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Il re dei re, vol. 1

LIBRO SECONDO L'INCAMICIATA

Reading edition

I.

Nil mihi de fatis thalami. Superisque relictum est, Magne, queri nostros non rumpit funus amores.

Lucani, lib. V.

Due cavalieri, sul cadere di una sera di estate, cavalcavano lungo la difficile spiaggia di Salerno, e propriamente per quel dirupato sito che la divide dalle montagne di Amalfi e di Sorrento. Onde godere del piacevole fresco del mare, avevano appesi alla sella gli elmi, e la testa coprivano di quei berretti che allora si dicevano mortai. Vestivano giacchi di maglia, serravano al fianco la spada ed il pugnale. E' sembravano intesi a premuroso favellare, da poichè di tanto in tanto il cavaliere che precedeva nella angusta callaia faceva sostare il cavallo, e volgendo la faccia all'altro restava ad udire. Spesso però si fermavano entrambi per dar ordini alle scolte, che vigilavano alla custodia degli alloggiamenti militari, stesi a foggia di semicerchio intorno Salerno, o a guardare il naviglio dalla bandiera amalfitana che ancorava nella perigliosa rada. Di tal che il loro andare era lento anzi che no, tra perchè favellavano e speculavano il campo, tra perchè la stradicciuola, praticata per mantenere la comunicazione tra le truppe sul dorso della brulla montagna che domina Salerno, era aspra ed ingombra di ciottoli. Da su quei gioghi però bello era contemplare questa città, la quale, a cavaliero di una cima di roccia dirupata, quasi nido d'aquila, aveva castello di gotica architettura, sul cui merlato scintillavano i ferri delle lance delle sentinelle, e tutti ricinti di mura merlate erano anche que' gioghi, popolati da soldati che a lento e misurato passo vi passeggiavano. Dalla città non partiva rumore nè fumo. Non si distingueva alcuno per quelle case aggruppate le une alle altre come alveoli di arnia, triste, nericce, squallide. Sembrava grande sepolcreto. Ben altrimenti intanto poteva giudicarsi di coloro, che novella città di tende le avevano rizzata intorno, scintillanti di vivi colori—le tende appunto che appartenute avevano, non era guari, ai Saracini di Sicilia. Quel popolo di soldati brioso si recava da un padiglione ad un altro, e dai padiglioni alle galee che si cullavano voluttuosamente sul mare tranquillo. Canzoni guerresche, rumori di armadure, nitriti di cavalli, un movimento, una vita, una gioia, quasi quivi non fossero convenuti per osteggiare la città e quindi dare e ricevere la morte, ma per tornar bello un corteggio di principessa che andava a marito. Questo insomma era il campo di Roberto Guiscardo, il quale assediava il principe Gisulfo II, suo cognato, constretto a ricoverarsi tra le mura della città. I due cavalieri cavalcavano adagio, considerando, nel tempo stesso che discorrevano, da qual punto si potesse assaltare la piazza, quale fosse il lato meno difeso; avendo per fermo che, a lungo andare, non fosse stato che della fame, la pazienza dei cittadini si sarebbe stancata—posto ancora che agli urti replicati e testardi degli assalitori avessero saputo resistere. Per lo che esaminavano le baliste; i mangani da rovinare la città con un diluvio di pietre, le torri mobili per avvicinarsi alle mura e pugnare di fronte a fronte: comandavano vigilanza e coraggio a quei prodi normanni, i quali non sentivano meno il pungolo della gloria che quello della preda doviziosa loro promessa dal sacco di Salerno. Si apparecchiava pel domani novello assalto.

La sera era splendida. Il tramonto cangiava il sottile vapore, che impregnava l'aria, in una polvere di oro. Le montagne di Amalfi si disegnavano a sinistra, a tinte violette e frangiavano l'orizzonte. Il mare che si confondeva con l'infinito del cielo era calmo e voluttoso, come il seno di una fanciulla che non abbia ancora palpitato di amore. Non uno spiro di vento. Non uno di quei susurri arcani della natura vergine. Le ultime allodole che fendevano il cielo si ritiravano. La campagna di Salerno si dileguava, grigia più che verde, sotto il progressivo invadere delle ombre. Le prime stelle nel cielo, le prime lucciole sulla terra cominciavano a corruscare. Solo un ronzio d'insetti invisibili animava gli ultimi aneliti della vita del dì. Soave, irresistibile languore s'insinuava nel corpo; l'anima s'innalzava nel vago, negli spazi illimitati di Dio. Un cristiano avrebbe creduto, un poeta vaneggiato, una donna avrebbe soccombuto a qualunque parola di amore, un uomo avrebbe perdonato.... I due viaggiatori non si accorgevano di nulla.

—Tutto va bene, diceva uno dei cavalieri; vedremo se questi marrani di Longobardi sapranno sostenere ancora le picchiate di domani, chè in fede mia, Guiberto, ti prometto io, vorranno riuscire belle e sonore. Già quei di dentro sono disperati, ed il martello della fame li travaglia, così che faranno i diavoli e peggio. Questi nostri, che sono inaspriti dalla lunga resistenza e spasimano cacciare le unghie nei tesori del nostro bel cognato, non si terranno le mani alla cintola, e la chirintana vorrà tornar graziosa. Staremo a vedere, per ora non posso dichiararmi scontento.

—Ma! non dirà altrettanto madonna Sigelgaita, messer duca, rispondeva l'altro cavaliere. Alla fin fine, il principe Gisulfo le è fratello, e questi disgraziati di Longobardi sono della sua nazione.

—Bah! tutto sta che Sigelgaita senta i primi squilli delle chiarine, e veda che si cominciano a menare le mani davvero con la grazia di Dio; chè poi il suo demonio tutelare s'incarica del resto. Se l'avessi veduta, Guiberto, alla presa di Palermo! Giuro pel santo sepolcro che saresti dato in dietro della paura. Sicuro che uccise di sua mano meglio di cento Saracini.

—Qual differenza da quell'altra! sclama fra sè Guiberto, quasi meditasse le parole del duca Guiscardo, perocchè desso appunto era il cavaliere che precedeva. Alberada non reggeva alla vista del sangue. Eppure l'avevano allevata dentro il pavese di suo padre, in mezzo ai soldati.

—A proposito, ser priore, dimanda Roberto; si ha novella alcuna di lei? Te l'han dunque menata via compiutamente?

—Voi mi toccate una piaga cruenta, monsignore.

—Sai che più ci penso e più mi persuado che quel mastro Ildebrando debb'essere un birbante bello e pulito!

—E ben altro ancora, monsignore. Quell'uomo lo conosco sol io—e voi pure, Roberto, se vorreste un po' rammentare perchè motivo ripudiaste Alberada, potreste congetturarne alcuna cosa.

—Non andiamo rimuginando nel passato, priore. Ti basti avermi tolto in pace che la fosse stata accolta da te, una donna cui io aveva discacciata, e non te ne dimandassi ragione di maniera qualunque.

—Con la vostra sopportazione, messer duca, avreste avuto gran torto. Dopo la fatale storia di quello sventato dell'abate di Cluny, voi mandaste via Alberada, pizzicato da gelosia. Vi apponeste, Roberto. Gli è vero che nell'anima mia io aveva amata Alberada; ma Iddio stesso, neppure Iddio sapeva di quel segreto. Alberada aveva l'anima immacolata di tutt'altro affetto che non fosse stato il vostro. Per modo che, monsignore, voi potreste giurare che giammai donna vi ha amato, e vi amerà più fortemente e con verecondia maggiore di quella giovane. Se l'aveste udita a singhiozzare....

—Baie! piangeva di dispetto.

—Mai no, monsignore, piangeva d'amore; chè, la Dio mercè, io so bene distinguere il grano dalla saggina. Se non vi avesse amato, l'avreste udita prorompere in lamenti ed ingiurie, quando a mensa, in presenza della sua rivale, le furono gittate sul volto le vostre seconde nozze con sì poco garbo e carità che n'ebbe a stringere a tutti il cuore del dolore e della sorpresa. Ed ella non disse altro motto, che: Iddio vi perdoni, messer duca! Poi baciò sulla fronte il figliuolo Boemondo, il quale svenuto le cadde ai piedi, e lasciò il castello sul fatto, senza togliere una pezzuola, senza fermarsi un momento.

—L'è vero! sclama Roberto abbuiato.

—E vi ricorderete, continuò Guiberto, con qual rassegnato contegno, uscendo dal castello di Melfi, rifiutasse le profferte di vendetta che il suo paggio Baccelardo le presentò. A piedi, digiuna, per notte orribile, in mezzo a fitto uragano, attraversò gioghi e campi, e giacque sfinita di stento e di paura innanzi la porta di tristo abituro; perocchè tutti, a timore di voi, monsignore, le rifiutavano asilo, quasi fosse stata tocca dal gavocciolo.

—Tutti—meno che voi, pietoso priore.

—Vi domando mercè, monsignore. Ella si riparò fra le mura del chiostro di Grotta Minarda. E solamente là, come sapete, io la rividi quando saccheggiai la badia, ed usai alle monache il giuoco di farle sorprendere dai diavoli. La strappai dalle grinfe dei soldati che l'avevano adunghiata, e come la più vezzosa se la disputavano a colpi di daga. La posi sulla groppa del mio cavallo, e la condussi al priorato di Lacedonia. Quivi la sposai in tutta regola. Ma non saprei dirvi quanto mi avessi da penare per indurla a nozze novelle, e quale resistenza la mi opponesse. Mi penso perciò, monsignore, che non vi debba dolere di alcun modo se me l'abbia tolta a moglie. Niuno oltraggio soffrì mai la donna che sposa fu prima di voi. Poi, se io non sono mica duca non sono neppure un paltoniere.

—Sta bene, te ne rendo anzi mercè, sclama Roberto pensoso, se vero gli è pure che quella donna mi abbia amato mai. Non veggo però che tu ne abbia fatto assai buon governo, e che molto ti stesse a cuore il decoro di una donna che era, è d'uopo lo confessi, anche a me stata carissima, e forse....

Roberto Guiscardo gittò un sospiro e si arrestò a mezza frase. Guiberto soggiunse:

—Ed anche in questo, col vostro permesso, monsignore, voi prendete fallo. Come ebbi inteso della venuta di Alessandro e del suo cancelliero a Montecasino, compresi di leggeri che tanto contro di voi come contro di me non si sarebbe mancato portare solenni accuse.

—Non occorreva essere Isaia per profetarlo.

—Nè santo per affliggersene. Ma se io, a vero dire, non dormo meno tranquillamente sotto le censure della Chiesa, i miei vassalli non la pensano come i vostri, Roberto. Così che mi misi alquanto in angustie, e confessai ad Alberada le mie dubbiezze. Ella, che voi sapete quanto sia generosa, si offerse rappattumar tutto col papa, meglio col suo cancelliero Ildebrando. Dell'animo di costui ella aveva capito alcun poco là a Cariati, in quella trista nostra dimora. E forse non solo me ella pensava in quel suo proponimento, monsignore, ma altresì voi, voi che parimenti avevate brighe col pontefice.

—Bah! sclama Roberto levando le spalle. Si direbbe, glorioso priore, che tu vorresti regalarmi dei rimorsi.

—Eh! perchè no? i rimorsi sono anch'essi una voluttà per le anime malate e angosciate.

—Allora conservali per uso tuo, susurra Roberto sforzandosi a comporre il viso a gaiezza.

Il priore continua:

—Partimmo dunque divisati da frati. Ella era risoluta dimandare un abboccamento ad Ildebrando fuori del chiostro, sapendo quanto e' fosse sollecito delle regolarità claustrali. Quel disgraziato di Baccelardo aveva guastato tutto. Ildebrando, onde destare dal torpore il pigro Alessandro II, aveva indotto il giovane andarlo a vilipendere di vigliaccheria proprio nel baciamano, e trascinarlo a mezzi di violenza contro di entrambi noi.

—Costui l'avrò dunque sempre tra i piedi, sclama torvo Guiscardo, digrignando i denti, quasi parlasse fra sè.

Guiberto continuò senza far vista di porgli mente:

—Nè messer Ildebrando fece i conti falliti, come sapete. Io che appostava a San Germano seppi di quello sproposito di placito, e scrissi la mia difesa. Del fatto vostro voi già stavate sicuro, sia che non tanto mastro Ildebrando vi aveva sul liuto come me, sia che vi difendeva il principe Gisulfo. Alberada quindi ebbe a presentarsi al placito e far leggere il foglio da me diretto al pontefice.

—Chi le avrebbe creduto tant'animo! mormora Roberto, sempre sopra pensiero.

—L'è vero. Però, voi sapete che succedesse colà, e come sotto pretesto di avere violate le leggi del chiostro ella fosse menata a Roma da Ildebrando per essere giudicata.

—Prete sciagurato!

—Chi sa se solamente sciagurato! riprende Guiberto sospirando. Ma la vendetta mi sta scritta nel cuore, monsignore; e voglia Iddio condannarmi a finire i miei giorni in un lebbrosaio, se non la torrò tale che se ne abbia a menar rumore per tutta Italia. Aspetto solo che ci sbarazziamo da questi ostinati di Longobardi, che poi andrò io a Roma, e in un modo qualunque farò visita a mastro Ildebrando.

—E niuna novella ve n'è arrivata da poi? dimanda Roberto dopo essere restato alcun tempo concentrato. Spero in Dio che non le abbiano fatto vitupero; dappoichè se così fosse, Guiberto, ti giuro per la mia santa corona di duca....

—Che sperate tramutare in quella di re.

—Taci. Ebbene, ti giuro in somma, che neppur io me ne starei indifferente, e l'insulto di una donna normanna sarebbe pagato a peso di sangue.

—Io non so, monsignore, se l'abbiano ingiuriata; solamente vengo assicurato di fermo da quello scimione di Laidulfo, non ha guari tornato di Roma, di avere inteso dire che l'avevan messa a languire nelle prigioni di qualche castello o monistero di là.

—Cosa è quell'aggrupparsi di soldati che corono, lì, verso borea?

—Qualche torneatrice che balla sulla corda, o qualche frate che predica il giudizio finale.

—No, non mi pare. Si affollano di troppa pressa, e tornano addietro troppo malvogliosi. Andate a vedete, Guiberto, e venitemi a raggiungere alle tende dove mi reco.

—Non è d'uopo che vada io, perocchè già un centurione trae alla nostra volta. E veggo...

—Due frati in un bel gruppo di lancieri con le picche calate. Che mai sarà?

—Io l'indovino, dice Guiberto, quei di dentro han cominciato a sentir troppo caldo dalla nostra vicinanza ed han dimandato soccorso.

—Eh! non può darsi. Io conosco la tempra ostinata di Gisulfo, e quanto superbo ei sia. Ho per sicuro che alcun altro vorrà venirci a guastare il giuoco ed a cacciare il suo cucchiaio nella nostra pentola, come fecero le dannate memorie di Nicolò II e Leone IX per le faccende di Puglia. Sta a vedere se la cosa non sia così. Qui ci menano due frati.

—Ebbene, centurione? dimanda Guiberto al soldato che loro si approssimava.

E quegli facendo cenno di saluto ai due cavalieri, si volge a Roberto Guiscardo e risponde:

—Monsignore, papa Gregorio VII manda due legati che dimandano tosto essere ammessi alla vostra presenza. Che dobbiamo fare di costoro?

—Frustateli, mormora il priore alzando le spalle e spingendo il cavallo per ritornare alle tende del duca.

Ma Roberto resta un tratto a pensare, poi ordina:

—Guidateli al nostro maestro di palazzo, monsignor di Bovino, che egli li provveda di alloggiamento per questa notte, e che dimani sieno presentati al nostro padiglione.

Ciò detto sprona il cavallo e raggiunge il priore che di male umore era partito.

II.

Man. Dunque i nemici Braman la pace? Pub. A Regolo han commesso D'ottenerla da voi. Se nulla ottiene, A pagar col suo sangue Il rifiuto di Roma egli a Cartago È costretto tornar. Giurollo.

Metastasio.

Trasportiamoci ora per un momento a Roma.

L'abate di Cluny, preceduto dal castellano e seguito da un uomo ravviluppato in bianco mantello, attraversarono parecchie sale della Tomba di Adriano, o Castel Sant'Angelo, come dal XII secolo si addimandò, fino a che non giunsero ad un appartamento all'angolo settentrionale di esso. Quivi, innanzi ad una porta centinata, il castellano si volge all'abate e dice:

—Ella è qui.

—Sta bene, risponde l'abate; aprite, ed attendete di fuori.

Il castellano obbedisce. Allora l'uomo avvolto nel mantello passa innanzi, entra, e si richiude l'uscio alle spalle.

Il castellano, che era restato a guardare, gitta un sospiro ed esclama:

—Senza neppure confessarla!

—Non paventate, bravo vecchio, risponde l'abate, se avrà giudizio non le sarà fatto alcun male, io credo; perchè negli occhi vi ha una mutazione secundum esse spirituale, come dice quel santo padre di Aristotile, e gli occhi di lei...

—Spero in Dio che così avvenga, lo interrompe il castellano; mi ci era affezionato, e mi porti il diavolo se non l'amava come figliuola. La si mostrava sì buona, sì dolce che neppure i martiri, Dio mi perdoni! io penso fossero stati più rassegnati.

L'abate non risponde e resta del capo appoggiato al muro a meditare.... Sa il cielo cosa meditasse l'abate di Cluny, perchè da tutti allora veniva riputato mago, a causa della indefinibile sua sapienza nei misteri dalla filosofia greca e dei rabini ebrei. Eppure oggi l'abate di Cluny è uno dei santi meglio constituiti del cielo! Come la sapevan lunga quegli uomini dei tempi di mezzo!

L'altro intanto, appena ebbe chiusa la porta, si svolse dal mantello e penetrò nelle stanze riposte.

Quel piccolo appartamento era addobbato col maggior lusso che allora si conoscesse. Vi era un salotto, col soppalco a legno intagliato e le mura coperte di cordovano a rosoni d'oro. Vi era un tavolo di frassino incrostato di avorio e di laminuzze di argento niellato, e grossi sgabelli di noce intagliati a sfingi, girigori e lacci aggroppati. Vi erano infine guastade di fiori ed una giga. Fra queste ed altre minuterie femminili però dominavano, appesi a' zoccoli e su pei tavoli, ogni maniera di attrezzi da guerra, lucenti, ricchi, ed in parecchi luoghi rintuzzati, sì che attestavano non avere appartenuto a poltrone. Più dentro poi, un letto coverto di un cielo di dommaschi paglini con grosse nappe che ne fermavano le bandinelle alle colonne attortigliate di noce brunito, un inginochiatoio con un libro di ore brutalmente alluminato, aperto, ed uno stipo capriccioso di forma, intarsiato di tasso a figure mostruose e fiori, su di cui una lamina di ossidiana forbita onde servire da specchio, e pettini, e calamistri, e vai, e fiori, ed un pugnaletto sottile come grosso spillo, e delle fiale che potevano contenere forse della nanfa, più probabilmente veleni. Presso ad una finestra infine sedeva giovane donna, neglettamente e semplicemente vestita tutta di bruno, ed assorta a contemplare il cielo così profondamente, che non si avvide dell'uomo penetrato di sì poca cerimonia nel suo santuario. Il qual santuario era, bello e buono, l'appartamento del castellano a lei per cortese affetto o per compassione ceduto. Il nuovo venuto gira lentissimamente intorno lo sguardo, poi aggronda e dice:

—Quante morbidezze!

A quella voce la donna si volge, gitta forte un grido, e retrocedendo fino al davanzale e tutta rannicchiandosi nella persona, convulsa e tremante sclama:

—Ildebrando!

All'esclamazione di entrambi succede un momento di silenzio. Finalmente l'uomo soggiunse:

—Per lo appunto, Ildebrando. Vi fo forse paura, Alberada?

—Paura no, mormora colei levandosi ritta, riprendendo con uno sforzo di volontà tutta la sua dignità e spezzando il fascino, donde in sulle prime il rossigno sguardo di quell'uomo l'aveva avvinta. Paura no, ribrezzo.

—Ah! e per qual ragione, madonna? Imperocchè, da quanto io mi sappia, giammai scortesia avete ricevuto da me.

—Sarà vero, messere, rispose ingenuamente colei, ma io veggo nella vostra persona qualche cosa di sinistro, ed ogni qual volta mi sono abbattuta in voi, sempre sventura novella mi colpì. Voi siete il demonio attaccato ai passi miei.

—Ah! siete dunque anche eretica, Alberada, per credere l'uomo subordinato a due geni come i Manichei. Male, male, figliuola mia.

—Insomma, messere, usatemi la cortesia di dirmi cosa cercate da me. Voi, per fermo, non venite che per annunziarmi la morte. V'incontrai nel castello di mio padre a Cariati, e scene di sangue lo funestarono. V'incontrai nel castello di mio marito a Melfi, e da lui fui ripudiata. V'incontrai a Montecasino, ed ecco che mi avete rilegata in una tomba, disgiunta dall'universo, priva di libertà. Sollecitatevi, profferite la sentenza che avete fatta decretare da Alessandro II; a me sarà sollievo maggiore la morte anzi che questa spasmodica prigionia.

—Tanto presto volete morire, Alberada? susurra Ildebrando con accento tristo e sospirando. Se la vita è un tribolo per voi, ricordatevi che ogni tribolo ha pure le sue rose, ogni notte le sue stelle. Ma mettiamo da banda ciò, e statemi bene ad udire, chè d'uopo ne avete assai.

—Sia. Tenetevi dunque lontano da me, e favellate.

—Io vi fo raccapriccio, Alberada? Ebbene ascoltatemi. Io voglio sollevare per un istante un velo che solo un uomo sollevò altra volta sotto suggello di confessione. Ma queste sono le ultime parole che l'uomo vecchio rivelano in me, sono gli ultimi aneliti che ricordano Ildebrando, la pagina estrema di un racconto che dovrà essere dimenticato, che i posteri dovranno ignorare. Qui finisce la storia dell'uomo, per cominciare quella del santo. Non resistermi, Alberada. Questo è l'ultimo tentativo di ravvivare una fiaccola già estinta.

—Vi ascolto, signore, mormora Alberada con voce tremante, vi ascolto bene, ma non v'intendo. Solamente mi accorgo che voi, per solito avaro di parole e cupo più delle prigioni di questa Tomba, siete dominato da delirio.

—Chi beve il vino s'inebria, chi si caccia nel fuoco si brucia. Questo delirio desta in me la vostra presenza. Voi mi fate rivivere a memorie, che il dì 25 marzo 1073 seppellii con Ildebrando. Sappi dunque, Alberada, che io ti ho amata, come giammai donna in terra si potè amare di veemenza maggiore.

—Oh! non mi era dunque ingannata io!

—Che? mi avevi forse penetrato tu? Avevi tu forse letto nell'anima mia una passione colpevole, un sacrilegio che tante notti insonni mi ha fatto trascorrere combattuto dalla volontà e dall'istinto? Dì, favella per amore di Dio, dimmi se nulla mai ne palesasti ad altro uomo, se il tuo sospetto fu anche sospetto d'altrui, se v'ha sulla terra altro essere umano, fuori del mio confessore e di te, che sia consapevole di tanta mia debolezza? Parla dunque, hai rivelato mai a vivente che Ildebrando ti abbia amato?

—No, perchè io mi credetti insozzata di codesto vostro amore, io, fidanzata di Roberto Guiscardo e figlia dei barone Giselberto Squassapostierle. Quella sera che, sul merlato delle torri di Cariati, credevate favellarmi dei perigli delle passioni inavvedute, quella sera, nel caldo del discorrere, il delirio vi dominò come adesso, e mi svelaste che mi amavate.

—E tu? tu rivelasti a... a quel demonio di mio fratello il segreto fatale?

—No, messere, perchè io non favello delle cose che mi tornano ad onta.

—Dio sia lodato! la mia debolezza morrà qui, sclama Ildebrando gittando un sospiro e lasciandosi cadere sur una sedia.

—Morrà qui con me! Non è questo che volevate dirmi, Ildebrando?

—Ah! mormora costui meditando la trista interpretazione che Alberada aveva data alle sue parole. Con te, dici? Ebbene, sì: può avvenire anche ciò, Alberada, e puoi anche essere libera, se alla mia volontà sarai pieghevole. Perocchè io ho fatto sacramento innanzi la persona di Cristo, che, da oggi in poi, non vi sarà altra volontà sulla terra che la mia.

—Audace giuramento, interrompe Alberada.

—Che sarà audacemente mantenuto, continua Ildebrando. Sì, Alberada, io ti ho amata, e quanta sciagura da questa passione mi fosse tornata, io dirti non potrei senza farti tutta raccapricciare novellamente. Io non aveva amato alcuno. Io non aveva conosciuta mia madre, che pochissimo, mio padre poco ancora ed aspro. Io insomma, mi era veduto isolato nei chiostri fanciullo. Io aveva udito predicarmi tutto dì, sotto pena di peccato, di segregarmi dal mondo e dalle sue passioni; avevo dovuto interdirmi ogni affetto tenero, ogni moto di sensibilità. Io avevo dovuto in ogni essere a me somigliante considerare un nemico che studiava trascinarmi all'inferno, in ogni desiderio un peccato. Sulla terra io non doveva vedere che me, e fuori di me Iddio. Ora, a Dio la fantasia indocile ed irritata dalle meditazioni cercava dare un'esistenza, una forma—e sempre gli dava quella di una donna! Così, una figura svelta, bianca, diafana, l'occhio azzurro soavissimo, la persona gentile, aereggiante in un velo di pudore e di candidezza, una forma come era la tua, Alberada, come eri tu nel castello del padre tuo. Ah! che la effigie più degna di rappresentare Iddio è quella della donna!

—E voi siete prete e cardinale?

—Io sono uomo, Alberada; Dio mi fe' uomo. E questa imagine ostinata della donna mi veniva sempre avanti nelle meditazioni, m'isprava nelle preghiere, mi apriva il cielo, m'indorava di luce la vita, mi travagliava nei sogni. Questa figura trovai in te; e ti amai, e mi lasciai trascinare interiormente a quel precipizio come chi è preso dalla vertigine. Seppi però dominarmi, o almeno il credetti, poichè tu mi dici che il segreto periglioso mi scappò pure dalle labbra. Ora non se ne parli più. Fu un momento d'aberrazione che con molte lagrime ho pianto poi; fu una colpa che di pena terribile ho pagata. Non se ne parli più, e guai, Alberada, guai a te, guai a colui cui questo tristo segreto fosse svelato. Io vivo oramai nell'avvenire: il passato mi fa orrore.

—Se gli è questo tutto quel che richiedete da me, messere, la vostra volontà sarà fatta. Codesta vostra passione non uscì mai dalla mia bocca, nè uscirà, perciocchè, certo, io non ho di che vantarmene.

—Forse che sì, forse troppo, riprende Ildebrando sollevando fieramente la testa ed alzandosi. Ma io credo di essermi spiegato abbastanza. Qui si snebbi dunque la frenesia che la tua vista ha in me rinnovellata, e parliamo di altro.

—Meglio così.

—Sai tu, perchè mi rivedi in questo castello?

—Se non è per venirvi a sollazzare delle sofferenze della vittima, o a venirle ad intimare il supplizio, io non saprei perchè altro.

—Per salvarti.

Alberada si stringe nelle spalle, volge la testa verso il cielo che le mandava un raggio di sole dall'abbaino, e non risponde. Ildebrando continua.

—Per rimandarti libera al priore di Lacedonia come messaggiera di pace.

—Mio Dio!

—L'ami tu dunque colui?

—È mio marito, checchè voi ne pensiate in contrario.

—Taci, non dirlo, grida Ildebrando di voce convulsa digridando. Per Gesù, codeste tue parole mi fanno male al cuore, ed io non so se giungo a dominarmi. Ascoltami bene, Alberada, e rammenta che il papa con una mano rimesta in cielo, con l'altra stringe la terra nel pugno, e può scuoterla, riempirla di sangue, desolarla dove al suo volere non pieghi, e che chi il papa tradisce, muore della morte dei traditori dentro l'anno.

» Orbene, continua Ildebrando, tu dunque devi recarti al priore di Lacedonia. Se Ildebrando l'odiava, il papa gli ha perdonato e seco vuole riconciliarsi. Egli ti aveva mandata a me a Montecasino, confidando nella tua mediazione, perchè lo salvassi. Mal non si appose, perchè io col tuo mezzo, e col tuo mezzo solamente, voglio e posso salvarlo. Che fiducioso torni a me. Non chiedo neppure che mi domandi perdono dappoichè già, per volere di Dio, lo perdonai. Egli non avrà limite nel mio amore. È priore di Lacedonia per dono di Enrico imperatore; per volere del papa sarà arcivescovo di Ravenna, che adesso appunto quel bravo prelato è morto.

—Ma il vescovado di Ravenna provvede pure l'imperatore.

—Donna, figgiti bene nella mente che sulla terra non v'ha più oggimai che un potere, e questo è quello del pontefice; che sulla terra non v'ha più che un nome, e questo è quello del papa. Un altro ordine di cose è cominciato. I vescovadi, i troni non esistono che nel pugno del papa. Egli li dà, egli li toglie. Dirai adunque a quel priore che lasci la scellerata vita che ha condotta finora, che abbandoni le bandiere dell'Amalacita Guiscardo, e torni a me.

—Ma.... interrompe Alberada.

—Ascolta, continua Ildebrando. Ti manderò in oratore a Salerno con l'abate di Cluny. Colà troverai destro abboccarti con Guiberto, perchè metterò ordine al principe Gisulfo comprare la pace a qualsiasi condizione, così Guiberto non mancherà neppure ai patti del duca di Puglia e di Calabria. Io non voglio che sia disonorato colui cui penso fare mio ornamento. Tu dunque spiegherai tutte le seduzioni, tutto il potere che egli in te riconosce e sente fatalmente, perchè Guiberto ritorni a me. Con lui riederai anche tu, cui non preparo minori dovizie di grandezze e di glorie. Io insomma non segno limite alle vostre ambizioni, se nella mia carità e nella mia affezione riporrete fiducia....

—E se si verificasse il contrario?

—Ah! se si verificasse il contrario? mormora Ildebrando pensieroso. Innanzi tutto, vuoi tu incaricarti della missione?

—Innanzi tutto giuratemi, Ildebrando, che male alcuno non verrà a Guiberto se aggiusterà fede alle mie parole.

—Donna incredula! non ti basta la mia parola?

—No, voglio il vostro giuramento. E, se debbo confessare il vero, neppure su questo ho piena credenza. Dappoichè voi che avete facoltà di mandare la gente all'inferno ed al paradiso secondo vi torna, sapete come sciogliervi di un giuramento, se vi piacesse non attenerlo.

—Tu sei un'empia assolutamente. Le parole di Guiberto hanno fruttificato in te. Ma, come tu vuoi, giuro che a Guiberto non verrà male.

—Giuro, giuro... di grazia, messere, per cui giurate voi?

—Per i santi, per Gesù, per la Vergine, per tutto il paradiso.

Alberada conserva il silenzio come aspettasse altro e fissa gli occhi su Ildebrando quasi col suo limpido sguardo cercasse penetrarlo nell'anima. Ildebrando resta calmo e mutulo. Ed Alberada soggiunge:

—Sta bene, adesso vi dico che assumo l'impresa, e che metterò ogni mia sollecitudine perchè Guiberto si concili con voi e con la Chiesa.

—Ciò non mi basta, riprende Ildebrando, mi è d'uopo che tu giuri altresì sull'ostia consacrata il giorno di Pasqua, chiusa in questa reliquia, che se Guiberto non ascolta le tue parole o non crede alle mie promesse, tu tornerai a me; che se egli vorrà per forza ritenerti tu gli sfuggirai; e che se non avrai mezzo a sfuggirgli, eleggerai piuttosto darti morte, che mancare al giuramento di qui rivenire.

Alberada rimane perplessa un momento, pensando la terribile promessa che a lei si richiedeva, poi dimanda:

—E tornando che cosa mi si riserba, messere?

Ildebrando ristà un istante e risponde:

—La morte.

—Bene sta, sclama Alberada, purchè sia una morte sollecita, una morte senza infamia e vereconda, io giuro.

—Una morte sollecita, senza infamia, senza oltraggio.

—Io giuro dunque, continua Alberada cadendo in ginocchio, giuro su questa sant'ostia che chiude il corpo di Nostro Signore, giuro di adoperarmi tutta per indurre la conciliazione tra voi ed il priore di Lacedonia, o di ritornare qui se la mia commissione, per qualsiasi evento, non riesca, o di non toccar cibo per trenta giorni, fuori della comunione, se vorrà ritenermi per forza. E se spergiuro, possano i demoni impossessarsi di me e menarmi senza posa pei quattro venti della terra, come Malco che diede lo schiaffo al signor nostro Gesù Cristo.

—Amen, risponde Ildebrando tutto radiante di gioia, seguimi adesso.

E sì dicendo si avvia, apre l'uscio senza curare di ravvilupparsi nel mantello, ed esce.

Il castellano, che stava fuori a guardare la porta, al vederlo retrocede di un passo, ed abbassa gli occhi. Ildebrando gli ordina:

—Al compiuto imbrunirsi della notte voi stesso, uomo misericordioso, guiderete a palazzo questa donna avvolta in cappa di frate benedettino. Imparate però ad interpretar meglio i nostri ordini per l'avvenire, ed a compierli giusta la nostra intenzione.

—Santo padre, benedicite; e mi porti il diavo.... perdono.... sarà fatto il vostro volere.

—Santo padre!! sclama Alberada sbalordita, e resta fisa ed immobile a guardare Ildebrando, che seguíto dall'abate di Cluny si allontanava.

Ildebrando era divenuto Gregorio VII.

III.

Aristod. Or che n'è tempo Assicuriamci e ragioniam di pace. Lis. E l'accettarla e il ricusarla a tutta Tua scelta l'abbandono. Aris. Udirne i patti Pria d'ogni altro conviensi. Lis. Eccoli e brevi.

Monti.

I legati dunque che papa Gregorio mandava a Roberto Guiscardo ed al principe di Salerno erano Alberada, camuffata della cocolla di frate, sì che pareva giovanissimo novizio, e l'abate Ugone di Cluny, entrambi incaricati di missione diversa. Conciossiachè se Alberada ebbe quella delicata di ricondurre il priore sotto le leggi della Chiesa ed a riconciliamento con Ildebrando, Ugone una più difficile doveva compierne, e nel tempo stesso segreta, per modo che la politica del pontefice doveva sentirsi, non dichiararsi di qual si voglia maniera. E per vero forse il solo abate di Cluny poteva condurre al fine sperato quella bisogna non trovandosi alcuno meglio adatto di lui a tal genere di pratiche nella corte del papa. Tuttavia questa e' si aveva tolta a malincuore. Poichè aveva compreso bene l'animo ed i disegni di Gregorio, avvegnachè questi non si fosse con lui aperto, e non gli avesse ingiunti i suoi severi ordini che in laconici ed oscuri detti, come soleva.

Ugone abate di Cluny, poteva dirsi la più eccellente pasta d'uomo quando arrivava a perder di vista le dottrine di Aristotile. Nei filosofemi di costui egli aveva cercato addentrarsi, con una perseveranza e con una pazienza da fare spavento, oggi che la più astrusa sapienza si succhia da vasi sparsi di soavi liquori. Compagnevole poi, motteggiatore, ilare, amico dei piaceri, si faceva amare dalle donne, desiderare nelle brigate, dove con venustà d'ingegno soleva raccontare aneddoti, miracoli, leggende di santi, storie di paladini e di fate, ed avventure occorsegli pei molti suoi viaggi. La sola macchia che poteva forse apporglisi era quel suo pizzicare un tantino di gioliva comare, quel piccarsi di sapere per minuto i fatti altrui. Ma tal difetto gli si menava buono volentieri, quando e' ne contava delle così saporite a proposito dei pontefici e dei principi che allora conducevano Europa. Ugone sapeva vivere bene fra tutte le classi; trovava sempre alcuna cosa di piacevole a dire a chiunque bazzicava con lui, passava volentieri sui peccatuzzi e sulle debolezze di chicchesia, desideroso che alle sue scappatuccie si desse pure passata. Non borioso della dignità di abate, nella quale eguagliavasi ai più grossi baroni ed infeudava castelli e terre: coi superiori lusingatore non servile, cogl'inferiori caritatevole e blando. In una parola Ugone coglieva il buono ed il piacevole dei suoi tempi difficili; alle tristizie non s'inchinava, ma non si ribellava neppure, come quel severo uomo di Gregorio VII praticò. La regola della condotta di lui chiudevasi in due parole: fare a suo modo, con l'orpello dell'onore e del dovere: altrui tollerare.

Questi era Ugone abate di Cluny, quando, uomo come gli altri uomini, alla vita terrena intendeva ed alle bisogne di questo mondo. Ma una volta sollevato nei bui circoli della metafisica di Aristotile, una volta preso ed impaniato in quel sistema—e qualcuno osava medesimamente dire che talora l'abate lo facesse a disegno per sottrarsi a cose a lui poco grate—una volta tolto in visione allo empireo dello Stagirita, Ugone si astraeva per segno che nè le miserie, nè le gioie della terra lo toccavano più, addiventava apata, inurbano, disadatto, perdeva ogni avvenenza di maniere, ogni attitudine a maneggiare affari, ogni sentimento di cristiano e di uomo.

Fortunatamente questi parossismi di alienazione in lui non erano nè lunghi, nè spessi. Egli aveva coscienza di quella malattia, chè malattia bella e buona poteva addimandarsi tal feroce meditazione. Che perciò ogni mezzo metteva in opera onde distorre la mente da lucubrazioni scientifiche. Ed ecco perchè amava i piaceri, i più delicati ed i più grossolani; usava le corti; accettava ambascerie; cercava la compagnia delle dame; banchettava lautamente; impazziva dietro a cacce ed a giullari; correva ai passi d'armi ed ai giudizi di Dio, dotto mastro in decidere di colpi di daghe e di levate di falchi; nutriva grossa corte di alani, smerigli, cantarini e destrieri. La solerzia però che avvedutamente piaggiatrice e delicata adoperava negli affari, faceva sì che poco e' si potesse ridurre al beato soggiorno di Cluny, cui lo stizzoso s. Pier Damiano, in una sua pistola (lib. VI, 4) chiama orto di delizie fecondo di grazie diverse in gigli e rose, compiuto campo del Signore, ubi velut acervus est coelestium. I principi ed i pontefici appellavano Ugone a compositore dei loro negozi, lo spiccavano ad oratore per gl'interessi dei loro Stati. Ed e' volentieri toglievasi dal sollazzevole soggiorno, e viaggi sosteneva e disagi per rendere altrui servigio. Perocchè la carità non ebbe ultima fra le molte sue virtù.

Così che, come il vescovo di Bovino si condusse alla tenda dei legati per guidarli al padiglione del duca Roberto, Ugone si volse ad Alberada e le disse sotto voce:

—Figliuola, noi abbiamo avuti dal santo pontefice ordini diversi; voi quello di ricondurre al bene il priore Guiberto, io quello di metter la pace fra i due principi. Pensate quindi a compiere la vostra parte, chè io farò di sdebitarmi della mia.

—Dio ci secondi, risponde Alberada. E l'abate uscì.

Roberto Guiscardo già lo attendeva. Sotto magnifico padiglione di seta di Persia e tela d'India, tolto all'emiro saracino nella conquista di Sicilia, aveva fatto rizzare un trono coperto di velluto di Venezia colore azzurro riccamente ornato. Su quel trono egli sedeva, vestito del suo manto ducale, robone di colori diversi, lungo fino ai piedi, soppannato di ermellino; in testa il berrettino traversalmente cinto da zona d'oro, senza raggi, ornata di gemme—che era appunto la corona di duca; l'anello al dito; la spada al fianco. Parte dei suoi dodici conti, e dei suoi capitani, rifulgenti d'armi e la testa scoverta, stavano in piedi nella tenda. A fianco al duca, sovra sgabello più basso, sedeva Sigelgaita, cui nessuno distintivo di femmina avrebbe contrassegnata, se non fosse stato dal bel giacco di maglia, intessuto di anelletti di oro e di argento, che là, sul petto, le si arrotondava di graziosa maniera, e dalle chiome inanellate che nudriva più lunghe degli altri—quantunque le donne longobarde vergini usassero portare intere le chiome e le tagliassero maritate. Ai piedi della sedia ducale stava un paggetto di forse dodici anni, nei cui turchini sguardi ben leggevasi quella scaltrezza prudente e vigorosa che in tanta fama lo tornò poi, e tanto alto le levò. Questi era Boemondo, più tardi principe d'Antiochia, figlio di Alberada e di Roberto.

All'avvicinarsi dell'abate, Roberto gli fece grazioso saluto e lo invitò a sedere. Ugone si recò a baciare la mano della duchessa, e s'inchinò prima al duca poi ai baroni che così pomposa corte gli componevano. Indi presentò la lettera del papa. E Roberto la prese dalle mani di lui e la passò al vescovo di Bovino, il quale lesse a voce alta e sonora:

« Gregorio VII, Pontefice massimo, servus servorum Dei, a Roberto Guiscardo duca di Puglia, Calabria e Sicilia salute ed apostolica benedizione, se vorrà meritarsela.

« Sappiate, signore e figliuolo, che abbiamo date nostre lettere credenziali ad Ugone abate di Cluny, il quale ve le presenterà: e lo abbiamo altresì investito di poteri quanti bastano perchè voi possiate con lui trattare sovra tutte le cose che egli esporrà. E con ciò siate sicuro che noi ci obblighiamo a tener per buono e valevole qualsivoglia accordo verrà fatto tra voi, e che ci compiaceremo molto se ai nostri consigli darete fede e compimento. Vi mandiamo intanto la nostra apostolica benedizione, e vi esortiamo a rendervene sempre più degno per l'avvenire ».

Datum Romæ, sub annulo piscatoris, Postridie nonas iunii anni MLXXV.

—Bene sta, ser abate, disse Roberto, vi riconosciamo per legato del pontefice, ed investito di tutte facoltà di trattar con noi. Ma, se Dio vi guarda, messere, noi non sappiamo di che cosa voi venghiate ad interessarci per parte del santo pontefice.

—Sono bene per dirvelo, messer duca, risponde Ugone, dove vogliate usarmi la cortesia di ascoltare.

—Favellate dunque, riprende Roberto, staremo attenti ad udirvi.

—Eccomi, continua l'abbate. L'animo del pontefice è vivamente commosso delle dissenzioni che spingono l'un contro l'altro il principe Gisulfo II vostro cognato e vostra magnificenza.

—Ah! gli è questo giusto il tribolo che molesta il santo padre? Me lo aveva figurato di già. Tirate avanti.

—Questo per lo appunto, messer duca, perchè Gregorio VII, come padre e capo della cristianità, deve acerbamente soffrire che i figliuoli della sua famiglia si accapiglino con sì poca carità e si uccidano senza misericordia.

—Ma il santo pontefice dovrebbe pure sapere.......

—Con la vostra sopportazione, monsignore, egli sa tutto. Sa di quale brutale maniera il principe Gisulfo accogliesse le vostre pratiche di mediazione a pro degli Amalfitani a Montecassino; quale invereconda risposta vi mandasse; come foste provocato alle ostilità senza motivo. Il beato padre sa come voi con blandi modi più volte sollecitaste la pace ed intelaste primo gli accordi onde calmare Gisulfo. Sa come questi accogliesse male le mediazioni di pace dell'abate Desiderio di Montecassino e del principe di Capua; come borioso facesse ingiuria alla vostra persona con parole, e disprezzasse la vostra amicizia. Insomma il pontefice sa tutto.....

—Tutto ciò che voi avreste dovuto restarvi dal dire, l'interrompe superbamente Sigelgaita, ricordando, ser abate, che favellavate avanti di noi—di noi sorella del principe Gisulfo II di Salerno.

—Le domando mercè, madonna, se commisi la sbadataggine di dispiacerle, peritoso risponde l'abate inchinando la duchessa, perocchè la sensazione, giusta le dottrine dell'apostolo Aristotile, è una potenza passiva cangiata dagli oggetti esterni; ed io aveva perduto di vista che ella è sorella del principe. Ma non voglia però, bella duchessa, punirmene col negarsi di afforzare le mie parole di pace tra monsignore suo marito ed il principe; da poichè vado sicuro che entrambi non saprebbero resistere ai voleri della più bella e valorosa dama di cristianità.

La duchessa pianta fitti gli occhi addosso all'abate per comprendere netto il valore di quello scipito complimento, e tace. Roberto risponde:

—Giacchè dunque il santo padre conosce come noi fossimo stati tirati pei capelli a questa guerra, perchè piuttosto a noi si dirige che al principe?

—Si dirige innanzi a voi, messer duca, sapendovi tanto meglio inchinevole agli accomodamenti quanto mal volentieri vi recaste a queste ostilità: ed inoltre, perchè da voi debbonsi cominciare le pratiche con accordare tre giorni o quattro di tregua, a principiare da domani, onde noi potessimo penetrare nella città e dar iniziamento ai negoziati. Infine, perchè voi pel primo dovete dettare a quali condizioni consentite togliere l'assedio dalla città e ristabilire la pace.

—Avete ragione, messer abate. Il papa ha calcolato da accorto uomo mandandovi a noi primamente. Bene sta. Noi dunque accordiamo la tregua dimandata; quantunque tutto avessimo disposto onde tormentare di tale assalto le omai poco solide mura, che non sapremmo se avessero ancora potuto reggere all'aspro travaglio. I patti poi della tolta dell'assedio saranno i seguenti—Monsignor di Bovino, soggiunge Guiscardo volgendosi a costui, datevi la pena di scriverli, perchè sbaglio non cada nè sulla validità di essi, nè sulle nostre intenzioni, che per nulla mai verranno mutate.

Ed il vescovo di Bovino essendosi messo sul punto di scrivere ad un bel tavolo di larice intarsiato di avorio che occupava il mezzo del padiglione, Roberto a voce ferma ed alta dettò:

1. La città di Salerno sarà messa a nostra discrezione unitamente alla sua rocca, senza che i cittadini ne tolgano cosa, e demoliscano pietra.

2. I cittadini consegneranno tutte le loro armi offensive, dal verrettone alla lancia, dal pugnale alla spada, sotto pena di essere condannato alla gleba chiunque alcuna di queste armi nascondesse.

3. Tutte le terre del principato di Salerno con borgate e castella passeranno sotto il dominio normanno, ai cui signori saranno pagati censi e livelli qual si trovano stabiliti dai padroni longobardi, salvo i mutamenti da farci.

4. Il principe Gisulfo II abdicherà in favore di Roberto Guiscardo il principato di Salerno, e, spoglio di ogni divisa, nelle mani di lui si andrà a collocare in piena dedizione, unitamente a tutti gli altri membri di sua famiglia e di sua corte, dei magistrati della città e dell'arcivescovo.

5. Infine....

—Ma, messer duca, lo interrompe Sigelgaita, cosa mai di peggiore potrebbe toccare al fratel mio se la sua sorte commettesse alla fortuna delle armi?

—Cosa potrebbe toccargli? Uditeci bene, madonna, e voi altresì Ugone abate di Cluny; perchè gli è bisognevole che voi sappiate la nostra volontà pienamente. Se la città ed il principe di Salerno si ostinano a tenerci occupati a questo assedio, noi facciamo sacramento che di qui non muoveremo se non quando non ci resterà più una mazza d'armi per percuotere le mura, un pugnale per uccidere i nostri nemici. E quando, col favore di monsignor Gesù Cristo e del santo barone del Gargano—cui facciam voto di offrire due candellieri d'oro del peso di venti libre—quando abbiamo presa la città, questa sarà data prima per otto giorni a saccheggiare ai soldati, poi bruciata tutta, ed il suo suolo arato e seminato di sale. I cittadini verranno lasciati alla taglia ed alla libidine dei soldati in loro piena discrezione di ucciderli o farli schiavi, di tenerli seco o venderli ai corsari di Africa. Il principe Gisulfo infine, e coloro della sua corte e della sua famiglia, a noi arrendendosi, saranno mandati a purgare le loro peccata in qualche chiostro; togliendo noi la città di assalto, verranno tutti sgozzati come animali immondi, ed appesi dai piedi ai residui merli delle mura. Questo è il pensamento che noi facciamo sulla città di Salerno, sui suoi abitanti, e sul suo principe, madonna.

—Della città e dei cittadini farete come vi aggrada, sclama superbamente Sigelgaita: il suo principe poi, messer duca, sa bene come i principi disgraziati debbano morire per non cadere in mano dei loro nemici. Se egli l'obliasse, io provvederei; e voi, monsignore, voi non potreste che insultare il suo cadavere—se io non fossi.

—Tanto meglio per lui e per la sua fama « risponde Roberto trascuratamente. » L'ultimo articolo infine che aggiungerete, monsignor di Bovino, gli è che, innanzi tratto, affinchè non fossero di modo alcuno trafugati o nascosti, vogliamo a noi consegnati gli oggetti di oro e di argento ed ogni maniera di pietre preziose che nella città si trovano, onde compensare gl'interessi degli Amalfitani nostri alleati, pagare delle spese della guerra il principe di Capua ed il priore di Lacedonia, ed i soldati soddisfare. Questa è la volontà assoluta ed irrevocabile di Roberto, duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia.

—Monsignore, mormora dimessamente l'abate di Cluny, io non saprei con questi patti quali accordi potessi ottenere.

—Peggio per voi, messere. Non pigliate equivoco però sulle parole, perchè noi non diamo, nè dimandiamo accomodamenti, ma leggi—e leggi quali più umane possono dettare i vincitori ai vinti.

—A questo stremo non è ancor giunto mio fratello, messer duca, ripete disdegnosa Sigelgaita.

—Se non vi è giunto vi giungerà, risponde Roberto pieno di calma. Gli è per questo che vorreste dormire meno placidamente le vostre notti, madonna, e lasciare ad arrugginire la vostra spada nel fodero?

La duchessa tacque, ma i suoi sguardi scintillavano come quelli della tigre.

Rispose l'abate di Cluny:

—Ci siamo intesi, monsignore. Io mi reco nella città e spero condurre le cose a quel termine che debba soddisfare tutti. Solamente prego vostra grandezza di accordarmi di poi un momento di colloquio segreto, di cui forse abbisognerò, per favori di che io, abate di Cluny, debbo particolarmente supplicarvi.

—Il vostro volere si farà.

E sì dicendo il duca si alzava, e il parlamento finiva.

IV.

Tebani, ei grida in suon tremendo, Argivi, Dal reo furor cessate. Armati in campo Prodighi a nostro pro del sangue vostro Scendeste voi: fine alla pugna ingiusta Porrem noi stessi, in faccia vostra, in questo Campo di morte.

Alfieri—Polinice.

Io non saprei propriamente dire di quale piglio l'iracondo e superbo principe Gisulfo accogliesse le dure proposizioni del duca Roberto. Basti sapere che mancò poco i legati, perocchè Alberada aveva seguìto l'abate, non avessero a patire di quei crudeli sgarbi che il priore di Lacedonia, a barba del dritto delle genti, usava fare ad oratori impertinenti e malaccetti. Fu loro salvaguardia la lettera che papa Gregorio a Gisulfo mandava, onde comandargli che ad accordi qualsiansi discendesse; da poichè egli dava sua parola che tutto avrebbe regolato in seguito con equità e prudenza, se allora gli era forza piegare alle circostanze. E se Gisulfo non trascese, e' fu altresì perchè egli aveva spiccati oratori al pontefice a fin d'indurlo a intramezzarsi con Roberto per la pace o a soccorrerlo di modo qualunque. Acerbamente non per tanto rispose, ed ogni proposta rigettò come infame. Ugone non si scorò ai primi urti che terribili anch'egli aveva preveduti da un carattere focoso e fiero. Cominciò quindi per dargli ragione, per piaggiarlo; finì con ridurlo ad una considerazione chiara sullo stato della città, spoverita di viveri e di coraggio, e su quello dei suoi soldati, mancanti d'armi e pochi di numero. E Gisulfo convenia sopra tutto. Però quando gli accennava di rendersi, e' si ribellava ad ogni ragione, ogni patto, anche modesto ed onorevole, rifiutava. In guisa che l'abate disgustato stava quasi per desistere dall'impresa, allorchè un mezzo gli sovvenne, decoroso e non fabbro di ruine.

—E non vorreste voi dunque, monsignore, disse l'abate, non condiscendereste voi che questa lite si decidesse per giudizio di Dio?

—Vale a dire? dimanda Gisulfo.

—Vale a dire che, in lizza chiusa, uno o più campioni longobardi contro uno o più campioni normanni definissero la bisogna. Se i Normanni avessero la fortuna di vincere, la città sarebbe loro consegnata, senza più armeggiare, nella maniera stessa che se l'avessero levata di assalto: se vincessero i Longobardi, come io ho fiducia nella misericordia dei santi, l'assedio sarebbe tolto e tutto restituito alla calma prima che tra la grandezza vostra ed il duca Roberto esisteva. E con tal fatto gran numero di vite sarebbe risparmiato, la città non manomessa, e forse tutto alla meglio aggiustato.

—Il consiglio è più da cristiano che da guerriero. Mi piace però, sebbene nessun riguardo dovrei usare a cittadini vigliacchi, i quali le loro sostanze e le loro vite non sanno tutelare. Pure non sono alieno dall'assentirvi. Cosa dunque ne pensate voi miei baroni?

Ed un giovane, uscendo dal gruppo dei cortigiani e capitani di Gisulfo, parlò:

—Monsignore, con la permissione vostra e dei bravi signori che mi ascoltano, io porto avviso che e' sarebbe meglio domandar prima come di tal proposta intenda Roberto Guiscardo.

—Bene detto, principe Baccelardo, risponde Gisulfo. Ritornate dunque al campo del Guiscardo, messer abate, e se mai consente che la guerra termini per un duello, mandi qui qualche suo cavaliere a distendere protocollo dei patti. Il qual cavaliere sarà da lui approvigionato di poteri pieni per tutto regolare senza ulteriormente consultarlo.

—Parto al momento, monsignore, risponde l'abate.

Infatti, lasciata Alberada nella corte di Gisulfo, al campo ritorna immediatamente.

Roberto Guiscardo stette in sulle prime dubbioso alla proposta. Non perchè fiducia di vittoria non avesse, come che gli fosse noto bella copia di valorosi guerrieri trovarsi pure tra i Longobardi; ma perchè egli serrava in pugno la vittoria in massa con una città quasi alla vigilia della resa. Per una tenzone in campo steccato invece egli poteva andar soggetto a cento di quelle fortune avverse, le quali solevano capitare anche ai più prodi, sia per un piede messo in fallo dal cavallo, sia per un colpo d'occhio non pronto, sia per una considerazione importuna che si ficca nella mente, giusto all'ora di maggiore confidenza, energia ed oblianza del mondo esterno, sia in fine per effetto di qualche talismano sulla persona o sul corridore del cavaliere, distrutto dalla benedizione del sacerdote, non tolto dal giuramento del campione. Ma infine, perchè rifiutare il duello e' sarebbe valso la confessione che nel suo campo non pugnavano cavalieri da stare propriamente a fronte ai cavalieri longobardi, Roberto accettò—nel suo pensiero risoluto di battersi egli in persona, come colui che della cosa più vivamente interessava. Chiamò perciò a consiglio i suoi conti ed i suoi baroni, i quali unitamente a lui avevano dritto a deliberare sulle cose della nazione, si fe' venire il priore Guiberto, e dopo aver seco lui lungamente favellato in segreto, lo fornì per iscritto di piena potenza nelle convenzioni pel duello, ed al principe lo mandò unitamente all'abate.

Lunga, viva, tumultuosa divampò la discussione che tra il principe Gisulfo, que' della sua corte, ed il priore Guiberto si aprì. Non vi era via di convenire del luogo dove il combattimento si sarebbe tenuto, perchè ciascuna delle parti lo voleva in terra dipendente della sua giurisdizione per tema di tradimento; non si volevano accettare patti gravosi da niuno dei due partiti, in caso di perdita; non si sapeva decidere nè del numero dei campioni che avrebbero combattuto, perchè molte sfide antecedenti erano pronte e precedute; nè del numero di coloro che li avrebbero accompagnati alla lizza per la sicurezza ed il mantenimento dell'ordine. Uno cercava trappolar l'altro lasciando o chiedendo patti per sottrarsi alla promessa, soccombendo. Ciascuno intendeva regolare a suo modo le condizioni della pugna, e voleva giudici e marescialli di campo il di cui favore si sapeva d'innanzi. In somma avrebbero ambedue bramato dar la legge a proprio talento.

E l'abate, distribuendo torti e ragioni ora all'uno ora all'altro, sceglieva un equo mezzo in ogni articolo, alla cui ragionevolezza dovevano infine entrambi star sodi. E per tal modo si venne a fine di compilare lungo protocollo, di cui facciamo grazia alle nostre leggitrici, segnato da Gisulfo e da Guiberto come commissario di Guiscardo, e da ambo i legati del papa. Ma come i patti che tutte le possibilità prevedevano—ed in quei tempi di buona fede e mica cavillosi e casisti come i moderni era facile—come i patti furono stabiliti, messo da banda il priore, altra discussione tra i guerrieri di Gisulfo cominciò.

Il campione doveva essere uno solo. Chi sarebbe stato costui?

Il principe Gisulfo, come il lione che si arrogava tutte le parti, voleva essere egli stesso, perchè lo più interessato. Il fratello di lui, Rainulfo, per affetto glielo contrastava, dichiarando, male stare che allo Stato si togliesse il capo, avventurandolo a tanto periglio, ma che, meglio a lui si addiceva, inspirato da eguale passione, doveroso di battersi con pari vigore. Baccelardo protestava altamente che giammai, per qualsiasi mezzo, avrebbe sopportato in pace che altri gli avesse messo avanti il piede, dove trattavasi di torre vendetta di Guiscardo e dei seguaci di lui; ch'egli avrebbe suscitati tumulti, si sarebbe scagliato nel campo da forsennato, insomma che, ad ogni modo, o avrebbe combattuto egli stesso ovvero il duello, per quanto era in lui, non sarebbe avvenuto. Altri baroni adducevano altre considerazioni e pretese onde ottenere la preferenza. In una parola, nella corte facevasi matto baccano, e poco mancava non si venisse ai pugnali.

Allora l'abate, che aveva assunta la parte di Nestore in quel consiglio di furibondi, sentenziò

—Principe, baroni, trovo buone le ragioni di ciascuno, lodo la generosa indole di tutti, che vorreste cogliere tanta nobile occasione per far mostra di valore e di carità di patria. Ma non è questo il lato della quistione che debbasi esaminare. Di che si tratta qui, miei signori? Si tratta di vincere il campione nemico per liberarvi della guerra. Si tratta di vincere il più prode tra i prodi Normanni, che al più prode dei prodi Longobardi verrà opposto. Ora, se Iddio vi aiuta, io dimando, castellani, come è dunque che la prodezza si mostra? Con le parole ardite, mai no: perchè di parole temerarie abbondano anche meglio i più vigliacchi. Coi fatti dunque si debbe provare la valentia, ed ai fatti io vi appello.

—Ed in che modo? dimanda Gisulfo che stava attento ed impaziente ad udire.

—In che modo? continua l'abate, eccolo. Quanti siete che volete essere i Curiazii di Salerno? Poniamo dieci. Ebbene questi dieci si disputino fra loro chi debbe affrontare il nemico.

—Ci uccideremo tutti, rispose sorridendo Baccelardo.

—Con vostra licenza, bel cavaliere, mai no. Io non consiglio che con le armi ciascun di voi faccia prova di sua gagliardia, ma per altro mezzo qualunque, e tale che e' crederà più acconcio, e che noi giudicheremo assai valido. C'intendiamo?

—Sì bene, messere abate, sclamò Baccelardo. Voi però non potete sapere che non sempre la forza decide della prodezza di un guerriero, ma più sovente ancora la destrezza. Ed infine, gli è con le armi che noi dobbiamo batterci, non coi sorgozzoni o col randello, come pare che la sapienza vostra voglia accennare.

—Voi parlate da scaltro mastro di guerra, bel cavaliere, soggiunge l'abate. Io però di lunga sperienza so pure, ed ho inteso dire dalle migliori lance d'Europa per le corti che ho frequentate, che giammai forte ed accorto cavaliere cedette campo a cavaliere più destro e più debole. E codesta fortezza e prudenza io vorrei che si mettesse a bilancia in una lizza.

L'abate aveva forse torto; però il suo consiglio prevalse e si propose pel domani tal pruova singolare.

Il priore di Lacedonia, avvegnachè la sua missione fosse compiuta, non tornò al campo: sia perchè fosse vago di assistere a quel saggio di vigoria—ed al principe Gisulfo non dispiaceva che sì forte ed inteso guerriero dell'oste contraria vedesse un po' quali uomini essi avessero ad affrontare, e se non giungesse fino a paventarli li ammirasse—sia perchè sotto il cappuccio di uno dei legati a Guiberto era sembrato di scorgere alcuni tratti che ad Alberada somigliavano. Restò quindi, proponendosi recar domani a Guiscardo, in una col protocollo dei patti, il nome del campione.

V.

Atal. Ah! je suis de son sort moins instruite que vous Cette esclave le sait. Acomat. Crains mon juste courroux, Malheureuse; réponds.

Racine—Bajazet.

Nel punto stesso furono ordinati i preparativi della lizza: e perchè i patti della tregua erano stati soscritti, molti famigliari uscirono dalla città per provvedere di oggetti opportuni comandati dai loro padroni. La quale tregua giovò altresì a Gisulfo onde far provigioni per degnamente ospitare i legati del pontefice, cosa che non si sarebbe per fermo potuto fare, se la cinta dei soldati normanni durava. Perocchè lo stremo dei viveri nella città toccava il colmo, e medesimamente la moria dei cittadini. E Gisulfo avrebbe tolto invece cedere la piazza che malamente accogliere gli ospiti suoi, segnatamente poi che e' conoscevasi da tutti quanto l'abate di Cluny fosse amico delle brigate gioiose e morbinoso in fatto di desinari.

Si trascorse dunque lietamente la sera, fra i vini di Diamante e di Sant'Eufemia e fra gli ambrati moscadi di Trani, che allora, com'oggi, formavano la delizia dei bevoni. La profusione più pazza si osservò nella cena. Perocchè con la profusione facevano spanto di loro grandezza i Longobardi, dove che i Normanni si piacevano più della delicatezza squisita delle vivande, come più sobri e da un tempo meglio ingentiliti. Non mancarono bardi e buffoni che rallegrassero la mensa di canzoni e di motti ora spiritosi ora pungenti, e sempre a spese dei convivali, i quali pe' primi ridevano delle facezie. Vi furono suonatori di viole, e ciccantoni che occupavano il basso della sala, ed ora tutti insieme ora a parte a parte si facevano udire, rispondendo eco tumultuosa alle coppe percosse.

I favellari intanto, che placidi e ragionevoli dalla guerra erano partiti, senza verun riguardo alle dame principiavano a mutarsi in ingiurie alle persone ed in petulanze a causa del lavorio del vino. Caddero sul tappeto le discussioni di politica. Perocchè la politica fu sempre la broda a cui ciascuno si credette in dovere d'intingere il proprio biscotto, ed in tutti i tempi il leone morente a cui anche l'asino può scagliare il suo calcio. Si venne dunque a ragionare dei torti di Roberto Guiscardo; delle sue brighe col papa; della condotta di Gregorio VII; delle pertinaci ostilità di costui col priore di Lacedonia; del placito di Montecassino; della sparizione di Alberada; del ripudio di costei, e di cento altre di quelle cose che, sgominate, inutili, inopportune, scipite, zampillano alle mense, quando i liquori slegano lo scilinguagnolo tanto al sapiente che allo stupido.

—Ed io sostengo, disse l'arcivescovo di Salerno, che il pontefice ha fatto sgozzare Alberada in qualche fondo di chiostro, giusta la condanna dei canoni, come colei che violò le leggi claustrali.

—Ma in quali canoni, monsignor riverito, dimanda il priore, ha vostra mercede letto di codesta crudele condanna?

—Per il carro di s. Eliseo! voi dunque, ser priore, non avete mai studiato nella Georgica di Virgilio:

Dulce ridentem Lalagen amabo, Dulce loquentem?

Alberada è stata strozzata come il cappone del vassallo a San Martino.

—A proposito, messer abate, chiede Baccelardo ad Ugone di Cluny, non sarebbero esse vere le parole di monsignore arcivescovo?

Ugone, che con gli occhi fitti nella sua coppa, quasi dal fondo di quella dovesse vedere a pullulare da un istante all'altro qualche cosa, si aveva fatto più volte passar d'innanzi il fiaschetto senza toccarlo, alcun poco scosso da Baccelardo, che da un lato gli sedeva da presso, risponde come se si risvegliasse subitamente dal sonno:

—Gli è veramente così, miei figliuoli: la materia è ciò che non è nè chi, nè quanto, nè come, nè niente di ciò per cui l'essere è mosso. Non vi sembra chiara l'idea? Non ne siete voi finalmente padroni?

—Codesta è una balorderia, riprende gridando l'arcivescovo, brillo piuttosto, se per rispetto alla sua dignità non vogliam dirlo briaco. La materia è la materia, come Roberto Guiscardo è un corsaro, e sua moglie Sigelgaita una pazza. Figuratevi un tanghero, come codesto buon figliuolo di legato che vi siede a fianco, matto abate di Cluny, e che becca i cibi come un passero, non beve vino come quel povero papero di Gregorio VII, e non parla, come il pievano di Santa Severina a cui una meretrice tagliò la lingua coi denti; ecco la materia; per la quale:

Motus doceri, gaudet ionicos Matura virgo, et fingitur artubus Iam nunc, et incestos amores De tenero meditatur ungui. Quod erat demonstrandum.

—Voi avete mentito come un Lombardo che vende uno smeriglio degli Appennini per un falcone d'Arabia puro sangue, grida Gisulfo, voi mentite, messer arcivescovo di Salerno, chiamando pazza mia sorella, e, se non foste poeta, vi direi improbo o scempio.

—Ed io vi rispondo, messer Gisulfo, sclama l'arcivescovo alzandosi, che voi foste dieci volte più matto di lei quando la sposaste a Roberto Guiscardo, che aveva già in moglie altra bellissima donna, e che amava monna Sigelgaita come io amo l'acqua nel vino—e fosse pur l'acqua benedetta nel sabato santo.

—Ed io torno a dirvi, becco di un prete, ruggisce il principe vinulento anch'esso ed alzandosi del pari, che voi mentite come un giudeo, perocchè Roberto Guiscardo sposò mia sorella, quando, trovandosi parente di Alberada, l'aveva già ripudiata.

—La ripudiò per gelosia,—scappa di bocca all'abate di Cluny, quasi non volendo.

Queste sbadate parole furono come il lupo negli armenti, la scintilla nella polveriera. Mille voci si levano, un buon numero di commensali si alzano rovesciando fiaschetti, doppieri, fiale e bicchieri e da tutti i punti si grida: No, no!

—Mai no, mai no, grida il principe con più veemenza degli altri, Roberto ripudiò Alberada perchè le era parente, perchè tra i parenti è peccato il matrimonio, perchè... perchè...

—Per gelosia, replica con fermezza il priore di Lacedonia intervenendo a sua volta nel colloquio, per gelosia puerile ed infame; dappoichè quella donna tanto oltraggio non meritava. E la colpa è vostra, della vostra storditezza, fantastico abate di Cluny.

E così parlando, gli occhi fissava sopra Alberada, che, tutta celata nel cappuccio a gote, si rannicchiava per tema di non essere scoperta da Gisulfo, capace di trascorrere a qualche violenza, ubbriaco come trovavasi. Costui però non ristava dallo strepitare:

—Non è vero, non è mica vero; io non so nulla di codeste storie. Voi pure mentite, priore di Lacedonia, al pari di quest'arcivescovo cotto come monna. Vi sfido a dimostrarmi che Alberada fu ripudiata per gelosia, ovvero a darmi ragione dell'insulto, qui, sul momento, con la spada o con la lancia, a piedi o a cavallo.

—Io non temo darvi qualunque ragione, risponde Guiberto, anch'esso caldo alcun poco, potrei provarvi con la daga e col pugnale che ho detto la verità, che io non soglio mentir mai parlando di quella pura donna che mi fu moglie, e che l'infame Ildebrando mi tolse. Ed è ben mestieri che sappiate, messer principe, che giammai la sorella vostra sarebbe andata a sposa di Guiscardo, se questo smemorato di abate non cacciava da' ferravecchi non so quale storia, che giammai avrebbe dovuta contare, poichè dessa riassumeva la confessione di due uomini; e che, dopo udita quella fatale leggenda, Roberto saltò in bestia, ricordandosi come Alberada ritrosa lo avesse seguito all'altare.

—Che ritrosia mi contate, continua a sbraitare Gisulfo, cos'è codesta ritrosia, cos'era codesta ritrosia; dite tutto, parlate chiaro, qui si tratta dell'onore di mia sorella.

—Quella ritrosia, riprende il priore, non era se non pudore e carità del padre, cui doveva lasciare a morir deserto e solitario nel castello di Cariati. Or quella verecondia interpretando di poco amore, o amore per altrui, Roberto, la notte stessa, vi mandò per il vescovo di Bovino a domandare la mano di vostra sorella, ed all'alba egli pure mosse alla volta di qui. Voi sapete poi come, di tutto ignara la povera fanciulla, chè diciotto anni solamente contava allora Alberada, credendo festeggiare gli ospiti di suo marito, molte cortesie praticasse a voi ed alla sorella vostra, messer principe, e come servendosi alla mensa il pavone, il duca Roberto si alzasse e dicesse: Conti e baroni, vi presento la mia novella moglie Sigelgaita sorella di monsignor Gisulfo di Salerno, perocchè ho già ripudiata la prima moglie Alberada, come quella che fu figliuola di una nipote di mio padre.

—Ebbene, ebbene, che cosa vuol dire codesto? gridava Gisulfo, non vuol dire forse che era parente? Chi l'oppugna? Chi sostiene che Guiscardo fece male? Chi accusa di ciò la sorella mia e me?

—Alcuno, riprende il priore, si biasima il modo. Alberada era presente. Alberada in contegno tranquillo e rassegnata bacia il suo figliuolo Boemondo sulla fronte ed esce. E voi, messer Baccelardo, che allora eravate paggio di quella dama e a lei più che mai caro e gradito, voi giuraste, e gittaste sulla tavola, proprio innanzi al duca Guiscardo, il vostro guanticino di velluto come pegno da sostenere il dì che avreste cinto il cingolo della milizia, che Alberada era la più bella donna, e la più ingiuriata dama di cristianità. La duchessa Sigelgaita sorridendo raccolse quel guanto, ed attaccatogli un nastro dei suoi capelli, ne fe' dono a Roberto. Ora sappiatelo, messer cavaliere, che Roberto ancora lo porta appeso alla guaina della sua spada, aspettando che da Baccelardo adulto venga riscattato il pegno di Baccelardo fanciullo.

—Ed io giuro a tutti i santi del paradiso, dice Baccelardo, che il pegno sarà ridomandato, sia che la fortuna mi secondi domani ed io sorga campione di Salerno, sia altra volta, prima che scorrano sei mesi a contare da oggi.

—Io non so di che parliate, io non so di quali insulsi racconti accenniate, ser priore, riprende il principe Gisulfo; io comprendo solamente che qui si calunnia l'onore della sorella mia, sposata dal Guiscardo per impeto di gelosia, come dite, non per elezione di amore. Andiamo, in nome della SS. Trinità e di tutti i santi, io voglio esser chiaro di tutto; io voglio udire codesta istoria. Poichè se vero è, come è verissimo che voi mentite, io giuro di toglierne tale vendetta da passare in esempio per l'avvenire ed insegnare di qual maniera fa mestieri parlare di una nobile dama longobarda. Sbrighiamoci. Chi è dunque che deve cantarci codesta filastrocca? Non sareste voi per avventura, messer abate—messer abate di Cluny?

—Io per l'appunto, monsignore. Ma pregherei vostro valore di farmene grazia, da poichè sento venirmi male; o almeno posporla fino a domani. Perocchè tre sono le condizioni della forma, o, per farvi comprender netta la dottrina dell'apostolo Aristotile, materia e forma sono principio delle cose increate; la materia contiene la possibilità di ciò che può ridursi una cosa; la forma porta la cosa possibile all'attualità ed all'energia. Ond'è...

—Per la croce di Cristo! scatta su di nuovo Gisulfo, cosa diavolo mi state sciorinando di forma e materia, e di sentirvi male e di attendere?... Steste voi pure sulle brace come s. Lorenzo, favellerete—favellerete sull'istante, e direte la storia per filo e per segno, tal quale la contaste a Melfi. Io rispetto gli uomini della Chiesa e gli oratori del papa. Però non avrei ritegno farvi appendere ai merli della rocca come un nibbio, e farvi frecciare per tre dì, se ricusaste darmi pieno ed ampio conto delle impertinenze che costoro si sono permesse a spese della famiglia mia, e che altri hanno udite—A voi, soggiunge poscia Gisulfo voltandosi verso i coppieri, recate un'anfora di vino all'abate, onde si rinfreschi la memoria; e badate bene, Ugone di Cluny, che io bevo una brocca d'acqua per dissipare ogni tenebra che alla mente avesse potuto portarmi il vino, onde non v'immaginiate di uccellarmi. E me e questi signori dovete convincere, che tanto voi come il priore di Lacedonia diceste il vero, quando dichiaraste Alberada ripudiata per gelosia.

L'abate di Cluny, che già viaggiava per le regioni del peripato, al baccano dei commensali, alle gomitate di Baccelardo, il quale sovente gli volgeva la parola sedendogli allato, alle minacce dell'ebro principe, in quello stato di tutto capace, torna pienamente in sè. Si frega la fronte con l'acqua fredda, si passa la mano sugli occhi, e levasi un momento da sedere per disperdere affatto ogni nube dal suo cervello, poi il principe Gisulfo prega:

—Monsignore, io farò il vostro piacere raccontandovi per minuto i fatti: vi bastino questi. Ma dispensatemi svelarvi i nomi delle persone. Ciò si attacca alla mia coscienza; ed io toglierei meglio sperimentare ogni vostra minaccia anzi che palesarvi gl'individui i quali mi facevano tal loro confessione, maggiormente poi che costoro son uomini che vivono ancora, e da Dio collocati a posti sublimi.

—Sia pure così: raccontate.

L'abate si asside e comincia.

VI.

Elle a voulu sa perte, elle a sû m'y forcer; Que l'on me venge. Allons, il n'y faut plus penser. Helas! j'aurais voulu vivre et mourir pour elle; A quoi m'as-tu réduit, epouse criminelle?

Voltaire—Marianne.

—Dovete dunque sapere, mie belle dame, che in una piccola terra di Toscana, non ha molti anni, viveva un falegname, povero ma distinto per pensieri onesti. Dio aveva confortato il suo letto maritale di due figliuoli. Il maggiore, chiamato Cuno, aveva indole, figuratevi! tenebrosa e selvaggia come toro non domesticato, carattere altero, indomito, e sopra ogni credere ostinato e tenace nel suo proponimento. L'altro poi, Goccelino, di otto anni più giovane di Cuno, era un folletto, vispo, franco, sempre vago di piaceri e di armi, generoso e liberale come poteva. Perciocchè il corpo, giusta le dottrine del santo padre Aristotile, prende la qualità dall'elemento che prepondera e sovrabbonda; ed in Goccelino sovrabbondava il fuoco che è misto a tutti i sentimenti o a nessuno.

—Volete voi sì o no lasciar da banda codesto Aristotile, cui nessuno conosce fra i principi longobardi o normanni? l'interrompe Gisulfo.

—Egli era greco, esclama semplicemente l'abate. Or bene, questa opposizione di carattere dei due figliuoli non è a dirsi se contristasse il Bonizone, il quale, uno almeno dei fanciulli, destinava per l'arte sua. Ma il primo pensava solo da mane a sera a far sgorbi sulla segatura, quasi volesse scrivere. Ed in fatti si assicura che un tabellione, entrato nella bottega del falegname per ordinare non so qual lavoro, avesse letto in uno di quei trastulli le parole di Davide: dominerà da mare a mare. E sì che il taciturno putto nulla ancora conosceva di scrittura! Ovvero quel tristanzuolo andava in traccia di vecchie pergamene, di vecchi scartabelli, e nascosto in un angolo della casa simulava leggere, restando giorni interi in tal atto, dimentico di cibo e di bevanda. E quando non trovava di questi balocchi, metteva ogni suo sforzo ad arrampicarsi sui punti più culminanti della casa, oppure sollevava i più grossi ceppi da terra, addestrandosi così a superare tutte le resistenze, e livellarsi a tutte le altezze ond'isfidare la vertigine.

—Ma che domine ci entra codesto con Alberada, la gelosia, Sigelgaita, il diavolo e le sua corna? dimanda Gisulfo impaziente.

—Prego la vostra cortesia di udirmi, continua l'abate.

L'altro figlio di Bonizone al contrario teneva sempre dietro a picchieri, a falconieri, fabbricava labarde di legno, arrolava garzoncelli e comandava l'assalto di baluardi di neve, impazziva dietro a canterini, alani e girofalchi, sì che il povero padre non mai sapeva ridurlo a casa, neppure con le batoste, di cui col monello non mostravasi avaro.

—Gli era forza, sclama Guiberto, perchè questo fanciullo era nato ed aveva vissuto, nei suoi primissimi anni, in casa dei signori di Coreggi di Parma, dove sua madre era donna di governo, e dove la vecchia castellana lo tenne quasi figlio tra i militi e la corte del castello.

—Può esser anche ciò che gli avesse formato il carattere, risponde l'abate: ad ogni modo, Bonizone di là lo ritrasse per fare un falegname come lui. Ma non gli riescì. Allora, vedendo che la sua prole non voleva saperne del suo mestiere, per non farla crescere nell'ozio e quindi nel mal costume, mandò il maggiore ad un suo cognato, abate nel monistero della Beata Vergine del monte Aventino di Roma, perchè lo iniziasse nella carriera monacale, affidò il secondo a suo fratello, il quale occupava la carica di siniscalco presso uno dei più grandi feudatari del paese d'Italia.

—Alla buon'ora! sclama Baccelardo.

—Dio sa ciò che fa, replica l'abate continuando. Bonizone restò dunque deserto nella povera sua casa, perocchè gli era morta la consorte nel mettere a luce Goccelino, là in Parma. Lo confortavano solo le liete novelle che riceveva da suo cognato. Cuno infatti con prontezza d'ingegno ed avidità di apprendere senza limite progrediva nelle lettere, e compiva i doveri religiosi di tale austera perseveranza che lo facevano addimandare il piccolo santo. Però il buono abate non visse lungamente.

—Mori d'indigestione, grida l'arcivescovo, io lo conoscevo; e fu desso che mi apprese l'arte dei menestrieri.

—Così dissero gli empi, risponde l'abate peritoso: il vero è che morì di gocciola. Ora, siccome Cuno, tra pel favore dello zio, tra per natural talento usava di orgogliosi modi verso tutti i monaci, niuno rispettando, anzi qualcosa garrendoli della troppa lassezza nei doveri religiosi, e si mostrava duro in tutte le opere che con la sua volontà contrastavano; così i frati, all'elezione del novello abate, nemico di suo zio e di lui, a pieni voti lo cacciarono via dal monistero.

—Birboni di frati! sclama l'arcivescovo di Salerno. Se fosse stato un donnaiolo lo avrebbero nominato priore. Erano ben dessi, va!

—Figuratevi, belle dame, se Cuno piangesse, continua l'abate, nel mettere piede fuori la soglia claustrale. Egli a vero dire non piangeva già di dolore e di vergogna. Piangeva per offeso amore di sè, per dispetto, e forse un tantino ancora per qualche visioncella ambiziosa svanita. Pur nullamanco decise lasciarsi morire di fame. Ma Iddio non abbandona i figli suoi, poichè provvede gli uccelli di piume, gli agnelli di lana, come dice Salomone...

—E l'ubriaco di sete, soggiunge Baccelardo.

L'abate sorride e prosegue:

—Dovete dunque sapere che era stato grande amico di suo zio, un uomo piacevolone, quell'arciprete Giovanni Graziano, che fu poi papa Gregorio VI. Aveva costui veduto parecchie fiate il giovane Cuno, e dallo zio ne aveva udito mirabilia, riguardo all'ingegno ed alla pietà. Gli si era perciò venuto affezionando. Usciva dunque un giorno l'arciprete della chiesa di San Paolo, allorchè gli parve di scorgere alcuno che cercava evitarlo, e questi somigliare a Cuno. L'arciprete, curioso, accelera il passo e raggiunge il giovane, il quale rosso nel volto come bragia a lui si nascondeva. Cuno racconta tutto ingenuamente. L'arciprete, che l'aveva pigliato per l'orecchia, l'ascolta, lo crede, e perchè pizzicava anch'esso un po' dello stesso umore sel mena a casa. Indi scrive a Bonizone che non pensasse più a suo figlio, perocchè egli avrebbe tolta cura dell'ulteriore educazione di lui, e che avesse pregato per entrambi.

—To'! questa sì che è sublime! sclama l'arcivescovo di Salerno, incaricarsi dell'educazione di un giovane quel Gregorio VI, che fu il più grosso barattiero del suo tempo, ed a cui per la smisurata ignoranza il popolo romano ebbe ad assegnare un collega nell'esercizio del ponteficato! Oh! spectatum admissi risum teneatis amici?

—Voi favellate da sapiente, monsignore arcivescovo, risponde l'abate, ma Bonizone pregò tutti i giorni per l'arciprete, e non pensò più a suo figlio. L'arciprete poi comprò il papato da Benedetto IX e si dimandò Gregorio VI.

—Sì signore, l'interrompe ancora l'arcivescovo. Io ero a Roma allora. E fu nel tempo in cui Enrico III scese in Italia e venne a Roma, dove, come sapete, regnavano allora contemporaneamente tre pontefici: Gregorio VI a Santa Maria Maggiore, Silvestro III a San Pietro a Vaticano, Benedetto IX a San Giovanni a Laterano.

—Appunto così, continua l'abate. Or bene, Enrico accolse a Sutri un concilio, dove il solo Gregorio comparve, e ne creò un quarto papa, Clemente II. L'arciprete non si ostinò a restare nel ponteficato. Depose la tiara incautamente compra, e venuto in molta grazia dell'imperatore, unitamente al suo protetto lo accompagnò in Germania.

—Per divenirvi, sclama il priore, un bravo condottiere di lanzi, il più prode fra tutti a menar le mani con la grazia di Dio, a vuotare fiaschetti di Borgogna, e rimorchiare fanciulle.

—Dio l'avrà perdonato, mormora l'abate continuando. Cuno dunque si divise dal glorioso arciprete, entrò in un chiostro dove compì la sua istruzione, profferì il voto, e fu innalzato a priore.

» Ora lasciamo costui ad indurirsi peggio nelle rigidezze del convento e ad alimentare ambizioni nel silenzio, e torniamo a Goccelino nel castello... permettete che ve ne taccia il nome.

—Messer no, risponde Gisulfo, vi ho permesso tacer delle persone non dei luoghi; dite dunque in qual castello avevano allogato Goccelino; perchè noi già cominciamo a pescare di chi diavolo voi raccontate.

—Non fareste poi un miracolo! sclama l'abate qualcosa brusco. Indi più rassegnato soggiunge: Sia fatto il vostro piacimento, tanto più che ciò nè pon nè leva alla fama di chicchesia. Goccelino quindi veniva educato nella fortezza di Canossa in Toscana. Lo zio di lui era di quegli uomini bisbetici che credono un nipote essere una tignuola che Iddio manda per rosicchiare le costole del vecchio albero. Lo accolse perciò agriccio un cotal poco. Ma quando, guardatolo più da vicino, scorse un giovanetto che aveva vantaggiosa figura, occhio vivace, ardita risolutezza nell'espressione tutta del sembiante, lo azzeccò dalle orecchie, e levatolo fino all'altezza del suo capo, che non era poco! lo baciò in fronte e gli disse:

—Quel bestione di mio fratello non saprà fare nè porte nè casse, ma, se l'è tutta opera della sua persona, per la luce di Dio! che sa fare figliuoli bellocci.

Indi guardò in fronte il cattivello e con un tal qual piglio che non voleva significare durezza ma nemmanco benevolenza, soggiunse:

—Piccolo mariuolo! in questo castello sei entrato coi piedi dalla porta, pensa a non uscirne del capo per qualche abbaino. Qui son tutti santi. Qui si parla più con gli occhi che con la bocca. Qui gli uomini non valgono un baccello di fava. Qui si nomina in vano il nome di Dio, almeno dugento volte al giorno, il vino si beve con l'acqua, alle donne si parla al buio. Se sarai santo in casa, come un apostolo, e diavolo al campo, come un gendarme tedesco, ti prometto io che di codesto tuo legno saprò cavarne alcuna cosa. Ma se ti dai troppo attorno a frascherie di donne ed a bazzecole mondane, come per esempio, la caccia, il suono, il canto, e che so io, prega il tuo santo protettore—e qui non mancheranno d'assegnartene uno—pregalo di provvederti di buone gambe per varcare di un salto i quattro ricinti del castello, perocchè te li farò saltar io dall'alto di qualche merlo. Per omnia secula seculorum.

» Il giovanetto, che intrepido e con gli occhi spalancati lo aveva ascoltato, risponde tosto:

—Amen ».

» Il vecchio siniscalco sorrise, e dicendo fra sè:

—Questo galuppo la sa lunga, la sa »! andò via.

» Ricevuto di così strana guisa, Goccelino non si sconfortò, che anzi traendo partito dall'originale omelia dello zio, quantunque garzoncello, s'infinse e si adattò per modo a quella corte bigotta, che in pochissimo divenne il beniamino di tutti e paggio della contessa Beatrice. Il vecchio siniscalco strabiliava come egli, con settant'anni di fedeltà, non godesse di altrettanto favore, e ripeteva:

—Quello scimiotto di ragazzo infinocchierà tutti, infinocchierà!

Il ragazzo però crebbe adolescente, l'adolescente si fe' giovane, ed il paggio passò a scudiero. Un matto cappellano, che fabbricava versi come il cuciniere i pasticci a torre, si aveva tolta la pena di ficcargli nel cranio alcun buon migliaio di frasi latine, e gl'insegnava la gramatica, la teologia, la geometria. Non gl'insegnò filosofia perchè quello spropositato animale di mastro Donizone credeva Aristotile eretico. Vedete la bestial creatura! Nonpertanto lo addestrava in cento corbellerie di dialettica; nel tempo stesso che il marchese Goffredo se lo recava appresso saltando fossi a cavallo, fracassando crani della mazza ferrata, e forando corazze con la lancia. Goccelino sembrava un demonio nell'un mestiero e nell'altro—sebbene, a dir vero, meglio in quello del soldato che in quello del teologo.

—Diavolo, diavolo, sclama l'arcivescovo, ci sono anch'io. Ora so di chi si favella.

—Tanto peggio per voi, dice l'abate, e continua, stringendosi nelle spalle:

» In questi tempi capitò per quel paese l'imperatore Enrico III. Il marchese gli andò incontro per festeggiarlo, e menarselo al castello. Lo accompagnò Goccelino come scudiero. Vorreste voi, ser priore, raccontar questa parte della mia storia che anche voi conoscete, onde lasciarmi riposare? chiede l'abate indirizzandosi a Guiberto.

—No, sclama secco secco costui. E l'abate sospirando continua:

—Una sera l'imperadore ed il marchese Goffredo cavalcavano forte per arrivare a Parma. Il tempo era nebbioso, tutto il giorno aveva piovuto, e cadeva ancora un'acqueruggiola come vapore. Il Taro che dovevano passare gonfiava, talchè aveva menato via anche il ponticciuolo di assicelle che i borghesi vi avevano costruito pel comodo traffico della campagna. Il marchese disse all'imperatore:

—Sire, corre adagio tra i borghigiani, che non agisce da uomo prudente chi affronta il Taro in furore. Consiglio perciò vostr'altezza di arrestarsi alcun poco qui, fino a che la corrente non si abbassi.

—Il proverbio dice, l'interrompe il priore Guiberto,

Che l'estrema unzione innanzi prenda Chi il Taro nel furor di guadar tenta.

—Torna lo stesso, risponde l'abate. L'imperatore all'osservazione del marchese fece una smorfiuzza di sprezzo, e per tutta risposta sprona forte il ricalcitrante cavallo, ed entra nel letto del torrente. Ma non vi ebbe appena messo il piede che puff! cavaliere e cavallo scompaiono sotto i fiotti della torbida corrente. Come sapete, tutti erano rimasti indietro, non escluso il marchese; e tutti indietreggiarono ancora più, spauriti e schivi di affogare nel fiume. Però Goccelino non bilancia neppur tanto. Salta da cavallo, si segna della croce, e vestito di maglia come trovavasi si gitta nell'acqua. La corrente già travolgeva precipitosa il corridore dell'imperadore, questi non appariva. Goccelino, cui lo zio, se vi ricordate, aveva minacciato annegare nell'Enza, che scorreva poco giù del castello, dove non si fosse condotto dritto, era addivenuto perito nuotatore e palombaro. Si spinge perciò giù nel fondo del fiume, afferra l'imperatore dalla gorgiera, e facendo forza di braccia per sotto la corrente stessa, lo tragge all'altra riva. Un grido di giubilo metton tutti i cortigiani del marchese e di Enrico; niuno però si avventura tampoco al valico. Così che dall'una sponda stavasi tutto il numeroso seguito dei due principi, dall'altra Goccelino che si teneva l'imperadore del capo giù sulle ginocchia onde fargli vomitar l'acqua, e richiamarlo in sè. Non passa guari in fatti che Enrico rinviene. Il suo primo sguardo cade su i pavidi suoi vassalli, l'altro sull'ardito giovane, che, col capo scoverto ed il ginocchio a terra, diceva:

—Perdonate, sire, se ho posta audacemente la mano sul corpo dell'altezza vostra. Consentiamo tutti che foste Alessandro Magno nel campo, ma non sapremmo condonarvi che così giovane vogliate morire affogato come lui.

—Bravo! sclama Baccelardo, le parole non furono meno belle dell'azione.

—Sicuro! ed Enrico III, che anima nobilissima e generosa aveva, lo guarda un momento, indi l'alza, e ponendogli famigliarmente la mano sulla spalla, gli dice:

—Cavaliere! va pure superbo di aver salvata la vita ad Enrico III. Non vogliam noi togliere giovane tanto prezioso e fedele al marchese Goffredo nostro parente: ma se nulla mai potessimo fare per te in qualunque tempo—perchè noi ne lasceremo altresì memoria nel nostro testamento—per la beata vergine di Goslar! non devi che dire una parola sola, e chiedessi tu il più bello dei nostri feudi imperiali, ti sarà accordato sul fatto.

—Mercè, sire, risponde Goccelino; l'altezza vostra viva lunghi anni; a me basta la gloria di aver toccata la vostra sacra persona.

Il torrente intanto era declinato, il guado reso più praticabile, e la gente dell'imperatore varcata all'altra sponda; così che la sera si giunse a Parma—Enrico III aggiustò le cose d'Italia e ripartì per Lamagna. Goccelino, cui l'imperatore in persona aveva armato cavaliere, restò. Non che lo rattenesse vaghezza del paese d'Italia, ma perchè il suo cuore non batteva più libero.

—Ah! sclama la principessa di Salerno parimenti alla mensa con le sue dame, supponevamo bene noi che la storia doveva andare a finire così. Tirate avanti, bravo abate.

—Tutte le storie dei giovani cavalieri, madonna, finiscon così, riprende l'abate salutando del capo la castellana.

» Trovavasi dunque al castello una Bertradina figlia del conte... figlia di un conte, damigella della divota contessa Beatrice, giovinetta, se volete niente avvenente, ma fastosa di natali nobilissimi e d'immaculata virtù. Su di costei aveva messo l'occhio Goccelino. Per molti anni egli tenne celato questo amore, contentandosi di muta adorazione e della proferta di uffici che la damigella non accettava mica con fierezza. Ella sembrava anzi incoraggiare l'ardimento nel giovane di qualche occhiata carezzevole, che era quanto dire in una corte di santi, dove l'amore veniva considerato come peccato. Dopo l'avventura dell'imperatore, Goccelino si fe' più ardito. Egli svela chiaro alla damigella le speranze osate concepire, richiede da lei franca risposta.

—Ed ella? dimanda Baccelardo.

—Ella non lo scacciò già con alterigia: solamente piena di contegno lo rimise al giudizio del padre suo.

—Ciò era giusto, mormora la principessa.

—Madonna, sì. Ora il conte che aveva solamente questa figliuola ed era ricco e borioso, quasi quasi non fe' cacciar via villanamente il cavaliere dal suo castello. Gli ordina però di non rimettervi più piede, e mai più favellare di sua figlia, il cui nome reputava macchiato nella bocca di un uomo, per le vene del quale scorreva il sangue di Bonizone il falegname. Poi ne muove lamento al marchese ed alla pia moglie di lui.

—Fu un minchione il vostro conte! risponde Gisulfo; io avrei dato quello sfrontatello a divorare ai segugi.

—Come vi piace, monsignore, riprende l'abate. Certo è però che Goccelino ebbe a sopportare grave riprensione dal marchese, lunga omelia dalla contessa, ed aspro e schernevole garrito dal siniscalco suo zio. Fastidito del pettegolezzo di quella corte, e' si accommiata dalla castellana e dallo sposo di lei, e se ne torna a Parma dove i signori di Correggio gli venivano altresì un poco parenti per parte di madre. Ma perchè neppur quel paese lo guariva dal fernetico, se ne rivenne alla casa paterna per disacerbare il duolo con la lontananza e l'amorevolezza dell'eccellente padre suo. Capitò allora che Cuno fosse a Roma. Goccelino vi si recò incontanente ed al fratello raccontò dell'affronto ricevuto. L'altero spirito di Cuno, che nelle dignità della Chiesa cominciava di già a progredire, ne rimane offeso. Perocchè il suo carattere era addivenuto anche più violento e puntiglioso nei rigori silenziosi del chiostro. In guisa che si fissa in mente, e fa unico scopo dell'ostinata ed intraprendente sua volontà di domare l'alterigia del conte, e di dare sposa al figliuolo del falegname Bonizone la figliuola del barone. E senza metter tempo in mezzo parte per Canossa.

—Non ci mancava che lui per completare la corona dei santi, dice Guiberto sorridendo.

—In fatti, continua l'abate, in una corte, in cui i laici non valevano una buccia, e la religione toccava il fanatismo, lascio a voi considerare se un frate, ed un frate favorito consigliero di due pontefici, e severo riformatore del costume degli ecclesiastici, dovesse tornare potente e gradito come un santo. Accadde dunque così. Da prima vi fu un po' di muffa dall'una parte e dall'altra, vi fu un po' di discussione, un po' di orgoglio, un poco di ostinazione, ancora qualche minaccia—il frate di gastighi spirituali, quelli di temporali. Infine la contessa toglie acconciar ella le cose col padre di Bertradina, e contentar tutti—tanto più che vivamente pel frate s'interessava l'unica figliuola di lei, Matilde, le quale più fanatica di tutti quanti, di nove in dieci anni, già dispotizzava sui parenti in prima, e poi sui vassalli ed i feudatari. Ad ogni modo, non saprei ben bene dirvi degli incantesimi che adoperasse la contessa Beatrice; certo gli è, che il frate, il quale già mirabilmente se la intendeva con Bertradina cui teneva dalla sua, fu contento, e si aggiustarono le nozze.

—Giorno di maledizione! si lascia uscir di bocca il priore. Tutti lo guardano. L'abate soggiunge:

Sia comunque, e Dio sa il vero, in queste trattative eran corsi alquanti mesi; alcuni altri il frate ne dimorò nella casa paterna. Infine ritornò a Roma dove seguì perigliosa e pertinace carriera di consigliere e di morigeratore.

—Volete che vi nomini costui? domanda l'arcivescovo sorridendo:

—Dio ve ne preservi, susurra l'abate con voce pietosa, e continua.

» In quell'intervallo Goccelino, che dalla donna sua si era compiutamente alienato, considerava quali spessi colloqui i due cognati avessero fra di loro, quale perfetta intelligenza, e come rammorbidivasi il cuore del fratel suo verso Bertradina. E sì che suo fratello ad affetto tenero e compassionevole non aveva ancora, e forse non aveva mai aperto il cuore! Ma Goccelino s'illudeva. Perocchè Cuno non dava a quella donna che pietosi avvisi, e la confortava a sopportar paziente il disgusto che il marito aveva concepito per lei, e le cento scipite fole che sul fatto del morgingab correvano pel volgo. Sia però come vuolsi, certo gli è che dopo sei mesi Bertradina sgravò, e mise a luce una bambina.

—Corpo dell'ostia! grida Gisulfo, dopo sei mesi voi dite?

—Sì, monsignore. Ma ciò non torna nulla al caso; imperciocchè anche dopo sei mesi una femmina può partorire, e la prole vivere. Non pertanto io non saprei dirvi quanta fosse l'indignazione di Goccelino. Senza pigliar tempo, senza nulla considerare, ei si reca al letto della moglie, e vilipendendola del nome di adultera, le lacera il seno col pugnale.

—Dio ti perdoni, accecato! potè solo profferire la misera, e spirò.

—E Dio l'ha perdonato, sclama il priore suo malgrado e quasi parlasse fra sè.

—Goccelino andava in cerca ancora della bambina, soggiunge l'abate, allorchè Bonizone entra nella fatale camera. Egli si getta ai piedi del figlio, gli abbraccia le ginocchia, e lo supplica di contentarsi di un delitto solo. Goccelino spinge il vecchio ad urtare di capo nel suolo ed esce, e fugge. Consentite intanto un momento, belle dame, che io beva un gocciolo per inumidirmi il gorgozzule, poi ricomincio.

VII.

Ito è così, e va senza riposo Poi che morì: cotal moneta prende. A soddisfar chi è di là tropp'oso—

Purg. II.

E dopo che l'abate si fu qualcosa rifrancato, ed ebbe bevuta una larga sorsata di vino, continuò:

—Goccelino dunque corre subito alle scuderie, inforca il primo cavallo che gli si para alla mano e vola a Roma. Cuno era partito allora allora per l'abazia di Cluny. Goccelino gli tiene dietro. Appena e' si arrestava la notte per dare un po' di strame alla cavalcatura. Viaggiava solo, fosco come il turbine, furibondo come il tigre. Egli fece periglioso e stentato viaggio, scavalcò montagne di nevi eterne, valicò fiumi terribili, affrontò uragani, fame, incontro di belve feroci; e sempre in una tetra tensione di spirito, superò tutto, e giunse al monistero di Cluny. Non si nomò Chiese di Cuno suo fratello; ma questi era assente. Intanto gli fu proferta ospitalità se volesse attenderlo.

—Starà lungi molti dì? dimandò.

—Verrà stasera, gli risponde il frate portinaio, forse domani. Certo non tarderà guari, perchè deve ricevere il voto di certi novizi che debbono far professione, Kirie eleison! E siccome l'abate è a Goslar con l'imperatore Enrico, il padre priore farà la funzione, Christe eleison! Potete dunque attendere, ser cavaliere, se avete voglia del riverendo priore, e gustare un gocciolo, Kirie eleison! che il cellario può offrirvi buono come in ogni altro castello di barone. Kirie eleison! Christe eleison!

—Avete detto che torna domani? replica Goccelino.

—Cosa avete, ser cavaliere? chiede inquieto il portinaio, vi sentireste forse male? Kirie eleison! Gli è pur vero che il padre priore con reliquie ed agnus dei, con miracoli e senza guarisce infermi, Christe eleison! ma evvi ancora il vecchio padre Adalberto che.....

—Addio, frate, grida l'altro, e volgegli il dorso.

—Goccelino scomparve. Il portinaio allampanato gli tiene dietro dell'occhio; infine si segna di croce e sclama:

—Gran peccatore dovrà essere colui che per fermo veniva a confessarsi al priore. Christe eleison! La sua faccia però non è quella di un contrito. Kirie eleison! Ricusare anche un gotto! Christe eleison!—io me ne intendo di queste botti: gran peccatore! pingue furfante!

—Il brav'uomo che era quel portinaio, soggiunge l'arcivescovo. In un mese che passai a Cluny mi fece cotto quarantadue volte.

—Ne abbiamo fatto un santo dell'ordine, sclama l'abate, e Dio l'ha nel suo seno. Poi continua:

» Il priore infatti arrivò la sera, ma infermo. Il primo suo pensiero fu di andare a ringraziare s. Benedetto del prospero esito della sua spedizione, poi di cercare il letto.

» Al domani la chiesa rigurgitava di gente per contemplare la cerimonia di quattro o cinque novizi che profferivano il voto. Un sacerdote celebrò la messa. Finito l'evangelo i novizi si trassero avanti l'altare. Allora dall'attigua sacrestia uscì un frate col capperuccio calato per ricevere le loro promesse.

—Ah ci siamo, dice la principessa, io rabbrividisco di già.

—E vi è di che, riprende l'abate. Tutto il popolo infatti aveva assistito con divozione alla messa; ma con più fervore di tutti, giusto là presso ai balaustri di marmo del coro, avevano fissato un cavaliero che della fronte piegata nelle mani, immobile, fervoroso come un santo, aveva orato senza distogliersi mai.

—Birbo di santo! dice l'arcivescovo.

—Appena però si comincia la funzione della professione egli leva la testa. E' sta un momento, un momento solo a squadrare il frate che la compiva, indi di un lancio, come il gattopardo si avventa sulla preda, si avventa su colui, e col pugnale lo trafigge alla nuca. Fu l'opera di un baleno. Il povero cenobita manda un grido e cade supino. A questa vista, Goccelino anch'esso si dà un colpo di mano sulla fronte: poi come un fulmine passa per mezzo della gente atterrita, risale il cavallo che gli teneva lesto un pitocco dietro il sagrato, e scompare. Non era stato il priore che egli aveva ucciso.

—E chi dunque? dimanda la principessa di Salerno.

—Ma! un altro povero disgraziato di monaco, il quale aveva preso il luogo di lui, ambasciato da febbre urente e trattenuto a letto.

—Demonio di un giovane! sclama l'arcivescovo di Salerno. Enceladus jaculatar audax!

—Proprio un demonio, risponde l'abate, se vuolsi considerare l'arditezza; ma buono quanto altri mai nel cuore. In effetti, figuratevi se poche volte egli avesse versato il sangue sul campo di battaglia! Eppure, il sangue di quell'innocente, sparso nel santuario del Signore, pesò sull'anima dell'omicida come sull'anima di Caino pesava quello del fratello. Egli erra qualche tempo alla ventura per la Francia, ritorna nell'Italia, visita santuari, fa voti, cinge un cilizio, si confessa con un santo. Ma vanamente, perocchè la pallida spaventata faccia di quel frate gli stava sempre presente, sentiva sempre alle spalle la voce di Dio che l'inseguiva gridando: omicida! omicida!! Inoltre il padre di Bertradina ed il marchese di Toscana avevano messa taglia alla sua testa, ed ei si vedeva perseguitato da tutti—dall'ira degli uomini, cui temeva la meno, e dal castigo del cielo. Così che si decide andare in pellegrinaggio a Gerusalemme.

—Lasciate il viaggio, ser abate, lo consiglia Guiberto, se no l'alba ci coglie qui.

—Io non domando mica meglio. Non vi racconto dunque per minuto il difficile e lungo viaggio, perchè già sento abusar soverchio della cortesia di queste dame, e l'ore della notte inoltransi. Goccelino compì il voto. Sul sepolcro di Cristo, la schiavina coperta di cenere, il fianco allacciato da cilizio, pianse le sue peccata, si confessò, fece spaventevole penitenza. Infine l'immagine del frate, e la voce di Dio non lo perseguitarono più, ed ei si credette perdonato. Decise tornare in Italia e comporsi cogli uomini, i quali non potevano mostrarsi fieri dove che Iddio aveva accolto il suo pentimento. Sopra galera veneziana s'imbarca dunque a Cesarea.

» Ostinata burrasca li travoglie lungamente. I corsari barbareschi danno loro la caccia. Perigliano più volte andare a picco, e lunga tormentosa agonia li travaglia. Infine un fil di vento forte li gitta sulla spiaggia del Ionio, al lido di una terra di Calabria. I Veneziani rimpalmano il legno e salpano per le venete lagune. Goccelino, angustiato da febbre e stanco già di navigare, si arresta quivi, sprovveduto di scorte e di panni. Si dirige quindi al castello.

—Qual castello? domanda Gisulfo.

—Uditemi, monsignore. A Cariati.

Notes in this chapter

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