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Il libro dei miraggi

Romanze senza parole.

Reading edition

List! Spirits speak!

I. Mattutino.

La camera è piccola, bianca, tutta bianca; velata di bianco al letto, alle finestre socchiuse da cui entra il pallore dell’alba. Pochi mobili, fragili, leggieri, sgombri. Su una pelle d’ermellino a piè del letto langue un mazzetto di viole; nel letto riposa un piccolo essere: una bimba, un fanciullo, una giovinetta: un viso roseo, una testa bionda; l’espressione è cancellata dall’abbandono del sonno, le palpebre velano l’anima. Nell’angolo più oscuro qualche cosa di massiccio, di cupo, di enorme si determina in quella tenuità; qualche cosa che s’agita, che vive in quel mistero blando. Sono due gattini che ruzzano su un antico seggiolone di cuoio. Due gattini color di nebbia, dagli occhi di turchese che si provocano, s’assaliscono, si rincorrono, si guatano con delle mosse inconsulte, grottesche; ignoranti la loro stessa volontà; comici nella leggiadra del nastro rosso troppo largo di cui hanno ornato il collo e che all’uno di essi è passato sotto il mento come una cravatta in caricatura; piccoli e deboli nell’ampio seggiolone austero che parla di forza e di grandezza.

L’alba inoltra una luce incolore nella stanza; quella giovinezza bionda respira placidamente, ritmicamente nell’incoscienza della vita. Uno dei gattini, nella vivacità irreflessiva delle mosse, è caduto dentro una scarpetta abbandonata ai piedi della poltrona e di là incrocia lo sguardo con l’avversario, che sosta sul limite del sedile guardando in giù con commiserazione profonda. Gioco, riposo, raccoglimento, candore, gracilità nella piccola stanza che pare un’oasi d’avvenire, dove il passato veglia in un canto, nell’ombra, solo come una sicurezza, un augurio.

L’aurora rosata è imminente nella camera bianca, tutta bianca. Fuor dei vetri pispigliano gli augelli su un ramo di mandorlo in fiore e tintinna il mattutino.

L’uno dei gattini mordicchia il nastro della scarpetta con una specie di voluttà; l’altro è sceso dal seggiolone, e coi movimenti snelli e feroci di una giovane tigre, si balocca con le viole morte fra l’ermellino....

II. Meriggio.

Sulla stesa aromatica, molle, di fieno falciato, la giovine sposa ha dimenticato o gettato il suo ombrellino purpureo, tutto aperto come un calice sotto il sollione, tutto fiammeggiante come un’ara accesa. Una sciarpa di seta morbida e profumata e un piccolo volume di versi d’amore paiono ardere dentro l’ombrellino come in olocausto, e nella breve ombra serica, al di fuori, giacciono cuori dorati di margherite spirate in un’ultima parola di passione.

La giovine sposa non era sola. Una canna d’èbano è confitta lì accanto, vigile e altera, simile ad una piccola antenna; il manico d’argento fino sfavilla al sole. Così il gentile trofeo glorioso vive e s’infiamma nella calda luce meridiana, mentre tutte le campane si ripetono festosamente il saluto dell’ora feconda, mentre l’animuccia fragrante di mille fiori falciati s’invola dalle invisibili bocche moribonde nell’umido tepore della terra, e più innanzi un campo di grano, già raso e ancora biondo, sorregge i fasci della pingue messe, e una nidiata novella cinguetta fra i rami frondosi d’un olmo, e due farfalle tardive, dalle tinte calde, si rincorrono per distruggersi in un baleno d’amore.

Poi, all’improvviso, una folata di vento del Sud; una nube nera, la voce del tuono come un comando del destino; ed ecco il libro svolgere le pagine affannosamente e non quetarsi che a un canto di morte; ecco la fragile antenna oscillare, ecco la sciarpa candida sospinta irreparabilmente verso una siepe di spine; ecco una mandra di puledri inebriati, folli, passare sul gentile trofeo, lacerando, schiantando.

III. Vespro.

Dall’alto pendono grappoli d’uva di un fosco e tranquillo color di rubino. La vite, l’antica vite, riveste tutto il pergolato che si apre ad archi sull’orticello regolare, solitario. Ai lati dell’estremo lembo di sentiero che conduce dritto al pergolato, due aiuole di radicchio furono sacrificate e coltivate a fiori, i buoni ed ignoranti fiori degli orti, dalle tinte cariche passate di moda, dal profumo sgarbato o sgradevole.

Qualche rosaio piantato qua e là simmetricamente, ancora fiorito di alcune rose che non corrotte dalla soverchia civiltà hanno a gloria di non aggiungere titoli al loro nome e al loro colore che ha un patrimonio secolare di madrigali e di canzoni — ai loro piedi si stende il basilico aromatico che sa i drammi delle povere stanze, e la lavanda misteriosa che sa i segreti della notte di San Giovanni, e la minuscola maggiorana, eternamente infantile. Più oltre, cespi di garofano plebeo paiono raccontare gli idillî grossolani della scorsa estate, e due piante di gigli pensano al fiore assente, appassito fra le mani ceree di una monaca morta o fra i lumi di un altare consacrato a Maria; mentre i girasoli privi dell’ansiosa pupilla d’oro sembrano averla chiusa finalmente in una stanca rassegnazione.

Un’aura mista di verità e di favola spira nell’orticello solitario; una giovialità antica e innocente di epigrammi e di allegorie; mentre sulle nubi fioccose intinte nel tramonto, par di veder passar adagiata qualche deità dell’Olimpo migrante verso dolci nozze.

Sotto il pergolato c’è una sedia a bracciuoli dalle curve d’una arretrata eleganza, e un tavolino dai bordi rialzati tutt’intorno, previdentemente, come una tenue arginatura. Il queto recesso verde è deserto per poco: sul tavolino Ella ha posato, senza piegarla, la calza incominciata coi ferri irti, provocanti e insidiosi come un piccolo arnese di guerra montato per un assalto; il gomitolo è ruzzolato in un angolo e sarebbe caduto senza la provvida sponda; il libro ascetico, in cui ella leggeva placide meditazioni, è rimasto aperto sotto i suoi occhiali levati in fretta; la bellissima tabacchiera dalla miniatura inghirlandata di diamanti, ch’essa nasconde sempre come una vergogna, è pure dimenticata sul tavolino, ed anche una delle sue manopole di lana nera. Sulla spalliera della seggiola è rigettato lo scialle bigio. S’ella lo vedesse lambire il terreno umidiccio! Qualchecosa di estremamente dolce o di estremamente triste l’ha chiamata.

Il sole scende pomposo dietro i pioppi in una atmosfera di polvere d’oro, accompagnato dagli addii dei bronzi di un vecchio campanile, non mesti, ma gloriosi, come dopo una bella e buona opera coraggiosamente compiuta. Nella lor bonaria esultanza le antiche campane giungono perfino a ricordare ritmi e arie di danze perdute che udirono nella loro gioventù. Così non si affliggono della fine dell’oggi, poichè entrano nell’ombra celebrando la vigilia dell’indomani.

Un’allodola invisibile canta un epitalamio nelle regioni radiose. Una schifosa lumaca tenta il passaggio della tabacchiera.

IV. Crepuscolo.

L’ombra della angusta cappella è rotta appena dalle due lampade veneziane di ferro, a vetri rossi, appese dinanzi all’altare. Fuori, la neve turbina nell’aquilone diaccio e si ammonticchia sul davanzale dell’alta finestra contro i piccoli vetri rotondi, imbiancando la luce come un’alba; il vento ulula, sbatte e flagella, ma nell’interno regnano supremi il silenzio e l’immobilità. L’altare verdeggia cupamente di semprevivi, ma dai gradini sale e si effonde un’acuta fragranza di giacinti e di viole da un indistinto cespite.

Una forma si agita sull’inginocchiatoio e si queta.

Subito una folata violenta si ingolfa e spalanca i vetri dell’antica finestra, come per dar adito a qualche cosa di spirtale. Le lampade oscillano — i semprevivi rabbrividiscono; un rosario penzolante dall’inginocchiatoio ondeggia: si discerne ora nel nuovo chiarore una gran ghirlanda di giacinti e di viole a piè dell’altare e una forma umana raccolta in una pelliccia, prostrata, col volto nascosto fra le braccia immobilmente. La neve entra dalla finestra e fiocca lenta e lieve sul pavimento; il vento spegne le lampade, arriccia i merletti dell’altare, sbatacchia rabbiosamente il rosario contro il legno dell’inginocchiatoio, disperde il profumo dei fiori, intirizzisce.

Tutto si lamenta o si ribella, eccetto la forma umana prostrata sull’inginocchiatoio, eccetto una lastra di marmo, dirimpetto alla finestra, che sta pallida e forte sotto il flagello della bufera. Nel chiarore nivale si legge su quella lastra: Pax.

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