Il Bacio di Cirano
Reading edition
I. LE SUE AMICHE DELLA COLLINA VERDE.
La Collina Verde. Il bianco convento nascosto lassù, in vetta al colle, fra querce ed abeti, che è la mèta d'ogni passeggiata mattutina di Grazia. Arriva lassù, al trotterello del piccolo somaro sardegnolo, piena di fiori la minuscola cestina che il somarello tira su su per quel nastro bianco della strada svolazzante nel verde. Ecco la cima del colle. Ecco il grande panorama della valle ancora ingombra di nebbia azzurra nel mattino di primavera. E Grazia bussa alla porta del convento. Il chiaro sorriso della suora guardiana l'accoglie appena la porta s'è aperta. È la piccola amica d'ogni giorno, cariche come ogni giorno le braccia di fiori, come ogni giorno piena di doni la borsa di velluto che le pende al fianco. E, difatti, il primo dono è per lei: una tavola di cioccolata per suor Ghiottona... Non ha neppure, col volto illuminato di umile gioia, il tempo di ringraziarla. Già Grazia vola via leggera — con la sua sottanina rosea, col suo giubbetto di velluto nero, col suo cappello fiorito, con quel costume un po' antiquato e fuori moda, ma così pieno di grazia e di colore, che la fa sembrare una figurina di Winterhalter — già Grazia vola via per il gran viale dei cipressi e sbuca laggiù su lo spiazzo davanti alla grande cappella. Le suore in ricreazione son lì, tutte raccolte. E non appena Grazia appare, ecco le piccole bianche suore accorrerle attorno, venir d'ogni lato, di tra il verde, come un gran volo di farfalle. Quante, quante sono le sue amiche della Collina Verde... E son lì, tutte attorno a lei — e ancora ne vengono, dal bosco le solitarie, dalla cappella le più mistiche, dall'orto le buone massaie, dal giardino le più poetiche, dal refettorio le più golose — e son tutte lì attorno a Grazia che, come ogni mattina, distribuisce, dopo il grande inchino e il baciamano alla Badessa, fiori, doni e sorrisi.
II. «HO FATTO IL GIRO DEI MIEI POVERELLI...»
Ora Grazia è seduta sul gran prato d'innanzi al convento, in un gran cerchio di suore. E lei, tutta rosa in mezzo a quel bell'ordine di suore bianche, vista di lassù dal campanile dove il campanaro suona le campane a festa, deve sembrar nel verde una gran rosa rosea circondata di camelie bianche. E parla, e parla... E racconta alle sue amiche della Collina Verde quello che ha fatto da quando s'è destata e levata con l'aurora: come ogni giorno il suo itinerario di pietà e di consolazione, la sua dolce catena d'opere belle e d'opere buone:
— Ho fatto il giro, racconta, dei miei poverelli... Alla scuola campestre, prima... Cari i miei bambinoni, con quei loro grembiuloni bianchi, care le mie ragazzone con quei loro vestitini azzurri, lì, su quei banchi, fra verde di campagna e azzurro di cielo... Poi via, di corsa, dal mio “gran malato„ immobile, poverino, da dieci anni, inchiodato, crocefisso nella poltrona dalla paralisi... E poi son corsa a dar lavoro, alle mie «manine d'oro»... al laboratorio... Manine d'oro, veramente... Come ricamano! Se vedeste... Vi fanno, adesso, una tovaglia per l'altar maggiore... Vedrete... E poi via, di corsa, dai «miei eroi»... Povera mamma sempre triste, ma pur gloriosa, con quei due giovanottoni senza gambe l'uno, senza braccia l'altro, ma con mezzo metro di nastrino blù sul petto tutt'e due... E poi ancora dove sono stata?... Ah, a distribuire il pane ai miei vagabondi della strada maestra, precisi ogni giorno all'appuntamento, al ponticello di legno sul torrente... Non ne manca mai uno... Girano, girano, girano senza casa e senza requie, tutt'il giorno e sempre lì ritornano ad aspettarmi, ogni mattina... E anche lui mi aspetta, ogni mattina e ogni sera, il mio vecchio poeta del campanile tra le sue campane... E come suona a gloria il Mattutino quand'io lo vado a trovare lassù, il mio amico altolocato, tra campane e cielo!... E poi, quando lassù, isolata e sospesa nel cielo, ho ascoltato ben bene, tra le campane giganti, l'inno che il poeta del campanile fa squillare in onor mio, ridiscendo giù... in terra... dove non c'è più gioia... dove il mio più grande dolore mi aspetta...
Gli occhi le si velano di lacrime. Abbassa il volto e la voce:
— Il mio povero e caro fratello tanto malato è appena desto... Lo faccio adagiare su la chaise-longue dove trascorre leggendo quasi tutte le sue giornate. Gli apro le finestre affinchè un po' di sole entri a riscaldarlo e a rincuorarlo... Come ritorna la speranza nel cuore dei malati quando un po' di sole viene a toccarli, a scaldarli!... E gli domando, ogni mattina, col cuore che mi batte tanto forte: “Stai meglio, stamattina?...„ Ed egli dice di sì, per consolarmi... Ma non è vero... Lo so che non è vero... È condannato, come tutti i miei...
E il volto di Grazia è nascosto nelle mani e il pianto è nella sua gola e nel suo petto. Come più si stringono le piccole suore attorno a lei, per consolarla... Ma Grazia è forte. Grazia ha un grande cuore eroico e non vuol pietà. Rimanda in dietro le lacrime, balza in piedi e si stringe attorno le amiche bianche:
— E ora sono, come ogni mattina, fra le mie amiche della Collina Verde per ringraziare Iddio di quel po' di bene che mi permette di fare!...
Va Grazia, con le suore, alla cappella. S'inginocchiano e pregano. Che mistico fervore è sul volto di Grazia, quale luce di trasfigurazione in quei suoi grandi occhi sognanti!...
III. CLAUDIO ARCERI.
Nel suo studio denso di stoffe e di tappeti, lasciato in eterna penombra dalla poca luce che entra attraverso i cristalli da cattedrale, Claudio Arceri, seduto al tavolino, con il pianoforte aperto accanto a lui, lavora. Ha d'innanzi a sè i grandi fogli coperti di segni della sua opera nuova. Il giovane maestro è già celebre, a trent'anni. Le sue tre prime opere gli hanno conquistato una popolarità universale e il mondo attende adesso la sua opera nuova. Il soggetto ch'egli ha scelto è famoso: Cirano di Bergerac. La musica gli canta dentro e il maggiore entusiasmo creativo accende Claudio Arceri. Ma come lavorare? Ad ogni quarto d'ora è interrotto. Il vecchio domestico, avvezzo ai rabbuffi ma sempre, tuttavia, intimidito quando gli si deve avvicinare nelle ore del lavoro, viene avanti pian piano, in punta di piedi... Ha, sul vassoio, tre biglietti da visita. Come lo guarda, Claudio, e come vorrebbe strangolarlo... Ma non lo strangola perchè, in fondo, a quel vecchio fedele e taciturno domestico vuol bene. Guarda i biglietti da visita: un editore, due impresarii di teatri lirici. Come si fa a non riceverli?... Peccato... Guarda i fogli sul tavolino... Era in un'ora di estro... La ballata dei Cadetti gli veniva sui fogli così facile che sembrava gliela dettassero dentro.. Pazienza... Avanti l'editore... Poi... gli altri...
— E... non ci sono per nessun altro... Chiunque venga: il maestro lavora e non riceve.
Il domestico va, ma Claudio, di scatto, lo richiama:
— Cioè no... Aspetto alle cinque una signora... La riceverò... Verso le sette, poi, verrà la signorina Andreani. Se l'altra signora non fosse ancora andata via direte alla signorina Andreani che non sono ancora rientrato e che ho telefonato per farla avvertire che andrò io a prenderla alle otto a casa sua per pranzare insieme...
Inchinato e docile, il domestico è uscito. Claudio, seccato e compiaciuto insieme come tutti gli uomini e come tutti i grand'uomini, sospira:
— Dio, che vita complicata è la mia!...
Complicata, sì, perchè Claudio Arceri non è solamente un grande artista... È anche un gran bel ragazzo... E i suoi nemici dicono che se fosse meno bello sembrerebbe — almeno alle signore — meno bella anche la sua musica...
IV. «FORSE, UN GIORNO... CHI SA?»
La meridiana della Collina Verde segna oramai mezzodì. Squilla, in un dolce e caldo aroma di ragù che si mescola al profumo dei giardini, la campanella del refettorio. Accompagnata dalle bianche amiche per il gran viale dei cipressi. Grazia va, dopo aver pregato, verso l'uscita. Ha le braccia aperte su le spalle di due suore che, guardando a terra, accordano i loro piccoli passi su quello lento e grave di Grazia. Che silenzio attorno, ora che la campanella del refettorio ha taciuto! E Grazia si sofferma, guardandosi attorno e un sorriso pallido è su le sue labbra:
— Fermarmi, un giorno, qui fra voi, per sempre... Che pace! Che riposo!
E riprende ad andare. E le due suore, occhi a terra, mani nascoste nei grandi maniconi bianchi, riaccordano i loro piccoli passi sul suo. Ora son presso la porta. Suor Ghiottona apre e Grazia si volge ancora a guardare il giardino del convento. È triste, è quasi commossa. Sussurra:
— Forse, un giorno... Chi sa?
E piega la fronte sul petto della Badessa.
— Ma no... Ma no... Sei giovane, sei bella, sei ricca, sei buona... Tutto è per te nel mondo promessa di felicità...
Un'ombra passa sul volto di Grazia che l'ha risollevato sotto la pressione d'una mano della Madre. E un piccolo brivido la scuote. Dubbio, prima. Poi, presentimento di terrore. Ma è fiera e ha cuore eroico, Grazia! Si riprende: e s'illumina ancora il suo volto nel sorriso quieto della mattina di primavera e di bontà.
— E ora corro... È mezzogiorno... E m'aspetta, a casa mia, la minestra dei miei poverelli...
Un bacio alle suore. Un bacio della Badessa su la sua fronte. Un'altra tavoletta di cioccolata — inaspettata, l'ultima! — passata sotto mano a suor Ghiottona che tiene aperta la porta e Grazia è fuori, sul suo carrozzino di vimini, con in mano le redini infiocchettate del suo ciuchino:
— Ioh, Lumachino...
E Lumachino, per smentire il nome, parte via di galoppo giù per la discesa, lungo il nastro bianco della strada che serpeggia — Grazia dice: svolazza! — nel verde della collina. E, sebbene il refettorio le chiami e il ragù si raffreddi, le suore rimangono lì a salutare, laggiù, lontane, sempre più lontane per Grazia che che ogni tanto si volge, a salutare, care piccole amiche d'ogni mattina, in un lento, in un sempre più lento agitarsi di maniche bianche e di soggòli candidi...
V. «BUON APPETITO E BUON SOLE!»
Son venti? Son trenta? Chi li conta? Si passan la voce e ce n'è ogni giorno di più.. Ma c'è minestra per tutti... Grazia sa bene che i poveri sono sempre più di quanti crediamo e fa aumentare, meccanicamente, ogni mattina, la razione. Distribuisce a tutti ella stessa le belle scodelle fumanti e li mette lì, in fila, sul muricciolo che, nella villa, divide il giardino dall'orto. Che sole c'è là! Caldo dentro e caldo fuori... Come si scaldano tutti quei poverelli! E Grazia tutti li saluta, tutti li incuora:
— Buon appetito e buon sole!
E fugge. Ma una vecchietta afferra Grazia per la veste, la ferma, le bacia la mano:
— Dio ti benedica per quanto sei buona!
Su, nella villa, una finestra s'è aperta. Marcello, il fratellino malato, sorride, saluta Grazia, le fa cenno di salire, richiude, scompare. E Grazia, che prima ha sorriso, ora ha il volto doloroso e contratto. E si china, un'istante, all'orecchio della vecchietta:
— Non per me bisogna chiedere la benedizione di Dio... Ma per lui, per lui... bisogna tanto pregare...
VI. SERENITÀ.
Leggera, aerea, rosea, sorridente, Grazia entra nella sala da pranzo dove la tavola è apparecchiata. Mette i fiori su la tavola, nei vasi. Corre alla finestra. L'apre. Il sole, in un gran rettangolo d'oro, invade la sala. Ed eccola, di volo col sole, nelle braccia di Marcello che le dice:
— Sorellina, dove entri tu entra il sole!
E Grazia ride, gli tappa la bocca con la mano:
— Esagerato!
E, di volo ancora, eccola nelle braccia di Rosetta, l'amica intima, quella che su tutte e fra tutte è cara al suo cuore.
E batte le mani. E chiama a tavola. E aiuta il fratello a sedere. E siede ella stessa, ma ancora un pensiero pei suoi poveri traversa il suo cuore. Corre alla finestra. I poverelli son là, allineati, sul muricciolo al sole, a gustare la buona minestra fumante. La vedono, restan tutti con i cucchiai in aria e un coro di saluti e di benedizioni la raggiunge lassù. Grazia sorride, richiude e torna a tavola. Accanto al suo tovagliuolo, su un piccolo vassoio, è la posta.
VII. UNA LETTERA TRA ALTRE DIECI.
Mia cara Grazia,
Claudio Arceri, il glorioso musicista che attualmente compone la sua nuova opera, Cirano di Bergerac, distratto nel suo lavoro dalle troppe cure e dalle troppe noie della vita cittadina, cercava un verde cantuccio solitario per lavorare in pace. Io gli ho consigliato, pensando a te, il paesello verde e rosa, tra boschi e giardini, dove tu vivi con tanta serenità di cuore e di opere. Il maestro Arceri, nella solitudine provinciale, troverà in te certamente un'ammiratrice e un'amica. Gli ho detto di te la metà del bene che di te si deve pensare. E te lo mando su, assieme a questa lettera, già un po' innamorato di te: innamorato di te senza averti mai veduta, sol per aver sentito vantare i tuoi pregi: come Jaufré Rudel per la Contessa di Tripoli. Scherzi a parte, io affido alla tua buona accoglienza questo grand'uomo che viene su la tua montagna. Dà alle ore del suo lavoro il conforto prezioso della tua deliziosa amicizia. Ti ringrazia e ti abbraccia la tua
GABRIELLA.
VIII. UN ARRIVO.
Un trenino omnibus si ferma, affannando, nella piccola stazione tutta rossa d'oleandri in fiore. Un solo viaggiatore ne discende, un viaggiatore insolito: un bel signore elegante, un signore di città. Claudio Arceri chiede spiegazioni:
— Per il Castello d'Arcole, presso il convento della Collina Verde...
E un facchino accompagna il grande musicista verso la vecchia diligenza polverosa che aspetta fuori, all'ombra, già rivolti i cavalli verso la lunga strada bianca che bisogna lentamente salire.
IX. TOSSE...
Batte le mani, Grazia. Com'è felice! Che grande idea ha avuta Gabriella... Come ella ammira la musica di Claudio Arceri e come sarà felice di conoscerlo, come terrà ad onore di diventare sua amica!... Marcello, che rideva per tanta gioia, s'interrompe. Un colpo di tosse gli sconvolge il viso lacerandogli il petto. Sùbito Grazia accorre a lui, trepida, spaurita. L'attacco cessa. Torna, Marcello, a sorridere. Torna, Grazia, al suo posto. Ma non sorride più...
X. GRAZIA HA QUATTRO AMICI.
Quattro amici. I così detti «amici del dopo pranzo»... Fedeli. Devoti. Esclusivi. Sempre in lotta fra loro, ma sempre uniti nell'affetto di lei, nell'ammirazione delle sue virtù. Sono il farmacista della Collina Verde, il maestro di scuola, il vecchio conte Spada e don Giovannino. Tra i quattro il conte Spada e don Giovannino sono i più caratteristici: il conte Spada col suo tight eterno, con le sue uose bianche, la sua caramella, la sua cravatta girata e rigirata tre volte attorno all'altissimo ed immacolato colletto; Don Giovannino con le sue eleganze provinciali, coi vestiti ch'eran di buon taglio tre anni prima, con le cravatte dai colori sgargianti, le scarpe che accoppiano tra piede e gambaletto i più stridenti colori, un palmo di fazzoletto fuori del taschino, l'eterno fiore all'occhiello, la scriminatura diritta come un binario e certe cravattine papillons che sembran davvero farfalle tanti sono i colori che vi sfoggiano sopra. Il conte Spada, unico superstite di grande famiglia, rappresenta tutta l'aristocrazia della Collina Verde: aristocrazia senza un soldo, ma aristocrazia. Don Giovannino è della Collina Verde l'uomo fatale: don Giovanni di paese, migrante leggero ed inconcludente tra camerierine e contadinotte verso un'eterna conquista, ma don Giovanni, arbitro di tutte le eleganze, al corrente di tutte le mode, re dello chic su la piazzetta del paese.
Eccoli, dopo colazione, tutt'e quattro, a prendere, come sempre, il caffè in casa di Grazia e di Marcello. Ma che hanno oggi? Perchè sono tutti scuri in volto, ammusoniti, taciturni, scontrosi? Grazia interroga. Rispondono a monosillabi. Grazia guarda. Evitano il suo sguardo... C'è... c'è... che sono già tutt'e quattro maledettamente gelosi. Grazia ha annunziato l'arrivo di Claudio Arceri. E che viene a fare lassù? Perchè ha scelto proprio la Collina Verde per venire a lavorare? Quante altre migliaia di comuni ha l'Italia a disposizione dei grandi uomini in cerca di villeggiatura? Ora che il grand'uomo arriva accadrà quel che deve accadere: passeranno loro in seconda linea, saranno da Grazia trascurati, forse abbandonati... per lui...
Grazia, ridendo, s'è levata. Li vede lì, mortificati, imbronciati, ai quattro angoli della tavola da pranzo, col caffè che si fredda nelle tazze alle quali, per protesta, non hanno voluto neppure avvicinare le labbra. Grazia fa loro cenno di seguirla per passare nel salone dov'è il pianoforte. Vanno, come cani frustati. Grazia, questa volta, è crudele: anche Grazia è donna e non è perfetta. Li vede gelosi e si diverte a punzecchiarli. Ha preso gli spartiti delle opere di Claudio. Ha fatto prima vedere la fotografia del maestro, specialmente a don Giovannino... E poi ha esclamato, coi tre spartiti in mano levati in alto entusiasticamente:
— Che musica divina! Tre capolavori!
Il farmacista, che è melomane e ostinato suonatore di pianoforte, storce la bocca con aria di disprezzo. Grazia gli va sotto minacciandolo con gli spartiti e gridando;
— Capolavori, sì! E voi non capite niente...
È troppo. L'offesa li tocca tutti, ma per tutti si risente il farmacista che prende dalle mani di Grazia uno spartito e, apertolo a caso sul leggìo del pianoforte, esclama:
— Volete un saggio di questa famosa musica divina? Tappatevi le orecchie.
E siede al pianoforte e fa per suonare... Ma Grazia si slancia verso la vecchia spinetta, vi si appoggia e chiude su la tastiera il coperchio:
— No. Qui non si suona. Vi suonò per l'ultima volta mio padre, dieci anni fa.
E corre nell'altra stanza, e torna, cariche le braccia del grave peso del grammofono. Ed ha con sè un disco. Lo leva in aria, trionfalmente, e poi lo mette a posto, nell'apparecchio.
— Si, sì, ora la sentirete la musica di Claudio Arceri...
E il grammofono va...
XI. PITTORESCA, MA INTERMINABILE...
E va anche, su per la lunga e lenta salita, già da due ore, la diligenza in cui Claudio Arceri sonnecchia quando i sobbalzi della vettura glielo permettono. E ci sono ancora due ore di strada! Tra sonno e sonno Claudio guarda dagli sportelli: luoghi pittoreschi, boschi di castagni miracolosi, pinete sublimi, panorama indescrivibile, sì, sì, tutto quello che gli hanno decantato e promesso... Ma che strada interminabile!... Pittoresca, ma interminabile...
E che idea è stata mai quella di non venir fin lassù in automobile?
XII. CHIAMA A RACCOLTA...
E il grammofono va, va ancora. Dapprima i quattro hanno tentato di motteggiare sotto gli sguardi fulminanti di Grazia. Ma adesso... Adesso altro che far gli spiritosi! Adesso son presi anche loro, come Grazia rapita, come Marcello, come Rosetta, nel fascino della musica stupenda. Hanno a poco a poco avvicinato le loro sedie e son là, con certi visi gravi e intenti, con certi occhi grandi che un velo di lacrime fa più luminosi. Anche Rosetta è, come Grazia, profondamente commossa. Anche lei adora la musica di Claudio Arceri. Marcello, che le è vicino, le mormora all'orecchio:
— Musica che strappa il cuore!...
E Rosetta, che aveva già il labbro tremante e gli occhi smarriti, nasconde il volto nelle mani e scoppia a piangere dirottamente.
D'improvviso Grazia arresta il grammofono. Corre a Rosetta e, presala tra le braccia, le asciuga gli occhi, la fa sorridere, ride con lei... Poi guarda i quattro. Son lì, immobili, i vecchi amici gelosi di Claudio, son lì vinti, commossi. Li fa levare, Grazia, e, dando loro i cappelli, li spinge fuori e dice:
— E ora via, via, cari, a farvi belli e ad avvertir tutte le mie amiche. Claudio Arceri fra poco sarà qui e voglio presentargli tutt'il mio piccolo mondo.
E don Giovannino, su la porta, assicura Grazia:
— State tranquilla... Alle ragazze penso io...
XIII. PRIMA CURIOSITÀ.
Il Castello di Arcole è a pochi chilometri dal paese e la diligenza vi fa sosta affinchè Claudio Arceri possa discendere. E, appena disceso, mentre la corriera riprende la via su per la salita, il suo primo pensiero, il suo primo interesse è per Grazia. Chiede sùbito ov'ella abiti al giardiniere che è venuto a riceverlo. E il giardiniere gl'indica lì, a duecento metri, la vecchia villa di Grazia, coi suoi due cipressi al cancello e la sua corona di pini attorno alla casa tutta avvolta di edera.
XIV. RIVEDENDO LA «SCENA DEL BALCONE».
... E quali mi direte, se venne un tale istante Per noi, quali parole? — Ma quante, quante, quante Me ne verranno al labbro; senza disporle in mazzo Gitterovvele in fascio: io vi amo, son pazzo...
— Bei versi! dice Rosetta levando gli occhi dal libro.
— E che musica saprà farci Claudio Arceri! risponde Grazia chiudendo il poema ch'ella ha preso poco prima nella biblioteca.
E rimangon lì, le due fanciulle, a pensare, a ricordare... Rivedono la scena del balcone al terzo atto di Cirano così come la videro qualche anno prima, una sera, indimenticabile, in città: Rossana bianca sul balcone verde d'edera e fiorito, nell'ombra della notte tutta tremante di stelle; e sott'il balcone Cristiano, il bello, il felice, l'amato, che ripete le parole che Cirano, brutto, senza gioia, senza amore, gli suggerisce, nascosto sott'il portico. Ma Cristiano ode male, ripete male, va troppo piano per il torrente di parole che vien su, tumultuoso, dal cuore innamorato di Cirano. E, avvolto nel nero mantello, mascherando nella commozione la voce, Cirano parla direttamente a Rossana, le canta, le grida le sue grandi parole d'amore ch'ella deve creder quelle di Cristiano:
T'amo, soffoco, è troppo, non reggo più: siccome Dentro un sonaglio, sta nel mio cuore il tuo nome, E poi che senza posa l'anima mia vacilla, Senza posa il sonaglio s'agita e il nome squilla.
E le due donne sono, come sempre, prese dalla disperata malinconia di questa scena in cui l'infelicissimo amante privato d'amore trova una disperata e tremenda voluttà nel dire nell'ombra, per un altro, le parole del suo folle amore, nel rinunziare, nel sacrificarsi così fino a far salire un altro a cogliere su le labbra dell'amata il bacio, il divino bacio che le sue parole han preparato...
Ma Grazia si riprende. Scuote il capo sorridendo, e la melanconia:
— A vestirci!
XV. PREPARATIVI.
Grazia mette una rosa nei suoi capelli e si guarda allo specchio: è carina, è molto carina. Ma non pensa solo a sè, Grazia. Pensa anche a Rosetta. E c'è una rosa anche per lei. C'è un po' di cipria anche per lei. C'è uno specchio per dire anche a lei che anche lei è carina, molto carina...
E ha l'aria di trovarsi molto carino anche Claudio Arceri, nella sua stanza da letto al Castello, se indugia così davanti allo specchio a fare impeccabilmente diritta la scriminatura, a rivedere il nodo della cravatta, a infilar nell'occhiello un gran garofano bianco e a metter nel fazzoletto due gocce d'ambra antica Coty.
E come si senton carini anche i quattro che, rivestiti a festa, tutti lustri e attillati, scendon giù per un vicolo del paese verso la villa di Grazia... Che palamidone ha il farmacista! E che panciotto di velluto a scacchi bianchi e neri ha tirato fuori il maestro di scuola! Le ghette e i guanti bianchi del conte Spada accecano per il loro splendore e don Giovannino ha messo fuori una cravatta scozzese che, per non innamorarsi a prima vista di lui e di lei, bisogna aver duro il cuore come un macigno...
XVI. L'INCONTRO.
Nel salone grande della casa di Grazia dov'è la vecchia spinetta tra vecchi quadri di famiglia e vecchi mobili che mai Grazia ha voluto cambiare — e sembra, ed è, infatti, un vecchio salotto del Cinquantanove — nel salone grande e scuro della casa di Grazia gli abiti chiari delle sue amichette mettono note di luce qua e là. Ogni tanto, azzurra o rosea, tutta tulle e nastrini, ne spunta un'altra su questa o quella porta. E sembran nella penombra grandi fiori rosei o celesti che sboccino, d'improvviso, su una porta, dietro una tenda, fra un mobile e l'altro, davanti a una consolle o sopra un canapè, qua e là...
Qua e là, da per tutto, corre Grazia che Rosetta serve e segue come il prete all'altare. Qua riordina, là spolvera... Metton dovunque fiori e fiori nei vasi...
— Hanno spogliato il giardino! dice a un gruppo di piccole amiche, sorridendo, Marcello, Marcello che domina il suo malessere per non turbare a Grazia l'ora di quell'arrivo che è una gran festa per lei...
Spolvera, spolvera, spolvera... Quanta polvere c'era e quanta ce n'è ancora... Ci vuole aiuto... E Grazia, quando i quattro amici in abito da cerimonia fan l'entrata solenne in processione, mette sùbito un bello scopettino nei guanti bianchi di don Giovannino e invita questi a spolverare, a spolverare lui la spinetta, mentre lei spolvererà lo consolle e Rosetta il canterano e le campane di cristallo.... Ma, oh Dio!, il domestico entra ed annunzia: «Claudio Arceri è arrivato». È come se fosse caduto il fulmine. Tutti son lì, immobili, in piedi, impietriti;... Nell'ansia Grazia ha dimenticato di togliersi il grembiulino e se ne accorge quando Claudio è già apparso su la porta e s'è inchinato davanti a lei... Mentre Claudio, nell'inchino, ha giù gli occhi al pavimento, fa a tempo Grazia a toglierselo, a chiuderlo in una mano, dietro il dorso. Claudio è venuto avanti. Come agita, Grazia, le mani dietro la schiena... È il momento di dar la mano al maestro. Ma in una ha il grembiule e nell'altra lo scopettino. Un grand'imbecille quel don Giovannino che è dietro di lei e non vede che bisogna toglierla d'impaccio! Non pensa, Grazia, alla cosa più semplice: buttar tutto per terra. Ma nella confusione accade sempre così: ci si impunta su un ostacolo e la soluzione più semplice ci sfugge. Ecco che Claudio le è davanti. Grazia s'è inchinata a sua volta. Ora è il caso di tirarsi su, di dargli la mano... Ma come fare? Quell'imbecille di don Giovannino... Si sente, Grazia, perduta... Ma miracolosamente, a tempo, due mani — quelle di don Giovannino diventato meno stupido? — le tolgono scopetta e grembiule ed ella, tirandosi su dal bell'inchino, può dare a Claudio la mano e dirgli commossa e col suo più bel sorriso:
— Inutile assicurarle, maestro, ch'ella ha qui tutt'un piccolo mondo d'ammiratori...
Claudio sorride: il sorriso solito per la solita frase udita mille e mille volte. E Grazia presenta: suo fratello, Rosetta, i suoi grandi amici — che stretta di mano stile Louis XV dà il conte Spada e che shake-hand da spezzare il braccio al maestro dà don Giovannino! — e, finalmente, le sue amiche. E, ad una ad una, le ragazze passan davanti al maestro con un piccolo goffo inchino che le fa diventar tutte rosse e poi si ritraggono e fanno qua e là, nel fondo in penombra della gran sala, gruppi chiari e chiacchierini che son per Claudio Arceri tutti sguardi e commenti.
E poi, appena Claudio è seduto accanto a Marcello che lo interroga sul suo lavoro e sui suoi propositi, le ragazze, chiamate da Grazia, vengono avanti e l'aiutano a servire il tè. In un angolo don Giovannino studia il maestro. Ora s'avvicina a tre ragazze che son rimaste lì ferme a guardare coi gomiti poggiati alla consolle. E chiede, in confidenza:
— Meglio di me il maestro? Osereste affermarlo?
Una risata delle ragazze gli risponde e rimane lì, come uno stupido, mentre le ragazze volan via anche loro verso il maestro, per servire i biscotti...
E don Giovannino si consola. Guarda il maestro, vestito semplicemente d'una giacca nera. E guarda, invece, il suo tight:
— Si fan forse le visite in giacca?... Ma bisogna compatirlo... Poverino! È un artista. E non conosce gli usi...
XVII. CAMPANE CHE ASPETTANO.
Come ogni sera a quell'ora, il vecchio amico del campanile aspetta Grazia lassù per suonare l'Ave Maria. Il sole è già laggiù, su l'orlo dell'orizzonte. Già non è più interamente un disco. E tra le grandi campane mute, brune sul cielo verdino, il campanaro attende. Guarda l'ora ogni due minuti. Per la prima volta quella sera Grazia è in ritardo... E guarda giù se Grazia venga... Guarda, aspetta... E le campane aspettano... E, il sole continua a calare laggiù, fra quelle nuvole rosse...
XVIII. IL «LAMENTO DI GIULIETTA».
Claudio Arceri è alla spinetta. Grazia gli ha detto:
— Vi suonò, l'ultima volta, mio padre. Vuol darmi lei la gioia di riaprirla oggi?
Appena seduto, Claudio è rimasto incerto. Che cosa suonare? E Grazia ha preso lo spartito d'una sua opera: Giulietta e Romeo. L'ha aperto sul leggìo:
— Il “Lamento di Giulietta„, maestro. È il suo capolavoro!
E Claudio Arceri ha cominciato a suonare. Grazia è appoggiata alla spinetta, intenta ad ascoltare, a guardare. E lentamente, pianamente, a mano a mano che il maestro suona, i gruppi sparsi nell'ombra del salone si avvicinano, si stringono sempre più, diventano uno solo e le ragazze, le rose rosee, le rose azzurre, non sono più staccate, ma formano adesso, chiare di luce nella penombra, tutto un grande bouquet. E le braccia si allacciano, e gli occhi si cercano. E Grazia guarda il piccolo orologio che ha al polso e, mentre ascolta la musica, ricorda...
XIX. LA BUONA NOTTE AL SOLE.
Sagoma nera su l'alto del campanile, il vecchio poeta delle campane ha perduto oramai ogni speranza. Sarà solo, quella sera, a dar la buona notte al sole, al sole che laggiù, nell'orizzonte ora violetto, non è più che un piccolo arco rosso sempre più piccino, prossimo a scomparire... E le grandi campane mute, brune sul cielo verdino, aspettano ancora, ancora un momento...
XX. ESTASI E RIMORSO.
E, nella sala in cui l'ombra diviene sempre più nera e dove, nella suggestione della musica, cuori e corpi si fanno sempre più stretti e più vicini, Grazia guarda ancora l'orologio al suo polso. Vorrebbe andare. Non sa staccarsi. È combattuta e divisa, tra un'estasi e un rimorso.
XXI. AVE MARIA!
E il sole è scomparso. Pace e melanconia infinita del crepuscolo. Ed è l'armento che torna dal pascolo col suo pastore, ed è il piccolo lago che s'addormenta tra le ninfee, ed è la luce che s'accende nei casolari, ed è l'ombra che scende giù per la montagna, ed è la falce di luna che spunta lassù dietro la collina, ed è il carro pesante e lento che va per la lunga via crepuscolare, ed è l'argenteo saluto dei campanili lontani al giorno che se n'è andato.
E, finalmente, nere e gigantesche sul cielo ove s'accendono pallide le prime stelle, le campane lentamente si muovono.
Presso la spinetta Grazia, d'improvviso, le ode. Tende al richiamo lontano delle amiche d'ogni sera l'orecchio ed il cuore. Ancora è combattuta, ancora è divisa, presa fra due sentimenti e fra due musiche. Con gli occhi intenti, dilatati, rivede le cose d'ogni sera: il poeta sul campanile, le ultime nuvole paonazze laggiù, le finestre di Collina Verde che s'illuminano, la porta del casolare che si chiude, il contadino che torna coi suoi buoi, le fanciulle che ballano su l'aia al suono della fisarmonica.
Claudio Arceri suona. Gli occhi fissi su lui, tutta l'anima in lui, Grazia lo ascolta. Come, nell'ombra che ha invaso tutta la stanza, che ha disperso ogni sagoma, come il gruppo di quelli che ascoltano s'è stretto attorno al musicista nel breve cerchio di luce gialla delle candele!... E nel silenzio immenso solo quelle due voci si chiamano, si rispondono, fan di due canti lo stesso canto: la spinetta di Claudio Arceri e, lontane e lente, le campane dell'Ave Maria.
Grazia, al riflesso delle candele che illumina solo il suo volto, è lì, appoggiata alla spinetta, il capo fra le mani, gli occhi intenti sul musicista, il cuore alle due musiche. Ma a poco a poco una sola musica, quella che ha vinto, rimane in tutt'il suo immenso cuore gonfio di commozione: quella di Claudio che continua a suonare mentre le grandi amiche d'ogni sera, che hanno invano chiamato Grazia, si addormentano pian piano negli ultimi rintocchi sempre più lenti e, ferme oramai, non sono più che gigantesche ombre sul cielo sereno e infinito dell'immensa notte finalmente discesa...
XXII. COSÌ, OGNI GIORNO...
Le parole ardenti di Cirano hanno vinto il cuore di Rossana. Lassù, al davanzale, trepida fra i rami del gelsomino, la fanciulla è pronta, è offerta al bacio del suo innamorato. E Cirano, escito dalla sua folle ebbrezza, spinge su l'altro, Cristiano, a cogliere su quelle labbra frementi il bacio ch'egli ha preparato.
Questa è la pagina ardente e disperata che oggi ispira Claudio Arceri seduto a comporre al suo tavolino da lavoro. Ha provato or ora, al piano, la melodia che gli è frullata nel cervello e che ha fissata su la carta. Ora è stanco. Ha guardato sul tavolino il piccolo orologio che segna le ore della sua fatica quotidiana. Le sue piccole amiche sono oggi in ritardo? Ma no... Ecco il rumore d'una porta che s'apre, ecco un echeggiar di voci, fuori, nel vestibolo, e le due amiche, tutta azzurra l'una, tutta rosea l'altra, entran correndo e son di volo alla scrivania e al pianoforte. Grazia cerca fra le carte, vede la nuova musica appena appena composta. L'apre sul leggìo e, costretto Claudio a levarsi, lo fa sedere al pianoforte. Presto, presto... Le nuove melodie appena nate devono avere le loro prime ammiratrici.
E Claudio Arceri suona alle due piccole amiche che, sedute accanto a lui, un gomito sul ginocchio, il volto nella mano, vedono ripassare nella loro memoria, nel sortilegio della musica, le scene e le figure del bel poema: l'incontro coi cappuccini, l'apparir di Rossana al balcone, il primo balbettìo di Cristiano, il volo lirico di Cirano, l'apologia del bacio:
.... Ma poi che cosa è un bacio? Un giuramento fatto un poco più da presso, un più preciso patto....
XXIII. GENTE CHE ASPETTA INVANO.
Su la poltrona dov'è inchiodato dalla paralisi il «grande malato» volge invano il capo verso il cancello del suo piccolo giardino...
Nel laboratorio le «manine d'oro» lavorano... La tovaglia per l'altar maggiore, tutta piena di bei ricami, è pronta, ma nessuno viene a ritirarla. Il lavoro non è più come prima, sicuro, felice... Di tanto in tanto le «manine d'oro» si fermano... A questa sarebbe necessario un consiglio... Quella ha paura di sbagliare... Quell'altra non sa più come andare avanti. E aspettano, le manine d'oro, di sera in sera, di mattina in mattina... Aspettano.
E lì, al sole, i due ragazzoni mutilati, i due eroi, senza gambe l'uno, senza braccia l'altro, fumano e ricordano... Ricordano le ore in cui le parole buone, parole consolatrici, parole che nessuna altra bocca sa dire, scendevano sino in fondo alle loro anime... Ora fumano, soli, melanconici, al sole... Soli: come e quanto si sentono soli!... Davanti a loro è la strada bianca, vuota... Suonava un tempo, d'improvviso, su quella strada, il trotterello leggero e frettoloso... E tutt'il cuore era un'illuminazione...
E, al ponticello di legno, gli erranti, i vagabondi della strada maestra, si raccolgono come ogni mattina. Facevan chilometri e chilometri, una volta, per non mancare all'appuntamento. Dovunque fossero, ovunque li conducesse il loro vagabondaggio, lì li riconduceva, all'uscir da ogni notte, la loro buona stella. Veniva di lassù, dall'alto di quel ponticello, la buona stella, in un dondolìo di sonagli d'argento...
E lassù, sul campanile, accanto alle immobili campane che sembrano non aver più lo stesso suono, il poeta del campanile aspetta, guarda ogni sera, giù giù fin dove il viottolo si perde tra i vigneti, guarda se la piccola cara ombra appaia ancora come appariva, fedele, puntuale, ogni sera.
Ma Grazia non viene più.
XXIV. UN MAZZO DI ROSE BIANCHE.
Claudio ha richiuso il piano. Quanta ne vorrebbero le ragazze!... Vorrebbero uno spartito al giorno... Ma musica nuova non ce n'è più... Grazia non si fida. È alla scrivania. Rovista fra le carte. Son lì, nel vaso di cristallo, le belle rose rosse. Sono le rose che ella gli manda ogni mattina per fiorirne il suo tavolino da lavoro. Ora Grazia tuffa il viso, in quelle foglie ardenti e fresche: e, tra quelle foglie, il suo respiro è quasi un bacio. Ma, volgendosi, Grazia vede un altro mazzo di rose — bianche queste — lì, in un altro vaso di cristallo, sul pianoforte. Un'ombra passa sul suo volto e spegne il suo sorriso.
— E queste? ella chiede.
Come, prima che Claudio risponda, Rosetta, tutta rossa, abbassa il volto confusa e mortificata! È perfettamente inutile che il maestro spieghi:
— Son della signorina Rosetta...
.... Già Grazia, da quel rossore, dall'abbassarsi di quello sguardo sul tappeto, l'aveva capito... Lo sguardo di Grazia non s'abbassa come quello della sua amica. Fattosi oscuro e torbido riman lì, diritto, fermo. Rosetta se lo sente addosso senza vederlo e ne ha fastidio. Con un pretesto si allontana con Claudio verso il fondo della stanza dove son giornali e riviste appena arrivati con la posta. E Grazia, sempre fermo e diritto lo sguardo carico di nuvole nere, strappa non veduta qualche foglia al mazzo di rose bianche di Rosetta e le stritola, le stritola — come le stritola! — nelle sue piccole mani convulse...
Claudio prepara il tè, laggiù, in fondo. Rosetta, che è buona e che non ha nulla da rimproverarsi, si è riavvicinata a Grazia: timidamente le chiede che cosa abbia. Le risponde una spallucciata.
— Che ho? Nulla.
Non ha nulla. E ha tutto. Ha un turbamento profondo che non ha forma, che non ha nome ancora, ma che la lascia lì, imbronciata, cupa, senza farle trovare una sola parola da dire all'amica, che le stringe il cuore sino a farglielo così piccino che entrerebbe in un pugno. E rimangon lì, così, le due donne — così vicine e così divise — finchè Claudio s'accosta a loro recando due tazze di tè.
Ma passa ogni nube, tornano il volto e l'anima di Grazia a sorridere se Claudio, bevuto il tè, siede con le due fanciulle in un angolo del salotto e parla di sè, parla di sè a loro che bevono intente le sue parole, parla, come lui solo sa parlarne, dei suoi ricordi d'arte e dei suoi sogni di gloria.
XXV. QUANDO GRAZIA NON C'È...
— Chiudete le finestre. Ho freddo.
È primavera. Ma Marcello ha freddo. Non c'è sole che gli illumini il buio dell'anima, non c'è tepor di maggio che gli riscaldi le vene. È lì, sconsolato, freddoloso, sotto le coperte, disteso sul divano, fra i due più vecchi domestici di casa che lo assistono, la vecchia cameriera che lo ha visto nascere e il vecchio servo fedele che gli è così vigile e affettuoso infermiere. Un tempo una cosa, una gran cosa, riesciva a distrarlo dal pensiero del suo male, a infondergli coraggio: il sorriso di Grazia, la continua presenza di Grazia. Ma ora... Come son lunghe e come son tristi a passare le ore in cui ella è lontana... E come in quelle ore tutt'i suoi mali sembrano moltiplicarsi...
— Chiudete... Chiudete ancora... Ci dev'essere qualche cosa d'aperto nell'altra stanza... Ho freddo...
Ha freddo dentro e gli pare d'aver freddo fuori. E con le coperte di cui s'avvolge crede di riempire il vuoto, di rimediare al freddo che Grazia lascia, quando non c'è...
XXVI. CHI È LA MUSA?
Sono in giardino, tra le più belle rose del mondo. Son veramente le più belle? Così almeno sembrano a loro. Così sembra a loro tutto quello che da vicino o da lontano circonda il musicista, appartiene comunque a lui o alla sua vita.
Rosetta chiede l'ora. La sua istitutrice doveva venirla a prendere alle quattro e son le quattro passate da un pezzo. Ma chi pensa più all'ora, al ritardo, alla mamma che aspetta, adesso che Claudio prende a ognuna delle due ragazze una mano e sollevandole in alto domanda con un sorriso:
— Qual'è fra voi due la Musa?
L'idea tenta Grazia immediatamente. In un lampo la coglie, ne fa un fatto. Ha tolto dal taschino di Claudio il suo fazzoletto e ha bendato il musicista. E ora, allontanandosi da lui e allontanando con sè Rosetta, lasciandolo lì in mezzo alla grande aiuola fiorita, gli grida:
— Scegliete.
Strano giuoco frivolo e terribile in cui le bimbe che sono state fino a ieri si divertono un mondo e non vorrebbero mai farsi acchiappare da Claudio che, qua e là, le insegue, e in cui le donne ch'esse sono diventate trepidano in una tensione atroce dello spirito e vorrebbero che sùbito Claudio riuscisse ad afferrarle, che immediatamente il giuoco finisse e la sorte facesse la sua scelta come a fissare e a scoprire il destino. E vanno, e girano, e fuggono, e ritornano, e lo sfiorano, e lo toccano, e son lì a due passi, e son là lontane, e Claudio crede di stringerne una fra le braccia, e abbraccia l'aria fra le loro risate. Ma, ahi, è fatta... Questa volta è presa bene e non scappa più... Una delle due fanciulle è nelle braccia di Claudio che sùbito si sbenda e la vede:
— Voi! Grazia!
E, tra il giuoco e il serio, Claudio trattiene per qualche istante fra le sue braccia, più che non dovrebbe, Grazia, il cui volto è tutto illuminato di gioia, mentre Rosetta s'è fatta laggiù, dove il viale comincia, per nascondere il suo turbamento, per vedere se giunga la sua istitutrice, la sua istitutrice che è incredibilmente in ritardo. E ancora Claudio a bassa voce mormora all'orecchio di Grazia che tutta ne trema e abbassa il volto fatto di brace:
— Voi... Voi...
XXVII. GLI ABBANDONATI.
Su la piazza del paese, al piccolo “gran caffè„, mogi mogi, abbandonati, senza parlare, son seduti tre dei quattro amici di Grazia: il conte Spada, il farmacista e il maestro. Qua e là per la piazza, su la porta delle case, le belle ragazze di Collina Verde fan capannelli. E don Giovannino, più che mai fatale, va di gruppo in gruppo, a dispensar sorrisi e a rubar cuori. Ma chi lo guarda più don Giovannino da quando c'è in paese Claudio Arceri? Son tutte lì, su le porte, per aspettarlo, per vederlo passare, alla solita ora, alle cinque, quando viene in paese a spedir la sua posta e a comprar sigarette. Ora che c'è in paese un grand'uomo e un bell'uomo chi guarda più, chi può più guardare quell'uomo ridicolo ch'è don Giovannino? Ma don Giovannino, come tutti i grandi che decadono, non si accorge della sua decadenza. Prende per buoni i sorrisi ironici che lo accolgono, chiude le orecchie alle risate che lo seguono, vede solo la più santa ingenuità nelle frasi piene di malizia e di scherno con cui le belle ragazze di Collina Verde prendono in giro la sua fatalità esautorata e si burlano, insomma, maledettissimamente di lui...
Accanto ai tre che non parlano, caduti nell'abbattimento profondo dei grandi abbandoni, il medico prende un caffè. Ma il domestico di Grazia viene a chiamarlo.
— Corra, corra signor dottore... Il signor Marcello sta male... Ed io vado al Castello a chiamare sùbito la signorina Grazia...
E corre via, pover'uomo, nel suo affanno e nel suo affetto, come se i suoi vecchi «piedi dolci» avessero le ali...
XXVIII. L'«ARIA DEL BACIO».
Quella Grazia non fa che rovistar tra le carte di Claudio! Rientrati nello studio e mentre Claudio e Rosetta sono occupati a sfogliare un album di fotografie, Grazia si è avvicinata al tavolino per frugare ancora. Non è, del resto, diritto della Musa ficcare il nasino nelle faccende del suo Poeta? E, cerca, cerca... ha trovato! Ha trovato un brano che Claudio non aveva ancora confessato d'aver composto. Ora, con un lieve cenno, non veduta da Rosetta che continua a guardar fotografie, ha chiamato Claudio per mostrargli il foglio di musica e dirgli:
— Questa, “l'aria del bacio„, dovete farla sentire a me sola....
E Claudio le risponde sorridendo, sottovoce, e rimettendo il foglio sul tavolino:
— Sì... Più tardi... Quando Rosetta se ne sarà andata...
Uff!... Ma quando se ne va Rosetta?... È sempre laggiù, a guardar fotografie, tranquilla... Che può mai trovare d'interessante in un album di fotografie di gente che non conosce?... Sempre così, quella ragazza... Senza nervi, docile come una pecora... Se le dicessero di star lì tre ore a leggere e le mettessero fra le mani l'Indicatore generale delle Ferrovie, lo leggerebbe tutto, da cima a fondo... Per la prima volta Grazia è severa con la sua amica... Ma anche lei... Che ostrica attaccata allo scoglio... La lasciasse mai sola.... E Grazia guarda al suo polso il piccolo orologio: le quattro e mezza...
— Non doveva la tua istitutrice venirti a prendere alle quattro?... Sai che son già le quattro e mezza passate?
Rosetta s'è levata chiudendo l'album... Oh, finalmente.... Guarda dalla finestra per vedere se l'istitutrice venga... Oh, un passo nel giardino... Eccola... Ma no... È un uomo, è il domestico di Grazia, che vuol parlare a Grazia... E le parla, in un angolo, sottovoce:
— Venga sùbito, signorina... Il signor Marcello non sta bene... E la vuole...
Sùbito Grazia è in allarme: pallida, tremante... Il suo primo movimento è per andarsene... Ma guarda, lì, verso la finestra... Vede Rosetta e Claudio, vicini, vicinissimi, che parlano, che ridono... Che fare? Lasciarli soli?.. E il piccolo delitto si compie nell'anima sua. Non chiede al domestico di più per non sapere di più... Gli dice che andrà sùbito e, con un gesto, lo congeda. Poi risale verso i due che vengono incontro a lei per interrogarla:
— Forse Marcello?...
E Grazia, la voce fredda, e decisa:
— Nulla... Nulla...
Sente, Grazia, tutto il suo delitto, ma lo compie, irresistibilmente, inevitabilmente. Non può staccarsi. È lì, inchiodata, nel suo martirio e nel suo amore. E c'è qualche cosa di più della gelosia per non farla muovere. C'è l'amore per non farla andare via. Ora l'istitutrice di Rosetta è entrata e Rosetta è pronta per andarsene. Ora non c'è più la sofferenza di lasciarli soli, lì, accanto alla finestra, vicini, vicinissimi, a parlare, a ridere... Rosetta, gelosa anche lei, le dice:
— Vieni anche tu?
Ma Grazia, l'aria ingenua, gli occhi bassi, quasi con un fare annoiato di dover restar lì per non saper dove andare, risponde:
— No... Rimarrò... Ancora un poco...
A malincuore Rosetta va via. Claudio l'accompagna, fuori, in giardino. Per la prima volta da che si conoscono e si vogliono bene le due amiche non si sono baciate separandosi. Grazia, senza più forze, s'è appoggiata, rigida, contro il muro. È lì, inchiodata, e la visione le appare della sua casa, di Marcello disteso sul divano, nelle torture atroci del suo male, nella terribile crisi... E quando Claudio rientra la trova così: rigida contro il muro, pallida con gli occhi sbarrati.
— Che avete?
Ma non ha nulla, nulla... Non si allarmi... Nulla... E va al pianoforte, e prende il foglio di musica, e lo mette sul leggìo... E fa sedere Claudio, e siede accanto a lui, di contro a lui, a guardarlo, ad ascoltarlo... Com'è deliziosa, avvolgente suggestiva quella musica... Come si fa leggera, arguta, preziosa per il concettino lezioso, leggiadro e artificiale che definisce il bacio:
.... un apostrofo roseo messo tra le parole t'amo...
E come più oltre la musica si fa appassionata, ardente, travolgente, con tutto l'ardore, con tutto il furore del bacio... Come Claudio guarda, suonandola, Grazia... Come Grazia guarda, ascoltandola, Claudio... Il bacio è già fra loro, aereo ancora, non tòcco, in quei due sguardi... L'invito, la forza magnetica delle due giovinezze, è irresistibile. Ed eccoli, quando la musica cessa, prima su l'ultimo grido, poi su l'ultima nota ch'è un sospiro di voluttà, eccoli l'uno nelle braccia dell'altra... Non è, ancora, il bacio delle bocche... Grazia non vorrebbe... Claudio non osa... Ma è, irresistibile, più grande, più profondo, il bacio delle anime che si sono intese, che comunicano... È la gloria trepida, immensa, senza parole, dell'amore che incomincia...
XXIX. SOLO.
Nella stanza del malato dove già le lampade sono accese, un andare e venire di ombre in un odore grave di farmaci. È la voce di Marcello che geme:
— E Grazia... Grazia che non viene... Ma l'avete, l'avete veramente chiamata?...
Ora un colpo di tosse, atroce, gli spezza il petto di fuoco. E, ricadendo sui cuscini, il malato geme:
— Sto così male, così male... Chiamate, chiamatemi Grazia, ve ne scongiuro...
XXX. RITORNO.
.... e Grazia s'è levata, s'è strappata, quasi, dalle braccia di Claudio. Lo ha fatto sedere al tavolino e prepararsi a riprendere il lavoro.
— Mi piace, da lontano, di potervi pensare così: curvo su le vostre carte, a cercar la musica nel vostro cuore...
Ha già in capo la gran paglia di Firenze coperta di roselline. Claudio fa per levarsi. Ma Grazia lo ferma, col gesto, con la voce:
— No, non mi accompagnate. Rimanete così...
E si allontana. Poi ritorna. Prende nel vaso di cristallo le sue rose rosse. Le sfoglia su le pagine di Claudio da dietro le sue spalle. Claudio le afferra una mano, vi depone un bacio e con quella la trattiene, la tiene... Ma Grazia si scioglie dolcemente:
— No... Lasciatemi andare... È tardi... Mio fratello non sta bene... E mi attende...
Ed esce così, indietreggiando, senza levar lo sguardo di dosso a Claudio immobile alla scrivania. È alla porta. L'apre. Esce. Richiude. Claudio china il volto su le pagine bianche e su le rose rosse. Poi prende la penna. Cerca un istante, gli occhi in aria, e riprende il lavoro...
Ma la porta si riapre, cautamente, leggermente. Claudio, assorto nel lavoro, non ode. Grazia è rientrata così, e, in punta di piedi, cauta cauta, leggera leggera leggera, va fino al pianoforte per prender nell'altro vaso di cristallo l'altro mazzo di rose, le rose bianche, le rose di Rosetta, e portarlo via con sè. E, piano piano, leggera leggera leggera, guardando quelle rose non sue che non vuol lasciar lì, indietreggia, raggiunge la porta, l'apre, esce, richiude, senza che Claudio, assorto nel lavoro, si sia avveduto di nulla...
Fuori, nel giardino, Grazia distrugge con le mani febbrili le rose di Rosetta e ne fa una pioggia bianca su le aiuole intorno. Poi si chiude nel mantello — col suo delitto verso il fratello, col suo amore per Claudio, con la sua gelosia per Rosetta — si chiude nel mantello e fugge, fugge via, di corsa, di volo, per non perdere un minuto di più, un solo istante ancora, per essere sùbito, sùbito, da Marcello, dal povero Marcello, che ella, nella sua follìa, ha potuto... ha potuto... Oh, orrore!... Ha potuto...
Corre... corre... Ed eccola alla sua villa, nel suo giardino, su per le scale, nella gran galleria, alla porta della camera... Ed entra. Ma quand'ella entra sùbito i domestici, col gesto, ne arrestano l'impeto:
— Sssss... Dorme!
E mentre il vecchio servo guarda se il sonno e il respiro son tranquilli la vecchia domestica spiega:
— È stato tanto male... Ed ha tanto cercato di lei...
Col gesto, immobile, chiusa nel nero mantello, Grazia allontana i servi. E, rimasta sola, si getta ginocchioni ai piedi del fratello, gli bacia le mani e, fra i singhiozzi che le scuoton la gola, dice disperatamente al fratello addormentato:
— Perdonami, perdonami, Marcello!
E rimane lì, piangendo sommessa, accucciata a terra, umile, pentita, sgomenta, a passarsi sui capelli, quasi per farsi perdonare senza attendere il risveglio, dolcemente, dolcemente, in una lenta carezza, la mano del suo povero fratello che dorme dopo aver tanto sofferto senza di lei...
XXXI. «HO IO IL DIRITTO DI AMARE?»
Nella notte Grazia non ha trovato pace nè riposo. Avute nel delitto contro il fratello la rivelazione e la certezza del suo amore, tutta la crudeltà del suo destino e tutta la precarietà del suo bene le sono apparse. È stata, or ora, a baciar su la fronte Marcello che dorme nella stanza accanto alla sua. Le giunge, dalla porta aperta, il suo respiro più calmo, eguale. Quanto deve già amare ella Claudio Arceri se ha potuto, quel giorno, lasciar Marcello in preda al suo orribile male senza soccorrerlo, senza volare da lui, col cuore in gola, appena chiamata, come sempre faceva al primo, al minimo allarme!... Ora è ferma davanti a un cassetto che ha socchiuso e da cui ha tratto alcuni medaglioni, vecchie miniature di famiglia. Lassù, in montagna, la notte è ancora fredda e un po' di fuoco è ancora acceso, brace, non più fiamma, nel suo camino. E Grazia s'accuccia a terra, in quel po' di calore, in quel po' di luce rossa. E l'atroce domanda è nel suo cuore:
— Ho io il diritto di amare?
Guarda i medaglioni ad uno ad uno. Sua madre... Suo padre... Due suoi fratelli... La piccola Anna Maria a quattordici anni... Morti tutti così... Condannati tutti dal medesimo male...
E d'un balzo è in piedi, rigida, tragica, contratto il viso e disfatto, con le mani convulse a stringere i medaglioni sul petto entro cui freme, in un ritmo precipitoso del cuore in tumulto, la terribile domanda che mille volte s'è fatta, che mai s'è fatta però così atrocemente come quella notte:
— Ed io? Io?...
E ricade giù, di piombo, abbandonata da ogni sua forza, accanto al camino, in quel po' di calore, in quel po' di luce rossa. E ricorda. Ricorda com'ella ha vissuto finora. Si rivede errante ogni anno nei paesi del sole, Nizza, Mentone, il Cairo; si rivede, nella calda stagione, nei paesi delle eterne nevi dove l'ossigeno difende la vita minacciata. Non è forse il male entro di lei? Può ella credere d'esserne miracolosamente immune, mentre suo fratello, di là, lotta già contro l'insidia ogni giorno, può illudersi solo perchè le cure prudenti e una previdente igiene hanno forse ritardato il giorno dell'aperta condanna? Può ella credere d'essere salva solo perchè ha voluto tentar di salvarsi?
E Grazia rompe in un lungo pianto disperato, dilaniata così tra l'estasi del suo amore e l'orrore della sua condanna...
XXXII. NO!
Condannata? Saperlo, saperlo... La mattina dopo, con un pretesto, al primo schiarire, Grazia è discesa, anonima, sconosciuta, alla città. È già lì, da un'ora, nella sala d'aspetto del clinico famoso, tra gli altri malati, altri dolori che attendono.
Grazia rivede Claudio Arceri, a quell'ora già intento al lavoro, al tavolino dove in un vaso di cristallo son le sue rose rosse nuove ogni mattina. E si rivede, come ieri ella era, nelle braccia di Claudio, nella prima stretta, nella prima felicità... E invece... La giovinezza, l'amore, la gloria... Dovere a tutto rinunziare!... Ed è lì, assorta, disperata e muta, mentre due lacrime le appaiono su l'orlo del ciglio e le scendon giù lungo le guance pallide, irrigidite, scarnite quasi, quella mattina, dall'atroce tensione d'ogni nervo, d'ogni muscolo...
Ora la chiamano. È il suo turno. Ha fatto al medico la domanda recisa:
— Voglio sapere, dottore... Posso io amare? Posso avere senza delitto una casa, figliuoli?...
Attento, tranquillo, solito, il medico la esplora, l'ascolta. Grazia spia ogni minimo moto del suo volto, tutta l'anima tesa, sospesa. Sul volto indifferente e abituato del grande clinico, solo un'ombra è passata, un istante: ma sùbito Grazia l'ha veduta, l'ha còlta. Tenta il medico qualche menzogna:
— Vedere... Aspettare... Il tempo...
Ma Grazia disperata e umile scuote il capo. Sa che la condanna è inesorabile e mentre si riabbottona il corpetto sussurra:
— Anche io... come gli altri...
Ancora il medico — c'è un po' di pietà anche nei cuori stoici — tenta qualche consolazione blanda:
— Non creda questo... Può guarire.. Molte cure... La giovinezza ha meravigliose forze di difesa... Potrà un giorno aver la sua casa anche lei, i suoi figliuoli... Lo credo... Lo spero... Ma aspettare... Aspettare molto tempo, certamente....
Scuote il capo ancora, Grazia, cercando nella sua borsetta il denaro del consulto. Perchè spreca il medico quelle parole?
— No, dottore... Sapevo già... Ma prima d'oggi non ho mai voluto sapere... con certezza... Ma oggi era necessario... Oggi non potevo, non dovevo più illudermi...
Ha tratto dalla borsa la busta col denaro: cinquanta lire. E la rimette al medico con un sorriso e un ringraziamento. Quanto costa poco la verità! Una vita sa di dovere a tutto rinunziare, di dover lentamente durare per aspettar solo la morte: cinquanta lire! La scienza, con breve esame, uccide il sogno, l'amore, un'anima, chiude tutto un destino... Nulla. Una piccola busta presa con un gesto indifferente... Cinquanta lire! È la commedia atroce delle tragedie chiuse in uno solo, delle ore tragiche con persone indifferenti... Non ostante la condanna data e ricevuta, due sorrisi, due inchini, un ringraziamento! E, vinta, finita, distrutta, Grazia è uscita, fuori, nella sala d'aspetto. Le forze tese fino a quel punto non la reggono più. Ed ella cade lì, su una poltrona, accanto alla porta che il medico ha richiusa dietro di lei per riaprirla, fra due minuti (il tempo di segnar l'incasso e il numero della consultazione su un registro), per riaprirla, fra due minuti, su un'altra angoscia.
Due bambini gracili, macilenti ed un signore a lutto sono seduti accanto a Grazia che trae a sè i due bambini e interroga il padre toccandoli al petto:
— Malati?
E il padre, coprendosi gli occhi col fazzoletto, dice due volte col capo di sì, di sì...
Ha fra le sue braccia, Grazia, i due bambini esangui, intimiditi e docili.
— Così sarebbero, pensa, i miei figliuoli...
Si asciuga le lacrime, bacia i bambini e si leva. Tende una mano pietosa — carità d'un povero a un povero, carità anonima e sublime — al padre che piange e gli dice:
— Coraggio!
E il signore a lutto, il vedovo, stringe quella mano e vi depone un bacio. Scuote il capo come per dire che coraggio ne ha avuto tanto, che ora non ne ha più... E china ancora il volto nel fazzoletto che trema nella sua mano...
XXXIII. PICCOLA FELICITÀ DA SOLA.
Mentre Claudio lavorava Rosetta è entrata. S'è sùbito guardata attorno, cercando, stupita...
— E Grazia?
Claudio le ha teso la lettera di Grazia: costretta da un affare urgente a discendere in città non potrà quella mattina andarlo a salutare... Manda il solito augurio di buon lavoro... Tornerà, certamente, nel pomeriggio...
Rosetta ha pregato Claudio. Poichè ella è sola Claudio non le farà l'offesa di non suonare solo per lei la musica composta quella mattina... Come può Claudio dire di no?... Ed è al piano, e suona... E Rosetta l'ascolta, intenta... E la musica, quella musica, le par più bella perchè è suonata stamattina solamente per lei...
XXXIV. SOLITUDINE AL GIARDINO PUBBLICO.
Accanto alla stazione, nel giardino pubblico ov'ella attende il treno per ripartire, Grazia è seduta su una panchina. Attorno a lei è un andare e venire di gente al sole della bella mattina, è un correre e un gridare di bimbi felici. Due, tre volte gli occhi le si riempion di lacrime nel guardare quello spettacolo di serenità, quella lieta primavera dell'anno e della vita. Due, tre volte ha sollevato il fazzoletto ad asciugare con rapido pudore quelle sue lacrime pubbliche. Un bimbo, la cui palla è venuta a cadere presso Grazia, la vede asciugarsi le lacrime. La tira per la veste e le chiede:
— Perchè piangi, signora?
E gli par così strano che ci sia qualcuno che piange lì; dove si viene ogni mattina, quando c'è il sole, per giuocare... Interroga già, quel bambino, come interroghiamo noi uomini: non per far dire agli altri ciò che loro preme sul cuore, ma per sapere noi, quando siamo curiosi... Ma il bimbo ha già in mano la palla... E, senza aspettar che Grazia risponda, già la tira, laggiù, ai compagni di giuoco che lo chiamano...
XXXV. ROSE BIANCHE E ROSE ROSSE.
Ora, mentre Claudio suona, Rosetta si leva e, preso il mazzo di rose bianche che ha portate con sè, le mette sul tavolino di Claudio dopo aver tolto dal vaso di cristallo le rose rosse di Grazia.
E, in una pausa della musica, spiega:
— Mettiamo qui, stamattina, le rose mie.... Quelle di Grazia sono già appassite...
XXXVI. «MADRE, CONSOLAMI TU!»
Nel giardino del convento della Collina Verde le piccole suore bianche sono in ricreazione. È l'ora in cui anche giuocare è malinconia. Vien su il crepuscolo da dietro la collina. Tramonta il sole laggiù, sotto quell'arco verde fatto dai pini, in un cielo di fiamme gialle.
Grazia è alla porticina del convento, appoggiata, esausta. Ha bussato e aspetta. E quando la suora guardiana apre il corpo di Grazia, senza più sostegno, cade dentro, nel convento, di piombo, come un corpo morto, come un corpo senz'anima, fra le braccia della suora che ha appena il tempo e che ha appena la forza di sorreggerlo...
Le altre suore sono accorse, tutte bianche attorno a Grazia tutta vestita di nero. Mentre vanno per il gran viale dei cipressi la sorreggono, quasi la portano. Chiedon con gli occhi trepidi alla piccola amica che cosa ella abbia, ma la piccola amica ha chiuso gli occhi e le labbra. Giungon così su lo spiazzo davanti alla Cappella. Anche la Madre Badessa corre incontro a Grazia. E Grazia, le mani giunte, le cade in ginocchio davanti:
— Madre, Madre, consolami tu, consigliami tu, col tuo Crocefisso!
E stringe nelle mani convulse, e bacia con le sue labbra frementi, il piccolo crocefisso d'ebano e d'avorio che pende lungo la gonna della Badessa. E questa, chiamandola appena con la voce bassa e commossa, le carezza i capelli da cui il velo nero è caduto. Non sa che dirle: sa che bisogna solo lasciarla piangere, così... E Grazia piange, piange, disperata, tutta scossa dai singulti, schiantata in tutta la sua persona e in tutta la sua vita, mentre le piccole suore, interrotte nei loro giuochi, fatte serie, timide e silenziose da quel dolore che vien da fuori a cercar rifugio là dove nell'accettazione dolore non c'è più, si avvicinano a piccoli passi, senza far rumore, al gruppo doloroso.
XXXVII. COLUI CHE HA A TUTTO RINUNZIATO.
Pallida figura di Cristo su la grigia parete della cella ove Grazia ha trascorso, in affannosa veglia, la notte... E, d'innanzi a Colui che seppe a tutto rinunziare, la Badessa e Grazia sono inginocchiate pregando.
Nella lunga meditazione notturna, con la lunga preghiera, la serenità è ritornata nel cuore di Grazia. Il suo dolore è, adesso, pacato e forte. Ella accetta, gravemente, eroicamente, nella speranza d'un bene ultraterreno più tardi, la rinunzia suprema. Sollevando gli occhi verso la Madre Badessa che, come una madre veramente, le accarezza i capelli, Grazia sussurra:
— Rinunzio anch'io... come Lui... Porto anch'io... come lui... la mia Croce!
Un'ultima debolezza ed ella s'abbatte piangendo su le ginocchia della Madre. Ma questa, dolcemente, con parole che invocan la grazia, la risolleva. E la piccola martire chiede, chiede alla Badessa, e chiede ancor più a Lui:
— Ma come, come vincere la tentazione?... Come resistere al mio amore?
La Badessa non risponde. Colui che ha a tutto rinunziato risponde in fondo all'anima della fanciulla con misteriose parole. Grazia e la Madre si son levate e sono uscite. Sono adesso nel giardino del convento, appoggiate alla balaustra, d'innanzi all'ampio paesaggio azzurrognolo della pianura laggiù. E Grazia dice:
— Laggiù, al piano, il sacrificio mi sembrava ieri tremendo.....
E china il capo su la spalla della Badessa che ancora, come una mamma inconsolabile nel consolare, le accarezza dolcemente e lentamente i capelli....
XXXVIII. UN BIGLIETTO.
Buon lavoro quella mattina, lavoro sereno, lavoro fecondo. Il domestico entra a portare a Claudio Arceri un mazzo di rose bianche. C'è, insieme, un biglietto:
«Poichè Grazia lascia appassir le sue rose voglio che sul vostro tavolino, accanto al vostro lavoro, sieno oggi, come ieri, le mie, fresche e nuove ogni giorno.
ROSETTA».
XXXIX. ARRIVEDERCI, SORELLE!
La mano della Madre è su la fronte di Grazia, per costringerla a levarla in alto, a guardar lassù, verso il cielo. Pensa ancora alle parole di Grazia: “Laggiù, al piano, il sacrificio mi pareva ieri tremendo...„. E la Madre le dice:
— E sai perchè qui il sacrificio ti par oggi meno terribile?... Perchè sei più vicina al cielo che promette al dolore ricompensa...
E lo sguardo di Grazia, estatico, è lassù, fisso in quelle nuvole bianche, in quelle nuvole d'oro di cui il sole nascosto s'ammanta, in quelle nuvole in cui le par di vedere apparire — un istante solo — Cristo tra gli angeli...
Ma è tardi. Bisogna andare. È attesa a casa. Marcello sarà in gran pensiero. E vanno per il gran viale dei cipressi, verso l'uscita. Grazia ripete ancora entro di sè la sua domanda: ma come vincere la tentazione, come resistere al suo amore?... E la luce si fa nel suo spirito, improvvisa... Un fantasma, un cavaliere dal lungo naso ridicolo e dal grande cuore eroico, è passato un istante, col suo sacrificio, nel suo ricordo... Ed ella dice, soffermandosi:
— Non ho che una via di salvezza: donare ad un'altra l'amore che avevo sognato per me...
Rivanno. Sono presso la porta d'uscita. Grazia passa tra i bianchi gruppi di suore: qualcuna ne abbraccia, tutte saluta... E quando le ha tutte raccolte attorno a sè ne abbraccia ancora due con un grande gesto che tutte vorrebbe stringerle al cuore:
— Arrivederci, sorelle!
E mentre, di nuovo rompendo in lacrime, si riavvìa con la Madre Badessa, le piccole suore bianche si guardano tra stupite e commosse:
— Che ha?... Che ha?
E Grazia, andando, dice alla Madre, alla madre di tutte:
— Sorelle veramente... Anche fuori di qui, anche con queste mie vesti... sono anch'io come loro... se anch'io ho a tutto rinunziato...
Nera, nascosta fra l'edera, è d'innanzi a loro la porticina del convento che la suora guardiana ha socchiusa...
Che sole c'è, fuori, nella mattinata di maggio!... E da quante mattine suor Ghiottona non ha più la sua cioccolata....
XL. SERENITÀ NELLA RINUNZIA.
E, sul piazzale davanti alla cappella, al sole, tra le rose in fiore, vanno, serene, placide e chete, le piccole suore. Quelle annaffiano i fiori. Quelle altre ne còlgono.
XLI. RINUNZIA NELLA TEMPESTA.
E la piccola porta del convento della Collina Verde s'è richiusa. Grazia vi si appoggia sentendo mancar le sue forze. Ha sul volto i segni della tremenda intima tempesta. Gli occhi sono fissi, vitrei, nel vuoto... fissi su la terribile visione...
... Rosetta al tavolino del musicista e Claudio che sfiora, con un primo bacio, la fronte della fanciulla...
... e Grazia ha le mani su gli occhi per fugar la visione. Poi li riscopre. Da fissi si fanno vivi, animati empiendosi di lacrime benefiche. E, in quel pianto silenzioso, senza singulti, il suo volto che si placa si china lentamente sul petto, assentendo, accettando...
Poi Grazia si stacca dalla porticina del convento, s'irrigidisce, s'innalza, si tende. Si chiude nel suo mantello nero. E così, chiusa, ferma, incrollabile, s'avvia verso il suo destino...
XLII. GELOSIA.
— Ho potuto fuggir di casa un momento anche stamattina...
Claudio la guarda. Sorride. Ringrazia. Com'è trepida, e ansante, la piccina... Ma come lo spirito di Claudio, pur se ha Rosetta vicina, è assente, è lontano... Aspetta, la piccina, una parola.... Quale parola?... Non sa. Ma l'aspetta. E ode, invece, Claudio domandare:
— Sapete se Grazia è ritornata?
Mortificata, tutta rossa in volto, gli occhi a terra, Rosetta si stringe nelle spalle, tra corruccio e ignoranza. Che pena nel suo piccolo cuore... E va, sola, verso la scrivania... Guarda la musica scritta quella mattina e leva gli occhi smarriti a interrogare Claudio che lentamente l'ha raggiunta.
— È il canto di Cirano che richiama nel cuor dei Guasconi, al campo d'Arras, la nostalgia della Guascogna lontana....
Come sempre Rosetta prende il foglio e lo mette sul leggìo, al piano, e vorrebbe che sùbito Claudio le suonasse quella pagina... Ma Claudio ritoglie il foglio dal leggìo e, rimessolo su la scrivania, siede a questa e dice:
— Quest'oggi, quando ci sarà anche Grazia...
Urtata, ferita, offesa, Rosetta tritura una rosa che ha nelle mani, ne stacca le foglie. Poi le getta a terra e, nel folle ardire datole dall'immenso dolore, osa levar la testa e la sfida...
— Perchè? Io non son degna?...
Accorre Claudio a lei, sorride, ride, protesta, le fa mille graziette per confortarla, per rassicurarla, per farla sorridere. Ma Rosetta non sorride. La sua gran pena a poco a poco si fa corruccio comico, broncio infantile. E mormora:
— Già... La Musa... è lei!
E scoppia a piangere... Dio, che pianto, che gran pianto disperato di bambina che vede crollare il mondo attorno a sè... Claudio l'ha presa fra le braccia, con tanta tenerezza, con tanto rispetto... Ma come, in quelle braccia, Rosetta si abbandona... È, nell'atto inconsapevole, la dedizione, l'offerta di tutta sè stessa. Claudio comprende. È perplesso, indeciso, smarrito a sua volta.
— A me, mormora Rosetta, a me voi non volete bene...
E Claudio, ridendo:
— Ma sì... ma sì... Vi adoro.
E col grembiulino le asciuga gli occhi, e poi la stringe forte — un po' troppo forte: ma se ne accorge dopo... — la stringe forte forte al cuore... Infine, quando la bambina è calma e il suo pianto non è più che un leggero affanno senza lacrime, Claudio siede al tavolino e prende un foglio di carta:
— Scriverò a Grazia affinchè venga oggi...
E scrive. Dietro di lui è Rosetta che lo segue con l'anima straziata. Claudio ha scritto e leva il foglio per piegarlo e chiuderlo nella busta:
— No!...
E la mano di Rosetta, da dietro le spalle del musicista, ha afferrato la lettera... In un attimo è già in cento pezzi... Claudio è balzato in piedi... Non è più sul volto di Rosetta un corruccio di bimba: è un tormento di donna... Ed esce dalle sue labbra convulse il grido della sua gelosia:
— Sempre lei, lei, lei...
E, folle, disperata, senza più saper che cosa faccia, getta sul volto di Claudio, con violenza, i pezzettini della lettera lacerata. Poi prende la sua sciarpa e ne avvolge la testa. Fugge. È già su la porta. Claudio, inchiodato dallo stupore, è fermò lì, alla scrivania. Rosetta si volge. Lo guarda ed esita un istante. Poi corre a lui e gli cade in ginocchio davanti:
— Perdono!
E gli bacia la mano... E, prima che Claudio abbia potuto risollevarla, prima che Claudio abbia potuto sottrarle la mano, il perdono è chiesto, il bacio è dato...
E la bimba è fuggita.
XLIII. IL RITORNO.
— Prego per tuo fratello, signorina!
Grazia è nel giardino della sua casa, al momento del suo primo ritorno dopo la condanna. La vecchietta della minestra le bacia la mano benedicendola.
— No, non pregare solo per lui... Prega anche per me...
E ha la mano su la spalla della vecchietta che la guarda e non comprende:
— Eh, tu non ne hai bisogno... Tu sei buona e sei felice....
Si appoggia tanto su la vecchietta — lei che è felice — che quasi è per cadere... Ma il fratello appare lì, sotto l'arco della porta, il sorriso caldo, le braccia tese:
— Grazia...
E Grazia si solleva. Un'energia immensa ritorna in lei. Sorride, ride, corre al fratello, spensierata, felice...
— Eh, che cattiva?... Come mi son fatta aspettare... Ma in città mi hanno trattenuta!... Iersera poi hanno voluto condurmi a teatro... Che ridere!
Marcello guarda il suo abito nero, i suoi veli neri.
— A teatro? Così?
E Grazia, un istante, è perduta... Ma si riprende:
— Sì, così... Sai, io non ci bado... E poi, ero in fondo al palco. Ma mi son divertita lo stesso... Che ridere!
Che ridere! E ancora ride, ride, ride, ride nello spasimo convulso, ride nella frenesia, ride sino a scoppiare in dirotte lacrime... E il fratello è a lei, ansioso:
— Che hai? Che hai?
Ma Grazia si riprende, si domina con uno sforzo sovrumano. E, poichè il domestico è apparso su la soglia della sala da pranzo, il volto di lei si rasserena, il sorriso negli occhi umidi ritorna e Grazia grida, battendo le mani e trascinando Marcello:
— A tavola! A tavola!
XLIV. PETTEGOLEZZI PROVINCIALI.
Le amiche di Grazia, nei loro chiari abiti primaverili di mussolina o di percalle, tra le spalliere fiorite del piccolo giardino provinciale, son tutte lì, raccolte attorno ai quattro «amici del dopopranzo».
— Io dico che il grande musicista, esclama il farmacista, a Collina Verde ci prende moglie!
— Ed io dico che sposa o Grazia o Rosetta!
Che risata accoglie la bella scoperta del maestro di scuola....
— Seneca ha parlato...
— Ma bravo! Ma che testone!
Grazia o Rosetta. Bella scoperta! Su questo sono tutte d'accordo... Ma il difficile è sapere quale delle due sposerà.
— Grazia o Rosetta?
— Ai voti! Ai voti!
Tutti scrivono su un biglietto un nome e il farmacista va attorno raccogliendo i biglietti nella sua papalina dal fiocchetto scozzese: un regalo di Grazia, l'anno scorso, per il suo onomastico...
Il conte Spada fa, dignitosamente, austeramente, da gran signore, per l'onore di tutti i suoi avi, lo spoglio dei voti:
— Undici voti per Grazia e tre per Rosetta!
La maggioranza — come tutte le maggioranze — applaude. Ma bisogna sapere di più. Votare non basta. Bisogna ficcare il naso nei fatti altrui. E don Giovannino è l'uomo indicato: deve andare da Grazia, spiare, sapere come vanno le cose, chi prevale, chi vince... E in un gran tramestio di ragazze don Giovannino è mandato via, via, sùbito, in servizio d'informazioni.
XLV. LA CANZONE DEI GUASCONI.
— Addio Rossini! Addio Verdi! Addio Wagner! Addio Debussy! Addio Mascagni e Puccini!... Oramai non c'è più che un solo musicista al mondo: Claudio Arceri...
Grazia s'era appena seduta al piano, prendendo e aprendo sul leggìo uno spartito — di Claudio, naturalmente — quando lo scherzo e il riso di suo fratello l'hanno raggiunta e fermata. Marcello l'ha presa fra le braccia; e ora, mentre Marcello ride e mentre gli occhi di Grazia si riempion di lacrime, fratello e sorella son lì, guancia contro guancia.
— Riverisco...
È don Giovannino. Ma fa una pessima entrata. Una maledetta lettera — una lettera, certo, di Claudio Arceri — toglie ogni effetto al suo ingresso bene preparato richiamando tutta l'attenzione di Grazia balzata sùbito in piedi e corsa sùbito a toglier la lettera dal vassoio. Scrive Claudio alla Musa per avvertirla che ha finito di comporre il canto in cui Cirano richiama nello spirito dei suoi Guasconi, al suon del piffero, la casa natìa, i lontani ricordi della terra lontana. Crede che gli sia sgorgata dall'anima, in un'ora benedetta, la pagina migliore dell'opera, il canto più commosso e più profondo. E la lettera conclude dicendo: «Voglio che voi siate la prima ad ascoltarla e vorrei che voi poteste anche esser la sola...»
Grazia ha richiuso la lettera. È indecisa, divisa in una lotta atroce... Ricorda la sua paura: «Come vincere la tentazione?... Come resistere al suo amore?...». E ricorda anche la decisione del suo cuore eroico e disperato. È l'ora di mettere in opera il suo folle proposito... Sì, sì... Si vede accanto, ridicolo nella tragedia, smorfia grottesca nella sua angoscia, don Giovannino... Ma anche uno sciocco può essere utile. E, oggi, don Giovannino è utilissimo. E il ganimede paesano, che si guardava le scarpe per vedere se luccicavano bene, si sente interpellare da Grazia:
— Voi, don Giovannino, verrete con me...
E don Giovannino, levandosi per assentire, ha fatto appena appena in tempo a inchinarsi davanti alla porta che si richiudeva su Grazia.
XLVI. TRAGEDIA SENZA PAROLE.
Un'ora dopo, nello studio del musicista, sono raccolti Grazia, Rosetta e don Giovannino. Appena l'ha veduta entrare con don Giovannino Claudio, a bassa voce, in un angolo, ha rimproverato Grazia:
— V'avevo pur detto che avrei voluto che foste sola...
Povera Grazia! Che stretta al cuore! Ma non risponde e riesce a non rispondere perchè Rosetta — impaziente, smaniosa di sentir la musica ma anche d'interrompere il colloquio — ha spinto Claudio verso il pianoforte ed ha aperto la musica sul leggìo. Il maestro comincia a suonare. E accanto a lui rimane Rosetta, intenta, tutta presa dalla dolce melodìa, a mano a mano sempre più china su lui. E lo sguardo di Claudio, sollevandosi dai tasti a cercar le note e i segni sul foglio, incontra sovente gli occhi di Rosetta, fissi, accorati, immobili, con le pupille sempre più velate di pianto.
Rimasta indietro, a metà stanza, Grazia, alle prime note suonate da Claudio, s'è irrigidita, s'è tesa. Attratta dalla musica, sospinta dal suo amore, ella avanza, lentamente, verso il musicista. Ed ha sul volto l'estasi del suo amore e la rivelazione della musica sublime. Di tanto in tanto, alle cadenze più belle e più gravi, Claudio si volge a guardarla. I loro occhi s'incontrano e la loro commozione. Bella, divinamente bella nel suo palpito e nel suo fremito, Grazia, in piedi dietro di lui, è la musa che tremando ascolta il divino canto del suo poeta.
In punta a una sedia, in disparte, le mani su le ginocchia, il volto teso in avanti, anche don Giovannino forse sente quella bellezza e sembra ammirarla: a modo suo, con una faccia stonata da imbecille.
Sul volto di Grazia torna l'ombra della sua condanna a spezzare d'improvviso l'estasi e il sogno. Torna nella sua anima la voce profonda a dirle la necessità di separarsi per sempre da lui e, come inorridita dal pensiero di ciò che sta per fare, lentamente... lentamente... si stacca da Claudio... dal suo sogno... dalla sua vita... e indietreggia... indietreggia... Don Giovannino, rapito a sua volta dalla musica, si punta su le gambe e su le braccia e, come se una forza invisibile lo sollevasse, lentamente sorge in piedi. Grazia, indietreggiando per uscire, se lo trova lì, accanto. Lo guarda. E lo vede scuoter la testa a destra e a sinistra, segnando il ritmo della musica, e lo sente dirle all'orecchio:
— Che bel tempo di «fox trott»!
Grazia ha nel corpo un sobbalzo di indignazione contro quell'imbecille e sul volto il disgusto e l'ira. Ma poi muta, d'improvviso. L'idea del sacrilegio le balena nell'anima. Ed ella guarda don Giovannino con un sorriso ambiguo e oscuro. Proprio in quel punto Claudio si volge dal pianoforte come a cercare Grazia, come a chiedere il suo consentimento. E questo supremo contatto dei loro spiriti ha deciso Grazia che risponde a don Giovannino approvando:
— Sì, sì, un «fox-trott»...
E gli offre le braccia, per ballare. Don Giovannino — che, dopo tutto, ha buon senso — è riluttante: gli par che non stia bene, che di ballare non sia il caso... Ma Grazia lo prende, lo trascina, lo domina. E il passo di «fox-trott» incomincia. Mentre Grazia e don Giovannino ballano Claudio continua a suonare. Due, tre volte si volge a guardare Grazia che balla. Il suo volto si oscura e i suoi occhi son febbrili e torbidi. Due, tre volte Grazia, a quello sguardo, si arresta. La musica e l'amore la riprendono. Il suo volto si trasfigura. Ma quando Claudio è per tornare a voltarsi Grazia riprende il ballo. Ora, d'un tratto. Grazia si sente mancare e quasi si rovescia nelle braccia del suo cavaliere sbalordito, il quale vorrebbe chiamare, dar l'allarme. Ma, con uno sforzo disperato, sùbito Grazia si riprende:
— Nulla, nulla... È passato... Avanti!
E ancora balla. E ancora una volta Claudio si volge a guardarla. Ancora una volta Grazia ha una sosta ed un gesto disperati. Ancora una volta Grazia riprende a ballare.
La musica spezzata in uno strappo, il colpo secco del coperchio richiuso e Claudio è in piedi, fremente, fermo, le braccia incrociate sul petto, guardando Grazia che, senza musica, continua ancora qualche passo. Poi, come se solo in quel punto avesse visto Claudio in piedi fisso a guardarla, si scioglie dal suo cavaliere. È per cadere. Fa due passi indietro e cade, infatti, su una poltrona. Rosetta e don Giovannino si slanciano verso di lei per soccorrerla. Ma, di nuovo, ella è sùbito in piedi. È stanca, affannata, ma tuttavia ride, si fa vento con un foglio di musica preso lì, sul tavolino. Claudio, sempre immobile, la guarda, conserte le braccia, il dorso al piano, finchè Grazia avanza verso di lui e gli parla, con voce e parole qualunque:
— È molto bello, signor Arceri, quello che avete suonato...
I due si guardano nelle loro due disperazioni, ma Grazia non regge allo sguardo di lui. Si fa dare la sciarpa, i guanti, il cappello. Si prepara, sorridendo, per andarsene. Sempre immobile, Claudio la guarda, conserte le braccia, appoggiato al piano. E Grazia, nel suo tumulto, col passo che le manca, col cuore in gola, con un sorriso straziante sul volto, fatto col capo un leggero cenno di saluto a Claudio, indietreggia, indietreggia sempre più sotto lo sguardo di Claudio che, immobile, con le braccia conserte, appoggiato al piano richiuso, la fissa, la fissa in una spaventosa e impassibile incredulità. Rosetta è tornata a mettersi accanto a Claudio, mentre don Giovannino, povero diavolo, impacciato, timido, senza aver capito ancora nulla, rigirandosi il cappello fra le mani e i perchè nella testa, ha seguito Grazia ed è uscito con lei. E, non appena Grazia è uscita, Claudio cade di piombo su lo sgabello del piano, desolato, i gomiti su le ginocchia, il volto nelle palme, mentre Rosetta si china su lui e, timidamente, leggermente, comincia a carezzargli i capelli...
Fuori nel giardino, don Giovannino vorrebbe condurre via Grazia, ma la voce di Grazia sibila:
— Voi andatevene... Ma andatevene, vi dico...
E mentre don Giovannino dilegua all'angolo del viale — che roba e quante cose da raccontare! — Grazia striscia lungo il muro del Castello per andare, non sentita, verso il finestrone dello studio di Claudio. E lo vede che s'è levato proprio in quel punto, con le mani e gli occhi in aria. Giunge a lei la sua parola disperata:
— E io, io che nel mio spirito l'avevo collocata così in alto!
Rosetta gli si fa sempre più vicina, lo fa sedere e gli è accanto, un braccio su la spalla di lui, la parola dolce per confortarlo:
— La vostra musica è divina...
Ma Claudio leva il pugno, fissando lo sguardo là dove Grazia poco prima ballava:
— Ha offeso l'artista... Ha ucciso in me il sentimento dell'uomo...
Quale disperazione quella di Grazia, fuori, in giardino! E quale trepida attesa quella di Rosetta, che ancora aspetta una parola per sè e ancora ode parole per Grazia, vede dolore, per Grazia, orrore, per Grazia... Sempre Grazia, Grazia, Grazia!... E il pianto la stringe alla gola e le lacrime le cadon giù, d'improvviso, in uno scoppiar di singhiozzi... Solo allora Claudio si volge e si avvede di lei, solo allora le toglie il fazzoletto dagli occhi e, sollevatole il mento, la guarda... Ma Rosetta scuote il capo, dolorosa ed umile:
— Io... io non vi basto...
E i singhiozzi la riprendono. E Rosetta abbandona la fronte su la spalla di lui che si volge a guardarla, che di nuovo le solleva il capo e fa levare in piedi la fanciulla. Lentamente gli occhi si cercano. E la fronte di Rosetta va verso Claudio, incontra il labbro di lui ed è un bacio... Un bacio? No... L'ombra d'un bacio, il presentimento d'un bacio, un bacio che promette e spera l'amore, ma che non è ancora l'amore...
E, fuori, le spalle al muro della casa, aperte le braccia in croce, rovesciato il capo indietro come in una crocefissione, Grazia si allontana, si allontana, strisciando contro la facciata della villa, si allontana e si perde, sacrificata, distrutta, scomparsa dalla vita di Claudio, si perde laggiù, nell'ombra della notte che viene, che viene nella sua anima e su quel giardino.
XLVII. LONTANI, DIVISI... POCHI GIORNI DOPO.
— Che belle, che belle cose sa scrivermi... Leggi!
Sono nella casa di Rosetta, il cui balcone dà sul giardino e rievoca il balcone di Rossana tutto coperto com'è d'edera e di gelsomini. Seduta a terra su un cuscino, poco distante da Grazia, Rosetta leggeva una lettera, felice... E, trascinandosi a terra, ha portato a Grazia la lettera di Claudio affinchè la legga anche lei... Grazia ha respinto con la mano la lettera. Ma Rosetta insiste.
— Senti. Leggo io... «Le tue parole, Rosetta, son la rugiada del mattino sui fiori chiusi dell'anima mia. Tu sola, tu sola sai dire queste divine parole che aprono al cuore l'infinito del sogno. Per il bene che le tue parole fanno alla mia anima e al mio lavoro, che tu sii sempre, amatissima mia, fra tutte benedetta!...» Ah, è bello sentirsi dir queste cose, da lui... Ma mi sento tuttavia umiliata, scontenta... Io so amare, ma scrivere non so... E se tu non scrivessi per me....
Grazia, che non s'era mai mossa, toglie adesso dal seno una lettera già pronta:
— Tieni... Ecco la risposta. L'avevo già preparata... Puoi mandarla...
E si stringe fra le mani la testa di Rosetta, più che per abbracciarla, per nascondere il suo dolore agli occhi della fanciulla che, incuriositi e spauriti, la cercano...
Rosetta intanto ha preso le mani di Grazia por portarle alle sue labbra. E le dice, fra i baci:
— Tu, tu ci hai insegnato ad amarci... Tu, tu mi hai fatto amare da lui... Se tu non gli avessi detto per me tutto quel bene che io non riuscivo a fargli capire, io, poveretta, a quest'ora... Mi credeva una bimba... Ma tu gli hai detto: Badate. È una donna.
E Grazia, straziata ma eroica, si china su lei e le fa levare il volto per incontrarne gli occhi:
— E non sei forse felice?
Oh, sì, sì, è tanto felice, Rosetta... E come si fa piccina fra le braccia di Grazia... Sì. È una donna, come ha voluto far capire a Claudio... Ma quando è lì, ai piedi di Grazia, fra le sue braccia, no, non è più una donna, ma è semplicemente una bimba, una povera bimba felice, una bimba che si sente venir voglia di piangere, tanto è grande la sua felicità...
XLVIII. E UNA SERA...
Son presso il balcone, nell'ombra della sera d'estate ancora senza luna e tutta stelle. Grazia ascolta. Rosetta legge:
— Scrive così: «Sì, piccola amata, verrò stasera nel tuo giardino, alla tua finestra. Verrò ad ascoltare con l'anima piena di tenerezza le parole che solo tu sai dire... Quando mi scrivi, quante cose mi dici... Ma quanto taci, quando sei con me... La timidezza, mi dici, fa tacere il tuo labbro... Ma stasera, nell'ombra del tuo giardino, sotto il gran velo nero della notte, tu saprai certamente parlare, tu saprai aprirmi, Rosetta, tutto il tuo cuore...».
Grazia è immobile, impassibile. Sempre così — osserva Rosetta — quand'ella le legge le lettere di Claudio... Ma per quanto sia bello ciò che Claudio le scrive Rosetta è preoccupata. Tortura la lettera e dice all'amica:
— Tu hai voluto dargli questo appuntamento... Ma ora, ora che cosa gli dirò?
Grazia la prende fra le braccia per stringersela al cuore:
— Guarda... Rimarrò qui, con te, nell'ombra della stanza, accanto alla finestra... Suggerirò io le tue parole... E poi, vedrai... Poichè lo ami ne troverai tante anche da te...
Batte le mani, Rosetta... È felice... Sì, sì, così... È carino, è molto divertente... Corre sul balcone a guardare se Claudio giunga e ritorna ancora a Grazia immobile e rigida presso l'arco del balcone:
— È carino, molto carino... Proprio come nel Cyrano...
Un pensiero la ferma a questo richiamo; e, levato un ditino in aria, Rosetta sorridendo ammonisce Grazia:
— Ma bada: Cirano amava anche lui Rossana...
E a queste parole Grazia scoppia a ridere, a ridere, a ridere...
— Ma io non amo Claudio... E appunto per questo Cyrano non c'entra...
S'ode laggiù lo stridìo d'un cancello che s'apre.
— Va... È lui.
Rosetta è volata sul balcone. Guarda nell'ombra. Ascolta gli echi dell'ombra. Grazia è rigida, appoggiata allo stipite, la morte nell'anima e l'impassibilità sul viso.
Nel giardino Claudio avanza, cauto. Scricchiola, leggero, il suo passo su la ghiaia. Tende sempre più, Rosetta, l'orecchio... Ora il passo è più vicino, sempre più vicino, riconoscibile... Sì, è lui... E Rosetta rientra per avvertire Grazia.
— Eccolo!... Eccolo!
E per raccomandarsi un'ultima volta, le mani giunte:
— Fido in te... Per carità!
E Grazia, violenta, la spinge fuori...
— Ma va... va... va...
C'è lì sotto — pare — un'ombra... A bassa voce Rosetta manda giù le prime parole:
— Claudio... Sei tu?
E, da sotto, la voce bassa risponde:
— Sì... Sono io..., Rosetta...
Claudio stende la mano cercando nell'ombra quella di Rosetta che l'affonda a sua volta giù nell'ombra a cercar la mano di Claudio. Ma le due mani non si trovano...
— Troppo alto..., mormora Rosetta.
Troppo alto, sì... Ma Claudio è salito sopra una panchina e le mani si trovano finalmente e si stringono. E Claudio copre di baci la mano di Rosetta. E quella di Rosetta trema e lentamente si ritrae... Poi la voce di Claudio vien su:
— E ora parlami, parlami, piccola amata!
Ma Grazia, che non credeva di dover suggerire anche le prime parole, tace. E la mano di Rosetta s'agita dietro il suo dorso per chiamarla in aiuto... E Grazia si china a suggerire... Fra l'edera Rosetta abbassa il volto e getta giù a stento, ad una ad una, così come le coglie, le parole di Grazia. Giù Claudio ascolta. Ora Grazia, sempre nascosta, avanza, si avvicina, parla più basso, più fitto. E Rosetta, impacciata, smarrita, ripete, come può, alla meglio o alla peggio. Di tanto in tanto, da sotto, Claudia risponde:
— Come ti amo, Rosetta, mia musa, mia compagna, mia sposa!
E le parole cadono come colpi di clava sul capo e sul cuore di Grazia irrigidita nello spasimo... Sale ancora la voce di Claudio dal giardino notturno:
— Non parlar più. Rosetta... La notte è così dolce... E sa dir tante cose anche il silenzio, quando si ama...
Silenzio infinito della notte infinita... Ora la luna è apparsa. E i cipressi del viale si profilano sul cielo d'argento; e là sul piccolo lago sono i bianchi cigni addormentati col capo sotto l'ala. Un treno passa, nel silenzio, col suo rombo lontano, riempiendo il silenzio col suo fragore immenso e solo. Poi, passato il treno, tornato più grande di prima il silenzio, ancora la voce di Claudio riprende:
— E vuoi tu, Rosetta, che in questa notte divina il nostro amore abbia il suo primo bacio?...
Trepida, commossa, Rosetta non sa che dire... Si volge a interrogar Grazia con gli occhi... C'è prima un istante di silenzio. Poi, bassa, soffocata, la voce di Grazia, precipitosamente, risponde:
— Ma sì, sì, sì, digli di salire...
E Rosetta chiama, soffocando le parole nell'edera e nel pudore:
— Claudio... Sali...
E mentre Claudio dà la scalata Rosetta, intimidita, vergognosa, s'è rifugiata dentro, nella stanza, tra le braccia frementi di Grazia. Come, come tremano le braccia di Grazia... Dovrebbe Rosetta sentire... Ma sì... Come sentire?... Trema tanto anche lei...
Ora Claudio è per apparire al davanzale... Già la sua voce, che chiama, è più vicina... E Grazia spinge Rosetta verso Claudio che appare:
— Va, va, bacialo, bacialo, bacialo il tuo amore!...
E mentre Rosetta va, Grazia, quasi istintivamente, l'ha seguita. Esce anche lei sul balcone, ma sùbito si rigetta indietro addossandosi alle persiane aperte... E, a bassa voce, parlando solo a sè stessa, nell'orrore dell'infinita rinunzia, sospira e geme:
— Bacialo, bacialo, il «mio» amore!...
E lì, al davanzale, nel chiarore lunare, Rosetta e Claudio avvicinano le teste e le bocche. E lì, alla finestra, nell'ombra, Grazia chiude gli occhi per non vedere, per non vedere la cosa orrenda e divina. E si muove e indietreggia, e prima è sotto l'arco della finestra, e poi rientra nella stanza e, con gli occhi sbarrati, le braccia tese a respingere, indietreggiando, Grazia affonda, affonda lentamente, affonda sempre più profondamente nell'ombra della stanza, mentre lì, fuori, al balcone, nel raggio lunare, tra l'edera e i gelsomini, continua nel bacio il colloquio degli amanti.
XLIX. CHIACCHIERE IN PIAZZA.
— Sapete la grande notizia? — Rosetta è fidanzata... — E Grazia? — Grazia niente... — Chi l'avrebbe mai detto?... — Ma la notizia è vera? — Verissima! — Non si temono smentite! — L'agenzia di don Giovannino gode d'un credito meritato... — Meritatissimo... — E c'è di più... — Di più? — Che c'è? — Dite. Non ci fate morire di curiosità... — C'è... c'è... — Che c'è, in nome di Dio?... — Non ci vedete sospese alle vostre labbra? — C'è... c'è... — Parlate! O vi uccidiamo... — C'è un ballo... — Un ballo? — Sì, un ballo mascherato... — Dove? Dove? Dove? — Da Rosetta? — No, da Grazia. — Davvero? E quando? — Per celebrare il fidanzamento della sua amica col grande maestro... — E perchè in maschera?... — Perchè è in onore dell'autore del Cyrano... Anzi non si chiamerà un ballo: si chiamerà una «festa ciranesca»... — In maschera? Già, in maschera... — Maschere sul viso e maschere sui cuori... — Che vuoi dire dicendo così?... — Voglio dire che questo ballo offerto da Grazia è proprio in maschera... Maschera con questo ballo il dispetto che il matrimonio le fa... — Ma no! — Ma sì! — Anche Grazia era innamorata del grand'uomo... — Ma sì! — Ma no! — E il grand'uomo, invece, s'è innamorato di Rosetta... — Ecco che cosa vuol dire fidarsi delle amiche... Vi portan via le migliori occasioni... — Ma no! — Ma sì! — E tu non mi star sempre attorno, sai... Io non sono mica come Grazia... Io ti rompo il muso... — Ma lo rompo io a te... — Tutte chiacchiere, queste... Grazia non è mai stata innamorata del maestro. — Sì, sì, sì... Lo è stata... — No... no... no... Non lo è stata...
E può continuare, così, all'infinito...
L. DOMINO BIANCO, DOMINO NERO.
Alla festa ciranesca che, nelle sale della sua villa e nei viali del suo giardino, Grazia ha voluto offrire a Claudio Arceri e a Rosetta fidanzati e felici, le due fanciulle interverranno in domino. Son già pronte, in décolleté, aggiustato l'ultimo capello, dato l'ultimo velo di cipria. È il momento d'infilare i domini. Ce ne sono sul divano due: uno bianco e uno nero. Claudio offre quello bianco a Grazia che corregge il suo errore:
— No. Quello bianco è di Rosetta. Il mio è nero.
E le due donne aiutate da Claudio indossano i domini: Grazia il nero, Rosetta il bianco.
Gli «amici del dopo-pranzo» girano intanto per le sale che già si affollano. Maschere non ne hanno trovate e Grazia li ha autorizzati a venire così: don Giovannino e il conte Spada con due fracs fuori moda ma irreprensibili e il farmacista e il maestro di scuola con certi palamidoni lunghi e larghi da ricoprirci una famiglia intera.
— Olà!
Su la soglia d'una porta dàn di petto in un omaccione gigantesco con certi baffi che fan paura e un naso lungo che sembra far da battistrada al resto della persona un quarto d'ora prima che passi.
— Chi è? chiede il farmacista impaurito.
— È Cirano, spiega, saputello, don Giovannino.
E Cirano va attorno per la sala grande urlando versi con un vocione stentoreo che fa tremar le vetrate:
Questi sono i Cadetti di Guascogna di Carbonello di Castel Geloso...
LI. LA SUA CONDANNA.
Mentre giù le sale sono già piene di invitati — straccionerie pittoresche dei Guasconi e provinciali eleganze del bel mondo di Collina Verde — e mentre già un'orchestrina, nella sala maggiore della villa, eseguisce i brani più popolari delle opere di Claudio Arceri, Grazia, già pronta, è stata chiamata in camera del fratello.
— Grazia, io non sto punto bene, stasera... Se avessi saputo di peggiorare così ti avrei chiesto di rimandare la festa...
Umiliata e confusa Grazia gli si avvicina teneramente a sfiorargli con la mano la fronte:
— Eppure sembri stare discretamente... La febbre non è alta...
Ma il fratello respinge quasi con violenza la mano di lei:
— Dici così per te... Per essere tranquilla... Ma non è vero!