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L'assedio di Firenze

CAPITOLO SETTIMO LA PRATICA

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Gran cosa, che, di sedici gonfaloni, quindici furono di tanta altezza e generosità di animo che risolvettero veder perdere piuttosto la roba e la vita combattendo che l'onore e la libertà cedendo. Varchi, Stor., lib. X. Chi vuol veder quantunque può natura In fare una fantastica befana, Un'ombra, un sogno, una febbre quartana, Un model secco di qualche figura, Anzi pure il model della paura. Una lanterna viva in forma umana, Una mummia appiccata a tramontana, Legga per cortesia questa scrittura. Berni, sonetti.

Illustration from L'assedio di Firenze

La storia è poderosa quanto il grido dell'angiolo che deve suscitare dalle tombe le ossa inaridite; — ella evoca le ombre delle andate generazioni e le costringe al giudizio.

Ma lo spirito, insofferente del confine a lui imposto dalla forza misteriosa che chiamiamo Dio, quando s'ingegna conoscere da quello che il mondo soffriva quanto egli ancora sia destinato a soffrire, merita l'inferno comune con Satana. — I fati posero il genio del rimorso a custodia dei sepolcri, — e contendono dalle reliquie dei morti derivarsi argomento di esperienza pei vivi. Continue paure sgomentano gl'indagatori delle arti arcane vietate ai mortali, ed è la storia tra queste. Come l'albero della scienza dell'Eden, sta nella vita umana lo studio; quello produsse la morte del corpo, questo la certezza del male, ch'è la morte dell'anima.

Infelicissima vita dell'uomo giunto a penetrare gli arcani difesi! perocchè i cieli mente bastevole a separarlo dai suoi fratelli di miseria gli concedessero, tanta poi che valesse per sollevarlo alle sostanze spirituali gli negassero. Ora la superbia lo trattiene dall'inclinare lo sguardo sopra una stirpe che egli calpesta e disprezza perchè non sa migliorarla; la disperazione gli dice fissarsi invano occhio mortale nell'alto. Fin dove poteva sorgere, egli è sorto: adesso si roda le viscere. — Ah quasi per errore egli venne tra le cose create: quanta sarebbe pietà riporlo tra le disfatte!

Un tempo fu, adesso per molta età diventato antico, in cui gli uomini ordinarono al poeta adombrate dal velo delle allegorie le sentenze della dottrina morale rappresentasse; ed Eschilo allora immaginava cantando il figlio di Giapeto, salito all'Olimpo per conforto di Pallade, rapirne il fuoco celeste e vivificare con quello lo spirito umano. Geloso il tiranno dei cieli, lo condannando ad immortale supplizio, mandava l'avoltojo a pascere il fegato perenne al sapiente infelice. Incatenato alle rupi del Caucaso, chiama Prometeo[112] l'etere, la terra e il mare in testimonio dell'atroce ingiustizia. Lui incitava al meglio il grido della natura; una pietà profonda, un sublime pensiero lo spinsero a fare meno triste le sorti della bestia che parla. Ora come secondavano gli dei tanto amorevole benignità? La creatura amante e, comechè incolpevoli, le creature amate ebbero comunanza di pena. A tormentare la prima fu mandato l'eterno carnefice; — a tormentare le seconde vennero la infermità, la tristezza, ed Esiodo poeta aggiunge illepidamente le donne...

Più sicuri noi contempliamo la dura verità. Santo Agostino e Rabano[113] ci narrano come Prometeo fosse uomo inclito per dottrina, il quale meditando sulle ragioni delle cose svelava agli uomini le proprie miserie, e palpate le piaghe loro, non seppe poi con qual farmaco mitigarle. Gli uomini tratti dalla ignoranza nell'angoscia maledirono l'importuno maestro, che si consumò nell'angoscia di aver procurato irrimediabile un male con intenzione del bene.

Avventuroso lo stolto! — Bacone de Verulamio due afferma essere le condizioni della vita figurate dalla sapienza antica nelle persone di Epimeteo e di Prometeo. «E chi, egli ragiona, improvvido del futuro seguitò la scuola di Epimeteo prendendo diletto delle cose presenti, senza darsi cura dell'avvenire, placava il genio maligno e, lusingandosi di vane speranze, traeva la vita come nella dolcezza di sogno fortunato. — Gli alunni di Prometeo, per lo contrario, indagatori acuti degli uomini e delle cose, ogni letizia appassirono. Stretti alla colonna della necessità, da paure continue agitati, perderono la pace del cuore; e se pure spunta per essi un'alba di conforto, nuovi terrori sopravvengono improvvisi a disperarli con l'antica agonia[114].»

Avventuroso lo stolto! La disputa se la scienza giovi a migliorare le condizioni umane pende indecisa. A Giangiacomo il suo genio disse: Nega, — ed ei negò, e le genti lo chiamarono scempio. E che monta il giudizio della gente? La storia insegna le verità maravigliose essere state mai sempre schernite col nome di follia. E sì che Gesù Cristo predicando alle turbe in Galilea tale dava principio alla sua orazione: — Beati i poveri di spirito[115], — e sì che i santi Paolo e Gregorio ordinarono l'incendio di molte migliaia di volumi: ed oh! piacesse a Dio che potessimo davvero di tutti i libri del mondo costruire un rogo per farvi sopra un atto di fede dei miserabili sofismi chiamati col nome di ragione umana.

Ma via, che cosa ella è mai nostra scienza? Un deserto senza confini e senza oasi. Presunzione soverchia di noi stessi ci consiglia di porvisi dentro alla ventura; — il dubbio ci punge sempre ad andare oltre; e se mai avviene che un qualcheduno ritorni a casa sano, mostra manifesto sul volto il segno della curiosità delusa, della stanchezza disperata per aver saputo che nulla possiamo sapere quaggiù. Il nostro intelletto va ingombro di perchè senza risposta; e se l'angiolo custode non ti riposa la mente da queste domande, tu vedi in brevi apparire la pazzia, la quale irridendoti ti scuote davanti il suo bastone co' sonagli. «La sapienza degli uomini si assomiglia alla cenere, i suoi ragionamenti superbi sono mucchi di fango[116].» Perchè dunque la bestia che parla si vanterà superiore alla bestia che la voce non modula a guisa di parola? Forse perchè la prima ha senno e mani da trucidare la seconda[117]? Non sempre si lasciò uccidere, sovente anch'ella uccise; e pel rimanente, che cosa dice lo Spirito? La condizione della bestia è in tutto eguale a quella dell'uomo; ambedue muoiono di pari morte, ambedue composti di terra si disfanno in terra. Chi può affermare che l'alito dei figli d'Adamo si volga in su e quello delle bestie si volga in giù[118]? La verità per noi è come per i re di Gerusalemme e di Cipro, come i vescovi in partibus, un segno senza idea. Ponzio Pilato, certo giorno che non aveva altro da fare, interrogò Gesù Cristo in che consistesse la verità; — poi non attese la risposta ed uscì fuori[119]. — Danno inestimabile fu che il proconsole Pilato non avesse pazienza di fermarsi un momento!

Dunque?

Vi aveva forse promesso di concludere? E se pure ve lo avessi promesso, può egli in siffatte materie tenersi la parola? Voi forse pensate ch'io sia per volgermi all'oceano e supplicarlo di nuovamente nascondere la terra, siccome uscita dai suoi precordi! invano. No, rimanga la terra, continui a lambirne i confini estremi l'oceano, la ricuopra il cielo, imperciocchè io le desideri destini migliori, ed anche, vaticinando, io gli spero. Però desiderando e sperando ho detto a me stesso due cose: gli uomini non saranno mai tutti nè in tutto felici; nel tempo in che viviamo, molte piaghe furono sanate, moltissime altre si apersero, nè giungemmo a gran pezza alla cima che i sofisti s'immaginano, nè con le slombate e pedantescamente codarde fisime loro ci perverremo mai. Se Dio levò la mano su tutte le generazioni della terra, e' non appare che fosse per benedirle tutte: alcune egli guarda con occhio ardente, come acceso di collera, e quivi tu incontri il deserto dalle arene infocate; altre egli non guarda mai, e quivi piovono nevi perenni e ghiacci eterni si addensano; ogni speranza di miglior ventura è morta tra loro. Se quello che raccontano può credersi, cioè avere la terra un cielo che si compia mediante ordine lungo di secoli, per cui la Libia un giorno diventerà Siberia, allora, mutata la vicenda della pena sembra che si possa concludere, vivranno sempre i tormentati. Noi non siamo intero sangue latino; — noi uscimmo dal fianco di madri barbare, e molto di loro ritraggono le nostre membra; — dove non mi occorresse altro argomento per confermarmi in questo mio dubbio, me ne persuaderebbe l'odio veramente fraterno che adesso portiamo ai nostri antichi fratelli teutoni. A posta loro essi si spingono verso il mezzogiorno, desiderando scambiare le brume del cielo natio coll'azzurro del nostro, anelando il grappolo delle nostre vigne, l'olivo delle valli: — Lasciate, essi ci dicono, riscaldarci le membra intirizzite ai raggi del vostro sole; — voi ne avete goduto tanti anni! — Importuni Polinici che ci domandano il trono di Tebe, e da noi odiati come Eteocle odiava. Poichè la natura si mostrò a molti matrigna e ad altri molti madre parzialissima, io penso ch'ella abbia gittato nel mondo il pomo della discordia; e qui per quanto uomo s'affatichi, invano speri di trovare rimedio. Ancora nasce il debole ed il forte, nasce l'uomo di alto intelletto e lo scemo di senno; — irreparabili ingiustizie. Con opera non interrotta di secoli l'uomo arriverà forse a bilanciare in parte siffatte discrepanze, ma pure rimane sempre l'apparizione del genio suprema ingiustizia, meteora luminosa che sè stessa arde e gli occhi ai riguardanti consuma, forza prepotente, la quale, secondo che muove Arimane od Oromaze, afferrato pei capelli il suo secolo, lo strascina precocemente verso la libera civiltà o lo risospinge nella serva barbarie. — Ora parlo di noi uomini viventi. A coloro che tra i riposi di molli origlieri immaginano il sogno facile di umana felicità, compassione. A coloro, i quali consultano i destini degli uomini sui libri dalle fodere dorate, e non palpitano per le piazze e pei trivii in mezzo alla plebe vestita il corpo di fango, l'animo di delitto, compassione e dileggio. A coloro i quali non meno vili e più dannosi dei lusingatori cortegiani adulano le moltitudini, dileggio ed obbrobrio. Non sollevate ancora gli occhi alle stelle, avvertite a non traboccare dentro la fossa adesso adesso aperta ai martiri della libertà, o se gli sollevate, fatelo per pensare che i vostri mali vincono di numero le stelle dei cieli; voi avete concetti superiori, proponimenti inferiori al bisogno; mente alta, cuore codardo, braccio infiacchito; voi ordite un secolo avaro e superbo; obliosi movete oggi la danza dove ieri surse il patibolo per i vostri fratelli; come solevano i baccanti, voi empite l'aere di gridi, perchè nè da voi nè da altri s'intendano i lamenti dei mortariati e turbino le vostre vituperose feste; se vi uccidono l'amico, non dirò che a guisa dei lupi vi lacerate a brani il corpo di lui, bensì come pecore stupide continuate la pastura spensierati e leggieri; vanitosi, celebrate i fatti progressi, e non sapete che la millesima parte della lebbra sociale non fu per anche sanata, che, qualunque parte, comechè piccolissima, della lebbra rimanga, di per sè basta a procurare la morte. Teti tuffando Achille nelle acque di Lete obliava bagnargli il calcagno, e Paride, quivi appunto percotendolo l'uccise. I vostri fratelli furono balestrati in esilio, voi appena fuori delle porte gli avete dimenticati; — i vostri fratelli furono percossi di morte, e voi avete avuto, non che d'altro, paura di gemere sopra il fato acerbo di loro... di proferirne il nome! — i vostri fratelli furono sepolti in carcere, e voi non li avete consolati. E voi i civili, voi? Voi non avete la energia della barbarie nè il senno della civiltà virile. Prima di desiderare la libertà, imparate ad essere uomini; — piuttostochè volere repubblica, attendete a purgare i rei costumi. Finchè vi state così superbi, parabolani, frivoli, obliosi, leggieri, pei mali altrui di ghiaccio, fuoco per ogni maniera di diletti, io non abbisognerò della testa di Medusa per farvi impietrire: — pietra siete da voi. — Io vorrei come dentro uno specchio mettervi dinanzi l'anima vostra: — mostro più schifo non partorì natura, nè mente di poeta immaginò.

Io troppo bene conosco che, da insidiose blandizie lunsingati, saliti adesso, pel discorso inconsueto, in furore, mi maledirete... Maleditemi... e smentitemi, se potete; — intanto io vi dichiaro codardi, frivoli insanabilmente e in tutto degni della presente servitù. — Adesso riprendo la storia.

Quando avveniva un caso grave di pace o di guerra, in Fiorenza era costume del governo di chiamare a consulta, che dicevano Pratica, oltre i magistrati, certa copia di cittadini autorevoli a fine di ricercarli della loro opinione intorno ai privati pareri. Il quale abuso biasima meritamente l'istorico Iacopo Nardi, come quello che partoriva pessimi effetti; primo, perchè, non potendo adunare tutti i cittadini che invero erano o si reputavano autorevoli, gli esclusi si rimanevano scontenti e queruli; poi quelli che sapevano, secondo la consuetudine, avere ad esser chiamati, poco pregiavano i pubblici uffici e sè non esentavano con danno della repubblica; finalmente, i condottieri e i principi, ai quali bisognava negoziare con Fiorenza, riconoscevano questi concittadini come perpetuo magistrato, e così il governo veniva a perdere di reputazione. Siffatta costumanza cominciò dal tempo delle civili discordie tra guelfi e ghibellini, bianchi e neri, nel quale avveniva che i principali della fazione fuoruscita, tornati vittoriosi a casa, volessero ingerirsi nelle consulte, trattandosi della salute propria e della parte. E quantunque nel secolo della nostra storia cotesta necessità fosse cessata, pur tuttavia continuava il costume; tale essendo la natura delle abitudini, buone o triste elle sieno, quando una volta si lasciano invecchiare nella mente dei popoli.

Il caso era grave davvero, perchè si trattava se dovesse Fiorenza accordare co' patti dettati dal Papa, o se piuttosto, rotti gli accordi, mettersi alla ventura delle armi. Inoltre il gonfaloniere Francesco Carducci tanto più volentieri aveva adunato la Pratica in quanto che col chiamarci uomini di varie fazioni pensò potere conseguire che, trattando domesticamente tra loro, venissero a dimettere alquanto della scambievole selvatichezza ed accordarsi in pro della patria comune: o se non riusciva a persuaderli di fare di per sè stessi questo bene, convenissero almeno a confermare il gonfalonierato di lui, il quale avrebbe molto acconciamente saputo provvedere alla comune salvezza. Pensò ancora di acquistarsi grazia nell'universale; però che, sebbene si sentisse atto a grandi cose; non ignorava essere giunto a quel sommo grado con sorpresa di tutti e sua, scemargli il credito le poche fortune, il fallimento della sua ragione mercantile in Ispagna, il parentado, comunque illustre (che si vantava discendente di san Giovanni Gualberto, antico barone del contado e galantuomo davvero), oggi ridotto in pochi ed umili capi. Le quali cose, come vedremo, il Carducci non solo non ottenne, ma invece acquistò le contrarie; — colpa non sua, sibbene della fortuna, la quale delle due faccie che gli umani casi presentano, sorridendo all'una, è cagione che l'altra, malgrado gli argomenti umani, vada in rovina.

Nelle stanze della Signoria assai prima che la campana, detta la Tonaia, chiamasse i cittadini in Palazzo, egli aveva convocato uomini di ogni maniera faziosi. Erano andati prontissimi tutti Iacopo Nardi, Michelangelo Buonarotti, Bernardo da Castiglione, Zanobi Buondelmonti, Lorenzo Cambi ed altri non pochi per amore di libertà: Zanobi Bartolini e Ludovico Capponi per iscoprire gli umori e governarsi a seconda del vento; Luigi della Stufa, Matteo Nicolini, Ottaviano dei Medici, Luca degli Albizzi, Francesco Antonio Nori per paura, tenendo scopertamente per le palle.

Il Carducci, a mano a mano che giungevano, con dimostranze cortesi gli accoglieva, domandava perdono se avesse loro arrecato disturbo, ma in cosa di tanto momento non credersi facoltato a deliberare senza di loro: attendessero che gli altri venissero; egli intanto esaminare i rapporti della provincia. — E così favellando si accostava ad una tavola immensa ingombra di carte, dove faceva sembiante di leggere. — Il Carduccio, per ordinario pallido, adesso era livido, sia che avesse vegliato la notte, o le cure soverchie lo travagliassero; — e Iacopo Nardi, considerando cotesta sua faccia cadaverica ricinta sotto il collo da un lucco di velluto cremesino, sentì come abbrividirsi dentro, parendogli quelle pieghe rosse rivi di sangue che scaturissero dalle vene tronche della gola: rispose al sorriso del gonfaloniere stringendogli forte la mano e sospirando profondo. Questi però, simulando di leggere, osservava attentissimo gli atti ed ascoltava i detti dei convocati, e a tal fine adoperava l'udito, che la natura gli aveva concesso maraviglioso, e la strana facoltà di potere in due punti diversi indirizzare nel momento stesso il raggio visuale degli occhi. Vide i Palleschi ossequiosi volgersi agli Arrabbiati, e questi con mali modi e peggio parole ributtarli e restringerli insieme; — notò i Palleschi e gli Ottimati rimanersi ristretti alcun tempo, ricambiarsi la favella, ma alla perfine dividersi per istudio degli ultimi a malgrado dei primi: non gli sfuggì il corpulento Bartolini fare ad ognuno e restituire saluti, e non pertanto schivati i colloquii rimanersi solo: nè il Carduccio sfuggì al Bartolino; acuti entrambi, entrambi speculatori sottilissimi degli uomini, ingegnosi, amanti di libertà; ma il Bartolino per ingiurie ricevute, quindi facile a piegare il Carduccio per ambizione e come cosa propria, quindi istrumento di libertà capacissimo e fedele. Poichè lo scopo di averli adunati per tentare se potessero mescolarsi il gonfaloniere conobbe perduto, egli, depositando sulla tavola il fascio delle lettere, quasi avesse terminato di leggerle, dirigendo la parola ai convocati, così cominciò:

«Male nuove, messeri. Il dominio per la massima parte perduto; la rimanente, secondo i rapporti dei commissari, travagliata dai partigiani dei Medici, vacilla nella nostra devozione: — pericoli maggiori dentro: l'erario vuoto.»

«Se per lo addietro», rispose tempestando Bernardo da Castiglione, fosse stato creduto a me e agli altri che sono del mio animo, forse in questo giorno noi non avremmo a consultare se si debba perdere o non perdere questa libertà; perchè se ci fossimo vendicati arditamente contro alle case, contro alla vita e contro alla roba dei nemici nostri e traditori della patria, noi non avremmo oggi tanta paura di loro in questi travagli, nè il Papa, confidato in questi perversi cittadini, avrebbe mosso la guerra per rimettere sè e loro nell'antica tirannide[120].»

E l'Arrabbiato guardava bieco i cittadini palleschi.

«Cotesti vostri modi», riprese Ludovico Capponi, «messere Bernardo, ci avrebbero dato tirannide nuova, peggiore dell'antica: rammentate che ai forti piacciono i consigli magnanimi, ai deboli i crudeli. Procedendo come abbiamo fatto fin qui, ci rimane sicura speranza di accordi pei quali, sfuggita la guerra, conserviamo libertà onestamente moderata ai tempi, ai costumi ed alle voglie degli uomini possibile.»

«Libertà da Giulio dei Medici voi non vi potete attendere neppure moderatamente onesta! Sperate piuttosto mille fiorini in prestanza dal giudeo senza pagargli l'usura. Ah! Ludovico, sul letto dove si fanno cotesti sogni, si alzano le forche per cortinaggio, e pende un bel capestro per tendina.»

«Patteggiando, messere Bernardo, restiamo intieri, abbiamo forza e possiamo costringere a tenere i patti; — vinti poi, dispersi, spenti, nelle sostanze rovinati, empiremo le terre d'Italia di pianti inutili e le più volte derisi.»

«E chi vi ha detto, Ludovico, di esulare per Italia! i Saguntini non esularono; — non esularono i Cartaginesi; — non esularono i Sanniti, — non i Giudei; e intorno alla prima parte del vostro discorso, io vo' che sappiate dieci battaglie perdute non pareggiare il danno di sei mesi di tirannide.

«E quale sarebbe il parere vostro, onorando messere Zanobi?» domandò all'improvviso il gonfaloniere guardando fissamente il Bartolino.

E questi spedito rispose:

«Vi dirò, magnifico messere gonfaloniere, le opinioni di per sè stesse non valgano nulla; — tutte buone, tutte cattive: e' bisogna prima disaminare per bene i fatti; e questo, come vedete, spetta a voi: — se davvero il dominio è perduto, la fede dei cittadini e soldati vacillante, la pecunia nulla, accorderei salvando parte di quello che altrimenti mi toccherebbe a perdere intiero; se poi non per anche giungemmo a tanto estremo, non precipiterei nulla per godere il benefizio del tempo ad aspettare le nuove dei Luterani e dei Turchi.»

«Queste risposte sanno di oracoli. — Dei due fatti bisogna supporre uno: — così non verremo a capo di nulla», — mormorava a mezza voce il Carduccio; e il Bartolino, tornato alla primiera impassibilità, fingeva non intendere parola.

«La fede dei cittadini vacillante?» favellava pieno di passione Iacopo Nardi. «Sì, ma di pochi tristi. Le casse vuote? Sì, perchè non volete prendere il danaro dove si trova, ed invece lasciate adoperarlo ai nostri danni. Almeno volgetevi alla carità del popolo: i ricchi non hanno viscere, e il popolo vi porterà il suo ultimo soldo, il suo ultimo figliuolo...»

«In fè di Dio io non so chi mi tenga le mani che non te le cacci nei capelli e non ti renda più mondo dello zuccone di campanile[121]»

«Silenzio, donna! Abbiate rispetto al palazzo dei Signori.»

«Senti! O che li tolgo in dispregio io? Ma fammi almeno contenta di dire a messere Francesco da parte mia che ho da parlargli.»

«E chi siete voi?»

«Io mi chiamo monna Ghita e sono setaiuola conosciuta per tutto Borgo San Friano.»

«Or bene, monna Ghita, aspettate.»

«Aspettate! — Ella è una parola cotesta; ma noi poveri lavoranti non siamo mica come voi altri signori soldati, che ve ne state il giorno intero a baloccarvi con la partigiana in su le spalle mentre v'è chi pensa a infornarvi il pane e a mescervi il vino: a noi tocca guadagnarcelo menando le mani da mattina a sera; e tante volte non basta. Prima dell'assedio un'ora o due non guastava; ora poi il vivere è così caro che, non l'ora, il minuto assottiglia il vivere: non sapete voi che il grano costa sette lire lo staio quando se ne trova, e il vino dieci fiorini d'oro il barile? Ma voi non sapete nulla, perchè non li comprate... — Corto — andate o non andate ad avvertire messer Francesco?»

Illustration from L'assedio di Firenze

.... Io dunque ve l'ho condotto, e vi prego a volerlo accettare,... Cap. VII, pag. 176.

«Buona donna, andatevi con Dio: — vi par egli che il magnifico gonfaloniere possa lasciare la consulta per ascoltare una femminuccia qual siete voi.»

«Soldato, tu se' forestiero e servo: se tu fussi de' nostri, sapresti qui non si conoscere femminucce nè madonne, il grande contare meno del popolano; se il grande vuol tenere gli uffici, essergli forza ascriversi alla matricola delle arti: — la mia famiglia appartiene all'arte di Por Santa Maria, come quella di messere Francesco Carducci: ambedue abbiamo traffico di seta; egli la compra in balle, io gliela incanno, gliel'addoppio e gliene fo matasse... eppure intrambi eguali di condizione.»

Siffatto colloquio discorso con voce concitata le più volte sdegnosa, nella stanza antecedente alla sala dove stavano a consulta il gonfaloniere e gli altri cittadini, sospese i ragionamenti di loro; e quale più qual meno si mostrava curioso di conoscere la cagione della pressa singolare che faceva la donna. Onde il gonfaloniere, quella vaghezza leggendo sul volto ai circostanti, senza aspettare di esserne sollecitato chiamò la guardia e le ordinava lasciasse passare.

E subito dopo comparve arditamente una donna di sembianze strane; alta della persona, magra, adusta dal sole sicchè sembrava di colore del rame. I muscoli del collo grossi e protuberanti, le vene turgide, le labra vermiglie e, comunque tacessero, agitate; le narici ansose, gli occhi fulgidissimi e perpetuamente volgentisi da un lato all'altro; i contorni del volto squadrati, la faccia ossuta. Moveva le braccia a guisa di remi; e considerando le mani forti e l'unghie adunche di che andavano fornite non era da reputarsi di poco momento la minaccia fatta al soldato. — Entrò, come dissi, audace nel sembiante e negli atti; ma tosto che si vide in mezzo a quel consesso, declinò lo sguardo e si rimase muta e vergognosa. Per lo che il Carduccio, motteggiando, amorevolmente le domandava: «Ora via, monna Ghita, lasciaste voi per avventura la lingua al beccaio?»

«Messer no, bensì credeva che il soldato mentisse il consesso, nè mi aspettava trovarmi al cospetto di tanti magnifici che vanno per la maggiore...»

«E non andate anche voi per la maggiore? Il vostro nome non è egli scritto nella matricola dell'arte della seta?»

«Oh! per l'arte, dite bene; ma infine dei conti a me pare che tutte le disparità mettano capo a queste sole due: avere e non avere... E nondimeno io parlerò, e questi signori mi scuseranno: e se non mi vorranno scusare, mi rincarino il fitto, perchè io faccio opera buona. E per dirvela in breve (chè a voi altri messeri premerà il vostro tempo, ed a me preme anche il mio), ecco di che si tratta: e' mi hanno fatto sapere come qualmente la Signoria ordinò si gridasse per le strade e si appiccasse su pei muri un bando, affinchè chiunque si trovasse da avere figliuoli da diciotto a trentasei anni ed ori ed argenti, li portasse al palazzo della Signoria per essere adoperati in difesa della nostra patria... Ora mi trovo ad avere questo figliuolo... — Vieni oltre, Ciapo, e saluta i messeri.»

Qui gli occhi di tutti si fissarono sopra un garzone adolescente tuttavia, ma grande e grosso, di membra validissime, armato di spada, di partigiana e di barbuta. Egli come volle la madre, si avanzò di alcun passo e con piglio soldatesco riverì il gonfaloniere e gli altri adunati. Allora monna Ghita continuò:

«Ciapo non arriva ancora a diciassette anni, ma Ciapo è tale da fiaccare l'ossa con un pugno a quanti qui siete dentro, sia detto senza superbia. Cotesto vostro bando, con reverenza di voi tutti, messeri, non mi sa di nulla. Oh! che? son gli anni che rendono capace di portar arme e affaticarsi nel campo? il mio Ciapo di sedici anni e otto mesi, perchè deve entrare nel diciassette come si arriva alla festa di san Zanobi, può fare quello, e più, che non fa un altro di trenta. Dunque deve farlo ancora egli. Ciapo è buon figliuolo; ha il santo timore di Dio, lavora per la sua povera madre, e prega tutte le sere per l'anima di suo padre. — Da lui in fuori io meschina non ho altri nel mondo. Rimango sola; — ma che monta questo? Quando ho sentito il bando, gli ho detto: Ciapo, prendi la barbuta, la partigiana e la spada di tuo padre e vieni ad arrolarti alla ordinanza della milizia. Adesso ti bisogna difendere tua madre e la tua casa. — Qui Ciapo mi ha risposto: Non ci moviamo, madre mia: per voi, dormite sicura che nessuno vi toccherà la punta di un dito; in quanto alla casa poi, che domine volete che portino via? E' non v'è chiodo d'appiccare il capuccio. — Le quali parole mi fecero impressione, perchè Ciapo diceva la verità, essendo i miei anni tanti da rendermi ora più paurosa del demonio che dei soldati, e la casa ignuda di masserizie quanto il palmo della mano: ma stata alquanto sopra di me, soggiunsi: Va tuttavia, se non difenderai le donne e robe tue, difenderai quelle degli altri; e poi mantenendo questo stato, se un signore ti reca ingiuria, dimani diventa si può dire come te di petto alla giustizia, e tu puoi accusarlo agli Otto, mentre nei reggimenti dove un solo comanda a tutti e sempre, non sai in che modo rifarti. — E senti ancora quello che predicava il beatifico frate Girolamo, perchè non hai avuto il bene di ascoltare quella santissima bocca: — Cristiani e fratelli miei, vale meglio pane di fava in repubblica che pane d'oro sotto il principato. — E Ciapo m'interruppe esclamando: Basta... andiamo. — Io dunque ve l'ho condotto, e vi prego a volerlo accettare, ch'egli mi promesse di portarsi da valentuomo e da figliuolo degno di Bindo del Tovaglia suo padre, che Cristo abbia in gloria.»

Le guancie livide del Carduccio comparvero lievemente tinte in rosso; sciolse un sospiro, e la soverchia commozione gli troncò la parola. Gli altri, rimordesse coscienza o maraviglia esaltasse, tacevano. — La donna soggiunse:

«Solo vogliate nutrirlo, imperciocchè io non potrei fare le spese a me ed a lui. — Oh! un'altra cosa. Davvero ella è una miseria, ma ogni pruno fa siepe:» (così favellando monna Ghita si fruga per le tasche) «in fondo della cassa ho trovato questo paro di gocciole d'oro che mio zio Baccio aggiunse alla donora quand'io andai a marito; se avessi trovato di più, di più vi avrei portato; e mi ricordo che mi disse esserci il valsente di meglio che quattro fiorini d'oro, e averglielo affermato con sacramento l'orafo che sta da San Brancazio: — io non ci credo, perchè gli orafi vivono senza fede nè legge; nondimanco, costino quello che costino, varranno a pagare una settimana un uomo d'arme. — Messeri, state sani; il Signore vi dia il buon giorno e il buon anno. Badate ad avere cura della patria: io per me torno a badare al filatoio: se avete seta da filare, vi sovvenga di monna Ghita, nel borgo San Friano; tutti v'insegneranno la mia casa, perchè la chiesa conviene che campi sopra la chiesa. Ciapo, figliuolo mio, ricórdati, davanti al Crocifisso che tengo a capo del letto, avermi promesso di tornare ad annunziarmi libera patria, o non tornare più: attendi a mantenermi la promessa, perchè se mi capiti in casa vinto, io ti chiudo l'uscio in faccia e dico al vicinato averti raccolto per la strada, non già portato in questo fianco nè con questo seno nudrito: hai tu inteso? Addio.»

Il Carduccio, alzate le mani, corse ad abbracciare la donna e intenerito esclamava:

«Ghita, se la repubblica contenesse dieci cittadini dell'animo vostro, il nemico non accamperebbe adesso sotto le mura di Fiorenza.»

E gli altri, simulando od esprimendo verace ammirazione, l'erano attorno celebrandola con ogni maniera di lode. La donna, districandosi da loro, come selvatica, con alta voce gridò:

«Mal concetto, messeri, prendo di voi; ed ora incomincio a dubitare della patria davvero, perchè voi tanto non levereste a cielo il debito del buon popolano, se aveste cuore e volere da soddisfare al vostro. Badate che al cavare delle tende non si abbia a dire di voi come del perdono di sere Umido: baci di molti, e quattrini punti[122].»

Iacopo Nardi, tratta fuori di tasca una carta, notava; e quando ebbe notato la piegò e se la ripose diligentemente in seno, mormorando: — Quando ogni altro esempio di virtù ai nostri tempi mancasse, questo unico basterebbe a farmene scrivere la storia[123].

Michelangiolo anch'egli non alitava, l'anima tutta gli si era trasfusa negli occhi; l'osservava in ogni suo moto nel girare dei muscoli, nello stringere delle ciglia. E non contento di starsi alla superficie, le penetrava oltre la cute e, per così dire, indovinava la recondita notomia di quel volto: dardeggiando veloce lo sguardo da lei ad un foglio e dal foglio a lei, con la mano rivelatrice dell'alto intelletto effigiava il tipo della parca che taglia la vita, la quale poi dipinse con le altre due compagne, meraviglia dell'arte, nella tavola che si conserva nella galleria di Palazzo Pitti a Fiorenza.

«Magnifici signori,» disse un mazziere della Signoria entrando in fretta, «gli oratori spediti a Bologna, arrivati a Porta San Gallo, hanno mandato un cavallaro innanzi per avvertirvi che scavalcheranno al Palazzo.»

«Ordinate che cessino di sonare la campana: — se vi aggrada, messeri, possiamo scendere in sala. — Voi, monna Ghita...» La donna era scomparsa; e quando nello scendere le scale, il gonfaloniere si accostò al balcone, la vide traversare veloce la piazza, come vogliosa di rimettere il tempo perduto.

Entrarono nella sala, assai diversa da quella che ai tempi nostri vediamo. Non per anche ella appariva contaminata su le pareti con le immagini di due atroci ingiustizie, una della Repubblica, l'altra del Principato, voglio dire le guerre di Pisa e Siena. — Non per anche i popoli, ponendo il piede dentro quel recinto, sentivano comprendersi dal ribrezzo al pensiero dell'incesto quivi commesso dal primo gran duca Cosimo dei Medici, d'iniqua memoria, sopra la sua figlia Isabella. — Ella era quale l'aveva ordinata frate Girolamo Savonarola al suo amico Simone detto il Cronaca, semplice, bassa, scarsa di lumi, col solaio scompartito a quadri di legnami, larga braccia trentotto, lunga novanta. Mai non avevano fabbricato in Italia sì vasta sala nè i Veneziani nè i papi nè i duchi di Milano o i re di Napoli. Quando la voce di frate Girolamo fece prevalere il reggimento popolare al governo dei pochi, che aveva durato sessant'anni in Fiorenza, provvidero si costruisse un locale capace di contenere tutti i cittadini adunati in consiglio generale. Il buon Simone con tanta prestezza attese si conducesse a termine che lo stesso Savonarola ebbe a dire «che gli angioli in quell'opera si esercitassero in luogo di muratori ed operai perchè più presto fosse finita[124].»

Quantunque io abbia affermato poc'anzi che il Savonarola[125] predicando facesse un reggimento largo e popolare prevalere allo stretto e dei pochi, già non si creda ch'ei partegiasse a rendere la plebe signora, dominio acerbo quanto quello del tiranno. Fu pei suoi conforti composto il Consiglio prima di ottocento trenta, poi di mille settecento cinquantacinque cittadini, oltre i trent'anni, amorevoli della repubblica, netti di specchio. Imperciocchè egli sapeva essere le adunanze della plebe istrumento certissimo di servitù; epperò quando i cittadini ambiziosi non potevano vincere co' modi legali, s'ingegnavano chiamare la plebe in piazza, rimettere in lei l'autorità del governo e lusingarla o costringerla ad eleggere alquanti uomini i quali avessero soli autorità di riformare lo stato quanta ne aveva il popolo di Fiorenza tutto insieme. I quali due modi si chiamavano parlamento e balía. E la storia aveva insegnato esserne derivati pessimi effetti, simili a quelli che anticamente partorirono nella repubblica romana e in tempi più recenti nel regno di Polonia, allorchè una Polonia stava in piedi, e i popoli si eleggevano un re. Frate Girolamo, che del reggimento degli stati, se quel suo zelo soverchio per la religione non l'offuscava, intendeva assaissimo, attese molto diligentemente a persuadere altro essere libertà, altro licenza, popolo non doversi confondere con la plebe, consiglio generale differire da tumulto in piazza; ed in ammaestramento perpetuo che la sfrenata larghezza dei consigli è madre certa di tirannide, volle nella gran sala a lettere maiuscole fosse scritta la stanza seguente:

Se questo popolar consiglio e certo Governo, popol, della tua cittate Conservi che da Dio ti è stato offerto, In pace starai sempre e in libertate: Tien' dunque l'occhio della mente aperto, Chè molte insidie ognor ti fien parate, E sappi che chi vuol far parlamento Vuol tòrti dalle mani il reggimento[126].

Intorno alla mura della sala avevano ritta una ringhiera col piano alto tre braccia sopra il pavimento, balaustri davanti e seggi come in teatro; quivi dovevano sedersi i magistrati della città. Nel mezzo della parete volta a levante, sopra residenza più eminente, stavano il gonfaloniere di giustizia e i Signori: — nella facciata dirimpetto era l'altare, e accanto all'altare la tribuna, in quel tempo chiamata bigoncia, per gli oratori. Nel mezzo poi della sala si vedevano panche disposte in fila per i cittadini. Tal era, nei tempi di cui narro la storia, la sala del Palazzo della Signoria, ai giorni nostri volgarmente chiamato Vecchio.

Mi sia concesso con quella brevità ch'io potrò maggiore esporre quali si fossero i magistrati che partecipavano alla Pratica, come nascessero; quanto e quale potere esercitassero. Duri tempi ci stanno addosso; sicchè all'uomo, per ristorarsi delle presenti miserie, conviene che si volga al passato o al futuro. Tra le memorie e il desiderio noi trasciniamo vita piena d'amarezza; — il futuro si distende grande, infinito davanti a noi, ma vago, illuminato da splendore incerto, dove ogni creatura immagina a suo senno un fantasma. Il passato invece si mostra circoscritto, ai bisogni nostri incompleto, pur nondimeno distinto. Il passato è irrevocabile, — il tempo caduto nella eternità uscì dal dominio degli uomini e da quello di Dio. Del futuro non ispuntò anche l'alba del giorno fatale, e le generazioni, quasi disperate della lunga notte della doppia tirannide che le opprime, tengono da secoli la faccia volta all'oriente osservando se comparisce il raggio divino. — Quanto tarda a comparire quel raggio! A cui talenta spaziare pei campi dell'avvenire, vi s'immerga intiero e ci rallegri con illusioni, con isperanze, con vaticinii e, se gli riesce, con sicurezza di meglio, onde tre quarti del genere umano continuino il travaglioso pellegrinaggio della vita. In verità la nostra misura è colma, il peso grave, l'assenzio dell'anima senza fine amaro. Io punto da diversa voglia continuerò a ricercare nelle ceneri dei padri, a interrogarne i sepolcri. Ah! padri miei, voi premete un duro guanciale di terra; voi preme una grave coltre di terra; — voi forse ora siete tutta terra... e nonpertanto v'invidio perchè riposate.

Il magistrato dei Signori ebbe origine antica, fu ordinato nel 1282; — dapprima erano tre, poi sei, essendo la città divisa in sestieri; alla fine otto, quando la ridussero a quartieri. Ma, siffatto magistrato non bastando a frenare la prepotenza dei nobili, crearono nel 1292 il gonfaloniere di giustizia, al quale dettero sotto venti bandiere mille uomini, onde si trovasse sempre parato a favorire le leggi. Primo eletto fu Ubaldo Ruffoli; e trasse per la prima volta fuori il gonfalone per disfare le case dei Galletti, avendo uno di quella famiglia ucciso in Francia un popolano. Il gonfaloniere e la Signoria esercitavano, da principio, grandissimo potere, stando nella facoltà di quelli fare o non fare quanto loro meglio piacesse. Dal 1494 insino al 1512, e dal 1527 al 1530 poi, sibbene il Consiglio Grande fosse vero e legittimo signore, nondimeno cotesti due magistrati ritenevano gran parte della sua autorità. Uscito fuori dal bisogno e per avventura dall'ira, cotesto ufficio riunì un tempo entrambi i poteri che noi diciamo deliberativo ed esecutivo; in seguito, procedendo nella scienza di governare lo stato, l'autorità del deliberare fu, come si doveva, restituita ad ampia assemblea, ed essi ritennero il potere esecutivo, il quale nondimeno divisero in altri magistrati subalterni, come sarebbe a dire i Dieci, ai quali commisero l'incarico di vigilar su le cose della pace e della guerra, i Nove preposti a provvedere alle milizie del contado, gli Otto all'amministrazione della giustizia criminale, ed altri ad altre cose.

Dopo la Signoria, nel reggimento della Repubblica Fiorentina comparivano notabili i sedici gonfalonieri. È incerto se Giano della Bella nel 1292, o il cardinale da Prato, mandato nel 1303 da papa Benedetto XI a pacificare la città, gl'istituisse. Fu da principio ufficio loro esclusivo sovvenire la Signoria e il Palazzo, correre alle case dei popolani, se vedessero i grandi assembramenti per isforzare il governo, operare in somma quanto fosse necessario onde rimanesse illesa la legge, e perchè meglio l'ufficio loro eseguissero, ebbero nel 1323 i cinquantasei pennoni, tre per gonfaloniere, ed alcuni quattro, con i quali, quando il gonfaloniere di giustizia chiamava il popolo alle armi, erano tenuti ad andargli dietro con le compagnie loro assegnate. Mutati i tempi e gli ordinamenti, non più si ebbe bisogno che uscissero in arme ad accompagnare il gonfaloniere di giustizia nella tumultuosa esecuzione di sentenza che pareva, ed era le più volte, vendetta: ma nondimeno, avendo acquistato riputazione grandissima, ordinarono che la Signoria, quando avesse a fare alcuna pubblica deliberazione (come confermare le spese commesse dai magistrati della Repubblica, creare nuove leggi, imporre gravezze), non potesse alcuna cosa eseguire senza di loro. Avevano titolo di venerabili; insieme con i dodici Buonuomini componevano i così detti Collegi, e si chiamavano ancora li Tre maggiori. Chiunque il padre o l'avo del quale non era veduto far parte di questi maggiori non poteva essere promosso agli uffici pubblici. La città andava divisa in quartieri, per la riforma che ne fu fatta dopo la cacciata del duca di Atene. Per lo innanzi fu spartita in sestieri. Ogni quartiero aveva un gonfalone collegiale e quattro particolari. San Spirito prese per gonfalone collegiale la colomba bianca con raggi d'oro fuori del becco in campo azzurro; gli altri scala bianca in campo rosso; quadro bianco seminato di nicchi rossi in campo azzurro; sferza nera in campo bianco; drago verde in campo rosso. Santa Croce ebbe in gonfalone collegiale croce rossa in campo bianco; — gli altri furono, due ruote cerchiate bianche e nere; una ruota di carro di color d'oro in campo azzurro; toro nero in campo d'oro; lione d'oro in campo azzurro. Santa Maria Novella per gonfalone primario un sole d'oro in campo azzurro; e gli altri, lione bianco in campo azzurro; lione rosso in campo verde; vipera verde in campo d'oro; unicorno bianco in campo verde. San Giovanni, il tempio in campo azzurro; gonfaloni minori, le chiavi rosse incrociate in campo d'oro; il vaio bianco e nero; il drago verde in campo d'oro; lione nero in campo bianco.

Terzo maestrato maggiore costituivano i Buonuomini; dodici di numero; istituiti nel 1321; nel qual tempo essendo la città molto travagliata dalla fazione di quelli che volevano entrare nel governo, e non provvedendo a sì fatto disordine i Priori come dovevano, furono eletti questi dodici Buonuomini, perchè assistessero i Priori, i quali d'ora in poi non potessero fare deliberazione alcuna d'importanza senza il consiglio loro: si dissero Buonuomini perchè cavati fra quelli che avevano fama, oltre la sufficienza, di grande bontà. Nella riforma del 1494, epoca della seconda cacciata dei Medici, si provvide che eglino insieme ai sedici gonfalonieri ed alla Signoria intervenissero a fare stanziamenti, creare nuove leggi ed altri ordini; nè senza la presenza loro il Consiglio Grande potesse eleggere magistrato, o far cosa altra qualunque. Incombeva loro altro ufficio, ed era la guardia della porta del Palazzo nei tempi turbolenti contro chiunque volesse sforzare i Signori. Però, durante lo spazio compreso nella nostra storia, di e notte vigilarono alla custodia della Signoria.

Dei Nove non occorre per ora parlare, i quali attendevano alla milizia del contado e del dominio fiorentino; e perduto il dominio, furono deputati sopra le fortificazioni della città.

Altrove terremo proposito degli Otto di guardia, magistrato criminale sostituito ai capitani di popolo. — Diremo adesso brevemente dei Dieci di libertà e pace.

I Dieci furono magistrato assai antico, imperciocchè se ne trovi fatta menzione nella storia delle guerre che Firenze sostenne con suo infinito pericolo contro i duchi di Milano. In pace si sopprimeva, in guerra si tornava ad eleggere. Qualche volta invece di dieci fu composto di otto, e si chiamarono di Pratica. L'amministrazione dei Dieci si estendeva oltre ogni credere; in loro stava la salute o la rovina della patria; a loro apparteneva negoziare co' principi, praticare gli accordi, promuovere le leggi rispetto alla pace o alla guerra, soldare capitani, fanterie e gente di armi; e, bisognando condurre governatore o capitano generale, a loro spettava considerare diligentemente chi per fede e valore fosse degno di tanto grado, comechè simile condotta non si tenesse per conclusa dove prima non la confermasse il consiglio degli Ottanta. Era parimenti ufficio dei Dieci apprestare le fortezze del dominio, mettervi presidii, artiglierie, polvere e di ogni maniera provvisioni. Avevano autorità di mandare commissari particolari del dominio, od anche eleggere per commissari quelli che andavano in reggimento. Gli ambasciatori e commissari generali sebbene nel consiglio degli Ottanta si creassero, nondimeno, quando andavano ad eseguire i negozi, la Signoria imponeva loro che scrivessero ai Dieci; e quanto questi comandassero, facessero: però gli ambasciatori innanzi la partita andavano per le istruzioni a quel magistrato; giunti presso i principi, a lui scrivevano tutto quello che occorreva, e i comandi che per risposta ricevevano, eseguivano. L'autorità di questo magistrato compariva in diritto eccessiva, perchè poteva muovere guerra, far pace, stringere lega con cui meglio gli pareva: nondimeno in fatto non assumeva sì grave carico, e nelle deliberazioni di momento si consigliava con la Pratica. Furono segretari dei Dieci, col titolo di Segretari della Repubblica Fiorentina, gli uomini più illustri che a mano a mano onorassero i secoli. Tanto piacque nei tempi andati ai Toscani mantenere presso i popoli stranieri fama d'ingegnosi e schivare quella di stupidi: Coluccio Salutati; Lionardo Bruni, Carlo Marsuppini, Poggio Bracciolini, Cristoforo Landini esercitarono l'ufficio di segretario; più grande di tutti loro Nicolò Machiavelli, a, cui, ristorato il governo repubblicano, fu per opera degli ottimati preferito un Francesco Tarugi di Montepulciano, e questo morto di lì a breve tempo, con molto migliore consiglio elessero per segretario Donato Gianotti, reputato e dabbene, dalle opere del quale sono estratte per la massima parte le precedenti notizie[127].

Già la sala era ingombra di cittadini chiamati dal suono della campana; e andavano trattenendosi in vari ragionamenti, divisi in capannelli, liberamente discutendo le proprie opinioni, sicchè ne usciva un frastuono simile al zufolio del vento per le foreste. Quando comparve la Signoria ogni uomo si tacque e si affrettò ad occupare il posto conveniente alla dignità di ciascheduno. I magistrati si posero sulla ringhiera, il popolo per le panche, il gonfaloniere con la Signoria sopra il suo seggio.

Appena seduti e ricambiato il salutare, i tavolaccini apersero l'ultima porta della sala a mano sinistra del gonfaloniere, ed uno di loro gridò:

«I magnifici ambasciatori.»

E subito dopo furono veduti entrare Iacopo Guicciardini, Andremo Niccolini e Luigi Soderini, mesti in sembiante e in gramaglia, cosicchè a molti quella improvvisa comparsa era segno di augurio sinistro. Fattisi presso al seggio dei signori, con molta solennità gli ossequiarono, aspettando per favellare che ne fosse loro trasmesso il comando.

«Quando partiste», cominciò il gonfaloniere, «da Fiorenza, eravate quattro. Donde avviene che siete scemati? Dov'è messer Niccolò Capponi? Quale cura lo trattiene adesso?»

«Nissuna: — anzi egli adesso va sciolto da tutte, rispose Iacopo Guicciardini. — In Castelnuovo di Garfagnana spirò la sua dabbene anima, invocando la patria e con preghiere caldissime raccomandandola.»

Lorenzo Segni, che per avere condotta a moglie la ginevra, figliuola di Piero Capponi, era cognato di Niccolò, udendo l'acerba novella, forte si percosse la fronte ed esclamò:

«Ahimè! perdemmo il migliore cittadino di Fiorenza.»

Lionardo Bartolini, soprannominato il Leo (il quale era uno dei Sedici; e patteggiando per la setta degli Arrabbiati, non si scompagnava mai da Bernardo, Lorenzo, Giovambattista, Dante ed altri della famiglia Castigliona; da Battista del Bene, detto il Bogia, Giovanni degli Adimari chiamato Zocone, Giovanni Rignadori, per soprannome Sorgnone, ed altri della medesima setta), mal comportando la lode smodata ad uomo, che sempre avevano ripreso mentre viveva, rispose ad alta voce:

«Ed il peggiore magistrato...»

Lorenzo, levando la faccia e torcendo nel Bartolini gli occhi dove il subito furore aveva inaridito le lacrime della pietà, come quello che arditissimo uomo era, con grande animo soggiunse:

«A me non faceva mestieri altro esempio per convincermi essere i peccati delle republiche la ingratitudine e la invidia.»

«Via il pallesco! — Taccia l'ottimato! — silenzio!...»

E queste parole con gridi deliranti si urlavano, con frequente pestare di piedi e gesti furibondi, dalla fazione degli Arrabbiati.

«Silenzio a tutti!» balzando in piede dal suo seggio prorompe il Carducci.» Non è luogo questo, nè qui foste adunati per celebrare o riprendere le azioni dei cittadini. Il predicatore al mortorio preconizzerà il defunto messere Nicolò; la storia lo giudicherà nei suoi volumi. Ambasciatori, esponete.»

«Quantunque», con voce concitata incominciò a favellare Iacopo Guicciardini, «a noi fosse più grave patirli che a voi ascoltarli, ci sia non pertanto permesso di tacere gli strazii vergognosissimi co' quali papa Clemente, il dabben cittadino, intese a renderci contennendi davanti i maggiori baroni della cristianità adunati a Bologna per la incoronazione dell'imperatore. Noi non mancammo, a seconda delle istruzioni ricevute, di visitare i cardinali Farnese, Santa Croce e Campeggio; in particolare colloquio raccomandammo la Repubblica al gran cancelliere, ma, secondo il costume di corte, avemmo cerimonie e c'industriammo ottenere la udienza promessa dal maggiordomo maggiore. Dopo lungo aspettare per bene quattr'ore, vilipesi e derisi nelle anticamere, fummo licenziati a cagione che, essendo sopravvenuto a Sua Maestà un subito negozio, non poteva darci ascolto[128]. Non mancammo però di complire monsignore di Nassau, il quale, poco intendendo, meno facendosi intendere, non so se per dileggio o per ignoranza, rispose non bisognare intercessione, però che il papa, essendo dei nostri, avrebbe certamente adoperata benignità alla sua patria. Don Francesco di Covos, commendatore maggiore di Lione, invece di confortarci, ci minacciava guai, se non avessimo convenuto con Sua Santità e presto. — Ah! cittadini miei, quanto io ami la patria, sapete; i sagrifizi che io sono pronto a fare per lei potrete uguagliare, non superare. A me poco premono gli averi, la vita nulla: e nondimanco io torrei piuttosto danni anche maggiori, se maggiori si possono apportare all'uomo, che soffrire un'altra volta tormento come questo, senza pari nel mondo. Per compire intiero l'ufficio doloroso, non volemmo tralasciare il confessore di Cesare, il quale distintamente ci rispose avere Sua Maestà fatto consigliare questa causa, tenerla giusta, tanto più poi persuadendola il vicario di Cristo e cittadino della nostra città; per la quale cosa doveva presumersi fosse non pure giusta, ma pia; inoltre avere Cesare obbligata la sua parola e non esserle per mancare giammai, sapendo egli confessore che Cesare era quanta fede fosse nel mondo. Ancora disse che la città, per avere stretto lega co' Francesi e mandato gente al campo di Lautrec a sovvenirlo nella impresa di Napoli, doveva considerarsi decaduta dai privilegi concessi dai passati imperatori.»

Un turbine di grida interuppe l'oratore, che si rimase con labbra tremanti, ansioso di proseguire; e alla domanda di Dante da Castiglione, la quale, malgrado il trambusto, gli percosse piena le orecchie al modo di tuono:

«E con qual fronte sosteneva costui siffatte scelleratezze?»

«Con fronte da frate», rispose il Guicciardino, «e con atti tali che sembrava crederle come appunto le diceva. Ma loro io non incolpo; — ai nemici non bisogna chiedere nulla: ben io mi dolgo e in pieno consiglio ricordo, affinchè i padri insegnino ai figli, i figli ai nipoti, ad abborrire eternamente i nomi dei cardinali Ridolfi, Salviati e Gaddi, fiorentini tutti, alla patria spietati, solo di sè curanti, nè a fame nè a lacrime e nè a disperazione credenti, purchè la mensa abbiano di vivande preziose imbandita e ascoltino i motteggi dei loro buffoni[129] o i suoni dei musici. Dalle istanze supplichevoli, dagli umili scongiuri che cosa acquistammo noi? Stolti conforti, come la gente chiericuta costuma di rassegnarci ai divini voleri, quasi Cristo predicatore alle turbe della libertà potesse mai volere schiavi i suoi figliuoli! — Ma qual bestemmia mi usciva di bocca? Io ti domando perdono, Gesù crocifisso, signore e padre della Fiorentina Repubblica. Tu nulla hai di comune con i preti di Roma; quando te invocano, quando te rammentono, certo col tuo stesso nome vogliono significare qualche altro Dio. Tu versasti il tuo sangue prezioso per la salute degli uomini, — i preti hanno raccolto quel sangue e lo hanno ministrato ai popoli misto di veleno...»

E proseguiva con inestimabile dolcezza di quanti Piagnoni si trovavano nella sala, i quali, ricordando il fiero piglio di frate Girolamo e quel suo ardente predicare, già cominciavano a singhiozzare sommessi, ed era da temersi che all'improvviso cadendo in ginocchio non prorompessero nelle voci di viva Cristo, e cantassero in coro la strana canzone del Benivieni:

Non fu mai più bel solazzo. Più giocondo nè maggiore, Che per zelo e per amore Di Gesù divenir pazzo.

Quando il Carduccio, severamente riprendendo l'oratore, parlò:

«Messere Iacopo, la Signoria intese ieri la predica di frate Benedetto in Santa Maria del Fiore; oggi vorrebbe qui dentro favellare di negozi».

Il Guicciardino allora condusse in breve il suo dire a fine aggiungendo:

«Quanto uomo può immaginare, e bocca discorrere, tutto esponemmo al principe dei nuovi farisei; — vi adoperammo lacrime, sospiri e perfino, con manifesto pericolo di noi, minacce. Rispose Clemente alle minacce, lusinghe; alle lusinghe, minacce; tentò corromperci; pose in opera il perverso ingegno a disgiungere la nostra dalla causa della patria; e quando pieni di pietà e di sdegno uscimmo dal suo cospetto, non adontò mandarci per un suo camerario all'albergo questa carta. Qui dentro è riposta la sua mente intera. Spettabili Signori e miei onorandi concittadini, in mercede dei travagli patiti, mi concedete che i miei occhi non si contristino a leggere così fatta abominazione, nè la mia bocca si contamini a proferire gl'ipocriti sensi di questo crudelissimo nostro nemico.»

E tesa la mano presentava al gonfaloniere una carta, la quale egli prendendo fece per un tavolaccino portare a messere Donato Giannotti segretario della Repubblica; e subito dopo gl'impose:

«Ser Segretario, leggete.»

Il Giannotto, obbedendo al comando, si levò in piedi per leggere. In quella vasta sala, da tanta gente ingombra, si sarebbe inteso il ronzìo d'un insetto, — così profondo vi si diffuse allora il silenzio. E dalle ringhiere sporgevano alcuni il capo e parte del busto per meglio ascoltare: altri ritti sulle punte dei piedi appoggiavano il mento sulla spalla di chi stava loro davanti, altri atteggiati in altre sembianze e pur tutte rivelatrici dell'alta intensità dell'anima. La voce del Giannotto, comechè picciola, riempiendo la sala, diceva:

«Dilectis filiis civibus florentinis Clemens papa VII salutem et apostolicam benedictionem. — Mediante gli onorevoli vostri oratori ci avete fatto sapere essere in tutto disposti di accordare con noi; la quale disposizione, comunque giunga tardi per la nostra giustizia, arriva in tempo per la misericordia nostra. Epperò, ricevendoli nell'antico favore della Santa Sede Apostolica e trattandosi dell'onore nostro, intendiamo e vogliamo vi rimettiate intieramente nelle nostre braccia, chè mostreremo al mondo che, per essere nati nella vostra città, vi saremo fratelli; e per essere capo dei fedeli, vi faremo da padre.»

Si levò uno scoppio spaventevole di urli, di mani percosse sui banchi, di sghignazzari di scherno. La terra battuta mandò rumore e nuvolo di polvere, quasi vi sottostasse il vulcano.

Il Carduccio stende ambo le mani per comprimere il tumulto come uomo che tenti frenare l'impeto di cavalli indomati; e poichè indi a brevi momenti decrebbe (chè l'ira, l'odio, l'amore e ogni altro affetto col tempo si placa), non senza grave turbamento incominciò:

«Già voi li sentiste: — i patti coi quali ci offre pace il padre di tutti i fedeli e nostro vi sono alfine manifestamente proposti; — con la superba tirannide che non conosce vergogna, costui ve li definisce e pone dinanzi agli occhi. Gli porgano i cieli la mercede che merita; — almeno noi sapremo a qual partito attenerci, rifiutare i consigli incerti e nelle risolute deliberazioni confermarci. Volete pace? ebbene incominciate a disimparare la libera favella repubblicana, educate le labbra a proferire le parole: di umiliati al temuto trono, di supplica ossequiosa, di servo indegno e di suddito, di prostrato agli augusti piedi, e tali altre siffatte bruttissime e disoneste laidezze, che se l'uomo si attentasse adoperare verso il suo Creatore, questi di certo nol sopporterebbe, dicendo: solleva la fronte; se io avessi voluto che tanto si umiliasse la creatura, non vi avrei impresso la immagine di me; guardami in faccia, perchè i sacerdoti mi hanno calunniato, ed io sono Dio di amore. — Apparecchiate le vostre sostanze; il tesoro raccolto con industria e parsimonia da secoli il tiranno divora in un giorno; — alla libertà rifiutaste il vostro soverchio, adesso date alla tirannide anche il necessario; nè confidate schermirvi con ingegnosi partiti: la tirannide conosce tali strettoi da premere in una scossa l'oro, il sangue e le lacrime di un popolo, — e l'oro prende tutto, del sangue beve un sorso e poi lo restituisce al popolo con le sue lacrime intere perchè ritorni a piangerle. — Educate le vostre donne a compiacersi delle libidini del tiranno; voi stessi persuadete che vi tornino ad onore, e quando il principe lascerà nelle vostre case una striscia velenosa come il rettile, mostratela ai vicini, vantandovi: Il duca ci degnò della sua presenza. — Nè questo basta ancora: — noi tutti non vorrà sopportare vivi; con la morte degli uni acquistano grazia i superstiti. — I nomi nostri imborsiamo, leviamone a sorte quaranta, e le teste dei sortiti in bacile d'argento presentiamo con le chiavi della città, quando il vicario di Cristo si accosti alla dolcissima sua patria, — dono gradito a chi lo riceve, pegno di favore a cui il porta. Cittadini, ecco la pace di Clemente VII, servo dei servi di Dio. La guerra per altra parte ci si mostra piena di pericolo. — Ma evvi pericolo maggiore della pace? Noi possiamo perdere la guerra, ma possiamo anche vincerla; e quando pure la perdiamo, qual danno ricaveremo più grave della pace? E forse il vincitore, anche nella vicenda più trista, sapendo quante morti abbia sofferto in espugnarci, o rispetterà la virtù dei superstiti o temerà di ridurli a disperati partiti. Resistendo, acquistiamo tempo; e il differire, causa di sventure nelle guerre offensive, nella difesa abbiamo veduto sempre giovare. Già le cose dei Luterani in Germania molestano Cesare molto più che altri non pensa; il Turco si tiene grosso sotto Vienna, sicchè il fratello dell'imperatore, non che abbia potuto abbandonare gli stati suoi per assistere alla incoronazione di lui, a grande istanza lo chiama per divisare i ripari contro Solimano; nè le forze del papa e di Carlo sommano a tanto quanto si temeva; e le milizie nostre superano il numero che speravamo; le mura abbiamo forti, dei soldati forestieri fioritissima cerna e, meglio delle mura e dei soldati forestieri, cittadini disposti in un fermo volere. Io pertanto vi conforto a combattere. Ma voi, prestantissimi uomini, liberamente consigliate; chè, qualunque sia per essere la determinazione vostra, la Signoria e i Dieci non solamente approveranno come utile, eseguiranno come onorevole, ma eziandio commenderanno come onesta[130].»

Terminata l'orazione del gonfaloniere, avvenne un momentaneo scompiglio, perchè ognuno dei cittadini adunati si raccolse sotto il suo gonfalone per discutere la proposta e dare il voto. Se non che tanto era il generale consenso che poco vi fu mestieri disputa, e tutti convennero nell'affermativa. Allora, secondo il costume, i gonfalonieri, cominciando da quello di Santo Spirito e secondo l'ordine succedendo gli altri, si recarono in bigoncia, dove esposero la risoluzione del rispettivo gonfalone con la formula breve e consueta: — Di tanti che sono, tutti dicono di sì.

Quantunque uso volesse che nel riferire la mente dei suoi il gonfaloniere adoperasse la formula concisa rammentata poc'anzi, già non s'intende mica che fosse loro proibito favellare più diffusamente: ed in fatti Lionardo Bartolini, il quale era gonfaloniere dell'Unicorno, salito tempestando in bigoncia, gridò:

«Tutti i miei dicono di sì; ma dicono ancora: i magistrati attendano a guardarli alle spalle, mentr'eglino combattono di faccia: non tutti i nostri nemici stanno in campo; molti, in città, molti, con inestimabile dolore e sconforto dei buoni, in questo stesso recinto...» Uno applauso forsennato lo interruppe; — parve ai Palleschi giunta la loro estrema ora di vita. — Il fiero Arrabbiato continuò: «Io li vedo, io li conosco; potrei nominarli o accennarli!... Che pazienza, che viltade è mai questa? Se non vogliono aiutarci, non ci nuocciano almeno. Perchè non sopportano essi in parte il carico comune? Dunque l'odio manifesto contro la patria basterà ad esentare dalle gravezze; e quanto più l'uomo si mostra alla Repubblica amorevole, più gli farete sopportare i balzelli e gli accatti? Bell'arte di governo, in fede di Dio! Utile accorgimento di stato! Or via affrancate la timida mano: con migliore prudenza vorrebbero consegnarsi al sepolcro. Se non vi piace, sosteneteli, aggravateli con le tasse, i beni interi dei frati vendete. Perchè ne avete venduto il terzo solamente? O fu giustizia venderne parte, e giustizia sarà venderli interi; o fu necessità di stato, ed allora, le cause della necessità tuttavia sussistendo, ragion vuole che pienamente il concetto vostro adempiate. Se ci pretende la Signoria animosi, cominci ella a somministrarcene l'esempio; a testa debole non mai udimmo andare congiunte mani robuste.»

Ora in un lato della sala intorno al gonfaloniere del drago verde di San Giovanni stava raccolta una mano di gente, la più parte piccoli mercanti e bottegai: soperchiati costoro dai minuti interessi, a quanto accadeva non porgevano ascolto — La repubblica stava dentro la bottega loro, — felicità suprema dormire i sonni interi, — sapienza di stato il mezzo di vendere a ingordi guadagni quello che avevano comperato a poco prezzo; ed ora detestavano la guerra, perchè se una bombarda avesse loro guasta la insegna dipinta a nuovo, sarebbe stato infortunio da far piangere una settimana monna Filippa o monna Lessandra; e se un giorno i nemici fossero penetrati in città ed avessero scomposti, guasti e vuotati i barattoli, se rubate le masserizie in casa, se poste le mani addosso a monna Filippa o a monna Lessandra, — misericordia! sarebbe stata la fine del mondo. Sicchè per loro volevano accordare in ogni modo, a qualunque patto. Sapete voi come si chiamasse o chi fosse il gonfaloniere del drago verde? Statemi a udire, chè io ve lo dirò partitamente senza pure lasciare inosservata un'iota. Egli si chiamava messer Bono Boni e apparteneva a quella trista mandra che non avrebbe pari nel mondo se non la vincessero i giudici nella nequizia, — voglio significare lui essere dottore di leggi. Aveva le spalle incurvate sotto il peso invisibile, forse delle commesse ribalderie. Quando camminava, gli era mestieri dondolare con moto a semicerchio da un piede all'altro, e questo moto accompagnare con ambe le braccia, che parevano staffe di cavallo che corra senza cavaliere: la testa grossa e compressa gli pendeva sul petto come un melone per benefizio di acque cresciuto più che non convenga al suo gambo. Non aveva un colore fisso, perocchè il fondo del volto fosse di un misto di giallo rosso, poi chiazzato di macchie vermiglie e di punti nerastri, quasi lo avessero contaminato col fango di macello: — essendo balusante, spesso aguzzava gli occhi dirigendone il raggio alla punta del naso lunghissimo, sicchè pareva che a modo dei santi indiani, i quali guardandosi la punta del naso si procurano beatifiche visioni, egli vedesse su quella estrema parte germogliare i pensieri. Come poi la natura tanto largheggiasse di naso in costui faceva meraviglia; certo nel fabbricarlo non avendogli dato cuore, poteva supporsi che avesse supplito in tanto naso: — ma la cosa non è così, ed ecco come sta la storia, la quale abbiamo trovato su libri degni di fede. Cotesto naso non gli venne dalla natura, ma dall'accidente: un giorno ch'egli si arrampicava su per gli scaffali dello studio in cerca di libri legali, mancatagli la scala di sotto, rimase appiccato pel naso traverso due codici; — pareva un pesce preso all'amo di madonna Giustizia pescatrice. Ne dubitereste voi forse? In verità vi dico che questo può darsi; rammentate la luna. Femmina e diva, ella scese talvolta in terra a prendere diletto nelle caccie; ed io vi giuro avere le mille volte incontrata madonna Giustizia ora vestita da pescatrice, ora da cacciatrice, tal'altra... in somma io l'ho veduta sotto tali aspetti da disgradarne Proteo. Il nostro dottore favellava con due voci: ora pareva, ora non pareva lui, ed era sempre lo stesso. Egli, fosse naturale inclinazione o piuttosto abitudine di mestiero, quando nulla aveva da rodere d'altrui, rodeva sè stesso, e così forte si lacerava le unghie da mostrarne sovente le mani sanguinose. Fin qui Bono Boni (di cui vedemmo il ritratto mirabile così che ci sembrasse vivo) faceva ridere: ma Bono Boni aveva poi dentro tutte le facoltà disposte a far piangere. Nel suo genere completo quanto Guccio Imbratta o ser Ciappelletto, prima di tutto si doleva poi dell'altrui bene che non si affliggesse pel proprio male; purchè gli altri perdessero un occhio solo, egli avrebbe consentito a patto di rimanere privo di ambedue: costumava portare nella tasca destra il ritratto del Frate, nella sinistra l'arme dei Medici; e se incontrava un Piagnone, torceva il collo, inumidiva il ciglio e a lungo gli commentava la profezia del Savonarola: — Florentia flagellabitur, et post flagellum renovabitur et prosperabit; — sicchè lo lasciava edificato delle dottrine e santità sue: se invece gli occorreva un Pallesco, così alla sfuggita gli Mostrava l'arme e poi, toccato il cuore, gli occhi levava al cielo e se ne andava sospirando. Se l'astio lo rodeva contro una qualche persona, egli cominciava a celebrarla: tentato il terreno, se lo trovava arrendevole, sgorgava il veleno a bocca di barile; se incerto, lo circondava, lo stringeva, con proposte continue di fede e d'amore si onestava, sicchè lo rimandava convinto; nè bastava dichiararsi contrario alle tristizie sue, imperciocchè così lene lene con la sua lingua di vipera egli blandiva e tanto sottilmente il tossico v'insinuava che pur giungeva cacciargli il sospetto nell'anima. Penetrava nelle famiglie, come il tarlo: alacre in procacciarsi donazioni e legati; fiutatore dei cadaveri solenne meglio dei corvi, e' si teneva seduto accanto il letto del moribondo non altrimenti che l'avaro sopra lo scrigno: lo spirito vacillante gli arroncigliava, nè alcuno sperasse levarglielo di sotto tranne la morte: chi lo conosceva sotto la pelle, lo affermava entusiasta della misericordia pei morti, spietato poi per la misericordia dei vivi. È fama che, essendo spirato il suo zio paterno ab intestato, egli non consentisse abbandonare la stanza mortuaria per paura che espilassero dalla eredità i pochi panni del defunto; sicchè, gittato il cadavere giù dal letto, vi si ponesse egli a dormire dicendo: buona ventura abbiamo stassera; acquistiamo robe e risparmiamo il fuoco per iscaldarci i lenzuoli. — Tali, e non tutte, erano le facoltà morali del nostro dottore di legge: siccome Guccio Imbratta, lui fregiavano certe altre taccherelle che si lasciano per lo migliore[131]. — Però non si creda che vivesse lieto tutta la sua giornata: la coscienza spesso lo infastidiva, ma finchè la luce durava, riusciva a cacciarla come mosca importuna. — Venuta la notte, non trovava riposo, dava volta su questo e su quel fianco, nè il sonno veniva; — spesso abbandonava il letto mormorando: — Alla croce di Dio, mi hanno ripieno l'origliere di pianto! — Lo spirito agitato gli mostrava cento mani di vedove e di pupilli spogliati da lui circondarlo in atto di chiedere; ed egli urlava: — Lasciate di tormentarmi; renderò quanto vi ho tolto; a voi... prendete e andatevene in pace. — E qui apriva uno stipo e immaginava mettere monete su quelle mani stese. Ma alla dimane trovando il terreno seminato di fiorini, diligentemente gli raccoglieva, irridendo sè stesso de' suoi terrori e ad ora ad ora esclamando: Se a cinquant'anni non hai saputo disfarti della coscienza, o Bono Boni, oggimai ti puoi accomodare a morire novizio.

Illustration from L'assedio di Firenze

.... non gli riuscì come la pensava, imperciocchè una mano di giovani nobili lo inseguivano dileggiando. Cap. VII, pag. 193.

Quando ebbe a riferire Bono Boni per suo gonfalone, salì in bigoncia e con un tal suo garbo che tentò rendere dignitoso, e a tutti parve di scimmia, salutò l'uditorio, stette alcun poco pettoruto sopra di sè e poi cominciò a favellare dicendo:

«Magnifici Signori e cittadini prestantissimi. — Poichè i più gravi tra i filosofanti, tra i quali a causa di onore rammento Aristotele nel suo trattatto De republica, poichè i più gravi tra i filosofanti c'insegnano doversi adoperare maturità di consiglio nelle deliberazioni dove può andarne la salute dello stato, noi abbiamo molto bene ed in ogni sua parte considerata la bisogna; avegnachè Celso, quel sommo lume della giurisprudenza, ch'è, come sapete, conoscimento delle cose divine ed umane, e scienza delle leggi avverta acconciamente non potersi decidere se prima non si esamini nell'insieme e nelle singole spartizioni il caso concreto. Onde, veduto il pro e il contro quid faciendum, quid vitandum, siamo venuti nel presente concetto che se i beni e la vita senza la libertà sono poca cosa, la libertà senza i beni e la vita è ancora meno. Vivere libero piace, ma più di tutto piace vivere. Della libertà, dei beni e della vita, prima giova porre in salvo la vita, poi i beni, poi la libertà. — Conviene procedere con ordine e misura; dovendosi perdere, si comincia dal meno necessario e si va su su verso quello che fa maggiormente di bisogno. — Il buon nocchiero assalito dalla bufera concede parte delle merci al mare tempestoso per salvare il restante. E nel caso nostro il papa è la procella, Fiorenza la nave in travaglio, e la Signoria il nocchiere. Di quaranta che sono nel gonfalone drago verde trentacinque votano l'accordo, cinque la guerra.»

«Giù da cotesta bigoncia in tua malora!» urlò Lionardo Bartolini: «se tu aggiungi un'altra parola per l'accordo, ti taglio in pezzi senza misericordia. — Giù, giù di bigoncia il tristo uccello! — E' vorrebbe rogare il testamento alla Repubblica. — Gittiamo dalle finestre.» Tra uno schiamazzo alto, discordante di voci diverse o d'ira o di scherno, più distinte si udivano quelle già rammentate. La prosunzione combatte con la paura; nè il dottor di legge, che si dava vanto di perito nel dire, sapeva indursi ad abbandonare la bigoncia; ma, crescendo il tumulto, scese a rilento, esclamando: «Anche il fiore della vera eloquenza è perduto sotto questo iniquo reggimento!»

I Signori, i più modesti cittadini e i tavolaccini imposero silenzio; il quale avendo a gran pena ottenuto, successero a mano a mano gli altri gonfalonieri, i Buonuomini e ad uno ad uno i Signori. Il Carduccio, il quale era rimasto in piedi con immensa ansietà finchè il numero dei votanti rendeva incerte il consiglio della Pratica, appena conobbe decisa la guerra, lasciò andarsi abbandonato sul seggio, quasi da giubilo che non aveva ardito sperare.

E riprendendo forza, terminati i voti, si levò in sembiante ardito e con voce più ferma che mai favellava:

«E guerra sia! Questa volevamo, questa con preghiere ardentissime dal cielo supplicavamo. Ma con gli animi pronti abbiate, o cittadini, pronte le sostanze e la vita. Se la Signoria non ricorse a violenti partiti, ciò non fece perchè la mano le tremasse o l'animo, no certo; sibbene perchè, sentendosi forte, non teme ingiuria da nemici interni: ciò fece ancora per mostrare al mondo che questo nostro stato presente aborre da rimedi estremi nelle strettezze nelle quali si trova, ed in cui spedienti siffatti non solo si scusano, ma si commendano e approvano. Ognuno conosca dal governo del tempo infelice con quanta giustizia la Repubblica sarà per procedere in tempi quieti. Però, cittadini, ora bisogna che dimostriate intera la carità vostra verso la patria. A noi non mancano milizie sì forestiere che nostre: a noi non mancano munizioni da guerra, — di vettovaglia non patiamo difetto; — solo il danaro scarseggia. A che vale la provvisione di vendere i beni delle arti, se nessuno si presenta a comperarli? Il gonfaloniere dell'Unicorno propone che, come vendemmo la terza parte dei beni ecclesiastici, così noi li vendiamo interi: — e a cui noi dovremo venderli? Simili argomenti non procacciano pecunia. Fra tasse ordinarie, accatti, gravezze e balzelli straordinarii, fin qui giungemmo a tredici. La prudenza e le leggi non ci concedono oltrepassarne il numero. Carità, carità, cittadini! Potessero uscire fiorini dalle mie vene! Il popolo minuto corre volonteroso e si disfà dei suoi pochi argenti in pro della patria: voi di molti beni provveduti dalla fortuna contemplerete il bello esempio indarno? Il cuore chiuderete e la borsa? Messere Zanobi Pandolfini spontaneo donava mille scudi, messere Alessandro Malegonelle ottocento, messere Michelangiolo Buonarroti mille....»

«Il quale non vi darà più oltre pel valore di un bagattino!» proruppe sdegnato Michelangiolo.

«E perchè, messere Michelangiolo? Perchè?» domandarono mille voci ad un tratto.

«Perchè quando mi piace dare quello permettono le mie povere facultà, come io lo dimentico, così vorrei lo scordassero gli altri — nè ci ha mestieri strombettare pei cantoni, — Michelangiolo dava tanto, quasi in dileggio della mia povertà, o in rimprovero del poco volere...» Profferite le quali parole se ne stava cruccioso.

«Lode al Signore», continuò il Carduccio levando in alto le mani, «il quale volle ai tempi nostri mostrare di che sia capace un cuore benigno unito a sublime intelletto. Michelangiolo voi siete grande; il mondo lo sa, e voi non ve ne accorgete. — Ora, signori colleghi e cittadini adunati, questi spettabili Dieci hanno inteso i vostri pareri, e anderannosi accomodando a quelli. E, per concludere le cose deliberate, vi raccomando rammentarvi la promissione fatta nel Consiglio Grande in nome di tutto il popolo fiorentino a Gesù Cristo figliuolo di Dio, di non volere altro re accettare tranne lui solo; e, della vostra promessa ricordandovi, egli molto bene si sovverrà della sua di sostenervi e difendervi. Addio. — Non sarebbe il tempo bello di gloria, ove non fosse pieno di pericoli. Verrà giorno che sopra le nostre lapidi i figli riconoscenti incideranno: E' fu di quelli che si trovò alla Pratica per difendere la libertà di Fiorenza contro Clemente papa.»

In questo modo la Pratica si sciolse; e, con fragore come di acque lontane, i cittadini sgombrarono la sala; giù per le scale andavano bisbigliando chi una novella, chi un'altra. Molti lodavano l'ardire del Carduccio, e dicevano che se Pietro Soderini avesse nel 1512 cotale animo avuto, la Repubblica non si perdeva di certo; alcuni pochi lo biasimavano, come se si fosse a troppo grave risico avventurato, ed all'opposto degli altri affermavano che, come il Soderini aveva perduto la Repubblica per essere troppo rispettivo, questi la perdeva perchè troppo avventato. Ma il popolo, amico delle vigorose deliberazioni, conosciuto l'esito della Pratica, applaudiva empiendo l'aere di gridi: — Viva la Signoria! Viva la Pratica! Non vogliamo accordi! Chi brama Fiorenza, venga per essa! — ed altri siffatti. Come il vento, quando all'improvviso soffia sopra la terra levando il turbine della polvere, gli uomini avviluppa e le cose sicchè o non si distinguono o si distinguono in confuso, la fama percorrendo tra il popolo vi sommove passioni, affetti e voleri pieni d'impeto e di fallacia: onde corse voce da prima, le contese in Consiglio essere state molte e gravi, avere i cittadini l'uno all'altro detto ingiuria, nè mancate le minaccie e le percosse; per la qual cosa il gonfaloniere, smarrito l'animo, era caduto privo di sentimento sul seggio; la parte pallesca prevalere, i repubblicani spacciati; se non fossero pronti agli aiuti, gli avrebbero trovati spenti.

«O Dio, che avverrà di messer Dante?» diceva un popolano. «A questa ora possiamo recitare un De profundis a messer Lionardo», esclamava tal altro. — E ognuno andava ricordando l'uomo in cui aveva maggiore affetto riposto. I dodici Buonuomini tenevano le porte custodite diligentemente: da qualunque lato meno impossibile penetrare in palazzo oltre le porte; quelle partigiane forbite toglievano l'animo ai più audaci. Intanto la fama diventava più limpida; una contesa era avvenuta, ma non tanta; le ferite nulle, tutti concorrere nella guerra, da uno solo in fuori, il gonfalone del drago verde: gonfaloniere del drago essere Bono Boni dottore di leggi. «Quell'uomo pio....», cominciava a favellare un Pallesco. — «Che pio e che non pio?» interrompeva un Arrabbiato: «egli è un gabbadeo, un furfante da ventiquattro carati, un ribaldo da mandarsi al mare per bastonarvi i pesci[132], un pendaglio da forca. — Alla Dianora mia zia rubò la dota; — a Braccio vaiaio divorò le campora di Brozzi; — e' inghiottirebbe la luna se gli riuscisse agguantarla.» — «Chetatevi, male lingue», parlò certo vecchio autorevole fra il popolo: «la vostra bocca fa peggio della campana del bargello, che suona sempre a vituperio,» — «Fratel mio», gli rispose un vispo popolano, «le cose e' si chiamano pei nomi che hanno. Se io vi salutassi: — Ciapo calzaiuolo; che Dio vi abbia nella sua santa guardia, — lo torreste in mala parte? Mai no, perchè vi chiamate Ciapo e siete calzaiuolo; così se diciamo: — Bono Boni dottor di leggi è ladro, — egli è perchè comprende l'una e l'altra cosa. Glielo abbiamo ordinato noi di affibbiarsi addosso cotesta giornea?»

Intanto ratto ratto traversava Bono Boni il cortile del Palazzo per uscire quanto meglio poteva inosservato; ma la cosa non gli riuscì come la pensava, imperciocchè una mano di giovani nobili lo inseguivano dileggiando.

«Sere», gli urlava dietro Alamanno de' Pazzi, «sere! badate che vi fabbrichi ben salda la corazza mastro Spada.»

«Se le ribalderie fanno imbottito», soggiungeva il Bravo da Somaia, va pur franco alla guerra; non troverai spada che ti arrivi sul vivo.»

«Bisognerebbe», replica il Morticino degli Antinori, «mandare al campo messere dottore con tre compagni a scelta per affamarlo in tre giorni.»

E Bono non rispondeva, sibbene affrettava il passo, tenendo sentiero obliquo, come i rettili fanno quando fuggendo cercano un buco dove possano riparare. — Dal suo volto spirava un misto di rabbia e di paura da mettere sospetto e indurre a riso: quei suoi occhi lustri come la lama brunita del pugnale, avrebbero desiderato dare la morte guardando, secondo che si racconta del basilisco. Il popolo, vedendolo posto in dileggio da personaggi autorevoli, ruppe il freno schiamazzando: — Ben venga il sere, che gli faremo la corona di bietole.» — «Dacchè teme la guerra, mandiamolo a Pisa, — e per Arno, — sì, per Arno: — all'acqua il barbone! — all'acqua il dottore!»

Un popolano lo afferra pei lembi del lucco e per poco nol fa stramazzare bocconi: — un altro lo tira pel beccuccio all'indietro: se lo spingono da una mano all'altra lo pestano, gli lacerano le vesti; ed egli non proferisce parola, sbarra gli occhi stralunati, la lingua grossa tiene fitta al palato; in breve lo riducevano in massa deforme di fango e di sangue, se il soccorso tardava.

A Dante da Castiglione increbbe l'atto turpe, non già per Bono, ch'ei ben sapea meritarsi anche peggio, ma per l'esempio pessimo e pel disdoro che veniva a ridondare sopra la città. E, disposto com'era impedire che il popolo si disonorasse, con mani potenti levato in aria l'infelice corpicciuolo del dottore se lo pose dietro alla persona, dipoi, opponendo il petto virile alla onda popolare:

«Che furie, che sdegni sono eglino questi?» prese a parlare; «si vede bene che del vivere libero non sapete più nulla, dacchè in così brutta maniera ne abusate. Se il dottore ha misfatto, ricorrete agli Otto o alla Quarantia e accusatelo: v'è il magistrato per ricevere la querela, vi sono le leggi per punirlo. Se il dottore mal consigliava, la Pratica concede libertà di parole; e voi rispettate i consigli tristi, se volete averne sempre dei liberi e dei buoni: e poi il dottore non può incolparsi, o poco incolparsi; colpa bensì è di loro che lo elessero a gonfaloniere o gli commisero la relazione. Sicchè lasciatelo stare. Il popolo di Fiorenza fa per impresa il lione; — imitatene la generosità. Vi pare egli subbietto di sdegno Bono Boni dottore di leggi? Miserabile creatura! lasciatela stare. Voi, Tebaldo, che sempre conobbi per uomo dabbene, date primo l'esempio. E voi, Bindo, non vi vergognate? Di bene altre ire ora abbisogna la patria. Su via, seguitemi, andiamo alle mura per vedere l'esercito nemico che tiene assediata la città: — guerra al nemico!»

Tebaldo e Bindo, i quali parevano tra i popolani i meglio clamorosi, si quietarono e, mutando voglia, si misero ad urlare quanto ne poteva loro la gola: — «Alle mura! alle mura!»

Al Morticino degli Antinori, giovane ferocissimo ed emulo antico del Castiglione, increbbe quel parlare modesto, e più del parlare l'autorità grande esercitata sopra le turbe, onde, morso da invidia, si avvicina a Tebaldo e gli susurra all'orecchio:

«E chi siete voi da lasciarvi menare così pel naso da quel Morgante maggiore? Alla statura, ma più alla durezza, e' mi sembra il fratello del Davidde di Michelangiolo: — diamo la baia anco a lui; prendiamo a sassi il protetto e il protettore.»

«Questo non faremo noi», con mal piglio, rispondeva Tebaldo: «e chiunque si attentasse di farlo, proverebbe come le mie braccia pesino. Chi siete voi, messere? Io non vi conosco. Dante mai sempre ci si mostrava amico, — anche al tempo dei Medici, sapete, egli mi domandava: Tebaldo come stai? come va la moglie e i figliuoli? e lavori ve ne sono? — e quando io era tristo e crollava la testa, mi confortava sommesso: «spera, non sempre rideranno costoro; non per anche abbiamo fatto i conti; Dio non paga il sabato e per ogni tuo bisogno fa capo a casa. Noi non nascemmo gentiluomini per essere ingrati....»

Ed un altro del popolo riprendeva:

«Aggiungi, frate, ch'io mi rammento aver veduto il messere a codazzo dei Medici e dei cardinali quando dominavano la città. Ora, dite voi altri, ci vedemmo noi mai messer Dante?»

«A che perdiamo più tempo con questa figura da campo santo?» continua un altro. — «I compagni si sono avviati, e noi arriveremo ultimi. Lasciamo il dottore, — un giorno o l'altro ci darà maggiore diletto, quando si dimenerà dentro il paretaio del Nemi[133]».

Rimasero sulla piazza dei Signori Bono e il Morticino, — quegli salvato dal danno, questi impedito dal farglielo: — e non per tanto o non si odiavano, o si odiavano di un odio minore a quello che portavano entrambi a Dante. Se avesse potuto l'uno contemplare lo sguardo dell'altro, che tenevano ardentemente teso sopra il Castiglione, il quale si allontanava, si sarebbero abbracciati come fratelli, — per istringersi poi nel vincolo più saldo che mai possa legare due cosiffatte creature, — voglio dire il delitto.

Pensava Bono nella codarda anima sua: «Oh! potess'io pagarti la difesa con una manciata di veleno nel vino che beverai stamane.»

L'Antinori sentiva una voce fastidiosa, come di sega, mormorargli intorno alle orecchie: «Cotesto uomo nè vincerai nè uguaglierai tu mai: ti supera in tutto, fa di suscitargli querela e tenta ch'egli muoia per le tue mani o tu per le sue.

Umano cuore! Era pur meglio tu talvolta rimanessi creta!

Notes in this chapter

Note 1 · Vedi il Prometeo di Eschilo.Note 2 · Boccat., De genealogia deorum, l. 5.Note 3 · De sapientia veterum, pag. 310, § 26.Note 4 · Evang. Math., C. 5.Note 5 · Job. c. 13.Note 6 · Hypercalypsis Didymi Cler., c. 13.Note 7 · Ecclesiastes, c. 3.Note 8 · Evang. secundum Joan., c. 18.Note 9 · Segni, Storie, lib. III.Note 10 · Statua mirabilissima di Donatello, situata nel campanile del Duomo di Firenze: così venne chiamata perchè del tutto calva. Vasari, Vita di DNote 11 · Gli è questo un proverbio antico di Firenze, nato da questo, che, per essere la chiesa di ser Umido in quartiere povero, quando vi ricorrevaNote 12 · Questo fatto con altri è riportato dal Nardi; uno simile ne racconta il Varchi.Note 13 · Nerli, cap. 4.Note 14 · Che frate Girolamo, comunque innocente, sia stato impiccato ed arso a istigazione di papa Alessandro VI, OGNI UOMO SA: che trovato senza colNote 15 · Varchi, lib. X. Agli esempi antichi i casi recenti della patria nostra vengono ad aggiungerne altri funestissimi e forse del pari per la espNote 16 · Discorso sulla forma del governo di Firenze.Note 17 · L'Ulloa, lib. II Vita di Carlo V, afferma che parlassero con Cesare; — lo nega il Varchi. Il secondo come testimonio oculare, doveva essere Note 18 · Buffoni, uomini di corte. — Perchè fu UOMO DI CORTE, cioè BUFFONE. — Vita di Cola di Rienzo, tomo I, pag. 69. — Beata l'antichità! almeno alNote 19 · Varchi, lib. X.Note 20 · Vedi Boccaccio, Novella del frate Cipolla.Note 21 · Modo volgare che significa da mandare in galera.Note 22 · Modo volgare che significa forca.
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