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Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2

Volume 2 — LIBRO SETTIMO

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Lo scadimento de' nostri Principi longobardi e 'l rialzamento de' greci, le scorrerie de' Saraceni ed i tanti mali e calamità che ci portarono in queste nostre province, faranno il soggetto di questo libro. Saremo per narrare avvenimenti pur troppo funesti ed infelici, che le ridussero in una forma assai misera e lagrimevole. I Principi longobardi per discordie interne fra lor divisi, desolarono i loro Stati. Le loro discordie renderono più vigorosa l'autorità degl'Imperadori d'Occidente, i quali da tributari renderongli feudatari. I Saraceni dall'altra parte, chiamati da' nostri Principi stessi, finirono di devastargli. Il Principato di Benevento tutto sconvolto e diviso in pezzi, diede pronta occasione all'altre nazioni, approfittandosi di tante rivoluzioni e disordini, d'esser per ogni lato invaso, e di soffrire la Signoria d'altri Popoli, che finalmente lo soggiogarono. Origine di tanti mali fu la protervia de' Capuani, ma molto più la malvagità di Landulfo lor Castaldo.

I Capuani intesa ch'ebbero l'elezione di Radalchisio in Principe di Benevento, ne furono mal soddisfatti; temevano che questo Principe non dovesse comportare la lor malvagità, e molto più ne temeva Landulfo. Era costui incolpato, che fosse inteso d'una congiura, che Adelchisio figliuolo di Roffrido avea macchinata contra Radalchisio, il quale avendola scoverta, fece buttar da una fenestra Adelchisio, e cercava aver nelle mani Landulfo, di che questi avvisato, tosto scappò via, e fuggissene. Dall'altro canto Siconolfo fratello di Sicardo era sotto duro carcere stato confinato da suo fratello; ma non molto da poi scappato dalla prigione, e tenuto occulto per molto tempo da Urso Conte di Consa suo cognato, finalmente in Taranto ricovratosi, quivi dimorava; e Radalchisio tosto che fu innalzato al Principato di Benevento, avendo mandato in esilio Dauferio, fece, che costui portatosi in Nocera, ch'era città del Ducato di Napoli, cominciasse a sollecitare i Salernitani, perchè si unissero con Landulfo Conte di Capua contro Radalchisio, e portassero al soglio Siconolfo fratello di Sicardo[497].

In fatti i Capuani, avendo tirato anche al lor partito alcuni Beneventani, chiamarono da Taranto Siconolfo, e lo fecero venire in Salerno, dove accorsi non meno i Capuani che i Beneventani, lo acclamarono, e l'elessero Principe in quest'anno 840. Landulfo s'unisce con lui, occupa Sicopoli, e nell'istesso tempo fanno stretta lega co' Napoletani, i quali di null'altro desiderosi abbracciarono volentieri la congiuntura per vendicarsi de' Beneventani loro antichi ed ostinati nemici. Siconolfo rendutosi più animoso per l'accrescimento di tante forze, ed insignoritosi di Salerno, dopo aver rotto l'esercito di Radalchisio, occupa in un tratto tutta la Calabria e gran parte della Puglia, ed al suo Imperio la sottopone; indi voltando le vittoriose sue insegne verso Benevento, molte città e castelli di quel contorno prese, e finalmente ebbe anche ardire, portato dal corso di sì prosperi successi, di assediar Benevento stesso; ma animosamente respinto da' Beneventani tornossene in Salerno.

§. I. Divisione del Principato di Benevento, donde sorse il Principato di Salerno.

Radalchisio veduto sconvolto il suo Stato, pien di rabbia e di furore mosse tutte le sue forze contra Siconolfo, altamente giurando di non voler più vivere se non lo sterminava dalla terra; ma scorgendo che le proprie forze e de' suoi Beneventani non eran bastanti per reprimere un tanto nemico, che alla giornata acquistava maggior vigore; trasportato dal suo furore, niente curandosi de' mali gravissimi, a' quali esponeva il suo Stato, volle a tanti mali applicar rimedj peggiori. Eran, come si disse, dalla Sicilia calati per nostro danno molti Saraceni, i quali sotto Calfo lor Capo devastavano la Japigia ed i contorni di Bari. Reggeva questa città, per Radalchisio, Pandone: a costui comandò, che avesse in suo ajuto chiamato i Saraceni: e Pandone ubbidendogli fece venir molte truppe, le quali collocò per quartiere fuori le mura di Bari a' lidi del mare; ma i Saraceni accorti seppero ben tosto approfittarsi della congiuntura, poichè riguardando il presidio della città ed i siti che potevan superare, all'improvviso una notte per alcuni luoghi nascosti entrarono dentro Bari, dove fecero stragi inaudite de' Cristiani, ed occuparono la città. Così Bari da' Longobardi passò sotto la Signoria de' Saraceni, ed i Greci ne discacciarono poi i Saraceni e per lungo tempo la dominarono.

Radalchisio, a cui dall'un canto premeva abbattere Siconolfo, e che implicato in questo impegno, mal avrebbe potuto soffrir altra guerra contro i Saraceni per discacciargli da Bari, dissimulò il fatto, e volle con tutto ciò avergli per ausiliarj; l'invita perciò a combattere contro Siconolfo, onde unite alle sue forze quelle de' Saraceni cominciarono così fiera ed ostinata guerra, che miseramente afflissero queste nostre regioni: poichè Siconolfo dall'altra parte, con non disugual rabbia e furore volle opporsi a' sforzi di Radalchisio per qualunque maniera. Resistè a' primi incontri, e perchè niente mancasse ad accelerar la ruina d'amendue, con peggior consiglio chiamò anche in suo ajuto da Spagna i Saraceni. Non si videro in queste nostre contrade stragi più crudeli e spaventose, che quelle che furon fatte a questi tempi da' Saraceni, così dell'una come dell'altra parte: Capua fu da' medesimi ridotta in cenere; molte città arse e distrutte; e que' che residevano in Bari, avendo occupato Taranto, devastarono la Calabria e la Puglia, e giunsero fino a Salerno ed a Benevento. Tutto era pieno di stragi e di morti, e scorrevano i Saraceni come raccolto diluvio, inondando i nostri ameni campi. Continuarono queste calamità per lo spazio di dodici anni: tanto che i Beneventani stessi, conoscendo le loro miserie, tardi avveduti de' loro errori, furono costretti, acciocchè calmasse una sì fiera tempesta, a ricorrere agli ajuti de' Franzesi, perchè fugando i Saraceni, si proccurasse la pace fra questi due Principi.

Reggeva in questi tempi l'Imperio d'Occidente e l'Italia, come si è detto, Lotario Imperadore, il quale aveva eletto Re d'Italia Lodovico II suo figliuolo, che poi nell'Imperio gli succedette. Il Re Lodovico fu umilmente richiesto da Landone Conte di Capua figliuolo di Landulfo, da Adimaro e da Bassacio illustre Abate di Monte Cassino (che in quest'incontri fu da Siconolfo più volte saccheggiato) perchè portatosi nel Principato di Benevento con potente armata discacciasse i Saraceni, e ponesse pace fra que' due Principi: Lodovico ancorchè giovanetto, punto da stimoli di gloria, facilmente assentì alle loro dimande, e tosto in Benevento portossi; ove fugati come potè meglio i Saraceni, e confinatigli in Bari già loro sede, purgò da questa peste l'altre province di Benevento. Indi interponendovi la sua autorità, fu tutto inteso ad accordar que' Principi, che finalmente gli ridusse ad una ferma concordia, dividendo infra di loro tutta la provincia di Benevento in due parti, onde furon d'uno fatti due Principati: quello di Benevento fu ritenuto da Radalchisio, l'altro di Salerno a Siconolfo fu confermato, ambidue questi Principi giurando fedeltà a Lodovico, che finalmente come lor Sovrano riconobbero. Ecco come queste Province, toltone il Ducato napoletano e quelle città che agli Imperadori greci ubbidivano, furono rese soggette agl'Imperadori d'Occidente, i quali come Re d'Italia vi pretesero esercitare quelle ragioni, che i Re longobardi vi possedevano.

Queste furono le perniciose conseguenze, che riportarono i nostri Beneventani per le guerre civili, che infra di loro vollero movere e sostenere. I. Di riconoscere Lodovico per lor Sovrano, e giurargli fedeltà, ciò che l'istesso Carlo M. e Pipino suo figliuolo non poteron conseguire da Arechi e da Grimoaldo. E se bene l'altro Grimoaldo terzo Principe di Benevento, Sicone e Sicardo, che gli succederono, si fossero renduti tributarj a' Franzesi, non però s'avanzarono tanto di rendersi feudatarj. Il che quantunque non avesse tolto, ch'essi non restassero Sovrani de' loro Principati, perchè la fedeltà giurata e l'assistenza in guerra non diminuisce nè la libertà del vassallo in se medesimo, nè parimente la potenza assoluta ch'egli stesso ha sopra i suoi sudditi; non può negarsi però che non abbassi e diminuisca il lustro dello Stato sovrano, il quale senza dubbio non è sì puro, nè sì maestoso, quando è soggetto a queste cariche; tanto che Bodino[498] tenne opinione, che se bene i Principi tributarj, o in protezione, debbano riputarsi Sovrani, non è però che i Feudatarj s'abbiano a riputar tali; del che ci tornerà altrove maggior opportunità di ragionare. II. Di vedersi un Principato partito in due, il che per conseguenza portò la seconda divisione, sorgendo l'altro di Capua, onde bisognò che finalmente ruinasse e fosse preda dell'altre nazioni. III. Di aversi proccurato ancora una molestissima spina dentro le lor viscere, come furono i Saraceni, i quali stabiliti in Bari non passò guari, che di bel nuovo inondarono ambedue i Principati, tanto che non bastando le proprie forze, fu d'uopo spesso ricorrere alle straniere per reprimergli, e con ciò render più potente l'autorità che in essi s'aveano acquistata i Franzesi.

Fu fatta questa divisione nell'anno 851 tra Radelchisio e Siconolfo, nella quale intervennero anche quasi tutti i Conti e Castaldi del Principato di Benevento, e moltissimi di loro, insieme con questi due Principi, vollero firmarla. Si legge ancor oggi presso il Pellegrino il Capitolare fatto da Radelchisio di questa divisione, ove i confini di questi due Principati distintamente vengono descritti.

Sotto il Principato di Salerno furono compresi molti Castaldati e Castelli: Taranto, Latiniano, Cassano, Cosenza, Laino, Lucania, da altri detta Pesto, Consa, Montella, Rota, Salerno, Sarno, Cimiterium, Furculo, Capua, Teano, Sora e la metà del Castaldato di Acerenza per quella parte, ove è congiunto con Latiniano e Consa.

Tra Benevento e Capua fu assignato per confine S. Angelo ad Cerros, che s'estende per la Serra di monte Vergine insino al luogo detto Fenestella. Tra Benevento e Salerno fu designato per limite il luogo detto alli Pellegrini: fra Benevento e Consa fu dato per limite Staffilo.

Partita in questa maniera l'intera provincia di Benevento, venne la parte boreale, che finisce col mare Adriatico, a rimanere a Radelchisio Principe di Benevento. La parte meridionale, che termina col mar Tirreno, a Siconolfo Principe di Salerno. Quindi Salerno, divenuta sede de' Principi, cominciò ad estollere il suo capo sopra le altre città di questa provincia, città in questi tempi molto forte e munita, per averla Arechi, come si disse, fortificata e di validissime torri e muri cinta, onde potè averla per asilo e presidio in tutte l'avversità della fortuna.

Furono ancora in questa divisione accordati molti patti, fra' quali i più importanti e principali furono, di promettere Radelchisio per qualunque occasione di non turbar il Principato di Salerno, e riconoscere per Principi legittimi Siconolfo, e dopo la sua morte quello ch'egli eleggerà per suo successore: di congiungere insieme le forze per discacciar da' loro Stati i Saraceni: che fra' Popoli dell'uno e l'altro Principato non debba praticarsi niuna ostilità, ma permettersi a ciascuno d'abitar ove lor piace, e far ritorno alle proprie città e castelli ove tengono domicilio, e ciascuno con quiete godersi delle proprie sostanze: che non debba darsi niuna molestia a coloro che dal Principato di Salerno vorranno portarsi al Santuario di S. Michele nel Monte Gargano, compreso nel Principato di Benevento, ma lasciargli passare senza contraddizione e senza dannificargli: che tutti i Vescovi, Abati ed ogni altro Cherico d'inferior grado debbano ritornar a' Vescovadi delle loro proprie Diocesi ed alle loro Chiese e monasterj; e se saranno renitenti, nè porteranno legittime scuse, si obbligheranno a ritornar per forza alla loro residenza, così i Vescovi, come tutti gli altri Cherici, eccetto però quelli, che serviranno al Principe in Palazzo, ovvero quelli che per forza fossero stati Chericati: che tutti i Monaci e Monache ritornino a' loro monasterj, ove prima abitarono, eccetto coloro che per volontà d'altri ivi entrarono per forza, e quelli che servissero nel Palazzo: che di tutte le robe delle Chiese, de' Vescovadi e monasterj, che vivono sotto Regola, ovvero degli Spedali, se ne prenda ragione, e secondo il lor valore si tassi il censo solito a contribuirsi al Principe; eccetto però i monasteri di Monte Cassino e di S. Vincenzo a Volturno, li quali stando sotto l'immediata protezione dell'Imperador Lotario e del Re Lodovico suo figliuolo, debbano ritener interi i loro privilegi, prerogative e primato; eccettuatone ancora le robe degli Abati e Canonici, che servono nel Palazzo. Molte altre capitolazioni furono accordate, promettendo ciascuno con solenni giuramenti l'osservanza, interponendovi anche per maggior stabilimento, l'autorità imperiale, e dando anche parola a Lodovico, che fu presente, ed a Lotario suo padre, chiamandolo anche essi nostro Imperadore (per lo giuramento dato di fedeltà) di fedelmente custodirle. Fermata la pace furono restituiti i prigionieri, a Siconolfo fu restituito Pietro figliuolo di Landone, e Poldefrit figliuolo di Pandulfo; ed all'incontro a Radelchisio furono renduti Adelgiso e Ladelgiso suoi figliuoli e Potone suo nipote. E Lodovico, parendogli aver sedate le rivoluzioni di queste province, in Francia tornossene.

Stabilita che fu questa pace, non potè molto goderne il frutto Siconolfo Principe di Salerno, poichè non passò guari, che in quest'istesso anno 851 dalla morte prevenuto, non potè dar maggiore stabilimento al suo novello Imperio. Morì Siconolfo primo Principe di Salerno, dal giorno che fu acclamato Principe, che fu nel 840, dopo dieci anni e pochi mesi d'inquieto e perturbato Regno, che col suo estremo valore seppe stabilire; ma morì al piacere di poter godere del frutto de' suoi tanti sudori. Lasciò Sicone suo unico figliuolo ancor lattante, erede nel Principato, e diedegli per Tutore Pietro[499].

Alcuni mesi da poi accadde parimente la morte di Radelchisio; nè mancarono i Beneventani di ergergli un superbo tumulo, ove in molti versi celebrarono le sue virtù. Il medesimo fecero a Caretruda sua moglie, dalla quale Radelchisio ebbe dodici figliuoli: Radelgario fu in suo luogo al Principato eletto, che lo resse pochi anni, e morì nell'anno 854, e i Beneventani gli eressero pure un gran tumulo[500]: Ajone[501] altro suo figliuolo fu Vescovo di Benevento; Adelghiso, morto suo fratello, fu il suo successore: gli altri furon Conti e valorosi Capitani.

Ma ecco intanto che nell'anno 852 i Saraceni, che in Bari fermarono la lor sede, inondando la Puglia e la Calabria, s'avanzarono insino a Salerno e Benevento, nè per reprimere tanto impeto bastavano le forze di Radelgario e di Sicone. Bisognò che di nuovo si ricorresse a Lodovico, e perciò furono destinati i due celebri Abati Bassacio di S. Benedetto, e Giacopo di S. Vincenzo, i quali avendo esposto a Lodovico le crudeli stragi, che i Saraceni sopra i Beneventani facevano, lo pregarono che tosto venisse per discacciargli, offerendosi all'incontro i Beneventani di dichiararsi suoi fedelissimi servi, e di dargli autorità di soggettargli anche a qualunque infimo de' suoi[502]. Lodovico tosto venne in Italia, e verso Bari incamminossi; ma i Capuani e' Salernitani, scordatisi delle promesse, avendo sottratto ogni lor ajuto necessario per agevolar l'impresa contro i Saraceni, s'erano nascosi: del che fortemente sdegnato Lodovico, essendosi accorto della loro infedeltà, gli trattò aspramente; e vedendo, che Sicone per la tenera sua età era inetto al Governo, commettendo il Principato di Salerno sotto il Governo d'Ademaro, valoroso ed illustre Capitano, figliuolo di Pietro sopraddetto[503], egli tornossene in Francia, seco conducendo Sicone ancor infante.

Ecco come i nostri Principi longobardi cominciarono a sentire il giogo gravoso della altrui dominazione, che arrivò insino a disporre de' loro Stati e trasportargli da una in altra famiglia; poichè Ademaro non molto tempo da poi, nell'anno 856, morto Sicone, cominciò ad usurparsi assolutamente il Principato, che lo tenne per sei anni ancorchè non finiti, insino all'anno 871, quando a persuasione di Landone Conte, e di Landulfo Vescovo di Capua, fu imprigionato da Guaiferio, che gli succede, figliuolo di Dauferio il Balbo, e da poi nell'anno 866, ritornato l'Imperador Lodovico II nella cistiberina Italia, gli furono cacciati gli occhi[504].

§. II. Origine del Principato di Capua.

Peggiori furono i mali che seguirono, per essersi Capua staccata dal Principato di Salerno, poichè Landulfo Castaldo di Capua, non più al Principe di Salerno, a cui era il suo Castaldato sottoposto, secondo la divisione fatta con Radalchisio, volle ubbidire, ma resosi Signore di quello, d'un Principato vennesi a farne tre, quello di Benevento, l'altro di Salerno ed il terzo di Capua; e se bene Landulfo non volle assumere il titolo di Principe, ma di Conte, onde da lui cominciò la serie de' Conti di Capua; nulladimeno reggeva il suo Contado con assoluto arbitrio; ed essendo morto egli nell'anno 852, Landone suo figliuolo che gli succedè, resse anche il Contado tredici anni e nove mesi con assoluto ed independente Imperio. Costui dall'antica Capua, chiamata anche Sicopoli, trasportò gli abitatori nella nuova, ch'eresse nell'anno 836 presso il ponte Casilino, tre miglia distante dall'antica; ed è quella che ora munita con forti torri e muri, è riputata il più valido propugnacolo del Regno.

L'altro Landone suo figliuolo, terzo Conte di Capua, resse il Contado non men dell'avo e del padre con independenza da' Principi di Salerno, ed in cotal guisa nell'avvenire per lunga serie di Conti amministrandosi questo Contado con assoluto arbitrio, rimase distaccato da' due Principati di Benevento e di Salerno. Anzi si legge[505], che Landulfo nell'ultimo giorno di sua vita, mentr'era per spirare, chiamò a se i suoi figliuoli, e lasciogli questo precetto, che avessero proccurato sempre di nudrir discordie e risse tra il Principe di Benevento e quello di Salerno, perchè, altrimente facendo, essi non potevan sperar che lungamente potessero conservarsi lo Stato da lui sopra le spoglie di questi due Principati acquistato, se fra questi Principi fosse stata pace e concordia. In fatti i figliuoli osservarono diligentemente il precetto paterno, con tutto che contrario fosse a quello che Cristo diede a' suoi Discepoli; poichè morto che fu, scossero, come s'è detto, affatto il giogo, ed in niun modo vollero più ubbidir a Siconolfo Principe di Salerno, e sopra tutti Landonulfo, uno de' figliuoli suddetti, gli fu sempre contrario ed ingrato; e questo precetto non solamente essi l'osservarono, ma lo tramandarono nella loro posterità, come un perpetuo fedecommesso, lasciandolo per retaggio a' loro successori[506].

Così diviso il Principato di Benevento, fu nuova politia introdotta, e nuovi disordini incominciarono a confondere e porre sossopra queste nostre province, perchè tra questi Principi cominciando le gare e l'inimicizie, sovente si videro ardere di guerra, e contro di essi convertendo le loro armi, diedero a' Franzesi nuove occasioni di spessi ritorni, ed a' Saraceni di combattergli e di farsi più potenti in que' luoghi, che essi avevano occupati. Nè finirono qui i disordini, imperocchè i Napoletani approfittandosi di queste divisioni, e resi perciò più restii a pagar a' Beneventani il tributo, perchè sovente soccorsi da' Principi rivali, si resero più animosi, e continuarono per ciò fra di loro più irreconciliabili e crudeli le ostilità.

Peggiore fu la politia che tratto tratto s'introdusse in appresso, perchè se bene prima il Principato di Benevento era distinto in più Contadi e Castaldati, ciascuno però si governava coll'istesso spirito, e da un sol Principe dipendevano; ma dopo i Principi di Benevento, quei di Salerno, e sopra tutto i Conti di Capua, fra i loro figliuoli divisero i Castaldati e' Contadi, onde d'ogni Principato si fecero più Contadi, ed i Conti, ancorchè sottoposti, cominciarono a governare per se stessi; onde si videro in tante guise moltiplicati i Feudi nel nostro Regno. Così Landulfo, Conte insieme e Vescovo di Capua, divise il Contado di Capua con tanta imprudenza tra i figliuoli di tre suoi fratelli, che in ogni tempo infra di loro insorsero risse e guerre inestinguibili[507].

§. III. Spedizione dell'Imperador Lodovico contra i Saraceni: e sua prigionia in Benevento.

Di tanti sconcerti ben se ne profittarono i Saraceni, che da Bari spesso inondando la provincia di Benevento, ed a sangue e fuoco tutto mettendo, obbligarono i Beneventani a ricorrere a' Franzesi. Anzi mal potendosi difendere colle proprie forze e con quelle de' Franzesi, ricorsero ancora ad altri aiuti; poichè Majelpoto Castaldo di Telese, e Guandelperto Castaldo di Bojano con sommissione e preghiere si ridussero a ricorrere sino a Lamberto Duca di Spoleti per reprimere le forze de' Saraceni, i quali pure non ostante tutti questi aiuti posero sossopra i loro Castaldati e gli sconfissero.

Fu pertanto bisogno a' Beneventani e a' Capuani ricorrere di nuovo all'Imperador Lodovico, il quale tosto calando per Sora in Benevento, fu incontrato dagli Ambasciadori di molte città, implorando il suo aiuto. Venne anche ad incontrarlo Landulfo Vescovo insieme e Conte di Capua, che al fratello Landone III Conte di Capua era succeduto, co' suoi nepoti. Fu ricevuto da Guaiferio, che ad Ademaro succedè in Salerno; e finalmente da Adelghiso in Benevento.

Così Lodovico resosi in quest'anno 867 potente per le proprie forze e per quelle de' nostri Principi longobardi, verso Bari indirizzando il suo esercito; sconfisse i Saraceni, imprigionò Seodam loro Re, espugnò Bari, che fu restituita al Principe di Benevento, prese Matera, presidiò Canosa, e portò le vincitrici sue armi fino a Taranto, ove i Saraceni s'erano fortificati, cingendo questa città di stretto assedio; indi pien di gloria e tutto trionfante a Benevento fece ritorno. E spinto dal corso di sua fortuna pretese ancora sopra gli Amalfitani e sopra il Ducato istesso di Napoli esercitare la sua Sovranità, prendendo la protezione, e prestando aiuti ora agli uni, ora agli altri: di che offeso a dovere Basilio il Macedone Imperador d'Oriente, a cui il Ducato napoletano e gli Amalfitani ubbidivano, si dolse acremente di Lodovico, querelandosi de' suoi modi imperiosi, che praticava sopra que' Popoli, quasi che volesse soggettargli al suo Imperio. Lodovico, a cui non conveniva nelle presenti congiunture attaccar nuove brighe co' Greci, per sedare l'animo di Basilio, scrissegli una ufficiosa lettera, nella quale protestava, ch'egli niente era per imprendere sopra il Ducato napoletano appartenente all'Imperio greco, e che unicamente per soccorrere gli oppressi erasi intrigato in quegli affari.

Ma mentre Lodovico dimorava in Benevento, accaddegli un incontro non altre volte inteso nelle persone degl'Imperadori d'Occidente. I Franzesi resi boriosi per la fortuna presente, nè sapendo reprimere l'impeto di quella, malmenavano i Beneventani, trattandogli con alterigia e pur troppo crudelmente: ciò che mal potendo sofferire, scossero finalmente Adelghiso lor Principe a pensare di torsi l'indegno giogo; ed avendo Lodovico dentro la loro città, presero risoluzione d'arrestarlo e farlo prigione. Altri rapportano, che Adelghiso fu a ciò mosso non tanto per gli stimoli de' suoi Beneventani, quanto per gl'impulsi che gli venivan dati dall'Imperador Basilio, a cui niente piacevano i tanti progressi di Lodovico, del quale mostravasi per le accennate cagioni mal soddisfatto: che che ne sia, trovandosi Lodovico aver licenziato il suo esercito, dimorava dentro Benevento con poca guarnigione, onde nel mese d'agosto di quest'anno 871 improvisamente fu arrestato da' Beneventani e posto in sicuro carcere[508]: furono occupate le di lui robe, e i Franzesi ch'erano in sua guardia, dopo essere stati spogliati, furono astretti a fuggire. Lodovico fu per quaranta giorni tenuto prigione, nè si pensava a liberarlo, se non che avendo inondato di nuovo i Saraceni la provincia di Salerno, e cresciuto il lor numero a trentamila, posero l'assedio a Salerno, dando terrore a tutti i Principi longobardi e ad Adelghiso Principe di Benevento sopra ogni altro. Fu in tanta revoluzione di cose liberato Lodovico: ma volle Adelghiso, che prima sotto solenni giuramenti promettesse, in tutto il tempo di sua vita di non mai più entrar ne' confini di Benevento, nè di ciò che avea sofferto in quest'incontro prender contro i Beneventani mai vendetta: il che Lodovico promise multis adiunctis execrationibus, giurando sopra le reliquie de' Santi e sopra i Santi Evangeli di Dio.

Partì Lodovico da Benevento nell'uscir di quest'istesso anno 871, ed in Veroli fermossi per undici mesi nel qual tempo portatosi in Roma prese la Corona per mano d'Adriano II nell'anno 872, prima di morir questo Pontefice, come vuol Aimoino[509]; ancorchè alcuni moderni Scrittori nell'anno precedente vogliano che fosse stato da Adriano incoronato. Lodovico ancorchè prendesse ora la Corona, era stato però assunto all'Imperio sin dall'anno 856, quando Lotario Imperadore suo padre resosi Monaco, divise l'Imperio fra tre suoi figliuoli, assegnando a Lodovico Roma ed Italia; a Lotario l'Austrasia, onde poi si disse Lotaringia; ed a Carlo la Borgogna, come fu detto.

Ancorchè Lodovico con solenni giuramenti avesse promesso di non mai entrar ne' confini di Benevento, non fu però che nell'entrar dell'anno 873 non rompesse questi patti, ed insino a Capua con forte armata non s'inoltrasse.

Siccome in questi tempi la forza della religione era in vigore ne' petti de Principi, e non mai, o di rado si violavano i giuramenti; così all'incontro avean cominciato, sin da Gregorio II e Zaccaria, i Pontefici romani a trovar modo di romper questi lacci, e prosciogliere le loro coscienze: donde nacque la facoltà, che poi non pure i P. R. ma anche i Vescovi s'assunsero, dell'assoluzione de' giuramenti ne' giudicj ed altrove. Si renderono perciò, anche per quest'altro verso, a' Principi tremendi e necessari, non altrimenti, che per le dispense ne' matrimoni, le quali prima dai Principi si concedevano. Lodovico, a cui non dava il cuore di far ritorno in Benevento contra i giuramenti fatti, fu tosto soccorso da Giovanni VIII, che ad Adriano II poco prima era succeduto, il quale dichiarando non poter essergli d'ostacolo i giuramenti dati così per forza e con tanta indegnità, l'assolvè di tutte le promesse fatte a' Beneventani. Vi è chi scrive[510], che Lodovico con tutta l'assoluzione ottenuta per non esser riputato spergiuro, non volle egli porsi alla testa del suo esercito, ma in suo luogo, usando fraude a se medesimo, che vi avesse sostituita la Regina sua moglie Engilberga, e che in suo nome, e sotto la sua autorità si guerreggiasse. Venne in Capua, e nel passar diede strane rotte a' Saraceni confinandogli a Taranto: fu per vendicarsi d'Adelghiso, e tentò di occupargli Benevento, e perciò altri scrissero che intimorito se ne fuggisse nell'isola di Corsica; ma o che non gli riuscisse, come narra Erchemperto, o che frappostisi molti Conti ed il Papa istesso per accordargli, fu fra di loro conchiusa pace, ed Adelghiso con quelli del suo partito nella grazia di Lodovico furon reintegrati. Landulfo Conte insieme e Vescovo di Capua fu anche ammesso nella grazia e familiarità di Cesare, il quale somministrò in quest'incontri validi soccorsi contro i Saraceni.

Fu cotanta la familiarità che acquistò Landulfo presso l'Imperadore, che oltre d'aver conseguito dal medesimo i primi onori, pretese da lui, che la provincia intera di Benevento a lui si concedesse, e che Capua fosse innalzata ad esser metropoli: il che, come narra Erchemperto[511], non potè ridurre ad effetto, poichè Capua non prima dell'anno 968 ricevè questa prerogativa da Giovanni XIII Pontefice romano: e Benevento un anno da poi dall'istesso Pontefice fu eretta in metropoli; essendosi da poi in queste nostre regioni introdotto, che non più i Principi, ma i P. R. con innalzar i Vescovi in Metropolitani, innalzavano le città in metropoli, di che altrove ci tornerà più opportuna occasione di ragionare.

Lodovico dopo esser dimorato un anno in Capua ed in queste nostre contrade, e date anche molte e strane rotte a' Saraceni, nell'anno seguente 874 passò in Francia per non mai far più ritorno in queste nostre parti; poichè in quest'anno come alcuni notarono o nel seguente, come gli annali di Francia, ed i moderni Autori tengono, in Francia, non già in Milano, finì i giorni suoi. Principe gloriosissimo, ed a cui molto devono queste nostre province, che se non l'avesse soccorse tante volte, per le sì spesse e grandi inondazioni de' Saraceni, sarebbero tutte e stabilmente cadute sotto la loro dominazione. Abbiamo di questo Principe molti vestigi di pietà, per molti monasteri dell'Ordine di S. Benedetto da lui fondati nell'Apruzzi, de' quali Lione Ostiense non si dimenticò nella sua Cronaca. La donazione o sia conferma delle precedenti donazioni di Pipino e di Carlo M. fatte alla Chiesa romana, non a questo Lodovico, come credette l'Abate della Noce[512], ma a Lodovico Pio figliuolo di Carlo M. dee attribuirsi, il quale la fece a Pascale I R. P. nè quella abbraccia più di quanto Pipino e Carlo donarono, com'è manifesto dalla cronaca di Lione.[513].

Per la morte accaduta di Lodovico in quest'anno 874 ovvero nel seguente, si conosce chiaramente l'errore di coloro, i quali credettero, che Lodovico avendo ritolto Bari a' Saraceni, l'avesse restituita a Basilio Imperador d'Oriente: poichè i Saraceni, partito che fu Lodovico da Italia e restituito in Francia, tosto usciti da Taranto, ov'erano stati confinati, tornarono a depredar Bari ed i luoghi vicini; onde i Baresi nell'anno 876, morto già Lodovico, non potendo più sopportare la crudeltà de' medesimi, dimorando in Otranto Gregorio Straticò di quella città, lo chiamarono e l'introdussero co' suoi Greci in Bari, siccome narrano Erchemperto[514] e Lupo Protospata[515].

CAPITOLO I. Carlo il Calvo succede nell'Imperio d'Occidente; nuove scorrerie de' Saraceni, accompagnate da altre rivoluzioni e disordini.

La morte di Lodovico portò tali sconvolgimenti, che non pur queste nostre regioni, ma molte parti d'Italia afflissero, e di nuove calamità le riempierono. Da Carlo M. insino ad ora non s'erano eccitate turbe per la successione dell'Imperio. I testamenti de' Principi, mandate via tutte le dubbietà e le tante sottigliezze d'oggi, con somma venerazione erano ricevuti da' successori: ciò che essi ordinavano era prontamente eseguito; e bastava, che o in vita o in morte l'Imperador regnante designasse il suo successore o l'assumesse per Collega, perchè si osservasse il suo volere, come legge inviolabile. Così leggiamo che Carlo M. facesse con Pipino e Lodovico; Lodovico con Lotario, e finalmente Lotario con l'altro Lodovico. Infino ad ora per eleggere l'Imperadore in Occidente non era mestieri convocar Assemblee o Comizj: solo per una semplice e pura cerimonia introdotta già per costume, si ricorreva a' Pontefici romani per la consecrazione ed incoronazione. Ma non avendo Lodovico di se lasciata prole maschile, cominciarono a gara i Franzesi ed i nostri Italiani, ad aspirare a sì sublime dignità. In Francia due furono i più ostinati pretensori, amendue zii del defonto Lodovico, Carlo il Calvo Re di Francia figliuolo di Giuditta e fratello di Lotario padre di Lodovico, e Lodovico Re di Germania fratello dell'istesso Lotario, al quale, secondo la divisione, fatta era toccata la Germania e parte della Lorena, che pochi anni prima s'avevan di buon accordo divisa col suo fratello Carlo.

Altre volte nel corso di quest'Istoria abbiamo in molte occasioni veduto, che le contese de' Principi finalmente han sempre terminato in augumento della dignità ed autorità de' Pontefici romani, ma se in altra congiuntura è avvenuto, in questa precisamente si è ciò più chiaramente veduto. Poichè contendendo questi due Principi dell'Imperio d'Occidente, bisognava, perchè alcun d'essi restasse vincitore, che due cose prima dell'altro competitore proccurasse, cioè di esser il primo ad entrar armato in Italia, e per seconda, di proccurarsi il primo la benivolenza del Papa, perchè tosto agevolasse l'opra colla solennità dell'incoronazione, funzione che appresso i Popoli era stimata il segno più certo dell'assunzione al Trono imperiale. Carlo il Calvo appena avvisato della morte del nipote, non frappose dimora alcuna ad entrar tosto in Italia, e fu più sollecito, che suo fratello Lodovico, il quale se bene avesse mandato prima Carlo il Grosso suo figliuolo ad impedir il passaggio a Carlo, e poco dopo Carlomanno altro suo figliuolo, tardi però giungendo, nulla poterono; di che Lodovico fortemente sdegnato, egli col suo terzo figliuolo Lodovico invase la Francia, portando ivi la sua collera, ostinatamente combattendola.

Intanto Carlo il Calvo approssimatosi a Roma, avendo sollecitato il Pontefice Giovanni VIII ad agevolar il suo disegno, questo Papa non volle perdere sì bella congiuntura, onde potesse dal suo canto ricavarne anche i suoi vantaggi per se e per la sua Sede. Dopo aver portati alla sua volontà i Romani, mandò due Vescovi ad invitar Carlo, che tosto entrasse in Roma a prender la Corona imperiale, ch'egli tenevagli apparecchiata, avendolo scelto sopra tutti gli altri pretensori. Carlo venne a Roma, e nella Basilica Vaticana con gran applauso e solennità fu il giorno di Natale dell'anno 875 incoronato da Giovanni, ed Augusto acclamato; giurando all'incontro di portar sempre le sue armi contra i nemici della Sede, e difenderla con tutte le sue forze. Il Papa per questo fatto volle appropriarsi assai più di quello, che gli altri suoi predecessori avean fatto in congiunture simili, perchè se è vera quella orazione, che di lui si legge presso il Sigonio[516] fatta a' Vescovi, parla in maniera, come se Carlo assolutamente da lui avesse ricevuto l'Imperio, e che la sua elezione totalmente a lui s'appartenesse; onde da ora in poi fu riputato e preteso da' Pontefici romani, che il titolo d'Imperadore fosse un puro e sincero benefizio del Pontefice, e cominciarono per questo a noverar gli anni dell'Imperio dal giorno della Consecrazione pontificia: tanto che non ebber ritegno i successori di rinfacciar agl'Imperadori d'Occidente, l'Imperio esser loro benefizio, di che ci tornerà altrove più acconciamente di ragionare.

Si narra ancora, che Carlo riconoscente di tanti benefizj avuti dal Papa in questa occasione, oltre di aver con preziosi doni arricchita la Basilica di S. Pietro, avesse anche ceduta al Papa la sovranità, che gli altri Imperadori franzesi suoi predecessori ritennero sempre sopra Roma, e che non prima di questo tempo passasse questa città sotto l'independente ed assoluto dominio del Papa; ma tutti questi racconti si rendono favolosi da ciò, che gli Ottoni Imperadori d'Occidente praticarono sopra Roma, come si vedrà più innanzi.

Disbrigato che fu Carlo da Roma, seguitando il costume degli altri Re d'Italia, passò in Pavia, ed ivi dall'Arcivescovo di Milano, come fecero i suoi predecessori, volle prender la Corona regale, e Re di Italia fu acclamato: quindi non molto da poi nella medesima città molti regolamenti stabilì per lo buon governo della medesima.

Potè Carlo intanto finchè visse godersi senza contrasto l'Imperio, e il Regno d'Italia, e quello di Francia, perchè Lodovico Germanico suo fratello, essendo morto in Francfort il dì 28 agosto dell'anno 875, lasciò ampia materia a' suoi figliuoli di guerreggiare per altre imprese. Lasciò Lodovico tre figliuoli, fra quali, secondo il dannabile costume introdotto in Francia, si divisero il Regno paterno. A Carlomanno toccò la Baviera, la Boemia, la Carintia, la Schiavonia, l'Austria ed una parte dell'Ungaria. A Lodovico, la Franconia, la Sassonia, la Frisia, la Turingia, la Bassa Lorena, Colonia e molt'altre città sulle sponde del Reno. A Carlo il Grosso, l'Alemagna, dal Meno sino all'Alpi, e l'altra parte della Lorena.

Ma ecco, mentre Carlo Imperadore regge la Francia e l'Italia, che i Saraceni, i quali da Lodovico II erano stati confinati a Taranto, tornarono di bel nuovo ad infestare queste nostre province e scorrendo sin sopra Bari, minacciavano stragi e ruine all'altre province ancora. Furono obbligati perciò i Napoletani, gli Amalfitani e i Salernitani, non avendo a chi ricorrere, per sottrarre i loro Stati dalle imminenti irruzioni, alle quali essi colle proprie lor forze non potevano far argine, di trattar co' Saraceni, come meglio poterono, la pace, la quale non vollero costoro ricevere, se non sotto condizione, che dovessero con le proprie unire le loro armi, affinchè insieme aggiunte, sopra il Ducato romano e contro Roma istessa potessero portarle: fu accordata la lega con sì dure condizioni[517]; di che avvisato il Papa Giovanni VIII tosto ricorse all'Imperadore, il quale in suo ajuto mandogli Lamberto Duca di Spoleto e Guido suo fratello. Venne il Papa istesso in quest'anno 876 accompagnato da' medesimi in Napoli, ed in queste nostre parti, guidando egli l'impresa. Fu questa la prima volta, che si videro i Papi alla testa d'eserciti armati, per cagion per altro apparentemente pietosa, per reprimere la ferocia de' Saraceni, che tentavano sconvolgere i loro Stati e metter sossopra il Ponteficato. Usò Giovanni tutti i suoi sforzi per romper questa lega, e tirare alla sua parte questi Principi, che s'erano collegati co' Saraceni; e fu tale l'opera sua con Guaiferio Principe di Salerno, che non solo lo distaccò dalla lega, ma contra i Napoletani ostinati fecegli voltar le armi.

Era in quest'anno Duca di Napoli Sergio, il quale per aver imprigionato Attanasio suo zio, Vescovo di Napoli, era nell'indignazione di molti: costui non volle in conto alcuno distaccarsi da' Saraceni, non ostante l'increpazioni del Papa; fu perciò il medesimo immantinente scomunicato da questo Pontefice, e gli mosse contro Guaiferio, il quale combattè co' Napoletani, e fattone ventidue prigionieri, il Papa fecegli tutti decapitare[518].

Era Vescovo di Napoli in questi tempi Attanasio fratello di Sergio, che all'altro Attanasio suo zio era nella cattedra succeduto, il quale per fare cosa grata al Papa, conculcando tutte le leggi del sangue e della natura, portato anche dall'ambizione, imprigionò il proprio suo fratello e cavatigli gli occhi lo presentò al Papa in Roma: Giovanni gradì molto il dono, e fattolo rimanere a Roma, finì quivi miseramente la sua vita[519]. Proccurò da poi Attanasio, che in luogo di Sergio fosse egli eletto Duca, e così con esempio non nuovo, si vide Attanasio insieme Vescovo e Duca di questa città. Fu quest'Attanasio uomo di torbidi pensieri, e che durante il suo governo inquietò gli altri Principi suoi vicini, e pose sossopra queste nostre province. Egli per salvare il proprio Ducato, posposto ogni rispetto, ancorchè fosse in dignità Vescovile, portato dalla sua ambizione, non ebbe alcun ritegno di rinovar la lega co' Saraceni; gli apparecchiò quartieri presso Napoli, e gli unì co' Napoletani, mandando in iscompiglio i Beneventani, i Capuani ed i Salernitani, iscorrendo insino a' confini di Roma, ove non vi era cosa indegna, che non si tentasse, tutto depredando.

Il Papa ciò vedendo fulminò contro Attanasio i suoi anatemi terribili, nell'anno 881 lo scomunicò, lo maledisse, e secondo ciò che narra Erchemperto, l'istesso fece a Napoli città sua: di che ne rendono a noi testimonianza le stesse epistole di questo Pontefice, che ancor ci restano[520]. Scomunicò eziandio gli Amalfitani[521]. Il medesimo sarebbe avvenuto a' Salernitani ed a Guaiferio lor Principe, se atterrito da tali fulmini non si fosse distaccato dalla lega. E vedendo di vantaggio il Papa inondar con pieni torrenti i Saraceni per tutti i lati, scrisse anche più lettere e mandò più legati a Carlo il Calvo, al quale ricordando i benefizj fattigli, lo stimolava instantemente, che tosto, ad esempio del suo predecessore Lodovico, calasse in Italia con potente armata per discacciargli, altrimente tutto sarebbe andato in rovina, e caduta in man dei Barbari Roma, con irreparabil ruina della sua Sede, di cui egli avea giurato esserne difensore.

Questi esempj dovrebbero far ricredere a molti esser poco sicura l'opinione di coloro, che scrissero gl'Interdetti generali locali non essere più antichi de' tempi di Gregorio VII, e che questo Pontefice fosse stato il primo, che gli avesse introdotti nella Chiesa, castigando così i Popoli per le scelleratezze de' Principi; poichè se è vero ciò che narra Erchemperto, che fiorì intorno a questi medesimi tempi, o poco da poi, la città di Napoli patì veramente tal disavventura per li perfidi e scellerati costumi del suo Vescovo e Duca, che obbligò i Napoletani a far lega co' Saraceni. Oltre che, tralasciando più antichi esempj d'altri paesi, abbiamo noi un altro esempio illustre nel Principato di Benevento, dove Errico II Imperadore, avendovi posto per reggerlo Pandolfo, perchè i Beneventani non vollero ubbidirlo, l'Imperadore che andava di concerto con Papa Clemente, proccurò l'anno 1010 che il Pontefice scomunicasse i Beneventani; nè furono assoluti, se non dieci anni da poi, quando Lione IX che a Clemente succedè, venuto in Benevento, non togliesse l'Interdetto.

Ma nell'istesso tempo che Carlo s'apparecchiava di calare in Italia per soccorrere il Papa, giunto con picciol numero di truppe in Pavia, dove il Papa venne a trovarlo, ecco che Carlomanno lo previene e calato egli in Italia con potenti eserciti, tentò di scacciarne il Calvo, aspirando all'Imperio ed al Regno d'Italia. Carlo sorpreso di tal mossa, ripigliò il cammino verso la Francia, e giunto all'Alpi, assalito da una febbre, non senza sospetto di veleno, finì quivi i giorni suoi nel dì 6 del mese d'aprile dell'anno 877, in età di 54 anni: il suo corpo fu seppellito a Vercelli, e sette anni da poi fu portato in S. Dionigi.

§. I. Maggiori disordini e calamità in queste nostre province per la morte di Carlo il Calvo, ne' tempi di Carlomanno.

Morto il Calvo, e succeduto in Italia Carlomanno, s'accrebbero i disordini e le calamità; poichè Carlomanno non potendo soccorrere le nostre Province, per essere impiegato in altre imprese, i Saraceni imperversando assai più, misero il tutto in iscompiglio e desolazione.

S'aggiunse ancora la discordia de' nostri Principi stessi; poichè i Capuani per la morte accaduta di Landulfo nell'anno 879 si divisero in fazioni. Lasciò costui più nepoti, i quali accelerarono maggiormente la ruina di questo Contado, perchè fra di loro egualmente se lo divisero. A Pandonulfo Conte di Capua, che gli succedè, toccò Tiano e Casamirta, che altri dicono Caserta. A Landone, Berolassi e Sessa. All'altro Landone, Calinio e Cajazza[522]: e così vennero d'uno Stato a farsene molti divisi in più pezzi, che portò finalmente la ruina de' nostri Principi longobardi, perchè infra di lor divisi le cose terminarono in fazioni e guerre intestine, onde diedesi pronta occasione alle altre Nazioni d'approfittarsi de' loro sconcerti e disordini. Sorse perciò anche quell'antica consuetudine appresso i medesimi, di non preporre il primogenito nelle successioni de' Feudi agli altri fratelli minori, ma ammetter tutti egualmente[523], contro l'istituto de' Franzesi, che per non dividere i Stati, al primogenito gli deferivano; e quindi in questo nostro Regno s'introdusse quella distinzione, che nelle successioni, alcuni Feudi si regolavano secondo il jus de' Longobardi, altri secondo il jus Francorum, che prevalse finalmente come più provvido e saggio, come a più opportuno luogo diremo.

E se bene a Pandonulfo fosse stata da Giovanni VIII conceduta Gaeta, non furono però i Capuani così dolci nel trattar i Gaetani, che perciò non ne sorgessero nuovi sconcerti e ravvolgimenti, siccome in tutto il suo Stato; tanto che dopo tre anni ed otto mesi ne fu Pandonulfo cacciato, ed eletto in suo luogo nell'anno 882 Landone, il quale, governando inettamente Capua, non durò più che due anni a reggerla; poichè datosi con ciò occasione ad Atenulfo suo fratello d'invaderla, fece sì questo valoroso e prode Capitano, che discacciandolo nell'anno 887 ristabilì in miglior forma il Contado di Capua, e portato dal corso della sua fortuna, fu al Principato di Benevento innalzato, venendo con ciò ad unirsi questi due Stati dopo il corso di molti anni, in una medesima persona, come diremo.

Non minori furono i disordini nel Principato di Benevento, perchè Adelghiso, mentre tutto festante ritorna in Benevento dopo la presa del castello Trabetense, che alcuni dicono essere Trivento, per una congiura fu da' suoi nepoti ed amici crudelmente ucciso nell'anno 878, dopo aver dominato in Benevento anni 24 e mezzo: quindi di questo Principe non si legge alcun tumulo, come degli altri appresso Pellegrino. Si legge però presso il medesimo un suo Capitolare, ove molte leggi stabilì, alcune conformi alle antiche dei Re longobardi, altre difformi alle medesime.

Nacquero perciò disordini gravissimi nello Stato, perchè succedutogli nel Principato Gaideri suo nipote, figliuolo di Radelgario, che per forza d'ambizione ne escluse Radelchi figliuolo primogenito dell'ucciso Adelghiso, i Beneventani dopo due anni e mezzo lo deposero e mandarono prigione in Francia, portando al soglio Radelchi figliuolo, come si disse, d'Adelghiso; ma non tardò guari, che Gaideri fuggito di Francia, si ritirò in Bari, sotto la protezione de' Greci; poichè questa città, la qual era prima governata da' Castaldi che vi mandavano i Principi di Benevento, perchè si vide sovente in mano de' Saraceni, considerando che i Beneventani per più volte l'aveano perduta e che non potevano difenderla contro le spesse incursioni de' medesimi, era in questi tempi passata sotto il dominio de' Greci, perchè i Baresi, come fu detto, si diedero a Gregorio Straticò, che chiamarono da Otranto, città che pure era ritornata sotto la dominazione de' Greci[524]. E portatosi per ciò Gaideri in Costantinopoli all'Imperador Basilio, fu da costui ricevuto cortesemente, concedendogli il governo per tutto il tempo di sua vita della città d'Oria, donde non cessò mai di molestare i Beneventani, che da quel dominio l'aveano scacciato[525].

Nè Radelchi, combattuto da tante altre parti, potè molto godersi del suo Principato, poichè insorta non molto da poi guerra tra Napoletani ed Amalfitani da un canto, e tra Capuani e Beneventani dall'altro, tutto andò in confusione: e dopo il dominio di pochi anni ne fu scacciato nell'anno 883, e posto in suo luogo Ajone suo fratello[526]. Ma nè pure questo Principe potè molto godersi e con tranquillità il suo Stato, poichè preso da Guido Duca di Spoleto, sebbene per opera de' Sipontini, che in questo incontro mostrarono gran fedeltà al lor Signore, fosse stato sprigionato e restituito a Benevento, Gaideri che la città d'Oria teneva, gli mosse contro i Greci, co' quali ebbe spesso a combattere. E morto dopo sette anni di Regno perturbato, succedutogli nell'anno 890 Orso suo figliuolo, che non avea più che dieci anni, si diede l'ultima mano alla ruina de' Principi longobardi in Benevento; e che finalmente presa questa città da' Greci, passasse da' Longobardi, dopo 330 anni che la tennero, sotto la dominazione di Lione Imperadore d'Oriente figliuolo di Basilio; poichè questo Principe fortemente crucciato contro Ajone, e stimolato da Gaideri, nel seguente anno 891 mandò un'armata formidabilissima in queste nostre regioni sotto il comando di Simbaticio Protospatario per debellar Benevento, il quale cinta che l'ebbe di stretto assedio, dopo tre mesi se ne rese Signore insieme con altri luoghi del suo dominio, scacciandone l'infelice Orso, che non più d'un anno l'avea tenuta. Così Benevento dopo 330 anni, da Zotone primo Duca insino ad Orso, passò sotto gl'Imperadori d'Oriente, e venne governata per un anno dall'istesso Simbaticio, che la conquistò; dopo il quale fuvvi mandato dall'Imperadore per successore Giorgio Patrizio, che insino all'anno 895 la governò.

§. II. Calamità nel Principato di Salerno.

Ma più gravi e lagrimevoli furono le calamità di Salerno, la quale più volte invasa da' Saraceni, sostenne le più crudeli stragi e scorrerie non mai intese, tanto che furon più volte obbligati i suoi cittadini colle intere lor famiglie andar cercando ricovero altrove. Non bastarono i Saraceni solamente, ma a loro danno s'unirono anche i nostri Principi medesimi, e sopra tutto il nostro Duca di Napoli Attanasio, il quale unito con que' Barbari devastò tutto il suo paese, riducendo il Principe Guaimaro, che a' Guaiferio suo padre era nel Principato di Salerno succeduto nell'anno 880, in tali angustie, che per far argine a tante inondazioni, non bastando le proprie forze, fu da dura necessità costretto di ricorrere insino ad Oriente agli aiuti degl'Imperadori Lione ed Alessandro figliuoli di Basilio, da' quali fu opportunamente soccorso[527]: ed oltre a ciò, gli spedirono una bolla d'oro, rapportata anche dal Summonte[528], colla quale gli confermarono il Principato di Salerno nella guisa appunto, che era stata fatta la divisione tra Siconolfo e Radelchisio[529].

Non fu veduto al Mondo uomo più perfido ed infido di questo Attanasio, il quale, ora facendo lega co' Saraceni, ora distaccandosene secondo il bisogno, pose in iscompiglio queste nostre province; quando i Saraceni inondavano i Principati vicini, e con felicità portavano le loro armi da per tutto, egli per ispegnere l'incendio, che vedeva negli altrui Stati, temendo che non s'inoltrasse infino alla propria casa, proccurava unirsi co' Principi vicini con dar loro soccorso: quando poi per qualche strana rotta data loro da' Greci o dai Principi longobardi, mancava il timore, s'allontanava da questi e riunivasi co' Saraceni. Così una volta accadde, che tenendo in quartiere molte schiere di Saraceni alle radici del Vesuvio, mandò sin in Sicilia a chiamar Suchaim Re, perchè facendosi de' medesimi Capo gli guidasse; ma essendogli avvenuto da poi, che costui cominciò a devastar il proprio paese, e a fare a' Napoletani oltraggi e danni insopportabili, commosso da sì fiero turbine, tosto pensò d'unirsi e far lega con Guaimaro Principe di Salerno e con li Capuani per discacciargli, siccome in fatti gli riuscì. Narra Erchemperto[530], che in quest'incontro fu punto Attanasio da' stimoli di coscienza, e che pensasse far questa lega per discacciargli, affinchè anche per sì pietosa impresa potesse meritar dal Papa l'assoluzione dalle censure, delle quali egli e Napoli sua città, sin dal mese d'aprile dell'anno 881 era stato legato.

Così per l'ambizione e per le gare de' nostri Principi, non videro queste province, che ora compongono il Regno, tempi più calamitosi di questi, ne' quali erano combattute insieme e lacerate non men da' propri Principi, che da straniere nazioni. Pugnavano insieme i Beneventani, i Capuani, i Salernitani, i Napoletani, gli Amalfitani ed i Greci; e quando questi stanchi de' propri mali cessavano, eran sempre pronti ed apparecchiati i Saraceni, i quali sparsi da per tutto, ed avendosi in più luoghi del Regno stabiliti ben forti e sicuri presidj, nel Garigliano, in Taranto, in Bari e finalmente nel Monte Gargano, afflissero così miseramente queste province, che non vi fu luogo ove non portassero guerre, saccheggiamenti, calamità e morti; onde non pur i due più celebri e ricchi monasteri di Cassino e di S. Vincenzo più volte ne patirono desolazioni e incendj, ma queste istesse calamità furono sofferte anche da città più cospicue e da province intere.

Non era donde sperar aiuto e ricever soccorso; poichè le forze degl'Imperadori d'Oriente eran lontane e deboli. Molto meno era da sperarne dagl'Imperadori d'Occidente: morto Lodovico II che si rese celebre al Mondo per avergli tante volte scacciati da queste province e confinatigli nell'ultime città, non poteva alcun promettersi da' suoi successori soccorso, perchè Carlo il Calvo che gli succedè, impedito da Carlomanno suo competitore, ad altro fu uopo che drizzasse le sue armi. E Carlomanno, che, morto il Calvo, per tre anni tenne il regno d'Italia, come quello che aveva altre imprese per le mani, per aversi dovuto opporre a' sforzi di Lodovico il Balbo figliuolo del Calvo, che per se lo pretendeva, non potè pensare a queste nostre remote parti.

S'aggiunsero alle presenti altre calamità in tutta Italia; poichè per la morte del Calvo, stando vacante l'Imperio, ancorchè Carlomanno tenesse il regno d'Italia, che con molta celerità occupollo, Lamberto Duca di Spoleto sorprese Roma, e pretese dal Papa la Corona imperiale. Il Pontefice fuggì in Francia, e soccorso da Lodovico III detto il Balbo, volendo ricompensarlo per tanti beneficj prestatigli in quest'occorrenza, lo consecrò in Francia Imperadore, e lo fece acclamare Augusto. Ma Lodovico, ancorchè acclamato Imperadore, non ebbe in Italia dominio alcuno, ritenendo il Regno Carlomanno; e si vide il Regno d'Italia nella persona di Carlomanno, ancorchè egli non fosse Imperadore. Ciò che maggiormente rende chiaro e manifesto quel che spesse volte abbiam notato in quest'Istoria, che gl'Imperadori d'Occidente, risorto l'Imperio, non dominarono Italia come Imperadori, ma come Re ch'essi n'erano; nè Carlo M. aggiunse all'Imperio l'Italia, siccome non fece membro del medesimo la Francia; e le leggi loro che per l'Italia furono lungamente osservate e che alle longobarde furon aggiunte, non come Imperadori, ma come Re della medesima ebbero tutto il vigore. In fatti gli antichi nostri Scrittori nel Catalogo delle leggi longobarde, noverando le leggi de' Re d'Italia, dopo quelle stabilite da' Re longobardi, numerano l'altre di Pipino sino a Corrado, come Re, non come Imperadori.

S'unirono però ben tosto queste due supreme dignità nella persona di Carlo il Grosso: poichè morto nell'anno 880 Carlomanno suo fratello, con incredibil sollecitudine si portò in Italia, ove accolto benignamente dagl'Italiani fu dall'Arcivescovo di Milano, secondo il costume, per Re d'Italia incoronato ed unto; e non molto da poi richiamato da Giovanni in Italia, prese da questo Pontefice, nel giorno di Natale dell'anno 881, la Corona imperiale, e fu Augusto proclamato.

Ben fu Carlo il Grosso spesse volte chiamato dal Papa perchè soccorresse queste province, che erano tuttavia da' Saraceni malmenate, e ben egli sin a Ravenna a questo fine portossi; ma bisognò che tosto ritornasse in Francia, ove lo richiamavano mali più gravi, e più perniciose ruine. Fu in questi tempi, che la prima volta i Popoli normanni si ferono sentire, li quali usciti dall'ultima Scandinavia, scorrendo e mettendo sossopra la Francia, portarono l'assedio insino a Parigi, tanto che finalmente per quietargli bisognò assegnar loro per sede la Neustria, quella provincia che insino ad oggi per essi ritiene il nome di Normannia.

Peggiori furono i sconvolgimenti in quel regno per le contenzioni insorte dopo la morte di Lodovico Re di Francia, e poi di Carlomanno suo fratello; le quali finalmente trasportarono l'Imperio da' Franzesi agli Italiani. Allora fu che, vedendo i nostri italiani ruinata e divisa la Francia, cominciarono a pensare, che se Carlo il Grosso venisse a mancare senza lasciar di se stirpe maschile, non bisognava badar ad altro, ch'eleggere un Imperadore italiano, affinchè non essendo distratto in altri governi ed in paesi lontani, potesse meglio reggere l'Italia e difendere la Sede appostolica, la quale per spesse incursioni de' Saraceni insino alle porte di Roma, sovente erasi veduta in pericoli gravissimi; riputando in Italia l'antico valore non esser per anche estinto; e che ben v'erano personaggi tali a chi potesse appoggiarsi questa dignità. Persuasero perciò ad Adriano III, che allora reggeva la Sede appostolica, d'interporre a lor richiesta (se dee prestarsi fede al Sigonio[531], che ne rapporta le parole) questo decreto: Ut moriente Rege Crasso sine filiis, Regnum Italicis Principibus una cum titulo Imperii traderetur. Siccome in fatti morto nel mese di gennajo dell'anno 888 questo Imperadore, il quale nella sua sola persona aveva unito i tre più insigni regni d'Europa, Germania, Italia e Francia, e che perciò uguagliò le grandezze di Carlo il Grande: postisi in su i nostri Italiani, di far ricadere presso la lor nazione il regno d'Italia e l'augusto titolo d'Imperadore, e pensando con ciò ristabilir meglio le sue province, portarono nelle medesime tali sconvolgimenti e tali disordini, che non fu veduta mai l'Italia così miseramente afflitta e travagliata per le discordie interne de' Popoli e per la perfidia e scelleratezza dei Principi, se non in questi tempi, ne' quali giacque sotto i Berengarj ed i Guidi, l'un Duca del Friuli e l'altro di Spoleto, come più innanzi diremo.

CAPITOLO II Dello stato nel qual eransi ridotte in questi tempi la giurisprudenza e l'altre discipline; e delle nuove compilazioni delle leggi fatte per gl'Imperadori di Oriente.

Ecco lo stato infelice e lagrimevole nel quale erano ridotte queste nostre province nel declinar del nono secolo; ed avesse piaciuto al Cielo, che qui fossero terminate le loro sciagure: sarebbe veramente impertinenza pretender in tempi sì rei, che le discipline fra tanti sconvolgimenti si fossero mantenute nella loro purità e nettezza. Tutto era disordine, tutto confusione: solamente in Roma, nel che tutta l'obbligazione devesi a' romani Pontefici ed a' Monaci e Cherici, si ritenne qualche letteratura, e la lingua latina non rimase affatto estinta, almeno nelle scritture. Quindi avvenne, che gli uomini di lettere fossero stati poi chiamati Cherici, siccome gl'illetterati si nomavano Laici; onde nacque, che presso gli Scrittori della più bassa età, come in Dante, in Passavanti ed in altri, per Cherici intendevansi i Letterati e per Laici gl'idioti. Nel che tanto più sono degni di commendazione, quanto che se bene Gregorio I. R. P. avessegli vietato d'impiegare i loro studj sopra Gentili autori, per cancellare ogni memoria dell'antiche discipline, e quindi con molto calore rampognasse Didicrio Vescovo di Vienna, perchè insegnava la Gramatica[532], pure tra tante inondazioni, la Chiesa romana, per quanto la condizione de' tempi comportava, ritenne qualche reliquia della gentile erudizione, la quale altrimente sarebbe affatto perduta e posta in obblivione[533]. Chi crederebbe, che la filosofia, la medicina, l'astrologia e tant'altre scienze, i Saraceni l'avessero in questi tempi fra noi fatte risorgere per lo studio che gli Arabi posero sopra i libri d'Aristotele, di Galeno e d'altri Autori, onde Averroe, Avicenna, e tanti altri si resero cotanto celebri e rinomati? Quindi nelle nostre Scuole per lungo tempo si videro le discipline, la filosofia e la medicina sì malamente trattate; e posti in dimenticanza tanti altri insigni Filosofi, tener solo Aristotele il campo e contaminarsi anche per ciò la teologia, la matematica e tutte l'altre scienze, come diremo a più opportuno luogo.

E per ciò che riguarda la nostra giurisprudenza, erano iti in bando i libri di Giustiniano, ed in Italia quasi che sconosciuti, e la legge romana sol per tradizione era rimasa nell'infima plebe, ch'è l'ultima a deporre gli antichi istituti e le leggi de' suoi maggiori: solamente le Novelle di Giustiniano erano dagli Ecclesiastici ritenute, e dai R. P. sovente allegate[534]; e del Codice Teodosiano, come quello che fu da Carlo M. tenuto in conto ed emendato, avevasi qualche uso. All'incontro le leggi longobarde erano le dominanti, alle quali aggiunte le altre, che da questo Principe e dagli altri suoi successori come Re d'Italia erano state promulgate, si dava tutta l'autorità e tutto il vigore ne' nostri Tribunali; e secondo quelle ogni lite era terminata.

E poichè tratto tratto eransi già introdotti in queste nostre province i Feudi in più numero, cominciarono quindi a sorgere le Consuetudini, non già leggi feudali, poichè il primo che avesse fra noi sopra de' medesimi promulgata legge scritta fu Corrado il Salico, come diremo. Le loro regole ed usi per la maggior parte eran tratti, come s'è detto, dalle leggi longobarde; ma vi ebbero parte ancora le leggi e le costumanze d'altre nazioni: da' Sassoni e Turingi la perpetua esclusione delle femmine dalla loro successione: da' Normanni e Borgognoni il costume di preferire i primogeniti: dagl'istessi Normanni l'uso di pagare i rilevj nelle rinovazioni delle antiche investiture. Da' Longobardi l'anteporre la donzella, che chiamavano in capillis, alla sorella maritata e dotata, ne' luoghi ove le femmine (come nel nostro Regno) son capaci di Feudi. Dai medesimi Longobardi l'uso de' sacramentali; e il determinato numero de' dodici, non tanto da' Longobardi, quanto da' Ripuarj, fu derivato. Parimente la necessità d'avere ad intervenire i Pari della Corte così nelle nuove investiture, come ne' giudicj di privazione dei Feudi, dagli Alemanni i nostri maggiori l'appresero: siccome le loro successioni, secondo le consuetudini de' luoghi si regolavano, non già per leggi scritte, onde la ragion di succedere divenne così varia e diversa; quindi i compilatori di questo dritto saggiamente le dissero Consuetudini: del che ci tornerà occasione di un più lungo discorso, quando della compilazione dei Libri feudali farem parola. Quindi parimente avvenne, che la legge romana declinasse tanto e sol fra la plebe come antica usanza si ritenesse; perchè riempiendosi queste nostre province per la multiplicità de' Feudi, di non mediocre numero di Baroni, erano solamente le leggi longobarde, e queste Consuetudini feudali, le quali in gran parte dalle medesime derivano, riverite ed osservate, ed era quasi come un marco di nobiltà in coloro, i quali secondo la legge longobarda, e non romana, viveano. Ed ancorchè Carlo M., Pipino, Lotario e Lodovico avessero lasciato in libertà a' provinciali di vivere sotto quella legge che volessero, per la maggior parte però la longobarda era eletta. S'aggiungeva ancora, che le donne maritandosi, se pure viveano sotto la romana, dovean poscia vivere sotto la longobarda, secondo la quale regolarmente viveano i loro mariti, del che presso Doujat[535] n'abbiamo un chiarissimo e singolar esempio.

Ma le leggi longobarde e le Consuetudini feudali aveano solamente in quelle province, ch'erano sottoposte a' Principi longobardi, tutta la loro forza e vigore; poichè insino a questi tempi, non l'aveano ancora acquistata nel Ducato napoletano, ed in tutte quelle città e luoghi dove ancor durava l'Imperio dei Greci, i quali non riconobbero le longobarde, e perciò nè meno i Feudi. Forse perciò alcuno stimerà, che almeno in questi tempi nel Ducato napoletano, in Amalfi, Gaeta, ed in tutte quelle regioni sottoposte a' Greci si vivesse secondo le leggi di Giustiniano, e tanto più in questi tempi, ne' quali i Greci avean ritolti molti luoghi a' nostri Principi longobardi, e Bari, Taranto e Benevento eran ritornati sotto la loro dominazione.

Ma resterà sorpreso quando intenderà, che i Libri di Giustiniano non ebbero minore disavventura in Oriente di quella s'avessero in Occidente, e perciò nè meno da quelle città e province che lungo tempo si mantennero sotto l'Imperio de' Greci, furono riconosciuti. Questo nacque parte per dappocaggine di Giustino, che a Giustiniano successe, ma molto più per invidia che ebbero gli altri Imperadori successori alla gloria di Giustiniano, i quali proccurarono per mezzo di nuove Costituzioni e Novelle, e di nuove compilazioni di oscurare i suoi libri. E poichè la maggiore scossa, che riceverono, fu in questo medesimo nono secolo, nel quale siamo, quando nell'anno 870 l'Imperador Basilio, e poco da poi Lione e Costantino suoi figliuoli ordinarono quella cotanto celebre compilazione de' Basilici; perciò sarà bene, che delle tante compilazioni fatte da' Greci e delle opere de' loro Giureconsulti, i quali intorno a questo soggetto impiegarono le loro fatiche, qui distesamente se ne ragioni; donde si scorgeranno le vere cagioni perchè le leggi di Giustiniano, così nel Ducato napoletano, come in tutte l'altre città a' Greci sottoposte, non avessero avuto quel vigore e quella autorità, la quale fu veduta poi in queste regioni avere, quando risorte in Italia ai tempi di Lotario II, ed esposte nelle nostre Accademie, acquistarono poi ne' nostri Tribunali quella forza, che ogn'un ora vede. E mi lascio tanto più volentieri condurre a farlo in questo luogo, in quanto che rincrescendomi tra tante sciagure e miserie andarmi più ravvolgendo, si possa prendere alcun respiro con le lettere, che in Grecia non erano in questi tempi, come in Italia, affatto mancate e spente.

I. Nuove compilazioni di leggi fatte in Grecia; e qual uso ebbero fra noi in quelle città, che ubbidivano a' Greci.

I Libri di Giustiniano, cioè le compilazioni delle Pandette, del Codice e dell'altre costituzioni Novelle, morto il suo autore, presso a' Greci medesimi riceverono sì strane mutazioni, che finalmente mandati in bando, non in quelli, ma in altri volumi contenevasi il dritto de' Romani. In Oriente accadde questa loro oblivione principalmente per due cagioni; la prima per le tante altre nuove Costituzioni, che da' seguenti Imperadori (incominciandosi da Giustino il Giovane dall'anno 566, insino a Michele Paleologo nell'anno 1260) furono da tempo in tempo promulgate, per le quali spesso variandosi e correggendosi ciò che Giustiniano aveva stabilito ne' suoi libri, cagionarono tali cangiamenti e novità, che i Professori e gli Avvocati, quelli abbandonati, s'attaccarono ad esse, come quelle nelle quali era riposto ciò che per l'uso del Foro bisognava e per la decisione delle cause, nulla curando de' Codici di Giustiniano, alle leggi de' quali per le tante correzioni da poi seguite, poco o nulla autorità si dava, e perciò l'uso delle medesime andava mancando.

L'altra cagione furono le tante altre collezioni, ovvero compilazioni da poi fatte, alcune più ristrette, altre più ampie, dagli Imperadori successori, le quali oscurarono quelle fatte da Giustiniano. Le collezioni più ristrette, essendo di varie sorti, acquistarono perciò diversi nomi: altre furon dette Prochira, cioè Promptuaria: altre Enchiridia, cioè Manualia: alcune altre Ecloghe, cioè Delectus, ovvero collezioni di cose più scelte, dette ancora Sinopsis, Epitome, cioè compendj. Le collezioni più ampie quasi tutte sortirono un istesso nome di Basilici, cioè Imperiali, non come credettero alcuni, che prendessero tal nome da Basilio Imperadore, che fu il primo a comporle. Presso i Greci Basileos è l'istesso, che Re o Imperadore, perciò le collezioni, che contenevano le loro Costituzioni, si dissero Basilici, cioè Imperiali.

E per quanto s'attiene alla prima cagione delle tante Costituzioni imperiali, per togliere le confusioni bisogna dividerle in due classi. Quelle stabilite da Giustino il Giovine sino all'Imperador Basilio il Macedone e suoi figliuoli, è duopo separarle dalle posteriori promulgate dopo Basilio, le quali prima vagando sotto il nome di Novelle, furono finalmente raccolte insieme, serbandosi per lo più l'ordine de' tempi ne' quali furono stabilite.

Si numerano dieci Imperadori, da' quali furono le prime promulgate: essi furono Giustino il Giovane, Tiberio parimente il Giovane, Eraclio, Costantino V Pogonato, Lione III Iconomaco, Lione V Armeno, Teofilo e Basilio Macedone con Lione e Costantino suoi figliuoli. Per quarant'anni dopo la morte di Giustiniano sotto gli Imperadori Giustino, Tiberio e Maurizio, i libri di Giustiniano, così latini come furon dettati, ebbero in Costantinopoli, nell'Accademie e nel Foro tutta la loro autorità e vigore[536]; ma succeduto nell'Imperio d'Oriente Foca, inettissimo Principe, costui, siccome non seppe reprimere le invasioni di tante straniere nazioni che gran parte del suo Imperio occuparono, nè tampoco seppe conservare le leggi; onde se bene non affatto fosse mancata l'autorità de' libri di Giustiniano, si videro però trasformati e trasportati in idioma greco, e da' greci Giureconsulti, come nuovo corpo di legge greca, riputati; dal quale e dalle Novelle, che tuttavia andavansi stabilendo, erano nel Foro le leggi allegate; onde in Oriente i Codici di Giustiniano cominciarono a perdere l'antico vigore[537].

Ma scossa maggiore ricevettero per le tante altre Costituzioni Novelle, che seguirono in appresso dopo Basilio e' suoi figliuoli. Si noverano sino a diciassette Imperadori, che nel corso del loro Imperio le stabilirono. Questi furono Costantino VIII Porfirogenito, Romano Lecapeno il Vecchio, Romano Porfirogenito il Giovane, Niceforo II Foca, Basilio il Giovane, Romano IV Argiropilo, Zoe Imperadrice, Isaacio Comneno, Michele VII Duca, Niceforo Bononiate, Alessio Comneno, Giovanni Comneno, volgarmente detto Calogiovanni, Emanuele Comneno, Alessio III Comneno, Isaacio Angelo, Giovanni III Duca, che regnò nell'Asia minore ed in Nicea, mentre i Franzesi tennero Costantinopoli, e Michele Paleologo, che, discacciati i Latini, recuperò Costantinopoli.

La notizia di queste Novelle non se non dopo molti secoli pervenne a noi, quando restituite in Francia ed in Italia le discipline e l'erudizione, furono dalle tenebre alla luce del Mondo esposte, non da un solo e insieme, ma poco a poco da più eruditi Scrittori, amatori dell'antichità. Non ebbero esse alcuna forza o autorità in queste nostre contrade nè a' tempi nei quali furono pubblicate, per essere quasi tutte locali e attinenti al governo di Costantinopoli e dell'altre città dell'Oriente, nè da poi che in Italia furono restituiti i libri di Giustiniano; poichè ne' volumi antichi, i quali tratto tratto cominciarono ad esser ricevuti prima nell'Accademie d'Europa, e poi per la forza della ragione, ne' Tribunali, non vi si leggevano. I nostri primi restauratori non ebbero di quelle alcuna notizia, e dopo molti secoli furono da alcuni eruditi rinvenute, i quali le tradussero in latino, e poi proccurarono che s'aggiungessero alle nuove edizioni, che da tempo in tempo occorreva fare de' vulgati Codici. Molte ne fece dare in luce Eimondo Bonafede, moltissime altre Giovanni Leunclavio e Carlo Labbeo, e gran parte d'esse possono leggersi così greche, come latine appresso Leunclavio, e nel Corpo di Dionisio Gotofredo, il quale parte per interpretamento d'Errico Agileo, parte di Bonafede, le unì a' suoi volumi. Per queste cagioni mal farebbe chi di quelle oggi volesse valersi ne' Tribunali nostri per le decisioni delle cause, non avendo esse mai acquistato vigor di legge in queste nostre parti; e lo stesso si dice de' Basilici[538]. Ben sono degni di lode chi dalle tenebre cavandole ove giacean sepolte, hannole date fuori alla luce del Mondo, perchè sovente rischiarano quelle già ricevute, e danno maggior lume a ciò che concerne l'istoria de' tempi e de' fatti di quelle Nazioni; e questo sol uso ed utilità dalle medesime e da' Basilici potrà aversi, nè debbon i nostri Giureconsulti da quelli altro promettersi. Così molte Novelle di questi Imperadori abbiamo intorno a' costumi e greche usanze, e per altre consimili cose a' Greci appartenenti, promulgate per alcuni luoghi e città di certe e determinate province, che altrove non ebbero nè vigore, nè autorità alcuna[539].

Sopra tutti gli altri Imperadori d'Oriente, non vi fu chi tante Costituzioni promulgasse, e molte cose innovasse, quante Lione VI figliuolo di Basilio. Questi fu un Principe amantissimo delle buone lettere, il quale per lo studio e somma perizia delle leggi, dell'istoria e della filosofia, acquistossi, ad imitazione d'Antonino, il cognome di Filosofo. Si contano di questo Imperadore 113 Novelle divolgate intorno l'anno 890, che Agileo trasportò nella latina favella; ma quasi tutte non ebbero altro uso, nè altra autorità che ne' Tribunali di Costantinopoli, e moltissime nei tempi stessi di Lione andarono in disuso[540]. Restano di questo Principe molti monumenti della sua dottrina e del suo amore verso le buone arti, come sono i tanti libri che compose, e che sottratti dall'ingiuria de' tempi, lungo tempo nella Biblioteca Palatina ed in quella di Costantinopoli si sono serbati. Egli scrisse molti libri dell'Apparato e Disciplina militare, che meritarono esser trasportati nella lingua latina ed italiana: un libro della Caccia, vari Oracoli e Vaticini di Roma e di Costantinopoli, ed alcune Operette teologiche ed istoriche; ma soprattutto la maggior sua cura ed applicazione fu intorno allo studio delle leggi, perchè emulo di Giustiniano, ciò che questi fece a Teodosio il Giovane, volle render a lui per le nuove compilazioni e per li suoi Basilici e Promptuari, che insieme con Basilio suo padre, per oscurar in tutto la fama di Giustiniano, ridusse in miglior ordine ed in più nobile forma[541].

Il primo adunque (per venire alla seconda cagione dello scadimento de' libri di Giustiniano) che vie più interruppe il corso alla legge di Giustiniano per mezzo di nuove collezioni, fu Basilio Macedone. Basilio essendo stato con istrano esempio di fortuna nell'anno 866 acclamato Imperadore, fu un Principe d'animo grande, il quale avendo più volte debellati i Saraceni, ristabilì colla sua prudenza l'Imperio, ch'era stato ruinato da Michele suo predecessore; ed avendo associato all'Imperio Costantino, e nominati Cesari Lione ed Alessandro suoi figliuoli, diede poi nell'anno 879 il titolo d'Imperadore a Lione. Avendosi per le sue magnanime imprese acquistata gran fama, entrò nei disegno di emulare la gloria di Giustiniano, e per mezzo di nuove compilazioni oscurare il suo nome ed i suoi libri: ordinò per tanto nell'anno 870 (associando anche a quest'opera Costantino e Lione suoi figliuoli) che si compilasse un Prontuario, ovvero, come i Greci lo chiamarono Prochyron di leggi, nel quale si restringessero in breve da molti volumi, i fonti più principali della legge, onde derivavano i rivoli minori. Secondo ciò che testifica Armenopolo[542], era ristretto in quaranta Titoli, non in sessanta come Cujacio scrisse; e fra i Codici manuscritti leggesi ancor oggi nella Biblioteca Vaticana, dove dalla Palatina fu trasportato. Corre sotto il nome, ora di Basilio, di Lione e di Costantino, ora sotto il nome di Lione e Costantino solamente, ed ancora sotto il solo nome di Lione, con varie e diverse prefazioni; onde è molto probabile, che da Lione il Filosofo fosse quest'opra di Basilio ritrattata ed in miglior forma ridotta.

Non soddisfatto Lione d'aver in miglior forma ridotto il Prochiro di suo padre, e d'aver empiuto l'Oriente di tante sue Novelle, diede fuori anche gli Epitomi della legge, opera assai elegante, la quale componevasi di pure definizioni e di regole; ma maggior fu il suo studio e pensiero nella fabbrica de' Basilici: fu questa grand'opra compilata intorno l'anno 886, distinta in sessanta libri, e per maggior comodità divisa in sei volumi. Narra Cedreno essersi cominciato questo lavoro da Basilio, ma il suo compimento lo ricevè da Lione suo figliuolo, il quale per opra di Sabbaticio Protospataro (forse colui, che come dicemmo, venne in queste nostre parti mandato dall'Imperadore per discacciare i Saraceni) la fece promulgare, come dopo Matteo Blastare, scrisse Antonio Augustino.

Ciò che si fece in questa nuova compilazione non fu altro, se non che serbandosi per lo più l'istesso ordine delle leggi tenuto da Giustiniano, prendendosi anche la materia da' suoi libri, da' suoi tredici editti e dalle Costituzioni Novelle così sue, come de' seguenti Imperadori sino a Basilio; si risecò tutto quello, che fu reputato soverchio, e fu tolto quel che per l'uso de' tempi posteriori era andato in desuetudine; ed all'incontro aggiunto ciò che per le nuove Costituzioni de' seguenti Imperadori era stato stabilito: per la qual opera in sei volumi racchiusa, ed in 60 libri divisa ne sorse un nuovo corpo di leggi, Basilici detto, che in greca lingua distesero: in maniera, che ciò che Giustiniano di ciascuna materia separatamente aveva trattato in più libri, cioè nelle Istituzioni, nelle Pandette, nel Codice e ne' libri delle Novelle, fu collocato sotto un medesimo titolo, serbandosi però quasi l'istesso ordine, che a Triboniano piacque tenere intorno alla disposizione delle materie.

Questi furono i Basilici, e si dissero Priori, perchè la faccenda non finì qui; poichè Costantino VIII figliuolo di Lione cognominato Porfirogenito volle pure intorno a questo soggetto impiegar la sua cura e la sua maggior applicazione: non meno di suo avo e di suo padre fu mosso Costantino da stimoli di gloria, e col medesimo disegno di abolire affatto la memoria de' libri di Giustiniano[543]. Egli nella giurisprudenza e nell'istoria volle di se dar saggio d'uomo, a cui le lettere erano sommamente a cuore. Ritrattò l'opra de' Basilici, l'emendò in molte sue parti, e nell'anno 920 ne fece dar alla luce del Mondo un'altra di repetita prelezione più espurgata e corretta, e volle esserne riputato egli l'autore, e che de' Basilici Priori non più se ne avesse conto, ma che nel Foro e nelle Scuole, questi suoi, che perciò si dissero Posteriori, avessero tutto il vigore, ed andassero per le mani dei studiosi e de' Causidici d'Oriente. In effetto questa nuova compilazione de' Basilici fu nell'Oriente conosciuta, e rimase per fondamento del Jus greco insino alla fine dell'Imperio de' Greci[544], e fu riputato Costantino per primo autore de' medesimi, siccome dopo Luitprando riputollo Erveo. Questi furono sempre riputati i veri libri de' Basilici, a' quali l'istesso Costantino ha fatto precedere un nuovo Prochyron, ovvero introduzione, la quale oggi giorno si vede; e sono quelli, che dopo il corso di tanti secoli per l'industria e diligenza d'alcuni benemeriti della nostra giurisprudenza, prima da Genziano Erveo, ed ultimamente con maggior accuratezza da Annibale Fabrotto furono a noi restituiti[545], e sopra i quali gl'Interpreti greci posero il loro studio in commentargli ed illustrargli per mezzo delle loro insigni fatiche.

Non minor fama acquistossi questo Principe per l'altre famose sue opere, che pur oggi ci restano intorno all'istoria, avendo fatto raccorre in un corpo tutti gl'Istorici, disponendogli per 53 luoghi comuni, ancorchè l'istoria di Porfirogenito, come fu consueto stile de' Greci, in molte parti si reputi favolosa, siccome in più luoghi di questi nostri libri si è potuto vedere.

S'affaticarono intorno a questi Basilici molti Interpreti greci, in maniera che essi ebbero in Oriente non minor turba di Commentatori greci, che i libri di Giustiniano, da poi che furono risorti in Occidente, ebbero di Commentatori ed espositori latini. Cujacio ne annovera moltissimi, Stefano, Niceo, Taleleo, Isidoro, Eustazio, Eudossio, Calociro, Sesto, Callistrato, Lione, Foca, Modestino, Domnino, Gobidas, Cumno, Giovanni, Agioteodoreto, Doxapater, Gregorio, Garidas, Bestes, Bafio e Teofilo: a' quali Freero aggiunge Patzo, Teofilitzen, Fobeno, Teodoro Ermopolita, Demetrio e Carlofilace. In quali precisi tempi questi fiorissero non può dirsi cosa di certo. Contuttociò se voglia numerarsi Taleleo tra i Giureconsulti, che commentarono i Basilici, bisognerà dire, che fosse questi un altro Taleleo, e non quegli che molto prima fiorì a' tempi di Giustiniano, della cui opera, come si è da noi altrove detto, si valse nella fabbrica delle Pandette.

Così ancora un altro Stefano bisogna che fosse questi, e non già quegli, che per comandamento dell'istesso Giustiniano sparse i suoi sudori intorno a' Digesti, i quali anche furono da lui tradotti in greca favella; nè questi Teodoro e Isidoro potevan esser quelli, che molto tempo prima furono da Giustiniano impiegati tra que' diciassette alla fabbrica de' latini Digesti.

Molto meno quel Teofilo, che insieme con Triboniano e Doroteo compose l'Istituzioni: e quel Foca, uno che fu de' dieci preposti alla fabbrica del latino Codice. Di Callistrato e Modestino non accade por dubbio, ciascun sapendo, che questi Giureconsulti fiorirono molto tempo prima di Giustiniano istesso, non che del Porfirogenito. Per la qual cosa se non si dirà, che furono più Giureconsulti in diversi tempi co' medesimi nomi, non possono certamente questi annoverarsi tra gl'Interpreti de' Basilici: ancorchè alcuni di essi si fossero prima affaticati intorno a' volumi di Giustiniano trasportandogli nella greca favella, siccome (se dee prestarsi fede a Matteo Blastares rapportato da Antonio Angustino)[546] fece Stefano delle Pandette, oppure Taleleo, secondo che credono Suarez[547] e Struvio[548], e siccome Taleleo stesso fece del Codice; l'esempio de' quali imitarono poi Cirillo nei Digesti, Teodoro nel Codice, e Teofilo nelle Istituzioni.

Oltre di questi, ne furono altri d'incerto nome: fuvvi l'Anonimo, Basilico, che Cujacio crede esser l'Interprete del medesimo contesto de' Basilici, Evantiofanes, cioè il Conservatore delle leggi fra lor discordi, ovvero dell'antinomie, che il Vescovo Vasionense crede esser Fozio, il quale nel suo Nomocanone scrive aver composto un simil libro[549].

Autore di quella diffusa parafrasi, che va sotto nome d'Indice, Cujacio crede esser Doroteo; ma Gotofredo stima esser quella opera di diversi, di Basilico e di Bafio, di cui Costantino si valse, ed appo cui non fu riputato meno, che Triboniano appresso Giustiniano, il quale molte cose a quell'Indice aggiunse.

Fu per tanto appresso i Greci, non meno di quello, che fu da poi presso a' Latini, lo studio delle leggi de' Romani in Oriente coltivato. Perciò infra di loro sorsero molti a commentarle ed a variamente interpretarle, poco curandosi de' divieti di Giustiniano, che non permise altro, che le versioni in lingua greca e' Paratitli, alcuni vi aggiunsero scolj, parafrasi e glose: altri ancora non s'astennero di caricarle di pienissimi commentarj; ma i monumenti di queste loro opere non han per noi veduta mai la luce del giorno, e la maggior parte delle medesime, o dal tempo sono state a noi involate, o pure oggi si serbano tra le Biblioteche de' Principi e d'altri uomini eruditi. Quelle opere, che divolgate vanno ora per le mani degli uomini, sono il Nomocanone di Fozio Patriarca di Costantinopoli, il quale quasi in quest'istessi tempi fu dato fuori alla luce nell'anno 877, e diviso in 14 titoli, a' quali Teodoro Balsamone aggiunse i suoi scolj.

Evvi l'Ecloga de' Basilici, che Sinopsi ancora da alcuni è chiamata: alcuni presso Cujacio[550] suspicano esserne stato autore Romano il giovane figliuolo di Porfirogenito e nipote di Romano Lecapeno, che imperò circa l'anno 962. Fu quest'opera ritrovata da Giovanni Sambuco nel nostro Taranto[551], città ai tempi di Romano a' Greci sottoposta. In Otranto parimente per la medesima cagione, narra Antonio Galateo[552], che Niceta Filosofo Otrantino, poi Monaco di S. Basilio, dalla Grecia raccolse molti Codici, e ne arricchì la Biblioteca di quel monastero, che posto sotto la regola di S. Basilio, non molto lontano da Otranto, si rese in queste nostre parti assai chiaro e cospicuo.

Giovanni Leunclavio fece imprimere questa Ecloga in Basilea l'anno 1575, e tradussela in lingua latina; e Carlo Labbeo v'aggiunse le emendazioni ed osservazioni[553]. Presso a Leunclavio[554] stesso si legge ancora un'altra Sinopsi di Michele Attaliates Proconsole e Giudice, fatta nel 1070 per ordine di Michele Duca Imperadore, che va attorno sotto il nome di Prammatica. Poco da poi nell'anno 1071 Michele Psello illustre per la perizia delle leggi e della filosofia compose un'altra Sinopsi in versi politici, che al medesimo Imperador Michele dedicolla.

Finalmente Costantino Armenopolo Giudice Tessalonicense intorno l'anno 1143, imperando Emanuel Comneno, diede fuori l'Epitome delle leggi civili, che prima in greco si fece stampare in Parigi nell'anno 1540 da Adamo Suallembergo; fu poi tradotto in latino, ed impresso nell'anno 1547 e 1549 da Bernardo Rey, e di nuovo da Giovanni Mercero in Lione nell'anno 1556 serbasi ancora manoscritto nella Biblioteca Vaticana e nella Palatina[555].

Cujacio anche a tutti questi aggiunse il trattato di Eustazio Antecessore de Temporum intervallis, che tra le sue opere vedesi impresso. Antonio Augustino, Freero ed altri ci diedero la notizia di consimili altri scritti di Greci[556]; e Leunclavio ci diede molte leggi militari, rustiche e nautiche, siccome Carlo Labbeo i Paratitli.

Da che si raccoglie, che nell'istesso tempo, che in Italia appo i Latini lo studio delle leggi romane per le incursioni de' Saraceni e d'altre Nazioni, e per le discordie de' nostri medesimi Principi era ito in bando, all'incontro i Greci lo coltivarono con somma diligenza insino agli ultimi tempi, che Costantinopoli passò sotto Nazioni barbare, e che l'Imperio d'Oriente patì l'ultimo eccidio. E se bene le loro fatiche non le impiegarono sopra i libri di Giustiniano, non è però, che non lo facessero sopra le altre compilazioni fatte da poi ad emulazione del medesimo, la cui materia trassero da' libri suoi, ancorchè non poco ne togliessero e molto più vi aggiunsero.

Per queste cagioni avvenne, che se bene il Ducato napoletano e molte altre città marittime di queste Province si mantennero lungamente sotto l'Imperio dei Greci, contuttociò non fossero stati i libri di Giustiniano ricevuti; e se ne' tempi di Lotario II Imperadore si trovarono le Pandette in Amalfi, non fu perchè ivi come città un tempo del Ducato napoletano, e soggetta agl'Imperadori d'Oriente, fossero state riputate come Corpo delle loro leggi, per le quali gli Amalfitani si governassero, ma si trovarono in quella città per l'occasione delle spesse navigazioni, che gli Amalfitani facevano in Costantinopoli, da poi che per l'eccellenza dell'arte nautica e per li continui traffichi si fecero conoscere per tutto Levante; poichè in altro modo, siccome di loro non vi era rimaso vestigio nell'altre città di queste province ai Greci soggette, il medesimo sarebbe avvenuto in Amalfi; e quel che dice il Summonte e con maggior asseveranza Francesco de' Pietri, che ancora in Napoli furono trovate le Pandette, è una bugia così sfacciata, ch'è gran maraviglia, come si possa trovare in un uomo fronte tanto dura, che senza appoggio d'alcuno Scrittore, che lo dicesse, non abbia un poco di rossore di francamente affermarlo. Solamente per le Epistole di Ivone Carnotense e dal Decreto di Graziano possiamo dire, che in Francia nel decimo ed undecimo secolo, se ne vedesse andar attorno qualche altro esemplare, allegando sovente Ivone nelle sue Epistole[557], e Graziano nel suo decreto i Digesti non meno, che le Istituzioni, le Novelle ed il Codice[558]. In queste nostre province, che ora compongono il Regno, prima del loro rinvenimento in Amalfi, furono a questi tempi ignoti; e presso a' nostri Principi longobardi le leggi loro erano le dominanti, nè delle romane s'ebbe altro riscontro, se non quanto per tradizione era rimaso tra i provinciali, e quanto dal Codice di Teodosio, emendato per Carlo M., potevano raccorre.

Egli è però verisimile, che più tosto nell'ultima Calabria s'avesse qualche uso de' Basilici, e dell'opere di que' greci Giureconsulti poc'anzi annoverati; giacchè in Taranto, Giovanni Sambuco ritrovò l'Ecloga de' Basilici, ed il Galateo n'accerta, che in Otranto nel monastero de' Monaci di S. Basilio molti libri greci furono, anche dopo espugnata Costantinopoli, trovati e trasportati da poi in Roma nella Biblioteca Vaticana; ond'è da credere che in Napoli e nell'altre città a' Greci sottoposte, avessero tenuta più forza le Novelle Costituzioni promulgate dopo Giustiniano dagli ultimi Imperadori d'Oriente, e queste loro ultime compilazioni, onde formossi il jus Greco, che i libri di Giustiniano, e che forse le Consuetudini napoletane da queste ultime leggi de' Greci, non già dall'antiche (come suspicò il Summonte) traessero la loro origine, siccome, quando ci tornerà occasione di favellare della compilazione delle medesime, noteremo.

Ciò si dice in riguardo della condizione di questi tempi, ne' quali i Greci aveano racquistata maggior forza in queste province; poichè essendosi da poi indebolite presso di noi le loro forze, e particolarmente nel Ducato napoletano, ov'eravi rimasa solamente una ombra dell'autorità degl'Imperadori d'Oriente, osservandosi che i Duchi con pur troppo independente arbitrio governavano questo Ducato; e molto poi quando i Normanni vi comparvero, da' quali furono finalmente i Greci discacciati; allora non si tenne più conto di costoro, e molto meno delle loro leggi; ed i Napoletani pur troppo a' Longobardi vicini, s'adattarono alle loro leggi ed alle antiche romane, non già alle greche, siccome fecero tutte l'altre Province, ond'ora si compone il Regno; poichè essendo stati i Greci discacciati da' Normanni, e ritenendo questi le leggi longobarde, vollero che in tutti i luoghi si osservassero non meno le romane, che le longobarde, dando a queste maggior autorità e vigore. Anzi si vide, che prima della venuta de' Normanni, nella pace fatta nell'anno 911 tra Gregorio Duca di Napoli con Atenulfo Principe di Benevento, rinovata da poi nell'anno 933 dal Duca Giovanni suo nipote con Landulfo I, fu infra l'altre cose accordato, che nelle cause o discordie, che potessero mai sorgere tra' Longobardi e Napoletani, si giudicasse absque omni dilatione secundum legem Romanorum, aut Longobardorum, absque malitiosa occasione[559]. Siccome praticavasi nell'altre Province e città del Regno, nelle quali non meno le romane, che le longobarde erano da' provinciali nelle loro contese osservate, leggendosi presso Lione Ostiense[560], ch'essendo intorno l'anno 1017 insorta lite avanti il Principe di Capua tra 'l monastero di M. Cassino co' Duchi di Gaeta e Conti di Trajetto, intorno al dominio di alcune terre e di alcune selve ne' confini d'Aquino; fu da' Giudici, che intervennero nella cognizione di tal causa giudicato a favore di M. Cassino tam ex Romanis legibus, quam ex Longobardis. E da due libelli, ovvero notizie di due sentenze profferite a' tempi de' Normanni, il primo dell'anno 1149 sotto il Re Roggiero, ed il secondo dell'anno 1171 sotto il Re Guglielmo, i quali pure dobbiamo alla diligenza di Camillo Pellegrino[561], si vede, che la legge longobarda era da tutti abbracciata, e secondo quella si giudicavano le cause, dandosi l'ultimo luogo alla romana; ciocchè da poi anche sotto Principi d'altre Nazioni, che ressero quel Regno, fu per lungo tempo osservato, come nel corso di quest'Istoria negli opportuni luoghi anderemo notando.

CAPITOLO III. Il Regno d'Italia da' Franzesi passa negl'Italiani. Maggiori rivoluzioni perciò accadute in queste nostre province; e rialzamento del Ducato d'Amalfi.

Morto Carlo il Grosso senza lasciar di se prole maschile, risoluti i Principi italiani di non far uscire dalle loro mani il Regno d'Italia ed il titolo d'Imperadore, posero ogni lor cura di farlo cadere nelle loro persone: sopra gli altri Berengario Duca del Friuli, e Guido Duca di Spoleto, ambedue di forze uguali, ed ajutati da numerosi partiti aspirarono al Regno: non potè tentarlo il nostro Principe di Benevento, siccome in altri tempi assai meglio di loro avrebbe potuto eseguirlo, essendosi veduto in quanta declinazione fosse il suo Principato, che diviso in tante parti, avea patito tante calamità e disordini. Berengario adunque e Guido, affinchè tra di loro non nascesse disordine, e l'uno non impedisse l'altro nei loro disegni, si proposero due differenti imprese: Berengario d'invadere l'Italia, e Guido la Francia. Adunque morto Carlo, Berengario ajutato da' suoi tosto senz'alcun contrasto occupò il Regno d'Italia, poichè i Franzesi sostituiron tosto Eudone Conte di Parigi tutore di Carlo il Semplice, che poi fu Re di quel Reame; onde Guido vedendosi escluso, tornatosene in Spoleto cominciò a pensare come potesse scacciarne Berengario, il quale già pacificamente entrato in Pavia s'avea fatto, secondo il costume, incoronare da Anselmo Vescovo di Milano, avendo in quella città collocata la sua sede Regia, siccome i suoi predecessori avevan fatto. Guido intanto, avendosi proccurato il favore del Pontefice e de' Romani, accresciuto anche di numeroso partito, si fece da' suoi contro Berengario salutar Re d'Italia. Così con pessimo e pernizioso esempio si vide l'Italia divisa in due partiti, ed i Popoli divisi in contrarie fazioni due Re riconobbero. Ancorchè la causa di Berengario fosse più giusta, nulladimeno il partito di Guido per lo favore del Pontefice e de' Romani s'accrebbe assai, onde posta in piedi una potente armata, uscito da Spoleto fu tutto inteso a scacciar il nemico di sede. Fu guerreggiato per ambedue ferocemente, e dopo i successi di dubbia guerra, fu finalmente Berengario rotto e costretto a sgombrar dal Regno. Guido entrato in Pavia, nell'anno 890 con molta facilità s'insignorì di tutta la Lombardia, ed essendo stato acclamato da tutta Italia, fu portato nel seguente anno 891 anche alla sede Imperiale; poichè venuto in Roma fu da Stefano R. P. incoronato Imperadore, ed Augusto proclamato. Così dopo tanti ravvolgimenti si vide l'Imperio nelle mani degl'Italiani; e Guido riconoscente di così segnalati servigi, narrasi, che avesse confermato al Pontefice tutte le donazioni ed i privilegi, che Pipino, Carlo M., e Lodovico Pio aveano conceduto alla Chiesa romana.

Fu allora, che tornato in Pavia, secondo il costume degli altri Re d'Italia, avendo convocato gli Ordini ecclesiastici e de' Nobili, molti privilegi alle Chiese e città concedette; e per istabilire in più perfetta forma lo stato del suo Regno d'Italia, molte leggi in Pavia in questo anno 891 nel mese di maggio promulgò. Di Guido Imperadore ci restano ancora oggi nel volume delle leggi longobarde altre sue leggi, che i compilatori delle medesime vollero anche in quel volume unire, siccome quelle che furono da lui stabilite come Re d'Italia, le quali ebbero nella medesima tutta la lor forza e tutto il lor vigore; una se ne legge nel libro primo sotto il titolo De Convitiis; un'altra nel medesimo libro nel titolo De Invasionibus; l'altra nel libro secondo nel decimo titolo; un'altra nel medesimo libro sotto il titolo De Successionibus; e due altre nel libro terzo sotto il duodecimo e terzodecimo titolo.

Per la morte accaduta in quest'istesso anno 891 di Stefano V R. P. s'accrebbero in Italia e Roma maggiori sconvolgimenti, perchè eletto in suo luogo Sergio, altri del partito contrario elessero Formoso; e siccome Guido favoriva il partito di Sergio, così all'incontro Berengario s'era dichiarato per Formoso. Era Berengario ricorso agli ajuti di Arnolfo Re di Germania, figliuol naturale di Carlomanno, dichiarato parimente per lo Papa Formoso, perchè unite le sue forze alle proprie gli ricuperasse il Regno; e questo Principe che aspirava all'Imperio d'Occidente, ricevè l'occasione con piacere, e mandò in Italia Zuendebaldo suo figliuolo con potente armata; ma niente poterono questi sforzi contro Guido, perchè dopo varj incontri, rimaso sempre perditore, bisognò che alla perfine Zuendebaldo, abbandonando l'impresa, in Germania facesse ritorno, e Guido per questa vittoria tutto altiero associò seco all'Imperio Lamberto suo figliuolo.

Ma non potè molto Guido godersi di tanta fortuna, perchè Berengario ritornato di nuovo in Vormazia, ove Arnolfo aveva fatto convocar una Dieta, tanto seppe adoperarsi, che dispose questo Principe a calar egli in persona in Italia per discacciar Guido, e riporre lui nel regno d'Italia; siccome per questa volta gli riuscì, perchè preso Bergamo, e dandosi da poi a lui senza molto contrasto i Milanesi, que' di Pavia e di Piacenza, e mandato Ottone in Milano, avo che fu del Grand'Ottone, di cui sovente ci accaderà far memoria, restituì Berengario nel regno, e Guido col suo figliuolo fuggendo verso Spoleto, furono dalle vincitrici sue armi inseguiti. E morto poco da poi Guido nell'anno 894, per un repentino vomito di sangue, potè Berengario assodarsi meglio nella sua sede; laonde fermatosi in Pavia, a ristabilir il suo Regno era tutto rivolto.

Ma per la morte di Guido, non per questo cessarono le contese in Italia: imperocchè quelli del suo partito, perseverando ostinatamente nell'impegno, si strinsero con più forti legami con Lamberto suo figliuolo, che in Spoleto erasi ritirato, ed offertogli il loro ajuto, contra Berengario lo sollecitarono.

Nè riuscirono vani i loro sforzi, perchè Berengario abbandonato da' suoi, e premuto da Lamberto, fu costretto lasciar Pavia, la quale tosto fu occupata da Lamberto, ove con gran giubilo de' suoi fu Re acclamato. Ma discacciato Berengario, ebbe costui nuovo ricorso ad Arnolfo, al quale anche era ricorso il Papa Formoso; e stimolato Arnolfo da questi due, fu alla perfine risoluto di calar egli di nuovo in Italia, ove giunto, prende Roma, ne discaccia Sergio e tutti i Sergiani, e dal Papa Formoso si fece nell'anno 896 coronare Imperadore, ricevendo dal P. R. il giuramento di fedeltà. Fu questi il primo Tedesco, che si vide Imperador d'Occidente, dopo i Franzesi e gl'Italiani; e si videro in breve tempo in Italia tre Imperadori, Guido, Arnolfo, e Lamberto, poichè Berengario fin ora fu solo Re d'Italia. Arnolfo perseguitò da poi Lamberto; ma dopo varie vicende, morto il Papa Formoso, e declinando il suo partito, ed all'incontro innalzandosi la fazion contraria, essendo stato eletto Stefano VI, questi sterminò il partito del Papa Formoso, ed annullando tutti gli atti fatti da lui, lo condannò come Simoniaco, e fu da' Sergiani il suo cadavere buttato nel Tevere. Dichiarò nulla l'elezione di Arnolfo in Imperadore, ed all'incontro unse Imperadore Lamberto; ma essendo poi divenuto debile il suo partito, fu Stefano da' Romani posto in prigione, dove fu strozzato sul fine dell'anno 900, ed eletto in suo luogo Romano. Costui rovesciò quanto avea fatto il suo predecessore, fece condennare e dichiarar nullo tutto ciò, che contro Formoso erasi fatto; ed avendo tenuto quella sede pochi mesi, succedutogli Teodoro, questi seguitando l'istessa carriera di Romano, restituì tutti coloro, che Stefano avea discacciati. Non fu mai veduta Roma in tanta confusione e sconvolgimento, che in questi tempi veramente deplorabili. Nè la Chiesa romana si vide in istato cotanto compassionevole, quanto ora, dove i Papi secondo i partiti si eleggevano, e tutti gl'Istorici convengono, ch'ella era in un orribile disordine; e l'istesso Cardinal Baronio dice, ch'era caduta sotto il dominio di due femmine dissolute, che mettevano sulla Sede di S. Pietro i loro drudi, indegni di portare il nome di Pontefici romani, e che perciò la Chiesa stette per molti anni senza Capo visibile, ma che da Cristo Signor Nostro, che non l'abbandonerà mai, era come suo Capo spirituale conservata.

Non minori furono le revoluzioni e' disordini tra' Principi del secolo. Reso grave l'Imperio di Lamberto agl'Italiani, ritornossi di bel nuovo alle sedizioni: fu ucciso Lamberto, e rialzato Berengario, il quale tosto occupò il regno. Ciascuno avrebbe creduto, che almeno ora que' del partito di Lamberto avesser dovuto por fine alle fazioni ed unirsi con Berengario; ma il successo si vide contrario ad ogni espettazione; poichè acciocchè non mancasse l'oppositore, posero in pretensione Lodovico, che regnava allora in Provenza, nipote dell'Imperador Lodovico II, invitandolo che venisse in Italia, promettendogli, che se ne discacciava Berengario, l'avrebbero proclamato Re. Tosto calò Lodovico in Italia, discacciò Berengario, il quale in Baviera ricovrossi, ed essendo stato incoronato Re d'Italia dall'Arcivescovo di Milano, fu anche da poi acclamato Imperadore, e ricevuto con grand'apparecchio da Adelberto Marchese di Toscana.

Intanto Berengario mossosi da Baviera con potenti forze, tornò in Italia, pugnò contro Lodovico, lo imprigionò, e donandogli la vita, gli fece cavar gli occhi. Così rimase solo egli a regnare in Italia: e da poi da Giovanni X R. P. fu coronato Imperadore nell'anno 915. Non si fermò qui l'incostanza degli Italiani: annojati già della dominazione di Berengario, chiamarono Rodolfo Re della Borgogna, e Re d'Italia contro Berengario lo acclamarono; onde infra questi due Principi s'accese aspra e crudel guerra; ed in fine Berengario fu dalle genti di Rodolfo ucciso in Verona. Ma Rodolfo potè poco godersi il Regno, perchè, secondo i disordini portavano e le intestine fazioni, gl'Italiani per dargli oppositore, chiamarono in Italia un altro Principe: fu questi Ugone conte di Provenza, nipote di Lotario Re della Lotaringia. Venuto in Italia, avendo fugato Rodolfo, tosto fu incoronato Re da Lamberto Arcivescovo di Milano nell'anno 926, riordina il Regno, e perchè potesse più lungamente durarvi, sbigottito dagli esempj de' suoi predecessori, si unisce con stretta amicizia con Errico Re di Germania e con Romano Imperadore d'Oriente. Associò da poi al regno Lotario suo figliuolo, affinchè vivendo egli potesse stabilirlo in Italia; ma tutti questi sforzi furono vani: fu richiamato di nuovo Rodolfo, ma questi per non esporsi a nuove vicende non volle venire. Nè perciò mancò a chi si ricorresse: fu elevato a queste speranze Berengario II, nato d'una figliuola di Berengario I, il quale acclamato dagl'Italiani, fu Re contro Ugone proclamato, contro al quale aveano conceputo odio implacabile. Lotario suo figliuolo deplorando l'infortunio di suo padre mosse finalmente i Milanesi a dover almeno accettar lui per sovrano; onde regnò per brevissimo tempo egli solo; ma morto indi a poco nell'anno 949 fu Berengario con Adelberto suo figliuolo Re d'Italia incoronato. Nè qui sarebbero finiti i travagli della misera ed afflitta Italia, se per ultimo gli Italiani spinti dalla tirannia di Berengario, e da miglior consiglio avvertiti, non fossero ricorsi, guidando ogni cosa il Papa, ad un Principe potente e glorioso, che scacciati questi più tosto Tiranni, che Re, dasse tregua a tanti mali: questi fu il Grande Ottone Re di Germania, i cui fatti gloriosi daranno occasione di spesso ricordarlo nel seguente libro di quest'Istoria.

Ecco in che lagrimevole stato giacque l'Italia per più di sessanta anni, da che mancato l'imperio nella stirpe maschile di Carlo M., da' Franzesi fu trasportato negl'Italiani: i quali nell'istesso tempo che abborrivano la dominazione degli stranieri, non sapevano però essi meglio governarsi. Nè vi era chi potesse darvi qualche ristoro, se dagl'Italiani non si fosse trasportata negli Alemanni in persona del Grand'Ottone.

I. Stato di queste nostre province; e rialzamento d'Amalfi.

Intanto i nostri Principi longobardi ed i Greci che avevano in mano il governo di queste nostre Province, vedendo tutto andar in ruina, nè esservi chi potesse porre freno a' loro ambiziosi pensieri; non mancarono l'uno intraprender sopra l'altro. Il nome d'Imperadore d'Occidente o di Re d'Italia era per essi poco men che estinto, nè nulla di lor prendevan cura o ricevevan timore; quindi il potere degl'Imperadori d'Oriente, cessando quello degl'Imperadori d'Occidente, cominciò in quelle ad acquistar più accrescimento e le forze de' Greci a farsi più considerabili; quindi nacque, che i Greci avendo racquistata buona parte della Puglia e della Calabria, essendosi pure resi padroni di Benevento, tentassero anche di sorprender Salerno: quindi tutto il presidio per opporsi a' Saraceni, siccome prima lo riponevano in quelli d'Occidente, era riposto negl'Imperadori d'Oriente; e che i Principi stessi Longobardi si proccuravan il lor favore, e spesso gli richiedevano dell'onore del Patriziato, dignità in quei tempi maggiore che potesse mai darsi da' Greci: quindi, come s'è detto, Guaimaro Principe di Salerno per meglio assicurar i suoi Stati si fece dagl'Imperadori Lione ed Alessandro confermare il Principato in quella guisa, che a Siconolfo per la divisione fatta con Radalchisio era stato aggiudicato.

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Note 1 · Erchemp. num. 15. Ostiens. lib. 1 cap. 23.Note 2 · Bodin. de Republ. cap. 9.Note 3 · Pell. Stemm. Pr. Salern.Note 4 · Questi tumuli si leggono parimente nell'Istoria di Pellegrino.Note 5 · De quo. Jo. VIII epist. 33 et 157.Note 6 · Erchemp. num. 20. Et simus, inquiunt, fidelissimi famuli illius, constituatque nos subesse cuilibet ultimo suorum.Note 7 · Ignot. Cassin. num. 13. Anon. Saler. ined. apud Pellegr.Note 8 · Chron. Salern. Erchemp. num. 26. Anonim. Salern. inedit. Historiola Ignoti Cassin. n. 23. Ademarius junctus cum Neapolitanis nitebatur quiddNote 9 · Erchemp. num. 22.Note 10 · Erchemp. num. 22. Atque suis haeredibus in jus perpetuum, sicut a patre acceperant, reliquerunt.Note 11 · Erchemp. num. 31.Note 12 · Erchemp. num. 34. Leo Ostiens. lib. 1 cap. 36.Note 13 · Lib. 5 cap. 208.Note 14 · Sigon. de Regn. Ital.Note 15 · Erchemp. num. 56.Note 16 · Ab. de Nuce in Indice, ver. Ludovicus.Note 17 · Leo Ostiens, lib. 1 cap. 16.Note 18 · Erchemp. num. 58.Note 19 · Prot. ad A. 875.Note 20 · Sigon. de Reg. Ital.Note 21 · Erchemp. num. 39.Note 22 · Erchemp. n. 39. Octavo die anathematis XXII. Neapolites milites apprehensos decollari fecit: sic enim monuerat Papa.Note 23 · Erchemp. num. 39.Note 24 · Epistola 41. Jo. VIII. ove parlando de' Napoletani confederati con i Saraceni dice: Nunc autem vel illis incorrectis existentibus, et ad perNote 25 · Epist. 22. Virtute S. Spiritus et authoritate S. Petri, cui ligandi et solvendi in coelo et in terra a Domino est concessa potestas, omni saNote 26 · Erchemp. num. 40.Note 27 · Frec. de Subfeud. p. 54. Et isti succedebant Comites in Regno omnes pariter filii, sicut in Lombardia: cum videamus ex historicis, uno eodemNote 28 · Pell. in Stem. Princ. Ben.Note 29 · Erchemp. num. 39, 41, 42, 47, 48.Note 30 · Erchemp. num. 48, 49.Note 31 · Erchemp. num. 54.Note 32 · Summon. tom. 1 pag. 428.Note 33 · Pellegr. in Stem. Princ. Saler. Professus est in publicis tabulis, concessum sibi ac permissum fuisse suum Principatum ab Graecis Imp. LeoneNote 34 · Erchemp. num. 49. Hoc turbine exactus, et ut Apostolicum anathema, quo erat innodatus, a se et urbe sua expelleret, Guaimarium Principem, etNote 35 · Sigon. de Reg. Ital.Note 36 · Gregor. 9. Epist. 48.Note 37 · Baco de Verulam. de Augum. scient. lib. 1.Note 38 · Jo. VIII Epist. 163. V. Struv. hist. Jur. Just. c. 5 §. 7.Note 39 · Doujat hist. Jur. Civ.Note 40 · Artur. Duk. de Aut. Jur. Civil. l. 1 cap. 5 num. 2.Note 41 · Zonar. annal. tom. 3.Note 42 · Struv. hist. Jur. Graec. cap. 4. §. 2.Note 43 · V. Cujac. l. 6. obser. c. 10.Note 44 · Cujac. obs. 17. c. 31. Doujat hist. Jur. Civ. p. 47.Note 45 · V. Artur. loc. cit. n. 3. et 4.Note 46 · Harmen in Praefat. 1.Note 47 · V. Marq. Freher. in Praefat. ad Jus Graec. Rom. Struv. hist. Jur. Graeci, c. 4. §. 2.Note 48 · Struv. loc. cit.Note 49 · Di queste edizioni V. Suarez. Notitia Basilicor.Note 50 · Aug. ad Novel. in Prolegom.Note 51 · Suar. in Notit. Basil.Note 52 · Struv. hist. Jur. Graec. c. 4. §. 1.Note 53 · V. Doujat hist. Jur. Civ.Note 54 · Cujac. Obs. 6. c. 10.Note 55 · Arthur. Duck l. 1. c. 5. n. 7. Struv. loc. cit. §. 4.Note 56 · Galat. de Situ Japygiae.Note 57 · Struv. loc. cit.Note 58 · Leuncl. in Jure Graec. Rom.Note 59 · Struv. loc. cit.Note 60 · V. Struv. loc. cit.Note 61 · Ivo Epist. 46, 69, 79, 213, 224.Note 62 · V. Pancirol. l. 3 c. 2. Struv. hist. Jur. Can. c. 7 §. 17.Note 63 · L'istromento di questa pace leggesi presso Camil. Pell. Hist. Princ. Long. p. 323.Note 64 · Ostien. in Chron. l. 2. c. 35.Note 65 · Pellegr. hist. Princ. Long. p. 251. et 256.
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