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L'assedio di Firenze

CAPITOLO TRENTESIMO LA VENDETTA DEGLI UOMINI E IL CASTIGO DI DIO (continued 2)

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Giunto Filippo in Roma, Benedetto Buondelmonti in nome del papa si fece ad incontrarlo e gli disse essere giunto il tempo di ricuperare la grazia del pontefice smarrita e cancellare i sospetti passati, assentendo o tutte le cose che gli verrebbero proposte, ossivero di contradirle senza profitto della città e con suo pericolo estremo. Filippo prontamente si offerse qual più lo volessero, consigliere o cooperatore. Cominciarono i segreti colloqui col papa, dove, oltre lo Strozzi e il Buondelmonti, egli raccolse Iacopo Salviati, Roberto Pucci, Bartolomeo Lanfredini ed altri pochi della casa Medici svisceratissimi. Il papa espose che, essendo in là con gli anni, voleva scendere nel sepolcro sicuro che la signoria di Firenze si mantenesse nella sua famiglia, la quale a lui pareva che bene la meritasse per gli amplissimi beneficii, così in pace come in guerra, procurati a suo vantaggio. E Filippo tosto chiosava il testo dimostrando con mirabile eloquenza tempestoso il vivere nelle repubbliche; doversi ai grandi corpi politici dare un capo, una forza unica, una rappresentanza alla quale i cittadini, non potendo pervenire, cessino d'invidiare, il governo assoluto in somma; consiglio non meno pernicioso che stolto parergli quello di lasciare a governo di Firenze, siccome era al presente, due teste, il duca e la Signoria; ciò partorire pessimi effetti e mostruosi non meno nei corpi morali che nei fisici; chiamarci alla unità la natura, con splendidi esempi manifestarcela, Dio ottimo massimo esistere solo.

Alle magnifiche parole di Filippo, Iacopo Strozzi di mano in mano veniva rispondendo: «Filippo, tu non la di' come la intendi; e se la intendi come la di', tu la intendi male.»

Lo Strozzi ciò nonostante procedeva imperturbato, e, per farsi più benigno Clemente, conoscendo l'animo riposto di lui, adesso parla della necessità di fabbricare una fortezza, arnese efficacissimo a reprimere le subite ire del popolo, a porgere asilo nei frangenti pericolosi, a tutelare, il governo; avvegnachè la sperienza abbia insegnato che i moti popolari presto si calmino, e se tu ti mantieni in parte da mostrarti quando la plebe comincia a stancarsi, di leggieri la riduci all'antica soggezione. E Iacopo Salviati, che pure era parziale e parente dei Medici, oltre il citare molti bellissimi esempi di tiranni antichi, ai quali nè le fortezze nè i giachi nè il mutare di letto nè i molossi posti a guardia dei penetrali valsero punto, ricordò l'esempio domestico e moderno dei cittadini fiorentini, che, quantunque armati alla morte di Lione papa, mantennero in podestà i Medici sprovveduti di armi e di provvisioni a difendere o ad offendere capaci; e disse ancora l'annona abbondante, la giustizia dirittamente amministrata, il buon governo in somma tenevano il popolo contento, non già le fortezze, inventate a tiranneggiare i popoli ed atte piuttosto ad offendere altri che a difender sè, piuttosto a porgere sospetti che a dare sicurezza. E poichè Filippo insisteva smanioso a ributtare cotesti argomenti e si sbracciava a persuadere il contrario, Iacopo gli ebbe a dire queste parole, conservateci dalla storia: «Voglia Dio che tu, Filippo, nel mettere innanzi il disegno della fortezza, non iscavi la fossa nella quale sotterrare te stesso.»

Detto umano non parve mai più profetico di questo. Caduto Filippo dal sommo della prosperità, tratto a gran vituperio sopra un muletto, tra lo schiamazzo della folla inseguente, per la città che seppe ridurre schiava e non valse poi a rivendicare in libertà, o di propria mano, come si disse, o per l'altrui, come meglio si sospettò, trovava morte sanguinosa nelle male innalzate mura.

Data forma al disegno, Antonio Guiducci arcivescovo di Capua, giunse primo a Firenze con la risoluzione della mente del papa, poco dopo Roberto Pucci per disporre le materie, — in ultimo Filippo Strozzi per mandare a fine il concertato tra loro.

Che importa raccontare il come? Dopo dugento cinquant'anni fu casso il gonfalonierato, — il principe assoluto istituito. — Primo duca fu Alessandro dei Medici, bastardo del pontefice Clemente e della schiava africana moglie del vetturale da Colle.

Seguì una serie di turpitudini e di delitti, per cui la casa degli Atridi, al paragone di quella dei Medici, rimase disgradata; — s'inebbriano dell'ira di Dio e del sangue del popolo; — muta indole l'uomo, — muta natura la terra. — O Firenze, tu apparirai d'ora innanzi quasi una lira a cui il poeta nel suo furore abbia strappato le corde.

E la pena fu condegna alla colpa. La famiglia dei Medici mancò priva di fama, di vigore, di discendenza, — di tutto; — lasciò eredità, — non d'ira, perchè il disprezzo da gran tempo aveva vinto lo sdegno, — ma di schifo e di abiezione. E gli ultimi Medici, quando videro imminente il sepolcro a divorare la intera stirpe di loro, e conobbero i popoli sopravvivere ai tiranni, — e, pentiti delle colpe dei padri, intesero restituire il mal tolto, — la libertà a Firenze, — altri principi tiravano giù dalle loro spalle le mal rapite vesti per ammantarsene prima che fossero morti; — il ladro prima dell'ammenda fu derubato. — Ma le proteste di Cosimo III al congresso di Londra e il testamento di Gian Gastone fanno fede della rapina del principe e del diritto imprescrittibile del popolo. Chi più ne vuole, e più ne cerchi; io ho le mie ragioni onde non raccontare per ora storia moderna.

Però Dio, anche nelle estreme miserie, non ci abbandonò intero; e nel modo stesso che il sole in un giorno d'inverno, quando sta per toccare i lembi estremi dell'Oceano, all'improvviso da qualche apertura manda lontano sopra la terra pallido e non pertanto bene augurato il suo raggio, — pegno di giorno men tristo; — così sul punto della morte della Repubblica e allorchè Carlo V, gonfio il cuore di superbia, teneva i popoli in conto di polvere da calpestarsi dai suoi piedi imperiali, e i principi per iscudieri, — nel mentre ch'ei non reputa capaci a resistergli, non che altri, gli stessi elementi, e appena concede avere un emulo in cielo, — ecco un vecchio venerabile di canizie gli attraversa il cammino, e gli dice:

«Re della terra, tu hai intorno al capo un diadema di potenza e di diamanti; — me, vedi, cinge la corona della morte, — i capelli bianchi. — Re della terra, anche tua signora è la morte: e noi occuperemo lo stesso spazio in grembo alla natura. Perchè hai misfatto alla tua parola? Perchè ci hai tradito? Credi che la voce del popolo non giunga al cielo? Io vo' che tu sappi curvarsi Dio per ascoltare le querele della sua creatura. Mantienci la libertà che ci promettesti; — restituisci la patria che ci assicurasti o almeno rimettici nella nostra terra; — rendici le armi che a patto soltanto e sotto la tua fede deponemmo; — e poi conquistaci da cavaliere e da cristiano, non da traditore e da codardo.»

E Carlo tremante, volendo e non potendo sdegnarsi, che il rimorso lo pungeva come aspide, rispondeva:

«Tornate in patria; — riavrete le vostre sostanze, purchè vi lasciate governare dal duca Alessandro.»

«Noi vogliamo patria e libertà; tu ce l'hai rapite, e noi da te le ripetiamo, — e te le richiederemo al tribunale di Dio.»

Il caso avveniva a Napoli; — era l'egregio vecchio Iacopo Nardi. — Io non mi dilungo su questa avventura: adesso cominciano tempi squallidi e che pure meritano essere esposti per insegnamento degli uomini; ed io nel sospetto che le anime gentili si sconfortino nell'udirli raccontare, considerando con occhio attonito come manchi talora all'uomo una caverna per ripararsi dalla procella della tirannide, che pure fu concessa alla belva per ischermirsi dalle tempeste della natura, gli lascio. Cominci da lei chi detterà la storia del principato; — la protesta del Nardi in cima al libro parrà quasi l'impronta di Caino sopra la fronte del tiranno. Su via, sorga qualche animoso in Italia che sappia scrivere un libro col cuore col quale combatterebbe una battaglia. Nella terra di Dante non nascerà più alcuno che valga ad apparecchiare un nuovo Inferno d'infamia a coloro che ridussero in servitù la nostra bella Firenze?

Il poema a cui non pose mano e cielo e terra, e che tuttavolta mi è sacro[368], qui ha fine. Però a me e ad altri sembrerebbe incompiuto, dove non raccontassi gli ultimi fati dei più notabili tra i personaggi del mio dramma. Adempirò a questo ufficio con anima pari a quello che, la Dio grazia, ho saputo conservare fino a questo momento.

Zanobi Bartolini, col cuore roso dal rimorso e dall'ambizione delusa, si ridusse ed abitare la sua villa di Rovezzano; qui, sospettando per sè, — il giudizio dei posteri presentendo severo, menò squallida vita. Il più delle volte tristo, solo e secondo il suo costume seduto, sonnecchiando, sopra un seggiolone ch'ei poneva obliquo al pavimento. A vederlo in cotesta attitudine nissuno avrebbe pensato qual battaglia combattessero nel suo spirito le feroci passioni; ma la settimana stampava su la faccia di lui le impronte dell'anno; — le sue labbra sovente balbutivano inintelligibili parole, — invocava la morte. Un giorno alcuni suoi famigliari, credendo ch'ei dormisse, si posero a lamentare su la Repubblica ed a rammaricarsi della cecità loro, che, lasciandosi svolgere dai sofismi del Bartolini, avevano le proprie forze adoperato a istituire la tirannide in casa. Chi ci torrà da dosso questo Alessandro che noi stessi abbiamo voluto? Che cosa più ormai gli rimane a tentare? Non è egli forse diventato assoluto tiranno?

«Assoluto tiranno! Chi assoluto? Voi v'ingannate; non capitolava Fiorenza a patto della conservata libertà?»

«E voi, uomo riputato prudente, pensate essere alla malevoglienza ed alla forza bastevole riparo una carta scritta? Stamani fu soppressa la Signoria, casso il gonfaloniere, Alessandro de' Medici proclamato tiranno.»

Proruppe il Bartolino in un gemito profondo, sollevò le mani e lasciò abbandonarsi la testa sopra le spalle; — la seggiola squilibrata tracolla, e Zanobi rovinando percuote di forza la nuca sul terreno; accorsero a sollevarlo; due sole goccie di sangue gli erano sgorgate dalle narici lungo la barba, — nel rimanente non pareva offeso. Pure gli giunse ogni rimedio tardo, — il colpo era stato sufficiente a cacciarlo fuori del mondo. Così Eli moriva quando gli fu riportato, con la sconfitta di Giuda, morti i suoi figliuoli, l'Arca di Dio cattiva[369].

Fu, come dicemmo, Zanobi amorevole della Repubblica, ma, disdegnoso, superbo, troppo in sè fidente, immaginò un concetto, presumendo poterlo sostenere da sè solo senz'altri aiuti, con tristi strumenti sperò fare opera buona; intendeva ingannare a fin di bene, e fu posto di mezzo a fine di male. Stando col popolo, non si sarebbe chiusi con le sue medesime mani gli occhi, e di certo gli veniva fatto salvarlo; onde, per istringere molte sentenze in una, Zanobi non con la intenzione, ma con l'effetto rovinò la patria. La giustizia degli uomini, a cui male si addice ricercare le intenzioni, sta al fatto e decide; — quindi di lui rimase fama come di traditore; — e a parere mio ebbero ragione i posteri. Non so se questo antico esempio ed altri che potrei allegarne vicini avranno forza d'incutere salutevole timore in coloro che, troppo presumendo di sè, pongonsi a capo dei civili negozi: — forse non l'avranno, ma in ogni caso non si potrà da loro dedurre la ignoranza. — Scopo di questo mio discorso è tenerli avvertiti.

E Pieruccio? — Egli si trovò in quasi tutte le battaglie della patria e quasi in tutte era rimasto ferito. Ora non gli avanzava più veste che lo coprisse, — non ferro per combattere, — non sangue, non parte di corpo che fosse sana. — Stava per mancargli la patria; — perchè si tratterrebbe più oltre quaggiù?

Ma anche lui prima di morire punse il desiderio di contemplare dall'alto un'altra volta Firenze, — e s'invogliò di una fossa posta sul colle più prossima al cielo per ricevervi le prime rugiade, il primo e l'ultimo saluto della luce, per sentire più da vicino la tromba dell'arcangiolo quando chiamerà i morti, imperciocchè i giusti non rifuggano dal giudizio di Dio. — Colà verso Trespiano, ove di presente giace il cimitero della mia città, alcuni marraiuoli condotti a prezzo, pochi giorni dopo la resa, scavavano fosse e vi stipavano i cadaveri dei morti sparsi alla campagna, per amore di tutelare dai maligni effluvii l'aere del contado. Qui venne alternando lento i passi Pieruccio; — a vederlo non pareva cosa umana. — Egli non piangeva, perchè aveva consumato le lacrime; — non sospirava, perchè l'angoscia lo aveva fatto di pietra: — giunse sul margine di una fossa; il marraiuolo zappando non lo badava; — intento al suo lavoro empiva l'aere di un canto sinistro, di cui il concetto era questo:

La ballata dell'uomo e del mattone.

«L'uomo è troppo superbo, e il mattone troppo umile; — non pertanto entrambi escono dal mio seno, ed entrambi vi tornano; — entrambi io terra amo come figli gemelli, — l'uomo dico e il mattone.»

«Quando la gran madre natura comandò che dal mio seno spingessi fuori l'uomo, mi disse: fammi un uomo; — e quando volle il mattone ancora, disse: fammi un mattone; — nacquero per la virtù delle medesime parole: la creta dell'uno stava accanto alla creta dell'altro, caso fu che il mattone non nascesse uomo, e l'uomo non nascesse mattone, proprio fu il caso; ora dunque perchè l'uomo insuperbisce sopra il mattone?»

«Se l'uomo calpesta il mattone, non vi lascia l'orma — e il mattone non soffre: all'opposto l'uomo si curva gemendo sotto il piede di chi lo calpesta e non sa aiutarsi. — Lunga è la vita del mattone, sicchè può sostenere, fatte cadaveri, due o quattro generazioni di coloro che lo hanno calpestato. — La vita dell'uomo passa come ombra, e spesso egli muore nella rabbia di contemplare avventuroso il suo oppressore.»

«L'uomo si consuma nell'angoscia: — quando intendeste voi che il mattone gridasse: ahimè? — Se il mattone diventa rosso, ciò è perchè il fuoco lo cuoce: — l'uomo poi si fa vermiglio a cagione della vergogna o del sangue.»

«E l'uomo è vinto dal fuoco, dall'acqua, — da tutti gli elementi, — ma il mattone gli sfida per tempi immemorabili. Però l'uomo è più duro del mattone in una parte sola, — nel mezzo del cuore.»

«E se poni il mattone accanto al mattone, vi stanno quieti, nè il fratello dice al fratello: Fatti in là. — Poni l'uomo insieme coll'uomo, e si divoreranno tra loro — ma l'uomo ragiona.»

«Il mattone rotto si tramuta in sassi; co' sassi qualche volta si uccidono i re[370], qualche volta anche i papi[371]. — I sassi somministrano armi al popolo quando un giorno lo prende fastidio di servire da gregge. I tiranni temono più i sassi dei pugnali. — Ora a che è buono l'uomo quando ha chiusi gli occhi alla luce?»

«Io sono la terra, — la terra antica, — ma figlia sommessa alla mia genitrice natura; pure il mattone è il figlio della mia tenerezza: io non mi sono mai vergognata di lui. — Se mia madre ascoltasse il consiglio della sua figlia, io le direi: rompiamo la stampa dell'uomo; creiamo invece un miliardo[372] di tigri; anch'essi mi sono figliuoli, e se non foss'altro, hanno la pelle più vaga.»

Pieruccio lasciò che il marraiuolo ponesse fine alla canzone, poi incominciò:

«Per cui scavi cotesta fossa?»

Al suono arrogante della voce il marraiuolo tenne ch'ei si fosse un barone, per lo che, prima di raddrizzare il dorso, si recava ossequioso la mano alla berretta; quando poi vide la strana sembianza, riprese come stizzito il lavoro, rispondendo:

«Anche per te, se vuoi...»

«Sia; per me. Affréttati dunque, perchè il vivere mi pesa, — aspetterò che tu l'abbia fornita, — poi morirò; — lavora di forza. Voi altri uomini, per poco che vi si mostri un fiorino d'oro, diventate terribili; — eccoti fiorini; io me li portava addosso perchè hanno impresso il giglio e il Battista, e perchè il re di Tunisi per essi conobbe il grande stato di Fiorenza, ond'ebbe a riprendere l'astio dei Pisani che ne levavano i pezzi[373]; ma tu, villano, nulla sai di ciò e nulla ti preme saperne; — io te li dono perchè tu presto mi apparecchi il letto del mio riposo; — mi sento rifinito e mi tarda a dormire.»

Disfece Pieruccio un lembo dei suoi stracci, e sulla terra diffuse copia di fiorini. A quella vista il marraiuolo balzò fuori dalla fossa; cupidi figgeva gli sguardi sopra l'oro sparso, — poi li volse d'intorno, — ed alfine brandì la zappa.

Pieruccio, indovinando il mal talento di lui, lo avvinghiò all'improvviso pel collo e ridendo gli disse:

«Perchè vuoi uccidermi? io ti affermo con sacramento che, appena terminata la fossa, io voglio morire; indugia anche un poco; — tanto la fossa dovresti pure fornirla per nascondervi dentro il tuo delitto; — va' dunque e ti affretta; la mia vita sta nelle tue mani, ma tu non devi tormela.»

E con impeto nervoso ricacciò il marraiuolo dentro alla fossa, il quale cominciando a sentirsi agitare dai vani terrori che a quei tempi ingombravano le menti del popolo, tremando forte e senza più levare la faccia da terra, si adopera a terminare lo scavo.

Pieruccio si pone a sedere su di una pietra; i gomiti appoggia sopra i ginocchi, le guance abbandona ai pugni e contempla Firenze.

«Addio, di repente proruppe, — addio, Fiorenza la bella, — addio, patria; — io non conobbi mia madre, — mio padre mi procreò nell'ora del delitto e si vergognò del suo sangue. — Tu, Fiorenza mia, non ti vergognasti di me — tu mi hai amato come figliuolo, — io come madre; — mie tutte le tue glorie, — non concittadini, ma fratelli miei gl'incliti personaggi che uscirono dal tuo fianco. — Quando ambasciatori, baroni, uomini insomma di alto affare venivano a farti omaggio, io, aggrappato al capitello di una qualche colonna e spenzolato dal cornicione di un palazzo, godeva dello splendore del corteggio e delle cerimonie usate alla Signoria, — e il mio cuore esultava come di onoranza resa alla mia famiglia: — il mio stemma faceva giglio rosso, — il gonfalone di Fiorenza era il mio pennoncello. O Fiorenza! ti versi l'Appennino acque perenni, onde tu goda di eterna fragranza, e dal tuo fiore emanino sempre effluvii di grandezza e di gloria... Tuttavolta i fanciulli della mia città mi hanno percosso nel capo, — tale altra m'insanguinarono il fianco, — ma, — vedete, — qualche dolore ci fa meglio amar la cosa diletta. E poi qual dolore non placava l'esultanza di vagare pei suoi campi in primavera, — e i piedi, le mani, la faccia, rinfrescare di rugiada, — inebbriarsi nei primi raggi del sole, con aperte narici bevere l'area che spira vividissimo dai colli paterni? — la terra morbida per erba folta ti sembra elastica sotto le piante: tu ti senti leggiero da sfidare al volo la rondinella che venne da lontane regioni a rallegrare l'anno che rinasce... — Oh come è lieta la vita! Marraiuolo, hai terminata la fossa?»

«Più poco manca.»

«Aspetterò paziente. — Adesso, o Fiorenza, i tuoi lioni hanno cessato di ruggire. — Alla repubblica arriva gradita la voce del re degli animali, — al principe giunge increscioso qualunque suono che non sia di cortegiano. — O patria mia! tu mi giaci davanti, e sei anche bella, perchè la vergine il primo giorno della sua morte, quando l'ornano di fiori, e la vampa dei ceri accesi le mantiene su le guance un crepuscolo di vita, sembra che dorma; — pure tu sei morta, — ben morta, — povera patria! — La statua equestre di Giovanni Acuto, costà in Santa Maria, par che muova le braccia in battaglia; il suo buon destriero solleva le gambe per mutar il passo; — o gente che vi trovate sotto la mensa che sostiene il simulacro dell'Acuto, non vi prenda timore, — quel passo non sarà mutato, — coteste braccia non faranno più moto nel mondo, — il prode capitano diventò una cosa inanimata. — Fiorenza ormai non cambierà più fianco, imperciocchè ella non dorma, ma giaccia morta; — tra poco il segno della putredine contaminerà la sua faccia: — chi lo nega? — forse l'arca di marmo pario scolpita di sottile lavoro e le gemme, i monili e le vesti di velluto magnifico salvarono il corpo della contessa Matilde dell'insulto del verme? Chiunque muore si disfà. — O Fiorenza! se almeno ti avessero gettato sopra le spalle un lembo di porpora e sul capo una corona di spine, e nelle mani posto una canna per iscettro... come Gesù, saresti argomento di compassione; — ma no, gli scellerati non si tennero contenti a renderti infelice, essi ti hanno voluta contennenda e giocosa. Ti hanno acconciato in capo una corona di carta e ti posero al fianco una spada da giullare, — poi ti hanno data in moglie al figlio di un prete e gli hanno imposto per patto nuziale che ti avveleni; — egli ti viene addosso e ti porta il veleno nel manto ducale; — costui è miserabile e piccolo, — eppure non meno mortale uccide il suo veleno. — La potenza di nuocere non si misura nei principi dalla grandezza dello stato, — appartengono tutti alla medesima famiglia dei serpenti, — l'aspide spegne al pari del dragone...»

«La fossa è pronta.»

Illustration from L'assedio di Firenze

... erano condotti giù per la grande scala del Palagio nella corte a ricevervi la morte.... Cap. XXX, pag. 752.

«Sii benedetto, marraiuolo; — eccomi — il mio cuore si rompe; — marraiuolo, prendi tutti i miei fiorini, — lasciamene solo uno — uno solo sul cuore; certo io non sentirò più nulla tra poco, ma l'impronta del giglio mi farà del bene: — in ogni caso, quando risusciterò, il mio primo sguardo sarà pel giglio, e la mia anima esulterà. — Marraiuolo, ponmi poca terra sul corpo, perchè voglio esser pronto alla chiamata dell'angiolo, — voglio precedere al giudizio di Dio i tiranni della mia patria che avranno sepolcro costà nella valle — e accusarli; — e se non apriranno a me povero peccatore le porte del paradiso, scongiurerò la infinita misericordia onde mi converta in demonio per tormentarli a senno mio nell'inferno. — E voglio anche precedere il tristo armento di quanti voi altri mi seppellite qui intorno, onde, quando giungeremo davanti al giudice piangolosi e supplichevoli, io possa essere in tempo a gridargli: Dio eterno, cacciali via, perchè hanno combattuto contro la libertà della mia patria. — Oh! quanto è gran dolore abbandonare la madre e la sposa, ogni cosa in somma più caramente diletta, e abbandonarla infelice! — un bacio, — un altro bacio, — un altro ancora.» — E qui si avvoltola per la terra e la bacia e ribacia con delirio smanioso, poi ripiglia: — «Dio creatore, perchè, se la terra doveva essere un luogo di pellegrinaggio, l'hai piena di tanti affetti? O perchè non ci hai fatto il cuore più duro? E se la terra era un luogo di prova, ond'è che ci adunasti tutti gli affanni dell'inferno? Perchè per un solo paradiso ci apparecchiasti due inferni? — Veramente la nostra patria è fuori di questo mondo; — qui non possiamo vivere innocenti nè illesi; — di là il ristoro delle angosce, di là il riposo, di là la riparazione dei torti, il premio e la gloria... Io chiudo le palpebre e muoio. — Nondimeno..., Dio padre..., se prima della fine dei secoli... Fiorenza mia ritorna bella e decorosa, se torna ai suoi leoni il ruggito, se il gonfalone della Repubblica alle sue torri... Dio padre, toccami gli occhi ed aprimeli, — un minuto, — un attimo, — ch'io la riveda... ch'io intenda il grido: viva Fiorenza!... e poi starò per patto un milione di secoli nel purgatorio... Fiorenza..., cuoprimi...»

La bocca del Pieruccio appariva contaminata di spuma, — la sua persona nel furente rotolarsi sul terreno sassoso era rotta in più parti nè dalle aperte ferite usciva sangue, ma poco siero sanguigno che andava rapprendendosi intorno alle margini: povero Pieruccio! sembrava percosso da epilessia; — i suoi ultimi moti erano disperati ed angosciosi come quelli del pesce trafitto dai denti della fiócina; — l'estremo atto convulso lo sorprese sull'orlo della fossa e vi traboccò dentro, tenendo le mani compresse sul cuore con un fiorino stretto tra le dita. Il marraiuolo stette alcun tempo co' capelli ritti, la persona composta a terrore, non osando nè potendo movere passo: — poi vide i fiorini sparsi e si curvò a raccoglierne uno... due... tre e tutti, non senza volgere sospettoso lo sguardo alla fossa per mirare se ne usciva il Pieruccio. Si quietò la paura, e l'avarizia prese a dominare assoluta su quello spirito tristo: allora si risovvenne del fiorino che il Pieruccio aveva tolto per tenersi sul petto, — gli venne l'agonia di possederlo, — non gli bastarono i tanti raccolti, — gli sarebbe parso di non averne pur uno, se non giungeva ad attrappargli anche quello; — però affacciarsi alla fossa non si attentava; — tra il sì e il no vacilla, — mosso appena il passo, a sè lo ritrae frettoloso, — finalmente imprime un'orma in avanti, la seconda seguita spedita, — si affaccia alla fossa. Oh Dio! — Pieruccio ha gli occhi aperti come persona viva, — come morto le pupille intente, — e la sua bocca contratta non si sa bene se rida o se minacci. — Finchè il marraiuolo vedrà quel volto, non gli riuscirà toccarlo; — concepisce nuovo consiglio, — impugna la pala e gli getta tre o quattro palate di terra sul capo; — così assicurato, si spenzola dalla fossa e, tese le braccia, s'ingegna ad aprire con forza le mani al Pieruccio e levargli il fiorino. — Sia che avanzo alcuno di vita rimanesse in questo misero, sia, come credo piuttosto, che ciò derivasse da moto spontaneo del corpo, comunque cadavere, il capo di lui si alza con violenza di sotto terra ed empie di fango gli occhi e la faccia del marraiuolo. — La paura lo vinse; — stette lungo tempo semivivo e immemore di sè, sporgente col capo, le braccia e fino al torace dentro la fossa; — mal si distingueva il vivo dal morto. Quando risensò, non potendo ricuperare l'uso delle gambe, carponi a modo bestia allontanavasi: — la cupidigia e l'avarizia sue lo avevano degradato anche sotto la condizione del bruto.

Finalmente Giovanni Bandini stampa un'orma sul terreno della patria con la esultanza del nemico che preme il seno del vinto nemico. — Ahi misero! — Adesso ha côlto il frutto della vendetta, — si accorgerà più tardi di qual gusto egli sappia, — più tardi l'agonia della offesa e il rimorso e la paura; — più tardi il cuore impietrito il volto senza pudore, il sangue tramutato in veleno: — ora il suo pensiero viene assorto dall'ansia di tenere nelle sue mani Maria.

Povera donna! oh perchè egli non la lascia in pace? Finchè l'anima di lui si mantenne innocente, fu il suo amore tutto lieto, tutto bello, come il fiore tocco dall'alito fecondo di primavera, e le sue immagini di vita serena, con la sua donna al fianco sempre amata, sempre amante, e con una corona di figli, decoro dei tardi anni; — quando poi gli s'incupì l'intelletto, — allora l'arse una fiamma d'inferno, — la passione gli stette nel seno quasi aspide nel nido, — desiderò Maria con più intenso furore, ma non per renderla felice, sibbene per tormentarla; — scopo principale della sua vita era stato sempre Maria; una volta lo agitava l'amore, adesso l'odio, e questo più forte ancora di quello, perchè aveva aggiunto al proprio fuoco le sue fiamme. Hans Verner immaginò, come altra volta avvertiva, due anime che sempre si sieno amate di santo amore nel mondo comporre un angiolo nei cieli, due anime che per amore degenerato in odio sieno costrette a cercarsi per tormentarsi; io per me penso, debbano formare giù nell'inferno un demonio.

Giovanni procede a salti a guisa di belva che si slanci sopra la preda, — giunge alla via di Parione, — tocca la soglia della casa verso la quale s'indirizzavano i suoi passi, e non si accorge due festoni di cipresso pendere dal limitare. Deserte sono le scale; — dalla parte della cappella muove odore d'incenso e talvolta un bisbiglio di voci supplichevoli. Quivi affrettandosi, penetra nella cappella; adesso gli si presenta un molto singolare spettacolo. Sopra un letto parato di seta cremesina a frange d'oro col capo inclinato su candidissimo origliere giace una pargoletta nell'atto in che dipinse Rafaello il fanciullino Gesù il quale pare che nel sonno favelli le parole: ego dormio, sed cor meum vigilat. — Ella non dormiva però; — come i fiori che la circondavano in segno della sua purità erano stati recisi dallo stelo, così ella era caduta dalla vita; — una reliquia di bellezza le rimaneva sul volto, nel modo stesso che, sparito il sole dall'orizzonte, vi si ferma alcun poco a rallegrarlo la luce del crepuscolo. E intorno al letto composti in varie sembianze apparivano alcuni gruppi di fanciulli pallidi e silenziosi, sicchè tu gli avresti tolti per uno di quei cari bassirilievi di Lucca della Robbia dove con impenetrabile magisterio effigiò i cuori degli angioli.

Il Bandino soprastette alquanto maravigliato, poi si accostò spedito, movendo all'intorno insolito strepito a cagione della armatura di che andavano gravi le sue membra. Allora i fanciulli levarono la faccia e, gittando urli spaventosi, fuggirono dalla cappella, non altrimenti che si faccia uno stormo di colombi all'improvviso turbati nei campi dove lì trattiene desio di cibo e di bevanda. Il Bandino sempre più si avvicina, e pargli che la pargola defunta tenga nella sua mano destra, — e certo tiene, — una carta suggellata indiritta a messere Giovanni Bandino, gentiluomo fiorentino. — Tristo messaggiero era quello e apportatore sicuro di sinistre novelle; — esitava a prendere la carta, pure alla fine la tolse, e apertala in furia lesse:

«Giovanni!

«Non ho più nulla che mi trattenga sopra la terra. Mia madre è morta, — mia figlia, come vedi, morta; — Ludovico Martelli, a me, come fratello, carissimo, anch'egli morto; — tu poi... avventurato te, se fossi morto! — Io rammenterò quei diletti defunti con affanno e con amore, — te poi con vergogna. — Non cercarmi; — io ormai sono fuori della tua potestà; — tu fra te e me ponesti il delitto, — io posi Dio. — E quando pure in te fosse potenza di violare il sacro asilo dove ho preso ricovero, sappi che il campanile della chiesa è smisuratamente alto, ed io, anzichè venire viva in forza tua, mi precipiterei da quello per cadere cadavere informe ai tuoi piedi. — Addio! Io scaverò con le mie ginocchia i gradini dell'altare, — la mia preghiera starà, come la lampada, eterna davanti la immagine della Madre di Dio, affinchè ti tocchi il cuore, e prima di morire tu detesti il tuo fallo. A San Pietro fu rimessa la colpa di avere rinnegato il Salvatore, ma le lacrime della penitenza gli scavarono due solchi nelle guancie, — e il rinnegare è men reo del tradire. Grande fu il tuo misfatto, pure infinita si volge alla creatura la misericordia del Signore. Gli uomini non possono più assolverti, — Dio tuttavia il potrebbe. — Io ti compiango....»

Non lesse più oltre, e con i denti e con le mani stracciò il foglio, — tanta ira lo vinse; — poi, come lo consiglia il furore, sferra un calcio alla bara, — e fiori e ceri, origliere e cadaveri manda a rifascio sossopra.

E la cercò con l'astuzia del serpente, — ma non gli valse; — la donna aveva con raro accorgimento soppresso qualunque traccia; — in qual tomba sieno state riposte le sue ossa ignoriamo; — certo la religione avrà consolato gli ultimi anni di cotesta sconsolata, — non pertanto è facile a immaginarsi ch'ella abbia affrettato co' voti la pace del sepolcro.

Il Bandino inferocì nella sua perfidia, ebbe un brano di popolo a divorare, — anco a lui toccò una verga per percotere i suoi concittadini. Sempre con l'offesa alla mano, la ingiuria alla bocca, egli raccolse ampio tesoro di abborrimento e si tenne beato: dovunque mostrava la sua pallida faccia non ardiva apparire il sorriso, e le parole compagnevoli od erano tronche a mezzo, o le terminavano bisbigliando; — i suoi detti amari non risparmiavano gli amici meglio dei nemici, più volte ne fremè lo stesso duca Alessandro; e se non lo uccise, ciò non avvenne per dubbio di essere tenuto ingrato, sibbene perchè si sentiva come sopraffatto dal fascino di quell'uomo tutto veleno. Spento Alessandro, il Bandino, punto cangiato dagli anni, praticò gli stessi modi con Cosimo. Questi, al primo sarcasmo profferito in onta di lui e della duchessa Leonora sua moglie, fece bocca da ridere, e nel cuore segnò la sua morte; e non tanto pel motto acerbo, quanto per tórsi dattorno tutti coloro ai quali pareva dovere andare debitore del suo innalzamento, attese un pretesto che togliesse a un punto la reputazione al Bandino, e a sè con la vendetta procacciasse fama di pio; — cupissimo ipocrita fu in tutte cose costui; — ad un tratto lo accusò di tale delitto del quale i modesti non assumono difesa per reverenza al pudore. Prima di farlo infelice, lo rese infame; — quando il principe accusa, i testimoni non mancano, e caso mai essi manchino, i giudici per condannare si trovano sempre, — nè forse il Bandino era del fallo imputatogli del tutto innocente, a simile turpitudine condotto dal disprezzo di questa nostra umana natura. Preso e condannato a perpetuo confino nella fortezza di Volterra, donde dopo molti anni venne trasferito nella fortezza di San Giovanni Battista, quivi morì nel 13 agosto 1568. Di qual morte finisse è ignoto; questo solo sappiamo con sicurezza, che quelle mura furono segrete, profonde e terribili come il petto di Cosimo I, che i Medici con le proprie mani dettero opera a fabbricare veleni, — che Cosimo fu ammiratore ed amico di Filippo II austriaco re di Spagna, chiamato meritamente il demonio del mezzogiorno, e finalmente che ambedue questi principi, non che fossero inesorabili ai nemici, i propri figliuoli di ferro o di veleno spegnevano!

Ora udite la fine di Bono Boni dottore di legge.

E perchè rammenterò io la morte di così ignobile uomo con larghezza maggiore di quella che adoperava fin qui ricordando l'ultimo fato di tanti personaggi più virtuosi o più magnanimamente scellerati di lui? Perchè io conosco, anche ai dì nostri, uomini simili affatto al nostro Bono Boni: e forse il fine miserevole dell'antico Bono potrebbe ispirare salutevole spavento ai Boni moderni, — e dico spavento, avvegnachè, se mai avviene anima alcuna di costoro andare in luogo di salute, ella vi perviene di certo per paura dell'inferno, non mica per amore del paradiso.

Messer Bono ebbe donna, e la tolse non già aspettandone domestica dolcezza o per posare le agitazioni della vita nella quiete degli affetti matrimoniali, o per forme venuste, o per care doti dell'animo; tutte queste ell'erano baie per lui. Egli badò se avesse parenti e quanti; — se avanzati negli anni assai; — se di retaggio provveduti e di eredi; — e quando la mente, fatti i calcoli coll'abbaco del suo cuore, trovò il conto tornargli, — allora chiese santificare, diceva egli, il vincolo col sacramento. Nelle nozze egli ebbe in mente soltanto la eredità; — le nozze egli considerò quasi prolegomeni del testamento; e pensando poi che se la moglie veniva a morte senza figli, non pure non avrebbe eredate dal socero, dai cognati e dall'altra caterva dei parenti suoi, ma gli sarebbe toccato restituire per legge di statuto metà della dote... la prima volta diventò padre per calcolo, — la seconda per briachezza — e la terza per distrazione. Dicono l'annunzio della nascita di un nuovo figliuolo ricevesse col volto col quale intese dal suo castaldo avergli il fulmine incendiato il pagliaio. Spesso fece piangere la moglie derelitta rampognandole oscenamente la fecondità del suo alvo; imperciocchè sebbene la povera donna sentisse dello scemo nel capo, nondimeno, come ogni giorno vediamo, la natura non aveva percosso di stupidità le sue viscere materne. Quegl'infelici germogli, aduggiati dalla influenza dell'odio paterno, pesti da continue percosse, sbigottiti dai rimprocci, dal vivere sottile estenuati, svennero intisichiti quasi prima di nascere. Il padre a quale andava per dolersi seco delle morti frequenti di casa sua rispondeva con serafica petrificazione: «Miseri noi, non essi, a cui prima di contaminarsi di colpa fu dato salire al paradiso, dove svolazzano cherubini bellissimi di luce.» — La madre piangeva.

Un solo, il primogenito, sopravvisse indomato alle battiture e ad ogni genere di tormento domestico. Il padre quando vide che ad ogni costo voleva vivere, intese a cavarne profitto. La educazione a cui lo crebbe fu lo sviluppo continuo di questo assioma, che piantò nell'anima del fanciullo come principio di tutta sapienza: — Il danaro è il sangue dell'uomo. — Onde, nel cervello selvatico di cotesto sciagurato, danaro e sangue diventarono due cose per cagione di vita connesse e producentisi a vicenda, l'oro era il sangue, il sangue l'oro. — Il padre poi si compiaceva compiere la educazione del figliuolo a un punto e quella del suo mastino, — pane, — acqua, — bastone —; e catena; — pensò sarebbero stati ambidue buona guardia, — amendue avrebbero morso e latrato se mai il ladro s'introduceva furtivo, notte tempo, in sua casa, — e il figliuolo meglio del cane, perchè ci aveva maggiore interesse. Dopo la sua morte non avrebbe egli eredato il suo sangue, — il suo danaro?

Dopo la sua morte! — E chi lo ha detto? — Non poteva forse il suo figliuolo morire prima di lui? — Certo poteva, ma non perciò sariensi i suoi giorni prodotti più lunghi. Oh avesse potuto rubare al figliuolo i suoi giovani anni e aggiungerli ai suoi! Egli sapeva che fisici valorosissimi avevano trovato la via di prolungare la vita infondendo nelle vene dell'uomo decrepito il sangue del fanciullo[374], ma da sè non poteva eseguire la operazione, e il segreto gli sarebbe costato troppo oro... Basta, per ora si sentiva forte e rigoglioso; — quando gli fosse venuto meno il vigore, vi avrebbe pensato.

Talvolta spezzò la catena..., non il mastino, — il figliuolo di messer Bono Boni, — ed irruppe nel fango della vita, — il vino — e il bordello. Se il suo imbestialito intelletto non pregiava più gentili piaceri, poteva forse incolparsi? — Tornato a casa, una procella di colpi gli rompeva le ossa, — ed egli quantunque si sentisse i denti capaci di lacerare suo padre, non ardiva avventarsi a cagione dell'antico terrore; solo brontolava cupo e digrignava le mascelle orribilmente.

Il figliuolo di messere Bono Boni appena conobbe che il danaro comprava il vino e la meretrice, non volle aspettare la morte del padre per possederlo; — dal germe della idea che il danaro era sangue stava per nascerne un frutto nefando.

Però l'istinto della natura, non affatto compresso dall'abbominevole insegnamento, prevalse; — prima del sangue egli scoperse il furto. Quando la notte scendeva paurosa sopra la terra, — e la grandine percoteva crepitante su i vetri, — e il tuono squarciava le nuvole del cielo, — e gli ululati dei cani empivano l'orrore delle tenebre; — nell'ore in cui la superstizione immagina spalancarsi le antiche sepolture e quinci trarre gli spettri a tormentare i colpevoli, — in cotesta ora che il meglio animoso si stringe a cui gli dorme al fianco, — e chi si giace solo si fa il segno della salute e si avviluppa nelle coltri, — il figliuolo di messere Boni con suoi grimaldelli, a passi sospesi, ritenendo l'alito, si accosta all'arca paterna e ruba in un attimo un pugno di fiorini d'oro: — erano l'agonia di dieci famiglie ridotte dal padre alla disperazione. — Così avvenne una ed altra volta. — Certa notte poi a mezzo decembre, — la vigilia di un giorno di festa, successe il caso che sono per dirvi.

Strideva acutissimo il rovaio: — di neve ogni cosa era piena e di ghiaccio, — la campana che accenna le ore batte così distinta che pare che picchi sul tetto della casa di Bono Boni. — Lo sciagurato giovane, furente di libidine per nuova meretrice, procede a procurarsi col furto il censo grancito all'orfano, per isprecarlo in prezzo di prostituzione, — oscena serie di colpe! Pon mano sopra la serratura, — apre la porta... morte di Dio! Bono Boni con una vecchia casacca tutta rattoppata addosso, un caldanuccio davanti, agli scarsi tizzi del quale andava ad ora ad ora rinfocolando le dita assiderate, — al pallido chiarore della lucerna mezzo spenta, a cui, mancato l'olio, avea messo un po' di rialzo da un lato onde l'umore rimasto in fondo sgocciolasse verso il lucignolo, — sta numerando i suoi fiorini, — i ducati del sole... li zecchini veneziani... in somma un tesoro, e per quanto scarso splendesse il lume, non pertanto le monete d'oro raggiavano.

Udendo Bono Boni rumore, solleva gli occhi.

Sovente avviene nelle Indie che, mentre ti accosti ad una siepe per cogliervi fiore o chiappare farfalla, tra fronda e fronda ti vedi all'improvviso comparire davanti il ceffo del tigre.

Così s'incontrarono padre e figlio; — non proruppero in urla, — non fecero gesto, — vivono soltanto negli occhi; e come il rospo avventa schizzando il raccolto veleno, essi l'un contro l'altro si scagliano un getto magnetico di odio, di maledizione e di morte. Il cuore si agita dentro cotesti empi petti, quasi groppo di vipere sturbate nei loro congiungimenti. Nessuno si minacciò; — il pensiero sta chiuso nel cervello loro, come il pugnale nella guaina, — non hanno armi, e non pertanto cotesto è duello a morte, — combattono con gli occhi, — riparano e studiano colpi di certa offesa e mortale.

Ma gli sguardi del giovane ferivano più trucemente intenti, — più divampati, — più pieni d'inferno; — quelli del vecchio da un angolo all'altro balenarono smarriti; — gli mancò l'anima, — si sente ferito; — allora pian piano stende la destra obliqua e saltellante, come il ragnatelo per ghermire la mosca, ad afferrare un coltello.

Prima che la mano giungesse al coltello, il figlio ha stretto la gola del padre e con voce incavernata gl'impone:

«Dammi i fiorini.»

«No.»

«Dammi i fiorini, ti dico...»

«No, no.»

«No? — prendi.»

E qui gli sferra una martellata sul capo, poi soggiunge:

«Dammi i fiorini...»

Il sangue inebria al pari del vino; e più il vino è generoso, — e il sangue ci appartiene dappresso, — tanto meglio l'uno inebria chi lo beve, — tanto meglio inebria l'altro chi lo versa: — quello che adesso sgorga è sangue di padre!

«Non vuoi tu darmi i fiorini? Prendi dunque, Bono; — prendi, messer Bono Boni; — prendi, prendi.»

Il cranio va ai fieri colpi sbrizzato, — un lembo di cervello si versa oscenamente pel viso a Bono Boni, — il rantolo prorompe fumoso di sangue dalle fauci di lui; e il suo figliuolo continua a martellargli rabbioso sul capo, — poi si fermò e gli disse::

«Ora vuoi tu darmi i fiorini? — Non rispondi? No? Io tornerò a domandartelo tre volte e poi riprenderò le percosse più forti di prima.»

E siccome dopo la triplicata, interrogazione il padre non rispondeva nulla, il figliuolo si avvisò esaminargli la testa. Vista che l'ebbe, scoppiò in altissime risa...

«Vedi ve'; — chi avrebbe creduto che questo capo contenesse tanto cervello?» E poi in suono lieto continua: «Certo ora non può egli rispondermi: prendili o lasciali stare, — non dirà più nulla mai: — io posso portarli via a bell'agio.»

E ne tolse piene le pugna e accorse alla casa della meretrice, la quale non aborrì dalla moneta insanguinata nè del contatto del parricida; — e sciolta appena dalle braccia di lui si affrettò a denunziarlo al bargello, empiendo le mani di nuovo denaro — e sanguinoso ancora egli. — Ora coloro che in versi o in prosa ebbero coraggio di paragonare l'uomo al tigre mi dicano in coscienza se non ne sentono pentimento e rimorso.

Pochi giorni dopo egli era tratto al supplizio; — andò nè superbo — nè dimesso, — ma stupido, — affatto chiuso nella sua bestialità. — Brevi momenti innanzi di morire un raggio d'intelligenza, — l'unico che in tutta la vita gli scintillasse al pensiero, gli si diffuse su l'anima, e favellò:

«Non so quale delle due infamie sia per me la maggiore, — o quando venni nel mondo per mezzo di messere Bono Boni mio genitore, — o adesso che n'esco fuori per le tue cure amorevoli, compare Taddeo.»

E toccò in atto di carezza le gobbe spalle al carnefice Taddeo.

La meretrice, dopo che fu giustiziato, venne presa da veemente scrupolo e, per mettere in quiete la coscienza, fece celebrare una messa per l'anima del defunto alla Santissima Vergine dell'Annunziata.

Se allora fosse costumata la reale e imperiale istituzione del giuoco del lotto, onore e lume della presente civiltà toscana ed anche romana, fors'ella ne avrebbe ricavato i numeri.

E forse vinto.

E forse diventata maggiordoma maggiore, — e allora avrebbe imbandito mense, convitato a festini; — i poeti l'avrebbero cantata con una procella di sonetti con la coda o senza; — crescendo poi gli anni, l'avresti veduta convertita in donna di pietà insigne, — direttrice di qualche asilo d'infanzia, o priora dell'arciconfraternita del Sacro Cuore; alla fine, — poichè tutte le cose hanno la fine, — defunta co' conforti di sette confessori, uno meglio dell'altro — e santi uomini tutti, — e munita in copia delle provvisioni spirituali necessarie pel viaggio della eternità.

E forse anche morta in odore di santità e dieci miglia d'intorno.

E operato miracoli, come sarebbe la guarigione dell'idrope alle fanciulle dopo nove mesi di enfiatura, — e così discorrendo.

Ora andate, se il cuore vi regge, a battere la cassa addosso alla reale e imperiale amministrazione del giuoco del lotto.

I filosofi lo biasimano, ed hanno torto. Date loro a tenere il banco, e lo loderanno; — lo dimostreranno ancora filantropico, siccome usa nel nostro linguaggio moderno.

Lascio del lotto e torno a messere Bono Boni, dottore di legge.

Se alcuno nel mio Bono si ravvisasse, si rammenti del discite iustitiam, moniti...

Lo troverà in Virgilio[375], ma costà lo dice Flegia ai dannati senza conclusione di nulla, perchè la predica ai perduti senza rimedio per sempre la è proprio il soccorso di Pisa; però io glielo dico prima di dannarsi, affinchè si provveda.

Ora contemplino i popoli la giustizia di Dio.

Correva il 23 di dicembre dell'anno 1531. Dentro una sala ampia, umida e buia Malatesta Baglioni e Cencio Guercio stanno ridotti davanti al focolare. Malatesta sopra una sedia baronale a bracciuoli da un lato, Cencio sopra uno sgabello dall'altro; lo spazio tra Malatesta e il suo cagnotto era occupato da due sedie vuote. Non dicevano parola; — di tratto in tratto il Guercio alzava gli occhi per guardare Malatesta, ma, non osando sostenere la vista di lui, gli abbassava pensoso, chè la paura gli si era cacciata nell'anima.

Da molto tempo abbandonò la salute le membra del Baglione, e nondimeno da pochi mesi a questa parte egli appariva l'ombra di quello che fu. La pelle gli s'informava dalle ossa, gli cadevano giù lungo le gambe le calze e ad ogni moto gli ondeggiavano; — il volto aveva bianco come il marmo; — alcune ciocche di capelli canuti gli fuggivano rabbuffate di sotto alla berretta, — la barba sordida ed incomposta, — segno certissimo in lui, tanto studioso della mondizie del corpo, di spirito agitato; — le sopracciglia irsute celavano a mezzo le pupille, le quali muovono continue per un'orbita dilatata, reticolata di vene sanguigne, — piena di colori biliosi; — e poi l'occhiaia livida gl'ingombra gran parte delle guance smunte e rugose. Le spalle tiene curve, il capo chino sul petto; — ambidue i gomiti riposa sopra i bracciuoli, — con le mani si appoggia ai pomi della sedia: — e' sono mani di cadavere; — le unghie lunghe, violette alla radice, in cima bianche; — la pelle gialla, — i nodelli sporgenti, e grosse vene di colore del piombo gliele traversano sinuose. — Sta nel dominio della morte.

Oh come tremenda travagliava cotesta ora l'anima del Baglioni! Prossimo ad abbandonare il suo corpo, lo spirito, a un punto vittima e carnefice, domandava a sè stesso ragione della sua esistenza. Truce rendimento di conto egli è questo, che pure noi tutti dobbiamo fare una volta. Costui tentava sottrarne alcune partite, altre s'ingegnava attenuarne, proponeva difese, implorava perdono. Se codesti arcani dibattimenti si fossero potuti significare con parole, in fede di Dio avrebbero disgradato le più magnifiche orazioni di Demostene; — ma la coscienza a sua posta incalzava, chè non è dato all'uomo mantenersi ipocrita con sè medesimo. E conchiuso ch'ebbe il calcolo, una voce profonda in suono di sospiro gli uscì dalle viscere che disse:

«Che cosa ho mai fatto?»

Parendo a Cencio che la domanda fosse indirizzata a lui, levò il mento per rispondere; se non che dalla immobilità del sembiante del Malatesta sospettò la volgesse a qualche larva infernale, — si tacque pauroso. Il Baglioni indi a breve replicava:

«Che cosa ho mai fatto?»

Quindi, sforzato ad aprire intero il suo riposto concetto, continua:

«Mi odiano tutti! Sono venuto al mondo in orrore... e a me stesso! Sempre mi vedo al fianco queste sedie vuote... ma che? forse non mi rallegrò mai affetto di padre? O genitore infelice sopravvissi ai miei figli? No. — I miei figli vivono, — ma sfuggono da me... sono solo... Solo? no... io sto in compagnia dei miei delitti... della mia vergogna... de' miei rimorsi...

«Ahimè! e non pertanto mi sento solo, e quando la mia solitudine mi tormenta, e vacillante... tentone alla parete... con pericolo imminente di percotere del volto la terra, io muovo in traccia della mia figliuola, la rinvengo nella domestica cappella, genuflessa davanti la immagine di Maria santissima, ed io l'ascolto tra i singhiozzi supplicare la regina dei cieli che impetri perdono della misericordia di Dio ad uno scellerato che ha venduto il sangue de' cristiani, che ha tradito una terra nobilissima, che ha condannalo la sua stirpe ad una eternità d'infamia...; e quello scellerato sono io... L'ira mi spinge al coltello la mano... Povera figlia! perchè dovrei punirti della mia colpa? — Io mi sento costretto ad allontanarmi, badando ch'ella non mi avverta..., perchè dov'ella mi scorgesse, l'ultima stilla di sangue mi tingerebbe di vergogna la faccia. — I miei figliuoli cerco a un punto e fuggo; i miei figliuoli fuggono me, essi portano in fronte una rampogna, — il padre loro la infamia...

«E tu, Ridolfo Leone, che dovevi essere l'orgoglio della mia vecchiezza... tu, sul capo del quale aveva accumulato tante speranze..., tanto tesoro di affetti..., tu, che, per farti crescere di stato, mi costi sudori, fama e perfino la salute dell'anima..., perchè lasci il padre infermo a rodersi con le sue malattie e la memoria? Il principe di Camerino lo ha respinto dalla sua casa, come un vassallo, e gli ha detto: Il mio sangue non si mescolerà col sangue dei traditori. — E la sua figlia, — la fanciulla amata da lui col delirio del primo amore, — si è chiusa in monastero per tôrselo dal cuore siccome se lo tolse dagli occhi. — Sta lontano da me, Ridolfo, perchè io temo che ad ogni istante tu venga a domandarmi. Per qual cagione mi hai procreato? — E non pertanto vorrei che prorompesse contro di me in detti amari, ancora in contumelie, versasse tutta la piena del suo furore sopra il mio capo... Ma vedi, Cencio, alla croce del vero Dio! quei suoi labbri compressi, quella sua parola fredda quando mi chiama padre, mi lacera le viscere... Pensi forse ch'io non m'accorga com'egli chiama in più dolce suono il suo cane? Pensi ch'io non veda ch'egli s'ingegna nascondere alla gente che nasce di me — e muta veste e s'infinge plebeo? Cencio, dimmi, hai per avventura osservato com'egli abbia tolto dal pomo del suo pugnale l'arme di casa Bagliona? — A quest'ora egli mi maledisce... nè Dio giudice riprova cotesta maledizione, perchè meritata.

«Intanto queste sedie rimangono vuote accanto a me.

«Una parete — e un abisso mi dividono dai miei figliuoli...

«I figli di Annibale..., ma egli mi è nipote..., e poi è prete, — finchè da me sperava il vescovato con la rendita di diecimila scudi, non mi si dipartiva mai dal fianco e non cessava dal tempestarmi le orecchie con le autorità dei santi padri e coi testi della Scrittura ond'io mi mi rendessi a fare le voglie del pontefice; — mi assicurava della eterna salute, — difensore della Chiesa mi salutava e propugnacolo della fede; — adesso volge le sue lusinghe a più potente di me; — simile agli oremus del suo breviario, egli cambia nelle sue adulazioni il nome e le applica ad un altro, — mi abbandona ai pericoli e ai rimorsi, — nè gli mancheranno citazioni per giustificare il suo operato, — perchè no? Non insegnava il suo Cristo che l'albero quando non è più buono a produrre frutto deve essere reciso? Ah! la parola di Cristo sta in bocca ai preti come il suo sepolcro in mano ai Turchi. — Egli s'ingegna nascondere il nome della sua stirpe sotto il titolo di qualche dignità ecclesiastica, — fosse anche quello di vescovo d'Aleppo. — Sta bene, nè io posso biasimarlo di sottrarsi alla torre che crolla. Dio lo esaudisca secondo i meriti suoi...

«Clemente! Clemente! Se le mie colpe saranno gravi sulla bilancia dell'Eterno, quanto mai vi peseranno le tue! Comecchè io fossi degno di avvilimento e di peggio, non per questo mi sei meno spergiuro. Tu hai falsato meco tutti i tuoi giuramenti...; solo mi gittasti davanti un brano di popolo ond'io mi v'insanguinassi le labbra, — e potere dir poi: Vedete, anch'egli è della famiglia dei lupi...

«A che mi valse il tuo consiglio, Cencio? — I miei bravi percorsero tutte le corti d'Italia, mandarono cartelli a chiunque osasse chiamarmi traditore. Sono stati derisi, e gli hanno rimandati dicendo: Non fa mestieri duello, — chi dubita essere stato traditore Malatesta?

«Clemente ha preposto al governo di Perugia Ippolito cardinale suo nepote: questi ogni giorno appresta insidie alla mia vita; — mi dolgo al papa, ed egli risponde non essere atto a fare stare a segno un cervello così eteroclito e balzano, volendo per questo modo significare che mi concede in preda al mio nemico, tanto crudele più — quanto la sua ira non nasce da passione, ma da disegno. — Odia costui la tirannide perchè non fu promosso tiranno, — ora ostenta modi ed affetti repubblicani, blandisce i fuorusciti, accarezza Dante da Castiglione, aizza contro di me i Perugini; — queste misere reliquie della mia vita contende alla infermità e desidera spingermi per morte sanguinosa dentro il sepolcro. — Ahi stolto! se tu indovinassi quali giorni io tragga, tu manderesti pel fisico più famoso del mondo onde cercasse allungarmi la vita. Qual supplizio presumi inventare più tormentoso della mia coscienza?»

E Cencio, che pochi giorni innanzi era stato preso a sassi dalla famiglia del cardinale, ed uno dei fanti aveva ardito perfino levargli la spada, romperglierla a mezzo, e quindi dargli dei tronconi nel viso, con voci di sospiro lo interrogava:

«Ma qual pensiero, quale ostinazione è questa vostra? Perchè volete rimanervi qui a farci ammazzare tutti come paterini? Avete munito di anni e di ogni sorta di provvisioni il vostro buon castello di Bettona, nè sarà facil cosa al cardinale superarne i ripari.»

«I miei capelli, comunque crescano sopra testa maladetta, sono numerati; non dubitare, Cencio, neppure uno di essi cadrà, se lo impedisce il Signore; e se per lo contrario al cardinale fu commesso dalla provvidenza di trucidarmi, le salde mura di Bettona si romperanno come vetro al suo urto; — il frutto quando è maturo bisogna che caschi. — Nessuno, Cencio, più di noi può rendere testimonio che Dio esiste... — noi sentiamo la sua esistenza come un chiodo nel cuore...»

«Ahimè! finisce il mondo, Malatesta sermoneggia», interrompe Cencio sforzandosi, comecchè inutilmente, riprendere l'antica gaiezza; «mettiamoci in salvo. Che dice il proverbio? Aiutati con due mani, e Dio ti aiuterà con una...»

«Cencio», gridò Malatesta, «non bestemmiare, vedi, o ch'io ti faccio gettare giù dai balconi...»

E alzò irato il volto per aggiungere alle parole la minaccia degli occhi.

Cencio, o sia a cagione del suo spirito abbattuto pur troppo, o sia che veramente la voce del Baglione gli sonasse più severa che mai l'avesse udita per lo tempo innanzi, levò il viso a sua posta.

E i loro occhi s'incontrarono.

La fiamma ora nascondendosi sotto i tizzoni spariva, ora scaturendo a modo di lingua di fuoco avventava un getto improvviso di luce sopra gli oggetti circostanti. E quel subito splendore gli sformava e li travolgeva in aspetti bizzarri: le cose inanimate parevano scontorcersi sotto il tormento d'inconsueti dolori. Le sembianze dei nostri personaggi disfatte e terribili davano idea del come debbano agitarsi nell'inferno le anime dei dannati. L'uno l'altro guardando, Cencio e il Baglione proruppero in un grido e al punto stesso esclamarono:

«Voi avete...»

«Tu hai...»

«Una faccia di demonio.»

E quando quella loro paura fu del tutto quieta, si celarono gli occhi con le mani, profondamene avviliti, ed esclamarono:

«A che mai siamo ridotti!»

All'improvviso il silenzio che lungo si manteneva in cotesta sala viene rotto da un alto schiamazzo, da un cozzare di ferri, da minacce; da bestemmie e grida dolorose, e poi un romore di persone qua e là accorrenti, un chiudere di porte, e quindi ancora a mano a mano appressarsi il calpestio.

Malatesta si alza tremante. — ma non per paura; però con le mani non abbandona i bracciuoli della sedia, in questo modo sostenendo l'infermo suo fianco. Allorchè il rumore sempre più appressandosi sta per prorompere nella sala, la sua destra con moto spontaneo ricorre al manco lato per cercarvi la spada; le gambe indebolite non bastano a sorreggerlo in piedi, e vacillando trabocca sopra la sedia; — sorrise e si acconciò nell'atto che gli parve più dignitoso per aspettarvi la morte.

Si spalancano le imposte, e una turba di uomini e di donne inonda la sala. Alcuni dei sopravvenuti portavano torcie di bitume, sicchè la nuova scena andava illuminata da quel sinistro splendore. Non si sapeva la cagione vera del trambusto, — urlavano tutti, e più di tutti una donna, che disperatamente si abbandona sopra un ferito trasportato dai suoi compagni; — chi quell'uomo e quella donna si fossero non si distingueva, tanto erano contaminati dal sangue che copiosamente sgorgava da una profonda ferita fatta all'uomo nella gola. In mezzo a tanti gridi il Baglioni giunse a capire che poc'anzi a bello studio era passata prossima alla sua casa una masnada di bravi della famiglia del cardinale e che, avendo rinvenuto poc'oltre un suo paggio, lo avevano preso a malmenare, — ch'egli si era rifuggito a stento dentro la porta, ma che cotesti scherani, mal sopportando fosse loro scappato di mano, avevano atteso a rompere gli usci e violare il domicilio di messere conte: — che allora essi, seguendo lo esempio di messere Ridolfo figlio di messere Malatesta, avevano aperto le porte e respinto la forza con la forza; — esserne nata una molto terribile mischia, — due della famiglia del cardinale rimasti morti sopra la strada, — il maggiordomo di casa avere tocco una ferita mortale nella gola, sicchè, come poteva vedere, più poco gli rimaneva di vita; — in breve si aspettasse a sostenere più duro assalto, perocchè i famigli del cardinale, partendo, avevano promesso sarebbero tornati in forza, per lo più tardi, tra un'ora.

Malatesta udiva il racconto impassibile come se a lui non concernesse. Intanto gli occhi del moribondo natanti nella morte lo cercavano per raccomandargli con l'ultimo fiato della sua vita la moglie e i figliuoli; — favellare ad alta voce non poteva; — con lo spirito pronto a partirsi un argomento per richiamare l'attenzione di lui cercava, e non gli occorreva; — sentendosi avvicinare il diaccio della morte sul cuore, raccolse nel cavo del pugno alquanto di sangue e glie lo gettò sul viso. Malatesta si riscosse, e vedendosi cosparso da quella terribile pioggia, girò attorno lo sguardo e s'incontrò in quello del maggiordomo, il quale con estremo conato mormorò:

«La mia famiglia...»

«È morto!» urlò la moglie; e i figli con eco straziante rispondevano: «È morto! — è morto!»

«Fuggiamo, messere Malatesta», insta Cencio Guercio tremante.

«Mettetevi in salvo, signore», supplicano a mani giunte i vassalli, «tra pochi minuti non saremo più in tempo.

«Anch'io ho figli... che mi abbandonano... e che io non posso abbandonare», favella Malatesta immemore di quello che avveniva intorno a sè.

«Io non vi abbandono», susurrò Ridolfo Leone, che gli si era posto al fianco per ricoprirlo del suo corpo; «finchè il mio braccio basterà a sostenere la spada, voi vivrete, signore.»

«Ed io non ardiva abbracciarvi, riprende la sua figlia, — per paura di affliggere il vostro corpo già intormentito. — Monaldesca vostra non sa ferire, ma pregherà Dio per voi... e riceverà nel suo seno il colpo diretto al vostro cuore.»

«Ahi, figli miei! Venite qui appresso a me.» E così favellando solleva le mani, come per imporgliele sul capo, se non che, di subito mutato consiglio, lascia caderle abbandonate. I suoi occhi tentano piangere, ma non rinvengono lacrime, — invece per lo sforzo s'infiammano e par che versino sangue. «Benedirvi! No, figli miei; la mia benedizione scenderebbe veleno sopra di voi e v'inaridirebbe la testa... Figli miei, io vi domando perdono...»

«Silenzio!» gl'impose severamente Ridolfo Leone, — «non mi fate vergognare al cospetto de' miei vassalli, — le vostre colpe stieno tra voi e Dio... i vostri figliuoli non devono saperle.»

Il giorno appresso Malatesta era chiuso nel suo castello di Bettona, ma per morirvi.

Le troppe commozioni e troppo violente durate nel precedente giorno, — il corpo ormai rifinito, — l'animo fieramente turbato, — il disagio della via che così infermo aveva dovuto percorrere a cavallo — e il rigore di una notte di decembre passata a cielo aperto, — tutte queste cose gli avevano messo una febbre intensissima unita a delirio e a spasimi che lo facevano voltolare come forsennato nel letto.

Chiamato il fisico, poichè questi l'ebbe lungamente esaminato, dichiarò quello essere l'ultimo giorno di Malatesta Baglioni.

Venne il confessore, — ma le sue parole non erano intese si pose accanto al letto recitando sue preci, pure aspettando che un istante d'intelligenza gli desse abilità ad esercitare il suo ufficio.

Cotesto istante fu atteso invano: — il delirio crebbe e con esso la smania. Calato il sole, la malattia prese a inferocire più terribile; molti degli astanti non poterono sostenere gli urli dell'infermo e lo abbandonarono. — Certo era pur truce la visione con la quale Dio giudice spaventava quel tristo.

Illustration from L'assedio di Firenze

... i suoi occhi si posano sopra la corona di conte... Cap. XXX, pag. 783.

E' gli pareva trovarsi dentro ad un immenso anfiteatro, migliaia e migliaia di volte più vasto del Colosseo. Tutte le generazioni della terra stavano sedute sopra i gradini in sembianza di statue scolpite nel granito. Occupavano i più prossimi, uomini del suo tempo, la maggiore parte a lui noti, gli altari di forme sconosciute, e quanto meglio i gradini s'innalzavano, le forme apparivano più gigantesche e più strane; orridi ceffi, appena umani, che tenevano in grembo o sotto il braccio tigri, leoni e grifoni, come i damigelli del medio evo portavano in pugno sparvieri; la estremità dell'anfiteatro andava ingombra da simulacri di più immane grandezza, — dalle razze ciclopiche che scrissero la loro storia nelle montagne... che maneggiarono l'intero abete aguzzato al cratere del vulcano per arnese di guerra... cavalcarono il mastodonte come caval di battaglia... e una caligine misteriosa le ravvolgeva a mezzo dentro di sè.

Malatesta, scorgendosi solo nell'arena, notando che gli occhi di tutti stavano fitti contro di lui come archi tesi, s'ingegnava stringersi, impiccolirsi, celarsi nelle viscere della terra, — ma la terra era di granito anch'ella impenetrabile e liscio.

Il piano di granito stava inclinato, e dalla parte ove giungeva il massimo declivio usciva un frastuono di mare in tempesta e urla disperate di naufragio, — e divampava un fuoco vermiglio ad ora ad ora rotto da fulmini, e tra i fulmini appariva un quadrante con una sola lancetta, — e un'ora sola, — l'ora della eternità.

Di sotto al quadrante, una catena infiammata pendeva nell'abisso.

Le viscere del mondo si commossero, — un terremoto empì della sua romba il firmamento; — le colonne e gli obelischi dell'anfiteatro piegarono come cime di alberi al soffio della bufera, — le statue furono trabalzate dai loro seggi, — i grifoni e le tigri, comunque di pietra, sembrarono lanciarsi nell'arena atterrite dal pericolo.

Le labbra delle stirpi vissute nel mondo si aprirono, — voci diverse e orribili favelle, che nonpertanto la giustizia di Dio volle che in cotesta ora fossero rivelate all'intelletto del Malatesta, gridarono:

«Perchè si tarda? — La eternità è poca al supplizio del traditore.»

Di repente ecco una forza irresistibile strascina Malatesta; gli trema sotto la terra, egli vacilla com'ebbro, tenta appigliarsi alle pareti dell'anfiteatro, — ma non trova luogo dove introdurre le dita; — erano perfettamente liscie e commesse, come se fossero state non di pietra, bensì di metallo fuso; — ei fu costretto a cadere, e appena caduto, quantunque agli occhi il pavimento rimanesse fermo, assunse egli pure l'impeto del torrente e travolse il Malatesta con forza irresistibile. Allora cominciò una lotta miserabile a vedersi. Il Baglioni s'ingegna trovare un qualche rialzamento dove attenersi e ritardare la caduta; — il suolo si stende disperatamente unito. Forte abbranca colle mani la pietra per imprimervi le unghie, — la pietra non si graffia, ma le unghie gli si arricciano dolorose verso la radice.

Mentre palpitante si affanna in siffatto travaglio, un vento infiammato investe l'arena e mena in giro nuvole di terribile mole, — e tra le nuvole appariscono i fantasmi di tutti coloro che egli aveva menato a morte a cagione del suo tradimento.

Prima degli altri gli si mostra lo spettro di frate Benedetto da Foiano, — scheletro affatto, — meno che negli occhi, i quali stavangli incassati sotto le ciglia ossute, come palle di vetro: — «Dannati, traditore!» gli disse dandogli una spinta e passò[376].

Segue Rafaello Girolami con le labbra nere e lacerate dall'acqua tofana, la pelle del colore di piante imputridite, chiazzata di macchie livide, e, — «Dannati! traditore! — anch'egli gli gridava, — e datagli la spinta, passò.

Poi venne Francesco Carduccio in sembianza severa, quale lo aveva sempre veduto mentre che visse, se non che intorno al collo gli ricorreva un nastro vermiglio, quasi muliebre ornamento. Allorquando egli volle curvarsi, la testa gli si staccò dalle spalle, ma non per questo gli disse meno: — «Dánnati!» — e lo cacciò con una spinta verso l'abisso.

Larve infinite lo tormentano, e tutte godono a fargli oltraggio, a precipitarlo nel vortice dell'eterno pianto; ma sopra le altre uno spettro gli sta attaccato alla vita con l'ardore del vampiro che sugge il sangue alla vittima, — e lo tira, — e vi adopera mani e piedi e denti e tutto, — e questo spettro è il Pieruccio.

Traendo dolorosi guai, il Malatesta precipita, quando, sul punto che meno se lo aspettava, occorre in certo oggetto al quale si raccomanda tenace; — sovvenuto da simile sostegno giunge a rilevarsi sopra i ginocchi. Assettatosi in questa posizione, alza la faccia e conosce essere il corpo a cui si attiene un colosso di bronzo. Egli era addobbato del manto pontificale, — portava in capo il triregno, — la destra teneva in atto di benedire; — guardando meglio, ravvisa in quel simulacro la immagine di papa Clemente.

Allora, delirante di speranze, trasse con violenza a sè i lembi del piviale, supplicando tutto dimesso:

«Beatissimo Padre, per voi servire, questo c'incoglie; salvateci in nome di Dio dalla eterna dannazione.»

Gli occhi della statua coruscarono fuoco, — apersero le labbra e divamparono fiamme, e dopo le fiamme ne uscì una voce che disse:

«Dilettissimo figlio, noi vi abbiamo pagato, — noi non possiamo altro che darvi la nostra apostolica benedizione.»

E stese la mano verso la fronte del Malatesta; — la pelle riarse a quel tocco abbrustolita, e fra una traccia di fiamma verdastra v'incise un T. Non potendo tollerare il Baglione la immensa angoscia, portò ambe le mani verso la testa. Quando gli fu quieto di alcun poco il dolore, egli volle di nuovo afferrare il piviale del pontefice, ma si accorse esserne trasportato lontano; già le sue gambe si agitavano nel vano, — più che mezzo era immerso nella voragine, tenta — gravitando le costole sull'orlo dell'abisso — rimanervi sospeso; — gli torna ogni conato indarno, — non lo reggono i gomiti, — gli sfugge dalle mani la terra; — allora rabbioso immagina mordere l'estremo margine del pozzo.

Ma invece del margine del pozzo si morde miseramente la lingua, il sangue nero gli goccia giù in copia dagli angoli delle labbra e gl'insordida la barba.

Improvvido di consiglio, si volge attorno esterrefatto, ed altra via di salute non gli si offre, tranne la catena rovente.

Vi si aggrappa con le mani e co' piedi; — la catena si distende con orribile cigolio; — la lancetta del quadrante divora lo spazio che la separa dall'ora con la velocità del cavallo sfrenato, — la squilla suona.

Si aperse la terra, — l'anfiteatro cadde disfatto, — le statue l'una sopra l'altra rovesciaronsi, precipitarono le stelle dal firmamento, — ogni cosa creata si sformò, e un gemito lungo si diffuse per la natura moribonda che diceva: — «È arrivata l'eternità.»

Malatesta si drizzò sul letto e urlò disperato:

«La eterna dannazione incomincia!»

E poi ricadde sfinito, — gli venne meno l'anelito, — prostese le braccia — e con un roco singulto declinò la testa.

Il frate confessore gli pose una mano sul petto e favellò sommesso:

«È passato.»

I circostanti, compresi da ribrezzo, abbandonarono la stanza. Non avvertito vi rimase Cencio Guercio.

Accovacciato come un cane, egli stette assai tempo immemore di sè, profondamente avvilito sotto il peso della paura e del rimorso. Alfine rinvenne e pensò al miserabile suo stato: se si fermava, lo avrebbe manomesso Ridolfo Leone che gli portava mal di morte, riputandolo istigatore dei misfatti paterni; se invece usciva dal castello, lo avrebbero messo in pezzi gli aderenti del cardinale Ippolito. Ad accrescere le sue angustie si aggiungeva che gran parte del male acquistato in Firenze sperperò giocando a carte, e quello che aveva potuto avanzare, tutto intento alla fuga, nel subito caso della sera precedente lasciò a Perugia. Come fare? Non fidava in congiunti, non avea amici, chè nei giorni della prosperità fu suo diletto l'offesa, e l'altrui danno contentezza.

Mentre in questo modo si affanna, i suoi occhi si posano sopra la corona di conte del Baglione che doviziosa di perle posava sopra un pulvinare di velluto cremesino a canto del letto: con l'atto precorse il pensiero — l'afferrò bramoso e fuggì via.

Pervenuto nell'altra stanza, si accorge che non potrà passare, con quel volume, inosservato in mezzo alle guardie del castello; pargli consiglio migliore staccarne parte delle perle, specialmente le più grosse, le quali giusta la foggia delle corone dei conti ne sormontavano le otto punte. — Ponendo portando senza intermissione ad effetto il suo disegno, trasse il pugnale e prese a scastonarle; — ad ora ad ora suo malgrado si volge verso la stanza dove si giace Malatesta, sospettando non abbia a rilevarsi e venire a strappargli la corona dalle mani.

Ed invero Malatesta non era, siccome pensava, ancora defunto; — uno svenimento cagionato dalle terribili commozioni lo aveva assalito e, trovando le membra fievolissime, lo lasciava inerte come morto; — però sentì lenta nelle vene risuscitarsi la vita e, prima che la coscienza della sensibilità lo ravvivasse, lo gravò indistinto un senso di angoscia ottusa, affatto macchinale; — poi tornò la coscienza, e con la coscienza il pensiero, sibbene deviato dal vero, quasi strale che non colga più il segno. Allora lo punsero cocentissimi cruciati, e gli parve essere steso con mani e piedi legati sopra un letto di fuoco; — ineffabili erano i suoi sforzi per muoversi, ma rimaneva irrevocabilmente confitto tra quei carboni ardenti. Schiudendo gli occhi, si vede apparire trucissima davanti la testa mozza di Lorenzo Soderini; — con occhi aperti senza palpebra lo fissava e con le labbra insanguinate lo baciava, sicchè le stille del sangue gli gocciavano in bocca e, corrosive come acido di vetriuolo, o gliela ulceravano o gliela empivano di vesciche. Si volge a destra, e la visione lo seguita, — la testa gli si pone accanto sul capezzale; — si volge a sinistra, non gli giova meglio. — Chiude gli occhi, ed ecco dagli occhi del Soderini esce uno sguardo tagliente che gli fora la pelle del ciglio e costringe la pupilla a guardare; — torna ad aprirli smanioso, — la testa mozza non si muove, — lo sguardo non cessa, — non si sospendono i baci.

Gli fremono le fibre di spasimo; — tenta disperatamente un ultimo sforzo per muoversi e vi perviene; — agita le mani, come se gli fossero rimasti attaccati intorno ai polsi i frantumi delle catene; disegna levarsi dal letto e sente un'angoscia acuta, quasi gli staccassero da dosso un panno attaccato alla piaga; non importa; si alza mormorando tra i denti stretti:

«Voglio andare al cospetto di Dio e dirgli: È troppo... io voglio domandargli la morte dell'anima.»

Cencio Guercio, avendo staccata l'ultima perla dalla corona, si accingeva a rimetterla al suo posto, allorchè si vede comparire davanti il simulacro di Malatesta Baglione.

Parte delle membra gl'ingombrava il lenzuolo che si era tratto dietro di sè, parte apparivano ignude nella loro lividezza ed estenuazione cadaverica, — le palpebre teneva socchiuse, e le pupille dentro erano color di cenere, come si osserva negli uomini a momenti trapassati; — dritti gli stavano su la fronte i capelli quasi stecchi d'istrice, — le labbra aveva peste, intorno sordidate di sangue rappreso; — con una mano si reggeva un lembo del lenzuolo sul petto, — l'altra agitava in atto di uccello grifagno, — e forte ansava preso dal rantolo dell'agonia.

Cencio appena potè articolare parola; — diventa pavonazzo nel volto e stramazza per terra, come tocco da apoplessia, — gli sfugge la corona dalle mani, che, dopo avere rotolato alquanto sul pavimento, si ferma in piano presso al Baglione.

Malatesta incespicando nello strascico del lenzuolo a sua posta rovina la faccia in avanti, con la testa percuote su la corona, — ed una punta privata della perla gli scoppia l'occhio sinistro egli penetra lacerando in mezzo al cervello.

Due mesi dopo questo fatto un boscaiuolo, tornando da tagliar legna, incontrò una testa spiccata dal busto e dopo due miglia un busto senza testa.

I bravi del cardinale, abbattutisi certo giorno in Cencio Guercio, che, bandito da Bettona, povero, pauroso, percosso nell'intelletto, si era riparato nelle macchie, dove traeva vita affatto bestiale, gli lanciarono contro i cani; — lo raggiunsero e lo tennero fermo, forte addentandogli la carne delle cosce; — sopraggiunti i bravi, senza pur dargli tempo di riconciliarsi con Dio, gli mozzarono il capo spietatamente[377].

Il mio poema è finito.

Ed ora che ho composto nel sepolcro le glorie del mio popolo, — chiuso la lapide — ed inciso sopra la iscrizione, — a che più oltre lo spirito della vita si trattiene quaggiù?

Vorrò, prefica incresciosa, sedermi sopra gli avelli a empire di singulti le tenebre? O come vaso di etere lasciato aperto consumare, — spandendolo, — il dolore?

No; — nel modo stesso che la terra nasconde nelle sue viscere la gemma preziosa, io voglio conservarmi dentro il seno il mio dolore. Perchè non dovrei prenderne cura del pari diligente? — Le foglie che compongono la corona della libertà sono nudrite col dolore, — le rugiade che l'alimentano, emanano dalle lacrime che la tirannide ha fatto piangere agli oppressi.

Io nascondo pertanto la lampana sotto il moggio. — Quando apparirà l'aurora da ben tre secoli desiderata, allora la riporrò a splendere sul candelabro; — dove le fosse venuto meno l'umore la riempirò col mio sangue.

O Speranza! o Speranza! Nel delirio del mio affanno, — nella febbre dei sinistri pensieri, io ti oltraggiai col nome di meretrice della vita. — Talvolta mi apparisti simili ai fuochi maligni i quali, — quando la notte è nera e la tempesta furiosa, — si mostrano al pellegrino smarrito e lo conducono al precipizio; — tal'altra mi sembrasti fata lusinghiera e fallace che si unisce ai passi dell'uomo, come l'ombra quando il sole tramonta, e il suo cammino volge all'oriente e lo mena lontano a insanguinarsi le piante nell'arduo sentiero della vita. — Spesso l'uomo sconfortato si abbandona a mezzo della via, e tu allora stacchi dalla tua corona un fiore stillante di rugiada e, gittandoglielo in volto, gli rinfreschi la fronte ardente di febbre, e sorridendo un sorriso di serena lo inviti a continuare di tribolo in tribolo, d'illusione in illusione fino alla fossa. Tratto che lo abbi in questa parte, tu intuoni una canzone di scherno, a cui gli angioli rispondono piangendo, e le bocche dei demonii divampano fiamme di allegrezza.

Leggendo del giuoco sanguinoso che tanto piace allo Spagnuolo, — allorchè il perfido uccisore si accosta insidiando col mantello rosso al re della mandra — e glielo para davanti agli occhi, — e lo induce a piegare il collo per cacciargli tra le vertebre la spada, — gemei e dissi: Così la Speranza!

Siede intera la umanità al convito di Tantalo, — lei la sete tormentano e la fame tra sorgenti di dolci acque che rifuggono dalle labbra inaridite, e tra frutti che si allontanano dalla mano bramosa. — Te salutai, Speranza, come il più tristo dei pensieri che nacque in mente a Lucifero — quando col cuore pieno di rabbia precipitava dal cielo all'inferno.

In cielo, in terra, in mare, tra uomini e tra belve, quanto mi occorse di perfidamente iniquo osai di assomigliartelo, o Speranza.

Io ti calunniava.

Figlia alata del desiderio, secondo che tuo padre ti genera turpe o generosa, tu ritorni a rallegrare la mente donde sei uscita, come la colomba dell'arca con l'olivo in bocca in segno di più felice avvenire, o, come il corvo, ti svii a divorare i cadaveri.

Tu nasci dal fuoco, però che il desiderio sia una fiamma, — e s'egli arda fosco e colpevole, tu ti diffondi per l'orizzonte della vita come fumo di bitume che i venti disperdono, e gli uomini maledicono; — se invece sieno sacre le fiamme che ti partoriscono, te accoglie il firmamento candidissima nuvola che la luce ama tingere nei colori della conca marina, e gli aliti della sera ondulare soavi, quasi perla sul seno della vergine che palpita. — Gli uomini desiosi tengono dietro al tuo volo perchè tu rassomigli lo spirito eletto che muove alle dimore celesti, — il voto del cuore generoso, — la preghiera di anima innamorata, — e appresso te sospirano, perocchè pensino che quel gemito a te affidato possa toccare le soglie del paradiso.

Tu, dea, conosci se i miei desiderii furono per me, — se spuntarono dalla mia testa truci, quali i serpenti da quella della Gorgone, — o se piuttosto, a mo' di raggi degni di splendere intorno alle chiome dei santi; — tu sai che io ho mai desiderato salire per le tre scale — della ipocrisia, — dell'abiezione, — e della infamia alla reggia del vituperio; — se mai mi talentò staccare dalla massa di ferro che si aggrava sul petto degli oppressi una verga onde batterne a mia posta il capo al mio fratello per fargli sapere che vivo; — se mai mi prese vaghezza stendere il cavo delle mani ebbre di cupidigia allo strettoio ove si spremono monete e sangue ai popoli — la vendemmia dei re!

Il mio desiderio si volse a tutte le nuvole pregne del fuoco celeste onde lanciassero il fulmine sul capo, — a tutte le pietre perchè si scoppiassero sotto ai piedi degli oppressori; — avrei voluto che il mare sopra ogni flutto apportasse loro una maladizione, — una maladizione cadesse sopra di loro da ogni stilla di rugiada che emana dalle foglie, — che l'universo avesse una voce di obbrobrio per quelli che fanno piangere. — O Cristo! non troverai un'altra piscina entro la quale sanare la umanità dalla lebbra dei tiranni?

Io ti chiamo in testimonio, o Speranza, se in mezzo alla più atroce delle sventure che mai possa aggravarsi sopra un cuore superbo, — la miseria, con la quale tentarono avvilirmi, — io mai abbia pensato a cosa che fosse turpe, — o se il mutamento della mia condizione abbia preposto a quello della mia patria.

Nel mio povero tetto educai un cipresso per tesserne ghirlande alla maestosa defunta, — e venni quotidianamente inaffiandolo col pianto dei popoli; ma poichè mi avanzava copia di umore — (non ho io avvertito ch'egli era pianto di popolo?) — spensierato vi piantai accanto un alloro, — e nello inacquarne le radici, spesso, quasi mio malgrado, diceva: Forse... chi sa?...

Ora accadde che la terra degl'incliti trapassati è stata potente ad alimentare ancora l'alloro. — Egli crebbe glorioso accanto il cipresso. La immagine della morte e la immagine della vita si confondono insieme, — i rami loro s'intrecciano, — e le frondi susurrano, quasi due amici che si ricambino misteriosi colloquii; — forse l'uno confida all'altro il segreto per cui vediamo che un Dio e un popolo non possono lungamente tenersi chiusi dentro il sepolcro.

La fenice è una favola, ma un popolo che rinasce dalle sue ceneri può essere verità...

O Speranza, — quando, votata la coppa dell'ira di Dio, ti contemplai nel fondo — io volli quinci rimoverti come la più amara di tutte le fecce, — ma tu mi parlasti dicendo: A che mi getteresti? Io sola posso riempire questa coppa della linfa di vita, — dell'acqua che scorre dalle fontane celesti, destinata al battesimo delle generazioni che rinascono.

Più pietosa assai delle preghiere che Omero cantò[378], per rifiuto nè per oltraggio tu ti sdegnasti; — voce mutata e sembianza, non salisti al cielo ad imprecare vendetta sopra lo inospitale, — ma sotto rigido aere, per notti procellose, ti sei posta senza lagnarti a piè della porta, pure aspettando che ti venissero aperti i domestici penetrali.

Chiusa ch'ebbi la lapide di granito sopra la tomba della patria, — io vidi la Speranza dall'altra parte del tumulo sorridente e serena. Poi levò la mano e descrisse col dito teso nei cieli l'iride dell'alleanza; — poco dopo, agitando le sue bellissime ale di farfalla, ne scosse una polvere splendida quanto il raggio della prima stella che scintillò sopra la terra, e — «Se vuoi un segno», — ella disse, — «volgiti alla terra e guarda il segno.»

Ed io declinai lo sguardo, e sul granito era cresciuta una messe degna di lui; — aveva lo stelo di acciaro forbito, la spiga a guisa d'impugnatura di spada.

«Un angiolo», riprese, «uscirà tra poco dal tempio e griderà con gran voce: — Mettete dentro la vostra falce, imperciocchè l'ora del mietere sia venuta, e il ricolto rimasto sopra terra si secca[379].»

A che dunque l'angiolo indugia? La raccolta non pure è matura, ma la terra è stanca di sopportarla.

Quasi turbine di polvere cacciato dal vento, miriadi di giorni al soffio del tempo passarono sopra la faccia del mondo, — però quel giorno non cadrà immemore di mano al secolo dentro l'abisso; schiuse appena le palpebre, la eternità gli porgerà alimento con le mamelle di bronzo, — i sette giorni della creazione al suo primo apparire lo saluteranno dicendo: Quantunque nato a distruggere, tu non ci sei meno fratello; — benchè tardi venuto, ti sentiamo più grande di noi; — noi sospendemmo alle volte dell'empireo il sole, la luna e gli altri luminari, — ma ci dimentichiamo dell'astro senza del quale il sole non iscalda, non rallegra la luna; campo di morte è la terra, e che tu vieni adesso per porvi — l'astro della libertà.

Oh quanto tarda questo giorno!

Seduto sopra il colle, come i bardi di sant'Ulfrido[380], vedrò la battaglia, — l'ultima che combatteranno gli uomini tra loro, e celebrerò la vittoria, — la sola forse che il poeta potrà cantare senza calarsi la ghirlanda sul volto per nascondere il rossore.

Certo allora il mio sangue mi scorrerà languido nelle vene, ma un raggio di quel sole lo renderà più vivido che mai fosse nei tempi della giovanezza, — le sfere si curveranno al mio orecchio, e l'armonia dei cieli mi sarà rivelata, — lo spirito dei profeti scenderà sul mio capo, — gli avelli stessi degli antichi defunti manderanno un suono per rispondere al cantico nuovo, — all'inno della resurrezione e delle glorie di Dio.

E quando il cantico sarà cessato, — l'ultimo tocco delle corde e l'ultimo palpito del mio cuore spireranno insieme, — la mia anima volerà sopra l'estrema vibrazione armoniosa al principio di tutta armonia.

O figli miei, — io ho molto patito per voi; io merito un premio.

Non vi chiedo lacrime, — perchè non dovete più piangere.

Non vi chiedo sepolcro di marmo; — egli occuperebbe alcuni passi di terreno che voi adopererete meglio seminandolo di frumento; — e poi a me piace la tomba dove ogni anno la primavera rinnuova la verdura, — e fino d'ora parmi che non morrò intero se sopra il mio capo farà germogliare la natura erbe odorose e bei fiori.

E nè anche io vi chiedo la fama; — perchè v'ingombrereste lo intelletto con la ricordanza delle cose che furono? Gittate la storia nell'inferno, come il dragone dell'Apolicasse, e suggellatelo con sette sigilli sopra di lui[381]. Che cosa mai presumereste impararvi? V'imparereste come la colpa generi la vendetta, e la vendetta la colpa, come il serpe si morda la coda, ed è cerchio infame di misfatti e di errori. Abbia il tempo i suoi diritti, continuando il privilegio di Saturno di divorare i suoi figliuoli; — un giorno anch'egli sarà divorato a vicenda da sua madre; — il minuto semina l'ora e raccoglie la giornata; — la giornata semina l'anno e raccoglie il secolo; — l'eternità semina il tempo e raccoglie la morte, — e morte sia: — perchè mi dorrebbe la morte del mio nome dopo quella del mio corpo? — Il lenzuolo funerario non si consuma egli dentro il sepolcro? Perchè non si dovrebbe logorare anche la fama, ch'è il sudario funebre dell'anime?

Tutto parla di morte quaggiù. Mentre guardi il cielo, ti si apre sotto ai piedi una fossa; — mentre vagheggi un fiore sopra la terra, nel firmamento impallidisce una stella; — e se il tuo capo riposi sul seno dell'amata tua donna pensando inebbriarli di voluttà, — ecco, ecco, — bada a questo: le stesse pulsazioni del suo cuore ti misurano la vita che manca e il tempo in cui ti avvicini al sepolcro.

Dove sono o come si chiamarono gli uomini che lottarono con le mani ignude contro ai lioni e rimandarono senza denti la tigre al deserto? In qual modo si distrussero i giganti, — la razza dei feroci cacciatori al cospetto di Dio? Dove giacciono i ruderi dei loro enormi monumenti? Chi visse in Palmira e chi regnò in Persepoli? Chi cantò prima di Lino e d'Orfeo? Chi combattè prima di Agamennone[382]? — Anche il firmamento rimase vedovato dei suoi splendori, — le Pleiadi disparvero, — e non pertanto quali occhi piansero perduti que' bei raggi del cielo? Chi di noi può vantarsi più forte dell'elefante — più bello del destriero, più maestoso del cedro del Libano? — Eppure chi si curò rammentarci quando l'alligatore divorò l'elefante, — il cavaliere straziò degli sproni i fianchi al buon cavallo, — e la scure rapì alla foresta il suo più nobile figlio?

E chi dunque sono io perchè mi debba increscere la dimenticanza?

Io però merito un premio, e ve lo domando. Deh! fate che prima di chiudersi nel sonno della morte questi miei occhi possano vedervi liberi e felici sopra la terra dei vostri padri.

E questo è il premio ch'io domando da voi.

E veramente parve che questo premio avrei potuto avere correndo gli anni di Cristo Redentore 1848, ma noi Italiani uomini mancammo alla fortuna, non la fortuna a noi. Adesso vecchi ed affranti, fummo condannati al martirio di Sisifo: non importa; amici antichi siamo la sventura e noi, sicchè prima andrà sbrizzato il sasso che cessi il talento e l'opera di rotolarlo. Questo imparammo dai nostri padri, questo insegnammo ai nostri figliuoli. Nell'ora in cui scrivo, la mia anima va ingombra di molta amarezza, dacchè consideri starci il mondo intero nemico e la Francia peggio degli altri; ella non ha neanco parole per noi, o le ha stolte, qualche volta maligne; non importa: noi vogliamo essere liberi dalla oppressione straniera[383].

Fine
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