Romanze senza parole
Reading edition
I. FUTURO
..... Nel salotto non c’era nessuno. Il salotto sontuoso, artisticamente ingombro, pareva riposare nella penombra, avvolto nella sua stessa morbidezza voluttuosa, infingarda, fatta di cuscini, di tappeti, di panneggiamenti, fra cui scendevano specchi, luccicavano trofei, si disegnavano fogliami esotici e mobilucci, strani come mostri, o severi, di classica antichità. Si udiva scoppiettare nel camino la fiamma velata fantasiosamente dal parafuoco di piccoli vetri policromi, fatto d’un’invetriata di chiesa; da ogni anfora, da ogni vaso, da ogni coppa, emergevano mazzi enormi di fiori di serra, stretti fra i cartocci di trina da un giardiniere sapiente; sul divano largo, di damasco, giacevano astucci, libri, cofanetti, gingilli, i doni di Capodanno ancora a metà involti nella carta di seta; dalla spalliera una magnifica sciarpa di vecchia blonda ricascava flosciamente, e due pantofoline minuscole di felpa avorio, ricamate d’oro, posavano sul tappeto, tutte piene di viole fresche: leggiadri cornucopia di felicità. Accanto al fuoco, intorno ad una poltrona, un angolo più abitato, una nicchia prediletta fra una giardiniera tutta verde, un’alta arpa dorata, un tavolinetto a due piani con su fotografie, un portafogli di raso contenente un fazzoletto di trina — la novità elegante — un volumetto di versi intonso — un libriccino per gli appunti dalle pagine candide, dalla copertina d’avorio, sulla quale si delineavano luminosamente in argento le cifre di quell’anno novello. Poi, nel piano inferiore, una cestellina da lavoro piena di colori ridenti e minuzzoli d’oro, bomboniere, giocattoli, inezie. Tutto un sonnecchiare infantilmente placido delle cose; un abbandono vergine, fidente, pieno di freschezza; un’ignoranza piena di pace. Ma accanto alla finestra, su un cavalletto di pittore, una tela bianca, vuota, e sulla scrivanìa molti foglietti lucidi, bianchi, parevano minacciare muti, aspettando...
II. PRESENTE
..... Ancora nessuno nel salotto. Ma vaga tuttavia un profumo sottile, indefinibile, fatto di tutte le essenze e di nessuna. Il fuoco è spento, e dalla finestra spalancata il sole entra in un’ondata d’oro, abbagliando mobili, stoffe, cose, che rivivono folli e gioconde nella luce logorante. Sulla lastra d’uno specchio sono state incise due iniziali col diamante, e dalle anfore, dai vasi, dalle coppe, tutt’una fioritura d’un sol fiore: di rosa thea; una delle quali giace vizza sul divano largo, di damasco, insieme a un piccolo pettine di tartaruga ambrata. Accanto all’arpa, un violino, e un foglio di musica: un canto mesto, largo, ma d’una passione quasi trionfale; accanto alla poltrona prediletta, sul tavolino, non c’è più che una sola fotografia in cui sorridono accostate due giovani teste: l’una virile, bruna; bionda l’altra, e della femminilità più soave. Fra il volumetto di versi è rimasto dimenticato un fiore; dalla cestellina esce un nastro azzurro in cui si sta ricamando una data, un numero: prosa volgare o poesia sublime; — nel libriccino di appunti si legge un verso di De Musset scritto due volte da mano diversa:
«Comment vis-tu toi qui n’as pas d’amour?»
E la testa bruna, virile, si delinea sulla tela del cavalletto, e sulla scrivanìa fra i foglietti lucidi, bianchi, fa capolino una lettera di cui non si leggono che due ultime parole: Ora e sempre.
Tutt’un tripudio, un’ebbrezza delle cose in quel lieve disordine, nell’onda di sole che irrompe gloriosa, pennelleggiando, raddoppiando la vita, consumando come una fiamma...
III. PASSATO
.... Il salotto è abbandonato, deserto. Dalla finestra aperta il plenilunio piove raggi nel buio come in una tomba violata; le cose tutte paiono dormire il sonno eterno nell’ombra densa intorno alle pareti, e rivivere in sogno nell’irradiazione spettrale di quel rettangolo di luce. Nei vasi, nelle anfore, nelle coppe, appassiscono tristi e foschi i crisantemi; dall’arpa alta, dorata, pendono rotte due corde, sul tavolino la fotografia è rovesciata come la pietra d’un altare distrutto da mano sacrilega; il volumetto di versi trascina lacerato a brani; la cestellina da lavoro è chiusa, negletta; sull’ultima pagina del libriccino di appunti, un altro verso di De Musset, vergato con calligrafia femminile:
.... «Elle songe une année a qui lui pense un jour.»
Sulla tela del cavalletto scende un velo di crespo; sul divano largo, di damasco, un fazzoletto di trina intriso di lagrime; sulla scrivanìa, accanto ai pètali fossilizzati d’una rosa thea, in un foglietto bianco, una sola parola:
«Addio.»