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L'assedio di Firenze

CAPITOLO TRENTESIMO LA VENDETTA DEGLI UOMINI E IL CASTIGO DI DIO

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La infamia seguirà la parte offensa In grido, come suol, — ma la vendetta Fia testimonio al vero. Dante.

Illustration from L'assedio di Firenze

Ahi fortuna! Ci vien meno sotto i piedi la terra. Dove precipitiamo, o Cencio?» disfatto dal terrore esclamava Malatesta Baglioni, a cui Cencio riferiva rotto l'esercito imperiale, morto l'Orange, Ferruccio vincitore accostarsi a Firenze, il destino della Repubblica prevalso; — alle quali parole Cencio rispondeva:

«Ch'è questo, signor Baglione? Non dubitate; un sostegno non sarà per mancarvi giammai: se vi fugge dalla parte dei piedi, la Repubblica sta apparecchiandovene un altro dalla parte del collo.»

«Maledetto quando mi apparisti davanti! Possa la tua anima traboccare dal patibolo nell'inferno! Ma ti par ora questa da motteggiare, Cencio? Vien qua, Cencio, senti: vediamo se vi ha mezzo di salvarci la vita... la vita! e che devo farmi della vita senza la potenza, senza le dovizie... senza...?»

«Senza il sangue dei nemici?»

«Lo hai detto. — Costoro non mi uccideranno, anzi diranno al valletto: Prima che quella vivanda passi al cane, datela a Malatesta che sta di fuori seduto sopra i gradini del nostro palazzo.»

«Addio Chiusi, addio duchea di Bevagna e Tunigiana.»

«Il figlio che doveva essere orgoglio dei miei tardi anni, che stava per condurmi regal donna in casa!»

«Non che il duca di Camerino, ma il più povero artigiano non si vorrebbe mescolare con lui; voi non avrete da sodare la dota nè anco il cento ducati...»

«E il nipote, cui già immaginava ammantato della porpora cardinalizia...»

«Diventerà dopo dieci anni curato di campagna...»

«Potessi fare un patto col diavolo! Ah!...»

E gettò un grido di spavento, chè in questo punto si udì forte un rumore di uomini accorrenti, e subito dopo tutto affannoso comparve nella stanza Biagio Stella, il quale espose: la prima nuova della battaglia falsa, vera la morte dell'Orange, ma esservi pur morto il Ferruccio, e il suo piccolo esercito andare disperso pel contado toscano.

«O santo Pietro!» favella Malatesta levando le mani al cielo e poi come spossato declinandole al pavimento, «o santo Pietro! Queste due morti giovano meglio al pontefice che le tue chiavi d'oro e d'argento. Dopo tanti anni di matrimonio io dubitava a Cristo non fosse diventata incresciosa la Chiesa sua moglie; ora poi conosco a prova cotesti sponsali rimanersi pur sempre sotto l'influsso della luna del miele. Io comincio a credere in Dio... Biagio, un abbraccio; — Cencio, un bacio; — figli miei, questa è l'ultima nostra fatica; — anche il grappolo di Perugia produce vino generoso, — e la vendemmia ci aspetta. Cencio, torna la speranza del sangue nemico assai più soave del vino. Biagio, comunque adesso mi travagli il caldo, parmi rinfrescarmi all'ombra dei platani di Tunigiana, sotto i gelsi della valle Topina; — i miei occhi, Cencio, sono inebbriati di rosso, il vermiglio mi lusinga intero... rosso il sangue di Sforza, — rossa la porpora di Ridolfo, — rosso il manto ducale del figliuol mio: Cencio, Biagio, — mi sento l'uomo più avventurato del mondo; — andate per sonatori, per femmine, — oggi è un bel giorno...

«È il giorno di morte della libertà italiana!!!...»

«Magnifico messere capitano, — due magistrati che si dicono dei Dieci della guerra fanno istanza di favellarvi.»

Illustration from L'assedio di Firenze

La voce, il guardo, le mani, tutta la persona, insomma spirava la distruzione... Cap. XXIX, pag. 698.

«I signori Dieci! I magnifici signori Dieci di libertà e pace! Che vengano tosto, in miglior punto non potevano arrivare i messaggeri dei magnifici signori Dieci. Cencio, Biagio, rimanete con me, affinchè non abbiano a camminare troppo per rinvenire medico, confessore e notaio per la Repubblica che muore; o piuttosto sentite: noi rappresenteremo i tre sacramenti: io la Penitenza, Biagio l'Eucarestia, e tu, Cencio, la Estrema Unzione; — guarda mo', Biagio, non ti par egli che abbia Cencio una faccia di olio santo? E per questa volta tu l'ungerai proprio all'agonia, come raccomanda l'apostolo santo Iacopo, — la Estrema Unzione non si dovrebbe replicare una seconda volta, — ciò sta contro le regole. — Ecco i Dieci. — Ben vengano i magnifici signori Dieci. — In che e dove posso spendere l'opera mia? Cencio, porgete sgabelli. — State a vostro agio, come a casa vostra. Ci avanza ancora qualche poco di vino; vorreste saggiarne? — Vino d'assedio... ma vi do quello che ho, e di cuore...»

E tutte queste parole erano profferite con procacia e petulanza tali da movere a sdegno i più mansueti.

I Dieci però o non si sdegnarono o molto bene dissimularono l'ira concetta; onde mansueti risposero:

«Gran mercè, signor capitano generale, — noi ci staremo in piedi; la urgenza del caso è tale che non concede la perdita di un momento di tempo.»

«Orsù dunque dite: io tutto orecchie vi ascolto.»

«Malatesta, — voi siete cristiano, e vi supplichiamo per Dio; — voi siete soldato, e vi supplichiamo per l'onor vostro; — voi siete padre, e per l'amore dei vostri figliuoli vi scongiuriamo a prendere pietà del nostro infelice paese. Voi lo sapete, Orange è morto, — morto pur anche il valoroso Ferruccio; — il nostro esercito rimase rotto, ma la vittoria del nemico si assomiglia alla sconfitta; possiamo anche vincere, conduceteci all'assalto del campo, — noi confidiamo sia per riuscirci agevole opprimerlo; — vuoto dei migliori soldati, sbigottito, diviso di voglie, forse mai come ora ci stette in pugno la vittoria. L'ordinanza della milizia ad alta voce domanda mescolarsi col nemico.»

«Ordinanza! Poveri folli! Ma che? credete voi che ordinare una battaglia, esercitare il mestiere del soldato sia come cimare panni, tignere sete e sedersi in banco a dare a prestanza sul pegno al venti per cento d'interesse? Chi vi ha contato tante novelle? Così foss'io sano, com'è Orange! — Così...»

«Signor Malatesta, noi ne abbiamo sicurissimo ragguaglio.»

«Ed io vi dico che vi hanno ingannato. Voi non avete più speranza di vincere, e credetelo a me, che sono uomo di guerra: abbandonatevi nelle mie braccia; sutor ne ultra crepidam, — a voi i negozi, la spada a me. — L'ordinanza!... Voi avreste fatto un gran bene a lasciare cotesta gioventù ai suoi fondachi, che le bisogne sarieno state assai meglio amministrate...»

«L'ordinanza, messere...»

«L'ordinanza, messeri, ha fatto più male che bene, e adesso non potrebbe fare più nulla. Sentite, io vi amo, e perchè vi amo vi consiglio ad accordare: — ho già consultato don Ferrante... voleva dire il principe Orange, e promette buoni patti...»

«Chi ve ne dava la commissione?...»

«Me la sono tolta da me; io faccio la cosa utile, mi vesto da gestore di negozi, come dicono i giureconsulti... appunto perchè sono cristiano e temo Dio, voglio risparmiare la effusione del sangue e conseguire con parole di pace quello che ormai non potreste ottenere con la guerra; appunto perchè intendo l'onore, mi piace guadagnarmi la fama che nasce da salvare una città nobilissima, qual'è questa vostra; pur troppo accolgo viscere di padre, e come padre sento qual debito avrei presso gli uomini e presso Dio, se compiacendo ad alcuni Piagnoni io lasciassi andare a fuoco tanti magnifici ostelli, a sangue tanti incliti cittadini; se nulla mi premesse il decoro di tante vergini e di tante gentildonne. Io dunque ho già convenuto su i patti meglio importanti con don..., col principe di Orange...»

«Chi ve ne conferiva il mandato?»

«Continuerete voi ingrati a maledire la luce che v'illumina? Già comincia a pesarmi questa diuturna pazienza. Credete voi che ignori le vostre vociferazioni? Forse io non so che mi andate vituperando come traditore? Non conosco io che voi, in premio dei patiti travagli in pro vostro, mi torreste la testa? E non pertanto dissimulo e perdono come Cristo perdonò, e ai vostri vantaggi mi affatico dicendo, com'egli disse: io li perdono, perchè non sanno quello che si fanno. — Certo i posteri quando apprenderanno questa mia longanimità mi estimeranno codardo; avrei dovuto abbandonarvi, lasciarvi in balia del nemico, ma non me lo concede la mia natura. Io restringo molte cose in una: speranze non ve ne rimangono, io accorderò per voi; e se ostinati volete ad ogni modo combattere, datemi licenza di ricondurmi alle mie case..., dove forse mi attende la morte a cagione dell'ira del pontefice ch'io mi sono provocato contro per voi..»

«Voi dunque non volete combattere?»

«Non voglio condurre a perdizione la vostra patria...»

«E desiderate la licenza...»

«La licenza! Portatemela e vedrete.»

«Malatesta, l'avrete.»

E crucciosi abbandonarono le case di lui. Allora Cencio, volgendosi al Baglioni, favellò:

«Voi siete il libro della Sibilla: e se vengono con la licenza?»

«Non verranno.»

«Ma se venissero?»

«Al papa certa volta prese talento di scomunicare non so quale dei Visconti e gli mandò ambasciatori: questi lo incontrarono sopra un ponte del naviglio grande e gli esposero la scomunica. Udita ch'ebbe leggere la sentenza il Visconti, Messeri, disse agli ambasciatori, ora vi conviene o bevere, gittati capovolti dal ponte, l'acqua del canale, o mangiare cotesta condanna. Scelsero mangiare, e ben per loro, che avevano denti buoni e stomaco migliore, perchè il Visconti quinci non si rimosse, finchè non ebbero trangugiato l'ultimo pezzo di carta pecora, e l'ultimo frammento di piombo del suggello sub annulo piscatoris. — Mi manca l'acqua: pur tanto è alta questa magione da fare preferire il pasto della licenza al volo dalle finestre.»

Nelle insolite commozioni dell'animo di gioja o di dolore, gli uomini abbisognano mescolarsi tra loro; quindi vedevi al palazzo della Signoria un brulichío di persone, un andare e un venire, un domandare l'un l'altro; se non che scomposta appariva cotesta frequenza, paurosi i moti, inquieti i sembianti, nè v'era mestieri di lungo esame per conoscere che per questa volta l'afflizione raccoglieva la gente; il passo stesso accenna la passione dell'uomo che cammina; rimossa ogni luce, io credo che di leggieri possa indovinarsi s'egli muova ad un festino, o piuttosto ad un mortorio.

Furono per bene due volte udite le parole del Malatesta, e mentre tra il fremito universale tentava alcuno dei Signori proporre cosa che fosse buona, ecco apparire Cencio Guercio, il quale, pretermessa la debita reverenza, entrò nella sala del supremo magistrato della Repubblica, non altramente che fosse una taverna, e gittò sulla tavola un manifesto, che fu il terzo firmato da Malatesta e dal Colonna, nel quale in sostanza si replicavano con più diffuse parole i medesimi concetti.

Cencio, reso insolente dai casi, credendo ormai potergli essere lecito qualunque malefizio, alla indignazione suscitata da cotesta lettura aggiunse nuova esca, adoperando siffatto linguaggio:

«O mercadanti, sbrigatevi via: non vi par egli di avere fatto aspettare assai messer papa e messere lo imperatore, principi e baroni, di cui uno solo val meglio di tutti voi altri? I granchi mangeranno le balene? Avete per questa volta conchiuso un tristo negozio; — più che aspettate, e meno costate; — io, con buon rispetto parlando, dalla lana in fuori non darei di voi altri Signori due lire di piccioli; — la vostra testa è un'aia, — volendo ci metteremo fieno, — ma per cervello, ah! ci si potrebbe trarre d'arme da mattina a sera... Orsù via, sbrigatevi, tornate alle faccende, le botteghe vostre vi attendono; anche lì potete fare la guerra..., col braccio corto... e la menzogna lunga, alle borse degli avventori.»

Dante da Castiglione e Lionardo Bartolini si mossero concitati e levarono le mani per metterle addosso all'insolente soldato, ma al Gonfaloniere sembrando che ciò non sarebbe avvenuto senza notabile scapito della reputazione del governo, ordinò si rimanessero, e aggiunse:

«Costui certo è pazzo od ebbro: così essendo, non ci facciamo micidiali del suo sangue, quantunque l'oltraggio, per la parte del Malatesta, diventerebbe maggiore.».

«Venga il medico e il carnefice», ripresero varie voci, «ed il cagnotto vada all'ospedale o al supplizio.»

«Sentite, Signori», favella Cencio, ma sbaldanzito non poco e pur continuando nella sua procace natura, «se mi mandate all'inferno, vi scoperò le stanze...»

«Mazzieri», gridò Raffaello Girolami, «cacciate questo ebbro dal palazzo.»

E i mazzieri accorsero, e Cencio suo malgrado, spinto fuori di stanza in stanza, senza potere più oltre articolare parola, si trovò, quasi prima di accorgersene, cacciato in mezzo di piazza.

Il gonfaloniere Girolami in tanta urgenza di casi domandava consiglio; Dante da Castiglione, consultatosi prima con Francesco Carduccio, con Domenico Simoni ed altri della sua fazione, animosamente disse:

«I partiti audaci, siccome sempre dimostrano spirito sicuro, essere ancora il più delle volte favoriti dalla fortuna; per tanto consigliare l'arresto del traditore Baglioni; si adunassero di quieto le bande della milizia, stesse il Gonfaloniere in pronto a condurlo, si mandasse un uomo fidato al Monte per guadagnare in ogni maniera il signore Stefano, poi si scendesse con mille circa soldati, e si circondasse la casa Bini: preso Malatesta, con breve processo si condannasse nel capo, come i maggiori loro avevano adoperato con Giovampagolo Vitelli al tempo della guerra di Pisa, poi si rimettessero in tutto nelle braccia della fortuna sortendo a combattere, e così vincere, ovvero insieme con la vita perdere il tutto, determinando che quelli i quali rimarranno a custodia delle porte e dei ripari, se per caso avverso la gente della città fosse rotta, abbiano con le mani loro subito a uccidere le donne ed i figliuoli, e porre fuoco alle case, e poi uscire alla stessa fortuna degli altri, acciocchè, distrutta la città, non vi resti se non la memoria della grandezza degli animi di quella, e che sieno d'immortale esempio a coloro che sono nati liberi e desiderano vivere liberamente[349].»

Questi consigli estremi, comecchè accolti con molto favore, non sortirono effetto, sia perchè, secondo alcuni scrivono, il Gonfaloniere rifiutasse uscire armato, sia piuttosto, come sembra più vero, che Donato Giannotti, segretario delle tratte, spedito al signore Stefano, non giungesse a persuaderlo. Per il qual fatto, se il Malatesta si guadagnò fama di traditore operando contro la patria, il Colonna se la meritò per essersi astenuto dall'operare. E di questa sua mancanza parte fu colpa l'astio ch'egli conservava pur vivo della preferenza data a Malatesta nel capitanato generale della Repubblica, parte all'invidia della gloria del Ferruccio, il quale in breve tempo era giunto ad oscurare le vecchie reputazioni; e finalmente più che ad altro vuolsi attribuire all'ordine espresso mandatogli da Francesco I di Francia, col quale s'ingiungeva partirsi dagli stipendi di Firenze quando prima, senza scapito del suo onore, il potesse.

Riuscito questo provvedimento invano, Francesco Carduccio, sebbene scorgesse la perdita della Repubblica ormai sicura, non perciò abbandonava il timone, continuando a lottare contro la fortuna, che ad ogni istante diventava più burrascosa. Egli dunque propose, poichè Zanobi Bartolini di commessario della Repubblica era diventato consigliere del Malatesta, Tomaso Soderini e Antonio Giugni andavano navigando per perduti, i quattro commessari si cassassero, ed altri più fedeli e più acconci ai tempi presenti si sostituissero. La quale proposizione venendo accolta con molto favore, in luogo dei tre mentovati elessero Luigi Soderini, Francesco Zati, Francesco Carduccio, e per quarto Andreuolo Niccolini confermarono.

Un altro provvedimento notabile e del pari promosso dal Carduccio, il quale, preso in tempi opportuni, non è da dubitarsi che avrebbe la salute della Repubblica partorito, fu questo. A ciascheduno dei settantadue capitani stipendiati confermarono la provvisione loro vita naturale durante, ancora in tempo di pace e militando ai servizi altrui, purchè non fosse contro alla Repubblica. Comecchè simile liberalità con animo grato accogliessero i capitani, i quali nell'udirla pubblicare presi da entusiasmo giurarono di nuovo difendere fino all'estremo Firenze, tuttavolta non ebbe tempo di mettere radice, e la procella dei casi sorvegnenti ne disperse, per così dire, il seme appena gittato.

Restava il danno a riparare peggiore, voglio dire il Malatesta. Francesco Carduccio esponendo per la parte dei Piagnoni, sosteneva la proposta di Dante non doversi mutare per la sostanza in nulla, soltanto andare sottoposta ad alcune modificazioni rispetto all'eseguimento per il mancato sussidio del signore Stefano Colonna; si adunasse pertanto la milizia, il palazzo del Baglione s'investisse, lui al meritato supplizio si strascinasse. Alla quale sentenza la maggior parte degli adunati, in cui assai più della speranza preponderava la paura, obiettavano immane cosa essere non pure tra popolo civile, ma eziandio presso quelli che fama hanno ed ingegno di barbari, la sorpresa armata, il violato domicilio, la strage nei moti delle scomposte passioni; potersi molto bene provvedere a tutto accommiatando Malatesta, il quale volentieri avrebbe aderito a siffatto provvedimento, imperciocchè egli medesimo aveva chiesto licenza. Dall'altra parte il Carduccio, insistendo sempre nei suoi primi raziocinii, aggiungeva: quel domandare congedo essere nel Malatesta mera apparenza, chiederlo non dato, dato poi lo ricuserebbe, e il vedrebbero; non parergli uomo il Baglione da lasciare la vendemmia quando i grappoli stavano nel tino; la milizia, pronta e vogliosa adesso, forse tra mezz'ora rifiuterebbe adunarsi; fugace l'occasione e irrevocabile; pensassero andarne grossa posta, la libertà della patria, forse anche la vita.

Orò con grande eloquenza il Carduccio, e se non avesse avuto per contradittore la paura, che, rubata la maschera alla prudenza sotto il velame della temperanza sempre e poi sempre nasconde la eterna viltà, non è a dubitarsi avrebbe prevalso il suo consiglio; statuirono invece concedere licenza al Malatesta, che in termini quanto bugiardi altrettanto magnifici compilarono amplissima e codardissima. Compilata che fu, intesero affidarla al Carduccio, onde in compagnia di altro commessario gliela recasse; ma egli da quell'uomo astuto che era, presago ormai del futuro, si cansava fuori della sala, aprendo l'animo suo al Castiglione con questo proverbio fiorentino:

«Chi ha il lupo per compare, porti il cane sotto il mantello; — e questi stati mi manderebbero a lui con la pecora.»

Allora la Signoria ne commise lo incarico a Francesco Zati ed a Andreuolo Niccolini, i quali, comecchè a malincuore, andarono vestiti in abito magistrale, montati sopra due bellissime mule, preceduti da due mazzieri del comune e seguitati dal notaro ser Paolo da Cutignano, affinchè rendesse pubblica testimonianza del fatto.

Pervenuti al palazzo del Bini, assai facilmente ottennero l'ingresso, se non che, appena entrati, vennero loro dietro chiuse le porte, e si trovarono in mezzo ad una frotta licenziosa di soldati. Dopo un attender lungo, durante il quale ebbero a soffrire gli ammicchi, i sorrisi beffardi e le minacce mezzo susurrate dei cagnotti del Malatesta, scese il comando che proseguissero. Andarono con miglior volto che animo, tanto più che salendo le scale si accorsero siccome avessero trattenuto dal seguitarli il notaio e i mazzieri.

Nel porre il piede nelle prime sale occorse loro una quantità di giovani nobili, i quali, ormai apertamente ribellati alla patria, tenevano pel Malatesta. I commessari e i giovani abbassarono gli sguardi, i primi per l'amarezza che sentivano del misero stato a cui si trovava ridotta la patria, gli altri per rimorso di tale un'azione intorno alla quale si sforzavano invano acquietare la coscienza col dire che tornava in vantaggio manifesto del proprio paese.

La stanza del Baglione era ingombra di gente. Cencio, prossimo al suo orecchio, gli versava nell'anima il fiele concepito pel severo rabbuffo e pel pericolo sofferto poco anzi dalla Signoria. Biagio Stella, Margutte da Perugia, Pasquino Côrso ed altri più assai fidati di lui davano delle giravolte intorno ai commessari investigando sottilmente se sotto le vesti portassero armi da offendere e porgendo attentissimi gli occhi alle mani. Quivi pure incontrarono Zanobi Bartolini, il quale, ormai strascinato dagli eventi e costretto (come per ordinario avviene a cui si mette sopra mal pendío) a fare più di quello che si era da prima proposto, non pensava essere sicuro, se non se nella casa del traditore della patria; e Ormanozzo Dati e Alamanno dei Pazzi con altri molti di quei giovani che furono dei primi nel ventisette a prendere le armi contro i Medici e a trascorrere in atti disordinati, come sfregiarne gli stemmi, arderli in simulacro, rimoverne le statue dalle chiese, incendiarne le case.

Malatesta se ne sta seduto in fondo della stanza sopra un lettuccio, attrappito nelle membra, con occhi viperini, di sembianze più gialle, più triste del solito, che in quel giorno un fiero dolore nelle ossa aggiungeva infinita malignità alla naturale scelleratezza della sua indole. All'apparire improvviso che fecero i commissari, un tremito gl'invase la persona, però che ebbe a prorompere in un acerbissimo ahi! — ma subito dopo, vedendo come nessuno gli seguitasse, si assicurò, cupo aspettando e silenzioso che profferissero parola.

Andreuolo Niccolini gli si accosta con atti ossequiosi, e la favella componendo al suono più dolce che per lui si potesse,

«Magnifico signore Malatesta Baglioni», incomincia cavandosi dal seno la carta della licenza e presentandogliela con bel garbo, «gli eccelsi Signori, i venerabili Collegi, il consiglio degli Ottanta e Pratica, considerando gli alti meriti vostri e il valore e la fede con la quale avete saputo difendere fin qui la nostra patria da due potentissimi eserciti, con acerbità inestimabile di animo si piegano a darvi quella che con tanta istanza domandate vostra licenza; — però i meriti vostri appunto e le infermità che vi affliggono, li consigliano ad essere discreti e non volere...»

A questa parte del discorso di messere Andreuolo, Malatesta, gittato l'argine della bestiale sua ira, strappa fremendo dalle mani di lui la licenza, la mette in brani e poi urla con ingegno plebeo:

«Figli di malvage femmine! — La licenza a me? Mi avete voi tolto per un corpo fradicio da mandarsi alla Sardigna[350]? — Io vi so dire che vivo e penso e opero, e ve ne accorgerete ben voi. — Traditori!... scellerati!... voi mi vorreste con coteste vostre parolone lunghe un miglio cacciare via per governare le cose a vostro senno. — V'ingannate a partito; ho giurato salvare Fiorenza, e la salverò in dispetto dei tristi; e tu, iniquo ambasciatore di una sinagoga di farisei, prendi la mercede che si conviene al tuo inverecondo ministero...»

Prima che il mal giunto Andreuolo se ne potesse accorgere, Malatesta, cacciato fuori un pugnale, gli tirò presto tre colpi, di cui uno solo avrebbe certamente apportata la morte al Niccolino, dove la infermità non gli avesse tenuto in quel giorno più che negli altri attrappite le braccia. Tuttavolta Andreuolo, tra lo stupore e lo spavento, non sapeva muover passo o sciogliere la lingua; sicchè il Baglione, nonostante storpio com'era, lo avrebbe finito, se Alamanno e Zanobi, forse tardi scorgendo l'inganno, non accorrevano a levarglielo di sotto.

Francesco Zati, pensando sovrastargli il suo ultimo giorno, caduto ai piedi del Malatesta, lo scongiurava a salvargli la vita; ed egli sdegnoso gli rispondeva:

«Va al diavolo! — io non voleva te, ma quel tristaccio del Carduccio[351].»

Intanto nel palazzo si era levato rumore grande. I soldati, le barbarie del capo superando, gittatosi in folla sopra al mazziere e al notaro, li percuotono turpemente, tolgono loro il danaro e perfino le vesti di dosso, le mazze di argento involano, le mule dei commessari non rispettano meglio: che più? Gli stessi commessari, quantunque difesi dai giovani fiorentini, non andarono illesi dalla rapacia e dalla brutalità di costoro; toccarono percosse da vicino e da lontano, a brani a brani furono loro strappate le cappe di dosso, e non senza sforzi gagliardi poterono uscire salvi dalle mani di quei masnadieri.

Pervenuto l'osceno fatto a notizia della Signoria, commossa da immensa passione, delibera adesse per isdegno praticare il partito che avrebbe dovuto mettere in opera dianzi con prudenza ed auspicii migliori: per la qual cosa comandò si adunassero subitamente in piazza tutti i gonfaloni armati e pronti a combattere; ed avendo udito come quattrocento giovani fiorentini, sprezzata la religione del giuramento, raccolti sopra la piazza di Santo Spirito si fossero dichiarati che in caso di contesa avrebbero sostenute le parti del Malatesta, come quello che nella rovina della patria gli assicurava di oneste condizioni, mandò alla volta loro Dante da Castiglione e Bernardo da Verazzano, onde si affaticassero a ritrarli dall'esiziale proponimento. Andarono, il primo pur sempre fidente di sovvenire la patria moribonda, l'altro sfiduciato dell'esito, ma pronto in qualsivoglia ventura a soddisfare il suo debito di cittadino, — con diverso concetto egregi spiriti entrambi.

Pur troppo la migliore gioventù del paese, uscita dal più inclito sangue, stava sopra la piazza di Santo Spirito accolta ai danni della patria, non però baldanzosa, ma dimessa in vista, mesta e pensosa più di altrui che di sè stessa; alcuni favellavano a mezza voce, — non era la speranza argomento dei loro colloqui, — con sofismi intendevano assicurarsi dei sinistri presagi; altri, ragunati a capannelli, non ardivano guardarsi in faccia e non aprivano labbro; un'aria greve sembrava che ingombrasse celesta piazza. Quasi brulichio di vermi sopra il cadavere di generoso animale, tu vedevi agitarsi per quella gente una mano di codardi, parte dei quali, lodatori esagerati della libertà pur dianzi, ora con vituperii di ogni maniera la laceravano, i Medici celebravano, i beneficii loro levavano a cielo; a sentirli, stava per rinnovarsi l'età dell'oro, l'Arno avrebbe menato miele, il Mugnone latte; niuna quiete sperabile, se non se sotto ai Medici; avere i Medici mandati alla terra nella sua misericordia Dio. — Vili ed infami di cui la razza si mantiene viva anche a' dì nostri! piaga perenne con la quale la provvidenza volle contristata la stirpe umana! Susurroni famelici, in perpetuo abbaianti per un pane che gli sfami, senza badare se questo pane getti loro davanti un santo o il carnefice, senza neppure curare s'egli sia composto col frumento della rapina o con le lagrime degli oppressi, — se temprato nel sangue d'illustri cittadini: — e l'altra parte si affaccendava, mossa da invidia, da vendetta, da superba viltà, da stolida arroganza e dall'altra famiglia di truci passioni piovute sopra di noi come il fuoco del cielo sopra Gomorra. Tra questi più degli altri si sbraccia Bono Boni, dottore di leggi, e salta e strilla a guisa di gazza; non lo badava nessuno, ma egli provoca, rampogna ed anche minaccia, prosuntuoso per l'appoggio, — lo credereste? — del Morticino degli Antinori. Siffatta compagnia denotava l'ultimo grado di decadenza in questo sciagurato. Bono Boni lo tiene per le braccia e ride di tale un riso che aggrinzisce con infinite rughe tutta la pelle del suo volto dove sta scritto: forca a caratteri da speziale: certo così ride il demonio quando dopo i suoi perfidi avvolgimenti giunge a ghermire l'anima insidiata.

Maledizione e sventura! Talvolta sembra che la storia giustifichi le contumelie fulminate contro la gloria dagli infermi intelletti o dai maligni. I nomi dei generosi che si fecero compagni al Ferruccio nell'estremo tentativo di salvare la libertà della patria i ricordi del tempo non raccolsero interi, mentre all'opposto furono conservati i nomi di coloro che perfidi o traviati la impiagarono di ferita insanabile. Eravi Alamanno dei Pazzi, sangue degenere dei Pazzi, che congiuravano contro i Medici quando essi, deposta la lunga arte, si manifestarono tiranni alla ricisa; eranvi quattro dei Capponi, tralignati figli di tanta casa, i quali così illustre nome eredarono quasi peso che le forze loro non bastavano a sopportare; eravi...: ma la mente abborre l'ingrato ufficio, e la mano rifugge dal vergare cose nefande. O Memoria, quando ai lontani nepoti tramandi le geste degl'incliti avi, te meritamente salutarono i poeti genitrice delle muse; — ma quando narri la storia delle turpitudini antiche, io penso che dal tuo grembo traessero ben anco nascimento le Furie.

Il magnanimo Castiglione, percorso che ebbe col guardo la piazza di Santo Spirito, sentì mancarsi sotto le gambe, un freddo sudore gli si diffuse per la persona, ed accostandosi vacillante al Verrazzano gli disse:

«Bernardo, sostienmi...; mi cade l'anima e il coraggio; adesso conosco che la patria è perduta davvero.»

E il suo meno appassionato compagno rispondeva:

«Io lo sapeva anche prima; non pertanto proviamo.»

E Dante allora co' segni della più disperata desolazione, piangendo lacrime che lasciavano un vestigio ardente sopra le sue pallide guancie, — meglio che con le parole esprimendosi con singhiozzi, abbandonandosi nelle braccia di chi primo gli si parava davanti:

«Pazzi», diceva, «Capponi, Cavalcanti, — voi qui! Pazzi; adesso si fabbrica, non si distrugge un tiranno, — e voi qui, Capponi! — per Dio! non vi rammentate che i maggiori vostri con l'ingegno e col sangue difesero la Repubblica? — Cavalcanti... Baccio... unitevi a me... aspettate... io mi getterò a terra... calcatemi il corpo... servitevene come di bigoncia e tornate a recitare la bellissima vostra orazione composta in lode del vivere libero... io l'ho tutta a memoria... Se in parte vi fosse sfuggita di mente, io potrò suggerirvela intera... Ma che il mondo è sconvolto? Capponi, Pazzi e Cavalcanti promovitori e difensori dei Medici! Per certo si disfà la natura, ritornano le cose create alla pristina confusione. Quelli che narrano degli Abderitani, i quali per tre giorni durarono pazzi, non vuolsi ormai tenere più in conto di favola. Per Dio! vincete il veleno... quando risenserete vi starà davanti svenata la patria. Udite! la Signoria vi chiama... accorrete a sostenerla; — forse non è ancora tutto perduto, — forse può tuttora trovarsi via alcuna di salute... Se il gonfaloniere v'incresce, ci se ne andrà dal magistrato; se, non volendo, io vi offesi..., esulerò dalla patria... raggiungerò nel sepolcro i miei padri, — quanto vorrete faremo...:»

«No, Castiglione», risposero alquanti dei giovani, «la patria non può salvarsi intera; anzichè perdere tutto, noi ci affatichiamo a mantenere la libertà..., lasciamo l'addentellato per riprendere l'opera in giorni meno sinistri...»

«Ahi delusi! Quando non avrete più armi, chi vi manterrà la promessa? La mano disarmata se s'innalza verso il tiranno ad implorare cosa che non sia limosina, il carnefice la tronca: Per cui vi giureranno i Medici? — Su gli avelli dei padri? Essi hanno loro legato l'iniquo proponimento di assoggettare la patria. Sopra al capo dei figli? La lionessa educa i lioncelli alla preda; — essi crebbero nella vendetta, — le prime parole che proferirono le loro labbra infantili già non furono di padre o di madre; essi dissero al sangue: Tu sei mio padre, — e alla rapina: Tu sei la madre mia. — Vi giureranno sul Cristo? Chi, come Clemente, comprò la cattedra di san Pietro può bene anche ingannare, — può vendere Cristo. Sovvenite alla patria... o patria! o patria! Vedetela lacerata come la moglie del Levita...; e come della moglie del Levita furono mandati i brani alle tribù d'Israello, ecco io distribuisco tra voi le membra sanguinose della vostra Fiorenza. Le tribù, rammentatevi, vendicarono la donna trucidata... Nel nome santo di Dio, salvate la vostra genitrice che sta per essere manomessa...»

«Noi non possiamo.»

«Oh! come non potete? E chi vi contende morire? — Potè Leonida alle Termopili? E, più avventurosi di Leonida, poterono i Milanesi? Il barbaro ne distrusse la patria e ne seminò la nuda area di sale; ma la terra della libertà fece germogliare il seme infecondo: altre mura sorsero sopra le rovine, e Federigo le vide e non le superò... Venitemi appresso... da questo punto io vedo sopra la torre di San Miniato il gonfalone del comune svolgere il suo volume per l'aere sereno; — egli si compiace del bel cielo, — il cielo di lui, — entrambi trionfali; — venite, vedetelo; e' par che vi accenni, onde accorriate a difenderlo... vedetelo pure una volta e poi ditemi: Noi non possiamo!»

I meno inverecondi dei giovani non ardivano schiudere le labbra, — l'un l'altro mirava spiando nel volto del vicino la risposta da darsi. Allora i codardi, temendo le parole ardenti del Castiglione, proruppero in ischiamazzi plebei, col fango dell'anima loro pensarono contaminarlo dicendogli oscene ingiurie e contumelie di ogni maniera.

Boni Boni, curvandosi all'orecchio del Morticino, susurrava:

«E' farebbe mestieri cacciarlo via dalla piazza.»

«Certo che sì, — ma come?»

«Oh! non sapete che l'anima nostra fa più lungo cammino e più presto con una palla di piombo che non con sei mute di posta?»

Il Morticino declina l'archibuso, ne volge la bocca alla volta di Dante e accosta la corda accesa al focone; il colpo partiva[352].

Alamanno dei Pazzi con pronte mani strappa all'Antinori l'archibuso e, gittandoglielo a terra, così lo garrisce:

«E pârti poco quello che facciamo, onde tu vi aggiunga ancora il vanto di assassino?»

Però crebbero gli urli, e con gli urli furono lanciate pietre contro il Castiglione, il quale, conserte le braccia sul petto, sostenne l'infame oltraggio senza piegare il collo, senza stringere le ciglia; e comecchè i sassi in più parti gli rompessero la persona, i suoi labbri non si mossero ad accento che denotasse ira o dolore.

Poi all'improvviso scosse la testa ed esclamò:

«Uccidetemi, ma ascoltatemi.»

E si mescolò tra' suoi percuotitori, e quale abbraccia, qual bacia e quale strascina, pure pregando che vogliano affrettarsi in aiuto della patria.

Perchè si arresta il magnanimo? Per qual cagione alla intensa alacrità successe tanto stupida quiete? Forse gli si scoppiò il cuore e non sostenne la vista della rovina della patria?

Come Cesare, quando tra i congiurati contro la sua vita riconobbe Bruto, si avviluppò col manto la testa e ad altro non pensò che a morire dignitosamente, Dante, avendo ravvisato tra i ribelli della Repubblica il suo fratello Giovambattista, pievano di Santo Appiano, non potè proferire altre parole se non queste:

«Anche tu, Giambattista!...»

E con le mani si coperse la faccia; — ogni vigore rimase in lui affatto spento, — non vide nè senti più nulla, — stette come uomo morto. — E poichè Bernardo da Verazzano si accorse che i tristi, imbaldanziti del silenzio di lui, erano per rinnovargli qualche mal tratto, lo trasse via con dolce violenza da quel luogo; ed ei lasciò condursi immemore, a guisa di fanciullo, chiuso in tale una angoscia che non gli concedeva nè un pensiero nè una lacrima nè un atto di furore disperato.

Giunto presso al ponte Santa Trinita, incontra messere Bernardo da Castiglione, il quale, tutto smanioso, volgendo i passi alla volta di lui, da lontano gli grida:

«Sálvati, Dante, la patria è perduta.»

«Mente chi lo dice!» urla Dante, e gli occhi dilata orribilmente, il volto pel subito moto gli diventa pavonazzo, e dalle ferite torna a sgorgargli vivido il sangue.

«Ahi! mentissi davvero! — fosse quanto vidi ed udii un mal sogno!... Ma ascolta, figliuol mio: dei gonfaloni chiamati la metà appena si adunò su la piazza; dei mercenari, tranne i Guasconi, nessuno. Il gonfaloniere gridava senza posarsi: Arme, arme, a me il corsaletto e il cavallo... — All'improvviso allibbisce e tace, e seco gli altri, che una nuova giunge disperante in palazzo: Malatesta avere fatto impeto alla porta di San Pietro Gattolino, dispersa la guardia, cacciato l'Altoviti che vi stava a capitano, rotte le imposte, intromesso il nemico; le artiglierie, a lui affidate in difesa della città, averle volte ai nostri danni e minacciare ridurre i nobili palazzi, l'egregie basiliche in un mucchio di cenere: stanziare insieme con lui Baccio Valori e don Ferrante Gonzaga. In tanta confusione di eventi, in così grande imminenza di pericolo non avere potuto la Signoria o saputo abbracciare partito altro migliore che quello di rendere a Malatesta il bastone e al Bartolino il commessariato; atto primo della ricuperata autorità di ambedue questi tristi essere stato disfare la Signoria, convocare gli Ottanta ed eleggere quattro cittadini, Bardo Altoviti, Iacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pierfrancesco Portinari, per fermare la capitolazione...»

«E non vi basta? — E vi par poco, Bernardo?» interruppe Dante, e poi con maligna intenzione soggiunse: «Ora in rimerito delle mille pugnalate abbiatevi questa una. Voi, che andavate tanto superbo della vostra stirpe, — voi che affermavate da memoria di uomini incontaminato il candido manto dei vostri cani[353], Bernardo, andato a casa, ardete le immagini dei padri, ardete gli stemmi, me, voi, tutti i Castiglioni e i nostri palagi sopra essi, imperciocchè la nostra schiatta siasi avvilita per sempre; — colà, — su la piazza di Santo Spirito, Giovambattista dei Castiglioni patteggia co' traditori ai danni della patria....» Il vecchio vacillò, come se forte lo percotessero sul capo, si appoggiò alla parete; dopo lungo tempo con labbra tremanti riprese: «È prete.» — E di lui non disse altro; stette di nuovo taciturno, quindi incominciò;

«Dante, tu sai se io abbia avuto viscere di padre per te; — tu sai se anche potendo io vorrei consigliarti una viltà: — la fortuna prevale: — sálvati, — consérvati a tempi meno tristi..., aspetta che il popolo torni a svegliarsi.»

«No, l'uomo stanco s'addormenta e la mattina si sveglia più gagliardo di prima, ma i popoli dormono un sonno di morte eterna; — io rinnego la speranza, come renunzio alla vita.»

«Oh! non dirlo», favella il vecchio, «non dirlo», e la mano gli pone sollecita sopra la bocca, «non dirlo, figliuol mio; queste sono bestemmie che accendono l'ira di Dio: ciò che il popolo veracemente vuole, quello anche può; — tu sei giovane assai, ma pur devi sapere che tre volte in novantaquattro anni fu cacciata di Fiorenza la casa dei Medici, e due di queste, si può dire, ai tuoi tempi, nel quattrocento novantaquattro ed ora nel ventisette...: perchè non sarebbero cacciati la quarta e per sempre?»

«E quando?»

«Quando i loro peccati diventeranno maggiori dei nostri[354]; e sarà in breve, perchè agevole è agli oppressori dei popoli passare il segno dell'ira di Dio.»

«Andiamo dunque.»

«Io rimango....»

«Avrebbe il vecchio più sangue del giovane?»

«No: appunto perchè ne ho meno, rimango; impaccio ti sarei nella fuga, carico nell'esilio, e i miei anni sono tanti che dipartirmi dalla patria a me null'altro frutterebbe tranne sepoltura straniera.»

«Che cosa direbbero i posteri di me, se, il paese natale abbandonando, io non portassi meco i miei parenti e i penati?»

«Il nostro Dio dovunque vive...»

«E voi?»

«Io vivrò, spero: vergogneranno forse insanguinare i miei capelli canuti; e per le altre persecuzioni, — io le sfido, — dacchè alla età mia ben possono arrecarmi gravi mali, non lunghi.»

«Ahimè! ahimè! Io vedo gittare nei nostri avelli prima la vostra testa, poi il busto...»

«Allora ti lascerò il legato di David[355], — la vendetta.»

«Tristo il figliuolo che altro non sa che vendicare la morte paterna! Il mondo mi maledirebbe infame.»

«Il mondo ti dirà grande; dirà che ogni affetto spogliasti per consacrarti tutto alla patria; — dirà che, per vivere intera una vita di odio e di persecuzioni contro ai tiranni, all'amore di patria aggiungesti la rabbia della vendetta; dirà che in tanta fiacchezza di animi non dubitasti lasciarti dietro a pericolare un caro capo, onde gli estremi aneliti del viver suo impiegasse a favore della patria. Voi piante orgogliose abbatterà la tirannide, noi lascerà mezzo morte e caduche; — in voi troppo alto freme lo sdegno onde sappiate dissimulare; — voi avete il dorso d'acciaio e non potete curvarvi, ma noi c'infingeremo vili e lusinghieri, gli assopiremo con dolci parole, gli ricingeremo di una rete invisibile, — con l'arte noi appianeremo la via al vostro ferro...»

In questo mentre sopraggiunsero Giovambattista Gondi, Cardinale Rucellai, Giovacchino Guasconi, Antonio Berardi, Lionardo Bartolini e Braccio Guicciardini e Marco Strozzi e il Busini ed altri più assai, dilettissimi amici del Castiglione, i quali tutti ormai disperati della salute della patria cercavano di mettersi in salvo; ed insieme gli si posero attorno e lo scongiurarono ad essere loro capo e compagno; senza di lui non sarebbero partiti; se egli rimaneva, ed essi rimanevano, e sopra il suo capo sarebbe ricaduta la morte di tutti; lo taccerebbero di codardia, se si lasciasse andare alla disperazione; presto gli imperiali sgombrerebbero dall'Italia, Clemente prossimo a morire, — allora chi difenderebbe i Medici? Ma ed allora chi anche gli offenderebbe, se essi non vivessero più? Andasse, si affrettasse; il signore Stefano avrebbe loro fatto spalla a fuggire; — ogni indugio mortale.

Aggirato, confuso, andò il Castiglione o piuttosto lasciò condursi, chiuso nel suo dolore, con le braccia incrociate sul petto, a viso chino, e pervenuto alla porta San Nicolò, levò gli occhi, la guardò una ed altra volta sospirando; — quindi chiamatosi dappresso Bernardo gli domandava:

«Bernardo, pel sangue di Cristo, ditemi il vero: dov'è Michelangiolo?»

«In salvo.»

«E il Carduccio?»

«Non si è più visto, e lo crediamo salvato...»

«Gran mercè. Ora sul limitare della porta io scuoto dal mio calzare una terra maledetta, — la terra della mia patria, perchè sta per produrre il frutto della tirannide.»

Ma quel pietoso vecchio di Bernardo curvandosi a stento ne raccolse un pugno e tornò a cospargergliene i sandali dicendo:

«No, figliuolo mio, ella è terra di sventura. Negli amari passi dell'esilio due sole cose ti rimarranno della patria — la sua memoria nel cuore, — la sua polvere sul calzare, — e allora ti sarà cara anche questa, e penserai parte di lei ricoprire i tuoi padri, — i tuoi parenti — e forse anche me che ti amai tanto; — serbala, Dante mio; noi adoriamo reliquie meno sante di lei.»

Varcarono le porte, — si dilungarono alquanto; all'improvviso Dante volge la faccia alla patria che abbandonava, e vede Bernardo sopra la porta che gli manda un estremo saluto —; poi si chiusero le imposte, e non vide più nulla. Allora lo vinse un fiero proponimento; ratto trasse fuori il pugnale e puntandoselo ai petto esclamò:

«Nessuno potrà impedirmi di morire a mio senno.»

Se non che gli amici lo trattennero, con dolci parole lo raumiliarono, gli trassero il pugnale, nè glielo resero prima che con solenne giuramento si obbligasse a conservarsi la vita.

Come finì questo magnanimo? Sortirono, o no, i suoi disegni il loro adempimento? Morì per morte di sangue, o mancò col cuore roso dalla amarezza dell'esilio e dall'ansia della speranza delusa? La febbre del desiderio lo inaridiva, o piuttosto prima di spengersi sorrise pure una volta nel rivedere la patria? Non lo dirò. I casi e la morte di lui ben possono dare nobile argomento a nuovo poema; — lascio la messe intatta a cui voglia mettervi dentro la mano poderosa. Però chiunque non si sente l'anima grande davvero si vergogni di stendervela; — gli ultimi palpiti della libertà di un popolo sono santi quanto l'arca di Dio; Rammenti Oza[356]. Il dramma storico e il poema del popolo, simili all'arco di Ulisse, chiunque gli afferra e non gli curva, — uccidono.

Illustration from L'assedio di Firenze

... Sciarra, gli taglia la gola. Cap. XXIX, pag. 705.

La città era ridotta ai suoi termini estremi. I quattro ambasciatori testè rammentati condottisi al campo intendevano sopra i preliminari stabiliti a conchiudere la capitolazione. Ora cominciano a scoprirsi le insidie; Baccio Valori s'ingegna di escludere il patto principale, salva sempre la libertà; non mica che, quantunque stipulata, pensasse l'avrebbe mantenuta papa Clemente, ma perchè quando delle vergogne se ne può fare a meno, non è male risparmiarsele; e Pierfrancesco Portinari, lo vedendo stare così sul duro, non potè tanto trattenersi che non gli dicesse:

«Si penserebbe, a sentirvi, che voi siate, messere Baccio, nato in Fiandra o in Ispagna, non già che abbiate comune con noi la patria in Fiorenza. Dio faccia che non abbiate a pentirvi un giorno di avere sotterrato con le vostre mani la Repubblica!»

E Baccio, comecchè inverecondo, chinò la faccia: allora ad una voce gli altri ambasciatori esclamarono che quel patto si aveva a mantenere, che altramente non potevano convenire e avrebbero tolto piuttosto di andare a filo di spada. Baccio, premuroso del dominio della città, non si ostinò più oltre a quistionare di apparenze e lasciò correre i patti, i quali furono rogati da ser Martino, di messere Francesco Agrippa Cherico, e da ser Bernardo di messere Giovambattista Gamberelli, alla presenza di sette testimoni, che furono il conte Piermaria de' Rossi da San Secondo, il signore Alessandro Vitelli, il signore Giovambattista Savello, Marzio Colonna, Giovanni Andrea Castaldo e don Federigo di Uries maestro del campo imperiale. Don Ferrante Gonzaga e don Giovacchino de Ric, signore di Balanzona, stipularono per l'imperatore, Baccio Valori pel papa, e tutti tre si obbligarono in proprio nome di farli dai principali loro ratificare dentro il termine di due mesi.

I principali capitoli di questo accordo sono tre, che io copio parola per parola, onde rimangano in perpetua memoria della infamia di cui gli ruppe prima quasi che si fosse seccato l'inchiostro col quale erano scritti.

«I. La forma del governo abbia da ordinarsi e stabilirsi dalla Maestà Cesarea fra quattro mesi prossimi avvenire, intendendosi sempre che sia conservata la libertà.

III. La città sia obbligata a pagare l'esercito fino alla somma di ottantamila scudi, da quaranta a cinquanta contanti di presente, e il restante in tante promesse così della città come di fuori fra sei mesi, acciocchè sopra dette promesse si possa trovare il contante e levare l'esercito.

IX. Che nostro signore, suoi parenti, amici e servitori si scorderanno e perdoneranno e rimetteranno tutte le ingiurie in qualunque modo, e useranno con loro come buoni cittadini e fratelli, e Sua Santità mostrerà ogni affezione, pietà e clemenza verso la sua patria e cittadini».

Vedrete come i principi mantengano fede; — ma poichè anche modernamente lo vedemmo, e sempre invano, così questo racconto io pongo non già a modo di esempio di cui possiamo far senno, sibbene come fatto che narrando, le presenti storie, non mi è concesso di pretermettere.

Conchiusi appena i capitoli, ecco arrivare con gran fretta messere Giovanni di Luigi della Stufa, il quale, inteso degli ottantamila scudi, prese a turbarsi e dare in escandescenza e strillare e protestare non sarebbe mai per ratificarli il pontefice, chè dugentomila, non che sufficienti fidenti al bisogno gli sarebbero parsi pochi; e a queste aggiunse tante altre parole e così o disoneste o precaci o inconvenienti alla occasione che Baccio impazientito lo prese per le braccia e, trattolo da parte, lo garrì acremente:

«Messere, voi mi parete mandato a posta per mettere in iscompiglio tutta la bisogna; voi dovreste pure pensare che in Fiorenza noi non ci siamo ancora; — se tutte le sostanze dure fossero preziose, la vostra testa meriterebbe essere legata in oro e mandata in presente al soldano di Babilonia. — Se altro non imparaste nello studio a Pisa, fatevi tornare indietro il danaro della laurea, perchè in coscienza non possono ritenerlo. — Tacete, in vostra malora. — Lasciate che delle mura di Fiorenza me ne aprano quanto una cruna di ago, io poi vi farò entrare un cammello; — io bevo grosso come le balene.» E qui strettagli famigliarmente la punta della orecchia sinistra, aggiungeva: «O dove apprendeste, dottore, a impaurirvi tanto delle promesse? Promettere da quando in qua significa mantenere? Le chiavi della Chiesa aprono molto più arduo serrame che non è questo.» Con tali intenzioni stipulavansi patti nel nome santo di Dio. Dopo la conclusione dei capitoli terminò l'assedio, — non già le stragi, come tra poco vedremo, — nel quale rimasero uccisi da venticinquemila uomini per ambedue le parti, di cui circa i due terzi appartennero ai nemici, senza però contare quelli che nel contado per fame, per peste e per ferro morirono, i quali sommarono a numero infinito. I danni patiti, non dirò da ogni terra o castello, ma quasi da ogni casa più volte saccheggiata, non sono tali che possano significarsi con parole: allora, come ai nostri giorni, lo straniero non fece grazia neppure ai chiodi. La natura, oltremodo sotto il nostro cielo feconda, in poche stagioni ristorò i danni dei campi; nelle fabbriche e' durarono assai più lungo tempo, ed in alcune durano tuttavia.

Passati otto giorni dalla capitolazione, cioè ai venti di agosto, il commessario apostolico, Baccio Valori, svolgendo la trama, comunicato prima il disegno al Malatesta, manda i Côrsi in piazza coll'arme, fa prendere i canti, quindi ordina sonassero la Tonaia a parlamento. Accorsero al suono forse trecento, la più parte faziosi, il rimanente plebe corrotta col danaro. La Signoria, sforzata dai comandi, atterrita dalla presenza delle armi, scese in ringhiera, e messere Salvestro Aldobrandini domandò tre volte agli adunati:

«Piacevi che si creino dodici uomini i quali abbiano tanta balía soli quanta ne ha il popolo di Fiorenza tutto insieme?»

«Sì, sì, risposero; Palle, — Medici, — viva i Medici!»

Baccio, montato a cavallo, con accompagnatura degli aderenti dei Medici e di quanti speravano nel nuovo governo, andò alla Nunziata a ringraziare Dio! — Di strane cose, invero, ode sovente ringraziarsi Dio; brutta e consueta ipocrisia, la quale è da credersi che assai più l'offenda della manifesta empietà.

Qual fosse Firenze, perduta la libertà, con buona efficacia di concetti non meno che con vaghezza di lingua, racconta Benedetto Varchi al libro duodecimo delle sue Storie. Io rimanderei volentieri il lettore al suo volume, se questo storico, e per essere di soverchio prolisso e per lo stile che adopera, spesso intricato ed oscuro, non riuscisse a cui lo legga sazievole; difetti però che non devono in tutto ascriversi allo scrittore, ma piuttosto alla morte che lo colse prima per lui si emendassero e si disponessero acconciamente le Storie sue, dalle quali gliene sarebbe derivata non piccola fama. La pagina però che accenno va scevra di simili falli, ed io non so come si potrebbe, non che superare, arrivare.

«Ella era (il Varchi scrive) la città piena di tanta mestizia, di tale spavento e di siffatta confusione che a gran pena, non che scrivere, immaginare si potrebbe. I vincitori, fatti superbi, guardavano a traverso e svillaneggiavano i vinti. I vinti, per lo contrario, venuti dimessi, si rammaricavano tacitamente di Malatesta e, dubitando di quello che avvenne, non ardivano di alzare gli occhi, non che di contrastare ai vincitori; i giovani, avvedutisi tardi dell'error loro, non ci conoscendo riparo, stavano di malissima voglia; i vecchi, veggendosi in dubbio la vita e l'avere, e invano delle loro discordie e pazzie pentendosi, stavano di peggiore; i nobili si sdegnavano tra sè e si rodevano dentro di avere ad essere scherniti e vilipesi dalla infima plebe; la plebe, in estrema necessità di tutte le cose, non voleva non isfogarsi almeno con parole contro la nobiltà; i ricchi pensavano continuamente qual via potessero tenere per non perdere affatto la roba; i poveri dì e notte in che modo fare dovessero a non morire in tutto di fame; i cittadini erano grandemente disperati, perchè avevano speso e perduto assai; i contadini molto più, perchè non era rimaso loro cosa nessuna; i religiosi si vergognavano avere ingannato i secolari: i secolari si dolevano di avere creduto ai religiosi. Gli uomini erano diventati fuori di misura sospettosi e guardinghi, le donne oltremisura incredule e sfiduciate. Ciascuno finalmente col viso basso e con gli occhi spaventati pareva che fosse uscito fuori di sè stesso, e tutti universalmente pallidi e sgomentati temevano ognora di tutti i mali, e ciò non senza grandissime e gravissime cagioni.»

La mala belva caccia fuori gli ugnoli, la travaglia cupidissima la sete del sangue e dell'oro; cominciava dall'oro: ostava il patto, — ma guai al popolo che non ha tutela migliore di una carta scritta! Nè al principe dei farisei, come l'Alighieri chiama il papa, voglia mancava od ingegno di giudaizzare intorno alla lettera. La capitolazione dichiara non s'impongano nuove gravezze oltre gli ottantamila scudi, nessuno impedisca che i cittadini spontanei offrano somme maggiori e più proporzionate alla mole dei presenti bisogni. Fu pertanto ordinato ai Dodici di Balía decretassero di proprio moto un accolto, ed i Dodici, mercè la persuasione del capestro, consentirono liberamente, come i senatori romani ai decreti di Tiberio: — dopo il primo successe un secondo accatto, — e di lì in breve un terzo. Guai ai vinti!

Tutti questi trovati, siccome giovavano a riempire l'erario, poco o nulla avvantaggiavano le cupidigie degli aderenti dei Medici. Baccio Valori, argutissimo in siffatta specie di negozi, fece spargere ad arte il rumore che si avevano a mandare sessantaquattro ostaggi nel campo per l'osservanza dei patti stabiliti. I nomi dei più doviziosi si rammentavano. Questi, presaghi del futuro, si affaticavano a prevenire che li colpisse la disgrazia, si raccomandavano, promettevano di grossi beveraggi, amici vi adoperavano e parenti. Baccio, non mica ipocritamente nè col mezzo di terze persone, ma egli medesimo con aperta impudenza, imponeva il riscatto, riscoteva la pecunia, dava cedole d'immunità, rimandava la gente assicurata. I più zelanti alla repubblica erano primi a sottoporsi a questo infame mercato, confidando con la devozione nuova fare dimenticare le vecchie ingiurie, quasi, per non dir troppo, non fosse nato e cresciuto tra loro Nicolò Machiavello, quasi tra loro non avesse egli meditato e scritto intorno la natura, i costumi e lo ingegno del principe.

Zanobi Bartolini, ormai sgannato, trepidava per sè; e più del danno paventando assai lo scherno, se un giorno a lui avvenisse quello che accadde all'antico Busiride, prevenne il caso di doversi riscattare la vita da quel reggimento medesimo che aveva con le proprie mani fabbricato. Si condusse con questo scopo a complire Baccio Valori, e dopo le dimostrazioni di amicizia, che tra loro intervennero grandissime, Bartolini si offerse pronto ad accomodarlo di quattromila fiorini d'oro, offerta con tanto gran cuore accettata quanto con piccolo fatta. Bartolini onestò il riscatto col titolo d'imprestito, l'altro pensò a ritirare il danaro e non renderlo mai; nè forse ciò sarebbe del tutto bastato al Bartolino, come in appresso sarà manifesto.

La pecunia spremuta dai cittadini sommava a inestimabile quantità: ora forte incresceva di spenderla al papa; l'esercito o piuttosto quattro eserciti, cioè i Tedeschi, gli Spagnuoli e gl'Italiani che militavano per lui e la gente condotta agli stipendi della repubblica minacciavano divorarsela; deliberò serbarsene per sè quella parte che potesse maggiore, e affinchè chi legge conosca di che tiri sieno capaci i vicari di Gesù Cristo, non mi sarà grave raccontarne il come. Papa Clemente, chiamato a sè quel Pirro Stipicciano che di nemico gli si era fatto esecutore dei più riposti pensieri, epperò de' più scellerati, statuì la maniera, la quale fa questa. Alcuni soldati del signor Pirro dal medesimo aizzati uccisero due Spagnuoli, allegando che quelli delle bande loro avevano messo in pezzi due Italiani e poi gettati dentro ad un pozzo. Per il qual fatto essendosi levato il rumore grande, gli Spagnuoli si armarono per vendicare i compagni; se non che, frapponendosi i capitani in quel giorno, si acquetarono, nè ebbero altro seguito le cose. Il giorno appresso gl'Italiani, avuta prima la fede dei Tedeschi che non si sarebbero mossi, ingaggiarono una terribile battaglia con gli Spagnuoli, gridando: Italia! Italia! — Prevalse la virtù dei nostri, rimasero rotti gli Spagnuoli, e tuttavia incalzando gli avrebbero del tutto oppressi, se quel malefico Pirro, di concerto con don Ferrante, non avesse con inganno persuaso Tanusio, capitano dei Tedeschi, gl'Italiani del campo procedere d'accordo co' Fiorentini; rotti una volta gli Spagnuoli, sarebbero corsi addosso ai Tedeschi — avere giurato liberare Italia dai barbari. Il Tedesco, porgendo fede alla menzogna, provvido di sè e de' suoi, assalse gli Italiani quando meno se lo aspettavano. Gli Spagnuoli, che stanziavano a San Donato in Polverosa, guazzarono il fiume e si unirono con loro. Gli Spagnuoli dispersi, si accorgendo essere così efficacemente sostenuti, fecero testa e tornarono alla zuffa. Allora agl'Italiani non valse l'ardire. Percossi da ogni lato con forze di troppo superiori alle loro, ebbero a dare volta non senza avere prima rilevata una grande uccisione. Morirono da una parte e dall'altra meglio di ottocento[357] uomini, computati anche quelli i quali per conseguenza delle ferite rimasero spenti; tra essi capitani e gente di maggior conto non piccolo numero. Così papa Clemente venne a risparmiare ottocento paghe! E forse anche più, perchè gl'Italiani andarono dispersi e, non che pensare alle paghe, si tennero avventurosi di salvare la vita. Strana infelicità del nostro paese, o piuttosto insuperabile perfidia di papa Clemente, che qualunque consiglio gli suggeriva il demonio riusciva ad un tempo stesso funesto al genere umano ed esiziale alla Italia. Dovendo conseguire con la strage il risparmio del denaro, papa Clemente, invece di procurarla ai danni dei Tedeschi o degli Spagnuoli, la volle effettuata sopra coloro che la stessa sua patria avea nudrito, che il linguaggio medesimo di lui favellavano. Ma per altra parte è giusto che quale più pecca maggior pena paghi; e forse fu disegno della provvidenza che tale riscotessero premio cotesti snaturati Italiani.

Quasi si fosse instituita tra loro gara di tradimenti, e come se il cuore non consentisse al Malatesta di rimanere in questa parte a veruno secondo, considerando ormai che se di per sè stesso non si procurava la preda il papa gliel'avrebbe data tardi e poca, ordinò ai suoi soldati, pressochè tutti Côrsi e Perugini, a fingere di ammotinarsi: e così fecero; percorrendo le vie della città tra lo spavento della cittadinanza universale gridavano: Sacco! — sacco! — Trassero a furia sopra la piazza di Santa Croce. Malatesta, simulando turbamento per quel fatto, salito sopra il suo muletto, si affrettò a quietare il tumulto; ma giunto appena, gli ammotinati lo fecero prigioniero. Di tutta quella turpe commedia il fine fu, che Malatesta disse ai cittadini che, se volevano salvarsi dall'andare a fuoco e a sangue, bisognava pagare, e subito; diecimila ducati in contanti...

In questa maniera si adempiva ad uno dei patti della capitolazione poc'anzi riferiti, cioè che la città non fosse tenuta a sborsare oltre a scudi ottantamila, per le paghe dell'esercito. Almeno era sincero lo Stufa!

Rimane il sangue. Pierodoardo Giachinotti, commessario di Pisa, dove si era condotto con rarissima fede, ebbe ordine di consegnare la città a Luigi Guicciardini; ossequente al comando, improvvido della insidia, egli la consegnò al nuovo commessario, e questi, con lusinghevoli parole assicurandolo, licenziata prima la gente della repubblica, gli pose all'improvviso le mani addosso e, gittatolo in prigione, lo martoriò con crudelissimi tormenti. Già non adoperò costui la corda, l'eculeo e gli altri strazi per fargli confessare un delitto qualunque, imperciocchè egli troppo bene sapesse non essere colpa in lui, ma perchè togliendolo subito di vita non gli sembrasse troppo mite la morte: quando poi vide non avere parte del corpo dove non fosse piaga, gli fece mozzare la testa. A papa Clemente bastava che fosse spento; Luigi vi aggiunse di suo gli strazi, e ciò per la ragione, che, essendo stato partigiano del vivere libero il gonfaloniere della Repubblica, immaginò riacquistare fede presso i Medici ostentando ferocia. I rinnegati di ogni tempo si rassomigliano tutti. Clemente papa nel suo segreto esultava, chè a lui non sarebbe sembrato aver vinto, se non giungeva ad avvilire la umana natura e rompere quel vincolo di confidenza e di amore senza del quale le compagnie, le famiglie e le cittadinanze si scompongono. I suoi nemici distruggeva nei rami e nella radice.

Frate Benedetto da Foiano, udendo che cercavano di lui per farlo morire, non gli occorrendo partito altro migliore, si fidò ad un soldato perugino il quale promise di mettere in salvo lui e le sue robe, ma egli, che della natura del suo capitano partecipava pur troppo, tolte per sè le robe consegnò il miserando frate al Malatesta, e il Malatesta alla trista derrata del tradimento aggiungendo, come bene avverte uno storico, una pessima giunta, dopo averlo martoriato prima per conto suo, con le mani e coi piedi incatenati lo mandò a Roma. Papa Clemente ordinò lo carcerassero in Sant'Angiolo, e nel consegnarlo a Guido dei Medici, che v'era per castellano, fece avvertirlo ne avesse cura secondo i suoi meriti; badasse a questo, che la sua lingua gli aveva di più aspre trafitte inacerbito l'animo che non le picche degli altri suoi nemici. Guido, di facile natura, innamorato delle virtù del Foiano e pensando la sua molta dottrina potesse avvantaggiare la Chiesa in quei tempi calamitosi, molto più che gli aveva promesso, se Dio gli concedesse vita, volere scrivere un'opera dove coi passi della Scrittura intendeva confutare l'eresie luterane, ne prese buona cura e attese a provvederlo di quanto è al vivere necessario. Così procederono per non breve spazio di tempo le cose, finchè, udendo che il papa veniva a visitare il castello, fidando placare il suo sdegno, gli pose su la via il frate, il quale prosteso, col capo chino al pavimento, le mani composte a misericordia, lo supplicava pel sangue preziosissimo di Gesù Cristo a compartirgli il perdono. I piedi del papa pestarono la barba del frate, il volume delle sue vesti pontificali s'intricò alle membra di quello, ma egli continuò il suo cammino senza badarlo, senza pur fare sembiante di vederlo, senza movere parola di lui. Terminata la visita del castello, e pervenuto sopra la soglia della porta, sul punto di prendere commiato da Guido, accostandogli le labbra all'orecchio, gli susurrò:

«Benedetto da Foiano è passato a vita migliore: monsignor vescovo, di qui a cinque giorni voi gli direte o farete celebrare l'ufficio dei morti.»

«Mai no, Santità, riprese Guido, che il Foiano vive, ed io ve l'ho posto sul vostro cammino perchè lo vedeste e gli usaste misericordia...»

«Tacete; — io vi dico ch'è morto, — e voi procurate di celebrargli l'ufficio.»

E siccome il vescovo di Civita se ne stava a guisa di smemorato, papa Clemente scotendogli il braccio con giovanile gagliardia, replicò cupamente:

«Non intendi, stolto? — egli deve morire.»

Venne l'ora consueta in cui solevano apportare al Foiano il cibo e la bevanda, ma egli attese invano gli alimenti; — pensò se ne fossero dimenticati e si pose pazientemente ad aspettare. Intanto il digiuno si prolungava, e lo stimolo della fame cominciava a tormentarlo; — si affacciò alle ferrate guatando bramoso se gli occorresse anima viva; — alla fine vide un soldato e lo scongiurò andasse dal monsignor Guido ad avvisarlo che non gli avevano portato il pane e che si sentiva fame; il soldato scosse la testa e si allontanò silenzioso. — Dopo lungo tempo ne comparve un altro, ed egli, «Fratello, in carità, si pose a gridare, — porgimi un poco di acqua, — le mie viscere ardono.» E il soldato: «Raccomandatevi a Dio; se io ve la porgessi, perderei la testa.» — Allora si rimase stupidito; poi dopo, tanta ira lo assalse per la disonesta morte a cui si vedeva condannato che a capo basso corse contro la parete per ispezzarvelo dentro, — e lo faceva; — ma il pensiero della eterna salute lo trattenne. Adesso l'istinto potentissimo della propria conservazione, l'acerbità del fine, l'occupano intero per tentare mezzo alcuno di scampo; — abbranca con ambe le mani la ferrata e la scuote cento e più volte, — e sempre invano; — allora col medesimo impeto si volge alla porta squassandola, scrollandola con quanto aveva di forza nei bracci, — e non consegue intento migliore. — Le sbarre di ferro si macchiano di sangue, — brani di pelle rimangono appesi agli arpioni della porta, — le mani ha impiagate, piene di schegge, le unghie rovesciate, — e pure non si arresta; — poi alla furia successe la quiete, e si pose sottilmente a investigare se vi fosse modo di venirne a capo con la industria. La pacatezza considerata inutile, tornò a crucciarsi; quindi di nuovo alle tranquille indagini, finchè, finita affatto la lena, gli si spense a un punto la speranza, e si tenne spacciato; si trasse verso il letto e vi cadde sopra bocconi gridando con voci di pianto: «Ahimè! questa non è morte da cristiani, e me la dà il papa!...Nei tempi andati un arcivescovo ci condannò il conte Ugolino..., ma io non gli ho ucciso i nepoti... La pena eterna dell'arcivescovo non ispaventa dunque papa Clemente? Oh! possa prima di morire il pentimento ottenergli la pace del paradiso.» — Questo pensiero di perdono volse lo spirito dell'Eterno in sollievo del derelitto; ond'egli drizzando gli occhi in alto non vide più le volte della prigione, sibbene la gloria degli angioli, il tripudio delle creature celesti intorno al trono del Rimuneratore, mentre gli apprestavano la palma dei martiri. Il frate si compose sul letto, come il morto sopra la bara, e si rimase con intenti sguardi a contemplare la visione di tanta beatitudine; — l'angiolo della consolazione gli si pose a canto del letto e col ventilare dell'ale bianche temperava l'ardore della fronte febbricitante; — assorte tutte le sue facoltà nel divino cospetto, non sente i dolori mediante i quali il corpo si avvicina alla estinzione; — non lo travagliano strette convulse, i precordi non gli straziano le trafitte della fame, — egli davvero a poco a poco manca, come lampada a cui venga meno l'alimento.

L'anima, pregustando le celesti dolcezze, non si curava affrettarsi ad abbandonare la sua terrestre dimora; imperciocchè dopo cinque giorni andando per trasportarlo al camposanto non lo trovarono, come credevano, cadavere, ma vivo e col volto pieno d'una quiete stanca, — della soavità dei santi. — «Figli miei, egli favellò con piccola voce ai sorvegnenti, — andate in carità da monsignor Guido e ditegli da parte mia ch'io sono, come vedete, in procinto dell'eterno viaggio, e che io perdono a lui e agli altri il difetto del pane corporale, solo che non mi privi del pane degli angioli, — del santissimo viatico...» — Monsignor Guido, temendo il papa non si crucciasse, mandò in fretta il suo cappellano a Clemente per sapere se dovesse concedergli i sacramenti.

Il pontefice recitava il suo breviario quando giunse il cappellano; udito che l'ebbe, rispose:

«Dunque non è anche morto colui? — Quanto tarda a morire!»

«Pochi altri momenti gli rimangono di vita; sicchè se la Santità Vostra volesse consolare cotesta anima, non può fare troppo presto a rimandarmi... pochi momenti, io vi ripeto, ha da vivere...»

«Quanti pochi?»

«Forse due ore.»

«Alla favella voi mi parete di Como.»

«Santità, sono Cremasco.»

«E come state a prebenda?»

«Santità, se non mi date commiato, io non giungo a tempo pel Foiano...»

«Voi mi parete un dabben uomo; — s'io vi creassi prelato di camera, vi piacerebb'egli?»

«Piacerebbemi, — ma adesso nulla più mi talenterebbe che giungere a tempo per consolare il frate.»

«Andate dunque, proruppe Clemente, dacchè questo frate vi preme cotanto; — non gli si amministri il viatico; — noi lo assolviamo da ogni peccato in articulo mortis.»

Il cappellano, appena simulando l'orrore che sentiva, inchinata la persona, si allontanava.

Il papa svolgendo le pagine del breviario mormora tra i denti:

«L'assoluzione plenaria anche dei casi riserbati a noi deve bastargli, l'attrizione è sufficiente a salvarci; — s'ei non si pente davvero, la colpa è sua; per me non lo impedisco d'andare in paradiso, — anzi ci ho gusto; vada pur dove vuole, purchè non si trattenga in questo mondo. — La Eucaristia non importa poi assolutamente..., la particola... ella è poca cosa... un pugillo di farina, — e non pertanto basterebbe a mantenerlo in vita anche un'ora: che cos'è mai un'ora? Quando il tempo si misura col terrore e con la sete della vendetta, un'ora è la eternità..., ed io, mi sento vecchio... e ragion vuole ch'io mi tolga affatto d'intorno le cure, e non potendo levarmele, le abbrevii. Ricevi in pace, o Signore, l'anima di frate Benedetto da Foiano...»

Frate Benedetto morì pertanto senza il pane eucaristico: non mi fa cuore tornare col pensiero intorno al letto di lui. Intanto si rammentino i cristiani che tre frati, Arnaldo da Brescia, Girolamo Savonarola e Benedetto da Foiano furono, il primo, per comandamento di papa Adriano IV, arso vivo; il secondo, papa Alessandro VI ordinandolo, impiccato e abbruciato; il terzo, papa Clemente VII imponendolo, fatto morir di fame. — O pontefici, cosa sarà di voi quando Cristo vi domanderà ragione del sangue dei suoi martiri[358]?

Pareva alla nuova tirannide, ed era vero, che sarebbe sembrata al mondo sempre bella ed egregia la impresa per la quale aveva combattuto Michelangiolo Buonarroti; e poichè troppo bene sapeva avrebbe gittato l'opera invano tentando guadagnare quello austero intelletto, così deliberò mettergli in ogni modo le mani addosso e spegnerlo. In ciò sopra gli altri si moveva ardentissimo Francesco Guicciardini, lo storico, che fu a bella posta mandato da papa Clemente, conoscendolo di aspra natura e capace di fare più e meglio di quello non gli fosse comandato. Arte vecchia di regno è questa, mandare gli Orchi Ramiri a inferocire con le rapine e le scuri nella contrada ove s'intende piantare la tirannide, — dissodare in somma col terrore la terra destinata a raccogliere quel tristo germe. Ai tempi però del Valentino, la tirannide ingenua, adoperato lo strumento, lo infrangeva, ed Orco Ramiro compariva in piazza squartato[359], — refrigerio al popolo e risparmio di mercede al principe; all'epoca di cui favelliamo adoperavansi gli istrumenti e poi si disprezzavano e lasciavano morire nella media; ai giorni nostri si usano o si disprezzano, ma si butta loro qualche brano della provincia desolata a divorare; così il lione abbandona parte della sua preda alla iena. Credono alcuni che ciò muova dall'ingentilita tirannide e da quella rilassatezza che ormai corre in andazzo appellare civiltà; ma io sostengo che nasce piuttosto dalla decadenza a cui tendono tutte le umane cose, e spero ed auguro che abbiano a ritornare i giorni avventurosi pel principe, l'età dell'oro della tirannide schietta! in cui egli poteva torsi dagli occhi un servo che aveva ben meritato dell'inferno e di lui, come usò il Valentino contro Orco Ramiro.

Michelangiolo, in buon tempo avvertito, si cansò ricovrandosi nella casa di un suo fidato, nè poi parendogli cotesto asilo sicuro, si nascose entro il campanile di San Nicolò. Ben gli valse esser pronto, chè gli otto, il bargello e i famigli si condussero nelle sue case e su pei camini e negli agiamenti perfino esaminarono minutamente ogni luogo. Il bargello e i famigli che adesso si assottigliavano l'ingegno per arrestare i partigiani della repubblica erano quei dessi che or dianzi si sbracciavano a legare gli amorevoli del principato. Alfonso re di Castiglia costumava dire che se il Creatore lo avesse avuto per consigliere nella settimana della creazione, gli avrebbe suggerito di far certe cose assai meglio di quello che egli abbia creato; — io, che non sono re, gliene avrei proposta sol una e gli avrei detto: Signore, un giorno dovranno per colpa degli uomini o per effetto della tua maledizione comparire nel mondo commissari di polizia, bargelli, sbirri, procuratori generali, giudici criminali ed altri simili che mi prende vergogna a rammentare; del peggior limo fabbrica una specie di animali, tra il rospo lo scorpione e il serpente a sonagli, o piuttosto un miscuglio di tutti questi rettili, e fino d'ora destinati ad esercitare cotesti uffici nel mondo; distruggi quando vuoi la umana stirpe, ma non la degradare poi tanto; e fallo ancora per onor tuo, dacchè l'uomo sosterrà lui essere creato ad immagine tua; e il pensiero che un commissario di polizia, uno sbirro, un accusatore e di tal risma animali possano vantarsi simili a te non ti fa drizzare le chiome immortali sul divino capo? — Il bargello non lo trovò e si morse le dita.

Intanto Clemente, sia per superbia di principe, sia per mantenere alla casa dei Medici l'antica fama di proteggitrice munificentissima delle arti, o perchè sentisse che la morte di Michelangiolo gli avrebbe concitato contro la indignazione dell'universo; sia finalmente (come altra volta Nicolò Machiavello insegnandolo lo avvertiva) — nessuno scellerato trovarsi così pienamente perfido che in sè non abbia parte alcuna di meno tristo, Clemente insomma spedì a Roma un cavallaro a posta a Firenze con ampio salvocondotto per Michelangiolo ed ordine espresso di non torcergli pure un capello. Michelangiolo, assecurato, uscì dal suo nascondiglio e salì al poggio di San Miniato per contemplare pure una volta la sua diletta Firenze; la fissò lunga pezza, e valse quella visione a stampargli sul volto i segni di dieci anni di vita consumata: scese chiuso nell'ira e nel dolore, e giunto a mezza costa percorse correndo e tempestando l'altra mezza, spesso borbottando tra i denti: Io la vendicherò; — e guardandosi le mani aggiungeva: Voi sole mi basterete allo intento.

Da quel momento non si lasciò più vedere, — si chiuse nella sua officina coi marmi, co' ferri e coi furori suoi; disse volere scolpire la tomba a due Medici, Lorenzo duca di Urbino e Giuliano duca di Nemours; cominciò il suo lavoro senz'altro modello che la idea che ne aveva concepita nella mente e con l'impeto per cui, secondo narra il Vasari, pareva che in breve ora dovesse sbrizzare masse enormi di marmo. Scolpì su quei sepolcri i crepuscoli, quasi per chiarire che i giorni nostri passano come ombra, e non pertanto quelli del tiranno, comunque brevi, si posano monumentali e solenni sopra una eternità d'infamia; scolpì Lorenzo profondamente pensieroso presso il sepolcro perchè i pensieri del tiranno vicino alla tomba sono rimorsi. Così illustrava questi avelli Giovanni Battista Niccolini; e quando egli non avesse scritto altro in onore della patria, meriterebbe che il suo nome durasse immortale quanto quei marmi; e poichè egli sortiva un'anima dai cieli capace di sentire Michelangiolo, gli fu dato ancora ascoltare la morte che da quell'arche aperte vi volgeva al tiranno pieno ancora di vita e gli gridava: «Scendi ove comincia pei potenti la giustizia degli uomini e quella di Dio.»

Benedetto Varchi, storico di volgare intelletto, scrive che Michelangiolo, più per bella paura che per voglia che egli avesse di lavorare, si pose a scolpire questi monumenti[360]. La musa negava al Varchi mente arguta e cuor gentile, onde potè imprendere la storia d'una repubblica pei comandi del principe; quindi non gli era dato intendere Michelangiolo. Bene all'opposto lo intese Niccolini nostro, — per la qual cosa egli aggiunse: «ma, fra gli esilii e le morti dei suoi, vendicare tentava coll'ingegno quella patria che non poteva più difendere colle armi, e fare in quel marmo la sua vendetta immortale[361].»

Il qual concetto di Michelangiolo si ricava non mica da induzioni immaginose, sibbene pianamente dagli alti versi ch'ei scrisse in risposta a quelli di Alfonso Strozzi, che, nulla indovinando del pensiero di Michelangiolo e solo attendendo a lodarne l'ingegno, dettò la seguente quartina:

La Notte che tu vedi in sì dolci atti Dormire fu da un angiolo scolpita In questo sasso, e perchè dorme ha vita: Destala, se nol credi, e parleratti.

E quel magnanimo, abborrendo la lode, cruccioso che altri non sapesse indagare la riposta sua idea, sprezzato il pericolo, generosamente proruppe, e i suoi marmi dimostrò in questo modo:

Mi è grato il sonno e più l'esser di sasso Infin che il danno e la vergogna dura; Non udir, non veder mi è gran ventura: Però non mi destar, deh! parla basso.

Alessandro dei Medici, tentando avvilirlo, allorchè divisò costruire in Firenze la fortezza di San Giovanni, la quale fosse come di freno in bocca ai cittadini vaghi di cose nuove, ordinò al Buonarroti con lui cavalcasse per iscegliere il luogo acconcio. Il Buonarroti rispose che ciò poteva molto ben fare da sè solo, e non volle andare. Biasimano molti questa azione di Michelangiolo, come quella che, senza provvedere a nessun benefizio della patria, a sè apportava danno: — biasimatori codardi, imperciocchè troppo bene l'uomo giovi alla patria quando le lascia un retaggio di esempi magnanimi che inciteranno i figliuoli, o che in ogni evento diletta la renderanno e onorata finchè la virtù abbia altare nel cuore degli uomini. — Venutagli meno la speranza di vedere la libertà restaurata in patria con ordinari argomenti, si ridusse a Roma e quivi attese a por fine al più magnifico tempio che abbiano le creature innalzato al Creatore, — e ciò forse egli fece perchè, Dio avendo tanto splendida dimora sopra la terra, lo prendesse qualche volta vaghezza di volgere gli occhi su di noi, e vedesse a quali termini si trovasse l'opera delle sue mani ridotta, e ne sentisse pietà.

Cosimo I, desideroso di fregiare la tirannide, lo richiamò da Roma, gli profferse onori e ricchezze, adoperò preghiere e di ogni ragione lusinghe; — nulla poterono sopra di lui siffatte istanze nè la pressa amichevole che ogni giorno gli moveva maggiore dintorno Giorgio Vasari. Stette incontaminato e fermo nel proponimento di non piegare mai il dorso alla tirannide. Ritornò il suo spirito al bacio di Dio così puro come già se n'era dipartito. Cosimo I allora s'impadronì del suo cadavere facendolo dentro una balla di mercanzie rapire da Roma, e quanto più seppe lo deturpò con onori principeschi; però, comunque s'ingegnasse, non giunse a profanare quella gloria solenne, imperciocchè lo spirito di lui ormai fosse fatto cittadino del cielo, e la sua fama avesse già aperto ale poderose da attingere, coll'avvicendarsi delle generazioni, la fine dei secoli[362].

Raffaello Girolami, non pure fatto securo della vita, ma tenuto bene edificato, accolto simulatamente in grazia e perfino promosso all'ufficio dei Dodici, mentre va accomodando l'animo ai tempi, all'improvviso è preso e confinato nella rôcca di Volterra, — poco dopo trasferito nella cittadella di Pisa. — Un giorno, aprendo la carcere, lo trovano steso morto per terra; — le membra tuttavia attratte da orribili convulsioni, la faccia colore di piombo, qua e là chiazzata di macchie brune, i labbri laceri fanno fede del veleno a lui ministrato. Papa

Clemente fu quegli che ordinava lo attossicassero; nocquero a Raffaello le cure del suo fratello prelato in corte di Roma e le istanze di don Ferrante, il quale gli aveva dato fede di renderlo sano e salvo ai suoi. — Il veleno d'ora in poi vedremo essere mezzo del tutto mediceo per ispegnere i nemici e bene spesso anche gli amici della nuova tirannide: adesso lo adoperava Clemente per liberarsi dalle molestie fraterne e amichevoli[363].

«Dormite voi?» — tentando un giacente sopra un lettuccio nelle carceri del Palagio domandava sommesso un uomo che vi si era introdotto al buio, con lievi passi, senza pur si udisse il minimo cigolio della porta volgentesi sopra gli arpioni; e l'altro non mutando costa con voce fievole risponde:

«Sì, — l'ultimo sonno sopra la terra.»

«A Dio non piaccia, — voi vivrete, messere Francesco.»

«Chi sei? Che voce è questa? Antonio!... Dolcissimo mio cognato, anche una volta mi sarà concesso abbracciarvi! Questa è grazia che supera la speranza!»

Antonio Alberti e Francesco Carducci si tennero assai tempo stretti l'uno al seno dell'altro; e, ricuperata la favella, il Carduccio prosegue:

«I figli miei, Antonio e la moglie?»

«Vivono. Ma un ferro stesso troncherà più vite... voi non andrete solo alla patria dei giusti...»

«Ah! il mio cuore palpita per la patria, per loro, per te... ed anche per me; — il cielo disperda l'augurio; — la coscienza parteciperà loro virtù da sopportare... vivranno... Io, vedi, Antonio, non desidero la vita ai miei più cari..., eppure il cuore mi si spezza al pensiero che dovranno morire...»

«Confortatevi, essi vivranno, e voi...?»

«Ieri fui coi miei compagni condannato a morte.»

Papa Clemente, preposta la vendetta al giuramento, aveva fatto sostenere in un medesimo giorno Bernardo da Castiglione, Francesco Carduccio, Iacopo Gherardi, Luigi Soderini e Giambattista Cei, e perfino spedito da Roma la istruzione scritta di sua propria mano nel modo da praticarsi per mandare alla morte questi notabili cittadini. Non pertanto ai Guicciardini, Francesco e Luigi, al Nori e agli altri Palleschi sembrava poco la morte, e ognuno andava ingegnandosi di farla precedere da qualche suo tormentoso trovato o da plebee villanie, che le anime altere offendono meglio degli strazi. Furono tutti i mentovati messi al martoro; sospesi con la infame corda, confessarono quanto vollero i giudici iniqui, — tocca appena co' piedi la terra smentivano il detto, sè protestavano innocenti: solo le parole strappate dal dolore facevano fede, — delle altre non prendevano ricordo. Il Carduccio, tosto che vide allestita la fune, dichiarò non esser mestieri cotesto argomento per indurlo a confessare; imperciocchè non pure confessava, ma si recava eziandio ad onore avere amministrato le cose della Repubblica contro i Medici: — e non gli valse. Legato, riprese risparmiassero cotesta immanità; sapere essere venuta da Roma la sua condanna; stessero contenti alla sua morte; di più non avere comandato nè desiderato lo stesso Clemente: e nemmeno questo gli valse, — lo vollero ad ogni costo mettere al tormento. Confermato tra i tormenti il supposto delitto, lo interrogarono se avesse a dedurre discolpa.

«Discolpa per aver difeso la patria? egli rispose, — guardimi Dio dal farlo! Così avessi potuto salvarla!»

Bernardo da Castiglione, richiesto anch'egli se avesse ad allegare difesa, rispose, come nelle stragi napoletane Manthonè e Speziale[364]: «Se la capitolazione non basta, non saprei e nè anche vorrei presentarvene altra.»

Stanchi, non sazi di oltraggiarli, li condannarono. Carduccio, comecchè sentisse acerbo dolore per le sue ossa slogate, pure fieramente parlò:

«Avreste dovuto incominciare donde avete terminato, valentuomini; voi avete profferito un giudizio. — Giudici, non sapete che sopra di voi vive un altro giudice? A lui mi appello e vi cito tutti a comparire davanti al suo tribunale prima che passino cinque anni. Rammentatevi del templario Molay[365].

«Ch'è questo?» domandò trasalendo Antonio degli Alberti percosso da un sinistro fragore.

«Nulla: tentano con la sbarra di ferro le ferrate ai carcerati, per accertarsi che non le abbiano segate per ricuperare la libertà.»

«Affrettiamoci dunque: messere Francesco, alzatevi, lasciatemi prendere il vostro posto; ora verranno per me... indossate i miei panni e salvatevi.»

Illustration from L'assedio di Firenze

... e finalmente ansanti si fermano nel bosco... Cap. XXIX, pag. 708.

Il Carduccio si alzò e baciò in volto l'Alberti, quindi prese a parlare queste solenni parole:

«Antonio, ascoltatemi. La vita è una grossa moneta che non va sprecata nelle minime cose, ma generosamente spesa nelle grandi. Nè a me la fortuna potrebbe presentare occasione da impiegarla meglio che a rendere abborrita la nascente tirannide. Molti hanno nemici la libertà e la virtù. Ora a quali termini voi le vedreste ridotte, se primi gli amici loro le disertassero? Che direbbe il mondo se, a me solo provvedendo, lasciassi in carcere i compagni? Qual difesa darei se, per salvare me già vecchio e infermo, io non abborrissi dal sacrificare voi giovane e sano? Così, è vero, mi troncheranno la testa, — ma, nell'altro modo, in qual parte io la sottrarei all'infamia? E tra la sventura e la colpa nè io nè voi, Antonio, possiamo rimanerci un momento dubbiosi. — Lasciate che noi muoiamo; — egli è bene che il primo gradino del trono sia bagnato di sangue, — più facilmente vi sdrucciolerà il piede del tiranno. — Forse vi fa vergogna il patibolo? E credete voi che se io ci vedessi l'onta della mia famiglia, già non mi sarei fatto cadavere? — Nessuno è signore della morte dell'uomo. No, Antonio, qualunque scala, — anche quella del patibolo, è buona quando mena alla gloria. — La mia morte è sfregio sul volto al tiranno. — Forse chi sa che non sia questa una insidia? — Quale angoscia sarebbe la mia, quale il tuo pentimento, se prima di trucidarmi giungessero ad avvilirmi? Lasciami morire onorato. Socrate non volle fuggire, e fu divino tra gli uomini...»

Il fragore delle ferrate percosse si fa più vicino, — la porta della carcere si apre, ed una voce in suono di preghiera favella:

«Uscite, messere,... affrettatevi..., o siamo tutti morti...»

«Va' dunque, Antonio, di' a mogliema che prenda buona cura dei figli e, se l'è dato, gli meni in terra meno sinistra al suo sangue...»

«Venite, aggiunge la voce, — me perdete, e voi non salvate...»

«Va'», soggiunse il Carduccio, e sorreggendosi al braccio dell'Alberti lo accompagna; «va' e porta teco questo mio estremo consiglio: provvedi a te e alla tua famiglia; — rimuovi la mente dai pubblici negozj, dove sovente raccogli ingratitudine e odio, — qualche volta la morte, — atroci cure sempre; educa i figli nel timore delle leggi, accresci il censo domestico, vivi ignorato — e muori tranquillo; — così non maledirai nè benedirai i tuoi simili...»

«Per la croce di Dio!... affrettatevi...»

«Aspetta: che se invece ti freme l'anima dentro, — se nulla aspetti di premio da' tuoi simili, — se un impeto sublime ti sforza di compiacere all'alto proponimento di liberare la tua patria, — allora, — e da me impara, — ricórdati che, sguainata la spada contro il tiranno, vuolsi abbruciare il fodero; — tratta una volta, deve nascondersi o nelle sue o nelle tue viscere: prima di venire ai patti, vadano in rovina le case, in fiamme la città, a filo di spada i cittadini. Coteste rovine sono feconde, — lì nasce il grano di cui la libertà si fa pane; — la pace del tiranno è il camposanto. — Ramméntati la morte di Bruto, — non rammentare le sue estreme parole: — non è la virtù vile nè schiava della fortuna[366], se, presso al supplizio, col corpo intormentito da dolori acerbissimi, io posso la presente mia condizione anteporre a quella dei miei oppressori.»

Il cognato, tratto violentemente, abbandona il braccio del Carduccio, e la porta del carcere si richiuse davanti a questo. Tentoni al buio, egli riguadagna il lettuccio, dove ponendosi a giacere, esclamò:

«Oh come sono infelici i miei oppressori!»

E Dio consolatore mandò il riposo degli innocenti a quel travagliato.

Due ore innanzi giorno, buona schiera di armati precedendo e seguitando, da una parte il frate, dall'altra il carnefice, il Castiglione, il Carduccio, il Gherardi, il Soderini e il Cei erano condotti giù per la grande scala del Palagio nella corte a ricevervi la morte. Il Cei scendendo pose il piede tra mezzo una fenditura degli scalini e se lo storse in isconcia maniera.

«Ci mancava anche questa!» esclamò crucciato; «io non so, messere Francesco, perchè, quando eravate gonfaloniere, non vi deste pensiero di fare accomodare questa scala.»

«Veramente, Giambattista, io non contava di averla a scendere mai.»

«Vedete! Bisogna porre buona avvertenza a tutto; e' pare ne sia stato architetto un cerusico.»

«Giambattista», riprese il Castiglione, «un romano avrebbe tolto in sinistro augurio il vostro inciampo e se ne sarebbe tornato indietro.»

«Ormai, Bernardo mio, non ne varrebbe il pregio. Messer Iacopo, a che pensate voi? Su, animo.»

«Eh! io penso non essere questo il miglior quarto d'ora della nostra vita...»

«Perchè no? Noi ci acquistiamo un tanto; — tolto che ci abbiano il capo, per esempio, non ci dorranno più i denti...»

«E poi andremo a vedere», interruppe il Soderino, «come si risolva il gran forse.»

«Come, messere Luigi, dubitereste di Dio?» domanda Giambattista.

«Io non credo e nè anche discredo; la fede non dipende da noi, non più che avere il naso lungo o corto. — I frati mi consigliavano a digiunare, ma siffatto argomento mi faceva venire fame, non fede; — sicchè all'ultimo, conoscendo ch'io non valeva a sciogliere il nodo, mi sono condotto nella vita come se Dio fosse. — Se Dio esiste, — ho detto, — per certo egli ha viscere di misericordia, e quante volte ho potuto ho soccorso i miei fratelli. In somma se il Creatore esiste, non vorrà rigettarmi dal suo seno, perchè il mio ingegno non seppe comprenderlo; — se poi...»

«Tacete», favellò il Carduccio, «l'altro supposto non possiamo concedervi or che tra l'ombre io scorgo il nostro letto di morte.»

«Anzi, appunto per questo lasciatemi proseguire; — se poi egli non è, io ho cercato mantenermi nella vita tale da accogliere la morte tranquillo come un sonno confortatore.»

«La scala è terminata, badate alle gambe», grida il Cei che camminava in capo alla comitiva.

«Ah!» sospirò profondamente il Gherardi.

«Gemete voi?» lo interrogarono gli altri affannosi; «deh! non vi manchi l'animo al maggiore uopo!»

«Ahimè! Mi duole partirmi da questa terra senza pure contemplare un'altra volta la luce divina...»

«Meglio così; — forse più forte ci stringerebbe l'angoscia se vedessimo la cara patria rallegrata dai raggi mattutini del sole...»

«Ahimè! ahimè! Carduccio mio, come lasciamo la patria!»

«Largo le lasciamo un retaggio di virtù e di sventura; noi pregheremo del continuo l'Eterno che le asciughi le lacrime e la renda alla sua prima bellezza...»

«Chi sa quanti secoli si volgeranno invano?»

«Consólati, — noi stiamo per andare in parte dove lo spazio non si misura col tempo...»

«Non penso a me, ma a' miei figliuoli...»

«Riconciliatevi con Dio», interruppe il frate, «onorandi messeri; l'ora della vostra morte è arrivata.»

«Senti, frate», parlò gravemente il Carduccio: «noi non abbiamo mestieri riconciliarci con Dio, perchè non lo abbiamo offeso mai; e quando pure, senza volerlo, lo avessimo offeso, confidiamo non essere di bisogno il tuo ufficio ond'ei ci ascolti; próstrati con noi e adoralo: chi sei tu che ti poni tra il Creatore e la creatura? A che vesti di sacco, se la superbia ti sta fitta nel cuore? Polvere, come noi, umiliati... e prega.»

Pregarono; — nessuno ardiva sturbarli, — e quando si rilevarono, il Carduccio parlò:

«Prima di partire salutiamo le nostre dimore. Frate, in carità, porgi la tazza piena del vino dei condannati; — amici, possa io abbracciarvi tra poco alla presenza di Dio. — Ecco io propino, con l'ultimo sorso che beveranno le mie labbra mortali, alla libertà della patria!»

«Dio salvi la libertà!» risposero gli altri e s'impalmarono a vicenda.

Alcuni dei soldati, mossi da irresistibile impeto, gridarono anch'essi: «Dio salvi la patria!»

E il carnefice stese la mano, ma subito la ritrasse mormorando: «Io sono un abbietto... devo privarli del capo, ma non mi è dato toccarne la destra.»

L'occhio del capitano sfolgorò alla vampa delle torcie a vento e valse a impietrire di paura gl'incauti soldati.

Il Gherardi tremava; se gli accosta il Carduccio e gli favella:

«Iacopo mio, raccogli tutta la tua virtù... siamo soli, ne circondano le tenebre, e nonpertanto tutto l'universo ci guarda. — Va' tu primo, chè troppo ti recherebbe dolore la vista della strage de' tuoi compagni... mi aspetti la tua anima, chè moveremo compagni al paradiso... va'... va', Iacopo... In questa vita tu lasci gloria immortale... lassù ti aspetta eterna esultanza.»

Iacopo Gherardi, infiammato dall'ardente parola, si accosta animoso al ceppo, — si prostra, — vi accomoda sopra la testa.

Il carnefice gli viene attorno dicendo:

«No, messere; così male acconsentirebbe la scure, e voi soffrireste troppo.» — E con ambe le mani gli aggiusta il collo sul tronco: pietà di carnefice!

«Dio!... Libertà!...»

Del capo di Iacopo, erano rimaste sul ceppo alcune scheggiature dell'osso del collo e le cime della sua barba.

«Bravo Iacopo!» esclamarono ad una voce i compagni.

In breve ora fu consumata la strage.

Il papa, quando n'ebbe notizia, versò più di una lacrima ed ordinò un solenne ufficio di requie per l'anima di cotesti poveri defunti. — Che Dio faccia pace a quel buon papa!

E ormai insaniva la belva inebbriata di sangue: molte altre morti funestarono la città. Lionardi Sacchetti avvelenato periva, al Ciofi mozzarono il capo. Non poche condanne però riuscirono invano, come quelle di Dante da Castiglione e di Lionardi Bartolini, perchè si posero in salvo; notabilissimi cittadini stettero imprigionati nella cittadella di Pisa, nella rôcca di Volterra o nelle Stinche a Firenze; sommò a numero inestimabile la quantità dei banditi. In ogni città, in ogni castello d'Italia e qualche volta in terre straniere lasciava Firenze miserevoli brani della sua bella cittadinanza; ne confinarono su le Alpi, a Malta, nei borghi più remoti ed inospitali della Sicilia; e quello che fa maggior compassione a considerare si è questo, che molti furono o di così poca mente o di cuore tanto codardo che con disagio e spesa infinita mantennero i confini, pur confidando che la persecuzione avrebbe tregua una volta; decorso il termine del primo confine, li condannarono ad un altro più aspro; e morirono rovinati nelle sostanze, scherniti dal mondo, senza nè anche il conforto che nasce dal sentirsi incontaminati.

E perchè forse terranno alcune genti il mio racconto sospetto e lo reputeranno fatto ad arte per vituperare chi primo instituì la tirannide nella Toscana, valgami la testimonianza di Benedetto Varchi, il quale, come spesso sono venuto rammentando, scriveva storie per commessione di Cosimo I. Costui, e comecchè nè grande cuore nè peregrino ingegno si fosse, costui tuttavolta, più che al tiranno compiacendo al vero, con eterna sua lode, sposta prima la infame proscrizione, dettava la seguente pagina: «Io non so quello che a coloro i quali queste cose leggeranno sia per dovere avvenire; so bene che a me hanno elleno tanto arrecato in iscrivendole non pure di rincrescimento e compassione, ma d'indignazione e sbigottimento, che io, se le leggi della storia, le quali io, giusta mia possa, non intendo di trapassare ritenuto non mi avessino, arei in così larga occasione lungamente deplorato non meno la miseria e infelicità della natura umana che la perfidia degli uomini; conciossiacosachè queste cose fussono fatte tutte quante direttamente contro la forma della capitulazione, nella quale si perdonava liberamente a tutti coloro che in qualunche modo e per qualunche cagione avessono o detto o fatto o contra la casa dei Medici, o contra alcuni de' parenti e seguaci loro: — e con tutto questo si ritrovano al presente di coloro i quali hanno o l'animo così efferato o la lingua tanto adulatrice o la mano cotanto ingorda che, lontanissimi così da ogni umanità come da ogni verità, scrissono nelle storie loro che papa Clemente, troppo temperato in tutte le sue azioni, parendogli che fosse uficio di reputazione e pietà sua mantenere il nome il quale s'aveva preso, usando moderata vendetta, fu contento della pena di pochissimi. Del che tante più si dovrà o maravigliare o stomacare chiunche saperrà che la volontà di Clemente era che per più tempo ad ogni mano d'Otto si seguitasse di confinarne degli altri: ma le grida che si sentivano per tutta Italia e fuori, non senza grandissimo carico di don Ferrante, giunsero all'orecchie di Cesare, e questo cagionò che in confinando non si procedette più oltre[367].»

Questo era il perdono di papa Clemente!

In qual modo si adempisse il patto sostanziale, salva sempre la libertà, adesso e più brevemente esporremo.

Un Giovannantonio Mussetola venne a Firenze con certa carta che fu detta bolla d'oro, fatta da Carlo V in Augusta a' 21 ottobre l'anno 1530, e visitata prima la santissima Nunziata dei Servi, secondo la vecchia arte di regno con la quale si tenta chiamare la Divinità a parte delle tristizie dei potenti, andò in palazzo seguito da moltitudine di popolo gridante: Palle, — Medici, — Carlo, ed altre simili voci. La Signoria gli andò incontra fino alla scala; egli entrato nella sala dei Dugento salì sopra un rialto tenendo a mano dritta il duca Alessandro, a manca il gonfaloniere con quattro signori per parte; drizzatosi in piedi, con reverenza lesse la bolla.

Diceva in sostanza il foglio: essere Firenze decaduta dai suoi privilegi per la temeraria guerra impresa contro lo imperatore; averla però di nuovo tolta in grazia per la clemenza propria e ai preghi di papa Clemente; ordinare che la famiglia dei Medici e conseguentemente Alessandro, duca di Civita di Penna, suo genero, si ricevessero e accettassero con quella stessa maggioranza la quale vi avevano innanzi che cacciati ne fossero, e, riformandosi lo stato come avanti il 1527, il detto duca fosse capo di tal reggimento in tutti gli uffici e magistrati, finchè durava la vita sua; e lui morto, i suoi legittimi figliuoli ed eredi e successori maschi discendenti del corpo suo; e mancata la linea legittima di Alessandro, succedesse in quella maggioranza il più propinquo parente della medesima casa.

Troppo grave offesa era questa alla libertà della Repubblica, e nonpertanto poca alla cupa libidine di Clemente. Nè già era costui ardito, come il Valentino, da porre la fortuna sopra un dado e trarne fuora Cesare, o nulla, bensì tale, conservato prima il mal tolto, da condursi per via di avvolgimenti a nuove rapine, — e nemmeno apertamente iniquo, come il conte Francesco Sforza, sibbene, il costume de' suoi maggiori seguitando, tale da mettere con arte altri innanzi, corrompere, tentare il terreno, fingere insomma d'indursi con mala voglia e richiesto a fare quello che, se meno era codardo, avrebbe a forza voluto e acquistato. — Cominciò ad usare suoi ingegni con Baccio Valori, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Marco Strozzi; se non che questi, non meno tristi di lui, e più di lui astuti, quantunque indovinata la sua mente, fingevano di non intenderlo, parendo a loro esorbitanza degna di eterna infamia privare affatto la patria di ogni simulacro di libertà.

Considerato allora Clemente che quel battere delle buche non faceva saltare fuori la lepre, deliberò vincere la ipocrisia e mostrare aperta la sua intenzione; cosa, la quale sebbene apparisca dovere essere agevole a cui abbia ormai conculcato la virtù, vediamo all'opposto riuscire ardua a praticarsi, certamente perchè quanto più l'uomo abbandona la sostanza, tanto maggiore sente il bisogno di attenersi alle apparenze. — Chiamava pertanto a Roma Filippo Strozzi, disegnando adoperarlo per mandare a fine il suo proponimento.

Era Filippo uomo di arguto intelletto, di modi cortigianeschi e magnifici, vago di conviti, di caccie e di ogni maniera signorili sollazzi; nelle cose di amore intemperantissimo senza considerare nè sesso nè età; d'indole varia, versatile; di principe o di repubblica poco curante, moltissimo di sè; nè tutto al vizio, nè alla virtù tutto; sebbene sul principio della sua vita più di quello studioso che di questa, all'ultimo poi più di questa che di quello, onde con la morte generosa seppe redimere molte, se non tutte le colpe commesse durante la vita. Adesso compariva ed era strumento efficacissimo di servitù. I giovani nobili rimasti a Firenze, avendo preso a schifo la parsimonia del vivere repubblicano, pur troppo si mostravano vogliosi a seguitare gli esempi di Filippo, e così con la rovina delle virtù civili si apparecchiava la morte di ogni magnanimo spirito, o vogliamo dire la vita del buon ordine del principato. Ciò che apporta non poca gravezza nel considerare la ragione delle vicissitudini umane si è questo, che la corruzione, madre sempre di tirannide, suole precederla, accompagnarla ed anche seguitarla; mentre la virtù, senza di cui ogni argomento a migliorare le nostre sorti è novella, di rado accompagna e non precorre mai la repubblica: onde Vittorio Alfieri scrisse la virtù parergli piuttosto figlia che madre di liberi stati. La quale opinione mi è piaciuto accennare non già perchè nessuno deponga la speranza, ma all'opposto per la ragione che se talora gli eventi non vanno a seconda dei desiderii, i troppo vogliosi témperino i smoderati e gli accomodino ai tempi, ai casi e all'indole di questa nostra stirpe, più assai infelice di quello che in generale noi non supponiamo.

Notes in this chapter

Note 1 · Basini, Lettere, pag. 157. — Carlo Cappello, Lettere, pag. 210.Note 2 · Così chiamavasi in Firenze il luogo dove si seppellivano i cadaveri delle bestie.Note 3 · Varchi, Stor., l. 11.Note 4 · Varchi, Stor., l. 11.Note 5 · Giova rammentare che la impresa dei Castiglioni porta tre cani bianchi in campo rosso.Note 6 · Il capitano degli Olandesi, conquistata Malacca nel 1614 contro i Portoghesi, domandava al generale dei vinti: «E quando tornerete? — QuandoNote 7 · Il testamento di David, il re santo, mette paura. Re III, c. 2, v. 5. «Oltre a ciò tu sai quello che mi ha fatto Joab figlio di Sarvi. — 6 NNote 8 · Samuel. 2, cap. 6.Note 9 · Fra' Ughi dice 2000, e aggiunge di un bel vedere. L'annotatore si scandalizza; ma il frate, a parer mio, la pensava più giusto: Italiani venNote 10 · Il Nardi, l. 9 delle Storie, «aggiunse: si disse poi che, vivo o morto, ebbe in sepoltura il fiume Tevere.»Note 11 · Machiavelli, Il principe.Note 12 · Stor., l. 12.Note 13 · Discorso del sublime di Michelangiolo.Note 14 · Un umile uomo, sagrestano di San Niccolò, i premi promessi e le pene minacciate disprezzando del pari, salvò Michelangiolo. La storia ne tacNote 15 · S'è vera, apparirà singolare ai dì nostri la cagione della benevolenza di don Ferrante Gonzaga per Raffaello Girolami. Dicono dunque che, avNote 16 · Cuoco, Saggio sulla rivoluzione di Napoli del 1789.Note 17 · Giacomo Molay, capo dei Templari, condannato al fuoco nel 1305 dal papa Clemente V e dal re Filippo il Bello, li citò a comparire dentro l'aNote 18 · Bruto, sul punto di uccidersi, disperato gridava: «O virtù, tu sei una vile schiava della fortuna!» (Plutarco.)Note 19 · Stor., 12.
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