racconta un episodio pel quale la bella filosofessa si trasformerebbe in una donna malvagia ed odiosa. Noi già abbiamo accennato a questo fatto. Ma qui vogliamo rivederlo più attentamente, perchè si tratta di chiarire un mistero che influisce sinistramente sul nostro giudizio del carattere di Giuliano. Noi sappiamo che Costanzo, chiamato Giuliano alla dignità di Cesare gli aveva dato in moglie la propria sorella Elena, onde render più stretti i legami che lo univano al cugino, ritornato nei suoi favori. Il matrimonio, al dire di Giuliano stesso, era stato preparato da Eusebia431. Elena, figlia di quell'imperatrice Fausta, uccisa, a quel che narra Zosimo, nel 326, da Costantino, in un'orribile tragedia di gelosia432, doveva avere, nel novembre del 355, non meno di trent'anni. Pare, dunque, che Eusebia combinasse un matrimonio di pura convenienza. Ma Elena, l'anno seguente, in Gallia, era rimasta incinta. Ebbene, Eusebia, narra Ammiano, avrebbe guadagnata la levatrice, e questa, con un voluto errore di operazione ostetrica, avrebbe ucciso il bambino sul punto di nascere. Ma questo bel fatto pare non accontentasse Eusebia. Costei avrebbe invitata Elena a venire dalla Gallia a Roma, nell'occasione del solenne viaggio che, nel 357, essa vi fece con Costanzo. Il pretesto dell'invito era l'affettuosa premura di far partecipe Elena dei festeggiamenti romani; il motivo vero era di propinare all'infelice un sottile veleno, pel quale dovesse abortire, ogniqualvolta rimanesse incinta. Pare, che l'azione lenta del veleno, minando l'organismo della donna, la conducesse, tre anni dopo, a morte, morte misteriosa, appena accennata da Ammiano e da Giuliano, e che, dai nemici di quest'ultimo, gli fu, addirittura, attribuita, quasi egli fosse stato l'avvelenatore della moglie433.
Tutte queste voci poco precise hanno l'aria di non essere che pettegolezzi di una Corte malvagia, abituata ai delitti. La gelosia dell'amante deve essere esclusa, come causa determinante, perchè, davvero, poco si comprenderebbe una gelosia che si eserciti a distanza, senza l'inasprimento di passione che dà la vicinanza e la vista dell'essere amato. La gelosia della madre che, non avendo figli, — Eusebia non ne aveva — non voleva che ne avesse neppur la cugina, si sarebbe rivelata, in un modo così atroce, la prima volta, nel caso dell'infanticidio commesso dalla levatrice, e in un modo così raffinato, la seconda volta, coll'intrigo dell'invito a Roma, per propinare il veleno, da esser poco credibile per sè stessa ed inammissibile affatto in una donna come Eusebia di alta coltura, e di animo tanto generoso da non esitar a gittarsi nella pericolosa impresa di salvare un principe perseguitato, sfidando le ire e le macchinazioni dei cortigiani potenti. È possibile che questa donna che tanto aveva fatto per collocare Giuliano in una posizione in cui potesse far conoscere e valere le sue virtù, fosse poi rosa dall'invidia, al pensiero che quest'uomo da lei ammirato e salvato, avesse dei figli? È possibile che di lei si possa dire «tanta tamque diligens opera navabatur ne fortissimi viri soboles appareret»?434.
Pertanto a me pare che l'ipotesi più probabile è che Ammiano raccogliesse le invenzioni e le voci calunniose che, in odio di Eusebia, dovevano correre nell'ambiente cortigiano in cui aveva vissuto, e le ripetesse senza tanti scrupoli, come, con una mancanza di scrupoli ancora più grande, i nemici di Giuliano le volgevano a danno ed in accusa diretta di lui. Però, dobbiamo ammettere che, se quelle voci calunniose hanno potuto diffondersi ed esser credute, vi deve pur essere stato qualche fatto, qualche circostanza che dava loro un'apparenza di credibilità. Ora, noi non abbiamo nessun documento col quale ricostruire la storia della relazione coniugale di Giuliano con la moglie Elena. Tuttavia da alcuni indizii possiamo indurre che Elena è stata una donna infelice, una sposa trascurata. Giuliano, che parla e scrive di tutto e di tutti con tanta facilità ed abbondanza, non ha nei suoi scritti, e pubblici e confidenziali, neppure una parola per la moglie che pur gli fu compagna nei cinque anni della sua dimora in Gallia. Egli fa un cenno del suo matrimonio, nel panegirico di Eusebia, sol per dire che l'imperatrice lo combinò, poi nel manifesto agli ateniesi ricorda che, nel momento in cui avveniva il pronunciamento militare a Parigi e che i soldati circondavano il palazzo, egli si trovava a riposare, al piano superiore, in una camera vicina a quella di sua moglie, ancora vivente435. Quel gelido ancora vivente — ἔτι τῆς γαμετῆς ζώσης — è la sola orazione funebre di Giuliano per la moglie. Essa era morta, a Vienna, nell'inverno del 360, mentre il marito già si atteggiava da imperatore, in pompe e feste solenni. Il solo atto pietoso di Giuliano verso di lei fu di mandarne la spoglia a Roma, onde esser deposta, in un sepolcro della via Nomentana, presso quello della sorella Costantina.
La sorte infelice di questa donna commosse la fantasia dei contemporanei e diede gli elementi per creare intorno a lei una leggenda, per vedere il mistero ed il delitto dove non era, probabilmente, che un intreccio naturale di tristi circostanze. Eusebia e Giuliano furono creduti colpevoli ed autori di una morte, che la sventura sola aveva, a poco a poco, avvicinata e prodotta. La moglie di Giuliano è una di quelle pallide figure che passano fuggevoli, ombre leggere, all'orizzonte della storia, circonfuse e come consacrate da un'aureola di lento e segreto martirio. Sposata, già matura, ad un uomo che non l'amava, cristiana ed educata in un ambiente cortigiano, affatto chiusa alle influenze elleniche, essa non poteva comprendere il marito, e non era da lui compresa. Nessuna comunanza intellettuale esisteva in quella coppia, unita da un puro vincolo di convenienza. Le gioie che poteva avere dalla maternità le erano state rapite. Nell'aspro soggiorno della Gallia, viveva in continue strettezze e spaventi. Vedeva venir avanti e farsi ognora più minaccioso il pericolo dell'urto fra il marito ed il fratello, l'urto ad evitare il quale essa era stata sacrificata e posta inutilmente, come simbolo di pace, fra i due contendenti. Scoppiata la ribellione e proclamato Giuliano imperatore, Elena non resse all'idea della guerra fraterna. Giuliano, tutto assorto nei suoi preparativi, nei suoi piani, nei suoi sogni, non l'ascoltava. Ed essa conosceva troppo il fratello, per non essere sicura che, una volta vittorioso — e tutto faceva credere probabile la sua vittoria — egli avrebbe presa una terribile vendetta. Lacerata da queste ansie crudeli, che la tormentavano nel segreto dell'anima, Elena, struggendosi, si è consumata e sparve, vittima gentile, dimenticata dal marito che stava per gittarsi nella tempesta della più audace avventura.
Possiamo, dunque, concludere, con l'imparzialità di cui ci siamo fatto un dovere assoluto, che, se a Giuliano non può esser imputato nessun delitto domestico, egli non è stato certo un marito esemplare, ed, anzi, assai probabilmente ha fatto l'infelicità della moglie. Colpa per sè stessa assai grave, ma che pure, nella storia dei mariti di tutti i tempi, non esclusi quelli dell'oggi, può trovare qualche attenuante.