Storia della Dama dal ventaglio bianco
Reading edition
Non c'era al mondo ventaglio più bianco e più grande di quello di Madama Lu...
Cina, racconti e paesaggi cinesi, fantasie del Celeste Impero, nel mondo dei favolosi incanti dove le donne son fiori e dove gli dei son di porcellana, piccolo immenso mondo giallo fiorito di crisantemi e di peonie, dominato da draghi e da vampiri, favole di lontananza e d'impossibile, sotto cieli verdi e rossi, in giardini fioriti tra salici e bambù, sotto il dominio di piccoli iddii multicolori d'Estremo Oriente, favole d'un mondo vecchissimo e nuovissimo ancora...
RACCONTO CINESE CHE PUÒ SERVIRE DA PREFAZIONE.
Madama Lu, bella signora cinese, era la sposa amante e riamata dal signor Tao, giovine letterato d'Estremo Oriente. Sposi da pochi anni, si amavano di tenerissimo amore ed eran felici, come solo in Cina sanno esser felici i giovani e gli innamorati. Eran tutt'il giorno lì a guardarsi, a parlarsi, a sbaciucchiarsi, per poi guardarsi, e parlarsi, e sbaciucchiarsi di nuovo. Giuocavano all'amore come si giuoca a mosca cieca per la gioia di perdersi e di ritrovarsi fra gli alberelli nani del loro giardino. Ed erano nell'amore sicuro e lieto così felici che ogni sera, prima di riposare, ringraziavano per tanta felicità i loro Iddii verdi e rossi e i Dragoni di porcellana.
Senonchè, nel fior dell'età, a ventiquattr'anni, il signor Tao venne improvvisamente ad ammalarsi. Invano madama Lu gli prodigò tutte le sue cure più affettuose, invano i medici più sapienti furono da ogni parte raccolti a consulto. La scienza lo dichiarò spacciato. Si disperò, madama Lu, e cercò di tener nascosta al suo adorato compagno la terribile condanna che la lasciava vedova in così tenera età e in un così felice amore. Ma il signor Tao fu chiaroveggente e comprese che la sua fine era prossima. Solo per il suo amore gli dispiaceva di morire e, povero signor Tao, non poteva sopportare l'idea di lasciare al mondo madama Lu, nel fiore dell'età e della bellezza, perchè altri l'amassero dopo di lui e avessero da lei quella felicità cui egli doveva, morendo, rinunziare.
Usciti i celebri medici, fu tra il signor Tao e la sua bella signora la scena straziante dell'inevitabile separazione. E Tao disse a madama Lu il suo dolore supremo: quello di lasciarla sola in mezzo alla vita.
Nell'udir queste parole disperate, commosse e commoventi, madama Lu si staccò dal suo sposo e corse a prendere i Dragoni di porcellana:
— Giuro su tutti gli Dei — ella disse — che ti seguirò nella tomba!
E giurò. Ma Tao le tolse di mano i Dragoni di porcellana affinchè non corresse il rischio di romperli inutilmente per un giuramento falso e scosse il capo negativamente:
— Non giurare mai quello — egli rispose — che tu sai di non poter mantenere...
Docile, ubbidiente e ordinata — e sopratutto per prendere tempo — madama Lu corse a rimettere a posto i Dragoni di porcellana. Poi ritornò al suo sposo e gli disse:
— Se gli Dei mi condanneranno a vedere ancora la luce quando tu, Tao, non potrai più vederla, giuro che non prenderò mai un secondo marito e che ti rimarrò sempre fedele...
Anche a questo secondo giuramento rispose l'incredulità di Tao che continuò dapprima a scuotere negativamente la testa. Indi prese fra le mani la bella fronte di madama Lu e, guardandola in fondo agli occhi, con un malinconico sorriso, le disse:
— Non giurar neppure questo perchè neppure questo sarà....
E madama Lu, non sapendo come poter consolare l'amato bene, si diè a piangere disperatamente fra le braccia del signor Tao.
Il quale signor Tao, essendo poeta, volle morire in piedi, nel suo giardino, tra le peonie in fiore. E lì, nel piccolo giardino, tra gli alberelli nani, nel morir del crepuscolo del giorno e della vita, il signor Tao attese la morte mentre la diletta sposa gli faceva ogni tanto, quasi per salutarle tutte, odorar le peonie ch'egli adorava. Non reggendo a tanto strazio madama Lu, che aveva, come han tutte le donne e quasi tutti gli uomini, bisogno di giurar sempre qualche cosa pur di giurare, gridò al signor Tao morente:
— Lasciami almeno giurare che per cinque anni non mi rimariterò...
Ancora il signor Tao sorrise scrollando il capo negativamente; e, fissata madama Lu negli occhi, sempre più malinconicamente sorridendo, le disse:
— Non giurare neppure questo... Cinque anni sono lunghi.
— No, no, non sono lunghi... — aveva l'aria di dire madama Lu che intanto riduceva il numero delle dita e degli anni nel giuramento: da cinque quattro, da quattro tre, da tre due... E avrebbe ridotto a un dito solo, a mezzo dito, a un anno, a mezzo anno, se il signor Tao, per rispetto di sè, non le avesse coperto la mano...
Quando il sole tramontò, il signor Tao si sentì prossimo a morire e, solo nel giardino crepuscolare, chiamò gente in suo soccorso. Madama Lu fu la prima ad accorrere e il signor Tao, sollevatole il volto, la guardò ben bene negli occhi e le disse:
— Questo solo tu devi giurarmi, mia Lu adorata... Io non ti chiedo di più... Ma tu devi giurarmi, per la mia pace che tu non bacerai altro uomo finchè non sarà asciutta la terra che ricoprirà la mia tomba!
Madama Lu levò la testa, per giurare. Il signor Tao reclinò la sua, per morire. E quando i famigliari accorsero nel giardinetto crepuscolare, tra gli alberelli nani, non trovarono che Madama Lu occupata a piangere disperatamente sul suo caro amore defunto.
E, pochi giorni dopo, fedele al triste giuramento, madama Lu, reggendo fra le mani il suo più grande e più bianco ventaglio bianco, piangeva inconsolabilmente su l'immatura tomba del signor Tao ch'ella adorava. E la terra appena smossa, che ricopriva il caro sposo, era tutta umida sotto i suoi piedi.
Qui finisce la prefazione cinese e incomincia il racconto, buono per ogni tempo e per ogni paese.
PARTE PRIMA
1.
Squilla una tromba nel vuoto silenzio del mare. Un marinaio, la mano a berretto, offrendo con l'altra la sciarpa azzurra, s'è avvicinato a Fiorvante appoggiato al bastingaggio. D'improvviso il giovane tenente di vascello richiude il libro e la lettura della Storia della Dama dal ventaglio bianco si fermò qui, quel giorno. Rientra, Fiorvante, dal mondo delle favole in quello della realtà. Non è più ora di leggere e di sognare. È l'ora del suo «quarto di guardia». Riconsegna il libro delle favole al marinaio. Cinge la sciarpa azzurra e va verso la scaletta di sinistra a dare il cambio al suo compagno...
2.
Due alti e sottili vasi di cristallo nelle mani, venendo di corsa dalla serra Mimì, Mimì gaia fioraia, entra correndo nel retrobottega del suo magazzino di fiori. Tutti la conoscono, Mimì, nella piccola città di mare, dove tutti i legni della squadra vengono, a periodi, a far lunghi scali. È li, sul lungomare, il suo bel negozio tutto a vetrine bianche con la bella scritta d'oro su la mostra: Mademoiselle Mimì, fleuriste. L'ha ereditato dal padre quel negozio, ma l'ha fatto lei, lei col suo assiduo e infaticabile lavoro, lei col suo spirito audace e intraprendente, lei col suo garbo delizioso per cui comprar fiori da lei è una delizia: viene voglia, ad entrar da lei, di non andarsene più, tanto è carina, tanto è aggraziata, tanto è un fiore tra i fiori. Perchè la chiamano Mimì? Come la sua graziosa amica di un'opera famosa, non sa. Sa che l'hanno sempre chiamata così e che Ersilia — il suo vero nome, che ella detesta — non l'ha mai chiamata nessuno.
— Ragazze, ragazze, meno chiacchiere e più lavoro...
E le ragazze che cinguettavano attorno ai due grandi tavoloni carichi di cesti e di fiori fanno silenzio e si rimettono al lavoro con zelo provvisorio.
— Domani c'è ballo a bordo della Pisa. Se andiamo avanti così i trenta festoni non saranno mai finiti per domani a mezzogiorno...
E gira Mimì correndo, sorridendo, lieve, leggera, aerea, tutta azzurra e bianca nel suo vestitino di tulle a grandi volants, gira da una ragazza all'altra, e qui loda, là rimprovera, qua insegna, lì corregge, maestra floreale che giuoca coi fiori come un pittore coi colori, come una ricamatrice coi fili d'oro del suo ricamo.
3.
Scende lenta e grave la sera sul mare e sul porto. Le grandi navi ancorate divengono, sul cielo violaceo, grandi masse nere, profili di velluto intagliati su le sete del crepuscolo. Qua e là s'accendono, sui bastimenti, le prime luci. Laggiù in fondo, all'orizzonte, il sole, quasi tutto scomparso, non è più che un filo d'oro sul ciglio della collina.
Qua, là, a destra, a sinistra, vicino, lontano, squillan le trombe sui bastimenti e avanzano sui ponti i drappelli di guardia, le armi al braccio. Venendo di qua, di là, si radunano a poppa, attorno ai comandanti, gli ufficiali. È l'ora dell'«ammaina bandiera». Ed ecco che di nuovo le trombe squillano. Gli ufficiali prendon l'attenti e si scoprono. I drappelli presentan le armi e la bandiera sventolante a poppa comincia a discendere, come un uccello che chiude le ali e precipita...
4.
Mimì è distratta. Non lavora più come prima. Se una ragazza le chiede un consiglio, glielo dà breve, secco, di malavoglia. Il suo spirito è altrove. Assortendo il colore di due garofani, agganciando due rose, Mimì guarda ogni tanto il piccolo orologio d'oro al suo polso. È l'ora che ogni giorno il suo innamorato, il bel tenente di vascello Filippo Ardea, viene a prenderla per andare insieme a pranzare e a passar la serata... L'aspetta tutt'il giorno, Mimì, contenta, felice... Ma come diventa melanconica, scorbutica, irritata, quando l'ora si avvicina... Come la snerva quell'ultima mezz'ora di attesa così lenta a passare...
5.
Ed è sul molo, dalle imbarcazioni a vapore o a remi che, grosse, piccine, agili o pesanti, lente o guizzanti, giungono a centinaia dai bastimenti, è sul molo dove già s'accendono i primi fanali, una continua ondata d'uniformi bianche che vien dal mare e dal mare galoppa verso la città su per le ampie gradinate dello scalo. Son barconi carichi di marinai. Son lance eleganti piene d'ufficiali.
— Fiorvante!
— Ardea!
Due voci, due sorrisi, due mani levate e un abbraccio. Scendendo ognuno dal suo bastimento i due ufficiali, i due amici, si sono incontrati...
— Dove sei?
— Su la Saint-Bon. E tu?
— Comando una torpediniera. Un anno d'Estremo Oriente. Son qui da tre mesi. E tu?
— Io sempre fermo. Fra Taranto e Spezia.
Due vecchi camerati che si vogliono molto bene, due compagni di corso all'Accademia, gl'«inseparabili» quand'erano imbarcati insieme. Ora, nella gioia di ritrovarsi, si dicono mille cose. E Ardea:
— Poichè ci siamo ritrovati, non ti lascio scappare...
Ha preso Fiorvante per il braccio e s'avvia con lui verso la città, lungomare, in un gruppo d'amici e di compagni.
6.
Mimì non regge più. Si leva, va alla vetrina, guarda, torna a sedersi, guarda ancora l'orologio, torna a levarsi, rivà alla vetrina, riguarda di nuovo... Ma non viene ancora... Dove, dove sarà?
Ansia di rivederlo? Impazienza d'innamorata? Anche questo. Ma, sopratutto, preoccupazione. La piccola perfida lettera anonima le ha messo da due giorni il veleno nel sangue. L'ha lì nel seno. Non sa staccarsene e sempre la rilegge...
«Badate a Filippo Ardea se l'amate. Un'attrice, una bella attrice d'operette, che è stata l'anno scorso la sua amante, è su la piazza. E c'è pericolo di ripresa. Badate: Flora Fleurette minaccia la felicità di Mimì. Nulla piace di più a certe donne che riprendere un antico innamorato quando questo è innamorato di un'altra. E gli uomini son così stupidi e così vani che si lasciano sempre prendere da chi li vuole. Occhio a Filippo, Mimì mia bella...».
Così ha scritto a Mimì Un lupo di mare... Cattivo lupo di mare che le ha avvelenato la vita, da due giorni... Vorrebbe averlo lì, Mimì, il «vecchio lupo di mare», per rompergli sul muso tutti quei vasi di fiori, per impedirgli di dire e scrivere ancora altre sciocchezze...
Sciocchezze? Son poi veramente sciocchezze?... Che Flora Fleurette sia su la piazza, è vero... Che l'anno scorso Filippo sia stato l'amante di Fleurette è noto a tutti ed era noto anche a lei prima che se ne innamorasse... Ma l'ha rivista, ha cercato di rivederla?... Questo è il punto oscuro. Non ha osato interrogare Ardea. Lo sa bene: Ardea non vuole gelosie. Qualche volta che Mimì è stata gelosa Ardea s'è divertito a farla soffrire di più, l'ha provocata... Gliel'ha detto e ridetto: «Lo faccio apposta, per educarti.. Detesto le donne gelose... Ed io voglio poterti adorare...»
Ma perchè non viene? Perchè non s'affretta? Se venisse sùbito a prenderla, appena disceso dal bastimento, il suo povero cuore in pena avrebbe pace, potrebbe fidarsi... E invece, così, con questo ritardo... Dov'è Fleurette? Dov'è Filippo?... Che fa, che fa, e perchè non viene?...
E Mimì si leva, va alla vetrina, guarda, torna a sedersi, guarda ancora l'orologio, torna a levarsi, rivà alla vetrina, riguarda ancora... Dove, dove sarà?...
7.
E Ardea seguito dagli amici vien giù pian pianino, per il lungomare, a braccetto con Fiorvante, parlando di bastimenti e di paesi, di compagni e di donne, di ricordi e di speranze.
Ora Fiorvante si sofferma:
— Ma di qui dove mi porti? Io vado a pranzo al Circolo.
E Filippo, trascinandolo a forza:
— No. Tu vieni a pranzo con me. Andiamo a prendere la mia innamorata che mi aspetta e che mi adora e passeremo insieme una serata di quelle buone.
Fiorvante è riluttante, ma Ardea non sente ragioni e conviene lasciarsi trascinare.
— Mimì, la fioraia del lungomare... La conosci?... No? La vedrai. È un amore. Ed è il mio amore...
— Da quanto tempo?
— Da quattro mesi.
— E per quanto tempo?
— Per l'eternità.
E Fiorvante sorride perchè non crede all'eternità dei marinai. E, nei riguardi dell'eternità d'amore, tutti gli uomini son marinai...
8.
— Eccolo! Eccolo!
Mimì, ch'era a guardar dalla vetrina, l'ha visto. È saltata giù dalla sedia dov'era arrampicata, abbassa i cristalli delle vetrine, alza le tende, mentre grida alle sue lavoranti:
— Eccolo! Ragazze, ragazze!... Fiori, fiori, e venite qui, venite qui... Facciamoli arrivare sotto una pioggia di rose...
Ed è nel negozio un andare e venire, un correre, un affannarsi, tra risa e grida, e tutte le ragazze son lì, attorno a Mimì, arrampicate su le sedie, armate di rose, per la battaglia, fino ai denti... Fino ai denti veramente perchè, già piene le mani, per averne di più, hanno anche rose in bocca, tra le labbra, fiori bianchi fioriti in un fiore rosso.
— Eccoli! Eccoli! Padrona, tiriamo?
E Mimì fa cenno d'aspettare:
— Ferme! Ferme! Quando saranno più vicini...
E aspettano. E il gruppo bianco degli ufficiali si avvicina. E...
— Via...
E la prima rosa bianca di Mimì va diritta, lanciata giusta, sul cuore di Ardea. Sùbito le altre rose partono, volano, cadono, a pioggia. E Mimì ne lancia, ne lancia, prima una alla volta, poi due, poi tre, poi a fasci... E le ragazze incalzano... E gli ufficiali, ridendo, agitando i berretti, lanciando baci e sorrisi, rispondono al fresco fuoco... La battaglia è formidabile — e deliziosa. Il leggero fuoco è tremendo, senza tregua!
Ora Mimì corre ai rifornimenti. Ma fiori non ce ne son più... Sì, ce ne sono ancora... Ecco due bei fasci di rose. Ma una ragazza ferma Mimì nell'atto di lanciarle:
— Padrona! Son quelle artificiali... Costan cinque lire l'una...
Ma Mimì risponde con una spallucciata. Che importa? Costassero pure cento, che importa?... E lì, nella vetrina, fa schermo e portavoce della mano alla bocca e grida:
— Questo... per l'ufficiale che non conosco!
E, giù — che tiro! — il fascio delle rose artificiali è sul petto e poi nella mano di Fiorvante che risponde levando il berretto e sorridendo in un leggero inchino. Gli altri compagni d'Ardea Mimì li conosce tutti: son gli amici di lui e però sono gli amici suoi... Ma ha notato quello che non conosce, quello che Ardea tiene per il braccio...
La battaglia di fiori continua. Ma ora è l'assalto. Gli ufficiali voglion la resa della fortezza floreale, gli ufficiali vogliono, ad ogni costo, entrare. E Mimì grida:
— No... no... Chiudete... Giù le saracinesche... Se entran qui dentro siam rovinate... Mettono tutto a soqquadro.... Chiudete...
E in un fragore di ferri le saracinesche s'abbassano su le mani degli ufficiali che tentano d'impedirne la discesa. Anche la porticina d'entrata s'è chiusa e s'è poi socchiusa appena per lasciar entrare Ardea e Fiorvante, mentre le ragazze, ridendo, felici, uccellini ch'escon di gabbia, son volate di là, nella serra, a vestirsi...
Ardea ha presentato Fiorvante. Mimì china il volto in un sorriso, uno di quei suoi grandi sorrisi luminosi che sono tutta la giovinezza. E Ardea spiega:
— Ha voluto venire a ringraziarti...
Fiorvante, che s'inchina, ha fra le mani il mazzo di rose che Mimì gli ha gettato. E Mimì lo guarda, l'aria contrita:
— Ma mi dispiace... Sono artificiali... Non hanno odore...
Ma ancora il bel volto s'illumina. Un'idea pazza le frulla nel cervello. Corre in fondo, a un armadio, e torna con una bottiglia di profumo:
— Ma ce ne metteremo uno... Il mio!
E giù, su le rose di Fiorvante, tutta la bottiglia. E giù a ridere, a ridere, a ridere... e, gettata la bottiglia, a batter le mani, felice, felice, felice perchè Filippo è venuto, felice perchè ora a Fleurette ella non pensa più, felice perchè Filippo è dietro di lei a offrirle il cappello, a reggerle il mantello affinchè lo indossi...
— Andiamo?
— Andiamo. Ma viene anche lui?...
E Mimì indica Fiorvante che sorride dicendo di sì... E le ragazze escono, nasini all'aria, sorrisi al vento, cappellini su le ventitrè:
— Buona sera, padrona. Buona sera, padrona.
E Mimì:
— Addio, cara... Addio, cara... Addio, cara...
E tira baci a tutte. A chi non tirerebbe fiori e baci Mimì, tanto è felice?.. Ed eccola fuori del negozio, tra Ardea e Fiorvante, mentre le ragazze continuano a uscire e gli ufficiali cingon loro la vita, il sorriso e il complimento su le labbra, la mano audace:
— Addio, Maria, fiore di notte tanto sei bruna...
— Addio, Ninetta, fiore di pesco tanto sei rosea...
E Ardea ferma un'automobile e vi fa salire Mimì, Fiorvante e quattro o cinque amici... E lui avanti, accanto allo chauffeur:
— Lasciate me alla Croce di Malta e andate a pranzo.
E Fiorvante domanda:
— Come? Ci lasci?
Ma sùbito Mimì spiega:
No. Ci raggiunge sùbito. Va al suo albergo a vestirsi in borghese. Non sapete che Filippo è un ballerino impenitente? Non farebbe altro dalla mattina alla sera. E va a mettersi in borghese per ballar dopo pranzo...
Giunti alla Croce di Malta un'inquietudine riprende Mimì nel veder discendere Filippo. Verrà sùbito? Non andrà da Fleurette? Non abita anche Fleurette in quell'albergo?... Come mai — stupida che non è altro! — non ha pensato ad informarsi?...
— Fa' presto. Noi ti aspettiamo...
Ma Filippo non vuole. No. Vadano avanti loro per riservare la tavola. Verrà sùbito, in carrozza... Ma non può vestirsi con l'idea che gente l'aspetta giù... Mimì vuole insistere e insiste:
— Ma noi...
— No. Ho detto no.
Così è, Filippo. E non c'è che fare. Ha già girato sui tacchi, del resto, ed è già entrato di corsa nell'atrio dell'albergo mentre, levato il debraio, l'automobile riparte...
Ed ha una pena, Mimì, una così gran pena che le vien voglia di piangere... E Fiorvante la guarda. Sente, Mimì, lo sguardo dell'ufficiale... Leva gli occhi su lui in un sorriso che non sorride... E Fiorvante vede gli occhi di lei pieni di lacrime che non sono un pianto, ma che sono un infinito amore e un po' di melanconia...
9.
Come strepitano i «ragazzi» — gli amici di Mimì e di Ardea — per gridar che hanno fame e che bisogna cominciare a mangiare senza far complimenti... E Ardea, Ardea che non viene... È snervata, Mimì, irosa contro sè, contro Ardea, contro tutti, anche contro quel povero Fiorvante che conosce appena da mezz'ora e che per un'improvvisa simpatia ha voluto farsi seder vicino... Mezz'ora che l'hanno lasciato alla Croce di Malta e Ardea non viene ancora...
Gelosa? No, snervata, irritata... Gelosa non può essere. Flora Fleurette è lì, proprio lì, a due passi da lei, al tavolinetto accanto alla grande tavola ch'ella presiede, alla sua gran tavolata di begli ufficiali. Flora Fleurette è intenta a pranzare, accanto a quel signore pacifico e calvo che mangia un piatto di patate soufflées, alto come una piramide. Chi è? Il nuovo amante? L'impresario? Non sa... A dir la verità, non si guardano, non si parlano. Mangiano, estranei. A vederlo così parrebbe proprio un marito. Ma è forse donna da mariti una Flora Fleurette?
Mimì non l'ha vista entrare. In mezzo alla folla del grande restaurant a mare dove è enorme il fragore delle stoviglie dominante anche il tumulto delle voci e dell'orchestra, in mezzo allo stordimento delle parole degli amici suonanti vuote di senso attorno a lei tutta assorta nel pensiero dell'assente, Mimì non ha veduto entrare Flora Fleurette, cercare una tavola e sedersi lì accanto a lei, alla medesima tavola del signore delle patate soufflées. A un tratto, voltandosi per la centesima volta a cercar con gli occhi Filippo verso le porte d'entrata, se l'è vista lì accanto, in atto di rosicchiar tranquilla la polpa d'un roseo gamberetto. S'è sentita stringere il cuore. Proprio lì, quella detestabile donna... Che direbbe «lupo di mare» se gliela vedesse lì accanto, a portata di mano, a portata d'un solenne ceffone?...
Cerca, Mimì, di non pensarci, di distrarsi... Ma ecco, si volge e Ardea è lì, che entra, tutto elegante — come e quanto elegante! — nel suo smoking perfetto, adorno all'occhiello d'una bella cardenia. Come gli sorride. Mimì, da lontano, e come lo aspetta, vicino... Ma, ahi... Deve passar tra le tavole, deve ora passare accanto a Flora Fleurette... e vederla... Ah, se potesse prendere il passaggio di destra, in modo da evitarla, da non vederla... Come batte il cuore di Mimì!... Ma — che dolore! — Ardea prende invece il passaggio di sinistra (forse l'ha vista! certo l'ha vista!) ed eccolo vicino alla tavola di Fleurette, eccolo davanti, e peggio, peggio, ecco che si ferma, le dà la mano, le sorride, s'indugia, a parlare con lei, con l'odiatissima donna, una mano poggiata su la tavola, l'altra su la spalliera della sedia di lei, così in dentro, così in dentro che quasi ne sfiora — ah! l'aborre... — il décolleté... Ardea parla tranquillo e galante con Fleurette. Mimì guarda e freme. Fiorvante ha visto, ha capito e ride. Prende affettuosamente una delle piccole mani agitate che stritolan mollica di pane a tutto andare, sventrando in due colpi un panino.
— Siete gelosa? le chiede Fiorvante. Avete torto. È un modo sicuro di soffrire inutilmente...
Ma sì... Belle prediche! Invece di parole inutili Mimì vuol da Fiorvante qualche cosa di necessario, d'urgente: vuole un foglio di taccuino, un lapis... E scrive. Scrive così: «La buona educazione ti dovrebbe consigliare di non farti aspettare quando tutti sono a tavola. E, se la tua amica così ossigenatamente bionda ha tante cose da dirti, potevi fare a meno di venire con noi. Siediti lì. Al suo tavolino. C'è posto anche per te».
E Mimì ha gettato il biglietto, per gettarlo ad Ardea. Ma, quand'è gelosa e nervosa, non tira i biglietti al suo amante con la stessa precisione di mira con la quale sa tirargli le rose quand'è contenta. Così il biglietto è andato a cadere nel piatto di Fleurette, tra l'ala di piccione e il risotto. E Fleurette l'ha mostrato, ridendo, ad Ardea, ad Ardea furibondo che fulmina Mimì con un'occhiata. Risposta? Risposta non ce n'è. Ardea rimane ancora alla tavola di Fleurette per far ben bene vedere a Mimì che scene di gelosia non ne tollera. E Fleurette ve lo trattiene per far ben bene vedere a Mimì che lei invece le scene di gelosia le adora, tanto che le piace, in ogni modo, di provocarle... Gli uomini che non le conoscono credono che le donne si divertano ad amare gli uomini. Quante donne si divertirebbero sul serio ad amare un uomo se amarlo non facesse dispetto ad un'altra donna? Nella donna, novanta volte su cento, l'amore è un pretesto per un altro scopo. E così Fleurette par che muoia d'amore mentre dice ad Ardea:
— Pranzate qui con me... Sono felice di rivedervi... E alla vostra amica una lezioncina starà bene... Dovete farvi rispettare...
E Ardea accetta, sino a un certo punto:
— No. Siedo. Ma non pranzo. Siedo per stare con voi e per darle la lezioncina che merita. Poi andrò. Gli amici mi aspettano.
Naturalmente Mimì non ha udito quelle parole. Ha solo veduto il gesto di Fleurette che invitava il giovane a sedere ed ha veduto questi sedersi. Seguiva prima il colloquio strappando a due a due le foglie d'una grossa rosa rossa con le sue leggere dita di fioraia. Quando ha visto Ardea sedersi — ahi, che tuffo di sangue alla testa! — ha strappato tutte le foglie insieme, con una violenza da facchino. I colpevoli son due: Fleurette e Ardea. Ma l'equità nervosa di Mimì sfoga su una terza persona, innocente: il quieto signore delle patate soufflées.
— Io vorrei sapere quell'altro... quell'imbecille... che ci sta a fare!
L'imbecille non fiata: una patata dopo l'altra, abbassa lentamente la piramide. I due continuano a filare in sordina, per far dispetto, tutt'e due, e ognuno a modo suo, a Mimì... Mimì beve, beve, e ribeve. Cerca invano, Fiorvante, di calmarla. Ma sì... Una pila! Ora Mimì ha guardato la rivale con una mossettina sprezzante delle labbra e chiede a Fiorvante:
— Vi pare forse più bella di me?
Fiorvante scrolla il capo... Nemmeno per sogno... E Mimì beve, beve, beve... e mette, fra un bicchiere e l'altro, certe risate che scudisciano la rivale sul viso imbellettato...
— Guardate, dice Mimì a Fiorvante, ad alta voce, affinchè l'altra possa sentirla. Guardate. Tiene sempre gli occhi socchiusi... Sfido: le palpebre e le ciglia le pesano: con tutto quel nero...
L'altra comincia a sua volta a snervarsi. Ora picchia, prima piano, poi più forte, col coltello sul piatto.
— Ah, mi dà ai nervi con quel coltello!
È Mimì, che si tappa le orecchie. Ma poi ci ripensa ed è lei che le fa tappare agli altri. Se Fleurette picchia il piatto con un coltello, Mimì lo picchia con due; se l'altra picchia forte, Mimì picchia fortissimo. Mimì non è donna da restare mai indietro. E, poichè l'altra rincalza e rinforza, Mimì va sempre più forte in un crescendo che può dirsi rossiniano, ma non nel senso che sia melodico, dai tavolini accanto la gente, assordata, comincia a protestare. Un maître d'hôtel accorre presso Mimì, ma Mimì indica l'altra:
— Non sono io... È la signora...
E ricomincia. Ricomincia tanto forte che il piatto si spezza... Un grido di soddisfazione si leva dai tavolini accanto. Anche l'altra ha dovuto smettere perchè ora il maître d'hôtel è da lei ed ella deve spiegare:
— Io?... Io no... È quella signorina...
Quieto e beato, nel tumulto, il signore calvo continua a mangiare patate soufflées. Di tanto in tanto un suo sguardo rassegnato, mentre una nuova patata va in bocca, va a posarsi sui due che ora, riempiti di champagne i bicchieri, fanno un brindisi con due sorrisi che tiran gli schiaffi. Mimì fa cenni disperati e grida prima a Fiorvante, poi al signore:
— Ma quell'idiota... Sì, sì, lei, lei, venga qui...
Il signore delle patate soufflées s'è visto chiamare e, levatosi, è ora inchinato vicino a Mimì che gli domanda:
— Scusi: non potrebbe dire alla signora che è con lei...
Ma risponde a Mimì il più innocente sorriso:
— Le direi tutto quel che lei vuole... Sono anch'io stomacato... Ma la signora non è con me... È al mio tavolino perchè non ha trovato altri posti...
S'inchina e torna alle patate soufflées. Mimì ride un istante, per l'equivoco... Ma il riso le si spezza in gola. Fleurette, con la coppa in mano, è ora così vicina col volto al volto di Ardea che quasi ha l'aria di baciarlo: certo, almeno, lo bacia con l'intenzione... Ma l'intenzione dà terribilmente sui nervi di Mimì che spezza su la tavola il suo bicchiere e, saltata su in piedi, grida:
— Scimmia ossigenata, la finisca!
Come andrà a finire? Fleurette l'ha tirata pei capelli e coi capelli dovrà finire, e finisce, infatti, quando per i capelli l'acciuffa d'improvviso Mimì, con un colpo magistrale in due tempi che prima le manda per aria il cappello e poi le prende in pieno la capigliatura... E giù, e su, e qua, e là, Mimì comincia a tirare... E tira, tira, tira quei capelli come fossero corde di bastimenti. Ma anche Fleurette, passato il primo smarrimento, lotta da par sua. Raggiunge anche lei il cappellino e i capelli di Mimì e giù a tirare anche lei che è uno spettacolo... Spettacolo al quale il pubblico s'appassiona coi più manifesti segni di simpatia per Mimì che picchia più nudrito e più sodo... Certo son così strette, le due donne, che Ardea, Fiorvante e altri amici non riescono a separarle o ci riescono quando le due donne non hanno più un capello in testa che non sia dolore... Allora Fiorvante e gli amici s'affrettano a portar via Mimì verso l'uscita... E all'uscita Mimì arriva, nella détente, più morta che viva... Lì, all'uscita, aprendosi un varco nella ridente folla dei curiosi, Ardea riesce a raggiungere Mimì, ad afferrarle violentemente un braccio e ad avventarle a bassa voce sul volto queste parole:
— Bada! Da stasera, dopo quanto hai fatto, tutto è finito fra noi... Non ti conosco più...
E Ardea risale tra la folla. E Mimì lo guarda coi suoi grandi occhi spauriti e smarriti. Ed ha ancora il tempo, mentre quasi di peso la portano fuori, di vedere Ardea tornare a Fleurette che si ripettina, cingerle la vita col braccio e partir con lei verso la grande pedana dove, a pranzo finito, già si muovono le prime coppie all'eco d'un voluttuosissimo tango...
Di quel finimondo che cosa è rimasto nel restaurant a mare? Nulla. Lì, sul tappeto, qualche capello biondo e bruno, qualche rosellina o qualche pennetta di cappelli... Poco male. Ma anche lì, a terra, sotto i piedi di Ardea e di Fleurette che ballano, è rimasto il cuore felice di Mimì... Di Mimì che sta tanto male.
Tanto male che può appena camminare... Gli ufficiali l'hanno lasciata sola con Fiorvante e sono ritornati nel restaurant alla ricerca di Ardea. Un'automobile passava e Fiorvante vi ha fatto salire Mimì per riaccompagnarla a casa. Ma, non appena seduta, Mimì s'è rovesciata piangendo su la spalla dell'ufficiale. Questi, dolcemente, pietosamente, la lascia piangere e le passa una mano nei capelli:
— Gli volete molto bene?
Mimì, senza levare il volto per rispondere, dice col capo di no, di no...
— Gliene volevo... Ma ora non più...
E piange, e piange... E Fiorvante continua a carezzarle i capelli mentre sorride d'incredulità...
10.
Gli ufficiali son ritornati al restaurant. Tra un giro e l'altro hanno fermato Ardea:
— Va da Mimì... Poveretta... È pentita...
— No... No... Non mi parlate mai più di lei, dopo quello che ha fatto...
— Lo ha fatto per amore...
— Amore un corno!...
E Ardea picchia così forte un pugno sul tavolino che il signore delle patate soufflées resta con mezza patata in aria mentre metà della gialla piramide unta e bisunta vacilla e crolla...
— Su, via, decìditi... Vieni... Ti aspetta...
Ma Filippo alza le spalle e tende le braccia aperte a Fleurette che continua a riordinarsi i capelli davanti allo specchio, piano piano, come facesse l'appello degli assenti:
— Fleurette, un altro tango...
11.
Nella sua piccola casa sul mare, tutta grazia e leggiadria, quanto, quanto ha pianto Mimì, per circa due ore, su la spalla di Fiorvante che, affettuoso e silenzioso, le ha fatto raccontare tutto, tutto... tutto quello che Fiorvante non sapeva e non imaginava, tutto quello che Fiorvante è venuto a sapere spalancando gli occhi ed il cuore...
— Vivo del mio negozio, io, del lavoro che il mio papà mi ha insegnato e mi ha lasciato... Sono una ragazza per bene, io... E lui ha potuto offendermi per una donna come quella...
S'è levata. Ha preso su una mensola la fotografia di Filippo con tanto di dedica: «A Mimì, con tutt'il mio cuore, per tutta la vita».
— Tutta la vita! E non son quattro mesi... E dovevamo sposarci...
S'è chinata per aprire l'ultimo cassetto d'uno stipo dal quale ha tratto un velo bianco e una coroncina nuziale di fiori d'arancio:
— Avevo anche avuto l'ingenuità di farmi comprare da lui il velo da sposa... Mi sembrava di buon augurio...
S'è messo il velo attorno al capo e la coroncina su la fronte. E ha guardato Fiorvante così, malinconici gli occhi ma fiero lo sguardo:
— Perchè così potevo sposarlo... Come una ragazza per bene... Non ero mica la sua amante, io!...
E, disperata, si strappa dal capo la coroncina ed il velo e fa questo a brandelli, lacerandolo coi denti, con le mani... Ha pietà, tanta pietà, Fiorvante, nel suo vecchio cuore sentimentale, a vederla così disperata, schiantata... Ha tanta pietà e tanta simpatia... E, poichè veder soffrire è spesso una buona occasione per cominciare ad amare, Fiorvante, sollevandola da terra dove s'è rovesciata con le sue lacrime e il suo velo a brandelli, già la chiama, teneramente, per la prima volta:
— Mimì...
12.
Gli amici hanno rinunziato a ricondurre Filippo da Mimì. Balla con Fleurette fox-trots e fox-trots, tanghi dopo tanghi e Fleurette gli sorride come non gli ha mai sorriso. Così Filippo è ripreso. Sottile veleno della sigaretta riaccesa, dell'amore che ricomincia...
— No, no, non ho ancora finito! tuona una voce.
Ed è il quieto calvo signore che ferma con la voce e col braccio l'imprudente mano d'un cameriere che voleva portargli via il piatto delle patate soufflées che è appena, dopo due ore, a poco meno della metà...
13.
C'è luna nel cielo e pace su l'acqua. La sera è tutta profumi. E Mimì e Fiorvante sono discesi nel piccolo giardino. Vibran piccole luci da per tutto: le stelle nel cielo, piccole lame d'argento su l'acqua, lucciole d'oro nelle siepi e tra i rosai. Luci anche splendono sui grossi bastimenti ancorati nel porto: e sembran catafalchi di giganti giganteschi attorno ai quali la città con le sue luci d'oro ha acceso tutt'un'architettura di ceri.
Sono appoggiati alla balaustra, Mimì e Fiorvante. Questi solleva il volto della fanciulla e le dice:
— È il vostro primo dolore d'amore... So che cosa vuol dire soffrire. Ho tanto sofferto anch'io per l'amore...
Appoggiato al davanzale cerca laggiù, sul mare, tra catafalco e catafalco, i suoi grandi sogni morti, le sue speranze e i suoi ricordi. Ora è Mimì a guardarlo, è Mimì che solleva con la punta di due dita la fronte di lui:
— Voi siete così diverso da lui... dagli altri... Voi dovete saper volere tanto... tanto bene...
Fiorvante prende fra le sue le piccole mani gelate di Mimì. Le bacia. Attira a sè la fanciulla. La guarda, la guarda... Ma non osa parlare. E poi, con la voce che gli trema:
— Sì, le dice, so volere molto bene, io... E mi par già di cominciare a volervene...
La bimba arrossisce e abbassa gli occhi. Trepidamente Fiorvante chiede, bassi gli occhi e bassa la voce:
— E voi?... E voi?...
E Mimì risponde... Risponde abbassando gli occhi sempre più, sempre più, ma con un lieve cenno del capo che dice: sì, sì... Fiorvante le ha preso ancora le mani. Fa per riportarle alle sue labbra. Ma poi si ferma e, passata un'ombra sul suo volto, le abbandona:
— No... no... Vi par così, stasera... Ma voi tornerete ad amar lui, domani...
E Mimì dice ancora col capo di no, di no... Ma Fiorvante non vede. Ha i gomiti su la balaustra, la fronte nelle mani, gli occhi laggiù tra nave e nave, tra catafalco e catafalco, a cercare tra i grandi sogni morti... Quante, quante volte ha sognato così?... Quante volte ha scambiato per una promessa di lunga fede sicura, per il giuramento fedele di tutt'una vita la breve speranza che l'ora o il luogo mettevano, per un momento di bontà, nel cuore di una donna?... Menzogne, illusioni... Sogni, grandi sogni morti, laggiù, nella notte, in fondo al mare...
14.
In automobile — carica quella povera macchina da far pietà... — gli ufficiali sono andati alla casina di Mimì per consolarla, per salutarla, per darle la buona notte e riprender Fiorvante...
E son lì, lungo il muretto di cinta del giardino, a guardar due ombre — Mimì e Fiorvante — intagliarsi, piccole sagome nere nel controluce della chiarità plenilunare...
— Guardali... Son lì... Piano... Avanti... Di sorpresa... Senza farci sentire...
E via, leggeri, a dare la scalata al muretto tutto coperto e odorante di gelsomini, via su per le scalette a mare della casina di Mimì, in fila indiana, in punta di piedi, per non essere visti, per non esser sentiti...
15.
E ora Fiorvante ha preso una mano di Mimì e l'ha portata alle labbra. Son lì, appoggiati tutt'e due alla terrazza a mare dal parapetto coperto d'edera, spalla contro spalla, testa contro testa, già cuor contro cuore...
— Vi ho voluto bene fin dal primo momento che vi ho veduta, dice Fiorvante a Mimì, fin da quando mi avete tirato il mazzo di rose...
E la mano di Mimì restituisce la stretta. E la voce di Fiorvante si fa più grave, più dolce e la pressione della mano è più forte:
— Affidatevi a me, mia piccola amica, in questa prima ora di dolore... Affidatevi a me... Io non sono di quelli che cambian d'amore come cambian di casa...
Ha appoggiato, Mimì, il capo su la spalla di Fiorvante, senza parlare, la mano abbandonata, tutta l'anima tutta offerta.
E gli ufficiali son dietro di loro, non veduti, non sentiti. Una voce sussurra:
— Ahi!
Han veduto i due, stretti, uniti... E l'ufficiale che ha dato l'allarme si volta per far cenno ch'è il caso d'un rapido e discreto dietro-front... Ed ecco che ancora più in punta di piedi, in fila indiana, per non esser veduti, per non esser sentiti, gli ufficiali rivanno via, giù per le scalette della casina a mare di Mimì, verso il muretto di cinta tutto coperto e odorante di gelsomini... Scavalcato questo, tornati su la strada e nell'automobile che rifila via per il lungomare bianco di luna, uno degli amici esclama per tutti:
— Ecco fatto. Consolata!
E ridono. No, ragazzi, non è consolata, Mimì. È inconsolabile, anzi, Mimì. Se è lì, su la terrazza, la mano nella mano di Fiorvante, non cerca ella stasera un innamorato nuovo al posto di quello che l'ha abbandonata. Cerca un cuore che la comprenda e che col dolore altre volte provato faccia eco al dolore ch'ella prova per la prima volta. Cerca un braccio cui appoggiarsi, una mano in cui affidarsi. Cerca sopratutto di non esser sola questa sera tanto è disperata. Perduto il suo amore, cerca un amico. E questo amico è lì, accanto a lei, ed ella sente che questo amico d'una sera saprà essere l'amico d'una vita.
Ma Mimì è bella e la notte è notte d'amore. Cinge Fiorvante la vita di lei e fa per attirarla a sè. No. Mimì non vuole. Mimì si scioglie. Mimì non vuole gesti, non vuol parole. Vuole che nel suo immenso dolore una presenza accanto a lei le dica che non tutto, non tutto è finito anche se l'amore, che doveva essere eterno due ore prima, è, da un'ora, finito per sempre...
C'è tutt'il plenilunio in quelle due lacrime d'argento che scendon giù dai grandi occhi di Mimì in quell'ora di tristezza in cui è doppia la malinconia: malinconia di qualche cosa che muore e malinconia d'una cosa che nasce.
Quale più grande, fra le due?
16.
E, al restaurant;
— Ancora questo tango, Fleurette, e poi andiamo...
E il quieto signore calvo delle patate soufflées prende religiosamente, con due dita, l'ultima patata. Tre ore a tavola: una piramide di patate soufflées e lo stomaco per contenerla.
Chi di voi più felice, mio signore?
PARTE SECONDA
17.
— Il passo di Schéhérazade... No, quello di Carnaval... No, quello del Principe Igor: il passo degli arcieri...
E la piccola ballerina, indecisa fra tanti consigli, si decide; e, su la stuoia ai piedi del terrazzo, snodata, piegata, le braccia conserte, accenna un passo dei balli russi...
Un ufficiale parla piano a un compagno:
— Guardalo. È tranquillo, sereno. Fleurette è partita. Mimì è perduta per lui. E lui ha l'aria d'infischiarsene, come se non avesse mai amato Mimì... E non sono quindici giorni!
Ora, cessato il ballo russo con un capitombolo della ballerina male addestrata, Ardea si fa avanti e tende le mani a Mimì per invitarla a ballare. Mimì s'è levata ed è fra le braccia di Ardea che si rivolge agli amici e alle amiche, chitarristi e mandoliniste, ordinando:
— Il valzerino della Fanciulla del West...
E incomincia a ballare con Mimì mentre gli altri li seguono danzando e battendo il tempo a suon di mani:
Ma quel che tu mi taci me lo dice il cuor...
Non tace Ardea, ballando. Avventa parole brevi, febbrili, nel piccolo orecchio di Mimì:
— Io ti amo ancora... Io ti voglio ancora...
E la stringe, la stringe... E Mimì cerca di liberarsi... E Fiorvante, in un angolo, guarda, mordendosi il labbro, bianco di gelosia. Ma come stringe, Ardea! Come si sente, Mimì, presa e offesa da quella stretta. Violenta, ribelle, ora si svincola:
— Lasciami... Ti proibisco!
Fiorvante le è corso vicino e la riceve tra le braccia tutta fremente. Ardea ha già preso un'altra dama. E Fiorvante, cupo, ansioso, interroga, a bassa voce:
— Di'! Di'! Che ti diceva?
— Nulla, nulla, amor mio... Ti amo!
E Mimì si stringe tutta a lui, teneramente, a lui che la porta via con sè, quasi di peso, fuor della sala dove suonano e ballano, lì, su la terrazza dove son soli, al sole, nel bel vento pomeridiano di grande primavera, soli tra cielo e mare.
18.
C'è un piccolo uomo curioso alla porta della casetta di Mimì. Ha bussato, ribussato e aspetta che gli vengano ad aprire. È Pierotto, l'ex-attendente di Fiorvante. Rottosi un piede in servizio e riformato, Pierotto ha voluto tuttavia conservar l'abito da marinaio e continuare a vivere col suo padrone come un cane fedele, pronto anche a morire per lui, se è necessario.
Piede zoppo, ma gamba salda e capace di tener dietro al suo padrone anche in capo al mondo se può essergli utile o se il padrone vuole. Devozione d'altri tempi, fatta di virtù, di sacrificio, di sentimento e d'ammirazione: servitù fatta un po' d'amore. Se il Re lo chiamasse alla Reggia e lo coprisse di medaglie, Pierotto non avrebbe il cuore in festa come quando il suo padrone, battendogli una mano su la spalla, lo guarda negli occhi con quegli occhi che gli passano il pensiero da parte a parte tanto sono acuti e profondi e gli dice bruscamente e semplicemente:
— Bravo!
Il Re? Il Re può essere Re, per tutti: Pierotto, non fa difficoltà. Ma per lui, per Pierotto, il solo re è il suo padrone.
19.
Pierotto è su la terrazza.
— Signor capitano, il comandante ha mandato a cercare di lei a casa per averla sùbito a bordo. Ho pensato di far bene venendo fin qui con la lancia.
D'un sùbito Fiorvante è in piedi. Bacia Mimì e senza salutar nessuno fila via con Pierotto, a passo di carica. Come gli tien dietro di galoppo, Pierotto! Come lo seguirebbe in capo al mondo, anche con mezza gamba di meno!... La forza che gli manca nel piede l'ha nel cuore: fa lo stesso, per gli eroi.
20.
Amici, amiche, chitarristi e mandoliniste, sono discesi in giardino alle due altalene, che vanno, vanno, su, su, come volessero toccare il cielo, spinte dagli ufficiali, cariche di ragazze, polsi di ferro che spingono, fantasie con le ali che volano...
Su la terrazza, avviati a scendere in giardino, Ardea ha fermato Mimì e l'ha presa alla vita: polso di ferro anche lui.
— Dimmi, dimmi che non mi ami più...
— No... Lasciami... Non ti amo più...
— Non è vero... Non può essere vero...
— Sì... sì... Non devo... non posso più amarti...
— Ma io ti amo ancora...
— Dovevi non lasciarmi prima!
E ancora Mimì fremente lotta, disperata, per svincolarsi, per liberarsi... E ci riesce, finalmente...
21.
Nella lancia che fila verso la corazzata Fiorvante ha avuto la notizia:
— Fuoco a bordo!
Con che ansia va verso il bastimento! Con che impeto sale, appena giunto, la scaletta di poppa ed eccolo, su l'attenti, davanti al Comandante:
— Ella s'era assunto l'obbligo di sostituire l'ufficiale di guardia, signor Ardea, costretto ad assentarsi per una grave circostanza...
Da dieci giorni Ardea, sbarcato dalla torpediniera, è su lo stesso bastimento con Fiorvante. Questi vorrebbe rispondere, ma il Comandante gli taglia la parola:
— Così è... Ella non ha nulla da rispondere... Lo stesso signor Ardea l'ha lasciato detto, allontanandosi... Il signor Ardea è colpevole di grave atto d'indisciplina... Ma tanto più ella aveva il sacrosanto dovere di rispettare un impegno già abusivamente assunto.
E il Capo conclude:
— Terrà gli arresti!
E si allontana dopo avere rimesso bruscamente a Fiorvante il comando delle operazioni necessarie a spegnere il fuoco...
22.
Un colpo di cannone ha echeggiato. Altri rispondono dai forti. Di colpo le altalene si sono arrestate. Gli ufficiali si guardano, pallidi: più pallido di tutti, livido, Ardea.
— Fuoco a bordo!
E via, tutti, di volo... verso la riva... verso l'imbarco... verso le lance... verso la nave...
23.
Catena di marinai. Rapido correre dei secchi d'acqua di mano in mano. Fragor di pompe, frusciar d'acqua, squillar di trombe. E, in mezzo alla catena di marinai, in mezzo all'accorrer d'uomini scalzi, a getto continuo, su dai boccaporti, è l'«Uomo dei fuochi intensi» nella sua armatura incombustibile da palombaro del fuoco. Fiorvante vola di qua, di là. Comanda l'opera con pugno di ferro, con decisione pronta. E le fiamme s'abbassano, scompaiono, e le nuvole di fumo diradano, e si disperdono, e non sono più che nebbia rossastra attorno alla nave. Il fuoco è spento.
Ardea, i compagni, son giunti a bordo. Fiorvante affronta Ardea:
— Pago per te la tua menzogna. Io non avevo assunto nessun obbligo. Tu hai speso, per coprire la tua colpa, il mio nome ed il mio onore. Tu hai mentito.
— Fiorvante!
Altri ufficiali sono attorno a loro. Vuole Ardea allontanarsi. Ma Fiorvante lo ferma:
— No. Davanti a tutti voglio gridartelo. Tu hai mentito!
E la mano di Ardea si leva su Fiorvante. Sfiora appena la sua guancia. Sùbito Fiorvante è su l'avversario. E gli ufficiali sono in mezzo a loro, nel tumulto...
Un uomo pacifico commenta:
— Peccato! Due amici...
Un uomo preciso rettifica:
— Due ex-amici...
Un uomo ironico aggiunge:
— Cherchez la femme!...
E un uomo che spreca parole inutili precisa il nome che già tutti sanno:
— Mimì...
24.
Nella cabina del Comandante entra Fiorvante, acceso ancora il volto di sdegno:
— Signor Comandante, il fuoco è spento e sono agli arresti.
Ma la porticina si riapre. È Ardea.
— Signor Comandante, ho mentito. Il tenente di vascello Fiorvante non aveva assunto nessun obbligo di sostituirmi.
Così Ardea si accusa. Non un muscolo si muove sul volto di Fiorvante che rimane lì, immobile, piantato. Il Comandante guarda i due ufficiali. Li pesa, li valuta. Intuisce. Forse sa. E giudica:
— Allora, signor Ardea, terrà lei gli arresti.
E, volgendosi a Fiorvante:
— Lei vada. È libero. Mi lasci col signor Ardea.
E, appena Fiorvante è uscito, il Capo è davanti ad Ardea piantato e gli batte una mano su la spalla:
— Ragazzo, ragazzo, che follìe sono queste?...
E Ardea balbetta:
— La follìa di un'ora, signor Comandante... Un cieco furore di gelosia...
La commozione lo vince e cade piangendo sul divanetto del Comandante, la testa fra le mani. Questi lo guarda, muto, immobile, diviso fra il sentimento della pietà e il senso della disciplina, l'uomo e il soldato...
E la voce di Ardea implora:
— Mi faccia ottenere, signor Comandante, un altro imbarco, lontano da qui, lontano da una donna che amo, che ho amata troppo tardi quando non ero più in tempo per esserne amato ancora...
Il soldato vince su l'uomo in uno sforzo di volontà:
— Basta così... Signor Ardea, si ritiri...
Ma, appena Ardea è uscito, il Comandante scuote il capo e brontola fra i denti:
— Povero ragazzo! Brutto male!
25.
Nello spiazzato della villa gli otto ufficiali in borghese preparano lo scontro: Fiorvante, Ardea, i quattro padrini, due medici. Caricano le pistole e misurano i passi. Ardea è fermo, appoggiato a un albero, conserte le braccia. Fiorvante passeggia su e giù, con un amico, fumando... C'è un elastico fuori cerniera nel portasigarette di Fiorvante ed egli si affatica a volerlo rimettere a posto. Ora Ardea passa i cerini da una scatola qualunque comprata poco prima al suo portafiammiferi d'oro... Piccole occupazioni inutili compiute con scrupolo e puntualità dieci minuti, forse, prima di morire...
26.
Tra ragazze e fiori Mimì felice è nel suo negozio. Fuori il sole è bello, il mare è tranquillo, tutto è serenità. Una ragazza porta a Mimì per fargliela approvare o correggere una cestina di fiori candidi. Un'altra le porta una croce di fiori oscuri. Mimì guarda l'una e l'altra ed esclama:
— Un funerale e un battesimo... Primavera bonne à tout faire!
E, deposte la cesta e la croce, trae da una scatola i fiori d'arancio e dice ridendo alle ragazze:
— E la primavera felice fa anche questi... per me...
27.
Bel tipo, il diciottenne guardiamarina Francucci!
Tutte le ragazze sono innamorate di lui, ma egli non ne prende nessuna tanto è mai timido: una signorina vestita da ufficiale. Ma quand'è in negozio Francucci, che chiasso... Ci si diverton tutte a tormentarlo, a stuzzicarlo, ad abbracciarlo, a metterlo in croce, deliziosamente, a furia di sorrisi e a suon di baci. E ci si diverte anche Mimì, Mimì più di tutte, Mimì che è felice...
— Avanti, avanti, Francucci in mezzo e noi girotondo...
È Mimì che dirige il carnevaletto. E il girotondo di ragazze gira, gira bianco, roseo, azzurro, attorno al povero guardiamarina, e gira, gira, gira, gira... finchè la porta si spalanca per Pierotto che entra:
— Signorina, il padrone si batte in duello...
Che? Dove ha preso il cappello Mimì? Chi gliel'ha dato? Come è uscita dal negozio e salita nell'automobile che vola verso la villa dove deve aver luogo lo scontro?... Pare a Mimì di sentirsi morire... Arriverà viva fin laggiù?...
28.
I passi per allontanarli, di spalle, uno dall'altro. Poi i colpi di mano. Il dietro-front, il fuoco...
Un urlo risponde alle due detonazioni: Mimì è ai piedi della scalea, trattenuta dagli ufficiali che le sono corsi incontro vedendola venir giù come una pazza. Ardea e Fiorvante sono in piedi. Il colpo di Ardea è fallito. Fiorvante ha sparato in aria. E Mimì è sospesa tra i due uomini, divisa fra quello che ha amato e quello che ama... Incerta, un istante... Ma poi si getta fra le braccia di Fiorvante, felice, folle di gioia, nella pace ricuperata, nella felicità salvata...
E Fiorvante è lì, Mimì fra le braccia. Si scioglie per muovere incontro ad Ardea. Devono stringersi la mano, riconciliarsi. E Fiorvante sente che qualcuno, che è a terra, gli prende timidamente una mano, vi inchioda sopra due grosse labbra tremanti. È Pierotto che con voce soffocata gli dice:
— Padrone mio, che sia sempre benedetto!
29.
Ardea parte. Imbarca a Taranto per una lunga crociera nei mari del Nord. Mimì e Fiorvante vanno ad accompagnarlo dal negozio di Mademoiselle Mimì, fleuriste fino all'imbarcatoio. Mimì, e Ardea e Fiorvante sono appena usciti e saliti in automobile. E le ragazze che hanno or ora finito di salutare coi fazzolettini siedono qua e là, silenziose, tristi, per il negozio. E sono tutte un po' tristi perchè pensano che un giorno l'innamorato di ognuna può da un momento all'altro dover partire, così...
Alla banchina son gli ultimi saluti. Mimì riempie di fiori le braccia di Ardea che le stringe lungamente la mano, gliela bacia e salta nella lancia per nasconder le lacrime che gli riempiono gli occhi.
— Arrivederci, Fiorvante.
— Arrivederci, Ardea.
Mimì non saluta con la voce la lancia che se ne va. Voce in gola, per la commozione, non ne ha. Saluta col fazzoletto, lentamente, con un'infinita melanconia. Vedranno Ardea mai più? Che sarà di lui? Che sarà di loro? È l'angoscia dell'ora dei distacchi, l'angoscia per le due parti: rivedranno quelli che restano colui che parte? Ritroverà quello che parte coloro che rimangono? Lungo mistero di un anno quando anche un minuto, il minuto che segue immediatamente quello che viviamo, c'è sconosciuto quanto un altro mondo, quanto un altro evo...
Il fazzoletto di Ardea saluta ancora dalla lancia che s'allontana e i fazzoletti di Mimì e di Fiorvante salutano dalla banchina. Fiorvante ora guarda Mimì che saluta e le dice:
— Il passato, vedi, se ne va...
E Mimì smette il bianco saluto. Con gli occhi pieni di lagrime ma col cuore pieno di speranza, si volge a Fiorvante e gli stringe una mano dicendogli:
— Sì, il passato se ne va...
Un grande sorriso le illumina gli occhi ancor umidi di lacrime:
— Rimani tu: il mio più grande avvenire.
30.
Son ritornati a casa di Mimì. Forse in quello stesso momento la nave di Ardea esce dal porto. È il tramonto. Mimì e Fiorvante sono usciti su la terrazza. E Mimì, appoggiando la fronte su la spalla di lui, mormora felice:
— La vita intera ora ci sorride!
E sono lì, stretti, liberi, soli, per sempre, sotto l'immenso cielo, d'innanzi all'immenso mare, piccolo gruppo umano felice, piccolo e immenso fra le due immensità. E, dal fondo della terrazza, come li guarda, felice, benedicendoli, Pierotto, Pierotto che adora Fiorvante, Pierotto che adesso adora Mimì anche più di Fiorvante...
La nave di Ardea è uscita in quel punto dal porto ed entra nel libero mare inquadrato nel rettangolo della terrazza coperta. E Fiorvante indica la nave a Mimì sognante, estatica:
— Vedi... Com'è già lontano, in un'ora, dal nostro cuore e dalla nostra vita... laggiù... laggiù... in mezzo al mare...
E i due amanti si stringono, si stringono chiedendo alla vita la catena felice che lega e non scioglie più, mentre la nave, piccina, lontana, in un gran rettangolo d'azzurro, svanisce, sparisce, e Pierotto, tirata la tenda dietro di loro, s'accuccia sui gradini che dalla terrazza scendono nel salotto, s'accuccia per vegliare su quella felicità, come un cane fedele.
Ma sorge o tramonta il sole, in quel fuoco, dietro quelle colline? Lo splendore è così grande e il cuore è così lieto che quel tramonto par l'aurora...
PARTE TERZA
31.
Una sera, in piena serenità, fulminea, la tempesta. Sono appena levati da tavola. Da tre mesi marito e moglie, e felici. Dividono gli antichi amici, nella bella casa messa su con tanto amore, un lungo ordine d'ore tranquille. Sono felici e sono felici in tre perchè è anche felice Pierotto, attendente, maggiordomo, factotum, che li serve adorandoli.
Son le undici e mezza. È l'ora di muovere verso le imbarcazioni pronte per il ritorno a bordo degli ufficiali. Cari, cari i vecchi amici, i «ragazzi», lieti di saperla lieta, tutti stretti attorno a lei ed a Fiorvante... Questi ha voluto farla felice facendola sua per sempre. Il negozio di Mademoiselle Mimì fleuriste, venduto, ha fornito la dote militare e il corredo. E la felicità della lunga vita in due è senza nuvole, senza paura.
Ma il Comandante, invece d'andar via coi suoi ufficiali, s'è fermato: ha dato ordine che gli rimandino il suo canotto. Dalla porta vetrata che dà sul giardino e dove Mimì ha accompagnato signore ed amici, ella vede il Comandante trarre Fiorvante in disparte per rimettergli, dopo poche parole, una lettera: una lettera che sembra violentemente colpire Fiorvante. Gli occhi di Fiorvante si volgono, presaghi, verso Mimì. Gli occhi di Mimì, nel presentimento, si volgono ansiosi verso Fiorvante.
L'ultimo amico è andato via. E Mimì viene avanti e raggiunge il Comandante, cui toglie di mano la lettera che proprio in quel punto suo marito gli ha restituita, dicendo solo:
— Sta bene, signor Comandante.
Che cos'è? Le mani di Mimì sono così convulse che non riescon neppure ad aprire il grande foglio ministeriale piegato in quattro. Finalmente ha aperto, ha letto e il foglio le cade di mano e, senza grido, senza parola, si porta le mani al cuore tanto le pare che scoppii: è l'ordine d'imbarco, per il tenente di vascello Fiorvante, entro dieci giorni: «raggiungere in Estremo Oriente le truppe internazionali operanti per reprimere la rivolta dei boxers». Con uno sguardo supplice Mimì chiede pietà al Comandante. Povero Comandante, sempre preso nel suo dissidio tra soldato e uomo... Vorrebbe gridare a Mimì, tanto la vede angosciata, smarrita: «No, no, non piangete... Troveremo il modo di non farlo partire...», ma, invece, soldato, capo, esecutore d'ordini, apre le braccia come a dire che non c'è nulla da fare, ch'è giocoforza obbedire. Ma scappa via in fretta, tanto si sente venir voglia di piangere a veder quella donna che disperata s'abbatte sul petto del marito, gettandogli le braccia al collo e balbettando tra i singulti:
— No... No. Partire no...
Riaccompagnato il Comandante fin fuori nel giardino, Fiorvante ritorna rapido verso sua moglie, caduta lì, alla scrivania, le braccia conserte su la tavola, la fronte e il pianto in quelle braccia. Ma qualche cosa, a terra, l'avvolge alle gambe, lo ferma, di colpo: è Pierotto, Pierotto che ha sentito, Pierotto che ha letto il foglio d'ordini caduto a terra, Pierotto che stringendogli le gambe, ginocchioni, gli occhi supplici in su come pregasse Iddio, gli dice con voce soffocata:
— Padrone, in Cina porti anche me!
Fiorvante ha respinto l'umile offerta e l'umile dolore. Ha davanti a sè, più grande, il dolore di sua moglie, ha dentro di sè, disperato, il suo. Non va, Fiorvante, a sollevare Mimì. Siede alla scrivania anche lui, il gomito su la tavola, il volto nella palma, lo sguardo fisso davanti a sè, nell'ignoto. E Mimì si solleva e lo guarda... Gli va vicino, gli prende fra le mani la fronte per rovesciargli il capo e gli chiede:
— Che cos'hai... tu che sei sempre così forte, così agguerrito?...
Fiorvante le prende le mani, e unitele, fa di queste un piccolo cuscino vivo alla sua testa stanca... Poi la guarda, doloroso, appassionato, e le risponde:
— Non so. Ho come un presentimento. Penso che non ti rivedrò mai più... che morirò laggiù...
Che scossa nel cuore di Mimì e che sobbalzo di tutto il suo essere! Ma si fa forte. Si china su lui che ha rialzato il capo. Sono ora volto contro volto. La volontà d'un sorriso a ogni costo illumina malinconicamente gli occhi di Mimì mentre ella esclama, tanto per rispondere:
— Che sciocchezze!
Ma lo stesso brivido che ha attraversato l'anima di Fiorvante ha corso la sua anima, povera bimba che ha paura, che ha tanta paura e non vuol farlo vedere perchè anche l'altro, quello che è forte, quello che è audace, quello che non ha mai paura di nulla, ha questa volta paura, tanta paura.
Paura di non rivederla mai più...
32.
Non hanno potuto dormire, quella notte. Sono usciti in giardino. Hanno percorso e ripercorso la terrazza a mare. Son rimasti lì, lungo tempo, nella sera d'estate, fermi, le mani nelle mani, tutta la vita dell'uno nella vita dell'altro, a interrogar con gli occhi fissi, inutilmente, le stelle indifferenti, come potessero conoscere il destino...
Ora sono rientrati nello studio di Fiorvante, tra le belle cose che amano e che hanno raccolte per circondarne una felicità di tre mesi appena che non doveva avere mai fine...
33.
A bordo, nel quadrato degli ufficiali, quelli che vengon da terra hanno portato la notizia della partenza di Fiorvante a quelli rimasti a bordo a passar la sera in quadrato tra carte, bibite ghiacciate e sigarette. Un sentimentale sospira:
— Povero Fiorvante! Una felicità che si spezza appena nata...
Ma un altro — un forte? ma no: un altro sentimentale, ma un sentimentale che non vuol parerlo... — un altro alza le spalle:
— È il nostro destino di marinai... Nè casa, nè amore, nè tempo...
E ride. E scopre una carta da giuoco ed esclama:
— Ma che importa?... Ho il re d'atout...
Quella risata è sola, senza eco. E sarebbe sola, staccata, falsa, anche se nel quadrato non fossero venti ufficiali, anche se nel quadrato non ci fosse che colui che ride, che ride fuori e piange dentro, com'è quasi sempre, quando si ride...
34.
Storia della Dama dal ventaglio bianco che gli torna in mente in quell'ora? Analogia che gli s'è chiarita nell'anima fra il signor Tao della favoletta cinese costretto ad abbandonare Madama Lu per morire e lui che deve abbandonare Mimì per partire?... Chi sa? Confusi moti dello spirito, orologeria misteriosa e impenetrabile che segna il tempo ai pensieri...
Certo è che da mezz'ora Fiorvante parla a Mimì — a Mimì disperata di sentirlo parlar così — della possibilità della sua morte, laggiù, in Estremo Oriente. Mimì è caduta ai piedi di lui. E Fiorvante la tira su, le prende le mani, la guarda in volto e le dice:
— Giurami...
Non osa parlare. Poi si fa coraggio:
— Giurami... Giurami che se non dovessi ritornare... le tue labbra... le tue labbra, Mimì, non avranno parole e promesse d'amore per un altro uomo... finchè il lutto che tu porterai di me non sarà finito...
Mimì trema. Non vuole giurare... Perchè? Che cattivi pensieri... Perchè metterle paura così? China il volto per sottrar lo sguardo. Vorrebbe svincolarsi. Ma Fiorvante la tiene.
— Ma tu ritornerai certamente..., mormora Mimì. Io ti aspetterò nel mio dolore e torneremo ad essere felici...
Ma la stretta di Fiorvante ai polsi di Mimì si fa più forte, quasi brutale, quasi selvaggia: tutto l'orrore della gelosia è in quella stretta.
— Giura, giura ugualmente... Chi può sapere?
E Mimì solleva una mano di lui per portarsela alle labbra, fissa i chiari occhi sinceri nei grandi occhi ansiosi e, ferma la voce e fermo il cuore, dice:
— Giuro!
35.
Cina che le sembravi così lontana e così leggiadra, lontana Cina di bazar e d'acquarello, Cina delle scatole di lacca e dei mobiletti di bambù, terra sconosciuta che eri così cara alla sua fantasia, dove tanto piaceva di correre al suo sogno d'oltremare, — Cina orrenda e minacciosa adesso, Cina del suo tormento e della sua tortura, Cina dei supplizii e dell'orrore, Cina di battaglie e di morte... Già da due mesi Fiorvante è partito ed ella è sola, nella casa abbandonata, sola con Pierotto che piangendo è rimasto accanto a lei, per guardarla, per difenderla... Quanto dovrà aspettare così? Quanto potrà il suo cuore resistere in quell'arresto di vita, in quell'agonia?... Povera Butterfly d'occidente, più dolorosa ed ansiosa perchè non ha come l'altra la cieca fede nel ritorno... Perchè se per l'altra tutto è certezza, per Mimì tutto è brivido, tormento, dubbio, presentimento, paura, tortura indicibile, ineffabile tortura...
36.
Un colpo di tam-tam. I servi cinesi annunziano, come ogni giorno, il suo arrivo a cavallo alla Residenza Inglese dove, come ogni giorno, per la colazione, il Residente e sua figlia Maud lo aspettano... Poichè il tam-tam l'ha avvertita, miss Maud corre incontro, come ogni giorno, le braccia tese, le mani offerte, al bell'ufficiale italiano... Innamorata? Ancora non sa. Certo da venti giorni ogni volta che lo vede il cuore le batte dentro più forte e più precipitoso...
Amore? Sì, certo. La più bella ora dell'amore, quella in cui l'amore non sa ancora d'essere amore...
E, poco dopo, alla tavola ospitale della Residenza, mentre miss Maud non leva gli occhi di dosso al bell'ufficiale, Fiorvante chiude i suoi, tutt'il suo cuore laggiù, in occidente, nella casa abbandonata, con la cara compagna lontana, e vede Mimì che appoggiata al parapetto della terrazza, con Pierotto vicino, guarda ogni giorno lunghe ore il mare, il mare per cui egli è partito, il mare per cui egli, forse, un giorno ritornerà...
37.
Mimì è al pianoforte:
E non le pesa la lunga attesa...
Più fortunata sorella di pena... Quanto pesa a lei, invece, la terribile, l'interminabile attesa... E non può sentir quella musica... E chiude il piano e abbandona su le braccia, posate sul coperchio chiuso, la testa che tanto le duole...
38.
E c'è un'altra attesa, lì, alla Residenza Inglese, lunga attesa anche questa, e vibrante come l'altra, e come l'altra disperata nelle sue paure... Piccola miss sdraiata su le stuoie tra le serventi cinesi che, sedute accanto a te, ti fanno corona e vento coi ventagli di foglie di palma, da quanti giorni non hai più pace? Per la prima volta il tuo piccolo cuore, che sembrava tanto freddo e tanto saggio, palpita in disordine e in confusione...
Che vuoi? Che hai, piccola miss? Ami tu il giovane ufficiale venuto d'Italia con quel suo volto stanco che par così stanco di soffrire, con quei suoi grandi occhi sognanti che paiono così stanchi di sognare? L'ami tu, di già, veramente? Pare ieri. La prima volta che venne qui: non sono, non paiono, sei settimane. E ora sei presa... Sei veramente presa? Ti pare che non avresti potuto vivere se tu non l'avessi mai incontrato? Ti pare che non potresti più vivere, ora che incontrato lo hai, se un avverso destino si divertisse a dividerti per sempre da lui, a volerlo per sempre allontanare?
Come batte il tuo cuore, piccola miss, quando tuo padre ti parla dei ripetuti attacchi dei boxers, sempre più numerosi e sempre più gravi in questi giorni! È venuto una mattina Fiorvante, una mattina come tutte le altre — e forse era l'ultima. Da quella mattina tu non l'hai più riveduto. Adesso ricordi i particolari del saluto quando tu gli dicesti: “Arrivederci domani...„, come ogni giorno, ed egli, dopo una pausa, con la voce grave delle sue parole gravi, ti rispose, non come ogni giorno: “Arrivederci domani...„.
Allora quasi non avvertisti. Ora ricordi. Allora non avvertisti quella pausa, quell'esitazione, quell'ombra di dubbio che velava il suo volto... Ma ora rammenti che la voce gli tremava un poco, che un poco anche la mano gli tremava mentre stringeva la tua, ora rammenti che c'era come un disperato e silenzioso saluto in quel suo ultimo sguardo che si sforzava a parer sorridente.
Già sapeva il bell'ufficiale, quel giorno, quello che tu ancora, piccola miss, non sapevi: già sapeva d'essere a una delle grandi ore del destino, già sapeva di dover combattere, di dover forse morire...
Morire! Ma perchè tremi così, perchè un brivido tutta ti invade e ti scuote?... Che hai? Paura? Presentimento? Ma no... Sorridi... Attendi con serenità... Fiorvante ritornerà, una di queste mattine...
Ma perchè tremi, perchè tremi così?
39.
— Pierotto, che farà il Comandante a quest'ora?
Pierotto si stringe nelle spalle. Non sa...
— Pierotto, dove sarà il Comandante a quest'ora?
Ancora, Pierotto, si stringe nelle spalle. Chi sa?...
— Pierotto, a chi penserà il Comandante a quest'ora?
Si stringe ancora, Pierotto, nelle spalle. Ma si domanda? Si sa....
E ancora, seduta accanto a lui in piedi, nel giardino, nella sera che discende con le sue paure e coi suoi misteri, ancora Mimì domanda:
— Pierotto, non sarà accaduto al Comandante nulla di male?
E Pierotto questa volta è dritto su le spalle, l'occhio che sfida il destino, la voce chiara e sonora, per rispondere con fede cieca e assoluta:
— No. Nulla di male può capitare al Comandante. Dio lo protegge! E anche io l'ho benedetto....
Dio e.... lui! Pierotto ha ragione. Che può mai accadere al Comandante?
40.
Messi a cavallo giungono alla Residenza inglese. Un accorrer di servi, un andare qua e là.... E la notizia che, venuta dai messi, corre il giardino, di bocca in bocca, entra nella casa, raggiunge miss Maud....
— In uno scontro coi boxers il Comandante Fiorvante è caduto....
41.
Su la terrazza a mare Mimì è accanto a Pierotto. Poco prima, un grande brivido l'ha scossa tutta, dalla radice dei capelli ai piedi. E, a Pierotto che trepido l'ha guardata, ella ha detto ancora rabbrividendo entro di sè:
— Non so.... Ho sentito la Morte passarmi vicino....
42.
Il Residente conforta sua figlia. Povera Maud disperata! Nel suo silenzioso amore ella non sapeva d'amarlo così.... E il padre interroga, manda a cercare notizie, conferme, smentite...
— Il Comandante era alla testa di una compagnia da sbarco... L'urto coi boxers è stato improvviso... S'è veduto il l'ufficiale cadere nella mischia terribile...
E Maud piange disperatamente tra le braccia paterne il caro grande amico che le era così dolce vedere ogni giorno, lì, accanto a lei, col suo sorriso malinconico, con quella sua parola grave e tenera insieme, che dava ad ogni gioia una malinconia e ad ogni dolore una consolazione...
43.
Senza notizie di lui, da tre mesi. Nella casa dolorosa, attorno a Mimì, è un andirivieni d'ufficiali. Ministero, amici, da per tutto è stato bussato. Nessuno spiraglio s'è aperto, Lettere perdute? Lettere non scritte? Morto? Ferito? Lontano? Nell'impossibilità di comunicare?
Ecco ancora un ufficiale. Pierotto prima, Mimì poi, gli corrono incontro. Ma anche lui, come gli altri, apre le braccia...
Nessuna notizia, ancora...
44.
E, a migliaia di chilometri di distanza, alla Residenza Inglese, è ancora la stessa ansia, è la stessa incertezza...
Anche laggiù Maud interroga servi, marinai, ogni giorno.
Anche laggiù il cuore si chiude ogni giorno più all'ultima speranza.
Si riapre se una faccia nuova sopraggiunga. Un'ansia, un grido:
— Nulla?
— Nulla...
45.
Un giorno Pierotto è venuto di corsa a chiamarla:
— Padrona, padrona... Di là, in salotto... Il Comandante... Gli ufficiali....
Mimì è andata, lenta, rigida, come impaurita, quasi presaga. E, appena varca la soglia, li ha visti lì, tutti, sparsi per la sala, i volti gravi, gli occhi bassi. Nessuno s'è mosso ad incontrarla. Hanno abbassato la testa, in segno di saluto, da lontano. Solo i due più vicini alla porta le hanno preso la mano, gliel'hanno sfiorata con un bacio. Ed è parso a lei che quelle mani, prendendo la sua, tremassero...
Pierotto la segue come un'ombra, come un cane, girando e rigirando il berretto fra le mani, con gli occhi bassi ma lo sguardo che fruga. Viene avanti, Mimì, guardando a destra, guardando a sinistra. Nessuno parla. Che c'è? Perchè nessuno parla? Perchè nessuno si muove?
— Che c'è?
Così ha chiesto a un ufficiale. Così chiede ad un altro. Nessuno risponde. Perchè nessuno parla? Perchè nessuno si muove?
— Che c'è?
Ancora la sua voce, strozzata in gola, interroga. Che c'è, che c'è veramente? Ha intuito, ha capito... Ma non vuol comprendere da sè la cosa orribile... Le par delitto avere capito... E avanza. E ancora interroga. E Pierotto, ombra, la segue. La tremenda ansia di Mimì chiede conforto, chiede speranza, chiede magari menzogna... Ma nessuno parla. Perchè? Nessuno si muove. Perchè?
Finalmente non regge più. Meglio la certezza che l'ansia atroce. Si getta, Mimì, verso il Comandante e gli afferra un braccio. Ed è il grido:
— Mio marito?
Ora, per la prima volta, gli ufficiali, immobili sempre ai loro posti, levan gli sguardi su lei, mentre il Comandante, con la mano tremante, cava di tasca un foglio — la partecipazione ministeriale della morte — e gliela tende.
Mimì ha preso il foglio con polso fermo e ha letto con ciglio asciutto. Non ha fiatato. Non si è mossa. È lì, rigida, pietrificata. Poi la bocca le si apre e ne esce un gemito lieve e breve, un sospiro.... E, di piombo, precipitando. Mimì s'abbatte al suolo, schiantata, fulminata...
Sùbito gli ufficiali le sono attorno pietosi, commossi. E Mimì apre gli occhi. Se li vede tutti attorno, come quando c'era Fiorvante. E li guarda, stupita, coi suoi grandi occhi senza lacrime, senza lacrime ancora. Perchè son tutti lì? Perchè la guardano chini su lei? Perchè nessuno parla? Perchè nessuno si muove?
Perchè, perchè nessuno piange?... Ma piange lei, Mimì, disperata, urlando finalmente il suo folle dolore, piange finalmente lei, Mimì, per tutti...
46.
Tre mesi sono passati. Due dolori, ignoti l'uno all'altro, in due case, in due cuori, ricordano inconsolabili il caro scomparso. Ma anche nei grandi lutti incancellabili la vita trascorre, il tempo passa, le abitudini riallacciano l'interrotta catena delle giornate. Passa lunghe ore, Mimì, nello studio di Fiorvante, là dove tutto, tutto le parla di lui, là dove sono i quadri che gli piacevano e i libri che egli amava. Ecco un libro, un piccolo libro ch'egli prediligeva: la Storia della Dama del ventaglio bianco, racconto cinese, di quella Cina che doveva essere la sua morte e la sua sepoltura, di quella Cina che Mimì odia ferocemente, nel furore di tutta la sua disperazione. Ma quella piccola storia cinese è un piccolo libro che Fiorvante amava tanto... E Mimì lo porta, religiosamente, alle sue labbra.
Che sole fuori e che freddo là dentro.. Mimì esce per chiedere al sole, al grande consolatore d'oro, un po' di pace, un po' di conforto, un po' di vita. E siede lì, in giardino, nel suo cantuccio preferito. E apre a caso il libro che Fiorvante amava, l'apre in un punto qualunque, tanto per leggere qualche cosa, per deviare un poco il suo pensiero... E legge...
SEGUITO DEL RACCONTO CINESE CHE PUÒ SERVIRE DA INTERMEZZO.
Piangeva ogni giorno, da mesi, Madama Lu, il suo povero e caro sposo perduto e veniva ogni giorno a piangerlo ore ed ore su la sua sepoltura quando un giorno, su la tomba contigua a quella del signor Tao, un elegante cinesino, dal bel vestito bianco di lutto e il bel codino nero tutto lucido e levigato, venne a piangere una dilettissima sorella. Passarono i giorni, una settimana, due settimane. Ogni giorno Madama Lu e l'avvenente cinesino si trovavano lì, su le due tombe, alla medesima ora. E Madama Lu piangeva il signor Tao e guardava fra una lacrima e l'altra l'avvenente cinesino il quale a sua volta piangeva a calde lacrime la dilettissima sorella e, fra lacrima e lacrima, guardava con aria di trovarla assai carina l'addoloratissima Madama Lu. Si guardavano così, ma non si parlavano. O si parlavan con gli occhi: il miglior linguaggio perchè è chiaro per tutti. E un giorno si parlarono anche con le bocche perchè a Madama Lu cadde il grande ventaglio bianco e l'elegante cinesino con gran premura si chinò a raccoglierlo. E Madama Lu gli disse grazie, parola che in cinese ha un gran valore di seduzione: non so come si scriva ma, a sentirla, è dolce come una carezza.
Avvenne da quel giorno che Madama Lu e l'elegante cinesino si vedessero ogni mattina su le contigue sepolture del compianto signor Tao e della dilettissima sorella e dai regni bui della Morte partissero insieme, dopo le ore di pianto, verso i rosei regni dell'Amore. Anche in Cina i giovanotti eleganti sono intraprendenti e non sanno accompagnar per via una bella signora senza parlarle d'amore. Così l'elegante cinesino parlò un giorno d'amore a Madama Lu. Avrebbe voluto questa rispondergli: non per le rime, ma piuttosto facendo rima: rima baciata. Ma non s'è giurato per nulla... E Madama Lu, fedele al suo giuramento, resisteva al fascino del nuovo amore, poichè non le era concesso di baciar bocca di uomo prima che la terra fosse asciutta su la sepoltura del suo compianto marito. E la terra era ancora bagnata, anche perchè, quasi a far dispetto a Madama Lu e piacere al signor Tao, i tempi erano eccezionalmente piovosi. Pioveva a catinelle ogni sera. E il sole aveva un bell'asciugar l'umidità ogni mattina. Ci pensavano le grosse nuvole nere di mezzogiorno a rimettercene altrettante ogni sera....
47.
— Cucù! Guardate chi c'è?
Gli ufficiali, in punta di piedi, riuscendo con ogni cautela a non far scricchiolare la ghiaia nei vialetti, sono giunti in giardino dietro la poltrona nella quale Mimì è seduta a leggere. E, di sorpresa, dietro le spalle, con un fazzoletto le han tappato gli occhi...
— Indovinate chi c'è?
E le hanno posto qualcuno davanti. Tocca, Mimì, il nuovo ospite, con le mani caute, per identificarlo. Un'uniforme, un berretto: è, certamente, un ufficiale.
— Ma chi? Garlini che viene da Taranto? Lanciani che ritorna dal Mar Rosso? Zandrini che tutti aspettavano il mese scorso di ritorno dalla sua spedizione equatoriale?...
Ma le voci rispondono, a destra, a sinistra:
— No... no... no...
Ora Mimì non regge più all'impazienza, alla curiosità. Tanto più che adesso le è parso di riconoscere: la fronte larga, il naso corto, il mento pronunziato. In un gran gesto improvviso si strappa il fazzoletto dagli occhi e, con un grido, si getta indietro:
— Ardea!
Sì, Ardea di ritorno. Le sue mani non l'avevano nella breve cecità ingannata: Ardea tornato improvvisamente, da un giorno... La crociera terminata prima per necessità di riparazioni alla nave... Ardea incontrato dagli altri ufficiali alla porta del giardino di Mimì... venendo da opposte parti... mentre anche Ardea veniva a far visita all'antica amica mai dimenticata...
48.
Perchè trema Mimì, mentre appoggiata al braccio che Ardea le ha offerto, rientra con lui nella casa? Quel ritorno inaspettato, improvviso, le mette un fremito in tutto l'essere, le par quasi un sogno, un avvertimento, un oscura volontà: volontà del destino.
Su la soglia del salotto, uscito non si sa da dove, appare Pierotto che si pianta su l'attenti al passaggio del suo ufficiale; ma non appena questi è passato lo segue con uno sguardo nero di diffidenza, ardente d'odio.
Perchè? Segno, avvertimento del destino anche per lui?
Sono nel salotto, adesso, Mimì ed Ardea. E Ardea le dice la parte che ha presa al suo dolore. E poi le parla di sè, della sua pena... Lunghe terribili ore ha egli attraversate, passata la prima ora felice che è quella dell'ebrezza di sacrificarsi... E ancora le dice che non l'ha mai dimenticata, che ancora, disperatamente, non ostante la lontananza, non ostante l'oblio tentato, che ancora l'ama, ancora e sempre. E sempre l'amerà, come il primo giorno...
Parole ardenti, appassionate, che vanno al cuore di Mimì... Ma Pierotto, che sorveglia, che spia, riappare nella stanza, gli occhi indagatori, con un vaso di fiori che nessuno ha chiesto... E la visione di Pierotto richiama Mimì all'idea del suo dovere. Ed ella mette una mano su la bocca di Ardea per non permettergli di parlare ancora, di dirle ancora...
— No... No... No... Non dica nulla, Ardea... Non dica nulla... Nulla... nulla... nulla...
Perchè nulla Mimì può ascoltare... Nulla... ancora...
49.
E le ritornano in mente, mentre Ardea, senza più parlare, senza più toccarla, indugia accanto a lei, le ritornano in mente le ultime parole ch'ella ha lette poco prima nella Storia di Madama Lu...
«... non le era concesso di baciar bocca di uomo prima che la terra fosse asciutta su la sepoltura del suo compianto marito... E la terra era ancora bagnata...».
PARTE QUARTA
50.
Maud non è inglese per nulla. Ella ha portato con sè le abitudini europee e una volta alla settimana una manicure occidentale viene, con gli arnesi del mestiere nella borsetta di velluto, a curar le unghie dei servi cinesi addetti alla custodia e al servizio della Residenza. Qualche volta, quand'ella torna a tempo da una delle sue grandi galoppate mattutine, Maud assiste al lavoro della manicure. Trapiantando da occidente a oriente l'usanza si spostano i termini e tra i servi cinesi gli uomini sono assai più che le donne fieri d'aver nette le unghie e di vedersele curate e nitide come fossero di madreperla.
Quel giorno Maud è tornata presto dalla sua passeggiata a cavallo. In pantaloni kaki e stivaloni gialli, il casco sul capo e il frustino in pugno, Maud s'è avvicinata alla manicure. Costei ha in opera, adesso, la bella mano d'un servo cinese tra i più onesti e i più fedeli. E lo sguardo di Maud è fermato da qualche cosa che splende al dito medio del servo. L'attenzione di Maud è stata ancor più richiamata dalla voce della manicure la quale, nell'atto di prender la mano sinistra del servo dopo aver finito di curar la destra, ha esclamato:
— Che anello!
Maud ha volto il capo e sùbito l'ha riconosciuto con un grido:
— L'anello di Fiorvante!
Sùbito Maud chiama a sè il servo cinese. Guarda meglio l'anello e si accerta: sì, è quello di Fiorvante, tanto caratteristico, riconoscibile tra diecimila. Non v'ha dubbio. E Maud interroga il servo spaurito: come mai ha quell'anello, da quanto tempo e chi glielo ha dato?... Da quanto tempo? Da ieri. Chi glielo ha dato? E il servo cinese, senza parlare, accenna laggiù, laggiù...
— A quanti chilometri da qui?
Pochi. Una ventina. Maud è inglese anche in questo. Tra l'idea dell'azione e l'azione non suol lasciare tempo in mezzo. Ordina i cavalli per sè e per un seguito armato... E, dopo dieci minuti, eccoli tutti in sella, compreso il servo cinese... E via di galoppo verso laggiù... laggiù... dove il servo cinese ha confessato d'aver ricevuto l'anello in cambio di due sacchi di riso....
Ancora, in cammino, mentre galoppano, Maud continua la sua inchiesta:
— E come possedeva l'anello la persona che te l'ha dato? Non glielo hai chiesto?
E il piccolo servo cinese risponde quello che sa:
— L'hanno preso, m'han detto, a un ufficiale che da quattro mesi è prigioniero dei boxers...
Quattro mesi? Maud conta rapidamente, marzo, febbraio, gennaio, dicembre: le date coincidono. Son quattro mesi, infatti, giorno più, giorno meno, che Fiorvante è scomparso... «Arrivederci domani...». E non l'ha rivisto mai più... Ma possibile, possibile?... Potrebbe dunque ancora, Fiorvante, essere vivo?
E come pianta gli speroni nei fianchi del cavallo per galoppare sempre più presto, per volare addirittura, per far quei venti chilometri in un lampo...
51.
Seduta al pianoforte Mimì suona. È pianista accurata, piena di sentimento, senza maestria. Accanto a lei, rapito a guardarla e intento a volgerle le pagine, è lui, Ardea... Due, tre volte Pierotto è entrato, con un pretesto o con l'altro... Due, tre volte Mimì s'è sentito addosso un muto rimprovero, un tormentoso sospetto dell'ex-attendente...
Ora Mimì e Ardea sono usciti su la terrazza a mare. È il crepuscolo. Una grande nave tutta bianca, già risplendente da tutti i suoi lumi, richiama l'attenzione di Mimì. Escita dal porto, traversa adesso il mare. E Mimì indica la nave:
— Partì una sera, così...
Ma Ardea interrompe l'elegia e, presale una mano, esclama:
— Non ricordare... Ora sono io, sono io accanto a te...
Libera, Mimì, la sua mano e si allontana un poco da Filippo. Parole ardenti e contatti le sembrano ancora sacrilegio. E i suoi occhi si fissan laggiù, sul mare, dove lo vide partire, donde non vedrà più il suo ritorno...
E non vede che più in là, appoggiato al loro stesso parapetto, anche Pierotto, schiantato senza il suo padrone, guarda il cielo, guarda il mare e, nell'ingenuità buona della sua anima, si dice cento volte al minuto:
— Potesse un giorno, per miracolo, ritornare...
52.
Alla Residenza di Sua Maestà Britannica, la sera istessa, luminarie, feste, musiche, danze, notte lunga sott'il cielo stellato di primavera. Fiorvante passeggia al braccio di Maud, per il giardino tutto fiori e tutto luce. Rivede ancora, Maud, il miracoloso modo di rintracciarlo, di salvarlo, la lotta corpo a corpo, sostenuta per istrapparlo alle sue catene e ai suoi carnefici, lo stato lacrimevole dei suoi vestiti e del suo volto tutto coperto di lunga barba... E la miracolosa fuga a cavallo — lei e Fiorvante sul medesimo cavallo — mentre la lotta fra servi cinesi e boxers ferocemente continuava. E il ritorno alla Residenza, e la gioia di tutti, e l'incontro col Residente che non crede ai suoi occhi, e il modulo di telegramma chiesto per avvertire tutti, sùbito, in Europa, e sopratutto la moglie, la moglie che lo piange per morto e non attende mai, mai, mai, questo suo incredibile, inverosimile ritorno...
E Maud, mentre vanno fra canti e suoni, ritrova la sua impressione dolorosa, lo spasimo acuto del suo cuore sentito nel momento in cui Fiorvante chiedeva quel modulo per telegrafare a sua moglie, un'ora dopo appena, un'ora dopo ch'ella, con un manipolo di servi, aveva lietamente, eroicamente e follemente arrischiato la vita per istrapparlo ai boxers di cui era prigioniero...
Giusto, giusto ch'egli abbia sùbito voluto telegrafare alla moglie... Ma quanta ingiustizia nella giustizia del cuore umano! E non poteva egli, poichè la moglie lo credeva morto, lasciarsi credere tale un giorno di più e dare a lei, per ventiquattr'ore almeno, l'illusione d'averlo salvato non per gli altri ma per sè?
Andando sempre avanti a loro sono usciti, dal cerchio di luce delle illuminazioni. Son fuori, adesso, lungi dalla Residenza, di fronte a un cielo di perla su cui splende, bassa, a fil d'orizzonte, ed enorme, una luna arancione. I canti cinesi e le musiche primitive che li accompagnano, stridule, discordanti, grattate, più che suonate, su le corde dure degli strumenti, non sono più che echi lontani portati loro bel vento fresco dalla zona illuminata che lasciano dietro le loro spalle. Dice Fiorvante la sua gratitudine:
— Mi avete, Maud, ridato la vita!
Maud ripensa alla donna lontana, al telegramma partito il giorno stesso:
— Vorrei che voi foste in grado di accettare il dono di tutta la mia!
Stretti l'uno all'altra son lì, come se tutto il rimanente mondo fosse abolito e l'universo altro non fosse che quel cielo di perla con quell'enorme luna arancione che sembra sempre più grossa, sempre più gonfia e dilatata, luna idropica d'Estremo Oriente, luna di caricatura cinese su una scatola di lacca, tra quei due alberelli vuoti come scheletri che la chiudono e l'incorniciano su l'orizzonte. Luna d'incubo. Ardor di primavera. Notte d'amore. E le loro bocche son per unirsi. Ma Fiorvante si ritrae e stacca Maud da sè:
— No... No... Non posso... Non devo...
E solo bacia la piccola mano fredda della fanciulla che s'abbandona a piangere su la sua spalla, di fronte all'enorme e goffa luna arancione che sembra piantata come un disco, quasi impiccata, su le punte aguzze, su l'esile forca dei due alberelli.
53.
La vanno ancora a trovare, quasi ogni giorno, anche nel tempo del suo lutto, anzi più che mai nel tempo del suo lutto, gli ufficiali, gli antichi amici, i «cari ragazzi». Eccoli lì. Son tutti intorno a lei. Di lassù, sott'il chiosco, in cima all'invisibile scaletta, sotto quella cupola d'edera che par fiorita su dal mare, ella li vede qua e là, uniformi bianche tra il verde, passeggiare, fumando, ridendo, al sole, nel suo giardino. Accanto a lei, lassù, c'è Ardea, solo, Ardea che ancora le parla del suo amore rinato con irresistibile violenza, del suo amore non interrotto mai:
— Ti amo... Ti amo... E tu amavi me prima di lui. E l'equivoco è nato... Io non ho mai cessato un'ora d'amarti... Ah, quali errori, anche amando, l'orgoglio consiglia...
E Mimì lo ascolta, gli occhi smarriti, l'affanno nel petto... È così sola, è così triste, Mimì, e ha amato tanto Ardea... Ma non vuole, non deve... Vuol rimanere fedele al suo morto... Potrà?... Vorrà sempre?... Già la sua parola, nell'ansia, tradisce il più profondo pensiero, il pensiero neppure a sè stessa confessato:
— No, non dirmi che mi ami... Non dirmi ancora, Filippo, che mi ami...
Il cuore avverte il pericolo assai prima della coscienza. Il cuore conosce sè stesso. E il semplice cuore di Mimì, che adorava Ardea, che s'è creduto offeso e abbandonato da Ardea, che ha chiesto e ottenuto da Fiorvante la consolazione e la rinascita, che è stato consolato, rifiorito e felice per tre mesi nella libertà dell'amore e per altri tre mesi nella gioia della casa, il semplice cuore di Mimì sente che non può stare solo, che non può essere vuoto... Ma deve, deve ancora star solo... Terra ancora umida, Madama Lu! Terra che continuerà forse sempre ad essere umida poichè tu, Mimì, sempre la bagni con le tue lacrime...
— Padrona!
Mimì e Filippo si volgono con un sussulto, come fossero stati sorpresi. La voce dura e sorda di Pierotto, che scoppia sempre d'improvviso accanto a loro e sempre alle spalle, riesce ogni volta a sgomentarli... E quello sguardo duro, indagatore, di quel marinaio che non parla, ma guarda e osserva e tutto dice con gli occhi, e tutto nel suo cupo silenzio rimprovera...
Pierotto ha portato un telegramma. Mimì l'apre con indifferenza. Chi mai nel mondo può, oramai, interessarla? Ma dà un grido, agita in aria le braccia, chiama, chiama tutti attorno a sè e corre lei stessa incontro a tutti, giù per la scaletta:
— È vivo! È vivo! È vivo!
Tutti sono accorsi, nella confusione, nel tumulto, attorno a Mimì che per la commozione è quasi svenuta fra le braccia degli ufficiali mentre il telegramma di Fiorvante circola di mano in mano:
«Prigioniero dei boxers, miracolosamente salvato, tornerò con la prima nave in partenza».
Poichè tutti sperano nei miracoli ma nessuno ci crede quando qualche cosa che ha l'aria del miracolo avviene la gente l'accoglie con un'aria d'intontimento in cui c'è ancora anche contro l'evidenza, un'ultima incredulità.
Quando ritorna in sè Mimì tutta s'illumina nel volto con un sorriso vedendo dinanzi a sè, il telegramma in una mano, il berretto agitato nell'altra, saltare, come impazzito di gioia, sul suo piede rotto e abbracciar tutto e tutti, alberi e ufficiali, e anche lei, anche lei, — sì, anche lei, Mimì... — il marinaio fedele, il cane da guardia...
Solo uno Pierotto non ha abbracciato e non ha voluto abbracciare, consapevole e logico anche nell'ebrezza della gioia: Ardea, che è lì, solo, silenzioso, in un angolo...
54.
Fuori i cancelli di legno della Residenza i cavalli aspettano per Fiorvante e per la sua scorta. Il suo bagaglio è già partito, sui dorsi dei muli. Il Residente è andato a prepararsi per accompagnar Fiorvante a cavallo per un tratto di strada. I servi cinesi son già tutti venuti a inchinarsi all'ospite che se ne va. Fiorvante e Maud sono soli. E tende Maud un'ultima volta le mani a Fiorvante:
— Addio... Addio... Non potrò mai... mai dimenticarvi...
Profondamente commosso, legato a lei da così grande riconoscenza, preso d'amore per lei fino al grado d'una tentazione cui è possibile resistere, ancora una volta Fiorvante le bacia le mani. Ed ella dice, ancora:
— Nulla... Nulla ho più nella vita, poichè voi partite e poichè questo mio grande sogno è impossibile...
E quando Fiorvante, chiamato esce per partire, ancora la voce commossa di lei gli dice:
— Non potrò mai dimenticarvi... Lontana migliaia e migliaia di leghe sempre vostra rimarrò nel sogno... poichè questa gioia, nella realtà, non mi fu data...
E quando i cavalli partono Fiorvante vede ancora — e sempre vedrà — il fazzolettino bianco che lo saluta e, di laggiù, un attimo, prima di svoltare, prima di scomparire, la bianca figurina dell'innamorata che si rovescia a terra fra i servi che accorrono...
55.
Mentre con la nave del ritorno Fiorvante, diviso il cuore e il pensiero fra due continenti, traversa in lunghe ed eguali giornate gli eguali oceani, Mimì, nella casa ove l'aspetta, dice ad Ardea, che ancora tenta di stringerle una mano e di riprenderle il cuore:
— No... Lasciami... Tutto deve essere finito...
56.
Ma, ritornato Fiorvante, tutto non è finito.
È trascorso già un mese dal giorno che è ritornato e che si è ripresa Mimì fra le braccia dopo d'averla per sempre perduta, dopo d'essere stato pensato da lei perduto per sempre.. Gioia, gioia grande di ritrovarsi, sempre inferiore tuttavia al dolore di quando ci siamo lasciati... Poichè il dolore ha intensità che la gioia non conosce e che non può conoscere se non diventando, nello spasimo, dolore a sua volta...
Il Comandante e Ardea sono stati a colazione da loro. Il Comandante adesso si congeda, bacia la mano di Mimì... Di Mimì che sorride e dice:
— Si rammenta, Comandante, quel terribile giorno?...
E Fiorvante lo riaccompagna, fuori, nel giardino.
Rimasto solo con Mimì, Ardea cinge la vita di lei e le parla all'orecchio. Son tutt'e due frementi, convulsi...
— Voglio... devo parlarti... l'ultima volta...
Mimì negando, tentando di svincolarsi. Ardea insiste e la tiene stretta con un braccio di ferro che la schianta. Pierotto, entrato in punta di piedi a recare la posta, è, non veduto, dietro di loro.
— Parlarti... l'ultima volta...
E, disperata, perduta, sgomenta, Mimì concede...
— Alle cinque. Al Padiglione di Villa Rosa.
Pierotto avanza con un volto tragico, deformato, cui non badano. Al rumore del passo sùbito Mimì e Ardea si sono sciolti, ricomposti... Come li guarda, Pierotto, come li guarda... dopo che ha deposto il corriere su la tavola di Fiorvante... e mentre si allontana... Ma non ci badano... Lo conoscono. È quello il suo modo di essere, il suo modo di fare.
E Fiorvante rientra.
57.
Sono le cinque. Lente ore d'una quieta giornata nella serena intimità della casa felice... Mimì è di là, nelle sue stanze... Fiorvante è alla sua scrivania, intento a leggere.
Piano piano, la porta s'è aperta... È Pierotto che porta il caffè. Viene avanti, in punta di piedi, talchè Fiorvante lo avverte solo quando l'ha vicino... Come Pierotto gli versa il caffè, e smuove lo zucchero, e lo guarda bere... Ora Fiorvante ha preso una sigaretta e chiede a Pierotto un fiammifero. Pronto, devoto, Pierotto lo serve sorridendo coi gesti teneri e timidi d'una madre schiava del suo figlio re. E Fiorvante lo guarda sorridendo e gli soffia il fumo negli occhi, per ridere, per farlo tossire, così, così... Poi gli mette una mano su la spalla battendovela sopra in segno d'affetto e lo congeda:
— Va, caro, va...
E si rimette a leggere, in serenità.
58.
Al Padiglione di Villa Rosa Mimì è giunta prima di Ardea. Avvolta in un gran mantello nero è entrata di corsa nella serra come se fosse inseguita. E, infatti, è inseguita: inseguita dalla paura e dal rimorso...
Gira qua e là, senza pace, di sgabello in sgabello. E tanta, tanta è la sua angoscia, tanta è la sua paura che quando Ardea sopravviene ella gli si getta d'impeto nelle braccia, come per cercarvi scampo, come per rifugiarvisi...
E si volgono, d'un tratto. Che cos'è questo rumore? Chi è passato nella serra, tra le foglie?... Sembrava che qualcuno strisciasse per terra... Ma non c'è nulla... nessuno... Ardea rassicura Mimì:
— Il vento che entra da quel finestrone aperto...
Fuori della serra, volando sul suo piede zoppo, il cane da guardia corre verso la casa.
59.
... verso la casa dove Fiorvante continua a leggere in serenità. Poichè nulla minaccia la sua ora felice.
Pierotto è dietro di lui... ancora affannato per la corsa dalla serra alla casa... Ma Fiorvante non l'ha sentito. Pierotto leva una gamba, vi appoggia sopra un foglietto di carta tolto di tasca e con una matita vi scrive sopra in grossi caratteri elementari:
«Morto ho difeso la tua memoria. Vivo difendo il tuo onore, padrone. Ardea non è tuo amico. E la signora tua non ha peccato. Ma tu devi a tempo salvarla».
Combattimento supremo tra il suo dovere e la pietà per quella pace serena del suo padrone felice che legge, che ora l'ha sentito dietro di sè e che, voltando pagina, solleva un momento gli occhi e volge il capo per guardarlo, per sorridergli... Del biglietto, intanto, Pierotto ha fatto una pallottolina e, quando nel combattimento è vittorioso il dovere e Fiorvante ha ripiegato il viso su la sua lettura, Pierotto lancia la pallottolina da dietro le spalle del padrone. E la pallottolina cade lì, sotto gli occhi di Fiorvante, su le pagine aperte.
Dopo un primo movimento di stupore e uno sguardo a Pierotto che è lì, dietro di lui, impietrito, sgomento, una mano nell'altra, tutto scosso dentro da un fremito ch'è la paura di ciò che istintivamente ha fatto, Fiorvante apre la pallottolina e legge il biglietto. D'un balzo è in piedi con un grido ch'è un ruggito. E si slancia su Pierotto caduto a terra, bianco di paura, con le mani tremanti e supplici, ma con gli occhi pieni di volontà, d'energia, di odio per coloro che tradiscono...