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Il peccato di Loreta

ALBERTO BOCCARDI (continued 3)

Reading edition

--Ella mi confonde.

--Io le sarò ben riconoscente se mi vorrà dedicare qualche breve ritaglio del suo tempo. Di quante cose potremo parlare! Quanti ricordi potremo richiamare, insieme! E quanto conforto mi sarà di ripensare con lei ai fatti del passato! Me lo promette?

--Con tutto il mio cuore e con la più grande esultanza! E si strinsero amichevolmente, con reciproca espansione, le destre.

Ancora il conte Alvise, girando gli occhi curiosi intorno allo studio, s'interessò alle collezioni che vi erano adunate: parlò con enfasi della bella pace che colà regnava suadente al lieto raccoglimento degli studi: accennò al suo desiderio di poter prendere cognizione esatta delle molte antichità ivi raccolte e, fattosi reiterare la promessa che il professore si sarebbe recato presto al palazzo, promise di ritornare tra non molto alla villa.

--Io l'attenderò sempre con piacere, signor conte. E quando vorrà onorarmi la prossima volta, sarò lieto di presentarle anche la mia signora, che oggi--sa bene... giorno di mercato...--da brava massaia s'è recata a Udine a fare le sue spesucce.

--Ne sarò lieto veramente. E... a quanto prima.

--A quanto prima.

Così, affabilissimamente, come due amici di data già antica, il professore ed il conte si accommiatarono.

Il Sant'Angelo volle accompagnare l'ospite fino al carrozzino e poichè egli vi fu salito accanto al fattore Beppo, che in quel frattempo s'era rinfrescato il becco con un buon bicchierone di vino preparatogli dalla Vige sotto la pergola, rimase a lungo sulla spianata dinanzi alla casa finchè il veicolo si perdette tra il verde della campagna alla girata del colle.

Loreta non rientrò che mezz'ora più tardi.

Il professore, che la stava attendendo un po' impaziente, ebbe un senso di apprensione quando la vide scendere dal calesse. La signora, partita alla mattina d'ottimo umore, scherzando, con una ciera che parlava di salute, aveva ora pallidissimo il viso e mostravasi in preda ad una insolita agitazione.

Il Sant'Angelo notò tosto tale cambiamento e impressionato ne la richiese de' motivi.

--Che hai, Loreta, stai male? Mi sembri turbata.

--Sì, non so che cosa sia. Strada facendo, senza che me ne possa spiegare il motivo, fui assalita da un forte capogiro. Forse il sole.... Ma non è nulla. Ora non me ne risento affatto.

Con uno sforzo sopra sè stessa Loreta volle mostrarsi indifferente. Parlò con diffusione al marito di vari interessi domestici, degli acquisti fatti in Udine; dell'incontro avuto con parecchi loro amici. Poi, quando la Vige venne ad avvertire che il pranzo era pronto, si pose a tavola, affettando un'ilarità che evidentemente non avea.

Ma non potè mangiare. Dopo poche cucchiaiate di zuppa dovette smettere.

--Non so che cos'abbia. Mi sento così nervosa. Guarda un po' dopo tanto tempo! Se questi miei benedetti nervi dovessero tornare a farne delle loro!

La sua voce tremava nel profferire questi scherzi. E il professore nell'intento di distrarla da coteste idee, cominciò a narrarle i fatti occorsi in quella giornata.

--Sai che ho ricevuto la visita del nuovo proprietario di Morò-Casabianca?

--Davvero?--ella chiese con accento che voleva apparire tranquillo.

--Sì, avrebbe voluto conoscerti. Si trattenne a lungo con me e promise di ritornare presto. Se sei rientrata per lo stradone di Tricesimo devi averlo incontrato, Partì di qua mezz'ora prima del tuo ritorno....

--Nel carrozzino del fattore Beppo?

--Appunto. Un giovanotto pallido, alto, assai magro, tutto vestito di grigio....

--Sì, lo incontrai infatti, al crocicchio di Leonacco, davanti alla villa dei Prampero...,

--Figurati la mia sorpresa. È il figlio dell'amico più caro, del salvatore del mio povero padre. Un gentiluomo veramente perfetto..., il conte Alvise Polverari di Verona.

A questo nome Loreta parve colpita e un lieve tremito contrasse per un momento le sue labbra.

Ma fu meno d'un istante. Ella trovò subito una frase qualunque per continuare il dialogo. E il Sant'Angelo per lungo tempo si abbandonò, come il suo cuore voleva, a parlare con calda animazione de' molti ricordi, che in quella giornata, per l'arrivo dell'ospite inatteso, gli erano risorti così vivi nel pensiero.

XIII.

Mattia Sant'Angelo non volle porre un indugio troppo lungo nel recarsi a restituire la visita al conte Polverari, spinto a questo, assai più che da un mero riguardo di convenienza, dal sentimento di schietta simpatia che il forastiero avea fin dal primo momento destato in lui.

Discorrendone con Loreta non rifiniva di lodarne i modi squisiti, la cortesia del parlare, la bontà che tralucea evidente da' suoi lineamenti così nobili. E per poco non s'impazientì allorchè la signora, accampando qualche pretesto, gli diè a comprendere con velati accenni com'ella sarebbe stata lieta di vedersi evitato l'imbarazzo di una presentazione.

--Che vuoi? In tanti anni che faccio questa vita ritirata son divenuta quasi una selvaggia. Trovarmi innanzi a delle persone forastiere di tanto merito e di tanta levatura....

Il professore da prima un po' contrariato volse la cosa in canzone;

--Già, già, si capisce. Prima di tutto sei troppo brutta.... poi, tutti lo sanno che sei una povera sempliciona, incapace di mettere insieme quattro parole.... E vero, signora Sant'Angelo, che la cosa sta proprio così?!

--Non dico questo, ma....

--Ma... invece io le dirò che tutti questi non sono che dei pretestucci senza senso comune. La signora Sant'Angelo, checchè se ne dica, è ancora un bel fior di donnetta; di più, quando voglia, dello spirito ne ha da vendere non che a una ma a venti signore di città. Si metta dunque l'animo in pace. Sono pronto a rispondere io che anche davanti al conte Polverari non farà la brutta figura che teme. Anzi son certo che l'ospite nostro non potrà che rivolgermi degli altri complimenti per la mia brava moglietta!... Con tutto questo, il giorno in cui il Sant'Angelo, recatosi a Morò-Casabianca, ne ritornò sull'imbrunire insieme al conte che lo volle riaccompagnare con i suoi cavalli, Loreta sfuggì l'occasione di farsi vedere. Appena ebbe avvertito, dalla spianata dove lavorava, l'avvicinarsi della carrozza, fuggì lesta in camera sua, ordinando alla Vige di dire all'ospite, ove chiedesse di lei, trovarsi ella ritirata nelle sue stanze in causa d'un forte male di capo.

Il conte infatti non mancò d'informarsi sul conto suo con una certa insistenza. Poi, affermando di non voler riuscire di troppa molestia, ringraziato il professore della sua visita e salutatolo con espansione, risalì in carrozza e riprese direttamente la strada del palazzo.

Verso Mattia la signora si scusò anche questa volta dicendo che, sorpresa da quella visita, non avrebbe potuto farsi vedere, come trovavasi, in assai dimessi abiti di casa. Senonchè il professore, vôlta un'occhiata alle vesti semplici ma linde, che come sempre anche in quel giorno ella portava, non potè trattenersi dal farle un aperto rimprovero per l'atto suo, il quale poteva, ciò che altamente gli sarebbe doluto, dar luogo a qualche non lusinghiera interpretazione.

--Ti ho detto già quali legami mi stringono a questo forastiero. Sai il piacere che ho provato nel vederlo in casa mia. Dovrebbe bastare questo per forzarti, anche quando ciò ti riesca di noia o di peso, a non usargli da parte tua un tale contegno!

Abituata ai modi inalterabilmente dolcissimi del marito, Loreta comprese, dal tono serio con cui pronunciò queste parole, come egli avesse provato per causa sua una reale contrarietà.

Ella parve di ciò vivamente turbata e, con le guance accese da un subitaneo rossore, si scusò ancora, promettendo che per quel riguardo non gli avrebbe dato ulteriori motivi di farle rimprovero.

--Meno male!--esclamò allora il professore.--Se tu sapessi quante volte il conte oggi stesso mi ha chiesto di te! Gli feci presente che vi dovevate essere incontrati ier l'altro sul crocicchio di Leonacco. Se ne ricordava. Però l'incontro è stato così momentaneo--pare proprio alla svoltata dello stagno--che egli nella rapida corsa de' due carrozzini non potè distinguere se non vagamente una signora con un velo in capo, e seppe dal fattore Beppo chi tu fossi, solo quando il nostro calesse era già sparito dietro le ultime case del villaggio.

Loreta si limitò a rispondere con qualche monosillabo di conferma. E il discorso non ebbe sèguito. Anzi parve che per tutta quella sera la signora, la quale del resto accusava di sentirsi poco bene e perciò punto disposta a discorrere, avesse voluto di proposito evitare che l'argomento fosse ripreso.

Come tutta quella sera, così il giorno appresso Loreta si mostrò nervosissima. Mentre il professore ritirato nelle sue camere attendeva nelle ore consuete ai proprî studî, la signora andava e veniva per la casa, senza trovare il destro di porsi alle solite faccende, mostrando una grande impazienza nel dover ascoltare i fittaiuoli, che come sempre in autunno venivano a recare le loro derrate coll'inevitabile accompagnamento di querimonie per la lunga siccità o per i troppi calori, che avevano rovinati i raccolti.

Ogni volta che il rumore di qualche ruotabile s'udiva per lo stradone e che prè Zuan balzava dal sonno mettendosi ad abbaiare, Loreta aveva quasi uno scotimento di tema. Ed era in tutti i suoi atti, come ne' suoi lineamenti, una così marcata inquietudine, che la Vige, colpita vivamente e senza tuttavia arrischiarsi di moverle domanda alcuna, la sbirciava di sottecchi con profonda curiosità.

L'incontro col conte Polverari avvenne però in modo assai diverso da quello che Loreta s'attendeva e in un momento in cui ella vi era meno preparata. E fu due giorni dopo, una domenica, al termine della messa grande, che si celebra nel duomo di Tricesimo alle dieci del mattino.

Scendeva Loreta i gradini della chiesa insieme a un gruppo di signore sue conoscenti, quando notò dinanzi al municipio, in unione a suo marito, che ve la stava attendendo come ne aveva costume, il nuovo proprietario di Morò-Casabianca.

Il gentiluomo, vestito d'un elegante abito chiaro di campagna, pallido in viso, coi grandi mustacchi bruni che davano al suo tipo una certa marziale fierezza, parve un po' turbato nel vederla. Ma, corrispondendo disinvoltamente a un avvertimento che in quell'istante gli movea il professore, s'avvicinò subito, seguendolo, verso la signora, portando la mano al cappello.

--Ecco mia moglie, conte.

E quindi a lei sorridendo:

--Il conte Alvise Polverari-Nathan, di cui ti ho già tanto parlato....

La signora fissò in volto al forastiero i suoi occhi lucenti e si fece smorta sotto la veletta che le copriva il viso.

Il Polverari s'inchinò profondamente e subito, con molta scioltezza, le porse la mano:

--Signora, io sono ben lieto di fare la sua conoscenza. Col professore noi siamo già,--(e volgendosi a lui) posso dirlo, non è vero?--ottimi amici. Sarò felice se di pari cortesia vorrà onorarmi Ella pure.

Loreta tardò un istante a rispondere--ciò che Mattia interpretò come conseguenza del naturale imbarazzo di lei al cospetto del forastiero;--ma lo fece quindi con voce ferma e con una frase felice:

--Gli amici di mio marito non possono che essere i benvenuti nella nostra casa. Ella poi, signor conte....

Alvise non la lasciò proseguire, ringraziò vivamente per la sua bontà; indi, seguendo con essi la via, si mise a parlare d'altro togliendo argomento dal lieto spettacolo che presentava il paese nell'animazione festiva, dalla bellezza delle contadine, che coi fazzoletti di tinte fiammanti, legati pittorescamente al capo od annodati con grazia intorno al collo, raccoglievansi in crocchi sulla piazza, scherzando tra loro ed occhieggiando coi loro dami.

--Non possono credere come a me piaccia questa bella e semplice vita delle campagne....

--Ella è un artista, signor conte, e quindi lo si capisce,--rispose il professore.--Però devo riconoscere io pure che quassù in questo nostro Friuli, a torto forse non ancora abbastanza conosciuto dagli altri fratelli italiani, la natura è bellissima, il popolo è pieno di cuore e gli usi vi sono pittoreschi veramente.

E l'ottimo Sant'Angelo, che nell'intenso amore per la sua terra stimavasi felice tutte le volte che gli era offerto il modo di metterne in luce i pregi, accennò subito al forestiere esservi appunto in quella domenica un'occasione eccellente di assistere--ov'egli ne avesse avuto vaghezza--ad uno dei più giocondi e caratteristici spettacoli della vita popolare in quelle campagne: la sagra d'autunno a Nimis, piccolo ma amenissimo paesello nel distretto di Tarcento.

--È una delle più belle sagre dell'alto Friuli. L'allegria ne è così tradizionale che la gente vi accorre a frotte e non solo dai luoghi del circondario, ma da Udine, da Cividale, da Gemona. È un quadretto che merita la pena d'essere veduto. Per noi stessi che vi andiamo ogni anno, è sempre una festa a tornarci. Non è vero, Loreta?

La signora assentì.

--Anche a Morò-Casabianca me ne fu già parlato. Il mio bravo fattore, che sanno bene come ha abbondevole la parola, me ne ha già descritto ier sera con entusiasmo le meraviglie.

--Sfido io!... Ma vuol credere, signor conte,--proseguì il professore ridendo,--che quel vecchio matto, coi suoi grossi sessanta sulle spalle ci tiene ancona ad essere uno de' più accaniti ballerini!... Bisogna vederlo!

--Allora oggi.... guai a chi manca a Nimis! E poichè Ella, professore, e la sua signora ci vanno tutti gli anni, non comincieranno, io spero, da questo col fare un'eccezione all'abitudine antica. Posso contarci?

Queste parole erano state dette dal conte con garbatissimo tono di scherzo, e, solo nell'atto ch'egli profferiva l'ultima domanda, i suoi occhi si fissarono rapidamente negli occhi di Loreta.

--Si figuri se sarà per noi un piacere!--esclamò cordialmente il Sant'Angelo.

E siccome egli, nel rispondere così, volgevasi alla moglie quasi chiedendo ch'ella si unisse in tale affermazione, Loreta si sentì obbligata ad assentire ancora una volta. E lo fece con un cortese cenno del capo, senza parole.

Dopo questo, qualunque scusa per evitare di recarsi quel giorno a Nimis sarebbe stata impossibile. Loreta lo riconobbe e tralasciò ogni tentativo in tale riguardo.

Il Sant'Angelo intanto aveva atteso con una compiacenza particolare ai preparativi per la gita. Come ogni anno, per questa occasione era stata apparecchiata la carrozza grande, la quale non usciva dalla rimessa che per certe speciali ricorrenze, e il piccolo Agnul l'aveva pulita, lavata, lucidata con tanta cura che il vecchio legno, un po' pesante nelle sue forme antiche, brillava come nuovo dinanzi alla porta dello stallaggio. Poi il professore era sceso colla Vige in cantina e risalitone con un bel numero di bottiglie le aveva collocate accuratamente egli stesso, insieme a due bei cestoni colmi di ghiotte provviste, nell'ampia cassetta del carrozzone. Indi, verso le quattro del pomeriggio, quando l'aria era già più fresca, si partì.

Lungo tutta la strada, che da Tricesimo conduce a Nimis, il movimento era grandissimo: calessi signorili e carrette da nolo, molti phaetons tirati da bellissimi cavalli e grandi carri da lavoro, ne' quali su certi sedili, improvvisati con sacchi di paglia o pezzi di tavole, si pigiavano intere comitive di contadini. E lungo tutto il percorso, da ciascuno de' piccoli borghi che fiancheggiano la strada e fuor dalle scorciatoie tagliate ne' prati o tra i cespugli delle colline, un continuo sorvenire di paesani vestiti a festa: le donne col mazzo di fiori al petto, gli uomini col cappello di panno a larga falda, piegato alla sgherra sull'orecchio.

Allorchè la carrozza dei Sant'Angelo giunse sul prato di Nimis ove ha luogo la festa, questa era già in pieno fervore, e tale la ressa de' ruotabili e della gente che arrivava, che il professore dovette mettere a passo i cavalli ed aspettare un bel pezzo prima di poter trovare un posticino ove li potesse lasciare alla custodia di Agnul.

--Guarda!--disse il professore a Loreta.--Il conte è già qui!

Ed infatti il Polverari, che addossato ad un albero pareva assistere con molto diletto alla sfilata degli arrivanti lungo lo stradone, appena la carrozza dei Sant'Angelo si fu arrestata, mosse loro incontro salutando.

Il professore, sceso per il primo, ricambiò il saluto affettuosamente, poi il conte con molto garbo porse la mano alla signora per esserle d'aiuto.

--Bravissimo, signor conte!--esclamò Mattia con quel tono di giovialità che gli era ormai abituale.--Ella è stato davvero più bravo di noi!

--Non vuole? L'attrattiva era per me così grande che ho antecipato un pochino. Ora però, quasi quasi cominciavo a dubitare della loro venuta....

--Dubitare a malgrado della nostra formale promessa!? Senti, Loreta, che dice il signor conte? E non ti sembra che noi dobbiamo protestare?

--Infatti....--ella disse con un certo sforzo assecondando lo scherzo di suo marito.

--L'egoismo qualchevolta ci rende perfino ingiusti!--soggiunse il conte con molta gentilezza.--Ed io sono loro ben riconoscente d'essere venuti....

Dicendo questo l'occhio di lui si fissò per un momento nel volto di Loreta con la stessa profonda intensità d'espressione con cui l'aveva fissata quella mattina nell'accennare alla speranza d'incontrarli alla festa.

Ma l'animazione grandissima, che intorno regnava, e la bellezza pittoresca del quadro, che s'offriva ai loro sguardi, diedero subito agio al conte di cangiare il discorso.

Per la vastissima prateria di Nimis, sulla quale sorgono qua e là de' gruppi d'annosi castagni, una folla variopinta s'aggirava, vociando, ridendo, pigiandosi, intorno ai banchetti della fiera ed alle baracche de' saltimbanchi. I mercanti, con alte grida, offerivan intorno le loro merci: chincaglierie passate di moda, giocattoli a buon mercato, immagini sacre dalle tinte stridenti, utensili domestici, arnesi agrarî, cianfrusaglie donnesche e certe campanelle di terra cotta col battaglio di legno, che sono una vera specialità del paese e si trovano in tutte le grandezze desiderabili e con la più variata gradazione di toni. Pochi erano i contadini che di queste campanelle non regalassero i loro ragazzi, i quali, armati di codesto bizzarro quanto romoroso balocco, si stringevano poi, scampanando a distesa, intorno a' banchetti, ne' quali, disposti in bell'ordine sulle tovaglie di bucato, s'ammiravano, pieni di seduzione, i cartocci colmi di mandorle toste, le ciambelle ornate di zucchero filato e i panciuti bottiglioni di limonata e di tamarindo, sorgenti, col tappo di foglie di vite, in mezzo a una corona di bicchieri di tutti gli stampi. Non minor folla, nè minor chiasso dinanzi alle tre o quattro baracche: della fotografia istantanea, del carosello coi cavalli giranti a suon d'organo, del panorama che offriva un regalo ad ogni visitatore e del circo americano, di cui un povero clown col viso infarinato e la rossa parrucca spelacchiata svociavasi a decantare le mai vedute meraviglie.

E mentre sul colle che sovrasta il paese un gran numero di contadini si accalcava per visitare il piccolo santuario della Madonna, che a gran distanza, oltre la porta spalancata, vedevasi rifulgere di ceri accesi e di lumini colorati, la vera allegria ferveva su per i poggi, che elevatisi con facile pendìo, verdi d'erba altissima e di macchie frondose, quasi ad anfiteatro intorno al prato. Lassù compagnie numerosissime, o raccolte intorno a grandi fiammate, sulle quali s'apprestava alla campagnuola qualche manicaretto improvvisato, o intorno alle tovaglie stese per terra e sulle quali si disponevano con molta festa e molte risate le copiose provviste che tutti sogliono recare con sè; larghe brigate di amici, che avevano già intorno, come avanzi dimenticati sopra un campo di battaglia, intere batterie di bottiglie asciutte. E in mezzo a quella festante popolazione campestre non poche comitive di villeggianti--signore e signori in abiti di campagna--che adattandosi all'occasione si associavano al chiasso generale facendo molto onore, coll'allegrezza e l'appetito ond'è larga dispensatrice la buona aria libera, a' cibi ed ai vini che i servitori venivan togliendo dalle ricolme paniere.

E a tutto questo era bella cornice lo spettacolo della vallata, che s'apriva dinanzi, magnifica nella felice ubertà autunnale, e della curva maestosa delle Carniche, che alzavasi in fondo colle vette erte e i fianchi boscosi, spiccante sul cielo purissimo, nella tinta violetta del tramonto imminente.

Ai coniugi Sant'Angelo si era unita subito una famiglia di Fontanabona, solita per vecchia abitudine a trascorrere con essi quella giornata, più il conte Leonardo Mangilli, arrivato egli pure allora allora col suo cavallino, e qualche altro conoscente. Le presentazioni furono fatte presto e poichè, come il Polverari amabilmente affermava, "in campagna non ci hanno da essere complimenti" anche la lieve soggezione, inevitabile a' primi momenti, dileguò al più presto.

Il professore, lieto come un bambino di aver potuto trovare ancor libero il "loro posto di tutti gli anni" proprio sul colmo del poggio, in un punto da cui dominavasi stupendamente l'intero paesaggio, aveva fatto ad Agnul, che attendeva giù presso alla carrozza, il segnale convenuto; e il ragazzo, lesto come sempre, era salito a portare in due o tre volte i panieri delle provvigioni. Le donne apprestarono presto bicchieri e posate sull'erba, il professore si die' premura a svoltare i numerosi cartocci contenenti le grosse provviste di carni rifredde e de' famosi salati paesani, e il conte Mangilli, reclamando il suo ufficio consueto, cominciò a far saltare i turaccioli del vecchio vino.

La merenda fu allegra. Il professore pareva avesse ritrovato il brio de' suoi anni giovanili e con quella piacevolezza, che già lo aveva reso sì caro alle ragunate, cominciò a narrare cento gaie storielle: qualcuna delle comiche burle del nonno Sant'Angelo, qualche aneddoto intorno alle macchiette più caratteristiche del paese. E il conte Nardin, che in quel giorno non giustificava punto col lieto suo umore la sua taccia d'orsaggine, fu egli pure felicissimo d'arguzia quando volle narrare all'ospite la storia del famoso prè Zuan, il Terranova di Mattia Sant'Angelo: storia ch'ebbe di molto accresciuto l'effetto allorchè egli potè far notare al Polverari ed agli amici la buffa figura di don Giovanni Morganti, che, col cilindro bisunto sulla nuca e il viso infocato, barellava malsaldo in gambe in mezzo alla folla sul prato sottostante, gittando in alto, contro il loro gruppo, delle brutte occhiatacce piene di acrimonia.

A tutti questi discorsi il conte Polverari mostrava di prendere non poco piacere ed interesse. Però a chi l'avesse attentamente osservato non sarebbe per fermo sfuggito come di sovente il sorriso venisse a spegnersi sulle sue labbra e come egli dovesse imporsi un certo sforzo per manifestare l'ilarità che le arguzie, recitate intorno a lui, reclamavano. Tratto tratto egli volgeva gli occhi verso la signora Loreta, che s'era messa al lato opposto del crocchio, in mezzo a due altre signore della compagnia e che, a malgrado del vivace chiacchierio delle sue vicine, sembrava molto distratta. Ella aveva infatti appena toccato cibo e messo alle labbra il bicchiere. Tutte le volte che il conte Polverari le aveva diretta la parola aveva risposto breve, con un certo imbarazzo, procurando di sfuggire l'incontro degli sguardi di lui. E in qualche momento, allorchè il conte Nardin, un po' soverchiamente animato dalla sua vena felice, eccedeva un tantino nello scherzo, ella con istento riusciva a frenare una tal quale impazienza.

I discorsi però uscirono in breve da cotesta intonazione: il Polverari, togliendo adito dal piacere provato in quella giornata, accennò alla decisione da lui presa di prolungare, oltre al termine da prima divisato, il suo soggiorno a Morò-Casabianca.

--Il tempo mi passa qui con una celerità incredibile ed è tanto ricco il programma che mi sono prefisso: una gita ad Arta, un'altra al forte di Osoppo ed a Venzone; poi una visita, a cui tengo in modo particolare, al castello di Colloredo....

--Ah! Colloredo di Montalbano!--fe' il Mangilli.--Esso franca infatti la spesa d'essere veduto. Posizione magnifica e non poche memorie storiche.

--A me interessa più che altro per il ricordo che vi si lega di un caro amico della mia famiglia: Ippolito Nievo....

--Sicuro! È lì che il Nievo trascorse molti anni della sua vita così breve ed onorata!--soggiunse il professore.--Ed è lì ch'egli ha pure pensate e scritte in gran parte le sue stupende e troppo dimenticate Confessioni di un ottuagenario. Fu amico de' suoi il Nievo?

--Sì. La madre di lui, una Marin di Padova, fu intima di mia madre. Ippolito ancor giovanetto fu spesso ospite in casa nostra a Verona e noi conservammo di lui varie care memorie. Ricordo tra altro certi suoi bellissimi versi, che credo assolutamente inediti e ch'egli scrisse una sera, l'ultima volta che lo vedemmo, sull'album di una mia povera sorella, morta anche lei così giovane! Erano versi d'amore, ma pieni di tanta melanconia, ne' quali pareva fosse quasi il presentimento della fine di lui così immatura!

E recitò due quartine: semplici, armoniose, assai tristi, in cui sentivasi l'intonazione di alcuno fra i più bei componimenti delle Lucciole e dei Canti garibaldini.

Mentre il Polverari faceva questo racconto, Loreta parve raccogliersi in un'attenzione profonda: i suoi occhi eransi assorti come attratti da un influsso magnetico nel volto di Alvise e, quando egli ebbe terminato la citazione dei versi, impallidì fortemente.

--Che avete, signora?--domandò una delle amiche, che le stavano allato e notò il suo turbamento.

--Nulla, nulla!--rispose ella rapidamente a voce bassa.--Un improvviso capogiro. Avrei bisogno di muovermi un poco.

L'amica intese, si levò tosto, propose di far un giro tra la gente. E Loreta, afferrandosi alla mano, che la signora le porgeva quasi in atto di scherzo, si levò con uno stento ella pure.

--Vi ringrazio!--ella mormorò all'amica, la quale credette ad un momentaneo malessere,--vi ringrazio: mi sentivo tanto male!

E appoggiandosi a lei discese lentamente il colle, mentre gli altri, dopo aver vuotato l'ultimo sorso, levavansi chiassando per una freddura un po' salace che il conte Nardin, viste allontanarsi le signore, non si tenne più dal lanciare.

La sera intanto era discesa. I mercanti di balocchi, di dolciumi e di frutta avevano acceso delle lanterne sui loro banchetti; dinanzi alle baracche del circo americano e del carosello ardevano con larghe fiamme rossastre ed un fumaccio ammorbante alcune fiaccole di pece, e intorno allo steccato del ballo pubblico, ove in quell'ora parea concentrarsi il divertimento, spargevano un'allegra luce numerosi palloncini di carta colorata, pendenti in ordine architettonico dai festoni di mortella e in mezzo alle aste delle bandiere.

I musicanti pigiati nel loro palco faceano il proprio dovere con molta coscienza. Le vecchie melodie più note e gradite ai ballerini s'avvicendavano senza posa guadagnando in brio quello che lasciavano a desiderare per varietà.

E gli impresarî del ballo, intenti allo spaccio dei biglietti presso all'entrata dello steccato, avevano un gran da fare a raccogliere i soldoni di rame ohe all'attacco d'ogni nuova danza ciascuna coppia pagava salendo la piattaforma.

La comitiva dei Sant'Angelo, dopo aver attraversato il prato, sul quale ora da tutte le parti si cantava allegramente, s'era pure diretta verso il palco del ballo.

--Il conte ha da vedere il fattore Beppo come tien alta la vecchia rinomanza dei ballerini friulani!--aveva detto Mattia.

E s'avviarono tutti, facendosi largo in mezzo alla folla, che si stringeva intorno al palco e nella quale dominavano le giovani contadine, raccolte tutte insieme, col fiore in seno, ardenti nell'attesa dell'innamorato o del galante, che le venisse ad invitare pel giro.

E riuscì per verità uno spasso a tutti l'assistere ad una polca, ballata, non colle forme moderne, ma secondo l'antico e graziosissimo uso friulano, dal vecchio fattore. Magro, con la testa calva, col cappello di panno sotto l'ascella, tenendo per mano la ballerina,--una ragazzotta fresca e vispa, scelta fra le più belle,--il vecchio danzava con un gusto, con un'animazione ed una eleganza sì perfetta da destar l'ammirazione generale. Alla fine del ballo il pubblico applaudiva e bisognava vedere il sorrisetto di compiacimento con cui il vecchio lion campagnuolo, nella coscienza della propria maestria, ringraziava intorno, riconducendo pettoruto e svelto la sua ballerina.

Fu tra il movimento di questa folla che per un istante il conte Polverari potè trovarsi al fianco di Loreta, solo, un po' discosto dagli altri compagni.

E fu allora che di repente, appressatosi a lei ed abbassando quanto più potè la sua voce vibrante d'emozione, le mormorò all'orecchio queste parole:

--Finalmente, signora, finalmente! Attendevo questo momento con ansia. Ho da dirvi tante cose!

Ella fe' l'atto di allontanarsi, ma il conte non gliene lasciò il tempo insistendo con energica risolutezza:

--Loreta, Loreta, datemi il modo ch'io possa parlarvi! Ve lo domando come una grazia.... ve lo domando pel ricordo di tutto il passato!

--No, no, non posso!--ella mormorò con voce strozzata.

--Dovete poterlo, Loreta.... od altrimenti, ve lo giuro, il modo saprò trovarlo io stesso!

Non poterono dirsi di più. In quel momento il professore ed il conte Mangilli si riavvicinavano ad essi e Loreta, pur sentendo venirsi meno, riuscì con un violento sforzo di volontà a dominarsi.

Come vinta da uno stordimento, poichè l'ora di ripartire era intanto venuta, ella ricambiò, quasi inconsapevole di quanto avveniva, i saluti dei suoi amici. Un brivido di freddo le corse per la persona allorchè il conte con una stretta di mano lunga e tenace parve volerle ricordare le parole ch'egli le aveva detto poco prima.

Loreta respirò quando i cavalli, usciti lentamente dal viale ancora affollato, si misero a trotto per lo stradone che dava sull'aperta campagna.

Il professore si sentiva lietissimo: diceva che quella giornata gli era passata come un lampo, si lodava della bontà degli amici, attestava, con la sua bonomia d'uomo sano e sincero, che si ricordava poche volte d'aver mangiato e bevuto con tanto gusto. E piegando la testa, giovialmente, verso Loreta, le susurrava qualche carezzosa parola, com'era rimasta ancor sempre tra loro consuetudine gentile.

La sera era placida, il cielo pieno di stelle, i campi odoravano soavemente.

Ne' villaggetti che attraversavano, i contadini sedevano ancora presso alle porte, godendosi la fresca aria notturna. Lungo tutta la strada incontravansi in allegre brigate, che a piedi od in vetture, ritornavano dalla sagra.

A un certo punto il professore dovette mettere a passo i cavalli per ischivare un grosso carrettone, nel quale una numerosa comitiva di contadini era raccolta: il carrettone, troppo carico e tirato da due povere rozze, procedeva assai lento, e le donne, con fresche voci giovanili cantavano pianamente una delle più popolari villotte friulane, così dolci nella mestizia del verso e nella semplicità del ritmo musicale:

Oh! denant di maridassi Nome rosis, nome flors E po dopo maridadis Nome spinis e dolors.

Mattia e Loreta stettero un istante silenziosi ascoltando il canto. Poi quando la carrozza, approfittando di un largo che aprivasi nella strada, potè superare il carrettone e riprendere la corsa di prima, Mattia fe' scoppiettar gioiosamente la frusta e volgendosi con tenerezza alla moglie:

--Si dice che i canti popolari parlano sempre il vero. Hai sentito questa canzone? Ebbene.... chi meglio di noi può affermare ch'essa è bugiarda!

E, raccogliendo le redini in una mano, passò il braccio libero intorno alla vita di Loreta e la attrasse affettuosamente contro di sè.

Ella a quell'atto provò una dolorosa stretta al cuore, come sotto la pressione di una mano di ferro.

E il canto delle contadine risonava ancora, sempre più fievole nella lontananza, in mezzo alla placida quiete delle campagne.

XIV.

Allorchè Loreta nel silenzio della casa potè riaversi alquanto dalle emozioni di quella sera, ella si chiese con sufficiente freddezza qual norma di condotta avrebbe dovuto tenere ora nella difficoltà estrema della situazione, che il giuoco della sorte le aveva creato.

Ella, che in tanta vicenda di amarezze aveva vedute disfiorarsi ad una ad una tutte le sue speranze, tutte le sue illusioni; ella che, giovane ancora, aveva già conosciuto per aspra esperienza le più sanguinose battaglie dell'anima, s'era ormai abituata a considerare il passato come un sogno, del quale le estasi sublimi e le pene atroci non avrebbero dovuto rinnovarsi mai più. Coll'affetto e la stima, a lei generosamente offerti dal Sant'Angelo, una vita novella le si era dischiusa, suadente all'obblio di ogni cosa, piena di quella poesia ineffabile che ritempera i cori e fa riamare l'esistenza.

Ma il passato ch'ella credeva morto rinasceva d'improvviso, minaccioso come il decreto di una tragica fatalità. E il suo passato era tutto in quell'uomo dalla parola ammaliante e dal viso pallido, la cui apparizione le era sembrata da prima giuoco crudele dei suoi sensi allucinati.

E mentre ora, ripensando alle parole brevi ed ardenti, che il conte Alvise le aveva susurrate in quella sera, ella chiedevasi che cosa dovesse fare, una penosa incertezza, prima debole e lieve, indi ognora più forte, si veniva impadronendo di lei.

Non che, pure in balìa di tanto turbamento, Loreta avesse smarrito neppure per un istante la coscienza del proprio dovere. Ma erano sì dolci e possenti le voci che le tornavano dalla sua povera giovinezza tramontata, ed erano state così grandi le emozioni che avevano consunta tanta parte del suo cuore, ch'ella ormai sentivasi incapace di comprendere se più forte fosse in quell'ora dentro di lei la sorpresa, lo sgomento o la gioia.

Il desiderio acuto, che l'aveva dominata da prima, di fuggire, di gittare tra lei e quell'uomo, tra lei e il risorgere del suo passato, un ostacolo insormontabile, l'aveva quasi repentinamente abbandonata. Nell'apparente frivolezza della conversazione tenuta in quel pomeriggio, il conte Alvise aveva trovato il modo di fare alcune allusioni che, inavvertibili a tutti, parlarono sì forte allo spirito di lei, che per immediato effetto aveva ella sentito svegliarsi nel core come una strana nostalgia dei tempi trascorsi. Ella, che rifuggiva con terrore da tutto quello che poteva richiamarle le ricordanze assopite, sentivasi ora trascinata, come per l'impulso di una malsana voluttà, a tornare indietro col pensiero alle sue ore più angosciose. E rifatto intero il fortunoso romanzo della sua vita, dal momento in cui era principiato rassomigliante a un bel sogno felice, fino al giorno in cui era stato bruscamente troncato, le nasceva l'ansiosa infrenabile brama di apprendere, di conoscere in tutta la verità quello che, dopo la pagina da lei creduta l'ultima, il capriccio del destino aveva ordito e che, forse a colmo dei suoi mali, una ostile fatalità le aveva celato.

E mentre cotesti pensieri la tenevano violentemente in loro potere, senza ch'ella fosse capace di romperne l'incantamento, dinanzi alla serenità di suo marito, ai discorsi affettuosi che aveva sempre sul labbro, alle amabilità espansive, di cui la faceva costantemente segno, un rimorso la prendeva, una tentazione irragionevole di gittarsi a' suoi piedi, di dirgli ogni cosa, di confessarsi indegna della bontà sua e della fiduciosa sua tenerezza.

Così, coll'animo perplesso, in una febbre continua, ella vide, dopo la memorabile giornata di Nimis, scorrere altri due giorni, che le parvero di una lunghezza eterna. Un violento temporale d'autunno s'era scaricato sulle campagne e la pioggia che durava insistente gli aveva costretti in casa. Il professore dichiaravasi tutto lieto chè il frescolino capitato così all'improvviso gli aveva ridato il desiderio del lavoro; ed infatti in quei due giorni aveva atteso allo studio lungamente, rimanendosene per ore ed ore chiuso nelle sue camere. Lei, spinta da una irrequietezza nervosa, non trovava pace: a malgrado del tempo sfavorevole usciva spesso dinanzi alla casa e colà, appoggiatasi alla balaustrata, non peranco rasciutta dalla pioggia recente, restava immobile per molto tempo cogli occhi fissi sulla campagna annebbiata, in mezzo alla quale lo stradone perdevasi, giallastro di fango, deserto, fra le spalliere dei gelsi, che l'ottobre aveva già in gran parte sfrondato.

Per quei due giorni Alvise non comparve. E Loreta adesso provava di ciò quasi un'impazienza: svanito il primiero timore, ora avrebbe voluto ch'egli fosse venuto, avrebbe voluto uscire da quello stato d'animo, varcare al più presto quell'ora, dopo la quale le pareva che la sua pace le sarebbe tornata piena e durevole; sicura che in quel risveglio del passato nessun rimorso le sarebbe rimasto nell'anima.

Allorchè, il terzo giorno, levatasi assai per tempo dopo una notte agitata, ella schiuse le imposte e vide ridente la campagna sotto il raggio di un bel sole, ella provò come un sussulto di contentezza. L'aria piena di una blanda frescura le parve una deliziosa carezza sugli occhi affaticati e sulla fronte ardente. Ella sentiva ora come un acquietamento soave, come se tutte le preoccupazioni che l'avevano angustiata si fossero d'un tratto dileguate, come se un indefinibile senso di dolcezza si fosse diffuso per tutto l'essere suo.

--Che hai oggi?--le disse il professore cingendole ad un tratto la vita e ponendole un bacio sulla bocca. --Mi sembri così bella! Hai negli occhi qualchecosa d'insolito.

--Che cosa dici ora, Mattia?

--Sai cosa dico? Che più si diventa vecchi e più si diventa matti. Ma se anche le son pazzie e chi ce ne ha colpa! Per me so una cosa sola: che ad ogni giorno che passa mi par di essere più innamorato della mia adorata moglietta!

Il Sant'Angelo era d'allegro umore anche lui.--"Non vuoi?--diceva--oggi ha da essere una giornata buona! È tornato il sole: ti ho visto dopo tanti giorni sorridere!" E come uno scolaretto che si propone di far festa, dichiarava che per quella mattina non voleva saperne di libri: di giornate autunnali splendide come quella non se ne sarebbero forse avute più: e pensava di recarsi a Collalto per fare una sorpresa "a quell'orso del conte Nardin" ch'egli troverebbe, neanche a dirlo, incantucciato chi sa da quante ore nel casottino dell'uccellanda godendosela a vedere il lungo armeggiare dei passeri e dei tordi, che volando e rivolando, come presaghi della propria sorte, finivano per rimanere impigliati nelle sue reti.

Rimasta sola in casa e date con inusata indifferenza alla Vige le disposizioni pel desinare, e ad Agnul per altre minute faccenduole domestiche, ella, come era solita a fare nei giorni in cui aveva un minor numero d'incombenze a cui attendere, prese il suo cestello da lavoro e, messovi qualche libro, uscì dal cancello che chiudeva la braida, diretta ad un boschetto fittissimo d'ippocastani, già molto distante dalla casa, dove il professore, innamorato dalla bellezza del luogo e dalla grande ombria, aveva fatto porre un tavolo di pietra e qualche sedile rustico. Colà si recavano abbastanza frequentemente nelle ore più calde dell'estate. Il fogliame degli antichi ippocastani si addensava così fittamente che non un raggio di sole vi passava. Era un angolo romito e pittoresco, nel quale il silenzio regnava profondo, solo a tratti interrotto dal fischio lontano della ferrovia, che gira con una lunghissima curva da Reana di Roiale giù giù fino ai primi valichi della Carnia, e da qualche squillo di campana che viene a lunghi intervalli dalle chiese dei villaggi sparsi nella vallata.

Quel luogo era a Loreta assai caro. Ancora ai tempi della signora Sant'Angelo ella ve l'accompagnava spesso e, mentre la signora agucchiava a qualche lavoro di maglia, le leggeva qualcuno dei vecchi romanzi d'avventure cui ella prendeva tanto diletto e che il professore, pur ridendo un po' di quei gusti della mamma, andava a scegliere egli stesso ed a scambiare in una biblioteca circolante di Udine. Loreta aveva conservato da allora l'abitudine di recarsi colà quando il tempo glielo permetteva. Questo però era raro: "Una donna come me (diceva al professore mostrando certi libri che aveva nel cestello da lavoro e che mai non leggeva) ha ben altro per il capo che la lettura de' romanzi!" E il professore approfittava di quelle parole per fare una volta di più l'elogio di lei, ch'egli proclamava "una perla di donnetta, una padroncina di casa come se ne trovano poche!"

Quella mattina Loreta si avviò a lenti passi verso quel posto favorito. Tratto tratto, salendo la collina, ella fermavasi a guardar giù tra le radure degli ippocastani la bella campagna autunnale che ora, dopo il violento temporale de' giorni precedenti, pareva rinnovellata nella freschezza e nella luminosità de' suoi colori. A metà della salita, dinanzi ad un cespuglio di grossi fiori campestri, che piegavano tra il fogliame i calici screziati ancor umidi di pioggia, ella ne strappò un'intera manata provando poi una voluttà nell'aspirarne intensamente e lungamente il lieve profumo e nel sentirne la molle freschezza sulle labbra e sul viso.

Giunta al tavolo di pietra, sotto l'arcata, che gli ippocastani formavano, ella depose il suo cestello da lavoro e sedutasi sopra una delle seggiole rustiche, trasse di sotto a' canovacci per metà ricamati uno de' libri che aveva recato con sè. Ma non lesse. Il libro, aperto distrattamente a mezzo, restò sulle sue ginocchia. Ed ella, reclinato il capo, fissi gli occhi dinanzi a sè, colle labbra socchiuse come per respirare a grand'agio l'aria buona de' campi, restavasene, quasi smarrita ogni coscienza di sè stessa, colla mente assorta in una fantasticheria vaga e febbrile.

Ad un tratto un rumore di passi, benchè lievissimo perchè attutito dal terreno erboso, la fe' trasalire. E per poco un grido non le sfuggi dalla gola allorchè volgengendosi ella vide a pochi passi da sè, ritto alla svolta del viale, il conte Polverari.

Istintivamente, con un atto di timore, si levò in piedi.

--Ella, signor conte!

Alvise si tolse il cappello e con molta pacatezza, avvicinandosi un poco:

--Io, signora....--rispose.

E dopo un momento con un lievissimo sorriso:

--Tanto ve ne dispiace!--esclamò.

--Non questo....--Loreta rispose forzandosi a parer disinvolta,--non questo. Però Ella è comparso così improvvisamente.... qui....

--La mia meta era oggi, signora, la casa Sant'Angelo. Ho voluto prender la via dei campi. Dalla sua gastalda, che trovai sullo stradone, ho potuto sapere che il professore è andato a Collalto, ch'Ella era venuta a questa parte....

E s'arrestò un istante fissandola con intensità.

Loreta, turbatissima, fe' per rispondere, ma la parola male accattata le si spezzò sulle labbra.

Il conte allora volse uno sguardo in giro, rapidamente, come per assicurarsi della piena solitudine; indi avvicinandosi con molta vivacità:

--Vi ho detto l'altra sera, signora, che se voi non consentivate a darmi il modo d'incontrarvi, l'avrei trovato da me. Ho affrettato questo istante col più ardente desiderio. M'ero proposto di aggirarmi intorno alla vostra casa finchè mi sarebbe riuscito di potervi vedere, deciso, in caso contrario, ad ogni cosa, anche ad un atto di folle audacia. Ho avuto la fortuna per me.... vedete.... ed ora....

--Ora?--ella chiese con voce soffocata.

--Ora, Loreta, dovete ascoltarmi!

--No,--soggiunse lei debolmente,--no, non lo devo.

--No? E potete pensare che io possa adattarmi a questo rifiuto? Potete immaginare che dopo avervi ritrovata, dopo avervi riveduta in modo così strano ed inatteso, io possa rinunciare a dirvi ciò che è nell'animo mio, a chiedervi di voi, de' vostri casi, a ricordarvi il nostro passato? Ah! no, Loreta, voi non potete pensarlo.... Se siete giusta, se siete ricordevole, se siete pietosa, non potete domandarmelo....

--Il passato è morto. Voler ch'esso risorga sarebbe per voi ingeneroso, per me colpevole!

Egli scosse tristemente il capo.

--No, Loreta, non è così. Io comprendo il sentimento che vi spinge queste parole sulle labbra. Però, guardate, fosse pur vero quello che dite, credete voi che sia possibile di chiedere alle anime umane tanta forza di sacrificio, tanta virtù di abnegazione da soffocare ogni risveglio delle memorie più care, ogni voce più dolce della nostra giovinezza, quando in essa abbiamo lasciata tanta e sì viva.... la più bella, la migliore parte di noi stessi? No, non è colpa, nè mancanza di generosità. Potrà essere dolore: questo sì! Ma che importa se dopo quest'ora di dolore, potrà dissiparsi quell'ombra di tristezza e di dubbio, che ha intorbidato così penosamente la soavità delle nostre memorie e che nulla, mai più, avrebbe potuto distruggere, se oggi il caso non ci avesse fatti incontrare?

Loreta a queste parole si trovò impotente ad opporre una qualunque risposta. Il pensiero d'Alvise corrispondeva così perfettamente al suo pensiero: la voce di lui aveva trovato così bene la via del suo cuore, che ella si sentì disarmata.

Il conte tacque per qualche minuto e poichè aveva intuito ciò che passavasi nell'animo della donna:

--Vedete,--disse con molta lentezza,--voi avete compreso che io ho ragione. Non era possibile altrimenti. Nè d'altronde, fin dal momento in cui vi ho riveduta, non ne ho dubitato. Passano gli anni, mutano i destini, ma vi sono ricordi che nulla può cancellare!

--Lo credete?--ella esclamò amaramente.--Siete in errore. Che sia grave e straziante far morire certi ricordi, è vero. Occorre talvolta dare a questo scopo tutte le proprie lagrime, tutta la propria vita. Ma ci si riesce! E allora, ve lo ripeto, non è opera pietosa il voler togliere altrui, ancora una volta, la pace conseguita a prezzo sì caro!

--Voi siete felice, Loreta?...--egli domandò con voce tremante.

--Sì.

--Lo vidi, lo compresi. Ma con tutto questo....--ed ebbe dicendo ciò uno slancio impetuoso nell'accento commosso,--via, confessatelo, mai.... mai, in tanti anni, dopo tanti avvenimenti, il vostro pensiero non è tornato indietro ai giorni trascorsi, mai non avete sentito il bisogno di rammentarvi?...

Ella lo guardò un istante e, come se dalle pupille di lui una malìa le fosse penetrata nelle vene, credette per un momento di non poter trattenere la confessione franca, che sentivasi ormai strappare irresistibilmente.

--No!--disse poi con un accento fievole, onde chiaro traspariva come quel diniego mal rispondesse alla veracità del sentimento.

Egli non rimase ingannato.

--Non dite il vero adesso, Loreta, non dite il vero! Ma via.... a che possono valere queste inutili per quanto generose menzogne? Credete ch'io possa restare ingannato dalla fallacia di una parola, che il vostro labbro è riluttante a pronunciare? Credete che io non abbia letto ieri sulla vostra fronte quello che voi avete provato quando io ricordai le due quartine del povero Nievo? Credete che io non sappia ora ciò che voi in questo momento provate, quello che non volete dirmi, quello che la vostra anima vi imporrebbe di dirmi?

Egli si avvicinò ancora, ansimando, facendo l'atto di afferrarle una mano.

Ma Loreta si ritrasse subito, con energia.

--No, no, non temete!--diss'egli rattenendosi immediatamente.--E perdonatemi se mi vedete così. Ma se voi poteste sapere quale tempesta s'è destata in me dal momento che vi ho ritrovata; e se sapeste quanto ho sofferto!

--Voi.... voi!--ella esclamò con un subitaneo slancio.

E colle labbra frementi, colle mani strette febbrilmente l'una all'altra, gli volse uno sguardo ardente, come se alle parole di lui avesse sentito rinnovarsi tutta l'asprezza dei dolori, che lei pure aveva sostenuti, in una solitudine ignorata, e de' quali, in quel momento ella sentiva come un geloso orgoglio.

--Io vi comprendo, Loreta. Conoscendo la nobiltà vostra, ho potuto immaginare come dovete aver sofferto anche voi. E il pensiero di queste sofferenze sopportate da voi, per causa mia, è stato sempre, ve lo giuro, il dolore della mia vita. È stato per voi un giorno ben funesto quello in cui la sorte vi ha portato nella nostra casa e furono ben grandi i mali che noi vi abbiamo fatti! Mia madre....

Ella subito l'interruppe.

--No, conte, non incolpate alcuno. Per quanto grandi sieno stati i miei dolori, nell'anima mia non esiste alcun rancore.

--Voi avete saputo perdonare, Loreta?... Perdonare.... a tutti?...

--Perdonare! Non è questa la parola che voi dovete dire. Delle mie sventure altra causa io non riconobbi mai che l'avversità del mio destino. E se qualchevolta, ne' momenti più tristi, a malgrado di me, mi sono sentita spinta a qualche pensiero d'odio, mi è bastato per farlo svanire ch'io ripensassi a qualche dolce ora che pure trascorsi nella vostra casa: mi è bastato di pronunciare il nome di quella santa fanciulla, che ha avuto per me tanto affetto....

--La mia povera Bianca!--egli esclamò molto commosso.--La mia povera cara sorella!

E dopo una breve pausa:

--Ve ne rammentate?--domandò.

--E come altrimenti!... Mi basta chiudere gli occhi per rivedere dinanzi a me la sua soave figura indimenticabile....

--Povera Bianca! Ella non aveva saputo.... ella non aveva compreso!... Nella sua ingenua inconsapevolezza di tutto, non aveva potuto indovinare la fiera battaglia di passione che si era combattuta tacitamente a lei dappresso.... E vi conservò la sua affezione sempre: sempre: fino all'ultimo. Negli estremi giorni ancora, quando la vita le fuggiva ed ancora l'illusione rinasceva in lei, facendo a noi tutti più aspro lo strazio della catastrofe che ci soprastava, il nome vostro ricorreva sulle sue labbra.... come quello dell'amica più buona....

--Il mio nome! Ma poteva quella povera giovinetta pronunciarlo ancora con affetto? poteva pronunciarlo senza pensare che di quell'affetto io forse m'ero resa indegna? Vedete, Alvise: dall'ora terribile in cui io sono uscita dalla vostra casa, è stato il mio cruccio più acerbo di pensare che lasciavo, nel core pietoso e candido di quella fanciulla, così foscamente ottenebrata la mia memoria. Ella seppe?

--Nulla.... affatto.

--Vostra madre....

--Tacque.

--E voi?

--Io.... potete chiederlo, Loreta? Voi non potevate morir nel mio cuore. Qualunque cosa fosse avvenuta, per quanto gravi fossero state le ragioni che gittavano fra me e voi una barriera apparentemente insormontabile, non potevo strapparmi dall'anima nè il vostro nome nè l'immagine vostra. E quante volte, quando voi eravate già lontana, quando avevo visti cadere infruttuosi tutti i miei sforzi per ritrovare le vostre tracce, io, assistendo nelle lunghe notti insonni il mio povero angelo che si spegneva, ho parlato con lei di voi lungamente, rievocando il vostro ricordo, mendicando delle pietose menzogne per tranquillarla sulla incertezza del vostro destino.... La povera Bianca ricordava di voi tanto: tante minute cose: certe letture fatte insieme: una gita in primavera, vi rammentate?, alla nostra villa di Arsizzo, a' piedi di Montebaldo: i versi che il Nievo aveva scritto nel suo albo, che vi piacevano tanto e che recitavate insieme.... i versi, Loreta, che io citai l'altro giorno, e che dopo tanta simulazione di freddezza v'hanno costretta a tradirvi, a tradire il vostro pensiero, a mostrarmi che mi avevate compreso!

Loreta l'ascoltava come rapita, cogli occhi sfavillanti, vedendo, sotto l'influsso delle sue parole, rivivere dinanzi a lei tante immagini che il tempo aveva affievolito tra le sue gelide nebbie.

--Basta, Alvise, basta. Cessate di parlarmi così: mi fate troppo male!

--No, che non basta, Loreta. Era scritto che questi ricordi dovessero rinascere: essi vengono a dirci una parola che ripara al passato, che ci conforta a volgerci indietro col cuore liberato da ogni amarezza e da ogni rancore. Loreta, ascoltatemi ancora. Non è alcuna colpa in questo.... non è colpa alcuna!... Ascoltatemi ancora!

Ella, che durante il discorso di Alvise aveva sgualcito nervosamente fra le dita il mazzo di fiori campestri, ch'era rimasto sul tavolo dinanzi a lei, ora, lasciando cadere sull'erba gli steli sfrondati, era surta in piedi, agitatissima, risoluta a mettere fine a quella scena.

Nello stesso momento da lunge, nella gran calma del meriggio ormai già sorvenuto, si udì aprire e richiudere rumorosamente il cancello di ferro, che dal cortile della casa metteva sui campi.

La donna si volse con vivacità ed una esclamazione soffocata, quasi di sollievo, le sfuggì:

--Ah!

Alvise si volse egli pure e guardò.

Su per l'erta erbosa onde giungevasi al poggio veniva il professore Sant'Angelo, seguito dal suo terranova, il quale, sentendo ridestarsi al menomo fruscìo di foglie il suo istinto di fido guardiano, gittavasi ogni momento a testa bassa tra i cespugli del sentiero.

Il professore avvicinavasi a passo spedito: in pochi minuti gli avrebbe raggiunti.

Allora il conte si fece appresso a Loreta ed abbassando il capo verso di lei quasi a sfiorarle la spalla col suo viso:

--Dobbiamo parlarci ancora, Loreta. I mezzi non mi mancheranno. Però badate di non sfuggirmi. Sarebbe peggio per voi.... per tutti.

Ella non ebbe il tempo di rispondergli nulla. Il professore era già giunto a loro.

Con viva cordialità Mattia s'avanzò sorridendo e si fece una festa di quell'incontro. Al conte strinse la mano, poi si volse a Loreta:

--M'avvertirono in casa che eri qui, che il conte era venuto e ti aveva qui raggiunto.... A Collalto non trovai nessuno: il conte Nardin per oggi ha lasciato in pace gli uccelletti e se n'è andato a Udine non so per quali faccende. Ed ecco una combinazione fortunata, chè così ho il piacere di godermi anch'io la visita del signor conte....

Il professore disse tutto ciò con la consueta sua sincerità affettuosa.

Però ad un tratto il sorriso gli si spense quasi sul labbro dinanzi al turbamento evidente che gli parve riscontrare nel volto e negli atti di sua moglie e di Alvise.

Per un istante egli stette perplesso, la parola gli si fece lenta e impacciata, un orgasmo improvviso gli nacque molestamente.

Ma, riavutosi subito, seppe ritrovare senza alcun visibile sforzo la intonazione lieta ed espansiva di prima.

XV.

Breve e semplicissima, di dolore e di amore, era la storia di Loreta.

Allorchè, dopo un'infanzia trascorsa gelidamente nella mancanza d'ogni gioia domestica, Loreta Lambertenghi si vide sola nella vita e potè comprendere a qual duro cammino ella fosse sospinta, altro conforto non aveva saputo trovare che nella fermezza della propria fede. Giovanissima ancora, in quell'età che presto dimentica e facilmente si riconsola al rapido rinascere delle speranze, fu solo con un miracolo di volontà intensa ch'ella pervenne a sollevarsi dall'abbattimento in cui la sua sventura l'aveva piegata. Ed era stata per vero immane sventura la sua, perocchè, più dell'isolamento, più delle privazioni, più d'ogni crudele miseria, le era uno strazio indicibile l'esser costretta a curvare la fronte infiammata di vergogna quando pronunciavasi in sua presenza il nome paterno.

A far cessare quelle voci, che talora con inconscia crudeltà e tal altra con impietosa intenzione, udiva elevarsi a giudicare la vita disordinata, le losche azioni, il carattere dubbio di Prospero Lambertenghi, avrebbe ella dato tutto il suo sangue. La glaciale incuria, che quell'uomo cupo ed eccentrico aveva avuto quasi costantemente per lei, l'abbandono in cui l'aveva lasciata, la sorte acerba che colla sua condotta disamorevole e imprevidente le aveva preparato, tutto avrebbe saputo obbliare, tutto gli avrebbe perdonato, se almeno di lui le fosse rimasta, eredità sacra e preziosa, la illibatezza del nome.

Ma pure in tanto accasciamento dello spirito, pur comprendendo come la ferita ch'ella portava nel cuore fosse di quelle che non si rimarginano, che danno vivo sangue e dolore per tutta la vita, ella seppe nobilmente sostenersi. Il soccorso, che dagli altri non le venne o le fu negato, cercò e trovò nell'indole sua buona e forte. Sentì un'ebbrezza fiera nell'accettare la lotta che il destino le imponeva; le parve bello e glorioso il non piegare fiaccamente alla sventura e cercarsi, a malgrado di tutto, fra la indifferenza degli uomini e contro l'asprezza delle vicende, la propria redenzione, la propria pace. E poichè aveva per sè la gioventù, la salute, l'educazione, poichè chiedeva sì poco per essere felice, la sicurezza della riescita sorse in lei presto a infonderle animazione e forza.

Lavorò. Accettò la vita di tante ragazze povere al pari di lei. I cari nomi e le immagini di tante compagne, conosciute un giorno, al tempo degli studi, laggiù tra le mura opprimenti della scuola magistrale, le ricorsero in quei giorni al pensiero. Tutte insieme, tal volta, tra l'uggia penosa dello studio avevan provato il bisogno dei giovani cuori, delle giovani menti, di sognare qualche bel sogno radioso: e tutte, nelle confidenze segrete, che sono la consolazione delle anime, avevano parlato dell'avvenire, non volendo porgere ascolto, non volendo credere che alla promessa della felicità, come se il male non esistesse e i giorni cattivi non dovessero sorgere mai. Oh! vani e leggiadri sogni! Oh! care e credule amiche! Quante, al pari di lei, avevan veduto dileguarsi i bei sogni giovanili; quante, dopo quei memori anni, separate l'una dall'altra dalla tirannia del destino, obbedendo all'appello irremissibile del dovere, eran andate lontano, così lontano che non si sarebbero rivedute mai più, all'esercizio della loro generosa missione, a lavorare, a soffrire, a continuare il sogno destinato a non realizzarsi forse giammai. Avrebbe fatto così anche lei! E traendo lena dalla nobiltà del proponimento, il suo avvenire non le apparve più così minaccioso.

Però le difficoltà, che col suo coraggio pieno di entusiasmo ella da prima s'era affidata di poter rapidamente e felicemente sormontare, le si manifestarono entro tempo assai breve in tutta la loro asprezza. E nel contatto diuturno con le più crude realtà della vita, molte disillusioni, troppo presto trovate, vennero a illanguidire la sua fede.

L'esistenza, che era obbligata a condurre, la prostrava talvolta in una stanchezza estrema. Dopo una giornata lunga, spesa, dalla prima mattina a tarda sera, ad impartire lezioni di ricamo, di francese, di pianoforte, retribuita scarsamente, in famigliole modeste di borghesucci, di impiegati, di artigiani, cui pareva di spendere un occhio del capo coi pochi centesimi onde pagavano la maestrina, rientrava mezza morta, coi nervi spossati, altrettanto abbattuta dalla continua tensione mentale quanto dallo strapazzo fisico. Poi in altri momenti le lezioni mancavano: veniva l'autunno, si chiudevano le scuole: la gran mania del viaggio, della villeggiatura, cui tutti obbediscono, che invade ora tutte le classi, irresistibilmente, ogni anno, metteva in fuga gran parte, la massima parte, pur di quelle famigliole modeste, presso cui ella andava a dare le sue lezioni. Il suo pane si faceva scarso ed incerto. Indarno ella cercava altri lavori. Mancante d'amicizie, senza appoggi, risoluta a non venir meno, qualunque cosa dovesse costarle, a quel sentimento di dignità e di onoratezza, che era il suo orgoglio, dovette imporsi privazioni d'ogni maniera richiedenti abnegazione rara, energia infinita.

A Loreta parve fortuna senza pari l'occasione che un dì, per un concorso di fortuite circostanze da lei nè cercate nè prevedute, le si presentò, di poter ottenere un posto in una cospicua e assai rispettata casa, quella dei conti Polverari di Verona. L'ufficio, quale le veniva offerto, era quello di istitutrice; però dalle stesse persone, che per le prime gliene avevano parlato, era stata resa attenta come per le peculiari condizioni di quella famiglia si ricercasse, assai più che un'abile maestra, una persona di educazione distinta e di virtuosi costumi, atta a divenire la vigile compagna di una gentile giovinetta, che, per la molta fragilità della salute, aveva bisogno d'essere circondata da costanti ed amorevoli riguardi.

Il giorno in cui Loreta Lambertenghi entrò per la prima volta nel palazzo dei Polverari, edificio bruno e melanconico, posto in una delle più quiete strade di Verona, e che un vecchio domestico, tutto curvo nella sua livrea, la guidò silenziosamente attraverso a una fila di sale spaziose, dalle pitture antiche, dagli arredi severi, dove i passi risonavano forte sul lucido terrazzo, sino alla stanza in cui la padrona di casa la stava attendendo, ella ebbe una inesplicabile sensazione di orgasmo come se, emanando da quelle pareti scure, da quelle pitture tetre, dall'aspetto desolato di tutta quella casa, una superstiziosa titubanza si fosse repentinamente impadronita di lei.

Tale sentimento penoso, anzichè svanire od attenuarsi, si accrebbe allorchè il servo, che l'aveva lasciata un momento per annunciarne l'arrivo alla padrona, la invitò ad entrare ed ella si trovò in presenza della contessa.

Pallida, di un pallore cereo d'ammalata, reso più evidente dagli abiti neri, ch'ella mai aveva smesso dopo la morte del marito; coi capelli tutti canuti divisi in due larghe liste sulla fronte solcata di rughe; con la persona magrissima e debole già lievemente curva, Laura Rezzonico-Polverari era una figura profondamente triste. Benchè all'entrare della giovane un lieve sorriso di affabilità si fosse disegnato sulle sue labbra, parve a Loreta di scorgere subito ne' lineamenti severi e ne' profondi occhi pensosi di quella donna una certa espressione di alterigia e di durezza, che per un istante la tenne interdetta e senza parole.

La contessa, accortasi forse della soggezione che il suo aspetto aveva incusso alla giovane forastiera o spinta da naturai cortesia a toglierla d'imbarazzo, ebbe allora qualche frase molto amabile, ma pur sempre assai sostenuta, per darle il benvenuto. Poi, esaurite queste premesse, fu con poche e laconiche frasi che accennò a quanto da lei si riprometteva nell'adempimento degli ufficî, per i quali l'aveva assunta in sua casa.

--Le informazioni che ho avuto sul vostro conto, signorina Lambertenghi, furono ottime. So che siete una fanciulla laboriosa ed onesta. Se non avessi avuto tale certezza non mi sarei decisa ad affidarvi il delicato còmpito di essere una fidata compagna alla figlia mia.

Io nutro speranza che colle vostre doti d'ingegno e di cuore saprete corrispondere nel modo più degno alla fiducia ch'io pongo in voi. Così facendo vi acquisterete il diritto di essere nella mia casa non più un'estranea, ma un'amica....

--Signora contessa, io mi sento lusingata, più che non lo possa dire, dalla fiducia ch'Ella ha la bontà di dimostrarmi. Farò quanto starà nelle mie forze per rendermene meritevole. E mi chiamerò felice se mi sarà concesso di conquistarmi la sua stima.

La contessa l'ascoltò seria, senza toglierle dal viso i suoi sguardi penetranti, poi tendendole la mano brevissima e gelida, che Loreta strinse timidamente:

--Vi ringrazio di questa promessa, signorina,--ella disse un po' rigidamente.--M'affido ch'essa sia sincera e che voi la saprete mantenere.

La promessa, che Loreta aveva fatta, era sincera veramente. Però, quando poco appresso, prima di conoscere ancora gli altri membri della famiglia, ella si trovò sola nella stanza che le avevano assegnata e ripensò all'accoglienza avuta da quella gentildonna dalla faccia austera e dall'accento reciso, istantaneamente, come se una voce misteriosa l'avesse avvertita di un ignoto imminente pericolo, un folle desiderio la prese di fuggirsene subito dalla tetraggine di quei luoghi e di tornare alla sua povera vita agitata, le cui durezze, per uno strano effetto della fantasia, le riapparivano ora quasi men fosche e meno penose. Ma fu la debolezza di un momento. La riflessione riguadagnò presto il suo dominio e Loreta si dolse di quegli ingiustificati timori come d'una ingratitudine verso la benignità della sorte.

Ancor maggiormente se ne dolse subito ne' giorni successivi, quando, avuta più intima conoscenza della famiglia, potè apprezzarne i modi elettissimi e giudicarne i sentimenti.

La tristezza profonda che incombeva sulla casa dei Polverari era giustificata da un concorso veramente tragico di fatti luttuosi. Le tracce di una grande sventura si scorgevano evidenti ne' più minuti particolari della vita di quella famiglia e più che tutto nell'amore vivissimo, vigile, geloso, ond'erano stretti fra loro la contessa Laura e i suoi due figliuoli.

--Vedete,--aveva detto una volta la contessa a Loreta parlandole de' suoi figli,--se io non mi fossi rifugiata nel loro amore dopo le atroci avversità di cui fui colpita, non avrei potuto sopravvivere!

E per vero donna Laura aveva sostenuti così fieri dolori da prostrare anche l'animo più saldamente temprato. E se nelle pagine della storia italiana è dato ragguardevole posto al nome di Gottardo Polverari, il gentiluomo fortissimo, morto con la stoica fermezza di un patriotta antico, vi si associa giustamente il pietoso ricordo di quella povera sposa ammalata e giovane, la quale, fra tanto imperversare di sciagure, era riuscita come per miracolo ad attingere una forza novella nel suo amore di madre.

Quando per le vie di Verona, in una carrozza chiusa, dagli sportelli stemmati, passava la contessa, pallidissima nelle sue gramaglie, accompagnata sempre da' suoi due figli Bianca ed Alvise, non c'era chi non si scoprisse con rispetto e non l'accompagnasse con uno sguardo di simpatia e di pietà insieme. I due fanciulli rassomigliavano perfettamente alla loro madre, non pure nella nobiltà delle fattezze, ma ancora nella gracilità somma delle persone. La contessina Bianca, col suo bel visino filato, coi copiosi capelli dorati, disciolti in grossi riccioloni giù per le spalle, sorrideva quasi sempre con una grande espressione di bontà. Il fratello invece, più giovane di lei, appariva assai serio e già accusava, nello sguardo meditabondo e nella compostezza degli atti, affatto insolita a quell'età, l'indole sua inclinata alla tristezza.

La vita, che i Polverari conducevano, era ritiratissima. Donna Laura, tremante sempre per la salute de' suoi figli, che sapeva assai cagionevole, non vivea che per essi, vigilando con instancabile sollecitudine alle loro cure ed attendendo con iscrupolo alla loro istruzione. Oculatissima nella scelta de' maestri, voleva che i suoi figli si formassero anzitutto buoni nell'animo, degni del nome che avevano ereditato; ma, memore dell'alto lignaggio onde usciva e imbevuta per educazione di principi altamente aristocratici, intendeva del pari ch'eglino crescessero ligi a quelle tradizioni rigorose, alle quali le sarebbe sembrato una colpa di derogare.

Nel vecchio palazzo pochi amici recavansi a far delle visite, E donna Laura, mentre col suo riserbo incoraggiava pochissimo le amicizie nuove, anche quando cordialmente offerte, mostravasi ed era felice nell'accogliere gli amici antichi, legati per provato affetto alla famiglia. Con essi le pareva di rivivere nel passato: si sentiva, nella tenerezza de' ricordi, riportata a' tempi, quando, intorno al suo Gottardo, bello, fiero, animoso, si raccoglievano quegli amici e s'accendevano le vive discussioni animate, e si facevano, coli' entusiasmo negli occhi, i propositi audaci nel nome della patria, a' quali lei, povera donna, provava insieme un timoroso accoramento ed un palpito di fierezza.

Fida così al culto delle memorie, donna Laura, dopo la morte del conte a Theresienstadt, aveva mostrato sempre una particolare predilezione per il soggiorno alla loro villa di Arsizzo, piena per lei di tante ridenti rimembranze. Là, nella pace solenne de' grandi boschi, onde il palazzo era circondato, aveva ella trascorsi i primi felicissimi anni del suo matrimonio; ed ancora, dopo tanto volgere di tempi, affacciandosi a' balconi e spingendo lontano lo sguardo per le belle valli, solcate dall'Adige, ella provava la cara illusione, propria a chi molto ha sofferto, che i dolci tempi non fossero ancora passati e che le lagrime sparse non fossero state che un sogno cruccioso.

Ma troppo fugace era il sollievo, che queste illusioni le concedevano. E quando al loro svanire ella riportava lo sguardo alla realtà, il suo cuore di ottima fra le madri sentiva addoppiarsi l'angoscia del presente e le apprensioni per il futuro.

Poichè, donna Laura era di mente troppo acuta per non avere, di fronte a' proprî figli ed alla eloquente evidenza de' fatti, la piena coscienza del vero. La pietà mentitrice degli uomini della scienza e l'intensità del suo amore non erano sufficienti per indurla in inganno. La storia de' suoi maggiori, nella quale una legge inesorabile di atavismo aveva segnato tante pagine luttuose, le era ognora presente. Sentiva in sè d'essere ella pure un povero rampollo di quella pianta condannata a intristire anzi tempo. E guardando le bianche fronti e le guance scolorate de' suoi figliuoli comprendeva di aver trasfuso nelle loro vene il suo sangue misero e avvelenato. Di ciò l'assaliva, spesso più acuto del dolore, un rimorso opprimente.

E per lottare contro quel barbaro volere del destino, per disarmare quel male, il cui progresso latentemente vittorioso ella indovinava e spiava con affannosa chiaroveggenza, ella chiedeva le forze al suo amore, alla sua fede, alla preghiera, vedendo in tutto una minaccia, traendo da ogni più lieve fatto una cagione di allarme.

Bianca ed Alvise crebbero in tal modo come due fiori di serra, allevati sotto l'occhio sapientemente vigile del più innamorato fra i giardinieri. E a simiglianza di siffatti fiori riuscirono due creature fragilissime, che già nella delicatezza del loro tipo svelavano l'inettitudine a sostenere ogni spiro troppo vivo di vento avverso.

La gentilezza rara e la bontà, che erano proprie alla contessina Bianca, avevano in brevissimo tempo conquistato l'animo di Loreta. Era una tale dolcezza d'accento e di pensieri nelle parole di questa povera fanciulla che nell'ascoltarla tornava difficile non restarne affascinati e non subire in pari tempo quel senso di superstiziosa pietà che ci coglie qualchevolta dinanzi a certe eccezionali creature, in cui sembra che la soverchia bellezza del cuore preannunci una troppo rapida sparizione fatalmente segnata.

Fra Bianca e Loreta Lambertenghi la simpatia nacque di primo impulso vicendevole e sincera. In quella giovane seria, che veniva a lei già nota per una storia commovente di sacrificî e di virtù, Bianca presentì tosto una compagna amorosa, che avrebbe saputo comprenderla ed esserle di sollievo nella uniformità della sua vita. Loreta dal canto suo comprese immediatamente di quanta pietà fosse degna quella fanciulla così buona e sfortunata. E ciò che prima le parve pietà, naturale e doverosa, non tardò a tramutarsi in affetto verace.

Le due giovani passavano lunghe ore insieme. Nella stagione cattiva, durante i mesi invernali, che pareano ancor più lenti nel vecchio palazzo, Bianca non usciva quasi mai dalle sue camere. La vita della contessina scorreva colà in una uniformità placida, per la quale ella non aveva mai il più lieve lamento. Si sarebbe detto che nessuna delle aspirazioni, le quali nascono affascinanti nelle menti giovanili e affrettano misteriosamente i battiti del cuore, fosse mai balenata alla mente di Bianca. L'eco delle feste mondane, ove le sue coetanee brillavano acclamate ed adulate, giungeva sino a lei senza destarle la più piccola invidia. Là, nelle sue camerette ben calde e riparate, ella traeva, priva di qualsifosse rammarico, la povera esistenza; beata de' suoi libri, ch'ella amava con passione, de' suoi fiori che sfidavano al pari di lei nel tepore costante di quelle stanze i rigori del verno, ma più beata della compagnia, intellettuale ed affettuosa, che Loreta le faceva.

Quasi sempre alla sera la famiglia raccoglievasi in una delle camere della contessina. Donna Laura ed Alvise gareggiavano di amorevolissimi espedienti perchè il tempo scorresse meno increscioso alla loro cara ammalata. E lei, seduta al suo posto preferito, in un ampio seggiolone a sdraio, avvolta, a malgrado del fuoco che ardeva nel caminetto, in un ricco mantello di martora, mostrava di divertirsi ad ogni cosa, paga di tutto, riconoscente anche per le più tenui attenzioni.

Ma il più gradito de' suoi passatempi formavan sempre le letture ad alta voce, in cui Alvise e Loreta si venivano cordialmente avvicendando.

Erano per lo più racconti di viaggi, cronache del risorgimento nazionale, poesie patriottiche: libri che donna Laura sceglieva ella stessa con sagace discernimento. E riesciva piacevole e commovente insieme, l'udire gli aneddoti, che l'elettissima dama trovava occasione di interpolare a quelle letture: ora a proposito di qualche scrittore, ch'ella aveva avvicinato da fanciulla, quando nello storico palazzo dei Rezzonico s'accoglievano, col fiore della cittadinanza vicentina, ospiti festeggiati, i più illustri artisti d'Italia, ora a proposito di taluno di que' giovani e valorosi patriotti, che condiscepoli al suo Gottardo ne' lieti tempi dell'Università di Padova, avevan poi trovata sempre aperta la casa del loro antico camerata come quella di un fratello.

Talora, e non era di rado, quando in qualche narrazione storica il nome del conte Polverari ricorreva citato, una commozione vivissima s'impadroniva di donna Laura. Ma la povera madre si frenava immantinente allo scorgere il lampo di fierezza che in quei momenti s'accendeva nelle pupille del suo Alvise.

--Come vorrei poter somigliare a mio padre!--diceva il giovane con un accento ricco di passione.

E donna Laura, pensando a tutti i dolori ch'ella aveva già sopportati ed alla sorte riserbata a suo figlio, era sopraffatta da un angoscioso timore dinanzi alla balda fierezza di lui.

Alvise, senz'essere bello, aveva in sè una singolare attraenza, la quale accrescevasi a mano a mano che si contraeva con lui qualche dimestichezza. Solitamente assai parco di parole, il suo discorso si faceva caloroso e brillante sotto l'impulso di ogni forte impressione. Dotato d'una cavalleresca nobiltà di sentire, ogni suo atto era una conferma dell'animo suo. E se donna Laura, guardando talora la faccia risoluta e gli occhi ardenti del figlio, credeva di veder rivivere in lui il compagno adorato della propria giovinezza, era giustificata la sua apprensione che Alvise avesse ereditato, con la bontà del cuore paterno, il bisogno fatale delle passioni veementi. Questo pensiero la turbava di continuo. Ed era con orgasmo immenso ch'ella rifletteva al giorno in cui ogni sforzo le sarebbe riescito vano per impedire a suo figlio di cedere alla legge ineluttabile dell'età e dell'istinto, che attrae irresistibilmente i giovani alle grandi battaglie della vita e degli amori.

Più volte donna Laura credette giunto il momento ch'ella temeva. Certi scatti d'impazienza onde Alvise era côlto, certi discorsi vaghi ch'egli faceva sull'impiego delle sue ricchezze e del suo ingegno, la stessa ammirazione fervida ch'egli manifestava dinanzi a qualunque fatto generoso, erano altrettanti motivi per alimentare le apprensioni della contessa. Ma Alvise tornava presto alla calma: molti disegni di viaggi, di studî, di imprese, da lui caldamente vagheggiati, eran svaniti rapidamente dopo i primi e timidi accenni, in proposito fatti alla madre ed alla sorella. Dalla somma trepidazione, che soltanto a quelle parole avevano mostrato e Bianca e la contessa, s'era convinto come fosse suo dovere di non riflettere a nulla che potesse avere per conseguenza un suo qualunque e pur temporaneo allontanamento da quelle povere donne. E questa considerazione gli fu poi sempre bastante per cacciare le visioni seducenti che tratto tratto gli risorgevano d'intorno.

Venne però un tempo--e fu alcuni mesi dopo l'ingresso di Loreta in casa loro--che un cambiamento, per quanto abilmente dissimulato, s'avverò nel conte Alvise. Avvezzo ad evitare con la prudenza dell'affetto ogni frase che potesse non che spiacere, ma indurre un pensiero molesto, alla madre od a Bianca, ora più volte egli lasciavasi sfuggire qualche frase melanconica, in cui s'accentuava il suo rammarico per la vita inutile e fredda, ch'egli si vedeva dinanzi anche per l'avvenire; e talvolta, in certe sere che veniva a passare accanto alla sorella, rimanevasene così a lungo taciturno, da far supporre che la sua mente si trovasse le cento miglia lontana.

Questo mutamento, di cui donna Laura s'era vivamente impensierita, non era sfuggito neppure a Loreta Lambertenghi. E mentre sulle prime non ne aveva fatto che un caso relativo, a poco a poco, si trovò, senza rendersi conto della ragione, interessata stranamente dinanzi al contegno del giovane. Più volte, allorchè giunta al termine di una lettura, ella aveva alzato gli occhi dal libro, il suo sguardo nell'incontrare quello del conte Alvise, ne aveva ritratta una esplicabile sensazione. La fiamma di quegli occhi profondi e neri, che si figgevano nel suo viso, come assorti in una fissità estatica, avea provocato in lei un ignoto turbamento. Così altre volte era ella rimasta profondamente colpita da qualche frase breve, ma piena di pensiero, con cui egli, dopo certi lunghissimi silenzî, rientrava bruscamente nella conversazione, quasi scotendosi da un dormiveglia, onde si fosse fino a quel punto lasciato sopraffare.

Fu così che Loreta, come soggiacendo ad una sottile malìa, si trovò d'un tratto conquiso lo spirito e turbata la pace.

L'immagine di Alvise non la lasciava più; l'eco delle parole, anche le più vaghe, anche le più inconcludenti, ch'egli le avesse detto, tornava a risonare a' suoi orecchi nel silenzio della notte, mentre il sonno le fuggiva dagli occhi e la fronte le ardeva di una fiamma cocente. Ed alla sera, quando si trovavano uniti nelle stanze di Bianca, era quasi un malessere che le pervadeva d'un tratto le vene, allorchè, pur avendo il capo chino alla lettura, sentiva l'ardore degli occhi d'Alvise, intenti in quel momento su lei.

Per molto tempo non ci fu fra i due giovani spiegazione alcuna: nè una di quelle furtive parole rivelatrici, che sono sì care a chi ama, nè la più timida e più discreta allusione lasciata mai accortamente cadere nel giro de' discorsi abituali.

Ma queste delicate esitanze del sentimento hanno segnato il limite della loro durata. Alvise e Loreta s'erano letti già così profondamente ne' cuori, che la più lieve occasione, creata dal caso, doveva bastare perchè eglino fossero spinti a rivelarsi scambievolmente il loro affetto.

E ciò seguì inopinatamente una sera, in cui, ritiratasi la contessa Laura per una indisposizione prima dell'ora usata, era egli rimasto solo nelle stanze di Bianca, con la sorella e con Loreta.

Seduti intorno ad un tavolo, su cui una lampada velata d'azzurro pioveva un raccolto lume, sfogliavano un libro d'autografi, che, appartenuto alla contessa Laura ancora da giovanetta, conteneva numerosi componimenti offerti, già tanti e tanti anni innanzi, da letterati insigni, alla gentile fanciulla dei Rezzonico, mentre nelle pagine più recenti ricorrevano altri nomi non meno cari ed illustri di valentissimi poeti: Antonio Gazzoletti e Teobaldo Ciconi: Giuseppe Revere, che in un vibrato sonetto evocava con amara nostalgia il golfo pittoresco della sua nativa Trieste, e Ippolito Nievo, che in due sole agilissime quartine aveva rispecchiato tutta la gentilezza della sua musa geniale.

Quella sera la loro attenzione erasi arrestata appunto su questi versi del Nievo, per i quali Bianca aveva una particolare predilezione. Armoniosissimi e delicati, Loreta gli aveva letti con profonda passione. Ma forse mai come in quella sera la sua voce ne aveva saputo far comprendere, coll'accento caldo e vibrato, l'intensità del pensiero.--Quand'ella ebbe finito sentì la mano divampante di Alvise, il quale le sedeva dappresso, afferrare la sua improvvisamente, con una stretta nervosa, che le die' un brivido per tutta la persona. Di quel moto rapido, che si compì in un solo istante, Bianca non s'accorse neppure. E solo ella ebbe una esclamazione di spavento quando vide ad un tratto Loreta farsi pallidissima e sorgere dalla sua seggiola con uno scatto convulso.

Ma Loreta si ricompose subito. Accusò una vertigine violenta, che l'aveva côlta d'un tratto, e si die' a rassicurare la contessina già tutta in allarme. Poi, poco appresso, salutando anche il conte con modi per nulla diversi da' consueti, chiese licenza di ritirarsi.

Il domani, per tempissimo, quando Loreta, colle tracce in volto di una notte insonne, accingevasi a scendere da Bianca, fu sorpresa dal veder comparire con un fascio di volumi elegantemente legati il servo di Alvise, il quale dicevasi inviato dal conte a portarle i libri ch'ella gli aveva domandato la sera precedente.

Benchè insospettita tosto di ciò che potesse celarsi sotto quel pretesto, Loreta comprese di non potere, senza addurre un qualche plausibile motivo, rimandare al conte i volumi. Epperò, forzandosi a parere indifferente, li prese di mano al domestico ringraziandolo con qualche parola.

Appena rimasta sola, ella sfogliò con agitazione que' volumi e, come aveva preveduto, una lettera ne cadde di mezzo alle pagine. Primo moto di Loreta fu quello di non leggere, di restituire intatto quel foglio ad Alvise. Ma non potè. Lacerò nervosamente la busta e con avida ansietà si mise a percorrere lo scritto. Era una confessione ardente, appassionata, in quel linguaggio semplice e conciso, che è il segno non dubbio della sincerità.

Loreta, alla lettura di quelle parole, che cercavano con tanta potenza la via del suo cuore, fu pervasa da un sentimento così nuovo, ch'ella credette di venir meno. L'amore, a cui ella nella sua vita di privazioni e di lotte non aveva mai pensato, le si svelava improvvisamente colle sue più inebbrianti attrattive. La sua vita, in cui finora non aveva provato che l'abbandono, la miseria, la solitudine, s'abbelliva ad un tratto di un primo e così vivo raggio di luce. Ella pianse di tenerezza nel rileggere quel foglio. E quando il pensiero le sorvenne, che fosse suo dovere di sottrarsi a quella passione e di resistere alle sue allettative, un moto di ribellione si manifestò in lei. No, non poteva: non era una colpa se ella amava: aveva troppo patito per poter respingere questa piccola parte di gioia a cui sentiva di avere un sacro diritto! Dopo.... Che le importava? Forse sarebbe tornato il dolore: un'altra volta il dolore, ch'ella aveva già conosciuto. Ma forse.... E un radioso miraggio, vago, incerto, evanescente, appariva a' suoi occhi sognanti: il caro miraggio della speranza, compagna fedele ed eterna di tutti gli amori.

Alla loro passione Loreta ed Alvise avevano ceduto così, con trasporto. Nata nel segreto di una tacita corrispondenza, essi continuarono a tener celata allo sguardo di tutti, gelosamente, questa passione, che alimentata nel mistero, si faceva d'ora in ora più forte e più deliziosa. Consapevoli entrambi della necessità di circondare il loro segreto delle maggiori cautele, perchè il bel sogno potesse durare, era uno studio sagace e continuo per non tradire i proprî sentimenti. E il dolce romanzo si svolgea così, pagina per pagina, in quella letizia serena, che nessun'ombra ha peranco offuscato.

Ma se fino allora con cento sottili circospezioni eran riusciti ad ingannare la indagatrice vigilanza di donna Laura, non poteva ormai più tardare il momento in cui ella avrebbe avuto la conferma di quanto da lunga pezza avea concepito, e veduto poi a grado a grado consolidarsi, il sospetto.

Il vero le fu chiaramente palese nell'estate successiva durante la consueta dimora alla villa d'Arsizzo. Nella pace di quel soggiorno amenissimo, ove tutto concorreva a rendere più bello un romanzo d'amore, i due giovani avevan sentito farsi così irresistibile il fascino della loro passione, che entrambi ebbero quasi un repentino disdegno di tutte le timorose cautele, di cui avevan dovuto subire sino allora la pesante necessità. Furono quelle le ore più beate del loro amore. Ma fu anche ben doloroso l'istante in cui per il solo concorso di alcune banali circostanze--la volgare curiosità di un servo e la conseguente inconsapevole delazione--essi furono in aspro modo richiamati alla realtà.

Sì Alvise che Loreta, per quanto in alto grado commossi, si fecero subito ragione del vero. Ed il conte, conscio perfettamente dell'obbligo suo di fronte a quella povera giovane che gli aveva ceduto, assunse anche dinanzi alla rigida severità di sua madre quel contegno risoluto che il dovere gli imponeva. Egli parlò a donna Laura con aperta franchezza: di quell'amore, che gli aveva dischiuso una nuova vita, si dichiarava orgoglioso: era stato più forte di lui: Loreta era buona, era bella.... E volgevasi alla madre, facendo appello alla sua bontà, che aveva sempre saputo perdonare: al suo affetto, che non poteva negargli la felicità, di cui ormai egli aveva assaporata con tanta beatitudine la dolcezza.

Ma tutti i generosi conati del giovane si fransero inutili contro la inalterabile freddezza della contessa. In quel frangente decisivo una vigoria, di cui ognuno l'avrebbe supposta incapace, era venuta in lei come per incanto. Era la madre, che sorgeva a difesa disperata de' suoi affetti: la madre, che memore delle mille dubitanze avute per la salute, per la pace, per la vita dei suoi figli--dubitanze avvalorate dal mònito della scienza e ingigantite dalla grandezza dell'affetto--vedeva ora in quell'amore la minaccia più forte, l'imminenza di quel momento fatale, di cui ella aveva sempre tremato.

Animata da questi potenti pensieri, nè obbliando in pari tempo quel sentimento alto di casta, che era stato per lei una legge in ogni fase della sua vita, ella si sentì la forza per imporsi a suo figlio. La madre tenera, arrendevole, indulgente, che aveva fin allora dominato sull'animo de' figli unicamente con l'affetto, s'imponeva ora con la severa manifestazione di una volontà inflessibile. Alvise, dinanzi al rapido mutamento di donna Laura, non seppe più trovare il primiero coraggio: di fronte a quella nuova energia, che non lasciava adito a speranze, si vide ridivenuto fanciullo, inabile ad ogni opposizione, forzato ad una obbedienza tacita e riverente.

Dell'istantaneo abbattimento, in cui col suo ascendente era riuscita a piegare il figlio, donna Laura pensò di dover trarre il partito migliore per raggiungere nel modo più sollecito e radicale il fine cui ella tendeva. La sera stessa, senz'ammettere alcuna dilazione, obbligò suo figlio a lasciare Arsizzo: sua cognata, la contessa Maria Luigia Polverari-Nathan, che si trovava a villeggiare dopo lunga assenza dall'Italia appunto in quei giorni a Bordighera, aveva scritto più volte pregando Alvise di venire a passare con lei qualche settimana: la partenza appariva dunque naturale e giustificata. Ed Alvise, un po' per incapacità di opporsi a sua madre, che vedeva troppo sofferente ed irritata, ed un po' anche con la speranza che mostrandosi ora pieghevole potesse aver adito a rinnovare poi con più fortuna qualche tentativo per ismuoverla dalle sue decisioni, turbatissimo, col pensiero sempre fisso a Loreta ed addolorato intensamente che gli fosse conteso ogni modo di lasciarle almeno un cenno di saluto, di promessa, di intesa, partì come sua madre gli aveva ingiunto.

Fra donna Laura e Loreta le spiegazioni furono brevissime. Allorchè la giovane venne innanzi alla contessa e che questa con un ironico sorriso sul labbro la fissò in volto, alteramente, senza parole, ella, nascondendo tra le palme il viso infiammato, cadde in ginocchio dinanzi a lei. Non pensò a scolparsi: non sapeva e non poteva: il suo fallo in quel momento le parve così grande da rendere vana ogni difesa. Tutte le ragioni possenti della sua anima assetata di amore, del suo sangue ardente di giovinezza e di salute, del suo pensiero sedotto dall'ebbrezza più sublime, ora, dopo averla costretta all'obblio di tutto, si dileguavano dal suo pensiero, si cancellavano, sparivano. Al cospetto di quella madre, di cui aveva tradito la fiducia, volgarmente, si sentiva disarmata, senza scusa, immeritevole di pietà, pronta a sopportare ogni umiliazione.

E quando donna Laura, dopo una lunga pausa, le ebbe con poche frasi secche ed incisive, fatto rimprovero del suo contegno, ella, senza levare gli sguardi, disse candidamente quello che le stava nell'anima; la confessione del proprio errore le parve in quell'ora una espiazione coraggiosa; rassegnata ad obbedire a tutto ciò che la signora le avrebbe ingiunto, una sola cosa chiedeva come una grazia suprema: che le fosse risparmiato il dolore della disistima da parte di Bianca: che il suo ricordo nella mente della cara giovinetta potesse rimanere incontaminato e sereno.

Nel far questa confessione e nel chiedere tale grazia era tanta sincerità vera e forte nelle parole, nello sguardo, nelle lagrime di Loreta, che donna Laura, a malgrado del suo corruccio, non seppe sottrarsi a un imperioso moto di tenerezza. Una voce di pietà si levò in lei a favore di quella giovane, rea forse soltanto di aver amato. E per un momento tutte le inquietudini, che le erano imposte per riguardo alla fragile vita de' suoi figli, e tutti i pregiudizî di casta, che l'avevano ognor dominata, s'acquetarono in lei, lasciando luogo ad un mite sentimento di benignità e di indulgenza.

Rialzò Loreta vivamente: con accento dal quale era sparita la primitiva asprezza, le fe' comprendere tutta la penosa angoscia che per cagion sua agitava ora il suo cuore.

--Avrei avuto il diritto di scacciarvi da casa mia, come si scaccia chi è colpevole di un tradimento o di una disonestà. Non lo farò. Posso pensare che siete degna di compassione. Potrò anche dimenticare il male che mi avete fatto. Ma dovete promettermi che lascierete questi luoghi, che non attenterete mai più alla pace della mia famiglia. Vedete: non è più il rimprovero che viene da un giusto risentimento; è la preghiera di una madre quella che io vi faccio....

Loreta alzò il capo, subitaneamente, coll'anima già piena di un'energica risoluzione; poi, cogli occhi gonfi di lagrime, timorosamente domandò:

--E.... Bianca?...

--Bianca non saprà nulla mai di quanto avvenne. Nulla offuscherà in lei il ricordo d'amicizia e d'affetto che voi le lasciate....

Loreta si portò allora le mani al petto come avesse voluto contenere il dolore che in quel momento l'afferrava con rinnovata violenza. Poi chinò il capo, sommessamente, in atto di muta rassegnazione.

Così lasciò la casa, ov'era entrata sotto l'apprensione di un sinistro presentimento, dove aveva passate molte ore felici e dove aveva conosciuto la dolce ebbrezza e, in pari tempo, le più fiere pene dell'amore.

Così ella tornò alla sua vita solitaria ed incerta, decisa al sacrificio di sè stessa, sicura ch'ella non avrebbe riveduto mai più l'uomo, al quale aveva dato il primo sogno della sua giovinezza e ch'ella, sebbene priva ormai d'ogni speranza, immensamente amava....

XVI.

Dopo il primo colloquio avuto con Loreta, Alvise per molti giorni non riuscì più a ritrovarsi da solo a sola con lei.

I brevi momenti passati al suo fianco erano stati troppo fugaci perchè egli ne avesse potuto ritrarre un durevole sollievo alla concitazione tumultuosa di cui si trovava in balìa. Troppo poco aveva egli detto e troppo poco aveva ella saputo di quanto gli tenzonava nel cuore. E, stimolato da una brama incessante di rivederla ancora, era ricorso ai più sottili stratagemmi, contrariato di scorgere com'essi cadevano infruttuosi, sia per effetto delle riluttanze, che la signora opponeva, sia per le difficoltà infinite, che la semplicità del vivere in mezzo a quelle campagne veniva moltiplicando.

Sempre intento al suo scopo, Alvise aveva trovato il modo di rendere frequentissima la sua presenza in casa Sant'Angelo: i pretesti creati con rara avvedutezza non gli mancavano: e se talvolta un rammarico lo coglieva per le simulazioni, alle quali gli era forza ricorrere, questi scrupoli molesti s'acquetavano presto. Il sentimento sotto il quale agiva lo signoreggiava per modo da non lasciargli adito a pensare ch'egli stesse per commettere uno de' più sleali tradimenti all'ospitalità, a lui fiduciosamente accordata. Il trovarsi vicino a Loreta, la possibilità di scrutare nel volto e nelle parole di lei il riflesso dell'anima sua, eran divenuti per lui un bisogno smanioso, un desiderio tirannico, che nell'esaltazione de' suoi pensieri gli parea immune da ogni colpa e dal quale nessuna considerazione l'avrebbe distolto.

L'idea che il professore Sant'Angelo avesse potuto concepire un qualche sospetto non gli balenò affatto. Nella figura mite e bonaria di Mattia il suo occhio vigile ed accorto non aveva potuto scoprire mai il segno più lieve di diffidenza. Come l'aveva accolto nel primo momento, in cui era entrato in casa sua, Mattia aveva continuato a trattarlo costantemente, studioso di delicate sollecitudini, antiveggente d'ogni suo desiderio, mostrando, più che piacere, ambizione nel provargli come egli fosse l'ospite graditissimo della famiglia. In coteste amabili dimostrazioni Mattia non ispendeva forme e frasi mendicate. Usava i modi che gli erano abituali: semplici e schietti. E di questi, con qualche arguzia festevole, si scusava:

--Vede, conte mio, con lei non facciamo più complimenti. Noi, gente di campagna, siamo abituati così.... Con quelli a cui si vuol bene, il cuore alla mano.... e basta!... È vero, Loreta, che tu pure mi dai ragione?...

Loreta, obbligata a non rispondere in tono che stesse in disaccordo con gli scherzi di Mattia, studiava d'assecondarlo, ma raramente vi riusciva senza manifestare l'imbarazzo da ciò in lei provocato.

E il professore allora, ingannandosi sulla cagione delle frasi impacciate o sul rossore che imporporava il viso della moglie, ne profittava per volgere lo scherzo in qualche affettuoso complimento:

--Che vuole, conte Alvise? Loreta, che non ha ancora saputo dimenticarsi le sue abitudini cittadine, non si sente il coraggio di darmi francamente ragione in faccia a lei. Ma ella pensa al pari di me. Siamo d'accordo in tutto come in questo, oggi come fu sempre. Perchè, caro conte (e dicendo così accarezzava con la sua mano ruvida la guancia di Loreta), una moglie come questa è un vero tesoro. Bisogna venire qui, in fondo a queste nostre campagne, per trovare una coppia di vecchi sposi, che si vogliano bene e s'accordino così pienamente come noi due....

In que' momenti un'amarezza si facea strada nell'animo di Alvise: più che un senso d'invidia, era uno sgomento quello che s'impadroniva di lui: e, leggendo il pensiero di Loreta, che tradivasi in una fuggevole contrazione delle labbra e nel rapido corrugarsi delle ciglia, dovea stornare gli occhi da quelli del Sant'Angelo, incapace di sostenerne gli sguardi limpidi e tranquilli.

Ma quello che Alvise non aveva mai pensato e che Loreta non aveva creduto, erasi, a malgrado d'ogni esteriore smentita, avverato nel cuore di Mattia. Sebbene incredulo per indole a tutto ciò che potesse essere doppiezza o malvagità, non aveva potuto schermirsi da un primo increscioso pensiero dinanzi al turbamento, che gli era parso di scorgere in sua moglie e nel conte il giorno della sua inattesa ricomparsa, reduce dalla gita fatta indarno a Collalto per visitarvi il Mangilli. Di quel dubbio poco appresso aveva provato dispiacere ravvisando in esso un'offesa ingiustamente recata all'onestà di sua moglie ed alla lealtà del suo ospite. Ne aveva provato afflizione come di una codarda aberrazione dello spirito. E procurò di non pensarci ulteriormente. Ma la venefica pianta del dubbio aveva ormai gittate le proprie radici nel cuore di lui e, più forte d'ogni generoso ragionamento, procedeva tenace nel suo maligno sviluppo. Indarno Mattia combatteva contro il rinnovarsi di codesti attacchi alla sua pace: indarno egli procurava di convincere sè stesso come quelle non fossero che vane fantasie, nate dal nulla, in un momento di malsana tristezza. E cercava di moltiplicare a' propri occhi le prove tranquillanti: studiava di sovvenirsi di tutti que' piccoli fatti e di tutte le espressioni, per cui aveva giudicato fin dal primo istante nobile e leale il carattere del conte Alvise; e gli era confortevole di mostrare più vivo il proprio attaccamento alla moglie, forzandosi di riconoscere in lei inalterato l'antico suo affetto.

E se, in questo combattimento, ad onta di tutti i proprî sforzi rimaneva soggiacente, gli ripugnò sempre, anche sapendo di condannarsi ad un raddoppiato martirio, di svelare in alcun modo i suoi dubbî e, peggio ancora, di usare qualsifosse de' mezzi volgari, che la sete del vero avrebbe forse potuto suggerirgli. Il ridicolo, che sarebbe stato congiunto ad una manifestazione di infondata gelosia, lo intimoriva altrettanto quanto la bassezza di un insidioso spionaggio. Gli pareva così inammissibile e folle e insussistente l'ipotesi di poter essere la vittima di un tradimento, che la sua intelligenza, il suo cuore, il suo buonsenso vi si ribellavano energicamente.

Un giorno, che Loreta ed Alvise erano rimasti per qualche momento soli e che questi ne aveva approfittato per rinnovare alla signora la preghiera di un colloquio, fervidamente, con uno scoppio penetrante di passione, ella s'era difesa rammentandogli la cieca ed onesta fiducia del marito:

--Vedete come è tristo quello che voi mi domandate. Giudicatene voi, se siete giusto. Come posso ascoltarvi?...

Ma Alvise non s'era acquietato a quelle obbiezioni.

--Potete aver ragione in quello che dite. Ma che cosa vi domando io di male? che cosa vi chiedo che offenda i vostri scrupoli? Nulla, nulla. Loreta, siate buona, siate pietosa: pensate che questo nostro ravvicinamento durerà così poco.... Io non vi domando di obbedire a me: obbedite al vostro cuore: so che cosa egli vi dice, so che voi lo dovrete ascoltare....

Ella resistette ancora. Coraggiosamente, con forte coscienza del dovere, ella fe' appello a tutta la sua virtù. Ma le persuasioni acute e sapienti, di cui egli si era valso per ismuoverla da' suoi propositi, soverchiarono la tenacia, sempre meno resistente, della sua volontà. "Che cosa vi domando di male?" Questa domanda supplice e tranquillante tornava ad accarezzarle l'orecchio come una seducente tentazione, tornava ad addormentare i suoi scrupoli risorgenti. Misurando le proprie forze, stimò insania il dubitare di sè stessa. L'idea degli obblighi suoi d'affetto, di riconoscenza, di stima, per l'uomo che l'aveva redenta alla quiete ed all'onestà della vita, non poteva abbandonarla, l'avrebbe guardata da ogni pericolo, sarebbe stata il talismano infallibile della sua salvezza. E fidente in tal modo nell'ausilio, che la sua ragione le rappresentava siccome immancabile, ella veniva cedendo, grado per grado, senza averne coscienza, alle ingiunzioni sempre più fervide, che il suo cuore le faceva.

Così ella accettò due o tre lettere, passionate, accennanti con frasi di fuoco al loro passato, che Alvise trovò il mezzo di farle nascostamente recapitare. E nel modo stesso, avendo da prima negato, essendosi anche giurato di rimanere ferma al proprio diniego, ella finì per accondiscendere,--com'egli aveva voluto, valendosi di tutti i pretesti ch'egli aveva suggeriti,--ad un nuovo abboccamento. C'era venuta vincendo tutti gli ostacoli, sormontando tutte le sue esitanze, forzandosi ad attenuare col ragionamento, radicato d'altronde nella fermezza de' suoi propositi, ogni scrupolo, da cui sulle prime era stata rattenuta.

L'incontro seguì, in modo che avesse tutte le apparenze di una innocente casualità, sulla pittoresca strada di Fontanabona, che Loreta percorreva non di rado nel recarsi a visitare una delle poche famiglie del paese, con le quali manteneva rapporti d'amicizia.

Si trova--a mezzo di quella strada, la quale s'inerpica, costeggiata da alti pioppi, sui fianchi di una facile collina,--una sorgente d'acqua limpidissima e fresca, che i campagnuoli chiamano, con una delle loro armoniose voci dialettali, il Çiton, ed a cui attribuiscono per inveterata tradizione meravigliose virtù salutari. In autunno, i villeggianti, che trovansi numerosi ne' paeselli della pianura di Tricesimo, prendono volentieri questo luogo a meta delle loro escursioni e se le grandi meraviglie della sorgente si riducono per giudizio degli increduli alla purezza della vena invariabilmente gelida e chiara come cristallo, pure, specialmente nelle primissime ore del mattino, al Çiton ritornano tutti assai di buon grado, attratti dall'amenità della strada e dal romantico paesaggio che da quel punto si ammira.

Nel pomeriggio sono assai più scarsi i visitatori, tanto che ordinariamente per il lungo viale non s'incontra che a radi intervalli qualche abitante del paese, che sale verso Fontanabona o ne scende avviato alla pianura.

Il conte aveva pensato che questo fosse il luogo migliore per incontrarsi con Loreta; e tale pensiero gli era venuto naturalmente quand'ella ebbe una volta accennato per caso in sua presenza al Çiton, parlando delle proprie visite alla famiglia di Fontanabona, che egli pure aveva conosciuto alla sagra di Nimis.

Però ad onta di tutte le persuasioni impiegate e della promessa, ch'egli alla fine aveva saputo strappare alla Sant'Angelo, Alvise sino all'ultimo momento dubitò ch'ella tenesse la data parola. Fremente d'impazienza egli erasi trovato al luogo del convegno ben più d'un'ora innanzi a quella fissata. E poichè il tempo dell'attesa, nel silenzio di quel viale solitario, gli pareva interminabile, aveva già cominciato a disperare che Loreta venisse. Fermo sul muricciuolo, che circonda la spianata nel cui mezzo è la polla della sorgente, egli tenea fissi gli occhi sulla campagna, spiando se la signora apparisse, tendendo l'orecchio ad ogni rumore. E fu con un palpito forte nel cuore ch'egli vide alla fine spuntare alla svolta del sentiero, presso il piede della collina, la figura di Loreta.

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