← Table of contents
Il peccato di Loreta

ALBERTO BOCCARDI (continued 4)

Reading edition

La Sant'Angelo veniva a passo lento, un po' pallida, con una perplessità manifesta nell'andatura e nel viso.

Egli le mosse incontro e le prese la mano dolcemente:

--Come vi son grato d'essere venuta. Come siete stata buona, Loreta....

Ella non rispose subito e, tentando di svincolare la mano, abbassò gli occhi, confusa.

--Ho aspettato con tanta impazienza. Mi era così tormentoso il pensiero che aveste potuto mancarmi.

E sentendo com'ella rinnovava lo sforzo per liberare la sua mano che tremava febbrilmente:

--Via, dunque,--egli soggiunse con tenerezza,--perchè tremate così? Di che avete paura?

--Ho fatto male, ho fatto male! Avrei dovuto trovare la forza per non ascoltarvi.

--Per non ascoltarmi! Ah! no, Loreta, sarebbe stata crudeltà la vostra. Ancora un vostro rifiuto e non so a che cosa mi avreste spinto.... Guardate, io so che ormai il passato è perduto e che nulla mi resta a sperare. Ma quando tra due cuori ci fu un giorno un vincolo forte e sincero, com'è stato quello fra noi due.... non è possibile che tutto finisca così, senza una spiegazione dalla quale rinasca almeno quel sentimento di stima che aiuta a perdonare e a rendere men grave il ricordo dei torti sofferti....

E dopo una breve pausa, durante la quale Loreta s'era lasciata cadere, come vinta da una prostrazione, sur uno dei sedili posti intorno al fonte:

--Sentite,--egli proseguì.--Quando alcuni giorni sono, approfittando di pochi momenti concessi dal caso, io ho potuto parlarvi per la prima volta senza testimonî, furono tanti i pensieri che si affollarono alla mia mente, tante le cose che io avrei voluto dirvi, che quell'ora mi parve un baleno. Quel giorno--ve ne rammentate?--noi abbiamo rifatto insieme il cammino del passato, abbiamo ritessuta insieme la storia dei dolori, che io--sì, io, con la mia passione, che non vedeva ostacoli, che non ragionava!--vi ho preparato nella mia casa. Ma di ciò che avvenne poi.... di quello che è stato poi di me, della mia anima, della mia sorte, non avete saputo nulla, non vi ho detto nulla. Eppure, Loreta, è una storia ben triste anche questa: così triste che potrebbe valere un'espiazione. E conviene che voi la conosciate. Forse allora sentirete che io fui più degno di commiserazione che di rancore o di sprezzo....

La voce di Alvise s'era fatta supplichevole e sommessa ed aveva un accento che non poteva ingannare.

--Io non vi chiedo delle giustificazioni.

--Lo so e non tento di farne. Qualunque cosa diciate, obbedendo alla bontà della vostra anima, sarebbe inutile: la coscienza de' miei errori mi è chiara: il giudice migliore e più severo di me stesso son io! Ma appunto per questo voglio che sappiate quali traversie io dovetti sostenere dopo la nostra separazione. Non dovessi, dopo questo racconto, rivedervi mai più, avrò almeno la speranza che voi potrete riconoscere che quello che forse avrete giudicato freddo, volgare, abbietto oblìo, altro non era che la volontà cieca di circostanze ineluttabili, il predominio vittorioso di quei dolori, sotto il peso de' quali deve addormirsi e tacere ogni altro per quanto nobile e forte sentimento. Mi ascolterete voi, Loreta?

Ella reclinò il capo, vinta, senza dargli alcuna risposta.

Ma Alvise comprese la significazione di quel silenzio e cominciò, animandosi grado a grado, a narrare quanto si era passato in casa sua dal giorno in cui, dopo il breve tempo passato a Bordighera in compagnia della contessa Nathan, era ritornato alla villa di Arsizzo.

--Ritornavo triste, ma senza avere ancora rinunciato a qualche speranza. Se sapeste come ho combattuto, quanto ho fatto perchè mia madre si lasciasse rimuovere dai suoi voleri! Tutto fu vano. E mentr'io, disperato de' suoi dinieghi, vedevo cadere inutile ogni mio tentativo per riuscire a sapere almeno dove voi eravate.... che nuovo periodo di dolore principiava per la nostra casa! D'un tratto, senza che nessun sintomo allarmante ci avesse potuto far pensare all'imminenza di una catastrofe, la povera Bianca ammalò. Era un assalto fiero di quel male che mia madre, con le sue cure amorose durate per tanti anni, s'era illusa di aver debellato. Ma l'illusione, mantenuta per poco dalla speranza e dal conforto dei medici, svanì ben presto.... Bianca moriva: le sue povere forze le fuggivano giorno per giorno; ella sola non s'accorgeva, non sospettava di nulla, sperava sempre.... Loreta, voi potete immaginare che cosa fu di noi in quel periodo. Avete conosciuto mia madre: avete visto come ci amava: avete ammirato l'eroismo di quella donna, che trovava tanta forza e tanta abnegazione per i suoi figli.... Potete immaginarvi quello che avvenne!

Egli si fermò un momento, come percosso egli stesso dalla visione che evocava.

--Povera Bianca! Povera Bianca!--mormorò quasi parlando a sè medesima, inconsapevolmente, Loreta.

--Cinque mesi,--egli proseguì,--indi.... la fine....

E brevemente, colla voce che gli tremava, narrò, incalzato da qualche rapida domanda di Loreta, alcuni strazianti particolari che accompagnarono lo spegnersi di quella miserevole e purissima vita: le parole di ricordo, d'affetto, di pietà, ch'ella ebbe per tutti, che lasciò per tutti, soavi come l'ultimo profumo di un bel fiore, che si piega intristito.

--Poi,--egli continuò,--quando io e mia madre fummo soli....

Qui ebbe una nuova e prolungata reticenza, durante la quale parve volesse raccogliere le sue idee; quindi, con un gesto come di chi rinuncia a descrivere cosa, per la quale comprende la propria parola impotente:

--No, inutile il dirvi; voi comprendete.... Davanti al cordoglio intenso, commovente, ribelle ad ogni conforto, in cui vedeva piegata mia madre, io non ebbi più il capo a nulla. Non v'era ora del giorno in cui la mente di quella donna infelice non tornasse con un furore disperato, con una commozione ardente, a quell'angelo poveretto che la morte ci aveva rapito.... Nulla riusciva a distrarla, nulla a scuoterla: il dolore di quella nuova sventura aveva portato una scossa terribile alla sua fragile salute. E fu appena in quei giorni, Loreta, che io sentii quanto amavo mia madre; e vi giuro che, al vederla così com'era, sarei stato pronto a tutto purchè da me le potesse venire una consolazione, purchè le sue forze avessero potuto ritemperarsi.... Consultammo i medici: chiedemmo il consiglio degli amici. Ma con quale profitto!... La sorella di mio padre, Maria Luigia Nathan, un'angelica e pietosa donna, accorse allora. Venne a Verona, impiegò tutte le più calde persuasive dell'affetto per indurre mia madre a lasciare quel soggiorno: suo marito, il barone Nathan, doveva passare quell'inverno in Egitto per incombenze diplomatiche affidategli dal governo inglese: ci offerse l'ospitalità più cordiale nella sua casa, facendo valere la circostanza del beneficio che da quel clima mitissimo avrebbe potuto derivare a mia madre.... Ma ella non volle. Protestò con l'usato animo che, sentendosi ormai condannata ella pure, voleva morire nella sua patria, nella vecchia sua casa, dove aveva per sì poco goduta la felicità e dove aveva veduto distruggersi tanta parte del suo cuore. E quel presentimento si avverò, ahimè, troppo presto.... Ella passò come visse, serena, rassegnata, senza timori della morte... Una sola cosa ella mi domandò per poter morire tranquilla: che io le promettessi di non far nulla mai nella mia vita che fosse derogazione alle massime da lei ognora professate o ch'ella avesse potuto in alcun modo disapprovare. Promisi, senza pensare a ciò che facessi, dimenticando--e lo confesso come una colpa che non so perdonarmi--dimenticando.... anche quello che dalla mia mente non avrebbe dovuto cancellarsi mai più....

--Avete compiuto il vostro dovere, Alvise. Questo era il primo de' vostri doveri.

--Sì, avete ragione. Così in quell'ora angosciosa ho giudicato anch'io. Ma poi--oh! questo almeno credetemi!--ho sentito che altri doveri erano per me altrettanto forti, altrettanto santi!... Da quel momento non pensai che a voi: vi cercai con desiderio intenso: ho sperato mille volte che vi sareste decisa un dì o l'altro a darmi vostre notizie. Ma nulla, nulla e sempre nulla! Mi credetti obbliato; vi credetti morta; pensai (sì anche questo pensai!) che la vostra sorte vi avesse condotto a migliori fortune.... Allora, infiacchito, sfiduciato, senza più uno scopo dinanzi a me ed esortato dai medici a vigilare sulla mia salute gravemente scossa, lasciai l'Italia, vissi per qualche tempo con mia zia, la contessa Polverari-Nathan, la quale m'aveva preso affetto di madre; poi, in cerca di distrazione e di arie salutari, viaggiai: un inverno a Madera, quindi alle Indie, in China, al Giappone.... Mi feci una nominanza di avventure singolari e romanzesche: fole di cronisti male informati e dicerie senz'ombra di verità. Dissero di un mio matrimonio a Valparaiso. Poi, forse indotti in errore da una somiglianza di nome, mi fecero eroicamente morto... che so io in quale strana avventura in un angolo selvaggio dell'Australia.... Morto; no, non era vero.... Ah! quanto meglio sarebbe stato per me!... Era finito tutto, allora, tutto....

Loreta, che aveva ascoltato fin qui, come soggiogata dalla potenza dell'accento d'Alvise, rialzò a questo punto i suoi occhi lucenti di lagrime:

--Finito!--ella esclamò poi, con lentezza.--Finito era tutto egualmente. Ormai nulla avrebbe potuto più ricongiungerci....

--Nulla! Perche? Se io vi avessi ritrovata.... Se voi non aveste voluto sottrarvi a me, come avete fatto, senza darmi più notizia alcuna della vostra sorte....

--No, Alvise, non dite così! Abbiamo piegato entrambi a un volere più forte di noi.... Così doveva essere. Sarebbe stato inutile il ribellarci a quello che il destino aveva segnato!

--Io....--esclamò egli con un istantaneo scatto di protesta,--io....

Ma Loreta, troncandogli vivamente la parola:

--Voi,--proseguì con una severità melanconica nella voce,--avreste potuto disobbedire ai voleri di vostra madre?... No, sarebbe stato male: non l'avreste fatto. E se anche l'aveste voluto, se anche, ritrovandomi sul vostro cammino, mi aveste offerta la realizzazione di quel sogno, al quale follemente un giorno mi ero abbandonata.... ve lo giuro, Alvise, avrei saputo resistere ad ogni vostra profferta....

--Questo avreste fatto?--egli dimandò concitatissimo.

--Questo.

--A malgrado di tutto il passato?

--Sì.

--E perchè, Loreta, perchè?

--Perchè....

Ella s'arrestò un momento. L'amara confessione, ch'era indotta a fare, le si arrestava sul labbro: il suo spirito le negava l'espressione atta a compendiare il sacrificio intenso, eroico, doloroso, cui ella si era rassegnata sotto il vincolo della promessa strappatale, in un'ora di pentimento e di bontà, dalla commovente eloquenza della madre di Alvise.

--Perchè?--egli insistette.--Era dunque svanito il vostro amore?... Ditelo almeno, ditelo....

Ella senti una puntura acuta nel cuore a questa domanda, che l'offendeva come un oltraggio a tutte le dolci memorie dormenti nell'intimo della sua anima, non cancellate mai nè dal tempo nè dagli eventi, custodite segretamente sempre, con una pietà alta e gelosa.

Per un istante esitò: l'anima si ribellava a quella menzogna.

Egli, vedendola titubante, ebbe un lampo di speranza. Credette indovinare e con raddoppiato calore ripetette il suo invito:

--Ditelo, Loreta, ditelo!... Era dunque morto.... era morto il vostro amore?

Ella allora, colle labbra contratte da un tremito convulsivo, fiocamente, senza levare gli occhi, rispose una sola parola:

--Sì.

Ma egli non si dette per vinto. Subito, senza esitanze, con una fiera convinzione, respinse quella parola:

--Ah! non è vero! Non può essere vero. Voi mentite, Loreta. C'è qualcosa che voi mi nascondete, che vi obbliga a parlare così. Ma per l'amore di Dio, per l'amore nostro, io vi supplico di non lasciarmi in questo dubbio.... Confessatemi il vero, Loreta. Ditemi che cosa fu di voi dopo quei giorni. Ditemi perchè non avete cercato di rivedermi....

Il conte, dicendo così, l'aveva afferrata per le mani, e cogli occhi ardenti, colle guance soffuse di un vivo rossore, ripeteva al suo orecchio con crescente emozione la stessa incalzante richiesta:

--Ditemi, ditemi....

Ella allora, bruscamente, come se una forza novella l'avesse ad un tratto soccorsa, si svincolò da lui e sorgendo in piedi, col capo eretto energicamente, lo fissò negli occhi.

--Basta, signor conte. Quanto vi ho detto è vero. La vostra insistenza non è nè generosa nè bella.... Lasciatemi partire. Non vogliate prolungarmi ancora questa tortura....

Dinanzi all'atto energico di Loreta, Alvise si arrestò come percosso da un singolare sbigottimento. La parola, prima così ardita ed irruente, gli morì tra le labbra. E immobile, con una perplessità angosciosa nelle pupille, fissò intensamente la donna....

Il sole era ormai al tramonto. In fondo, sulla curva dell'orizzonte, un rossore di porpora tingeva il cielo. E un alito d'aria frizzante levavasi sulla campagna destando un fruscìo lene di foglie per gli alti rami dei pioppi, che imboscano il colle di Fontanabona.

Il silenzio era alto tutto intorno. Il filo d'acqua del Çiton, sgorgando con una lucentezza d'argento dalla roccia muscosa, faceva sentire il monotono suo gorgogliare tra i sassi ed i cespugli, in mezzo a' quali si apriva la via.

--Loreta....--mormorò dopo qualche momento Alvise con accento di preghiera, come per riprendere il discorso troncato.

Ma s'interruppe subito vedendo come Loreta ad un improvviso scarpiccio su per il viale avesse trasalito invitandolo col gesto a tacere.

Infatti un passo grave, come d'uomo che cammini lentissimo, si avvicinava. La tortuosità del viale impediva di distinguere ancora chi si avanzasse. Tuttavia, per un solo momento, da una brevissima radura aperta tra i cespugli, sì Loreta che Alvise credettero intravvedere una figura di uomo in abiti neri.

Loreta ebbe paura.

--Lasciatemi....--mormorò concitata.--Io scendo sola verso il villaggio.... Voi seguite la strada del colle verso Fontanabona....

Egli le prese rapidissimamente la mano:

--Ci rivedremo, Loreta?--mormorò ansimante, mentr'ella già si staccava da lui, avviandosi.

Confusa, tremante e come vinta per un attimo da quella incoscienza di tutto, che colpisce lo spirito sotto la minaccia di uno stringente pericolo, ella si lasciò sfuggire una parola di adesione, breve e sommessa come un sospiro:

--Sì.... sì....

E si separarono frettolosi: Alvise prendendo la via verso il colmo del poggio, Loreta scendendo alla pianura, ove il sentiero campestre raggiunge la strada maestra, che attraversando Tricesimo conduce direttamente alla villa dei Sant'Angelo.

Dopo solo pochi momenti Loreta s'imbattè nella persona che coi suoi passi aveva determinato la rapida separazione di lei e d'Alvise. E fu con un senso di ripugnanza ch'ella riconobbe nel solitario passeggiatore il pievano di Collalto, don Giovanni Morganti. Secondo il suo costume il degno Prè Zuan se ne veniva lentissimamente, col cilindro all'indietro, colle lucide guance vivamente arrossate, col sigaro di Virginia all'angolo della bocca sdentata. Allo scorgere la signora Sant'Angelo il vecchio prete trasse dalle labbra il sigaro e, fissandola in viso coi suoi occhi insolenti, ebbe una curiosa smorfia, che si sarebbe detta di ironia e di gioia al tempo stesso.

Loreta passò rapida oltre. E il prete allora, lanciatale dietro un'altra occhiata, affrettò a sua volta il passo curiosamente, mettendosi a fischiettare con aria di spavalderia il ritornello allegro di una canzone popolare.

La Sant'Angelo era rientrata agitatissima, in preda ad una eccitazione penosa, che per qualche momento ella credette impossibile di poter nascondere o dominare. La coscienza della propria agitazione era così piena in lei da farle credere inutile ogni tentativo per mascherare più oltre al professore il vero stato dell'animo suo. La sua mente le diceva che appena egli l'avrebbe veduta, il vero gli sarebbe stato palese. Epperò nel varcare la soglia della casa, ella aveva provato un invincibile e profondo timore. Ma il capriccio del caso parve venuto in suo soccorso. Il suo incontro con Mattia fu ritardato da speciali circostanze: il professore era stato trattenuto all'ufficio comunale di Tricesimo per certi urgenti ed improvvisi interessi d'indole elettorale ed aveva lasciato detto che sarebbe rientrato più tardi, anzi che non l'attendessero nemmeno. Il tempo così intercorso giovò a rimettere l'animo di Loreta ed a riguadagnarle la calma necessaria a coprire il suo turbamento.

Il Sant'Angelo ritornò infatti assai tardi e, trovata la moglie che ancor l'attendeva per la cena, non mancò di farle un gentile rimprovero per il disturbo dell'attesa, ch'ella, a malgrado del suo avvertimento, s'era voluto procurare. Poi, poco appresso, quando furono a tavola, Loreta notò subito come il consorte fosse tutt'altro che del consueto umore: parlava poco, rannuvolato in viso, e la premurosa Vige spendeva indarno le sue abitudinarie magnificazioni a' propri manicaretti, che quella sera rimanevano proprio quasi intatti, con grandissima mortificazione al suo orgoglio di abilissima cuoca.

Il professore, che ad una timida interrogazione della moglie aveva accusato della propria svogliatezza l'uggia delle molte brighe avute in quel pomeriggio, non potè trattenere qualche segno d'impazienza anche quando la Vige, dopo avergli servito il bicchierino di vecchia acquavite, ch'egli prendeva sempre al finire della cena, stimò opportuno, forse nell'intento di distrarlo dai suoi foschi pensieri, di toccare un argomento, del quale s'era già parlato moltissimo in casa Sant'Angelo. Si trattava della sparizione, che durava ormai da più giorni, del fido terranova, prè Zuan. Il professore, avvertitone subito, non vi aveva fatto da prima gran caso: tratto tratto quel vigile guardiano, obbedendo chi sa mai a quale allegro desiderio di avventure, soleva prendersi le sue brave vacanze, e di certi suoi lunghi vagabondaggi per le campagne e sino ai più lontani villaggi s'eran fatti assai spesso tra i contadini del luogo i commenti più faceti e più maliziosi. È vero che, questo suo amore per le avventure, il povero prè Zuan fu replicatamente a un pelo di pagarlo assai caro. Col nome che portava, di nemici non aveva difetto. Il Morganti e i suoi accoliti una buona schioppettata, se l'avessero avuto a tiro in qualche loro podere, sarebbero stati ben lieti di potergliela regalare: anzi più volte gliel'avevano, senza tanti misteri, promessa. E se il valoroso terranova era riuscito fino allora a salvare la sua pelle, non aveva per contro saputo risparmiarsi più d'un matto colpo di randello e qualche brava sassata, che l'avevano fatto tornare zoppicante e malconcio alla casa del padrone. Le sue sparizioni duravan però assai poco: dopo un paio di giorni di baldoria si era certi di vederlo ricomparire a un tratto, mogio mogio, con le orecchie basse, quasi col timore di qualche castigo. E poichè questa volta la sua scomparsa durava un tempo ben più lungo dell'ordinario, tutti in casa ne avevano parlato più volte come di un fatto che suscitava una vera curiosità: Agnul specialmente, che pel vecchio cane aveva un affetto grandissimo.

Ora quella mattina una ragazza di Collalto, capitata a trovare la Vige con cui eran da lungo amiche, le aveva, tra le molte storielle del suo villaggio, narrata pur quella di un magnifico tiro, che un certo suo parente, colono del prete Morganti, furbo trincato e maestro insuperabile di burle, aveva fatto un paio di giorni innanzi, e questa volta non già col proposito di prendersi uno spasso, ma con quello assai più positivo di ingraziarsi il padrone, il quale--diceva lei--era un ministro del Signore, degno certo di tutto il rispetto, ma duro co' suoi contadini assai peggio di un sasso. Il tiro, soggiungeva la donnetta, senza immaginarsi mai più quanto la cosa toccasse i Sant'Angelo, era stato giocato nel modo il più comico, tanto che in paese non rifinivano dal farne le più matte risate. Si trattava, figurarsi!, di un vecchio cagnaccio, al quale uno "spregiudicato" aveva avuto la faccia fresca d'imporre per ischerno il nome stesso del signor pievano!... E al contadino--che dei debiti col prete suo padrone ne aveva per disgrazia un grosso sacco e cercava sotto terra il modo di renderselo paziente e buono--quando una bella mattina si trovò il famoso cane che s'aggirava pel suo cortile.... immaginarsi se non parve un regalo della provvidenza! Che fa? Panf! gli aggiusta prima un tal colpo di pietra che per poco non lo lascia morto, e lo chiude quindi in un suo fienile, giurando di fargli fare un digiuno così bello, da rimandarlo poi con tanto di cestole fuori a quel "poco di buono, senza timor di Dio" che s'era permesso di dare ad una simile bestiaccia niente di meno che un nome cristiano!--E la ragazza, che a narrare cotesta storiella aveva adoperato un vero fiume di parole, venne alla conclusione che il tiro era stato così destro e bene ideato che il furbo suo autore poteva, senza tema di errare, ripromettersene dal prete Morganti uno strappo da far epoca alla sua proverbiale spilorceria....

La buona Vige, chiacchierina sempre, volle condire a sua volta questo racconto con una serie di commenti così prolissi e con un lusso talmente abbondante di digressioni, che il professore, per quanto interessato dall'argomento, terminò per infastidirsi, mandando al diavolo il prè Morganti, tutti coloro che gli volevano bene e perfino la Vige, a cui, nel sentirlo a parlare in quel modo, eran venuti lì per lì i lucciconi agli occhi.

Ma stette zitta, perchè quando il professore era in quello stato, prudenza insegnava a non rifiatare ed a lasciarlo in pace.

Del resto Mattia stesso, appena finito quel racconto, accese il suo virginia, e salutata la moglie, che diceva di volersi ritirare, uscì solo sulla spianata, dinanzi alla casa, per fumare un poco tranquillamente.

"Tranquillamente"--aveva detto così a Loreta nel lasciarla. Ma chi lo avesse veduto poco appresso, allorchè si trovò solo, nel silenzio della notte, con la coscienza d'essere al sicuro di ogni sguardo indiscreto, avrebbe compreso come quella parola non fosse stata per nulla corrispondente alle condizioni dell'animo suo. Sedutosi al posto consueto, presso alla balaustrata che guardava sui campi, il professore aveva gittato con un senso di nausea il suo sigaro; poi, rialzata l'ala del cappello sulla fronte, erasi raccolto il capo fra le palme, fissando lo sguardo pensieroso sulla campagna nera e silente. La notte era cupa. Sul cielo, dove correvano con la minaccia di un maltempo grosse nuvole scure, luccicavano a tratti poche pallide stelle. Solo da lunge un lieve riflesso rossastro lasciava indovinare, di là dalle macchie brune de' villaggi dormenti e punteggiati ancora di qualche fievole lume, la città di Udine con le sue strade ben rischiarate.

Il tempo passava e Mattia restavasene immobile al suo posto. Era lì da un pezzo e pareva che neppure si fosse accorto del silenzio che s'era fatto in quel mentre nell'interno della casa. Sparecchiata la mensa e riordinata la cucina, la Vige aveva spento i lumi; nella camera della signora, al primo piano, il bagliore della lampada di tra le persiane era sparito da molto tempo. Ma il professore non pensava affatto a rientrare. Il pensiero ond'era dominato lo teneva così tenacemente che il sentimento d'ogni altra cosa erasi estinto in lui. Ed era il pensiero doloroso, che da più giorni lo torturava senza tregua. Il dubbio, da lui respinto prima come insensato, s'era negli ultimi giorni, nelle ultime ore, fatto a poco a poco sempre più acuto. E l'impotenza della difesa, subito, con velocità fulminea, si presentò alla sua mente agitata. Quanto credulo prima, diffidente a un tratto, era cominciato in lui un lavorio febbrile di idee, un cozzo di mille supposizioni, da cui gli veniva una sofferenza insopportabile. Non sapeva ancor nulla, non aveva raccolto ancora nessun indizio positivo, ma pure il suo animo tremava in uno di quei tetri presentimenti; che nascono talora da un nonnulla appena avvertito, ma che nessun ragionamento riesce a far dileguare.

Il cielo intanto s'era venuto sempre più oscurando: uno spiro molesto di vento faceva stormire gli alberi intorno alla casa: per tre o quattro volte il guaìto lamentoso di un cane risonò nella campagna. Il professore si scosse e tendendo l'orecchio a quella voce sinistra, che rinnovavasi ancora con penosa insistenza nell'oscurità ormai profonda, non potè schermirsi dal pensare al malurioso significato, che a tali voci notturne suole attribuire la superstizione dominante tra quelle popolazioni agricole.

Lentamente, il professore accingevasi a rientrare, quando di là dal cancello osservò dischiudersi la porta dello stallaggio ed uscirne frettoloso, con una lanterna accesa dondolante in mano, il piccolo famiglio Agnul. Con passo rapido egli attraversò il cortile e in pochi momenti fu innanzi al padrone:

--Che c'è? Dove vai?--chiese questi,

Agnul alzò la sua lanterna a livello del capo e Mattia notò subito uno strano sbigottimento ne' lineamenti del bravo ragazzo.

--Signor padrone, venivo in cerca di lei. Mi immaginavo ch'Ella potesse essere ancor qui, come ogni sera.... Non avrei potuto aspettare domani per dirle.... È una cosa tanto curiosa....

--Ma via dunque, cosa è stato?

--Prè Zuan....

--Ebbene?

--Povero prè Zuan! È tornato.

Mattia non potè frenare un gesto di noia: per quanto quella notizia gli facesse piacere, non giustificava per fermo tutta la sollecitudine e il grande sbigottimento del ragazzo.

--Ebbene.... tanto meglio!

--Eh! sì, sarebbe meglio.... Ma se vedesse in quale stato!... Ero andato a dare un'occhiata ai cavalli come faccio ogni sera, poi stavo per recarmi a dormire, quando dalla porta della stalla--dalla piccola porta che dà sulla campagna--odo un certo rumore come di chi spingesse dal di fuori l'imposta, e poi, subito, due o tre lamenti lunghi.... ma così tristi, proprio come di un uomo che chiamasse in aiuto. Corsi subito a vedere e là, proprio sulla soglia, giacente in mezzo all'erba, ho trovato il povero nostro prè Zuan.... Se sapesse che male mi ha fatto a vederlo così! Magro, infangato, colla testa macchiata di sangue. Chi sa mai da dove viene, chi l'ha conciato a questo modo e come ha fatto a trascinarsi fin qui!... Lo portai dentro, lo distesi sulla paglia: mi guardava con due occhi.... con due occhi che dicevano tante cose.... Ho paura, povero prè Zuan, che questa volta non la scappa più!... Ma la cosa più strana principia adesso.... Quando feci per levargli il collare che portava ancora, notai subito un oggetto, che non capivo che fosse e che vi stava attaccato con un pezzo di spago. Era un rotoletto di carta.... eccolo qui!

E si trasse dallo sparato della camicia, aperta sul petto, un involtino che porse al professore.

Colpito dalla bizzarria del fatto, il Sant'Angelo tolse vivamente di mano al ragazzo l'involto e dopo averlo per un istante guardato al lume della lanterna, lo svoltò. Era un foglietto di carta grossolana, piegato in doppio, e conteneva poche linee di scritto a matita rossa con un grosso carattere contraffatto.

Sotto un notissimo distico friulano, che allude salacemente alla cecità de' mariti vecchi, il nome di Loreta e quello di Alvise Polverari si leggevano uniti in una frase brutalmente accusatrice. Poi in chiusa poche parole, piene di velenoso livore, contenevano un ammonimento, a lui stesso diretto, di aprire gli occhi "per vedere anche lui quello che tutti gli altri avevan già veduto."

Quelle parole, lette ansiosamente al lume tremulo della lanterna e che venivano proprio in quell'ora a ribadirgli i suoi sospetti tormentosi, furono come tanti colpi di una lama avvelenata nel cuore del Sant'Angelo. Non pensò alla mano nemica che le poteva aver tracciate; non ebbe uno scatto d'ira contro gli autori presumibili di quell'azione bassa e vigliacca: non sentì che una voce, la quale lo riconfermava nei suoi dubbî e gli appalesava quella verità, contro la quale s'era fin allora con tanta tenacia ribellato.

Barcollante, senza poter articolare una parola, credendo di venir meno ad ogni passo, egli rientrò in casa. Ma invece di salire alla sua camera per coricarsi, entrò al buio nello studio, e colà, gittatosi a sedere nella sua poltrona e, abbandonato il capo fra le braccia, si mise a piangere disperatamente, come un fanciullo.

XVII.

Quando la mattina seguente Loreta si vide innanzi suo marito non potè reprimere un atto di sgomento, tanto le parve mutato e sofferente. Pallido, con gli occhi congestionati e con un tremore convulsivo, che gli contraeva le labbra ad ogni parola, tutto tradiva in lui una celata angoscia. E allorchè Loreta, trovatolo così nel suo studio, lo interrogò se si sentisse male, stette un istante perplesso, come côlto da un dubbio circa la vera significazione di quella domanda. Poi avendo ella insistito, sostenendo lo sguardo scrutatore ch'egli figgeva in lei, rispose seccamante con alcune frasi evasive:

--Sto male. Ti ho detto già ieri che mi sento un po' spossato. L'eccesso di lavoro in questi ultimi giorni....

Quindi vedendo com'ella accennava a soggiungere qualche parola, con fare un po' aspro ne la impedì:

--Non ho bisogno che di un poco di riposo. Lasciatemi stare: passerà.

Ma Loreta conosceva così bene l'animo di suo marito, ribelle ad ogni simulazione, che quelle parole, cercate con tanto stento e pronunciate con tanto sforzo, non potevano ingannarla. E poichè l'eccitazione vivissima, in cui ella stessa trovavasi, doveva di necessità farle apparire chiaro il vero motivo del turbamento di Mattia, ella pensò tosto con un senso di terrore, ch'egli avesse potuto già intuire di quale recondita lotta ella fosse in preda. Per un risveglio repentino d'onestà e di gratitudine, ogni altra riflessione tacque in quel momento in lei. Il pericolo a cui stava dappresso le balenò con piena evidenza. E con uno slancio, altrettanto pronto quanto sincero, si propose di uscire coraggiosamente da quella situazione. Conveniva non vedere più il Polverari: sottrarsi a tempo al fascino di cui pareva egli possedesse il segreto e contro il quale, come in un giorno lontano della giovinezza, ella sentiva già vacillare la propria volontà.

Penetrata della necessità di tradurre ad effetto questo divisamento, ella si tenne sicura di potervi riescire. Alvise l'avrebbe compresa e sarebbe stato costretto ad apprezzare il sentimento, al quale ella imponevasi di porgere ascolto. Era il dovere d'entrambi e bisognava compierlo senza esitanze.

Con l'anima tutta piena di questo pensiero, Loreta s'era chiusa nella sua camera e febbrilmente aveva cominciato una lettera per il conte Polverari. La penna le era corsa veloce per un intero foglietto, senza un pentimento, con quell'ardore di frasi che le veniva dalla sincerità del suo proposito. Era un appello energico al cuore di lui, alla sua bontà, al suo antico affetto: ed era in pari tempo un ultimo richiamo a quel passato, che doveva cancellarsi per sempre dalla loro memoria.

Ma a questo punto Loreta si arrestò. La mano, improvvisamente irrigidita, lasciò sfuggirsi la penna. E la signora, reclinato il capo, rimase con gli occhi immobilmente assorti nelle ultime parole da lei tracciate.

Dinanzi a quelle parole, che eran pure la ingenua confessione di quanto aveva sofferto per il suo amore infelice, uno scoraggiamento la invase paralizzandole d'un sol tratto le forze, dalle quali poco prima si sentiva sorretta. Nell'atto di dare così un addio decisivo al sogno della sua giovinezza, la poesia di quel sogno la riafferrava violentemente con una potenza nuova di seduzione.

In questo momento Loreta ebbe onta della propria fiacchezza. L'idea di trovarsi vinta le repugnò. Ma poi, persuasa ormai di non poter riprendere il dominio di so stessa, quasi si compiacque della riflessione, a poco a poco sôrta nel suo cervello, che il mezzo al quale aveva pensato di ricorrere fosse scelto con sì poca accortezza da dovervisi senz'altro rinunciare. Pensò a tutte le difficoltà, che avrebbe incontrato per far pervenire la lettera ad Alvise: si domandò quale contegno avrebbe egli tenuto dopo la lettura di quel foglio. Se, lunge dal piegare alla preghiera di lei, egli avesse voluto rivederla ancora? Se, come un giorno le aveva minacciato, fosse ricorso, pur di avere con lei una nuova spiegazione, ad un atto d'imprudenza?

Con una sùbita risoluzione Loreta balzò in piedi e lacerò la lettera. Indi, quasi con un senso di sollievo e con un rinnovamento d'animo, uscì dalla sua camera per tornare alle faccende di casa. Avrebbe trovato di meglio: il suo dovere l'avrebbe saputo compiere ad ogni modo.

In tutto quel giorno vide suo marito appena per brevi momenti. Pareva abbattutissimo; al pranzo scambiò con lei poche parole: di sera non volle prendere cibo e si mostrò d'umore così tetro, che a Loreta venne meno il coraggio di muovergli alcuna domanda.

La mattina appresso, subito dopo che il procaccia di Tricesimo gli ebbe rimesse le lettere, fe' chiamare il famiglio Agnul:

--Attaccherai la Grigia col carrozzino piccolo. Vado a Udine per affari e non tornerò che tardi questa sera....

Loreta, che aveva notato come il professore avesse cercato nel pacchetto della posta e percorsa con molto interesse una lettera, sulla cui soprascritta ella aveva riconosciuto il carattere grosso e malfermo di don Letterio Prandina, che sapeva da più tempo sofferente:

--Ti scrive Prè Letterio?--domandò al Sant'Angelo.--Sarebbe per caso aggravato?

--Sì, mi scrive. Sta molto meglio. Se sbrigo presto ciò che ho da fare.... alla prefettura e al municipio.... passerò un momento a salutarlo.

--Farai bene. Povero Prè Letterio, quello è un amico! Il professore la guardò in viso un istante. Poi con una lievissima intonazione di ironia:

--Quello.... sì!--rispose.

E poichè in quel momento Agnul veniva a dirgli che il carrozzino era pronto e se desiderava ch'egli venisse con lui:

--No, puoi restare,--soggiunse subito.--Forse la signora può aver bisogno di te. Se vuoi uscire.... colla carrozza....

Quindi volgendosi a Loreta:

--Uscirai oggi?--domandò con naturalezza.

--Non so.... forse. C'è la fiera a Moruzzo. Sai che s'era stabilito di andarvi.... Avevamo promesso alla Vige....

E siccome la Vige, che dalla porta della cucina aveva ascoltato il dialogo, avvicinavasi ora sorridendo, la signora accennò a lei benevolmente:

--È da un anno che predica perchè si vada proprio a questa fiera a comperarle le stoviglie nuove per la credenza.... Una sua fissazione..... Se il tempo si mantenesse bello....

La buona Vige a questo punto sarebbe stata ben lieta di poter mettere a sua volta quattro parolette nel discorso. Ma il professore non gliene lasciò modo:

--Bene, bene, bisogna accontentarla!--disse brevemente, con l'aria di chi comincia già a sentirsi infastidito.

Poi, scambiato un rapido saluto con la moglie, prese posto nel carrozzino e partì.

Durante la giornata Loreta stette a lungo indecisa. Ella pensava che non approfittando di quell'assenza di suo marito, difficilmente le sì sarebbe più offerta occasione di rivedere da sola a solo il Polverari, per potergli dire ciò ch'ella si era risolutamente fissato nell'animo. E ricordando come in presenza di lui si fosse ne' giorni antecedenti fatto cenno della loro andata alla fiera di Moruzzo, giudicò ch'egli, tenuto di ciò memoria, vi si sarebbe certamente recato egli pure. In quel luogo popoloso il loro incontro non poteva destare sospetti ed essi avrebbero avuto adito di parlarsi con tutta facilità anche lungamente, senza correre nessuno de' pericoli, ch'ella ravvisava in ogni altro modo di abboccamento. Le sue esitanze furono con ciò completamente vinte: anzi riconobbe come felicissima la combinazione che le si era presentata. Epperò verso le prime ore del pomeriggio die' ordine al ragazzo di apprestare la carrozza.

Il ragazzo a quell'ordine fe' un salto dalla consolazione. Era una delle sue grandi gioie quando poteva uscire con la signora. E così tutta quella mattina, attendendo ch'ella si decidesse, non aveva fatto che consultare il cielo, nel timore che una grossa nuvola, comparsa improvvisamente ad offuscare il sole, non fosso venuta a rovinargli ogni cosa. Ma questo pericolo per fortuna fu scongiurato e in pochi minuti Agnul si trovò lesto con la carrozza, così azzimato e liscio nel suo abito da festa che la Vige, uscita ad accompagnare la signora, non si tenne dal fargli i suoi complimenti, cui egli--bisogna dire anche questo--mostrò di accettare con molta modestia, ma non certo senza una visibile soddisfazione.

Contento come una pasqua il ragazzo con quattro belle schioccate di frusta mise a buon trotto il cavallino e lungo tutta la strada che da Tricesimo conduce a Moruzzo non lasciò di rivolgere alla signora ad ogni momento qualche domanda, non tanto per tenerla allegra, quanto per ottenerne,--ambiziosetto com'era,--almeno una parola di elogio per la propria abilità di valente auriga.

Loreta però non era in vena di discorrere: di quanto il ragazzo le veniva dicendo pareva accorgersi appena, tanto che l'ottimo Agnul, vedendola così persistentemente seria, finì egli stesso per sentirsi sfumare tutta la sua allegria di poco prima. Faceva egli ancora scoppiettare la sua frusta, ma adesso non era più in segno di letizia, anzi le frustate sul dorso del cavallino eransi fatte così rabbiose, che questo, se avesse potuto, non avrebbe certo mancato di protestare contro la immeritata parte che gli toccava, di servire di sfogo all'altrui malumore.

Poi, dopo circa un'ora di corsa, il tempo s'era venuto peggiorando. Il sole, che dal meriggio in poi aveva lottato vittoriosamente con l'addensarsi delle nubi, ora era sparito sotto un fitto velo di nebbia, che cacciata da un'aria frizzante si stendeva rapidamente pel cielo.

Il bravo Agnul, che come tutta la gente di campagna era pratico di queste sorprese del tempo, cominciò a guardarsi intorno impensierito. Egli sapeva come quel nebbione, che fumava ognora più fosco laggiù dai piedi delle Alpi, era sempre stato foriero di temporali. Ma poichè la signora nulla diceva, egli guardavasi bene dall'essere il primo a parlare. Mentre attraversavano i villaggi la gente guardava con un po' di sorpresa la carrozza dei Sant'Angelo che passava veloce a malgrado della minaccia del tempo. E quando, nel salire l'erta un po' faticosa che costeggia il palazzo Morò-Casabianca, il cavallo rallentò il passo, il fattore Beppo, uscito dal cortile al rumore delle ruote, s'avvicinò alla carrozza, per salutare la signora.

--Va a Moruzzo, contessina?--domandò garbatamente, col berretto in mano.

--Sì, a Moruzzo.

--C'è andato anche il signor conte Alvise. Ma mi pare che il tempo voglia farne una delle sue. C'è un buio laggiù dalla parte di Tarcento.... Sarebbe meglio tornare, contessina.

Loreta sorrise.

--Non ne indovinate mai una voialtri. Non sarà nulla. In meno di mezz'ora avremo il sole.

E la carrozza proseguì.

Ma non erano trascorsi dieci minuti che un improvviso incalzare del vento die' ragione a' consigli del vecchio fattore. Un polverone bianco, accecante, si sollevò sulla strada maestra, mentre in fondo all'orizzonte oscuro, di là dalla città di Udine, un rapido balenio rompeva a tratti con un solco rossastro la nuvolaglia bigia.

Lungo la strada vedevansi ora le contadine chiudere affrettate le finestre dei casolari e sbarrare le porte degli stallaggi. Dalla parte di Moruzzo scendevano di seguito numerosi carrozzini coi cavalli lanciati a gran trotto: molte donne e molti uomini coi canestri in capo e con fardelli in mano venivano frettolosi nel gran polverone, cacciati evidentemente dal campo della fiera, ove l'avvicinarsi del temporale aveva disertato il mercato e rotte le contrattazioni.

Il cavallo dei Sant'Angelo repentinamente s'arrestò recalcitrando, colle orecchie ritte, fiutando esso pure il maltempo.

Allora Agnul si risolse a parlare:

--Che si fa, signora? Il temporale viene. Torniamo?

Ella parve per un momento indecisa. Quell'aria acuta che le sferzava il volto, quella sorda minaccia della tempesta che pesava tutto intorno, le dava quasi un senso di ebbrezza.

Agnul timidamente ripetè la sua domanda.

Fu in questo momento che una carrozza, la quale scendeva dal paese, s'incrociò con quella dei Sant'Angelo. E tosto una voce: quella di Alvise Polverari, ordinò vibratamente al cocchiere di fermarsi.

Subito i cavalli si arrestarono e il conte Alvise, balzato a terra, s'affrettò premurosamente al carrozzino, in cui sedeva Loreta.

--Ella pure diretta a Moruzzo? Peccato, peccato!... Un vero contrattempo.... Avesse visto! Un fuggi-fuggi generale: lassù ormai non ci deve più essere anima viva.

--Infatti,--ella disse,--non c'è ormai proprio che il tempo di mettersi in salvo.

--Avrebbe in mente di rifare la strada?

--E come no! Da qui a Tricesimo....

--Da qui a Tricesimo c'è un'ora buona. Il temporale sta per iscoppiare. Sarebbe un'imprudenza. Guardi....

Ed egli tese la mano sotto le gocciole della pioggia, che già cominciavano a cadere grosse e lente. Indi con molta cortesia:

--Morò-Casabianca,--proseguì,--è a due passi. Io spero ch'Ella vorrà accettare una breve ospitalità. I temporali in questa stagione durano tanto poco.... Ma avventurarsi ora....

Loreta non potè schermirsi. Era così naturale che non opponesse un rifiuto a quella profferta gentile, che ella rinunciò subito a farlo, tanto più che Agnul, il quale, al pari di tutti i contadini di quelle campagne, coraggioso d'indole si faceva piccino piccino durante le tempeste, le veniva da un pezzo ammiccando perchè ella acconsentisse. Di quel contrattempo il ragazzo a conti fatti avrebbe trovato motivo di consolarsi: alla fattoria un bicchiere di quel buono non gli sarebbe mancato, poi, dopo sì lungo tempo, non gli spiaceva niente niente di rivedere la sua vecchia nonna Mariute, l'unica parente che gli restava ed alla quale voleva bene a malgrado vivessero già da tanti anni separati.

Le due carrozze procedettero a passo spedito di conserva verso il palazzo e in meno di dieci minuti entravano sotto la vôlta dell'androne dove il fattore Beppo e le sue figliuole stavano attendendo.

Il conte, che aveva aiutato Loreta a scendere dal carrozzino, ordinò rapidamente al fattore di provvedere ai cavalli; poi, con molto garbo, invitò la signora ad entrare. La pioggia in quel momento cominciava a cadere con uno scroscio torrenziale, e il vento cacciandosi con veemenza nell'androne fe' sbatacchiare violentemente tutte le imposte.

--Vede, signora, se avevo ragione quando le dicevo che sarebbe stata imprudenza il voler continuare la strada.

--Infatti!--ella rispose brevemente salendo lo scalone, preceduta da una delle figlie del fattore.

Poco appresso, licenziata la fanciulla, si trovarono soli nella sala dei quadri, che il conte Alvise, in quei brevi giorni da che durava la sua dimora al paese, aveva scelto nel palazzo a suo luogo preferito.

Loreta, entrata appena, si guardò intorno con curiosità. Ella riconobbe quella sala, ricordando il giorno in cui parecchi anni prima c'era venuta in un pomeriggio d'aprile con Mattia, la signora Chiara ed il conte Mangilli. Nulla v'era di mutato: sempre al loro posto gli antichi mobili di noce, coperti di broccato veneziano: sempre in alto sulle pareti le vecchie tele che eternavano colla bellezza delle loro linee il nome e la gloria di Bertrando da San Genesio, il patriarca-guerriero.

--Ah! qui?--ella chiese naturalmente.

--Qui.... è il luogo dove io passo quasi tutte le mie ore. Ho scelto questo per tante ragioni: prima di tutto le memorie, anzi le leggende, che vi si connettono; poi.... la splendida vista che vi si gode.

Ella guardò dagli ampî balconi. Ma la scena non era più quella che un giorno le si era affacciata, beata e sorridente, de' campi in festa. Una bruma bassa e folta addensavasi sopra l'intero paesaggio: nel letto del Cormor, fra le due rive rocciose, l'acqua alta e giallastra scrosciava con sordo rumore fuggendo sotto le sferzate violenti della pioggia. Da lunge il brontolìo del tuono prolungavasi cupo, mentre da tutti i villaggi della vallata giungeva il suono affrettato e insistente delle campane, col quale i contadini hanno la superstiziosa credenza di scongiurare il pericolo delle saette.

--Brutta sera!--disse Loreta a un tratto come obbedendo macchinalmente alla sensazione ch'ella provava nello spingere l'occhio per la campagna sconvolta.

--Brutta sera....--esclamò dopo un'esitanza Alvise.--Per tutti, signora.... Per me solo, no, certamente.

E fissandola in volto con gli occhi lucenti, pareva volesse dirle con l'eloquenza dello sguardo quale profondo sentimento egli avesse inteso di celare sotto il velo di quella frase, che sonava in apparenza come un semplice madrigale.

Poi, subito, con grande effusione:

--Loreta,--mormorò,--non potete sapere con quanta ansietà io attendevo questo momento. Vi ricordate l'ultima volta che ci vedemmo.... sul colle di Fontanabona? Vi ricordate la parola che mi diceste nel lasciarci? Era la promessa di rivederci ancora. Ed oggi....

Detto ciò con voce commossa, egli s'arrestò per un breve momento:

--Se sapeste come mi sento ora felice!--soggiunse poi con impeto.

Ella lo guardò fissamente, come se quel linguaggio, che presupponeva in lei un'intenzione tanto diversa da quella ond'era animata, le fosse spiaciuto.

--Non dite così, conte. È vero che io vi ho dato promessa che ci saremmo riveduti. È pur vero che io stessa ho desiderato di potervi parlare. Ma....

--Ma?...--egli chiese ansiosamente, incoraggiandola a continuare.

--Ma--ella rispose con accento severo,--ritenevo che voi doveste immaginarvi quale poteva essere lo scopo, l'unico scopo, del nostro incontro....

Poi, dopo un breve silenzio, ella proseguì lentamente:

--Se è vero, Alvise, che voi mi avete amata e che in un'ora della vostra vita io fui qualche cosa per voi, saprete ascoltare la mia preghiera; poichè è una preghiera, Alvise, che io vi faccio con tutto il mio cuore.... Lasciatemi, andate lontano, non vogliate, dopo tutto quello che ho sofferto, farmi ancora del male. Io voglio, Alvise, che voi sappiate obbedire alla ragione; e se la mia parola non sa infondervi questa forza, voglio che la chiediate alla vostra coscienza di gentiluomo. Perchè vorreste turbare una casa onorata, distruggere quella felicità che io, dopo tante traversie, mi sono finalmente creata qui, nella stima e nell'affetto di un uomo onesto e buono?...

Egli ascoltò senza rispondere, agitatissimo.

--Mi parlate di doveri!--esclamò poi vibratamente. --È bello quello che voi fate ed io ne sento e ne apprezzo tutta la generosità. Ma voi credete che a questi doveri si possa obbedire con tanta abnegazione, senza che il cuore si ribelli, senza che nulla, nemmeno la sicurezza di essere stati amati veramente, ci conforti?

E poichè ella levava su lui in atto di interrogazione gli occhi, stupita di quell'ultima frase:

--Sì,--egli ripetè,--ho detto "senza la sicurezza di essere stati amati" perchè se voi, Loreta, in un tempo lontano mi aveste amato veramente, se mi aveste amato soltanto un poco, no, non avreste potuto parlarmi ora con la freddezza con cui mi parlaste....

--Io ho fatto il mio dovere, Alvise!

--Il vostro dovere! V'ho detto già che è virtù il saperlo compiere: facile virtù per altro quando non si ama e non si è mai amato! E voi, Loreta, non mi amaste: tutto me lo fece comprendere nel passato e tutto me lo comprova anche adesso,...

Ella erse il capo fieramente, stringendo le labbra pallide, trafitta da quelle parole.

--Nel passato!--ella esclamò.--Dite voi questo? lo pensate? lo avete creduto? Lo avete creduto dopo tutto quello che mi avete fatto soffrire! Ah! Alvise, come non mi conoscete oggi e non sapete comprendermi nella lotta di questo momento, non mi avete compresa mai!

Ma egli sempre più animato insistette:

--Oh! Loreta, non mi sono ingannato, no, purtroppo per me, purtroppo per le mie illusioni, in tutto quello che ho pensato di voi. L'altro giorno vi dissi quanti dubbi hanno distrutto la mia pace dal momento in cui la sorte ci divise. I miei dubbi eran fondati. A chi non sa amare è ben facile l'oblìo!

Di smorta ch'ella era, Loreta a questo punto s'imporporò in viso, sotto un impeto violento d'indignazione. Il linguaggio scettico ed aspro di quell'uomo la offendeva nella parte più sensibile dell'anima. Era dunque cotesto il frutto del sacrificio ch'ella aveva fatto? era questo il premio della lotta che si era imposta per fuggirlo, per far tacere il proprio amore, per restar fedele ad un giuramento fatto quasi ad espiazione d'una sua colpa?

E le sovvenne in quel momento tutto quello ch'ella dovette passare: l'ultimo colloquio da lei avuto, laggiù, in una delle vecchie sale della villa d'Arsizzo con la madre del conte Alvise: le parve di rivedere dinanzi a sè la figura di quella donna, non più severa come chi è nel diritto di punire, ma umile e mite come chi implora una grazia: le rinacque vivo nello spirito il ricordo delle sue ore di stento, di miseria, di solitudine, passate talora baciando e bagnando di lagrime una scialba miniatura, il ritratto di Alvise, l'unica memoria portata con sè del tempo felice: finalmente pensò con terrore al giorno quando, stremata di forze e di coraggio, letto in un giornale la morte di Alvise in un paese lontano, volle finirla ella pure, chiedendo alla pace del nulla la sua liberazione.

E sotto l'impressione di tutte quelle immagini risorte dinanzi a lei tumultuosamente non resse più, si sentì soffocata, e dimenticando ogni altra cosa, irresistibilmente, non obbedì che al bisogno di difendersi, di respingere la taccia ch'egli le gittava in viso, di dirgli tutto:

--Non vi ho amato? Non ho fatto nulla per voi? Mi avete creduto un'anima incapace di ogni virtù e di ogni forza?... Ebbene, no, non è vero: vi ho amato intensamente, come si ama una volta sola, come non meritavate che vi amassi. Se vi ho fuggito, se non ho cercato di rivedervi era per obbedire ad una promessa che non potevo infrangere, che avevo fatto a vostra madre.... Se la mia miseria e la mia solitudine mi parvero più dolorose, era sempre per il pensiero che voi mi aveste dimenticata.... Il giorno che vi credetti morto mi lasciai trascinare io stessa a un passo disperato, obbliando tutto, obbliando la mia fede di cristiana.... Ah! Alvise, e questo non è amore?... Come foste ingiusto verso di me, Alvise! Come mi avete giudicata male!

Egli che l'aveva ascoltata interdetto, pendente dal suo labbro, colpito da quella rivelazione inattesa, come ella ebbe finito le afferrò appassionatamente le mani:

--Oh! Loreta,--esclamò subito,--come posso io dirvi la gioia immensa che voi mi avete recato con le vostre parole? Era questo che io voleva da voi: questo il supremo bene al quale io anelava!

Ma la donna, come se ad un tratto avesse riacquistata la coscienza di ciò che faceva, sciolse subito le proprie mani dalle mani ardenti di Alvise.

--Ah! che cosa mi avete fatto dire!... Lasciatemi, lasciatemi, Alvise!

--No, Loreta, non vi pentite della parola, che più forte di voi vi è sfuggita dal cuore. Sarebbe inutile ora: non potreste più togliermi la felicità che senza volerlo mi avete data! Il vostro amore, Loreta, il vostro amore.... È stata questa l'unica gioia della mia vita: è stato in esso il compendio di tutta la mia giovinezza. Tutto era morto con esso: non ebbi più nulla poi, nè un sorriso, nè una speranza, nulla. Comprendete ora il bene che mi avete fatto, Loreta.... lo comprendete?

--Il bene che vi ho fatto!--- ella ripetè lentamente. --No, Alvise. Sarebbe stato ben meglio se questo momento non fosse venuto. Per l'affetto che ci siamo portati un giorno, abbiamo sofferto entrambi abbastanza. Nell'incontrarci dopo tanti anni avremmo dovuto avere la fermezza di non ripensare più al passato. Voi, che siete uomo, che siete più forte di me, avreste dovuto darmene l'esempio; e quando avete visto vacillare quel coraggio che io mi ero imposta e che avevo ancor oggi varcando la soglia di questa casa, avreste dovuto sentire compassione di me, non trascinarmi a dire quello che in un momento di incoscienza ho detto....

--Loreta!--egli esclamò supplichevole perchè ella non continuasse.

--Tuttavia io non deploro la confessione che vi ho fatto. Ora sapete come vi ho amato.... sapete quanto per voi ho sofferto.... Ebbene, è in nome di questo amore che io vi rinnovo la mia preghiera, alla quale dovete porgere ascolto: lasciatemi, non turbate più la mia pace, dimentichiamo entrambi!...

--Lasciarvi? E lo dite da senno, Loreta! E lo stimate possibile?

--Esitereste?

--Lo chiedete! Dopo quanto mi avete confessato adesso, dopo questa beatitudine tanto agognata, potrei lasciarvi?... Ah! no. Questo non è nelle forze di un uomo. Non vedete, Loreta, non leggete negli occhi miei ciò ch'io provo?... In questo momento tutto ciò che è passato non esiste più per me: questa è stata la potenza grande delle vostre parole, che hanno tutto cancellato, che mi hanno in un minuto solo fatto dimenticare tutto ciò che è trascorso.... Loreta, è stato un brutto sogno il nostro: un sogno la nostra separazione, un sogno quello che abbiamo uno dell'altro creduto. Noi siamo tornati al tempo che credevamo non dovesse ritornare mai più: ai primi giorni del nostro amore.... vi ricordate, Loreta, laggiù alla villa d'Arsizzo: i dolci pensieri nostri, le nostre prime confidenze, i trepidi colloqui.... laggiù, coll'ansia di essere scoperti, dicendoci mille cose senza parlare, colle mani strette l'uno all'altra--così--nell'ombra verde del parco.... vi ricordate, vi ricordate?...

Egli parlava ora irruentemente, col volto presso il volto di lei in modo che il suo respiro infiammato le bruciava la fronte. Era nel suo accento tale una soave dolcezza, tale un'intonazione di preghiera e di passione a un tempo, ch'ella ad un tratto, come pervasa da una malìa per tutte le vene, chiuse gli occhi, debolmente, infiacchita.

--No, Alvise, no.

Ma egli non le lasciava più le mani, che aveva allacciate alle sue, tenacemente, in una stretta convulsa.

--No, Alvise, no.

--Loreta, pensate, pensate: sarebbe ben tristo da parte vostra il contendermi quest'ora felice che la sorte mi ha riserbato.... Sì, sì, partirò, se vorrete: tra pochi giorni fra me e voi sarà ancora una volta la lontananza infinita.... Ma oggi.... oggi.... L'oggi, Loreta, è mio, è nostro: nessuno può rubarmi questo momento di contentezza sublime ed insperata. Poi.... sarà quello che il destino ha segnato: sapete che i miei giorni sono contati, sapete quale condanna grava sopra di me.... Morirò presto. Ma non importa, Loreta: so che tu mi hai amato, so che ti amo.... supremamente, immensamente....

Dicendo così con voce rotta, quasi con un rantolo di gioia e di trasporto, le sue mani faceansi sempre più forti, stringendola in una stretta disperata.

--Loreta, Loreta!

Ella non vide più nulla: un velo grigio s'era steso dinanzi alle sue pupille: subitamente, come se tutto il suo sangue avesse cessato di scorrere, ella si sentì irrigidita, coi nervi paralizzati, fissi gli occhi estatici negli occhi deliranti di quell'uomo che la teneva in sua balìa, vinta, incapace di sprigionare più una parola od un grido dalle labbra frementi, ch'egli premeva ormai in un lungo ardentissimo bacio....

Da quel delirio soave a cui s'erano abbandonati e l'uno e l'altra quasi inconsciamente, cedendo al fiero impulso delle anime loro; da quella ebbrezza, colpevole ma divina, che era il trionfo ineluttabile della giovinezza, dell'amore rinascente, delle memorie risorgenti, si destarono entrambi con un turbamento amaro e doloroso. Rinato appena il dominio della ragione sulla febbre cieca dei sensi, e l'una e l'altro ripresero tosto la coscienza della loro posizione.

Loreta per la prima si riebbe da quello smarrimento: per la prima riascoltò la voce del dovere che elevavasi ora con un aspro rimprovero dal fondo del suo cuore.

Smorta al pari di un cadavere, colle guance rigate di lagrime, ella sciolse lentamente le sue mani da quelle di Alvise e senza parole si lasciò cadere in una delle ampie poltrone reclinando il capo affaticato.

Nella sala regnava un silenzio profondo. Di fuori la pioggia aveva cessato: sordamente un ultimo romore di tuono si perdeva nella lontananza e qualche pallido lampeggiamento rompeva ancora a lunghi intervalli le nubi cinerognole, che sfumavano lente sull'orizzonte di là dalle campagne allagate dall'acquazzone. Sotto i balconi del palazzo, scrosciando impetuoso fra le sponde soverchiate, mormorava colle sue gialle acque fangose il Cormor. Ancora, tratto tratto, qualche rintocco di campana giungeva fioco per l'aria commossa, dai villaggi lontani della montagna.

L'ombra di quel melanconico crepuscolo autunnale aveva ormai invasa la vasta sala. Sull'alto delle pareti le fosche pitture, in cui campeggiava la rossa figura del grande patriarca, investite gradatamente dall'oscurità, si faceano a poco a poco quasi indistinte. Solo di fronte a Loreta staccavasi nitido dallo sfondo bruno della parete il volto marmoreo di Sebastiano Morò-Casabianca. E come se ad un tratto un magico influsso fosse caduto su lei, Loreta fissò gli occhi in quella immagine candida, che parea la guardasse co' suoi occhi morti, con una strana espressione di tristezza diffusa nelle fattezze severe.

Immediatamente Loreta ripensò ai discorsi, che nel giorno lontano della sua prima visita al palazzo eransi fatti colà, ed alla storia, che vi aveva udita per la prima volta dalle labbra del Sant'Angelo, di quello sventurato gentiluomo.

Una sensazione di freddo le corse per le ossa e come presa da un folle terrore balzò in piedi, agitata.

--Ch'io parta, ch'io parta di qui.... subito, subito!--ella esclamò soffocatamente.

Alvise le si fece appresso e con affettuosa sollecitudine la chiamò per nome:

--Loreta....

Ma ella arretrò tosto, con un moto di repulsione:

--Lasciatemi!--disse risolutamente, incrociando le braccia sul petto.--Lasciatemi!

Egli rimase interdetto, fissandola, indovinando il pensiero che era in lei, invaso a sua volta da un malessere sinistro, che gli gelava la parola sul labbro.

Lentamente, senza dirsi più nulla, uscirono dalla sala e scesero lo scalone, rischiarato scialbamente dalla luce tremola che pioveva da una vecchia lanterna veneziana, accesa già sotto l'arcata ampia del vestibolo.

Nel cortile il cavallo era attaccato. Ma Agnul, il fattore Beppo e le figlie di lui unitamente ad altri contadini, trovavansi a qualche distanza, raccolti tutti insieme dinanzi all'uscio d'una delle piccole case coloniche, presso il quale, sopra un ceppo rovesciato, sedeva la vecchia nonna Mariute.

La vecchia parlava a lenta voce e pareva che tutti l'ascoltassero con profonda attenzione. Era generale nel paese l'abitudine di farle narrare per ispasso le solite storielle, ma per quanto tutti le conoscessero a memoria e sapessero pure come la povera ottuagenaria da molti anni non avesse più la sua ragione, finivano sempre per ascoltarla con un curioso interessamento.

Quella sera il solo Beppo pareva che, tanto per farla arrabbiare o per crescere il divertimento degli altri, si mostrasse incredulo di quanto ella veniva narrando, poichè appunto verso di lui ella rivolgevasi stizzosamente nel momento stesso in cui Loreta ed il conte uscivano dall'androne:

--Ridete, ridete voialtri! Ma io vi dico che il conte Sebastiano è tornato.... Torna sempre nelle sere come questa.... In una sera come questa si è ucciso lassù....

E tendeva il dito verso i veroni della sala, che Loreta e Alvise avevano lasciata, illuminati in quel momento dal rapido strisciare di un lampo.

Loreta a quel discorso, che già un'altra volta aveva udito con le stesse frasi dalla bocca della strana vecchia, si sentì riafferrata dal terrore di poco prima.

E nell'atto che saliva nel carrozzino, costretta a porgere la mano al Polverari, non gli disse che alcune poche parole, rapidamente, con accento di intensa preghiera:

--Ed ora.... Alvise, siate forte.... ed abbiate pietà di me!

XVIII.

La notte era già alta quando il carrozzino della Sant'Angelo fu presso alla casa.

La Vige, la quale attendeva inquietissima e s'era crucciata l'intero pomeriggio col rimorso d'essere stata proprio lei la causa che la padrona si fosse esposta a quel malcapitato temporale, era corsa ad incontrarla giù per lo stradone e appena le fu vicino cominciò, con la verbosità che le era connaturata, una serie interminabile di lamentazioni.

Loreta la lasciò dire, rispondendo appena qualche monosillabo, pressochè senza porre attenzione a tutto quello che la povera serva si credeva in obbligo di farle sapere. E soltanto si scosse impressionata quando la Vige ebbe fatto cenno all'inquietudine nella quale s'era trovato al pari di lei il professore Mattia.

--È tornato?--chiese la signora vivamente.

--Sì. Poco dopo il primo acquazzone. In cinquanta minuti da Udine.... Una corsa! Quella brava Grigia.... mezza morta parea quando entrò nella stalla....

--Ha chiesto di me il padrone?

--Più volte: impazientissimo. Bisognava vederlo. Con tutta l'acqua che veniva giù era ogni momento alla finestra aperta per guardare nella campagna.... Ah! eccolo.

Infatti in quel momento il professore, chiamato egli pure dal rotolìo della carrozza, affacciavasi al portone.

Al vederlo, una fiamma subitanea s'accese sulle guance esangui di Loreta. Una debolezza la prese impedendole di avanzare il passo. E nella mente le passò fulminea la visione di ciò che forse l'attendeva tra poco, senza rimedio, quando ridotta ormai incapace di ogni ulteriore simulazione, nulla avrebbe potuto più scongiurare il momento temuto di una spiegazione decisiva tra lei e Mattia.

Ma da questa perplessità angosciosa, durata appena un istante, ella fu tratta immediatamente dall'accento con cui il professore le volgeva il suo saluto. Colpita dapprima da quell'intonazione pacata, che nell'animo agitato da tanti timori le riusciva pressochè inattesa, si sentì tosto rinfrancata. E al saluto di Mattia rispose con sufficiente naturalezza riguadagnando a poco a poco lo spirito e ricuperando, a mano a mano ch'egli le parlava, la propria sicurezza.

Il professore pareva tranquillo: l'irritazione nervosa, che quella mattina aveva tradito in ogni suo atto, sembrava svanita; solo permaneva nelle fattezze di lui come un'ombra di stanchezza, che allo sguardo di Loreta non poteva sfuggire.

Tuttavia di quella calma ella restò persuasa. E soltanto a un certo momento il dubbio le venne d'essere indotta in errore, alla contrazione che apparve per un attimo nel volto di Mattia, quand'ella ebbe detto dell'ospitalità trovata durante l'imperversare del temporale nel palazzo Morò-Casabianca.

--Ah!--egli aveva esclamato subito,--nel palazzo Morò!

Poi con una interrogazione, fatta lentamente, cogliendo una frase del racconto udito:

--Per un'ora?--egli disse.

--Sì.... per un'ora,--rispose lei, macchinalmente, fissandolo come per iscoprire il recondito senso di quella domanda.

Ma il discorso non ebbe seguito. Un silenzio increscioso regnò quindi fra i due. Solo più tardi, al momento che stavano per ritirarsi dopo la cena, il professore, levando d'un tratto uno sguardo freddo e severo sopra la moglie, pronunciò con manifesta intenzione queste parole, che la fecero trasalire:

--Domattina, molto per tempo, debbo recarmi a Morò-Casabianca....

--A Morò?--ella chiese, non riuscendo a nascondere il suo turbamento.

--A Morò,--egli ripetè con un tenue sorriso.--Debbo vedere il conte Alvise, al più presto, per un argomento assai grave....

Dicendo così la fissava negli occhi insistentemente, non perdendo ogni più piccolo suo movimento, con una acutezza penetrante.

Ella ebbe paura.

--Assai grave?--chiese, interdetta, con voce tremante.

Il professore si sforzò a sorridere.

--No, non aver paura.... Affari.... affari! Non c'è altro. Non ci può, non ci deve essere altro!

E levatosi, lento, con quel sorriso che gli increspava le labbra ancora, senz'aggiungere nulla di più, si dispose a ritirarsi.

--Sono molto stanco. Oggi è stato un giorno assai brutto. E finito però.... è finito anche questo. Domani..., Sarà meglio forse domani....

Questa fu l'ultima cosa che si dissero. Poscia il professore si ritirò nella sua stanza, ordinando che lo svegliassero all'alba, infallibilmente.

La notte che Loreta passò fu turbata da mille incubi affannosi. Sfinita dalle emozioni di quella giornata, ora un nuovo dolore ancor più tormentoso s'era impossessato di lei. La speranza estrema, che per un momento ella aveva nutrito dinanzi al contegno calmo di Mattia, era vanita. Le parole tristi, ch'egli le aveva detto poco prima di lasciarla, in quel breve colloquio concitato, ora le risorgevano al pensiero, come ripetute da una voce interiore, implacabilmente, senza fine, sinistre come la profezia di una grande sventura. Egli sapeva tutto: il risveglio colpevole di quella passione ch'ella aveva creduto di poter dominare: forse la debolezza suprema di quell'ultima ora: tutto ciò che ormai doveva distruggere per sempre la pace della loro casa.... E domani, domani?...

Un sonno pesante s'aggravò al fine sugli occhi di Loreta, trionfo della stanchezza fisica sull'eccitazione tumultuosa del pensiero. Il giorno era già avanzato quand'ella uscì da quella specie di sopore, attraversato da torbide visioni. Levatasi subito, s'affrettò a discendere, ansiosa di vedere suo marito, quasi sedotta dall'idea che forse vedendolo o parlandogli avrebbe potuto persuadere sè stessa d'essersi troppo irragionevolmente abbandonata alle esagerate allucinazioni d'un sogno febbrile. Ma il Sant'Angelo era già partito. Ad Agnul, che l'aveva chiamato per tempo, disse che nella mattina si sarebbe recato a Morò-Casabianca. Poi, senza prendere nulla, rifiutando persino la tazza di caffè nero, che la Vige gli aveva apprestato, s'era messo per la via delle campagne, solo.

--Il padrone deve aver qualche gran brutto pensiero per il capo!--aveva detto quella mattina la Vige alla signora Sant'Angelo.--È da un pezzo che non è più lo stesso. Quando lo guardo, mi par tornato al tempo che la povera padrona vecchia stava male. Era tal quale, allora. Poi.... poi, è stata lei, signora, a far tornare la consolazione. E bisogna che faccia presto lo stesso, anche ora. Che vita sarebbe, se continuasse così.... Che vita!

Loreta tacque. Ma un'onda novella di sconforto le corse al cuore al suono di quelle parole, che nella rozza loro semplicità, pur sulle labbra di quella povera serva, ignorante di tutto ed inspirata unicamente da un cieco sentimento di devozione, chiudevano un sì grande significato.

Far tornare la consolazione in quella casa--ancora una volta--ora? No, non era più possibile: tutto era ormai finito: tutto ormai era deciso!... "Che vita sarebbe se dovesse continuare così?" La domanda, che la vecchia domestica fedele s'era fatta poco prima, ingenuamente, quasi ammettendo la lieta fidanza che ogni nube dovesse dileguarsi tosto, avrebbe avuto una ben triste conferma.

Colle tempie addolorate da una pulsazione violenta, lottando contro uno smarrimento, in cui le pareva che le sue idee si confondessero senza nesso in una nebbia oscura, Loreta sentì il bisogno di raccogliere tutte le sue facoltà per seguire col pensiero suo marito, per indovinare quanto avveniva tra quei due uomini, laggiù, dove la voce del presentimento le diceva che in quell'ora dovesse compiersi il fatto decisivo della sua vita.

Ma per quanto Loreta nell'agitazione del suo spirito immaginasse quanto si passava allora nell'animo di Mattia, era ella ben lunge dal sapere a quale strazio quell'uomo generoso e forte si trovava in preda e quale sforzo immane di volontà egli avesse durato per mascherare in quegli ultimi giorni ciò che egli soffriva.

Al Sant'Angelo la verità era apparsa di schianto, con evidenza inesorabile. La lettera infame, che una mano nemica gli aveva fatto pervenire, non era stata che la conferma brutale del dubbio, onde l'anima sua era avvelenata. Mille volte, nelle ore pensierose, quando il suo spirito aveva piegato alla malsana evocazione delle previsioni nere, a quel bisogno tirannico di sognare gli avvenimenti nefasti, il quale sorge nell'anima dei felici quasi a rendere poi più inebbriante la preziosa realità del benessere e della pace, mille volte aveva sognato con terrore ciò che oggi vedeva sorgere con aspra verità dinanzi a' suoi occhi. Era il crollo della sua felicità, l'annientamento crudele d'ogni sua gioia, la fine di tutto. Le larve temute prendevano consistenza e forma. Le fantasime minacciose non erano più la evocazione melanconica della sua mente turbata. Ogni illusione sarebbe stata vana; qualunque rivolta, per quanto disperata, non avrebbe potuto tornargli nulla di ciò ch'egli vedeva ormai irremissibilmente perduto. E nella piena del suo dolore, pur nella prima crisi acutissima che gli aveva fatto piangere le più tristi lagrime le quali possono sgorgare da un cuore esulcerato, un pensiero solo non l'abbandonò mai, dominando con fredda lucidità nella sua mente: lo stesso pensiero nel quale una volta aveva già così a lungo esitato di cedere alla voce imperiosa del suo cuore, e di legare il proprio destino a quello di Loreta....

Perchè s'era lasciato vincere? perchè non aveva seguito quel primo istintivo consiglio della ragione, che era giusto e previdente e nel quale sarebbe stata la sua salute!... Egli era stato leale: a Loreta, nel giorno in cui la loro sorte si era decisa, aveva detto con candida lealtà, per quale affliggente esitanza si fosse arrestata tante volte sul suo labbro la confessione di quell'amore per cui egli viveva e del quale rimproveravasi come di una follia; poi aveva ceduto, aveva creduto che la virtù, la bontà dell'animo, le premure costanti, l'affetto diuturno--fatti religione immutabile della casa--sarebbero bastati ad assicurargli per sempre quella felicità che gli era apparsa come la meta radiosa d'ogni più ardita e più lusinghiera sua aspirazione.

Ed ora il vero tornava: la legge eterna della giovinezza, più forte dei doveri sociali, più forte d'ogni legge umana, doveva necessariamente trionfare. Il segreto di Loreta, ch'egli aveva sempre ignorato fin là, la stessa colpa del suo passato, ch'egli aveva cancellato col perdono, gli si erano appalesati crudamente. Quell'uomo, ignaro d'ogni raffinatezza mendace ed incredulo d'ogni inganno, aveva ricostituito con ispietata divinazione la storia dell'amore di Loreta e d'Alvise. La fede ch'egli aveva nutrito che quell'amore fosse morto per sempre, e il sogno, lungamente accarezzato, che nell'animo di Loreta null'altro affetto regnasse più se non quello ch'egli le aveva offerto con tanta appassionata sincerità, svanivano insieme, in un punto solo.

E mentre col cuore in orgasmo e colle vene ardenti egli chiedevasi a quale partito dovesse appigliarsi; mentre un'impetuosa brama lo afferrava di rompere ogni dubbiezza e di erigersi a tutore vigile e severo del suo onore o minacciato o forse già offeso, egli pure non riusciva a difendersi da un dolore acutissimo nel pensare alla crudeltà degli eventi che ora lo trascinavano, dopo tanta illusione di pace, al più fiero combattimento, che anima umana potesse sopportare.

Poichè anche fra gli spasimi della gelosia, sotto l'impulso del risentimento, non cancellavansi dalla mente del professore tutte le ragioni d'affetto, che lo legavano per diversi fatti, ma con pari strettezza, a Loreta e ad Alvise.

Loreta era stata il buon genio della sua casa. Per qualunque volgere di eventi non poteva egli dimenticare quanto quella donna avesse saputo fare per rendere men dolorose le sofferenze, men triste l'ultimo periodo di vita, dell'adorata sua madre. In quegli istanti terribili di scoramento, di esasperazione, era costretto a pensare alle lunghe notti, durante quell'ultimo inverno sconsolato, vegliate insieme a Loreta, accanto al capezzale della povera vecchia inferma; era costretto a pensare al sorriso che la sofferente aveva sempre avuto, pur nelle ore più crudeli del suo male, per la vigile e infaticata custode; nè aveva dimenticato mai, mai, malgrado tutto, come la sua santa madre, poco prima di abbandonarlo per sempre, avesse accomunato in un solo abbraccio, lui, figlio devoto e rispettoso, e quella giovane buona, paziente, coraggiosa. Loreta da quel momento gli era divenuta sacra: il suo affetto per lei si era, purificandosi, fatto così forte ed intenso, che nulla avrebbe potuto distruggerlo mai più. E in quell'affetto era rinato: per esso aveva egli avuto una serie d'anni senza nubi, senza turbamenti, pieni di sole: anni rapidi, in cui la giovinezza pareva tornata, in cui le speranze parevan risorte, in cui la vita gli era sembrata ancora piena di allettative e di ebbrezze....

Ed Alvise? Se v'era persona al mondo a cui il Sant'Angelo sarebbe stato lieto di poter mostrare, anche col massimo sacrificio, la propria devozione, era quest'uomo, ultimo erede di un nome, ch'egli era stato abituato a benedire fin dai primi giorni dell'infanzia: il figlio del patriotta esemplare, del generoso amico, alla cui abnegazione egli doveva la vita, la salvezza, le cure dolci e indimenticate del padre suo. Il giorno, in cui l'aveva visto entrare, ospite inatteso nella sua casa, era stato per lui una grande gioia di fratello ricordevole ed amoroso. E quando ne' primi momenti del loro avvicinamento egli ebbe appreso dalle labbra di Alvise la storia triste della giovinezza di lui, trascorsa così priva di ogni gioia, in mezzo alle conseguenze dolorose lasciate nella famiglia desolata dalla tragica morte di Gottardo Polverari, aveva egli sentito non solo accrescersi quella riconoscenza alta e profonda, che i suoi vecchi gli avevano inspirata come un dovere sacrosanto, ma s'era trovato avvinto istintivamente, potentemente, da un nuovo sentimento di simpatia, di pietà, di amicizia per quell'uomo sventurato che pareva venuto a ricordargli, in tutta la sua generosa magnanimità, l'eroico sacrificio, pel quale gli era stato conservato suo padre.

In questa lotta penosissima, in cui egli temeva di veder ad un tratto annientate le sue forze intellettuali, il suo isolamento gli sembrò mille volte più pauroso. E subito la mente gli corse, con desiderio ardentissimo, al solo vero amico ch'egli avesse mai avuto: eguale sempre, nelle avversità e nel tempo felice: l'ottimo don Letterio Prandina. Come in un altro incontro decisivo della sua vita, a lui solo avrebbe potuto chiedere un consiglio ed un conforto: a lui, che pratico nella dura scienza dei dolori umani, possedeva tanta rettitudine di giudizio e tanta dolcezza di sentimenti.

Ed invero, laggiù tra le pareti ospitali di quella casa, in cui tutto spirava come un alito benefico di pace e tutto facea pensare all'esercizio costante di virtù pietose ed austere, egli trovò ancora una volta l'amico desiderato, pronto, indulgente: l'inestimabile amico dei giorni dolorosi. A lui egli aperse il suo cuore, provando la voluttà refrigerante di poter dire alfine, senza freno di timori o di vergogna, tutto ciò che s'era forzato a tener chiuso, sino a quel momento, ne' più intimi penetrali dell'anima. Tra le braccia di quell'amico egli potè trovare, dopo tanto tempo, il sollievo di piangere liberamente, non trattenuto più dall'umiliante pensiero che quelle lagrime potessero essere giudicate come segno d'animo debole e vile.

Da quel colloquio sortì riconfortato. La crisi violenta di dolore, che il vecchio amico, antivedendone il beneficio, aveva favorito colle sue parole amorevoli, gli era stata di un immenso sollievo. Quell'uomo onesto, che anche dinanzi alla cruda evidenza de' fatti forzavasi a scuotere le dubitanze altrui con l'ottimismo delle ipotesi inspirate sempre ad una serena indulgenza, era riescito, se non ad illuderlo ancora, certo a ricondurre il suo spirito ad una calma relativa. Venuto colà con una fiera indecisione tenzonante nel cervello, ne usciva con un piano prestabilito di condotta. Mentre da prima tutto gli era parso irrimediabilmente perduto, ora un bagliore fioco di speranza veniva a rompere ancora la tenebria luttuosa di cui si sentiva circondato. E forse quella sera, nelle parole dette a sua moglie al momento che stavano per lasciarsi: "Oggi è stato un giorno assai brutto. Domani.... Sarà meglio forse domani...." era un riflesso di quel sentimento, che l'amico suo buono gli aveva saputo infondere.

Durante il cammino da Tricesimo a Morò-Casabianca il Sant'Angelo aveva ripensato a tutte queste cose. Deciso ad uscire, come il suo amico gli aveva consigliato, recisamente, da una posizione insostenibile e falsa, che ogni ora trascorsa avrebbe reso più ardua e più grave, egli si sentiva compenetrato dall'idea che quanto aveva stabilito di fare stava nel suo diritto, ch'era in ciò la tutela sacra del suo onore, la difesa legittima della sua felicità; e ciò nullameno a tratti gli sembrava che le forze necessarie gli sarebbero mancate.

Aveva preso la strada fra i campi, lunghissima, per raggiungere l'ora in cui potesse presentarsi al palazzo senz'offesa de' voluti riguardi e senza dar ombra alla malignità, che certo vigilava, allarmata. E più volte s'era dovuto arrestare côlto da una repentina ambascia. A poca distanza da Morò-Casabianca, mentr'egli già discerneva tra il verde del bosco, di là dalla linea gialla del Cormor, il profilo bizzarro dell'antica fabbrica colle due torri tozze emergenti sul caseggiato, una cantilena che usciva da un casolare solitario, intonata da una voce muliebre in cadenza col battito secco della spola d'un telaio da tessere, lo colpì nel cuore, con una trafittura acuta. La tessitrice invisibile cantava lentamente, con profonda tristezza, la vecchia villotta paesana che gli era notissima:

Oh! denant di maridassi Nome rosis, nome flors, E po dopo maridadis Nome spinis e dolors.

Egli ricordò. Ricordò le parole che quella stessa canzone gli aveva inspirate una notte non lontana, sulla strada di Nimis, quand'egli credulo, felice, sicuro, piegavasi all'orecchio della sua Loreta, appassionato come un amante, mormorandole un complimento che era una carezza, una benedizione, l'espressione fervidissima della riconoscenza ch'egli le doveva per la propria felicità invidiabile ed invidiata: "Questa canzone?... Ebbene?.... chi meglio di noi può affermare ch'essa è bugiarda!"

E adesso?...

Pochi minuti di poi il fattore Beppo, accoltolo con la sua solita festosità cordialona, lo conduceva al conte Alvise.

--Nella sala dei quadri....--aveva detto il vecchio fattore con quella specie di orgoglio, che la rinomanza del palazzo affidato alle sue cure giustificava,--è sempre lì: ci si trova tanto bene!

Alvise era infatti nella sala dei quadri e quando Mattia Sant'Angelo entrò stava ordinando alcune carte sulla scrivania posta presso uno de' grandi veroni, dov'era il busto marmoreo di Sebastiano Morò.

Il professore ristette con un involontario atto di titubanza presso alla soglia. Ma il conte subito sorse in piedi e gli mosse incontro.

Benchè Alvise nel compiere quest'atto cortese non avesse tradito il menomo imbarazzo, tuttavia non isfuggì al Sant'Angelo il pallore straordinario del suo viso e l'aggrottamento subitaneo della sua fronte quand'egli entrò nella camera.

--Professore, lei! È una lieta sorpresa!

--L'ora è poco dicevole.... mi deve perdonare.

--Che dice, professore! Non permetto ch'Ella dica queste cose. Venga piuttosto qui e segga accanto a me.

--La ringrazio.

Sedettero. E per un momento rimasero tutti e due silenziosi, subendo un penoso imbarazzo, quasi nella prescienza che quell'incontro, improntato sulle prime di così scambievole cordialità, dovesse tramutarsi in una spiegazione per entrambi difficile e dolorosa.

--Signor conte,--disse pel primo il professore,--Ella deve essere sorpreso di vedermi qui a quest'ora, senz'un annuncio, senza nulla che potesse farmi attendere.

--Mi è sempre grato il vederla, professore. Tuttavia....

--Tuttavia Ella comprende che dev'essere un grave motivo che mi conduce qui?

--Un motivo grave?

--Sì, conte. E se non glielo avesse detto l'ora insolita.... Ella, che è esperto degli uomini e della vita, l'avrebbe dovuto leggere in quel turbamento, che io so di non riuscire, a malgrado di tutti i miei propositi, a dissimulare in questo momento.

--Non comprendo, professore.

--È strano!--esclamò Mattia amaramente.--Speravo mi potesse essere risparmiato il dolore di una spiegazione.

--Una spiegazione?

--Sì. Poichè non è possibile che Ella, conte, non mi intenda. Un suo sforzo di generosità, ora, sarebbe vano. Non servirebbe ad ingannare nessuno.

--Ma io ripeto, professore, che non la intendo. Tanto meno la intendo adesso, dopo queste parole.

La voce di lui, dicendo così, era leggermente alterata dall'emozione, ch'egli studiavasi di dominare.

--Mi comprenderà subito,--disse allora Mattia con una certa risolutezza.--A lei, legga!

E tratta dalla tasca interna dell'abito una carta, la porse al conte.

Questi la prese, la spiegò, lesse. Era il foglio di carta grossolana, trovato due notti innanzi legato al collare del Terranova ferito: la denuncia anonima, scritta con velenosa acrimonia contro Loreta Sant'Angelo ed Alvise Polverari.

--Ebbene?--mormorò il professore quando l'altro ebbe finito di leggere.

--Oh!--esclamò il conte sgualcendo con indignazione il foglio,--una infame vigliaccheria!

--Sì, l'ho detto anch'io: una vigliaccheria di persona nemica, una bassa vendetta suggerita certo da vecchi rancori.... Ma che importa! Non è per giudicare questo atto codardo che io sono qui....

--Ed allora?--chiese Alvise lentamente, levando lo sguardo interrogatore in volto al Sant'Angelo.

Questi ebbe un momento di esitanza. Poi riprese subito:

--Allora.... È per fare innanzi tutto appello a quel sentimento, col quale io ho salutato la sua presenza in casa mia come quella di un fratello. Poi.... È per dirle, conte, con aperta schiettezza, quale battaglia si vada combattendo dentro di me.... Se un giorno un sospetto aveva potuto farsi strada nel mio cuore, ho combattuto con ogni mia forza per cacciarlo, per farlo tacere.... È venuto questo foglio maledetto.... Non fui più padrone di me: non si ragiona più quando ci par di veder crollare in un punto solo tutti i nostri affetti, tutti gli ideali nostri più cari. Mi vedevo colpito in quello di più sacro che io avevo al mondo: Loreta, la compagna adorata e stimata: Ella, conte Alvise, l'uomo a cui mi legano tante memorie incancellabili di gratitudine e di reverenza! Se avessi potuto darle il mio sangue, i miei beni, la vita, sarei stato pronto: sarebbero stati nulla di fronte a quello che i Polverari hanno fatto per la famiglia mia.... Ma il mio onore, l'aspirazione gelosa di tutta la mia esistenza!... Comprende ora ciò che deve essersi agitato in me dopo la lettura di quella lettera infame? Comprende la necessità alla quale obbedisco nel chiedere alla sua fede di gentiluomo una franca dichiarazione, alla sua lealtà di amico una parola sincera, che metta in fuga i miei dubbî e mi torni alla mia pace?...

Mentr'egli parlava ognor più concitato, con l'irruenza d'un'emozione crescente, Alvise Polverari sentiva farsi sempre più forte nel suo interiore quello sgomento strano che non l'aveva più abbandonato dall'istante in cui Loreta, lasciandolo la sera innanzi, gli aveva mormorato con tanto sentimento quella frase supplice e così eloquente: "Ed ora, Alvise, siate forte ed abbiate pietà di me!"

Il male, ch'egli aveva fatto con la sua comparsa in quella casa onorata e felice, gli appariva chiaro alla vista: la debolezza, cui aveva ceduto e nella quale aveva trascinato pure quella donna, sedotta dall'irresistibile miraggio del passato, gli risorgeva ora al pensiero come un'ignobile colpa: la parola seria e cordiale dell'uomo semplice ed onesto, che veniva a lui con tanta nobiltà di espansione a difendere il proprio onore ed a tutelare la propria felicità e che, mentre avrebbe avuto il diritto di erigersi a giudice implacabile, non sapeva rinunciare ancora ad un estremo raggio di fede, al culto delle sue memorie custodite come un pio retaggio nella sua anima intemerata--la parola di quell'uomo generoso gli era penetrata nel cuore, acuta come il più duro dei rimproveri, dolce come la più commovente delle preghiere.

Nell'ora del delirio, in cui non aveva saputo più nulla, non aveva ascoltato più nulla, tranne la voce irragionevole dell'istinto reclamante con fiero grido l'esaltamento supremo dell'amore lungamente frenato, lungamente deluso, s'era egli lasciato già sfuggire, alla povera donna languente sotto il fascino della sua parola infocata, la promessa ch'egli sarebbe partito, che l'avrebbe ridonata alla sua pace, che non avrebbe attentato più alla tranquillità in cui ella erasi conseguito il diritto di continuare e fornire la sua travagliosa esistenza.

Sarebbe stato questo un sacrificio immenso: la rinuncia a tutto: il distacco definitivo dalla parte migliore della sua vita.

Ma se un'esitanza fino a quell'ora era rimasta in lui; se, pensando al bene ch'egli perdeva, ancora s'era affaticato a ricercare morbosamente con tutte le sottigliezze del suo spirito, il modo di eludere la voce che l'ammoniva a non volere il male di quella donna da lui così fortemente amata, ora, dinanzi al nobile contegno, alla commovente bontà del Sant'Angelo si sentiva sopraffatto, novellamente, come da una chiara perfetta nozione di ciò che ormai era il suo dovere impreteribile, d'uomo di cuore e di gentiluomo.

Nel suo pensiero la decisione di quello che avrebbe fatto s'era determinata nettamente; si sentiva sicuro di sè, obbediente ad un impulso interamente sincero.

Tuttavia, benchè forte di questa coscienza, Alvise cercò invano di darne manifestazione concreta con una esplicita risposta al Sant'Angelo.

Ma il professore dopo una breve pausa rinnovò con voce molto commossa la sua domanda:

--Ebbene, conte Alvise, ebbene?

--Ebbene, professore.... Quando poco fa ho letto quelle brevi linee, che non so chi--un'anima certo malvagia--le ha diretto, non ho saputo qualificarle altrimenti che come una sozza vigliaccheria. Dopo quanto mi ha Ella detto adesso io non saprei più trovare una parola atta a qualificare cotesta azione bassa ed infame. Ed ora, di fronte ad un simile atto codardo dovrei scendere ad una giustificazione! No. Ella non può domandarmelo ed io non lo farei. Questo solo le dico: che Ella si renda conto del vero, dai fatti.... Fra poco, domani ancora, io partirò: vissuto appena poche ore in un luogo, dove mi parve di aver trovato tanto sorriso di amicizia e di simpatia, me ne allontano, come vuole la mia sorte, non ancor paga di cospirare contro di me.... Andrò lunge ad aspettare la fine di questa miserabile mia vita.... Non sarà lontana, per fortuna: lo sento e vi sono preparato.... Ma così.... che cosa potrei io più farle di male? di quali timori potrei io esserle ancora la causa?...

Il Polverari aveva detto questo con una grande tristezza, forzandosi ad infondere alle sue parole, pur pronunciate con palese pena, quell'accento di sincerità che induce ed afferma in altri la fede.

Il Sant'Angelo fu scosso dalla risposta, ma l'animo suo non ne restò persuaso.

--Ella partirà?--domandò vivamente.

--Partirò, l'ho detto.

--Partirà.... per riguardo a quello che si è parlato oggi fra noi?

--Anche per quello.

--E sta bene. Non mi dovevo attendere meno dalla sua onestà. Peraltro ancora una domanda io debbo farle, per la mia pace, per il mio bene.... Conte, può Ella giurarmi che tra lei e Loreta non ci fu nulla nel passato?

--Non è una domanda generosa ch'Ella mi fa ora.... Credevo che il mio contegno gliene avesse tolto il diritto.

--Sarà vero. Ma io debbo sapere: tutto sarebbe più atroce di questo dubbio.... Mi può Ella affermare sul nome che ci è parimenti sacro.... sul nome di suo padre.... che non c'è stato nulla nel passato fra Loreta e lei?

--Sul nome di mio padre?

Ne' lineamenti di lui era l'espressione di una tremenda battaglia: colle mani nervose egli si stringeva il petto che gli balzava ansimante: smarrito, egli aveva levato in alto gli occhi lucenti come per chiedere un'ispirazione che venisse a sorreggerlo in quell'arduo momento.

Finalmente obbedendo ad una incoercibile esortazione della sua anima, scossa ogni riluttanza, con un'alterezza energica che gli brillava nelle pupille, egli lasciò prorompere la risposta, che l'altro ansiosamente attendeva, pendente dalle sue labbra:

--Ebbene, sì, è vero.... È vero! Io ho creduto che questo ricordo, morto ormai nel passato, le fosse noto; ho creduto che la sua generosità l'avesse obbliato per sempre.... Poichè così non è, è meglio confessarlo.... Al punto in cui oggi noi siamo tutto potrebbe rendere, nella nostra vita, nella nostra pace, nelle nostre memorie, più gravi quelle conseguenze, che coraggiosamente e onestamente dobbiamo forzarci ad evitare.... È vero! Ci siamo incontrati nella giovinezza, ci siamo amati coll'entusiamo di chi ha vent'anni, e non sa, e sfida la contrarietà della sorte. Poi....

--Poi?

--Fummo divisi. Il destino, avverso al nostro amore, ci volle separati per sempre.... Passarono gli anni: non ci siamo rivisti mai più: di quell'antico sogno non restava che una traccia dolorosa nel nostro pensiero, come la memoria di una illusione svanita.... Ciò che avvenne di me, Ella lo sa. Loreta.... Se ebbe, per causa mia, un'ora cattiva nella sua giovinezza, ella seppe riconquistarsi il diritto alla felicità.... Fu sua sposa, fu amata, lo meritava.... Questo è tutto. Ora....

--Ora?--domandò il professore lentamente, con una grande severità di accento come avesse voluto raccogliere in quell'unica parola tutto ciò che in quell'istante si agitava nel suo cuore.

Alvise comprese; e s'arrestò titubante.

Per quanto gli ripugnasse di dover mentire, ne sentiva adesso la inoppugnabile necessità. Non era una colpa il farlo, nè una bassezza. La stessa memoria del padre suo, che l'altro aveva invocata, non ne avrebbe patito offesa.

Egli si posò la palma sul petto e fissando in volto il Sant'Angelo, senza esitanze:

--Ora,--egli disse,--se il caso ha voluto ricondurci uno di fronte all'altra, se anche per un solo momento s'è potuta risvegliare in me la voce del passato.... Loreta non ha rimprovero a farsi.... veruno!... Quello che oggi sia il mio dovere lo so ed avrò la forza di compierlo. Questo le giuro, professore, per i ricordi che uniscono le famiglie nostre; come le giuro che nulla mai sarà da me fatto per attentare alla sua felicità.... Me lo crede?

Il professore lo guardò intensamente.

--Sì, glielo credo!--esclamò poi subito.--Guai se in questo momento non avessi una tal fede!

Il conte, pallidissimo, affranto dalla violenza delle emozioni sostenute, gli tese la mano, quasi richiedendo una conferma di queste parole.

Il Sant'Angelo allora, sinceramente la prese e la strinse.

Ma Alvise Polverari al tocco di quella mano leale, che s'abbandonava alla sua senza sospetti, come in una attestazione fiduciosa di amicizia, provò un cordoglio profondo, di cui sentiva che non avrebbe potuto liberarsi mai più.

XIX.

Benchè in preda egli stesso ad un'ansietà fortissima, che gli aveva fatto sembrare interminabile la strada fra Morò-Casabianca e Tricesimo, Mattia Sant'Angelo rimase colpito allo scorgere l'aspetto turbatissimo di sua moglie nel momento in cui egli fu di ritorno a casa. Immune d'ogni femminea fatuità, ma scrupolosa per gentile abitudine nelle cure della persona, Loreta non aveva a quell'ora già avanzata smesso peranco la veste da mattina. La folta capigliatura bruna, che le scendeva ancora in disordine intorno alla fronte, facendone risaltare la grande pallidezza, completava il suo aspetto di sofferenza e di sfinimento.

Per un istante stettero uno di fronte all'altra senza parlare, fissandosi con intensità, come avessero voluto scambievolmente leggersi nel cuore.

Loreta alla fine, pensando che quella tortura dovesse pure aver un termine, mosse alcuni passi verso il marito e con voce, strozzata quasi da un singulto, lo interpellò vivamente:

--E dunque, Mattia.... e dunque?

Durante un momento il professore parve indeciso dinanzi all'impeto inatteso di quella domanda. Ma il tono con cui Loreta aveva parlato e l'atteggiamento ch'ella aveva assunto, ora, al cospetto di lui, gli fecero comprendere la inutilità di perdurare nella finzione, che fino a quell'ora si erano imposti. Il sentimento della loro reciproca posizione era ormai ad entrambi chiarissimo. Ciò che le loro labbra avevano ostinatamente rifiutato di dire, s'era svelato adesso al loro sguardo in un attimo solo.

Loreta, la quale nell'ambascia dell'attendere s'era già rassegnata a sostenere, senza difendersi, come doveva, per debito naturale di espiazione, lo scoppio della giusta ira del Sant'Angelo, rinnovò la sua domanda, subito, quasi fremente nell'impazienza di quell'istante solenne.

--E dunque, Mattia, e dunque?...

Un tremito passò fugacemente sulla bocca del professore. Poi, lasciandosi cadere, affaticato, sur una seggiola, mentre Loreta, ritta dinanzi a lui attendeva, nel mezzo della camera, colle mani serrate contro il petto:

--E dunque....--cominciò.--Che cosa debbo dirti che tu non sappia, che tu non abbia già indovinato? Senti, Loreta: quel che io ho sofferto non lo potrei dire: se lo dicessi, ogni parola sarebbe inferiore al vero. Tu sai ciò che sei stata per me; quando io avevo creduto finita la mia esistenza, tu mi hai redento alla felicità: ti ho adorata! Lo sai, lo hai visto giorno per giorno, ora per ora, dacchè sei qui nella mia casa, arbitra del mio cuore. Prima che io mi fossi risolto a offrirti il mio nome sai anche quali scrupoli mi hanno tormentato: avevo coscienza di ciò che io ero, avevo paura di vederti un giorno pentita di quello che allora accondiscendevi di fare forse per pietà, forse perchè ti aveva commosso la sincerità del mio affetto. Tuttavia mi sono illuso: con gli anni che passavano, felici, vedevo farsi sempre meno minaccioso il pericolo che io avevo sognato: credetti infine mia, conquistata per sempre, la tua affezione. Così.... non doveva essere! Quel passato, che per me non esisteva, che io non avevo voluto conoscere, che credevo morto per sempre, è tornato....

--Tu.... ora sai?--ella chiese lentamente.

--So.

Loreta si portò le mani al volto con uno scroscio di pianto dirottissimo. Indi appassionatamente proruppe:

--Mattia, perchè hai tu voluto essere così generoso allora con me!... No, non meritavo io, miserabile creatura, la bontà che tu avesti. Non dovevo accettare il tuo beneficio; dovevo ricordare quello che era stato; dovevo temere quello che poteva avvenire. Non ho potuto, non ho saputo, fui sopraffatta dalla tua bontà.... Eppure quel giorno in cui tu mi hai offerto il tuo nome, così nobilmente, ti ricordi?... io volevo che tu sapessi, volevo dire a te pure ciò che in un'ora di confidenza non avevo arrossito di confessare a tua madre.... alla donna santa e buona, che mi aveva amato e compatito.... Non volesti.... non volesti.... Adesso....

Egli levò gli occhi in alto, serenamente, poi quasi calmo:

--Adesso,--egli disse interrompendola,--come in quel giorno la parola di mia madre mi è sacra.... Se una colpa c'è stata nel passato lontano, una colpa che l'inesperienza, la giovinezza e la fatalità dei casi hanno preparato, hai saputo farla obbliare.... Mia madre, nella rettitudine della sua anima, ha riconosciuto che quella colpa l'avevi cancellata.... ti ha dato il suo affetto materno.... ti ha stimata degna d'essere la sua continuatrice nella nostra casa....

Loreta, a mano a mano che il Sant'Angelo parlava, acuiva sopra di lui il suo sguardo interrogatore, percossa, côlta da una nuova fierissima perplessità.

Egli si arrestò per un breve momento, poi passandosi la destra rapidamente sul largo fronte imperlato di sudore:

--Oggi...--soggiunse,--nulla da allora è mutato.

--Nulla, tu dici.... nulla?

--Sì. Poichè se oggi per onesta confessione di un uomo, incapace di mentire dinanzi all'appello dell'onore e dell'amicizia, io so quello che fino ad ora era rimasto un segreto fra te e la povera mia madre: quello che io avevo indovinato e presentito, che importa!... È il passato remoto, che l'obblio ha sepolto, che mia madre ha cancellato per sempre col suo perdono, tu colle tue virtù.... Che m'importa di questo passato, se so che il presente è mio ancora, se è mia.... soltanto mia.... la tua fede!...

Ella a queste parole si sentì venir meno. Ma dunque s'era ella ingannata ancora una volta, quando aveva creduto che a Mattia fosse nota per intero la gravità del suo peccato? Era possibile ancora un'illusione? Non aveva egli dunque intuito peranco nel suo volto, nel suo smarrimento, nella sua angoscia, tutta l'orribile verità di quello che era stato?

Terrorizzata da questo pensiero, incapace di articolare parola, aveva abbassato lo sguardo, sentendo un'onda di fuoco che le saliva al viso.

Per un momento ella stette per tradirsi. Dall'anima sua, martoriata già troppo, stava per erompere la parola del vero. Vacillante, estenuata, tendendo le mani supplici verso quell'uomo, ch'ella non doveva lasciar più a lungo nell'inganno, cadde in ginocchio innanzi a lui.

--Mattia, Mattia!

Il professore, con le guance bagnate di lagrime, la sostenne, la rialzò.

--Loreta, è stata per noi una brutta ora! Essa è trascorsa. Nulla deve farla più rammentare. Bisogna che sia così. Se non avessi creduto che ciò possa essere, avrei preferito morire....

Ella si scosse, con un brivido sinistro, stringendosi in un atto istintivo contro il petto di Mattia.

Un lungo silenzio corse.

Quindi egli, come se in quell'intervallo avesse ritrovata tutta la sua energia:

--Non piangere più,--riprese con l'accento ridivenuto mitissimo.--La nostra vita potrà essere bella ancora. Coloro che mi vogliono male non avranno raggiunto nemmen questa volta il loro scopo. Sì, Loreta, io dovevo sapere che qualunque cosa ti avesse parlato nell'anima del passato, tu non avresti potuto dimenticare quello che sei, la promessa che tu mi hai dato.... il nome che porti....

E dopo una breve pausa, durante la quale sentì Loreta abbandonarsi più gravemente sul suo petto:

--Alvise....--egli soggiunse, interrompendosi con una esitanza improvvisa.

Ella levò il capo, vivamente.

--Alvise?...--domandò come esortandolo a continuare.

--È onesto. Comprese quale sia il suo dovere. Partirà.

Loreta non rispose, le sue labbra si agitarono per un istante senza che ne escisse una voce. Poi ella chiuse gli occhi, stringendosi con forza alle braccia di Mattia.

Il Sant'Angelo la sostenne e l'adagiò con soave premura in un seggiolone, ch'era lì presso. Poi non ascoltando più che un sentimento di pietà dinanzi a quella crisi, che gli appariva naturale dopo le tante emozioni per le quali Loreta era passata, egli si curvò affettuosamente su lei, in atto di accarezzarle i capelli.

Ma d'improvviso s'arrestò. Dagli occhi affossati di Loreta continuava a scendere, sulle sue guance mortalmente pallide, un lento e copioso pianto. E quando una di quelle lagrime gli cadde ardente sulla mano un torbido lampo gli attraversò il pensiero, facendogli risorgere più tormentoso il dubbio crudele, che s'era affidato non dovesse tornargli mai più. L'amore, ch'egli aveva creduto morto nel cuore di Loreta durava dunque ancora? Ed eran forse quelle lagrime per l'amore remoto, per l'amore della giovinezza, trionfante ancora?...

Ritto in faccia a lei, come assorto in un rapimento morboso, egli attese. Furon forse pochi minuti e parvero a Mattia un tempo infinito. Ella finalmente parve riaversi, si riscosse e fe' l'atto di correre a lui.

--Oh! Mattia, Mattia.... Non ho sognato? È vero quello che tu mi hai detto? che mi vuoi bene ancora, che mi credi degna di te?...

Eravi in queste sue domande febbrili, concitate, tanta effusione e tanta ansietà, che Mattia ne ebbe una dolce scossa in tutte le sue fibre.

Egli le schiuse le braccia, desiderando di credere, anelante di liberarsi dalla maledetta visione di poco prima.

--Mattia,--ella gli disse allora, abbandonata la faccia sull'omero di lui, con un accento vibrante di passione,--che cosa farei, Mattia, per poterti dare la felicità.... la più grande felicità!...

--Amami,--egli rispose.--E dimentica. Così saremo felici.... ancora.

Fu questa la spiegazione tra Loreta e il Sant'Angelo.

Ma nè l'uno nè l'altra ne uscirono coll'animo tranquillato.

Mattia, che in tutto quello che aveva detto era stato inspirato da una sincerità profonda, forzavasi invano a cacciare il pensiero sôrto a turbare l'illusione confortatrice, alla quale egli si era per un momento abbandonato. Loreta, dinanzi al contegno di quell'uomo buono, che illudevasi ancora, che ancora la riteneva degna del suo amore e della sua stima, sentivasi presa da un fiero disdegno contro sè stessa: era un inganno vile, era una usurpazione codarda di cui ella rendevasi ora colpevole; e si rimproverava la mancanza del coraggio per dire tutto, per confessare il suo fallo ed affrontarne tutte le conseguenze.

Ma indarno ella faceva appello disperatamente alla propria energia. Ad ogni ora che passava cresceva l'abbattimento in cui era caduta. E i fatti della vita domestica, che avevano già ripreso intorno a lei la loro abituale uniformità, lunge dall'arrecarle il più lieve sentimento di calma, non faceano che inasprire con implacabile insistenza il dolore inguaribile dell'anima sua.

Con Alvise non s'eran rivisti più. Fedele alla promessa fatta e conscio pienamente dell'obbligo suo di agire così, per quanto questo dovesse costargli, egli era partito. Solo, a supremo suo conforto, aveva egli fatto recapitare collo stesso mezzo sicuro, ch'egli aveva adoperato due o tre volte ne' giorni precedenti, un breve biglietto a Loreta. Poche linee soltanto: scritte con studiata concisione e tali da non portare compromissione soverchia se per caso fossero cadute sott'occhio d'altra persona, ma eloquentissime nella loro voluta semplicità. Era un addio risoluto: una supplicazione toccante perchè ella serbasse di lui, che andava lontano, ad una meta ignota, per non tornare mai più, una non ingrata ed indulgente memoria.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings