Romanze senza parole.
Reading edition
Orme.
Sull’orlo estremo del lido sabbioso, soffice, umido, incrostato di conchiglie, si mescono e si seguono orme di passi umani interminabilmente: l’ombra d’un filo di vita svolto fra la solitudine sterile e una moltitudine invisibile, — fra la sosta immemore d’un limbo che tutto cancella e un’azzurra eternità. Gli umani sono passati in lunga teoria sullo stretto sentiero, avidi d’oblìo, di speranze, di sogni. Le orme narrano: alcuni ritornarono dopo breve cammino delusi; non poterono dimenticare, nè chiedere, nè illudersi: altri proseguirono per lungo tratto insieme, come sfidando con balda audacia la vicenda delle cose perchè riuniti; poi uno ritorna, è stanco, sfiduciato; un altro si smarrisce nella sabbia fine, asciutta, infida; un terzo si scosta ed erra finchè la spuma delle onde lambe e rode le traccie del suo passaggio; l’ultimo inoltra solo, accanto al solco leggiero e continuo d’un bastone. Poi anche il solco cessa, e l’uomo inoltra ancora senza appoggio, ancora, ostinatamente..... Infine le alghe brune e muschiate si dilatano, tutto nascondendo. Orme d’un piedino minuscolo, spesse, irregolari, seguite da orme larghe, sicure: i primi passi. Altre orme irregolari con un seguito di piccole buche: gli ultimi. Le orme dei ricchi, tenui, dai tacchi che scavano fossette; le orme dei giovani, lievi, discoste; quelle dei felici, attraversate ogni tanto da un’iniziale, da un zig-zag; e, finalmente, orme di piedi veri, ignudi, grossolani, a una distanza tanto regolare da parer calcolata con una precisione matematica: il passo della gente che sa cosa vuole e dove va. Dinanzi a quelle orme le altre si scansano. Sono le orme faticate del lavoro.
Gli umani sono passati così fra la solitudine e l’eternità. Domani un soffio di brezza solleverà forse le grigie sabbie volubili che ne cancelleranno ogni traccia; ma nella loro evoluzione le onde affaccendate si dilateranno per raccoglierne nel grembo azzurro, maternamente, l’ultima memoria.
Vendetta.
L’ultima finestra della casa, al primo piano, verso ponente, s’apriva fra le rame flessibili del gelsomino. Una mano delicata le dirigeva, le domava, le dissetava, le intrecciava in riposo, le avvinceva in catene fraterne. Quando le piccole costellazioni bianche si staccavano, erano raccolte con tanta sollecitudine che non una veniva contaminata dal fango del terreno o dalla bava dei ragni, che anelavano a quel candore.
Ma nell’ombra fresca dai riflessi di smeraldo serpeggiava un soffio vivo, indomabile, che si sfogava in cento insidie piccine, malignamente. Gli olezzi diffondevano la più eloquente delle serenate; qualche tralcio ribelle dava ogni dì la scalata e s’insinuava a spiare nella stanza, avido: le ciocche fiorite si protendevano, offrivano i mazzetti naturali, desiderosi di avvizzire su un seno ardente; alla brezza, che le carezzava, le foglioline rispondevano acconsentendo con un fremito novo; al vento che passava fischiando, i rami si dibattevano desolatamente.
La finestra s’apriva di buon mattino e l’alito verginale che ne usciva, blandiva il soffio maligno, stornava le insidie, mitigava le ebbrezze. Quando un fior di cardenia apparve sul davanzale.
Quel fior di cardenia venne disputato alla distruzione a lungo, tenacemente. Tutta la notte l’anforina di cristallo rosa che reggeva la corolla rimaneva sul parapetto, fuor dell’imposte chiuse, assistendo al colloquio della cardenia con la luna piena; candida e sola come lei. Il gelsomino fu negletto; le rame crebbero vagabonde e selvagge fino a ricascare su loro stesse stanche del vano errare; le stelline bianche emigrarono liberamente, ma per posar presto in un molle strato odoroso sul terreno, come un sudario mistico; qualcuna s’indugiava, si smarriva nei meandri verdi, s’impigliava fra le ragnatele lievi, iridate, luminose, in fondo a cui il ragno attendeva.
Infine il fior di cardenia ingiallì del tutto e fu portato via. Ma venne poi una gabbiuzza popolata di colibri, poi un pappagallo fiammante, poi una scimmietta freddolosa, poi un virgulto di rose, poi una coppa riscintillante di pesciolini d’oro. Inutile; la morte spazzava tutto via. Qualche cosa dava il malocchio a quella finestra che s’apriva fra le rame di gelsomino.
Nell’inverno la camera fu rimessa a nuovo: cortine azzurre, lievi, scesero lungo le doppie vetrate dov’era una fioritura di mammole, e una lampada ardeva tutta notte, velata e misteriosa, come in un santuario. I viandanti che passavano intirizziti levavano lo sguardo sorridenti o sospirosi e bisbigliavano: «Là regna Amore...»
Ma il gelsomino non udiva; era atrofizzato dal gelo, e ignudo, inerme, dormiva. Quando il bacio pietoso della Primavera lo destò, ahimè! si vide mutilato e inceppato vigorosamente contro il muro! Invano si ribellò, invano i mazzetti implorarono sotto il davanzale il rifugio tepido, consueto; invano la fragranza dispersa nell’aria si diffuse in elegie amorosamente, e le stelline erranti si posarono fra le stecche delle persiane come per esplorare, e i tralci più arditi si svincolarono e bussarono stimolati dal vento; la finestra dalle cortine azzurre irrideva, soave, al loro dolore. Così trascorse l’estate, una lunga estate.
In ottobre, mentre le prime pioggie scendono a risvegliare inesorabilmente dal sogno di una tornante primavera, nella lotta fra le illusioni che evaporano con gli ultimi profumi di tutti i fiori della terra, e le gelide realtà che piovono con le fredde lagrime del cielo, — la finestra rimase chiusa, triste, e i rami ingigantiti infransero i loro ceppi, e la flagellarono sera e mattina ululando ferocemente.
Dopo molti giorni la finestra si riaprì, in un vespro d’oro, nell’assenza degli olezzi e nell’immobilità delle fronde che oscillarono estatiche, quasi spaurite della conseguita vittoria. La finestra rimase vuota e aperta fino all’alba, con le cortine calate e le imposte che gemevano sui cardini in uno sconsolato abbandono. Nell’alba nebulosa, livida, fredda, le cortine azzurre tremolarono, uscirono e palpitarono in alto, come due aluccie impazienti di volar via. Allora pel varco libero, simile a un piccolo stuolo vittorioso e invadente, entrò nella camera della morta uno sciame di gelsomini.