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Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2

Volume 2 — LIBRO QUINTO (continued 2)

Reading edition

L'Abate Giovanni Vignoli ne' nostri ultimi tempi, cioè nell'anno 1709 ha dato in luce un libretto intitolato: Antiquiores Pontificum Romanorum denarii, ove contro a questa opinione, che tengono i Franzesi, si sforza dimostrare, che il Senato e Popolo romano, dopo avere scosso il giogo degl'Imperadori d'Oriente, si fosse sottoposto a' romani Pontefici, riconoscendogli come loro Sovrani, e che non pure il dominio utile ritennero di Roma, ma anche il supremo. Pretende ricavarlo dalle monete, che si trovano de' Pontefici, e quantunque ve ne fossero più antiche, nulladimanco riguardandosi solo quelle, che ancora si veggono, queste cominciano da Adriano I, e furono continuate a battere da Lione III e dagli altri suoi successori. Ed ancorchè alcune d'esse, come quelle di Lione III e d'altri romani Pontefici portassero anche il nome degl'Imperadori, come di Carlo M, di Lodovico, di Ottone e d'altri; tantochè per quest'istesso si diede occasione a Le-Blanc franzese di comporre un trattato col titolo di Dissertazione Istorica sopra alcune monete di Carlo M, di Lodovico Pio e di Lotario, e de' loro successori battute in Roma; con le quali vien confutata l'opinione di coloro, che pretendono, che questi Principi non abbiano mai avuta in Roma alcuna autorità, se non col consentimento de' Papi; contuttociò il detto Abate Vignoli si studia dimostrare, che molte monete de' Papi non ebbero il nome degl'Imperadori, come una di Giovanni VIII la quale è solamente segnata del nome di questo Pontefice. Che che ne sia, l'opera di Le-Blanc fa vedere quanto poco sicura sia l'opinione del Vignoli, e molto più fondata quella de' Franzesi.

§. III. Leggi d'Astolfo, e sua morte.

Astolfo intanto, ancorchè da sì strane scosse sbattuto, non restava però di volger i pensieri alla conservazione del suo Regno: egli non aveva mancato per nuove leggi riordinarlo, aggiungendone altre a quelle de' suoi predecessori, e variandole ancora secondochè stimava più utile ed opportuno a' suoi tempi; avendo per tanto in Pavia nel quinto anno del suo Regno convocati da varie parti i principali Signori e Magistrati del suo Regno, seguendo gli esempj de' suoi predecessori, promulgò un editto nel quale molte leggi stabilì. Pure abbiamo quest'editto d'Astolfo nel Codice Cavense per intero, che contiene ventidue capitoli: il primo comincia: Donationes illac, quae factae sunt a Rachis Rege, et Tassia conjuge. L'ultimo ha per titolo: Si quis in servitium cujuscumque pro bona voluntate introierit. Alcune di queste leggi, il Compilatore del volume delle leggi longobarde le inserì in que' libri: tre se ne leggono nel primo libro: una sotto il tit. de Scandalis: l'altra sotto il tit. de Exercitalibus; ed un'altra sotto quello de Jure mulierum: quindici nel lib. 2, una sotto il tit. 4, un'altra sotto quello de Successionibus, altra sotto il tit. de ultimis volunt.. un'altra sotto il tit. 20, due sotto il tit. de Manumissionibus, due altre sotto quello de Praescriptionibus, e sette sotto il tit. Qualiter quis se defendere deb. E nel lib. 3 ancor se ne legge una sotto il tit. 10 ch'è l'ultima de' Re longobardi; poichè Desiderio suo successore, e nel quale s'estinse il Regno, passando ne' Franzesi, applicato a cure più travagliose, non potè d'altre leggi fornir questo Regno, che infelicemente ebbe a lasciare.

Ma mentre questo Principe dopo aver per dura necessità restituito l'Esarcato e tante altre città, è tutto intento a meditar nuovi disegni per vendicarsi della oppressione de' Franzesi, e di riordinar nuovamente la guerra, essendosi un giorno portato alla caccia, spinto da un cignale, ovvero, com'altri rapportano, casualmente sbalzato da cavallo, o come dice Erchemperto[270], percosso da una saetta, il caso fu per lui cotanto fatale, che in pochi giorni rendè lo spirito, lasciando in quest'anno 756 il Regno pieno di calamità e di sospetti, non avendo di se lasciata prole alcuna.

CAPITOLO III. Il Ducato napoletano, la Calabria, il Bruzio, ed alcune altre città marittime di queste nostre province si mantengono sotto la fede dell'Imperadore Costantino e di Lione suo figliuolo.

Grandi che fossero state le scosse, che gl'Imperadori d'Oriente ebbero in Italia, il Ducato napoletano, che allora, stendendo più oltre i suoi confini, abbracciava anche Amalfi, il Ducato di Gaeta, quasi tutta la Calabria e 'l Bruzio, rimaser fermi e costanti nell'ubbidienza de' loro antichi Principi: perduto l'Esarcato e tutto ciò che in Italia ubbidiva all'Imperio greco, non per ciò mancò il dominio degl'Imperadori d'Oriente in queste nostre parti. I Napoletani si mantenevano sotto l'ubbidienza de' loro Duchi, chiamati ancora Maestri di soldati, siccome sotto gl'Imperadori d'Oriente erano appellati i Duchi[271]. Questi era un Magistrato greco, che da Costantinopoli soleva destinarsi. Fuvvi in questo secolo Teodoro nell'anno 717 di cui questa città serba anche vestigio, portandosi egli per fondatore della chiesa de' SS. Pietro e Paolo, ora disfatta, siccome dimostrava la lapida che prima ivi si leggeva, ed oggi nella chiesa di Donnaromata. Fuvvi Esilarato. Fuvvi intorno a questi tempi, dopo la morte d'Astolfo, Stefano, il quale avendo per dodici anni governato con tanta prudenza il Ducato di Napoli, morta sua moglie, fu anche fatto Vescovo di questa città.

Nel tempo che Stefano reggeva Napoli in qualità di Duca, avendo l'Imperador Costantino nell'anno 753, come si disse, fatto convocare un Concilio in Costantinopoli di 338 Vescovi, questi stabilirono in quello Concilio un decreto contro l'adorazione delle immagini. Costantino e Lione suo figliuolo associato all'Imperio, fecero per mezzo de' loro editti valere il decreto per tutto Oriente, ed impiegarono anche la forza per l'osservanza di quello: tentarono anche di farlo valere in Occidente, donde nacquero que' disordini e rivolte che si sono vedute: renderonsi per ciò più aspre ed irreconciliabili le contese, e s'inasprirono più l'inimicizie, che passavano allora tra' Pontefici romani, e gl'Imperadori d'Oriente: era in quest'anno 757 morto Papa Stefano, il quale ebbe per successore Paolo. Questi non meno, che i suoi predecessori, era odioso agl'Imperadori d'Oriente, i quali s'erano impegnati a far valere il decreto di quel Concilio, anche nel Ducato napoletano e negli altri luoghi, che ancor rimanevano in queste province sotto la loro ubbidienza. I Napoletani ancorchè avversi ad eseguirlo, come quelli che erano più di tutti gli altri popoli di Italia attaccati all'adorazione delle immagini; nulladimanco perchè ciò non s'imputasse a loro disubbidienza, proccuravano in tutto il rimanente mostrarsi tutto riverenti ed esatti in aderire al volere e potestà dei loro Signori; laonde essendo in questi tempi accaduta la morte del lor Vescovo Calvo, ed essendo stato dal Pontefice ordinato Paolo Diacono della Chiesa di Napoli suo molto amico e familiare, ripugnava l'Imperadore per esser costui aderente al Papa, che fosse ricevuto in quella Chiesa, come quegli che avrebbe in Napoli fatti riuscir vani i suoi disegni di far ricevere il decreto del Concilio di Costantinopoli. I Napoletani aderirono in ciò al volere del loro Imperadore e de' Greci, ed impedirono perciò l'andata di Paolo in Roma per farsi consecrare dal Papa: scorsi nove mesi, Paolo di nascosto andò in Roma, ed il Papa immantenente lo consecrò; ma tornato a Napoli, narra Giovanni Diacono, nella Cronaca de' Vescovi di questa città, che i Napoletani suoi cittadini per l'aderenza che aveano co' Greci, non lo vollero ricevere dentro la città, ma tenuto fra di loro consiglio, lo mandarono fuori, nella chiesa di S. Gennaro, posta non molto lontana dalla città, dove stette per lo spazio di quasi due anni; non mancando intanto così il Clero, come il Popolo universalmente d'ubbidirlo ed averlo come lor Pastore, disponendo egli senza ostacolo delle cose della Chiesa, e facendo ivi tutte le funzioni pontificali. Intanto i Nobili, scorgendo che per l'assenza di un tanto lor Pastore, la città languiva, si risolsero tutti finalmente d'introdurlo nella città, e con molta letizia e celebrità andarono a prenderlo, e l'introdussero nel Vescovato, dove, dopo avere governata la sua Chiesa per due altri anni, finì i giorni suoi. Si scusarono essi coll'Imperadore, allegando di non potere maggiormente soffrire la vedovanza della Chiesa.

Per la morte di Paolo i Napoletani elessero nell'anno 764 l'istesso Duca Stefano per lor Vescovo: questi ancorchè eletto Vescovo, non lasciò il Ducato, ma lo governò insieme con Cesario suo figliuolo, che l'assunse per suo collega. Cesario premorì all'infelice padre; onde Stefano continuò solo il governo fin al 791, anno della sua morte. Teofilatto gli succedette nel Ducato. Costui era suo genero, come quegli che s'avea sposata Euprassia sua figliuola; ed avealo anche, dopo Cesario, fatto suo collega, onde morto Stefano, restò egli solo Console e Duca. A Teofilatto succedette nel fine di questo secolo Antimio[272], di cui si narra, che nel tempo del suo Consolato avesse costrutta in Napoli la chiesa di S. Paolo Appostolo, ed il monastero de' SS. Quirico e Giulitta. Questi furono i Duchi che ressero in quest'ottavo secolo il Ducato napoletano per gl'Imperadori d'Oriente, a' quali ubbidiva. Furono anche nomati Consoli. Ma come i Duchi di Napoli si chiamassero anche Consoli, niuno de' nostri Scrittori, per quel ch'io ne sappia, ebbe curiosità di saperne la cagione.

Il nome di Console, dagl'Imperadori romani e da poi dagl'Imperadori d'Oriente tenuto in tanto pregio, e del quale essi s'adornavano, negl'ultimi anni dell'Imperio greco, fu da costoro disprezzato e finalmente affatto tralasciato. Il vedere, che di quello valevansi anche i Principi da essi riputati barbari ed usurpatori dell'Imperio, glie lo fece deporre. Carlo M. per mostrare esser egli succeduto a tutte le ragioni e preminenze degli antichi Imperadori d'Occidente, ne' suoi titoli se ne fregiava: il simile fecero tutti gli altri Imperadori franzesi suoi successori: al costoro esempio lo stesso fecero gl'Imperadori italiani Berengario Duca di Friuli e Guido Duca di Spoleti[273]. In fine sino i Saraceni, da poi ch'ebbero acquistata la Spagna, ad esempio degl'Imperadori di Costantinopoli, vollero pure chiamarsi Consoli. Abderamo Re de' Saraceni in Ispagna, che cominciò a regnare in Cordova nell'anno 821, Maomat suo figliuolo e successore nel Regno, secondo che ce n'accertano l'opere di S. Eulogio[274], ne' loro diplomi notavano non meno gli anni del loro Imperio, che del Consolato. Anzi nel nono secolo della Chiesa, siccome nell'Oriente gl'Imperadori creavano altri Consoli onorarj, così i Re saraceni non solo se medesimi, ma anche i principali Magistrati del loro Regno chiamavano Consoli[275]. Quindi nacque che secondo il fasto de' Greci, questi non potendo comportare che titolo sì spezioso fosse usurpato da Nazioni straniere e barbare, si proccurò avvilirlo, e davanlo a' loro Magistrati, ancorchè di non molto eminente grado, insino che essi poi, secondo che prova l'accuratissimo Pagi[276], intorno l'anno 933 non lo deponessero affatto; donde avvenne che un'ombra ed immagine di quella dignità e titolo rimanesse in molti loro Uficiali, e si vedesse così diffuso in tanti Ordini, anche di persone private.

I Saraceni solevano dar questo nome agli Ammiragli di mare; onde poi avvenne che coloro ch'erano preposti agl'Emporj ed a' Porti, si chiamarono Consoli; e Codino[277], Pachimere[278] e Gregoras[279] osservano, che il Magistrato de' Pisani e degli Anconitani, che dimoravan in Costantinopoli, eran chiamati Consoli. Quindi il Consolato di mare, e quindi negli Autori della bassa età, rapportati nel Glossario di Dufresne, questo nome lo vediamo sparso nelle Comunità, tra' Giudici, e varj Ordini di persone, insino agli artegiani. Non dee dunque sembrar cosa nuova e strana, se in questo ottavo secolo il nome di Console proprio degl'Imperadori, e prima cotanto illustre e rinomato, si senta nelle persone de' Duchi di Napoli, Uficiali ch'erano dell'Imperio greco, al quale questo Ducato ubbidiva.

CAPITOLO IV. Di Desiderio ultimo Re de' Longobardi.

Per la morte d'Astolfo, non avendo di se lasciata prole, e Rachi suo fratello ancorchè vivo, essendosi fatto Monaco, rimase il Regno vacante. Desiderio Duca di Toscana, che Astolfo, oltre ad avergli dato questo Ducato, l'avea ancora fatto Contestabile del Regno, non trascurò l'occasione, co' voti de' suoi Longobardi toscani, di farsi proclamare Re. Rachi avendo ciò inteso ne arse di sdegno; e diede in tali eccessi, che in tutti i conti voleva uscir dal monastero, e rinunciando al Monacato, ritornare al Regno: nè mancò chi questa sua risoluzione favorisse, e proccurasse di farla venire ad effetto: ma Desiderio essendo ricorso a Stefano Pontefice romano, a chi offerse in ricompensa Faenza, Ancona, Secchia e Ferrara, città che non erano state restituite da Astolfo, se in questa congiuntura l'ajutasse; seppe far tanto questo Papa con Rachi, che finalmente lo fece quietare, e deporre que' suoi pensieri d'uscire dal monastero, ed in premio della sua mediazione ricevè da Desiderio le città promessegli: e poco dopo avere stabilito nel Regno Desiderio, finì Stefano i giorni suoi a' 26 d'Aprile di quest'anno 757. Pontefice, a cui la Chiesa romana dee molto più che a' suoi predecessori, che seppe ampliarla di sì belle città e Stati, e che lasciò le fortune della medesima in tanta prosperità, che i suoi successori non mancarono d'approfittarsene, come fece Paolo che gli successe, e dopo lui un altro Stefano, ma molto più Adriano, che ridusse per trattati avuti con Carlo M. la sua potenza in più alto grado, come di qui a poco vedremo.

Desiderio dopo due anni del suo Regno volle ad esempio de' suoi predecessori assumere per collega Adalgiso suo figliuolo: ma non passò guari che sospettando il Pontefice Stefano III o sia IV, il quale a Paolo succedette, de' di lui andamenti, e credendo ogni sua mossa in pregiudizio de' proprj Stati, cominciarono i soliti sospetti, e le consuete gelosie fra di loro. Finalmente ruppero in aperta discordia, poichè avendo il Re Desiderio fatto conferire l'Arcivescovado di Ravenna ad un certo chiamato Michele suo fedele e domestico, Stefano lo fece scacciare da quella sede. Il Re per vendicarsene fece cavar gli occhi a Cristofano ed a Sergio mandati dal Papa in Pavia per domandare le facoltà che appartenevano alla Chiesa di Roma; e prevedendo dove avrebbero dovute andare a terminar queste discordie, proccurava di congiungersi strettamente co' Franzesi, perchè non così volentieri dassero questi a' continui inviti de' Pontefici orecchio: era in questi tempi già morto Pipino, ed i suol figliuoli Carlo e Carlomanno avendosi fra di loro diviso il Regno, se ben concordi in prima, non così da poi senza gelosia regnavano; Desiderio reputò per sua sicurezza stringer parentado con questi due Principi offerendogli due sue figliuole per moglie. Stefano avendo ciò presentito, scrisse immantenente per distornar queste nozze una molto forte lettera a Carlo e Carlomanno, minacciandogli se v'acconsentissero, anathematis vinculum, et aeterni cum diabolo incendii poenam[280]. Ma non ostante i suoi sforzi, si sposarono felicemente le due sorelle figliuole ambedue del Re Desiderio, il quale seppe così bene impegnar Bertrada madre di Carlo e Carlomanno, che per impulso della medesima si conchiusero i matrimonj. Il dispiacere del Pontefice non fu minore del contento di Desiderio, il quale credeva in cotal maniera avergli chiusa ogni strada di soccorsi. Ma questa alleanza non durò guari, poichè non mancarono modi di far sì, che Carlo ripudiasse la Principessa sua sposa, sotto pretesto d'esserle scoverta un'infermità, che la rendeva inabile d'aver figliuoli: nè alla stranezza del fatto mancò il presidio e l'autorità della legge, perchè furono presti molti Vescovi a dichiarar il matrimonio nullo, ed a permettere che Carlo l'anno seguente si sposasse Ildegarda di Svevia. Si accese per questo ripudio d'ira e di sdegno il Re Desiderio; ed essendo accaduta poco tempo da poi la morte di Carlomanno, la Regina Berta rimasa vedova con due figliuoli, temendo di non star sicura in Francia, e che Carlo non insidiasse la vita de' suoi nepoti, come aveva loro tolto il Regno, andò precipitosamente a gettarsi co' figliuoli tra le braccia di Desiderio suo padre, il quale ricevè di buon animo quest'occasione per potersi un giorno vendicar di Carlo, che gli aveva poco innanzi rimandata la figliuola.

Tentò Desiderio, postisi in mano i figliuoli di Carlomanno, di formar un potente partito, e di mettere la Francia in divisione e sconcerto, perchè occupata ne' proprj mali non potesse pensar alle cose d'Italia. Era intanto, morto Stefano, stato eletto nel 772 Adriano I, il quale sul principio del suo Pontificato trattò con Desiderio di pace, e tra loro fermarono convenzione di non disturbarsi l'un coll'altro: perciò Desiderio credendo, che questo nuovo Pontefice fosse di contrarj sentimenti de' suoi predecessori, pensò, per meglio agevolar i suoi disegni, d'indurlo a consecrare i due figliuoli di Carlomanno per Re: impiegò quanto potè, e quanto seppe con preghiere e promesse per obbligarlo di venire ad ungere questi due Principini, ed a fargli riconoscere per Re dell'Austrasia. Dall'esempio di Pipino e de' suoi figliuoli erasi già pian piano introdotta tra' Principi cristiani la cerimonia della consecrazione, la quale appresso i Popoli era riputata come una marca e nota del Principato, e che quelli, i quali fossero stati unti, dovessero riputarsi per Re giusti e legittimi, ed esser da tutti conosciuti per tali. Ma Adriano che internamente covava le medesime massime de' suoi predecessori, e che non meno di coloro aveva per sospetta la potenza de' Longobardi in Italia, non volle a patto alcuno disgustarsi il Re Carlo, ed a' continui impulsi, che gli dava Desiderio, fu sempre immobile. Onde questi sdegnato, e finalmente perduta ogni pazienza, credendo colla forza ottener quello a che le preghiere non erano arrivate, invase l'Esarcato, ed in un tratto avendo presa Ferrara, Comacchio e Faenza, designò portar l'assedio a Ravenna. Adriano non mancava per Legati di placarlo, e di tentare per mezzo degli stessi la restituzione di quelle città; nè Desiderio si sarebbe mostrato renitente a farlo, purchè il Pontefice fosse venuto da lui, desiderando parlargli, e seco trattar della pace. Ma Adriano rifiutando l'invito, ed ogni uficio, si ostinò a non voler mai comparirgli avanti, se prima non seguiva la restituzione delle Piazze occupate. Così cominciavano pian piano i Pontefici romani a niegare a' Re d'Italia que' rispetti e quegli onori, che prima i loro predecessori non isdegnavano di prestare. Desiderio irritato maggiormente per queste superbe maniere di Adriano, comandò subitamente, che il suo esercito marciasse in Pentapoli, ove fece devastar Sinigaglia, Urbino e molte altre città del patrimonio di S. Pietro sino a' contorni di Roma. Questo fu che accelerò il corso della fatal ruina dei Longobardi; perchè Adriano non mancò tosto di ricorrere in Francia, e dimandar non pure soccorsi da Carlo, ma invitar questo Principe all'acquisto del Regno d'Italia; e perchè tenevan i Longobardi chiuse tutte le strade di terra, spedigli per mare un Legato a sollecitar la sua venuta.

Non mancò Desiderio all'incontro, subito che fu avvisato di questo ricorso, di mostrare al Re Carlo l'inclinazione, ch'egli diceva di aver tenuto sempre alla pace con Adriano, altamente dolendosi della costui durezza, che avendo egli offerta la pace, e dimandato di parlargli, aveva ricusato di farlo; nè cessava in oltre con lettere a varj Principi, e con pubblici manifesti difendersi dall'accuse d'Adriano, il quale lo pubblicava appo i Franzesi per distruttor della Toscana, per barbaro, inumano, fiero, crudele, dipingendolo reo di molti delitti; tanto che per purgarsene, si trovò Desiderio nella necessità di spedir Legati a Carlo in Francia, ed assicurarlo ch'egli avrebbe fermata ogni pace col Papa, e rendutogli ciò ch'e' poteva da lui pretendere.

Ma Carlo, che non aspettava altro, che sì bella opportunità di vendicarsi di Desiderio, il quale con tenere in suo potere i suoi nepoti, tentava dividergli il Regno, e che non poteva aspettar miglior occasione per discacciar d'Italia i Longobardi, ricevè con incredibil contentezza l'invito fattogli da Adriano. Egli trovavasi allora (per le tante vittorie riportate in Aquitania ed in Sassonia) tutto glorioso e formidabile in Tionvilla su le sponde della Mosella: quivi ricevè il Legato del Papa, e diede insieme audienza agli Ambasciadori di Desiderio, da' quali subito disbrigatosi, con rimandargli indietro senza niente conchiudere, accettò con sommo piacer suo la proposta del Pontefice, e tosto ponendosi alla testa d'un poderoso esercito, sforzò il passo dell'Alpi in due luoghi, tagliando a pezzi que' Longobardi, che lo difendevano.

Desiderio dall'altra parte accorse anch'egli in persona col suo esercito per impedirlo; ma incalzato da Carlo, fu il grosso del suo esercito disfatto, e costretto a ritirarsi, onde risolse di difendersi in Pavia, ove si chiuse. Carlo non mancò subito di strettamente assediarla, e fra tanto con una parte delle truppe sforzò Verona, dentro della qual città erasi ritirato Adalgiso per difenderla, insieme con Berta, ed i due suoi figliuoli. Quando questo Principe videsi stretto, disperando della fortuna di suo padre, e di poter difendere quella Piazza, se ne fuggì, prima che ella cadesse in poter di Carlo, e dopo esser andato lungo tempo ramingo, vedendo finalmente, che tutto era perduto per li Longobardi, salvossi per mare in Costantinopoli, ove fu dall'Imperador Lione, figliuolo di Copronimo, con molto piacere ricevuto sotto la sua protezione. Que' di Verona subito che videro uscir Adalgiso dalla Piazza, si diedero in poter di Carlo, il quale presa Berta coi suoi figliuoli, tosto gli mandò in Francia, senza che siasi potuto saper da poi ciocchè seguisse di questi due infelici Principi, de' quali non s'è mai più sentito parlare. Tutte l'altre città de' Longobardi sovvertite per opera e macchinazione del Pontefice, da loro stesse renderonsi a Carlo. Restava Pavia solamente, la quale difesa da Desiderio si manteneva ancor in fede.

Carlo, cinta ch'ebbe Pavia di stretto assedio, volle passar in Roma alle Feste di Pasqua: gli eccessi d'allegrezza, che mostrò Adriano, gli onori, che gli furon fatti da' Romani e dal Clero, guidando ogni cosa il Pontefice, furono incredibili. Fu salutato Re di Francia e de' Longobardi insieme, e Patrizio romano, incontrato un miglio fuori delle porte di Roma da tutta la Nobiltà e Magistrati, e dal Clero in lunghi ordini distinto con croci ed inni ricevuto: dopo gli applausi e le feste, si venne a ciò che più importava. Fu tosto dal Papa ricercato Carlo a confermar le donazioni di Pipino suo padre, che aveva fatte alla Chiesa di Roma: non volle costui esser molto pregato a confermarle, come fece di buona voglia, e facendone stipular nuovo strumento per mano di Eterio suo Notajo, sottoscritto da lui, da tutti i Vescovi ed Abati, da' Duchi e da tutti que' Grandi ch'eran seco venuti, super Altare B. Petri manu propria posuit, come dice Ostiense[281].

Anastasio Bibliotecario, come si è detto, molto ingrandisce questa donazione di Carlo: oltre all'Esarcato di Ravenna e Pentapoli, vi aggiunge l'isola di Corsica, tutto quell'ampio paese che da Luni calando nel Sorano e nel monte Bordone abbraccia Vercetri, Parma, Reggio, Mantova e Monselice, le province di Venezia e d'Istria, ed il Ducato di Spoleti e di Benevento. La Cronaca del monastero di S. Clemente narra, che Carlo aggiunse alla donazione di Pipino solamente questi due Ducati. Sigonio poi, e gli altri più moderni Scrittori, di ciò non ben soddisfatti, aggiungono il territorio sabinense, posto tra l'Umbria ed il Lazio, parte della Toscana e della Campagna ancora. Pietro di Marca[282], ciocchè dee recar più maraviglia, tratto anch'egli da' vanagloriosi Franzesi, che cotanto ingrandiscono questa donazione, per magnificar in conseguenza la liberalità franzese, vi aggiunge tutta la Campagna, e con essa Napoli, gli Apruzzi e la Puglia ancora, additando con ciò l'origine delle nostre papali investiture. Altri vi aggiungono anche la Sassonia da Carlo allora soggiogata; di più, che facesse anche dono di province non sue, e che non acquistò giammai, cioè della Sardegna e della Sicilia; e che sopra tutte queste province e Ducati s'avesse egli solamente riserbata la sovranità. Ma, e gli antichi annali di Francia, e la serie delle cose seguenti, ed il non averci potuto l'Archivio del Vaticano dare l'istromento di questa donazione, dal quale n'escono tanti altri d'inferior dignità, dimostrano per favolosi tutti questi racconti, e convincono, che Carlo non fece altro che confermare la donazione di Pipino dell'Esarcato e di Pentapoli. Ed intanto alcuni scrissero, che l'avesse anche accresciuta, perchè molti luoghi dell'Esarcato e di Pentapoli, che da' Longobardi erano stati occupati, insieme co' patrimonj, che la Chiesa romana possedeva nel Ducato di Spoleti e di Benevento, nella Toscana, nella Campagna, ed altrove, ch'erano stati parimente occupati da' Longobardi, fece egli restituire. Ed in questi sensi Paolo Emilio[283], e gli altri Autori dissero, che Carlo non solo avesse confermati i doni di Pipino suo padre, ma anche accresciuti: ciò che si convince manifestamente dall'istoria delle cose seguite appresso; poichè Carlo sotto il nome del Regno d'Italia si ritenne la Liguria, la Corsica, Emilia, le province di Venezia e dell'Alpi Cozie, Piemonte, ed il Genovesato, che avea tolti a' Longobardi, e fatti passare sotto la sua dominazione: nè si legge che questa parte d'Italia fosse stata mai posseduta da' Pontefici romani.

Molto più chiaro ciò si manifesta dal vedersi, che que' tre famosi Ducati, del Friuli, di Spoleti, ed il nostro di Benevento mai non furono posseduti da' romani Pontefici: come nel seguente libro di questa Istoria si conoscerà chiaramente, cioè che questi tre Ducati ebbero i loro Duchi, nè Carlo vi pretendeva altro, che quella sovranità, che v'avevano avuti i Re longobardi suoi predecessori, anzi i nostri Duchi di Benevento scossero affatto il giogo, e si sottrassero totalmente da lui, negandogli qualunque ubbidienza, e vissero liberi ed independenti; nè la città di Benevento, se non molti, e molti anni appresso fu cambiata colla Chiesa di Bamberga, e conceduta alla sede di Roma, ma non già il suo Ducato, che fu sempre posseduto da' nostri Principi.

Dall'aver Carlo fatti restituire i patrimonj, che la Chiesa romana possedeva nell'Alpi Cozie, nel Ducato di Spoleti, e di Benevento, nacque l'errore di quegli Scrittori, i quali confondendo il patrimonio dell'Alpi Cozie colla provincia, il patrimonio di Benevento col Ducato beneventano, dissero che Carlo donò a S. Pietro que' Ducati, e quella provincia. Così ciò che nell'epistole d'Adriano si legge de' Ducati di Spoleti, e di Benevento donati a S. Pietro, non d'altro, se non di questi patrimonj si dee intendere; siccome quando l'Imperador Lodovico Pio, Ottone I. e l'altro Ottone Re di Germania confermorono a Pascale I, ed a Giovanni XII, i patrimonj beneventano, salernitano, e napoletano, siccome anche fece l'Imperador Errico IV. a Pascale II, non altro intesero se non di quelle terre e possessioni, che la Chiesa romana, come patrimonio di S. Pietro possedeva in queste nostre province, che anche i nostri antichi chiamarono justitias ecclesiae[284]. Solo dunque l'Esarcato di Ravenna, Pentapoli, ed alcuni luoghi del Ducato romano passarono nel dominio della Chiesa di Roma, riserbandosi il Re Carlo la sovranità; anzi in Roma stessa, e nel Ducato romano eran ancora in quelli tempi rimasi vestigi della dominazione degli Imperadori d'Oriente, i quali tuttochè deboli vi tenevano tuttavia i loro Uficiali, ed erano ancora riconosciuti per Sovrani, infinochè a' tempi di Lione III, successor d'Adriano, non si pose il Popolo romano sotto la sede, e soggezione del Re Carlo, che vollero anche da Patrizio innalzare ad Imperador romano. Niente dico dell'isole di Sicilia e di Sardegna non mai da Carlo conquistate, le quali furon lungamente possedute dagl'Imperadori Greci, infinchè i Saraceni non gliele rapirono.

Carlo adunque, dopo aver in cotal guisa soddisfatto il Papa ed i Romani, fece ritorno al campo appresso Pavia, nè restandogli altra impresa, che di ridurre quella città sotto la di lui ubbidienza, pose ogni sforzo per impadronirsene, perchè quella presa, essendo capo del Regno, non restasse altra speranza a' Longobardi di ristabilirsi nelle città perdute. La strinse perciò più strettamente, e togliendole ogni adito di poter esser soccorsa, Desiderio che sin all'estremo proccurò difenderla, essendo la gente afflitta non men dalla fame che dalla peste, che tutta la consumava; finalmente in quest'anno 774 fu costretto di render la Piazza, se stesso, sua moglie, e i di lui figliuoli alla discrezione di Carlo, che fattigli condurre tutti in Francia, finirono quivi i giorni loro in Carbia, senza che mai di loro si fosse inteso più parlare. Così Carlo in una sola campagna si rendè padrone della maggior parte d'Italia, ma non già di quelle province ond'ora si compone il nostro Regno, non del Ducato beneventano, nè di quel di Napoli, nè dell'altre città della Calabria, e de' Bruzj, che lungamente si mantennero sotto la dominazione degl'Imperadori d'Oriente, come vedremo nel seguente libro.

Ecco come cominciarono i romani Pontefici a trasferire i Regni da gente in gente: quindi avvenne, che calcandosi con maggior espertezza e desterità le medesime pedate da' loro successori, si rendessero ai Principi tremendi: i quali per avergli amici, poco curando la sovranità de' loro Stati, e la propria dignità, soggettavansi loro insino a rendersi ligi e tributarj di quella sede. Ecco ancora il fine del Regno de' Longobardi in Italia: Regno ancorchè nel suo principio aspro ed incolto, pure si rendè da poi così placido e culto, che per lo spazio di ducento anni che durò, portava invidia a tutte l'altre Nazioni. Assuefatta l'Italia alla dominazione de' suoi Re, non più come stranieri gli riconobbe, ma come Principi suoi naturali; poichè essi non aveano altri Regni, o Stati collocati altrove, ma loro proprio paese era già fatta l'Italia, la quale per ciò non poteva dirsi serva e dominata da straniere genti, come fu veduta poi, allorchè sottoposta con deplorabili e spessi cambiamenti a varie Nazioni, pianse lungamente la sua servitù. Questa era veramente cosa maravigliosa, dice Paolo Varnefrido[285], e con esso lui l'Abate di Vesperga, che nel Regno de' Longobardi non si faceva alcuna violenza, non sortiva tradimento, nè ingiustamente si spogliava, o angariava alcuno: non eran ruberie, non ladronecci, e ciascuno senza paura andava sicuro, dove gli piaceva. I Pontefici romani, e sopra tutti Adriano, che mal potevano sofferirgli nell'Italia, come quelli che cercavano di rompere tutti i loro disegni, gli dipinsero al Mondo per crudeli, inumani e barbari; quindi avvenne che presso alla gente e agli Scrittori dell'età seguenti, acquistassero fama d'incolti e di crudeli. Ma le leggi loro cotanto sagge e giuste, che scampate dall'ingiuria del tempo ancor oggi si leggono, potranno esser bastanti documenti della loro umanità, giustizia e prudenza civile. Avvenne a quelle appunto ciò, che accadde alle leggi romane: ruinato l'Imperio non per questo mancò l'autorità e la forza di quelle ne' nuovi dominj in Europa stabiliti: ruinato il Regno de' Longobardi, non per questo in Italia le loro leggi vennero meno.

CAPITOLO V. Leggi de' Longobardi ritenute in Italia, ancorchè da quella ne fossero stati scacciati: loro giustizia e saviezza.

Le leggi de' Longobardi, se vorranno conferirsi colle leggi Romane, il paragone certamente sarà indegno, ma se vorremo pareggiarle con quelle dell'altre Nazioni, che dopo lo scadimento dell'Imperio signoreggiarono in Europa, sopra l'altre tutte si renderanno ragguardevoli, così se si considera la prudenza e i modi, che usavano in istabilirle, come la loro utilità e giustizia, e finalmente il giudicio de' più gravi e saggi Scrittori, che le commendarono. Il modo che tennero e la somma prudenza e maturità, che praticarono i Re quando volevan stabilirle, merita ogni lode e commendazione. Essi, come s'è veduto, convocavano prima in Pavia gli Ordini del Regno, cioè i Nobili e Magistrati; poichè l'ordine Ecclesiastico non era da essi conosciuto, nè avea luogo nelle pubbliche deliberazioni, e nè meno la plebe, la quale, come disse Cesare parlando de' Galli, nulli adhibebatur consilio: si esaminava quivi con maturità e discussione ciò che pareva più giusto ed utile da stabilire: e quello stabilito, era poi pubblicato da' loro Re negli editti. Maniera, secondo il sentimento di Ugon Grozio[286], forse migliore di quella, che tennero gl'Imperadori stessi romani, le cui leggi, dipendendo dalla sola volontà loro, soggetta a varj inganni e soggestioni, cagionarono tant'incostanza e variazioni, che del solo Giustiniano vediamo d'una stessa cosa aver tre, e quattro volte mutato e variato parere e sentenza. Presso a' Longobardi prima di pubblicarsi le leggi per mezzo de' loro editti, erano dagli Ordini del Regno ben esaminate e discusse; onde ne seguivano più comodi. Il primo, che non v'era timore di potersi stabilire cosa nociva al ben pubblico, quando v'erano tanti occhi e tanti savj, a' quali non poteva esser nascosto il danno, che n'avesse potuto nascere. Il secondo, ch'era da tutti con pronto animo osservato ciò che piacque al comun consentimento di stabilire. E per ultimo, che non così facilmente eran soggette a variarsi, se non quando una causa urgentissima il ricercasse: come abbiam veduto essersi fatto da que' Re, che dopo Rotari successero, i quali se non facto periculo, e dopo lunga esperienza conoscendo alcune leggi de' loro predecessori alquanto dure ed aspre, e non ben conformarsi a' loro tempi, renduti più docili e culti, le variavano e mutavano col consiglio degli Ordini. Il qual sì prudente e saggio costume lodò anche e commendò presso a' Sueoni, popoli del Settentrione, quella prudente e saggia donna Brigida, a cui oggi rendiamo noi gli onori, che non si danno se non a' Santi.

Se si voglia poi riguardare la loro giustizia ed utilità, e prima di quelle leggi accomodate agli affari e negozj de' privati, ed alla loro sicurità e custodia, come sono i matrimonj, le tutele, i contratti, le alienazioni, i testamenti, le successioni ab intestato, la sicurezza del possesso, non potremo riputarle se non tutte utili e prudenti.

Per li matrimonj molte provide leggi s'ammirano nel libro secondo di quel volume[287]. L'ingenuo non s'accoppiava con la libertina, nè il nobile coll'ignobile; quindi essendo i Re collocati sopra la condizione di tutti; quelli morti, le loro vedove non si collocavan poi con altri, se non eran di regal dignità decorati. Ma Giustiniano prese Teodora dalla scena con gran vituperio del Principato. Quelli che non eran nati da giuste nozze, non si creavano Cavalieri: non eran ammessi al Magistrato, anzi nè meno a render testimonianza. Le profuse donazioni tra' mariti e mogli eran vietate: prudentissima fu perciò la legge di Luitprando, colla quale fu posto freno al dono mattutino, che solevan i mariti fare alle mogli il mattino dopo la prima notte del loro congiungimento, che i Longobardi chiamavano morgongap[288]; solevan sovente i mariti d'amor caldi, allettati da' vezzi delle novelle spose, donar tutto: Luitprando[289] proibì tanta profusione, e stabilì che non potessero eccedere la quarta parte delle loro sostanze. E per gli esempj che rapporta Ducange, si vede che per tutto l'undecimo secolo fu la legge osservata. Ed è veramente nuovo e singolare ciocchè l'Abate Fontanini nel suo libro contra il P. Germonio rapporta di alcuni atti, che pubblicò d'una notizia privata dell'anno 1162, nella quale si legge, che un tal Folco da Cividale del Friuli dona a Gerlint sua moglie tutto il suo, omnia sua propter pretium in mane quando surrexit de lecto. Gli adulterj erano severamente puniti; le nozze fra' congionti, secondo il prescritto, non men delle leggi civili, che de' canoni erano vietate; e Luitprando[290] istesso rende a noi testimonianza, che fu mosso a vietarle anche con sue leggi: Quia, com'e' dice, Deo teste, Papa Urbis Romae, qui in omni Mundo caput Ecclesiarum Dei, et Sacerdotum est, per suam epistolam nos adhortatus est, ut tale conjugium fieri nullatenus permitteremus.

Alcuni s'offendono, che in questo secondo libro delle leggi de' Longobardi[291] si legga permesso il concubinato, vietandosi solamente, che in un istesso tempo si possa tener moglie e concubina, non altrimente, che due mogli, essendo anche presso a' Longobardi vietata ogni poligamia. Ma tralasciando che quella legge fu di Lotario, non già d'alcuno de' Re longobardi; questa maraviglia nasce dal non sapere che presso ai Romani il concubinato fu una congiunzione legittima[292], non pur tollerata, ma permessa, ed era perciò detto semimatrimonium, e la concubina era chiamata perciò semiconjux[293], e lecitamente l'uomo poteva avere per sua compagna o la moglie o la concubina, non però in un medesimo tempo e moglie e concubina insieme, perchè questa era riputata poligamia, non altrimente se tenesse due mogli[294]. Questo istituto fu continuato anche dappoichè per Costantino Magno l'Imperio abbracciò la nostra religione, il quale ancorchè ponesse freno al concubinato, non però lo tolse; ed appresso i Cristiani di più Nazioni d'Europa, per molti secoli fu ritenuto; di che fra gli altri ce ne rende certi un Concilio di Toledo, ove fu parimente stabilito, che l'uomo sia Laico, sia Cherico d'una sola debba contentarsi o di moglie o di concubina, non già che possa ritenere in uno stesso tempo tutte due[295]. Ma vietatosi poi nella Chiesa latina a' Preti affatto di aver moglie, ed in conseguenza di tener anche concubine, poichè gli Ecclesiastici per la loro incontinenza non potevan vivere soli, si ritennero le concubine: fu per isradicar questo costume in varj Concilj severamente proibito loro di tenerle: non ebbero queste proibizioni gran successo, e furon di poco profitto: rada era l'osservanza; ed i Preti non potevano a patto alcuno distaccarsene: furono perciò replicati i divieti: non vi era Concilio che si convocasse, che con severe minacce non inculcasse sempre il medesimo, detestandosi il concubinato, e predicandosi peggior dell'adulterio, dell'incesto, e più grave d'ogni altro vizio. Quindi nelle seguenti età il nome del concubinato, che prima era riputato una congiunzion legittima, fu renduto odioso ed orrendo in quella maniera, ch'oggi si sente. Nel Regno d'Italia non pur presso a' Longobardi, ma anche quando passò sotto la dominazione de' Franzesi, durava ancora l'istituto de' Romani. Appresso alcune altre Nazioni d'Europa era anche il concubinato riputato legittimo, e Cujacio testimonia, che anche a' suoi tempi era ritenuto dai Guasconi, e da altri popoli presso i Pirenei[296]. In Oriente per le Novelle di Basilio Macedone[297], e di Lione, fu il concubinato proibito; ma quelle non ebbero alcun vigore nelle province d'Europa, come quelle ch'erano state sottratte dall'Imperio, ed ubbidivano a' loro Principi independentemente dagl'Imperadori d'Oriente: ciocchè meriterebbe un discorso a parte, ma tanto basterà per ciò, che riguarda il nostro istituto.

Intorno alle tutele, furon dati savj provvedimenti: eran i pupilli raccomandati ugualmente agli agnati, che a' cognati: ma de' pupilli nobili il principal tutore era il Re[298]. Quindi appresso noi nacque l'istituto di darsi dal Re il Balio a' Baroni, e prendersi da lui le lettere del Baliato. Davano ancora alle donne per la loro imbecillità un perpetuo tutore, ch'essi chiamavano Mundualdo, il quale s'assomigliava in gran parte al tutore cessizio de' Romani antichi, sotto la cui autorità eran sempre le donne di qualunque età fossero, ed ancorchè a nozze passassero: ond'è che ancor oggi in alcuni luoghi del nostro Regno sia rimaso di loro alcun vestigio.

Ne' contratti, l'equità e la giustizia fu unicamente ricercata: i contratti de' maggiori, diffinendo la maggior età nell'anno decim'ottavo, eran ben fermi, nè alle restituzioni soggetti. I creditori, ed i compratori erano sicuri di non esser fraudati e delusi per le tacite ipoteche, e per gli occulti fedecommessi; imperocchè si facevan passare tutti i contratti, le vendite, i pegni, i testamenti stessi sotto gli occhi, ed avanti i Magistrati, ed al cospetto del Popolo. L'ordine di succedere ab intestato era semplicissimo: colui ch'era più prossimo in grado, era l'istesso che l'erede, eccetto solamente che i figliuoli, e' lor descendenti erano preferiti a' genitori.

I giudicj, che appresso i Romani eran tratti in immenso con grave dispendio delle proprie sostanze, e cruccio dell'animo, appo i Longobardi eran brevi e meno travagliosi. La temerità de' litiganti era frenata da' pegni, e dalle pieggiarie. A' Giudici niente era più facile e spedito: nelle quistioni di fatto portava l'attore i suoi testimoni, ed il reo i suoi, e colui guadagnava, che dal suo canto avea di lor maggior numero ed autorità. Nelle cose dubbie ed ambigue si ricorreva alla religione de' giuramenti; questo si dava al reo, ma con molto riguardo, cioè se produceva testimonj di provata fama, che deponessero ed attestassero della di lui probità e religione, e che essi volentieri crederebbero al suo giuramento[299]. Rade eran le quistioni di legge, e se pur accadevano, non dagli infiniti volumi degl'Interpetri, ma da' semplici e piani detti delle lor leggi, dal giusto e dal ragionevole prestamente eran decise. Pronto era il remedio nelle perturbazioni di possesso, e subita la restituzione, andando il Giudice co' testimonj in sul luogo a conoscer dello spoglio, e ad immantenente ripararlo.

Nella cognizion criminale de' delitti erano due cose saggiamente osservate. La violazione della ragione e società pubblica, e di quella del privato. Per questo due multe furono introdotte: coll'una si riparava al danno del privato, che chiamarono Vedrigeldium, cioè quel che si dava per lo taglione; coll'altra si riparava alla pubblica pace, che dissero per ciò Fedra, e si dava al Re, o al comune di qualche città. Commenda Ugone Grozio[300] questo lor istituto di non spargere il sangue de' Cittadini per leggieri cagioni, ma solo per gravissime e capitali. Ne' minori delitti bastava, che per danaro si componessero, ovvero che il colpevole passasse nella servitù dell'offeso, in cui s'era peccato.

I beni de' condannati erano salvi a' loro figliuoli, nè stavano soggetti a confiscazioni. Nelle cause criminali non ammettevano appellazioni, nè questo portò a Grozio alcuna maraviglia, come non debbono altri averla; poichè i Pari della Curia con somma religione e clemenza de' lor pari giudicavano. Quindi presso di noi nacque l'istituto, che le cause capitali de' Baroni non potessero decidersi senza quelli, che diciamo Pares Curiae.

I riti e le solennità ch'essi usavano nelle manumissioni, e nell'adozioni eran conformi a' lor costumi feroci e guerrieri. Le manumissioni come c'insegna Paolo Varnefrido si facevano per sagittam, le adozioni per arma, siccome le alienazioni per glebae festucaeve conjectionem in sinum emptoris.

Dispiacque a molti quell'antica consuetudine dei Longobardi, che in alcune cause dubbie ed ambigue e ne' gravi delitti se ne commettesse la decisione alla singular pugna di due, che chiamiamo duello. Fu veramente il duello antica usanza de' Longobardi, che poi passata in legge, fu per molto tempo praticata non pur da loro, ma da molte altre Nazioni, le quali da' Longobardi l'appresero. In fatti l'istorie loro sono piene di questi duelli; e memorando fu quello di Adalulfo, che di adulterio aveva tentata la Regina Gundeberta[301], ed avutane ripulsa, per vendicarsene, ricorse al Re Arioaldo suo primo marito, al quale accusandola falsamente, che insieme con Dato Duca della Toscana gl'insidiasse la vita ed il Regno, fece imprigionare quella infelice Principessa. Di che offeso Clotario Re di Francia, dal cui sangue discendeva, mandò Legati ad Arioaldo con gagliarde richieste di dover tosto liberarla; al che avendo il Re risposto, ch'egli aveva cagioni giustissime di tenerla prigione, e negando i Legati ciò che s'imputava alla Regina, affermando che mentivano gli Autori di tal impostura; finalmente Ansoaldo uno di essi richiese al Re, che per duello il dubbio dovesse terminarsi. Vennero alla pugna Cariberto per la Regina, e l'impostore Adalulfo pel Re, nella quale restando l'ultimo vinto, fu la Regina liberata, e restituita al suo antico onore. Questo genere di purgazione fu cotanto commendato presso a tutte le Nazioni, che Cujacio[302] dice, che anche fra' Cristiani, così nelle cause civili, come nelle accusazioni criminali fu il duello lungamente praticato, ed i nostri Franzesi Normanni, finchè tennero questo Regno, sovente l'usarono. Era ben da' Re longobardi istessi riputato un esperimento fiero ed irragionevole; ma assuefatti que' Popoli lungamente a tal usanza, e reputando minor male per placar l'ira e lo sdegno di quegli animi feroci, commetter l'affare al periglio di pochi, che di vedere ardere di discordie civili le intere famiglie, loro non parve grave, se non necessario il ritenerlo. Luitprando Principe prudentissimo ben lo conobbe, ma ad esempio di Solone, che dimandato se egli avesse date le migliori leggi che aveva saputo agli Ateniesi, rispose le migliori, che potevan confarsi ai loro costumi, così egli in una sua legge altamente dichiarò questi suoi sensi, dicendo che ben egli era incerto del giudicio di Dio, e molti sapeva che per duello senza giusta causa restavan perditori, ma soggiunse: Sed propter consuetudinem gentis nostrae Longobardorum legem impiam vetare non possumus[303]. La religione cristiana tolse poi questa usanza, ma non si veggono tolte le radici, onde con tanta facilità cotali effetti germogliano: ella è nata per isradicarle interamente, ma noi medesimi siamo quelli, che le facciamo contrasto, e frapponghiamo impedimenti. La tolsero poi gli altri Principi, e presso a noi l'Imperadore Federico II, e più severamente gli altri Re suoi successori.

Dispiacque ancora quell'altro genere di prova del ferro rovente, dell'acqua fervente, ovvero ghiacciata[304]; ma di ciò non debbono imputarsi i soli Longobardi, ma tutte l'altre Nazioni d'Europa, e più i Cristiani nostri, i quali lungamente lo ritennero e l'abbracciarono più tenacemente; imperocchè credettero derivare il costume da Mosè istesso, il quale comandò che si dasse alle donne imputate di stupro certa pozione per conoscere il loro fallo, o l'innocenza. Non fu dunque maraviglia se i Longobardi, portando la cosa più avanti, ne stabilissero anche sopra ciò delle leggi, per le quali comandarono che per determinare le liti, si servissero anche de' vomeri infocati, ovvero dell'acqua fredda, o bollente. S'aggiunse, perchè l'error durasse e tal costume si ritenesse, la credulità e stupidezza degli uomini, i quali eran così persuasi e certi di questa pruova, che sovente diedero facile e sicura credenza a ciò che gli Storici o altri, che se ne spacciavan testimonj, ne favoleggiavano, e per cosa certa gliele descrivevano. Nè mancarono di raccontar fatti veramente strani e maravigliosi, non perchè essi veri fossero in realtà, ma prodotti da una fantasia sì fortemente accesa, che faceva lor vedere uomini posti dentro il fuoco non ardere, e buttati dentro i fiumi non sommergersi. Celebre appresso gl'Istorici è quel fatto accaduto ne' tempi d'Ottone a quella innocente Contessa, che accusata falsamente dall'Imperadrice sua moglie, se ne purgò con un ferro rovente, da cui non fu tocca.

(I più accurati Scrittori riputano favolosi tutti questi racconti dell'Imperatrice moglie d'Ottone, e della pruova del ferro rovente. Intorno a che son da vedersi coloro, che vengono rapportati da Struvio in Syntag. Hist. Germ. in Ottone, pag. 371).

Ma assai più celebre e memorabile è quell'altro ai tempi d'Alessandro II, accaduto in Firenze, di Pietro Aldobrandino, che uscì al cospetto di tutto il Popolo immune e salvo dalle fiamme, onde acquistonne il nome di Pietro Igneo. Non senza ragione adunque Federico Imperadore tra le sue leggi militari stabilì ancora, che questa pruova si praticasse nelle cause dubbie, come Radevico e Cujacio[305] testificano. Ma conosciutasi da poi, seriamente pensandovi, la sua incertezza, e che molti innocenti ne riportavano pena maggiore di quella, che anche legittimamente convinti per rei non avrebbero potuto temere, e che all'incontro ne uscivan liberi i colpevoli; e che con troppo ardimento si pretendesse tentar i giudicj divini, fu da' romani Pontefici proibito. E Cujacio[306] rapporta, che questo costume nella Lombardia cominciò prima di tutti gli altri paesi a mancare, e ad andare in disusanza. Presso a noi andò parimente in obblivione, ed ancorchè i Baresi lungamente ritenessero l'usanze de' Longobardi onde il libro delle loro Consuetudini fu compilato; pur confessano, che sin da' tempi del Re Rugiero era già tal costume affatto mancato: Ferri igniti, aquae ferventis, vel frigidae, aut quodlibet judicium, quod vulgo paribole nuncupatur, a nostris civibus penitus exulavit[307].

Parve anche a molti fiero e crudele quel costume di render cattivi i Cristiani, e riceverne per la libertà riscatti, come s'è veduto che fecero co' Crotonesi, e con altre genti delle città, ch'erano in poter de' Greci loro nemici: del che altamente si querelava S. Gregorio M. Ma questo costume, siccome fu narrato nel precedente libro, era allora indifferentemente da tutti praticato: nè mancano Scrittori che lo difendono per giusto.

Per queste cagioni leggiamo noi ne' più gravi Autori cotanto commendarsi sopra tutte le straniere Nazioni la longobarda per gente savia e prudente, e che meglio di tutte le altre avesse saputo stabilire le leggi, con tanta perizia ed avvedimento dettate. Niente dico di Grozio[308] che perciò tante lodi l'attribuisce, niente di Paolo Varnefrido. Guntero Secretario che fu di Federico I Imperadore, e famoso Poeta di que' tempi, così nel suo Ligurino cantò de' Longobardi.

Gens astuta, sagax, prudens, industria, solers, Provida consilio, legum, Jurisque perita.

Nè lo stile, con cui furono quelle leggi scritte, è cotanto insulso ed incolto come pur troppo lo riputarono i nostri Scrittori: ben furono elle giudicate dall'incomparabile Grozio degno soggetto delle sue fatiche e de' suoi elevatissimi talenti: aveva ben egli apparecchiato loro un giusto commentario, siccome dell'altre leggi dell'altre Nazioni settentrionali, così ancora di queste de' Longobardi. Ma pur troppo presto tolto a noi da immatura morte, non potè perfezionarlo. È bensì a noi di lui rimaso un Sillabo[309] di tutti i nomi e verbi, ed altri vocaboli de' Longobardi, per cui si scuoprono i molti abbagli presi da' nostri Scrittori, che vollero interpretarle; e Giacomo Cujacio[310] ne' suoi libri de' Feudi, i quali in gran parte da queste leggi dipendono, sovente ne mostra molte voci delle medesime reputate dalla comune schiera per barbare ed incolte, ed a cui diedero altro senso, essere o greche, o latine, o dipendere con perfetta analogia da queste lingue: così quella voce arga, che s'incontra spesso in queste leggi, riputata barbara, e che i nostri vogliono che significhi cornuto, come fra gli altri espose Maxilla nelle Consuetudini di Bari[311] che da queste leggi in gran parte derivano, presso a Paolo Varnefrido[312] non significa altro che inerte, scimunito, stupido, ed inutile, e la voce deriva dal Greco argòs, che appo i Greci significa lo stesso, come dice Cujacio[313], e lo conferma coll'autorità di Didimo. E ciò che sovente occorre in questi libri astalium facere, non vuol dir altro che ingannare, e mancare al Principe o al Commilitone del suo ajuto e soccorso, mentre nella pugna ne tiene il maggior bisogno, ed è in periglio di vita. Così ancora farsi una cosa asto animo, come sovente leggiamo in queste leggi, da voce latinissima deriva ch'è il medesimo, che d'animo vafro ed ingannevole: Plauto in Poenulo.

Mea soror ita stupida est sine animo asto.

Ed Accio appresso Nonio:

Nisi ut asta ingenium lingua laudem.

Parimente quell'altra voce Strige, che in queste leggi s'incontra, e che presso a Festo è l'istesso, che malefica, si ritrova ancora in Plauto in Pseudolo

Strigibus vivis convivis intestinaque exedunt.

che i Longobardi con voce propria della Nazione chiamarono anche Masca, ed oggi noi chiamiamo Maga o Strega.

L'uso del talenone dichiarato da Festo, Vegezio, ed Isidoro, viene anche nettamente spiegato da queste leggi[314]. Il talenone, come anche spiega la legge, non era altro, che una trave librata sopra una forca di legno, per la quale si tirava con secchi l'acqua dai pozzi.

Il chiamare le donne non casate vergini in capillo non altronde deriva, che dall'istituto de' Romani, i quali distinguevan le vergini da quelle, che avean contratte nozze, perchè queste velavano il lor capo, ed all'incontro le vergini andavan scoverte, e mostravano i loro capelli.

Galeno credette che i cavalli, e, toltone i cani, ogni sorta di quadrupedi non potessero esser mai rabbiosi. All'incontro Absirto, e Hierocle Mulomedici[315], e Porfirio ancora contra il sentimento di Galeno scrissero, che potevan ancora quelli esser rabbiosi. I Longobardi in queste loro leggi[316] ricevettero l'opinione di costoro, e rifiutarono come falsa quella di Galeno. Molt'altri consimili vestigi di loro erudizione si scorgono in quelle, e molte altre voci di questo genere, che ad altri sembrano barbare, quando traggon la loro origine dalla greca o latina lingua, e sono sparse in questi libri, che non accade qui tesser di loro più lungo catalogo: ciascuno per se potrà avvertirle, e potrà anche osservarle nel Sillabo, che ne fece Grozio del quale poc'anzi si fece da noi memoria.

I. Leggi longobarde lungamente ritenute nel Ducato beneventano, e poi disseminate in tutte le nostre province, ond'ora si compone il Regno.

L'eminenza di queste leggi sopra tutte le altre delle Nazioni straniere, e la loro giustizia e sapienza potrà comprendersi ancora dal vedere, che discacciati che furono i Longobardi dal Regno d'Italia, e succeduti in quello i Franzesi, Carlo Re di Francia e d'Italia lasciolle intatte; anzi non pur le confermò, ma volle al corpo delle medesime aggiungerne altre proprie, che come leggi pure longobarde volle, che fossero in Lombardia, e nel resto d'Italia che a lui ubbidiva, osservate.

Egli ne aggiunse molte altre agli editti de' Re longobardi suoi predecessori, che stabilì non come Imperadore o Re di Francia, ma come Re d'Italia, ovvero de' Longobardi. E siccome la legge longobarda non ebbe vigore presso a' Franzesi, così ancora la legge salica o francica non fu da Carlo, nè da' suoi successori introdotta in Italia; onde si vede l'error del Sigonio[317], il quale tre leggi vuole, che nell'Imperio de' Franzesi fiorissero in Italia, la romana, la longobarda e la salica. Se non se forse volesse intendere, che appo i soli Franzesi, che vennero con Carlo in Italia, quella avesse forza e vigore. Pipino suo figliuolo e successore nel Regno d'Italia, e gli altri Re ed Imperadori che gli succederono, come Lodovico, Lotario, Ottone, Corrado, Errico e Guido, non pur le mantennero intatte ed in vigore, ma altre leggi proprie v'aggiunsero; e quindi nacque che l'antico Compilatore di queste leggi raccolse in tre libri non pur le leggi di que' cinque Re longobardi, ma anche quelle di Carlo M. e degli altri suoi successori insino a Corrado, che come Signori d'Italia le stabilirono, le quali tutte leggi longobarde furon dette.

Ma presso di noi per altre più rilevanti cagioni furono mantenute, e lungamente osservate. Nel Ducato beneventano, che abbracciava la maggior parte di queste nostre province, che ora compongono il Regno, sotto i Re longobardi loro autori, furono con somma venerazione ubbidite. Questo Ducato ch'era ancor parte del Regno loro, si reggeva colle medesime leggi. I Re avevano la sovranità di quello, ed i Duchi che lo governavano erano a loro subordinati, e Desiderio ultimo Re vi avea creato, come s'è detto, Duca Arechi suo genero. Ma mancati in Italia i Re longobardi, non per questo mancarono nel Ducato beneventano i Duchi; anzi Arechi, come diremo nel seguente libro, toltasi ogni soggezione de' Franzesi, lo resse con assoluto ed independente Imperio. Volle di regali insegne ornarsi con scettro, corona e clamide, e farsi ungere, ed elevare in Principe sovrano, lo mantenne perciò esente da qualunque altra dominazione; onde maggior piede e forza presero in questo Ducato le leggi longobarde, le quali poi si ritennero costantemente da tutti i Principi beneventani successori. E diviso da poi il Principato, e moltiplicato in tre, cioè nel beneventano, salernitano e capuano, che abbracciavano quasi tutto il Regno, maggiormente si diffusero le leggi longobarde. Il Ducato napoletano, e le altre città della Calabria e de' Bruzj, Gaeta, ed alcune altre città marittime, che anche da poi durarono per qualche tempo sotto la dominazione de' Greci, ricevettero più tardi queste leggi. Questi luoghi, come soggetti agl'Imperadori d'Oriente, si governavano colle leggi loro; e quali queste si fossero, sarà esaminato nel settimo libro, ove delle loro Novelle, e delle tante loro compilazioni faremo parola. Ma discacciati che ne furono i Greci da' Normanni, e ridotte tutte queste province sotto il dominio d'un solo, i Normanni ai Longobardi succeduti, ritennero le loro leggi, e le diffusero per tutto, anche nelle città, che essi tolsero a' Greci, come vedremo ne' seguenti libri; onde avvenne che dall'essere state queste leggi mantenute in Italia sotto altri Principi, che non erano longobardi, lungamente quelle durassero, e mettessero più profonde radici in queste nostre province. Quindi avvenne ancora che sebbene si lasciassero intatte le leggi romane, e che ciascuno potesse vivere sotto quella legge o romana o longobarda ch'e' si eleggesse[318]; nulladimeno per più secoli la fortuna delle longobarde fu tanta, che bisognò, che le romane cedessero. Poichè essendo in Italia, e nelle nostre province introdotti in più numero i Feudi, e per conseguenza più Baroni, i quali non con altre leggi vivevano, che con quelle de' Longobardi, si fece che tutti i Nobili, al loro esempio, vivessero colle medesime leggi; onde toltone gli Ecclesiastici, i quali anche per esecuzione dell'editto di Lodovico Pio[319], viveano (di qualunque Nazione si fossero) colle sole leggi de' Romani, queste appo gli altri, come per tradizione, e come per antico costume ebbero uso e vigore: ed essendosi per l'ignoranza del secolo trascurati tutti i Codici, ove eran registrate, si rimasero presso alla gente vulgare ed ignobile, la quale così nelle leggi, come nell'usanze è l'ultima a deporre gli antichi istituti de' loro maggiori, come più minutamente vedremo ne' seguenti libri.

E quindi parimente nacque, che nel nostro Regno a riguardo delle nuove costituzioni, che s'introdussero da poi da altri Principi normanni, suevi e franzesi, la legge longobarda fu detta Jus commune, siccome quella de' Romani[320]; ma con questa differenza, che il Jus comune de' Longobardi era il dominante, ed in più vigore, quello de' Romani di minor autorità ed al quale ricorrevasi quando mancassero le longobarde: e ciò nemmeno sempre ed indistintamente. Per questa cagione avvenne ancora, che la legge longobarda fosse allegata ne' Tribunali, commendata da tutti e riputata fonte ancora dell'altre leggi, che si andavano da' nuovi Principi stabilendo. Così veggiamo che i Pontefici romani spesso ne' loro decreti se ne valsero, e l'approvarono[321]. La legge feudale, che oggi appresso tutte le Nazioni d'Europa è una delle parti più nobili del Jus commune, non altronde, che dalle leggi longobarde ricevè il sostegno, e sopra le quali è fondata, come non solo fra' nostri scrissero Andrea d'Isernia, ed il Vescovo Liparulo, ma l'avvertì ancora l'incomparabile Ugon Grozio.

Le costituzioni stesse di Federico II, del nostro Regno, quasi tutte dalle leggi de' Longobardi procedono, come, oltre a' nostri, scrisse anche Grozio[322], ed è per se medesimo palese. Le consuetudini di Bari dalle leggi longobarde derivano, come diremo, quando della compilazione di quel volume ci tornerà occasione di favellare.

Ma ciocchè non dee tralasciarsi, e che maggiormente fa conoscere l'autorità loro, ed il credito, col quale lungamente si mantennero in queste nostre province, egli è il vedere, che restituita già la giurisprudenza romana nell'Accademie d'Italia ne' tempi di Lotario II, dopo l'avventuroso ritrovamento delle Pandette di Amalfi, e posto ancor piede nella nostra Accademia a' tempi dell'Imperador Federico II, non per questo mancò l'uso e l'autorità delle medesime. Anzi i nostri Scrittori allora più che mai posero la maggior cura e studio in commentarle; non altrimente che fecero Gregorio ed Ermogeniano, i quali allora compilarono i loro Codici, per li quali proccurarono che l'antica romana giurisprudenza non si perdesse, quando videro che Costantino M, colle nuove leggi tirava a distruggere l'antiche de' Romani gentili. Così veggiamo che le fatiche postevi da Carlo di Tocco commentandole, non furon fatte, se non a tempo di Guglielmo Re di Sicilia; e quell'altro Commento che abbiamo delle medesime d'Andrea da Barletta Avvocato fiscale, che fu dell'Imperador Federico II, mostra più chiaramente, che sino a' tempi di questo Principe, le leggi longobarde nel nostro Regno alle romane erano superiori; e più ancora ne' tempi posteriori, per l'altro che vi fece Biase da Morcone, che fiorì sotto il Re Roberto.

Nella considerazione delle quali cose se per un poco si fossero fermati i nostri Scrittori, a' quali l'istoria fu sempre inimica, e che non fece loro distinguere i tempi, come in ciò si conveniva: non avrebbono ricolmi i loro commentarj d'infinite sciocchezze, insino a dire (non sapendo quali si fossero gli Autori di queste leggi) ch'elle furono fatte da certi Re, che si chiamavano Longobardi, cioè Pugliesi, i quali venuti dalla Sardegna, prima si fermarono nella Romagna, ed indi passarono nella Puglia, come scrissero Godofredo, Baldo, Alessandro e Francesco di Curte, e quel ch'è più strano, seguitati da Niccolò Boerio, che volle più tosto credere a questi sogni, che dare orecchio alla vera istoria.

Nè Luca di Penna, seguitato da poi, come spesso accade, inconsideratamente da Caravita, Maranta, Fabio d'Anna, e da altri nostri Scrittori, avrebbe avuta occasione di declamar tanto contra il Jus de' Longobardi, e di chiamarlo asinino, barbaro ed incolto, e feccia più tosto che legge. Egli diceva così, perchè non seppe distinguere i tempi, ne' quali scriveva, dai secoli trascorsi, ne' quali queste leggi furono reputate le più colte e prudenti di quante mai ne fiorissero in Italia: e' scrisse ne' tempi ultimi sotto il Regno di Giovanna I, dalla quale nell'anno 1366, fu creato Giudice della Gran Corte, quando avanzandosi sempre più l'autorità, e lo splendore della legge romana, cominciava già fra gli Avvocati a disputarsi qual delle due leggi dovesse prevalere; onde è che egli trovando altri, che, contra il suo sentimento, contendevano a favor delle longobarde, si scagliava contro di loro, cumulando di tante ingiure queste leggi. E non fu, se non a' tempi degli Aragonesi, che queste leggi dal nostro Regno finalmente con disusanza mancassero affatto, e le romane si restituirono, come buon testimonio è a noi Matteo degli Afflitti, il quale se bene dica, che a' suoi tempi non vide mai, che ne' nostri Tribunali le leggi de' Longobardi prevalessero a quelle de' Romani, testifica però di avere inteso dagli Avvocati vecchi, che ne' tempi antichi fu osservato il contrario. Ma delle vicende e varia fortuna di queste leggi, non mancheranno nel progresso di questa Istoria più opportune occasioni di lungamente ragionare.

CAPITOLO VI. Della politia ecclesiastica.

Le Chiese d'Occidente si videro in questo ottavo secolo, in grandi disordini, e quella di Roma, che dovea esser chiaro esempio per l'altre, fu la più disordinata. Morto che fu Paolo nell'anno 767, invase la Cattedra Costantino fratello di Totone Conte di Nepi: questi con violenza, e per via di trattati si fece prima elegger Papa; e poi fecesi ordinar Sottodiacono, Diacono e Vescovo: alcuni Ufficiali della Chiesa di Roma, non potendo soffrire questa violenza, ricorsero a Desiderio Re de' Longobardi, ed avendo ottenuto braccio, ritornarono a Roma con una truppa di genti armate. Totone gli assalì, ma nel combattimento essendo rimaso ucciso, Costantino fu scacciato, ed in suo luogo fu eletto Filippo Sacerdote e Monaco; ma non essendo stato trovato abile al posto, fu costretto ritirarsi in un Monasterio, e Stefano IV, fu di comun consenso eletto nel mese d'Agosto dell'anno 768. Dopo la costui elezione, Costantino fu ignominiosamente deposto, e trattato d'una maniera crudele, fu posto prigione, e gli furono cavati gli occhi: Stefano non trovandosi ben sicuro, inviò un deputato in Francia, a fine di far regolare quanto apparteneva agli affari della Chiesa di Roma. Carlo e Carlomanno a' quali il Deputato, dopo la morte del loro padre Pipino, consegnò le lettere, inviarono dodici Vescovi in Roma, i quali adunatisi in un Concilio, con un Vescovo d'Italia, confermarono Stefano, e dichiararono nulla l'ordinazione di Costantino. Stefano restò pacifico possessore di questa sede: ma poi insorte per l'elezione dell'Arcivescovo di Ravenna, e per altre cagioni rapportate di sopra, gravi discordie tra lui e Desiderio, questi, portando l'assedio a Roma, esercitò ivi tanto rigore, che il Papa pien di spavento se ne morì il primo dì di Febbrajo dell'anno 772, lasciando successore Adriano.

Non minori disordini accadevano nell'elezione delle altre sedi minori. I favori de' Principi, le violenze, i negoziati, e le simonie vi avevano la maggior parte. La disciplina era quasi che all'intutto mancata, vi era molta ignoranza e molta licenza fra i Vescovi e fra i Cherici. Non vi era dissolutezza, che non commettevasi, tenevano femmine in casa, andavano alla guerra, si arrolavano alla milizia, militando sotto gli altrui stipendj, e scotendo il giogo, non ubbidivano più ai loro Vescovi. I Pontefici romani, divenuti potenti Signori nel temporale per la donazione fatta alla Chiesa di Roma da Pipino, e da Carlo suo successore, cominciarono sopra i Principi a stendere la loro potenza: Zaccheria per aver avuto gran parte alla traslazione del Regno di Francia ne' Carolingi, ed Adriano del Regno d'Italia ne' Franzesi, reseli tremendi. Si pensava con maggior sollecitudine alle cose temporali, che alle divine e sacrate; e seguitando gli altri Vescovi il loro esempio, venne a corrompersi, ed a mancare affatto l'antica disciplina.

Dall'altro canto i Principi del secolo vedendo tanta corruzione, s'affaticavano a tutto potere alla riforma del Clero e della Chiesa; ed oltre a ciò, dandosi loro così opportuna occasione, s'intrigavano molto più che prima nell'elezione de' Vescovi, e degli altri Ministri della Chiesa, ed a disporre delle loro entrate. Lione Isaurico, e gli altri Imperadori d'Oriente suoi successori, volevano esser tenuti per moderatori non meno della politia ecclesiastica e della disciplina, che dei Dogmi ancora, promulgavano editti intorno alla adorazione dell'immagini, e toltone il solo ministerio del sacrificare, essi volevan esser riputati i Monarchi, e Presidenti delle Chiese; presidevano a' Sinodi, e lor davano vigore: davano le leggi, e componevano gli ordini ecclesiastici, soprastavano alle liti ed a' giudicj de' Vescovi e de' Cherici, alle elezioni che doveano farsi nelle Sedi vacanti, e ne' suffragi che doveano darsi: trasferivano i Vescovi da una sede ad un'altra: abbassavano ed innalzavano le Cattedre a lor modo, dal Vescovado al Metropolitano ed Arcivescovado: disponevano essi i gradi, ed i Troni per la gerarchia: partivano le diocesi a lor modo, ed ergevano le Chiese in nuovi Vescovadi o Metropoli. Quindi cominciossi il disegno d'attribuire al Patriarcato di Costantinopoli molte Chiese con toglierle a quello di Roma, siccome nel seguente secolo fu ridotto a compimento; le tolsero infra l'altre, come diremo a suo luogo, la Sicilia, la Calabria, la Puglia, e la Campania, le quali quel Patriarcato ritenne, finchè per l'opera dei nostri Normanni, e particolarmente del nostro Rogiero I, Re di Sicilia, non si fossero restituite a quello di Roma: maggiori stravaganze si videro ne' seguenti tempi nella declinazione del loro Imperio, quando proccurarono interamente sottoporre il Sacerdozio all'Imperio, intorno a che potranno vedersi Giovanni Filosaco[323], e Tommasino[324], che distesamente ne ragionano.

I Principi d'Occidente, ancorchè non osassero tanto, nondimeno collo spezioso pretesto di riparare alla difformità del Clero, ed alla perduta disciplina, s'intrigavano assai più di ciò che importava la protezione, e la tutela delle lor Chiese; anzi ne' primi anni di questo secolo, non meno che gli Ecclesiastici, deformarono lo stato di quelle. Carlo Martello, dopo aver preso il governo del Regno di Francia, in vece d'apportar rimedio a' disordini che regnavano, si pose in possesso de' beni delle Chiese; donò le Badie, ed i Vescovadi a' laici; distribuì le decime a' soldati; e lasciò vivere gli Ecclesiastici ed i Monaci in maggiore dissolutezza.

In Italia ed in queste nostre province, che ubbidivano a' Duchi di Benevento, i Re ed i Duchi longobardi per le continue inimicizie, che tenevano coi romani Pontefici, fautori prima de' Greci e poi dei Franzesi, cagionarono non minore deformità. Il Re Desiderio per le contese avute col Pontefice Stefano IV intorno all'elezione fatta da lui di Michele in Arcivescovo di Ravenna, fatto scacciare dal Papa, per vendicarsene fece cavar gli occhi a Cristofano ed a Sergio, uomini del Papa, e poi fece anche morir Cristofano, ed intimorì di maniera il Papa, che gli accelerò la morte.

Furono i Longobardi non meno che i Goti, e gli Imperadori d'Occidente suoi predecessori, molto accorti a ritenere tutti i diritti, che lor dava la ragion dell'Imperio. Il dichiarare le Chiese per Asili, e prescriver le leggi per quali delitti potessero i sudditi giovarsi dell'asilo, e per quali il confugio ad essi non giovasse, era della loro potestà. Il Re Luitprando, imitando gl'Imperadori d'Occidente, de' quali ci restano molte loro costituzioni nel Codice di Teodosio e di Giustiniano a ciò attinenti, stabilì ancor egli, che gli omicidi, ed altri rei di morte non potessero giovarsi dell'asilo[325]. Impone a' Vescovi, Abati, e ad altri Rettori delle chiese o monasterj, di non ricettargli, di non impedire il Magistrato secolare volendogli estrarre, e se daranno mano a fargli fuggire o occultargli, ovvero ad impedire, che non siano estratti, loro si prescrive ancora pena pecuniaria di 600 soldi[326]. Ritennero ancora i nostri Re longobardi la ragione di stabilire leggi sopra i matrimonj[327], di vietargli con chi l'onestà o parentela o affinità recava impedimento: diffinire l'età di contraergli: dichiarare l'illegittimità delle nozze, degli sponsali, e della prole, e di stabilire tutto ciò che riguarda il maggior decoro ed onestà di quelli; com'è chiaro dalle loro leggi[328].

Gl'Imperadori d'Oriente a' quali ubbidivano in questi tempi il Ducato napoletano, gran parte della Calabria e della Puglia, e molte città marittime di queste nostre province, parimente inimici de' romani Pontefici esercitavano sopra le chiese delle città a lor soggette assoluto arbitrio. Costantino e Lione suo figliuolo volevano far valere in quelle i loro editti per l'abolizione delle immagini, non vollero far ammettere Paolo eletto Vescovo di Napoli come aderente al Pontefice, e fecero che i Napoletani non lo ricevessero dentro la lor città. Nè fu veduta maggior diformità nella Chiesa di Napoli, che in questi tempi: si vide nel medesimo tempo Stefano, che n'era Duca, e che come Ufficiale dell'Imperadore teneva il governo del Ducato, morta sua moglie, essere stato eletto Vescovo, e non deponendo l'antica carica, amministrare insieme le umane e le divine cose. Morto che fu, e succeduto nel Ducato Teofilatto suo genero, dovendosi venire all'elezione del nuovo Pastore, Euprassia figliuola di Stefano e moglie di Teofilatto crucciata contra il Clero che avea mostrato della morte di suo padre gran contento ed allegrezza, giurò che non avrebbe fatto eleggere niun di loro per Vescovo; ed il Duca suo marito, sia per non contristarla o per avarizia, faceva perciò differire l'elezione; tanto che i Napoletani attediati della lunga vedovanza della lor Chiesa, andarono uniti insieme e Clero e Popolo a gridare avanti il ducal palagio, che loro dassero per Vescovo chi volevano. Allora Euprassia tutta d'ira e di furore accesa prese dal Popolo un uomo laico, chiamato Paolo e loro il diede per Vescovo: nè alcuno avendo ardire di contrastarle, presero Paolo, lo tosarono e l'elessero Vescovo, il quale gito a Roma, il Pontefice per la corruttela del secolo non ebbe alcuna difficoltà di consacrarlo e confermarlo[329].

In tanta corruttela, ed essendo giunte le cose in tale estremità, si scossero finalmente non meno i Prelati della Chiesa, che i Principi del secolo a darvi qualche riparo: in Francia morto Carlo Martello, avendosi diviso il Regno Carlomanno e Pipino suoi figliuoli, benchè non avessero la qualità di Re, formarono il disegno di operare in guisa, che fosse in qualche modo riformata la disciplina. Carlomanno Principe d'Austrasia fece nel 742 convocare un Concilio in Alemagna e vi pubblicò col consenso de' Vescovi molti regolamenti per riforma della disciplina e de' costumi: vietò agli Ecclesiastici d'andare alla guerra: ordinò a' Curati di essere sottomessi a' loro Vescovi: fece degradare e mettere in penitenza alcuni Ecclesiastici convinti di delitti d'impurità: e nell'altra adunanza, che l'anno seguente fece tenere in Lestines vicino a Cambray, oltre di aver confermato tutto ciò, vietò ancora gli adulterj, gl'incesti, i matrimonj illegittimi e le superstizioni pagane.

Pipino Principe di Neustria si affaticò parimente dal suo canto perchè la disciplina ecclesiastica fosse riformata: fece tener un'adunanza di 23 Vescovi e molti Grandi del Regno in Soissons nell'anno 744, nella quale furono confermati i canoni de' Concilj precedenti, ed ordinato che inviolabilmente fossero osservati: che in ogni anno dovessero convocarsi i Sinodi, che i Sacerdoti dovessero esser soggetti a' loro Vescovi, che i Cherici non potessero aver femmine nelle lor case, eccettuatene le loro madri, sorelle e nipoti; nè i laici vergini a Dio sacrate. Ne' seguenti anni 752, 755, 756, e 757, furono tenute altre consimili adunanze, nelle quali si stabilirono altri regolamenti sopra i costumi. E Carlomanno sopra ogn'altro quasi ogni anno fece tener queste adunanze, nelle quali parimente furono stabiliti molti capitulari per mantenere la disciplina, rinovando gli antichi canoni, e facendo de' nuovi regolamenti sopra i pressanti bisogni della Chiesa. Queste adunanze non erano propriamente Concilj: elle non erano composte solamente di Vescovi, ma eziandio di Signori e di Grandi del Regno convocati da' Principi. I Vescovi stendevano gli articoli per la politia ecclesiastica, ed i Signori per quello apparteneva allo Stato; e poi erano autorizzati e pubblicati da' Principi, affinchè avessero forza di legge. Questi articoli erano chiamati Capitoli ovvero Capitolari. E questa fu la maniera, colla quale era regolata la disciplina della Chiesa di Francia e di Alemagna sotto la seconda stirpe di que' Re in questo secolo.

In Italia furono parimente da alcuni Pontefici romani stabiliti molti canoni per riparo della caduta disciplina. Papa Zaccheria tenne perciò due Concilj in Roma, uno nell'anno 743, composto d'intorno a quaranta Vescovi d'Italia, ove fu rinovata la proibizione fatta tante volte a' Vescovi, a' Sacerdoti ed a' Diaconi di abitare insieme con femmine, e dati altri provvedimenti; l'altro nel 745, composto di sette Vescovi e d'alcuni Sacerdoti, dove furono discusse alcune accuse fatte a' Vescovi, e trattati alcuni dogmi intorno all'idolatria, e dichiarato che molti Angioli che venivano invocati, erano i loro nomi ignoti, e che non si sapevano se non i nomi di tre, cioè Michele, Raffaele e Gabriele. Anche in Aquileja Paolino suo Vescovo nell'anno 791, tenne un Concilio, ove, dopo una confessione di fede, stabilì quattordici canoni sopra la disciplina de' Cherici, sopra i matrimonj, e sopra le obbligazioni delle Monache, e sopra altri bisogni.

In Oriente, da poi che l'Imperadrice Irene prese il governo dell'Imperio, si pensò a ristabilir la disciplina: prese risoluzione di far ragunare un nuovo Concilio per esaminare ciò che l'altro, fatto tenere da Costantino Copronimo nell'anno 753, avea stabilito intorno al culto delle immagini. Ne diede ella avviso al Pontefice Adriano, che vi condescese, e vi mandò due Sacerdoti per tenervi il suo luogo. L'adunanza del Concilio cominciò in Costantinopoli nell'anno 786, ma essendo stata turbata dagli Ufficiali dell'esercito, e da' soldati eccitati da' Vescovi opposti al culto delle immagini, fu trasferita in Nicea l'anno 787.

I Legati del Papa vi tennero il primo luogo, Tarasio Patriarca di Costantinopoli il secondo, i Deputati de' Vescovi d'Oriente il terzo, dopo essi Agapeto Vescovo di Cesarea in Cappadocia, Giovanni Vescovo di Efeso, Costantino Metropolitano di Cipri, con 250 Arcivescovi e Vescovi, e più di cento Sacerdoti e Monaci. Vi assisterono ancora due Commessarj dell'Imperadore e dell'Imperadrice, ed in più azioni fu lungamente dibattuto il dogma del culto delle immagini, e stabiliti sopra ciò molti regolamenti. Non meno che a' dogmi, fu provveduto sopra la disciplina ecclesiastica per 22 canoni: fu data norma all'esame de' Vescovi, prescrivendosi di non poter esser ammessi se non fossero atti ad ammaestrare i Popoli, e se non sapevano il Salterio, il vangelo, l'epistole di S. Paolo ed i canoni. Si dichiarano nulle tutte l'elezioni de' Vescovi o Sacerdoti fatte da' Principi, e l'elezione d'un Vescovo si commette a' Vescovi convicini. Si procede severamente contra i Vescovi, che ricevessero denari per deporre ovvero fulminar le scomuniche. Si ordina che tutte le chiese, ed i monasterj debbiano avere i loro Economi: che i Vescovi e gli Abati non possano senza necessità vendere o donare le tenute delle loro chiese e monasterj. Che non debbano le loro case vescovili, e monasterj fargli servire per osterie. Che un Cherico non possa essere ascritto a due chiese, che i Vescovi e gli altri Ecclesiastici non possano portare abiti pomposi. Si proibisce la fabbrica degli oratorj, ovvero cappelle, se non vi si possiede un fondo sufficiente per somministrar le spese. Si vieta alle femmine d'abitare nelle case de' Vescovi, ovvero nei monasterj d'uomini. Si proibisce di prendere cosa alcuna per gli Ordini, nè per l'ingresso ne' monasterj, sotto pena di deposizione a' Vescovi ed a' Sacerdoti; ed in quanto alle Badesse ed agli Abati che non sono Sacerdoti, di essere cacciati da' monasterj; permette però a coloro che sono ricevuti ne' monasterj, ovvero a loro parenti, il donar volontariamente o denajo o altro, sotto la condizione però, che que' donativi debbano rimanere a' Monasterj o che colui che v'entra vi dimori o che n'esca, quando i Superiori non siano cagione della loro uscita. Si vieta il far monasterj doppj d'uomini e di femmine, e si comanda, che rispetto a quelli che sono già stabiliti, i Monaci e le Monache debbano abitare in due case diverse e che non possano vedersi, nè aver familiarità insieme. Si proibisce a' Monaci il lasciar i loro proprj monasterj per andarsene in altri: e per ultimo il mangiar insieme con femmine, quando ciò non fosse necessario per lo bene spirituale, ovvero per accogliere qualche parente, oppure in occasione di viaggio.

Tali e tanti provvedimenti, perchè la caduta disciplina in qualche modo si ristabilisse, fur dati in questi tempi; dove i vizj abbondavano, bisognavano molte leggi per reprimergli; ma questa non era bastante medicina a tanti mali: a questo fine alcuni Vescovi per riformar il lor Clero, fecero vivere i loro Preti in comune dentro un chiostro ed alla lor vigilanza è debitrice la Chiesa dell'Ordine de' Canonici Regolari, del quali Crodegando, Vescovo di Metz, sembra essere stato l'Institutore, ovvero il Restauratore. Le Chiese delle nostre province, le quali, parte ubbidivano agli Imperadori d'Oriente, parte a' Duchi longobardi, furono perciò alquanto rialzate, ma non tanto sì che per la barbarie ed ignoranza del secolo, non si vedessero per anche disordinate, e pochi vestigi in quelle rimanessero dell'antica disciplina.

§. I. Raccolta de' canoni.

In quest'età bisogna collocare la collezione d'Isidoro Mercatore o sia Peccatore: ella è latina ed è compilata di varj canoni de' Concilj tenuti in Grecia, in Affrica, in Francia ed in Ispagna, e di molte lettere decretali di più Papi, insino a Zaccheria che mori nell'anno 752[330]. Davide Blondello[331] fa vedere l'impostura in molte di queste epistole attribuite a varj Papi di cui non sono, e Pietro di Marca[332], ancorchè condanni il modo troppo aspro tenuto da questo Autore, non è però che non confessi la supposizione e l'impostura. Si disputa ancora dell'autore di questa collezione: Hinemaro[333] Arcivescovo di Rems ne fece autore Isidoro di Siviglia, e narra che Ricolfo Vescovo magontino, il quale tenne quella Chiesa dall'anno 787 insino all'anno 814, dalla Spagna la portasse in Francia, dove sotto il Regno di Carlo M. ne furono fatti molti esemplari e sparsi per tutto. Ma da ciò che si disse nel precedente libro e da quello che ne dice l'istesso Baronio e Marca, non può farsene autore Isidoro Vescovo di Siviglia, il qual morì nell'anno 636, quando questa collezione abbraccia anche l'epistole di Zaccheria morto nel 752. Altri[334] perciò l'ascrivono ad Isidoro, Vescovo di Sepulueda, che morì nell'anno 805, il qual, seguendo il costume di que' tempi, ne' quali i Vescovi per umiltà solevano sottoscriversi ne' Concilj, ed altrove Peccatori, si fosse detto perciò Isidoro Peccatore e che poi per vizio degli Amanuensi in alcuni esemplari di questa collezione in vece di Peccatore, si leggesse Mercatore. Emanuel Gonzalez[335] rapporta, che questa collezione di Isidoro Mercatore fu pubblicata sotto nome d'Isidoro di Siviglia per darle maggior autorità o perchè realmente da costui fosse cominciata un'altra collezione, ridotta poi a compimento da Mercatore, con averci inserite molte altre epistole sino a' tempi di Zaccheria.

Non solo in questi tempi fu veduta sorgere questa nuova collezione di Isidoro; ma anche se ne vide un'altra sotto nome di Capitoli di Papa Adriano, che in Francia fu divulgata da Ingilramno Vescovo di Metz l'anno 785. Ma questa raccolta, secondo che ci testifica Hincmaro[336] di Rems, non fu ricevuta nel rango de' canoni, di che è da vedersi Pietro di Marca[337]. Anche in Roma, in questo medesimo secolo, fu fatta un'altra raccolta di formole antiche, intitolata: Diurnus Romanorum Pontificum, della quale si servivano solamente i Papi nelle loro spedizioni.

§. II. Monaci e beni temporali.

I nostri Principi ed i Signori grandi non cessavano di far delle donazioni considerabili alle Chiese, ed a fondare de' nuovi monasteri, ed arricchire i già costrutti. Fu veramente questo il secolo de' Monaci: l'ignoranza e la superstizione non men de' laici, che de' Preti era nell'ultimo grado: solo ne' Monaci eravi rimasa qualche letteratura, onde con facilità tiravano per le orecchie la gente a ciò ch'essi volevano: i tanti miracoli, le tante nuove divozioni inventate a qualche particolar Santo, l'istruir essi per l'ignoranza e dissolutezza de' Preti il Popolo, operò tanto che tirarono a se la divozione e rispetto di tutti. Il Re Luitprando costrusse non pur da per tutto dove soleva dimorare, molte chiese, ma anche ben ampj monasterj. Costui edificò il monastero di S. Pietro fuori le mura di Pavia, che a' tempi di Paolo Varnefrido[338] per la sua ricchezza si chiamava Cielo d oro. Edificò ancora in cima delle Alpi di Bardone il monastero di Berceto; ed oltre a ciò fabbricò in Holonna un tempio con mirabil lavoro in onore di S. Anastasio Martire, dove fece anche costruire un ampio monastero. Egli con molta magnificenza per tutti i luoghi ordinò chiese, e fu il primo che dentro il suo palazzo edificò un oratorio dedicato al Salvatore, ordinandovi Sacerdoti e Cherici, i quali ogni giorno vi cantassero i divini ufficj. Quindi cominciarono appo noi a rilucere con maggior dignità e splendore le cappelle regie, le quali da' Sommi Pontefici arricchite poi di molte prerogative ed esenzioni per compiacere a' Principi, che gliele richiedevano, non meno esse che i loro Cappellani s'elevarono cotanto, quanto ravviseremo ne' seguenti libri di quest'Istoria.

I nostri Duchi di Benevento, seguitando l'esempio de' loro Re, non meno in Benevento, che in tutto il loro ampio Ducato ne fondarono de' nuovi ed arricchirono i già costrutti, e sopra ogni altro quello di monte Cassino. Arechi ingrandì quello di S. Sofia in Benevento e di profuse donazioni lo cumulò. A questi tempi nel 707, fu costrutto da que' tre famosi Nobili longobardi beneventani Paldo, Taso, e Tato il famoso monastero di S. Vincenzo a Vulturno[339] con tanta magnificenza, che ne' seguenti tempi quasi emulo di quello di monte Cassino, innalzò i suoi Abati a tanta dignità, ch'erano adoperati ne' più importanti affari della sede di Roma, e de' più potenti Signori di Occidente. Non meno in questo Ducato, che nel napoletano, e nelle altre città sottopposte agl'Imperadori d'Oriente, i monasterj si multiplicarono, non pure quelli sotto la Regola di S. Benedetto, che di S. Basilio, non solamente degli uomini, che delle donne. In Napoli, Stefano Duca e Vescovo costrusse molte chiese e più monasterj, dotandogli d'ampj poderi e rendite; così quello di San Festo Martire, ora unito a quello di San Marcellino; come l'altro di S. Pantaleone, di cui oggi non vi è vestigio; e restituì in più magnifica forma quello di S. Gaudioso[340]. Antimio Console e Duca ne fondò altro, quello de' SS. Quirico e Giulitta, la chiesa di S. Paolo, che la congiunse col monastero di S. Andrea; e così anche fecero non meno i Vescovi e Duchi di Napoli, che gli altri Ufficiali e Prelati delle altre città di queste province, onde ora si compone il Regno; i quali possono osservarsi nella laboriosa opera dell'Italia sacra d'Ughello. Crebbero perciò i Monaci, e le loro ricchezze in immenso; e non minore fu l'accrescimento della loro autorità e riputazione a cagion dell'ignoranza negli altri, e delle lettere che nel miglior modo che si potè in tanta barbarie, fra loro si conservavano.

Fondati perciò tanti monasterj, i Monaci cotanto arricchiti, e vedutisi in tanta elevatezza, tentarono ora più che mai di scuotere affatto il giogo de' Vescovi. Cominciarono, egli è vero, nel precedente secolo i monasterj ad esenzionarsi dalla giurisdizione de' Vescovi, ma ciò, secondo narra Alteserra[341], non si usava che di radissimo.

(Ne' precedenti secoli furon rarissime le esenzioni de Monaci, ed Isaaco Alberto Archiet. pag. 595 crede, che il primo Abate esente, fosse stato quello del monastero Lirinense, a cui dal Concilio Arelatense III fosse stata conceduta la prima volta esenzione intorno l'anno 455).

L'esempio che in questo secolo diede Zaccheria col monasterio di monte Cassino fece che gli altri di tempo in tempo si rendessero tutti esenti. Lo splendore nel quale era il medesimo in questi tempi, trasse a se tutto il favore de' romani Pontefici, i quali come se fossero presaghi, che da quello, come dal cavallo trojano, ne doveano uscire tanti Pontefici suoi successori, non mai si stancarono di cumularlo di privilegi e di prerogative. Lo rendevano più augusto essersi ivi resi Monaci, oltre a Rachi, Carlomanno, e tanti altri personaggi regali ed illustri; perciò ristabilito col favore de' due Gregorj II e III da Petronace in quella magnifica forma, Zaccheria, emulando i suoi predecessori, volle di maggiori preminenze arricchirlo. Volle egli di sua man propria consecrarlo, ed ivi portatosi con tredici Arcivescovi, e sessantotto Vescovi, rendè più augusta e magnifica la consecrazione. Furono i Monaci pronti a richiederlo, che sì famoso ed illustre monastero dovesse esentarsi affatto dalla giurisdizione del proprio Vescovo, nella cui diocesi era; Zaccheria volentieri gli concedè ampia esenzione, e ne spedì privilegio, col quale non solo quel monastero, ma tutti gli altri appartenenti a quello ovunque posti, fossero esenti e liberi dalla giurisdizione di Tutti i Vescovi, ita ut nullius juri subjaceat, nisi solius Romani Pontificis, come sono le parole di Lione Ostiense[342]. Oltre a ciò lo decorò ancora d'altre preminenze, che in tutti i Concilj l'Abate Cassinense sopra tutti gli altri Abati sedesse, e prima degli altri desse il suo voto; ch'eletto da' Monaci dovesse consacrarsi dal Pontefice romano; che il Vescovo entrando nella sua dizione, non potesse celebrare, nè far altra pontifical funzione, se non fosse invitato dall'Abate, o dal Proposito; che non gli fosse lecito esiger decime da lui, nè interdire i suoi Sacerdoti, nè chiamarli a' Concilj sinodali; che gli Abati di questo monastero potessero tener ordinazioni, consecrar altari, e ricevere per qualsisia Vescovo il Crisma. Gli confermò ancora con suo precetto la possessione di tutti que' beni, che per munificenza di tanti Principi longobardi, e di varj Signori avea acquistati. Gli altri Pontefici successori, seguitando le medesime pedate, accrebbero questi privilegi, de' quali l'Abate della Noce[343] ne ha tessuto un lungo catalogo.

Gli altri monasteri sotto altre Regole, ed i loro Abati di non inferior fama e valore con facilità impetravano da' romani Pontefici d'esser ricevuti sotto la protezion di S. Pietro, ed immediatamente sotto alla soggezion pontificia, perchè questa esenzione accresceva in gran parte la lor potenza, e portava grande estensione della loro autorità appresso tutte le Nazioni dell'Occidente; poichè costruendosi tuttavia grandi e numerosi monasteri, retti da Abati di gran fama, i quali per la lor dottrina oscuravano i Vescovi, nacque infra di loro qualche gara; onde gli Abati per sottrarsi dalla loro soggezione ricorrevano al Papa, e tosto impetravano esenzioni, con sottoporsi immediatamente sotto alla soggezion pontificia. Ne ricevevano oltre a ciò altri privilegi, di far essi li Lettori per i loro monasteri, d'esser ordinati da' Corevescovi, e tanti altri. Quindi nacque che il Pontificato romano acquistasse molti defensori della sua autorità e potestà; poichè ottenendo i Monaci tanti privilegi e prerogative, per conservarsegli erano obbligati di sostener l'autorità del concedente; il che facendo ottimamente i Monaci, ch'erano i più letterati del secolo, non passarono molti anni, che si videro tutti i monasteri esentati. Ed in decorso di tempo i Capitoli ancora delle Cattedrali, essendo per la maggior parte regolari, co' medesimi pretesti, impetrarono anch'essi esenzione: e finalmente le congregazioni Cluniacense e Cisterciense, tutte intere furono esentate con gran augmento dell'autorità pontificia, la quale veniva ad aver sudditi proprj in ciascun luogo, ancorchè da Roma lontanissimo, li quali nell'istesso tempo ch'erano difesi e protetti dal Papato, scambievolmente erano i difensori e protettori della sua potestà. S. Bernardo, ancorchè Cisterciense, non lodava l'invenzione, e di tal corruttela, ne portava spesso le doglianze non pur ad Arrigo Arcivescovo di Sens[344], ma ammoniva l'istesso Pontefice Eugenio III a considerare, che tutti erano abusi, nè si doveva aver per bene, se un Abate ricusava di sottomettersi al Vescovo, ed il Vescovo al Metropolitano. Riccardo Arcivescovo di Cantorbery[345] pur lo stesso esclamava con Alessandro III. Ma costoro che non ben intendevano questi tratti di Stato, non furono intesi, nè alle loro querele si diede orecchio; anzi ne' tempi posteriori, battendosi la medesima via, si procedè più avanti; poichè da poi gli Ordini mendicanti non solo ottennero ogni esenzione dall'autorità episcopale, e generalmente ovunque fossero; ma anche facoltà di fabbricar chiese in qualunque luogo, ed in quelle eziandio ministrar sacramenti: e negli ultimi secoli s'era tanto innanzi proceduto, che ogni privato Prete con poca spesa s'impetrava un'esenzione dalla superiorità del suo Vescovo, non solo nelle cause di correzione, ma anche per poter esser ordinato da chi gli piaceva, ed in somma di non riconoscere il Vescovo in conto alcuno; e quantunque nel Concilio di Costanza alle calde e ripetute querele del famoso Gersone[346] moltissime esenzioni s'annullassero, ed ultimamente nel Concilio di Trento[347] si proccurasse a tanti eccessi qualche compenso; non sono però da poi mancati modi alla Corte di Roma, di far ricadere la bisogna, salva l'autorità del medesimo, in quello stato, che oggi tutti veggiamo.

Questi ingrandimenti dello stato monastico portarono non solo a' Monaci grandi ricchezze, ma in conseguenza assai più alla Corte di Roma, ove finalmente vennero quelle a terminare. Si proccurava non solo favorire gli acquisti, e tener sempre aperte le scaturigini, ma con severi anatemi proibir le alienazioni, e scagliargli ancora contro chi ardiva di turbar l'acquistato. Per l'ignoranza e superstizione de' Popoli i pellegrinaggi erano più frequenti: l'orazioni ed i sacrificj a fin di liberar l'anime de' loro defonti dal Purgatorio, erano vie più raccomandati, e molto più praticati. Si vide per ciò in questo secolo una gran cura del canto, de' riti, e di ben ufficiare: le campane cominciarono ad esser comuni in tutte le chiese e monasteri; e le particolari devozioni a' Santi, de' quali eransi composte innumerabili vite e miracoli, tiravano molti a donare alle lor chiese e monasteri. Ma i Monaci non contenti di ciò, favoriti da' Pontefici romani, invasero anche le decime dovute a' Vescovi ed a' Parrochi da' loro Parrocchiani. Pretesero, e l'ottennero da' creduli devoti, che impiegandosi essi assai meglio che i Preti alla cura delle loro anime, come quelli che più esperti sapevan far delle prediche e de' sermoni, ed istruirgli nella dottrina cristiana, le decime non a' Parrochi, ma ad essi dovessero pagarle; ed in effetto per lungo tempo vi diedero un guasto grandissimo non inferiore a quello che v'avea dato in Francia Carlo Martello; tanto che bisognò ne' secoli seguenti penar molto a ritorglierle, e restituirle a' proprj Preti, a' quali s'erano involate.

Niun'altra provincia del Mondo, quanto il nostro Reame, ha fatto conoscere quanto importava a Roma la ricchezza de' Monaci: le maggiori commende, i più grandi benefizj ch'ella oggi dispensa a' suoi Cardinali, e ad altri suoi Prelati per mantener la pompa e lo splendore della sua Corte, non altronde dipendono, ed hanno la di loro origine se non da queste profusioni de' nostri Principi, e de' nostri Fedeli. I monasteri più ricchi perciò si videro dare in commende: quelli che il tempo consumò, sono rimasi fondi di tante rendite che ora ne traggono, e le entrate di que' tanti monasteri, di che ora appena se ne serba vestigio, tutte in Roma vanno a colare. Quindi i Pontefici romani gareggiando co' Principi, siccome quelli investono i loro fedeli de' Feudi, così essi a' suoi conferiscono benefizj: e siccome per la materia feudale ne è surto un nuovo corpo di leggi, così per la benefiziaria se n'è fatta una nuova giurisprudenza, che occupa tanti volumi, quanti ne ha occupati la feudale; ma di ciò a più opportuno luogo.

FINE DEL LIBRO QUINTO.

STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

Notes in this chapter

Note 1 · Erchempert. p. 6. Astulphus post haec, in venatione sagitta percussus, mortuus est.Note 2 · P. Carac. de Sacr. Eccl. Neap. monum. c. 30 sect. 2. Vedi Pellegrino di questi Maestri de' soldati hist. Long. par. 1 l. 9 p. 31. L'Abate deNote 3 · Di Antimio V. Chioc. de' Vesc. Nap. p. 78.Note 4 · P. Pagi de Consulib. p. 370.Note 5 · S. Eulog. in Memoriali Sanctorum l. 2 c. 1.Note 6 · Eulog. l. 2 c. 6.Note 7 · P. Pagi de Consulib. p. 370.Note 8 · Codin. c. 7 n. 9.Note 9 · Pachymeres l. 2 c. 32.Note 10 · Gregoras l. 4.Note 11 · Tom. 6. Coac. col. 1717.Note 12 · Ostiens. l. 1 c. 12.Note 13 · P. de Marca de Concord. Sac. et Imp. l. 3 c. 19 n. 5.Note 14 · Paul. Aemil. Rer. Franc. p. 18.Note 15 · Nel diploma della conferma, o sia precetto fatto da Ottone M. al Pontefice nel 962 rapportato dal Baronio An. 962 n. 3 espressamente ciò si Note 16 · P. Varn. hist. Long. l. 3 c. 8.Note 17 · Ug. Grot. in Prolegom. ad hist. Got.Note 18 · LL. Longob. l. 2 tit. 4, 5, 6, 7, 8, 9.Note 19 · Vide Grot. in Lexico.Note 20 · Luitprando ll. Long. l. 2 tit. 4.Note 21 · Luitprand. eg. 4 tit. de prob. nupt.Note 22 · LL. Long. lib. 2 tit. 13 l. 7.Note 23 · L. si qua illust. C. ad S. C. Orf.Note 24 · Cujac. in Parat. in Pand. tit. de Concub.Note 25 · V. Connan. lib. 8 comment. Arnis. de jur. Connub.Note 26 · Gratian. in Decret. dist. 34 cap. 4 et 5.Note 27 · Cujac loc. cit. Audio tamen eum retinere districte Vascones, et Pyreneos.Note 28 · Novel. Basil. Maced. apud Leuncl. Jur. Gr. Roman. lib. 2. nu. 2 tom. 1.Note 29 · Grot. in Prolegom. ad Hist. Got.Note 30 · V. Struvium hist. Jur. Crim.Note 31 · Ugo Grot. in Proleg. ad hist. Got.Note 32 · Sigon. ad A. 632.Note 33 · Cujac. lib. 1 de Feud. tit. 1 §. si autem controversia: Et hoc genere purgationis diu usi sunt Christiani, tam in civilibus, quam in criminaNote 34 · Lib. 1 l. 23 tit. 9 de homicid. liber. hom.Note 35 · V. Struvium histor. Jur. Crimin.Note 36 · Tertium genus purgationis est periculum aquae ferventis, vel frigidae, vel laminae candentis, quo etiam diu usi sunt Christiani, ducto more,Note 37 · Cujac. loc. cit. Quod tamen primum omnium exolevit in Longobardia.Note 38 · Consuet. Bar. Rubr. de Immunit. §. Monomachia.Note 39 · Ugo Grot. in Prolegom. ad hist. Got.Note 40 · Questo Sillabo si legge appresso l'Istoria de' Goti di Grozio.Note 41 · Cujac. de Feud. l. 1, tit. 2.Note 42 · Maxilla in Consuet. Bar. rub. de Arga. Istud nomea Arga, est Longobardorum, et idem importat, quod vocare aliquem cornutum. Vedi Carlo Du-FrNote 43 · Paul. Warnefr. l. 6, c. 8.Note 44 · Cujac. loc. cit.Note 45 · LL. Longob. lib. 2 tit. de homicid. liber. hom. l. 24.Note 46 · De' Mulomedici vedi G. Gotofredo nel Cod. Th. sotto il tit, de Cursu publico.Note 47 · LL. Longobar. de Pauperie l. 2.Note 48 · Sigon. de R. Ital. l. 8.Note 49 · In LL. Longob. l. 2. tit. 58.Note 50 · Ed. Lud. Pii in LL. Longob. l. 3. c. 37. In LL. Ripuar. cap. Ecclesia pure Romano vivit.Note 51 · Const. Guliel. Puritatem.Note 52 · Gregor. c. devotis. 12 qu. 2.Note 53 · Grot. in Prolegom. ad hist. Got. Jam vero, quae in Regno Neapolitano, Siculoque valent Constitutiones a Federico II collectae; pene omnes flNote 54 · Filosac. de Sacr. Episc. aut. c. 7 §. 7.Note 55 · Tomasin. Vet. et nov. Eccl. disc. pag. 1 l. 1 c. 52 num. 6.Note 56 · L. 2. De his qui ad Eccl. confugiunt. tit. 39 l. 2 in. ll. Longob.Note 57 · L. 4 cit. tit. 39 l. 2.Note 58 · Launojus Regia in matrim. potest. part. 3 art. 2 c. 7.Note 59 · LL. Longob. l. 2 tit. de prohibitis nuptiis, l. 2 tit. 1 de sponsalib.Note 60 · Jo. Diac. de Episc. Neap. Chioc. de Episc. Neap. An. 795.Note 61 · Doujat Hist. du Droit. Canon. part. I cap. 21.Note 62 · Blondel. in Pseudo-Isidoro edit. an. 1628.Note 63 · Marca de Concor. Sac et Imp. lib. 3 cap. 5 num. 1.Note 64 · Hincmar. in Opusc. cap. 24.Note 65 · Baron, An. 865. num. 5. Mariana lib. 6 de reb. Hisp. cap. 5. Chronic. Juliani Tol. Paris. edit. a Laurentio Ramires.Note 66 · Gonzalez in Apparatu de Orig. et progr. Jur. Canon. num. 46.Note 67 · Hincmar. in Opusc. cap. 24.Note 68 · P. de Marca loc. cit. num. 4.Note 69 · Paul. Varnefr. lib. 6 capit. 18.Note 70 · Ostiens. lib. 1 cap. 4 V. Pellegr. in serie Abbat. Cassin. Theodemar. Vedi Ughel. tom. 6 pag. 470, ove si legge la Cronaca d'Autperto Abate.Note 71 · Chioc. de Epis. Neap, in Stephano A. 764.Note 72 · Alteser. Asceticon lib. 7 cap. 12.Note 73 · Ostiens. lib. 2 cap. 4. V. l'Abate della Noce, che testifica servarsi ancora questo privilegio nell'archiv. Cassin.Note 74 · Ab. della Noce in Excurs. hist. ad Chron. Ost. lib. 1 cap. 4.Note 75 · S. Ber. Epist. 42 et lib. 3 de consid. ad Eugen.Note 76 · P. Blesen. Ep. 68.Note 77 · Gerson. tract. de potest. Eccles. conf. 10 et de statib. Eccl. consid. 9.Note 78 · Sess. 14 de refor. c. 4 ed altrove.
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