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Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2

Volume 2 — LIBRO SESTO

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Il regno d'Italia trapassato da' Longobardi a' Franzesi sotto la dominazione di Carlo Re di Francia, che da ora avanti si dirà anche Re d'Italia, ovvero dei Longobardi, non fu da questo Principe in niente alterato intorno all'amministrazione e sua politia; egli non ne pretendeva altro, se non che si reggesse con quell'istessa forma, che lo ritrovò: dispose che sotto le medesime leggi romane o longobarde, secondo che a ciascuno piaceva vivere, si vivesse; anzi alle longobarde aggiunse altre sue proprie. Non inquietò i Greci sopra quelle città de' Bruzj e della Calabria, che ancora ubbidivano agl'Imperadori d'Oriente: nè intraprese alcuna cosa sopra il Ducato napoletano, nè sopra l'altro d'Amalfi e di Gaeta, a' Greci appartenenti. Sopra i tre famosi Ducati del Friuli, di Spoleti e di Benevento non ne pretendeva altro, che siccome prima erano a' Re longobardi sottoposti, e da costoro ricevevano le leggi, formando col rimanente d'Italia una Repubblica; così anche riconoscessero lui per Re d'Italia, protestando di voler lasciare ad essi tutto quel potere ed autorità, che avean goduto ne' tempi dei Re longobardi suoi predecessori. L'Esarcato di Ravenna, Pentapoli, e poi il Ducato romano, ritenendosi solo la sovranità, furono alla Chiesa di Roma aggiudicati. Tutte l'altre province, come la Liguria, l'Emilia, Venezia, la Toscana, e le Alpi Cozie si ritenne egli con nome di Regno[348], ch'è quella parte d'Italia, che poi fu detta Lombardia.

Lasciò agli altri minori Duchi il governo libero de' loro Ducati, contento sol del giuramento, che gli prestavano di fedeltà; nè trasferiva da essi ad altri il Ducato, se non per fellonia, ovvero se senza figliuoli mancassero: e questa traslazione quando si faceva in un altro fu detta investitura, onde nacque, che i Feudi non si concedevano se non per investitura, come s'osservò da poi negli altri Feudatarj e Vassalli, ne' Conti Capitani, ed altri che si dissero Valvasori. Le città di quelle province, che componevano il suo Regno, chiamato poi Lombardia, eran governate da' Conti, ai quali ogni giurisdizion concedette. Ne' confini del Regno erano preposti per lor custodia parimente questi Magistrati, da' quali alcuni vogliono, che sorgesse il nome de' Marchesi; poichè chiamando i Franzesi ed i Germani i limiti Marche, i Conti ch'erano preposti al governo de' medesimi si dissero anche da poi Marchesi, quantunque altri altronde dicono esser quella voce derivata, come diremo più innanzi. Questi erano gli ordinari Magistrati preposti al governo delle città, e de' confini del Regno. Vi erano ancora alcuni altri Magistrati estraordinarj, a' quali concedendosi maggior autorità e giurisdizione di quella solita darsi a' Conti, invigilavano da per tutto all'amministrazione del Regno, e chiamaronsi Messi. Divise egli, e distinse i campi di ciascheduna città, che sotto i Longobardi erano pur troppo confusi; ch'era sorgiva di tante liti di confini fra' popoli: egli assegnò a ciascuna i proprj, e per lo più seguitando la natura, per limiti si valse dei monti, delle paludi, de' fiumi, de' rivi, valli, o altri confini perpetui e durabili, acciocchè il tempo non gli variasse, ed a lungo andare non si confondessero.

Volle, che le città ancora gli prestassero giuramento di fedeltà; ed impose alle medesime, a' Feudatarj, alle Chiese ed a' monasteri certa spezie di tributo, che dovessero pagarlo, particolarmente quando di Francia il Re calava in Italia: questi tributi furon detti foderum, paratam, et mansionaticum, i quali da poi, per generosità del medesimo e de' suoi successori, in parte furono tolti, ed altre volte in tutto rimessi. Volle ancora che in Italia si ritenesse qualche simulacro di libertà; e siccome l'istituto praticato in Francia era, che quando il Re aveva da deliberar sopra cose gravissime, e che concernevano gli affari più rilevanti dello Stato, convocava tutti gli Ordini del Regno, l'Ordine ecclesiastico, e quello de' Baroni e Magnati, così egli introdusse anche in Italia; onde sempre che quivi ritornava, soleva egli convocare un general Parlamento di Vescovi, Abati, e di Baroni d'Italia, nel quale delle cose del Regno più gravi si deliberava. I Longobardi non riconoscevano che un sol Ordine di Baroni e Giudici. I Franzesi a tempo di Carlo M. due, Ecclesiastico e Nobiltà, poichè il terzo Ordine fu da' Franzesi aggiunto da poi. La qual consuetudine durò in Italia insino a' tempi di Federico I Imperadore, ond'è che appresso gl'Imperadori d'Occidente, quando calavano in Italia, solevan spesso convocar queste adunanze, e sovente presso Roncaglia, luogo non molto distante da Piacenza[349], ove molte leggi promulgarono, come si vedrà nel progresso di quest'Istoria più partitamente.

Composte in cotal maniera da Carlo le cose d'Italia, lasciando in Pavia un valido presidio, ritornossene nell'anno 774 in Francia, ove parimente fe seco condurre Desiderio con sua moglie per render più maestosi i suoi trionfi. Ciascuno avrebbe creduto che l'Italia sotto la dominazione di un tanto Principe, e quando le armi de' Franzesi eran per tutta Europa cotanto gloriose e formidabili, avesse dovuto durar lungamente in una quieta e tranquilla pace. Ma i tre famosi Duchi, quello del Friuli, l'altro di Spoleto, e sopra tutti il nostro Duca di Benevento, sdegnando di sottoporsi a' Re stranieri, e reputando mal convenire al loro grado, se, estinto il Regno de' Longobardi in Italia, a' Franzesi dovessero ubbidire, si risolsero scuotere, in tutto, il giogo; ed il dominio ch'essi sotto i Re longobardi aveano de' loro Ducati, da dipendente ch'egli era, renderlo assoluto e sovrano. Erano ancora favoriti da Adalgiso figliuolo di Desiderio, il quale ritiratosi in Costantinopoli appresso l'Imperadore greco, da cui era stato onorato col titolo di Patrizio, tenendo secrete intelligenze co' medesimi, avea impegnato l'Imperadore a somministrar loro una flotta per venire in Italia.

Il primo fu Rodgando Duca del Friuli, il quale, mentre Carlo stava implicato nella guerra co' Sassoni, gli tolse ogni ubbidienza, e con titolo di Sovrano le città del suo Ducato si sottopose. Ma il Re sbrigato dalla guerra Sassona, e ritornato in Francia, considerando questo fatto poter essere di pessimo esempio, se non reprimevansi in sul principio queste rivolte; volle egli calar di nuovo in Italia, e sopra Friuli giunto con potente armata, sconfisse l'esercito del rubello, e preso Rodgando, con terribile esempio gli fe troncar il capo. Non concedè ad altri il Ducato, ma per allora l'estinse, ed al suo Regno aggiunse le città del medesimo, dando a ciascuna i Conti, che le amministrassero, siccome aveva fatto a tutte le altre città di Lombardia. Ecco il fine del Ducato del Friuli, il primo che fu a sorgere sotto Alboino: il primo ancora a rimaner estinto per Carlo M. Egli è però vero, se dee prestarsi fede a Paolo Emilio[350], che Carlo da poi restituì questo Ducato, creandone Duca un tal Errico franzese; ma non ebbe lunga durata, nè poi si è inteso tanto di quello parlare, quanto dell'altro di Spoleto, e del nostro di Benevento.

Ildebrando Duca di Spoleto spaventato da sì terribile esempio, e mosso dalla prosperità di Carlo, che aveva riportate ancora innumerabili vittorie, e nella Spagna e nella Sassonia, stimò meglio, rendendogli onori straordinari, mantenersi nella sua grazia, e sottoporsi a lui come aveva prima fatto co' Re longobardi suoi predecessori.

CAPITOLO I. Del Ducato beneventano, sua estensione e politia.

Solamente il ducato di Benevento, ciocchè parrà forse incredibile, non potè da sì potente e glorioso Principe esser domato; questo solo restò esente dalla dominazione de' Franzesi, ancorchè Carlo e Pipino suo figliuolo fatto Re d'Italia da suo padre, vi avessero più volte impiegate le loro forze, e tutta la loro industria. Ma se si considererà lo stato florido di quello, la sua estensione, e le forze dove era arrivato in questi tempi, non parrà nè strano nè maraviglioso, se non potè conquistarsi da' Franzesi.

Reggeva il Ducato di Benevento, quando Desiderio ed i Longobardi furono vinti in Italia, Arechi suo genero; nè mai si videro i suoi confini distesi tanto, quanto sotto il Regno di costui: abbracciava quasi tutto ciò che ora diciamo il Regno di Napoli: e toltone Gaeta, il Ducato napoletano, che da Cuma insino ad Amalfi non estendeva più oltre il suo dominio, ed alcune città de' Bruzj e di Calabria, che ancora ubbidivano agl'Imperadori d'Oriente, tutto era a' Longobardi beneventani sottoposto. Secondo i confini che gli prefigge l'accuratissimo Pellegrino[351] si distendeva dalla parte d'Occidente insino a' confini del Ducato romano e di Spoleto; abbracciava Sora, Arpino, Arce, Aquino e Casino; ed avrebbero anche i Longobardi per questa parte esteso più oltre i suoi termini, se i Pontefici romani ora con doni, ora con preghiere non l'avessero impedito, e fatti desistere da ulteriori progressi.

Dalla parte di mezzogiorno aveva per confine Gaeta; non mai questa città fu a' Longobardi sottoposta: era siccome molte altre città marittime per anche rimasa sotto l'Imperio de' Greci[352]; e sebbene Carlo Magno l'avesse tolta a' medesimi, e come soleva usar delle spoglie de' Greci, n'avesse fatto un dono alla Chiesa romana; nulladimeno da poi cooperandovi Arechi, fece costui tanto, che ritornasse di nuovo in mano de' Greci; onde nacquero le tante querele d'Adriano[353] R. P. presso Carlo M. contro i Beneventani. Ma non passarono molti anni, che i romani Pontefici vigilanti a ritenere ciò che una volta hanno acquistato, pretesero, che appartenesse a loro, tanto che Gio. VIII, ancorchè fosse da' Greci posseduta, non ebbe riparo di concederla a Pandolfo Conte di Capua; e Terracina che parimente fu al Consolare della nostra Campagna sottoposta, siccome si è veduto, ed a' Greci appartenevasi, pure passò a' romani Pontefici, di che altrove ci sarà data occasione d'un particolar discorso. Distendevasi contuttociò da questa parte il Ducato beneventano insino a Cuma, abbracciava Minturno, Volterno e Patria, dagli antichi detta Clanium, luoghi non molto remoti da Capua, che era già passata sotto la dominazione de' Duchi di Benevento, e che dai Conti, i quali essi vi mandavano, era amministrata e retta. Invasero ben una volta i Beneventani, e presero anche Cuma, ma, come si disse, furono da' Napoletani con molta strage respinti, e glie la ritolsero. Non poterono prender Miseno, ancorchè non molto lontano da' lor confini; non l'altre città del mar Tirreno. Stabia, Sorrento ed Amalfi, le quali al Ducato napoletano eran in questi tempi unite; ma tutte le altre città e luoghi mediterranei della Campagna passarono, lino da' tempi del Duca Grimoaldo, sotto il Ducato di Benevento, come Tiano, Gaudio, Sarno, Nola, che in questi tempi chiamavasi Cimeterium, e Salerno ancora. Estendeva ancora da Salerno i suoi confini oltre Cosenza: toltone Acropoli ed il Promontorio, che ora volgarmente chiamiamo Capo della Licosa, e gli altri luoghi marittimi con Reggio, che rimasero sotto l'Imperio de' Greci; tutti gli altri luoghi mediterranei della Lucania e de' Bruzj, Pesto, Conca, Cassano, Cosenza, Laino, e altre città, al Ducato beneventano erano sottoposte.

Non minore fu la sua estensione verso Oriente: un tempo Autari portò le vittoriose sue insegne insino a Reggio, ma fu questa, come si disse, una scorreria simile a quella che i Longobardi fecero da poi in Cotrone. Fu questa punta d'Italia conservata sempre dai Greci, nè oltre a Cosenza e Cassano stesero i Longobardi beneventani da questa parte il lor Ducato; ma dall'altra parte occuparono anche Taranto, e tennero ancora gran parte della Calabria, e toltone Gallipoli ed Otranto, s'estesero sino a Brindisi.

Nel Settentrione occuparono tutta la Puglia non pur mediterranea, ma marittima ancora, da Bari sino a Siponto, ed il promontorio Gargano con tutta la regione adiacente era sotto la lor dominazione. Per questa parte il lor dominio non potè stendersi nell'isola di Tremiti, perchè non avendo i Longobardi forze marittime, non potè cadere in lor potere. L'ebbe poi Carlo M, e vi mandò in esilio Paolo Diacono. Stendeva verso questa parte più oltre i suoi confini, poichè oltre a' luoghi mediterranei della Puglia, come Lucera, Termoli, Ortona, ed altri luoghi marittimi, e tutta quella parte che oggi appelliamo Apruzzi, tutto era sottoposto a questo Ducato, Chieti colla regione adiacente, e tutti gli altri luoghi mediterranei di quella parte del Sannio, che poi si disse Contado di Molise come Supino, Bojano, Isernia, ed altre città, e tutto il Contado de' Marsi, che con quello di Sora confinava.

Ecco fra quali confini si racchiudeva il Ducato beneventano; lo componevano quasi che tutte quelle quattro province, onde fu questa parte d'Italia divisa da Costantino M. e dagli altri Imperadori suoi successori, la Campania, il Sannio, la Puglia e la Calabria, la Lucania ed i Bruzj; in breve, toltone il Ducato napoletano, Amalfi, Gaeta, ed alcune altre città marittime della Calabria e de' Bruzj, abbracciava tutto ciò che ora diciamo Regno di Napoli, e delle dodici province, che oggi compongono questo Regno, nove nel Ducato beneventano eran comprese; queste sono oggi Terra di Lavoro, il Contado di Molise, Apruzzo citra, Capitanata, Terra di Bari, Basilicata, Calabria citra, e l'uno, e l'altro Principato. Meritò per tanto questa parte per la sua estensione esser chiamata dai Greci, ed anche da' Scrittori latini di quest'età, Italia Cistiberina, ed i Greci solevan appellarla ancora Longobardia minore, per distinguerla dalla maggiore, che nella Gallia cisalpina di qua e di là del Po da' Longobardi era dominata, e che ancora oggi ritiene il nome di Lombardia. Così la chiamarono Costantino Porfirogenito[354]; Cedreno in più luoghi, e Zonara in Basilio Macedone; e Porfirogenito ne' suol Temi[355], parlando dell'irruzione de' Saraceni in Bari, la chiamò semplicemente Longobardia. Quindi avvenne, ch'essendo Benevento innalzato ad esser capo d'un sì vasto Ducato; come Pavia, da' Latini detta Ticinum, era capo e sede de' Re longobardi; fosse ancora questa città, per esser capo della Longobardia minore, chiamata da' latini Scrittori di questa età e della seguente parimente Ticinum, come mostra l'accuratissimo Pellegrino nella prefazione all'anonimo[356] Salernitano.

Meritò anche in questi tempi da Paolo Diacono[357] esser chiamato Benevento città opulentissima, e capo di più province: città reputata allora la più culta e la più magnifica di quante n'erano in queste nostre province; e molto più estolse il suo capo, quando Arechi, avendovi da presso costrutta Città nova, la rendè più ampia, e d'abitatori più numerosa. E quando in Italia eran le lettere quasi che spente; e toltone i Monaci, presso gli altri vi era una somma ignoranza, Benevento solamente in mezzo di tanta barbarie, seppe nel miglior modo che potè mantener la letteratura. Narra l'anonimo Salernitano[358], che ne' tempi dell'Imperador Lodovico, in Benevento fiorivano trentadue Filosofi: Tempore quo Ludovicus praeerat Samnitibus, triginta duos Philosophos Beneventum habebat: non già come osservò il diligentissimo Pellegrino, che questi fossero veramente tali, ma secondo il costume di quei tempi, erano chiamati Filosofi tutti coloro che professavano lettere umane. Il nostro Paolo Varnefrido Diacono della Chiesa d'Acquileja fu per la sua letteratura di stupore a Carlo M., e quantunque essendo egli attaccato a' suoi Longobardi l'avesse tante volte offeso, lo risparmiò sempre in considerazione della sua dottrina, nè altro gastigo gli diede, che di mandarlo in Tremiti esiliato. Dal nome dunque di tal magnifica città prese il suo quest'ampio Ducato, e quindi avvenne ancora, che da Lione[359] Ostiense si appellasse provincia di Benevento, ovvero assolutamente Benevento, come fu anche chiamato da Erchemperto[360]: quindi presso l'anonimo Salernitano, que' Vescovi che si mandarono da Arechi ad incontrar Carlomanno per trattenere il suo rigore, si dissero Beneventani Antistites, non altrimenti che presso S. Gregorio M. Neapolitani Episcopi eran chiamati coloro, che alle Chiese del Ducato napoletano erano preposti.

Portò ancora questa estensione, che intorno all'amministrazione dovesse darsi nuova politia, e diviso il Ducato in minori province, che si dissero Contadi o Gastaldati, di ciascuna partitamente dovesse prendersi governo, e che le città del Ducato si commettessero alla cura di più Ufficiali, non potendosi immediatamente dal solo Duca amministrarsi; perciò furono molte di esse concedute in ufficio ed amministrazione a' primi Magnati e Signori longobardi, che nelle armi s'erano segnalati e distinti, chiamati Conti o Castaldi, inferiori però a' Duchi da' quali eran dependenti; e quindi in queste nostre contrade sursero i Conti. Sin da' tempi di Grimoaldo, Mitola, essendosi così ben portato nella guerra contro Costanzo, fu in premio del suo valore fatto Conte di Capua da Grimoaldo, come si è detto: così da tempo in tempo molte città di questo Ducato furono a' Conti concedute, perchè le reggessero con piena, ma dipendente autorità; nè dal governo ed amministrazione delle medesime eran rimossi, se non per fellonia, o per morte, e poi col correr degli anni venne a costumarsi, che se non rimaneva estinta la loro maschile stirpe, non si trasferiva il Contado in altra famiglia.

In cotal maniera cominciarono presso di noi ad introdursi i Contadi ed i Feudi: prima il Contado non denotava Signoria, ma Ufficio: si chiamavano Conti, perchè il loro particolar ufficio era di presedere alle Comitive, ovvero ceto d'uomini che si mandavano in qualche espedizione: rendevano ancor ragione, e presedevano a' pubblici giudicj, e nelle liti fra' Popoli a lor sottoposti amministravan giustizia, siccome è chiaro nelle leggi longobarde[361]. Si dava a costoro il governo delle città e delle regioni convicine, in Ufficio, non in Signoria: alle volte si concedeva il Contado durante il corso della lor vita, altre volte a certo e determinato tempo; ma con tutto ciò i Principi longobardi solevano in ogni anno confirmargli, per tenerli sempre dubbj ed incerti, ed affinchè non potessero per la certezza di non poter esser rimossi macchinar cosa in pregiudicio dello Stato. Ma quando per lunga esperienza eransi assicurati della loro fedeltà, e che il Contado a lor commesso era stato da loro amministrato con somma rettitudine e giustizia, s'introdusse che ciò che prima erasi loro conceduto in Ufficio, il Principe, a cui s'eran resi cotanto benemeriti, gliela concedesse in Feudo ed in dominio, non trapassando però la loro persona; e quindi, come notò assai a proposito il nostro Marino Freccia[362], il Contado non passava agli eredi: da che procede onde sovente nelle antiche carte leggiamo appellarsi taluno Comes et Dominus, denotandosi con ciò, che la Contea che prima eragli stata conceduta in Ufficio, aveala per suoi segnalati servigi e fedeltà ottenuta anche in Feudo ed in Signoria. Col correr degli anni poi fu introdotto, che passasse il Feudo a' proprj figliuoli, non però giammai agli eredi, compassionando lo stato di coloro i quali, morto il padre, togliendosi loro il Feudo, si sarebbero in un tratto veduti cadere in un'estrema miseria e povertà, la quale non ben si unisce colla nobiltà del sangue, anzi quella deturpa ed affatto estingue. Ecco, come prima delle altre, che ubbidivano a' Greci, cominciarono in queste province sottoposte a' Principi longobardi beneventani, i Feudi e le Contee. Si multiplicaron perciò in appresso in buon numero nel Ducato beneventano i Contadi ond'era quello diviso: il primo fu il Contado di Capua, che, come diremo, divenne poi un ben ampio e nobil Principato: s'intesero i Contadi di Marsi, di Sora, il Contado di Molise, l'altro d'Apruzzi, di Consa, e molti altri, che poi diedero il nome alle province, nelle quali ora il Regno è diviso. Si videro perciò i Principi di Benevento per lo numero de' suoi Conti in maggior splendore: molti se ne annoveravano, da quali traggono l'origine alcune delle più illustri famiglie del Regno: i Conti d'Aquino, i Conti di Tiano, di Penna, d'Acerenza, di S. Agata, d'Alife, d'Albi, di Bojano, di Cajazza, di Calvi, di Capua, di Celano, di Chieti, di Consa, di Carinola, di Fondi, d'Isernia, di Larino, di Lesina, di Marsi, di Mignano, di Molise, di Morono, di Penna, di Pietrabbondante, di Pontecorvo, di Presenzano, di Sangro, del Sesto, di Sora, di Telese, di Termoli, di Trajetto, di Valve e di Venafro; tantocchè, siccome di Carlo M. dicevasi essere stato il più grande facitor de' Paladini, così de' nostri Principi beneventani i più grandi facitori de' Conti.

Eransi ancora introdotti sin dalla venuta d'Alezeco, Duca de' Bulgari, i Castaldati: i Castaldi eran minori a' Conti, e siccome notò accuratamente l'incomparabile Cujacio, non eran propriamente Feudatarj: erano come Custodi, e che ricevevano le città o ville jure gastaldiae, non li ricevevano jure feudi, quasi che perpetuamente dovessero godere del beneficio; ma loro se ne dava il governo e l'amministrazione a tempo, colla clausola sin tanto che ci piacerà, ed era in arbitrio del concedente toglierla quando che gli piaceva, siccome fece Grimoaldo quando ad Alezeco concedè Supino, Bojano, Isernia ed alcuni luoghi intorno in Castaldato, e volle perciò che non Duca, ma Castaldo fossesi nomato; onde leggiamo sovente presso Erchemperto[363] ed Ostiense, che coloro che d'una città eran fatti Castaldi, ambivano poi farsi Conti, come lo pretese Atenulfo, che di Castaldo ch'era di Capua, coll'ajuto di Atanasio Vescovo e Duca di Napoli, si fece Conte di quella[364] città. Quindi si vede chiaramente, che l'ufficio de' Castaldi non era di così vile condizione, e che fosse solamente ristretto al governo delle case regali, o siano Corti, ovvero ville e poderi; ma solevan darsi ancora alle città. Solevano anche questi a' quali si commetteva la custodia de' poderi e delle ville, dirsi altresì Castaldi, e di questa spezie parlano le leggi longobarde in più luoghi[365], e le nostre leggi feudali ancora: venne anche a darsi questo nome a coloro che avevano il governo de' poderi degli Ecclesiastici, che da Urbano II[366] si chiamano amministratori delle robe ecclesiastiche, onde i monasteri anche delle Monache ebbero i loro Castaldi, come, oltre di più antichi esempj rapportati dal Pellegrino, ne può essere a noi buon testimonio Gio. Boccaccio, del cui ufficio, in premio delle sue continue fatiche, ne fu anche onorato Masetto da Lamporecchio da quelle Monache; con tutto ciò Castaldi ancora eran chiamati coloro, ch'erano a particolari città preposti con pubblica autorità, ed alla cura e governo civile delle medesime invigilavano; ed oltre alla custodia delle cose pubbliche, solevano anche presedere ne' giudicj, onde perciò erano ad essi costituiti i salarj dal pubblico, ed assegnate alcune rendite, che nelle nostre leggi feudali si dice essere a loro dovute nomine Gastaldiae. Era di lor ufficio parimente a' Popoli soggetti render ragione e sovrastare, non altrimente che i Conti, nei giudicj e nelle liti amministrar loro giustizia, come è chiaro dalle leggi longobarde[367]; ciò che essi non solevan fare senza il voto d'uno, o più Giureconsulti[368] ch'erano gli Assessori: onde il costume che nel nostro Regno vige di dar gli Assessori, o siano Giudici a' Governadori, trae più antica origine di ciò che altri credettero. Anzi i Castaldi, oltre della civile potestà, ebbero alcun tempo anche la militare, come è chiaro per una legge di Rotari[369], e da ciò che narra Anastasio Bibliotecario della guerra di Cuma, nella quale dal Duca di Napoli furono uccisi quasi trecento Longobardi col loro Castaldo, che gli guidava, e che aveva il pensiero di quell'impresa: onde se non voglia aversi per vero quel che dice Cujacio della differenza di questi Castaldi co' veri Feudatarj, cioè che questi come Custodi erano a tempo costituiti, non perpetuamente, non si sapranno distinguere con segni più chiari i Conti da' Castaldi.

E se bene Camillo Pellegrino, non piacendogli il sentimento di Cujacio, avesse proccurato di distinguergli con dire, che quantunque i Castaldi convenissero co' Conti in molte cose, nulladimeno il proprio loro ufficio era d'aver cura delle cose pubbliche, derivando ciò dall'etimologia del nome Guast ed Halden, voci dell'idioma tedesco, del quale sovente i Longobardi servironsi[370], che non denota altro, che Hospitium tenere, come notò Vito Amerpachio nelle note a' Capitoli di Carlo M., e l'ospizio non denotando le case private, ma le pubbliche ed il Pretorio del Magistrato; perciò egli portò opinione, che la particolar cura del Castaldo, essendo delle cose pubbliche, non delle familiari e delle private, per questo si distinguesse dal Conte; nulladimeno ciò che siasi di questa derivazione, ed ancorchè nell'origine fosse stato solamente questo l'ufficio de Castaldi, essendo da poi stati anche preposti alle città intere, con altri luoghi adiacenti, ed avendo come si è veduto avuta tutta la potestà, così civile che militare, siccome l'ebbero i Conti; sempre queste due cariche si confonderanno fra loro, se non diremo, che l'una era a tempo e l'altra perpetua, e conceduta proprio jure Feudi: e se bene nel principio convenissero anche in questo con li Conti, nulladimeno in decorso di tempo i Conti non erano se non per fellonia o morte privati del Contado; e poi si vide che lo tramandavano anche nella loro stirpe maschile. Vi era anche un altro marchio ond'eran distinti, poichè il titolo di Contado denotava dignità, quello di Castaldo ufficio, onde sovente nell'antiche carte leggiamo: dignitate Comes; munere Gastaldus.

Fu per tanto il Ducato beneventano diviso in più Contadi e Castaldati, come in province, siccome è manifesto dal capitolare di Radelchisi principe di Benevento. Non è appurato presso gli Istorici il lor numero, e quanti fossero: i più insigni però furono quel di Taranto, di Cassano, di Cosenza, di Laino, di Lucania, ovvero Pesto, di Montella, di Salerno, e quel di Capua: i più distesi furono quelli di Capua, e di Cosenza, quello di Capua si stendeva verso Occidente insino a Sora: l'altro di Cosenza all'incontro insino a S. Eufemia, e Tropea. Fuvvi ancora il Castaldato di Chieti, che abbracciava molte città e terre, l'altro di Bojano co' luoghi adiacenti istituito da Grimoaldo nella persona di Alezeco Bulgaro, che dopo ducento anni fu da Guandelperto[371] posseduto. Passò questa prerogativa da Bojano in Molise luogo vicino, onde fu prima detto il Contado di Molise, e da poi provincia del Contado di Molise, il qual nome oggi peranche dura. Eravi quello di Telese, l'altro di S. Agata, d'Avellino, di Acerenza, di Bari, di Lucera, e di Siponto, ed in somma a quasi tutte le città più cospicue di questo Ducato erano i Castaldi, ovvero Conti preposti; nè si tenne nella loro distribuzione alcun conto dell'antica politia o disposizione delle province secondo la divisione fattane sotto Costantino, e degli altri suoi successori: quella mancò affatto, ed altra nuova ne surse.

In tale floridissimo stato era il Ducato di Benevento, quando in Pavia furono i Longobardi vinti e debellati. Nè languiva presso i Longobardi beneventani la disciplina militare: essi venivano perpetuamente esercitati da' Greci napoletani, co' quali sempr'ebbero fiere ed ostinate guerre, sempre vigilando i Longobardi di ridurre sotto la loro dominazione il Ducato napoletano, siccome avevano già fatto di quasi tutte l'altre parti di quelle province, che ora compongono il nostro regno; nel che maggiormente rilusse la fortezza ed il valore de' Napoletani, che dovendo sempre combattere con forze diseguali, e da contrastar con inimico quanto vicino, altrettanto più numeroso e potente, gli resistè con tanta intrepidezza e valore, che non poterono i Beneventani aver questa gloria di sottoporsi quel Ducato; e non se negli ultimi tempi se lo renderono tributario. Sarà dunque ancor bene, dopo aver mostrato in quale stato erano i Longobardi beneventani, quando i Re loro furon d'Italia scacciati, che ancora si parli della fortuna e dominio de' Greci, che ancor ritenevan in queste parti, e che poi ritennero, non altrimente che i Beneventani, da poi che Carlo M. si fece Re dell'Italia.

CAPITOLO II. Del Ducato napoletano, sua estensione e politia.

L'Imperio di Oriente da poi che fu da' Barbari invaso, i quali resi padroni dell'Egitto, dell'Affrica, della Siria, della Persia e dell'altre gran province dell'Asia, lo restrinsero all'Asia minore, alla Grecia, alla Tracia, e ad una picciola parte d'Italia coll'isole vicine, non tenne più conto dell'antica distribuzione delle sue province, e cambiato nella sua forma, nuove divisioni s'introdussero: fur quelle cambiate in molti distretti più o meno grandi, a' quali fu dato il nome di Temi, i quali avevano i loro Governadori particolari. Costantino Porfirogenito[372] ne compose due libri: nel primo annoverò i Temi, ovvero province dell'Asia, che erano diciassette: nel secondo quelli d'Europa, ed il loro numero era di dodici. Fra i Temi d'Europa il X è la Sicilia, e l'XI la Longobardia. Chiamavano così i Greci questa picciola parte ch'era a lor rimasa in Italia, secondo il proprio fasto e costume di ritenere almeno nel nome ciò che altri avean di quell'Imperio occupato; del rimanente così la Longobardia maggiore sotto i Franzesi, come la minore sotto i Longobardi beneventani, era già trapassata. Le terre che Costantino[373] novera sotto il Tema di Longobardia, che ubbidivano all'Imperio d'Oriente, sono quelle del Ducato di Napoli, la qual città egli decora perciò con titolo di metropoli, essendo capo d'uno non dispregevol Ducato, e l'altre dell'antica Calabria, che ancor ritenevano. I Bruzj e con essi Reggio, Girace, Santa Severina, Cotrone ed altre terre, quibus Praetor Calabriae dominatur, come sono le sue tradotte parole[374], al Tema di Sicilia vengono attribuite.

Da poi che in Italia restò estinto l'Esarcato di Ravenna, ch'era il primo Magistrato, che in queste parti occidentali ancor ritenevano gl'Imperadori d'Oriente, e dal quale tutti gli altri Ducati eran dependenti, non essendo a' Greci rimaso altro in Occidente, che la Sicilia, la Calabria, il Ducato di Napoli, quello di Gaeta, ed alcune altre città marittime, istituirono per l'amministrazione e governo di queste regioni un nuovo Magistrato, che essi chiamavano Patrizio, ovvero Straticò; ed a ciaschedun Tema si mandava un particolar Patrizio per governarlo. Costantino[375] medesimo in quell'altro suo libro de Administrando Imperio, mescolando come suole i fatti veri co' favolosi, e niente ricordandosi di ciò che avea scritto nel secondo libro de' suoi Temi, dice che sin da che la sede dell'Imperio fu trasferita in Costantinopoli, furono dall'Imperadore costantinopolitano mandati in Italia due Patrizj, de' quali uno sovrastava al governo della Sicilia, della Calabria, di Napoli e d'Amalfi; l'altro al governo di Benevento, di Capua, di Pavia, e degli altri luoghi di quella provincia; e che ciascheduno ogni anno pagava i tributi al Fisco dell'Imperadore: soggiunge ancora, che Napoli era l'antico Pretorio de' Patrizj, che si mandavano, e chi governava questa città, avea ancora sotto la sua potestà la Sicilia; e quando il Patrizio giungeva in Napoli, il Duca di Napoli andava in Sicilia. Quantunque questo racconto repugnasse a tutta l'istoria, poichè trasferita la sede imperiale in Costantinopoli, l'Italia non da' Patrizj, ma da' Consolari, Correttori e Presidi, tutti sottoposti al Prefetto d'Italia o a quello di Roma, era governata, e non se negli ultimi tempi di Giustino Imperadore fu mutata la sua politia, essendovi da Longino introdotti i Duchi, e stabilito in Ravenna l'Esarcato, nè poi il Duca di Napoli s'impacciò mai al governo della Sicilia; andando questo Ducato compreso insieme coll'antica Calabria col Tema della Longobardia; nulladimeno, ciò ch'egli dice, che il Patrizio, che si destinava per la Sicilia, aveva anche l'amministrazione ed il governo della Calabria, e di tutti gli altri luoghi che ancor si tenevano per gl'Imperadori d'Oriente, se si riguardano i tempi, ne' quali siamo di Carlo M., non è mica favoloso.

Dall'ampiezza fin ora rapportata del Ducato di Benevento, sarà facile il conoscere ciò ch'era rimaso a' Greci nella antica Calabria e ne' Bruzj e quanto si estendesse il Ducato napoletano e l'altro di Gaeta, che pur sotto la loro dominazione per lungo tempo rimase. Nella Calabria antica ritenevano i Greci in questi tempi, dopo aver perduto Taranto e Brindisi, solamente le città di Gallipoli e d'Otranto; ma nei Bruzj ritennero, oltre a Reggio, molte altre città, Gerace, Santa Severina, Cotrone, ed altre terre di quella regione. Rimasero ad essi ancora Amantea, Agropoli, ed il Promontorio, che oggi diciamo Capo della Licosa. Tutti questi luoghi ancorchè avessero Magistrati particolari, da' quali venivano immediatamente governati, furono in questi tempi interamente attribuiti al governo del Patrizio di Sicilia, poichè prima solamente i Bruzj del Mediterraneo, o Mare inferiore di qua del Faro andavano colla Sicilia, come vicinissimi: imperocchè gli antichi Calabri del Mare superiore, che diciamo oggi Adriatico, siccome ancora Napoli ed Amalfi, non eran di quel Tema, ma come disse l'istesso Porfirogenito nel libro 2 de' suoi Temi, al Tema di Longobardia s'appartenevano; ma da poi avendo i Greci perduto Taranto e Brindisi, e (toltone Gallipoli ed Otranto) tutte le altre terre della Calabria antica; le città ch'essi ritennero in questa provincia, con quelle che loro rimasero ne' Bruzj, ed in quella parte della Lucania antica, che oggi chiamiamo Calabria citra, e nel Ducato napoletano, furono pure al Tema di Sicilia attribuite[376], insieme con Gaeta; onde il Patrizio destinato al governo di quello avea, come dice Porfirogenito, anche la soprantendenza della Calabria, di Napoli e d'Amalfi; il che quantunque sembri strano per Amalfi e per Napoli, di Gaeta però non può dubitarsene, costando ciò dall'Epistole d'Adriano R. P. il quale, avendogli Carlo M. ceduta Gaeta, che poco prima avea tolta a' Greci, ed avendo Arechi proccurato che si restituisse a' medesimi, scrivendo egli a Carlo M., si lagna de' Longobardi beneventani, chiamandogli nefandissimi, perchè confederati col Patrizio di Sicilia avean sottratta dal suo dominio quella città, e sottopostala a quel Patrizio, che risedeva allora in Gaeta[377]. Nè l'accuratissimo Pellegrino potè negare, rapportando questo luogo d'Adriano, che al Patrizio di Sicilia, ed al suo governo s'appartenevano in questi tempi, oltre di quell'isola, molte altre città ancora di qua del Faro, delle quali avea la soprantendenza. Anzi di Napoli pur si narra, ch'essendo per la morte d'Antimio, che succedè a Teofilo nel Ducato napoletano, surta lite intorno all'elezione del nuovo Duca; essendosi i Napoletani divisi in fazioni, bisognò per sedarla ricorrere, non già all'Esarca di Ravenna, come faceasi prima, ma per esser quello mancato al Patrizio di Sicilia, il quale per quietare que' romori vi mandò Teoclisto per lor Duca; ma ben tosto costui ne fu levato dall'Imperadore, poichè pervenute le notizie in Costantinopoli di queste contese, subito fu mandato per Duca Teodoro Protospatario, al quale bisognò che Teoclisto cedesse il luogo. Donde ricava il Capaccio, o qual altro si fosse l'Autore dell'Istoria di Napoli, che i nostri Duchi o solevan mandarsi da Costantinopoli a dirittura, o eleggersi da Napoletani ed aspettare dall'Imperadore la confirma dell'elezione da essi fatta: ciò che Camillo Pellegrino ha troppo ben chiaramente dimostrato.

Da questa soprantendenza, che in questi tempi vediamo nella persona del Patrizio di Sicilia sopra queste regioni di qua del Faro, credo io, se in cose cotanto oscure sia lecito oltre avanzare le conghietture, che sia poi derivato presso a' nostri Principi Normanni e Svevi il costume di chiamar questa parte di qua del Faro anche col nome di Sicilia; onde poi i romani Pontefici, per maggior distinzione, avessero chiamato questo Regno Sicilia citra, e l'altro Sicilia oltre il Faro. Certamente sin da' tempi de' Normanni questo nome di Sicilia fu comune ad ambedue questi Regni; e se non vi è errore in quella carta rapportata dall'Ughello[378] di Rogiero Normanno, che fu fatta nell'anno del Mondo 6623, cioè intorno l'anno di Cristo 1115 ed istromentata in idioma greco a favor della chiesa di Santa Severina in Calabria, si vede che sin da que' tempi fu usato il nome di Sicilia citra farum, siccome sono le parole di quella, chiamandosi Rogiero Comes Calabriae, et Siciliae citra farum. Ciò che poi seguitarono i nostri Re normanni, e comunemente i Svevi, vedendosi che presso que' Re sotto il nome del Regno di Sicilia non men quella isola che questo nostro Reame era compreso: di che altrove se ne avrà un più lungo discorso.

Nè qui è da tralasciare un'altra forte conghiettura dell'accuratissimo Pellegrino, che suspica quindi esser nata la mutazione, e 'l trasferimento de' nomi di queste due province, cioè che quella che, secondo l'antica distribuzione, era chiamata il Bruzio e parte della Lucania, fossesi da poi appellata Calabria; ed all'incontro l'antica, perdendo il suo nome vetusto, prima Longobardia o Puglia e da poi Terra d'Otranto e Terra di Bari fosse stata chiamata; poichè come abbiamo detto, i Greci prima della venuta di Costanzo Imperadore in Benevento, ritenendo la Sicilia ed i prossimi Bruzj, ed estendendosi la lor dominazione oltre Cosenza in tutti que' lidi insino ad Agropoli e nelle città marittime della Campagna, in Amalfi, Sorrento, Stabia, Napoli, Cuma insino a Gaeta da questa parte del Mare inferiore; e dall'altra parte del Mare superiore ritenendo quasi che tutta la Calabria antica e le città marittime della medesima, Taranto, Brindisi, Otranto e Gallipoli insino a Bari; tutti questi luoghi in due Temi gli descrissero ed in due province furono divisi. La I fu la Sicilia ed i vicini Bruzj. La II comprendeva tutti gli altri luoghi ancorchè molto disgiunti e fra lor divisi, che sotto il nome di Calabria antica e da poi di Longobardia, che allora era la più ricca e distesa provincia da essi posseduta, eran designati. Ma rotto Costanzo da Grimoaldo, e fugato il suo esercito, portò questa sconfitta, come si vede, quasi che l'intera rovina de' Greci in quella provincia, poichè toltone Gallipoli ed Otranto, tutte le città della Calabria così mediterranee, come marittime furono da Romualdo Duca di Benevento occupate, ed al suo Ducato stabilmente aggiunte. Quindi avvenne, che gli Imperadori che a Costanzo succederono, secondo il solito fasto de' Greci, perchè non apparisser diminute o minori le province del loro Imperio, e perchè non interamente erasi perduta l'antica Calabria, restando loro Otranto e Gallipoli, ritennero sì bene l'istesso nome, ma lo trasportarono ne' vicini Bruzj. E poichè la sede de' Pretori di questa provincia era stata dai Greci costituita in Taranto, essendo questa città passata in mano de' Longobardi beneventani, bisognò trasferirla altrove, ed in parte ove la lor dominazione era più ampia, onde tra' Bruzj in Reggio fu quella traslatata; e quindi, ritenendosi l'istesso nome di Calabria, ed essendosi Reggio costituita sede del primo Magistrato che governava quella provincia, si fece che anche il Bruzio acquistasse il nome di Calabria, che poi parimente s'estese nelle parti della Lucania, onde bisognò ne tempi seguenti dividerla in due province, che furon dette di Calabria citra ed ultra; ed in cotal guisa da' Greci fu il Bruzio chiamato Calabria. I Longobardi, come suole accader tra' vicini, al loro esempio, que' luoghi mediterranei che nel Bruzio possedevano, chiamarono anche Calabria, ed i luoghi che da Taranto insino a Brindisi essi avevan tolti a' Greci della antica Calabria, non più con questo nome, ma di Puglia l'appellarono, come adiacenti alla antica Puglia ch'essi già possedevano: ed i Greci all'incontro ciò ch'essi aveano perduto nella Calabria antica nel Mar superiore, e che in mano de' Longobardi era passato, non più Calabria ma Longobardia chiamarono: ed ecco come si perdè affatto il nome antico di quella provincia e come ad un'altra fosse stato trasferito.

Tale era in questi tempi la distribuzione e politia, che i Greci ne' luoghi che eran lor rimasi in queste province, praticavano. Ma quale fosse in questa età lo stato del Ducato napoletano e sin dove stendesse i suoi confini, e come avesse potuto contrastare per la libertà co' Beneventani, è di bene che qui partitamente se ne ragioni.

Era il Ducato napoletano dopo Teodoro, del quale si fece memoria, e dopo Sergio, Crispano, Giovanni, Esilarato e Pietro, che successivamente l'aveano governato, passato in questi tempi sotto l'amministrazione di Stefano Duca e Console, quegli, che come si disse nel precedente libro, morta sua moglie, fu anche da' Napoletani eletto e da Stefano III confermato Vescovo di Napoli, il quale per questa nuova e differente dignità non depose la cura e governo del Ducato, ma solo per conforto e sostegno della sua vecchiaia proccurò dall'Imperador Costantino figliuolo di Irene, che allora imperava nell'Oriente, che gli fosse dato collega e successore Cesario suo figliuolo, come l'ottenne; ma non potè, siccome l'ebbe per collega, averlo per successore, perchè toltogli nel più bel fiore degli anni da immatura morte, lo rendè padre infelice al Mondo; nè mancò per rimostranza del suo dolore erigergli un tumulo, ove in versi acrostici, ne' quali in que' tempi era riposto tutto l'acume e perizia dei Poeti, pianse la sua sciagura, ed innalzò le lodi ed i pregi del suo diletto figliuolo. Vedevasi prima la lapide di questo tumulo nel cimiterio di S. Gennaro fuori le mura di questa città; ed ora non già è dispersa, come credette il novello Scrittore dell'Istoria Latina di Napoli, ma per caso incerto si ritrova trasferita in Salerno, e propio nella chiesa de' minori Conventuali; e se non avea egli mai letto il Chioccarelli[379], Camillo Pellegrino e 'l Mazza, che lo rapportano, poteva egli vederla co' propri occhi in Salerno, da Sorrento non molto lontana.

Sotto il Governo di Stefano, i confini di questo Ducato si stendevano verso Occidente insino a Cuma: l'isole Enaria, che oggi diciamo Ischia, Nisita e Procida con gli altri luoghi marittimi di quel contorno, Pozzuoli, Baja, Miseno e le favolose foci della palude Stige col lago d'Averno e' Campi Elisi, eran compresi nel suo dominio. Abbracciava ancora verso Mezzogiorno le città marittime di quella riviera, Stabia, che ora diciamo Castellamare, Sorrento ed Amalfi ancora coll'isola di Capri.

Amalfi non pure in questi tempi d'Arechi, ma insino a' tempi di Sicardo Principe di Benevento era con Sorrento ancor nel Ducato napoletano compresa. Non ancora erasi dal medesimo staccata, come fu da poi che facendo un Ducato a parte, stese i suoi confini tanto, che ne divenne uno Stato il più florido e potente che vi fosse in queste contrade, essendosi i lor cittadini renduti per la nautica i più famosi e rinomati presso a tutte le Nazioni dell'Oriente, come ci tornerà più opportuna occasione di favellarne altrove. Insino ad ora e per molti anni appresso, se non vogliamo andar dietro le frasche, pascendoci di vento, è chiaro essere stata Amalfi al Ducato napoletano unita, ed a' Duchi di Napoli sottoposta; poichè uno de' sforzi e degli attentati che praticò Arechi sopra il Ducato napoletano, fu l'impresa che mosse contro gli Amalfitani, che con potente armata cinse di stretto assedio, incendiando tutti i luoghi aperti posti nel Contorno d'Amalfi; e se non fossero accorsi i Napoletani a difender quella città, ch'era del lor Ducato, e con incredibile valore non avessero fugati e dispersi i Beneventani, che parte presero in battaglia e moltissimi n'uccisero, certamente gli Amalfitani sarebbero stati vinti e soggiogati da Arechi. Adriano, che mal sofferiva queste intraprese de' Longobardi beneventani sopra i Greci, ne diè del successo distinti ragguagli a Carlo M., e si legge oggi il giorno questa sua epistola[380], nella quale apertamente chiama gli Amalfitani del Ducato napoletano, e che perciò i Napoletani accorsero in loro ajuto.

Ne' tempi di Sicardo Principe di Benevento, Amalfi non altrimente che Sorrento era al Ducato napoletano sottoposta, come è manifesto dal Capitolare di questo Principe impresso fra gli altri monumenti de' nostri Principi longobardi da Camillo Pellegrino, ove Sicardo promette al Duca di Napoli di voler osservare quelle capitolazioni, che dopo una fiera guerra stabilirono, così per Napoli, come per le città sue, cioè per Sorrento, Amalfi e per tutti gli altri castelli, che erano al Duca di Napoli soggetti. E presso Erchemperto[381] pur si legge, che il Duca di Napoli mandò gli Amalfitani a combattere contro i Longobardi capuani per far cosa grata al Principe di Salerno, con cui erasi confederato contro i Capuani. L'anonimo Salernitano nell'istoria non ancora impressa, in più luoghi ciò passa per indubitato, anzi dice che gli Amalfitani avevano i Conti annali, che ogni anno eran preposti al governo della città, ed a' Duchi di Napoli eran sottoposti, come ne rende a noi anche testimonianza l'accuratissimo Pellegrino. Egli è però certo, che da poi Sorrento passò sotto la dominazione de' Longobardi, perchè leggiamo, che Landulfo creò un suo figliuolo Duca di questa città[382].

Ma verso Oriente e Settentrione sin dove il Ducato napoletano stendesse i suoi confini, non avremo molto da dilungarci; poichè non potè da questa parte il Ducato stendere più oltre ne' luoghi mediterranei i suoi confini, come già tutti occupati da' Beneventani; e Capua ch'era in loro potere restringeva molto i suoi termini per questo lato, siccome dall'altra parte Nola, Sarno, e Salerno erano altresì da costoro dominati Potè solo ritenere quelle campagne ed alcuni luoghi d'intorno, che dal presidio della città e dal valore delle loro armi poterono esser difesi. Solamente Nocera, che ora diciamo de' Pagani, città mediterranea si mantenne sotto il Ducato napoletano, tanto che nell'anno 839 Radelchisio Principe di Benevento avendo mandato in esilio Dauferio, questi in Nocera andossene, utpote Urbi tunc Juris Ducatus Napolitani, come dice il Pellegrino[383]: non altrimente che i Romani, i quali esiliati soddisfacevano all'imposta pena con portarsi in Napoli e nell'altre città federate. Le città marittime di questa contrada erano sostenute, perchè difese dal mare, ed erano per ragion de' loro siti inaccessibili a' Longobardi, che d'armate navali eran privi, donde avvenne che i maggiori conquisti gli facessero sopra le città mediterranee.

Ritenne ancora questo Ducato una politia consimile a quella di Benevento, poichè le città del medesimo ebbero i loro particolari Rettori, da' quali immediatamente venivano amministrate, che pure si dissero Conti, ed a' Duchi di Napoli eran subordinati: d'Amalfi lo scrisse l'Anonimo Salernitano; del Conte di Miseno ne rende a noi certa testimonianza S. Gregorio M., il quale in una epistola[384] fa memoria di questo Conte: di Sorrento, Stabia, Cuma e degli altri luoghi, ancorchè presso gli Autori non se ne incontri alcun vestigio, egli è però da credere, che da simili Magistrati fossero stati anche governati. Certamente dal Duca di Napoli fu istituito il Conte d'Aversa ne' tempi de' Normanni, perchè i Normanni, fondarono questa città. Ma questi Conti non eran Feudatarj, come nel Ducato beneventano; erano semplici Ufficiali ed a certo tempo, perchè i Greci non conobbero Feudi; onde nacque che la provincia della Calabria e 'l Bruzio, come Napoli, conobbero più tardi, che quelle che componevano il Ducato beneventano, i Feudi. Ma con quali leggi Napoli col suo Ducato, e le altre città che ubbidivano agl'Imperadori d'Oriente si reggessero in questi tempi, se per quelle di Giustiniano, le cui Pandette si ritrovarono poi in Amalfi ovvero per le leggi degli altri Imperadori d'Oriente suoi successori, ci tornerà altrove più opportuna occasione di favellare, quando delle nuove compilazioni fatte dagl'Imperadori d'Oriente ad emulazione di Giustiniano dovremo far racconto.

Ecco lo stato, nel quale erano queste province, che oggi compongono il Regno di Napoli, quando Carlo Re di Francia, dopo aver vinti e debellati i Longobardi in Pavia e posto fra ceppi il Re Desiderio ultimo che fu di quella gente, assunse il titolo di Re d'Italia e de' Longobardi, onde per questa ragione pretendeva sopra il Ducato beneventano esercitar tutta quella sovranità, che gli altri Re longobardi suoi predecessori vi avevan ritenuta.

CAPITOLO III. Come Arechi mutasse il Ducato beneventano in Principato, e tentasse di sottraersi affatto dalla soggezione de' Franzesi.

Arechi, a cui Desiderio avea sposata Adelperga sua figliuola e creatolo Duca di Benevento, ciò che aveva egli sofferto con suo suocero e ciò che gli altri suoi predecessori usarono con gli Re longobardi, non volle sofferir con Carlo, e sdegnando di sottoporsi ai Principi stranieri ne scosse ogni giogo, e fidato nelle forze del suo Stato e negli animi de' suoi Longobardi da Duca, ch'egli era nomato, volle assumere il titolo di Principe, per mostrar con ciò più chiaramente i suoi sensi, ch'erano di voler essere libero, non ad altri sottoposto. Egli fu il primo, che Principe di Benevento si dicesse, e fu la prima volta che in queste nostre province s'introdusse questo titolo, di cui se si riguardi l'antichità è posteriore a quello di Duca, di Conte o di Marchese, ma se la sua dignità e prerogative, di gran lunga è superiore a tutti gli altri. L'Anonimo[385] Salernitano, se bene non favoloso, come a torto lo reputa il Baronio[386] in alcuni fatti, d'ingegno però e di dottrina puerile, narra ad Arechi, quando era in vita privata, essere avvenuto un prodigioso accidente, per cui fugli presagita questa nuova dignità di Principe, alla quale egli doveva essere innalzato: dice egli che mentre un giorno nella chiesa di S. Stefano, ch'era posta nell'antica Capua, s'erano col Duca Luitprando, che allora reggeva Benevento, radunati molti Baroni longobardi, i quali secondo la loro usanza eran tutti cinti di spada; tra gli altri fuvvi anche Arechi allora giovanetto, e postosi ciascuno a fare orazione cominciò Arechi in voce bassa a recitar il Miserere; e quando venne a quel versetto: Spiritu principali confirma me, sentì tutta tremar la sua spada, come se alcuno la agitasse: pien di spavento e di paura, dopo finita l'orazione, Arechi narrò a' suoi amici il successo. Allora proruppe uno di essi riputato il più saggio, e sì gli disse: Non sarai per uscire di questa instabil vita, per quanto io preveggo, avanti che il Signore non t'innalzi ad una principal dignità. Il che da poi, come soggiunge l'Anonimo, comprovò l'evento, poich'essendo mancato Luitprando, tutti gridarono Arechi Principe di Benevento, ed a dignità sì illustre l'innalzarono.

Ma si sollazzi chi vuole coll'Anonimo con queste ed altre simili puerilità, delle quali è ripiena la sua istoria, egli è costante presso Erchemperto[387], Ostiense[388] e presso tutte le cronache che abbiamo de' Duchi e de' Principi di Benevento, che Arechi fu il primo che appo noi titolo di Principe s'arrogasse. Non si contenne in questo solo, ma per dimostrar maggiormente il suo assoluto imperio volle d'insegne regali adornarsi: si coprì con clamide ed ammanto regale, strinse lo scettro e si cinse di corona il capo: e perchè nulla mancassegli di regia dignità, si fece anche ungere da' suoi Vescovi, siccome i Re di Francia e di Spagna facevano, ed in fine de' suoi diplomi ordinò che si notasse la data, nella quale erano stati spediti in questo modo: Dat. in Sacratissimo nostro Palatio. E siccome nelle solenni acclamazioni degl'Imperadori cristiani il costume era di ponere le loro immagini nelle chiese, nelle quali queste cerimonie solevan farsi, così anche Arechi fece collocare i suoi ritratti coronati nelle chiese del suo dominio, e con assoluto ed independente arbitrio cominciò a reggere queste province. S'arrogò anche il potere di far leggi, ed oggi giorno ancor leggiamo i suoi Capitolari, nei quali molti regolamenti stabilì: in alcuni capi conformandosi alle leggi longobarde, in altri derogando alle medesime; e ciò che i Re longobardi fecero in tutta Italia, volle praticar egli nel suo Principato.

Nel Codice cavense altre volte riferito, fra gli editti de' Re longobardi, se ne legge anche uno di questo Principe, che contiene diciassette capitoli. Il primo comincia: si quis homo, e l'ultimo finisce: si quis hominum. Camillo Pellegrino[389] lo trascrisse per intero nella sua istoria de' Principi longobardi, annotandovi in che quello si conforma, ed in ciò che differisca dalle leggi longobarde. L'esempio d'Arechi seguitarono da poi gli altri Principi suoi successori come Adelchi, Sicardo, Radelchiso ed altri, come si vede da' loro Capitulari impressi dal medesimo[390]: onde in queste nostre province alle leggi de' Re longobardi s'accrebbero quelle de' Principi di Benevento, per le quali venivano amministrate, e secondo le medesime i Giudici componevan le liti e amministravan giustizia. Il deliberar delle guerre, o delle leghe e delle paci, al Principe Arechi era riserbato, molte ne mosse a' Napoletani, moltissime ne sostenne co' Franzesi; fornir di Magistrati ed Ufficiali il suo Stato; tener cura della giustizia; coniar colla sola sua immagine le monete, e tutte le maggiori e più supreme regalie egli solo s'arrogò e ritenne: in breve tutta la cura dello Stato così nel politico, come nel militare con tutti i diritti di sovranità ad Arechi fu trasferita.

Carlo Re di Francia, il quale dopo aver nell'anno 781 dichiarato Pipino suo figliuolo per Re d'Italia, in altre imprese era intrigato, avendo inteso che Arechi avea scosso il giogo, e che arrogatesi tutte le regali insegne come Sovrano dominava Benevento, stimolato anche da Adriano P. R. al quale queste intraprese de' Beneventani erano pur troppo sospette, ritornò nell'anno 786 con potente armata in Italia; e da poi nel mese d'Aprile dell'anno seguente 787, scorrendo sopra il Principato di Benevento, minacciava anche quella città di stretto assedio. Ritrovavasi in questo anno 787 Arechi anche egli intrigato in una guerra, che sopra i campi Nolani aveva mossa a' Napoletani, onde intesa la venuta di Carlo, il quale con formidabile esercito devastava i suoi Stati, conchiuse tosto la pace co' Napoletani, per sospetto che questi non s'unissero co' Franzesi, e concedè loro alcune sovvenzioni, ovvero, Diaria, come le chiama Erchemperto[391] nella Liburia e Cemiterio, campi che sono intorno Nola fertilissimi e di frumenti e di vini.

Giunto per tanto sopra Benevento l'esercito franzese Arechi prima gli fece valida ed ostinata resistenza, ma non potendo bastare le sue forze ad innumerabile oste, che a guisa di locuste dalle radici rodeva ciò, che paravasi innanzi, munito, come potè meglio, con forti ripari Benevento, ritirossi in Salerno; e fu allora che questo Principe di torri eccelse e mura fortissime cingesse questa città, e che pensassero i nostri Longobardi a fortificarsi nelle città marittime per trovare scampo dall'irruzione de' Franzesi, da' quali non stavano sicuri nelle mediterranee, siccome in quelle di mare, per non avere i Franzesi allora armate marittime, per le quali l'avessero potuto assalire: reso accorto ancora dall'esempio di Desiderio, che per non aver avuto un simile scampo, restò miseramente in Pavia prigione. L'esercito di Carlo intanto devastava il paese è giunto insino a Capua scorreva da pertutto, inferendo danni gravissimi alle campagne ed ai Capuani sopra ogni altro. Allora Arechi posponendo l'amore de' suoi proprj figliuoli alla salute de' suoi sudditi, mandò molti Vescovi beneventani ad incontrar Carlo, ed offerendogli per ostaggi Grimoaldo e Adelghisa suoi figliuoli, gli fece da' medesimi dimandar la pace. Sono pur troppo graziosi, e perciò da non tralasciarsi i colloqui, che l'anonimo Salernitano[392] fa passare tra Carlo e questi Vescovi, i quali rinfacciati dal Re com'essi ardivano comparirgli davanti, dopo aver unto e posta la Corona sul capo d'Arechi lor Principe, non gli seppero dar altra risposta, se non che pieni di paura si prostrorono colla faccia per terra avanti i suoi piedi: il pietoso Re, deposta ogni collera, umanamente trattògli, facendogli alzare e da poi ch'essi furono surti, disse loro: Io veggo i Pastori, ma senza le loro pecore: al che i Vescovi prendendo dall'umanità di Carlo pur troppa fiducia, non ebbero alcun ritegno di rispondere: Venne il Lupo, e ha disperso le pecore; il Re dimandò, qual fosse questo lupo, ed essi risposero: tu se' quegli. Finalmente dopo mille seccaggini lo pregarono, che contento degli ostaggi desse loro pace e risparmiasse la salute ad Arechi ed ai suoi Popoli: ma replicandogli Carlo ch'egli non poteva arrestarsi dal cominciato cammino, avendo giurato di non voler più vivere, se col suo scettro non fiaccava il petto ad Arechi. Allora un di loro chiamato Rodoperto Vescovo di Salerno, allegandogli in contrario l'esempio del giuramento d'Erode, lo consigliava a rompere il giuramento dato, del che il Re non ben pago chiese loro miglior consiglio; i Vescovi cercarono di deluderlo; poichè gli promisero di dargli in mano Arechi, purchè adempiuto il giuramento lo lasciasse regnare ne' suoi Stati. Mentre Carlo con desiderio era portato da' Vescovi di qua e di là perchè si adempiesse da loro la promessa, finalmente lo fecero entrare nella chiesa di S. Stefano, e quivi mostratagli una ben grande immagine d'Arechi, che era in un angolo della Chiesa, ecco Arechi, dissero, che tu cerchi. Allora il Re tutto pieno d'ira e di rabbia minacciò volergli mandare in esilio in Francia, se non attendevano ciò ch'avean promesso; ma i Vescovi tutti atterriti, prostrati di nuovo a terra cominciarono a dimandar misericordia e cercando con molti passi della Scrittura rattemperare il suo sdegno, narra l'Anonimo, che tanto efficacemente adoperaronsi, che in fine giunto il Re rabbioso sopra il ritratto d'Arechi, percotendolo fortemente collo scettro che teneva in mano, e dandogli più colpi nel petto e nel capo, ove era dipinta la corona e ridottolo in più pezzi, dicesse: Questo avverrà a colui, che sopra di se s'arroga ciò che non gli è lecito: e fatto questo, i Vescovi prostrati di nuovo gli chiesero per Arechi la pace. Carlo in fine, ad intercession di tanti gliela concedette. Creda chi vuole queste puerilità dell'Anonimo, egli è però costante appresso Erchemperto che Carlo non passò oltre di Capua, e quivi contento degli ostaggi fermò la pace con Arechi, e lasciogli il Ducato beneventano come lo reggeva. I patti furono, che Arechi s'obbligasse prestargli ogni anno certo tributo: che per ostaggi restassero in suo potere Grimoaldo e Adelghisa suoi figliuoli; e se gli consegnasse il suo tesoro: tutti gli furono accordati; e Carlo mandando un suo Gentiluomo in Salerno, ove Arechi dimorava, a firmargli, furono tosto eseguiti e consegnati al Re gli ostaggi col tesoro. Fece poi il Re ritorno in Francia e seco portonne Grimoaldo, ma Adelghisa fu per molte preghiere restituita in Salerno al suo genitore. E se ciò è vero, com'è verissimo, che Carlo M., non passasse oltre a Capua, e quindi ritornato in Francia, non facesse più ritorno in queste nostre parti, non so dove s'abbia Scipion Mazzella trovato, che Carlo, siccome fece in Parigi ed in Bologna, avesse in Salerno nell'anno 802 istituito quel Collegio, quando questa città non passò mai sotto la sua dominazione, ma fu sempre il sicuro ricovero de' Principi beneventani nelle tante guerre ch'ebbero da poi con Pipino, lasciato dal padre Re d'Italia.

Ma non così tosto il Re Carlo da Capua fu dilungato ed in Francia restituito, che Arechi, poco curandosi de' pegni dati, cominciò a trattar leghe con Costantino figliuolo d'Irene Imperadore d'Oriente, e fra di loro erano già venuti ad una stretta confederazione contro di lui; poichè Arechi aveva mandato suoi Ambasciadori in Costantinopoli cercando ajuto da Costantino, ed insieme l'onore del Patriziato; e ciò che più importava cercogli ancora il Ducato napoletano con tutti i luoghi appartenenti al medesimo, e che con valide forze gli mandasse Adalghiso suo cognato figliuolo del Re Desiderio, che come si disse erasi ricovrato in Costantinopoli, da poi che suo padre fu fatto prigione da Carlo; promettendogli egli all'incontro di voler sottoporsi, ciò che non voleva far con Carlo, al suo imperio, e di vivere all'usanza de' Greci, così nella tonsura come nelle vesti[393].

In effetto Costantino, abbracciando il partito, mandò subito due suoi Legati in Napoli perchè lo creassero Patrizio, i quali gli recarono le vesti intessute d'oro, la spada, il pettine e le forbici, perchè di quelle Arechi si coprisse e si tosasse, come aveva promesso: nè altro da lui richiese, se non che gli si dasse per ostaggio Romualdo altro figliulo d'Arechi. Giunti gli Ambasciadori in Napoli furono da' Napoletani ricevuti con solenne apparato, cum Bandis, et Signis, dice Adriano[394]; ma furono guasti tutti questi disegni per due intempestive morti. Morì, mentre queste cose trattavansi, nel mese di luglio di quest'anno 787 Romualdo promesso all'Imperadore per ostaggio, la cui morte immatura accelerò quella dell'infelice padre, e non a bastanza pianto da' Beneventani; il loro Vescovo Davide al suo tumulo erettogli, scolpì que' versi, che vengono rapportati da Camillo Pellegrino[395] ne' tumuli de' Principi longobardi. Poco da poi fu seguita questa morte da quella d'Arechi suo padre, il quale dopo aver regnato in Benevento trent'anni, nel seguente mese di Agosto di quest'istesso anno, fu tolto a' Beneventani in tempo, quando era più a loro necessario, lasciandogli in istato così deplorabile, che rimanendo senza chi li reggesse, furono, come diremo, da dura necessità costretti ricorrere alla benignità di Carlo, sottomettendosi a lui, con condizioni troppo dure e pesanti, purchè rimandasse loro Grimoaldo, ch'e' teneva in ostaggio. Lo piansero perciò i Beneventani amaramente, e gli eressero un maestoso tumulo nella loro città, ove Paolo Varnefrido, che dopo il suo esilio erasi quivi ricovrato, pianse ancor egli la loro sciagura, e lodò l'eccelse virtù di questo Principe in molti versi, che pur leggiamo presso Pellegrino. Ci restano ancora di questo Principe alcune leggi, che veder si possono ne' suoi Capitolari impressi dal medesimo Autore; fra le quali non dee passarsi sotto silenzio quella, per cui vietò le Monache di casa chiamate altramente Bizoche. Aveale nel suo Regno il Re Luitprando ammesse, anzi in una sua legge[396] commendava l'istituto. Ma Arechi avendo scoverto che sotto quel velame si contaminavano di mille laidezze e libidini, sotto gravi pene tolse l'abuso, ed ordinò che fossero chiuse dentro monasteri. Fu Arechi un Principe assai magnanimo e generoso, ed in lui di pari gareggiavano la pietà, la giustizia, la fortezza e tutte le altre virtù. Egli con somma magnificenza ridusse a fine in Benevento il tempio di S. Sofia da Gisulfo incominciato. Eresse due superbi palagi, uno in Benevento, l'altro in Salerno, cingendo questa città d'alte torri, e ben forti mura. Fu amante delle lettere, e careggiò molto i Letterati di que' tempi avendogli in somma stima ed onore. Accolse con molti rispettosi segni Paolo Varnefrido, quando fuggito da Tremiti, ove da Carlo M. era stato esiliato, ricovrossi in Benevento: lo ricevè benignamente, e l'ebbe tra' più cari e fedeli suoi amici; onde Paolo in segno della sua gratitudine compose quell'elogio che fece scolpire nel suo tumulo.

CAPITOLO IV. Di Grimoaldo II Principe di Benevento, e delle guerre sostenute da lui con Pipino Re d'Italia.

I Beneventani, morto Arechi, mandarono Ambasciadori al Re Carlo a dimandargli con molta sommissione e preghiere Grimoaldo, i quali giunsero in tempo, quando non erano stati ancora scoverti al Re i trattati, che Arechi avea avuti con Costantino Imperador d'Oriente, de' quali non, se non dopo un'anno, ne fu avvisato dal Pontefice Adriano, che gli aveva scoperti per mezzo d'un Prete capuano chiamato Gregorio[397], per la qual cosa poterono con minore difficoltà tirare il Re ad assentire alle loro dimande, concedendo Grimoaldo per loro Principe, ma innanzi che partisse volle legarlo con questi patti: Ch'egli facesse radere a' suoi Longobardi le barbe: che nelle scritture e nelle monete prima si ponesse il suo nome e da poi quello di Grimoaldo: e che da' fondamenti facesse abbattere le mura di Salerno, d'Acerenza e di Consa.

(Queste parole della pace tra Carlo M. e Grimoaldo II Principe di Benevento sono conformi a ciò che scrisse Erchemperto in Chronico: Chartas quoque nummosque nominis sui caracteribus superscribi jusserat..... in suis Aureis ejus nomen aliquandiu figurari placuit. Questo articolo di pace ricevè maggior fermezza e lume, e nell'istesso tempo spiega nettamente quella moneta d'oro di Carlo M., rapportata da Mr. Le Blanc, che diede a più d'uno de' nostri Antiquari gran travaglio, per intenderne le iscrizioni, poichè portando da una parte il nome di Carlo M., e dall'altra quello di Grimoaldo, credendo, che si volesse dinotare Grimoaldo Re de' Longobardi, ed i tempi non concordando, si videro in maggiori inviluppi. Queste monete si coniarono così, in esecuzione di questa pace; ed il nome di Grimoaldo dinota questo Principe di Benevento, e non già Re alcuno di Longobardi. Nel Museo Cesareo di Vienna fra le altre monete d'oro, che conserva, si vede ancor questa di indubitata fede ed antichità).

Moneta
Moneta

Assai maggiori condizioni e più dure avrebbe potuto il Re esigere da Grimoaldo, essendo in suo potere. Ma questi tornato in Benevento, e ricevuto con infinito giubilo da' Beneventani, per qualche tempo fece correre le monete e le scritture col nome di Carlo, mostrandosi, per assicurarlo maggiormente delle sue promesse, in questi rincontri voler da lui dipendere, se bene della demolizione di quelle Piazze non se ne parlasse: anzi Grimoaldo per togliere ogni sospetto che mai potesse aversi di lui, da poi che Carlo scoprì i trattati d'Arechi suo padre, avendo già l'Imperador Costantino mandato nell'anno 788 in Sicilia Adalgiso con alquante truppe, perchè passato in Calabria, coll'aiuto de' Beneventani si facesse gridar Re d'Italia, crucciato ancora l'Imperador greco con Carlo, il quale avendogli promessa una sua figliuola per moglie, mutato consiglio, gliel'aveva poi niegata: Grimoaldo non solo non volle concorrere co' disegni di Adalgiso suo zio, ma avvisando Pipino di queste intraprese, pensò meglio unirsi con lui e con Ildebrando Duca di Spoleto mandato da Pipino, e fu allora che l'infelice Adalgiso, dopo essere sbarcato con molti Greci in Calabria, pugnando valorosamente, fugato e vinto il suo esercito, restasse fra le spoglie preda dell'inimico, che postolo ne' tormenti, lo fece spietatamente con morte crudele spirare l'anima, come narra il Sigonio[398]. Ma il continuator d'Aimoino[399], Maimburg[400] e coloro, che han letto in greco Teofane, scrivono, che colui che fu fatto morire ne' tormenti non fu Adalgiso, ma Giovanni Generale dell'armata dei Greci; poichè questo miserabile Principe salvossi dalla battaglia, e ritornò con poco seguito a Costantinopoli dove invecchiò; e cedendo finalmente alla sua fortuna non meno che il padre, passò ivi quietamente il resto della sua vita nella dignità di Patrizio; com'è il solito destino de' Principi spogliati, de' quali coloro a cui hanno ricorso, si contentano per ordinario di compatir la disgrazia, conservando loro un vano titolo di ciocchè sono stati, senza che ardiscano o che possano o, quando il potessero, che vogliano intraprendere di ristabilirli, abbracciando altri interessi, che stimano esser loro più considerabili e profittevoli.

Grimoaldo intanto se bene per togliere ogni sospetto a Pipino ed a Carlo suo padre, posposta ogni ragion di sangue e di natura, fossesi in cotal guisa portato, non depose però dal suo cuore gl'istessi sentimenti del padre, e di volgere tutti i suoi pensieri come potesse giungere a reggere il Principato di Benevento con autorità assoluta ed independente; non pensava più alla demolizione di Salerno, d'Acerenza e di Consa secondo le capitolazioni stabilite con Carlo, e pian piano nelle monete e nelle scritture faceva tralasciare il nome di Carlo; e per aversi sposata Vanzia nipote dell'Imperador greco dava di se maggiori sospetti. Si venne perciò a nuova guerra co' Franzesi, e tanto più ostinata, quanto che Carlo distratto altrove, Pipino giovane spiritoso ed ardente, essendo egli rimaso in Pavia Re d'Italia, non poteva soffrire in conto alcuno quest'imperio assoluto, che Grimoaldo s'arrogava del Principato di Benevento: non passarono perciò molti anni, che Pipino nel 793 gli mosse incontro innumerabile oste de' suoi Franzesi, che di ogni intorno lo cingevano e gli minacciavano guerre crudeli. Pensò allora Grimoaldo di placarlo con rimovere ogni ombra di sospetto, che si potesse avere della sua persona per cagione d'aversi poco prima sposata Vanzia. Ripudiolla come sterile, e con inaudita inumanità la fece per forza condurre in Grecia alle proprie case. Ma niente giovarono a Grimoaldo queste simulazioni ed astuzie, poichè Carlo, oltre di aver comandato a Pipino di combatterlo, gli avea anche in suo soccorso mandato Lodovico suo fratello, che dall'Aquitania, ove era, si condusse in Italia, ed unite le loro milizie furono sopra il Principato di Benevento: fu per più anni guerreggiato ferocemente, e narra Erchemperto[401], che sebbene Carlo co' suoi figliuoli, che aveva già costituiti Re, e con immensi eserciti avesse proccurato impiegar le sue più valide forze per soggiogar Grimoaldo e' suoi Longobardi beneventani, non per tutto ciò sotto questo valoroso Principe potè porre in effetto i suoi disegni; anzi sovente attaccatasi ne' suoi eserciti la peste, bisognò che pien di scorno se ne ritornasse. Solamente dopo il corso di sette anni, e dopo tante fiere ed ostinate contese gli riuscì negli anni 800 ed 801 prender Chieti in Abruzzo con alcuni luoghi d'intorno; e se bene nel seguente anno prendesse ancor Lucera in Puglia fu questa ben tosto da Grimoaldo ricuperata, e vi fece prigione anche Guinichiso, Duca di Spoleto, con tutto il presidio, che qui Pipino per guardia di quelle città aveva lasciato. In breve in tutto quel tempo che Pipino regnò in Pavia, e Grimoaldo in Benevento, narra Erchemperto[402], che fra essi non fuvvi un sol momento di pace; imperocchè erano questi due Principi amendue giovani, ed alle guerre propensi, ciascuno impegnato con tutte le forze che aveano a sostener il proprio punto. Pipino per vedersi cinto di tanti prodi e valorosi Capitani e d'eserciti poderosissimi: Grimoaldo sostenuto con forze pari da' suoi più grandi Baroni, e per le molte città, ch'e' s'aveva pure munite e presidiate, deludeva gli sforzi dell'inimico, e per più dispregio mostrava far poco conto de' suoi eserciti. Soleva spesso Pipino mandar Legati a Grimoaldo con queste ambasciate: Volo quidem, et ita potenter disponere conor, ut sicuti Arichis genitor illius subjectus fuit quondam Desiderio Regi Italiae ita sit mihi et Grimoalt. A quali proposte riponeva in contrario Grimoaldo questi versi.

Liber, et ingenuus sum natus utroque parente. Semper ero liber, credo, tuente Deo.

In cotal guisa Grimoaldo finchè regnò in Benevento ripresse l'ardire e le forze de' Franzesi. Morì questo invitto Principe nell'anno 806 senza lasciar di se prole maschile, poichè Gotofredo suo figliuolo, di cui nella chiesa di S. Sofia in Benevento si vede il tumulo, rapportato anche dal Pellegrino[403], premorì a lui. I Beneventani dopo averlo amaramente pianto, gli alzarono, non meno che ad Arechi, un magnifico tumulo, celebrando e scolpendo in quello le sue eccelse virtù e famose gesta. Fu non meno co' Franzesi che co' Greci sempre vittorioso, ed i versi posti nel suo tumulo[404] dimostrano ancora il suo valore contra i Franzesi, i quali non poterono darsi vanto di averlo soggiogato giammai.

Pertulit adversas Francorum saepe phalangas, Salvavit Patriam sed, Benevente, tuam: Sed quid plura feram? Gallorum fortia Regna Non valuere hujus subdere colla sibi.

CAPITOLO V. Carlo M. da Patrizio diviene Imperador romano: sua elezione, e qual parte v'ebbe Lione III romano Pontefice.

Mentre che i Franzesi sotto Pipino con tanta ferocia ed ardire guerreggiavan co' Beneventani sotto Grimoaldo, Carlo M., dopo aver debellati i Sassoni, e scorsi molti luoghi del vasto Imperio, fermossi finalmente nell'anno 795 in Aquisgrana, della qual città per l'amenità del sito e de' suoi luoghi cotanto si compiacque, che di un nobilissimo tempio adornolla: quivi trovandosi, gli fu recata novella della morte di Adriano accaduta in Roma l'anno 796. Fu da Carlo inconsolabilmente pianto, e fu tanto il dolore che n'ebbe, che volle anche manifestarlo per un elogio da lui medesimo composto, che fece porre al suo sepolcro. Intese ancora poco da poi, che il Popolo e Clero romano aveva in suo luogo eletto Lione Prete Cardinale, che Lione III, fu detto: da costui gli fu data parte della sua elezione per suoi Ambasciadori, dimostrandogli ancora la sua mente, ch'era, seguitando i vestigi de' suoi predecessori, di non voler riconoscere altro che lui per protettor suo e della Chiesa; di vantaggio come Patrizio, ch'egli era di Roma, gli mandò lo stendardo della città con molti altri doni, pregandolo nel medesimo tempo di mandare un dei Signori della sua Corte per ricevere da parte sua il giuramento di fedeltà, che gli presterebbe il Popolo romano[405], il quale da lungo tempo aveva cominciato a scuotere il giogo de' Greci, e voleva già assolutamente liberarsene. Carlo accettò li donativi e l'omaggio che gli rendeva la prima città del Mondo, e scelse il suo genero Anghilberto, per ricevere il giuramento de' Romani, che lo riconobbero per loro Signore: ed in fatti, per questi trattati avuti da Lione con Carlo, il Patriziato mutossi in dominio, e da questo tempo fu, ch'egli esercitò in Roma il diritto di Sovrano, rendendovi giustizia per suoi Commissari e per se stesso, come fu avvertito saviamente da Pietro di Marca[406]: ed oltre a ciò, usando della sua regal munificenza e generosità, mandò al Papa per Anghilberto una gran parte di que' tesori immensi, ch'egli avea guadagnati nella guerra contra gli Unni, da lui poco prima felicemente terminata per la conquista della Pannonia: ed in tutti i rincontri che gli s'offerirono, emulo di Pipino suo padre, pose tutto il suo studio ad ajutarlo nelle persecuzioni che sofferse, e di proteggere ed innalzar quanto più potè la Chiesa romana, come aveva fatto con Adriano suo predecessore, poichè avendosi Lione inimicati Pascale e Compolo nipoti d'Adriano e molti principali Signori di quel partito, che mal sofferivano, che il nuovo Pontefice innovasse molte cose fatte da Adriano, costoro oltre d'averlo accusato e fatto reo di molti e scellerati delitti, non potendone mostrar poi documenti per provargli; un giorno mentr'era in una pubblica e sacra funzione tutto inteso, gli corsero sopra, e presolo gli diedero più colpi mortalissimi, lo strascinarono per le strade, e si sforzarono di cavargli gli occhi e di troncargli la lingua; ma riparatosi come potè meglio, fu dopo molte ferite, tutto bruttato di sangue, chiuso nel monastero di S. Gerasimo in una stretta prigione; ma liberato da poi da' suoi parteggiani, ed accorso in suo ajuto Guinigiso Duca di Spoleto, questi dopo averlo condotto in Spoleto, lo mandò in Francia a Carlo insieme con molti Vescovi ed altri Nobili, che vollero seguirlo nel viaggio. Fu ricevuto da Carlo in Paterbona con uguale stima, che fu da Pipino suo padre ricevuto Stefano, trattandolo con infinito onore e somma magnificenza, ove Lione ebbe campo di mostrare la sua innocenza, ciò che a torto aveva sofferto, ed in che falsamente era stato da' suoi nemici accusato.

Ma nell'istesso tempo i suoi congiurati in Roma, per l'assenza del Pontefice fatti più altieri, non mancarono di opporsi a' sforzi di Lione: essi mandarono a Carlo molte accuse, per le quali mostravano Lione reo di molti e gravi delitti. Parve al Re rimandarlo in Roma accompagnato magnificamente, per doversi ivi conoscere giuridicamente i meriti di questa causa, e lo fece accompagnare da dieci Commissari, due Arcivescovi, cinque Vescovi e tre Conti e molti Franzesi, per conoscere di questo negozio. Fu ricevuto il Papa in Roma con solenne applauso e molta pompa; e venendosi all'esame de' carichi che gli eran dati da Pascale e Campolo e da' loro complici, per iscusar l'esecrando attentato da essi commesso nella sua persona; non provandosi niente de' delitti, de' quali veniva imputato, i Commissari di Carlo mandarono gli accusatori sotto buona guardia al Re. Erasi Carlo, dopo aver gloriosamente trionfato degli Unni, incamminato già verso Italia, invitato da Pipino, il quale mal poteva solo abbattere la alterigia di Grimoaldo, che il Principato di Benevento reggeva già con libero ed assoluto imperio: e giunto in Italia volle essere di persona in Roma per conoscer di questa causa, e render al Papa quella giustizia che egli dimandava.

Fu da Lione a' 24 novembre di questo anno 799, dal Clero e dal Popolo romano ricevuto Carlo con segni di venerazione e di stima, i maggiori che potevan mai praticarsi: e fatto questo Principe, dopo alquanti giorni del suo arrivo, raunare nella chiesa di S. Pietro gli Arcivescovi, Vescovi ed Abati e tutti i Signori romani e franzesi, assiso egli col Pontefice in questa grande Assemblea, fece esaminar questa causa e proccurò che si facesse esatta discussione de' delitti, de' quali era stato Lione accusato; ma non essendovi dall'una parte pruova alcuna, nè alcun testimonio che si presentasse per sostenere queste calunnie, e dall'altra protestandosi tutti i Prelati, non dover la Santa Sede ed il Papa esser giudicato da nessuno, e che toccava a lui stesso di giudicarsi; allora il Pontefice disse, che seguendo le vestigia de' suoi predecessori, egli era tutto pronto di giustificarsi nella medesima maniera, che coloro avevano fatto più d'una volta: perciò il giorno seguente, montando egli sopra la tribuna, tenendo in mano il libro de' santi Vangeli, nel cospetto di tutti, volle con solenne giuramento, come innocente purgarsi, altamente protestando e giurando se essere innocente di tutti i delitti impostigli da' suoi persecutori. Sopra di che tutta la chiesa rimbombò dell'acclamazioni di una sì augusta Assemblea, che ricevè questa protesta e giuramento del Papa come un Oracolo, che l'assicurava pienamente della sua innocenza. Così Lione essendosi giustificato appresso tutti, ciò ch'era la cosa che Carlo M. stimava più importante, fu rimesso ad un'altra Assemblea il giudicio di Pasquale e de' di lui complici.

Ma questo Pontefice riconoscendo da Carlo tanti beneficj, pensò più seriamente come potesse rendergline quella gratitudine che meritavano[407], e come in avvenire potesse la Chiesa romana star più che sicura della sua protezione e del suo aiuto, giacchè dagl'Imperadori d'Oriente non era più che sperarne, anzi molto da temerne. Allora fu, che si pose in opra il più bel ritrovato che mai si potesse uom immaginare, a fin di render questo Principe più tenuto che mai alla Sede appostolica; e che si proccurasse da poi da' Pontefici romani una funzione che non essendo in questi tempi reputata altro, che una pura e semplice cerimonia, d'interpretarla per una delle più potenti ragioni del dominio temporale, ch'essi vantan tenere sopra tutto il Mondo cattolico, e che gli adulatori di quella Corte seppero tanto ben colorire ed inorpellare, che lo persuasero per più secoli a quasi tutta l'Italia ed a molte parti ancora dell'Occidente. Questo fu d'innalzar Carlo da Patrizio ch'egli era, in Imperadore romano, ciò che dissero la traslazione dell'Impero dell'Occidente ne' Franzesi; e che in verità non fu altro nella persona di Carlo, che d'un volersi assumere un nome più spezioso ed augusto, il che gli altri Re d'Italia come Teodorico pure avrebbero potuto farlo, ma non vollero mai porre in effetto.

Alcuni Scrittori francesi[408] vogliono darci a credere, che Carlo fosse stato, ad esempio di Teodorico, anche alieno di curarsi questo spezioso titolo, e che Lione, cotanto a lui obbligato, guidando questa cosa, avesse concertato il tutto co' Romani e con gli altri Popoli, che allora si trovavan in Roma, senza che Carlo niente ne sapesse, di acclamarlo Imperador romano, mentre egli nelle feste del santo Natale dovea condursi in chiesa, e ponergli la clamide e la corona imperiale, come si fece; ma ciò lo credano i più semplici, e coloro che ignorano le circostanze, che precederono a questo fatto; poichè Carlo per altri riscontri che ci restano nell'istorie[409], è manifesto che ambisse questo titolo, dovuto per altro a' suoi meriti ed al suo vasto Imperio, che avevasi, parte per ragion di successione, parte per armi conquistato, come qui a poco diremo.

Certamente il gran Teodorico Re d'Italia avrebbe forse con maggior ragione potuto assumere questo titolo d'Imperador d'Occidente, nel che avrebbe avuto anche il consentimento di Lione Imperador d'Oriente; ma egli, come si è detto nel libro terzo di questa Istoria, deponendo l'abito gotico, non già d'imperial diadema, ma di regie insegne volle coprirsi, e Re dei Goti e de' Romani volle esser proclamato: e narra Procopio, che a questo Principe solamente il nome d'Imperadore, ch'egli non volle assumere, mancava, ma che in realtà era tale, così se si riguardava la sovranità del suo Imperio, come l'estensione de' suoi dominj. Egli non solo, ad esempio degli altri Imperadori d'Occidente, aveva stabilita la sua sede in Ravenna, dominando quindi tutta l'Italia; ma tenne ancora sotto la sua dominazione la Sicilia, la Rezia, il Norico, la Dalmazia colla Liburnia e l'Istria ed una parte dei Svevi, e quella parte della Pannonia ov'era Sigetino e Sirmio. Riteneva ancora parte della Gallia, per la quale co' Franzesi venne sovente alle armi; e per ultimo reggeva, come tutore d'Amalarico suo nipote, la Spagna: onde se a Teodorico fosse venuta voglia di assumer questo titolo, e portarsi in Roma a farsi porre la corona dal Papa, ch'era suo suddito, e farsi ungere, come cominciarono ad usare in appresso i Principi cristiani da' suoi Vescovi, si sarebbe anche detto, che i Pontefici romani trasferiron da' Romani l'Imperio d'Occidente ne' Goti, come si dice ora di questa traslazione da essi fatta ne' Franzesi.

Ma perchè si vegga chiaramente che per questo fatto niente altro s'acquistò a Carlo che il solo nome di Imperador romano, niente più gli diedero o potevano dare i Romani ed il Papa, che tale lo acclamarono, che questo titolo, il quale non portò a lui ragione alcuna sopra gli altri Stati e Regni d'Occidente, i quali per lungo corso d'anni furono sotto la dominazione d'altri Principi; egli sarà bene di ponderare, che molto tempo prima, che questo Principe fosse nomato Augusto, l'Imperador greco aveva già perduto il dominio di quasi tutte le province d'Occidente, le quali jure belli erano passate sotto la dominazione d'altri Principi e di Carlo medesimo per la maggior parte; tanto che per questa acclamazione, siccome egli non si fece più ricco, così niente per lei si tolse all'Imperador d'Oriente, nè agli altri Principi sopra i loro Reami e Stati ch'essi possedevano.

Aveva già Carlo discacciati da Italia i Longobardi, che n'erano Signori, e al suo Imperio aveala soggettata. Roma, che un tempo fu sede dell'Imperio di Occidente, sin dal tempo di Lione Isaurico avea cominciato a scuotere il giogo, e se bene lungo tempo i Greci v'avessero tenuta un'ombra di lor signoria, erasi quella finalmente data a Carlo M., che ne ricevette il giuramento di fedeltà per Anghilberto, come narrano i più gravi Istorici; e prima d'assumer questo titolo aveva esercitato in essa le ragioni di Sovrano, come può esser ben chiaro a chi riflette l'accuse date a Lione; poichè se bene lasciasse i Romani vivere colle proprie leggi e sotto i medesimi Magistrati, però la potestà suprema era come Patrizio a lui riserbata, e la ritenne da poi come Imperadore; e l'Esarcato di Ravenna, sede che prima fu degl'Imperadori d'Occidente e poi degli Esarchi, primo Magistrato in Italia degl'Imperadori d'Oriente, ancorchè tolto a' Longobardi, fosse stato conceduto alla Chiesa romana, si ritennero però in quello così Pipino, come Carlo le ragioni della sovranità e del dominio eminente: in breve quasi che tutta Italia, toltone queste nostre province, era già passata sotto la dominazione di Carlo prima dell'assunzione di questo titolo. Parimente egli è certo, che questo Principe per successione e per conquista possedeva tanto di dominio nell'Occidente, quanto non ebbe mai nessuno Imperadore dal tempo della divisione dell'Imperio; poichè oltre alle Gallie, dove egli regnava per successione come Re di Francia, aveva conquistata parte della Spagna insin'all'Ebro. Per lo medesimo diritto di conquista possedeva l'Istria, la Dalmazia, tutta la Pannonia sino a' confini de' Bulgari e della Tracia, ed ancora tutta la Dacia continente, la Valachia, Moldavia e Transilvania. E se egli non ebbe la Spagna di là dall'Ebro, e quella parte dell'Affrica, ch'era dell'Imperio d'Occidente, prima che i Vandali, e lungo tempo da poi i Saraceni, se ne fossero impossessati, aveva egli dall'altra parte ciò che i Romani non poterono mai conquistare, cioè tutta quella vasta estensione di paese, ch'è tra 'l Reno e la Vistola, l'Oceano settentrionale ed il Danubio, divisa ora tra tanti Principi, città libere e Repubbliche, di cui una sola parte compone ciò che si chiama oggi giorno l'Imperio romano: ed Eginardo[410] scrive, che i Re che dominavano allora nella G. Brettagna, gli erano talmente sommessi, che nelle loro lettere lo chiamavan sempre lor Signore, con sottoscriversi di lui servidori e sudditi.

Vacando dunque per tre secoli l'Imperio d'Occidente, e diviso in tanti Principati e Regni, essendosene molti uniti nella persona di Carlo, parte per ragion di successione, e moltissimi per diritto di conquista, tanto che arrivò a posseder in Occidente molto più che gli altri Imperadori Occidentali, e precisamente que' che vi furono da Onorio insino ad Augustolo, non deve per questa parte riputarsi cosa molto impropria e strana, se i sudditi di Carlo, ciò ch'egli era in realtà, avessero voluto anche proclamarlo Imperadore, e dargli quest'augusto titolo ben proprio e corrispondente al suo vasto Imperio, che teneva in Occidente. In effetto questo nome non dal solo romano Pontefice, che guidò questa azione, gli fu dato, nè solamente da' Romani, ma da tutti i Popoli di varie nazioni, che portò seco Carlo in Italia. Narrano Paolo Emilio[411] e molti altri Scrittori più antichi di lui, che questo Principe fu accompagnato in Italia, non solamente da moltissimi Signori franzesi, ma da infiniti altri di nazioni diverse, che a lui ubbidivano, Sassoni, Borgognoni, Teutonici, Dalmazj, Bulgari, Pannonj, Transilvani ed altri.

Ed è anche presso a' medesimi certissimo, che dopo il terzo dì che fu discussa la causa di Lione, essendo quello in cui celebravasi il giorno Natalizio di Nostro Signore, si portò questo Principe nella chiesa di S. Pietro a solennizzarlo con grande apparecchio, ed entrò in essa accompagnato dal Papa e molti Prelati e Magistrati romani, e seguitato da tutti i Signori franzesi e romani e da tutto il corteggio degli altri, ove ritrovò un'infinita moltitudine di Popolo non sol romano ma mischiato di tante altre Nazioni. Mentre Carlo orava a piè del sepolcro de' Santi Appostoli, il Papa, che per quest'effetto teneva pronto ed apparecchiato il manto imperiale ed una ricca corona d'oro, da poi ch'ebbe Carlo finita la preghiera, diede segno a' Magistrati romani ed a que' Baroni, che erano intorno, e che stavano intesi di ciò che doveasi fare, e postogli la corona sul capo con tutti gli altri cominciò a gridare: A Carlo Augusto da Dio coronato, grande e pacifico Imperador de' Romani, vita e vittoria[412]: e risonando queste voci in ogni cantone, tutti insieme come di concerto, il Papa, il Senato, i Romani, i Franzesi ed il Popolo misto di tante nazioni, in una voce ed in un medesimo spirito, si misero a gridare con tutta la lor forza la medesima cosa, ch'essi ripigliarono sino a tre volte[413]. Sedata che fu l'acclamazione del Popolo, Lione, che aveva apparecchiato ogni cosa per una sì augusta cerimonia, gli diede l'unzion sacra, non mai più per l'innanzi ricevuta da niun Imperadore d'Occidente, e lo vestì d'un lungo ammanto imperiale alla romana: unse ancora Pipino, che si ritrovò presente a questa funzione, come Re d'Italia: e da poi che Carlo ricevè dal Papa, dal Senato e da tutti gli altri che vi furono presenti, tutti gli onori soliti praticarsi verso gli antichi Imperadori romani, riconoscendolo per lor Sovrano, egli all'incontro giurò, che sarebbe stato sempre Protettore e Difensore della Santa Chiesa romana per quanto saprebbe e potrebbe: da indi in poi, deposto il titolo di Patrizio, prese quello d'Augusto e d'Imperadore, ch'egli trasmise alla sua posterità[414].

Ecco ciò che si chiama traslazione dell'Imperio di Occidente a' Franzesi, dal cui fatto niente possono ricavare i Pontefici romani per sostentar le altre loro pretensioni; perchè se bene Lione, come uno de' principali della città di Roma, avesse guidata quest'azione, a cui più d'ogni altro ciò importava, per obbligar maggiormente Carlo a protegger la sua Chiesa, e venisse con ciò intieramente a cedere tutto quello, che i suoi predecessori s'aveano guadagnato sopra Roma, è però, presso coloro che sono intesi dell'Istoria Augusta, noto abbastanza, che non altrimente si solevano acclamare anticamente gl'Imperadori romani. Le acclamazioni si facevano dal Popolo e da' soldati, ma da alcuni privati era a lor proposta la persona, che essi doveano acclamare. Niun però sognò d'attribuire l'elezione a que' pochi, che proponevan la persona e non al Popolo ed a' soldati, che lo gridavano ed acclamavano Imperadore; ed inoltre queste acclamazioni denotavano non solo il presente, ma anche l'antecedente consenso del Popolo. Molto meno potranno sostentar le loro pretensioni per la coronazione ed unzione che Carlo ricevè per Lione; poichè crediamo esser oggi mai a tutti notissimo, queste essere pure cerimonie, che non s'appartengono punto alla sostanza dell'Imperio, in guisa che potesse dirsi, che chi le fa, dia con esse l'Imperio o il Regno. Furono queste cerimonie introdotte da' Principi cristiani, forse seguendo l'esempio degli antichi Re della Giudea, che usavano farsi ungere da' Sacerdoti; ed i primi, che l'introdussero in Occidente, furono i Re di Spagna e quelli di Francia, seguitati da poi dagli altri, il che gli Orientali anche abbracciarono[415]. In Francia il Re Cristianissimo dal Vescovo di Rems riceve questa cerimonia. In Ispagna quel Re dall'Arcivescovo di Toledo. I Re d'Italia solevan farsi ungere ed incoronare dagli Arcivescovi di Milano: quei d'Inghilterra dall'Arcivescovo di Cantorberi: quei d'Ungheria dal Vescovo di Strigonia: e gli altri Re ciascuno da' suoi Vescovi: infino il nostro Arechi, come si è veduto, Principe di Benevento, volle farsi ungere e coronare da' suoi Vescovi beneventani: e sarebbe privo d'ogni buon senso chi dicesse che da questi Vescovi si facessero, o costituissero tanti Principi, Re o Imperadori.

Anche in Oriente nel sesto secolo Giustino Imperadore si fece coronare da Giovanni[416] Patriarca di Costantinopoli: eppure questo Imperadore dopo sei anni volle essere di nuovo incoronato da Giovanni R. P. Molti Principi non una, ma più volte vollero usar queste cerimonie: Pipino padre di Carlo M. si fece ungere la prima volta da Bonifacio Arcivescovo di Magonza; e tre anni da poi da Stefano R. P. Carlo stesso ben due volte fu unto ed incoronato, ed imitando suo padre fece far l'istesso a' suoi figliuoli Pipino Re d'Italia e Lodovico Re dell'Aquitania[417]. Queste cerimonie adunque non danno Imperj o Regni, ma suppongono colui che le vuole già Imperadore o Re; siccome non minor vanità sarebbe, dal giuramento che diede Carlo di voler essere Protettore e Difensore per quanto potrà della Chiesa romana, ricavarne alcun frutto, come se quello fosse stato un giuramento di fedeltà o di ligiomaggio, come alcuni hanno pur sognato.

Ma siccome i Pontefici romani niente possono ricavar da questo fatto; molto meno ne potè ricavar Carlo stesso o gli altri Imperadori suoi successori da sì augusto e spezioso titolo, rispetto agli altri Principi, che a lui non eran sottoposti. Niuna ragione potè di nuovo recarsegli a riguardo degli altri: e perciò quei Principi ritennero i loro Reami liberi ed independenti, onde non ragione vantano esser veri Monarchi, ed i loro Stati vere Monarchie: perciò i Re di Spagna, che liberi ed assoluti Signori furono sempre de' loro Reami, vantano con ragione il Regno loro esser Monarchia, nè per conto alcuno all'Imperio d'Occidente sottoposto. Il Regno d'Inghilterra, dicono i Franzesi e con essi Gujacio[418], che un tempo salutò l'Imperio come Feudatario, ma gl'Inglesi, e per essi Arturo Duck[419] costantemente lo niegano. Carlo istesso, siccome tutti gli altri Imperadori suoi successori, usarono in Italia la loro Sovranità e Signoria, non perchè forse questo titolo d'Imperadore portasse loro questa ragione, ma come Re d'Italia ch'egli era, e siccome furono i suoi successori, i quali si fecero per ciò in Milano acclamar per tali, ed ungere ed incoronare da quello Arcivescovo; ed aggiunsero alle leggi longobarde altre lor proprie, non come Imperadori, ma come Re d'Italia e successori de' Re Longobardi. Venne sì bene in pensiero a Carlo M., come narra Paolo Emilio[420], d'unire all'Imperio la Francia e sottoporla alle leggi di quello, ma i Grandi di Francia abborrirono tal unione: Cur milites tuos, dicevano, Regnum tuum, Franciam tuam, Imperii provinciam facere studes Imperioque subjicere? Ond'è che i Franzesi pretendono, che più tosto l'Imperio fosse membro della Monarchia franzese, che la Francia dell'Imperio.

Che che ne sia, egli per quel che riguarda il nostro instituto, è da notare, che Carlo M., con tutto questo suo augusto titolo d'Imperadore, niente rilevò sopra il nostro Ducato di Benevento, sopra quel di Napoli, e sopra ciò che ritenevano ancora i Greci in queste nostre province; ond'è che questo Regno dall'Imperio novellamente surto d'Occidente fu riputato sempre diviso ed independente, e perciò con ragione vanta i pregi d'una vera Monarchia. Si renda più che mai Augusto e con titoli e con fatti eccelsi Carlo M., che all'incontro Grimoaldo Principe di Benevento non vuol al suo Imperio sottoporsi. Le guerre mosse da lui e dal suo figliuolo Pipino contro Grimoaldo, ora più che mai proseguono ostinate e crudeli; e Grimoaldo altamente si protestava di voler esser sempre libero così come egli era nato, resistendo sempre a tutti i Franzesi ed a Pipino impegnato per abbatterlo, e di ridurre, benchè invano, sotto la sua dominazione Benevento. E non pure i Popoli di quelle città del nostro Regno, ch'erano rimase sotto l'Imperio de' Greci, non riconoscevano Carlo per Imperador romano, reputando questo titolo proprio dell'Imperador di Costantinopoli; ma gli stessi Beneventani erano ancora di ciò persuasi, tanto che l'Anonimo Salernitano non merita que' rimproveri dal Pellegrino, se nella sua istoria, introducendo que' Vescovi che davano questo titolo a Carlo M. dice, che essi glie lo davano, perchè così lo chiamavano tutti i suoi Corteggiani e quella gente che portava seco; poichè, e dice, non può in niun modo chiamarsi Imperadore, se non colui, che presiede nel Regno romano, cioè costantinopolitano: e che i Re di Francia allora s'usurpavano quel nome, che essi prima non avevano mai avuto[421]: nome che per lunga serie d'anni fu sempre contrastato a' successori di Carlo dagl'Imperadori d'Oriente; poichè se bene l'Imperadrice Irene e poi Niceforo avessero proccurato tener alleanza con Carlo, e regolando i termini dei due Imperj, per porvi ben fermi limiti, e per togliere ogni occasion di contesa, avessero riputato avere il Principato di Benevento, come un confine ed una barriera, e col trattato che fu tra di loro conchiuso, avessero confermato il titolo d'Imperadore a Carlo M., nulladimeno gl'Imperadori d'Oriente successori di Niceforo, rompendo tutti i preceduti trattati, mossero ai di lui successori non solamente guerra per le province, che pretendeano essere state tolte al lor Imperio, ma anche per questo nome d'Imperadore, che non vollero a patto veruno accordargli; nè mai Imperadori o Re d'Italia, ma solamente Re di Francia erano da essi nomati. Anzi l'Imperadore Basilio, avendogli i Legati del Pontefice Adriano II recate alcune lettere, nelle quali il Re Lodovico si chiamava Imperadore; ordinò che si radesse in quelle il nome d'Imperadore, e mandò un suo Legato a Lodovico, al quale per sue lettere esortò, che per l'avvenire s'astenesse dal nome d'Imperadore; ma alle querele di Basilio, Lodovico rispose con una ben grave e forte lettera, che vien rapportata dal Baronio[422] ne' suoi Annali e da Federico Morelli[423] nelle note a' Temi di Costantino Porfirogenito, il quale pure, imitando l'esempio di Basilio suo avo, non diede mai nome d'Imperadore a' successori di Carlo, chiamandogli semplicemente Re di Francia. Rimasero adunque queste nostre province, sin dal tempo che risorse il nuovo Imperio d'Occidente, distaccate ed independenti dall'Imperio, quando lo tennero i Franzesi, e molto più quando ristretto in una parte della Germania, pervenne in mano degli Alemanni e d'altre Nazioni, come chiaramente vedrassi nel corso di questa Istoria.

Carlo intanto, mandati che ebbe ad intercession di Lione in esilio i suoi accusatori (poichè egli l'aveva condennati a pena capitale) trattenendosi nel principio di quest'anno 801 in Roma, partì poi da questa città nel mese d'Aprile, e portossi in Pavia, dove volle agli editti de' Re longobardi suoi predecessori aggiungere nuove leggi, che allo stato presente d'Italia fossero più conformi e necessarie. Molte altre leggi stabilì intorno alle cose ecclesiastiche, praticando all'uso di Francia, di convocare prima di promulgare, non pur l'Ordine de' Nobili, de' Magistrati e de' Giudici, come facevano i Longobardi, ma anche l'Ordine ecclesiastico de' Vescovi, Abati ed altri Prelati della Chiesa; poichè in questi tempi l'Ordine del Terzo Stato non era ancora entrato in Francia a parte ne' comuni affari e deliberazioni[424]. Queste sue leggi, ch'egli stabilì in Pavia come Re d'Italia, si leggono ancora nel Codice Cavense dopo gli editti degli altri Re longobardi suoi predecessori: ond'è che ne' tre libri delle leggi longobarde il compilatore de' medesimi v'inserì anche alcune di quelle, fra le quali una[425] ve n'è, dove non meno a' Romani si lasciano intatte le loro leggi, e che secondo quelle dovesser vivere, che a' Longobardi le loro; e testifica Carlo Sigonio[426] conservarsi anche in Modena queste leggi, rapportando il proemio delle medesime consimile a quelli che i Re longobardi solevan preporre a loro editti. Ciò che i Goti ed i Longobardi chiamarono Editti, i Franzesi appellarono Capitolari. Furono così chiamati, perchè, come dice Doujat[427], erano disposti per capitoli, ovvero capi. Al di loro esempio gli altri Principi chiamaron pure le loro leggi Capitolari: anche i nostri Principi longobardi, con tutto che fieri ed ostinati nemici de' Franzesi, non si sdegnarono in ciò imitargli; onde le leggi che nel Principato di Benevento furono stabilite da que' Principi, Capitolari si dissero; e presso Camillo Pellegrino si leggono perciò i Capitolari d'Arechi, di Sicardo, di Radelchisio e d'altri Principi beneventani.

Non pure lasciò Carlo intatte le leggi romane e le longobarde, ma, per quanto la condizione di que' barbari ed oscuri tempi comportava, si sforzò di restituire la giurisprudenza romana in qualche lustro. Si riconosceva questa e si racchiudeva non già, come si è veduto, da' libri di Giustiniano, de' quali in questi tempi in Occidente poca era la notizia e molto minore l'autorità; ma dal Codice di Teodosio e dal suo Breviario compilato per Alarico: e quantunque distratto da varie militari cure, e per la mancanza de' Professori e per l'ignoranza del secolo, non potesse ridurre ad effetto il suo desiderio, emendò però come potè meglio il Breviario d'Alarico, donde la legge romana era nel Foro a' Giudici allegata.

L'esempio del padre imitò Pipino Re d'Italia: ci restano ancora di lui i suoi Capitolari[428], che come Re d'Italia promulgò, i quali parimente dopo gli editti de' Re longobardi leggiamo nel mentovato Codice Cavense: molte sue leggi perciò da quelli estratte, vediamo inserite nel volume delle leggi longobarde[429]: donde si vede chiaro, che le leggi che Carlo e gli altri Imperadori d'Occidente suoi successori stabilirono come Re d'Italia, e che si vedono inserite nel Corpo delle leggi longobarde, ebbero in Italia forza e vigore, non perchè fatte come Imperadori, ma come Re d'Italia ch'essi erano. Così Pipino che non fu mai Imperadore (onde devono emendarsi nel volume delle leggi longobarde quelle iscrizioni, che portano alcune sue leggi d'Imperator Pipinus) perchè vivente l'Imperador Carlo suo padre era stato costituito Re d'Italia, fece perciò come tale le sue leggi, le quali in essa ebbero tutto il vigore, e fra le leggi longobarde de' Re furono annoverate.

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Note 1 · Sigon. p. 163 de R. Ital. ipse sibi nomine regni retinuit.Note 2 · V. Franckenstein dissert. de Majumis, Maicampis, et Roncaliis. V. Dufresne in Lexic.Note 3 · Paul. Aemil. de reb. Franc.Note 4 · Pellegr. in Dissert. de Finib. Ducat. Benev.Note 5 · Costant. Porphyr. de Admin. Imperio, cap. 27. Auctor Itinerarii S. Villibaldi apud Surium die 7 Julii.Note 6 · Epist. Hadr. 73.Note 7 · Lib. de Administr. Imp. cap. 29.Note 8 · Const. Porph. de Them. l. 2. Them. XI.Note 9 · Pag. 164 num. 9.Note 10 · Paul. Diac. lib. 2 c. 11 sive 26.Note 11 · Anonym. Salern. in hist. Longob. apud Pelleg. in praefat. ad Anonym. Benev.Note 12 · Lib. c. 19.Note 13 · Erchemp. apud Pell. num. 1.Note 14 · Lib. 2 tit. 52.Note 15 · Freccia de Subfeud. pag. 71.Note 16 · Erchemp. num. 65 et 62. Ostiensis lib. 1 cap. 48.Note 17 · Erc. num. 62.Note 18 · Lib. 1 tit. 34 et l. 2 tit. 17.Note 19 · Causa 1 qu. 3 can. 8 Salvator. Dufresne in Lexic.Note 20 · Lib. 2 tit. 52 l. 19 ex Pipini Regis constitutione.Note 21 · Camil. Pell. diss. Duc. Ben. in antiq. Provinc. etc. p. 81.Note 22 · Lib. 1 tit. 14.Note 23 · L. 15 tit. 14 l. 1 II. Longob.Note 24 · Erchemp. n. 29.Note 25 · Const. Porph. de Thematibus. Imp. Orient.Note 26 · Const. loc. cit. Th. XI. Neapolis Metropolis.Note 27 · Const. loc. cit. Them. X.Note 28 · De Admin. c. 27.Note 29 · Pellegr. in disser. de Finib. Ducat. Ben. p. 72.Note 30 · Hadrian. Ep. 73. Pellegr. in Fin. Duc. Benev. ad merid.Note 31 · Ughel. t. 9. Ital. Sacr. in Archiep. S. Severin.Note 32 · Chioccar. de Ep. Neap, n. Steph. Camill. Pell. hist. Princ. Long. in Tumul. Mazza de reb. Saler.Note 33 · Epist. 18.Note 34 · Erchemp. nn. 26 et 27.Note 35 · Pellegr. in Serm. Princ. Long.Note 36 · Pel. in Stem. Princ. Longob.Note 37 · L. 11. Indit. 6. Epist. 31.Note 38 · An. Saler. parte 1 num. 3 apud. Pellegr.Note 39 · Bar. ad An. 787 num. 101. Vedi Pellegr. de Anon. Saler.Note 40 · Erchemp. num. 2.Note 41 · Ostiens. l. 1 c. 9.Note 42 · Pellegr. Capitular. Arech. Principis, pag. 309.Note 43 · Pellegr. cit. hist. pag. 73 ad pag. 92.Note 44 · Erchemp. hist. apud Pellegr. num. 2 pag. 26.Note 45 · Hist. Princ. Long. apud Pellegr. num. 1 pag. 167.Note 46 · Epist. 44. Hadriani Pontif.Note 47 · Cit. Epist. 44.Note 48 · Camill. Pelleg. de Tum. Princ. Longob. pag. 234.Note 49 · Lib. 2 ll. Longob. tit. 37 l. 1.Note 50 · Epist. Hadrian. 44.Note 51 · Sigon. an. 788.Note 52 · Il Contin. d'Aimo. l. 4 c. 40.Note 53 · Maimb. hist. Icon. l. 3 an. 775.Note 54 · Hist. Erchemp. num. 5.Note 55 · Hist. Erchemp. num. 6.Note 56 · Pellegr. Tumul. Pr. Long. pag. 283.Note 57 · Si legge presso il medesimo Aut. pag. 237.Note 58 · Eginhar. in Annal. A. 796. Sigon. A. 796. Vedi Marca de Concor. l. 3 c. 11 num. 8.Note 59 · Marca loc. cit. num. 9.Note 60 · Theophanes in Chron.Note 61 · Maimb. hist. Iconocl.Note 62 · Sigon. hist. Ital. A. 800.Note 63 · Egin. in vit. Carol. Magn.Note 64 · Paul. Aemil. de Reb. Franc.Note 65 · Eginhar. A. 802.Note 66 · Anastasius in vita Leon. III. Ab omnibus constitutus est Imperator Romanorum.Note 67 · Eginh. in Annal. More antiquorum Principium adoratus est; ac deinde omisso Patricii nomine, Imperator, et Augustus appellatur.Note 68 · Vedi il Mars Gallicus d'Ales. Patrizio.Note 69 · Epist. Jo. ad Hormisdam. V. Dupin. de ant. Eccl. disc.Note 70 · V. Patric. in Marte Gall.Note 71 · Cujac. l. 1. de Feud. tit. 1.Note 72 · Arthur Duck De uso, et auct. J. R. l. 2. par. 3. num. 1. c. 8.Note 73 · Paul Aemil. l. 3. in Car. M.Note 74 · Anon. Salern. apud Pelleg. par. 1 num. 2 pag. 170. Imperator quippe omni modo non dici potest, nisi qui in Regno Romano praeest; hoc est ConNote 75 · Baron. An. tom. 10.Note 76 · Fed. Morelli in not. ad l. 2. Th. 11.Note 77 · Loyseau Des Ord. pag. 48.Note 78 · Lib. 2 tit. 57 lib. 1.Note 79 · Sigon. ad An. 801.Note 80 · Doujat hist. Jur. Civ. pag. 60. De' Capitolari di Carlo M. e delle Raccolte fatte da Ansegiso, da Benedetto Levita, e da altri, son da vederNote 81 · Extat Capitulare Pipini Regis Italiae dat. A. 793 apud Balutium t. 1 p. 533. Ejusdem Capitula excerpta ex Lege Longob. pag. 341.Note 82 · Lib. 2 tit. 57 l. 2 et tit. 59 l. 3. et 4.
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