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Il Falco (Cronaca del 1796)

CRONACA DEL 1796

Reading edition

I.

Uscita dalla piccola città la cavalcata si radunò sul breve piazzale dominante la discesa ripida verso il mare. Comandava Emanuele Embriaco, fuoruscito genovese, che s'era voluta concedere la voluttà d'attraversare terre interdette. Disceso dalla vallata del Nervia con i sessanta uomini concessigli dal marchese di Spigno aveva, non per solo capriccio di condottiere avventuroso, impunemente bravata la guarnigione di Ventimiglia, chiedendo il salvacondotto per oltrepassare, col pretesto di dover riconoscere le terre a settentrione sulla catena che costeggia il Roia ed adempiere un incarico della Repubblica segretamente ostile al Re di Piemonte.

Il comandante della città, vecchio soldato, che di raggiri poco s'intendeva, benchè avesse qualche mese prima fatto bandire il premio vistoso di cento lire non genovesi a chi vivo o morto riuscisse a consegnare l'Embriaco, abboccò all'amo e discese in persona sino a metà del ponte per incontrar l'avventuriere col quale s'intrattenne amichevolmente. Lo volle ospite anche nella sua casa e gli donò un bel pugnale con le borchie d'argento che l'Embriaco galantemente gli contraccambiò con una scatola di guanti profumati per la signorina sua figlia, donna Chiara, sospiro di innumerevoli provinciali. Ed alla porta della città il comandante con molti inchini s'era accomiatato dall'ospite senza menomamente sospettare d'aver avuto in mano per quasi tutto un pomeriggio quel bandito che a Genova continuavano a credere nelle terre di Ventimiglia e contro il quale riceveva di continuo raccomandazioni di vigilare sui dintorni e per le vallate.

Il sole discendeva quietamente dietro il monte di Roccabruna, quando i sessanta uomini dell'Embriaco sotto gli ordini di Bracciodiferro e del Ricciuto, luogotenenti, si disposero su quattro file ed attesero l'ordine di cominciar l'ascesa.

Emanuele Embriaco robusto gentiluomo di mezza età, dai capegli tutti neri ancora e dal viso aperto ed infuocato, ritto sulle staffe, sollevando la spada, fissò la porta, che si richiudeva, con un sorriso di scherno e salutò ancora il Comandante che dal poggiolo amichevolmente cennava. Poi comandò la marcia con la abitual voce imperiosa, brevemente. E seguì il drappello.

Uomini abbronzati dai volti bestiali e dagli sguardi feroci facevano parte della squadra scelta di Bracciodiferro, vecchio bravo del marchese di Spigno: salvati più volte dal capestro e dalle galere, gli ubbidivano ciecamente e lo seguivano con una fedeltà degna di eroi. Le casacche di cuoio greggio, i larghi cinturoni di pelle, bianca una volta, gli stivali informi ed i cappellacci usati dalle intemperie attestavano poco della eleganza; ma l'uomo di guerra sùbito appariva dalle armi. Il moschetto, la spada lunga, le pistole, il coltellaccio da lupi, tutto quanto era arnese di guerra, si mostrava accuratamente forbito, lucido, quasi prova d'un'informe civetteria d'amanti: le borchie risaltavano, le canne luccicavano, le lame risplendevano: gli ottoni dei foderi pareano d'oro. I diciotto sottoposti di Bracciodiferro compivano dunque una degna corona al loro capo.

Breve, tarchiato, nerboruto, dalle corte gambe, ma dalle braccia lunghe, lo scherano dell'accorto marchese di Spigno, tra i suoi uomini, anche da chi ne ignorava il grado, non poteva che essere creduto il capo. Le mani sgraziate ma possenti, dalle dita erculee, mancavano accuratamente di tutte le unghie, che gli erano state strappate dalla tortura quando, ai soldi meschini di un nobile di Lunigiana, aveva dato l'assalto ad un villaggio, non lasciando pietra su pietra. Il suo padrone s'era fatto in quattro per salvarlo, ma la Repubblica genovese inflessibilmente s'era imposta, e poichè Bracciodiferro non aveva menzionato complici o mandanti (si supponeva nel Fregoso padrone di Molasso l'incitatore) la tortura l'aveva conciato in tal modo, con qualche tratto di corda per compenso, da credere di guarirlo moralmente per sempre. Curato, rimase per qualche anno prigioniero in un castellaccio presso Novi che restò, dopo un lungo processo, di proprietà del marchese di Spigno, il quale s'intendeva d'uomini e di guerriglie come un condottiere o meglio un politico del seicento.

Bracciodiferro cominciò ad impietosire la marchesa Fiorina, e poichè, alla giovine sposa il vecchio marchese nulla negava, il prigioniero liberato fu ammesso agli stipendi grassi del marchesato. In poco tempo se ne mostrò riconoscente e fu elevato di grado, finchè, al comando d'una squadra un bel giorno si trovò a seguir le sorti dell'Embriaco. Al contrario di Bracciodiferro, il Ricciuto non era uomo di guerra, ma chierico fuggito da un complicato affare di donne che egli attribuiva al suo cattivo destino. Esile, biondo, pallido, vestito con ricercatezza di velluto nero, con guanti di pelle nera e con una spada signorile, il Ricciuto comandava negligentemente venti soldati dell'esercito regolare del Re di Piemonte che appartenevano al presidio della Ferania. Potea vantare il grado onorifico di maresciallo d'alloggio ma non vestiva l'uniforme, perchè distaccato in permanenza al marchesato.

Bracciodiferro aveva il viso attraversato da un colpo di spada, il Ricciuto l'aveva adornato da un civettuolo neo biondo in fondo alla guancia sinistra. Tutti e due nella rabbia arrossavano i loro particolari contrassegni: il primo sentiva diventar vermiglia l'ampia cicatrice, il secondo la pelle tesa intorno al neo ricciuto, che gli aveva dato il soprannome. Entrambi però d'un coraggio consono al tempo eroico e turbinoso in cui si svolgeva la loro vita avventurosa.

Nel salire il declivio incolto della collina indifferentemente stavano a capo degli uomini che loro appartenevano, e badavano a dirigere la cavalcatura tra i cespugli e le roccie ingombranti il sentiero appena tracciato sino ad un fortino di brutta apparenza. Veniva ultimo l'Embriaco soprapensieri. Dominò il silenzio nella comitiva sino al primo ciglione di muro a secco oltre il quale una breve piazzetta preludiava altre trincee del forte, che s'alzava minaccioso e torvo sulle loro teste. Ma l'Embriaco non dubitava di poterlo oltrepassare con l'astuzia usata in città, astuzia che gli aveva procacciato un salvacondotto in piena regola. Quando adunque sulla piazzetta le cavalcature dei due luogotenenti si fermarono ed i soldati poggiarono a terra i moschetti, egli tolse dalla tasca d'arcione il foglio e l'infilò sulla baionetta del soldato che aveva più vicino.

— Ricciuto — disse — portati con quattro uomini a chiedere il passaggio.

Il comandato obbedì senza parola, benchè sembrasse stupito che un fortino tanto minaccioso in apparenza, non avesse neppure l'indizio d'una sentinella avanzata che annunciasse un arrivo d'armati. Ma riflettendo, che con tutta probabilità il Comandante di Ventimiglia poteva aver già dato gli ordini opportuni per mezzo del passaggio segreto che senza dubbio doveva unire il forte alla città, sparve nelle trincee con gli uomini.

L'Embriaco rimasto nello spiazzo libero conquistato, guardava la collina che declinava al mare con una ripida scesa e la città ineguale che distendeva sino al Roia le case nere e la geometrica riga delle mura chiazzate di muschio e lucenti d'artiglierie. Vedeva al di là del fiume una pianura verdeggiante di canneti e di strami, poi la linea d'argento del torrente Nervia, poi del verde più rado contornato da roccie crude, poi sulla punta nel mare Bordighera inerpicata e raccolta come un alveare. Prima, al di là di Ventimiglia, i monti ripidi e bui delle Maure, dalla folta e selvaggia chioma di pini e di quercie secolari, spiegavano quasi una spalliera misteriosa alla città. Oltre il declivio di sterpi e di assi, il mare deserto sino all'ultimo orizzonte: il sole che tramontava parea delineare degli strati vermigli e turchini con dei toni lattei, dei riflessi d'agata, degli opachi luccichii d'onice sull'infinita distesa tranquilla, che il cielo d'un tenero perla a poco a poco nel lontano inchinante al grigio limitava tangibilmente.

— Ritornano — mormorò Bracciodiferro, tirando a sè le redini con un moto brusco abituale, per far sì che il cavallo si scuotesse impennandosi, e s'accingesse al nuovo cammino.

L'Embriaco volse il capo, tranquillo in viso, ma poco sicuro dentro di sè.

Ritornava infatti il Ricciuto, lentamente e si teneva all'indietro del cavallo che discendeva con isforzo il ciglione montano. Lo precedevano sparsamente i quattro uomini, uno dei quali portava sempre infilato sulla baionetta il salvacondotto.

— La strada è libera, monsignore — gridò il pallido luogotenente.

— Avanti dunque, — comandò l'Embriaco agli uomini che l'attorniavano. E pensò: — Prudenza ad ogni modo.

Salirono ancora. Il sentiero che s'inerpicava tra le roccie ed i terrapieni, malagevolmente nascondeva alla vista il forte. Lo scoprirono d'un tratto allorchè vi furono dappresso e doveano passare quasi rasentandolo. Andavano a gruppi dispersi progredendo come potevano per le asperità del cammino: veniva ultimo il condottiero.

Al di là del forte continuava il ciglio estremo della collina che s'univa ad una seconda poi ad una terza finchè non apparivano le grandi torri d'un castello feudale adorno d'un'ampia bandiera svettante al vento del crepuscolo.

Emanuele Embriaco guardava quel castello, quando quasi senza accorgersene, oltrepassò un corpo di guardia, munito d'una specie di postierla, il cui selciato risuonò sotto i passi dei cavalli. S'udì nell'interno un sùbito comando:

— Fuoco!

Rispose un grido d'allarme. E sibilarono proiettili nell'aria.

II.

Prima però che l'Embriaco avesse potuto rendersi conto di ciò che succedeva, una voce forte e risoluta che giungeva dall'altro versante della breve collina, gridò:

— Olà del forte! Olà del forte!

Il fuoco cessò come per incanto, senza aver fatto alcuna vittima e l'Embriaco, non ancora uscito dallo stupore, stava per inviare il Ricciuto a chiedere la ragione della brusca accoglienza, quando apparve una cavalcata elegante, quantunque poco numerosa, a varcare il ciglio estremo risolutamente. La capitanava un'amazzone di età dubbia, fortemente conformata, che domava uno stallone bianco di meravigliosa bellezza. La donna vestiva d'un panno marrone chiaro con ricami d'argento e di seta nera, e portava sui capegli quasi grigi un ampio cappello a falde larghe d'un feltro pure marrone, sormontato da una piuma nera. La seguivano due dame d'inferior condizione e due scudieri disarmati.

Avanzò scuotendo lo scudiscio, mostrando l'ira che le accendeva la faccia risoluta e le faceva balenar lo sguardo imperioso.

D'un solo balzo lo stallone raggiunse la vetta del colle da quel ciglione ove era apparso e fece risuonare sotto le zampe ferrate le selci dure e gli echi dell'archivolto.

— Dov'è il Comandante? Chiamatemi il Comandante!

Al silenzio, che il primo grido mandato dalla signora aveva imposto, era succeduto un sussurrio nel corpo di guardia: apparivano dalle feritoie visi di soldati sorpresi e canne di fucile, che sùbito sparivano. Si faceva notare una grande animazione ed un vocìo attenuato e contradditorio d'ordini a mala pena interpretati e sùbito repressi.

Finalmente, quando già la signora, stanca della breve attesa, come colei ch'era avvezza ad essere obbedita ad un cenno, aveva fatto impennare lo stallone incitandolo a varcare un breve grado che divideva il sentiero dalla parte superiore dell'archivolto ove s'apriva il portone del fortino, le porte massiccie gravemente si schiusero ed in mezzo ai soldati apparve con la spada sguainata il Comandante. Comandava allora il castelletto un vecchio soldato della repubblica, Nicola Borzone, avanzo della guerra di successione, uomo rigido e fedele osservatore di consegne che si conosceva sotto il nome di Senza-dio, non perchè professasse le teorie d'ateismo che cominciavano a diventar di moda in provincia, ma perchè mancava del pollice della mano destra: senza-dito quindi, ma poichè dito in genovese è pronunciato dio, quel nomignolo, come succede spesso per nomi storpiati, era senz'altro rimasto al vecchio soldato.

Nicola Senza-dio, apparso in arme sulla porta del castello, vedendo la signora che aveva spinto il cavallo sin presso allo scalino, indietreggiò arrossendo e fece un goffo inchino. Nello spingersi indietro urtò nei soldati ed il rumore di ferracci smossi violentemente sembrò assai poco gradevole allo stallone signorile, che tentò d'impennarsi di sorpresa, ma che fu sùbito ricondotto al dovere da una piccola mano che si mostrò greve sotto il guanto di sottil cuoio.

— Comandante — gli chiese la donna sul cui viso l'ira splendeva ancora — da quando in qua mi si accoglie a fucilate? Mi avete presa per una vivandiera sanculotta od abbiamo una nuova armata di Spagna alla vista? Sarei curiosa di sapere che cosa ne penserebbe mio figlio se conoscesse la bella accoglienza che mi fanno i vostri soldati! Per Nostra Signora del Miracolo, non voglio ritardarmi di molto il piacere della curiosità sodisfatta. Ve la sbrigherete con lui, Comandante: siete vecchio, è vero, e lo sono io pure, ma le dame hanno diritto a ben altri madrigali che non siano di piombo come i vostri, signor mio. Intanto sappiate che io vado secondo il mio piacere e che non mi alletterebbe molto una seconda salve di gioia come quella di poco fa. Date gli ordini, ve ne prego. E fate presto!

Il Borzone, rosso dalla vergogna e umiliato, si avanzò inchinandosi ancor più goffamente nel modo maldestro di chi è uso ad indossar la casacca più che gli abiti di seta, i nastri e le fibbie ingioiellate.

— Signora marchesa, incominciò.....

Ma l'amazzone, senza dargli il tempo di scusarsi, lo interruppe irosamente e sarcasticamente.

— E mi parlate con la spada in mano, Comandante? Non sono il signor marchese de Sade io per compiacermi a certe nudità oscene di ferraccio. Nascondete codesto schidione anzi tutto e badate alle convenienze quando vi si permette di parlare ad una dama.

Il Comandante ringuainò la spada: ma trovandosi libere allora le mani il suo impaccio crebbe: onde non seppe che allargare le braccia ed accorciare il collo fino ad avvicinare il mento, non troppo accuratamente sbarbato, al collare unto della casacca.

— Signora Marchesa — ripetè — signora Marchesa, vi prego di scusarmi: Vostra Signoria sbaglia pensando che il fuoco dei miei soldati le fosse diretto: sono troppo vostro umile servitore e l'illustrissimo Signor Conte mi onora troppo della sua benevolenza perchè un simile pensiero mi possa neppur attraversare il capo....

— Ed allora perchè?....

Ma nel mentre la dama s'accingeva a parlare, lo stallone fece un brusco movimento di scarto e l'amazzone scorse gli uomini dell'Embriaco, fermi ed in armi, dall'altro versante del colle, a pochi metri da lei.

— Per Nostra Signora del Miracolo — gridò — degli altri soldati? Ma è un agguato questo!

Il Comandante si decise ad uscire dalla soglia.

— Su quelli avevo dato ordine del fuoco! Il comandante di quei banditi, quel nero laggiù vestito di velluto, è il fuoruscito Emanuele Embriaco, su cui pesa una taglia della Serenissima Repubblica di Genova!

L'Embriaco aveva assistito in silenzio al dialogo fra l'amazzone e il vecchio soldato: la naturale configurazione del terreno l'aveva per di più tenuto nascosto alla cavalcata ultima venuta, e la cui signora egli aveva udita chiamare Marchesa. Pensò giustamente che doveva essere la marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris, madre del conte attuale a cui apparteneva il turrito castello che vedeva pompeggiare nell'azzurro chiaro del giorno morente sopra un culmine di collina a dominare la vecchia città, l'antica strada romana ed il declivio ripido al mare tra i faggi i pini e gli olivi.

L'avventuriero misurò d'un tratto geniale quanto fosse precaria la posizione in cui si trovava: fuoruscito perseguitato, bandito dalla potente Repubblica, tra una città nemica posta sotto la protezione della Repubblica stessa ed un vecchio soldato di quel governo che egli aveva tentato invano di rovesciare, con pochi soldati, riconosciuto oramai, posto quasi nell'impossibilità di combattere, assolutamente di indietreggiare: a quale partito più scaltro appigliarsi dunque se non a cercare una salvaguardia in quella signora altera e sprezzante che la benigna fortuna aveva posta sulla sua strada? Per il che, fatto cenno ai suoi di non seguirlo, s'avanzò verso la dama che lo guardava stupita e, salutandola con la cortigianeria di chi è uso ad una società che non doveva esser la stessa del Borzone, fatto tre volte sventolare l'ampio cappello, e toccate della piuma nera l'aria e la strada, piegando il ginocchio così s'espresse, con voce ferma e dolce, senza tremiti nè timori, guardando con occhi pieni di una lieta meraviglia e d'una grande confidenza la cavalcatrice:

— Eccellenza, illustre e bella marchesa di Spigno, contessa Lascaris di Tenda, permettete ch'io deponga ai vostri piedi l'omaggio mio personale....

Ed alzandosi poi alteramente:

— .... e che vi dia novella del fratel vostro mio benamato caro ed illustre signore, il Marchese Ibleto di Spigno, che mi manda messaggero, umile per una causa grande, ma fedele per meritarmi la sua benevolenza, al figlio vostro, il glorioso conte Luca Lascaris di Tenda, che Nostra Signora del Rimedio conservi lunghi anni per l'onore della nobiltà di Liguria e l'esempio a quella di tutto il mondo.

S'inginocchiò di nuovo.

— Ho detto. Voglia ora l'Eccellenza Vostra darmi con benigna condiscendenza facoltà d'alzarmi e permettermi, giunti al castello dei Lascaris, che il discendente d'un patrizio genovese possa, o bella signora, vantarsi di avervi retta la staffa.

Il Borzone, per quanto rude ignorante e duro soldato, si accorse che tutto il brillante parlare dell'avventuriero ad altro non mirava che a togliersi dal passo pericoloso in cui si trovava, onde, senza altro, avanzandosi fin presso all'Embriaco, stizzosamente borbottò:

— Che mi va cianciando costui? Ho dalla Serenissima l'ordine di arrestarlo! Dunque si leghi! Olà!

Ma la Marchesa, fiammeggiando ira dagli occhi, spinse il cavallo fra i due.

— Signor Comandante, avete giurata quest'oggi la mia dannazione? Per Nostra Signora del Miracolo, volete voi questa notte, pendere a capo all'ingiù dai merli della vostra bicocca? Quando mio figlio saprà in qual modo accogliete gli ambasciatori che i suoi congiunti gli mandano, giuro per la salvezza dell'anima mia, che non vorrei trovarmi neppur vostra vicina!

E come il Borzone aveva fatto il gesto d'afferrare il freno del cavallo, alzò lo scudiscio.

— Olà signore, voi mi diventate pazzo? Vi ho concesso l'onore di conversar con voi e da villano ne abusate di già? V'ordino allora di lasciar libera la strada al mio seguito: mi piace di tornar al castello.

— Ma è l'Embriaco! È un bandito! — mormorava ruggendo Nicola Borzone, mordendosi fino al sangue il labbro inferiore.

— Fosse l'ultimo dei ribaldi, viene a me sotto il nome di mio fratello. Sgombrate!

E tratte le redini si volse, incamminandosi per l'erta, seguita dall'Embriaco, discreto nella vittoria, e dai soldati del Ricciuto e dai bravi di Bracciodiferro.

Nicola Borzone immobile sotto l'archivolta, vide il seguito numeroso campeggiare sullo sfondo azzurro chiaro del tramonto sereno, poi, seguendo la strada romana, che serpeggiava di vetta in vetta tra le colline, dirigersi verso il castello dei Lascaris che si stagliava cupamente illuminato da un sinistro bagliore di croco nello sfondo sotto l'egida possente del feudale gonfalone.

III.

La cavalcata giunse al castello dei Lascaris nell'assenza del conte Luca, uscito per la caccia.

L'Embriaco fu condotto nell'appartamento destinato agli ospiti ed il Ricciuto ve lo seguì. Quando furono soli, ed il fuoruscito, spogliatosi della rude casacca e deposta la spada, si fu sdraiato in una soffice poltrona, lo scherano guardò con un sorriso di confidenza l'avventuriero e tentennò il capo.

— Che hai, Ricciuto — chiese l'Embriaco — o che vuoi?

— Magnifico signore, vorrei la sicurezza.

— Non lo siamo forse noi sicuri? — rispose il fuoruscito osservando all'intorno le forti muraglie del castello, della cui resistenza e solidità facevano testimonianza i profondi vani delle finestre.

— Vossignoria s'illude — mormorò mestamente il Ricciuto. — Affè mia, preferirei essere all'aria aperta con la mia brava carabina sulla spalla, e trovarmi anche sotto il tiro delle artiglierie del Borzone. Qui mi par d'essere in trappola.

— Suvvia, sei lugubre, Ricciuto, come un vecchio barbagianni spennacchiato!

— Vedo giusto, signor conte!

— Vedi giusto? — esclamò l'Embriaco. — Osi dire di veder giusto, quando la stessa Marchesa madre mi ha offerto ospitalità?

— La Marchesa madre, sicuro, non il Conte figlio.

— Che vuoi dire?

— Voglio dire, signor conte, che in questi tempi la politica fa spesso esser di diverso parere moglie e marito, come i Marchesi di Spigno possono dimostrare e tanto più madre e figlio; in ispecie quando, come nel caso nostro, vedono diversamente.

— Tu parli per enigmi, Ricciuto!

— Io parlo per verità. Non ricordate forse, signor conte, che se la Marchesa di Spigno tiene per il Re di Piemonte, il marito apertamente parteggia per le nuove idee venute di Francia?

— Ma non abbiamo a che fare coi Marchesi di Spigno, qui! Sono lontani, per volontà di Dio!

— Non molto, signor conte: la bella Marchesa Fiorina di Spigno, in altri tempi, assai recenti del resto, fece gli occhi dolci al conte Luca Lascaris, che, a quanto sottovoce si narra non fu insensibile, nè, pare, sfortunato.

— Va bene! Lo so! E con questo?

— Credete voi, signor mio, che la bella Marchesa di Spigno, degna di ben più alti cuori, si sarebbe abbandonata ad un amoretto annacquato col giovine cugino senza un ragione tanto più forte quanto più nascosa?

L'Embriaco ascoltava interessato.

— E cioè?

— E cioè di guadagnare alla causa del Re di Piemonte il conte Lascaris: il Re di Piemonte ha un grande amico in queste riviere....

S'avvicinò alla finestra e mostrò un castello nero e solitario sopra una scogliera presso il mare.

— .... Il nobile Camillo Altariva. Se potesse guadagnare anche il conte Lascaris, le nuove idee di Francia non arriverebbero nè a Genova nè a Torino.

— E tu credi?

— Io nulla credo: quando si tratta di una donna bella ed astuta come la marchesa Fiorina, non si può dubitare: è certo.

— Dunque Lascaris cospira con la Spigno? In questo caso sono salvo. —

Il Ricciuto rise sotto il mento.

— Lo credete, padrone?

— Per il Papa, se lo credo! Siamo partigiani.

— Io non lo credo però!

— Perchè?

— Perchè il conte Lascaris non ha alcun interesse a rompere con la Serenissima apertamente: se l'avesse, avrebbe già rotto. No, signor conte; si cospira. Dunque si teme la luce del sole. E poichè la Repubblica di Genova dubita del conte Lascaris, e con ragione, il conte Lascaris darà del fumo negli occhi alla Serenissima, consegnandovi al Borzone. Chi siete voi, dopo tutto? Un uomo fuori della legge, pericoloso per amici e nemici. Consegnandovi, il conte Lascaris farà palese la sua buona fede di amico della Repubblica e cospirerà poi con tutta sicurtà.

L'Embriaco preoccupato osservò:

— Ma se l'intesa fra Luca e Fiorina fosse già avvenuta?

— Non può essere avvenuta! Il messaggero non cammina come noi!

— Secondo te, dunque io sarei perduto....

— Certamente.... a meno che....

— A meno che?

— Non foste voi davvero il messaggero tra Fiorina e Luca Lascaris.

L'Embriaco si alzò:

— Che dovrei dunque dire a Luca?

— Nulla dire, signor conte, mostrare!

— Mostrar che cosa?

— Una lettera della marchesa di Spigno.

I due si guardarono.

— E tu credi che....

— La bella marchesa di Spigno è troppo gran dama per degnarsi di scrivere.... firma soltanto ed ancora con una tal quale disinvoltura che la rende illegibile. Così.

Togliendosi dalla cintura un calamaio di legno ed un fascio di fogli, il Ricciuto, con bella sicurezza, tracciò un ghirigoro che l'Embriaco osservò arrossendo.

— È proprio la firma di Fiorina!

— Precisa! Certo il Marchese di Spigno scrive da erudito e legge il signor di Voltaire. Ma la Marchesa.... ecco qui tutto il suo sapere.

L'Embriaco esitava. L'altro proseguì:

— Vi piacerebbe pendere appiccato dai merli del fortino?

L'Embriaco non rispose.

— Salvarsi da tutte le reti per incappare nelle mani di un Borzone! A Genova ne riderebbero della grossa.

In quella, un suon di corno giunse da lontano.

— Il conte Luca ritorna! — mormorò il Ricciuto.

Il suon di corno risuonò più vicino.

— Decidetevi dunque: volete?

Allora l'Embriaco, quasi scuotesse di dosso l'uggia d'una risoluzione impellente, mormorò:

— Ho sonno, Ricciuto: occupati tu dei miei affari, ti prego.

IV.

Il Conte Luca Lascaris tornato dalla caccia ebbe un colloquio temporalesco ma breve con la marchesa Isabella: poi con la rude cortesia che anche nei momenti meno simpatici gli era abituale, si fece annunziar presso l'ospite.

L'Embriaco lo ricevette con un grazioso inchino.

— Scusatemi, signor conte, — gli disse il Lascaris — se l'ospitalità del mio castello non è quella che si conviene ad un gentiluomo pari vostro....

L'Embriaco non lo interruppe.

— .... ma vi assicuro che io sarò dolente allorchè ne varcherete la soglia per i molteplici negozi che senza dubbio reclamano fuori di qui la vostra presenza.

— Il che vuol dire — il fuoruscito rispose — che bellamente mi negate asilo?

— Negarvi asilo? Dio non voglia. Ma il mio castello non è nè chiesa del Signore, nè convento riconosciuto e tanto meno piazza forte. D'altra parte il mio patto di fedeltà alla Serenissima Repubblica di Genova mi vieta di ricevere i suoi nemici.

— E così mi consegnerete al Borzone?

— Vi prego di non male interpretare le mie parole. Finchè sarete sulle mie terre nessuno oserà toccarvi: quando ne uscirete, alla grazia di Dio!

L'Embriaco chinò il capo.

— Quando dovrò uscire dal castello?

— A piacer vostro, signor conte!

— Subito allora.

Il Lascaris non rispose. Restò un po' curvo, ciò che l'aggraziava, giacchè era un bel gentiluomo, elegantissimo, quasi effeminato, ed amava d'eguale amore armi e profumi.

— Prima però, — l'Embriaco riprese — permettete che io adempia sino all'ultimo l'incarico affidatomi da una dama.

Il Conte Lascaris trasalì.

— Un incarico per me?

— Per voi. Date ordine che ci lascino soli.

Ad un cenno la scorta del castellano si ritirò nell'antisala. L'Embriaco lentamente, quasi centellinasse, quasi succhiellasse ogni parola, continuò:

— Ed ora vogliate scusarmi se mi spoglio innanzi a voi.

Si tolse la casacca, sbottonò il giustacuore, poi fra la camicia ed un sottil giaco tolse una lista di pergamena avvolta intorno alla persona. Il Lascaris lo seguiva dello sguardo stupefatto: accolse con diffidenza la pergamena che l'Embriaco gli porse, vi gettò uno sguardo annoiato ed arrossì violentemente.

— Chi ve la diede? — esclamò afferrando la mano del genovese.

— Scusatemi se io ve la porto senza sigillo nè stemma e senza nastri. Ero malsicuro per i passaggi guardati. Ho dovuto avvolgerla, sotto il giaco, alla persona, perchè all'occorrenza passasse con me.

— Vi ringrazio — potè appena articolare il castellano — vi ringrazio e vi prego di non tener calcolo delle mie parole di poco fa.

Gli tremavano le mani, il viso gli si era fatto più pallido del consueto.

— Ad ogni modo credete che vi libererò presto della mia presenza — l'Embriaco riprese crudelmente. — Vi potrete ad ogni modo servir di me per una risposta, se vi parrà che ne valga la pena.

Il Lascaris non rispose: leggeva concitato e tremante. Poi alzò gli occhi in viso all'ospite.

— Fu la marchesa Fiorina a consegnarvi questa lettera?

— Fu la marchesa Fiorina. Ma siccome non ignorava i pericoli ai quali andavo incontro, volle che imparassi a memoria la missiva che forse non avrei potuto consegnarvi.

— Vi ringrazio — cominciava il Lascaris.

In quella uno scudiero si avanzò nel vano della porta.

— Il signor Nicola Borzone chiede di parlare al signor conte.

Si voltò di scatto il Lascaris.

— Dite al signor Borzone che non l'ho fatto chiamare: che attenda i miei ordini al fortino.

Un lampo di gioia, subito celato, illuminò il volto dell'avventuriero.

— Perdonatemi — susurrò il Lascaris, e si raddrizzò con aggraziata alterezza: perdonatemi. Sono tempi questi in cui bisogna diffidare anche delle persone più legate dal sangue. Non me ne vorrete, io spero, se ho dubitato di voi.

— Non ve ne voglio. Tutt'altro. Penso che il primo dovere di chi cospira, sia il sospettar di tutto e di tutti.

— E chi vi ha detto che io cospiri? — domandò il giovane castellano corrugando le sopracciglie, ripreso a suo malgrado dalla diffidenza.

L'Embriaco evitò lo sguardo inquisitore, non troppo abile nè penetrante del resto, e sorrise.

— Chi non cospira oggi? È dovere ed è l'unico piacere che ci si permetta ancora. Fra due contendenti si parteggia, fra tre si cospira. La Repubblica genovese da una parte, la Francia dall'altra, il Re di Piemonte e cioè l'Austria....

Il Lascaris era troppo giovane: trasalì.

— Vedete — riprese l'Embriaco — vedete? Cospirate anche voi, e fate ottima cosa. Però cospirar da soli è sterile e voi non siete uomo da perdervi in vanità. Non mi parlate, non vi confidate. Vediamo prima: colui che la marchesa Fiorina di Spigno degnò della propria confidenza, può essere un amico per voi?

— Lo può!

— E allora.... non parlate, no, chè può legarvi un giuramento! Parlerò io.

— Parlate.

— Tre uomini in questo estremo lembo di Liguria possono opporsi all'invasione francese: voi e Camillo Altariva per queste vallate e il signor duca di Nervia per la sua: stretta fra voi la città di Ventimiglia, ove si dibattono chi parteggia per Francia e chi per Genova, è innocua: il Re può così esser sicuro di conservar le sue terre e il suo potere: finchè voi vorrete i francesi non passeranno.....

— È certo che non passeranno.

— Lo penso anch'io. Ditemi solo una parola che non vi può compromettere: Per il Re?

Luca Lascaris tese la mano.

— Per il Re!

— Alla buon'ora! — esclamò l'Embriaco stringendogli la mano tesa. — Alla buon'ora! Vedete come ci s'intende facilmente! Alla buon'ora!

Un ultimo dubbio serpeggiava nel cuore del castellano mentre mesceva all'ospite il bicchiere del benvenuto. Ma l'Embriaco dissipò anche quest'ultima nube.

— Al diavolo la politica e le cure degli affari di guerra. Non bevo a voi, signor conte, ma al fiore della cortesia, della grazia e della bellezza, all'impareggiabile Marchesa Fiorina di Spigno, degna del Re Sole.... o di voi!

E i calici gaiamente tintinnarono.

V.

Lo stesso giorno, mentre accadeva quanto è oggetto dei capitoli precedenti, in una casa della città verso le mura e prospicente quindi la vallata del Roia, si notava un allegro via vai.

Betto Grimaldi, il comandante della città, ritornava dall'aver accompagnato l'Embriaco, recando alla figliola il dono dell'avventuriero. Lo scortavano alcuni soldati che si fermarono al portone, tutto aspro di chiodi, e già salutavano il vecchio soldato che s'accingeva ad entrare, quando un rumore di passi pesanti e sonori s'udì nella viuzza.

— Guarda chi arriva, Giano — ingiunse il Grimaldi a un soldato della scorta, il più giovane, il più lisciato, che pareva d'origine meno popolaresca del restante.

— È il Moncherino, Comandante — rispose l'interrogato.

— Lo manda il Borzone, dunque? O che mai vorrà? Digli che si spieghi a te.

E stava per rinchiudersi dietro il battente, quando colui che sopraggiungeva esclamò ansimando: — Magnifico messere! magnifico messere! Cerca proprio di me — notò Betto Grimaldi un po' inquieto, e soggiunse:

— Spiegati, e spicciati, che ti colga il malanno!

Il nuovo arrivato era un vecchio adusto e asciutto, vestito d'una rozza casacca ed armato d'un paio di pistole, tutt'e due da un lato. E questo perchè gli mancava la mano sinistra, donde il soprannome che lo distingueva.

— Magnifico messere, è il comandante Borzone che mi manda, e che vi prega di raccogliere quanti più uomini potete e correre a dargli aiuto!

— O che? Sono comparsi i francesi? O il nobile Altariva s'è ribellato? O che.....

— Magnifico messere, il traditore Embriaco.....

Al nome del bandito, il vecchio Betto fece un salto.

— È avvistato l'Embriaco? Fulmini del cielo! Corri tu dal capitano Cavalli e che faccia sonar la raccolta!

Si trovò nelle mani la scatola di guanti, dono dell'Embriaco per madamigella Chiara: la porse a Giano dicendogli:

— Tieni, porta questa scatola a mia figlia e raggiungimi.

Giano, bastardo Lercari, alfiere della Serenissima Repubblica di Genova, ma più innamorato che alfiere, afferrò l'occasione con gioia e la scatola con ambe le mani, affrontando poi di corsa la ripida scala che metteva al piano abitato dal Comandante. Fu fermato in antisala da una vispa servetta che gli fece riverenza.

— Qual buon vento vi porta, messer Giano?

— Annunciami a Madonna, Gilda: è il magnifico suo padre che m'incarica di consegnarle questo....

— Posso io stessa recarlo a Madamigella — rispose Gilda allungando le mani.

Ma il Lercari fece tre passi indietro e crollò il capo.

— Obbedisci, Gilda! E annunciami a Madamigella.

La cameriera con una smorfietta si diresse verso l'interno e Giano la seguì. Non era troppo vasta la casa abitata dal Grimaldi: ad una porta mascherata da un ampio arazzo e che apparve in capo al breve corridoio nel quale finiva l'antisala, s'arrestarono entrambi e Gilda bussò leggermente. Rispose una voce limpida e tranquilla che l'invitò ad entrare, e la cameriera obbedì scostando la tenda per agevolare il passo al Lercari.

Una stanza non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui stonavano delle poltrone recenti venute di Francia, sotto dei grandi mobili secenteschi, illuminata da due finestre all'uno e all'altro lato dell'angolo, aperte, e inquadranti il paesaggio fronzuto della vallata, apparve come impari cornice a una dolce figura di giovane donna, vestita di bianco, ritta dinanzi ad una minuscola scrivania ingombra di carta elegante e di sigilli.

— Siete voi, Giano? — domandò la damigella Chiara fissando gli occhi azzurri sul soldato.

— Sono io, Madamigella. Il Magnifico vostro signor padre vi manda questa scatola......

— Che cos'è, Giano?

— Credo che siano guanti, Madamigella,

— Guanti? giunti da Genova o da Torino?

— Lo ignoro. Li ha donati per voi al Comandante un cavaliere straniero.

— Vediamo! Vediamo!

Aiutata da Gilda aprì la scatola, ne trasse con brevi gridi giocondi i guanti bianchi e neri, da conversazione e da cavalcare e battè poi le mani come una bimba. Quindi si ricordò:

— E mio padre, Giano? Perchè non è con voi?

— Vostro padre, Madamigella, fu chiamato dal Borzone!

— Ah!

Un istante d'imbarazzante silenzio. Poi la damigella Chiara con voce tremula riprese:

— Voi lo raggiungerete, Giano?

— Sì, Madonna!

— Al forte del Borzone?

— Suppongo.

— E non c'è lassù, almeno, dite, non deve trovarsi lassù un inviato del generale francese?

— Un inviato del generale francese? Domani, Madamigella.... O, scusate, anzi avete ragione: deve già trovarsi colassù.

— Ecco — rispose soddisfatta la damigella Chiara — ecco! E vi dispiacerebbe incaricarvi d'un mio messaggio...?

Sospese. Ma il Lercari arrossendo compì:

— Perchè l'inviato di Francia lo consegni al vostro fidanzato?

Stava per aggiungere:

— Non è precisamente l'incarico che bramerei.

Ma lo tenne per sè. Abbozzò invece un inchino e tacque.

— Appunto — riprese la fanciulla. — Ve ne sarei tanto grata, messere!

— Ai vostri ordini. Madamigella!

La figlia del Grimaldi non avvertì il celato dispetto di chi le rispondeva. Nel suo egoista piacere sorrise invece al giovane e raccomandò alla Gilda di servirgli dei rinfreschi.

— Stavo appunto scrivendo quando mi foste annunziato, messere. Datemi licenza, vi prego, che finisca la lettera perchè possa consegnarvela.

Giano Lercari s'inchinò e seguì poi la Gilda che lo precedette allegramente, soddisfatta in cuor suo dello scacco subìto dell'innamorato alfiere.

Rimasta sola, donna Chiara s'avvicinò alla piccola scrivania, sedette su la punta d'una scranna leggera venuta di recente dalla Francia e riprese la lettera incominciata. Rilesse innanzi tutto quello che aveva scritto. La lettera diceva così:

Ventimiglia 19 giugno 17....

Rompo il mio lungo silenzio, giacchè mi si presenta questo poco di tempo opportuno, per rispondere alle vostre graziose ed a me care lettere.

Sento dalla pregiata vostra prima datatami dei dodici giugno, che le mie non adorabili grazie mi hanno assicurato il vostro cuore. Non so quale idea vi abbia fatto scegliere una compagna che certo non ha mai pensato sulla vostra amabile persona, per molti motivi, li quali mi riserbo con più lunghezza di tempo a farveli noti. Ma visto che tale è il vostro genio, non posso a meno che tenermi fortunata di poter acquistare un compagno sì bello, sì grazioso, sì amabile, quale siete voi. Ciò non pertanto....

La lettera dalla venuta di Giano Lercari era rimasta interrotta a questo punto. La fanciulla tagliò accuratamente un'altra penna e continuò: ..... vi faccio sapere che da me non dipende il tutto, e che bisogna che prima consultiate i miei superiori, dalli quali ne dipende il tutto, ed una volta consultati favorevolmente questi, potete dire che avete navigato senza alcun contrasto. Sento poi dall'ultima vostra un rimprovero, che certo non mi si conviene, dell'abboccamento che doveva aver luogo. Vi posso assicurare sulla mia fede che io non ho saputo niente di questo, e che nissuna persona me ne ha parlato.

Finisco per la brevità del tempo e pregandovi di tener celata la presente e di compatire li miei mal espressi sentimenti e brutti caratteri.

Favorite aggradire tutti li epiteti e cerimonie di cui nelle care vostre voi mi fregiate (sebbene contro tutti li miei meriti), nel mentre che ho il bene di sottoscrivermi e dirmi la più fortunata di tutte le giovani

vostra affezionata ed umile amica

Chiara Grimaldi

Quand'ebbe scritto, con un sospiro di sollievo, piegò il foglio in quattro e lo sigillò con un'ostia minuscola, color ciliegia, che non si peritò di umettar da sè. Poi sul foglio così chiuso, a caratteri minuti scrisse:

A colui, che mi adora, ed ama.

Nel tracciare i motti ingenui, sorrise quasi ad un ricordo. Cercò in un cassetto che aveva daccanto un sacchettino di pelle bianca sul quale di sua mano aveva ricamato un nome: Filippo Balbi, in vermiglio e verde, vi chiuse la lettera e ne cucì la bocca con un filo d'oro i cui capi riunì e sigillò con cera bianca imprimendovi il castone d'un grosso anello che portava appeso alla cintura.

Il tramonto che rallegrava la ripida scesa del colle verso il mare, incupiva invece la selvaggia vallata del Roia, quella vallata che, appunto in quelli anni, il Foscolo facea percorrere al fatale Jacopo, il quale dal ponte presso la marina aveva “spinto gli occhi fin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte sulle cervici dell'alpi altre alpi di neve che s'immergono nel cielo e tutto biancheggia e si confonde.....”

Jacopo, probabilmente dispeptico, vedeva tutto in nero, ma lo scenario non era meno selvaggio, e la criniera di pini che coronavano le roccie di Roverino e le balze che attorniavano la foce del torrente Bevera non erano meno irsute. Lo spettacolo si presentava pur tuttavia grandioso per la vastità del letto del fiume e l'ampiezza della valle: era tale da attristire per la cornice buia della cupa verzura nel tramonto rossastro.

Chiara abbrividì. Alzò alle labbra il sacchetto di pelle bianca, lo baciò e cercò di guardar se contro luce lo scritto apparisse.

Nell'alzare gli occhi s'accorse d'un lume di fiaccola agitata laggiù dove il torrente Bevera sfociava nel Roia. Il segnale non le parve ignoto; era un alzar verticale, ed un seguire orizzontale della fiaccola, come se si volesse tracciare una gigantesca croce di fuoco. La fanciulla trasalì. Poi retrocesse, fino alla porta e chiamò:

— Gilda! Signor Giano!

I chiamati accorsero.

— È pronta la lettera, Madamigella? La notte si avvicina e la strada è malagevole.

— Eccola!

L'alfiere s'inginocchiò, ricevette il sacchetto che nascose nell'interno della giubba, poi s'inchinò per accommiatarsi.

— Guardate laggiù, signor Giano — disse allora Chiara additandogli il segnale luminoso.

In silenzio, curvandosi per meglio acuire gli sguardi, il giovane osservò. Quando rialzò il capo era agitato, quasi febbrile.

— Che Iddio nol voglia! — mormorò.

E poi:

— Datemi licenza, Madamigella! È necessario che raggiunga il Comandante.

— Ma — insistette Chiara — non vi sembra un segnale?....

Non compì. Compì l'altro invece.

— È il segnale dei realisti infatti, Madamigella! È il segnale dei ribelli Altariva e Nervia, Madamigella! Ma come sono discesi nella nostra valle? Ed a chi fanno il segno di riconoscimento? Chi invitano o chi aspettano?

Alzò gli occhi. Sopra il fortino del Borzone, sulla collina mozza, svettava il gonfalone dei Lascaris. Rabbrividì.

— Che Iddio nol voglia! — ripetè.

S'inchinò.

— Madamigella, spero che il vostro messaggio giunga questa sera istessa a destinazione. Pregate il cielo che sia così....

E mentalmente proseguì:

— O siamo tutti perduti.

E si ritirò prestamente seguito dalla Gilda.

Chiara, sopra pensiero, tornò alla finestra. La sera scendeva rapida, i picchi di Roverino rosseggiavano, ma i recessi della vallata opposti al tramonto annerivano come se li avviluppasse un cupo velario.

E il segno infuocato della croce si ripeteva laggiù, nel sinistro silenzio dell'ora. Ad un tratto s'udirono i rintocchi d'una campana della città, poi d'un'altra, poi d'una terza. A poco a poco risposero le pievi e gli eremi dispersi nell'alto in mezzo alle foreste.

La croce di fuoco si spense.

VI.

Il signor abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, invitato dalla Marchesa Isabella aveva alzato il bicchiere sottile colmo di giallo vino spumoso, così cominciando un sonetto improvvisato ad onor dell'Embriaco:

L'ospite viator, che, stanco il piede, bussa alla porta della magion, sia, poichè di Marte dai perigli riede, il bene accetto..................

quando contro ogni etichetta, all'improvviso, i due battenti della porta che sbarrava la gran sala s'aprirono ed apparve fra due torce, un volto severo di gentiluomo. Se l'abate rimase interdetto e gli si essicò nel gorgozzule la fonte d'Ippocrene, se la Marchesa Isabella aggrottò le sopracciglia spazientita, se l'Embriaco sentì rimescolarsi in cuore un non so che di simile all'inquietudine, il Conte Luca Lascaris invece si alzò di scatto col viso irradiato dalla gioia, e gridò:

— Camillo!

Il nuovo arrivato, un uomo di mezza statura dal volto più che severo, cupo, d'un pallore ossessionante che spiccava ancor più sull'abito nero privo, meno che ai polsi, di un qualsiasi pizzo o ricamo, fece un inchino profondo alla Marchesa e, prima di fermarsi sull'Embriaco, lasciò per un attimo posar lo sguardo un po' sprezzante sull'abate, il quale, appena lo potè senza farsi scorgere, si crocesegnò frettolosamente e borbottò una preghiera latina che sapeva di esorcismo.

E del resto Camillo Altariva autorizzava paure e scongiuri. Nobile senza titolo, possessore d'una ingente fortuna e del castelletto grifagno sul mare che quello dei Lascaris teneva in soggezione, era temuto più per idea che per volontà, giacchè fuggiva i simili e non viveva che tra i vecchi libri pieni del dubbio di cui andava stanca e infelice l'età penosa che attraversava. Non superbo forse, ma schivo degli uomini che forse non odiava, ma non amava certo, dal solitario nido ove passava la triste vita, s'era ad un tratto mischiato ai suoi pari, per nascita se non per pensiero, incitandoli alla resistenza contro la marea eguagliatrice dell'invasione francese. Il conte Luca Lascaris ne subìva l'influsso in modo tale che il solo nome dell'Altariva bastava a farlo ribellare pur anche alla madre, autoritaria così che la nuora aveva dovuto abbandonare il castello per sottrarsi ad un dominio che non sapeva tollerare. Anzi la fuoruscita della contessa, che si usava attribuire alle inquietudini dei tempi — aveva emigrato a Torino e seguiva ora le peripezie della Corte di Savoia — era avvenuta per consiglio dello stesso Altariva, donde la poca cordialità della marchesa Isabella, sempre all'erta e sempre sospettosa.

Fermo sulla soglia il nuovo venuto si guardò intorno un attimo, fece poi un profondo inchino alla dama, un cenno breve all'abate, un più cordiale al Lascaris e frenò la poco piacevole meraviglia scorgendo l'Embriaco a lui ignoto di persona.

— Mio nobile vicino — disse il conte Luca non senza una qualche titubanza — voi mi avete fatto felice venendo al mio castello. Vi prego, prendete posto accanto alla mia signora Madre: l'ospite nostro, il conte Emanuele Embriaco.....

L'Altariva impercettibilmente trasalì.

— .... sarà felice al par di me nel conoscere il nobile Camillo Altariva.

— Il nobile Camillo Altariva! — ripetè l'Embriaco alzandosi di scatto. — Ma io mi vanterò di questo giorno come del più fortunato.....

— Albo signanda lapillo — mormorò l'abate seccato d'esser rimasto a mezzo del suo peccato con le Muse.

— Vi ringrazio di tutto cuore, signor Conte — rispose l'Altariva con una certa quale freddezza non priva d'una punta d'ironia. — E mi duole dover rispondere poco aggradevolmente alla vostra cortesia chiedendovi licenza di sottrarvi la compagnia del conte Luca, al quale ho una importante e urgente comunicazione da fare.

L'Embriaco rispose a sua volta con un inchino garbato ma non privo d'altezzosità.

— A me chiedete venia, signore? Chi son io se non l'ultimo degli ospiti, quando è presente la graziosa marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris di Tenda?

Corse il figlio al riparo, e d'impeto come soleva:

— Camillo, che c'è di così misterioso che mia madre e il mio maestro — fece un cenno all'abate — non possano ascoltare? In quanto al conte Embriaco.....

Qui s'arrestò. Non voleva confessare che gli giungeva latore d'un biglietto della Marchesa di Spigno. Ma l'esitazione del figliolo fu tagliata a corto dalla madre, che intervenne prontamente.

— Il conte Embriaco è un amico, signor Altariva.

Pronunciò la parola amico quasi le donasse uno strano significato. E l'Altariva ascoltò senza stupore, o almeno senza mostrarne. Soggiunse appena:

— Vorrei poter dire altrettanto.

— Mi lusingate, signore d'Altariva — replicò il fuoruscito.

Al che l'altro pronto:

— Altariva soltanto, signor Conte!

— Come si diceva soltanto Rohan allora, fino a pochi anni or sono.

— La nobiltà degli Altariva, intervenne in buon punto l'abate, risale a Magone cartaginese, come risale alla Imperatrice Eudossia, per non addentrarci nelle caligine dei tempi barbari, quella dei Lascaris. Voi non ignorate, signor Conte, che la famiglia dei Barca.....

— L'abate è partito con la lancia in resta — esclamò il Lascaris, e se non interviene la signora mia Madre, nessuno qui ha potestà di arrestarlo....

— Magone cartaginese nella sua terza spedizione contro gli Ingauni, cacciato nell'occidente da un Appio romano o ligure con cittadinanza non bene identificata, approdò secondo la tradizione....

L'Altariva lo fermò col gesto:

— Non mi sembra, signor Abate, degno della vostra abitual cortesia tessere lodi alle nostre famiglie, quando è dinanzi a voi il discendente d'uno dei ventinove Alberghi della Serenissima, nobile del Portico vecchio e del libro chiuso.....

— Tu non m'inganni con le tue spagnolerie, — pensava intanto il fuoruscito, — e sarebbe assai meglio farti sputare quello che mastichi e che può essere interessante, per me almeno. Ma come fare?

La Marchesa Isabella era intervenuta nel dibattito. L'udir vantare la schiatta dei Lascaris l'era dolce, ma non quanto le lodi e glorie degli Spigno.

— La nobiltà piemontese — disse — non la cede a nessuna per antichità e per belle imprese. La famiglia degli Spigno.....

— ....è antica almeno quanto lo son le rose, — aggiunse con bel garbo il genovese — e non vedo la necessità di cercarne la ragione risalendo a Bisanzio o tanto meno a Magone.

Un sorriso della dama fu il ringraziamento, e non il solo. Amarillo Glucosio andò in estasi, levò le braccia al cielo e chiese all'Embriaco il permesso di tornire un madrigale sul detto memorabile. E l'Embriaco stava per accordare il chiesto permesso, quando giunse all'orecchio dei commensali, non troppo chiaro ma sicuro, il brusìo crescente di una folla, brusìo che il vento di ponente a intervalli portava distintissimo come se la gente si trovasse nella stanza vicina.

VII.

La Marchesa s'era alzata e batteva sul timpano: ma non ci fu bisogno di chiamare, apparve il maggiordomo, e dietro di lui, brutto di fango e gli abiti in disordine, un vecchio adusto ed asciutto. Nè il maggiordomo aveva ancòra aperta la bocca, nè il vecchio apparso per conto suo aveva articolato parola, che già l'Altariva, freddamente e pacatamente rivolto all'ultimo arrivato gli diceva:

— Sappiamo tutto, Moncherino, sappiamo tutto.

— Tutto che cosa? — esclamò la dama.

— Gesù, Giuseppe e Maria, tutto che cosa? — appoggiò l'abate, pallidissimo.

— Quello che con buona licenza di Magone cartaginese e di Eudossia di Bisanzio, avrei già detto, — replicò l'Altariva — se qui non si fosse parlato d'altro mentre il villaggio di Sant'Antonio bruciava.

— Il mio villaggio di Sant'Antonio brucia? E perchè? Chi è causa dell'incendio? Altariva che ne sapete voi? — urlava il Lascaris.

— Quello che vi dirò probabilmente se mi lascerete parlare: ed è breve: un improvviso sconfinamento di sanculotti, come al solito: questa volta più grave poichè sono giunti sin sotto la città.

— E i terrazzani, e i poveri terrazzani di Sant'Antonio! — chiese il conte Luca impetuosamente.

Parve che il brusìo portato dal vento di ponente s'incaricasse di rispondergli: giunse trascicato come un ulular di dolore in tutti i toni, dai bassi agli argentini, misto di imprecazioni, di pianti, di lamenti, voci di donne e di bimbi, disperate, ansimanti.

— Maledetti francesi!

— Maledetti, perchè? — l'Altariva replicò. — Perchè adoperano, la forza come possono? O perchè l'hanno questa forza? Perchè si battono coi denti e con le unghie? Perchè....

— Voi li difendete? Voi?

— Difenderli? Si difendono, anzi offendono! Ma non li difendo io. Vi faccio osservare che imprecare e odiare è impotenza. Io li combatterò, io cercherò di schiacciarli come potrò, con l'astuzia o con la frode, chè in guerra tutto è permesso, ma è inutile imprecare e perdersi in vane querele.

— E che fare allora?

— I fatti! Quali sono i fatti?

— Interroghiamo quella gente!

— È inutile — interruppe l'Altariva — so tutto io, ho visto ogni cosa e se quei poveri terrazzani sono qui e se all'incendio ed al bottino materiale non si è aggiunto l'assassinio o la retata degli uomini validi alla coscrizione, come i francesi usano fare, se tutto ciò fu evitato lo si deve a me. Una colonna di predoni, poichè voi sapete che, se pur sono truppe regolari, sconfinano senza ordine di capi e soltanto perchè spinti dalla fame e comunque dal bisogno, una colonna di centocinquanta predoni almeno e forse più, non discende il versante di Roccabruna, senz'essere avvertita. Ho capito che avevano l'intenzione di gettarsi sul villaggio più vicino, Sant'Antonio, ho fatto avvertire gli abitanti, e anzi li ho incolonnati, carichi di quello che potevano portare, il bestiame innanzi, e sciolto quello che non poteva correre, di modo che i francesi trovando poco o niente hanno incendiato le case. Poco male. Non è il tempo di vivere alla Florian nei villaggi, questo: l'uomo di qualunque età, sano o capace di sollevare una falce, combatte: vecchi e donne e bimbi si chiudano in città o nei porti o nei castelli. Difender poco per poterlo difender bene, ecco quello che occorre.

— Ben detto! — esclamò l'Embriaco — ben detto, signor Altariva. Ma scusate: avete parlato della città, mi pare.

— Sì: ho detto che son giunti presso la città. Perchè?

— Ventimiglia?

— Ventimiglia. Perchè no?

— Siete sicuro di Betto Grimaldi e di Nicola Borzone?

Il Moncherino fece sentire un grugnito di poco buon augurio, ma l'Embriaco gli poggiò la mano sull'omero confidenzialmente.

— So chi sei tu, amico senza paura, ma so pure, signor Altariva, che cos'è la Serenissima Repubblica di Genova. Verrà a patti, ve lo garantisco io.

Intervenne il Lascaris.

— Permettete, conte. La vostra avversione al governo della Serenissima offusca forse il vostro giudizio che so limpido, acuto e sereno. Non posso accettare il vostro punto di vista, per rispettabile che sia. Qui c'è presente — e additò il Moncherino — un messo del signor Betto Grimaldi: ciò prova che tanto il Grimaldi quanto il Borzone hanno idea di opporsi ai sanculotti ed alla sanculotteria, armata e non armata.....

— Per Nostra Signora delle Virtù, giuro che il signor Conte Lascaris ha pienamente ragione — esclamò il Moncherino.

— Che volete concludere, Luca? — domandò l'Altariva.

— Questo. Che se il Grimaldi ci dà una mano, ci opporremo d'ora innanzi agli sconfinamenti degli scamiciati predoni.

— Amen — mormorò l'abate.

Un momento di silenzio e d'attesa, rotto da un gesto della Marchesa, la quale mosse verso la porta. Il Conte Lascaris l'interrogò dello sguardo.

— Vado — ella rispose — a dar gli ordini opportuni perchè quella povera gente sia ricevuta e sfamata, come ce ne sarà di bisogno. Quando un vassallo si presenta fiancheggiato dalla sventura, diventa un nostro simile, disse un Lascaris che fu cavalier errante e trovatore di Clemenza Isaura.

— Ben detto, signora Marchesa! Noi dal canto nostro, ci renderemo conto del pericolo che ci minaccia.

La Marchesa uscì scortata dall'abate. Rimasero i quattro uomini a fissarsi in silenzio.

— Credo — pronunciò finalmente l'Altariva — che il Moncherino ed io potremo bastare ad una ricognizione che occorre fare questa notte stessa. Sono persuaso che si tratti, come al solito, di una mano d'affamati straccioni in rottura di bando e di disciplina, ma è necessario sapere con esattezza e non mi fido che dei miei occhi.

— Spero che non vorrete privarmi della vostra compagnia, Camillo — aggiunse il Lascaris: — abbiamo fino ad oggi diviso disagi e pericoli: non mi farete l'ingiuria di lasciarmi qui dove basta mia Madre.

— Come vorrete, Luca.

L'Embriaco fece un passo avanti.

— Ci conosciamo da pochi momenti, signor Altariva, da poche ore, Conte. Non pretendo che abbiate in me la fiducia che vi ricambiate tra voi. Non vi domando quindi che il posto più pericoloso perchè possiate mettere a prova — e speriamo dura — la mia fraternità e l'amor mio per quello che amate più della vita.

Camillo Altariva esitò brevemente, poi tese la mano all'avventuriero.

— Sia pure, signor Conte. E vi ringrazio. Non siamo così ricchi d'uomini e di energie da poterne rifiutare. Venite con me.

— Vi seguiremo, Camillo — dichiarò Luca Lascaris.

— So dove occorre trovarsi. Credo che potremo far senza scorta. È più semplice e più facile fra di noi. Mi promettete di obbedirmi anche se ve ne possa dolere?

— Lo promettiamo.

— E allora non perdiamo tempo.

VIII.

Betto Grimaldi ricevette il Borzone frenando a stento l'impazienza che lo dominava.

— Notizie dell'Embriaco? Avete notizie dell'Embriaco, vecchio Senza-dio? Dov'è? Dov'è?

Non era certamente il rude soldato preposto al comando del fortino che avrebbe potuto far dell'ironia, tono che ignorava affatto. Pure le sue prime parole furono della schietta ironia, quantunque sincere e piene di stupore.

— Notizie dell'Embriaco, magnifico signore? Ma ne avrete certamente voi più di me.

— Ehi! Nicola Borzone! Giochiamo agli indovinelli come nella notte del primo dell'anno? Non siete voi che mi avete fatto chiamare col pretesto del dannato Embriaco? Animo dunque: sputate!

Il vecchio Senza-dio nutriva ancora un'illusione: che cioè l'Embriaco fosse passato attraverso la città con un salvacondotto. La politica della Serenissima era così tortuosa, venivano tanto spesso ordini e contrordini, si bandivano e si raccoglievano subito dopo a braccia aperte tanti uomini pericolosi, vigeva insomma un tale altalenarsi di partiti, che dopo il primo tentativo d'arresto, e dopo l'opposizione della contessa ratificata dal conte Lascaris, aveva persino sospettato d'essere incorso in un errore grossolano.

— Che l'Embriaco, — aveva pensato — sia di nuovo in buona con Palazzo Ducale? Che il partito del Cattaneo sia in prevalenza? Non si sa mai!

A Genova il magnifico Cattaneo impersonava le antiche tradizioni repubblicane, rigide: voleva l'opposizione ad oltranza contro la Francia e quindi si trovava spesso in urto col tentennante governo dogale. Verissimo pur anche il fatto che il franco ed esigente Cattaneo non poteva fornicare con un avventuriero della risma di Emanuele Embriaco: ma come esser certi della politica genovese?

— Non si sa mai! — aveva concluso il Borzone.

E quindi era sceso in città per fare un rapporto più che per dare un allarme. E tuttavia dinanzi allo stupore del Grimaldi, sentì rinascere i propri dubbi ed anzi restò convinto della verità. Disse con una

tal quale peritanza che gli affilò persino la voce roca:

— Perdonate, magnifico signore: non avete avuto oggi quale ospite l'Embriaco?

— Oggi.... ospite....

Un sudor freddo coronò la fronte del comandante: gli traballò improvvisamente la vista: ripetè:

— Oggi.... ospite.... io?.....

E cadde pesantemente sopra una scranna, annichilito.

Qualche istante di silenzio passò per la stanza, imbarazzante silenzio che nessuno osò peraltro interrompere. Poi, vincendosi con isforzi e con pena, Betto Grimaldi sospirò:

— Cercate il bando per l'Embriaco, vi prego, capitano Cavalli.

Il Cavalli usci e rientrò poco dopo seguito da un vecchietto rinsecchito, dalla barbetta rada e dal naso adunco sormontato da due occhi spenti: erano le prime qualità avvertibili del sopraggiunto. Poi lo sguardo si doveva fermare sopra una palandrana di velluto spelacchiato e una papalina di seta, nera in origine, ma diventata quasi verde.

Null'altro meritava d'essere guardato, sopra tutto le mani sporche, orlate di nero da qualche lustro. Era il nobile Orengo, archivista del Governatorato. Portava seco — non avrebbe permesso che un atto qualsiasi passasse per altre mani che le sue o quelle del comandante — portava seco un foglio arrotolato che spiegò e cercò di leggere strisciandovi sopra il naso inquietante.

— Qua, date qua, vi prego — esclamò il Grimaldi strappandogli il foglio.

S'avvicinò al doppiere, lesse, anzi cominciò a leggere chè gli cascarono le braccia.

— Volete che legga io, magnifico — chiese il capitano Cavalli.

Ma non c'era quel bisogno: un'occhiata, nè ci voleva di più per convincersi dai connotati, che il cavaliere gentile, donator di guanti profumati per la damigella Chiara, altri non era che il fuoruscito su cui pendeva una taglia e la cui cattura avrebbe procurato a lui, Betto Grimaldi, senatore della Serenissima in disfavore del partito preponderante e quindi relegato in un governatorato di secondo ordine e dei più pericolosi, un enorme successo, la possibilità di tornare in Genova e chissà, forse, a fin d'anno, la berretta dogale.

All'istante di smarrimento tenne dietro una sorda rabbia dell'impotente e quel natural tentativo di scaricare su qualcuno la responsabilità che gli pesava addosso.

— Io... io... sta bene.... posso aver sbagliato! Chi si ricordava quei benedetti connotati? Ma voi, voi Borzone, che lo conoscevate di persona mentre io non l'avevo mai veduto, come va che voi l'avete lasciato passare? Animo, Borzone, che potete dirmi per giustificarvi?

Preso alla sprovvista e di petto, il vecchio soldato non abituato alla retorica, s'impapinò.

— Io?.... Io?.... Per San Teodoro, magnifico! Io.... io?....

— Voi, sicuro, voi! Come va che vi è passato per la bocca, sotto l'archivolto del forte, senza che almeno gli abbiate scaricato addosso la vostra ferraglia? E voi lo conoscevate di persona, voi?!

Dopo qualche momento di bocca spalancata dalla stordita meraviglia, il Borzone potè finalmente difendersi.

— La contessa Lascaris, magnifico!

— Che c'entra adesso la contessa Lascaris?

Con un po' di garbuglio, con idee non troppo chiare e qualche circonvoluzione, Betto Grimaldi fu dal Borzone messo al corrente dell'accaduto. Vide subito il senatore genovese una sua propria scusante nella ribellione della contessa Lascaris: e d'altra parte teneva tante lettere pressanti ricevute da Genova e istruzioni di cercare ogni mezzo per attrarre nell'orbita della politica genovese il Lascaris, tante volte gli era stato ingiunto di non guastarsi con i signori del Castello ad ogni costo, che forse, pensava, la scusa era bella e trovata. Ciò non ostante bisognava correre al riparo.

— Siete voi certo, Borzone, che l'Embriaco sia ospite dei Lascaris?

— Lo suppongo, magnifico signore.

— Ebbene, andate a chiederlo in consegna a mio nome.

Nel mentre il vecchio Senza-dio si recava al castello dei Lascaris con quel costrutto che conosciamo, Betto Grimaldi rifletteva, come poche volte, ai casi suoi. Non erano tempi da riflettere quelli: la vita non correva: annaspava. Non i due partiti che impongono la decisione, ma i molti, i troppi che fan vivere tentennanti e all'erta. Genova seguiva una politica la quale per voler essere troppo furba, finiva per diventare inabile: tentennamenti verso la Francia, tentennamenti verso il Re di Piemonte e l'Austria, adattamenti col partito della tradizione che, per agire in qualche modo come faceva, diventava sempre più simpatico al popolino pronto in ogni momento a seguire chi si muove ed urla di più.

Il Re di Piemonte pur non confessandolo nemmeno a se stesso, faceva quasi l'istessa politica di Genova: sottomesso all'Austria, sì, ma volentieri patteggiante con la Francia, benchè in opera si mostrasse tutto all'opposto. In verità non si sapeva, nè si intuiva che strada prendere: le armate repubblicane s'erano fatte rispettare e temere. Già vittoriose, respinta l'invasione legittimista e tedesca, lasciavano trasparire il desiderio di portar la guerra fuori dei confini, sia per offendere, il che è più pratico che difendersi, ed anche, e specialmente, per far bottino e livellare così l'esausto bilancio della repubblica. Fortunatamente per gli offesi la disciplina del giovane esercito repubblicano era più scarsa ancora dei mezzi di cui disponeva, e quindi facile o almeno possibile il cercar d'opporsi alla invasione o meglio agli sconfinamenti di bande avide e senza disegno fisso. Le soldatesche della Serenissima e le truppe regolari del Re di Piemonte e dell'Austria fino al giorno del nostro racconto erano sempre riuscite ad impedire assalti e parziali invasioni: mancava alla repubblica un braccio ed un cervello uniti in un sol uomo, ciò che non erano Massena, Kellermann od uno qualunque dei generali francesi.

Tale dunque lo stato delle cose che faceva, se non riflettere, pensare almeno Betto Grimaldi nell'ora che trascorse dalla partenza del Borzone al suo ritorno con le pive nel sacco e l'umiliante confessione che il conte Lascaris non lo aveva per anco voluto ricevere.

Quell'ora di attesa aveva tuttavia calmato lo spirito di Betto Grimaldi, non più nuovo alle traversie d'ogni genere ed al pericolo di cadere in disgrazia del governo dogale. C'era sempre, in quei tempi, la risorsa di alzare lo stendardo avverso. Contro il Senato pel Cattaneo, contro il Cattaneo pel Lascaris, contro i due insieme pel Re di Piemonte, contro il Piemonte per l'Austria o per la Francia, quando non era forse meglio chiudersi a Monaco nella bicocca avita e dichiararsi neutrale e cioè amico del più forte. Ciò che acuiva la curiosità di Betto Grimaldi era sopratutto il sapere quale politica avrebbe seguito il nobile Camillo Altariva, unica incognita che avesse qualche ragione d'essere. Delle tre grandi famiglie feudali di quella estrema Liguria di occidente, il duca di Nervia s'era subito dichiarato per il Re di Piemonte contro la Francia e poichè Genova s'era mostrata neutrale, pur non intrattenendo con Ventimiglia relazioni di alcun genere, aveva permesso od almeno non s'era opposto al transito per la vallata importante come chiave strategica da cui prendeva il nome. Il Lascaris invece oscillava ancora ma il suo attaccamento per la marchesa di Spigno facea prevedere o sospettare quale sarebbe stata la sua condotta. Di Camillo Altariva invece nulla aveva ancora tradito il celato pensiero. Lo si diceva d'accordo col Nervia, sì, ma lo si sapeva amicissimo del marchese Ibleto di Spigno, volterriano ammiratore delle insanità degli enciclopedisti, all'avanguardia del Piemonte, odiato dal Re e dalla Corte, amico di Barras e incitatore dalle Langhe all'Entella d'ogni spirito bizzarro e libero: s'era addottorato in medicina, non teneva abate nel castello, spirito libertario insomma che pubblicamente insegnava le dottrine della trilogia rivoluzionaria. Che pensare dunque di Camillo Altariva?

Meglio rinunciare a stillarsi inutilmente il cervello e Betto Grimaldi rinunciava quando gli entrò nella stanza eccitato e ansimante, il bastardo Lercari.

Anche il bel Giano portava notizie: il segnale di fuoco alla foce del torrente Bavera.

— Un segnale? Avete veduto un segnale? Non sarà forse la missione francese che ci è stata annunciata per domani?

— Una croce di fuoco, magnifico signore, una croce di fuoco! Quando mai la repubblica francese ha usato dei segnali a forma di croce? È contrario alla teoria dell'Ente Supremo.

— Teoria in disuso, Lercari. Ma può darsi che abbiate ragione e che sia un segnale diverso. Che cosa ne arguite voi, animo, parlate franco e chiaro.

— Penso che il duca di Nervia e Camillo Altariva si siano finalmente intesi e che vogliano tentare un colpo di mano sulla città.

Il vecchio Senza-dio crollò il capo dubbioso. Ma il capitano Cavalli giovane e impetuoso entrò a dire la sua tumultuosamente.

— Niente di più probabile, magnifico messere, niente di più probabile. Sommate gli avvenimenti di questa fatale giornata. Il bandito Embriaco che osa attraversare le terre della Serenissima, la contessa Lascaris che lo salva dal Borzone e lo ospita nel suo castello, il conte Lascaris complice della madre.

— Un momento! Un momento! Potete aver ragione, ma restiamo calmi. Bisogna osservar da vicino quello che accade alla foce del Bevera, ecco l'importante.

— Datemi licenza e vi corro con la mia compagnia.

— Grazie tante! Sessanta uomini e rumore per mille! Mi congratulo con voi!

— Posso andar solo!

— Perchè se vi si uccide, noi si resti all'oscuro? Di bene in meglio.

Il bastardo Lercari avanzò:

— Datemi licenza, magnifico signore, d'andare col capitano Cavalli.

— E con me, per San Teodoro! — esclamò il Borzone.

— Non voi, vecchio Senza-dio! Chi resterebbe al fortino? Andate pur voi due, Cavalli e Lercari: mi raccomando prudenza innanzi tutto: il valore temerario è inutile oggi e sarebbe assai dannoso a tutti noi. Siate prudenti e tornate, mi raccomando.

— Uno almeno — sussurrò il Borzone.

I due promisero tutto quanto chiedeva Betto Grimaldi e s'allontanarono. Prima però che uscissero il governatore li ammonì di avvertire il Moncherino che si recasse da lui.

— E subito!

Anche il Moncherino fu incaricato di una missione di fiducia che nessuno seppe, nessuno, nemmeno il Borzone, il quale aveva riguadagnato il suo forte.

Infine, Betto Grimaldi nè tranquillo nè soddisfatto, ma con la coscienza che quasi gli perdonava l'avventura del pomeriggio, si ritirò in silenzio e fece onore alla cena che l'aspettava da più di un'ora e che per verità non aveva guadagnato nell'attesa.

IX.

Appena fuori dalla porta Giano Lercari chiese al Cavalli:

— Che si fa, Capitano?

Era il Cavalli uomo di lettere e d'armi come non raramente se ne incontravano allora nei gradi superiori. Giovane ancòra, povero, lontano dalla politica e dagli intrighi, non viveva che per il servizio e per Virgilio. Portava seco in una delle profonde tasche dell'uniforme un piccolo volume che comprendeva l'Eneide e qualche pagina delle Georgiche: il resto mancava: probabilmente aveva servito da stoppaccio a qualche fucile. Il capitano Lavinio Cavalli, uscito dal gran Seminario di Genova un giorno per passeggio, non era più tornato. L'avevano proclamato disertore, come in allora si usava, durante il refettorio serale, mentre il giovinetto seguendo una compagnia di ventura che aveva ammirato sur un ciglione dominante la Doria, provava la differenza che esisteva fra i dolci ozi della Somma teologica e il duro terreno su cui quella sera stessa aveva dovuto dormicchiare. Ma non s'era pentito. Possedeva una tenacia non rara in quei tempi: il latino l'avea servito anche sotto le armi e quando la Compagnia, come avveniva di frequente, era stata assoldata dalla repubblica genovese, il Cavalli aveva fatto passaggio d'armi col grado superiore, grado non superato da dieci anni ormai senza querimonie inutili. Prendeva il mondo come veniva, impassibile, da uomo che ne aveva contemplate di cotte e di crude e si consolava con Virgilio. Nel Seminario aveva appreso che durante l'umanesimo il poeta latino era tenuto in conto di profeta: non aveva infatti predetta quarant'anni prima la nascita del Redentore in quella quarta egloga che fu oggetto di tanti commenti? Il mago Virgilio era consultato in ogni occasione: si apriva il dolce libro e si leggeva a caso, interpretando poi con infinite deduzioni.

Alla domanda repentina di Giano Lercari, il capitano Cavalli fermò un soldato che precedeva una pattuglia e le rischiarava il buio vicolo con una lanterna: gli comandò d'alzarla e traendo il libercolo di tasca l'aprì a caso. Lesse un verso, il primo che gli venne sott'occhi, del decimo libro:

— .... litora praecipere et venientis pellere terra. e guardò poi sorridendo Giano Lercari che ben di donne s'intendeva ma non di latino, facendogli cenno di seguirlo.

Uscirono dalla città per la porta del Piemonte e seguirono la strada buia finchè si mantenne a ridosso della collina. Poi d'improvviso fu illuminata dalla luna che aveva fatto capolino sopra Nostra Signora delle Virtù e le Maure di ponente. Allora sostarono.

Laggiù, dopo San Bernardo, allo sfocio del Bevera, nulla più si scorgeva del segnale che Giano Lercari aveva con tanta chiarezza descritto: un silenzio grave, non turbato nè dalle rane o dai grilli canterini o da quello sconosciuto sussurrìo dei mille esseri invisibili che dominavano i luoghi agresti e solitari, s'imponeva.

— Dove andiamo, capitano?

— .... litora praecipere — mormorò il Cavalli abbandonando la strada e lasciandosi cadere di ciglione in ciglione verso il letto del Roia.

E il bastardo lo seguì.

Camminarono a lungo nell'intrico di sterpi e di strami che costeggiava il fiume: l'acqua corrente era lontana chè il letto immenso parea congiungere le due linee di colline buie: la luna era sparita dietro Roverino e soltanto la Grande Orsa e Cassiopea scintillavano opacamente come perle ammirate nell'ombra.

Raggiunsero la foce del Bevera a notte fonda, risalirono sopra un sentiero ove riposarono alquanto, spossati.

— Vedete nulla ancora, Lercari?

— Nulla, capitano.

— .... et venientis pellere terra.

— Che significa?

— Vedrete. Andiamo avanti.

— Andiamo pure, Capitano. Ma non sarebbe meglio armare una pistola?

— Guardatevene! Potreste servirvene all'occasione e saremmo scoperti. Meglio l'arma bianca.

— Come volete.

Il sentiero piegava a gomito brusco. Al di là buio ancora più fondo. Sotto, ad una distanza poco apprezzabile, il torrente Bevera mormorava come un ruscelletto dell'Astrea. Mormorava dolcemente narrando al virgiliano Cavalli strane istorie di ninfe boscherecce, le oreadi montane, le driadi delle selve, le napee dei campi e le amadriadi sbucanti dagli alberi prediletti e il sognatore s'inebriava dei freschi profumi notturni e della via lattea che parea quasi vicina in quella solitudine e premeva con una mano il caro volume, dolendosi d'una cosa, d'una soltanto e cioè di non potersi sedere sub tegmine fagi ed aprirlo e dissetarsi a quell'Ippocrene secolare.

Ma Giano Lercari più pratico e forse anche più stanco ad un certo punto si fermò.

— Con buona pace del vostro latino, capitano, mi sembra che qui si proceda alla cieca!

— Virgilio non può sbagliare, signor Lercari, — gli rispose Cavalli bruscamente scosso dall'estasi.

Nel mentre profferiva il suo asserto, qualche ombra più nera della notte piombò sul sentiero e i due soldati vennero senz'altro imbavagliati.

— Avvicinati, Moncherino — comandò una voce sonora — e smaschera la lanterna.

L'interpellato obbedì: alzò la fiammella oleosa in volto ai catturati ed esclamò:

— Giano Lercari! e il capitano Cavalli!

— Siamo in paese di conoscenze, a quanto vedo — sussurrò un'altra voce.

E quella di prima:

— Che fate qui, signori?

Il Moncherino aveva già ritolto il bavaglio a Giano Lercari, il quale altezzosamente replicò:

— Prima di rispondervi, con che diritto ci avete fermati?

— Diritto? — sghignazzò una voce sconosciuta, mentre le prime due possedevano dei toni noti — diritto! Ci vuole una bella ingenuità per parlare di diritto a quest'ora, di notte e su questo sentiero!

— Sono il conte Luca Lascaris! — invece rispose una delle due voci di prima.

Il capitano Cavalli abbozzò un inchino verso il punto donde gli era pervenuto il noto nome.

— Buona sera, signor Conte! A voi posso dire che probabilmente ci conduce qui la vostra istessa ragione.

— E cioè?

Giano Lercari urtò leggermente il braccio del compagno con l'intenzione di farlo tacere, ma il Cavalli non credette opportuno accontentarlo.

— Furono segnalati dei fuochi al confluente del Bevera, signor Conte: non siete qui voialtri forse per riconoscerli?

— Avete ragione. Ma non c'è più nulla da fare.

— Li avete scoperti?

— Li abbiamo scoperti. È un'avanguardia francese.

Giano Lercari sorrise nell'ombra, ma nel sorridere parve che sogghignasse. Il Conte Lascaris gli si volse di scatto.

— Non credete?

— Mi permetto, signor Conte, di avere un'opinione diversa dalla vostra.

— E quale, se v'aggrada?

Giano Lercari esitò. Ma la presenza del Moncherino accanto al Lascaris lo rassicurò.

— Questa: chi s'accorse del fuoco al confluente del Bevera fu l'umile vostro servo che vi parla. Ma non mi accorsi di un fuoco.....

— E allora?

— M'accorsi di un segnale.

— Un segnale?

— Una croce, signor Conte, il segno dei ribelli Nervia ed Altariva.

Gravò qualche istante di silenzio, frettoloso, come se avesse impazienza di passare. Una delle due voci ignote di poco prima, la più calma e la più grave interrogò:

— Perchè chiamate ribelli Nervia e Altariva?

— Permettete anzitutto che opponga alla dichiarazione del signor Conte Lascaris qualche cosa di preciso. Non possono esservi francesi al confluente del Bevera.

— E perchè?

— Per la ragione che domani in città si attende un parlamentario del nuovo generale di Nizza.

— Che prova questo?

— Non si entra a viva forza quando c'è ancora la possibilità di entrare pacificamente.

— Dunque il signor Betto Grimaldi ha intenzione di lasciar libero passaggio ai sanculotti?

— Ignoro le intenzioni del mio comandante e se non le ignorassi certo non ve le direi. Ma suppongo che il nuovo generale non sia così inabile da offendere dopo aver preannunciato un parlamentare, all'oscuro com'è delle intenzioni nostre che gli potrebbero anche essere favorevoli.

Il silenzio gravò di nuovo. Finalmente quella voce riprese:

— Io sono Camillo Altariva.....

— Ah!

— .... e posso assicurarvi, signor mio, che non ho per adesso intenzioni ribelli, come non ne ha il signor duca di Nervia...

— Che è quel signore laggiù?

L'unica ombra sconosciuta ancora, crollò il capo.

— ... che non è qui, — riprese l'Altariva pazientemente — ma le cui intenzioni io conosco. E posso anche assicurarvi che i fuochi in questione appartengono ad un bivacco di sanculotti. Posso anche dirvi di più.

— Che cosa?

— Non sono truppe regolari francesi. È una banda nizzarda sconfinata per cercar bottino. E l'ha trovato. Il villaggio di Sant'Antonio non esiste più: fu messo a ferro e a fuoco.

— E gli abitanti uccisi?

— Fortunatamente s'accorsero in tempo dell'invasione e, salvo qualche malato incapace di muoversi e qualche imprudente o traditore, sono tutti ricoverati nel castello del conte Lascaris.

— Ah! maledetti! — sordamente esclamò il capitano Cavalli.

— Imprecare è vano, signori. Voi sostenete che domani un parlamentario del nuovo generale verrà in città?

— Lo crediamo almeno. Dovrebbe a quest'ora trovarsi di già nel fortino del Borzone.

— Tanto meglio. Lasciatemi credere che ci unisca lo stesso interesse, opporci all'invasione. Lasciatemi credere che la Serenissima una buona volta si tolga alle sue eterne incertezze....

— Permettete che v'interrompa, signore! Non dimenticate che ho l'onore di servire la Serenissima — s'affrettò a gridare il Cavalli.

— Non ho l'intenzione di offendere il vostro governo.

— Vi ringrazio.

— Spero soltanto che mi facciate l'onore d'incaricarvi di un nostro messaggio al vostro comandante.

— Non vedo che vi si opponga inconveniente di sorta.

Anche Giano Lercari assentì.

— Ripetete a Betto Grimaldi quello che vi ho detto circa l'assalto al villaggio di Sant'Antonio e chiedetegli a nome del conte Lascaris e mio, se vuole accogliere quella povera gente in città, quella parte almeno che il castello del conte Lascaris non può contenere.

— Glielo dirò, signor Altariva, — promise il Cavalli.

— E presentategli anche a mio nome una preghiera — aggiunse Luca Lascaris.

— Dite, signor Conte!

— Desidero avere un colloquio con Betto Grimaldi, prima dell'arrivo del parlamentare francese, o anche alla sua presenza. Non dopo almeno.

— Sarò lieto di fare la vostra ambasciata, signor Conte.

— Me ne congratulo. Buona notte signori! Vi lasciamo il Moncherino con la sua lanterna. Siamo i più vicini.

Le ombre si divisero: i tre sparvero quasi per incanto.

— Sarei curioso di sapere chi fosse il terzo personaggio che non ha avuto la cortesia di presentarsi, — sussurrò quasi fra sè Giano Lercari.

Dall'oscurità, in alto, una voce beffarda gli rispose:

— Ti contento sùbito, bastardo. Sono Emanuele Embriaco, e ti prego di....

Giano Lercari fece fuoco in direzione della voce.

— .... salutar Betto Grimaldi e di chiedere a madamigella Chiarina se i guanti erano di misura.

Un'altra detonazione del Lercari. La voce beffarda riprese, dalla parte opposta:

— Sei bastardo anche nel tirare!

E più lontana, ma sempre sghignazzante:

— Buona notte!

X.

Fine di marzo, dolce mattina.

Il primo sole penetrava nella stanza di madamigella Chiara, in quella non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui stonavano delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili secenteschi e illuminava la sottile figura vestita di bianco, sparsi i capegli biondi per le spalle, ritta dinanzi a un coffano coperto di veluto cremisi di tolla a fiori indorati, ove Gilda inginocchiata stava accomodando il corredo prezioso della promessa sposa. Presso la finestra l'archivista Orengo sostava spesso, leggendo con voce stanca la lista dei giocali dati a Madamigella Chiara Grimaldi in occasione del di lei matrimonio coll'illustrissimo signor Filippo Balbi.

L'omuncolo leggeva trascicando la voce nasale:

— Quattro donzine di camicie, cioè una donzina e mezzo di tela Constans Silisia e Olanda ed il rimanente di lino, ma di prima qualità e tutte guernite di Mussolina e pizzi.

— Signore Eterno Padre dacci la vita santa, che bellezza, madamigella! Queste devono carezzar la pelle più delle nobili mani del signor Filippo!

— Gilda! Gilda! Taci, ti prego — mormorava Chiara arrossendo.

— Sei pezze di tela di lino di bellissima qualità... Madamigella Gilda, vi prego di non gingillarvi.... Quattro donzine di fazzoletti, cioè una donzina di tela di Troes, una di lino nuovi, una di tela Pista di prima qualità, sei di Batis con pizzi, e sei di seta.

— Bisognerebbe esser osso di prosciutto come siete voi, magnifico Orengo, per non sentir la voglia d'accarezzare tutte queste belle cose! Quattro donzine come dite.

— Gilda, Gilda, un po' di rispetto per il signor Archivista, ti prego.

— Lasciatela dire, nobile damigella! Non gliene voglio! So bene che — scusate l'irriverenza e l'ardire — so bene che raglio d'asino non va in cielo!

E assicurandosi gli occhiali malfermi continuò:

— Otto Braziere, cioè due di Obletto di Francia, due di tela di Troes e quattro di tela di lino.... una tovaglia ricamata di Picardia....

Nel frattempo Gilda alzati gli sguardi alla padrona, aveva mormorato:

— Se è quello il cielo, preferisco l'eresia!

— Gilda, Gilda, ti prego!

— Otto mude di scuffie lugagianti e Tornato cioè una di pizzo di Fiandra alto quattro deta....

— Quattro delle mie, sei di madamigella, ma per lo meno otto delle vostre che sembrano gli stecchini che usano i cinesi per il riso, come assicura il capitano Cavalli che non so davvero come faccia a sapere tutte quelle cose, a meno che non le legga nel suo latinorum.

— .... due di pizzo di Melines nuove.....

— Sant'Anna, che bellezza! Guardatele, magnifico Orengo! Farebbero bello anche voi!

— .... una di pizzo di Milano fatto a Mignonetta — brontolò l'archivista come se trangugiasse amaro.

Ritta dinanzi ad una delle finestre, il volto pieno di sole, parea che Chiara bevesse avidamente l'azzurro. Si sentiva pienamente felice. In quei tempi avventurosi bisognava godere l'ora fuggente, superare l'ansia del domani ed afferrarsi come si poteva meglio a tutte le brevi ineguali moriture dolcezze dell'oggi. Bimba ancora, Chiara Grimaldi, della stirpe dei Principi di Monaco, figlia di un senatore della Serenissima, aveva dovuto ballare intorno all'albero della libertà, due anni prima con degli scamiciati puzzolenti d'aglio e di sudore represso, al tempo della prima invasione francese al comando di Arena. Poi, forzato e girato Saorgio dall'esercito della repubblica, la fuga di notte nell'alta valle del Roia, il ramingo errare per i casolari alpestri fino a quando, ritiratasi la marea invadente, ricomposti animi e affari, potè col padre e le poche soldatesche fedeli tornare in città, nella casa devastata e insozzata, col cuore in continuo sobbalzo e la bocca sempre amara. Purtuttavia quasi due anni erano trascorsi in una tal quale relativa tranquillità. Erano tornati il nobile Altariva nel castello sul mare, e il conte Lascaris in quello della via Romana: solamente il duca di Nervia non avea ripreso possesso del suo: bivaccava continuamente per tenere in soggezione la sua vallata, con incarico segreto del Re di Piemonte, in guardia sempre contro la Serenissima. Non era tornata la contessa Lascaris, l'amica di Chiarina Grimaldi: la si dicea col figliuoletto in Sardegna. Ma quasi a supplirla nel cuore della fanciulla, solitario cuor timoroso, ecco Filippo Balbi, ufficiale della Serenissima distaccato presso l'esercito francese. Nobile del portico nuovo, Filippo Balbi, ambizioso, di stretto cervello, oggi lo si direbbe con nuovo termine appropriato un arrivista. Ma elegante, abituato agli imbottiti salotti genovesi, svenevole, profumato, figura di moscardino in burbera uniforme. Bello, di una bellezza delicata, bianco e roseo e biondo, magro, piccole mani e piccoli piedi, parlare affettato e ristretto cervello, ma ne cresceva per turbar la fantasia di una piccola provinciale pavida e sognatrice.

Ritta dinanzi alla finestra aperta, bevendo l'azzurro, Chiarina guardava le linee delle colline oltre il Bevera, ove presumibilmente s'era fermata la missione francese. Nulla sapea la damigella ancora dell'incendio del villaggio di Sant'Antonio: siffatte notizie non le giungevano che con molto ritardo e del resto villaggi a sacco e sconfinamenti di bande erano all'ordine del giorno.

— Sei scuffie fatte a disaspuer di muzzolina, cioè tre soglie e tre guarnite di picò tutte però guernite di bindello — continuava l'Orengo con la sua voce fioca.

E adesso anche Gilda, stanca, l'aiutava.

— Undici paia di calzette.....

— Un momento, un momento.

E ripeteva leggendo la lista de' giocali:

— Undeci para di calzette, cioè sei para di lino, due para di seta, due para di Fioretto e un para di castor da inverno....

— Perchè poi proprio undici? Non si poteva compir la dozzina?

— Giustamente, madamigella Gilda, ma il duodecimo vestirà i piedi della damigella Chiara, nel giorno delle sue nozze.

— È vero, non ci pensavo. Un'andriena, signor magnifico!

— Quale, madamigella. Forse quella di brocato in seta con fondo color di perla, o quella di color di rosa con bordi d'argento di Grodetor?

— Nè l'una nè l'altra, signor magnifico!

— Ah! ecco: Andriena di satino fiorato con fondo color d'oliva. Un momento, un momento: seguiamo l'ordine, vi prego, madamigella Gilda!

Chiara stanca a sua volta e un po' vinta dal sole che si facea forte e imbiancava l'azzurro, si voltò verso i due. Le passavano sotto gli occhi tutte le cose belle e nuove di zecca preparate per il corredo, cose utili ed inutili, accomodate nei cofani come insensibili morticini, fredde ancòra, ignote al morbido corpo, vuote. A terra su carta fiorata, giacevano i ninnoli: i ventagli di tartaruga e di madreperla, i bottoni di Grillo ligati in argento, le fibbie per la cintura e le scarpette, un paio di forbici d'argento e un ditale, una spazzola per pettini, una croce di perle fine legate in oro, dei pendenti di Grillo, una collana di perle e persino un paio d'anelli d'oro con castelli di pietre diverse.

E la voce dell'Orengo:

— Un petanlor di satino con fondo giallo fiorato, un busto di grodetor bianco, due gardanfan....

D'un tratto la Gilda uscì in un'esclamazione di maraviglia:

— Madamigella! Madamigella! Guardate! Che bella cosa? Che sarà mai, magnifico Orengo?

— Un momento! Un momento! Dell'ordine prima di tutto.. Verrà il turno di quell'arnese!

— Arnese? Me lo chiama arnese, l'eretico!

Chiara s'era avvicinata curiosa e preso dalle mani di Gilda una specie di cuscino trapunto in damasco giallo, foderato di taffetà e bordato d'argento, lo esaminava attentamente.

— Sant'Anna benedetta! La si direbbe una coperta da bambole, madamigella.

L'archivista però aveva raggiunto sulla lista l'oggetto.

— Un momento! Eccolo! Non può essere che questo: un coperto da culla....

Ah! che dolor dolce, che trafittura dolcissima al cuore di madamigella Chiara, e la ferita le si dilatava e la gola le si chiudeva, quasi fino a svenire.

Ah, che dolor dolce!

XI.

Un bussar rispettoso alla porta.

— Due manizze, una di piuma, l'altra di pelo....

Invece di rispondere Gilda corse all'uscio.

— È il Moncherino, madamigella.

Il vecchio soldato fece un goffo inchino, restando sul passo dell'uscio socchiuso e restò in silenzio aspettando per rispetto d'essere interrogato.

— Buon dì, amico. Che vuoi?

Chiarina Grimaldi era l'idolo dei soldati che l'avevano veduta bambina e che la tenevano un po' come figliola comune: l'amavano perchè era famigliare e non si rifiutava mai di intercedere presso il padre o il Borzone, perchè donava spesso e, come potea, largamente, e perchè sapeva suggerir farmachi o allacciar bende. Il Moncherino parlò dunque abbastanza sciolto e rapido e, in fe' di Dio, credo anche abbozzando un sorriso, ciò che era contro ogni disciplina.

— Porto una buona notizia, madamigella.

Chiara si fece di scarlatto.

— È arrivato!.... — esclamò precipitosamente e non meno precipitosamente s'interruppe.

— È arrivato, sì, il magnifico signor Filippo Balbi ed è con il magnifico signor padre di madamigella: anzi è il magnifico signor padre che mi ha dato ordine di venire ad annunciarli.

— Vengono qui, Moncherino? Hai capito bene? Vengono qui?! Il magnifico signor mio padre non mi fa chiamare nelle sue stanze?

— No, madamigella: vengono proprio qui: ho capito bene, anzi mi sono fatto ripetere l'ordine. Viene il magnifico signor padre di Madamigella, il magnifico signor Filippo e forse il capitano Cavalli che era seco loro poco fa.

— Oh! poveretta me! Hai capito Gilda? presto, presto nascondi tutto questo inventario.....

Afferrò dalle mani dell'archivista, il quale a bocca aperta era rimasto interrotto e interdetto, la lista dei giocali e la gettò alla rinfusa nel cofano più vicino con qualche cosa che le capitò tra le dita.

— Un para di mitine.... Un momento, un momento, madamigella, vi prego! Un momento, o tutto il nostro lavoro sudato di stamane sarà inutile!

— Viene il mio signor padre con gente di condizione, e non voglio che tutto il mio corredo sia esposto a occhi profani!

— Un momento! Un momento! Per carità!

— Presto, presto, Gilda!

La vispa camerista ridendo sotto il naso adunco del vecchietto parea si desse d'attorno ad aumentare il disordine, gettando con apparente furia nei due cofani alla rinfusa le camicie coi fazzoletti, le braziere, le mantelline, le scuffie, le andriene, i busti, i guanti e quante belle cose linde si trovavano sparse per la camera, mentre l'Orengo, le mani nei capegli — pochi ed unti — levava dolorose interiezioni. Finalmente calati i coperti, e seduta sopra il più vicino, Gilda esclamò:

— Auff! Non s'addolori il magnifico Orengo! Avremo così il piacere di rivederlo un'altra volta oggi stesso o domani!

— Ma ho da prestar l'opera mia al governatorato — gemeva il vecchietto — tre decreti almeno da classificare e da spulciare!

— Vergogna! Posporre le dame a un brutto decreto su carta raschiata!

La palinodia non avrebbe vista così presto la parola fine senza un susurrio di voci ed uno strepito di passi speronati che aumentavano avvicinandosi.

Chiara sbiancò, cadde a sedere sulla scranna più vicina, ma poi facendosi forza e comprimendo il cuore con ambe le palme, ciò che poteva anche parere un preparativo per il prossimo reverente inchino, avanzò di tre passi verso l'uscio socchiuso, sul quale comparve sùbito il Grimaldi, pomposo, precedendo un giovane ufficiale vestito della divisa francese; ed infine la faccia assente del Cavalli sporse fra i due seria e meditabonda.

— Chiara, ecco il signor Filippo Balbi, tuo sposo promesso — annunciò il governatore ed aggiunse:

— Le cure del suo e nostro ministero ne hanno alquanto sofferto ma il signor Balbi era impaziente di vederti e di confermarti l'affetto suo.

— Benvenuto il signor Filippo Balbi — mormorò con un filo di voce Chiarina inchinata più forse del necessario che del conveniente, premendosi però sempre con ambe le palme il cuore.

— Chiedo umilmente perdono se non troverò parole degne, — rispose il Balbi profondamente chinato — ma la felicità mi toglie ogni possesso di me stesso.

Il lambiccato complimento fu detto con voce metallica e precisa che mal combinava con la pretesa emozione delle parole. E probabilmente il secco animo del giovane non si sarebbe che addentrato in un ginepraio di belle frasi fredde, pur abilmente poi uscendo con tutto l'onore delle armi dal labirinto, se la Gilda avanzando le sedie non avesse posto quella del Grimaldi fra Chiara e Filippo. Il bel conversare non si aggirò dunque che sulle notizie di Genova e di Francia: anzi il governatore che teneva assai ad essere informato interrogò più spesso che non fosse interrogato distraendo, a pro suo, pensiero e viso del promesso sposo dalla sposa promessa.

Eppure, anche dalle sterili nuove senza interesse per lei attingeva Chiara grande felicità: si parlava del governo frivolo succeduto al terrore, di cose senza importanza, di uomini sconosciuti, eppure ogni parola di lui era dolce per lei, come se fosse parola d'amore, perchè usciva dalla bocca del fidanzato.

Pendeva la fanciulla da quelle labbra strette e sottili che s'aprivano di rado interamente, per non far vedere tutta la dentatura sana, ma ineguale e non candida. Benchè non mordesse la cartuccia Filippo Balbi usava però nei bivacchi la lunga pipa soldatesca, ciò che non si confà alla dentatura. Ma non importava a Chiarina ch'egli parlasse con grazia e di che parlasse; purchè potesse abbeverarsi e disalterarsi a quella fonte poco badava donde sgorgasse la bella linfa che le riempiva il cuore.

— Il governo di Barras è scettico, teoria del giorno per giorno, del rattoppare per non rifare, sforzo di diplomazia più che azione....

— Ma i generali? Hoche? Massena? Moreau?

— Braccia valide e sicure, ma braccia. Non è ancora apparso l'uomo che abbia in sè pensiero ed azione e non credo che si trovi. S'era sperato in Dumoriez, l'unico che possedesse un cervello ma dopo la catastrofe che crollo anche per Dumoriez! Hoche? Un santo, capace d'ogni sacrificio ma non di costruire. Massena un testardo intrigante. Moreau un intrigante bello, cospiratore fallito e sempre con la tentazione di ricominciare. No, credete, nulla, il vuoto. La povera Francia non ha che il cervello di Barras e la bellezza di madame Thermidor, null'altro, ed è poco, molto poco.

— Genova non ha nemmeno un Barras.

— Ha peggio. Il magnifico Cattaneo è un fanatico, e le nazioni non si conducono nè col fanatismo nè con lo scetticismo. La giusta misura, l'uomo capace di far l'epopea e il codice, di ragionare e di far sragionare, di dominare i cervelli e di trascinar le masse, l'uomo che sia prosa e appaia poesia..

Chiarina ascoltava: i bei conversari a poco a poco si riducevano ad un solo conversare, quello di Filippo Balbi, che abbeverato ed anzi saturo dei temi unici delle conversazioni mille volte udite nei salotti e nei caffè della Parigi del direttorio se ne pavoneggiava pur tuttavia usando della grazia e della scioltezza elegante.

Più spesso Chiarina non comprendeva, non seguiva, non riesciva a capire, ma il suono di quella voce la cullava in tanti tanti sogni d'oro nei quali faceva capolino — chissà perchè poi? — il coperto da culla di damasco giallo foderato di taffetà bordato d'argento! E senza una ragione al mondo la fanciulla arrossiva e per impedire alle sue guance di farsi scarlatte si costringeva in uno sforzo che diventando coscienza la faceva arrossire vieppiù.

Ora il conversare s'aggirava sul campo di concentramento francese a Nizza, tema d'attualità.

— Quanti uomini? — aveva chiesto il Cavalli.

— A un dipresso trentamila.

— Come: a un dipresso?

— E chi può contare, magnifico signore, le bande affamate, lacere, scalze, prive d'armi di munizioni e di capi, ribelli ad ogni fede e ad ogni disciplina, prive di soldo da mesi, ridotte a procacciarsi il vitto con i furti e le scorribande, chi può contare quella valanga immonda presso la quale mi trovo al seguito d'una specie di generale.

— C'è dunque finalmente un generale?

— E chiamiamolo pure così, se vi piace. È un paria còrso, affamato come i suoi soldati, mingherlino e mal nutrito che pochi anni or sono vegetava nell'artiglieria e che oggi per intrighi di donne.....

S'interruppe per rispetto a madamigella Chiarina. Ma il Grimaldi, curioso come tutti coloro abituati alla grande città e costretti invece alla provincia, non istette in sè.

— Raccontate, raccontate, signor Filippo Balbi. Il vostro nuovo generale è salito per intrighi di donne?

— A Parigi tutto è possibile, magnifico signore: a Parigi ove un prete spretato, ex-vescovo scomunicato, regge la diplomazia, e un libertino senza legge e pudore governa, anzi sgoverna con favorite e con ballerine peggio ma peggio assai che ai tempi del Reggente o di Luigi il bene-amato, a Parigi tutto è possibile!

S'interruppe ancòra e guardò Chiara. Ma la fanciulla aveva ricuperato il suo bell'incarnato più tendente al pallore che al rossore: pareva in estasi, al settimo cielo, troppo lontana, troppo estranea alle brutture di quaggiù. E d'altronde non era possibile che comprendesse nelle velate insinuazioni, il senso recondito che gli uomini afferravano immediatamente e gustavano.

— Voi non potete, magnifico signore, farvi una idea della corruzione e della incuranza della classe dirigente a Parigi. La rivoluzione ha avuto almeno degli uomini: il Terrore, che Iddio lo danni, ha avuto degli uomini. Ma il Direttorio non ne ha. Armate sul Reno fiorenti affidate a generali — badate a generali, il che non vuol dire uomini di capacità direttiva civilmente — affidate a generali di coraggio e di fortuna: la Vandea pacificata per merito di Hoche, uomo di Plutarco più che del nostro secolo, e che, se un Richelieu od anche un Andrea Doria lo dirigesse, potrebbe conquistare il mondo come Alessandro il Macedone, ma che senza spalliera civile si sente a disagio e inabile a malgrado la dichiarazione di Salvator della patria come capo dell'Armata dell'Oceano: poichè hanno delle trovate letterarie quei ballerini di Parigi. Ordunque Reno e Vandea ben guarniti, mezzogiorno pur con le bande custodito, la Francia a prima vista parrebbe sicura. Ma nelle frontiere, entro i suoi confini ha il nemico peggiore: la sommossa quotidiana, il popolo disoccupato, la mancanza del pane, l'agricoltura abbandonata e Parigi, il cervello, nelle mani di un cinico e di una turba femminile avida di lusso e di piacere. La prima donnetta senza scrupoli che vi capiti diventa una Caterina dei Medici. Poco tempo fa è piombata come una cavalletta dispersa dal vento, una creola, una certa vedova Beauharnais, bellezza del diavolo, femmina fino alle unghie, la quale si gettò nelle braccia di Barras per conquistare in un sol blocco fama e fortuna. Ma Barras è infido peggio del mare e si stanca presto, peggio di un sultano: e allora per liberarsi della donna la fa sposare a una sua creatura, già creatura di Robespierre, un soldato di fortuna caduto in disgrazia, un certo Bonaparte....

Il capitano Cavalli alzò il capo sorpreso.

— Bonaparte? Aspettate, signor Filippo. Un giovane quasi nero di viso, dai capegli lunghi e incolti, un aspetto di tisicuzzo.....

— Perfettamente. Lo conoscete?

— Sicuro: due anni or sono, mi pare, fui chiamato a Palazzo e mi fu affidata una missione di fiducia: aspettare alla Lanterna un inviato di Francia, inviato in incognito. E mi trovai con codesto Bonaparte, se è lui, allora generale dell'Armata del Varo, se non erro. Credo che avesse il segreto incarico di spiare il Faipoult. Rimase a Genova poco tempo e se ne andò di punto in bianco senza prendere congedo nemmeno da me. Uomo di poche parole, nervoso, malato, che tossiva, specialmente di notte in modo spaventevole, e che perdette gli occhi sugli affreschi di Palazzo Spinola, ove sono le piante di qualche nostra città capitale. Viveva d'erbe e non beveva mai vino, ma leggeva il sommo Virgilio nella traduzione dell'abate Delille. Ciò me lo rese quasi simpatico.

— E invece lo è poco, signor capitano. Generale per merito di donne! Se ne accorgerà la nazione! Me lo vedo, il giovanotto generale delle sottane a rimettere in assetto le bande indisciplinate e disorganizzate del Varo! E a questo proposito, magnifico Grimaldi, mi permetterete più tardi di darvi comunicazione dei suoi ordini..... poichè li chiama ordini il côrso favorito.

— Ordini! Benissimo! — E il Grimaldi rise amabilmente. — Benissimo. Ma attendendo di conoscere gli ordini del vostro generale ballerino non vi dispiacerebbe di rinfrescarvi con un po' di sciroppo di rose? Animo, Gilda, prepara le guantiere, e tu Chiarina, fa la padrona di casa!

XII.

Fine di marzo: tempestoso tramonto.

Le nubi si accavallavano migrando in cirri giganteschi verso l'alta vallata del Nervia già quasi tutta verde per l'inizio precoce della primavera. Il castello dei duchi di Nervia, disabitato, le finestre in disordine, ma il gran portone chiuso in fondo al parco devastato, parea un albergo di spettri. Almerico di Nervia non lo abitava più da lungo tempo, forse due anni, dalla prima invasione francese. Teneva in possesso la vallata con i più fedeli fra i contadini delle sue terre e qualche soldato del Re di Piemonte: bivaccava qua e là ramingo per la valle ove gli parea che più fosse necessaria l'opera sua per tener soggetti i paesi vassalli, che aveano preso gusto a tutte le licenze dell'albero della libertà.

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