ALBERTO BOCCARDI (continued 2)
Reading edition
--Suonano laggiù.... suonano. Per poco ancora li sentirò. Forse domani sarà tutto finito!
--Che dici, mamma!--esclamò il professore con voce soffocata, sforzandosi a celare il suo struggicore.
Ma la signora colle sue dita gli sfiorò la faccia bagnata di pianto:
--Tu piangi, Mattia. Sì. Non ti veggo più, ma sento che hai le lagrime sul viso. Perche? Tu sei stato un buon figlio sempre. Non ho che da benedirti. Se anche ti debbo lasciare resterà con te la mia benedizione sempre, sempre....
Poi abbassando la voce:
--Ed ama Loreta, figlio mio,--aggiunse la signora Sant'Angelo,--amala; essa è buona, ha sofferto, ha pagato coi dolori ogni suo errore; amala: non è indegna di te.
Dopo quelle parole reclinò il capo stanco, ricadendo in uno stato di dormiveglia placidissimo, interrotto da qualche lieve scotimento nervoso. Si sarebbe detto ch'ella riposasse in un tranquillo sonno se tratto tratto non avesse dischiuso gli occhi volgendoli in giro, come cercando taluno.
Il medico, venuto nella notte due volte, poi per tempissimo alla mattina seguente, avvertì che la fine era giunta. Ed infatti, prima di sera, la signora Sant'Angelo si addormentò per sempre, senz'alcuna agonia penosa, fra le braccia di suo figlio e di Loreta.
VII.
Erano passati quasi due mesi dalla morte della signora Chiara. Ma la calma non era peranco rientrata nello spirito del professore. Indarno aveva egli cercato di darsi con febbrile foga a nuovi lavori. Dopo breve tempo si sentiva stanco. Ed a certi momenti, colto da un'improvvisa sfiducia del proprio ingegno, provava dinanzi alle opere sue quel profondo inesplicabile sgomento, che nelle ore dell'amarezza fa sembrare misera illusione tutto ciò che poco prima, al raggio della felicità, appariva circondato dagli incanti della gloria e della vittoria.
Quante sere, solo, chiuso nel suo studio, aveva lasciato sfuggirsi dalle dita la penna, abbandonando il capo sul dorso della sua seggiola, sopraffatto da un ardente bisogno di pensare al passato. Ed era sempre la stessa lugubre apparizione che lo tormentava: di un corteo funebre, il quale, sotto un freddo cielo d'ottobre, s'avviava frettoloso giù per la lunga strada fangosa, mentre l'aria umida della sera faceva oscillare le fiamme gialle de ceri e sperdeva le preghiere de' preti e de' contadini. Egli si vedeva ancor là, su quella fossa aperta, dove gli pareva che stessero per seppellire ogni suo affetto. E per quanto facesse, non sapeva liberare il suo cuore da quel senso di gelida mestizia onde fu vinto nel rientrare poi nella sua vecchia casa, priva ormai dell'angelo buono che gliela rendeva così cara.
Il professore dopo quella disgrazia aveva provato quasi una voluttà nel cercare la solitudine. Si alzava all'alba ed entrava nel suo studio, uscendone di rado, pregando perfino talvolta Loreta che gli facesse recare il pranzo colà. Verso il tramonto andava a fare una passeggiata in mezzo ai campi, evitando di passare per i villaggi, salutando appena i conoscenti in cui s'avveniva. Poi rientrava, mandava giù un boccone svogliatamente e si ritirava nelle sue camere.
Gli amici di Tricesimo, che sulle prime eran venuti replicate volte a prendere sue notizie, a poco a poco, dinanzi al contegno freddissimo del professore, avevan cessato dalle visite, convinti di riuscirgli molesti. Taluno di essi non mancò neppure di aversene a male, e tra questi specialmente il conte Leonardo Mangilli, che s'arrabbiava di veder riuscire inutili sull'animo dell'amico tutti i conforti ch'egli procurava di recargli con i suoi predicozzi altisonanti di uomo spregiudicato.
Tolto a' suoi studî, il professore non aveva la testa a nulla. Degli interessi di casa non s'occupava punto: di tutto quanto riguardava l'azienda economica de' suoi poderi, non voleva udire a parlare. Quando i coloni venivano o per pagare gli affitti o per ricevere qualche disposizione, e la Vige, piena di titubanza, recavasi a bussare alla porta dello studio per avvertirne il padrone, questi si sentiva profondamente contrariato, e talora lasciavasi andare a vive parole d'impazienza.
La Vige tutta intimorita scusavasi del suo meglio: non sapeva come fare, vi era forzata.
Allora il professore si levava, e ponendo la mano sulla spalla della fedele domestica:
--Abbiate pazienza se sono così!--diceva.--Che volete? Penso sempre a quella poveretta. Faceva lei tutto così bene: faceva lei tutto sempre. Ora non c'è più!
Aveva nel dir così la voce ingroppata, e alla Vige, ohe adorava la vecchia padrona, si riempivano pure gli occhi di pianto.
--Pregate la signorina, che vegga lei...--concludeva il professore.
E la serva usciva quanto più presto poteva per celare la sua commozione.
Così, adesso avveniva sempre. In casa, Loreta era tutto. Come obbedendo alla forza delle circostanze, e senza mai mostrare di accorgersi dei servigi ch'ella rendeva, s'era assunta tacitamente tutti gli uffici ai quali altra volta attendeva di persona la signora Chiara. Al professore evitava di parlare di qualsifosse interesse, a meno di non esservi costretta da qualche imprescindibile necessità. E solo alla fine di ciascun mese gli faceva trovare sulla scrivania, tutti raccolti in un fascio, i conti ed i registri, sui quali egli gittava appena e per pura forma un fuggevole sguardo.
Fu un giorno, ch'ella veniva appunto a riprendere alcuni di cotesti conti--otto o dieci mesi dopo la morte della signora--ch'egli per la prima volta la trattenne presso di sè più lungamente:
--Loreta, è assai bello e gentile tutto quello che voi avete fatto e fate per la mia casa. Voi dovete compatirmi se io non vi dico mai nulla della mia gratitudine. Se sapeste però quante volte ci penso! e come vorrei trovare il modo per esprimervi quanto si passa nel mio cuore....
Ella, udendo quelle parole, s'era fatta un po' rossa in viso; con manifesto imbarazzo, girando fra le mani il fascio delle carte, mormorò qualche frase evasiva e subito fece l'atto di andarsene.
Ma il professore ne la impedì:
--No, Loreta, aspettate ancora un momento, non andate via così. Voglio che voi mi assicuriate che non mi tenete carico se io apparisco talvolta così chiuso in me stesso. Non è colpa mia se son fatto a questo modo. Vi ricordate che anche la mamma me ne rimproverava sempre....
E prendendo con mano tremante una delle mani di lei:
--Mi perdonate, non è vero?--le dimandò.
--Mattia.... Io, io che debbo tutto a voi.... che cosa mai dovrei perdonarvi?...
E ritirando la mano, senza aggiungere altro, uscì in fretta, con la faccia invasa da un vivo rossore.
Quando l'uscio si chiuse dietro a lei, il professore tornò lentamente al suo posto presso la scrivania e, trattosi dinanzi un grosso quaderno tutto coperto di appunti e di note, parve accingersi a riprendere il lavoro.
Ma dopo pochi momenti, sfogliate appena alcune pagine, egli raccolse il capo fra le palme, meditabondo, cogli occhi assorti verso l'uscio dal quale la giovane donna era partita.
Nè codesto poteva più dirsi per lui un fatto anormale.
Nella cupa freddezza della sua vita, in mezzo al fervore de' suoi lavori e quando più grave gli pesava sull'animo la melanconia de' ricordi, era sempre la figura serena di questa giovane povera e buona che gli si elevava dinanzi come una mite visione riconfortante. In tutto ciò che lo circondava, in tutta la sua casa, egli sentiva l'opera salutare di lei: la sentiva costante, in cento minute e previdenti cure, disposte sempre tacitamente, col sottile delicatissimo studio che l'intenzione non ne trasparisse.
"Voi dovete compatirmi se io non vi dico mai nulla della mia gratitudine. Se sapeste però quante volte ci penso!..." Mattia in queste parole era stato veritiero. Avrebbe cercato invano di dire a Loreta quale influenza benefica ella esercitasse sopra il suo cuore; sapeva il proprio labbro impotente a trovare ed a pronunciare delle frasi che corrispondessero a questo suo sentimento. Ma se il labbro taceva, non restava muta l'anima sua. Il pensiero, che non s'era peranco tradotto in un accento vivo, gli rinasceva ora con frequenza ognor più rapida, lo riafferrava sempre più insistente temperandogli nelle ore tristi l'acerbità de' suoi dolori e troncandogli anche sovente la lena al lavoro.
Talvolta udendo il passo di lei, sommesso e lieve, nelle stanze vicine, gli avveniva senza sapere il perchè di tendere l'orecchio, ascoltando ansioso finchè il rumore si allontanava, sentendo un palpito accelerato nel petto quando il passo pareva più prossimo all'uscio dello studio. Altre volte gli avveniva di staccarsi, come colto da un'estrema stanchezza, dalla sua scrivania e di approssimarsi alla finestra, d'onde indugiavasi lungamente a guardar giù nel cortile, dove al solito posto, sotto al porticato inghirlandato dai festoni dell'edera, la giovane attendeva a qualche lavoro: ora tutta sola, seria e pensierosa col viso bianco chinato sull'opera di cucito, ora scambiando qualche parola con la Vige, che sempre laboriosa andava e veniva dall'uscio della sua cucina al pozzo, ora col ragazzo Agnul, che accudiva alle proprie incombenze dinanzi alla rimessa, ora infine coi coloni che giungevano a recar le derrate od a prendere qualche comando.
I contadini l'amavano tutti per l'affabilità sua, per quella dolcezza che aveva nella voce e nei lineamenti. Anche quand'era costretta per l'interesse domestico di movere a taluno qualche rimprovero o di mostrarsi insoddisfatta di qualche prestazione, trovava sempre per farlo quella parola che, pur essendo severa, non irrita e persuadendo non lascia traccia alcuna d'amarezza. Pietosa coi poveri, aveva ottenuto dal professore il permesso di continuare in tutti quegli atti di beneficenza, per i quali la signora Chiara aveva lasciato di sè memoria così benedetta. E li compiva religiosamente, con una soddisfazione intensa, facendosi un carico di rammentare a' suoi poverelli il nome della loro antica benefattrice.
Così una volta il professore Mattìa provò una emozione ineffabile potendo cogliere, inosservato, alcune parole con le quali la vecchia Mariute, venuta a prendersi un fardelletto di biancheria, ringraziava la giovane, usando le frasi ed i titoli che i contadini friulani hanno sempre per i signori del loro paese:
--Siete buona anche voi, contessina: tanto, tanto, come la vecchia contessa..., che Dio abbia in gloria!...
"Come la vecchia contessa!" Povera signora Chiara quanto rideva lei di quell'epiteto nobiliare che tutti si ostinavano a darle secondo il costume del paese; e come il professore ne rideva cordialmente egli pure! Ma quel giorno non rise: le parole che la vecchia aveva pronunciate lentamente, colla sua voce roca, gli vibrarono nel cuore come una musica. Il ricordo delle virtù di sua madre, accoppiato così al nome di Loreta, assunse per lui--anche sulle labbra di quella misera donna, in cui pareva che la intelligenza non si risvegliasse che quando provava qualche grande gioia--un particolare significato, rispondente a pieno al pensiero che adesso più non lo abbandonava.
Di tutto ciò a Loreta non disse mai nulla. Ma ora--non più come una volta--piacevasi della sua presenza, la cercava, procurava di creare sempre qualche pretesto per prolungarne la durata. I discorsi si aggiravano per lo più su argomenti futili, sulle faccenduole domestiche; e il professore, che aveva sempre mostrato una grande avversione a preoccuparsi di tutto ciò che si riferiva agli oggotti dell'economia, ora sembrava trovasse il massimo interosse per tutte le cose onde Loreta sentivasi in debito di venirlo ad informare. Ascoltandola si distraeva, rimanendo talora come attonito in una muta contemplazione, imbarazzato quando si accorgeva che le risposte, da lui date alla giovane, corrispondevano assai male e spesso non corrispondevano affatto alle domande che quella gli rivolgeva.
Una sola volta egli stette per tradire il pensiero che gli martellava nel capo; una volta sola gli stette per fuggire dal labbro, aperta, franca, una confessione: la dolce confessione, alla quale la ingenita selvatiehezza, la ritrosìa a commettere un atto incompatibile con la sua età e forse il timore di una repulsa, facevano nel suo spirito un argine potente.
E fu alcuni mesi appresso, nell'anniversario della morte della signora Chiara.
In quel giorno--con l'ingenua pietà filiale, che era stata la religione sola della sua vita e ch'egli aveva conservata, forte e caro retaggio, mentre la testa gli si incanutiva e tante illusioni s'eran svanite intorno a lui,-- in quel memore giorno egli era entrato dopo lunghissimo tempo nella camera ove la signora era morta e nella quale, per una mesta affettuosa superstizione, aveva voluto fosse mantenuta ogni cosa al suo posto.
Confinato per intere giornate nel suo studio, presso il quale aveva ora anche la sua stanza di riposo, egli saliva di raro assai nelle camere superiori; ed in quella già abitata da sua madre raramente egli metteva il piede, sentendo riaccendersi troppo vivo il proprio dolore tra quelle pareti dove tutto gli parlava di lei, dove tutto gli diceva con nuove lancinanti parole, quanto tesoro di bontà e di affetti egli avesse perduto.
Quel giorno egli vi entrò di buonissima mattina, uscito appena dalle sue stanze, volendo compiere quest'atto gentile di pietà quasi di soppiatto, con quel riserbo soave, onde i veri dolori sentono spesso la voluttà di circondarsi. La mattina era limpida. Sulle ampie invetriate del corridoio, ch'egli attraversava a passo frettoloso, il chiarore dell'alba pioveva come una luce d'oro. Intorno per le campagne tutto ancora taceva: solo tra le pergole dell'orto e negli alberi alti intorno alla casa era un sommesso gorgheggio di uccelletti: il saluto festoso al bel sole che rinasceva.
Il professore Mattia giunto all'uscio di quella camera, dove una volta ogni mattina egli soleva venire come un ragazzo a prendere il bacio, il caro bacio della sua santa vecchietta, si arrestò un momento con uno stringimento al cuore. Poi girata lentamente la maniglia, dischiuse pianamente l'imposta, come avesse temuto di risvegliare una persona dormente.
Ma ristette perplesso dinanzi alla visione che gli apparve.
Genuflessa sull'inginocchiatoio di noce nero, dove sua madre era abituata a dire le proprie orazioni, una donna stava assorta a pregare. Sotto il quadretto sacro--una vecchia litografia ingiallita, che era una memoria di famiglia,--due grossi fasci di rose eran posati: rose grandi, gialle, dalla fragranza delicata, che la povera signora Chiara aveva particolarmente amato.
Al rumore del passo la donna balzò in piedi volgendosi come atterrita.
--Loreta!--mormorò il professore, avanzandosi lentamente, con gli occhi lucenti.
Ella lo guardò, senza poter dire una parola, colle guance fatte vermiglie, restando immobile al suo posto.
La stanza ora era inondata di luce. Dalle finestre spalancate l'aria mattinale entrava con una fragranza balsamica di campagna. Le tende un po' ingiallite del vecchio letto in fondo all'alcova si agitavano lievemente.
Dall'alto della parete il volto placido di Giovanni Sant'Angelo pareva sorridere con melanconia nella sua cornice d'oro.
--Loreta, quanto siete buona!--disse il professore con la voce che gli tremava.--Quanto è bello tutto ciò che voi sapete fare! E come sento di volervi bene per la vostra bontà!
E rapidamente, come per un impulso naturale e castissimo, si portò la mano di lei alle labbra, posandovi un bacio con tenerezza infinita.
VIII.
Passato quel momento di espansione, del quale entrambi avevano sentita per diverse ragioni la grande dolcezza, si sarebbe detto che Loreta e il Sant'Angelo si fossero tacitamente accordati per evitare tutto ciò che ne avesse potuto richiamare il ricordo.
La loro vita in casa continuò nel suo consueto uniforme andamento. E unicamente a certi momenti, quando si trovavano soli, l'uno di fronte all'altra, pareva che un grande imbarazzo sorgesse improvviso a paralizzare la loro parola.
Secondo un'inveterata consuetudine, che il professore aveva seguito fin là costantemente, ogni anno, da quando le sere principiavano a farsi tiepide sino a tardissimo autunno, soleva egli indugiarsi, dopo la cena, fumando tranquillamente, per un paio d'ore dinanzi al portone della casa, in una specie di spianata, dove si collocavano alcuni rustici sedili e d'onde lo sguardo spaziava ampiamente sulla pianura.
Colà, in altri tempi, si facevano le lunghe chiacchierate con qualche ospite amico; colà, nella grande quiete notturna, che suadeva ai giocondi familiari colloqui, egli soleva trovare il più caro ristoro alla sua mente affaticata.
La primavera tornò quell'anno; già i campi erano in piena rifioritura e il maggio imminente, arriso da un costante sereno, invitava con le sue sere placide all'aria aperta. L'ortolano aveva avuto premura che fossero rinnovate intorno alla spianata certe ricche spalliere di amorini, che un dì formavano l'orgoglio della signora Sant'Angelo; e il piccolo Agnul, secondo l'antico uso, disponeva già ogni giorno, subito dopo il tramonto, ai posti consueti, le vecchie sedie di legno, che al principiare della buona stagione egli aveva ridipinto con una bella mano di color verde com'era ogni anno sua gelosa cura particolare.
Ma quella primavera, con molta meraviglia della Vige e non piccola mortificazione del diligente ragazzo, il professore non scese neppure una volta al luogo favorito. Terminato appena di cenare, accendeva il sigaro e seguito da Prè Zuan, il fido cane di casa, se ne andava a fare qualche lunga passeggiata scegliendo di solito le strade meno battute ed evitando di attraversare i luoghi più popolosi. Loreta intanto attendeva ai lavori, e, solo quando questi erano compiti, esciva un po' dinanzi al portone, trattenendosi a respirare l'aria refrigerante della sera.
Ma ritiravasi presto; quasi sempre prima che il professore fosse rientrato.
Di ciò pareva ch'ella facesse uno studio particolare. Anzi non era sfuggito neppure all'ingenuità dell'ottima Vige come la signorina alcune volte in cui il professore ritornava per caso prima del solito, s'affrettava vivamente a ritirarsi, non appena il passo di lui si facesse distinto su per lo stradone o quando per i campi s'udiva abbaiare il vecchio Prè Zuan, lieto di quelle libere scorrazzate in mezzo al verde.
Di questo s'era accorto lo stesso Sant'Angelo e tale osservazione non aveva fatto che accrescergli quel profondo e molesto turbamento, del quale, ad onta di tutti i suoi sforzi, non riusciva ad ottenere vittoria.
Assai spesso, nelle sue ore solitarie, egli si sentiva costretto a domandarsi il perchè dello strano mutamento operatosi in lui. Non si riconosceva più: la sua forza, l'amore del lavoro, la calma dello spirito gli parevano irreparabilmente svaniti; persino il pensiero triste, che prima dominava costante nel suo cervello, il pensiero della madre che aveva perduto, ora non tornava più così assiduo e doloroso. Era in lui un'inesplicabile inquietudine, un desiderio insistente di stancarsi, una malìa acuta e crucciosa, che talora gli accendeva le guance smorte di un foco improvviso ed altre volte gli velava repentinamente gli occhi di pianto.
Contro questo stato d'animo il Sant'Angelo volle reagire. Virilmente volle, e quasi disdegnando di confessare a sè stesso quello che dentro gli ferveva, cercò di porre un freno al male, che comprendeva farsi ogni giorno più veemente e più tenace.
Per riuscire in questo cimento, ch'egli sentiva a sè imposto dalla voce della ragione, procurò di concentrare tutti i suoi pensieri nella fredda realtà della propria vita, perchè da quella essi avessero ritegno ad ogni vano e sconsigliato volo. Indugiandosi talora dinanzi allo specchio, che colle sue abitudini di semplicità aveva sempre considerato inutile ornamento della propria camera, ostinavasi a fissare con una certa amarezza il suo volto avvizzito, il fronte calvo già solcato di rughe, gli occhi deboli e affaticati, la barba cresciuta incolta e pressochè interamente bianca. Si ricordava in quei momenti gli scherzi che con sua madre egli aveva fatto tanto spesso sulla propria vecchiezza. Lei non voleva udire, protestava che quelle erano declamazioni per farla andare in collera. Povera e buona madre, che aveva sempre veduto ogni cosa con gli occhi dell'affetto! No, egli non voleva e non doveva avere di queste illusioni: sarebbe stata debolezza indegna d'un uomo assennato. E dicevasi che la coscienza di sè, per quanto possa riuscire spiacevole e dura, è sempre il dovere del prudente ed è la salvaguardia più forte contro i disinganni.
Il Sant'Angelo di queste sue conclusioni provava un orgoglio, come d'un trionfo che l'animo suo avesse conseguito sopra una misera tentazione della vanità. E tacitamente egli faceva a sè stesso promessa di non lasciarsi rimuovere da siffatti pensieri, sotto il governo de' quali vedeva assicurata durevolmente la sua dignità e la sua pace.
Ma per quanto egli tentasse d'illudersi sulla saldezza di tali proponimenti, le sconfitte della sua volontà si venivano moltiplicando giorno per giorno.
A quale fascino obbediva egli mai per nascondersi ora, ogni sera, nelle ombre della campagna, e spiare di là, lungamente, al lume incerto delle stelle, se una nota figura apparisse lassù, tra le spalliere de' gelsomini, al memore posto, ov'egli nel suo tempo felice aveva passato tante ore tranquille?
Per queste improvvise debolezze, delle quali avrebbe voluto cacciare da sè ogni ricordo, egli era assalito poi da un rammarico crudele. Così una notte egli pianse di rabbia per aver baciato furtivamente, cento volte, una sciarpa di velo ch'egli aveva trovato, dimenticata da Loreta, sopra uno de' banchi rustici dinanzi alla casa, quand'egli era rientrato. Aveva compiuto quell'atto gentile, per potente stimolo dell'anima, col corpo scosso da un fremito delizioso, dopo essersi guardato intorno timorosamente, come fosse stato per commettere un'azione colpevole.... E passato appena quell'istante di obblio, allorchè fu solo nel raccoglimento delle sue stanze e ripensò a' propositi fatti, ne ebbe vergogna e dolore.
Delle segrete battaglie, che lo turbavano così, il Sant'Angelo non cercò e non volle confidenti. Anzi, la ferma convinzione che nessuno avesse potuto leggergli nell'animo, gli era argomento di vivo conforto.
Senonchè, anche per tale riguardo trovavasi in errore. Per quanto egli vivesse isolato, sfuggendo le compagnie, l'occhio vigile de' disoccupati era intento abbastanza sopra di lui, perchè egli potesse andar salvo dai commenti della malignità. Il mutamento tanto radicale nelle sue abitudini, delle quali tutti lo sapevano schiavo, la sua taciturnità quasi scontrosa anche verso coloro che in altri tempi aveva particolarmente diletti, dovevano di necessità svegliare l'altrui attenzione. E se da un lato quest'attenzione nasceva unicamente da naturale curiosità, non mancava neppure chi con intento nemico vi infondesse nuovo alimento, ricorrendo pure alle più basse e volgari insinuazioni.
Il Sant'Angelo, così amato in tutto il paese, vi aveva anche de' nemici, pochi di numero, ma fieri e giurati: gente divisa da lui da questioni di partito o che, per atti da lui disapprovati, aveva sempre tenuto da sè lontana con freddezza e riserbo. In mezzo a costoro, più fiero di tutti, col lievito di un vecchio rancore, che non aveva peranco potuto trovar sfogo, don Giovanni Morganti, il prete-archeologo di Collalto.
Dell'essere rimasto soccombente nella memorabile e puntigliosa lite sostenuta contro il professore, il Morganti non tanto si risentiva ancora, quanto dell'atto di dileggio che quegli aveva voluto fargli col famoso battesimo del Terranova: origine di spassi clamorosi, che tuttavia, dopo tanti anni, si rinnovavano ancora a sue spese. Il vecchio non sapeva mettersi in pace: un odio sordo s'alimentava di continuo in lui contro quello "spregiudicato usurpatore" ed era odio così implacabile che se solamente il professore passava per caso dinanzi alla trattoria di Tricesimo, dove il Morganti soleva bere la sua tazza di birra facendo con gli amici la partita a tresette, il suo viso diventava scarlatto e la vista gli si annebbiava da non distinguere più le carte che aveva tra mano.
Le voci corse in paese sull'"innamoramento" del professore giunsero assai propizie al prete di Collalto, che subito vi scorse un mezzo più che favorevole per soccorrerlo ne' suoi non confessati, ma fermi propositi di vendetta.
Approfittando delle narrazioni che molti facevano durante le lunghe chiacchierate all'osteria, fra una partita e l'altra, sul cupo umore e sulla ciera rannuvolata, che il Sant'Angelo aveva costantemente, lo scaltro prete fu quegli che iniziò i commenti maliziosi. Con arte gesuitesca, fingendo prima una certa titubanza ad ammettere "benchè si trattasse di quel bel figuro" che un uomo come lui, non certo privo di senno, potesse alla sua età lasciarsi invescare così puerilmente nei lacci dell'amore, metteva poi, con molto lusso di parole, in evidenza il ridicolo che da ciò doveva necessariamente ricadere sulle sue spalle. Quindi, senza darsene l'aria e coordinando le ciarle vaghe, che or l'uno or l'altro riferiva, venne a poco a poco mettendo insieme una completa storiella, secondo la quale il professore Sant'Angelo era oramai ridotto alla parte di un povero zimbello, che la forastiera si divertiva a muovere a suo talento, dopo avergli fatta perdere la testa ed essersi impadronita di ogni potere in casa.
--Non sarà vero forse!--concludeva il vecchio ipocrita intrecciando le sue grasse mani di fannullone sull'ampio torace.--Ma intanto prima d'ora non s'era parlato mai ne' nostri paesi d'una simile tresca! Ah! questi liberaloni, questi liberaloni!...
Sciolto così il volo alle dicerie maligne, esse divulgaronsi rapidamente, e, come sempre, nel divulgarsi crebbero di intensità e d'acrimonia.
Si suol dire che al male facilmente si crede. In tesi generale è vero. Ma non manca, per onore degli uomini, anche chi, dinanzi all'aperta cattiveria altrui, protesti e si ribelli.
Il degno don Morganti trovò alle sue manovre insidiose sostenitori conniventi ed inconsapevoli complici; ma trovò anche chi gli oppose non solo confutazioni piene di convinzione, ma anche calde e vivaci rimostranze.
Fra questi ultimi fu il conte Leonardo Mangilli, che con tutta la sua ruvidezza, per la quale molti nel paese lo chiamavano semplicemente il conte orso, non era tipo da lasciar passare senza sdegno e senza difesa gli attacchi vilmente diretti alle spalle di persona, ch'egli stimasse degna di rispetto e di considerazione.
Il prete, che vedeva cadere con sì grande facilità nei suoi tranelli tanti semplicioni, i quali poi divenivano ciechi strumenti delle sue bieche arti, ingannato dalla rudezza del Mangilli, da lui interpretata come inclemenza d'animo, aveva sulle prime creduto d'aver trovato in quello, un nuovo e facile alleato. L'altro l'aveva lasciato dire. Per sapere ogni cosa sino al fondo, gli diè anzi animo a continuare; ma quando ebbe appreso fin dove si spingesse la perversità del suo interlocutore, gli fe' morire bruscamente sul labbro la parola.
--Potrà essere che il Sant'Angelo come tutti gli uomini al mondo commetta delle corbellerie. È cosa che accade ogni giorno e ne accadranno di simili in ogni tempo. Ma voler gittare su lui e sopra una povera e indifesa donna il fango a questo modo, è opera codarda e degna solo di gente cattiva!
A cotesta sfuriata il prete, rosso come un gallo, si sottrasse con mille assicurazioni di essere stato malinteso. "Eran cose che gli altri--tutti gli altri--dicevano: non lui, che anzi ci credeva pochissimo!" Ma il conte tagliò corto al discorso, mostrandosi profondamente nauseato di quelle malignità.--"L'orso ha mostrato i denti!" dissero in quell'occasione gli avventori del Caffè della Posta a Tricesimo, dove la scena era avvenuta.
E il Mangilli infatti aveva dovuto far violenza a sè stesso per non dar fuori in più aspre invettive. Che nello schiudere con tanta generosità le porte della sua casa alla cugina il professore si fosse tirato sul capo molti pericoli, egli aveva sempre creduto. In que' giorni, mentre gli altri lodavano in coro la buona azione, egli solo, contro tutti, aveva fatto le proprie riserve, con la sua rude ingenita franchezza. Ma ora, anche se i fatti venivano a dargli ragione, non poteva lasciar vilipendere a quel modo un fiore di galantuomo, com'era il Sant'Angelo, nè adattavasi a tollerare che la cattiveria altrui fosse lasciata proseguire, senza repressione, nelle sue velenose ed esagerate insinuazioni.
Col suo concetto dell'amicizia, reciso e franco, gli parve dovere d'aprire gli occhi al Sant'Angelo; e, senza dissimularsi la difficoltà del suo compito, si propose di parlarne subito, senza reticenze, al professore. Anche se la verità gli dovesse tornar discara, poco male: la conoscenza del vero l'avrebbe messo in guardia. Ed a questo unicamente egli tendeva.
Non parendogli adatto di recarsi a questo scopo speciale alla casa del Sant'Angelo, ch'egli da qualche tempo più non frequentava, stimò miglior consiglio cercare d'incontrarlo come per caso.
Nè questo gli riuscì difficile. Sapeva quali erano le passeggiate che ora il professore preferiva; e una di quelle sere, messosi da quelle parti, si avvenne in lui precisamente secondo il suo disegno.
Al primo incontrarsi parlarono di cose indifferenti, con quello scambio di frasi usuali, che la circostanza suggeriva. Ma il conte Mangilli, deciso, a non lasciarsi sfuggire l'occasione che aveva cercato, trovò il modo di entrare difilato in argomento.
--Non vi si vede più, professore. Vi siete messo a fare propriamente l'eremita. Che cosa vuol dire?
Il Sant'Angelo s'attaccò alle solite scuse: gli studi, l'umore cattivo, la salute che non aveva più buona come una volta.
--Male, male, caro Mattia!--l'altro riprese.--Con questa vita di solitudine vi avvelenate l'esistenza. Un uomo come voi, che era l'anima delle brigate, che portava a tutti la consolazione e l'allegrezza! Che abbiate avuto dei dolori, chi non lo sa! Non si perde, senza che sia uno schianto per l'anima, una madre come la vostra. Ma anche il dolore ha un limite. E fare come voi fate è torturarsi inutilmente!
--Che volete, caro conte Nardin, quando si hanno certi temperamenti benedetti!
--Sì, capisco; i temperamenti voglion dire assai. Ma, corpo di mille diavoli, quando si ha un po' di sangue nelle vene, si deve ben trovare la maniera di vincersi!
E, passato il braccio sotto quello del Sant'Angelo:
--In confidenza, professor Mattia, non andate in collera se vi riferisco quel che dicono in paese? Gente maligna, lingue sacrileghe, certo! ma poichè di queste si deve sempre temere....
Il conte sentì come il braccio del Sant'Angelo ebbe un sussulto sotto il suo.
--Che cosa dicono?--chiese forzandosi a che la voce non tradisse l'emozione.
Il Mangilli, arrivato al punto cui egli mirava, non si tenne più e ruvidamente, senza ambagi, spiattellò quanto s'era proposto di dire, sino all'ultima sillaba, solo tacendo i nomi delle persone, onde aveva saputo la cosa.
Mattia a quella narrazione restò tutto sconcertato. Le parole rudi del conte, che senza mendicare perifrasi chiamavano le cose col loro vero nome, gli avevano dapprima messo il fuoco alle guance e alla fronte. Il comprendere che il suo segreto, ch'egli credeva da nessuno sospettato, fosse stato già scoperto e fatto argomento di bassi commenti, gli recava un profondo rammarico. Ma questo sentimento fu quasi cancellato al pensiero che il nome di Loreta, di quella donna gentile e buona, ch'egli adorava e stimava, fosse trascinato così nel dileggio con una diceria codarda ed oltraggiosa.
--Chi? chi?--egli chiese a un tratto stringendo le pugna, con un trasporto di collera, che contrastava in modo singolare colla sua indole pacifica e mite.
--Chi?--rispose il conte, fermandosi per non dire il nome che il suo sdegno di uomo onesto gli sospingeva al labbro.--Chi? Tutti e nessuno. La rana che gracida nel pantano, ma il cui grido insistente, che viene dall'ombra, tutti possono udire.... Per questo: occhi aperti, diffidenza con tutti. Uomo avvisato mezzo salvato!
IX.
Le cose risapute dal Mangilli misero l'inferno nell'animo del professore; e se da un lato comprendeva di dovergli riconoscenza per quella prova di amicizia, dall'altro quasi dolevasi ch'egli non gli avesse risparmiato una pena così crudele.
Da principio, colla testa ancora in fuoco, ad una sola cosa egli pensò: scoprire i tristi che avevano messo in giro le calunniose voci, affrontarli risolutamente e costringerli a farne immediata ammenda.
Ma che tale proposito fosse inattuabile s'appalesò a lui stesso non appena calmato il primo bollore dell'ira. Come avrebbe egli potuto con sicurezza, per quanto guidato da fondati sospetti, chiedere ragione a singoli individui di ciarle, che ad ogni ora trascorsa si spandevano sempre più vastamente nel paese? Poi in uno scandalo non sarebbe per avventura stato compromesso in modo ancor più grave il nome di Loreta, il nome stesso dei Sant'Angelo? E forse nella dimostrazione dei proprî risentimenti non avrebbero avuto conferma ed avvaloramento le dicerie circolate?
Queste considerazioni trattennero il Sant'Angelo da que' passi ai quali sulle prime erasi trovato spinto con istintiva veemenza. Ed anche da questo lato ebbe gratitudine al Mangilli dell'avernelo freddamente ammonito mettendogli sottocchio tutte le possibili conseguenze.
Con tutto questo però la battaglia che lo affannava non ebbe tregua. A tutte le interrogazioni che egli si proponeva sul modo di liberarsi dal martirio di quella situazione, non gli veniva fatto di dare risposta. E in tale impotenza della propria ragione egli s'abbatteva percosso in un avvilimento sempre maggiore, senza speranza di più poterne uscire ritemperato e vittorioso.
Mai come in quei giorni egli sentì il dolore della propria solitudine. Gli pareva che nella tristezza di quei frangenti la parola affettuosa di una persona amata gli avrebbe fatto un bene immenso. E questo pensiero gli si faceva più cocente ogni volta che si trovava di fronte a Loreta. Da lei sola gli pareva che un conforto gli sarebbe potuto venire, da lei ch'era stata sempre per la sua casa come un buon genio consolatore.
Ma neppure siffatto bisogno di una espansione confidente valse a disuggellare il labbro del Sant'Angelo nei suoi incontri con la cugina. Diffidando di sè stesso, comprendeva come una sola parola avrebbe potuto trascinarlo alla confessione di quel segreto, ch'egli ascondeva con tanta gelosia. E si prefisse di durare coraggiosamente nel proprio silenzio.
Questo però gli costava una fatica estrema, non pure per gli impulsi del proprio cuore, ch'egli doveva frenare, ma più ancor in causa d'un fatto, ch'era venuto ad accrescere in modo grave le sue preoccupazioni.
Loreta in que' giorni mostravasi assai sofferente. Ella che di consueto lavorava in casa senza tregua, lieta di quell'attività continua, da qualche tempo era costretta a negligere una parte delle sue occupazioni. Restava a lungo ritirata nella sua camera, evitava di scendere alle ore dei pasti allegando un malessere, ch'ella assicurava passeggero e pel quale non d'altro sentiva bisogno che d'un poco di quiete.
A Mattia, che con affettuosa premura venne a chiederle che cosa soffrisse, ella rispose forzandosi a trovare qualche frase scherzosa. Nè altrimenti si contenne colla Vige, che le stava intorno continuamente piena di sollecitudine e di interessamento.
Ma nè la Vige nè il professore rimasero per tal guisa tranquillati. Che Loreta soffrisse e che i dinieghi suoi non rispondessero al vero, lo diceva chiaramente la pallidezza del suo viso e lo dicevano i suoi occhi arrossati e gonfi come per lungo piangere.
La Vige non potè tenersi dal dire al professore ciò ch'ella pensava:
--La signorina sta male. Io so che non mi sbaglio. Così, com'è ora, non l'ho vista che una volta, nel primo tempo quando venne in casa.... Si ricorda, padrone mio, di quella volta.... Era lo stesso, proprio lo stesso!
Il Sant'Angelo non rispose. Che la giovane si trovasse sotto il peso di una preoccupazione fortissima non aveva dubbio. E subito il pensiero gli venne ch'ella non soffrisse per qualche maligna voce giunta al suo orecchio. Benchè Loreta vivesse isolatissima, uscendo di casa appena due volte la settimana, per recarsi a Tricesimo nel giorno di mercato e alle domeniche per la messa, certo i nemici suoi dovevano aver trovato il mezzo perchè ella venisse a cognizione delle dicerie che s'erano fatte.
Cotesta idea lo inasprì vivamente. Le sofferenze proprie gli parvero avessero ad un tratto perduto la loro insistente asprezza. E assorbito completamente in questo nuovo pensiero, si sentì riardere d'ira contro i vili, che non paghi del male a lui fatto, avevano per fermo voluto gittare il turbamento anche nell'anima di quella povera donna.
Incapace di appigliarsi ad alcun partito e tormentato ognor più acerbamente da tanta indecisione, un lampo di luce balenò al professore nel leggere una breve lettera che gli giunse improvvisamente da Udine da parte di don Letterio Prandina.
L'ottimo prete chiedeva di avere con lui un abboccamento: si trattava di cosa delicata, risguardante lui stesso e Loreta Lambertenghi: era costretto a pregarlo di venire in Udine non potendo egli, in causa di malferma salute, recarsi al paese.
Il professore non frappose ritardo. Letta appena la lettera, chiamò Agnul perchè allestisse il carrozzino e, fatta avvertire la Lambertenghi che recavasi in città per affari, si mise tosto in via.
Mai come in quel giorno il cavallino di casa fu costretto a percorrere di un trotto continuo e serrato il lungo stradone polveroso, che congiunge con una linea retta Tricesimo a Udine.
In men d'un'ora il professore giunse alla meta e, lasciato il carrozzino al solito stallaggio dell'Albergo Italia, se ne andò rapidamente alla casa di don Letterio, posta appunto in quei pressi, non lunge dal palazzo arcivescovile.
Egli trovò il vecchio prete nella sua stanza da lavoro. Benchè ammalato, don Letterio sedeva alla sua scrivania e, con gli occhiali a cavalcioni del naso, stava ordinando un voluminoso pacco di atti. La stanza, che il Sant'Angelo conosceva benissimo, era quasi povera: mobili vecchi coperti d'una stoffa che il tempo aveva scolorato, moltissimi libri ammontati un po' dappertutto, due o tre rozzi disegni a penna incorniciati di nero e rappresentanti alcune vedute de' paesi ove il prete era stato da giovane in missione: unico ornamento appariscente sulla nudità delle bianche pareti un grande crocefisso, pregevolissima opera di scultura in legno. Sul tavolo, in un bicchiere di cristallo alcune grosse rose rosse.
Quando il professore entrò, don Letterio alzò il capo da' suoi scartafacci e tendendogli la magra mano bianchissima, lo salutò con affetto:
--Siete venuto presto, Mattia. Così va bene; vi ringrazio.
--Mi ringraziate, don Letterio? Che cosa dovrei dir io a voi per la bontà vostra? E la salute?
--Non bene, figlio mio. La vecchiaia è per sè stessa una brutta malattia.... Con tutto ciò, Iddio m'aiuta.... Vedete: lavoro....
--Fate male, Prè Letterio, ad affaticarvi.
--Che volete? Non posso farne a meno. Poi i miei poverelli avevano bisogno di me. Da due settimane non avevo potuto muovermi di casa. Dovevo bene, appena ne ebbi il modo, riparare a tanti giorni perduti.
--Benedetto voi, siete sempre eguale. Dovunque passate tutti vi debbono benedire.
--Non dite queste cose, Mattia: non mi piace di udirle.
--Non è forse la verità cotesta? E d'altronde non la dicono tutti? Perchè dovrei tacerla io, che vi debbo tanto, che non posso dimenticare il bene che avete sempre fatto alla mia famiglia; io, che anche oggi, venendo qui, entrando in questa vostra pacifica casa, ho sentito tanta dolcezza? Se sapeste, don Letterio, il bisogno che ne avevo!
Il vecchio ebbe un sorriso buono sul suo volto pieno di serenità.
--Lo immaginavo, Mattia, lo immaginavo.
--Lo immaginavate?
--Sì.
--E come? come mai?
--Perchè so che siete buono; perchè so che i Sant'Angelo hanno il cuore ben fatto, da padre in figlio; ch'essi non possono a meno di ribellarsi e di soffrire dinanzi alla ingiusta malignità altrui.
--Voi sapete dunque, sapete.... e in qual modo?
Il vecchio rimosse colla sua destra, che parea scossa da un tremito continuo, il monte di carte che aveva dinanzi e presane una lettera la porse al professore.
--Leggete.
Mattia spiegò la carta e corse con gli occhi alla firma:
--Loreta!... È lei che vi narra? Lei!
Don Letterio rimase tranquillo a quelle esclamazioni irruenti, come vi fosse preparato.
--Lei,--rispose,--lei stessa. Leggete.
La lettera che il professore percorse rapidissimamente, in un baleno, non era lunga: tre sole facciate di piccolo formato; ma nella brevità delle frasi, piene di quella naturalezza che è figlia del vero, era ritratto con potente evidenza lo stato d'animo in che la giovane si trovava.
Quello che il professore Mattia s'attendeva era avvenuto. La malignità, che già era riuscita ad ordire intorno a lui così tenace la rete dell'intrigo, aveva trovato la maniera di arrivare con le sue subdole arti fino a Loreta.
Narrava ella in termini precisi e dolorosi il modo con cui ebbe sospetto da prima, e più tardi certezza, delle dicerie oltraggiose che sul conto suo si facevano in paese: fu sul principio un'eco vaga, che le giunse senza sapere da qual parte; furono quindi voci discrete di amici che la metteano, con indeterminati accenni, in guardia; e fu da ultimo l'improvviso glaciale riserbo che notò in alcune famiglie del vicinato, da taluna delle quali si vide togliere perfino quel saluto di convenienza, che sin allora le ricambiavano sempre con tanta simpatia nell'incontrarla in paese o alle domeniche in chiesa. In una condizione siffatta non si sentiva di poter resistere: per quanto negli anni trascorsi in casa Sant'Angelo si fosse trovata felice, non le bastava l'animo di continuarci a vivere adesso a quel modo, sotto il peso di un disprezzo, non men doloroso perchè ingiusto, il quale si sarebbe fatto su lei sempre più grave e l'avrebbe condannata ad un avviliente e sconfortato isolamento. Ricordando con molta gratitudine e con soave rimpianto la ospitalità de' suoi parenti e la bontà di don Letterio, cui era debitrice di quegli anni sereni, a lui rivolgevasi Loreta esponendogli com'ella fosse decisa di uscire da quella situazione insostenibile e supplicandolo ch'egli le fosse largo del suo soccorso ancora una volta in questo frangente.
A mano a mano che Mattia avanzava nella lettura uno strano rimescolio si faceva dentro di lui, e quando fu giunto alla fine sentì così ardente il viso per il sangue che v'era affluito, che durante alcuni istanti rimase immobile, fissando sempre la carta, come avesse provato, un'esitanza a rialzare il capo e ad incontrare lo sguardo del suo interlocutore.
Questi fu il primo a rompere il silenzio:
--Ebbene?--domandò.--Che ne pensate?
Il Sant'Angelo si scosse e, stringendo nervosamente la lettera fra le mani poderose, ebbe uno scatto improvviso d'ira:
--I miserabili!--esclamò.--I miserabili!
Il prete lo lasciò dire e solo dopo un momento riprese con molta calma:
--Dell'ira? Sì, è giustificata, è umana, e non saprei io stesso, come sarebbe dover mio, farvene rimprovero. Ma a che potrebbe giovare la vostra ira? E contro chi potrebbe essa con maggior ragione essere rivolta? No, no, innanzi tutto ponderazione e calma! Che negli uomini abbia maggiore dominio la malvagità è vero purtroppo, ma è altresì dolorosamente vero che qualche volta a tale malvagità sono troppo deboli le armi degli onesti!
--Quando si ha per sè la coscienza della propria illibatezza!...--esclamò il professore.
--Si, in teoria, voi avete ragione. Sarebbe bello il poter ricambiare sempre col disprezzo la malignità. Ma potete voi, onestamente, chiedere ad una povera creatura, che è debole, che ha già patito, che ha bisogno di pace, di accettare una simile battaglia, in cui i nemici le si moltiplicheranno ogni giorno di contro e che le costerà ogni giorno più aspre ferite? E perchè dovrebbe questa povera creatura, quando non le sia negato di cercarsi altrove la pace, durare in cotesto cimento?
--Allora voi approvate quello che Loreta vuol fare?
--Se scorgessi un mezzo per mutare la situazione, che le circostanze hanno creato, avrei forse qualche esitanza. Ma così....
--Così?
--Debbo approvarlo non solo, ma consigliarlo e lodarlo. È il divisamento di chi si rispetta. E vi confesso che da questo momento, se compiango Loreta per la tristezza della sua sorte, sento accresciuta a cento doppî la mia stima per lei. È una buona, sventurata, esemplare donna....
Il professore ebbe un rapido sfolgorio in tutti i suoi lineamenti.
--Sì, questo sì,--riprese con sùbito trasporto,--buona, esemplare donna.... Io lo posso dire che l'ho vista per la mia casa, per la povera mia madre, ricca di tante tenerezze, capace di tanta abnegazione.... Vedete, don Letterio, io non posso adattarmi all'idea ch'ella debba abbandonare la mia casa: sarebbe un vuoto, che nulla potrebbe colmare, sarebbe per me una nuova sventura!
--Lo capisco. Ma allora....
--Allora....
E ripetuta questa parola come macchinalmente, il Sant'Angelo curvò il mento sul petto senza poter proseguire.
Il vecchio amico gli posò in atto di benevolenza la mano sulla spalla.
--Andiamo dunque, Mattia, uscite una volta da queste esitanze. Perchè non sapete trovare, voi che siete un uomo forte ed onesto, il coraggio di chiedere al vostro cuore che cosa esso voglia? Perchè non avete almeno un poco di confidenza verso chi vi vuol bene?
L'altro gli afferrò la destra con effusione e con voce che l'emozione rendeva malferma:
--Che debbo dirvi, Prè Letterio,--riprese,--che debbo dirvi? Voi avete letto nell'anima mia. Voi sapeste indovinare assai più di quello che con le mie parole avrei potuto dirvi. Vedete, dunque, se io non sono da compiangere!
--Da compiangere? E perchè dunque?--dimandò il vecchio placidamente.
--Mi chiedete questo, Prè Letterio? Potete chiederlo? Poco fa avete detto voi stesso che mi stimate un uomo forte ed onesto. Ebbene, queste due virtù, che so di avere, che voglio gelosamente conservarmi, sono quelle che mi mettono in guardia contro me stesso. Prè Letterio, potete voi dunque credere che dopo tanti dolori che sono passati sopra il mio capo, io pure non abbia ceduto alla tentazione di un bel sogno; potete credere che io pure non abbia pensato, con aspirazione cocente, a veder tornare ancora una volta e per sempre la felicità nella mia casa e nell'anima mia? Sì, all'amicizia vostra lo confesso: questo sogno io lo feci, questa aspirazione la sentii, fortissima e tormentatrice. Ma ho saputo vincermi pensando a ciò che sono. Ma ditemi voi ora! Potrei io chiedere a una donna ancor giovane e bella, a una donna cui possono arridere ancora le speranze, ad una donna infine che non mi ama.... di sacrificarsi per sempre a me, di legare il suo destino alla mia senilità già così triste?
Il Prandina l'aveva ascoltato silenziosamente in atto meditabondo.
--Via, don Letterio, potreste darmi torto? avreste animo di dirmi che non ho fatto il dover mio?
--Avete ascoltato come sempre quel sentimento di rettitudine che onora il vostro carattere. Lo riconosco. Ma lasciatemi in pari tempo che con franchezza vi dica che a questo sentimento avete dato ascolto così ciecamente da obbliare per esso ogni altro criterio. Guardate, Sant'Angelo: io non vi obbietterò che voi vi siete esagerata la vostra posizione e che le virtù vostre dovrebbero bastare per assicurarvi l'affetto di qualunque donna voi voleste eleggervi a compagna; so che non dareste alle mie parole altro valore che quello d'un vieto conforto. Però rispondetemi: che cosa avete fatto voi finora per sapere quello che forse sta celato nel cuore di Loreta? Chi vi dice che questa donna, che ha per la vostra famiglia sì forti argomenti di gratitudine; non abbia concepito per voi tanta affezione, che le sia di dolore il dovervi abbandonare? Infine, dinanzi alla necessità imperiosa, che il suo onore le detta, di lasciare la vostra famiglia ospitale, di tornare alle lotte di una vita dura ed incerta, pari a quelle che essa ha già una volta sostenute, che avete fatto voi per offrirle un conforto, per salvarla da una sciagura, per darle forse quella pace, cui essa nel suo cuore anela?... No, Sant'Angelo, voi non avete ascoltato che la voce esagerata de' vostri scrupoli: voi vi siete piegato alle esigenze de' cattivi senza nulla tentare perchè essi sieno vinti e perchè voi siate felice.... Chiedere a Loreta una spiegazione esplicita, chiara, confidente, come si può farla ad un amico, come si deve farla ad un fratello: ecco il vostro dovere: ecco quello che almeno a me pare che sia il vostro dovere....
--Ma poi, Prè Letterio.... poi?
--Poi, quando aveste la certezza che Loreta non vi ama, ch'ella non potrebbe essere felice con voi, ch'ella è pronta, per isfuggire ad una situazione equivoca e non onorevole, a riaccettare una vita malsicura e tempestosa.... converrà chinare il capo. Sarà triste il doverlo fare, ma almeno vi sarete tolto il dubbio di non aver accettato con colpevole cecità un dolore, che la malvagità degli uomini e la forza delle circostanze vi hanno procurato! Il professore era rimasto ad ascoltare queste parole--che il vecchio aveva pronunciato con un tranquillo accento di persuasione--senza nulla opporre, con gli occhi lucenti, tormentandosi colla mano convulsa la lunga barba canuta.
Quando quegli ebbe finito si sforzò indarno, nella piena dell'emozione, a cercare una frase che valesse a manifestare ciò che si passava dentro al suo cuore:
--Amico mio! amico mio!
Non disse che questo ed alzandosi di scatto gittò le braccia intorno al collo del vecchio e lo baciò con effusione.
--Coraggio, via, Sant'Angelo!--disse l'altro sempre sereno.--Un giorno che vostra madre, côlta già dal presentimento della sua fine, mi parlò della possibilità che voi e Loreta aveste ad unirvi per sempre, io le risposi che, se questo sarà il volere di Dio, il suo sogno si sarebbe avverato. E le dissi ancora, che la Provvidenza non abbandona mai i buoni. Che altro volete ch'io dica oggi a voi? La mia povera scienza si arresta qui.... Ma è quella, vedete, che basta per condurre al vero! Coraggio, Sant'Angelo, coraggio!
X.
Uscito dalla casa di don Letterio col cuore come alleggerito di un peso, il Sant'Angelo si prefisse di seguire senza por tempo in mezzo i consigli del suo amico.
Doveva farlo: tutto sarebbe stato peggiore che il durare in tanta incertezza; poi sapeva come la più lieve esitanza avrebbe potuto di un sol tratto fargli dileguare quella fermezza, che i ragionamenti del vecchio gli avevano infuso.
Sceso appena dal carrozzino aveva chiesto alla Vige, che gli era mossa incontro nel cortile, dove si trovasse la signorina, e saputo com'ella si fosse già ritirata nelle sue stanze le mandò a chiedere di poterle parlare senza dilazione.
La Vige, comprendendo dalla ciera sconvolta del suo padrone che qualchecosa di grosso c'era per aria, corse subito a fare l'ambasciata; e tornata ad annunciargli che la signorina lo attendeva, non potè trattenersi dal fare, mentre il professore saliva frettolosamente le scale, una mimica eloquentissima per esprimere il dubbio ed il timore che al suo povero padrone non avesse dato di volta il cervello.
Fu con passo vacillante e col volto pallidissimo che il professore entrò nella camera di Loreta.
La giovane lo stava attendendo sull'uscio ed appena lo vide si scusò con lui di non aver potuto ella stessa discendere:
--Dovete perdonarmi; non sto bene.
Con un rapido gesto egli diede a divedere come reputasse tale scusa del tutto oziosa; poi subito le chiese con sollecitudine:
--Vi sentite male, Loreta?
--Un poco sì; la notte scorsa non ho dormito quasi nulla e me ne restò per tutta la giornata una grande stanchezza.... Se sapeste come mi indispettiscono queste stupide debolezze. Ma deve passare presto: voglio che passi!
Il professore la guardò: da tutti i lineamenti di lei traspariva l'abbattimento: la consueta melanconia dei suoi occhi era quel giorno accresciuta dalla diffusa sfumatura azzurra ond'erano cerchiati.
--Loreta,--disse il Sant'Angelo,--è da più tempo che io vi vedo soffrire; ed è da più tempo ch'io me ne chiedo la ragione. Oggi, è inutile mentire più a lungo, questa ragione la so....
La giovane, benchè fosse preparata a questo momento, trasalì.
--La so, Loreta,--egli riprese subito,--e non posso dirvi quanto mi addolori che voi dobbiate soffrire così, senza colpa alcuna, per causa mia....
--Per causa vostra!--esclamò lei con affettuosa mestizia.--No, non dite questo. Verso di me siete stato sempre lo stesso; buono e generoso, avete avuto per me costantemente la indulgenza e le premure di un fratello. Perchè vorreste assumervi la responsabilità delle altrui cattiverie? No, non colpa vostra, Sant'Angelo, nè mia. È piuttosto il mio cattivo destino che ha voluto così.
Tacque un istante, poi come risoluta di venir a parlare, senza perdersi in vani commenti, della decisione che intendeva prendere:
--Avete visto Prè Letterio?--gli chiese.
--Sì, lo vidi e da lui ebbi la dolorosa conferma di quanto sospettavo.
--Vi disse ch'io gli avevo scritto?
--Fece di più: volle ch'io conoscessi il tenore della vostra lettera.
E, interpretando giustamente l'atto con cui la giovane accolse tali parole, soggiunse subito con islancio:
--.... E fece bene così, Loreta! Quel vecchio amico non poteva, anche condannandomi al più aspro de' dispiaceri, non offrirmi il modo di giudicare esattamente quale sia oggi la vostra posizione e la mia. Nulla del resto in quella lettera che non vi onori; nulla che io non comprenda o di cui vi possa fare un rimprovero....
Ella levò il capo, vivamente.
--Grazie, Mattia, di queste vostre parole. Le aspettavo. Non potevo aspettarne altre dalla vostra lealtà. In questo momento così cattivo non mi potevate dare un più grande conforto!
--Loreta,--egli chiese dopo un istante, lentissimamente,--- e voi.... siete dunque decisa ad abbandonarmi?
--Lo debbo. Voi sapete se lo debbo.
--Si, è vero. Ma almeno, ditemi, non v'addolora affatto di lasciare la mia casa?...
--Se m'addolora, Mattia?... Pensate al bene che ho trovato nella vostra casa! Ero sola, non avevo più nulla; nè una speranza, nè un affetto. Qui ho ritrovato tutto: ho ritrovato la fede e il coraggio, ho compreso che la mia povera vita poteva avere ancora uno scopo. Vostra madre, dopo essere stata il buon angelo della mia salvezza, ha saputo insegnarmi colla parola e coll'esempio la virtù della rassegnazione. Ero felice, mi pareva che non avrei avuto a desiderarmi altro mai più, sentendomi come risorta ad una nuova esistenza così confortata e serena! E mi chiedete se mi addolora di lasciare la vostra casa! Ne escirò, Mattia, perchè così il destino ha voluto, perchè il mio onore me lo impone e la pace nostra lo esige. Ma ne escirò benedicendo la ospitalità che vi trovai, portando con me il più caro ricordo, e serbando nel mio cuore incancellabile e adorata la memoria di vostra madre....
--E dove.... dove andrete?
--Non so. La Provvidenza m'assisterà ancora una volta. Porse Prè Letterio potrà giovarmi con qualche raccomandazione. In caso diverso.... ho il mio diploma di maestra.... Mi riammetteranno forse in qualche scuola.... Mi cercherò un lavoro.... Non si respinge chi chiede di guadagnarsi onestamente la vita.
--E questo destino non v'impaura?
--No.
--Ma sapete, Loreta, a quante difficoltà, a quanti pericoli voi volete esporvi?
--Sì, lo so.
Ella rispose in tal modo, calmissima sempre, piena di fede, senza abbassare lo sguardo.
Il Sant'Angelo intendendo tutta la nobiltà di quelle parole fu spinto irresistibilmente a dar manifestazione del suo sentimento.
--Siete forte, Loreta, io vi ammiro e v'invidio. Vorrei anch'io, in questo momento, poter dire come voi dite, essere forte come siete voi. Ma non posso. No, Loreta, non posso adattarmi all'idea che voi abbiate a lasciarmi così. In voi m'ero abituato ad amare colei che fu l'amica devota, il sostegno e il conforto della mia vecchia madre: in voi ho visto continuata l'opera gentile di lei quando Iddio me la tolse. Che cosa sarà ora di me? Che cosa diverrà la mia povera casa? Loreta, Loreta, non avete dunque pensato anche a questo, prima di decidervi a tale passo?
Ella taceva, assorta nel suo pensiero, col capo chino.
--Loreta, guardate!--proruppe allora il professore con una sùbita fiamma che salì ad imporporargli il viso --guardate, Loreta, è così doloroso, è così fatale per me questo momento, che io trovo ora il coraggio, che non ebbi mai, che credevo di non poter mai trovare, di confessarvi il segreto, che da sì lungo tempo io nascondo. Loreta, non potete lasciarmi.... per me voi siete tutto, siete l'unica persona al mondo in cui si sono concentrati i miei affetti.... Se mi mancaste, portereste via con voi l'anima mia, la mia pace, tutto me stesso....
Ed arrestandosi un istante e passandosi con gesto febbrile la mano sul fronte, quasi per calmarne l'ardore:
--Ah! Loreta,--prosegui egli con un'intonazione di mestizia,--ve lo giuro che non avrei voluto dirvi mai ciò che ora vi ho confessato. Ho sofferto atrocemente per tener sepolto in me il mio segreto. Confessarvi, o Loreta, io--che per gli anni miei potrei quasi esservi padre--il sentimento che avete destato in me, mi pareva follia indegna d'un uomo, il quale non abbia smarrito la coscienza di sè stesso.... Ebbene; questo coraggio io l'ho trovato: dinanzi alla vostra risolutezza, di fronte alla sorte che mi si prepara, io sento cadere ogni mia esitanza; io non vacillo pensando al rossore che ora m'infiamma le guance e vi dico, lealmente, come il cuore m'impone: Loreta, restate.... restate per amor mio!...
Ella aveva ascoltato, colpita profondamente dalla sincerità del suo accento. Poi quando ebbe finito e restò incerto, a fissarla con intenso ardore, attendendo una sua parola, ella piegò ancora una volta il capo tristemente.
--Restare!--mormorò quindi con un'amara inflessione di dubbio.
Al Sant'Angelo balenò allora l'idea ch ella avesse potuto fraintendere il vero significato delle sue parole.
--È un sacrificio che io vi chiedo, Loreta; lo so: era per questo che mille volte mi son sentito mancare l'animo di dirvi quello che mi stava nel cuore. Ma ora che ho parlato, non posso più nascondervi nulla; sento che adesso si gioca di tutta la mia vita: sento che tutto il mio destino è riposto ormai nelle vostre mani!
E afferratale la destra, con un repentino slancio, in cui la sua passione, per tanto tempo rattenuta, scoppiava finalmente senza freni, vittoriosa:
--Rimani, Loreta, rimani.... Non capisci che senza di te la mia esistenza sarebbe infranta? Non capisci che tu sei la mia pace, il mio solo pensiero, l'unico e caro mio amore?... Senti: è vero, io non ti posso più dare nè gli entusiasmi della giovinezza, nè le ebbrezze di un'anima ancora sorridente. Ma questo sì ti posso dare: un affetto puro, una venerazione costante che sarà la legge della mia vita, che non cesserà che coll'ultimo battito del mio cuore. Loreta, resta.... Tu sarai la mia compagna fida e adorata, l'arbitra della mia sorte, la regina della mia casa....
Mentre il professore diceva queste cose appassionatamente, stringendole forte le bianche mani, ella, guardandolo con molta tenerezza, aveva gli occhi gonfi di pianto.
--Siete generoso, Mattia. Non vi posso dire quanto bene mi abbiate fatto con la vostra profferta, di cui apprezzo tutta la grande nobiltà. Ma appunto per questo, no.... non posso accettarla!
--Non potete, Loreta, non potete?--chiese il professore con accento d'angoscia.
Ella non rispose subito.
--Dunque--egli insistè con voce ognor più commossa--voi sentite di non potere assolutamente concedermi il vostro affetto?
--Il mio affetto!--la giovane proruppe.--No, no, Mattia, non è questo. Chi mai conoscendovi ed apprezzando le vostre virtù potrebbe non amarvi? Qual donna non dovrebbe essere orgogliosa ed onorata della profferta che voi avete fatto a me ora con tanta sincera bontà? Mio Dio! sarebbe stato questo il mio bel sogno, sarebbe stato il mio paradiso....
--Ma allora.... allora?
--Non posso, non devo. Lasciate ch'io parta, Mattia, lasciate ch'io segua la mia stella cattiva!
--Loreta, per pietà, non farmi impazzire. Se tu dici che senti per me qualche affetto, che hai per me della stima, che la mia casa ti è grata.... ma allora perchè queste esitanze? Pensa, Loreta, al male che tu fai a me col tuo rifiuto, al male che faresti a te stessa! Qui c'è la pace per te e per me: qui vivresti onorata, potendo disprezzare ogni viltà dei cattivi.... qui, Loreta, avrai nella mia casa e nell'anima mia il posto che vi tenne mia madre....
--No, non dirmi questo, Mattia,--proruppe con accento commosso la giovane donna.--È una profanazione il ricordo che tu adesso richiami della santa tua madre.... Vedi, Mattia, è in nome di lei ch'io ti prego; lasciami andare, lasciami partire!
Egli abbandonò la sua mano ed ergendo la persona in atto di risolutezza:
--Ah! no, Loreta, non partirai! Dopo quello che m'hai detto non è più possibile che tu parta, lasciandomi col tormento di questi dubbi. Credi tu dunque che ora--sentendomi forte e felice nella certezza del tuo affetto--io non saprò difendere il mio avvenire? Ah! Loreta, non si vive com'io ho vissuto in preda a sì grandi angoscie per poter poi rinunciare così facilmente al bene, quando ci sembra di averlo al fine raggiunto! No. Tu devi dirmi quello che ti spinge a volermi lasciare: ho il diritto di saperlo e tu me lo dirai!
--Mattia, ciò che mi domandi è molto triste. Il ricordo che tu mi costringi ad evocare io volevo che fosse morto per sempre. È il mio passato, Mattia, che oggi risorge fra noi. È questo l'ostacolo che si frappone alla mia felicità!
Il Sant'Angelo restò calmissimo: una pietà profonda si dipinse sul suo nobile viso, che aveva ripreso l'abituale pallidezza:
--Il tuo passato, Loreta....--egli disse lentamente. --So ch'esso fu doloroso. Ma qualunque cosa in esso si celi, colle tue lagrime, col tuo lavoro, col sacrificio della tua giovinezza, hai conquistato il diritto dell'oblìo. Che tu sei buona e che l'anima tua è bella, questo io so. Che altro m'importa di sapere per amarti e per stimarti? Mi basta ricordare ciò che mia madre, che aveva pur letto ne' tuoi segreti, mi disse un giorno, già prossima alla sua fine, sognando di vederci uniti: "ama Loreta, non è indegna di te!" Ed io ti amo, Loreta, ed altro non ti chiedo. La parola di mia madre mi è sacra e mi basta!
La giovane proruppe in uno scoppio dolcissimo di pianto e, prese le mani del professore, fe' l'atto d'inginocchiarsi dinanzi a lui.
Egli la trattenne, l'attirò sul suo petto e ve la strinse forte, alzando gli occhi al cielo, con una soave letizia che pareva irradiarsi sul suo placido volto.
XI.
La notizia del matrimonio di Mattia Sant'Angelo con sua cugina Loreta Lambertenghi si diffuse rapidamente nel paese.
Agli amici veri e provati--e Mattia ne aveva certo di molti--essa giunse oltremodo gradita. "Era tempo (dicevano i più) che quel benedetto professore provvedesse ai casi suoi. Dopo la morte di sua madre faceva pietà vederlo. Almeno adesso tornerà a vivere tranquillo!"
Fra coloro, che facili a credere alle calunnie avevan negli ultimi tempi malignato sul conto suo e gli avevano perfino mostrato un certo riserbo, non pochi furon quelli che nell'apprendere la novella si compiacquero di potersi riconoscere in errore. "Già non era possibile (dicevano questi col facile senno da poi ed obliando assai disinvoltamente le loro stesse mormorazioni) che a casa Sant'Angelo avessero luogo le storie che si sono narrate!"
Ma chi in questa occasione se la godette un mondo fu il bravo conte Mangilli, che per il primo potè portare la notizia in "pieno campo nemico" ed anzi al quartiere generale, avente, come si sa, la sua sede nel Caffè della Posta a Tricesimo.
Non che il Mangilli dentro di sè avesse potuto far tacere neppur allora le convinzioni, che aveva sempre avute in fatto di matrimoni. Celibatario impenitente, pensava con una certa soddisfazione che lui non si sarebbe adattato giammai a quello che il Sant'Angelo faceva. Ma sebbene attaccato con tanta fermezza alle sue teoriche, ammetteva questa volta volentieri l'eccezione; e poichè il suo amico s'era risolto a quel passo per la propria felicità e per farla in barba ai cattivi, ne aveva sincero piacere.
--Prè Zuan ha da mangiarsi le mani!--disse il conte al professore.--Un miracolo se dalla bile non gli piglia un accidente!
E capitò al Caffè di Tricesimo proprio in momento buono. Don Morganti era più rosso del solito: per farsi passare il malumore della disdetta, che quella sera lo perseguitava accanitamente al consueto tresette, aveva già asciugato tra partita e partita un bel numero di quartini della fresca e bionda birra che la piccola fabbrica di Ospedaletto fornisce ai paeselli del circondario. Col virginia tra i denti e gli occhiali sul nasone scarlatto, il prete, col corpo un po' abbandonato sulla scranna, disfogava la sua stizza contro le carte, tirando giù delle invettive tanto fatte, di cui però nessuno pensava a scandalezzarsi essendo ormai formata da un pezzo l'abitudine di udirne da quelle labbra di più marchiane ancora.
Il Mangilli approfittò per lasciar "scappare il razzo" di un breve intervallo prima della "bella" ossia della partita che doveva essere l'ultima della giornata e nella quale prè Zuan dichiarava che avrebbe salvato l'onore delle armi.
Ma il "razzo" del conte Nardin ebbe effetto sì grande che la "bella" non ebbe più luogo. E fu tale lo sbalordimento del prete, che meglio per lui se la giocata fallì, poichè diversamente per quella sera l'onore delle sue armi, anzichè essere salvo, avrebbe toccato per certo qualche altra vergognosissima disfatta.
Ci fu taluno della comitiva, che tanto per non essere obbligato a dover riconoscere come con quella notizia fosse tappata la bocca a tutti quanti, volle far dello spirito e tentò di volgere la cosa in burletta. Spirito grossolano e burletta ben poco comica, di cui i più risero a pena a fior di labbro, mentre il solo prè Zuan strizzando d'occhio ai vicini con intenzione furbesca pareva ne avesse gustato oltre misura la lepidezza. E poichè altro non poteva, mise fuori, lentamente, senza darsene l'aria, con un tono loiolesco di bonaccione ingenuo, una di quelle facili insinuazioni velenose, che la situazione quasi naturalmente gli suggeriva.
Senonchè il conte Leonardo, che, dopo l'effetto del suo razzo, ci teneva a mettere un altro po' di rumore in mezzo alla comitiva sì degnamente presieduta dal Morganti, lasciò andare sulla tavola un pugno così sonoro, che fe' saltare le carte e per poco non mandò in rovina bottiglie e bicchieri. E con un piglio che non lasciava luogo a troppi commenti, dichiarò che in sua presenza non tollerava a danno dell'amico chiacchiere di quel genere, le quali non potevano essere calcolate che come la prova di un basso ed impotente livore.
E poichè il conte accompagnava la vigoria de' suoi pugni e la risolutezza delle sue parole con certe occhiatacce da basilisco assai poco incoraggianti alle repliche, il prete, che con quell'orso non se l'era mai fatta, si ritrasse anche questa volta per il primo; e gli altri mogi, mogi, gli tennero dietro non senza procurar di ammansare il conte con qualche timida assicurazione che essi, dopotutto, col professore Sant'Angelo nè rancori, nè inimicizia non avevano mai avuto.
Naturalmente che lo sfogo de' malumori, contenuto allora in via di prudenza per il riguardo dovuto a quello spiritato del Mangilli, ebbe modo di compiersi in tutta la violenza, ne' giorni successivi, allorchè la combriccola del Caffè di Tricesimo potè trovarsi raccolta in camera charitatis.
Allora il prete ne tirò giù di cotte e di crude e, dopo aver esaurito i più grossi improperî del suo repertorio, conchiuse coll'affermare, compiacendosi nella parte d'uccellaccio di malaugurio, che già della famosa felicità del professore non dava due palanche bucate ed anzi era pronto a scommettere che in men d'un anno "se ne sarebbero viste delle belle."
E col tossico sulla bocca, ridendo verde, il pretaccio continuò per lunga pezza sul tono istesso, anche facendo presente come quello gli paresse proprio il caso di preparare al Sant'Angelo una sonorissima sdrondenade, cioè quella serenata burlesca e fragorosa che per antica costumanza popolare, assai diffusa nelle campagne del Friuli, si fa a' vedovi quando vanno a nuove nozze e talvolta a' vecchi, che passano a matrimonio.
Ma don Morganti, a malgrado di tutte le sue astutissime manovre, restò questa volta con un pugno di mosche. All'ultimo momento anche coloro che per consueto si mantenevano fedeli nel fargli coro, gli defezionarono o con una scusa o con l'altra. Talchè il matrimonio del professore Sant'Angelo seguì fra le generali simpatie, senza che una sola nota discorde avesse in alcun modo turbata la serenità della festa.
Il matrimonio si fece alla chetichella: nelle prime ore del mattino, al duomo di Tricesimo, celebrando l'ottimo prè Letterio Prandina, venuto espressamente da Udine. Pochi amici si raccolsero poi in casa ad una bella refezione, ove si fecero degli allegri brindisi e si stapparono molte preziose bottiglie, dormenti già da varie decine d'anni sotto la polvere della cantina padronale. Poi gli sposi partirono per un breve viaggio a Venezia ed a Milano.
I pochi che assistettero alla cerimonia furono assediati da ogni parte da insistenti domande: come fosse la sposa, quale aspetto avesse avuto lo sposo e se ci fossero state delle "commozioni". La curiosità generale ebbe però pochissimo a godere. La cerimonia--tutti i presenti lo asserirono--procedette semplice, liscia, senza alcun particolare ad effetto. Una cosa soltanto era risultata chiarissima, anche a coloro che non l'avessero voluta vedere, ed era la felicità piena, manifesta, grandissima, dei due sposi.
Nè fu cotesta, vana apparenza. Il Sant'Angelo pareva rinato: nel breve volgere di pochi giorni si sarebbe detto che tutta la sua persona avesse subìto quasi un magico ringiovanimento: il sorriso, che da sì lungo tempo erasi spento sulle sue labbra, ora era riapparso mettendo un novello bagliore di vita nel suo volto sereno. Loreta sorrideva ella pure, senza parole, riconoscente a quanti si congratulavano, levando tratto tratto gli occhi pensosi con intensa espressione di gratitudine in faccia al suo sposo.
Questo la gente vide e narrò con grande stizza di coloro che per tali fatti si rodevano nella loro astiosa impotenza. Ma ciò che avrebbe messo ben più duramente a prova gli invidi fu quello che la gente non vide e non potè narrare: l'espansione viva di reciproco affetto, che i due sposi ebbero, allorchè, terminate appena le formalità della cerimonia, si trovarono novamente soli, nella pace della loro casa.
--Vedi, Loreta, rimettendo ora il piede qui dentro, mi pare che tutto sia cambiato. Tutto mi pare più bello, tutto mi par più sorridente....
Queste furono le prime parole, che il professore disse a sua moglie, con una grande semplicità, e che pur nella dolcezza infinitamente amorosa del pensiero, non disdicevano per nulla sulle labbra di un uomo come lui, già sì lunge dalla lieta età degli amori.
Ed obbedendo a quella gentilezza d'animo che gli era connaturata, volle, per un affettuoso pregiudizio, che prima di partire andassero insieme alla stanza che fu di sua madre.
--Qui per la prima volta ti lasciai intendere il mio affetto. Ora è compiuto il voto della mia povera madre. Che il suo nome, Loreta, ci porti fortuna!
Egli aveva gli occhi, nel dir ciò, pieni di lagrime:
--Perdonami, sai; in questo sono sempre un ragazzo. Ma guai, guai per me se ora non credessi che il tuo amore durerà costante: è la mia vita.... è tutto....
Loreta non rispose: risposero per lei i suoi occhi in cui c'era una intensa, leale promessa, che Mattia comprese e dalla quale gli venne all'anima la più viva esultanza.
E Loreta non mentì.
Da quel giorno ella fu veramente la compagna buona, previdente, esemplare, che il professore aveva sognato. La vita loro--che dopo il non lungo viaggio a Venezia e a Milano riprese il suo andamento ordinato--scorreva per entrambi in una dolce serenità. Loreta tutta alle cose domestiche, attenta all'oculata amministrazione de' loro poderi, instancabile e premurosa, veniva citata nel paese, dai coloni, dai vicini, come un modello d'ottima massaia. Il professore, ora, con animo tranquillo, s'era rivolto a' suoi cari studî per lungo tempo negletti e attendendovi con molta lena era giunto al compimento della sua opera sulle Zecche friulane, che un operoso editore di Udine si accinse subito a pubblicare.
Così trascorse un anno, ne trascorsero due; e il tempo, passato senza turbamento alcuno, parve ad essi breve come un lampo. Il modo della loro vita semplicissimo e modesto li metteva in sicurezza contro quegli assalti della malignità, che quasi sempre muovono dalle altrui invidie. E il prete Morganti, che rammaricavasi tra sè d'essere stato così bugiardo profeta, evitava di parlare del suo nemico, mascherando sotto l'aspetto dell'indifferenza l'aspettazione impaziente del giorno per lui avventurato, in cui qualche grosso nuvolone venisse ad addensarsi sulla casa dei Sant'Angelo.
Però per quanto il pretaccio spiasse nell'ombra l'arrivo del temporale e ne affrettasse il momento coi più cocenti voti, tutto parea congiurare perchè i suoi pii desideri non avessero soddisfazione. Anzi troppo spesso, in cambio di quanto stava nelle sue speranze, gli toccava d'invelenirsi il sangue sempre di più, per le molte contentezze che ai Sant'Angelo capitavano e per il bene che diceasi di loro in tutto il paese.
E per vero eran sì nobili e frequenti gli atti di munificenza, che il professore, secondo l'antica tradizione della famiglia, esercitava, da conciliargli con la gratitudine de' beneficati la stima generale.
Cosi l'anniversario del suo matrimonio aveva egli voluto solennizzare con un'opera di carità tanto squisitamente pensata da doverne ottenere il plauso di tutti.
A Tricesimo mancava fino lì un asilo infantile regolato secondo le norme igieniche e didattiche, che si richiedono dalle esigenze odierne per siffatti istituti. Più e più volte il Comune, che pur provvede con lodevole larghezza alla scuola popolare, aveva progettato di aprire uno di questi stabilimenti desiderato vivissimamente da tutto il paese. Ma l'attuazione del progetto dovette essere sempre aggiornata per molte difficoltà, tra le quali non ultima la mancanza di adatti e corrispondenti locali.
Fu a questo che il Sant'Angelo volle provvedere offerendo al Municipio l'uso gratuito per un lungo numero d'anni d'una piccola casa ch'egli possedeva in capo al paese: la stessa casa dove tanti decenni innanzi i Sant'Angelo avevano cominciata la loro fortuna e dove qualche vecchio ricordava ancora l'antica caffetteria; in cui il nonno Sant'Angelo, col berretto di velluto e gli occhiali sul naso, recitava allegramente agli avventori le sue gustose strofette dialettali.
Con quanto plauso quest'atto nobilissimo fosse accolto non è da dire. Ma il professore non volle saperne di ringraziamenti, nè tollerò che si facesse in quel proposito pubblicità alcuna. Al sindaco e agli assessori, che vennero a manifestargli la riconoscenza del Municipio, rispose con molta semplicità pregandoli che di quell'argomento non si facessero altre parole e sforzandosi a convincerli come a conti fatti la sua offerta si risolvesse in una cosa di ben esiguo valore.
I soliti brontoloni del Caffè della Posta, ebbero un bello stillarsi i cervelli per esercitare anche in questo caso la loro parte di denigratori sistematici. Essi di meglio non seppero trovare, se non l'affermazione che dopo tutto il professore non faceva certo un grande sacrificio col cedere quella sua "vecchia baracca" dove, in mancanza d'inquilini, ballavano da gran tempo i topi. Però queste buone lane dovettero smettere per forza anche coteste asserzioni, quando s'avvidero com'esse facevano manifestamente ai pugni col vero. Per l'autunno seguente quella ch'essi chiamavano la "vecchia baracca" era bella e pronta per accogliere i piccoli allievi. La casina, ridipinta a nuovo e convenientemente ridotta alla novella destinazione, aveva un aspetto pieno di gaiezza. Due belle sale spaziose e chiare s'aprivano sopra un piccolo giardino; e sulla facciata bianca a grosse lettere nere spiccava la scritta ancor fresca di colore: "Asilo infantile municipale."
Il professore e sua moglie a quei preparativi prendevano il massimo interesse. Loreta, ricordevole sempre del tempo passato come maestra in istituti di quel genere, si compiaceva di cooperare anche da parte sua con qualche consiglio. E fu lei stessa che, attendendosi la maestra già nominata dal Municipio, provvide volontariamente di persona a parecchie minute disposizioni inerenti all'apprestamento dell'asilo.
E mentre il Sant'Angelo, un po' tra gli studî, un po' con tali cure, vedeva trascorrere tranquille le sue giornate, un altro e grandissimo motivo di consolazione gli era offerto dall'incontro insperato che la sua opera sulle Zecche friulane veniva trovando. L'editore aveva fatto le cose a modo: il volume, stampato con molta diligenza e con copioso corredo di tavole, era riuscito magnifico e nel corso di pochi mesi aveva raggiunto una diffusione superiore di assai a quanto avvenga di solito per una monografia d'interesse più che altro provinciale. Un cenno di calorosa lode, che il Friedlaender ne fece nella Archeologische Zeitung di Stoccarda, ebbe per effetto che molti eruditi della Germania se ne interessarono. I maggiori Musei d'antichità d'Italia e dell'estero ne commisero degli esemplari. E il Valussi, in una brillante sua appendice nel Giornale di Udine, citando cotesti fatti, conchiudeva a giusto titolo coll'asserzione avere il Sant'Angelo compiuta un'opera che onorava veramente la scienza italiana.
Il modesto erudito, che intorno a quel lavoro aveva speso tanti anni di pazienti e costose indagini, esultava a questi elogi. Ma non è a descriversi la gioia intensa ch'egli provò quando un bel giorno, chiamato cortesemente dal prefetto della provincia in Udine, ebbe da lui la comunicazione che il ministro dell'istruzione pubblica, riconosciuta la sua benemerenza, aveva chiesto per lui la croce di cavaliere.
Raccontando a sua moglie e all'amico Mangilli l'emozione da lui provata a quella inattesa notizia, il buon professore affermava candidamente la sua contentezza. Nè, parlandone con altri, velò in modo alcuno cotesto suo sentimento.
--Sarebbe una stupida ipocrisia se volessi ostentare indifferenza. La croce che il mio re mi manda sarà per me il ricordo più caro del lavoro a cui ho dedicato tanti pensieri.
E con una allegrezza da bambino, con quella semplicità cara e nobile, che era in lui tanto bella, scherzava con Loreta.
--Vedrai che figurona farà adesso al dì dello Statuto il tuo povero vecchio con la croce al petto! Quel giorno la barba bianca sfigurerà assai meno. E prè Zuan se mi vede.... colla croce sul petto.... figurati che occhiatacce!
E prè Zuan, senza aspettare che venisse il dì dello Statuto e che il professore gli passasse accanto colla sua brava decorazione, si rodeva già allora allegramente dalla bile. L'antica pretesa ad archeologo, a cui ostinavasi ancora il Morganti, a ore perse, tra la messa e il tresette, era stata la prima, la vera ragione dell'odio implacabile ch'egli covava contro il Sant'Angelo. Costretto cento volte a vedersi rinfacciati i madornali spropositi detti non solo, ma, quel ch'era peggio, stampati in qualche giornalucolo clericale della provincia: vistosi portar via dal professore per le sue collezioni parecchie anticaglie, su cui aveva posto l'occhio subodorando qualche buon commercio, ora le lodi della stampa e l'onorificenza che il Sant'Angelo aveva avuto, lo facevano addirittura uscir dalla pelle. Tanto, che incapace di contenere più a lungo il suo sdegno, se la pigliava con tutti: col governo, che regala a occhi chiusi titoli e croci al primo che capita; contro i "famosi liberaloni" che hanno ciò che vogliono; perfino contro il bravo Valussi, che almeno lui, giornalista vecchio ed onesto, avrebbe dovuto disdegnare di profondere a quel modo tante turibolate....
Il conte Nardin, che di tutte queste espettorazioni del prete ebbe notizia e che ormai provava un gusto matto--com'egli diceva--"a farlo ballare" pensò allora di prendere due piccioni ad una fava: dare una soddisfazione al Sant'Angelo e procurare all'altro un nuovo argomento di dispetto.
E per ottenere tale intento passò parola con alcuni membri del Municipio e con pochi altri fidati amici perchè nel giorno fissato per la inaugurazione dell'asilo, si improvvisasse una bella serenata al Sant'Angelo, con la banda comunale: sarebbe questa una dimostrazione di gratitudine per l'atto generoso da lui compiuto e in pari tempo un festeggiamento per la onorificenza da lui ricevuta.
La proposta del bravo conte fu accolta con grande trasporto. E tutto fu disposto assai bene senza che nulla ne trapelasse al festeggiato od alle persone a lui attinenti.
La sera di quella domenica in cui l'asilo fu inaugurato, a casa Sant'Angelo c'era un po' di festa. Intorno alla mensa, con pochi altri amici, sedeva il prè Letterio Prandina venuto da Udine a passare la giornata in campagna: sedeva il conte Nardin, che tratto tratto, facendo lo gnorri, gittava delle occhiate furtive fuor dal balcone, verso il paese, senza che alcuno sospettasse affatto a ciò ch'egli pensava.
E fu una sorpresa generale, proprio al momento in cui si sturavano certe vecchie bottiglie di moscato, l'udire lo scoppio di un'allegra musica a breve distanza dalla casa. Tutti balzarono in piedi e corsero alle finestre, curiosamente; e fu allora che si vide avanzarsi su per lo stradone in bell'ordine di marcia tutta la banda di Tricesimo, coi pennacchioni verdi alla bersagliera e un codazzo di gente dietro.
Quasi contemporaneamente entravano nella sala il sindaco ed altri cinque o sei signori del luogo; e al professore, che non capiva ancor nulla, spiegarono la ragione di quella improvvisata.
Inutile dire i ringraziamenti in cui il Sant'Angelo si profuse per quel pensiero gentilissimo. E inutile il descrivere l'allegria, con cui trascorse quella serata.
Bastarono i primi concenti della musica perchè da tutte le parti accorressero a frotte i contadini. E poichè il maestro, ritto in mezzo al circolo formato dalla sua banda nell'ampio cortile, attaccò sulla cornetta, ch'egli dirigendo suonava, una di quelle polche gioconde, che formano la delizia delle sagre paesane, si videro presto unirsi le coppie e principiare il ballo, animatissimo, caratteristico, colla calada, in cui i contadini del Friuli mettono una passione ed una grazia straordinaria.
Si ballò assai tardi, si fecero de' grandi evviva al Sant'Angelo, alla signora Loreta, a tutti, e si vuotarono due grossi barilotti del buon vinello asprognolo e leggiero, che i padroni di casa fecero portare nel mezzo del cortile affinchè ballerini e sonatori potessero di tratto in tratto rinfrescarsi la gola a ripigliar nuova lena per altre sonate ed altri balli.
Il Sant'Angelo fra tutti questi festeggiamenti era raggiante, non aveva più parole per ringraziare; stringeva le mani a tutti; voleva attribuire a tutti il merito della gentile affettuosa sorpresa.
E quando prè Letterio gli accennò con benevolenza a Loreta che affaccendatissima, rossa in viso, andava e veniva, intenta a far onore agli ospiti, il professore, volgendo verso di lei uno sguardo pieno di tenerezza:
--Sì, prè Letterio,--esclamò con accento profondamente sincero--non potrei essere più felice! È così grande la mia felicità, che quasi, ve lo giuro.... ho paura!...
XII.
Circa un anno dopo la festicciuola fatta al professore Sant'Angelo, una mattina che questi recavasi col suo cavallino alla volta di San Daniele, dove aveva a consultare alcuni codici di quella piccola ma preziosa biblioteca comunale, fu vivamente sorpreso allorchè passando dinanzi all'antico palazzo dei Morò-Casabianca vide insolitamente spalancati tutti i veroni e diverse persone, in animato andirivieni per il cortile e dinanzi agli stallaggi, affaccendatissime nel seguire gli ordini, che il fattore, in maniche di camicia e col cappellone di paglia indietro sulla nuca, veniva impartendo con grande importanza.
Il Sant'Angelo, colpito da codesto movimento così inconsueto, fermò un istante il carrozzino in mezzo alla strada e fe' un cenno al fattore con cui era in ottima conoscenza.
Questi, che subito lo vide, gridò ai contadini qualche altro ordine perchè non avessero a perder del tempo mentr'egli si assentava e, facendosi vento col cappellone che s'era tolto, venne premuroso a dare il buon giorno al professore.
--Novità grandi, signor professore, novità grandi!
--Lo vedo. Che è dunque avvenuto?
--Niente di meno che il palazzo ha cambiato padrone!
--Davvero?
--Una cosa improvvisa. Si figuri che non più tardi di iersera mi capita da Udine un ordine dell'amministratore,--sa bene, il dottor Gigi Franzolini,--che si metta tutto in assetto, che si dia aria alle sale, perchè tra domani e posdomani ha da capitare a veder il palazzo il nuovo proprietario.
--E chi è?
--Chi diamine lo sa! Quel benedetto dottor Gigi, lei lo conosce.... Un angelo d'uomo, ma ci vogliono le tanaglie a tirargli di bocca le parole. Se scrive poi.... peggio che peggio!
E il fattore, che di quella notizia era tutt'altro che edificato, non iscorgendo nell'annunciato mutamento se non una minaccia alla pacifica e quasi indipendente sua vita, attaccò a questo punto una serie di considerazioni, le quali, sebbene fondate su pure ipotesi, non avrebbero per certo potuto tornare più sfavorevoli al nuovo proprietario.
--Abbiate pazienza, caro Beppo, il diavolo non sarà forse tanto nero! Poi da oggi a domani non è un secolo da aspettare per cavarsi la curiosità!
--Ha un bel dire, lei! Ma colla pace che si aveva!... Non vede che baccano c'è già adesso!
E il buon fattore, avvezzo alla tranquillità solenne del vecchio palazzo, gettava uno sguardo pieno di egoistico rimpianto verso le finestre tutte spalancate, presso alle quali scorgevansi tratto tratto la fattoressa e le sue ragazze intente a spolverare mobili e cortinaggi.
Il professore, comprendendo benissimo come il fattore, preso l'abbrivo, sarebbe andato chi sa fin dove con la litania degli omèi, stimò bene di tagliar corto con un saluto scherzoso, scotendo le redini sulla groppa del cavallino.
--Niente paura, niente, paura. A reviodisi, Beppo.
--Mandi, sior cavaliere.
Il Sant'Angelo, che de' fatti altrui s'interessava assai poco, non s'occupò più che tanto circa il nuovo proprietario del palazzo Morò-Casabianca e ne' giorni successivi, non avendo occasione di passare da quelle parti, neppure gli cadde in pensiero d'informarsi se l'atteso fosse arrivato.
Una mattina, verso la fine di quella settimana, mentre lavorava nello studio intorno a una collezione di cammei recentemente scoperti in Aquileia, udì ad un tratto entrare nel cortile una carrozza, in cui doveva essere della gente forastiera a giudicare dall'abbaiamento con cui l'accolse prè Zuan che dormiva come di consueto al sole presso la cancellata.
Il Sant'Angelo si levò subito, e fattosi alla finestra vide scendere da un legnetto, che il fattore del palazzo Morò-Casabianca guidava, un signore forastiero: alto della persona, magrissimo e pallido, vestito d'un abito completo di stoffa grigia, colle mani guantate. Vide poi la Vige uscir dalla cucina e avvicinarsi, chiamata da un gesto cortese, al forastiere, che sorridendo nello scorgerla farsi più rossa del fazzoletto di cambrì che aveva sul capo, trasse di tasca un elegante portafogli e toltone un biglietto di visita glielo porse, perchè lo portasse al padrone.
La contadina sbattendo con gran romore i suoi zoccoli di legno sui ciottoli del cortile e poi sul selciato del portone, fu in un lampo nello studio.
Il Sant'Angelo, che si era avviato ad incontrarla, prese il biglietto e gittatovi appena uno sguardo fe' un atto di profonda meraviglia. Il nome che aveva letto era questo: Conte Alvise Polverari-Nathan.
Con molta sollecitudine il professore mosse verso l'uscio, sul quale l'ospite in quel momento appariva.
--Il professore Sant'Angelo?
--Son io, signor conte,--rispose il Sant'Angelo inchinandosi profondamente.
--Ella vorrà perdonarmi, professore, se io mi permisi di venirla a disturbare. Il mio avvocato, il dottor Franzolini di Udine, mi ha parlato sì lungamente di lei, ieri, mentre mi accompagnava al palazzo Morò-Casabianca, di cui--non so se Ella lo sappia--io sono venuto ora in proprietà come erede di una mia zia paterna, la contessa Polverari-Nathan. Quando seppi com'Ella avesse il suo domicilio in queste campagne, ebbi subito il desiderio di poterle stringere la mano. Il suo nome, professore Sant'Angelo, mi è noto per più ragioni: amante com'io sono degli studi storici, non le farà meraviglia, ch'io la conosca per la sua bella fama di scienziato; poi, nella famiglia mia io ho imparato a conoscere il suo nome per tanti ricordi....
--Le son grato, signor conte, per la cortesia infinita delle sue parole. Ma più grato ancora per la gioia ch'Ella mi volle dare onorando la mia casa. Chi reca il nome venerato, ch'Ella porta, non può essere che l'ospite più caro e più desiderato dei Sant'Angelo! Non le posso dire la viva emozione ch'io provai ora nel leggere questo biglietto....
E deponendo il biglietto, che ancora teneva tra le mani, invitò il conte ad entrare ed a prendere posto.
Il forastiero, con modi assai disinvolti nella loro perfetta distinzione, si sedette sur una seggiola accanto al tavolo da lavoro.
--La ringrazio di queste parole, professore, che mi danno prova della sua bontà. Io comprendo che per gli antichi rapporti, onde furon vincolate le nostre famiglie--rapporti forti e sacri, di cui il tempo non può aver cancellata la memoria--il leggere il mio nome le abbia recato sorpresa. Tale sorpresa però deve essere stata ancor maggiore dopo le tante voci che son corse sul mio conto e di cui per fermo qualche eco le sarà giunta. Non è egli vero?
Il giovane ebbe un lieve sorriso nel fare cotesta domanda.
--Debbo confessarlo,--l'altro rispose.--È da lunghi anni che io non potei più avere, per quanto desiderate, precise notizie sul conto suo. Non è da stupirsene quando si pensi alla mia vita: sepolto sempre in queste campagne, segregato da tutti, tra i miei studî e la famiglia. Tuttavia avevo saputo del suo tramutamento all'estero, de' viaggi intrapresi in paesi lontani: indi, appena qualche voce assai vaga, che mi lasciò in piena incertezza sulla sua sorte.
--So quante cose si dissero in Europa sul conto mio e di quali avventurosi romanzi venni fatto l'eroe. Secondo alcuni avrei contratto uno splendido maritaggio a Valparaiso con la figlia di un ricchissimo armatore spagnuolo--e sarebbe stato meno male!--secondo altri avrei trovato la morte, una tragica morte, colto con alcuni arditi viaggiatori italiani, in un agguato di indigeni, sulle rive del fiume Darling in Australia. A dar vigore a coteste voci deve aver contribuito il nome di Nathan (appartenente anche a un illustre viaggiatore irlandese) che io dovetti aggiungere al mio nome di famiglia, per patto di adozione, allorchè mia zia, la contessa Maria-Luigia Polverari, rimasta vedova del barone Nathan di Londra, volle con questo mezzo generoso assicurarmi l'eredità del suo vistoso patrimonio. Se però le cose da romanzo narrate di me ebbero sì poco fondamento nella verità, le assicuro, professore, che la mia parte di avversità e di dolori l'ho avuta purtroppo anch'io.... Sono ancor giovane, ma le giuro che ormai sono ben poche le illusioni che mi rimangono.
--Non dica questo. Quando si ha la sua età ed un nome come il suo, non è lecito parlare con tanta amarezza e con tanta sfiducia. Poi,--perdoni alla mia franchezza,--da quanto appresi finora da lei stesso....
Il professore ruppe a mezzo la frase con una delicata reticenza.
--Sì, comprendo ciò che Ella vuol dire!--il conte soggiunse subito.--La mia posizione è per fermo tale che da molti mi potrebbe essere invidiata. Sono ricco, ho un nome antico e illibato, potrei aspirare ancora a qualche brillante carriera. Ma, che vuole? Con tutte le mie ricchezze non posso essere felice. Si direbbe che un astro maligno mi abbia accompagnato per tutta la vita, dall'ora della mia nascita.... sempre. Ella sa in quali momenti dolorosi per la mia casa io son nato!
All'evocazione di quel ricordo il professore sentì una stretta al cuore. Tutte le memorie che nell'anima sua duravano conservate con alta e pietosa religione filiale, si ridestarono in folla nel suo pensiero. Mai forse come in quell'istante egli ricordò con ardente commozione il nome del gentiluomo eroico e generoso che, sentendo con pari nobiltà l'amicizia e l'amor della patria, gli ebbe salvo un giorno, col sacrificio di sè stesso, il padre suo.
Incapace di trovar una parola che valesse a manifestare la intensità profonda del suo sentimento, il Sant'Angelo afferrò la destra del suo ospite e gliela strinse forte, tacitamente.
Il giovane mostrò d'aver compreso tutta la gentilezza ch'era in questo atto e come spinto da esso ad un confidente abbandono, proseguì subito con una malinconica e toccante serenità narrando i tristi particolari--in molta parte non ignoti al Sant'Angelo,--che avevano accompagnato la sua nascita e gli anni suoi infantili.
Sua madre, Laura,--una contessa Rezzonico di Vicenza--donna di fibra gracilissima e di temperamento eccezionalmente sensibile, erasi unita assai giovane in un matrimonio di puro amore al conte Gottardo Polverari. I medici, che nella salute di lei sempre malferma,--fatti esperti da sconfortanti prove del passato--avean già temuto di scorgere i segni di un fatale morbo gentilizio, sperarono bene da quell'unione. E per vero la salute della giovane sposa parve ritemprarsi nella felicità matrimoniale che la nascita di una bambina venne a rendere ancor più perfetta. Così trascorsero alcuni anni placidamente. Ma le gioie domestiche non bastarono a far obliare al conte Gottardo altri doveri ed altri affetti. Discendente da una vecchia famiglia, ricca di generose tradizioni patriottiche, doveva egli condividere i forti entusiasmi, che in quegli anni belli e fatali, destavano un concorde palpito di speranza in tutta la gioventù d'Italia. Animoso ed ardente gli parve dovere di rispondere egli pure alla gran voce della patria, di cooperare anch'egli all'intento comune. La sua sposa, conoscendo l'animo di lui, non l'avversò ne' suoi divisamenti; nè lo rattenne; ma, antivedendo i pericoli, ne' quali per l'indole sua ardimentosa si sarebbe avventurato, cominciò a soffrire tacitamente, oppressa da mille sinistri presentimenti, torturata da continue angoscie, superiori di troppo alla fragile sua fibra, specie in quel tempo, in cui essendo prossima a divenir madre per la seconda volta, avrebbe dovuto, come molto le era raccomandato, sfuggire ogni forte emozione.
I presentimenti di donna Laura non tardarono ad avere aspra conferma dai fatti. In una notte invernale il palazzo fu invaso dalla polizia: non ci fu angolo più riposto che gli agenti con rude fiscalità non avessero perquisito: poscia la povera donna, quasi pazza dallo spavento, s'era vista strappare a forza dalle braccia il suo sposo, il quale anche in quegli estremi momenti, pur sapendo di essere perduto, non venne meno nè per un atto nè con una parola alla fermezza nobilissima del suo carattere.
Fu sotto il peso di coteste terribili emozioni che la contessa, colpita da fierissima febbre, pochi giorni dopo l'arresto del consorte, si sgravò prematuramente di un bambino, che per la grande sua gracilità pareva votato alla morte: Alvise.
--Così io nacqui. Fu un miracolo della scienza e dell'amor materno che mi sottrasse alla morte. Ma se questa vittoria fu la consolazione di mia madre, lei, la povera donna, era ben lunge dall'aver coscienza dell'infausto dono che mi venne fatto col serbarmi alla vita. Erede di quel germe funesto, che mia madre portava seco dalla sua famiglia, il complesso delle circostanze da cui la mia nascita fu accompagnata non poteva che rendere più fatale il retaggio che mi era riserbato....
E indovinando da un gesto del professore l'intenzione che questi aveva di interromperlo pietosamente:
--No, no,--proseguì con dolcezza,--mi lasci dire, professore. Io non m'illusi mai, neppure quando taluno de' più insigni clinici, ch'io volli consultare ne' miei viaggi, tentò di ingannarmi con qualche frase benevolmente mendace. Poi....--in questo almeno ebbi la fortuna di rassomigliare a mio padre,--non fu certo l'idea della morte che turbò mai la serenità del mio spirito. Furono ben altre le ragioni che mi fecero trascorrere così poco lieta la mia giovinezza!
E con appassionato accento egli riepilogò la sua vita, fatta quasi interamente di dolori, non arrisa che da poche e fuggevoli gioie: tutta la sua vita, dal giorno in cui seppe la rassegnata morte del padre, da lui mai conosciuto, nelle carceri austriache di Theresienstadt, ai giorni luttuosissimi in cui vide successivamente spegnersi, vittime entrambe del medesimo inesorabile morbo, prima la sorella, pia e dolce fanciulla non anco ventenne, quindi poco appresso la madre.
--Allora mi diedi ai viaggi, cercai una distrazione nello studio, procurai di obliare tante traversie, avendo, in mezzo ad esse, un unico ma infinito conforto: l'affetto di una sorella di mio padre, da lunghi anni domiciliata in Inghilterra, la quale--vedova da poco del barone Nathan, già ambasciatore britannico in Austria e in Francia--ebbe per me cure e tenerezze veramente materne.
E qui, dopo un breve intervallo, ritrovò il sorriso melanconico di poco prima.
--Quante tristezze le ho narrate, professore. Peraltro me lo deve perdonare. Non so perchè, ma mentre io era venuto qui con tutt'altra intenzione, la sua presenza, le sue parole, la sua bontà, mi obbligarono quasi a queste mie confidenze. Che vuole? Si obbedisce spesso, anche senza volerlo, a certi moti dell'anima, i quali del resto non ingannano mai. Varcata appena la sua porta io mi sono sentito in una casa amica ed ospitale....
--Oh! questo sì! Ella non s'è ingannato, signor conte. È questa la casa sua.... e se vorrà ritenerla tale sarà per me l'orgoglio maggiore e la gioia più cara.
--Grazie, glielo credo e gliene sono gratissimo. Quando venni qui da Venezia, ove mi recai per la cura de' bagni, avevo divisato di rimanervi per poche ore soltanto: il tempo di vedere questo possedimento di Morò-Casabianca, che mi venne dall'eredità di mia zia. Ma le confesso che ora ch'io vidi questo storico palazzo e queste belle campagne, ne restai così innamorato da non saper decidermi a partire.
--Morò-Casabianca le piacque?
--E come altrimenti? È un palazzo veramente signorile. La posizione ne è quanto mai pittoresca.... Poi.... le antichità che racchiude, le leggende che corrono....
--Sa già anche questo?
--Non vuole? Prima l'avvocato Franzolini.... quindi il fattore.... Ah, quest'ultimo una vera macchietta di chiacchierone, però tanto simpatico e intelligente! Anzi, appena arrivato, dichiarandosi incapace di spiegarmi lui ogni cosa, ha avuto un bellissimo pensiero, di cui proprio gli fui riconoscente.
--Quale?
--Quello di farmi trovare sul tavolo della mia stanza un suo opuscolo, professore, sul palazzo Morò-Casabianca: una monografìa perfetta, ch'io lessi con profondo interesse ed alla quale, glielo confesso, debbo in gran parte il mio desiderio di fermarmi qui per qualche tempo.
--Ecco, signor conte, una delle poche soddisfazioni che io dovrò a quel mio lavoretto. Però--a parte il mio amore per questi luoghi dove io son nato--è certo che Morò-Casabianca è d'un interesse storico veramente prezioso. Basterebbe la sala dei quadri....
--Stupenda da vero. Le due tele rappresentanti la battaglia di Bacile e la consacrazione del duomo di Venzone.... Stile purissimo di scuola belliniana.
--Opere ch'io affermerei dovute ad uno de' migliori allievi di Pellegrino da San Daniele, quando non siano del maestro stesso....
Posto così sul terreno dell'arte, il professore parlò lungamente de' pregi dell'antico palazzo, delle sue origini, de' suoi oggetti artistici, della sua architettura, delle varie famiglie che ne ebbero la proprietà.
Il conte l'ascoltò con molta attenzione.
--Vede bene, professore, che dopo queste illustrazioni, avute dalla viva sua voce e venute da fonte così competente, io devo sentirmi ben lieto di essere ora in possesso di quel palazzo. E comprenderà come mi sia cresciuto il desiderio che già provavo di farvi una più lunga dimora. Ma fra le molte cose che a ciò mi invitano mi lasci ch'io le dica come sia primissima la speranza della sua compagnia.