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Il re dei re, vol. 1

LIBRO SECONDO L'INCAMICIATA (continued 2)

Reading edition

Il barone Giselberto, e la figliuola di lui Alberada si eran messi allora allora a mensa. All'annunzio di un pellegrino, entrambi scendon nella corte per riceverlo e menarlo al tinello. Il barone gli scioglieva i sandali per lavargli i piedi, la giovinetta lo confortava di differenti ristori. Goccelino rendeva loro mercè dell'ospitale carità, e pregava che desistessero da quegli uffici.

Ma Giselberto dichiarava che, per lui, un palmiere figurava Iddio, e perciò poco quanto gli potesse praticare.

—Bravo uomo! sclama Baccelardo. I Normanni non ebbero mai nè più prode, nè più santo guerriero di lui.

—Infine l'infermo fu guidato al letto e vigilato con una amorevolezza senza esempio. Eppure non gli avevano dimandato ancora nè del nome, nè della condizione, nè d'onde venisse.

—La carità, figliuoli miei, è cieca.

—E più spesso sorda! dice l'arcivescovo sorridendo. L'abate prosegue:

—La malattia di Goccelino intanto volgeva al peggio, ed egli stesso credeva di aver contratta la peste in Oriente. Però non nudriva alcuna speranza di vita. Un giorno che più grave sentiva avvicinarsi l'ora fatale, risolve scrivere a suo padre ed a suo suocero onde dimandare loro perdono. Così fa, e le lettere partono per due vassalli che il barone spicca.

Suo suocero lo aveva da lungo tempo perdonato—chè anzi non aveva mai concepita veramente collera contro di lui, perchè anch'egli credeva Bertradina colpevole, e braccheggiava dietro a Cuno, dentro Roma sicuro e despota, per vendicare la seduzione della figlia. Bonizone, giunto alla sua ora finale, agonizzava. Aveva presso di sè chiamato Cuno, onde non passare al cospetto di Dio così sconfortato e deserto di ambo i figliuoli. Cuno si era recato per dare al padre la benedizione dei moribondi. La pietosa lettera di Goccelino arriva, li commove entrambi. Bonizone lo benedice e spira.

—E la ragazza? dimanda la principessa di Salerno.

—La ragazza di Bertradina fu salva da Bonizone. Questi però non volle tenerla presso di sè, sia che anch'egli credesse colpevole Cuno, sia che gli premesse allontanare ogni memoria del vituperio. Aveva quindi chiuso in un forzierino d'ebano il libro di ore di Bertradina, vi aveva aggiunto una lettera d'invio della bambina, fatta da pubblico tabellione di Soano, e l'aveva mandata a Cuno a Roma, per mezzo di un pellegrino che si recava a Nostra Signora da Loreto e che aveva tolta la missione di portarla. La fanciulla però non vi giunse e corse voce che quel romeo l'uccidesse al colmo di mezzanotte, e del grasso fecesse prezioso unguento pel male di luna.

—Oh! lo scellerato! sclama la principessa.

—E ve n'han tanti! dice l'abate. Cuno rese dunque gli ultimi ufficii a suo padre, e si accinse a viaggio per le Calabrie, onde, se fosse a tempo ancora, rinconciliarsi con l'illuso fratello, o ringraziare il barone Giselberto e sua figlia della carità cristiana largheggiata al pellegrino. I vassalli del barone gli tennero da guida.

—E rivide il fratello?

—Sì. Goccelino non era morto; chè anzi, mercè le amorevolezze di Alberada e le mediche cognizioni di lei, riacquistava la salute e di giorno in giorno volgeva alla convalescenza. Il barone non meno della figliuola gli prodigò cure. Ma come lo vide mettersi sul meglio, lo lasciò intero alla sapiente carità di Alberada, ed intese tutto alle cacce ed ai banchetti cui e' grandemente amava.

—Il resto si prevede, dice Baccelardo,

—Ahimè, troppo, continua l'abate. La giovinetta passava lunghe ore al governo dell'infermo, il quale, cominciandosi a riavere, raccontava maravigliose storie di terra santa, e la pietosa iliade dei suoi viaggi. Bella, ingenua, vereconda, lo ascoltava quella fanciulla, e sovente versava lagrime di pietà. Dio la benedica. Dio conforti lunghi anni quella pia, che io ebbi ventura conoscere ai suoi giorni felici! Ah! non mai resterò dal piangere l'involontario male che io le feci.

—Era dessa bella? domanda la principessa.

—Ah, madonna, figuratevi che brillava come la stella del mattino. Toccava appena la più fresca giovinezza, e nell'aria infantile del sembiante le traspariva tale immaculato candore che inspirava nel tempo stesso confidenza e venerazione religiosa. Ad una statura vantaggiosa e svelta, talchè un cantore la pareggiò un dì ai cedri del Libano di Salomone ed alla regina Saba, accoppiava un profilo purissimo ed una carnagione bianca per modo che le venuzze cerulee del seno vi si disegnavano sopra pallidamente. Il corruscare dello sguardo ceruleo splendeva come i fuochi dell'opala, segnatamente quando guardava alcuno dell'abituale sua benevolenza, lo che le dava qualche cosa di non terreno, come quelle apparizioni di anime celesti di cui si racconta nelle leggende, ovvero di quelle fate che proteggono le difficili avventure di un paladino, come nei circoli della sera sogliamo udire a narrare dai menestrieri. Non dico nulla poi della soave melode della voce e della parola cortese che perenne le volava dalle labbra. Allora io mi convinsi della dottrina del veggente di Stagira, che l'anima occupa ogni parte del corpo secondo la totalità della sua perfezione e della sua essenza, non già secondo la totalità delle sue facoltà.

—Ser abate, si direbbe per Dio che voi l'amaste, dice il priore.

—Non sarebbe già la prima testa bianca ed il primo cuore freddo che ciò abbia fatto, risponde l'abate.

Tanta bellezza dunque—e nei paesi, e nelle corti di Europa, perdonate bellissime dame, io nulla mai vidi di somigliante—infiammarono l'anima di Goccelino. Avrebbe voluto essere imperatore per elevarla fino a lui! Divisava però, come col fratello si aprì, recarsi alla corte di Germania, e supplicare Enrico di concedergli tanta parte dei suoi favori da poterla impalmare. L'avesse pur fatto, chè quella donna forse lo avrebbe tornato a virtù!

—Sì, mormora il priore, l'avesse pur fatto.

—Che può l'uomo, sclama l'abate d'accento commosso, quando Iddio diversamente divisa? Dio infatti, nei suoi riposti consigli disponeva diversamente. Ella era già fidanzata a Roberto Guiscardo.

Cuno giunse al castello. Tenera, effusiva dalla parte di Goccelino fu la riconciliazione. Cuno lo perdonò. Vide anch'egli intanto la giovinetta: seppe i pensieri di suo fratello. E fosse stato che Cuno palpitasse pei giorni di quella fanciulla, con un uomo che tanto ingiusto e brutale con Bertradina si era addimostrato, fosse stato pietà di quella vergine pura, la quale, avvegnachè con solenne promessa già fidanzata, sembrava sorbire lenta seduzione da Goccelino, fosse stato infine che quel cuore di ferro anch'e' una volta si schiudesse a teneri affetti, e per la prima fiata sentisse dolce moto; certo, Cuno cominciò a colloquire più spesso con la fanciulla, e le raccontava storie d'incauti affetti, e la teneva lungi da Goccelino con parole scaltre.

—Ser abate, gli dice Alberada sotto voce all'orecchio, rammentatevi che siete per isvelare la confessione di un uomo terribile.

—E chi lo dimenticherebbe? risponde l'abate segnandosi della croce. Indi continua:

—Goccelino si avvide di quelle pratiche e qualche sospetto gli si andava insinuando nell'animo. Si era levato già di letto, ed in parte aveva racquistate le forze.

Una sera che costui, addossato ad un davanzale di finestra contemplava malinconico tramonto, di sopra la sua testa, tra il merlato di una torricella, Cuno ed Alberada favellavano. Le loro parole non si udivano distinte, nè le pronunziavano tutte sul medesimo tuono. Ma Goccelino ne udì tanto che l'anima si senti lacerare e rivivere nei feroci affetti. Cuno, per compiutamente salvarla da suo fratello, raccontava alla fanciulla normanna la storia di Bertradina. Goccelino non proferì motto. La sera si addimostrò anzi lieto più del consueto e più facondo; al fratello, che immaginava già cotto di quella donzella, disse mille cose amorevoli. La notte però, mentre Cuno dormiva, egli cerca della stanza di lui, e con sorriso feroce e diabolica voluttà gli fa sulla persona tale oltraggio che fa inorridire e che mi è legge per pudore celare. Nel castello intanto si parlò solamente di pericoloso colpo di pugnale.

—Mio Dio! mormora Alberada sommessa.

—Indi scende alle scuderie, continua l'abate e simulando ordine premuroso del barone, si fa aprire le porte del castello e fugge in Germania—dove l'imperatore lo accoglie con ogni amorevolezza, e gli tiene la parola datagli a Parma.

Il povero Ildebrando intanto......

—Ildebrando? sclamarono Gisulfo ed altri parecchi della mensa; gli è dunque di lui e di suo fratello Guiberto, qui con noi, che racconta la vostra leggenda, ser abate? Non ci eravamo dunque apposti nel sospetto.

—No, baroni, scompigliato balbetta l'abate. Poi, rimettendosi, soggiunge: io aveva altrove fisa la mente, e quel nome mi volò dalle labbra scioperatamente. Non è di lui che io favello, non è di lui. Altri sventurati volle Iddio provare coi fatti che io sono stato costretto a narrare.

—Bene sta, ser abate, bene sta, freddamente dice Gisulfo; andate innanzi, perchè noi sappiamo oggimai distinguere l'astore dall'airone.

E l'abate tutto rosso e mortificato proseguì:

—Il povero Cuno intanto dal sonno cadde nello svenimento. E per fermo di emorragia sarebbe morto, se al maestro delle scuderie non nasceva tardo dubbio di verificare, se veramente il barone avesse data quella notturna commissione al favorito palmiere. Il maestro delle scuderie, vecchio torpido e credulo, va su all'appartamento del barone e lo fa risvegliare. Giselberto forte s'indigna della soverchieria che si pensa fatta per trappolargli un cavallo, e manda a vedere alla camera dell'altro fratello. Allo spettacolo miserando si commuove ognuno. Tutto il castello si caccia sossopra, si mette in opera ogni sollecitudine per aiutare il disgraziato. Cuno in effetti rinviene, e domanda di Goccelino. Gli narrano della fuga di lui. Egli allora col residuo di forze che rimanevangli, si rizza sul letto e di voce vacillante susurra:

—Ascoltami Iddio, ascoltatemi Gesù Cristo, e vergine Maria, ascoltate tutti, santi del cielo, angeli ed arcangeli, troni e dominazioni, il sacramento che io fo. Se di questa ferita non muoio, possano le mie ossa non avere quiete nel sepolcro, possa mancarmi il cibo alla fame, l'acqua alla sete, il sonno alle pupille, possano i demonii impossessarsi dell'anima mia e straziarla di rimorsi e di paure finchè vivo, e col fuoco eterno dopo la morte, se non mi vendico di mio fratello—fossimo entrambi a morire sul medesimo letto, fossimo entrambi a comunicarci al medesimo altare—giuro di non perdonargli mai, mai, mai!

—Mai! sclama fra sè Alberada colpita, mio Dio! che si richiede dunque da me?

—Baroni, ecco la storia che io contai a Melfi, soggiunse l'abate di Cluny, Cuno non morì. Roberto Guiscardo subito dopo sposò Alberada. Innocente come era ed angosciata per doversi separare dal padre, la santa fanciulla quasi invita lo seguitò all'altare. Questa memoria, udendo il mio racconto, allucina Roberto, che appone ad amore per altrui il pietoso stato dell'animo di colei, la quale avrebbe tolto anzi morire che dipartirsi dal padre suo. Alberada fu ripudiata. Decidete or voi, monsignore, se la verità noi favellammo.

—Vi domando perdono, ser abate, risponde Gisulfo, se vi aspreggiai di parole, ed a voi altresì, priore di Lacedonia. Roberto agì da forsennato. Alberada era innocente.

E sì dicendo il principe Gisulfo porgeva una mano all'abate, un'altra al priore, e si alzava dalla mensa. I suoi ospiti lo seguivano. Allora a lui si para innanzi l'arcivescovo di Salerno, Alfano, e dice:

—Ed a me, monsignore, a me non dimandate voi perdono dell'avermi detto mentitore?

—A voi, messer arcivescovo, che ardiste dare del pazzo a nostra sorella, fiero risponde Gisulfo, a voi non solo non dimandiamo scusa, ma aggiungiamo che siete uno scimunito ubriaco.

Alfano a quelle brutali parole corrusca negli sguardi, e portando la mano al fianco, dove soleva tenere il pugnale, fa due passi verso il principe. Poi tutto ad un tratto ristà e dice:

—A domani, principe Gisulfo.

La principessa intanto dimandava:

—E Cuno ha perdonato il fratel suo, messer abate?

A questa domanda Ugone sembra interdetto. Ei resta un momento a riflettere, poi risponde:

—L'ha perdonato.

—Mai! mai! sclama Alberada fra sè, uscendo dalla sala, mio Dio! che si richiedeva dunque da me!

Allora sotto l'uscio della stanza il priore le si accosta all'orecchio e dice:

—Alberada, deggio favellarti.

A quella voce ella si scuote: retrocede da prima, poi si accosta, e presa da subito tremito che le invade tutta la persona, risponde:

—Non è più tempo, Guiberto, guárdati: fuggi—le terre d'Italia non sono più per te.

Le nostre leggitrici han già del pari compreso che Cuno era Ildebrando, ora Gregorio VII; Goccelino, Guiberto priore di Lacedonia.

VIII.

Io vinsi al cesto Il figliuolo d'Enope Clitomede, Alceo Pleuronio nella lotta, a cui M'aveva sfidato; superai nel corso L'agile Ificlo; e nel vibrar dell'asta Polidoro e Fileo.

Iliade, XXIII.

All'ora di sesta del domattino tutto era in punto pel proposto sperimento della forza e dell'agilità dei candidati al combattimento con i campioni normanni. Avevano steccata una lizza nello spianato della chiesa di San Matteo, che allora si edificava, e sopra cui davano le finestre delle case circostanti. Da queste, sì la principessa moglie di Gisulfo che le consorti dei suoi cortigiani potevan tutto bellamente osservare. Ad una estremità del parallelogramma avevano levato una tribuna, sulla quale sedevano, come giudici della tenzone, Ugone abate di Cluny, Guaimaro conte di Capaccio, Giordano sire del castello di Corneto nel Cilento, Castelmanno figliuolo del conte Adelferio, e Giovanni figlio di Ademario il rosso. Essendo tutti longobardi, stupenda vista e' facevano con le loro lunghe barbe ondeggianti sui petti coverti a guarnelli di bianco panno di Cipro. All'altra estremità della lizza aprivasi la porta per introdurre i campioni già radunati in numero di sette, ed erano, come si segnarono coi segni di croce sur una pergamena tenuta dal maestro di campo di Gisulfo: Gisulfo principe di Salerno; Baccelardo il diseredato come veniva addimandato; Alfano arcivescovo di Salerno; Astolfo figliuolo di Marino Capece di Napoli; Pietro conte di Atenolfo; un milite chiamato Romualdo, e Laidulfo lo Zanni. Il quale ultimo si segnò e scomparve dalla tenda, sì che tutti pensarono non fosse una burla, e col maestro di campo si dolsero aver ricevuto fra mezzo a loro un cotal satiro. Ma il maestro di campo li pregò di star cheti, perchè quell'uomo, comunque e' si fosse alcuno di loro non disonorava.

L'abate di Cluny celebrò la messa. I campioni l'udirono, giurando sull'ostia della comunione di non fare per niun modo uso di ciurmerie e d'invocazioni diaboliche onde vincere la prova. Dopo, l'abate si recò al suo posto, i campioni alla tenda.

Innanzi di essersi cimentato alcuno non poteva assistere allo sperimento dell'altro.

Ciò stabilito le trombe suonarono e la lizza si aprì.

Primo ad entrarvi fu il milite chiamato Romualdo. Un compagno di armi gli recò grosso ferro di cavallo ben compatto, ben chiuso, saldo, non forato. Romualdo andò dritto a presentarlo ai giudici, perchè minutamente l'osservassero, poi lo presentò al popolo, fitto e numeroso, che si addossava allo steccato, recandolo in giro. Egli aveva le maniche del ghiazzerino di bufalo rimboccate fino al gomito; portò il ferro sempre alzato in alto perchè di frode non si dubitasse. E come lo ebbero tutti veduto, Romualdo ritorna presso la bigoncia dei commissari, e lo lancia iteratamente in alto, facendo che netto risuonasse al suolo. Poi lo riprende, lo rileva novellamente sulla testa perchè tutti lo rivedessero intero, lo abbranca tra ambo le mani, ed in due secondi senza sforzo, senza alterare il colore del viso, come avesse rotta una ciambella, in due lo spezza, giusto nel mezzo, ed ai giudici presenta i due pezzi, con lo stesso garbo, con la stessa celerità che avrebbe messa un cerretano a fare scomparire due bossoli.

—Bravo! bravo! grida la plebe: ed i giudici stessi lodarono sì la sua forza che la sua destrezza.

Romualdo si appoggia delle spalle allo steccato ed aspetta.

Un araldo d'armi allora annunzia Pietro conte di Atenolfo, ed Astolfo figliuolo di Marino Capece di Napoli. Nel sorteggio erano dessi usciti dopo il milite. Entrarono in fatti i due signori accompagnati dagli scudieri che recavano le spade e le mazze di acciaro. Anch'essi si soggettarono alla cerimonia della visita. E poi gli era ben mestieri che si fosse misurato il diametro dei manichi delle mazze rispettive; e si trovò quello della mazza del conte Pietro un pollice e mezzo circa, due pollici quello del sire di Marigliano Astolfo. Fatto ciò, si portarono due ceppi nel mezzo dell'arena, sopra i quali ciascuno collocò la sua mazza. Fu primo il conte Pietro a scagliare il colpo. Alzò la daga lentamente sulla spalla sinistra, fissò il mezzo del manico, ed il colpo cadde. La barra di acciaro è recisa quasi che tutta; ma l'arma si rompe nell'elsa fra le mani del conte, di tal che si accagionò questo incidente se intera non fu partita.

Il sire di Marigliano sorride, ed a volta sua alzando la spada, la si vede corruscare per aria come baleno, la si ode sibilare e piombare sul manico d'acciaro con la forza di un mangano. Ed una parte della mazza era caduta da un lato del ceppo, l'altra dall'altro, messa in due, netta come se fosse stata di neve.

I giudici applaudiscono al colpo poderoso, e la plebe grida forte: alleluia, alleluia! quasi avesse voluto adular quel signore. Del che il conte Pietro adirato manda a dolersi col principe Gisulfo; e questi ordina che fossero presi trenta di que' sciagurati e frustati, da poichè e' non erano scesi nell'arena onde sollazzar la marmaglia e togliere applausi da lei, ma per far generosa prova di chi meglio avrebbe difesa la patria.

Il conte Pietro, che si era veduto umiliato da Astolfo, lo sfida alla lotta. E' si credeva certo di vittoria, perciocchè statura gigantesca aveva e membra robuste a petto di Astolfo, piccino anzi che no, e segaligno. Il sire di Marigliano resta un istante titubante alla sfida. Ma poscia, arrovetando la faccia, per solito pallida, accetta, e senza pigliare indugi si cava il giubettino, e si colloca in positura di aspettare l'assalto del nemico. A quell'inatteso spettacolo i commissari ed il popolo si alzano per meglio osservare. Ed in fatti il conte Pietro, vestito come si trovava di ferro, si avventa sopra il sire di Marigliano per ghermirlo dal collo, sollevarlo da terra, fargli perdere ogni equilibrio. Astolfo, al primo assalto, sfugge il pericolo avvinchiandosi alle braccia di lui e lotta di polsi onde ridurlo ad indietreggiare. Ma il conte sta fermo. Anzi gli restituisce tal urto, che il meschino va a cader supino due passi lontano. La sconfitta di Astolfo però è avvertita appena, tanto sollecitamente risorge dal terreno e in piedi si mostra a fronte al conte. Questi, confortato dal primo pegno di vittoria, ritorna per aggavignarlo dal collo. E vi riesce, e lo solleva circa otto pollici dal terreno. Astolfo allora sentitosi a quelle strette, gli si attorciglia ai fianchi con le braccia, gl'involge le gambe tra le gambe, e per tal modo lo stringe alla cintola che a poco a poco si vede il conte Pietro allascare le braccia, la faccia da prima s'impallidisce, poi colorasi a rosso, poi addiviene paonazza, poi livida, infine si annerisce come la vôlta di un camino, strabuzza gli occhi, il sangue gli rompe dalle narici e dalle orecchie, si spezza in due, e cade resupino con Astolfo sul ventre.

E questi così fittamente si era attaccato al conte Pietro che le sue braccia sembravano immedesimate nel corpo di lui. La corazza si era avvallata sotto la pressione delle braccia, la spina dorsale si era rotta, il conte Pietro era morto.

Cotal terribile prova fa restar tutti mutoli: e già si prevedeva che il sire di Marigliano sarebbe stato il campione per combattere contro il Normanno. Imperciocchè e' sembrava impossibile potersi dar saggio di vigoria maggiore dei due che Astolfo ne aveva dati.

Egli si ritira alla tenda, dove aspettavano gli altri tenitori della giostra, ed il corpo di Pietro conte di Atenolfo è menato via dall'arena.

Gli araldi annunziano Baccelardo duca di Puglia e di Calabria. Perchè questi siffattamente facevasi chiamare, agognando sempre ricuperare gli Stati del padre suo Umfredo da Roberto usurpati.

Entrò nella lizza Baccelardo vestito di gabbano di velluto scarlatto, avendo in una mano pennoncino dello stesso colore, e dall'altra uno stocco lungo e sfilato somigliante tutto ad uno spiedo. E subito appresso a lui vennero quattro scudieri, che menavano grosso toro nero con la testa bendata, ed un cavallo leardo rotato, svelto, lungo, vispo, che andava saltarellando dietro al palafreniere come un levriere. Baccelardo vi salta sopra e comanda agli scudieri di ritirarsi.

Egli allora si accosta alla bestia, si piega sul destriero, e con l'elsa a croce dello stocco le strappa la benda. La luce del sole che lo colpisce negli occhi fa restare il toro come stordito. Guarda il popolo imbiettato nello steccato con torvo e lento sguardo, fiuta il terreno, e con le zampe comincia a gittarselo alla pancia. Baccelardo prima fa sventolargli innanzi del muso la banderuola rossa, poi lo punge al fianco con lo stocco. Il toro mugnola ferocemente e non si muove. Il cavaliere lo torna a tribulare in più parti con punture e gli fa ripassare avanti agli occhi il rosso pennoncello. Ma anche questa volta la bestia si contenta di far udire cupo muggito e pestare dei piedi l'arena.

—Per l'anima mia! sclama Baccelardo, che torpido codardo animale!

E di bel nuovo forte lo punzecchia. Allora il toro tutto ad un tratto dà un salto dal lato dove egli si trovava e gli va sopra. La presta cavriuola che il giannetto spicca lo sottrae dal colpo cui giusto nel bel mezzo del petto il corno formidabile aveva diretto. Baccelardo fugge per lo steccato, sempre agitando la rossa banderuola, ed il toro lo insegue. Infine questo si ferma e Baccelardo gli torna sopra ad aizzarlo. E la belva novellamente ad inseguirlo sordamente, orribilmente muggendo, ed egli a novellamente fuggire. Ma come il cavaliere si fu accorto da quel muggito sordo e profondo, e dallo scintillare dell'occhio, arroventato come carbone ardente, che il parossismo del furore del toro toccava l'apice, e' si ritragge verso la porta, dove stavano già presti gli scudieri, con le lance arrestate per difendersi, e di un salto scendendo di cavallo lo consegna loro. Quest'operazione fu l'affare di un minuto. Pure il toro, che all'altra estremità della lizza lo puntava, incontanente gli corre addosso e si trovarono l'uno a fronte dell'altro. Baccelardo adesso non solamente non si ritrae, ma gitta lo stocco da un lato. Il selvaggio animale lo fulmina prima di uno sguardo, indi piega la testa per menargli terribile cornata. E di questa certo fuor fuori lo avrebbe passato e slanciato a morir lontano sulle teste degli spettatori, se egli non si trovava lesto a profittar di quella sfavorevole positura. Salta da un lato, afferra il toro di una mano per un corno, sì che lo costringe a ritorcere la testa, dall'altra per la coda irrequieta. Orribili ad udirsi furono i mugghi della belva così disquilibrata e resa inabile ad usar di sue forze. Perciocchè, chiunque una volta ha veduto una Corrida de toros sa, come a tutto disadatto sia questo in quella situazione, e quali erano las cositas che Pacquito Montes soleva fare per las sinoritas di Andalusia, ed io gliele vidi fare. Infrattanto sforzi spaventevoli metteva la fiera onde raddrizzare il capo, e palleggiarsi sulle corna l'ardito giovane; costui però, puntando, soda ed inchiodata la teneva, e di un occhio feroce dominava ed affascinava il sanguigno suo sguardo. Baccelardo allora descrive un mezzo giro, costringe il toro, sempre in quella attitudine, a seguirlo, lo trascina per l'arena fino innanzi alla tribuna dei commissari. E come si è colà, mentre della mancina se lo teneva la testa sommessa, con la destra gli scarica in un baleno fra le due corna cotal pugno con la manopola di ferro, che l'animale dà in un grido feroce ed a terra stramazza. Baccelardo tira quindi il pugnale, sottile come uno spillo, e fra le due corna glielo caccia.

Tutti allora gridano: al miracolo, al miracolo; è uno stregone!! E le donne segnatamente cominciavano a far delle croci a furia e sclamavano: ecco il diavolo: Iesus Maria! vedete là il diavolo.

In effetti, elleno non avevano torto. Dappoichè sull'impalcata che copriva la tribuna dei commissarii, tutto ad un tratto si vede rizzare un essere singolare, fino allora rimastovi accosciato. Colui aveva piuttosto l'aspetto di satiro che di uomo. Della persona era basso, scarno. I patimenti, e forse il digiuno, avevano consumato di sopra le sue ossa ogni adipe, ogni succo inutile. Però egli era altresì restato asciutto ed ossuto per modo, che i suoi tendini ed i suoi muscoli gli si disegnavano sotto la pelle abbronzata, come in certi s. Bartolomei che sogliono fare i pittori, per istomachevole e truce edificazione dei fedeli. Il collo aveva toruto; la mano lunga, stecchita, grandissima. Della faccia poi non distinguevasi gran cosa. Non aveva che un dito di fronte e le livide labbra scoverte di pelo, tutto il di più era irsuto di setolacce rossigne, folte e lunghe, che scomposte gli piovevano sul petto—non escluso il naso piccino alzato della punta verso la fronte. La quale fronte, bassa e stretta, circondava a guisa di zona bianca, lenticolata, la testa piatta e schiacciata come quella dei Samoiedi. In una parola, incarnava colui la figura di quel pittore, il quale rimproverò il Caracci di non saper dipingere animali, ed in animale dal Caracci fu ritratto, come nel museo napolitano si può vedere.

Solo spiccatamente risaltavano in quel deforme capo due occhi turchini, che vibranti e lucidi, quasi due fiaccole nel fondo di buia caverna, rutilavano nell'orbita; poi i denti bianchissimi che guarnivano una bocca, la quale fendeva la testa orizzontalmente in due parti disuguali. Perocchè, tutto al rovescio degli altri uomini, costui aveva corta altrettanto la metà del volto dalla bocca alla fronte che lunga dalla bocca al mento.

Ei vestiva un giubbetto di cuoio di bufalo bollito, dall'attrito raspato il pelo, dall'orgia e dall'incuria maculato in guisa da sembrare screziato come il manto della tigre. Poi un paio di brache, anche di cuoio di bufalo rattoppate di fresco a pelle di capra non rasa dei peli. Alla cintura non portava arma, tranne il pugnale.

Costui era Laidulfo lo Zanni.

Laidulfo aveva veduto il prodigioso colpo di Baccelardo, ed il toro atterrato. E' si lascia scorrere, della testa in giù, lungo uno staggio che serviva da pilastro alla tribuna, e come un gatto salta nello steccato. Ognuno pensò che, se colui non fosse davvero il diavolo, non poteva mancar di essere per fermo una belva che si avventava alla bestia uccisa per divorarla. Imperciocchè Laidulfo in due salti è sul toro, ed afferratolo dai piedi, con gioia feroce comincia a trascinarlo per la lizza. E' lo trasse fin presso la porta di rincontro ai giudici. Dove essendo giunto, con ambo le mani apprese ai piedi di dietro, sale sul parapetto di difesa che circondava il recinto, solleva di terra la smisurata bestia, e principia a dondolarla, a guisa di campana, a dritta ed a mancina. Indi mette uno sforzo spropositato e la scaglia parecchi passi lontano da lui. Ciò fatto dà novellamente un salto grottesco nell'arena, si slancia sulle palizzate dall'altro lato, e dispare in un momento, come un momento solo era durato l'apparizione e l'opera sua.

E la plebe che lo aveva riconosciuto e che per un suo eguale simpatizzava, rompe ogni riguardo e grida bravo, alleluia! Questo è il campione che si voleva, viva Laidulfo il pazzo, Laidulfo il buffone!

L'araldo interrompe le clamorose ovazioni, ed annunzia monsignor Alfano arcivescovo di Salerno ed il principe Gisulfo.

I nostri lettori si ricorderanno senza dubbio con quali parole la sera dell'orgia si separassero questi due signori, e come l'arcivescovo, poeta famigerato ai tempi suoi e in seguito, fusse stato offeso bestialmente dal principe. Non appena quindi un pochino di raggio dell'alba si mise nella camera di Alfano, che tutta la notte, malgrado il vino non aveva potuto chiuder pupilla, chiama a sè il suo maestro di palazzo e manda a pregare Baccelardo si volesse compiacere a lui venire. Al che, come Baccelardo ebbe obbedito, Alfano lo supplica di recarsi incontanente in nome di lui, arcivescovo di Salerno, a sfidare il principe per quella mattina, a primo transito o a tutta oltranza, secondo a lui fosse gradito. Baccelardo gli fece da prima gravi osservazioni. Però il prelato essendosi mostrato duro, gli fu giuoco forza portarsi ad intimare la sfida. E Gisulfo, che uomo di cuore era, l'accetta senza punto esitare, e decisero che si sarebbero battuti quella mane stessa, nello steccato della prova.

Infatti montati ambedue sopra superbi cavalli e coverti di piastra e di maglia entrano nella lizza. I loro scudieri portavano lance e rotelle. I preliminari dell'abbattimento non furono lunghi. Convengono subito che si sarebbero battuti fino che l'uno non fosse morto, o non avesse dimandato mercè. Si situano quindi l'uno di rincontro all'altro, avvegnachè lo steccato non fosse interamente atto a quella pugna, perchè corto, e mettono in resta le lance dopo aversi attaccato al collo gli scudi. Il maestro del campo fa suonare la tromba, e l'uno sull'altro si rovescia. La prima corsa di lancia è fatale al principe: perocchè la sua scivola sull'elmo di acciaro dell'arcivescovo, il quale piegandosi, la schiva, e si va a piantar nel terreno. L'asta di costui poi si rompe sul petto del principe dopo avergli forata la rotella e la corazza, attraversata la maglia, e sfiorato alquanto le costole. Gisulfo resta saldo sul cavallo: animosamente si tira dal petto il mozzicone, e riprende la lancia che il suo scudiero gli presenta. Novella lancia è data altresì ad Alfano, ed ai loro posti ricollocansi. La seconda corsa è pure a disvantaggio di Gisulfo: dappoichè egli fracassa l'asta sua sullo scudo dell'arcivescovo; questi lo colpisce di tal poderosa maniera sulla corona principesca, sormontante la celata, che rotte le gorgiere, lo fa percuotere delle spalle sulla groppa del cavallo, e spiccar sangue dalle narici.

Il principe di Salerno sbuffava di modo orrendo così due volte umiliato dall'offeso prelato. Si riprendono novelle lance, e si situano per cominciar la terza corsa. Questa fiata però la fortuna è diversa. L'asta dell'arcivescovo lambe il collo del principe, sguizzando sulla polita spalliera, e va a ficcarsi nell'estremo della groppa al cavallo; quella di Gisulfo passa Alfano da parte a parte dal petto, lo ribocca, spezza le cinghie della sella, gli fa perder le staffe, e sollevandolo di peso così infilzato, trascorre l'arena, trascinato dal cavallo furioso per la ferita, e va a gittarlo sotto la bigoncia dei commissarii.

Un grido di applausi fragoroso sbocca quasi involontario da ogni banda. Gli spettatori giudicano unanimemente doversi a lui la palma della vittoria.

Il misero arcivescovo intanto mormora le prime parole di quei versi memorabili di Orazio: Quo pius Eneas, e muore—muore quale aveva vissuto, valoroso cavaliere più che costumato ecclesiastico, fedele fino all'ultimo respiro alla poesia, ad Orazio, al centenario Falerno, che avevan formato la sua delizia invece della Bibbia.

Allora i giudici si riuniscono per decidere a cui spettasse l'onore della pugna del domani contro il normanno campione. E primo il sire del castello di Corneto si volge all'abate di Cluny per dimandargli del suo parere. Ma l'abate, che si trovava sotto il dominio del suo incubo sin dall'aprirsi della lotta, fraintende, e risponde:

—Il mio parere è che si seppellisca codesto arcivescovo, il quale è morto da gagliardo dopo aver vissuto da epicureo. Ed egli è ben mestieri che sappiate non intendere io per epicureo i settatori di quella dottrina severa che stabiliva il filosofo di Samo, di cui l'eloquente ed imaginoso Lucrezio sclamava: Deus ille fuit, qui princeps vitæ rationem invenit eam quæ nunc appellatur sapientia; ma quella sozza ed invereconda dottrina che professarono di poi i discepoli suoi, e che Orazio, Petronio e Marziale cantarono, e che la Chiesa condannò per canonizzare la sapienza del divino Aristotile. Ed avvegnachè i precetti sublimi dello Stagirita sembrassero talora eterodossi, perchè come il fulmine nasconde la sua luce nelle nuvole, quel filosofo nasconde la sua sapienza tra le tenebre della parola; non pertanto i santi Padri della Chiesa han convenuto, che niuna dottrina meglio si addice alla santità dell'evangelo, i cui proseliti, al dire di s. Giovan Crisostomo, son chiamati fedeli, affinchè mediante il disprezzo del ragionamento umano, alla grandezza della fede si elevassero. Io sovente ho meditate queste sante parole, e della predestinata incomprensibilità di Aristotile mi son persuaso. Pure non resterò mai dall'indagare cosa mai quell'onnipossente intelletto intendesse con l'entelechia e l'univocazione dell'essere. Conciossiachè quel principio impalpabile, incorporeo, etereo non ho saputo giammai conciliare come mai possa essere essenza della forma, ed il constituente dei corpi da cui ricevono organizzazione. Da poichè se è canone di logica che dat nemo quod non habet.....

E molto Ugone avrebbe seguitato a dire. Ma gli altri quattro commissarii, che vanamente avevano aspettato cavare un construtto da questa cantafera, e che fosse infine venuto ad una conchiusione sul fatto del campione, si tediano, e lasciandolo lì a predicare, si tirano da un lato per giudicare la bisogna fra di loro. In effetti, dopo alquanto di squittinio, e' decisero che:

« Al principe Gisulfo sarebbe toccato l'onore del combattimento per la città di Salerno e le terre dipendenti dal principato, come quegli che nella nobile lutta ogni altro aveva superato in vigore. Però essendo stato egli ferito, ancorchè lievemente, ed essendo la pugna di gravissimo peso, il suo posto si destinava al cavalier Baccelardo, il quale non meno ardito e forte si era addimostrato.

IX.

Voi imbottate come pevere: I' vo bevere ancor mi.

Poliziano—Orfeo.

La sentenza dei commissari, come che per tutte le considerazioni con lui fosse giusta, al principe Gisulfo non talentò. E' si riputava non solamente dei suoi dritti defraudato, ma insultato nell'onore, col dare importanza a ferita per sè stessa di niuno momento, e che in certo modo gli ottenebrava la pienezza della vittoria sopra l'arcivescovo. Inoltre, egli definiva la prodigiosa forza di Baccelardo meglio come bravo requisito di pugillatore, che come valentia di cavaliere. Di più, un sospetto lo tribolava per allontanar costui dal combattimento. Vale a dire, che essendo Baccelardo normanno, avrebbe e' forse potuto non dimenticarlo intieramente, quella gente vivendo sollecitissima della sua nazione, ed accordatosi innanzi di qualche verso con Roberto, lasciarsi vincere allora, salvo poi a riscattarsi l'onore della vittoria alcuni dì dopo. Infine Gisulfo considerava che la sarebbe stata un'onta alla nazione longobarda il non aver saputo mettere in piede un guerriero ad osteggiare un normanno. E queste ed altre moltissime riflessioni, tra generose e villane, andava facendo Gisulfo nel corso della giornata, e pensava come distruggere la fatale sentenza, la quale, a vero dire, non era stata proprio equa, avendo dimenticato affatto Astolfo, che forse meglio di ogni altro si era condotto, e dichiarato Gisulfo il più vigoroso tra i candidati. Ma, sia come vuolsi, avevano giudicato così, e non potevasi da quello recedere, come da tutti i giudizi che hanno spesso più inviolabilità che senno. Gisulfo vi pensò sopra tutto il giorno; si chiuse a consiglio con alquanti dei suoi più intimi e fedeli longobardi, si propose, si discusse, si confutò, si mise a scrutinio. Infine, si appigliarono a partito fatale, per non dire vituperoso.

Era una bella sera di luglio, una di quelle superbe sere italiane che han formato mai sempre il delirio dei poeti e la disperazione dei pittori. Iddio, che le ha destinate gelosamente per questo popolo, tanto maltrattato dagli uomini, non patisce che l'opera suprema della sua mano venga sfigurata dall'arte. Non vi era luna; ma più miriadi di stelle ingemmavano la vôlta azzurra, e producevano quel voluttuoso barlume cui s'imita nelle camere delle odalische attenuando la luce coi veli. Dalla marina spirava aura deliziosa, tutta pregna ancora dei baci degli aranceti di Sorrento.

Tutti dormivano. Solamente Alberada, nella cui mente si erano fitte come chiodi le fatali parole del giuramento d'Ildebrando, non poteva pigliar sonno. Ella si vedeva quel fantasima dinnante. Se lo vedeva prima, come al castello del padre suo l'aveva osservato, pallido, cupo, negli occhi riarsi, a giurare che giammai avrebbe perdonato al fratel suo, giammai! Poi se lo rammentava come nelle camere della Tomba di Adriano si era a lei presentato, febbricitante, ardenti gli sguardi, convulso nel volto, che dava a lei commessa di condurgli quel fratello, perchè con lui bramava riconciliarsi. E quell'uomo era Ildebrando! quell'Ildebrando, Gregorio VII, il severo, l'inesorabile pontefice, quegli che come globo di fuoco si levò nel suo secolo per purificare o incendiare. Ella dunque ora passeggiava pensierosa per la stanza, ora si fermava avanti la finestra spalancata e guardava. Non guardava il cielo Alberada. Nel cielo aveva una volta messa la sua confidenza e si era rassegnata. Ella guardava la terra. Guardava il placido mare che con un mormorio simile al favellare di giovanette che dei loro amanti si raccontano, venivasi a rompere alla riva. Guardava le galee amalfitane, che a traverso di tanti perigli si recavano a pigliare le tele dalla Persia, le sete dall'India, i profumi dall'Arabia, ed ora, come masse brune, si cullavano negligentemente nella perfida rada, solo animate dal fievole lumicino, che a guisa di stella caduta, rischiara il passo lento del timoniere che non può pigliar sonno. Guardava quei tranquilli accampamenti normanni, in mezzo ai quali aveva passata sorrisa giovinezza, ombreggiata dalla targa paventata di suo padre, allietata dal suo amore. E sotto quelle tende ora riposava tanta parte dell'anima sua, tutta la storia del suo cuore—Guiscardo, il priore, Boemondo! Guardava infine Alberada quella città che, colpita dal languore dell'agonia, non dava più voce, non accennava moto; quella città che era stata culla alla donna fatale per cui tutto aveva perduto, e quel castello, in cui, come il cuore nel corpo umano, si avvertiva ancora estremo battito di vita.

Ed in fatti un rumor sordo e confuso, maggiore del consueto, per la rocca si udiva—un rumore di voci molte che favellano sommesso, di armi che si urtano. Eran forse le scolte che si mutavano. Così pensò da prima Alberada e proseguì nel corso delle sue malinconiche meditazioni. Ma ecco che il rumor cresce più, si odono voci più distinte; ed affacciandosi alla finestra, vede come tante fantasime bianche che al castello si raccolgono. Un pensiero le sorge, un pensier molesto che scaccia via come ingiusto. Non di manco apre la porta della sua camera, e strisciando lungo buio corridoio, al cui fondo si apriva una finestra che dava sul cortile del castello, a quella si affaccia. Allora non dubita più di nulla. Queta queta, come era venuta, ritorna indietro, ed invece di entrare nella sua, entra nella camera dell'abate di Cluny, così dolce e quatta che costui non si sveglia, perchè anche dormendo sognava di Aristotile come donna innamorata del ganzo. Ella, tolto dallo scrittoio di lui un pezzo di pergamena ed il calamaio, esce. Rientrata nella sua camera scrive affrettatamente alcune righe, poi ripiega il foglio che ripone sul petto, e scende nella corte.

L'affollarsi della gente che andava e veniva, l'allestirsi di cavalli, il sordo trambusto, e la confusione per dare e ricevere ordini non fece avvertire il nero spettro che, rasentando di volo le oscure pareti, scivola fuori le porte e si avvia per la città.

Alberada discese con pena l'aspra roccia alla cui vetta sorgeva il castello, ai cui piedi starnazzava la città. Per non perder tempo a seguire i serpeggiamenti della strada consueta, ella si cala dritto carponi per la scoscesa, e presto si trova tra le buie e tortuose viuzze di Salerno, dalle quali con gran pena si può distrigare, e giungere fino presso alle mura.

Fiduciosi nella tregua stabilita, i Longobardi guardavano i baluardi con oscitanza. Imperciocchè Alberada, che sopra vi ascende, trova le sentinelle riunite intendere a berlingare anzi che a star vigili nei loro posti. Avevano appoggiate alle bertesche le labarde e gli archi, e giuocando alla zarra vuotavano fiaschetti alla ricuperazione della pace ed alla tolta dell'assedio. Alberada si accosta ad un gruppo di questi disattenti, e loro dice:

—Buona guardia, bravi soldati. Si passano le ore di pace allegramente: non è così?

—Venga, padre, venga con noi a bere un gocciolo. Non vorrà certo ricusarsi a buoni figliuoli che sanno godere nella tregua, e menar le mani nelle barruffe in onore di Dio ed in vantaggio dei loro borselli.

—Vi ringrazio, buone lance. Io son venuto a pigliar l'aria per sgomberarmi di un disgraziato mal di capo che mi tormenta; non vorrei riattizzarlo col vino.

—Baie, padre riverendo! Il vino è quel diavolo, che, entrato in casa, caccia via tutti gli altri. Non si dia molestia perciò, e lo creda a me che non ho usato mai di altro rimedio in mia vita fuori di questo.

—Beverò dunque una sorsata, non fosse che per farvi piacere, risponde Alberada, a patto però che accettiate una minuzia per vuotarne un fiaschetto di Procida; ma di quel che morde l'ugola e sganghera le ganasce con l'aiuto di Dio.

—Per santa Cunigonda!.... perdono, padre! non vi faremo dolente perciò. Ma berlo adesso che dobbiamo fare la guardia.... eh! quel dannato di vino azzanna, ed il minor pericolo che potremmo correre e' sarebbe di capitombolare dalle mura laggiù fra quei beccastecchi normanni.

—Se tutto il dubbio resta qui, bevete pur lieti e dormite, chè veglierò io; perchè il fresco del mare sento che va alleviandomi lo spasimo.

—Che ne pensi tu, Raspacalici, eh?

—Io penso che una coppa di vino rifiutata è una porta di paradiso chiusa. E tu, Strangolafrati?

—Senti, Raspacalici, ti ho detto che non voglio esser chiamato più così, e te lo ripeto l'ultima fiata: perchè te lo giuro pel mio santo battesimo, che un'altra volta ti manderò la parola nella gola con una pugnalata. Mi pare che non parli latino io. Or dunque, accettiamo i soldi del padre ed applichiamo l'ubbriacatura pel bene dell'anima sua.

—E tu, mastro coniglio, non saresti dello stesso avviso?

—Dominus vobiscum! io mi son confessato ieri mattina!

—Dunque?

—Dunque... quando si trattasse di non dispiacervi, mi ubbriacherò con voi—salvo poi a dirmi i sette salmi penitenziali.—Credo in unum Deum!

E mastro coniglio cantava come i preti a messa.

—Insomma pare che siamo proprio tutti di un avviso?

—Io no, risponde un compagno, perchè ho promesso a Ziga di andarle a far visita questa notte, dopo la guardia. Vi cedo perciò la parte mia, e ritorno al mio posto.

—Dies irae! sclama mastro coniglio, e tu fai di codeste visite, Randolfo?

—Non cominciarmi a tribolare con prediche, figliuol di una vacca, che ti spezzo il cranio con questa chiaverina. Io intendo di condurmi a mio modo.

—Basta basta, risponde il soldato che la faceva da caporione, to, mastro coniglio, questi sono i soldi del riverendo padre; recati dall'ostiere qui presso, gittagli a terra la porta se non vuole aprire, e comprane altrettanto prosciutto, vino di Procida ed acquarzente. Bada però a non dimenticar parte dei quattrini nel fondo della tua scarsella.

—Rubacristi! e la mia onestà? ti ho già detto, parmi, che m'era confessato ieri mattina.—

—Ragione per cui più ti ricordo di non fare il quare me repulisti.

—Va e corri presto, sai! perchè non ci resta che un'ora buona. E voi, riverendo padre, se non volete farci compagnia, toglietevi la pena di vigilare i nostri posti. Passeggiate tra lo spazio da porta Marina a porta d'Eboli, e se udrete rumore laggiù, negli accampamenti, o vedrete gente che si appressasse alle mura; insomma se crederete scorgere cosa che potesse darvi sospetto chiamateci, perchè verremo noi ad osservare di che domine trattisi. Già non ci è paura, perchè abbiamo tregua per tre dì; ma la cautela è cautela, e noi non siam soldati per niente.

—Lascino fare a me, buone lance, e banchettino tranquilli. Mi diano solo una labarda, un arco, che so io—potrebbe sempre giovarmi a qualche cosa.

—Servitevi là a piacere, riverendo: vi troverete ogni bene di Dio.

Alberada stacca dalla parete un arco ed alcuni verrettoni, e parte dicendo loro:

—Buona notte, figliuoli.

—Buona notte, rispondono i soldati, e ricominciano da capo i loro giuochi.

Non passò guari, ed innanzi ad una sentinella normanna cadeva un verrettone, nelle cui ale andava innestata una pergamena.

X.

Passavan cheti e taciturni avanti Senza ronde scontrar nè sentinelle; Quando cessaro all'improvviso i canti, E i gridi e gli urli andar fino alle stelle

Tassoni, La Secchia rapita, IV.

I soldati longobardi, che lungi dal custodire le mura si deliziavano a bevere a isonne, furono avvisati da Alberada del rumore crescente che udivasi per la città. E non appena questa si allontanò per ritirarsi alla rocca, che un centurione capitò loro addosso e li garrì acerbamente dell'insubordinato condursi, ordinando che stessero in punto sotto le armi, perchè questo era il comandamento di monsignore Gisulfo. Nello stesso tempo e' videro calar giù dalla rocca grossa mano di soldati, con bianca camescia su per la corazza, conducendosi a redina i cavalli, e ragunarsi presso le porte uno stuolo, che dava sul migliaio, di uomini d'armi dello stesso modo divisati. Indi un'altra folla di arcadori, che a mano a mano si attelavano sui baluardi, allogandosi ad ogni merlo e ad ogni bertesca, guarnendo le torri delle porte e tutto lo spianato dei bastioni. Quei poveri soldati ubbriachi, che noi abbiam veduto nel capitolo precedente, guardavano allampanati, non comprendendo qual demonio volesse significare tutto quell'apparato ostile, mentre la tregua spirava il poi domani. Ma il loro stupore non fu lungo. Imperciocchè, non passò guari, e videro comparire il principe Gisulfo in persona, alla testa di un cinquecento cavalli ed un buon migliaio di fantiglia. Egli ordinò: che senza rumor fare si aprissero le porte; che i soldati di guardia vigilassero attenti, e che, nel caso ei fossero inseguiti da quei di fuori, le richiudessero loro alle spalle, appena stessero novellamente riparati tutti dentro; che quei delle mura travagliassero dei mangani e delle frecciate i Normanni, i quali benissimo da loro distinguevansi, perchè non vestiti di bianco; e che il resto dei cittadini e dei militari si tenessero pronti a spalleggiarli, in caso che dimandassero aiuto. Date queste disposizioni, la porta Marina e la porta di Eboli si aprono e Gisulfo col seguito esce.

Traditorescamente, e contro il sacramento della tregua, questo principe cercava sorprendere con un'incamiciata i Normanni, tra per decidere così guerra terribile, tra per distogliere il duello. Il perverso disegno gli tornò fatale. Perocchè non appena tutta la sua gente ebbe oltrepassate le porte, che da quegli accampamenti, fino allora sembrati stanza a gente neghittosamente addormentata, sbucano fuori a guisa di demoni i Normanni.

La faccenda era proceduta di questo modo. Come Alberada mandò nel campo, per lo mezzo del verrettone, la novella che i Longobardi preparavano una sorpresa, quella pergamena da un giovanetto, per ordine del padre lì collocato ad addestrarsi in tutti i travagli della milizia, fu recata a Roberto Guiscardo. Il giovanetto era Boemondo. Roberto senza prendere indugi fa svegliare le sue truppe tenda per tenda con cautela e silenzio; ordina loro tenersi presti a seguire monsignor di Bovino: vestissero le armi quetamente e solleciti, e del ventre per terra restassero ad orecchiare dinnante la tenda. Indi fa svegliare la sua quadriglia di Calabresi, ai quali comanda di seguirlo, strisciando di pancia al suolo, fin sotto le mura; ed un'ultima parte di gente affida al priore. Formava così il piano: di cacciarsi egli nella città a portarvi la morte e lo scompiglio, come che i Longobardi ne fossero usciti, trovando aperte le porte, sgangherarle a colpi di mazza se chiuse: il priore Guiberto tenergli dietro, sia per aiutarlo sia per proteggerne la ritirata: monsignor di Bovino dare addosso alla gente di Gisulfo. Questi ordini, questo disegno di attacco furono l'opera di un momento, e compieronsi con eguale sollecitudine e silenzio, stando le truppe ben distribuite nelle tende e da quelle protette dalla scoverta delle vedette longobarde.

Uscito quindi Gisulfo fuori le porte, e disposte le colonne delle sue truppe per procedere riuniti e con ordine, tutto ad un tratto ode dal campo, quasi vicino alle sue orecchie, uno squillo di tromba, ed a quel suono si vede rizzato innanzi, ai fianchi, e dietro un esercito come se fosse sbucato di sotterra. Roberto senza nulla incaricarsi di lui entra nella città, per le porte lasciate aperte, e vi precipita con tanto impeto e sollecitudine, e così prestamente se ne impadronisce, che i soldati longobardi di guardia hanno appena tempo di distinguere non essere i loro tornati indietro perchè scoperti dal nemico, ma Guiscardo in persona con quei suoi demonii di Calabresi. E subitamente dopo a Roberto entra il priore che si era alzato di fianco a Gisulfo. Guiberto non s'impaccia di scaricarsi sui Longobardi, credendoli assai bene affidati all'ospitalità apostolica del vescovo di Bovino. Penetrato anch'e' nelle mura, chè ormai le porte tenevano i Normanni, comincia a distendersi sui baluardi, sgozzando le guardie e precipitandole nei fossi, ed occupa le bastie, in guisa che, in minor tempo che noi non ne abbiamo posto a raccontarlo, le fortificazioni di Salerno cadono in mano a' nemici.

Il principe Gisulfo intanto, vistosi così di repente circondato dall'esercito nemico, e vistoselo in gran parte sgomberare d'attorno quasi fuoco fatuo, comprende di leggeri di che si tratta. Laonde, invece di avventarsi addosso alle masnade di monsignor di Bovino, che, le picche appoggiate al petto, stavan lì per riceverlo, pensa a rientrare nella città, finchè ne aveva ancor tempo. Infatti ordina ai suoi di voltare le spalle e seguirlo.

Io non vi dirò quale accoglienza preparasse loro Roberto di fronte, e come il vescovo e gli altri condottieri li carezzassero alle spalle. Fu fatto dei Longobardi macello da destar pietà, talchè non uno dello sciagurato seguito del principe rimase vivo. Ma Gisulfo ebbe ventura scampare, perchè quei di Salerno, al rumore ed alle grida svegliati, presero anch'essi la pugna e cominciarono a travagliare i Normanni, e perchè sua sorella, la quale come ogni altro soldato si batteva, lo coverse del suo pavese. Sfuggì quindi alla strage, e solo, affranto, ebbe campo appena di andarsi a chiudere nel castello e farne serrare le porte. Il vescovo di Bovino poi, essendo anch'egli venuto dentro in città con l'alba che spuntava, si riaccende per ogni straduzza, per ogni chiassuolo accanito badalucco, non volendo quei di Salerno ceder senza fare almeno gli ultimi sforzi. Li animava Baccelardo. Questi, restato nel castello a dormire, della perfidia di Gisulfo nulla sospettando, al trambusto si era svegliato. Comprende tutto in un baleno. Accoglie perciò gli avanzi del presidio del castello ed alquante milizie cittadine, e si apre varco sino alle porte, dove Roberto faceva aspro scempio di Longobardi e Salernitani. Là giunto, lo riconosce, lo chiama a nome, gli si scaglia sopra come demonio. Terribile, cieca è la lutta che fra loro s'ingaggia.

—Vengo a domandarti il mio guanto, gridava Baccelardo, gli è tempo omai che me lo renda, usurpatore de' Stati miei.

—Il tuo guanto è qui, appeso all'elsa della mia spada; prendilo, sclamava Roberto.

E cotal botta gli menava là, dove l'epa discende all'inguine, che, se di peggior tempra la panciera si fosse trovata, lo avrebbe passato da parte a parte.

E di rimando Baccelardo gli misurava una stoccata.

Roberto è ferito alla coscia e vacilla. Accorgendosi Baccelardo di averlo colpito e di poterlo finire più facilmente, l'incalza di maggiore vigoria. Però Sigelgaita, che d'appresso a Roberto pugnava unitamente a Boemondo—comechè di soli quindici anni—avvedutasi parimenti del colpo del marito, grida, ed ambo correndo in aiuto di lui, mentre fin allora non avevano fatto che guardargli le spalle, stringono siffattamente Baccelardo, che l'obbligano a retrocedere maggiormente perchè era omai restato solo. Allora questo sventurato principe non vede altro riparo per sè che fuggire da una città caduta in mano del suo più crudele nemico. Mette fischio acuto, e in un instante si sente comparire alle spalle il cavallo. Vi monta sopra senza toccar staffa, si caccia per tortuosi oscuri vicoli, finchè non giunge a porta di Ronca, che sola rimaneva ancora in potere dei cittadini, se la fa aprire, si lancia su per quegli aridi greppi, e scompare.

La città di Salerno già padroneggiavano i Normanni.

Si rivolsero quindi alla rocca, nella quale si teneva chiuso Gisulfo. Questo principe aveva combattuto con ferocia, e si era ritirato in quell'ultimo baluardo, credendo potere opporre estrema resistenza col presidio che si trovava lì dentro, o almeno capitolare dignitosamente. Indicibile fu perciò la sua disperazione quando udì che il presidio aveva menato via Baccelardo onde andare ad affrontare i Normanni laggiù nella città. Il tradimento da lui progettato gli tornava fatale anche per questo verso. Bestemmia, si dispera; però non gli resta meglio che implorare la pietà del vincitore. Laonde manda i due legati a supplicare Roberto affinchè volesse, se non altro, accordare la libertà sì a lui che alla sua famiglia, e lasciar loro la vita, perchè si sarebbero resi sul momento.

Alberada e l'abate vennero al padiglione di Roberto. Questi si era fatto condurre negli accampamenti per medicare la ferita. Giunto nel vestibolo della tenda, l'abate si volge ad Alberada e le dice:

—Madonna, vi ricordo ch'egli è omai tempo di mandare a compimento le commissioni che la beatitudine di papa Gregorio vi dava.

Ed Alberada a lui:

—Messer abate, la beatitudine di papa Gregorio è un infame. Ildebrando mi tendeva laccio codardo, che Iddio nella sua immensa misericordia ebbe pietà di farmi alfine comprendere, e cavarmi dal precipitar nel delitto. Questo sappiatevi, messer abate, e non cercate di penetrar oltre in tanto scellerato viluppo.

Ugone sospira nè dice altro. Dopo di che Alberada si tira il capperuccio fino agli occhi, ed entrano nella tenda.

Trovarono Roberto attorniato dai suoi fedeli, da parecchi conti e baroni, da Sigelgaita e da Boemondo che avevano assistito alla medicazione della profonda ma non pericolosa piaga. Come il duca li vide, comprese subito di che si trattasse. Per lo che, dirigendosi generosamente a sua moglie, le ordina:

—Madonna, vogliate avere la cortesia di dare udienza ai messi di vostro fratello, che certo di qualche cosa manda a noi a raccomandarsi.

Sigelgaita allora si rivolge ai legati e sclama:

—Favellate, messeri, chè la volontà di nostro fratello sarà fatta.

—Egli non vi sarà di molta molestia, madonna, risponde tristamente l'abate. Lo sventurato principe Gisulfo promette cedere la rocca, dove che a lui si conceda la vita e la libertà, unitamente ai membri della sua famiglia.

—E non altro? dimanda Sigelgaita.

—Non altro, madonna, conoscendo egli il suo torto, e come duramente col duca Roberto si sia comportato. Vogliate perciò usargli cortesia di non negargli così tenue grazia, in mercè del castello che consente di aprirvi senza colpo ferire.

—Il suo piacere sarà fatto, riprende Sigelgaita. E perchè il rendere la casa dei padri suoi gli torni men aspro, io medesima mi reco a pigliarne possedimento.

—Delicata idea! sclama l'abate, e basterebbe essa sola, madonna, se vi mancassero le grazie ed il valore, per allogarvi fra le più nobili dame d'Italia.

Sigelgaita esce, e l'abate, dopo alquanto di silenzio, rivoltosi a Roberto dimanda:

—Non vorreste, monsignore, accordarmi adesso l'onore di favellarvi breve tratto in segreto?

—Sì bene, risponde Roberto; traetevi altrove, signori—e tu altresì, Boemondo, col molto riverendo padre che accompagna l'abate.

Boemondo ed Alberada si ritirano allora in uno scompartimento della tenda, attiguo a quello dove Ugone e Roberto dovevano favellare—e non saprei dirvi quanto Alberada ne fosse contenta. Dappoichè, quivi giunta, si gitta indietro il cappuccio di un tratto, e toltosi in grembo Boemondo, prende a coprirlo di baci e di lagrime gridando, affogata dai singhiozzi:

—Io sono tua madre, Boemondo, io sono la sfortunata Alberada.

XI.

S'avons perdu et je et vous assez Amis et drus et parens et privez.

Guillaume au Courb-nez.

Quel ribocco di amore però non fu di lunga durata. Alcune parole dell'abate, che parlava di Guiberto, colpiscono le loro orecchie. L'infelice donna si arresta a mezzo ai baci, taglia nette le parole di lungo amore compresso e le non mai sazie carezze, ed i non mai inebriati sguardi, e sta più attentamente ad ascoltare. Qual dubbio v'era? Il mercato era fatto, il patto di sangue era conchiuso. Il papa dava a Guiscardo investitura del principato di Salerno e del ducato di Amalfi, e Guiscardo al papa un uomo—l'abborrito, il paventato priore di Lacedonia! Laonde andasse egli, abate di Cluny, a chiamarlo a nome di Roberto alle tende, perchè quivi avrebbe questi di alcuna maniera provocate liti con lui, e tiratolo del ciuffo ad atto di violenza qualsiasi. Allora, gridando che il priore tentava assassinarlo, così inchiodato al letto come trovavasi, i suoi fedeli Calabresi sarebbero accorsi, lo avrebbero fatto prigione, e senza fallo, senza obbrobrio, si saria mandato al papa in olocausto.

A tale scellerato accordo Alberada abbrividìsce e lo stesso Boemondo si sente ardere di sdegno. Questo giovanetto si era trovato così fra le braccia di sua madre senza aspettarselo, senza esservi preparato di alcuna maniera. Fanciullo di appena tre anni, una mattina, nel più bel mezzo di lieto banchetto, aveva sentito avventarsela al collo per coprirlo di baci, poscia non l'aveva più veduta, e gli avevano anche inibito parlar di lei. Ma quei baci, quell'aspetto in cui qualche cosa d'inusitato favellava, non gli si era tolto più dalla mente. Anzi, a misura che cresceva negli anni e di quella scena si rammentava, ovvero alcun pietoso gli raccontava dei torti di suo padre e delle sventure della madre sua, quei baci sentiva ancora più affettuosi e disperati penetrargli fino al cuore, di quell'aspetto s'inebriava. In guisa che bastarono appena le prime carezze, le prime parole di Alberada per tutto tornargli alla mente, per vedere incarnata la visione di tante notti, ed i pensieri dell'ore meste in che l'obbligavano di fare la guardia al campo. Si precipitò fra le braccia di quella donna con ebrietà, con delirio, e le carezze ed i baci le restituì non meno ardenti ed affettuosi. Maggiormente poi che, ad onta degli anni e delle sofferenze, il volto di Alberada poco erasi mutato.

Alberada aveva di quei sembianti infantili i quali lieve e tardi risentono l'ala del tempo.

Quante cose non si avevano dessi a domandare, quante parole a ripetere, quante storie a raccontarsi, e sfoghi, e compiacenze, e tenerezze, e baci ed altri baci ancora, e non mai saziarsi di quella santa inenarrabile voluttà? Le parole di Roberto e dell'abate furono lo scongiuro che ruppe tutti gl'incanti, ogni delirio agghiacciò—nell'anima di Alberada, perchè si sentiva colpire nell'uomo che, dopo Guiscardo, amò più e che la riamava ardentemente; in quella di Boemondo, perchè il vituperato patteggiare di suo padre l'oltraggiava. In guisa che, quando udirono partito l'abate per consumare il tradimento e tirare nella trappola Guiberto, ambedue, senza affatto comunicarsi i pensieri, un medesimo sentimento inspirò. Usciti da un altro lato del padiglione, verso la rocca si avviano, sperando trovar quivi il barone di Lacedonia.

In effetti vi giunsero contemporaneamente all'abate di Cluny, quando il misero Gisulfo, che in lui vedeva spegnersi l'ultima facella della dominazione longobarda in Italia, usciva dal castello de' padri suoi con la desolata sua famiglia, nudo, la testa china, senza sapere dove la sera avrebbe riposato il capo, senza speranza di una crosta di pane pel domani.

Così ignotamente passava il dominio di una forte nazione sopra le contrade d'Italia. E quel che peggio era, non passava per andare a dormire nel sepolcro il sonno dell'oblio, ma per trascinarsi di castello in castello, di terra in terra, di porta in porta, accattando un frusto di compassione, e non trovando che disprezzo. Imperciocchè la miseria del debole commuove, l'abbiezione del forte rallegra, ed eccita al dileggiamento. E nel punto stesso che Gisulfo, accompagnato da sua sorella, nobilmente rassegnato e mutolo usciva, il priore Guiberto allogava agli spaldi guardie normanne, a nome di Guiscardo, e del castello prendeva possesso. Allora l'abate di Cluny gli si presenta e dice con voce peritosa e tremante:

—Messere, vogliate avere la cortesia di seguirmi alle tende del duca, perocchè egli, quivi trattenuto dalla ferita come sapete, ha gravi e pressanti comandi a darvi in ordine alla città.

—Sì bene, ser legato, vengo tosto. Però in avvenire non prendete sbaglio sulle parole. Io non ricevo comandi da chicchessia, fuori dell'imperatore, ed a Guiscardo sono alleato non vassallo.

—Vi dimando perdono allora, messer barone, se profferii motto che mal vi tornasse gradito. Non vorrei però che ciò fosse cagione del vostro non arrendervi ai desideri del duca Roberto che ha premuroso bisogno di voi.

—Vi ho detto che vengo sul fatto, risponde il priore.

E sì dicendo in compagnia dell'abate si avviava per discendere agli accampamenti.

Allora Alberada si presenta loro, e gittandosi dietro il cappuccio che le celava compiutamente il sembiante, al priore favella:

—Guiberto, non andate con codesto traditóre, perchè la vostra testa, da recarsi al papa, tra costui e Roberto è stata patteggiata. Fuggite anzi, fuggite senza indugio.

—Alberada! sclamano ad un tempo il priore e l'abate.

Ed ella:

—Fuggi, Guiberto, fuggi sollecito in nome di Dio! chè da un momento all'altro non saresti più a tempo. E tu, abate di Cluny, uomo fino ad ieri senza macchia, vergógnati e péntiti di essere disceso al mestiere del sicario.

A queste acerbe parole, Ugone, che sempre era stato buono ed onorato, si sente commuovere. Il suo fallo gli salta agli occhi spaventevole, si vede vituperato da tutta Europa, gli sembra udir raccontare il suo tradimento per tutte le corti, sente strapparsi fino dal sangue l'epiteto di virtuoso attaccato al suo nome, e conciossiachè anche in quell'azione condannevole e' fosse stato spinto da pietà per qualcuno, nell'anima s'intenerisce, nel volto si copre di rossore, e cadendo al ginocchio di Guiberto sclama:

—Perdono.

Quest'atteggiamento, questa sola parola profferita di accento pietosamente solenne e profondo, tutto rivelano a Guiberto. E leggendo altresì negli occhi di Alberada l'ansia paurosa che la divorava, e nel sembiante abbattuto di Boemondo, vergognoso dell'onta del padre suo, tutta l'urgenza, tutta l'estensione della cosa, alza il pugno armato della manopola di ferro onde percuotere l'abate sul calvo capo. Poi tutto ad un tratto ristà, si ferma un istante a guardarlo in quel supplice atto, stringe la mano a Boemondo, le gote gli bacia, e voltosi ad Alberada:

—Partiamo, sclama, Roberto Guiscardo udrà presto notizie di me.

—Parti tu, fuggi sollecito, Guiberto, risponde Alberada smaniosa; ricórdati quanto Roberto sia scaltro, Ildebrando terribile—fuggi, ti raggiungerò.

—Dove? quando? non saresti ancora tu in pericolo, Alberada?

—Non pensare di me, che vivo sicura sotto l'egida di legato. Non arrestarti nei paesi d'Italia, dove il potere del papa e del duca è illimitato; varca i monti. Ti raggiungerò in Germania. Ma presto, in nome di Gesù! fuggi presto; potresti essere inseguito.

Guiberto si getta al collo di Alberada, le dà lungo abbraccio, e parte.

Allora l'abate di Cluny le si volge e dice:

—Che facesti, Alberada! io lo tradiva per te!

—Vergogna! vergogna, sclama Alberada coprendosi il volto con ambo le mani. Nel mondo non v'ha dunque più un cuore che ricetti la virtù?

Ugone resta a considerarla un momento, poi sospirando dimanda:

—Ed al papa che recherai in risposta, sventurata! che recherai?

Alberada alza gli occhi al cielo, accenna della mano il suo capo, e risponde con nobiltà:

—La testa.

Fine del primo volume.

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