Il Bacio di Cirano (continued 2)
Reading edition
Che strazio nel cuore di Grazia sotto quelle parole, sotto la frustata di quelle parole che sono la verità e la sua condanna! Marcello le ha ripreso la mano e gliel'ha fatta riappoggiar su la fronte:
— Senti... senti come brucio...
Poi la trae tutta a sè, tenero e disperato, quasi chiedendole un miracoloso aiuto:
— Sorellina, sorellina mia... Abbi pietà...
E Grazia è a terra, stretta a lui, infinitamente stretta a lui, volto contro volto, affanno contro affanno...
LII. I PIFFERI DI GUASCOGNA.
In un angolo del giardino — al Padiglione ridotto a serra e quella sera a buffet — c'è un concertino di pifferi e di tamburi. Sono i pifferi e i tamburi dei Guasconi, le musiche del campo di Arras: canzoni dei paesi lontani, vecchi canti di Linguadoca, richiami di nostalgia, le più appassionate e commosse melodie escite dalla fantasia di Claudio. Ha voluto, Grazia, che quelle canzoni fossero eseguite quella sera così, in quella forma suggestiva, fra gli alberi, nella notte lunare, da quei Guasconi distesi a terra sui larghi mantelli, tutti attorno a Cirano...
LIII. IL SUO GRAND'UOMO...
E Claudio è lì, con Rosetta avvolta nel suo domino bianco, ad ascoltar quelle sue musiche ch'egli ama. E tutta la folla silenziosa, raccolta intorno, è presa da quel suono di pifferi e di tamburi, da quel canto di malinconia e di guerra. Claudio stesso sente, quella sera, come non sentì prima a tavolino, tutt'il misterioso e irresistibile potere di quei canti. E come si stringe, commossa, Rosetta al braccio di Claudio, com'è felice nel suo amore, come sarà bello divider tutta la vita con lui, esser partecipe di tutte le sue battaglie e d'ogni suo trionfo, com'è orgogliosa del suo grande artista ch'ella adora, del suo grand'uomo che l'adora!...
LIV. «AH, QUESTA MUSICA...»
Entra la canzone di pifferi e di tamburi nella stanza di Marcello per la finestra aperta...
— Ah, questa musica, questa musica che viene dal Padiglione... Chiudi! Chiudi!
Grazia ha chiuso ed è ritornata ai piedi del fratello disteso su la chaise-longue: odia il letto da quando sa di dovervi un giorno — assai presto — morire... E a Grazia Marcello dice, quasi scusandosi:
— Non posso sentire... Perdonami... Quella musica mi snerva...
Scoppia a piangere, infatti, tanto è snervato. Il male lo riprende con un attacco di tosse. Si picchia il petto lacerato, dilaniato:
— Ho il fuoco... il fuoco... qui...
Si volge alla sorella esterrefatta... Le afferra con violenza il domino quasi volesse strapparglielo di dosso:
— E tu, tu, tu sei vestita così...
Grazia si toglie il domino. Peggio. Le rimane l'abito da festa, con le spalle nude. Grazia ha paura dello sdegno di Marcello. Vorrebbe coprirsi... Cerca attorno e non trova.. Ma la voce di Marcello è dolorosa e pacata:
— E anche senza domino, vestita così... Ma è giusto che tu sii vestita così.. tu che stai bene... tu che vivrai...
È umiliata, Grazia, è disfatta e si fa piccola piccola e trova lì, a terra, un mantello nero del malato e, pavida, vergognosa, ne avvolge e ne copre le spalle nude. La voce del fratello geme:
— Còpriti, còpriti... Non voglio, non posso vedere...
E la risposta di Grazia, umile, bassa, sussurrata appena:
— Son coperta... Càlmati...
Lo sguardo di Marcello si volge su lei. Le braccia avvolgono e l'attirano a un bacio:
— Così va bene... Perdonami, Grazia... Ma promettimi, promettimi che non andrai se non starò meglio, se non sarò più calmo...
E Grazia promette. E copre di baci, di piccoli baci innumerevoli, la mano ardente di Marcello.
LV. LA «FESTA CIRANESCA».
Nel giardino e nelle sale la «festa ciranesca» è nel suo pieno splendore, ma, non ostante l'eleganza e la signorilità che Grazia ha cercato di conferirle, è una festa paesana, chiassosa e disordinata. Quel mondo di provinciali in festa s'è diviso in due gruppi: quelli che vogliono veder tutto e sono in un continuo andirivieni che fa un gran chiasso e un gran disordine e quelli che non osano veder nulla e restano lì, per ore e ore, dove il caso della prima entrata li ha messi, su una poltrona, su una sedia da giardino, sotto l'arco d'una porta o appoggiati al tronco d'un albero. Quelli che sono mascherati sono i più vivaci. Nei giorni passati Grazia ha fatto loro provare come si dovevano divertire per divertire gli altri. E c'è Ragueneau che distribuisce paste e marrons glacés... E ci sono i cuochi della Rosticceria che sfornano, in un riflesso di lampadine rosse, grosse torte che, tagliate a fette, spariscono in un batter d'occhi. Qua e là, per le sale, i Guasconi intrecciano a duello gli spadoni. E c'è un gran roteare di colpi che sovente non cadono su le spalle dei duellanti ma su quelle degli invitati. Ne ha preso uno, curiosando, il maestro di scuola, così forte da fargli credere d'aver lussata una spalla. Azzimato nel suo frac, la bocca piena di pasticcini, don Giovannino si pavoneggia in un gruppo di damine secentesche. Il conte Spada, che è gran signore e gran lettré, gli ha detto or ora:
— Queste damine dovrebbero essere le précieuses ridicules dell'Hôtel Rambouillet... Ma le preziose son loro e il ridicolo sei tu...
Olà! Voleva, don Giovannino, protestare, ma voltandosi s'è trovato davanti il naso formidabile di Cirano che continua a andare su e giù pei salotti gridando con la voce stentorea:
Questi sono i Cadetti di Guascogna, tutti spavalderia, tutti menzogna...
E il conte Spada è fra le signore attempate che fan da tapisserie attorno alla sala con certi décolletés di raso dai colori violenti che sembran tavolozze di pittori futuristi: e c'è la moglie del sindaco, e c'è quella del preside del liceo, e c'è la signora del ricevitore delle imposte: il fior fiore, insomma, della buona società di Collina Verde. Ci sono anche le ragazze che son più carine, certo, e più ben vestite che le mamme. Ma chi le trova più le ragazze? Sono tutte, da un'ora, attorno a Claudio Arceri. A distanza, sì, perchè Claudio è con la sua fidanzata; ma attorno. E dove va lui arrivan loro.
Ha girato da per tutto, Claudio Arceri, alla ricerca di Grazia. Ha chiesto apertamente di lei ai quattro «amici del dopo-pranzo» ma nessuno l'ha vista e tutti se ne meravigliano: una festa così, senza padroni di casa... Una vera sconvenienza: ha detto don Giovannino, con la bocca piena della torta di Ragueneau...
LVI. «ARIA! SOFFOCO!»
Lentamente Marcello sembra acquetarsi, assopirsi... Pare adesso che dorma. Grazia fa per levarsi ma, nel sonno che viene, la mano di Marcello stretta ai suoi vestiti ancora la tiene, la costringe a riabbassarsi a terra, a rimanere. Di tanto in tanto l'affanno preme ancora su Marcello. Nel dormiveglia, ei s'allarga la camicia attorno al collo e dice:
— Aria, aria... Soffoco!
E Grazia si leva per aprir la finestra. L'apre, infatti, sul quadro della notte ferma e infinita. Di laggiù viene a lei di nuovo l'eco dei pifferi e dei tamburi. Che notte per il sogno! Che notte per amare!... E quella musica, quella musica patetica e guerresca, in cui sono insieme il fumo del tetto natìo e la fiamma del cannone, quella musica così suggestiva, così avvolgente, così spossante... Snervante, sì, ha detto bene Marcello... Snervante...
— Signorina Grazia!
Sale su dall'ombra la voce. L'ha sùbito riconosciuta: è quella di Claudio venuto a cercarla.
— Venite, venite, Grazia... Tutti cercan di voi e la festa è bellissima...
Grazia fa cenno che non può parlare, che aspetta il sonno di Marcello... E Claudio, «silhouette» bianca e nera nell'ombra, s'allontana tra gli alberi. Un'ondata di musica — pifferi e tamburi: come rullano i tamburi, come stridono i pifferi! — giunge a Grazia nel gran silenzio. E si volge. Guarda Marcello. Ha paura che quei suoni lo destino... E richiude la finestra... Aria non può mancargli... Poi è meglio un po' d'aria di meno e un po' di sonno riparatore di più...
Proprio così? Proprio per questo ha richiuso la finestra? Grazia, rimasta in piedi presso il fratello, guarda ben bene in fondo alla propria anima e vede la verità. Ma una grande idea le sorride da qualche tempo, da quando cioè s'è levato il domino. Chiamare Rosetta e scambiare il domino con lei: prender lei il bianco e dare il nero a Rosetta... Entrar nella festa così e farsi scambiar da Claudio per la sua fidanzata. L'inganno è facile: le due donne s'assomigliano, poichè, uguali di capelli, pari di statura, han su per giù la medesima figura... E così vivere un'ora accanto a Claudio, illudersi di vivere un'ora d'amore, illudersi per un'ora di avere il diritto di esser felice... Ma, se non la coglie quella sera, quando mai potrà ritrovare la possibilità di quell'ora, dell'unica ora d'amore che potrà avere nella sua vita se Claudio la scambierà veramente per Rosetta?... Ah no, no, no, tutto, tutto piuttosto che rinunziare a quella disperata pazzia...
Ora Marcello è addormentato. Grazia scioglie dalla stretta della mano del fratello la mano che nel sonno egli le ha ripresa. Copre Marcello con ogni cura e fa cenno ai servi di venire ad assistere il dormiente:
— Qualunque cosa, chiamatemi...
E indossa il domino, il suo domino nero. Si china a baciare Marcello. Fa ancora col gesto e con gli occhi una raccomandazione ai servi e lentamente, lentamente esce...
E i due servi siedono accanto al malato. Uno dei due mormora guardandolo nelle labbra violacee, nelle occhiaie cave:
— Sta molto male, poveretto... Ma la signorina Grazia non se ne rende conto...
E scuoton le due teste canute e buone. Non se ne rende conto! Oh, se e quanto se ne rende conto, povera Grazia disperata e folle... Basterebbe vederla lì, inchiodata contro la porta da cui appena è uscita, rigida, immobile, con l'anima che è tutta una tempesta, col volto che è tutto un terrore...
LVII. TUTTA LA VITA IN UN'ORA.
Sono seduti in giardino, Grazia e Claudio, sotto un chiosco dove c'è una tavola apparecchiata con una bottiglia di champagne e una guantiera di biscotti. Su un altro vassoio è una torta di Ragueneau su cui è scritto, a lettere di cioccolata: «Claudio e Rosetta». La tavola è illuminata da un piccolo candelabro con due candele la cui poca luce è ancor più abbassata da due paralumini di seta viola. Ha tutto ben preparato, Grazia, per la sua ora d'illusione... E sembra che solo il caso abbia operato... Tutto è andato così semplicemente, con tanta naturalezza...
Mentre Claudio era trattenuto all'interno dai Guasconi che volevan cantargli — che cani! — la loro ballata, Grazia, uscita in giardino, ha incontrato Rosetta che saliva, mandata da Claudio, a cercarla... E Grazia ha sùbito proposto la commedia all'ingenuità fiduciosa della bambina:
— Su, mentre aspettavo che Marcello si addormentasse, m'è venuta un'idea stupenda. Barattare i nostri domini: io prendo il tuo, bianco, tu prendi il mio, nero. Claudio mi vede, mi crede te ed io gli parlo, gli parlo di te e dell'amor tuo, direttamente, come non è mai stato possibile. Crederà di parlare con te ed io potrò così interrogarlo come tu non l'hai saputo mai interrogare... Potrò meglio, molto meglio, conoscere in un'ora quello che dovrà essere tuo marito per tutta la vita... Ti pare?
Veramente a Rosetta tutto ciò non pareva estremamente necessario... Ma, se Grazia lo dice... Lo dice e insiste:
— Bada. È bene, è necessario anzi che io gli parli così... Quante cose del suo carattere e della sua vita potrò sapere, utili per la tua felicità...
Poichè Rosetta non è una stupida, un dubbio è passato nel suo cuore. Ma ci ha ragionato sopra... E che ragione potrebbe aver Grazia? Non è stata lei a fare il loro amore, non è stata lei a fidanzarli, non è lei la creatrice della loro felicità?... E quale altro scopo, se non quello di fare il suo bene, potrebbe ella avere?...
E lì, dietro un cespuglio, han barattato i domini, ridendo, come in un giuoco, come per una burla divertente. Rosetta ha detto:
— Ma, dopo, glielo diremo... E sai come rimarrà Claudio... Oh che ridere... E come ci divertiremo!
E Grazia, allacciando gli ultimi nastri, ponendo sul volto le maschere, quella di velluto e quella del suo sorriso:
— Oh sì, certo... Ci divertiremo!...
Il resto è andato benissimo... Uscendo dalla sala coi Guasconi — con le orecchie lacerate da quei cani, pieni però, poveretti, di buona volontà — Claudio ha incontrato il domino bianco, la sua Rosetta... E Grazia ha guidato i suoi passi fin là, al chiosco, dove sono entrati per sedersi e per bere... E ora Grazia, bevuto lo champagne, è lì ad ascoltare Claudio che le parla d'amore, è lì, stretta nelle sue braccia, abbandonata su lui, quasi tutta rovesciata indietro — per evitar la luce quanto più è possibile — e tutta l'anima è tesa, tutta la vita è chiusa in quell'istante solo...
Un passo, fuori, su la ghiaia del giardino, li ha fatti sciogliere. È un domino nero che passa, senza farsi vedere, senza riuscire a vedere: è Rosetta che erra lì attorno, già un po' inquieta, come sempre s'è inquieti quando si ama. Ora Grazia ha fame. Un garzone di Ragueneau ha portato la torta e Grazia ne mangia qualche fetta, per aver la bocca piena, per avere il pretesto di non parlare... Ora ha il braccio levato e la torta fra i denti. Ricaduta indietro la manica del domino, il braccio è nudo e Claudio l'ha preso e lo copre di baci lenti, sempre più caldi, sempre più profondi...
Ancora l'ombra nera che passa lì fuori, non vista, senza vedere, li fa sciogliere col rumore del suo passettino lieve su la ghiaia.
Che cerca, che vuole Grazia? Nulla. Non sa. Poggiati i gomiti su la tavola, poggiato il volto fra le mani, gli occhi intenti e ardenti nella macchia nera della maschera, Grazia lascia che l'ora folle trascorra... E Claudio, curvo su lei, cingendole la vita, le parla all'orecchio:
— Così ti farò felice... Così ti darò quel po' di giovinezza che mi rimane, quel po' di gloria che la mia arte mi può aver meritato...
Grazia ha abbandonato il corpo su la spalla di lui. E, senza guardarlo, senza lasciarsi guardare, gli prende convulsa e febbrile le mani, gliele stringe sino quasi a spezzargliele e gli dice, bassa la voce, bassa tanto che non possa riconoscerla:
— Dimmi, dimmi, dimmi ancora che mi ami!
E Claudio la stringe più forte. Il respiro di lui è nel collo di Grazia con un brivido di voluttà in tutto il corpo di lei... E Claudio stringe... Non ha mai sentito Rosetta così, non fanciulla, non fidanzata, non sposa, ma donna, ma amante... E ancora la voce bassa di Grazia chiede, invoca:
— Dàmmi, dàmmi quest'ora di felicità...
LVIII. L'ALLARME.
Marcello d'improvviso, ghermito nel sonno dalla crisi, si desta urlando:
— Aria, aria... Muoio!
I servi, ch'erano sonnacchiosi su le sedie, sono accorsi a sorreggerlo, a calmarlo:
— Signorino, per carità...
Marcello ha le mani convulse al collo, al petto... Sente l'aria e la vita mancare...
— Chiamate, chiamate Grazia... Ma perchè, perchè mi lascia solo?... Non lo vede che mi sento morire?
Il domestico è sùbito corso a chiamare Grazia. La soffocazione è cessata. Pesante, esausto, Marcello è ricaduto giù, di piombo, la mano stretta alla gola, l'affanno nel petto e negli occhi...
LIX. L'ISTANTE SUPREMO.
Ancora Grazia nell'ebrezza ripete:
— Dàmmi, dàmmi quest'ora sola di felicità!
E Claudio scoppia a ridere tentando di rivolgere il capo, di scoprirle la parte di viso che non è nascosta dalla maschera:
— Un'ora sola?... Ma tutta la mia vita io ti dò...
Tutta la vita! E Grazia abbandona il capo rovesciandolo con le braccia su la tavola e rompendo in lacrime. Claudio cerca di sollevarla e chiede il perchè di quelle lacrime nell'ora della felicità. E la voce di Grazia risponde:
— Piango, piango... così... di gioia!
Grazia ha sollevato il volto. Le lacrime di sotto la maschera le scorron giù per il viso. Appoggiato il capo su la mano aperta, gli occhi adesso son fissi sul domani tremendo, fissi, terribili e vuoti. «Tutta la mia vita io ti dò!»: ha detto Claudio. Ed ella non ha che un'ora, un'ora falsa, rubata, un'ora non sua, l'illusione di un'ora...
Rosetta non sa più reggere. La gelosia, non sa perchè, la tormenta. Non può staccarsi da quel chiosco e non resiste all'idea che quel colloquio, che quel giuoco debbano prolungarsi ancora. È apparsa, adesso, su la soglia del chiosco. Non veduta fa un cenno a Grazia come per dirle che basta, che non ne può più... Ma Grazia le fa cenno di aspettare, di aspettare ancora un momento... E col gesto la rimanda fuori, l'allontana... Ora ha il capo fra le mani, gli occhi attoniti di disperazione e dice, quasi a sè stessa:
— Ancora, ancora un attimo di felicità. Lo pago con tutta la vita!
E si rovescia tra le braccia di Claudio.
LX. CONTRASTI.
Fuori il domestico va di gruppo in gruppo, nella sala, nei giardini, cercando Grazia:
— La signorina... Il signor Marcello sta molto male...
Nessuno ha visto Grazia. E la cercano qua e là... E il domestico cerca, cerca ancora... desolato di non riuscire a trovarla, pensando che lassù quel poveretto... Ma, finalmente, incontra Rosetta...
— La signorina... Il fratello sta male.
— Oh, mio Dio!
E, di corsa. Rosetta guida il domestico verso il chiosco dov'è Grazia. E si scontran correndo...
— Olà!
... nel gigantesco Cirano che va ancora gridando con la voce stentorea:
Questi sono i Cadetti di Guascogna...
E, più in là ancora, la loro corsa è arrestata da un'ondata di Guasconi che, a suon di pifferi, passan cantando e portando in trionfo i cuochi e le torte di Ragueneau.
LXI. IL RISVEGLIO.
E Grazia è ancora, rovesciata, fra le braccia di Claudio che le parla all'orecchio con le sue parole ardenti, le mani nelle mani. È felice, silenziosa, eroica, miserabile e sublime. Claudio le ha offerto una coppa di champagne ed ha forzato la sua testa a girarsi.... D'improvviso le ha preso la bocca in un bacio lungo, infinito — e solo...
Di su la porta del chiosco è il risveglio: Rosetta le grida:
— Corri, corri, tuo fratello muore...
D'un balzo Grazia è in piedi, lasciando cadere la coppa che si spezza su la tavola, strappandosi la maschera dal viso. Guarda tutti — Claudio, Rosetta, il domestico — come trasecolata, come nell'orribile ritrovarsi d'un risveglio.
— Lei!
Claudio ha avuto un atto di meraviglia e un passo avanti. Ma sùbito Rosetta gli ha parlato:
— È stato uno scherzo che ha voluto farti... Poi ti spiegherò.
Grazia è pietrificata. Rosetta è accanto a lei, le cinge la vita col braccio, le dice piano:
— Vieni!
E, ancora come ridestandosi, Grazia guarda tutti attorno, e si passa le mani su gli occhi. Ode il vocio del giardino, le musiche lontane, immagina la tragedia che si compie lassù. Getta un grido disperato, un urlo che è un nome:
— Marcello!
E fugge via, folle. E Rosetta la segue.
LXII. ULTIMA MUSICA.
Su l'aiuola che Grazia attraversa correndo i Guasconi son raccolti attorno a un flauto che suona mentre tacciono i pifferi. E Cirano, in mezzo a tutti, dice ora, a voce bassa, accordandoli al tempo del flauto, i bei versi famosi:
... Ascoltate, o Guasconi. Non più la marzia squilla del piffero, ma il flauto della selva tranquilla...
LXIII. PERCHÈ?
Claudio è caduto di nuovo a sedere alla tavola, nel chiosco. Ha nelle mani i frantumi della coppa di Grazia.
— Uno scherzo?
Ma allo scherzo non crede. E allora: perchè?
LXIV. «NON HO PIÙ CHE TE!»
E Grazia, con Rosetta, è entrata nella camera di Marcello. C'è il medico. Il tubo dell'ossigeno dà ancora respiro e vita al malato. Quando la sorella è accanto a lui Marcello le grida:
— Il medico è venuto... Ma tu no... tu no...
E Grazia è lì, immobile, pietrificata, col suo domino bianco che le mani del fratello le strappan di dosso, a brandelli....
— Tu così, così... Ancora!... Ma non vedi che io muoio?...
A queste parole Grazia piomba a terra. Ha il volto del fratello fra le mani, la guancia di lui sotto i suoi baci:
— No, no, no, Marcello... Non ho più che te... Non ho più che te...
LXV. BIANCO E NERO NELLA CASA VUOTA.
Nella gran sala della villa Grazia è nel suo abito di lutto e nel suo pianto. Claudio, Rosetta, gli “amici del dopopranzo„ son davanti a lei, Rosetta tutt'avvolta in un mantello, gli uomini chiusi nei soprabiti. Tornano dalla chiesa.
Per il lutto di Grazia avrebbero voluto rimandare le nozze. Ma un'opera di Claudio va in iscena a Vienna e come mèta e pretesto del viaggio di nozze non si poteva trovar di meglio che quella festa d'arte. Ancora Rosetta ha spiegato tutto questo a Grazia per giustificarsi, per chiederle ancora perdono se nel loro egoismo d'innamorati...
Grazia guarda gli “amici del dopopranzo„ che son lì, la testa bassa, a girarsi e rigirarsi i cappelli fra le mani. Apre i loro soprabiti su gli sparati bianchi dei fracs.
— Come siete belli... Tornate adesso dalla chiesa?
E apre il soprabito di Claudio sul suo tight. Giovannino, che gli è di fronte, ha un sobbalzo. Questa ancora — e son passate due ore — non la può mandar giù... Quel gran musicista non sa proprio le regole del viver civile... Il tight per un matrimonio... Dove mai s'è visto nulla di simile?... Sa quello che Claudio ha spiegato (oh, non a lui, che gli avrebbe risposto, ma a Rosetta...): cerimonia intima, senza pretese... Ma, intima o no, pretese o no, la legge, per don Giovannino, è una sola: si sposa in frac. E se in frac non si sposa, che cosa ci si fa? Ci si nasce? Ci si muore?
Grazia ha aperto intanto il mantello di Rosetta su l'abito da sposa. Istintivamente ha fatto nel vederlo, un passo indietro. E ha sospirato:
— Sposa...
Rosetta ha richiuso il mantello. Ma Grazia, no, riapre... Vuol vedere, vedere ancora:
— Lasciami, lasciami toccare... Quanto è bello un abito da sposa!
E tocca la seta, i veli, i merletti, con le mani che le tremano. Poi le forze le sfuggono e cade a sedere e a piangere su la poltrona lì accanto. Sùbito Rosetta è in ginocchio vicino a lei per abbracciarla, per consolarla. E i due vestiti, il vestito a lutto e l'abito da sposa, si sfiorano, si toccano, si uniscono. E Grazia dice, indicandoli:
— Io col mio lutto e tu con la tua gioia...
Hanno tirato fuori il fazzoletto tutt'e quattro, là, in fondo, gli “amici del dopo-pranzo„, chè una lacrima, e anche due, son spuntate sul ciglio di tutti...
Ora Grazia s'è asciugati gli occhi e s'è levata. Bacia prima l'abito da sposa su cui Rosetta chiude, pudica, il mantello e poi bacia Rosetta:
— Va, va... Non ritardare... Dovrai cambiarti, partire...
E accompagna Rosetta fin su la porta. Escono i quattro. Ultimo a uscire è Claudio, Claudio che, rimasto solo, afferra i polsi di Grazia, e le pianta gli occhi negli occhi:
— Perchè? Perchè? Perchè il domino bianco? Perchè sostituirvi a Rosetta?
È, per Grazia, la tentazione suprema. Parlare, gridargli: “Perchè io ti amo e non posso amarti... Perchè muoio d'amore per te, mia sola vita, che te ne vai con un'altra... per sempre...„.
E il grido è là, nei suoi occhi, su le sue labbra, nel suo petto ansante. Riesce tuttavia a trattenerlo, a vincere per sempre, a perdere per sempre... E ride, ride, ride d'un riso tragico, d'un riso pazzo:
— Nulla... Nulla... Uno scherzo... Così, per ridere... Potevo ancora ridere, allora...
E vuole sciogliere le mani dalla stretta ferrea di Claudio. Ma questo resiste e la tiene. Grazia lotta, si divincola e riesce a liberarsi...
— Andate, andate, gli grida... Vi aspettano. Addio!
E lo sospinge fuori proprio nel punto che Rosetta riappariva su la porta a chiamare Claudio. E poi, quando Claudio è uscito, per la stessa porta da cui entrò la prima volta — (lo scopettino in mano e don Giovannino che non capiva... che disperazione!) — appena Claudio è uscito, per sempre. Grazia cade a terra come un povero mucchio di cenci, un povero mucchio di cenci sotto cui è qualche cosa ancora d'un po' vivo, qualche cosa che altro non è più che un sussulto...
LXVI. RIVEDERLO PER L'ULTIMA VOLTA.
Un'ora dopo Grazia è nella piccola piazza di Collina Verde, ferma contro il parapetto della terrazza che affaccia su la strada maestra da cui Claudio e Rosetta, partendo, dovranno passare... Poco prima, cadendo a terra, ha battuto la fronte contro un mobile, e la ferita ha fatto sangue. E ora lì, sotto i veli neri che tutta la coprono, Grazia ha attorno alla fronte una fasciatura bianca... Come ritardano a partire... Grazia non si regge più in piedi. Ma ecco, lassù, polvere in aria, un gridare e un correre di ragazzi:
— Viva, viva gli sposi!
E due vetture, due grandi landaux di paese scoloriti e tirati da cavalloni con certe code lunghe fino a terra, vengono giù per la discesa. Nella prima vettura Rosetta e Claudio e il conte Spada, fermo e impettito lì, al terzo posto, con l'aria dell'uomo abituato ad accompagnare regine. Nell'altra vettura don Giovannino e gli altri amici. Accompagnano tutti gli sposi per qualche chilometro, per festeggiarli ancora...
Eccoli, eccoli... Ora sono lì sotto, davanti a Grazia che agita in aria il suo fazzoletto. Due fazzoletti, farfalline bianche laggiù, le rispondono dalla prima vettura, e l'ossequiosa scappellata del nobilissimo conte...
La vettura è passata, rapida. È già laggiù dove la strada rivolta il suo nastro giù per il monte e scompare. Ora non è più, scomparsa, che un po' di polvere in aria. Ma Grazia continua ancora a salutare, a salutare... con quel fazzoletto che si agita lento, lento, lento, e non saluta gli sposi che non possono più vederla, ma saluta l'amore che se n'è andato, saluta il sogno che è per sempre finito, saluta la vita, tutta l'immensa vita, cui ella dice per sempre addio...
Addio!
LXVII. ADDIO!
Ancora una volta, nera nel nero mantello, avvolta nei suoi veli, ancora una volta — e l'ultima! — Grazia è alla porta del convento. La suora guardiana apre e il corpo di Grazia precipita dentro, abbandonato, come morto, a terra. La suora guardiana la soccorre, la rialza e l'accompagna per il viale dei cipressi verso lo spiazzo dove, al sole, tra i fiori, è un andirivieni lento e bianco di suore. Ma Grazia non ha la forza di giungere fin lì e si ferma in quella cerchia di cipressi, in quella fredda ombra verde, appoggiandosi a un albero. Suor Ghiottona ha chiamato, sgomenta, le suore. E sono tutte accorse, attorno a Grazia, sgomente anche loro. E la Madre Badessa ha preso Grazia fra le braccia, mentre la fanciulla, abbassando il volto sul petto di lei, le sussurra:
— Madre... Madre... Sono qui per morire... per morire in mezzo a voi....
Che possono dirle le povere e buone amiche della Collina Verde? La vedono pallida, magra, distrutta, senza sangue, senza vita, tanto bella, più bella ancora in quello sfiorimento di tutto l'essere. Che possono dire? Che possono fare? Sanno tutte, oramai, la tragedia di Grazia. E stringono ancora più il cerchio attorno a lei sempre appoggiata al tronco del cipresso. Ancora più forte la Madre la stringe fra le braccia. E Grazia dice, in un sospiro:
— La mia vita è finita... La mia vita l'ho vissuta... nella felicità di un'altra...
E, muovendo lentamente la mano nell'aria, volge il capo e sorride:
— Come te, come te, mio povero amico Cirano!
E, all'albero accanto a quello contro cui è appoggiata, l'allucinazione le fa vedere... Sì, sì, è lui, è lui... È Cirano, come lei finito, come lei morente, come lei tutto nero, con quell'ultimo segno bianco attorno alla fronte, quell'ultima fasciatura dell'ultima ferita e dell'ultimo dolore...
E quando i suoi occhi impietriti non vedono più ciò che gli altri non vedono, Grazia torna a girar la testa e a prender la mano della Badessa:
— E, come lui il suo pennacchio, io porto a Dio il mio martirio!
Le bianche amiche della Collina Verde vorrebbero tutte avvicinarsi ancor più a Grazia, abbracciarla, baciarla, tentare ancora di confortarla... Ma Grazia, pronta, le ferma tutte col gesto. Ha un'altra volta gli occhi impietriti, il volto trasfigurato nell'allucinazione:
— Largo... Largo... Lasciate posto... C'è gente che viene...
E le pare che dagli alberi, da tutti quei cipressi lì attorno, da quei pini laggiù, da dietro quelle siepi, da quei vasi di fiori escano, tutti bianchi, tutti rosei, tutti biondi, bambini, tanti bambini che vengono tutti verso di lei, che le si stringono tutti attorno...
— I bimbi... I bimbi che avrei voluti avere... I bimbi che avrei voluti amare...
E le pare di toccarli, le par di sentirseli attorno. Ha i riccioli d'oro nelle sue dita convulse e, nell'estasi suprema, il volto di Grazia s'illumina, si trasfigura, si fa divino. È la Sposa senza macchia, è la Madre bianca!
Ma anche quella visione è scomparsa... Come le batte il cuore e come è stretta, da una mano di ferro, lì, in mezzo al petto... Grazia con una mano saluta... L'altra l'ha lì, in mezzo al petto, a tentar di fermare quella mano di ferro che dentro le strappa il cuore e la vita... E, nel bianco cerchio delle suore che sempre più s'allarga attorno a lei, sotto gli alberi immensi, nell'infinito silenzio, il piccolo corpo nero della martire s'irrigidisce e, nell'ultimo spasimo contro il tronco dell'albero, resta fermo, già morto, un istante...
Poi, d'un tratto, di piombo, precipita.